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lunedì 26 ottobre 2015

POLITICA E COCA



Cocaina per politici e attori, la dama bianca chiede di parlare: trema la Roma dei festini - I suoi segreti fanno paura. E intorno al suo nome si fa il vuoto. Se davvero Federica Gagliardi, l'ex dama bianca al seguito di Silvio Berlusconi, fermata a Fiumicino con 24 chili di cocaina purissima stipati nel suo trolley, è stata reclutata da una rete di trafficanti internazionali, come ritiene la pubblica accusa, aveva tutte le carte in regola per diventare Lady droga. La dama preferita dai narcos, e forse anche da consumatori eccellenti di coca.

La tendenza dell'uomo ad usare droghe risale alla notte dei tempi. Per motivi mistici o religiosi e per avvicinarsi al soprannaturale è riscontrato che popoli come gli Incas già 3.000 anni fa utilizzavano droghe in riti religiosi. Spesso la droga diventava DIVINA ed il connubio tra l'alterazione sensoriale da essa prodotta e le credenze professate riconducevano sempre la droga in contesti spirituali. Per quanto riguarda la cocaina è risaputo che proprio gli Incas la diffusero in tutta l'America del Sud per le sue proprietà stimolanti. La masticazione delle foglie della pianta di coca è una pratica ancora oggi diffusissima in Sud America. La cocaina arrivò in Occidente molto recentemente, alla fine del 1800 e si diffuse in tutta Europa per demerito di Freud che ne promosse gli effetti antidepressivi, euforici e stimolanti in un suo libro dal titolo "Sulla cocaina".
Solo intorno alla prima quindicina del 1900 fu bandita dapprima negli Stati Uniti e poi in occidente.
Nel 1940 la cocaina era la droga utilizzata dagli artisti e divi di Hollywood. Negli anni '80 i prezzi della cocaina la resero la droga dei ricchi. Oggi è in rapida diffusione e a causa di prezzi molto ridotti e moderati è diventata una droga trasversale. Ragazzi di 14 anni, imprenditori di mezza età, manager, sportivi, artisti e politici creano una domanda tale da farne un vero e proprio flagello del terzo millennio.

Un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis ma anche cocaina: è il risultato di un test eseguito, a loro insaputa, su 50 deputati.

Il test, eseguito con uno stratagemma, è il drug wipe, un tampone frontale che ha una percentuale di infallibilità del 100%. Il 32% degli «intervistati» è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina.



Un test 'serio e scientificamente valido, ma non sufficiente da solo a confermare la positivita' all'uso di droghe'. Cosi' il tossicologo Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanita', definisce il 'drug wipe', ovvero il test con tampone frontale.
Inoltre, e' il giudizio dell'esperto, l'esiguita' del campione considerato non consente comunque di estrapolare un dato generale.
Si tratta di un test di laboratorio ampiamente utilizzato per esami preliminari, ha spiegato Zuccaro, 'piu' precisamente e' un test di screening: questo significa che, dinanzi ad un positivo, e' necessario confermare il risultato attraverso esami piu' sofisticati di sangue o urine'. Normalmente, ha sottolineato, 'se il drug-wipe e' negativo il risultato e' confermato come tale, ma se e' invece positivo e' necessaria la conferma ulteriore di laboratorio, dal momento che possono verificarsi dei falsi positivi'.
Importante e', poi, anche la metodologia di esecuzione: si tratta, avverte il tossicologo, di un esame che deve essere eseguito da personale specializzato, per non incorrere in possibili errori. Un test serio, dunque, ma utilizzato 'come test veloce per avere una prima risposta e che, per questo da solo, in mancanza di una conferma, non puo' dare la certezza del risultato positivo al consumo di stupefacenti'.
'E' necessaria quindi estrema attenzione nel considerare i risultati di un test che e', comunque, un test di screening di primo livello'. A cio' si aggiunge una valutazione relativa alla metodologia statistica: 'Considerando il campione ridotto di soggetti presi in esame non sarebbe corretto estrapolare un dato generale'.
Il drug-wipe, ha ricordato il responsabile dell'Iss, e' ad esempio utilizzato dalla polizia stradale per un primo accertamento circa l'eventuale consumo di droga da parte degli automobilisti ma, anche in questo caso, il soggetto risultato positivo puo' chiedere un ulteriore esame di conferma.

A mettere sotto accusa per primo il test, che si fonda su 'liquidi immediati' prodotti dal corpo umano -come sudore e saliva- sono stati gli esperti dell'Istituto di medicina legale di Berna, in base ad uno studio condotto in alcuni paesi dell'Unione europea.
Il 'drugwipe' di cui sopra non sarebbe in grado di rilevare la presenza di THC, la sostanza attiva della canapa. Il grado di inaffidabilità per quest'ultimo stupefacente sarebbe dell'80-90% dei casi. Il motivo è che la sostanza attiva THC non è idrosolubile e non si ritrova quindi nella saliva o nel sudore.
Secondo il professor Guido Blumir, sociologo, autore del libro scandalo 'Marihuana', e consulente per organismi internazionali, "questi test di solito vengono usati dalle polizie stradali, dai piccoli datori di lavoro che acquistano su internet il kit a meno di 90 euro. Non sono la verità, a volte ci vanno vicino, ma non indicano molto". Cosa servirebbe per incastrare l'onorevole drogato di turno? "Certamente con una analisi delle urine incrociata con una del sangue non si hanno dubbi. Anche a livello giuridico, anche per il consumo recente. Con l'analisi del capello si può arrivare a 30 giorni indietro e non si è esenti da una sorta consumo passivo". Si va ad un concerto, ad un dibattito in un centro sociale, e si potrebbe risultare positivi a test come quello del drugwipe? "C'è questo grado di rischio per chi indaga. Per questo forse le autorità giudiziarie italiane non ne fanno uso". Il dato che 12 parlamentari su 50 siano risultati positivi alla cannabis e 4 alla cocaina, cosa significa? "Questi dati sono in linea con le statistiche nazionali più accreditate. Aggiungo comunque che la politica non è esente da sospetti. Ricordo una inchiesta del settimanale tedesco Stern che  anni fa fece rilievi nei bagni del parlamento e trovò consistenti tracce di cocaina ed altro. In ogni caso l'errore che test come il drugwipe contiene non è certamente del 100 per cento. Queste indagini dicono sempre qualcosa"


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venerdì 3 luglio 2015

LA GUERRA BIANCA DELL'ADAMELLO

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Nel 1915 il Comando locale italiano, per cercare di rimediare in qualche modo all'inferiorità tattica italiana sul Tonale, progettò un attacco contro le posizioni austriache nella conca di Presena, nell'intento di scacciare gli austriaci da tale zona e riprendere così il controllo dei Monticelli e della sottostante piana del Tonale. L'attacco, che ebbe luogo il 9 giugno 1915, dimostrò l'impreparazione dei nostri strateghi. Si improvvisò un piano d'attacco senza prendere accordi con le artiglierie, il cui appoggio venne erroneamente ritenuto inutile. Quando gli Alpini si presentarono all'imboccatura del Passo Maroccaro, nell'intento di prendere alle spalle le posizioni austriache di Conca Presena e di Passo Paradiso, si imbatterono in un'accanita resistenza da parte di queste truppe, le quali non soltanto tennero validamente testa agli attaccanti ma, con l'appoggio delle artigliere del forte Saccarana di Vermiglio, li costrinsero a ritirarsi.
Le perdite italiane furono assai gravi: 52 caduti fra cui 4 ufficiali, e 87 feriti di cui 3 ufficiali.
Sino a quel momento i combattimenti erano stati abbastanza marginali e circoscritti in direzione del Tonale, ma il 15 luglio 1915 si ebbe un improvviso attacco austriaco, attraverso la vedretta del Mandrone, in direzione del Rifugio Garibaldi, che apri una nuova ed imprevedibile fase di lotta sul ghiacciaio.

Il 12 aprile 1916 venne conquistata la dorsale rocciosa Monte Fumo-Dosson di Genova-Cresta Croce-Lobbia Alta. Il 29 aprile 1916 ebbe inizio la seconda fase della nostra offensiva che portò gli Alpini ad aggredire la ben più munita linea di resistenza austriaca sul margine orientale del ghiacciaio. In alcuni punti gli obiettivi furono raggiunti e consolidati, ma al centro dello schieramento, nei punti maggiormente difesi, gli austriaci si difesero strenuamente e respinsero ogni nostro attacco. La battaglia divenne in breve una tragica e inutile carneficina per i nostri reparti sciatori in tuta mimetica e per le due compagnie del battaglione "Val d'Intelvi" che furono lanciate all'assalto, in divisa grigioverde, sull'immacolato candore del ghiacciaio.

Il 1917 fu un anno di relativa calma sul fronte dell'Adamello, ad eccezione del periodo in cui si svolsero le operazioni che portarono gli alpini alla conquista del Corno di Cavento (m. 3402), l'importante caposaldo avanzato austriaco che costituiva una seria minaccia per l'ala destra del nostro schieramento. Da queste posizioni, esattamente un anno dopo, reparti d'assalto austriaci ripartirono alla riconquista del Corno di Cavento, che effettuarono mediante lo scavo di una galleria nel ghiacciaio e un violento assalto contro la compagnia alpina che difendeva l'avamposto sulla vetta e il "trincerone" sul lato del ghiacciaio.

Il 1918 fu un anno di prove durissime e di combattimenti sanguinosi per le truppe dell'Adamello: in maggio venne finalmente portato a termine un attacco combinato in direzione della Conca di Presena e dei Monticelli per rafforzare le nostre linee sul Passo del Tonale. In questa azione, la più impegnativa e complessa di tutta la "guerra bianca", vennero impegnati numerosi battaglioni nonché compagnie di mitraglieri e bombardieri, batterie d'artiglieria d'ogni calibro, reparti del genio e servizi d'ogni genere. Dopo accaniti combattimenti, il successo arrise alle truppe italiane, anche se non riuscirono del tutto a scacciare gli Austriaci dalle ultime propaggini dei Monticelli.
Il 1° novembre 1918, quando ormai si era già delineata la nostra vittoria sul Monte Grappa e sul Piave, gli alpini dell'Adamello sferrarono l'assalto decisivo contro le ancora temibili fortificazioni del Tonale, aprendo la via verso il Passo della Mendola in modo da tagliare le vie di ritirata all'esercito sconfitto. Sulle tormentate distese di roccia e di ghiaccio, dopo tre anni e mezzo di durissima guerra, tornavano il silenzio e la pace.
Il ricordo di queste vicende resta memorabile nella storia militare per il fatto che gli alpini e i loro avversari, costituiti per la prima volta in grandi unità organiche di sciatori e di rocciatori, affrontarono le incognite del ghiacciaio, combattendo ad altezze inaudite e in condizioni climatiche spaventose.

I problemi più gravi che dovettero affrontare gli eserciti impegnati nella Guerra Bianca furono quelli legati all'impervietà del terreno ed alle condizioni climatiche estreme. Le montagne dei tre gruppi montuosi sono infatti assai elevate (con quote mediamente superiori ai 2000 metri, fino ai 3.905 metri s.l.m. della vetta dell'Ortles) e difficili da percorrere: tanto più ci si allontanava dai fondo valle tanto più per i trasporti fu necessario ricorrere agli animali da soma ed alle spalle degli uomini, anche per i pesantissimi carichi dei materiali d'artiglieria. Solo col procedere del conflitto negli anni si realizzò una fitta rete di strade, mulattiere e sentieri, tale da raggiungere gli avamposti nei luoghi più impervi; negli ultimi due anni di guerra fu infine sistematizzato l'uso delle teleferiche, ma la stessa realizzazione di queste infrastrutture, strade e teleferiche, fu forse l'impresa della Guerra Bianca che richiese più energie e sacrifici. In alta montagna le escursioni termiche sono notevoli e, al di sopra dei 2500 metri sono normali anche d'estate temperature al di sotto dello zero. D'inverno poi il termometro scende anche diverse decine di gradi, e, negli anni del conflitto si registrarono spesso temperature inferiori ai 35 °C sotto lo zero. Il clima muta in tempi rapidi e le tormente sono all'ordine del giorno, non solo nei mesi più freddi. Infine gli inverni del 1916 e del 1917 furono fra i più nevosi del secolo, con precipitazioni totali registrate superiori ai 16 metri. Questo rese oltremodo difficile la permanenza delle truppe in alta quota obbligando gli uomini a continui lavori di scavo e di sgombero della neve; ma soprattutto la grande quantità di neve caduta aumentò spaventosamente il rischio di valanghe, falcidiando pesantemente le corvèe di entrambi gli schieramenti.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/il-museo-della-guerra-bianca-temu.html






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IL MUSEO DELLA GUERRA BIANCA A TEMU'

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Il Museo della Guerra Bianca nasce per iniziativa di un reduce della prima Guerra Mondiale, che combatté proprio sul Ghiacciaio dell’Adamello. Con l’aiuto di un gruppo di volontari sono stati raccolti manufatti, armi ed oggetti ritrovati sul ghiacciaio, a testimonianza delle fatiche e delle sofferenze di una guerra svoltasi a 3000 metri di quota, in condizioni estreme. All’interno del Museo, nelle tre sale che lo compongono, sono esposti molti esemplari di proiettili, bombe, armi, elmetti; molto suggestiva è la ricostruzione di una baracca in cui sono esposti oggetti di uso quotidiano come gavette, pentole e una stufa. Nei corridoi di passaggio sono appese parecchie fotografie scattate sui campi di battaglia. D'estate, in una sala adiacente al Museo, l’Associazione Museo della Guerra Bianca allestisce una mostra fotografica su una tematica specifica (gli alpini sciatori, i cimiteri di guerra, ecc.).

Il museo della Guerra Bianca nasce tra il 1972 e il 1974 ad opera di alcuni privati. Si trattava tuttavia di una apertura provvisoria e solo nel 1984 il museo, collocato nell'antica casèra, aprì le proprie porte al pubblico.

Le attività svolte dal Museo riguardano il censimento, il recupero, la catalogazione, la classificazione, la conservazione e l'esposizione dei beni relativi alla Guerra Bianca. Si tratta sia di beni mobili, come ad esempio reperti, manoscritti e fotografie, sia di beni immobili, come strade, sentieri militari e fortificazioni.

Nella vecchia sede del museo, nelle tre sale erano collocati oggetti e cimeli storici: armi, baracche da ricovero, oggetti di vita sul campo, stufe, coperte. Nelle sale, collegate da tre lunghi corridoi, erano state esposte al pubblico banbiere, scudi, attrezzature alpinistiche, bombe a mano, oggetti d'uso quotidiano.

La sede del museo è stata trasferita nella piazza del centro di Temù. L'edificio è suddiviso in due piani: al primo piano sono presenti una ricostruzione di una baracca con i materiali originali del conflitto e un cannone da 75/27 Mod. 1911. Si possono in oltre osservare i tipi di proiettili da cannone utilizzati nella guerra e alcune fotografie. Al piano superiore si trovano le bacheche con armi, munizioni, divise dei due eserciti e una ricostruzione di una teleferica anch'essa costruita con pezzi originali del conflitto.

Dal 2008 il Museo della Guerra Bianca in Adamello, grazie alla collaborazione della Regione Lombardia, ha preso in carico dal Comune di Colico la gestione di Forte Montecchio Nord, mentre dal 2012 ha avviato la gestione, in accordo con la Provincia di Lecco, del Forte di Fuentes.

Dal luglio 2011 è aperta al pubblico la nuova sede espositiva di Temù: qui sono esposte molte centinaia di oggetti recuperati direttamente sul terreno, presentati con testi e immagini storiche che aiutano il visitatore a comprendere gli elementi più caratteristici della Guerra vissuta e combattuta in alta quota: il muoversi e l’abitare, la sopravvivenza al clima, l’uso delle armi, dell’artiglieria, dei sistemi di trasporto e delle diverse attrezzature per la montagna, la vita di trincea in condizioni estreme, la sofferenza e, infine, la morte.

Alla base della realizzazione del nuovo stabile e del nuovo percorso espositivo c’è uno specifico progetto scientifico sviluppato dalla Commissione Tecnico-scientifica del Museo sia per valorizzare al meglio le peculiarità delle collezioni del Museo, sia per soddisfare gli standard di qualità regionali e ministeriali relativi ai servizi museali, in particolare l’ “Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei” (D.Lgs. N.112/98 art.150 comma 6 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali).

La missione specifica cui tende il progetto scientifico del nuovo allestimento consiste nella valorizzazione degli elementi caratteristici della Guerra Bianca, “guerra di uomini, animali e materiali, combattuta per quattro anni sulle più alte quote di tutti i fronti della Prima Guerra Mondiale”. Tale assunto di base è stato il criterio informatore delle innumerevoli scelte fatte nel corso dell’attività progettuale sia per quanto riguarda il percorso espositivo sia per l’organizzazione della nuova struttura operativa. La presentazione al pubblico di beni musealizzati non può prescindere dallo studio approfondito del loro contesto originario. Anche alla luce delle esperienze espositive innovative di altri musei storici europei, il percorso di visita è stato realizzato in modo che risulti didatticamente coinvolgente nell’ambito di un corretto rapporto spazi-immagini-suoni: esso deve infatti facilitare al visitatore la comprensione delle valenze associate agli oggetti senza distorcerne la realtà in rappresentazioni coreografiche troppo spinte. A questo è stata associata la necessità primaria e imprescindibile della corretta conservazione dei beni attraverso opportuni sistemi di sicurezza e di controllo ambientale.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/temu.html





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TEMU'



Temù è un comune della Val Camonica circondato da verdi prati, boschi di conifere e dalle imponenti cime innevate del gruppo dell'Adamello.

La storia di Temù, fin dai primordi, vista la vicinanza e la continuità territoriale, unita anche dalla lunga comunanza politico-amministrativa, è legata a quella di Ponte di Legno e agli altri piccoli borghi (Villa D'allegno, Pontagna ecc) sorti nell'estrema propaggine nord della Valle Camonica, alle pendici vallive poste di fronte al massiccio dell'Adamello e su quella linea di confine che per millenni, passando per il monte Tonale e il suo passo, è stata linea divisoria naturale tra la Lombardia e il Trentino. Fu solamente verso la fine del 1700 che il Senato veneto, con una apposita delibera dogale, diede autonomia, creandoli comuni amministrativamente indipendenti, gli antichi paesi di Villa D'Allegno, Pontagna e appunto Temù. Come scritto anche nella storia di Ponte di Legno il nome Daligno risulta citato per la prima volta nel 994, mentre con atto notarile del 1158, è documentata l'infeudazione, da parte del vescovo di Brescia Raiomondo, della potente famiglia bresciana dei Martinengo, in alcune proprietà della curia, con benefici e possibilità di riscossione tasse e decime. Circa duecentocinquant'anni dopo sulle terre di Temù, nel 1388, gli stessi diritti di riscossione vennero elargiti, con conferma nel 1399, a Francesco da Pontagna, nella veste di sindaco e procuratore a Dalegno, che agiva ancora in nome del vescovo. La curia bresciana, che era beneficiaria di diritti su vastissimi territori, vista la lontananza della città dall'alta valle e l'impossibilità di raccogliere direttamente le tasse e i balzelli, incaricò a più riprese per la riscossione dei diritti feudali e delle decime, dei suoi rappresentanti nominati tra i membri di alcune famiglie camune e nel 1442 i temunesi Pietro Capelli e a Giovanni Segalini vennero investiti di questo importante e lucroso compito. Le prime chiese che furono costruite e Temù e Pontagna furono quelle dedicate a San Bartolomeo e a Santa Maria ma per secoli dovettero dipendere dalla più antica parrocchia di Ponte di Legno. Era il 1410 quando il signore di Milano Giovanni Maria Visconti, in una delle tante concitate fasi delle continue guerre tra il ducato milanese (con i Visconti e poi gli Sforza) e la Serenissima Repubblica Veneta, creò una "Contea Franca" che si estendeva territorialmente su tutta l'alta Valle Camonica. Questa zona era indipendente sia dalla giurisdizione bresciana che da quella camuna (con sede a Breno), aveva organi amministrativi e di Jureconsulto di alta e bassa giustizia e comprendeva i feudi di Mu, Dalegno ed Edolo. Infeudato nella neonata contea fu un Giovanni della potente e ghibellina famiglia Federici. Ma pochi anni dopo i milanesi furono definitivamente cacciati dalla Valle Camonica dalle truppe della Serenissima Repubblica Veneta. Il Senato veneto, malgrado l'aperta partigianeria di numerosi dei Federici per Milano e i continui cambiamenti di parte degli stessi, confermò, agli eredi di Giovanni alcuni dei diritti feudali in alta Valle. Temù vide, durante la dominazione Napoleonica, il periodo austriaco e poi nel risorgimento italiano, vide il continuo passaggio di truppe alpine sia Francesi che Austriache che Italiane. Durante il primo periodo del regno d'Italia e fino all'inizio del ventennio fascista, anche a Temù, come in altri poveri borghi della Valle Camonica, si presentò il triste ma inevitabile fenomeno dell'emigrazione per molti giovani che dovettero andarsene dal proprio paese e cercare fortuna e lavoro lontani dalla casa natale. Come Ponte di Legno anche Temù era posto nelle dirette prime retrovie sul fronte di guerra nel primo conflitto mondiale e il massiccio dell'Adamello, che domina dall'alto il paese, fu teatro di sanguinose battaglie, di cruenti scontri e di atti di eroismo tra gli alpini Italiani e quelli Austro-Ungarici. Questo periodo storico è ricordato nelle varie stanze del bel museo della "Guerra Bianca" che, sorgendo proprio a Temù, ha assunto anche un particolare significato evocativo e simbolico. Negli ultimi anni la vocazione turistica di Temù è stata evidenziata da un notevole sviluppo dell'edilizia residenziale che ha cambiato il volto dell'antico borgo e la vicinanza col vasto comprensorio sciistico Ponte di Legno-Tonale pone Temù, Pontagna e Villa D'Allegno in posizione ottimale per chi vuole raggiungere i campi da sci in breve tempo.

La Chiesetta di Sant'Alessandro è forse il tempio cristiano più antico della zona, di origine romanica, si trova su un antico sentiero che portava da Temù a Vione. Il campanile fu eretto nel 1200 ed è ornato da bifore e piccole finestre. La chiesa fu ristrutturata ampiamente nel 1500.
La Parrocchiale di San Bartolomeo a Temù fu edificata nel 1600 e ristrutturata nel secolo scorso. Del primo edificio si sono conservati il bel portale in marmo chiaro proveniente dalle cave della vicina Vezza d'Oglio ed un piccolo portico laterale distinto dalla bella volta a crociera con quattro colonne in granito dell'Adamello. Il campanile, opera di artigiani camuni, forse di Sonico, è a bifore sulla cella campanaria ed è coronato da merlatura di classico sapore ghibellino, forse in ricordo della dominazione in zona dei ghibellini Federici. All'interno sono visibili belle opere pittoriche tra cui una tela raffigurante Anime purganti con l'agnello liberatore. Sono di notevole fattura anche i due paliotti d'altare databili nei primi anni del 1700 e attribuiti al Piccini. Il paliotto dell'altare maggiore databile nel 1600, è invece opera di Giovan Battista Zotti, autore pure della soasa e del tabernacolo.
La Chiesa dei Santi Martiri di Lecanù, conserva all'interno una statua del 1400, in legno opera di mastro d'ascia, anonimo, proveniente dall'Alto Adige.
La Parrocchiale di Pontagna è dedicata a Santa Maria e si caratterizza dal portale in marmo bianco su cui è visibile la data del 1627. La sua struttura è chiaramente in stile barocco e al suo interno è possibile osservare il ben dipinto raffigurante la Madonna col Bambino e Sant'Antonio da Padova opera di Giacomo Borgnini detto Bate che dipinse queste tele nella seconda metà del 1600. Questo dipinto è conservato in una soasa opera di Giovan Battista Ramus o della sua scuola. Un altro dipinto di maggior peso storico e superiore valore artistico raffigura la Madonna col Bambino e i Santi Gregorio e Rocco, opera databile per la sua fattura nel diciassettesimo secolo. Una seconda soasa, quella del presbiterio, pure opera di Giovan Battista Ramus, sempre del 1600 si ispira a moduli e stili nordici e scandinavi.
La Parrocchiale di Villa D'Allegno fu dedicata a San Martino già nel 1600, quando fu edificata in stile barocco. Al suo interno sono degli di menzione alcuni massicci mobili e dei paramenti del 1500. L'altare maggiore, con un paliotto opera di Giova Battista Zotti, è sovrastato da una pala del 1606 raffigurante la Madonna e Santi opera di Giovan Battista Galeazzi.

Il Museo della Guerra Bianca in Adamello raccoglie documenti, fotografie, armi, equipaggiamenti e altri oggetti appartenuti agli uomini, soldati italiani e austro-ungarici, che vissero e combatterono sul fronte d’alta e media quota esteso dal Passo dello Stelvio, attraverso i gruppi alpini dell’Ortles-Cevedale e Adamello-Presanella, sino all’Alto Garda Bresciano.

Pontagna è situata a Est di Temù e dista circa 2 km da Ponte di Legno.
L'ambiente è prevalentemente boschivo montuoso, con zone di pianoro.
Il paese è attraversato dal fiume Oglio.

Villa Dalegno è l'altra frazione del comune di Temù.

Le cime del gruppo dell'Adamello sono la nota peculiare del panorama di Temù. Situato in una conca di prati, il paese è letteralmente circondato dal verde dei boschi di conifere e dalle vette rocciose delle montagne. Le sue origini paiono appartenere alla comunità di Mu, di cui sono documentate la contese con gli uomini di Dalegno, antico insediamento dell'Alta Vallecamonica, già nel trecento. Nel Cinquecento, il borgo era dedito all'agricoltura e all'allevamento, ma presentava anche famiglie possidenti e dinastie di notai. La comunità visse momenti difficili verso l'Ottocento, secolo di emigrazione, che trovarono soluzione con i lavori di costruzione delle centrali idroelettriche e con lo sviluppo del turismo che rappresenta oggi il suo futuro. I piccoli borghi mantengono alcune costruzioni contadine con logge, balconi in legno, finestre in granito, e vecchie viuzze in selciato che si arrampicano per poi perdersi nei pascoli. La parrocchiale di San Bartolomeo, secentesca, ha un bel portichetto con volte a crociera, sostenuto da colonne ottagonali di granito e un campanile con merlature ghibelline, ingentilito da bifore in marmo di Venezia. L'interno è ricco di preziose sculture lignee del XVIII secolo che hanno avuto come modelli la gente del luogo.

A monte dell'abitato di Temù, sul versante orografico destro del fiume Oglio, si apre la stupenda e incontaminata Val di Canè che rientra in gran parte all'interno dei confini del Parco Nazionale dello Stelvio. Ampliato nel 1977 con l'inclusione delle bresciane valli Grande, di Canè, delle Messi e di Viso, il Parco è ora una realtà capace di consentire al territorio di evolversi ancora secondo le leggi immutabili della natura. I luoghi da visitare all'interno del Parco sono tutti di particolare bellezza. La possibilità di vivere a contatto con la natura in parte ancora selvaggia e di avvistare gli animali nel loro abitat sono alcune possibilità offerte all'escursionista che avrà la pazienza di spezzare il ritmo frenetico della vita per farsi coinvolgere dalle meraviglie sparse sul territorio. Per gli appassionati della "Guerra Bianca" non dovrà mancare una visita alle fortificazioni della Bocchetta di Val Massa, in alto alla frazione di Villa Dalegno, il più bell'esempio di architettura militare. Di rimpetto all'abitato di Temù si apre l'ampia Val d'Avio, con i suoi cinque chilometri di pianeggiante passeggiate, valle che si estende fino ai piedi della parete nord dell'Adamello, la valle, di origine glaciale, ospita a diverse altitudini ben cinque laghi artificiali, della complessiva capacità di quasi 50 milioni di mc d'acqua, che alimentano la centrale idroelettica di Edolo. Il territorio è ricco inoltre di moltissime testimonianze della Grande Guerra, durantela quale l'abitato di Temù divenne il fulcro di tutta l'organizzazione logistica di questa parte di fronte. Numerose e imponenti cime la sovrastano quali la Calotta, il Salimmo, il Corno di Mezzodì, il Monte dei Frati, Il Baitone e l'Adamello, solo per citare le più importanti. Lungo la valle si snoda il percorso che dà accesso al Rifugio Garibaldi, base di partenza di tutte le più suggestive ascensioni nel gruppo adamellino. Nella laterale Val di Salimmo è collocato il Bivacco Spera, dedicato alla indimenticabile figura di Sperandio Zani, emerita guida alpina di Temù nonchè fondatore del Museo. La costituzione del Parco Naturale dell'Adamello permette di valorizzare l'eccezionalità di questa vasta area, straordinario patrimonio naturale e storico, di cui dobbiamo tutti essere fedeli custodi.

Nel periodo invernale offre una ski area composta da 4 seggiovie con 8 piste di varie difficoltà, collegate a quelle della vicina Pontedilegno. In questo modo è possibile partire con gli sci ai piedi dal paese ed arrivare sino a quota 3.000 metri del ghiacciaio Presena, passando per Pontedilegno ed il Passo Tonale. La pista nera che scende in paese è una delle più interessanti dell’intero carosello sciistico.

Nel periodo estivo i bellissimi monti che circondano il paese sono meta preferita di bikers ed escursionisti. La seggiovia Roccolo Ventura, in funzione anche nel periodo estivo (verificare giorni ed orari) è dotata di ganci per le MTB proprio per agevolare la risalita da parte di tutti.
Verdeggianti alpeggi e meravigliosi boschi di larici sono luoghi incantevoli dove rinfrancare lo spirito.

Tutti gli anni ad agosto ospita Arte in strada, un meeting internazionale di scultura lignea dove è possibile ammirare gli artisti al lavoro lungo le vie del centro storico..

Il nuovo campo da calcio situato in prossimità degli impianti di risalita ospita durante il periodo estivo varie squadre calcistiche in ritiro pre campionato, è facile incontrare i calciatori ed ottenere fotografie ed autografi.

.Durante festa dell'epifania era consuetudine dare al gabinàt (da tedesco Gaben Nacht, notte dei doni): quando la mattina due persone s'incontravano, il primo che pronunciava la parola aveva aveva diritto di ricevere un piccolo dono. I padrini di battesimo facevano regali d'una certa consistenza ai loro figliocci.
Il 23 giugno Vigilia di San Giovanni Battista venivano accesi falò sulle alture.
Il 23 agosto Vigilia di San Bartolomeo in onore del santo patrono si bruciavano delle cataste di legna di abete sulle montagne. Era inoltre usanza illuminare le finestre delle case con lumicini ricavati da gusci di lumache (bogoni) durante la processione per le vie del paese.

Il territorio montano di Temù, un tempo utilizzato principalmente per l'agricoltura, ha visto nel tempo ridursi fin quasi a scomparire tutte le attività ad essa collegate quali piccoli caseifici, forni, segherie. L'attività turistica nel periodo estivo è sottodimensionata rispetto alla ricchezza naturalistica e di tradizioni del territorio, mentre eccessivo è lo sfruttamento nel periodo invernale, per l'attività sciistica.

Il Comune di Temù, come tutti i comuni limitrofi, a partire dagli anni sessanta è stato interessato da un progressivo fenomeno di emigrazione tuttora in atto. Non aiuta l'eccessivo sfruttamento della sola stagione invernale, che richiama localmente soltanto attività (e lavoratori) a carattere prevalentemente stagionale.



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lunedì 13 aprile 2015

DARIO FO A PORTO VALTRAVAGLIA

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Dario Fo definisce la sua infanzia “eccezionale”: “Ho avuto la possibilità di vivere un’infanzia sempre attorno al lago Maggiore, ma cambiando un paese dopo l’altro. Ho frequentato la terza elementare in tre posti diversi, la quarta in due scuole differenti. Poi sono andato a Luino per le scuole medie, a Milano per il liceo di Brera e infine all’Università. Quindi io, figlio di un ferroviere, ero sempre in viaggio. Questo naturalmente ha influito molto sul mio carattere. Credo di essere una persona generosa, ed ho imparato non solo da mia madre o da mio padre, ma anche dal clima che mi sono trovato intorno“. Il capitolo finale de “Il paese dei mezaràt“, racconta il funerale del padre, il quale prima di morire si era preoccupato di ingaggiare una banda che per tutto il tragitto da casa fino al cimitero suonasse le marce dei partigiani delle valli. “ Per ogni valle (sei o sette sul lago Maggiore), infatti, c’era un gruppo di partigiani che creava una propria canzone. Mentre si andava al funerale, tra le bandiere rosse, la gente, gli anarchici, iniziò un altro funerale, quello dello scrittore Piero Chiara, che aveva sempre avuto fama d’essere un gran mangiapreti. Per cui la gente si unì al corteo di mio padre pensando che fosse quello di Chiara. Poi quando è arrivato il feretro da Varese, nel luogo dell’appuntamento non c’era nessuno. Così tutti i giornali riportarono questo episodio“.

Nato a Sangiano (Varese) nel 1926, Dario Fo approda a Porto Valtravaglia dopo aver girato già altri paesini dell’Alto Varesotto al seguito di suo papà che lavorava nelle ferrovie dello Stato. In quei primi anni di vita conosce la spensieratezza totale, ma vive anche alcune prime esperienze della passione politica che più avanti lo animerà in modo ben più cosciente. Ma è negli anni di Porto che Fo vive le esperienze maggiori che gli indicheranno alcune strade. Porto è un paese di fabulatori, di narratori e lui attinge a piene mani da quell’esperienza.

Frequenta l'Accademia di belle arti di Brera a Milano e si iscrive alla facoltà di architettura del Politecnico, senza tuttavia laurearsi.
Nel '52 incontra Franco Parenti che lo introduce in RAI, dove scrive e recita per la trasmissione satirica "Poer nano"; nel '53, sempre con Parenti e Giustino Durano, firma "Il dito nell'occhio" cui farà seguito l'anno dopo "Sani da legare".
Per il cinema, è co-sceneggiatore ed interprete del film di Carlo Lizzani "Lo svitato" (1955); nel '57, mette in scena per Franca Rame "Ladri, manichini e donne nude" e l'anno successivo "Comica finale".
Dal '59 forma, con la Rame ed altri, una compagnia stabile: appartengono a questo periodo "Gli arcangeli non giocano a flipper" (1959), "Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri" (1960), "Chi ruba un piede è fortunato in amore" (1961), "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" (1963), "Settimo ruba un po' meno" (1964), "La colpa è sempre del diavolo" (1965), "La signora è da buttare" (1967).
Nel 1963 partecipa a "Canzonissima", dove con Franca Rame dà vita ad una serie di scenette che denunciano le malefatte del sistema politico; colpiti dagli strali della censura, preferiranno abbandonare per non dover mettere la mordacchia alle proprie idee, dando inizio ad una esclusione dalla televisione di stato destinata a durare più d'un ventennio.
E' del '66 la prima raccolta di "Ci ragiono e canto" sulla musica popolare italiana, e del '68 la nascita d'un collettivo teatrale indipendente destinato a girare l'Italia in circuiti alternativi a quelli del teatro ufficiale: vengono rappresentati "Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi" (1968), "L'operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone" (1969), "Legami pure, tanto io spacco tutto lo stesso" (1969) e soprattutto il celeberrimo "Mistero buffo" (1969), monologo fondato sul grammelot, una lingua derivata dalla mescolanza di fonemi moderni e ricavati da disusati dialetti padani.
Degli anni successivi vanno ricordati "Morte accidentale di un anarchico" (1970), " Pum pum, chi è? La Polizia" (1972), "Guerra di popolo in Cile" (1973), per il quale viene arrestato durante una tournée a Sassari; successivamente, nella cornice della Palazzina Liberty occupata, andranno in scena testi quali "Non si paga, non si paga" (1974), "Il Fanfani rapito" (1975), "La marijuana della mamma è sempre la più bella" (1976).
Ha inizio, nel medesimo periodo, una frenetica attività di lavoro all'estero; nel '79, egli viene chiamato alla Scala di Milano per dirigere "L'histoire du soldat" (1979) di Stravinskij.
Degli anni successivi, meritano ancora menzione "Dio li fa e poi li accoppa" (1984), "Mamma! I Sanculotti!" (1993), "Il diavolo con le zinne" (1997); in questo stesso anno, egli viene insignito del premio Nobel per la letteratura.

La «Notte dei Mezaràt», è la notte bianca di Porto Valtravaglia, borgo di lago caro a Dario Fo che dalle sei di un sabato di luglio sera fino all’ alba di domenica si trasforma in un grande teatro a cielo aperto con spettacoli, concerti, caffè letterari, esibizioni di giocolieri e disegnatori, mostre di pittura, acquarelli e ceramica, brunch notturni sotto le stelle. Un giro di luna «felliniano» tra terra e lago che raduna nelle piazze e nelle strade di questa parte di sponda lombarda del Lago Maggiore il popolo dei «Mezaràt» (in dialetto significa mezzo topo, cioè pipistrello, con un chiaro riferimento a chi vive di notte). Ovviamente il «Mezaràt» più atteso è proprio Dario Fo, che consegnerà al migliore artista votato da una giuria popolare il «Premio Dario Fo».



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