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venerdì 1 maggio 2015

LA CHIESA DEI SS. PIETRO E PAOLO A BREBBIA

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La Chiesa di S.Pietro di Brebbia è una delle chiese romaniche più belle della zona di Varese, di essa si ha documentazione dal X secolo, in cui viene specificato che fu edificata nel V.

La pieve di Brebbia o pieve dei Santi Pietro e Paolo di Brebbia (Plebis Brebiae o Plebis sancti petri et pauli brebiae) era il nome di un'antica pieve dell'arcidiocesi di Milano e del ducato di Milano con capoluogo Brebbia.

I patroni erano i santi Pietro e Paolo che vengono ancor'oggi festeggiati in città il 29 giugno. A loro è tuttora dedicata la chiesa prepositurale di Brebbia.

Il primo documento storico che riporta esplicitamente la presenza di un'organizzazione plebana a Brebbia è un atto di permuta del 22 giugno 999, ma il nome di un prevosto ci perviene solo in epoche più tarde.

Nel 1148 la pieve accolse per la prima volta una dipendenza monastica del monastero di Sant'Ambrogio di Milano che si sviluppò attorno al santuario di San Sepolcro di Ternate, il quale passò poi agli agostiniani e nel XV venne definitivamente ceduto ai benedettini di San Pietro in Gessate. Altrove, sempre nella pieve, si instaurarono carmelitani e cluniacensi che fecero crescere sempre più il prestigio dell'antica pieve.

Secondo la "Notitia cleri" del 1398, la canonica di Brebbia comprendeva a quell'epoca un prevosto e ben diciotto canonici, il che si può dire che fosse quasi un unicum in tutta la regione lombarda, anche se alcuni critici moderni hanno ritenuto essere troppo elevato questo numero e quindi poco verosimile dal momento che solo nel 1455, l'arcivescovo Gabriele Sforza valutò appena otto canonici ed il prevosto. Già quando la macchina del concilio di Trento si era avviata, alla visita del visitatore apostolico Melchiorre Crivelli del 1545, era stata ravvisata la presenza di un vicecurato che aveva funzioni di sostituire il prevosto, il quale quindi non risiedeva in paese, contravvenendo a quelle norme che San Carlo Borromeo avrebbe in seguito fortemente voluto.

Malgrado la ricchezza della sua pieve, la città di Brebbia era quasi praticamente spopolata e tale si trovava all'epoca della visita dell'arcivescovo milanese Carlo Borromeo nel 1574. Giudicando quindi inadatto l'assetto urbano per ospitare un'istituzione tanto importante come la pieve, fu egli stesso il 6 ottobre di quello stesso anno a stabilire che le funzioni plebane venissero trasportate a Besozzo. Oggi il suo territorio ricade sotto il decanato di Besozzo e comprende 28 parrocchie su un'area di 98,04 km² e una popolazione di 42.701 abitanti nel 1972.

Diversa sorte ebbe invece la coestensiva pieve secolare e laica nella quella si articolava la Provincia del Ducato di Milano: la pieve civile raccoglieva ventiquattro comuni. I mutamenti ecclesiastici non influenzarono infatti per nulla l'ambito amministrativo civile, rispetto al quale Brebbia fu il capoluogo della propria pieve per altri due secoli: fu l'invasione di Napoleone del 1797 e la conseguente riforma amministrativa voluta dai rivoluzionari giacobini al suo seguito a determinare la soppressione dell'antico compartimento territoriale, sostituendolo con un nuovo e moderno distretto avente sede a Besozzo.

Risalente alla fine del XII secolo, la chiesa dei SS. Pietro e Paolo a Brebbia è degna di nota per la raffinatezza del paramento murario che, costituito da blocchi di serizzo, granito e pietra d'Angera, crea piacevoli effetti cromatici.

Secondo la tradizione, la prima chiesa di Brebbia sarebbe stata fondata, intorno al V secolo, da S. Giulio, l'evangelizzatore, insieme al fratello Giuliano, del lago Maggiore e di quello di Orta.

La decorazione ad affresco di questa chiesa, che si sviluppa soprattutto nella zona absidale e sulla parete destra, è cresciuta e si è completata nel tempo, con l'apporto di singoli artisti, come risultato di un'attività e di un sentimento collettivi, scegliendo via via il linguaggio più aggiornato e meglio collaudato. Il desiderio di aggiornamento degli artisti vuole, infatti, anche in queste chiese "di periferia", che il linguaggio della pittura sia efficace, comunicativo dei temi e della sensibilità dell'epoca, sino alla massima espressività possibile.

Gli affreschi della zona absidale della chiesa di S. Pietro, vera e propria "mescolanza e composizione" di diverse mani di maestri, sono quelli meno leggibili, a causa della caduta di vaste zone di colore e del sovrapporsi di strati di intonaco, elemento, questo, che ricorre di frequente negli affreschi di tipo devozionale.

Il catino absidale è dominato dalla figura centrale di Cristo, racchiusa all'interno di una mandorla dai colori dell'arcobaleno, circondata da un concerto angelico; nel registro superiore dell'abside si trova una serie di Apostoli, disposti a coppie, ai lati di una Crocifissione; nel registro inferiore, sono affrescate coppie di Santi, tra cui riconosciamo S. Antonio Abate, S. Sebastiano, S. Vittore e S. Bernardino da Siena; un'altra Crocifissione, in alto a destra accanto alla finestra centrale, compare "bruscamente" nello spazio absidale, slegata stilisticamente e tematicamente dalle altre figure dipinte; sotto di essa troviamo un'altra scena frammentaria, con lo stesso soggetto, ma con differenti caratteri stilistici, infine, sul lato sinistro della stessa finestra ci sono una Madonna in trono con Bambino e S. Pietro.

Un gruppo di santi, ritrovati durante i restauri del 1963-1964, si trova sulla parete di fondo nella navata destra. Un tempo sovrastavano un altare addossato a questa parete e dedicato a S. Stefano, più volte nominato nelle visite pastorali della fine del Cinquecento. I santi raffigurati sono Paolo, Antonio Abate, che compare due volte consecutivamente, Stefano e Bartolomeo.
L'immagine di Bartolomeo santo taumaturgo e guaritore di infermi, è molto ben conservata nel disegno e soprattutto nei vivaci e squillanti colori.

Proseguendo lungo la parete della navata destra, troviamo un brano affrescato particolarmente interessante: si tratta di un'architettura dipinta con discreto senso spaziale, composta da un loggiato sorretto ai lati da due esili colonnine, con al centro la Vergine in trono con il Bambino, affiancata da quattro santi. Il motivo architettonico, che illusionisticamente imita la struttura di un altarolo per la preghiera, appare unificato dal pavimento con losanghe di colore rosa chiaro. La Madonna è affiancata da S. Rocco e S. Sebastiano, tradizionalmente invocati contro la peste, e da altri due santi: un guerriero, forse S. Giorgio e un imperatore, forse identificabile come S. Enrico. Ai lati, esternamente al finto loggiato, ci sono infine le due immagini di S. Antonio a destra e di un Santo Vescovo a sinistra.

La parte superiore del finto altare è costituita da un timpano dominato al centro dalla figura di S. Pietro con ai lati due committenti inginocchiati.
Ai lati del timpano notiamo altre due scene. S. Giulio compare in alto a destra e, secondo un'iconografia tradizionale, è in atto di scacciare dall'Isola d'Orta i mostri che la infestavano, uno dei quali è dipinto sotto le sembianze di un drago marino. Il culto di San Giulio è molto vivo nella zona del Lago d'Orta e nell'Alto Partic.

Nella scena a sinistra, invece, è rappresentato un Santo vescovo, con la mano levata a benedire, davanti ad un cavallo condotto da un uomo in armatura. Si tratta sicuramente di S. Eligio, ricordato non solo per la sua attività di orafo e monetiere di corte, prima della consacrazione, ma anche per una leggenda diffusa a partire dal XIV secolo, che gli attribuisce la facoltà di guarire e proteggere i cavalli. Nel contado a sud Ovest di Varese restano ampie tracce iconografiche della devozione verso Eligio: a Monate un affresco evoca la potenza taumaturgica del Santo, all'eremo di Santa Caterina del Sasso compare Sant'Eligio affiancato dalla figura di Sant'Antonio.

Più volte nominato è anche l'altare di Simonino, posto a destra della porta del coro, oggi scomparso insieme con gli affreschi che ritraevano il martire "infante nudo flagellato dai Giudei".
Forse essi si trovano tuttora sotto lo strato di intonaco che ricopre la parte finale della navata, e da cui affiorano i resti di una composizione con S. Nicola e il miracolo dei tre fanciulli. Questo soggetto, era abbastanza diffuso nella zona: ne abbiamo un esempio nel battistero di Varese e uno tardo-quattrocentesco nell'abside di S. Donato a Sesto Calende, che presenta notevoli analogie con il frammento di Brebbia.




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giovedì 30 aprile 2015

LA CHIESA DI SANTO STEFANO A LEGGIUNO

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Dell'antica chiesa plebana della pieve di Leggiuno, già menzionata in documenti del IX secolo, non rimane che il campanile comunque trasformato e rialzato; la costruzione della chiesa attuale risale al XVII secolo ed è stata terminata nel XIX secolo.
Configurazione strutturale: Torre quadrata con cella campanaria terminante con cuspide poligonale. Il campanile è addossato al lato settentrionale della chiesa.
Epoca di costruzione: XI secolo
Il campanile presenta aspetto massiccio ed è completamente intonacato. Al di sotto della cella campanaria e della pesante ricopertura, conserva il suo aspetto romanico scandito da tre specchiature, l'ultima occupata dall'orologio, e dalla successione di aperture: feritoie e strette monofore. Sul lato orientale nell'ultima specchiatura, occupata negli altri lati dai quadranti dell'orologio, è visibile una bifora con colonnina su capitello a stampella in tufo.

Il patrono era santo Stefano a cui è ancora oggi dedicata la chiesa prepositurale di Leggiuno.

La prima attestazione dell'esistenza della pieve di Leggiuno risale alla fine del XIII secolo quando essa ci viene riportata nelle cronache di Goffredo da Bussero, anche se si ha ragione di credere che il collegio canonicale fosse stato costituito molto prima attorno al XI-XII secolo, dato che nel XIV già comprendeva dieci membri. Seppur molto piccola, la pieve assicurava il controllo milanese sull'intera costa del Verbano, escludendovi la comasca pieve di Valcuvia.

Col Rinascimento la pieve assunse anche una funzione amministrativa civile come ripartizione locale della Provincia del Ducato di Milano. La stabilità dell'area della pieve di Leggiuno non aveva apportato nei secoli sostanziali cambiamenti alla ricchezza della pieve ed al suo clero che, ancora all'epoca di San Carlo Borromeo, era rimasto invariato a 10 membri, di cui nove canonici e il prevosto, oltre ad una cappellania prepositurale. Il 19 gennaio 1610, entro i confini della pieve, venne reretta a parrocchia la chiesa di Arolo il che segnò inesorabilmente l'inizio della decadenza del sistema plebano dell'area, peggiorato dal fatto che alla pieve a Leggiuno si affiancò un vicariato come previsto dal Concilio di Trento.

Dal punto di vista civile, la pieve amministrativa fu oggetto di un esperimento riformatore di stampo illuminista da parte dell'Imperatore Giuseppe II, che nel 1786 la incluse nella neocostituita Provincia di Varese, ripartizione cancellata però dopo soli cinque anni dal fratello Leopoldo II, imperatore ben più conservatore. La pieve fu poi soppressa nel 1797 in seguito all'invasione di Napoleone e alla conseguente introduzione di nuovi e più moderni distretti.

La pieve religiosa sopravvisse invece a fatica nei secoli successivi, surclassata sempre più da altre istituzioni religiose che prendevano sempre più piede e dal predominio di Varese, sino a venire soppressa con i decreti del sinodo Colombo nel 1972. Oggi il suo territorio ricade sotto il decanato di Besozzo e comprende 8 parrocchie sotto il prevosto Luigi Milani, su un'area di 15 km² e una popolazione di 3.940 abitanti nel 1972.




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FRAZIONI DI LEGGIUNO : BALLARATE

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Ballarate è una frazione d'entroterra del comune di Leggiuno, situata alle spalle di Arolo.

Ballarate, località della pieve di Leggiuno citata come Ballarà negli statuti delle strade e delle acque del contado di Milano, era tra le comunità che contribuivano alla manutenzione della strada di Rho (Compartizione delle fagie 1346).

Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVIII secolo Ballarate risultava ancora compreso nella medesima pieve (Estimo di Carlo V, Ducato di Milano, cart. 26).

Nella relazione di Ambrosio Oppizzone sulle terre dello stato di Milano, nella pieve di Leggiuno appare la comunità di “Balerano con Ghirà” che si può riportare alla forma Ballarate con Chirate (Oppizzone 1634).

In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Ballarate con 239 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VII di Gavirate, circondario II di Varese, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 232 abitanti (Censimento 1861). Sino al 1863 il comune mantenne la denominazione di Bosco e dal 1863 al 1879 il comune assunse la denominazione di Bosco di Gavirate (R.D. 15 marzo 1863, n. 1.211). Dal 1879 il comune assunse la denominazione di Ballarate (R.D. 9 gennaio 1879, n. 4712).

In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867).

Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Varese della provincia di Como. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1927 il comune di Ballarate venne aggregato alla provincia di Varese. Nel 1927 il comune di Ballarate venne aggregato al nuovo comune di Leggiuno – Sangiano (R.D. 1° dicembre 1927, n. 2344).




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LE FRAZIONI DI LEGGIUNO : AROLO

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Arolo è la più meridionale delle frazioni costiere del comune di Leggiuno, situata sulle rive del Lago Maggiore. La frazione è situata in un'armonico e tranquillo borgo rivierasco, circondato da ridenti colline. Da visitare il piccolo e grazioso centro storico, e la chiesa intitolata ai Santi Carlo e Pietro Martire, con all'interno un importante organo antico. È presente anche una spiaggia attrezzata e riqualificata che vede la presenza di numerosi turisti nella stagione estiva. Molta praticata in questa frazione è anche la pesca sul lago. Degna di nota la scalinata in sassi.

Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVII e del XVIII secolo Arolo risultava ancora compreso nella medesima pieve (Estimo di Carlo V, Ducato di Milano, cart. 26).

La giunta del censimento nel settembre del 1730 dispose l’unione di Arolo e Cellina, ma nel compartimento territoriale del 1757 i due comuni risultavano ancora separati.

Secondo le risposte ai 45 quesiti del 1751 il comune risultava infeudato per tre quarti al conte Renato Borromeo Arese e per un quarto al conte Giulio Visconti e pagava circa 21 lire di censo ogni anno, per 3 bienni al conte Borromeo e per 1 biennio al Visconti.

Il giudice feudale risiedeva a Laveno ed era nel biennio interessato Antonio Bossi di S. Andrea, col salario di 9 lire e 4 soldi. Nel detto ufficio si esaminavano gli atti criminali e civili e si amministrava la giustizia. Arolo non aveva comuni aggregati e non chiedeva di essere aggregato ad altro comune.

I consigli generali e particolari o per la vigilanza sulla giustizia dei riparti si facevano mediante convocazione dei “capi di casa” da parte del console del mese al tocco della campana, davanti al cancelliere e ad uno degli estimati. Le deliberazioni si adottavano coi tre quarti dei voti dei “capi di casa”. Se necessario si costituiva un procuratore speciale.

Il cancelliere risiedeva a Cellina ed era pagato 8 lire all’anno; lo stesso cancelliere curava le poche scritture esistenti, non essendovi archivio né stanza pubblica per la conservazione delle scritture.

Il comune non aveva procuratori né agenti a Milano. Le anime collettabili e non collettabili erano 110 (Risposte ai 45 quesiti, 1751; cart. 3035, vol. D XVI, Como, pieve di Leggiuno, fasc. 1).

Nel compartimento territoriale del 1757 Arolo risultava compreso nella pieve di Leggiuno (editto 10 giugno 1757). Il comune di Arolo entrò nel 1786 a far parte della provincia di Gallarate, poi di Varese, con le altre località della pieve di Leggiuno, a seguito del compartimento territoriale della Lombardia austriaca, che divise il territorio lombardo in otto province (editto 26 settembre 1786 c). Inserita nella provincia di Milano sin dalla fine del 1787, la pieve di Leggiuno faceva parte nel 1791 del distretto XXXVII, con sede della cancelleria del censo a Gavirate (Compartimento Lombardia, 1791).

A seguito della legge 26 marzo 1798 sull’organizzazione amministrativa del territorio (legge 6 germinale anno VI b), il comune di Arolo venne inserito nel distretto di Cuvio del dipartimento del Verbano.

Soppresso il dipartimento del Verbano (legge 15 fruttidoro anno VI c), con la successiva legge 26 settembre 1798 di ripartizione territoriale dei dipartimenti d’Olona, Alto Po, Serio e Mincio (legge 5 vendemmiale anno VII), Arolo entrò a far parte del distretto XV di Laveno del dipartimento dell’Olona.

Il comune, in forza della legge 13 maggio 1801 di ripartizione territoriale della repubblica Cisalpina (legge 23 fiorile anno IX), venne poi incluso nel dipartimento del Lario, distretto II, di Varese.

Con l’attivazione del compartimento territoriale del regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805) Arolo fu compreso nel distretto II di Varese, cantone IV di Gavirate, del dipartimento del Lario; comune di III classe, contava 194 abitanti.

A seguito dell’aggregazione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809), in accordo con il piano previsto già nel 1807 e parzialmente rivisto nel biennio successivo (Progetto di concentrazione 1807, Lario), Arolo figurava, con 180 abitanti, comune aggregato al comune denominativo di Leggiuno, nel cantone II di Gavirate del distretto II di Varese; con il successivo compartimento territoriale del dipartimento del Lario, Arolo compariva tra gli aggregati di Leggiuno, sempre nel cantone II di Gavirate del distretto II di Varese (decreto 30 luglio 1812).

Con l’attivazione dei comuni della provincia di Como, in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Arolo fu inserito nel distretto XVI di Gavirate.

Arolo, comune con convocato, fu confermato nel distretto XVI di Gavirate in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).

Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Arolo, comune con convocato generale e con una popolazione di 260 abitanti, fu inserito nel distretto XIX di Gavirate.

In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Arolo con 285 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VII di Gavirate, circondario II di Varese, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 298 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867).
Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Varese della provincia di Como. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1927 il comune venne aggregato alla provincia di Varese. Nel 1927 il comune di Arolo venne aggregato al nuovo comune di Leggiuno – Sangiano (R.D. 1° dicembre 1927, n. 2344).

La chiesa dei Ss.Pietro e Carlo fu eretta il 19 gennaio 1606 (Scritture Pieve di Leggiuno, 1463-1636, q. 4). Tra XVII e XVIII secolo, la parrocchia dei Santi Pietro martire e Carlo di Arolo è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi di Milano e dai delegati arcivescovili nella pieve di Leggiuno.

Nel 1748, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli, il clero nella parrocchia di San Pietro martire e San Carlo era costituito dal parroco, da altri due sacerdoti residenti e da un chierico; per il popolo, che assommava a 154 anime complessive, di cui 81 comunicati, era istituita la scuola della dottrina cristiana; nella parrocchiale era costituita la confraternita del Santissimo Sacramento, eretta canonicamente nel 1679, unita alla società della Beata Maria Vergine del Santissimo Rosario, istituita a sua volta il 30 settembre 1620 con approvazione della curia arcivescovile.

Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la parrocchia dei Santi Pietro e Carlo di Arolo possedeva fondi per 295.2 pertiche; il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 164 (Nota parrocchie Stato di Milano, 1781). Nella coeva tabella delle parrocchie della città e diocesi di Milano, la rendita netta della parrocchia di Arolo assommava a lire 255.15.4; la nomina del titolare del beneficio parrocchiale spettava all’ordinario.

Nel 1896, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve e vicariato di Leggiuno, il reddito netto del beneficio parrocchiale assommava a lire 807.83; il clero era costituito dal parroco. I parrocchiani erano 450, compresi gli abitanti delle frazioni Casa al Muro, Bighione, Cavallo; nel territorio parrocchiale esisteva l’oratorio di San Pietro martire; nella chiesa parrocchiale era eretta la confraternita del Santissimo Sacramento, che risultava fondata nel 1832. La parrocchia era di nomina arcivescovile.

Nel XIX e XX secolo, la parrocchia dei Santi Carlo e Pietro martire è sempre stata inserita nella pieve e vicariato foraneo di Leggiuno, nella regione II, fino alla revisione della struttura territoriale della diocesi, attuata tra il 1971 e il 1972 (decreto 11 marzo 1971, RDMi 1971; Sinodo Colombo 1972, cost. 326), quando fu attribuita al nuovo vicariato foraneo e poi decanato di Besozzo, nella zona pastorale II di Varese.

La società della Beata Maria Vergine del Santissimo Rosario, istituita il 30 settembre 1620 con approvazione della curia arcivescovile, fu censita nel 1748, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Leggiuno, quando era unita alla società del Santissimo Sacramento.




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