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sabato 6 giugno 2015

IL MUSEO CIVICO DI LODI

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Il museo civico di Lodi fu costituito nel 1868 con lo scopo di raccogliere e conservare i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Lodi vecchio e i dipinti di scuola lodigiana provenienti dalle chiese o dalle raccolte cittadine; fortemente voluto dalla locale Deputazione Storico Artistica, si proponeva come luogo per la conservazione e la valorizzazione delle "reliquie" provenienti dal territorio, indipendentemente dal loro pregio e valore intrinseco. Inaugurato nel settembre del 1869 con la denominazione di Museo storico-artistico ebbe sede, in origine, in alcune sale di Palazzo Provasi in via Legnano, in seguito, nei locali di Palazzo Tassis, poi in quelli di Palazzo Cadamosto e infine, dal 1876 nella sede attuale, Palazzo San Filippo, opera degli architetti Michele e Piergiacomo Sartorio, che ospita oltre alle collezioni museografiche anche la Biblioteca laudense.

Il Museo Civico a pianterreno, dopo l'ingresso con cancello in ferro battuto di Roncoroni (1958) e camino rinascimentale, e il cortile, giardino ornato da anfore romane, ospita la bellissima Sezione Ceramica, divisa in due comparti: nel primo (donazioni Dossena e minori) ceramiche padane e lodigiane dal XV al XIX secolo, tra cui preziosi manufatti delle fabbriche Rossetti, Coppellotti, Ferretti e Dossena; nel secondo (donazione Robiati) squisita collezione di maioliche lodigiane e italiane del '700.
Sempre a pianterreno, nel corridoio, le due sale della Sezione Archeologica che comprendono reperti di età celtica, etrusca e romana, tombe ed epigrafi funerarie e dedicatorie (a Mefite, Ercole, Tiberio e Agrippina) una colonna miliare del IV sec., epigrafi cristiane del VI sec., quasi tutte provenienti da Laus e dal territorio. Segue la Sezione Risorgimentale con armi, divise, stampe, documenti del Risorgimento: notevole il grande quadro di Pietro Bignami che raffigura la battaglia napoleonica al ponte di Lodi.
In fondo al corridoio, cortiletto con lapidi, sculture, iscrizioni funerarie dell'antico cimitero ebraico, frammenti del monumento a Napoleone, già in piazza Maggiore, abbattuto nel 1814. A sinistra la sala S. Paolo, ex chiesetta settecentesca trasformata in auditorium: alle pareti minori due tele d'argomento storico del primo '800. Si ritorna nel corridoio e si sale per lo scalone ornato da ferri battuti del '700 e dal busto di Ludovico Vistarini, nobile lodigiano, opera di Leone Leoni (sec.XVI). Di fronte, la Pinacoteca, che raccoglie affreschi, quadri, opere d'arte provenienti da chiese e case lodigiane. Nell'ordine, sono particolarmente degni di menzione: le formelle in legno dipinto dei fratelli Lupi con scene della vita della Madonna (sec.XV - dall'Incoronata - sala I); i corali miniati del vescovo Pallavicino (sec.XV sala II); gli affreschi delle storie del Battista di G. e M. Chiesa (sec.XV - dall'Incoronata - sala III); dipinti di Alberto e Callisto Piazza e di Cesare da Sesto (sale IV-V e VI); dipinti barocchi del Procaccini ed altri (sale VII e VIII); quadri settecenteschi e dell'Hayez. Le ultime due sale sono dedicate ad un'antologica di pittori e scultori lodigiani dell'800 e del primo '900. Uscendo dalla Pinacoteca, a sinistra il "Salone dei Notai", già sede dell'archivio notarile, ora restaurato e sede di mostre (nella volta, affresco del Carloni). A destra, l'ingresso alla Biblioteca Laudense, ricca di 120 mila volumi e di una preziosa raccolta di manoscritti, pergamene, codici (dal sec.XII in poi), incunaboli, cinquecentine, disegni e stampe. Va ammirata la solenne sala di lettura detta "Libreria dei Filippini" del XVIII sec. con scaffali e tavoli in noce intagliati dal Cavanna.

La Sezione archeologica conserva materiali provenienti da collezioni ottocentesche, esemplari provenienti dal territorio lodigiano, ritrovarti nell'Ottocento e nel corso di più recenti campagne di scavi. Vi sono esposti epigrafi della collezione Pontano e provenienti dall'antico  tempio di Ercole edificato sulle rive dell'Adda, reperti dell'età del bronzo, corredi di sepolture celtiche, armille a ovoli, vasellame di bronzo di epoca romana, il corredo della tomba del periodo golasecchiano di Mazzucca di Montanaro Lombardo. E ancora: epigrafi cristiane, sepolture celtiche e longobarde, reperti della Magna Grecia ed etruschi e infine bronzetti romani.

La Sezione ceramica conserva i manufatti dell'antica tradizione di Lodi che grazie all'abbondanza di argilla nel suo territorio è da sempre presente sul territorio. Dagli scavi archeologici dell'antica Laus Pompeia (l'attuale Lodi Vecchio), a fianco del materiale fittile proveniente dall'Etruria e dalla Magna Grecia si delinea anche una produzione locale, soprattutto di statuette votive e lucerne: reperti attualmente esposti nella sezione archeologica. Il tardo medioevo vede l'affermarsi dell'ornato in terracotta applicato all'architettura. Tra i decori più interessanti quelli dell'ospedale di Santo Spirito (oggi Ospedale vecchio), con le fasce in cotto del chiostro piccolo, della chiesa dell'Incoronata e di palazzo Mozzanica. Nel XV secolo la produzione ceramica d'uso quotidiano è ancora composta da terrecotte ingobbiate e sgraffite, decorate con la semplice gamma dei colori metallici.
I soggetti, in genere popolareschi, sono delineati rapidamente con freschezza e originalità. Nel secolo XVI, ed in quello successivo, doveva già esistere un'attività manifatturiera di buon livello qualitativo destinata principalmente all'esportazione, come si può dedurre dal rinvenimento di numerose lamentazioni circa gli alti dazi sulle maioliche estratte (secondo la terminologia del tempo) dalla città. Ma è appunto nel Settecento che si imposero, con la superbia delle loro realizzazioni, alcune fabbriche: su tutte quelle dei Coppellotti, dei Rossetti e dei Ferretti, dislocate prevalentemente a ridosso delle mura lungo l'Adda per avvantaggiarsi del trasporto sull'acqua e della vicinanza dei boschi da cui attingere la legna per i forni.
L'eccellenza delle ceramiche lodigiane fu favorita dalla raffinata perfezione della cottura a gran fuoco (cioè a elevate temperature), nonché dalla varietà del modellato e dalla bellezza e originalità delle decorazioni (policrome o monocrome) con scene mitologiche, disegni stilizzati e, in particolare, composizioni floreali. L'attività di alto profilo artistico continuò nell'Ottocento soprattutto grazie alla fabbrica Dossena. L'esposizione mussale si sviluppa in tre sale, secondo un criterio cronologico.

La Pinacoteca documenta in maniera significativa l'attività pittorica a Lodi dal XV al XVIII secolo. Del secolo XV è il ciclo di affreschi, strappati e riportati su tela, realizzati da Matteo e Giovanni della Chiesa per la chiesa dell'Incoronata. I Della Chiesa, pittori pavesi di influenza bergognonesca, furono attivi tra la fine del Quattrocento e il primo ventennio del Cinquecento. Il ciclo  illustra episodi della vita del Battista.  Un'altra coppia di artisti locali, Ambrogio e Pietro Donati, sono presenti con un altare, in legno intagliato, dipinto, graffito e dorato, che rappresenta storie della Vergine e Cristo, in nove formelle e sei pannelli.
Anche quest'opera proviene dal tempio dell'Incoronata, la più importante officina d'arte della città nel Rinascimento. I Donati teneva no una bottega artigiana attiva tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo.E proprio il XVI secolo rappresentò il secolo d'oro dell'arte pittorica lodigiana, che raggiunse i suoi esiti più alti con la famiglia Toccagni della piazza, poi passati alla storia come i Piazza.
Nel museo sono conservati: di Martino Piazza una Madonna con bambino e un San Bassiano; nell'ambito di Martino e ion collaborazione con Alberto, quattro scene con storie dei santi Asntonioo abate e Paolo eremita; di Callisto il ritratto di Ludovico Vistarini, un'Annunciazione, il Trittico di San Giuseppe, una Madonna con bambino, un Cristo morto sorretto da angeli; di Scipione, figlio di Martino, un'Adorazione dei Magi:sono poi esposte opere di Bartolomeo Bodoni, detto Bartolomeo da Pavia, Sollecito Arisi e una tela dell'ambito del Procaccini. Del XVIII secolo è una notevole veduta della Piazza Maggiore della città. Importanti poi sono tre opere ottocentesche: un volto di Cristo di Giovanni Carnovali detto il Piccio e un autoritratto e il ritratto di Teresa Zumalli Marsili col figlio.




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mercoledì 27 maggio 2015

IL MUSEO DI CREMA

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Il Museo Civico di Crema e del Cremasco è collocato all'interno del convento rinascimentale di Sant'Agostino che costituisce uno degli edifici piu' suggestivi del centro storico. Le collezioni sono distribuite all'interno dell'intero complesso monumentale che si raccoglie intorno a due magnifici chiostri e compongono una ricca documentazione relativa alla storia, l'arte e la cultura di Crema e del suo territorio. Nell'antico refettorio del monastero si conserva uno straordinario ciclo di affreschi della Crocifissione e dell'Ultima Cena, realizzati da Giovan Pietro da Cemmo tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo.
Le sezioni del museo illustrano la storia del Cremasco dalla preistoria ai giorni nostri, attraverso reperti archeologici e documenti storici. Uno spazio importante è occupato dalla storia più recente di Crema, attraverso la ricostruzione della vita quotidiana nelle campagne di fine Ottocento e della storia industriale della città.
La pinacoteca espone le opere più significative della produzione pittorica cremasca dal XVII secolo ad oggi. Una parte importante delle collezioni è occupata dalla produzione dell'architetto e scenografo ottocentesco Luigi Manini, al quale si deve la realizzazione dello straordinario palazzo portoghese detto Quinta de Regaleira.
Il museo possiede inoltre una delle più importanti collezioni italiane di piroghe a livello nazionale. Le imbarcazioni, ricavate dallo scavo di un tronco d'albero, furono scoperte nei fiumi Adda, Oglio e Po nella seconda metà del secolo scorso.

Nel maggio del 1963 avvenne l'inaugurazione vera e propria: il patrimonio museale era stato suddiviso in alcune sezioni: storica, musicale, artistica, ma anche cartografica, ceramistica, numismatica, folkloristica e artigianale. Oltre alla figura di Edallo, si ricorda in particolare il coinvolgimento di Winifred Treni De Gregory e del pittore Gianetto Biondini, che curò la sezione artigianale ma soprattutto quella artistica, una delle più corpose del patrimonio museale. Nel 1965 vennero inaugurate due nuove sezioni: quella dei cimeli garibaldini e quella archeologica, resa particolarmente ricca dalla scoperta poco tempo prima di alcune tombe longobarde a Offanengo. Nel maggio del 2014 è stata inaugurata la nuova sezione di arte moderna e contemporanea, ampliata rispetto al nucleo precedente e dedicata ad opere del XIX e del XX secolo, selezionate a cura del critico d'arte Cesare Alpini.

Nel Museo sono custoditi vari esemplari di piroghe, presumibilmente di epoca altomedievale, recuperate nei greti dei fiumi Adda e Oglio e ottenute tramite escavazione dei tronchi d’albero. Tali imbarcazioni primitive sono la testimonianza dell’importanza dei corsi d’acqua per le popolazioni rivierasche, che li impiegavano abitualmente non solo per la pesca, ma anche per i trasporti e le comunicazioni, per le attività produttive e commerciali, traendone sostegno e vantaggio economico.
Il dominio longobardo in Italia ebbe termine con l’avvento dei franchi di Carlo Magno (VIII secolo), che svilupparono ulteriormente il precedente sistema curtense fondato sulla servitù della gleba ridando importanza al latifondo e alla signoria territoriale (feudo), che aveva nel castello del feudatario il proprio centro vitale. Di converso regredirono la posizione politica e il rilievo economico delle città, mentre notevole potenziamento ebbero i monasteri che, inizialmente concepiti come luoghi di isolato eremitaggio, divennero invece importanti centri per la conservazione e la diffusione della cultura e, grazie alla rivalutazione del lavoro manuale (l’ora et labora della regola benedettina), anche sicuri punti di riferimento in campo economico (in particolare per l’agricoltura) e sociale.

Il Museo vanta una ricca biblioteca specializzata nella storia, nell'arte e nell'archeologia di Crema e del territorio Cremasco. I circa 10.000 volumi della biblioteca comprendono anche due importanti fondi, il fondo Chiappa e il fondo Sala, costituiti in buona parte da libri e pubblicazioni.
Il lascito testamentario del dr. Ugo Chiappa risale al 14 luglio del 1966 ma l'ultimo blocco della donazione è pervenuto al Museo solo nel 1974.
Parte del fondo è conservata in Museo ed è costituita da reperti archeologici, materiale storico ed etnografico e documenti dell’archivio della famiglia Chiappa, databili tra la seconda metà del XVIII e i primi decenni del XIX secolo e relativi all’attività di speziali esercitata dalla famiglia fin dal XVII secolo. Parte del fondo è costituita da materiale librario (XVIII – inizi XX secolo).

Alberico Sala nasce a Vailate, paese della Gera D’Adda, nel 1923. Studia a Venezia e a Milano. Poeta, narratore, giornalista, critico cinematografico, autorevole critico d’arte e letterario. Giornalista fin dal 1945, dopo una parentesi bergamasca e un’altra romana, passa a Milano e a vent'anni è il più giovane redattore capo della stampa italiana.
Fonda il premio letterario S. Pellegrino di poesia e nel 1946 la rivista internazionale di letteratura Misura. Nel 1957 pubblica il suo primo libro di poesie Epigrafi e canti. Come scrittore ottiene prestigiosi premi e menzioni speciali. Muore a Vailate nel 1991. Il fondo donato da Alberico Sala al Museo è costituito prevalentemente da materiale librario, relativo alla storia dell'arte, ma sono presenti anche documenti personali.

Dal lato meridionale del secondo chiostro è possibile accedere alla sala dell’antico refettorio del convento, interamente affrescato da Giovan Pietro da Cemmo e dai suoi allievi, con grandi scene della Crocifissione e dell’Ultima Cena, lunette di spiccato sapore didascalico e celebrativo, rappresentazioni di Santi, Beati e dottori Agostiniani e ventiquattro tondi monocromi con Storie e Re biblici.
Nel 2008 sono state smantellate le strutture adibite all'allestimento delle mostre temporanee del Museo, restituendo la sala e gli affreschi alla visibilità originaria. Attualmente la sala viene utilizzata come spazio per le conferenze.

Entrando in Museo e percorrendo il chiostro settentrionale si resta immediatamente suggestionati dalla geometria delle architetture e dalle forme gotiche degli archi ogivali dell’antico complesso monastico. Qui sono esposti documenti della storia cittadina recente, con iscrizioni, epigrafi e monumenti del XVIII-XIX secolo. Lungo i muri del chiostro meridionale sono collocate epigrafi del XV e del XVI secolo e parte di un castello per campane.
La fototeca del Museo ha un patrimonio di circa 8000 fotografie e 150 cartoline dedicate principalmente alla riproduzione iconografica di Crema e del Cremasco.
Una parte importante della fototeca è costituita dalle fotografie del Fondo Manini, relative a momenti della vita dell’architetto e scenografo cremasco Luigi Manini e in parte scattate dallo stesso.
Un nucleo importante della fototeca è costituito dalle fotografie scattate dal maestro Giovanni Campi tra il 1910 e il 1930, che testimoniano luoghi e aspetti della città di Crema ormai scomparsi o notevolmente trasformati.
Il secondo gruppo numericamente importante della fototeca è costituito dalle fotografie della città di Crema scattate negli anni ’60 e ’70 dallo studioso di storia locale Mario Perolini. I soggetti delle fotografie del Perolini furono ripresi nel 2000 dai volontari del Fotoclub di Ombriano, che hanno condotto una nuova campagna fotografica documentando i mutamenti urbanistici e sociali della città nell’arco di quarant’anni.
Vanno inoltre menzionate le fotografie prodotte dal Gruppo Antropologico Cremasco prodotte a partire dagli ’80 e scattate da Dino Zanini e le fotografie relative alle collezioni del Museo realizzate dal fotografo Francesco Anselmi.

Le collezioni del Museo di Crema si sono formate in modi differenti: il nucleo più consistente è nato al momento della fondazione dell'istituto, con la selezione e la raccolta dei reperti e degli oggetti che i curatori del tempo ritenevano significativi per illustrare la storia e la cultura della città e del suo territorio.

In alcuni casi il Museo ha acquisito collezioni preesistenti, raccolte di oggetti e opere d'arte che erano state formate in precedenza. Al di là dell'interesse storico o artistico che rivestono i singoli oggetti, le collezioni raccontano molte cose anche del gusto e degli interessi personali e culturali di chi le ha formate.
Altri oggetti sono giunti successivamente, in seguito a scoperte fortuite (come le piroghe) o più semplicemente grazie alle generose donazioni dei cittadini.

Ancora oggi il museo incrementa le proprie collezioni mediante il prestito, lo scambio o l'acquisto di nuovi oggetti e opere d'arte. Negli ultimi anni il patrimonio museale si è arricchito notevolmente grazie all'acquisto della collezione Tinelli, una delle collezioni di macchine per scrivere di produzione italiana più significative e complete a livello nazionale, e della collezione Bacchetta, un nucleo di opere pittoriche di produzione cremasca del XIX e del XX secolo.  

La sezione di Arte offre un’ampia panoramica dei maggiori artisti cremaschi e di coloro che hanno operato nei secoli sul territorio, a partire dalle importanti testimonianze del XV e del XVI secolo, con gli affreschi provenienti dalla chiesa di San Domenico in Crema, dall’ex cappella incorporata alla cascina Monasterolo di Dovera e con le opere di V. Civerchio e gli affreschi di A. Buso. Il XVI secolo è rappresentato in particolare da una Natività del Caravaggino, una Sacra Famiglia di C. Urbino e la tela dei SS. Girolamo e Francesco.
Testimonianza preziosa della chiesa di S. Agostino, annessa al convento di Crema e oggi non più esistente, sono invece le pale di Carlo Urbino, Palma il Giovane e Fra Sollecito Arisi. Dalla Basilica di S. Maria della Croce proviene inoltre un’interessante Testa di Santa, opera di A. Fondulo, attivo tra il XV e il XVI secolo. Particolarmente interessante è la serie di tavolette lignee da soffitto del XV-XVI secolo, dipinte con soggetti zoomorfi, antropomorfi e stemmi che dovevano adornare i palazzi cittadini e le dimore signorili di Crema e del territorio.
La produzione Secentesca è documentata invece dalle opere di G. G. Barbelli, T. Pombioli, A. Ferrario e G. B. Lucini e da un’interessante serie di ritratti di personaggi di casa Benvenuti. Il Settecento è il secolo di Mauro e Tommaso Picenardi, ma il Museo documenta anche l’attività di artisti esterni che testimoniano la vivacità della richiesta di produzione artistica in questo periodo.
Le collezioni testimoniano infine la produzione artistica moderna e contemporanea, con una particolare attenzione agli autori di Crema e del territorio.

La notevole variazione del paesaggio cremasco nel corso dei secoli, dovuta principalmente all’andamento delle acque, aiuta a comprendere più compiutamente le ragioni della forte discontinuità che si osserva nelle testimonianze archeologiche dalla preistoria all’età medievale.

La documentazione più antica per questa regione risale al Paleolitico ed è rappresentata dalle faune fossili recuperate nei fiumi. In Museo sono esposte le ossa della mandibola e un palco di corna di cervo rinvenute nell'Adda e il cranio di un bisonte, rinvenuto a Quinzano d'Oglio. La prima frequentazione antropica del territorio è documentata nel Mesolitico ma in Museo sono conservati strumenti in selce scheggiata e lame d'ascia in pietra levigata del Neolitico, che testimoniano per questo periodo l'esistenza di scambi a lunga distanza attraverso la pianura.
Nella Preistoria la presenza umana risulta particolarmente significativa per l’età del Bronzo, come testimoniano i ritrovamenti del cimitero del Cantuello di Ricengo e dell’insediamento di Vidolasco, che costituisce una testimonianza estremamente significativa del popolamento della Pianura in un’epoca altrimenti caratterizzata da un marcato decremento demografico.

Nel Cremasco, la presenza dei Celti è documentata archeologicamente dai cimiteri, databili tra il III e il I sec. a.C. A partire dal III sec. a.C. i Romani estendono la loro influenza all'Italia Settentrionale, mediante l'occupazione militare, la realizzazione di strade e insediamenti (Cremona viene fondata nel 218 a.C.) e la distribuzione di terre da coltivare ai nuovi coloni. Nei territori a nord del Po la politica di annessione romana è più lenta e graduale e avviene mediante la costituzione di alleanze politiche con i maggiorenti delle tribù indigene. L'influenza romana porta ad un cambiamento complessivo del quadro culturale della regione: progressivamente il latino diventa la lingua comune, vengono prodotti vasi, suppellettili e ornamenti di gusto romano e scompaiono alcuni riti funerari più antichi. Questo processo lento e graduale viene definito romanizzazione e si prolunga fino agli inizi del I. sec. a.C.
I reperti esposti in Museo testimoniano il progressivo cambiamento del rituale funerario dovuto al contatto con i Romani: nelle tombe compare vasellame di gusto romano e progressivamente scompaiono le armi, che caratterizzavano invece il corredo delle tombe celtiche maschili più antiche.
I terreni sono divisi in lotti e distribuiti ai contadini e il territorio viene occupato in modo capillare da fattorie e piccoli centri produttivi.

Nel territorio compreso tra Adda e Oglio gli insediamenti e i cimiteri di età romana sono poco documentati ma possiamo citare il piccolo centro di Camisano e la villa rustica di Gallignano. Il resto della documentazione archeologica è costituito da ritrovamenti tombali a Offanengo, Madignano, Castelleone (località Le Valli, Cassacavra e Corte Madama) e Genivolta.
La pianura padana è attraversata da un fitto reticolo di vie stradali e fluviali che consentono l'arrivo di prodotti provenienti da tutte le province dell'impero: in Museo sono esposte alcune anfore, i grossi recipienti di ceramica destinati al trasporto di olio, vino e salse di pesce prodotti lungo le coste dell'Adriatico, in Spagna e nel Mediterraneo Orientale.

Solo in età tardoantica la presenza romana sul territorio è documentata in forme monumentali: una grandiosa villa viene infatti edificata a Palazzo Pignano. Secondo una concezione tipicamente romana la villa è organizzata in una parte residenziale, dotata di un impianto di riscaldamento e decorata con mosaici policromi, e una parte destinata invece alle attività produttive del grande latifondo che doveva circondarla. In prossimità della residenza viene costruito un edificio sacro, dotato di fonte battesimale
In età altomedievale il territorio cremasco subisce le sorti degli altri territori dell'Italia Settentrionale e fu occupato dagli Ostrogoti e successivamente dai Longobardi. In Museo sono esposti i corredi delle tombe di guerrieri longobardi rinvenute ad Offanengo (VII secolo) e Castelgabbiano (VI-VII secolo).
Le collezioni del Museo si completano infine con la produzione ceramica rinascimentale e con alcuni elementi della decorazione architettonica in terracotta proveniente dal Duomo di Crema.

Nella parte espositiva fluviale sono esposte quattro delle tredici piroghe possedute dal museo, contestualizzate in un allestimento suggestivo e coinvolgente. Un tappeto multimediale interattivo ti consentirà di imparare divertendoti come si costruivano queste possenti imbarcazioni centinaia di anni fa.

Le collezioni di Storia forniscono un’interessante panoramica della storia cittadina nel periodo compreso tra il XV e il XX secolo e sono costituite da una pregevole raccolta cartografica, in cui spiccano due disegni del XVII secolo relativi alla Roggia Comuna, da manoscritti e documenti stampati ed infine da una eterogenea collezione di oggetti come monete, medaglie, timbri amministrativi e armi.
La documentazione più antica della storia di Crema è andata perduta a causa degli incendi che devastarono prima la città (1160) e successivamente il suo archivio (1449). Di questo lungo e tormentato periodo rimane la rappresentazione dell’episodio degli ostaggi di Crema, avvenuto nel corso dell’assedio di Federico Barbarossa del 1159-1160, in una grande tela ottocentesca di Gaetano Previati.
I documenti testimoniano invece il periodo di relativa tranquillità di cui godette la città dal 1449 in poi, anno in cui passò sotto il dominio di Venezia, che diede impulso allo sviluppo urbanistico, culturale ed artistico di Crema e del territorio, come testimoniano ad esempio gli stemmi di alcuni Accademici, l’attività del Teatro, già attivo nel XVII secolo e la Cappella del Duomo.
Le collezioni comprendono infine documenti estremamente eterogenei relativi al periodo Risorgimentale e ai due conflitti mondiali.

La sezione musicale del Museo di Crema documenta il ruolo rivestito da Crema dal XVII secolo fino ad oggi nella produzione musicale, grazie all’attività di due istituzioni che per secoli hanno costituito importanti punti di promozione e diffusione dell’attività musicale: la Cappella musicale della Cattedrale e il Teatro, ampliato nel 1784 su progetto di G. Piermarini e distrutto nel 1937. Alle due prestigiose istituzioni sono legati nomi di musicisti di notevole levatura come Francesco Cavalli, figlio di un maestro di cappella, compositore, organista, cantore nella Cappella Marciana di Venezia, e Giovanni Bottesini compositore, direttore d’orchestra e contrabbassista di fama internazionale.
Anche l’artigianato legato alla produzione musicale, trasse beneficio dalla presenza attiva delle due istituzioni. Lo testimoniano i diversi strumenti esposti ed in particolare i violini del liutaio cremasco A. Rovescalli e i numerosi documenti che attestano la qualità della produzione organaria cittadina attiva dalla fine del XVIII secolo fino ai giorni nostri.

Il Museo conserva infine una ricca documentazione grafica costituita da bozzetti per scenografie teatrali dei maggiori scenografi cremaschi che svolsero la loro attività anche nel teatro sociale cittadino: Luigi Manini e Antonio Rovescalli.
Un allestimento ricostruisce la dimora padronale di una cascina cremasca di fine ‘800 – inizi ‘900. In una simile tipologia abitativa potevano trovare alloggio personaggi differenti, in genere posti al vertice dell’attività contadina, come il proprietario del fondo agricolo, l’affittuario, il fattore, che lavorava per conto del padrone o il mezzadro, che lavorava la terra dividendo a metà gli utili con il proprietario.
All’interno degli ambienti espositivi vengono illustrate le tecniche per la coltivazione del lino e la lavorazione dei tessuti, per proseguire quindi nella ricostruzione della cucina, con tutti gli oggetti e gli strumenti utilizzati nel corso delle attività quotidiane: la gremola per impastare il pane, la zangola per il burro, le pentole e tutte le suppellettili che si impiegavano per cucinare e servire a tavola. Il percorso prosegue nella camera da letto, chiamata suler, posta generalmente al primo piano della casa contadina, dove oltre ai mobili tradizionalmente presenti in questo ambiente si possono osservare alcuni oggetti particolari, come il guantone per il gioco della palla e un velocipede.

Le sale Agello sono adibite alla realizzazione di mostre di arte e storia contemporanea.
 
Il grande cortile retrostante il Museo, sul quale si affacciano gli spazi espositivi della Sezione di Archeologia Fluviale, è occupato da un grande palco utilizzato prevalentemente nel periodo estivo per organizzare concerti, recite ed attività teatrali.




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domenica 1 marzo 2015

MUSEI MILANESI : LA PINACOTECA AMBROSIANA

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La Pinacoteca Ambrosiana è un museo di Milano.

Venne fondata da Federico Borromeo nel 1618 nei pressi della Biblioteca Ambrosiana, istituita già nel 1609. L'istituzione nacque per assicurare una formazione culturale gratuita a chiunque avesse qualità artistiche o intellettuali. Alla Pinacoteca fu infatti affiancata, fin dal 1621, un'accademia di pittura e scultura, con calchi in gesso del Laocoonte e della Pietà di Michelangelo provenienti dalla raccolta di Leone Leoni. Il primo docente di pittura fu il Cerano; unico allievo di una certa importanza fu Daniele Crespi.

Una "Seconda Accademia Ambrosiana", riformata in senso classicista su impulso del pittore Antonio Busca e dallo scultore Dionigi Bussola, fu attiva tra il 1668 e la fine del Settecento.

Nella Pinacoteca si possono trovare oggi opere, provenienti dalla collezione di Federico Borromeo (nei quattro corridoi che circondano la sala di lettura della Biblioteca) e da numerosi lasciti successivi, tra cui dipinti di Leonardo, Botticelli, Bramantino, Bergognone, Bernardino Luini, Tiziano, Jacopo Bassano, Moretto, Caravaggio, Morazzone, Daniele Crespi, Andrea Appiani, Francesco Hayez.

Interessante dal punto di vista storico è la produzione di copie da dipinti celebri, promossa da Federico Borromeo per scopi didattici e documentativi, come la replica dell'Ultima Cena di Leonardo, che già nel XVII secolo era in condizioni assai precarie.

Le sale 1, 4, 5, 6 e 7 contengono la collezione dei dipinti donati nel 1618 da Federico Borromeo. Si tratta del nucleo originario della pinacoteca, per questo si è scelto di evidenziarlo in sale dedicate, ispirandosi nell'allestimento al Musaeum pubblicato dal cardinale a Milano nel 1625, dove è descritta la prima sistemazione della raccolta.

Le sale presentano dipinti leonardeschi e veneti del Cinquecento (sale 1 e 4), il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, il Canestro di frutta di Caravaggio e dipinti del Cinquecento italiano (sala 5), lombardi contemporanei (sala 6) e fiamminghi contemporanei (sala 7).

Le altre sale ospitano dipinti ottenuti con altri lasciti. Un importante nucleo riguarda il XV secolo e ancora più consistente è quello del secolo XVI. La sala 2 è dedicata ai pittori soprattutto fiorentini, lombardi e veneti, tra cui anche il Ritratto di musico di Leonardo, la 3 ai lombardi, la 10 ai veneti, la 11 soprattutto ai toscani, la 12 ai bresciani e i veneti, la sala 29 a Bernardino Luini.

A partire dalla sala 8 (della Medusa), si entra negli spazi aggiunti nel 1928, già annessi della basilica di San Sepolcro, che vennero allestiti nel 1929-1931 sotto la direzione di Alessandro Minali.

La sala della Medusa, che prende il nome dalla fontana di Giannino Castiglioni, e quella successiva (9, delle Colonne), conservano dipinti e le raccolte di oggettistica.

La sala 13 è detta di Niccolò da Bologna, dal nome del miniatore trecentesco (autore del Codice ambrosiano B 42 Inf.) che ha ispirato i rilievi di due lunette, opera rispettivamente di Domenico Buffa e Rodolfo Castagnini con pitture di Archimede Albertazzi, ed ospita opere fiamminghe e italiane del tardo Cinquecento e del Seicento, tra cui spicca il nome di Guido Reni.

L'allestimento delle successive sale, sempre relativo ai lavori degli anni trenta, ricrea un ambiente signorile milanese di fine Sette-inizi Ottocento. Nella sala 14 si trova un ballatoio con una finta biblioteca e cento stemmi di famiglie nobili lombarde, opera di Archimede Albertazzi, restaurati da Francesco Manzoni dopo i danni bellici. La vetrata è di Domenico Buffa e raffigura Sant'Ambrogio. Le sale 15 e 16 sono dedicate al Seicento lombardo, la 17 al Sei e Settecento.

La sala 18 ospita le opere più importanti della collezione donata dal conte Giovanni Edoardo De Pecis nel 1827 e accresciuta nel 1828 e nel 1830 dai lasciti di sua sorella Maria, vedova Paravicini. Comprende dipinti italiani e fiamminghi e una ricca raccolta di bronzetti neoclassici.

La sala 21 è composta da tre ambienti in successione aperti sulla sala della Medusa e quella delle Colonne, ospitanti un gruppo di dipinti fiamminghi e tedeschi dei secoli XV, XVI e XVII secolo, in larga parte dalla Collezione De Pecis. Sul finestrone centrale, rivolto verso l'aula di lettura della Biblioteca, si trova la vetrata dantesca di Giuseppe Bertini, già nell'attuale sala Borromeo (già sala Stocchetti) e qui posta dal 1929.

La sala 19 presenta una selezione degli oltre duecento dipinti ottocenteschi e dei primi anni del Novecento della galleria, fino alla guerra modniale interamente esposti nel percorso. Si tratta soprattutto di opere di artisti attivi a Milano, con nomi dei migliori maestri quali Andrea Appiani, Francesco Hayez, Mosè Bianchi, Adriano Gajoni. La sala 20 è occupata dal peristilio.

La sala 22 è il lungo corridoio decorato da sculture e affreschi, secondo l'allestimento del 1966. Spiccano le opere del Bambaia, provenienti dal Monumento funebre a Gaston de Foix e da un'altra tomba, e quattro affreschi dalla chiesa di Santa Maria della Rosa, demolita nel 1831 per ampliare gli spazi dell'Ambrosiana. I reperti lapidei, antichi, medievali e rinascimentali, sono stati selezionati dal portico del Cortile degli Spiriti Magni.

La sala 23 ospita il Museo Settala, ovvero la collezione di Manfredo Settala (1600-1680) donata all'Ambrosiana con acquisto definitivo nel 1751. Si tratta di una raccolta scientifica di gusto enciclopedico, con animali esotici imbalsamati, scheletri di uccelli e pesci rari, conchiglie, crostacei, coralli, cristalli, pietre dure, fossili, strumenti scientifici, orologi, astrolabi, reperti di civiltà precolombiane e altri oggetti. A ciò vanno aggiunti arredi, dipinti, libri e manoscritti che costituiscono una vera e propria Wunderkammer. Di tale raccolta è oggi esposta solo la quadreria.


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