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domenica 11 ottobre 2015

LE COMUNITA' PROTETTE

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La legge 8 novembre 2000 n. 328 all’art. 11 stabilisce che:

« i servizi e le strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale sono autorizzati dai comuni. L'autorizzazione è rilasciata in conformità ai requisiti stabiliti dalla legge regionale, che recepisce e integra, in relazione alle esigenze locali, i requisiti minimi nazionali. »
I requisiti strutturali e organizzativi di tali strutture sono contenuti nel decreto ministeriale del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001 n. 308. Esso all’art. 3 stabilisce che le comunità che accolgono anziani, disabili, minori o adolescenti, adulti in difficoltà per i quali la permanenza nel nucleo familiare sia impossibile o contrastante con il progetto individuale:

« devono possedere i requisiti strutturali previsti per gli alloggi destinati a civile abitazione. Per le comunità che accolgono minori, gli specifici requisiti organizzativi, adeguati alle necessità educativo-assistenziali dei bambini e degli adolescenti, sono stabiliti dalle regioni. »
Comunità di accoglienza per minori si occupano dell'accoglienza di minori «per interventi socio-assistenziali ed educativi integrativi o sostitutivi della famiglia». La legge 28 marzo 2001 n. 149 (""Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile"") stabilisce infatti che il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto, è affidato ad una famiglia.

Vengono affidati alle comunità di accoglienza anche i minori che per incuria, maltrattamento, abuso e inadeguatezza dei genitori naturali vengono minori fuori famiglia. Accolgono, inoltre, i minorenni autori di reato con progetti in alternativa alla pena detentiva e i bambini, ospitati fino al 31 dicembre 2006, negli orfanotrofi.



Molti ricorderanno quanto fosse vivo, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, il dibattito culturale in Italia sulla necessità di orientare i servizi socio sanitari, come li chiameremmo oggi, verso la promozione e lo sviluppo della persona umana ,la tutela dei suoi diritti e come si discutessero i problemi delle istituzioni totali.
Quel dibattito ha comunque avuto grandi meriti, al di là delle contraddizioni ancora attuali, e ha prodotto importanti risultati in ambito sanitario e in ambito educativo – assistenziale.
In ambito sanitario la L. 180 sintesi del recupero del diritto alla salute e della dignità e centralità della persona ;
in ambito sociale assistenziale, educativo – (vorrei aggiungere riparativo, riabilitativo):
– ha permesso un graduale passaggio dalle strutture di grandi dimensioni a strutture più piccole che facilitassero i rapporti, non più gerarchici ed autoritari, ma educativi e d’aiuto.
– nell’ambito dei minori ai grandi istituti dove il disagio, la sofferenza, le carenze, l’annullamento della personalità erano garantiti, soprattutto se il soggiorno era di lunga durata  si sono sostituiti le Comunità di piccole dimensioni.
I cambiamenti successivi sono stati molti e radicali:
– le Comunità sono diventate degli alloggi, delle case inserite nel territorio: non più grandi strutture isolate dal mondo ma nuclei inseriti in un contesto reale che mette gli utenti nella condizione di poter interagire con l’ambiente circostante;
– sono cambiati  gli educatori. Si è passati da educatori “spontanei”, magari chiamati a tale missione da ideali religiosi, sociali e politici, a degli educatori “professionali”, preparati ed in grado di intervenire progettualmente in una relazione d’aiuto
Hanno avuto un grande impulso sia teorico che pratico l’adozione e l’affido famigliare.

La Comunità è un luogo educativo ambivalente, protetto ed esposto, al tempo stesso. E’ quindi coinvolto in dinamiche, interne ed esterne, molto differenti che ne condizionano le modalità d’intervento e d’esistenza.
Luogo “protetto”: perché il suo scopo resta quello di accogliere e proteggere, tutelare dei bambini in crisi, dei bambini in difficoltà offrendo loro uno spazio alternativo alla famiglia perturbata e/o perturbante quando non destrutturante.
Ma è anche un luogo “esposto”, a rischio. Non è un vaso ermetico: ma è un alambicco comunicante. Ed in quanto tale inserito, suo malgrado, in un contesto.
Il contesto non è soltanto quello sociale, ma è rappresentato anche dalle aspettative degli attori del sistema stesso.
I bambini, in primo luogo, si attendono delle cose, si immaginano la comunità in un certo modo: di solito non tanto bene. Molti pensano di essere lì per “punizione”, altri hanno ben chiaro che si tratta di un “passaggio”, tutti chiedono, in maniera più o meno conscia, una forma di “protezione”.
Poi ci sono i genitori: alcuni accettano la Comunità di buon grado per vari motivi,  altri che l’attaccavano ferocemente perché la ritenevano il peggiore dei lager, specie quando era là a testimoniare della loro incapacità “genitoriale”.
Poi ci sono anche gli operatori: i giudici, gli assistenti sociali, i tecnici, gli psicologi, i neuropsichiatri, gli stessi educatori.
Ogni Comunità  ha  un suo universo di riferimento, un modello di funzionamento: questo è un piano del discorso non sempre chiaramente esplicitabile ed esplicitato da chi la gestisce ;se si inizia da un contesto aperto penso che sia un buon inizio,segnale  che il modello cui si pensa è una figura processuale, una costellazione dinamica, una struttura in movimento.
Le comunità sono tanto cambiate ed ancora cambieranno. Dovranno cambiare se si parte dai bisogni dei bambini, dei ragazzi  sotto il segno della problematicità, della ricerca, della logica induttiva che definisce la Comunità come uno spazio temporaneo di convivenza, che è una cosa ben diversa dall’istituto, dall’ospedale, dalla scuola, dalla famiglia, ma che però, essendo un luogo più complesso, può partecipare degli aspetti positivi di quegli altri modelli. E’ importante che in una Comunità ci sia capacità di contenimento, che ci sia familiarità, che ci sia organizzazione dell’attività, che ci sia cura ed aiuto per la persona, che ci sia affettività ed emozione.



La Comunità come spazio temporaneo di convivenza. La comunità come “luogo di vita”, nodo di un percorso individuale (per il minore accolto) che si fa carico delle contraddizioni della quotidianità, che entra, con coraggio e discrezione, nel vivo del disagio.
Un luogo di vita quotidiana, coi suoi riti e le sue sorprese con la consapevolezza che  la costruzione di questo clima subisce “attentati” continui, la fragilità dei risultati raggiunti è evidente, i fallimenti, le frustrazioni sono un ingrediente inevitabile.

Accettare le “avventure del quotidiano” significa, al contrario, restare all’interno di una prospettiva di “probabilità/possibilità” e vedere il minore come soggetto portatore di una storia personale originale, complessa ed in evoluzione; significa essere disposti a mettere in discussione le proprie certezze e premesse in funzione delle risposte e delle attese dei bambini; costruire continuamente nuove cornici, nuove possibilità di percepire l’altro, nuovi punti d’osservazione; significa sforzarsi di cogliere le differenze, le risorse positive del minore evitando risposte stereotipate e rigide.
In ambito metodologico clinico, questo atteggiamento significa  passare  dalla  cura  come soluzione ottimale di natura “tecnico-scientifica”, al  “prendersi cura di..”.

Quella stessa complessità che, in molti casi, è alla base del disagio delle  famiglie d’origine e della stessa sofferenza personale dei minori E’ la fatica di reggere il gioco della flessibilità dei percorsi, delle scelte, degli atteggiamenti in un contesto disgregato che occorre fronteggiare.

La complessità delle situazioni, la varietà, la multiproblematicità, la  continua trasformazione socio-economica e culturale richiedono risposte più articolate.

La Comunità dovrebbe rappresentare un nodo intermedio tra un “prima” ed un “dopo. E non uno “spazio sospeso”, un eterno presente, tanto rassicurante per i Servizi finché non esplode per eccesso di compressione.
I bambini, indipendentemente dalla gravità del loro caso, percepiscono la Comunità come soluzione temporanea: essi si interrogano sul loro futuro ed hanno bisogno di prospettive.
La temporaneità della permanenza del minore è dunque condizione essenziale per assolvere alla funzione di affidamento.

All’interno di ciascuna Comunità opera una ÉQUIPE di EDUCATORI che accompagna e condivide la quotidianità degli ospiti. Ogni quindici giorni si riunisce per programmare e organizzare il lavoro educativo.

L’attività degli educatori all’interno della Comunità è coordinata da un RESPONSABILE DI COMUNITA’, con compiti di indirizzo e sostegno al lavoro degli educatori. Spetta inoltre al Responsabile favorire i rapporti tra l’Équipe educativa e le altre figure di riferimento educativo, affettivo ed istituzionale.

L’ Èquipe educativa, per adempiere al meglio nel suo ruolo, si avvale della competenza di un SUPERVISORE (Psicologo) che si occupa di:

aiutare gli educatori nella comprensione della personalità dei Minori ospiti;
aiutare gli educatori nella gestione dei rapporti tra gli stessi e con i ragazzi;
offrire un contributo nella progettazione educativa;
fornire indicazioni ed elementi per il miglioramento della qualità del servizio offerto;
valutare con il Responsabile le esigenze di formazione interna e progettare il piano di formazione del personale;
partecipare alla valutazione delle richieste di inserimento;
seguire, quando previsti, ulteriori interventi educativi concordati dal Responsabile con i Servizi invianti per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal P.E.I.
La valutazione di una richiesta di inserimento di un Minore fa carico all’ ÉQUIPE di ACCOGLIENZA composta da: il Responsabile, il Supervisore, il Presidente dell’Associazione o altro membro della stessa. L’autorizzazione all’inserimento di un minore in Comunità viene rilasciata dal Presidente.
Infine all’interno dell’Associazione c’è una FIGURA AMMINISTRATIVA che svolge le pratiche burocratiche e amministrative ed opera affinché vengano rispettate tutte le norme vigenti che regolamentano le Comunità e l’Associazione stessa.



Tuttavia i minori non sempre solo al sicuro nelle mure di una comunità. Abusando della sua qualità di educatrice addetta alla custodia di una comunità alloggio per minori con disturbo del comportamento, compiva atti sessuali - dicono i magistrati - con un ragazzo di età inferiore ai 16 anni, ospite della comunità. E' il terzo fermo di operatori di alcune comunità dell'Agrigentino da inizio luglio, sempre per lo stesso reato. I fatti contestati alla donna si sono verificati, secondo l'accusa, dal gennaio allo scorso 12 maggio. Poi ci sono casi di ragazzi che fuggono e tornano strafatti,ragazzi che vengono picchiati dagli educatori che non vengono licenziati ma viene trasferito il minore. Casi che il minore si rifiuta di andare a scuola e viene assecondato rischiando in seguito la bocciature per assenze ingiustificate: se lo avrebbe fatto una mamma sarebbe stata denunciata. Bambini che iniziano a fumare dove il fumo non dovrebbe esistere. Ragazzi un po' più grandicelli ma sempre minori che in libera uscita rientrano ubriachi e la cosa continua a ripetersi. In questi casi dove sono i sociali? Quindi i bambini subiscono violenze fisiche e psichiche e i loro diritti violati.

Dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, Morcavallo ne ha visti tanti, di quei drammatici percorsi che iniziano con la sottrazione alle famiglie e finiscono con quello che lui definisce l’«internamento» (spesso per anni) negli istituti e nelle comunita` governati dai servizi sociali. Da magistrato, Morcavallo ha combattuto una guerra anche culturale contro quello che vedeva intorno a se´. Ha tentato di correggere comportamenti scorretti, ha cercato di contrastare incredibili conflitti d’interesse. Ha anche denunciato abusi e qualche illecito. E` stato a sua volta colpito da esposti, e ne e` uscito illeso, ma poi non ce l’ha fatta e ha cambiato strada: a 34 anni ha lasciato la toga e  fa l’avvocato a Roma, nello studio paterno. Si occupa di societa` e successioni. E anche di diritto della famiglia, la sua passione. Il suo racconto:

"Le nostre impostazioni erano troppo diverse: io sono sempre stato convinto che l’interesse del minore debba prevalere, e che il suo restare in famiglia, la` dov’e` possibile, coincida con questo interesse. E` la linea «meno invasiva», la stessa seguita dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Gli altri giudici avevano idee diverse dalle mie, erano per l’allontanamento, quasi sempre.
Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di allontanamenti dalle famiglie per motivi economici o perche´ i genitori venivano ritenuti «inadeguati».



Basta che arrivi una segnalazione dei servizi sociali; basta che uno psicologo stabilisca che i genitori siano «troppo concentrati su se stessi». In molti casi, e` evidente, si tratta di vicende strumentali, che partono da separazioni conflittuali. Il problema e` che tutti gli atti del tribunale sono inappellabili perche´ si tratta di provvedimenti formalmente «provvisori». L’allontanamento dalla famiglia, per esempio, e` per sua natura un atto provvisorio. Cosi`, anche se dura anni, per legge non puo` essere oggetto di una richiesta d’appello. Insomma non ci si puo` opporre; nemmeno il migliore avvocato puo` farci nulla.
Dove si trattava di presunte violenze, una quota comunque inferiore al 5 per cento, io ho visto che molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime. Era il classico vicino che scriveva: attenzione, in quella casa molestano i figli. Non c’era nessuna prova. Ma i servizi sociali segnalavano e il tribunale allontanava. Un arbitrio e un abuso grave, perche´ una denuncia anonima dovrebbe essere cestinata. Invece bastava a giustificare l’affido. Del resto, se si pensa che molti giudici onorari erano e sono in conflitto d’interesse, c’e` di che capirne il perche´.
Sono psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali. Che spesso hanno fondato istituti. E a volte addirittura le stesse case d’affido che prendono in carico i bambini sottratti alle famiglie, e proprio per un’ordinanza cui hanno partecipato.

Certi fanno 20-30 udienze a settimana e incassano le parcelle del tribunale, ma intanto lavorano anche per gli istituti, le cooperative che accolgono i minori. E` un business osceno e ricco, perche´ quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business e` alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.
 Ovviamente c’e` chi lavora in modo disinteressato. Pero` il fenomeno si alimenta allo stesso modo per tutti. I tribunali dei minori non scelgono dove collocare i minori sottratti alle famiglie, ma guarda caso quella scelta spetta ai servizi sociali. Comunque la crescita esponenziale degli affidi e delle rette e` uguale per i buoni come per i cattivi. E c’e` chi ci guadagna.

In Italia non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali.

Sono almeno 50 mila i minori affidati: credo costino 1,5 miliardi l’anno. Forse di piu`."



Ogni ospite che risiede in una casa-famiglia costa dai 70 ai 120 euro al giorno. La retta agli istituti (sia religiosi sia laici) viene pagata dai Comuni. Soldi pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta "in casa". Un giro d'affari che si aggira intorno a 1 miliardo di euro l'anno. Tanto ricevono le oltre 1800 case famiglia italiane per mantenere le loro "quote" di minori. Ma un bambino assegnato a una coppia è una retta in meno che entra nelle casse della comunità. E così, purtroppo, si cerca di tenercelo il più a lungo possibile. La media è 3 anni. Un'eternità. Soprattutto se questo tempo sottratto alla vita familiare si colloca nei primi anni di vita. Quelli della formazione, i più importanti per il bambino.

Anche da qui si capisce perché migliaia di coppie restano in biblica attesa che le pratiche per l'adozione o l'affido si sblocchino. Poi ovviamente ci sono anche altri fattori, la maggior parte dei quali legati alle lungaggini e alle complicazioni burocratico-giudiziarie.

Da dove nasce questo cortocircuito? Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che provengono da situazioni difficili, molto spesso drammatiche? "

Il destino più comune per un bambino che cresce in una casa famiglia è quello di diventare un pacco. Sballottato di qua e di là, da una comunità all'altra. A volte i centri se li contendono come merce preziosa. Perché con un minore "in casa" ogni giorno piovono dal cielo rette da 70 euro a 120. Una "diaria" di cui si fa un utilizzo non esattamente "pieno". Operatori laici o suore riescono a contenere le spese facendole stare abbondantemente dentro la retta concessa dai Comuni. Quello che resta diventa liquidità a disposizione della struttura (molte case famiglia vengono mantenute con fondi messi a disposizione dal ministero della famiglia e anche grazie a donazioni private).

Quante sono le case famiglia in Italia? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più recenti parlano di oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Con alcune regioni - Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia - che raggiungono numeri più consistenti (tra le 250 e le 300). Nonostante le casse (e i relativi finanziamenti) di molti Comuni siano al verde, le case-famiglia sono in continuo aumento. Il problema è che non esiste un monitoraggio. Si conosce pochissimo di questi posti e di quello che accade all'interno. Numeri, casi, situazioni, problemi, nella maggior parte dei casi vengono portati all'esterno solo grazie alla sensibilità di qualche operatore e/o assistente sociale. Perché una banca dati c'è ma è insufficiente e non esiste un vero censimento.

Buio pesto anche sul fronte delle verifiche. "Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una giustifica delle spese - aggiunge Lino D'Andrea - . Sarebbe utile che ogni casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i fondi: quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie attività. Il punto è che, in assenza di informazioni, i bambini stanno in questi posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non incontrano amici, non fanno sport né gite".

Gli orfanotrofi non sono ancora scomparsi del tutto. Alcuni sono stati convertiti in case-famiglia: anche due o tre comunità nello stesso edificio. Una per piano. Poi le altre storture. Nel libero mercato delle comunità per minori abbandonati, c'è chi, per essere competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro. Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far confluire nella tua struttura attraverso l'input dei servizi sociali che, a cascata, agiscono su indicazione del tribunale.

Altra nota dolente, i tribunali. Solo nel tribunale di Milano, ogni anno si accumulano 5 mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con a carico almeno un minore. "I magistrati non riescono a seguire la pratiche perché i ragazzi raramente sono seguiti dal territorio di competenza - ragiona un operatore dell'infanzia - . La maggior parte sono parcheggiati in un posto senza che nessuno lo segua davvero".

Le storie che vengono a galla compongono un campionario da fare accapponare la pelle. Ma se si prova a restare lucidi, si capisce come ogni vita congelata o sfilacciata, ogni odissea che abbia per protagonista un bambino "di nessuno" si deposita sullo stesso fondo di mala amministrazione. "Le case-famiglia sono una risorsa importante per il reinserimento del minore - spiega l'avvocato Andrea Falcetta, di Roma - ma la permanenza di un bambino va gestita con cura e deve rispondere a un unico criterio: trovargli il prima possibile una collocazione familiare".





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domenica 27 settembre 2015

Alcool E Spese Sociali



Ogni anno le bevande alcoliche uccidono in Europa 115.000 persone e costano alla società 125 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL europeo.
Un rapporto di 400 pagine, che analizza l’impatto sociale, sanitario ed economico dell’alcol in Europa, è stato presentato a Bruxelles dalla Commissione Europea.

Nel rapporto vengono evidenziate le basi sulle quali la Commissione Europea fonderà la sua prima strategia sull’alcol, attesa per la fine di quest’anno.
Dal rapporto diffuso emerge chiaramente che l’Europa risulta il continente dove il consumo di bevande alcoliche è il più alto al mondo e che gli stili ed i livelli di consumo dei vari paesi che la costituiscono sono molto più vicini di quanto sia comunemente creduto.

L’alcol è responsabile per il 7,4% di tutte le malattie e morti premature e rappresenta uno dei maggiori problemi sanitari in Europa: il suo consumo causa circa 60 differenti tipi di patologie e situazioni a rischio, compresi incidenti e ferite, problemi mentali e comportamentali, cancro, malattie cardiache e ictus.
L’alcol è una causa importante di danni a persone terze, inclusi circa 60.000 bambini nati sottopeso, fino a 9 milioni di bambini che vivono in famiglie che sono sconvolte dall’alcol, 10.000 morti innocenti di alcol passivo sulle strade, e oltre 2.000 omicidi ogni anno.



I costi sociali di questo flagello in Europa sono stimati a 125 miliardi di euro ogni anno, equivalenti a 650 euro ogni famiglia, limitandosi a considerare le malattie, gli incidenti, le ferite, i crimini e la perdita di produttività.
Peter Anderson, co-autore del Rapporto, ha dichiarato che quello che rende l’intervento veramente urgente è che noi sappiamo cos’è che può funzionare nel ridurre questo pedaggio: quello di cui c’è bisogno è la volontà di fare finalmente qualcosa.

Derek Rutherford, segretario di Eurocare, ha dichiarato che il consumo di alcol pone un fardello davvero pesante sui cittadini europei: se si trattasse di qualunque altra sostanza, ci sarebbero già pressioni parlamentari e ministeriali per entrare in azione; e pensare che sono i bambini quelli che pagano il prezzo più alto... Si parla tanto di fumo passivo e non si fa nulla sull’alcol passivo: certo che un’azione in questo campo richiede coraggio politico, perchè non si tratta solo di contrastare un piacere, per quanto sentito, ma di sfidare poderosi interessi economici; il prezzo delle bevande alcoliche è il fattore-chiave da aggredire, ma si potrebbe cominciare con il controllo della pubblicità e la proibizione delle sponsorizzazioni, che sono le strategie di marketing più insidiose dell’industria delle bevande alcoliche.

Dall'Italia Ennio Palmesino, presidente dell'Associazione italiana dei club degli alcolisti in trattamento (AICAT), ha dichiarato che questo rapporto aiuterà a fare chiarezza in un paese, come il nostro, dove l’allarme sociale è al minimo, nonostante le morti e le invalidità causate dalle bevande alcoliche, e dove invece si continua ad esaltare la cultura del vino e delle altre bevande alcoliche come se fosse un comportamento adulto, responsabile e persino alla moda; contrariamente a quanto l’industria delle bevande alcoliche ha cercato di far credere finora, le sole campagne di educazione non bastano a ridurre il danno causato dal bere: il rapporto mostra che dobbiamo fare interventi molto più incisivi, se vogliamo veramente ridurre il pedaggio pesantissimo che oggi paghiamo a questa sostanza.

L’ubriacatura, condizione che fa spesso ridere – giovani e meno giovani – e che prende maggiormente le sembianze di un divertimento, di una situazione “da sballo” piuttosto che di uno stato di intossicazione acuta, come in realtà è, di una condizione patologica a cui va incontro l’organismo, con gravi conseguenze. Sarebbe come se facessero ridere, sorridere o permettere di schernire coloro che si ammalano di influenza, di polmonite, di un’infezione o di un’intossicazione per aver mangiato funghi velenosi o cibo avariato. Certo, perché di questo si tratta: l’intossicazione acuta da alcol – la sbornia, la ciucca – altro non è che una patologia acuta che si manifesta nei modi più diversi, andando ad interferire e danneggiando tutti gli organi, i sistemi e gli apparati dell’organismo umano.

L’etanolo, contenuto in tutte le bevande alcoliche (birra, vino, aperitivi, superalcolici) viene assorbito rapidamente dall’organismo, entrando nel circolo sanguigno. Due sono gli organi bersaglio maggiormente interessati dalla sua presenza: il cervello ed il fegato. Gli effetti sul sistema nervoso sono quelli maggiormente visibili, ovvero i sintomi dell’intossicazione acuta. Ciascun individuo risponde diversamente ed in modo spesso ripetibile nel tempo in seguito all’assunzione di alcol. Da qui le note espressioni “aver la ciucca triste”, “aver la ciucca allegra” o ancora “aver la ciucca violenta”.  L’alcol provoca generalmente disinibizione, permettendo l’emergere di comportamenti non manifesti in sua assenza; in altri casi è principalmente induttore del sonno.

Per tale ragione l’alcol, al pari delle droghe, viene spesso utilizzato con significato “autoterapeutico”, vale a dire alla stregua di un farmaco che permette di provare quelle emozioni e veder realizzati i comportamenti “disinibiti” a cui la persona aspira ma che non riesce a manifestare nella quotidianità; stessa ragione per cui molti diventano consumatori problematici o alcolisti. Nella sua interazione con il sistema nervoso centrale, l’alcol agisce bloccando, accelerando o modulando il sistema dei neurotrasmettitori, sostanze prodotte dai neuroni con la funzione di trasmettere i segnali biochimici che permettono il corretto espletamento delle funzioni cerebrali (pensiero logico, capacità di parlare, di ricevere informazioni, di memorizzarle, di rievocare la memoria, stato di allerta di fronte al pericolo, coordinazione dei movimenti, tempi di reazione, emozioni e sentimenti).

Tale squilibrio avviene sì durante l’intossicazione acuta (da cui le espressioni “alluvionato”, “impetroliato” e tutte quelle che evocano l’idea di galleggiamento del cervello in un liquido tossico), ma lo scompenso permane per molto più tempo: segnali di ciò sono i postumi della sbornia del giorno dopo (malessere diffuso, mal di testa, nausea, sensibilità alla luce e ai suoni, dissenteria, perdita dell’appetito, tremore, debolezza, insonnia, ecc.) definiti tecnicamente sintomi di hangover. Lo squilibrio a livello cerebrale continua molto più a lungo di quanto i sintomi – ed il loro cessare – ci permettano di immaginare. Infatti, soprattutto nei giovani, la plasticità neuronale, ovvero la versatilità del cervello e la capacità vicariante dei suoi circuiti, permette di compensare gli effetti visibili prodotti dagli squilibri biochimici.

Ripetute assunzioni di alcol nel tempo, oltre a indurre dipendenza, danneggiano progressivamente questa funzione riparativa, tanto durante i post-sbornia, quanto nella quotidianità, compromettendo permanentemente le funzioni cognitive cerebrali e pertanto la qualità di vita, fino a determinare disturbi psichici (stati di malessere, ansia e depressione), sindromi neurologiche o gravi patologie degenerative (demenza). Ciò avviene per il danno diretto provocato dall’alcol alle cellule nervose che vengono bruciate e che, non potendo riprodursi, vanno incontro alla morte con progressiva riduzione della massa cerebrale.



I danni dell’alcol a livello del fegato sono determinati dall’attivazione dei suoi enzimi necessari per degradare una sostanza tossica – l’alcol, per l’appunto – e i suoi derivati, quali l’acetaldeide libera contenuta in qualsiasi bevanda alcolica e quella prodotta dal metabolismo per trasformazione dell’alcol stesso.

L’acetaldeide è un composto fortemente cancerogeno, degradato solo in parte a livello epatico dall’enzima aldeide deidrogenasi, enzima rapidamente saturabile. La parte di acetaldeide non degradata in acetato (sempre presente quando si assume alcol) essendo tossica per l’organismo, determina danni sia in modo diretto che indiretto, attivando una serie di reazioni a catena su tutti gli organi e gli apparati. Essa, infatti, è in grado di danneggiare i tessuti, le proteine cellulari, il DNA, attraverso la produzione di radicali liberi, notoriamente tossici ed induttori di trasformazioni in senso neoplastico (tumori).

La degradazione dell’alcol attraverso il fegato sottopone quest’organo a un’importante azione tossica che produce danno alle cellule epatiche fino a farle ammalare (steatosi epatica, epatopatie acute o croniche) o addirittura provocandone la morte (cirrosi epatica).

Ulteriori danni dell’assunzione di alcol sono quelli derivanti dallo squilibrio degli elettroliti, aggravato  dalla sudorazione indotta dall’alcol e in caso di vomito, nonché lo stato di ipoglicemia provocato dalle reazioni di ossidazione dell’etanolo e dell’acetaldeide.

Ogni anno in Italia sono tra 20.000 e 30.000 le morti causate dall’alcol, quattro volte più degli incidenti stradali, e l’alcol rappresenta la prima causa di morte tra i giovani fino all’età di 24 anni. In Europa i decessi dovuti all’alcol nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni si attestano intorno al 15-25% ed è responsabile per il 7,4% di tutte le malattie e le morti premature (dagli incidenti stradali e sul lavoro, alle patologie alcol correlate). I costi sociali dovuti ai danni prodotti dall’alcol sono pari al 3,5% del PIL italiano.

Tuttavia, l’allarme sociale è al minimo, nonostante le morti e le invalidità causate dalle bevande contenenti alcol; per quanto impopolare, specialmente in un paese forte produttore di vino e con una lunga tradizione enologica, è necessario – oltre che corretto – che i giovani apprendano queste informazioni per poi poter fare liberamente, ma con consapevolezza dei rischi, le proprie scelte.

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sabato 28 febbraio 2015

COMUNITA' GAY A MILANO

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Milano (secondo i dati dell'associazione Arcigay) è diventata la capitale gay d'Italia con associazioni, circoli, gruppi e servizi rivolti ai gay, tra i quali la sola associazione Arcigay rappresenta circa 20.000 iscritti. Un fiorente mercato di settore di oltre 50 tra locali, luoghi e servizi che vanno dal semplice incontro, all'associazionismo, dai gruppi sportivi a quelli religiosi, da circoli culturali a quelli ludici, senza tralasciare lo svago della movida notturna (ma anche diurna) e dei svariati negozi rivolti non solo agli omosessuali residenti, ma anche al turismo di nicchia che si è creato e che richiama migliaia di gay da tutta Italia.

A Milano non esiste ancora un vero e proprio quartiere gay come in alcune delle grandi città europee, anche se il tentativo di creare una gay street in Via Sammartini non è mai decollato, la concentrazione maggiore dei servizi rivolti ai gay è disseminata nella zona nord-est della città il che presuppone che questo traguardo sarà raggiunto non troppo lontano nel tempo, almeno per quanto riguarda un quartiere prettamente commerciale, data la propensione della maggioranza dei gay milanesi a risiedere omogeneamente in quasi tutti i quartieri semi-centrali della città.

Particolare interesse all'integrazione della comunità gay è stato sollevato da cariche politiche locali come il Sindaco e l'Assessore alle Politiche Sociali molto attenti alle tematiche anti discriminatorie con l'istituzione nel 2012 del registro delle unioni civili anche per persone dello stesso sesso con non poche polemiche e l'annullamento delle trascrizioni da parte della prefettura. Inoltre il Comune di Milano ha rilasciato un applicazione per smartphone in attesa dei turisti per l'expo 2015 che potranno utilizzarla come guida gay a tutti i servizi della città e ai vari eventi rainbow che si terranno.

Da citare inoltre nel mese di giugno di ogni anno un evento di richiamo nazionale come il Fetival MIX Milano di cinema GayLesbico e Queer Culture che si tiene al Teatro Strehler.

Da menzionare anche il Gay Pride con una media di 50000 partecipanti nonostante sia un evento della comunità gay milanese, cifra che si raddoppia se in città si svolge quello nazionale.

LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/02/milano-citta-dell-expo-conosciamola.html


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