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domenica 28 giugno 2015

CUNARDO



Cunardo è un comune della provincia di Varese noto fin dall'epoca antica, per la lavorazione della ceramica.

Cunardo, deriva dal celtico “Kun Ard”, che significa Posto in alto, e quindi punto d’incontro delle tre valli varesine Valcuvia, Valganna, Val Marchirolo.
In epoca tardo medievale Cunardo era compreso nel feudo di Valtravaglia, concesso al conte Franchino Rusca dal duca di Milano Filippo Maria Visconti, nel 1438.
Nel 1583 il territorio passò alla famiglia Marliani.

Nel XVIII secolo, essendo comune di scarso interesse, l'amministrazione era curata esclusivamente dal sindaco, che procedeva nell'ordinaria amministrazione, mentre per gli eventi straordinari veniva coadiuvato da un gruppo di cittadini. Nel 1751 la popolazione ammontava a 443 abitanti.

Nel 1757 il comune fa parte della Pieve di Val Travaglia. Nel 1786 Cunardo entra nella provincia di Gallarate, e successivamente di Varese, a seguito dell'editto austriaco che divide la regione Lombardia in otto province. Nel 1791 il comune passa alla provincia di Milano. Il primo Consiglio comunale fu eletto nel 1821.

Il paese è posto ai piedi di due monti (Monte Castelvecchio e monte Penegra). Il monte Castelvecchio prende il suo nome dalla fortezza fatta costruire dai Longobardi nel 700 d.C. che dall'alto dominava la valcuvia e la val Marchirolo. Nel comune di Cunardo si ramifica nel sottosuolo una grotta chiamata "Orrido di cunardo" nella quale scorre anche il fiume Margorabbia. Alcune tra le zone importanti della grotta sono l'Antro dei Morti, Lago Ignoto e Grotta della Madonnina.

Cunardo vanta un antichissimo mulino ad acqua, il Molino Rigamonti, di proprietà della famiglia Rigamonti dal 1787. Ancora oggi tutto l’impianto dell’epoca è completamente funzionante e produce crusca, farina integrale, farina da polenta, fine e grossa.

Il Molino Rigamonti si trova lungo il fiume Margorabbia, al confine tra Cunardo e Ghirla.
È un mulino ad acqua. L’acqua della roggia di derivazione viene convogliata in un canale così che, per caduta, fa girare una ruota idraulica verticale in ferro. È il movimento di questa ruota a produrre l’energia necessaria per il funzionamento, tramite una serie di cinghie e di ingranaggi, di tutte le attrezzature necessarie alla macinazione: le macine, la tramoggia, il buratto.
La costruzione del mulino si perde nei secoli. Notizie certe si hanno a partire dal 1787, quando la famiglia Rigamonti acquistò l’impianto da Pasquale Aimetti. La famiglia Rigamonti proveniva da Barzago, in Brianza, ecco il perché della denominazione Molino Barzago, denominazione che ha poi contrassegnato anche la località.
Nel 1891 furono poste le basi per la costituzione della società “Fratelli Rigamonti” per l’attività – così come recita il certificato rilasciato dalla Camera di commercio di Varese – “di oleificio per la fabbricazione degli olii di semi e mulino di granoturco, commercio al minuto di semi e panelli, farina di granoturco e cascami”. Il mulino serviva i contadini e i proprietari che vi portavano il granoturco, che macinato forniva la farina per la polenta, piatto principe nell’alimentazione del passato. Fino al 1951 presso il mulino veniva prodotto anche olio di noci.
La ruota del mulino, immutata, continua a girare grazie alle incessanti e appassionate attenzioni della famiglia Rigamonti, che ancora oggi è proprietaria di questo gioiello. Tutto l’impianto è dell’epoca e completamente funzionante.
L’attuale proprietario, Riccardo Rigamonti produce e vende farina integrale, crusca, farina da polenta, fine e grossa.
L’antico mulino ad acqua Rigamonti, forse l’unico ancora attivo in tutta la provincia di Varese, costituisce ormai una tappa significativa degli itinerari turistici locali.
L’area in cui sorge il mulino, che ha rispettato nel corso degli anni il verde circostante, viene inserita nel 2010 nel Parco regionale Campo dei fiori.
Sempre nel 2010 la Regione Lombardia riconosce al Molino Rigamonti la qualifica di “negozio di storica attività”. Nel 2011 nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’impresa viene inserita tra le 150 imprese storiche d’Italia premiate a Roma durante la cerimonia “Italia 150.
La chiesa della Beata Vergine del Rosario, amatissima dai Cunardesi è destinata alla devozione fin dal 1300. Sulla parete esterna del pronao è dipinto l’affresco della Madonna delle Grazie o delle Rose. L’opera, che raffigura la Vergine con in braccio il Bambino, fu eseguita dal professor Valli di Brebbia nel 1940.
La chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio, in stile tardo barocco, fu costruita sullo stesso luogo dove sorgevano edifici di culto precedenti e fu consacrata nel 1779. La tradizione vuole che nella costruzione sia stato utilizzato il materiale del vecchio castello da tempo abbandonato. All’interno vi sono affreschi di Alessandro Valdani da Chiasso e l’organo costruito nel 1833 dagli organisti Arioli & Franzetti, usato regolarmente durante la liturgia per sostenere il canto della corale parrocchiale.

Al centro del paese si apre la bellissima piazza IV Novembre, con la “Vittoria alata”, il monumento ai caduti cunardesi delle due guerre. L’opera è stata realizzata negli Stati Uniti dallo scultore locale J. G. Sassi. Il marmo, il bronzo e la modella sono americani e questo è uno dei pochi monumenti in Italia realizzato con marmo statunitense.

Cunardo è attraversata anche da un tratto della Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero durante la Prima Guerra Mondiale, ma mai utilizzato.

Numerose sono inoltre le cappelle votive e gli affreschi sulle facciate delle vecchie case che si possono trovare passeggiando nel paese. In particolare vi sono due affreschi del pittore locale Antonio da Tradate, attivo lungo le sponde del Lago Maggiore e le valli ticinesi tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo. Sono la “Madonna in trono”, nella frazione di Raglio e la “Pietà” in via Vaccarossi.

Sulle facciate delle case più vecchie, si possono trovare anche diversi motti fascisti risalenti agli anni ’30.

Cunardo vanta antiche tradizioni nella lavorazione della ceramica, pare che l’inizio della sua produzione risalga al tempo dell’Imperatore Tiberio.

Nel 1796 Camillo Adreani rivitalizzò la ceramica di Cunardo, con l’introduzione di colorazioni verdi e blu la cui lucentezza era insuperabile e che ornò una produzione quasi esclusiva costituita da vasi per unguenti e profumi e vasi per speziali, venduti anche Oltralpe. Adreani impiantò il suo laboratorio di ceramica sfruttando le conoscenze dell’arte apprese a Faenza. La materia prima era a portata di mano: l’argilla dei luoghi, la legna dei boschi, l’acqua pura, sono gli ingredienti che hanno consentito di creare una felice storia della ceramica nella provincia di Varese.
 Alcuni pezzi decorati col “blu Cunardo“, (colore di cui solo i maestri cunardesi conoscevano il segreto della produzione) sono ormai autentiche rarità e sono conservati al Museo internazionale delle ceramiche di Faenza e al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Nel 1896 le fabbriche di ceramica a Cunardo risultavano essere quattro; oltre ad esse, vi erano svariate fornaci per laterizi e calcina. Delle molte fabbriche storiche di maioliche del Piambello, oggi ne sopravvive solo una, sorta sui resti di una fornace da calce ottocentesca, attiva fino agli anni ’30.

Nel 1951, la famiglia di Gianni e Giorgio Robustelli fonda la ceramica Ibis. Dagli anni ’60, con l’istituzione dell’Associazione Culturale Cun-Art, la ex fornace da calce diventa luogo di incontro per artisti di livello mondiale, desiderosi di cimentarsi con l’arte ceramica. Tra le illustri firme rimaste alle Fornaci si leggono infatti quelle di Fontana e Burri, di Guttuso e Ennio Morlotti, di Baj e di Schumacher. Importante è la presenza alle Fornaci di Aldo Carpi e il ricordo delle gustose liti tra Guttuso e Alberto Milani. Anche Piero Chiara veniva a dilettarsi alle Fornaci, tanto da aver lasciato una collezione di piatti, dipinti di sua mano e destinati a essere riprodotti sulle copertine di alcuni suoi romanzi. Vittorio Tavernari ha sua volta prodotto per gli amici Robustelli le sue uniche ceramiche. Piaceva lavorare qui anche ai Frattini, padre e figlio, a Spaventa Filippi e Sergio Pasetto, a Gottardo Ortelli e Luciano Ferriani.

Nel 2014 Giorgio Robustelli ha creato l’associazione “Amici delle Fornaci Ibis”, che ha come scopo il rilancio culturale delle Fornaci di Cunardo con iniziative incentrate non necessariamente sull'arte ceramica, ma che spaziano anche in altre forme di espressione.



Le grotte di Cunardo si sono formate dove il fiume Margorabbia ha scavato nella roccia calcarea, nel corso dei millenni, uno spettacolare traforo idrogeologico, tra cui una grotta ampia e lunga circa una centinaia di metri, percorribile anche da persone poco esperte. E’ un fenomeno naturale unico in Lombardia

Si tratta di un complesso ed importante traforo idrogeologico unico in Lombardia.Comprende le grotte Pont Niv e Antro dei Morti ma si collega anche con altre grotte.Si sviluppa in forma di labirinto di gallerie,ora ampie,ora anguste,scavate dalle acque,talvolta in pressione(condotta forzata) con diversi sifoni attivi di cui due importanti. E percorso dal torrente Margorabia che, nei periodi di piena allarga i rami attivi e rende pericoloso l'accesso a buona parte delle grotte.

Ingresso a spaccatura orizzontale larga m.20 tra strati orizzontali.Inoltrandosi si costeggia una cartiera diroccata,si lascia a destra un laghetto e si prende a sinistra fino ad un salto di m.3.Alle spalle vi è un laghetto limpido e calmo a monte del quale si trova un vasto e scomodo labirinto. Scendendo invece,si giunge ad una comoda galleria,a sinistra della quale si staccano alcuni cunicoli tortuosi; a destra si sbocca  ai due terzi di un pozzo con violenta cascata di una dozzina di metri.Proseguendo su un terreno molto sdrucciolevole si perviene ad un salto di 12 metri che si affaccia su di un vasto cavernone. Superato si accede ad una galleria levigata,un successivo  salto di 3 m. ci permette di arrivare nel cavernone  che si attraversa completamente per raggiungere l'ingresso di una galleria che porta,dopo un nuovo pozzetto di m.8,direttamente al laghetto terminale.Il lago terminale o lago sferico,così chiamato per la forma della volta, ha una quindicina di metri di diametro ed è in comunicazione attraverso un sifone lungo una trentina di metri,con l'Antro dei Morti.

Ingresso pure a spaccatura orizzontale larga una ventina di metri tra strati orizzontali.La grotta si divide in 2 parti distinte:la prima, a sinistra, detta galleria del torrente,è lunga 120m. circa.Da una bassa volta laterale esce il torrente, alimentato dal cosiddetto lago Ignoto che comunicava,per via subacquea  col Lago Sferico di Ponte Nativo.Seguendo il corso del torrente si arriva a  un piccolo e suggestivo laghetto che comunica con l'esterno per mezzo di un breve sifone.Piegando sulla sinistra del lago ed inoltrandosi nella prima parte del labirinto, si giunge in breve alla seconda uscita della grotta che si affaccia nella parte superiore del profondo Orrido nel quale si getta il torrente Margorabia. La seconda parte della grotta è costituita dalla cosiddetta galleria  asciutta o fossile,lunga 180 metri.

Il complesso carsico di Cunardo  venne visitato numerose volte nel passato soprattutto per il suo facile accesso e per la vicinanza con i centri abitati.Una buona descrizione venne data nel 1923 da A.Bohm e A.Di Renzo e la pianta dell'Antro dei Morti,pubblicata in quella occasione,fece testo per molti anni.Successivo è l'interessamento da parte di squadre di speleologi che miravano alla soluzione dell'ultima delle incognite di questo complesso ipogeo,cioè il collegamento  sotterraneo tra il Ponte Nativo e l'Antro dei Morti. A ciò si dedicarono in particolar modo elementi di Gruppi Grotte di Varese, Desio,Milano e Como cui si devono le scoperte  e le esplorazioni  del cosiddetto lago Ignoto  nella prima parte dell'Antro dei Morti,del lago Sferico e l'individuazione del sifone terminale del Ponte Nativo.Nel 1954 due sommozzatori del Gruppo Grotte Milano,forzarono felicemente il sifone n.2 che collega il laghetto terminale dell'Antro dei Morti con lo sbocco della grotta sull'Orrido.IL 7 ottobre 1954 venne finalmente effettuato il superamento del sifone n.1 che unisce ,l'Antro dei morti con il Ponte Nativo.

Il torrente Margorabia ,che prende origine dal Monte Martica,dopo aver percorso la Valganna, alimentando i laghetti di Ganna e Ghirla , con un notevole salto all'altezza di Cunardo scende in Valcuvia per gettarsi,infine,nel Lago Maggiore unitamente al Fiume Tresa,poco a sud di Luino.Nel salto tra Cunardo e Ferrera il Margorabia ha traforato il gradino roccioso formando le due caverne che si susseguono separate da un sifone.Questo complesso carsico sotterraneo costituisce l'unico traforo naturale lombardo d'un corso d'acqua quasi solo superficiale.Subito a monte della grotta superiore le acque del torrente sono trattenute da una piccola diga che alimenta la centrale di Ferrera Valcuvia.

Dal punto di vista archeologico meritano menzione alcuni frammenti di ceramica romana raccolti da C. Chiesa nel 1937 ed altri d'età meno remota rivenuti da G. C. Cadeo e G. Orlandi nel 1948.

Cunardo è famosa per la pista di sci di fondo “Sole e Neve”. La pista è gestita dallo Sci Club Cunardo, che ogni anno organizza corsi individuali e di gruppo. Numerose sono anche le scuole che sfruttano il centro per proporre ai propri alunni un’attività di avviamento alla pratica dello Sci di fondo.

Il percorso della pista Sole e Neve parte dalla Baita del fondista, fornita di locale ristoro, spogliatoi, docce, noleggio del materiale tecnico, impianto di illuminazione, impianto di innevamento programmato (il primo realizzato in Italia per l’approntamento di una pista di sci di fondo, nel 1987).

D’estate la pista da sci si trasforma in bellissime piste ciclabili, completamente asfaltate, che collegano Cunardo con i paesi vicini. Le piste si addentrano nei prati e nei boschi e permettono di ammirare i tesori cunardesi (costeggiano anche il Molino Rigamonti e la Fornace Ibis).

Numerose sono le manifestazioni organizzate dalle associazioni cunardesi. Le più importanti hanno luogo durante il periodo estivo.
Ogni anno, a giugno, la Pro Loco organizza il Palio dei Rioni, una gara dove per tre settimane i 6 rioni di Cunardo (Borgo, Filanda, Ponte Nativo, Pozzo Castelvecchio, Raglio, Sasso Morone) si sfidano in diversi giochi.
Nel mese di luglio, il gruppo folkloristico I Tencitt organizza, presso la Baita del fondista, il Festival Internazionale del folklore, che trasforma Cunardo “nell’ombelico del mondo”. Due settimane di danze, canti, musiche e colori da ogni parte dell’Italia e del mondo.

Ad agosto arriva invece uno degli appuntamenti più attesi dell’estate cunardese, la Sagra della patata, con un menù ricco di specialità. Il ricavato è donato ogni anno alla Scuola Materna di Cunardo.

Sempre ad agosto, i cunardesi celebrano il loro Santo Patrono, Sant’Abbondio.

Il gruppo folkloristico I Tencitt a settembre organizza inoltre la Sagra del fungo, un appuntamento fisso per tantissimi appassionati, con un ricchissimo stand gastronomico.

La festa più sentita dai Cunardesi è però la Festa della Madonna del Rosario, considerata la vera “Festa del paese”, che ha luogo la prima domenica di ottobre. Ogni anno, dopo le celebrazioni religiose e la processione per le vie del paese con la statua della Madonna del Rosario, si tiene l’incanto dei canestri, dove i doni (solitamente prodotti gastronomici) che i Cunardesi offrono alla Madonna vengono “venduti all’asta”. Il ricavato è destinato al sostentamento della Parrocchia.

Fra le personalità cunardesi più influenti vi è sicuramente Vittorio Formentano, fondatore dell’AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue).
Formentano acquistò una residenza estiva ottocentesca a Cunardo, dove scelse di trascorre gli ultimi anni della sua vita.
A lui Cunardo ha dedicato il parco e l’anfiteatro Formentano, sede di numerose manifestazioni.

A Cunardo vive anche il campione Federico Morlacchi, il nuotatore italiano vincitore di tre medaglie di bronzo ai giochi paralimpici di Londra, un oro, un argento ed un bronzo mondiali, cinque ori europei e detentore del record del mondo dei 400 farfalla S9.



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sabato 6 giugno 2015

IL MUSEO CIVICO DI LODI

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Il museo civico di Lodi fu costituito nel 1868 con lo scopo di raccogliere e conservare i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Lodi vecchio e i dipinti di scuola lodigiana provenienti dalle chiese o dalle raccolte cittadine; fortemente voluto dalla locale Deputazione Storico Artistica, si proponeva come luogo per la conservazione e la valorizzazione delle "reliquie" provenienti dal territorio, indipendentemente dal loro pregio e valore intrinseco. Inaugurato nel settembre del 1869 con la denominazione di Museo storico-artistico ebbe sede, in origine, in alcune sale di Palazzo Provasi in via Legnano, in seguito, nei locali di Palazzo Tassis, poi in quelli di Palazzo Cadamosto e infine, dal 1876 nella sede attuale, Palazzo San Filippo, opera degli architetti Michele e Piergiacomo Sartorio, che ospita oltre alle collezioni museografiche anche la Biblioteca laudense.

Il Museo Civico a pianterreno, dopo l'ingresso con cancello in ferro battuto di Roncoroni (1958) e camino rinascimentale, e il cortile, giardino ornato da anfore romane, ospita la bellissima Sezione Ceramica, divisa in due comparti: nel primo (donazioni Dossena e minori) ceramiche padane e lodigiane dal XV al XIX secolo, tra cui preziosi manufatti delle fabbriche Rossetti, Coppellotti, Ferretti e Dossena; nel secondo (donazione Robiati) squisita collezione di maioliche lodigiane e italiane del '700.
Sempre a pianterreno, nel corridoio, le due sale della Sezione Archeologica che comprendono reperti di età celtica, etrusca e romana, tombe ed epigrafi funerarie e dedicatorie (a Mefite, Ercole, Tiberio e Agrippina) una colonna miliare del IV sec., epigrafi cristiane del VI sec., quasi tutte provenienti da Laus e dal territorio. Segue la Sezione Risorgimentale con armi, divise, stampe, documenti del Risorgimento: notevole il grande quadro di Pietro Bignami che raffigura la battaglia napoleonica al ponte di Lodi.
In fondo al corridoio, cortiletto con lapidi, sculture, iscrizioni funerarie dell'antico cimitero ebraico, frammenti del monumento a Napoleone, già in piazza Maggiore, abbattuto nel 1814. A sinistra la sala S. Paolo, ex chiesetta settecentesca trasformata in auditorium: alle pareti minori due tele d'argomento storico del primo '800. Si ritorna nel corridoio e si sale per lo scalone ornato da ferri battuti del '700 e dal busto di Ludovico Vistarini, nobile lodigiano, opera di Leone Leoni (sec.XVI). Di fronte, la Pinacoteca, che raccoglie affreschi, quadri, opere d'arte provenienti da chiese e case lodigiane. Nell'ordine, sono particolarmente degni di menzione: le formelle in legno dipinto dei fratelli Lupi con scene della vita della Madonna (sec.XV - dall'Incoronata - sala I); i corali miniati del vescovo Pallavicino (sec.XV sala II); gli affreschi delle storie del Battista di G. e M. Chiesa (sec.XV - dall'Incoronata - sala III); dipinti di Alberto e Callisto Piazza e di Cesare da Sesto (sale IV-V e VI); dipinti barocchi del Procaccini ed altri (sale VII e VIII); quadri settecenteschi e dell'Hayez. Le ultime due sale sono dedicate ad un'antologica di pittori e scultori lodigiani dell'800 e del primo '900. Uscendo dalla Pinacoteca, a sinistra il "Salone dei Notai", già sede dell'archivio notarile, ora restaurato e sede di mostre (nella volta, affresco del Carloni). A destra, l'ingresso alla Biblioteca Laudense, ricca di 120 mila volumi e di una preziosa raccolta di manoscritti, pergamene, codici (dal sec.XII in poi), incunaboli, cinquecentine, disegni e stampe. Va ammirata la solenne sala di lettura detta "Libreria dei Filippini" del XVIII sec. con scaffali e tavoli in noce intagliati dal Cavanna.

La Sezione archeologica conserva materiali provenienti da collezioni ottocentesche, esemplari provenienti dal territorio lodigiano, ritrovarti nell'Ottocento e nel corso di più recenti campagne di scavi. Vi sono esposti epigrafi della collezione Pontano e provenienti dall'antico  tempio di Ercole edificato sulle rive dell'Adda, reperti dell'età del bronzo, corredi di sepolture celtiche, armille a ovoli, vasellame di bronzo di epoca romana, il corredo della tomba del periodo golasecchiano di Mazzucca di Montanaro Lombardo. E ancora: epigrafi cristiane, sepolture celtiche e longobarde, reperti della Magna Grecia ed etruschi e infine bronzetti romani.

La Sezione ceramica conserva i manufatti dell'antica tradizione di Lodi che grazie all'abbondanza di argilla nel suo territorio è da sempre presente sul territorio. Dagli scavi archeologici dell'antica Laus Pompeia (l'attuale Lodi Vecchio), a fianco del materiale fittile proveniente dall'Etruria e dalla Magna Grecia si delinea anche una produzione locale, soprattutto di statuette votive e lucerne: reperti attualmente esposti nella sezione archeologica. Il tardo medioevo vede l'affermarsi dell'ornato in terracotta applicato all'architettura. Tra i decori più interessanti quelli dell'ospedale di Santo Spirito (oggi Ospedale vecchio), con le fasce in cotto del chiostro piccolo, della chiesa dell'Incoronata e di palazzo Mozzanica. Nel XV secolo la produzione ceramica d'uso quotidiano è ancora composta da terrecotte ingobbiate e sgraffite, decorate con la semplice gamma dei colori metallici.
I soggetti, in genere popolareschi, sono delineati rapidamente con freschezza e originalità. Nel secolo XVI, ed in quello successivo, doveva già esistere un'attività manifatturiera di buon livello qualitativo destinata principalmente all'esportazione, come si può dedurre dal rinvenimento di numerose lamentazioni circa gli alti dazi sulle maioliche estratte (secondo la terminologia del tempo) dalla città. Ma è appunto nel Settecento che si imposero, con la superbia delle loro realizzazioni, alcune fabbriche: su tutte quelle dei Coppellotti, dei Rossetti e dei Ferretti, dislocate prevalentemente a ridosso delle mura lungo l'Adda per avvantaggiarsi del trasporto sull'acqua e della vicinanza dei boschi da cui attingere la legna per i forni.
L'eccellenza delle ceramiche lodigiane fu favorita dalla raffinata perfezione della cottura a gran fuoco (cioè a elevate temperature), nonché dalla varietà del modellato e dalla bellezza e originalità delle decorazioni (policrome o monocrome) con scene mitologiche, disegni stilizzati e, in particolare, composizioni floreali. L'attività di alto profilo artistico continuò nell'Ottocento soprattutto grazie alla fabbrica Dossena. L'esposizione mussale si sviluppa in tre sale, secondo un criterio cronologico.

La Pinacoteca documenta in maniera significativa l'attività pittorica a Lodi dal XV al XVIII secolo. Del secolo XV è il ciclo di affreschi, strappati e riportati su tela, realizzati da Matteo e Giovanni della Chiesa per la chiesa dell'Incoronata. I Della Chiesa, pittori pavesi di influenza bergognonesca, furono attivi tra la fine del Quattrocento e il primo ventennio del Cinquecento. Il ciclo  illustra episodi della vita del Battista.  Un'altra coppia di artisti locali, Ambrogio e Pietro Donati, sono presenti con un altare, in legno intagliato, dipinto, graffito e dorato, che rappresenta storie della Vergine e Cristo, in nove formelle e sei pannelli.
Anche quest'opera proviene dal tempio dell'Incoronata, la più importante officina d'arte della città nel Rinascimento. I Donati teneva no una bottega artigiana attiva tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo.E proprio il XVI secolo rappresentò il secolo d'oro dell'arte pittorica lodigiana, che raggiunse i suoi esiti più alti con la famiglia Toccagni della piazza, poi passati alla storia come i Piazza.
Nel museo sono conservati: di Martino Piazza una Madonna con bambino e un San Bassiano; nell'ambito di Martino e ion collaborazione con Alberto, quattro scene con storie dei santi Asntonioo abate e Paolo eremita; di Callisto il ritratto di Ludovico Vistarini, un'Annunciazione, il Trittico di San Giuseppe, una Madonna con bambino, un Cristo morto sorretto da angeli; di Scipione, figlio di Martino, un'Adorazione dei Magi:sono poi esposte opere di Bartolomeo Bodoni, detto Bartolomeo da Pavia, Sollecito Arisi e una tela dell'ambito del Procaccini. Del XVIII secolo è una notevole veduta della Piazza Maggiore della città. Importanti poi sono tre opere ottocentesche: un volto di Cristo di Giovanni Carnovali detto il Piccio e un autoritratto e il ritratto di Teresa Zumalli Marsili col figlio.




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mercoledì 29 aprile 2015

LA CIVICA RACCOLTA DI TERRAGLIE

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Il Museo internazionale design ceramico civica raccolta di terraglia venne istituito nel 1970, nel cinquecentesco palazzo Perabò, situato nella frazione di Cerro. L’esposizione si concentra sulla terraglia, materiale ceramico che ha avuto larghissima diffusione nella realizzazione di oggetti decorativi e di uso comune.

La raccolta si presenta come un ideale campionario della produzione della Società Ceramica Italiana di Laveno dagli ultimi decenni dell’Ottocento al 1960, ma comprende anche alcune sale dedicate alle opere di importanti artisti e designer contemporanei, non necessariamente legati alla produzione locale.

Nelle sale del Museo sono esposte le opere di questi artisti-designer come Guido Andlovitz e Antonia Campi, che sono tuttora argomento di studio per ricercatori e professionisti del mondo ceramico.
Nelle numerose sale, allestite al piano nobile del Palazzo soprattutto grazie al deposito di pezzi artistici da parte della Richard Ginori 1735, si possono ammirare grandi vasi, portaombrelli, piatti e servizi da tavola finemente decorati, realizzati tra la fine dell'Ottocento e primo Novecento dalle maestranze della Società Ceramica Italiana (SCI) di Laveno Mombello; opere in stile Liberty e pezzi ormai rari di servizi igienici di manifatture italiane e straniere.
Sculture e pannelli in ceramica di Biancini,  Campi,  Andlovitz,  Melandri,  Gariboldi impreziosiscono le pareti del Palazzo e delle sale, attestando l'assoluto livello artistico delle opere prodotte nelle Ceramiche lavenesi.
Al piano terra del Palazzo sono esposte ceramiche di artisti moderni e contemporanei quali Enrico Baj, Agenore Fabbri, che hanno tenuto mostre importanti negli anni Ottanta e Novanta od hanno partecipato alle biennali d'arte denominate "Terra & Terra", testimoniate dai cataloghi in vendita al book shop.
Al Palazzo Perabò negli ultimi anni si sono tenute importanti mostre: Floriano Bodini, Sangregorio, Nino Cassan, Guido Andlovitz, le edizioni Madoura di Picasso, varie edizione della biennale nazionale "Terra E Terra, Arturo Manini, Lucio Fontana ed altre mostre a carattere ceramistico dedicate ai manufatti lavenesi.

Le opere attualmente esposte sono in parte un deposito della società Richard-Ginori, in parte provenienti dalle donazioni Scotti Meregalli e Franco Revelli, e costituiscono un pregevole  campionario, che va dal 1895 al 1935.
La raccolta risente ovviamente di tendenze artistiche sia storiche sia contemporanee: si hanno perciò decorazioni che vanno dal verismo romantico, ricco di colore e di sfumature, allo stile Liberty ed oltre.
Dopo il 1921, per l'influenza dell'architetto Guido Andlovitz, la produzione dell'antico e del Liberty, ormai superati, decade e si hanno decorazioni più libere e sciolte, anche se alcune su forme tradizionali.
Nella storia della Società Ceramica Italiana (S.C.I.) va detto comunque che, pur in collegamento con le esigenze dell'azienda in cui lavorava, ogni pittore ha sempre rivelato le sue predilezioni. Marco Reggiori, per esempio, si è caratterizzato per paesaggi con uccelli o nature morte; Ida Fonini per i paesaggi lombardi; Luigi Reggiori per i fiori, dei quali rispetta colori e lievità di toni, come pure Jacopini, che però preferisce associarli a paesaggi o nature morte; fiori anche per Giorgio Spertini, ma con tendenza alla stilizzazione orientaleggiante; infine Guido Andlovitz, eclettico per eccellenza, che si rifà all'antico come espressione personale. Fra i pezzi più significativi, per quanto riguarda la produzione contemporanea, vi sono opere di Ambrogio Pozzi, designer di Gallarate, Candido Fior di Bassano, Zanini e Thun di Milano, Galassi di Faenza, Bucci di Pesaro, Antibo di Savona. Fra i pezzi interessanti in esposizione si citano:
il grande piatto a croce con Madonna e san Giovannino di Focosi di Milano (1892-93)
un grande pannello di Angelo Biancini (1940)
due piatti con paesaggi con bordura Liberty (1906) di Jacopini
un vaso a smalto bruno stile Liberty di G. Spertini
una serie di preziosi piccoli servizi "Tete-a-Tete" in blu cobalto.



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martedì 28 aprile 2015

LE CITTA' DEL LAGO MAGGIORE : LAVENO MOMBELLO

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Laveno è la capitale turistica della sponda orientale del Lago Maggiore ed è la sede municipale del comune di Laveno Mombello. Importante è soprattutto il porto turistico che, tramite il servizio di traghetti, mette la cittadina in contatto con Intra, sulla sponda piemontese. Sopra il paese si erge il monte Sasso del Ferro, che è possibile raggiungere tramite una funivia e che rappresenta uno dei punti panoramici più frequentati del Lago Maggiore, non solo da semplici turisti ma anche dagli appassionati di deltaplano e parapendio.

La particolare posizione ne fece un punto strategico importante per tutti gli eserciti che passarono per questi territori: dai Romani, attraverso le casate dei Visconti, degli Sforza e dei Borromeo, sino a Garibaldi e agli austriaci.

Per il turismo Laveno Mombello rappresenta una delle mete del Lago più facilmente raggiungibili e ben collegate ai maggiori centri lombardi: le Ferrovie Nord, che la collegano con Varese e quindi con Milano, arrivano sino a pochi metri dal Lago, vicinissimo al centro; le Ferrovie dello Stato la collegano alla Svizzera; il traghetto permette di attraversare il Lago in auto e di raggiungere in poco tempo i centri turistici piemontesi; l'autostrada dei Laghi è comodamente raggiungibile sia, attraverso la superstrada Besozzo-Vergiate, a Sesto Calende, sia al di là del Lago, verso Gravellona Toce.

Il centro offre oggi al turista una notevole passeggiata sul Lungolago, con edifici porticati e percorsi pedonali. La vitalità della cittadina non manca di offrire spunti per lo shopping.

Laveno fu anche un importante centro di produzione di ceramiche e porcellane, tra i maggiori in Italia e in Europa. Le fabbriche, oggi chiuse, hanno dato vita alla Civica Raccolta di Terraglie, un museo che contiene le ceramiche artistiche più significative qui prodotte dalla fine dell'800 in poi. È possibile visitare il museo presso il Palazzo Perabò di Cerro, frazione di Laveno Mombello.
Il centro storico ospita la bellissima Villa De Angeli Frua, da visitare anche per il rinomato parco botanico. Non dista molti chilometri, lungo la Valcuvia, un'altra affascinante dimora, la Villa Della Porta Bozzolo, che si trova a Casalzuigno.

Tra gli eventi ricorrenti è da segnalare la Fiera Labiena, un mercatino di prodotti artigianali, gastronomici e artistici che si tiene ogni seconda domenica del mese, con l'eccezione di Gennaio e Febbraio.
Denso di suggestioni è il Presepe Sommerso e illuminato, che è possibile ammirare dai primi giorni di Dicembre sino alla fine delle festività natalizie e che viene posizionato nel lago nell'area antistante il pieno centro di Laveno.

Nel comune si hanno tracce di insediamento storico fino dall'antichità: a Mombello, infatti, si hanno tracce di palafitte del 3000 a.C.

Il nome Laveno deriverebbe da quello del comandante romano Tito Labieno, che qui aveva il suo accampamento e che sulla collina di Mombello ebbe uno scontro con i Galli; da qui proverrebbe anche il nome Mombello, cioè colle della battaglia in latino (mons belli).

In epoca medioevale fu un borgo abitato da pescatori. Le più importanti famiglie nobili legate a Laveno furono i Visconti e i Borromeo, a cui il territorio era infeudato, i Tinelli di Gorla, i conti Guillizzoni e i Sessa de Ceresolo, padroni della frazione Ceresolo in Cerro. Dall'Ottocento in poi ospitò le famose fabbriche della ceramica, tra le più grandi d'Europa. Le fabbriche, ora chiuse, hanno comunque dato vita ad un museo della ceramica, uno dei musei più interessanti della città.

Il comune di Laveno Mombello venne creato nel 1927 dalla fusione dei comuni di Cerro Lago Maggiore, Laveno e Mombello Lago Maggiore.

Ma è forse il 30 maggio 1859 la data più gloriosa della sua storia, quando il paese fu teatro delle battaglie di Giuseppe Garibaldi, che con le truppe dei Cacciatori delle Alpi fu respinto per ben due volte dagli Austriaci. Testimonianze dell'evento restano oggi nell'ossario della Torre del Castello, nel fortino che domina il golfo verso Cerro e nella caserma di punta San Michele, sede del Club velico Est Verbano.

Risale alla metà dell'Ottocento (1856) la nascita della vetreria che fece da nucleo originario ai futuri comparti ceramici industriali: la "Lago", la "Ponte", la "Verbano", prima come "Società Ceramica Italiana", poi come "Richard Ginori" e infine come "Pozzi Ginori". Una produzione fiorente che ha segnato la storia socio-economica del territorio con esempi notevoli di artigianato artistico e raffinato design.

Tra le testimonianze artistiche del passato spiccano a Laveno la chiesa di Santa Maria in Ca' Deserta, con il suo altare ligneo barocco, l'antica chiesa parrocchiale e la cappella gentilizia dell'Immacolata, la chiesa dei SS. Filippo e Giacomo con il campanile a punta che svetta sul golfo.
A Mombello meritano una visita l'Oratorio di Santa Maria di Corte (sec. XII-XIII) con affreschi del Cinquecento, la rocca con l'Oratorio di San Michele, lazzaretto della peste del '600, la parrocchiale di Santo Stefano, in cui ammirare il presbiterio affrescato dal pittore De Advocatis, attivo anche nel celeberrimo Santuario di Santa Caterina del Sasso Ballaro, a una decina di chilometri da Laveno.
Furono infine già i Conti Stampa nella residenza di Gattirolo e Alessandro Canzoni, che vi soggiornò per diverso tempo, a celebrare le bellezze di Cerro e Ceresolo, oggi arricchito dal restauro della chiesetta dell'XI secolo dedicata a San Defendente.
Ai piedi del Monte Sasso del Ferro, Laveno gode anche degli impianti di risalita della Funivia del Lago Maggiore, da cui ammirare panorami unici fatti di morbide vallate e laghi alpini, sullo sfondo del Monte Rosa, del Mottarone, dello Zeda, del Limidario, del Campo dei Fiori.
Da qui, soprattutto nei weekend, si lanciano centinaia di deltaplanisti e appassionati del parapendio. Ed è proprio guardando in basso, tra le nuvole, che si riscoprono le bellezze di una Mombello verde di boschi e prati, la stupenda insenatura di Cerro e le colline che dolcemente declinano sino a tuffarsi nell'ampio golfo lavenese.

Se nel primo Novecento Cerro fu patria del grande futurista Luigi Russolo, tra gli anni Settanta e Ottanta - grazie soprattutto all'attore lavenese Renato Pozzetto - giunsero in zona artisti e registi importanti.

Un territorio che vanta anche la presenza di grandi sportivi, come il pluricampione del mondo di vela e tattico di Coppa America con "AZZURRA" Tiziano Nava, campioni e nazionali italiani di canottaggio come i fratelli Bizzozzero o importanti calciatori come Domenico Parola (serie A e Nazionale Olimpica), Cristiano Scapolo (Inter, Bologna, Roma, Napoli, Legnano) e il lavenese d'adozione Gigi Riva, indimenticabile ala sinistra del Cagliari e della Nazionale, che proprio qui mosse i primi passi nel mondo del calcio.

Un patrimonio di "intelligenze creative" che oggi il Sistema Bibliotecario dei Laghi raccoglie e valorizza nel database Genius Loci, con informazioni su singoli, gruppi o associazioni che, sia a livello amatoriale che professionale, operano in diversi ambiti culturali in quest'area della provincia di Varese.

Persone legate a Laveno-Mombello:
Ferdinando Bellorini
Alfredo Binda
Antonia Campi
Marco Costantini
Ernesto De Angeli
Luciano Lilloni
Aristide Marchetti
Domenico Parola
Giovanni Battista Podestà
Renato Pozzetto
Gigi Riva
Corrado Roi
Luigi Russolo
Cristiano Scapolo
Gabriele Bongiorni




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