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giovedì 20 agosto 2015

ROVATO

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Rovato è un comune della provincia di Brescia.

Il 2 giugno 2014 ha ottenuto il riconoscimento del titolo di città.

Secondo la tradizione, c'era un tempio al dio Sole, culto diffuso tra i legionari dalla fine del sesto secolo A.C.. Si notano sul monte Orfano sistemi di fortificazione costruito secondo i dettami tecnico strategici tipicamente gallici: cioè bastioni costituiti da potenti recinti di massi e pali; più all'interno si scorgono costruzioni destinate agli uomini e cioè recinti per cavalli; magazzini per attrezzi ed alimenti. L'area del convento dell'Annunciata e di S. Michele sopra Rovato costituiva il vero caposaldo del territorio dotato di potenti e articolate fortificazioni. La costruzione e il mantenimento di queste costruzioni difensive fu possibile grazie alla straordinaria ricchezza di queste zone quanto a legname pietre ed acqua.

La prosperità del popolo Cenomano e delle sue conquiste in Franciacorta volge a termine nel primo secolo a.C., con l'avvento dei Romani. Era il tempo di Giulio Cesare e della Gallia Cisalpina, tempo di grande innovatività nei settori del commercio, dell'agricoltura, dell'edilizia. Proprio in questo periodo di estrema floridezza la Franciacorta acquista importanza e si organizza attorno al castrum di Rovato, collegato ad opere militari sul Monte Orfano e sui colli circostanti, che divenne il fulcro di tutto quanto il sistema accentrando la funzione militare, artigianale, commerciale e rurale. La riorganizzazione militare dell'area del Monte Orfano in particolare a Rovato diede la seguente struttura del territorio: venne edificato un poderoso castrum consistente nel quadrilatero urbano, all'interno del quale altri quadrilateri, a livelli diversi, erano adibiti a varie funzioni; il tutto era legato un sistema di imponenti mura.

L'impoverimento causato dalle razzie e dai saccheggi, conseguente all'avvento delle invasioni barbariche, ha una battuta d'arresto con l'insediamento dei Longobardi nel 568 d.C. La popolazione longobarda entrata dall'arco alpino in Italia e guidata nei primi tempi dal re Alboino, ristruttura la fortificazione romana presente nell'area dell'attuale convento della SS. Annunciata facendo di Rovato il centro istituzionale dell'antica Franciacorta. Con la conversione dei longobardi al cattolicesimo, curata dal pontefice Gregorio Magno, durante il regno di Agilulfo, la storia religiosa e quella civile s'intrecciano. I longobardi, infatti, attribuiscono all'area del monte Orfano, già loro sede giurisdizionale, anche la funzione di centro del culto cristiano. Quest'ipotesi è prepotentemente confermata dall'edificazione della chiesa di S. Michele, posta sulla cima del Monte Orfano, a pochi passi dal convento. S. Michele rappresenta infatti l'angelo guerriero patrono dei longobardi. L'ubicazione nei pressi di una sorgente e l'analisi della struttura architettonica confermano l'origine longobarda della chiesa datata presumibilmente tra l'ottavo e il nono sec. d.C.

Nel 1265, acclamato dai guelfi, il conte di Fiandra Roberto de Béthune (facente parte della spedizione italiana di Carlo d'Angiò) occupa il castello. La campana del vespro del 9 novembre fu il segnale dell'insurrezione antifrancese dei rovatesi, che misero in fuga gli stranieri. L'insofferenza dei rovatesi verso qualsiasi giogo si confermò nel 1312, nei confronti delle truppe di Enrico VII. Nel 1326, dopo un assedio, Azzone Visconti riuscì a impossessarsi di Rovato solo col tradimento. Dopo le contese tra Milano e Venezia, Rovato solo con ritardo, nel marzo 1428, acconsentì a giurare fedeltà alla Serenissima. Nel 1438, al passaggio dell'Oglio da parte delle truppe viscontee di Niccolò Piccinino, Venezia affidò la difesa del contado a Leonardo Martinengo da Barco con mille valtrumplini che, dopo scaramucce, si chiusero nel castello di Rovato (13-30 agosto) ad opporre infruttuosa resistenza all'assedio. Riconquistato nel 1440 da Venezia, dopo altre occupazioni milanesi (il 7 novembre 1453 il vincitore Francesco Sforza riconobbe il valore dei difensori, scrivendo di proprio pugno "virtute" sulla porta nord del castello), solo con la pace di Lodi del 9 aprile 1454 Rovato tornò definitivamente a Venezia. La Dominante riconobbe l'importanza strategica del luogo e nel 1470 concesse sgravi fiscali per agevolare le opere di fortificazione. Un famoso storico di Rovato, il Cocchetti afferma che nell'archivio comunale di Rovato rinvenne memorie del '400 che facevano riferimento agli antenati del pittore Alessandro Bonvicino, meglio conosciuto come il Moretto. La cittadinanza fu chiamata a versare contributi per le guerre che Venezia condusse nella seconda metà del secolo, in particolare contro i Turchi che, conquistata nel 1453 Costantinopoli, minacciavano i domini della Serenissima nel Mediterraneo orientale. Sempre nel '400 nacque il "Consorzio", istituto di carità che funzionò fino al 1811, quando i suoi beni confluirono nell'ospedale. Dopo che l'impari lotta di Venezia contro tutti, messile contro da papa Giulio II nella lega di Cambrai, si risolse nella dura sconfitta subita dalla Serenissima il 14 maggio 1509 ad Agnadello dove alcuni capitani bresciani tradirono - il 19 maggio Rovato aprì il proprio castello ai francesi, incapaci però di accattivarsi la simpatia della popolazione. Un notabile rovatese, Lorenzo Gigli, organizzò l'insurrezione, scoppiata il 7 agosto nonostante il giorno prima la guarnigione occupante fosse stata rinforzata di un corpo di cavalleria. Il 9 i francesi dovettero abbandonare ignominiosamente il campo. Ma nessuno seguì il coraggioso esempio di Rovato, che rimase libera e isolata. Il Gigli e altri furono presi e le loro teste caddero nel settembre successivo in piazza della Loggia a Brescia. Nel febbraio 1512 Rovato, non persasi d'animo, partecipò alla sollevazione antifrancese che nel capoluogo si concluse col tristemente famoso "sacco di Brescia" ad opera di Gaston de Foix. Per scontare la fallita ribellione, Rovato dovette sborsare una multa ingentissima (quasi 10 mila ducati d'oro), oltre a partecipare alla multa di 96 mila ducati imposta alla provincia. Quando riprese il potere, Venezia non manifestò particolare gratitudine a Rovato. Anzi: il 3 maggio 1519 autorizzò il mercato del bestiame a Chiari, in concorrenza con quello rovatese, che vantava una tradizione medievale. Nel '500 nacque l'Accademia medica degli "Eccitati", per iniziativa del medico di Rovato Felice Bettera (autore di un "Trattato sulla peste"), che mise a disposizione, come sede, la propria abitazione. Vi si mettevano in comune le singole esperienze di casi incontrati nell'esercizio della professione.
 
Nel 1685 La Repubblica di Venezia concesse l'erezione di un archivio notarile a Rovato. Personaggio di rilievo fu, in quel secolo, Leonardo Cozzando (1620-1702), professore di filosofia a Verona e Vicenza, che scrisse un volume sulla filosofia greca e una "Libreria bresciana", stesa nel convento dell'Annunciata, dove trascorse i suoi ultimi anni. Durante la guerra di successione spagnola (primi del '700) Venezia, neutrale, concesse però agli eserciti stranieri di attraversare il suo territorio. Il principe Eugenio di Savoia, che comandava gli imperiali (e batté i francesi presso Chiari) sostò a Rovato e, salito al Monte Orfano, lo definì "il più bel punto di vista che abbia l'Italia". Significativa fu nell'800 la presenza a Rovato dell'architetto Rodolfo Vantini, amico del prevosto Carlo Angeloni. Si batté con successo perché la ferrovia Chiari-Brescia passasse per il paese (e non, come da un primo progetto, per Travagliato), disegnò il portico della piazza centrale ed eseguì altri lavori nella zona. Durante il Risorgimento, Rovato partecipò all'insurrezione antiaustriaca di Brescia del marzo 1848 (raccolse e curò i feriti); l'anno dopo le truppe austriache, dirette a Brescia per reprimere le famose Dieci giornate, passarono da Rovato. Nell'aprile 1862 fu Garibaldi in persona a inaugurare la Società del tiro a segno. Iniziarono anni di sviluppo e progresso: nel 1877 fu inaugurata la ferrovia per Coccaglio e nel 1897 la tramvia Chiari-Rovato-Iseo. Va ricordato lo storico rovatese Carlo Cocchetti (1817-88), insegnante, considerato il fondatore dell'istituto magistrale "Gambara" di Brescia, autore di "Brescia e la sua Provincia", comparsa nel 1858 nella "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto" curata dal suo amico Cesare Cantù.

La dipartita degli austriaci inaugurò a Rovato un regime politico e amministrativo centrato sul raggiungimento di un'ampia autonomia. Il 12 febbraio 1860, la Giunta municipale rovatese si costituì in ufficio e relazionò al Consiglio del 7 marzo successivo il proprio programma. Nel 1861 si deliberò di licenziare "il pedone distrettuale" sostituito dall'Ufficio Postale. Nel 1862 fu istituita la "Giudicatura Mandamentale" (la Pretura) che trovò sede presso il Municipio. Nel 1868 nacque la "Società Operaia, Industriale ed Agricola" di Rovato, la società aveva una matrice laica di stampo liberale, e creò ben presto una scuola per lavoratori. La scuola si consolidò nel tempo e divenne la " Scuola Professionale di Disegno Francesco Ricchino", tuttora esistente. Il 24 maggio del 1869 aprì il suo sportello in Municipio, su istanza del Comune, la Cassa di Risparmio di Milano.Fu un avvenimento di grande importanza nella strategia economica del nostro paese, che nel corso della propria storia vide un sempre più consistente incremento d'Istituti di Credito. Nel 1871, secondo i dati del censimento, gli abitanti di Rovato erano 7370. Dieci anni più tardi, 1881, raggiunsero i 7825 di cui 4582 residenti nel centro e i restanti nelle frazioni. L'Ospedale civile sorto nel 1763 per oblazione dei cittadini, fu in seguito ceduto alla "Congregazione di Carità" a cui il Comune rimborsava parte delle spese per i degenti poveri. Nel 1889 fu istituito l'asilo infantile, sovvenzionato dal municipio mentre dal 1836 esisteva a Rovato un orfanotrofio femminile fondato dal prevosto Angelini per le ragazze rimaste orfane a causa dell'epidemia di colera. La situazione scolastica, fu oggetto di particolare attenzione da parte della rappresentanza municipale; anche perché il paese aveva una lunga tradizione culturale da rispettare risalente al XV secolo, cioè alla fondazione del convento dell'Annunciata. Gli alunni delle classi rovatesi erano nel 1894 complessivamente 1141.La popolazione rovatese era prevalentemente costituita da: agricoltori, possessori di fondi e lavoratori sussidiari, da un rilevante numero di commercianti, a questi va aggiunta la schiera dei piccoli commercianti che esercitavano la loro attività nelle bancarelle del mercato, e dagli operai delle industrie artigianali. Per quanto riguardava la classe operaia le retribuzioni erano inadeguate ad affrontare i problemi della vita quotidiana così come per i contadini che erano gravati da pesanti carichi fiscali imposti dal governo per risanare le finanze, le condizioni di vita dei lavoratori della terra erano per la maggior parte dei casi miserabili. Base principale dell'alimentazione quotidiana era la polenta di granoturco che non forniva un'alimentazione completa e provocava la pellagra. Contro queste situazioni di grave disagio le organizzazioni sindacali d'ispirazione socialista e cattolica diedero vita ai primi grandi scioperi. A Rovato nel 1897 incrociarono le braccia, chiedendo aumenti salariali, i conciatori di pelle dello stabilimento Merlini (37 su 39) e lo sciopero ebbe esito favorevole. Nel 1900, sempre a Rovato scioperarono gli operai della fabbrica Buffoli richiedendo una diminuzione delle ore di lavoro, 12 giorni di sciopero anche questi con esito positivo. L'eco della Rivoluzione Industriale si faceva sentire anche a Rovato. Sempre nel 1900 in un nuovo censimento gli abitanti risultarono 10.190. Rovato d'inizio secolo era piena di grandi progetti, impegnata nella realizzazione d'importanti opere destinate ad incidere profondamente nella vita civile e sul peso che Rovato aveva nei confronti dei comuni contermini, in forza dei servizi esclusivi che era in grado di erogare. Nel 1912 Rovato ebbe un suo primo periodico quindicinale, "Il Monte Orfano" diretto e quasi totalmente scritto da Oreste Bonomelli. Nel 1913 fu terminata la costruzione dell'acquedotto comunale posto nell'attuale Piazza Montebello, importante oltre che per le sue rilevanti dimensioni, anche per i pregevoli ornamenti in stile liberty. Sempre nel 1913 si tenne la prima Grande Esposizione Agricola Industriale, su ispirazione della manifestazione bresciana del 1904. La scarsa presenza d'attività industriali e manifatturiere portò,tuttavia, centinaia di rovatesi ad emigrare. Il flusso principale era orientato verso l'Australia, dove i cittadini furono impiegati nei lavori agricoli pesanti (il taglio della canna da zucchero), l'Argentina, il Belgio e la Francia dove si trovava lavoro nelle miniere di carbone. La Prima Guerra Mondiale che sconvolse e devastò l'intera Europa segnò anche il paese. Rovato pagò con 160 giovani vite stroncate e un numero imprecisato di mutilati e invalidi il suo tributo alla guerra. Ne è memoria il Sacrario ai Caduti presso le Scuole Elementari Comunali. A peggiorare la situazione nel 1918 vi fu una grave epidemia di Spagnola. Nel dopoguerra i problemi rimasti sopiti durante il conflitto si acuirono: disoccupazione, povertà diffusa, sfiducia nei confronti delle istituzioni erano all'ordine del giorno. Le elezioni del 1920 a Rovato si svolsero in un clima di grandi contrasti ed attese. Si presentò a Rovato, per la prima volta, il Partito Popolare con una lista composita guidata dal Cav. Antonio Rossi che raccolse molti moderati riscuotendo il successo elettorale mentre la minoranza fu rappresentata dai socialisti capeggiati da Oreste Bonomelli. Nel 1922 Mussolini instaurò la dittatura fascista e anche a Rovato il clima di convivenza civile si guastò. Nel 1926 furono sciolti i Consigli Comunali ed i sindaci sostituiti dai podestà, mentre venne cancellata ogni forma di partecipazione politica democratica. Anche Rovato seguì lo stesso destino. Furono anche gli anni della "Trasvolata polare" del 1926, fortunata, e del 1928 sfortunato nella quale perse la vita il rovatese Attilio Caratti "pioniere dell'aria".Nel 1935 furono edificate le Scuole Elementari Comunali. " L'8 giugno del 1940 a Rovato in Piazza Cavour quattro enormi altoparlanti presidiati da pochi fascisti trasmisero ad una folla costretta e curiosa la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini. La popolazione di Rovato, ad eccezione di qualche decina d'applausi, raccolse la notizia in un silenzio impressionante - ricorda Mons.Zenucchini-. L'Italia era nuovamente in guerra. Nuovamente Rovato vide partire i suoi giovani con lo zaino sulle spalle; centinaia di loro morirono e altri 72 vennero dichiarati dispersi, la maggioranza sul Fronte Orientale. Dal 25 luglio all'8 settembre 1943, il regime fascista crollò sotto il peso delle disastrose campagne militari.Ma non era ancora finita la guerra. Rovato veniva occupata il 10 settembre 1943 da un autocolonna della Wermacht. Al potere militare tedesco si univa il potere civile del resuscitato fascismo; in contrasto sorgono le prime organizzazioni clandestine con un piano comune di lotta. Le prime fasi della Resistenza iniziano nell'ottobre 1943 con atti di sabotaggio e di propaganda. Nell'aprile del 1944 si costituisce a Rovato il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.). La liberazione dal nazi-fascismo era vicina, ma fu caratterizzata da momenti di grande tensione fra i cittadini rovatesi in cui persero la vita il Segretario Comunale Vighenzi e Silvio Bonomelli. Dal 28 aprile sventolavano dal Palazzo Comunale, le bandiere delle nazioni alleate e Rovato era chiamata ad affrontare il periodo della ricostruzione.



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RODENGO SAIANO

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Rodengo-Saiano è un comune della provincia di Brescia.

L'origine del comune è recente, risale al 18 ottobre 1927 quando, con Regio Decreto, vennero unificati i due centri di Rodengo e di Saiano. Essi mantennero nel corso dei secoli una propria individualità dovuta probabilmente alla diversa origine: Saiano risale all'epoca romana, come testimoniato da un cippo funerario rinvenuto in loco ed ora conservato al Museo di Santa Giulia di Brescia, mentre Rodengo è di origine longobarda, come risulta da una carta topografica del territorio datata 910 d.C.
Il primo nucleo abitato si sviluppò in epoca medioevale attorno al Castello di Saiano di cui oggi rimangono pochi ruderi e un fossato annessi all'edificio di Villa Maria. La vita sociale e culturale di Rodengo Saiano è stata fortemente caratterizzata dalla presenza di importanti centri religiosi che hanno impresso alla comunità un forte spirito di impegno cristiano.

L'economia di Rodengo Saiano è stata improntata fino agli inizi del novecento ad un'attività prettamente agricola caratterizzata soprattutto dalla coltivazione della vite e del mais e dall'allevamento del bestiame. Nel corso degli ultimi decenni si è assistito ad un progressivo aumento delle attività artigianali, industriali e del terziario avanzato, favorite soprattutto dall'ottima rete viaria di collegamento con Brescia e con l'autostrada. Recentemente, infatti, si sono insediati nel Comune un importante centro commerciale e numerose aziende industriali conosciute in tutto il mondo, dedicate soprattutto alla trasformazione e lavorazione dei metalli e delle loro leghe.

Nel panorama storico bresciano Rodengo Saiano riveste un'importanza primaria. Questo non solo per la presenza della grande Abbazia Benedettina, fra le maggiori d'Italia, ma anche per un articolato intreccio di eventi che hanno coinvolto il territorio.
La strada romana, che seguendo il pedemonte congiungeva Brescia con la Spina di Erbusco (e poi con Bergamo e Milano) aveva il più importante presidio a Ponte Cingoli, struttura a tre arcate, affiancata da una Posta e difesa dall'alto dall'imponente complesso militare della Rocca.
Sull'area dell'attuale Abbazia sorgeva un "castrum", accampamento militare fisso, con edifici in muratura e, scoperta recentissima, con un tempio. Vari cippi esposti al museo romano documentano la massiccia presenza latina.
Con le invasioni barbariche l'importanza di Rodengo aumenta: dapprima si insediano i Goti (fino al 1500 vari documenti parlano della contrada del Gotho - Godo), poi arrivano i Longobardi che si insediano sulla Rocca, ampliandola oltre le mura romane. Esiste una leggenda secondo cui Carlo Magno dovette fermarsi a Ponte Cingoli nell'inverno del 774 e, non potendo esaudire il voto di celebrare il Natale nella Chiesa di San Dionigi ad Aquisgrana, avrebbe fatto erigere lì una chiesa dedicata al santo vescovo francese e avrebbe battezzato la zona "piccola Francia", da cui il nome Franciacorta.
Centinaia di sepolture di epoca alto medioevale (e in particolare quelle nell'area detta della Santa, disposte militarmente) fanno pensare a un lungo assedio, con battaglie cruente e centinaia di morti fra i Franchi.
Carlo Magno conquisterà Brescia nella primavera successiva, tornerà in Italia due anni dopo e in questa occasione farà distruggere la Rocca di Rodengo Saiano dove si erano nuovamente asserragliati ribelli Longobardi e Goti. Con la vittoria di Carlo Magno arrivano numerosi coloni francesi che si concentrano soprattutto a Saiano professando la "lex salica". Da qui Saliani, Saiani, Saiano. Convivono con Goti e Longobardi, Latini e Cenomani che continuano a professare antiche religioni e a rispettare consuetudini legali che ritroviamo intatte nel 1066 quando a Rodengo arrivano i monaci benedettini francesi di Cluny che già avevano una solida base a Pontida. I Cluniacensi avevano badie, conventi, sussidiari come San Pietro in Lamosa (Provaglio d'Iseo) o Clusane, case maggiori (il Camaione) o minori (Camignone a Pasirano e Mignone a Monticelli), corti, mulini, migliaia di ettari di terra in almeno trenta comuni della provincia con possedimenti fino a Polpenazze e dipendenze come S. Maria del Giogo; l'Isola di S. Paolo nel Lago d'Iseo e S. Salvatore a Capo di Ponte.
Per 700 anni sono i monaci a segnare la storia del paese, ma forse da prima ancora la Franciacorta è terra delle corti dei monaci francesi.
Tutti i più grandi artisti bresciani (Foppa, Romanino, Gambara, fra i tanti) hanno lasciato testimonianze grandiose nell'Abbazia di Rodengo. Purtroppo è andato disperso gran parte del patrimonio librario, di manufatti e di mobili dell'Abbazia, che nel 700 contava fino a 70 fra monaci e conversi.
Padre Ludovico Pavoni muore a Saiano nel Convento dei Francescani (noto come Calvario, voluto dalla famiglia Provagli per un voto): è una figura risorgimentale di spicco, fondatore della Pavoniana.
Nello stesso periodo si fa largo anche l'aristocrazia terriera che costruisce splendide Ville nella zona (i monaci vendono almeno la metà dei terreni per pagare i lavori di ampliamento ed abbellimento del monastero) e l'esempio più fulgido è Villa Fenaroli a Corneto (sono notevoli anche Villa Molinari, Villa Maria, Villa Zerla a Padergnone, terza frazione del Comune).

Tra gli edifici civili degni di nota ricordiamo la medioevale Villa Masperoni, connotata da tre bei portali in pietra bugnata e da otto arcate di un portico mai ultimato; Villa Maria in stile neogotico, Villa Molinari e Villa Fenaroli a Corneto, quest'ultima posizionata a metà collina in una splendida conca che presenta il tipico schema architettonico bresciano con il corpo centrale alto rispetto alle due ali laterali più basse.
Il territorio di Padergnone appartenne prima alla Pieve di Gussago e, fino al 1969, alla Parrocchia di Rodengo.
Le prime informazioni storiche documentate sulla vita ecclesiale di Padergnone, risalgono al 1432 quando, come dimostra un’ iscrizione che ancora oggi troviamo trascritta all’interno della porta, a seguito di un’ epidemia di peste, per un ex voto, dalla vicinia viene eretta una cappella (“santellone”) dedicata a  SAN ROCCO.
La santella era coperta, ma aperta sui lati.  È la stessa cappella che verrà in diverse fasi ampliata e diventerà l’attuale Chiesa parrocchiale.
Da un’altra iscrizione latina del 1507, che oggi possiamo trovare intorno a una croce sostenuta dallo stemma della famiglia Masperoni, su una lapide posta sul muro di una casa all’incrocio della strada che porta a Ronco, abbiamo notizia di un’altra epidemia di peste.
Dunque, già nel 1500, gli abitanti del piccolo borgo si riunivano nella cappella di San Rocco per le pratiche religiose.
Nel 1567, Monsignor Bollani vescovo della diocesi,  decretava che la cappella si chiudesse almeno con dei cancelli di legno o ferro e che nel frattempo non vi si celebrasse nessun rito religioso.
Forse proprio a seguito di questo decreto, gli abitanti decisero di rifabbricarla,  ma non riuscirono a completare i lavori per la Visita Pastorale del 1581 di San Carlo Borromeo che, nel decreto da lui emanato in quell’occasione, diceva: “ “Nella chiesa di San Rocco in Padergnone, non ancora finita, si tolga l’altare irriverentemente costrutto”.
Da altri documenti storici, si ha notizia che nel 1569, la cappellania di San Rocco aveva in dotazione una casa e quattro pezzi di terra e che nel 1691 il nobile Francesco Torre dotava la chiesa di un’altra cappellania per una seconda messa festiva. E’ circa nel 1730 che gli abitanti di Padergnone cominciano a reclamare una autonomia  ecclesiale: lo si desume da alcuni documenti che parlano di una vertenza sorta con il monastero di Rodengo e più tardi, tra la fabbriceria e lo stato italiano. Nel 1770 viene eretto il campanile.
Nel 1828, alla chiesa viene accordata apposita fabbriceria distinta da quella di Rodengo, considerato anche il fatto che gli abitanti erano ormai più di 400.
Nel 1842,  Andrea  Piardi di Gussago dona alla chiesa una casa con broletto, ma data l’esiguità della rendita e l’incameramento dei beni, non è stato possibile farvi risiedere un religioso.
In vista delle esigenze della popolazione, nel 1858, alla chiesa viene concessa la conservazione degli oli sacri; l’anno successivo viene accordato il permesso di confessare le donne e, due anni più tardi, direttamente dalla Santa Sede, arriva l’autorizzazione a  conservarvi  l’Eucarestia. Particolarmente benemerita fu la cappellania di Don Camillo Presti. Nativo di Padergnone, ordinato sacerdote nel 1849, vi si fermò come secondo cappellano di Don Carlo Bonini, succedendogli alla sua morte come cappellano curato. Al suo zelo si devono la pala dell’altare maggiore, opera di Angelo Inganni e raffigurante San Rocco (1853),  la casetta per il sagrestano (1859), l’organo, costruito dal Tonoli (Brescia 1868),  la costruzione delle due cappelle della Madonna e di San Giuseppe, coi relativi altari, con la statua dell’Immacolata e la pala di San Giuseppe di G.B. Guadagnini,  il raddoppio del presbiterio, l’abside, il coro e la sacrestia  e il nuovo altare (1808),  il pavimento della chiesa, (ancora oggi in buono stato di conservazione) (1899),  l’orologio meccanico collocato sul campanile dalla ditta Frassoni (Rovato 1903), e, infine, la casa canonica (1906). Padergnone si arricchisce inoltre di un  ampio terreno denominato piazza, donato dalla nob. Silvia Fenaroli ved. Averoldi, morta il 13 ottobre 1887.
A Don Presti, morto nel 1909, successe Don Andrea Romano, sacerdote di grande pietà e dottrina, espertissimo in questioni giuridiche.  Al suo zelo di deve la Schola Cantorum e la decorazione, ad opera del pittore Trainini Giuseppe delle cappelle laterali.
L’ostilità del regime fascista lo costrinse a lasciare Padergnone dopo 19 anni, cedendo il posto, nel 1928, a Don Giuseppe Gatti che, nei nove anni di apostolato portò a compimento la decorazione della chiesa.
Passato a Timoline nel 1937, gli successe don Ernesto Bozzoni che realizzò nel 1942 il teatrino, nel 1960 il campo sportivo, nel 1967 la scuola materna e dotò il campanile di un nuovo concerto di campane (1958).
Sua preoccupazione fu il potenziamento della catechesi, la costituzione nel 1950 del “Gruppo delle madri e dei padri cristiani” e, nel 1955 dell’Azione Cattolica.
Si deve inoltre a lui l’istituzione del circolo Anspi.
Grazie alla sua intensa attività e all’organizzazione ecclesiale, in vista di un aumento della popolazione, con decreto del 14 maggio 1969, Padergnone veniva eretta a Parrocchia.
E’ toccato a Don Eugenio Panelli, successo a Don Bozzoni nel 1986, affrontare il problema dell’aumento della popolazione, passata da 445 abitanti del 1969 a 1356 del 1993.
Dopo aver ristrutturato la canonica, affrontò opere grandiose quali il complesso delle aule per la formazione e la catechesi denominato “Centro formativo San Rocco” e il nuovo oratorio, inaugurato il 14 giugno 1992, con annessi  un salone teatro, un moderno bocciodromo affidato all’associazione “Tris sport e tempo libero”, campi di calcio e pallavolo.
Il 26 giugno 1994 veniva poi posta la prima pietra della nuova chiesa parrocchiale dedicata al “Nome di Maria”, il cui progetto è del francescano padre Costantino Ruggeri di Adro.
Dal 1993 funzione la radio parrocchiale “Radio Punto.”
A Don Panelli successe, nel 1998 Don Giampietro Forbice che continua nell’organizzazione delle diverse iniziative pastorali di formazione, catechesi e aggregazione e che ha rivisto il progetto della nuova chiesa, affidandolo all’Architetto Fabrizio Viola e dedicandola a “Cristo Risorto”.
Dal primo ottobre 2011 è subentrato a don Giampietro Forbice don Duilio Lazzari di Collio V.T.

Il territorio di  Saiano appartenne probabilmente alla Pieve della Cattedrale di Brescia, gravitando prima su Iseo ed infine su Gussago.

Nel 1019 sembra che in questo territorio sorgesse un castello o un piccolo borgo fortificato, all’interno del quale venne eretta una cappella ufficiata da un sacerdote e dedicata a San Salvatore. Il nome dato alla primitiva cappella è dovuto al controllo sul territorio della Badia di Leno.

Le origini della parrocchia vengono fatte risalire al sec. XIV quando la chiesa era affidata ad un rettore-parroco mantenendosi così indipendente dal monastero di Rodengo.

La prima investitura di cui si abbia documentazione è un atto notarile del 1379 con il quale il prevosto di Gussago conferisce la rettoria di San Salvatore al sacerdote Ranuzio di Todi, destinato a succedere a don Lorenzo de Lagaimaro.

È ormai comunque certo che la prima parrocchiale di Saiano sorse in epoca longobarda, come hanno rinvenuto gli scavi archeologici da poco conclusi, in occasione del restauro della chiesa di San Salvatore.

Nel 1567, il vescovo di Brescia Mons. Bollani, durante una sua visita ordinò di abbellire la chiesa elencando i lavori da fare.

La parrocchia assunse sempre più precisi connotati pastorali dopo il Concilio di Trento.

Nel 1581 venne anche visitata da San Carlo Borromeo che ordinò una

nuova pala per l’altare maggiore oltre all’esecuzione di altri lavori (come il battistero) per rendere la chiesa più decorosa.

In questo anno è presente anche la Confraternita del SS. Sacramento; nel 1583 venne eretto il Monte di Pietà.

Nel 1601, sulla pubblica piazza di Brescia venne decapitato il rettore parroco di San Salvatore con l’accusa di aver praticato l’usura ed altro.

Nel 1631 il parroco è Francesco Fiorentini, sacerdote zelante, studioso e poeta, grazie al quale la parrocchia acquistò prestigio tanto da essere eretta insieme a Rodengo, Ome, Ronco, Gussago, Sale e Cellatica a vicaria foranea.

Nel 1641 i Padri della Pace, che possedevano dei terreni in Saiano ed erano quindi presenti sul territorio, con un congruo lascito contribuirono alla ricostruzione della chiesa parrocchiale nelle attuali linee di stile barocco a tre navate.

La generosità dei padri si solidificò con la collaborazione alla vita pastorale e alla erezione dell’oratorio di San Filippo Neri.

A premio di tanta attività e di così intenso lavoro pastorale il 2 febbraio 1686 venne chiesta e ottenuta l’erezione dell’arcipretura di Saiano, “per la bellezza della Chiesa, la presenza di tre Oratori oltre alla chiesa e il convento dei padri minori di San Francesco, nonché per la grande fede della popolazione.”

Nel 1648 è presente la Confraternita della Madonna del Rosario.

Il parroco don Francesco Capitanio, tra il 1671 e il 1685, stendendo una relazione da inviare al vescovo di Brescia, testimoniò che “...l’attuale chiesa fu costruita e ridotta in forma migliore sulla vecchia distrutta ...”

Nel 1697 la bottega del Fantoni dotò la chiesa di una statua dell’Addolorata e prima ancora di un crocefisso (forse colorato).

Nel 1792, il parroco don Palmerino Fattori di Montichiari, dottore in teologia e professore di filosofia, acquistò una casa presso la chiesa parrocchiale per sistemarvi la Scuola.

Nel 1872 il parroco è don Pio Martinelli che descrisse la popolazione come “buona e nella sua gran maggioranza piena di fede”.

Gli successe nel 1887 don Giacomo Mazzoldi, ma questo parroco non era gradito ai cittadini di Saiano che ne contestano la nomina; venne accettato come parroco solo dopo l’intervento del beato Don Giovanni Piamarta.

Nel 1893 venne nominato Parroco don Giuseppe Garbelli che, fino al 1906, svolse un servizio particolarmente attivo: a lui si deve la nascita della Congregazione della Madri Cattoliche, delle Figlie di Maria, degli oratori maschile e femminile.

Nel 1898 ebbe una grande intuizione e, aiutato da alcune famiglie del paese, fondò il primo Asilo infantile.

All’inizio, l’asilo, intitolato a Re Umberto I e retto dalle suore Poverelle, era collocato in un fabbricato del beneficio e, dieci anni più tardi, venne ampliato. Successivamente, nel 1956, viste le esigenze della popolazione venne costruito un nuovo edificio più spazioso, grazie anche all’intervento delle sorelle Anna e Maria Fenaroli, a cui venne dedicato.

La struttura riesce a soddisfare le esigenze della popolazione fino al 2002, quando, a seguito dell’evoluzione storica delle tre Parrocchie del territorio e del notevole aumento della popolazione, l’Amministrazione Comunale, in convenzione con l’Ente Morale, costruisce un nuovo edificio, più accogliente e funzionale, sempre nelle vicinanze della Chiesa parrocchiale.

Nel 1907 si insediò il nuovo Parroco Don Giambattista Salvi che, pochi anni dopo diede vita alla Casa S. Giuseppe gestita dalle Suore di S. Marta, più conosciute col nome di Suore Bianche di Saiano.

Sotto la sua guida, la parrocchia svolse molta beneficenza, soprattutto nei momenti difficili, organizzando aiuti durante gli inverni rigidi (come quello del 1911) ed allestendo una cucina gratuita presso l’asilo infantile per 120 giorni l’anno a favore dei bisognosi.

Nell’ottobre del 1927, durante un pellegrinaggio a Lourdes, per ringraziare della salute ritrovata, a don Salvi venne l’idea di costruire una nuova chiesa parrocchiale.

Abbandonata l’idea iniziale di un’imitazione del Santuario di Lourdes, il disegno venne steso dall’ing. Mario Piotti, aiutato da Beniamino Andreis, che avrebbe in seguito assunto i lavori di costruzione.

Nonostante numerose difficoltà, il progetto si concretizzò nel 1929 e le fondamenta furono gettate nel Settembre 1930.

Da subito, l’iniziativa venne sostenuta dall’entusiasmo della popolazione che prestò manodopera, si sottoscrisse per oblazioni ed assicurò lavoro gratuito, nonostante l’avversione delle autorità politiche del tempo.
L’opera continuò grazie ad aiuti crescenti di tutti i parrocchiani, ai lavori di disoccupati sfamati in parrocchia, a offerte di beneficenza e forniture gratuite di materiale, superando gravi difficoltà.”

A fianco della Chiesa, vennero costruite anche la Sacrestia e alcune aule per il catechismo.

L’occupazione del cantiere da parte delle truppe tedesche, la morte di don Salvi (1944), e le vicende belliche rimandarono fino all’ottobre 1945 l’inaugurazione della Chiesa che venne poi consacrata il 19 ottobre 1946 da Mons. Tredici e dedicata a Cristo Re.

L'abbazia olivetana di San Nicola fu fondata dai monaci cluniacensi - congregazione dell'Ordine di San Benedetto - verso la metà dell'XI secolo. Un documento del 1085 parla di un già esistente monastero; un altro documento del 1109 fa menzione della dedicazione a san Nicola, che rimarrà inalterata nel tempo.
La ubicazione del monastero fu posta su un quadrivio romano, che portava alla città e serviva da ostello per i pellegrini in viaggio per Roma. Il sito era già stato occupato in età romana ed altomedievale, come documentato da scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di un muro romano e di una capanna longobarda.

Lo sviluppo del monastero avvenne inizialmente per impulso della importante badia di Pontida e di quella di San Paolo d'Argon. Il monastero di Rodengo affermò presto una propria autonomia, in connessione anche con lo sviluppo economico dovuto alle molteplici donazioni ed acquisti di proprietà terriere. Come per tutti gli altri monasteri benedettini la gestione di tali proprietà fece subito riferimento all'ausilio di fratelli conversi.

Già nella seconda metà del XIII secolo, tuttavia, lo sviluppo spirituale ed economico del monastero si era arrestato. Documenti relativi alle adunanze capitolari riferiscono di un numero di monaci e di conversi che non arrivava a dieci persone. Alla fine del XIV secolo si arrivò alla installazione di un abate commendatario al posto di quello nominato dall'ordine cluniacense; ma tale evenienza non arrestò - anzi accelerò – la decadenza del monastero. Le autorità che avevano voce in capitolo (dal papato, alla diocesi di Brescia, alla Repubblica di Venezia che aveva inglobato i territori bresciani, alla municipalità di Rodengo) si trovarono spesso in disaccordo sulle scelte relative alla gestione del monastero.

Nel 1446, per volere di papa Eugenio IV, la primitiva abbazia fu affidata agli olivetani. Aspri contrasti segnarono la rinuncia ai propri privilegi da parte dell'ultimo abate commendatario, e solo nel 1450 il passaggio del monastero agli olivetani divenne definitivo.

Iniziò subito una forte ripresa delle fortune spirituali ed economiche del monastero. Fu consolidato l'impiego delle proprietà terriere ed altre vennero acquisite anche attraverso i lavori di bonifica dei terreni paludosi circostanti.
Fin dal 1450 si assunse la decisione di riedificare il complesso abbaziale, a cominciare dalla chiesa di San Nicola, interamente ricostruita nel luogo ove sorgeva la vecchia chiesa cluniacensa.
Il progetto di ampliamento delle strutture architettoniche riguardò presto anche la costruzione del chiostro occidentale e del chiostro grande, (rifatto poi nel 1560-70, con l'ampliamento dei piani superiori), e progressivamente interessò tutto il monastero. I priori olivetani si mostrarono subito consapevoli della importanza delle azione intrapresa e furono attenti a valersi della collaborazione dei più importanti artisti bresciani.

Il fervore di opere costruttive si protrasse per circa tre secoli dando luogo ad uno dei complessi abbaziali artisticamente più significativi dell'Italia settentrionale. Nel Cinquecento furono coinvolti pittori come il Romanino, il Moretto, Lattanzio Gambara e Grazio Cossali; in epoche successive troviamo troviamo impegnati i pittori Gian Giacomo Barbelli, Giovan Battista Sassi ed altri. Di grande pregio sono anche alcune opere lignee (come il coro a tarsie realizzato da Cristoforo Rocchi nel 1480), opere marmoree ed in ceramica (come le decorazioni del chiostro maggiore).

Nel 1797 il Governo Provvisorio di Brescia, in virtù delle leggi napoleoniche, decretò la soppressione del monastero e la sua assegnazione all'Ospedale femminile di Brescia.

Dopo un lungo periodo di decadenza, nel 1969 l'abbazia è tornata, per interessamento di papa Paolo VI ai monaci olivetani. Si è da allora avviata – con il sostegno della Sovrintendenza di Brescia e di numerose associazioni – un'ininterrotta opera tesa a riportare il complesso architettonico al suo antico splendore.

Costruita a partire dalla metà del XV secolo, la chiesa dell'abbazia, intitolata a San Nicola, venne a più riprese ampliata e modificata nelle sue strutture e negli apparati decorativi. Dell'aspetto che presentava l'edificio quattrocentesco si è conservata soprattutto la facciata, con la sua semplice forma a capanna, racchiusa ai lati da due robusti piloni.
Quattrocentesca è anche la decorazione in maiolica gialla e verde che corre lungo la linea del tetto.
Al di sotto di tale decorazione in maiolica ancora si intravedono le tracce di un affresco raffiguranti due angeli in volo, al centro dei quali si apriva una monofora ad arco a sesto acuto.

Quattrocentesco è il portale realizzato in pietra simona, decorato con motivi vegetali e con tondi a bassorilievo posti sull'architrave. Esso è sormontato da una lunetta nella quale era posto un affresco della Madonna col Bambino, già attribuito al Foppa. Il protiro con volta a crociera che protegge l'ingresso è opera posteriore.
Anche il finestrone mistilineo posto al centro della facciata è posteriore, databile ai primi decenni del settecento.

La struttura architettonica interna lascia ancora intuire la originale soluzione quattrocentesca che, con le campate suddivise da archi traversi e con l'ampio presbiterio quadrato, rimanda ad analoghe soluzioni visibili in alcune chiese coeve presenti nel territorio bresciano.

Le pareti della chiesa sono impreziosite da un'ininterrotta decorazione a fresco - realizzata nella terza decade del Settecento da artisti prevalentemente di area milanese, Giovan Battista Sassi, Giacomo Lecchi e Giuseppe Castellini – composta da finte architetture, da medaglioni, e da motivi vegetali che inquadrano narrazioni agiografiche.

Notevole è l'apparato decorativo delle sei cappelle che si aprono sulla sinistra della chiesa.

Nella prima cappella, detta del Santissimo Sacramento, troviamo una pregevole pala d'altare di G.B. Sassi raffigurante la SS. Trinità con il trionfo della Croce.
Nella cappella seguente, detta di San Pietro, è possibile ammirare una pala del Moretto raffigurante Gesù in gloria consegna le chiavi a san Pietro e il libro della dottrina a san Paolo. La pala, di dimensioni non molto ampie, è databile dopo il 1540: essa è stata qui impiegata dopo un lavoro di risagomatura ed il suo inserimento in una cornice settecentesca. Il dipinto celebra con grande attenzione didascalica la solidità della Chiesa e della sua missione pastorale, affidata direttamente da Gesù ai due santi che ne costituiscono le colonne portanti. Le figure dei santi che si ergono maestosamente verso il Cristo occupano la maggior parte della scena; sullo sfondo, per dare profondità al dipinto, si profila un paesaggio pieno di luce e di poesia.
Nella stessa cappella, sulle pareti laterali, sono collocate due opere del Sassi (1730) riferite rispettivamente ai due santi raffigurati nella pala d'altare: Quo vadis Domine? e S. Paolo di fronte al Dio Ignoto.
Nella cappella del Rosario troviamo ancora tele del Sassi: una Madonna del Rosario sull'altare e, ai lati, una Annunciazione ed una Visitazione.
Nella cappella di san Bernardo Tolomei, fondatore della congregazione di Monte Oliveto Maggiore, troviamo, al centro, una pala d'altare di incerta attribuzione con la figura del Santo; ai lati tele del Sassi con episodi della sua vita. Alquanto suggestiva è la scena di san Bernardo Tolomei che dà sepoltura ai morti della peste che colpì Siena nel 1348.
Nella cappella di Santa Francesca Romana, fondatrice delle Oblate di Tor di Specchi, sono poste tele del Sassi, tra cui un notevole San Benedetto in gloria con Santa Francesca Romana e un Angelo.
La sesta cappella, priva di altare e decorata con finte architetture, è dedicata a Maria Bambina. Custodisce un'urna ottagonale con il Simulacro di Maria Bambina, oggetto di speciale devozione da parte degli olivetani.

L'altare maggiore della chiesa è stato realizzato nel 1668 ad opera di Paolo Sambinelli detto il Puegnago. Ai lati del presbiterio, in posizione simmetrica, a metà delle pareti, sono poste due cantorie: quella di destra ospita un organo, mentre quella di sinistra è decorata con un seicentesco affresco raffigurante Santa Cecilia all'organo, attribuito al pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli.

Al centro dell'abside è posta una pala seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino ed i santi Nicola e Benedetto.
Notevolissimo è il coro a tarsie addossato all'abside, opera di Cristoforo Rocchi, datata 1480. Riprendendo un impianto decorativo molto stimato in quell'epoca (come testimoniano tra l'altro le superbe tarsie di Fra Giovanni di Verona a Monte Oliveto Maggiore) il coro monastico è formato da sedici sedili con schienali che ripetono, quasi identiche, le raffigurazioni ad intarsio della prospettiva di una corte con pavimentazione a scacchiera.

Al centro del coro trovava posto un magnifico leggio in legno (con intarsi ricavati probabilmente da disegni del Romanino), opera di Fra Raffaele da Brescia (datato circa 1530), ora conservato presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

Nella chiesa è oggi collocata anche la grande tela di Grazio Cossali, firmata e datata 1608, raffigurante le Nozze di Cana. Essa era posta in precedenza sulla parete di fondo del refettorio, a coprire l'affresco di inizio Cinquecento della Crocifissione. Il dipinto, di grande qualità artistica, denuncia il debito artistico dell'autore verso Antonio Campi.

Altre opere di notevole interesse artistico sono conservate nella sacrestia, a cominciare dalla porta decorata da trentun formelle intarsiate, opera realizzata (alla pari degli stalli del coro) da Cristoforo Rocchi. L'interno alquanto spazioso e luminoso della sacrestia ospita un cospicuo arredo ligneo ed un elegante apparato decorativo a fresco. Tra le due finestre troviamo un affresco cinquecentesco raffigurante la Madonna col Bambino affiancata dai Santi Nicola e Benedetto, opera appartenente al manierismo bresciano vicina ai modi stilistici di Lattanzio Gambara.
Il contributo più importante all'apparato decorativo della sacrestia viene dalla mano di Gian Giacomo Barbelli: suoi sono gli affreschi posti nelle undici lunette sulle pareti, con episodi della Vita di San Benedetto (tratti dai Dialoghi di San Gregorio Magno), sue sono le decorazioni del soffitto al centro del quale campeggia il grande affresco con la SS Trinità adorata da San Benedetto, dal Beato Bernardo Tolomei, da Santa Scolastica e da Santa Francesca Romana.

Uno degli elementi che maggiormente caratterizzano l'Abbazia di Rodengo è dato dalla presenza di tre chiostri rinascimentali, realizzati con continuità, a partire dagli ultimi decenni del XV secolo, in un arco di tempo di un centinaio di anni.
Il chiostro piccolo, posto in prossimità della chiesa, è verosimilmente quello avviato per primo, utilizzando anche materiale proveniente dal preesistente chiostro cluniacense. Le dimensioni ridotte, le linee di grande semplicità dei suoi corridoi e delle sue arcate con cordonature in cotto, l'aspetto ancora goticizzante dato dalle diverse forme dei capitelli a fogliami, conferiscono all'ambiente un'atmosfera di notevole raccoglimento.

Il chiostro grande (o chiostro del Cinquecento) si connota per la elegante maestosità, dei due loggiati sovrapposti: quello inferiore, con dieci archi per lato, e quello superiore che corre, con archi raddoppiati, lungo tre lati della pianta quadrata. La qualità estetica del chiostro, di gusto pienamente rinascimentale, è impreziosita da una decorazione in maiolica che compone il cornicione che occupa ininterrottamente il lato meridionale. Al centro del prato è posta una pergola in ferro battuto.
Si affacciano sul chiostro quelli che earano i locali di servizio dell'abbazia (la cucina, il pozzo e l'acquaio, il forno, la foresteria, ecc.). Vi si affaccia inoltre la cosiddetta "sala Sansone" che prende il nome dagli affreschi, opera di un artista bresciano del XVI secolo, che ne adornano la parete centrale e le lunette, aventi come tema le imprese dell'eroe biblico.

Il chiostro della cisterna (o chiostro delle meridiane) fu realizzato all'incirca nel decennio 1580 -90. La struttura architettonica, con archi sorretti da colonne binate poggianti direttamente sulla pavimentazione, è improntata ad un gusto tardorinascimentale poco diffuso in territorio bresciano. Al centro del cortile acciottolato, su un basamento di tre scalini, poggia un pozzo di ferro battuto (costruito in un periodo più tardo).
Caratteristica è la presenza di tre meridiane su tre lati diversi del chiostro; la più elegante, datata 1648, mostra lo stemma degli olivetani (monte di tre cime sormontato da croce con rami d'ulivo).
Sul chiostro si affaccia quella che era la Sala del Capitolo (oggi utilizzata come cappella), la cui parete centrale è adornata da un affresco raffigurante Cristo risorgente (1599). Il dipinto, già attribuito a Lattanzio Gambara, è ora assegnato al pittore bresciano Pietro da Morone.

Sul soffitto della sala che immette al refettorio è posto uno straordinario ciclo di affreschi realizzato nel 1570 da Lattanzio Gambara. Il pittore, affermatosi a Brescia come collaboratore del Romanino e poi come erede della sua bottega, dimostra qui una piena assimilazione dei modi pittorici del manierismo settentrionale.

Il programma decorativo che si dispiega sul soffitto dell'antirefettorio e che dovette esser stato dettagliatamente concordato con i committenti olivetani, ha come tema generale la Salvezza dell'uomo.
Al centro della volta, in una grande cornice a stucco è raffigurata una scena di difficile lettura iconografica:

«Salvezza è legata innanzi tutto alla Croce che campeggia enorme ed evidente al centro della scena raffigurata nel riquadro del soffitto; la Croce è librata da un angelo in volo verso il Padre seduto sul trono, a braccia aperte, mentre accoglie l'Agnello che appoggia con atteggiamento confidenziale le zampe sulla gamba destra del Padre. All'intorno fanno da cornice, su nubi, dodici figure di vecchi, con la palma nella mano, e, in un giro successivo, lungo i lati del riquadro molte altre figure di giovani e di vecchi, variamente atteggiati, mentre un angelo passa ad imporre sulla loro fronte il sigillo. Ai quattro angoli, quattro angeli muniti di spade tengono a bada i quattro venti, affinché dalla loro bocca non soffi alito. »
(P. V. Begni Redona, Gli affreschi di Lattanzio Gambara nell'abbazia olivetana di Rodengo, Edizioni "l'Ulivo", abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Siena), 1996, p. 21)
Si tratta della traduzione pittorica del settimo libro dell'Apocalisse, attenta a cogliere il maggior numero di dettagli di quanto viene riportato nel visionario e profetico racconto.

Attorno al grande riquadro centrale, nelle zone incassate tra grandi mensole in stucco, sono affrescate altre dieci scene tratte dall'Apocalisse (un tema che il Gambara aveva già affrontato negli affreschi, andati distrutti, della Loggia di Brescia). Tra le raffigurazioni più efficaci (e più facilmente riconoscibili) si nota quella dei Quattro cavalieri dell'Apocalisse.

Negli spazi tra i piedritti dei mensoloni sono affrescate tredici scene dell'Antico Testamento, scelte secondo un criterio dottrinale che le collega al tema della Salvezza.
Lo straordinario impegno profuso nella decorazione della volta si completa attraverso figure di putti con ornati vegetali e mascherone, festoni floreali e scenette monocrome affrescate sui fianchi delle venti grandi mensole in stucco.

Il grande refettorio dell'abbazia fu sopraelevato nel 1600, risparmiando uno solo degli affreschi preesistenti: il grande Cristo crocifisso tra la Madonna e san Giovanni e la Maddalena abbracciata alla croce sulla parete di fondo. Si tratta di un'opera di notevole qualità artistica che alcuni studiosi hanno assegnato a Vincenzo Foppa; ma che ora viene per lo più attribuita ad un ignoto pittore bresciano attivo nel primo Cinquecento (vicino ai modi stilistici di Floriano Ferramola).
Dopo la sopraelevazione furono chiamati a decorare le alte pareti e l'ampio soffitto i pittori bresciani Tommaso Sandrini e Grazio Cossali, specialisti nel genere – allora molto stimato- delle finte architetture. Colpisce, in particolare, la profonda conoscenza delle leggi della prospettiva impiegata nel dipingere, come trompe-l'oeil di tipico gusto barocco, le finte colonne della volta: esiste un punto preciso, in mezzo alla sala, dal quale esse appaiono allo spettatore tutte quante diritte.

La visita al refettorio della foresteria – dov'era la mensa riservata ad accogliere gli ospiti forestieri – presenta un notevolissimo interesse per la presenza di affreschi che il Romanino eseguì verso il 1530. Essa viene anche indicata come "Sala Romanino".

Due notevoli scene di soggetto evangelico, oggi non più visibili, furono affrescate dal pittore bresciano sulla parete occidentale della sala: la Cena in Emmaus e la Cena in casa di Simone Fariseo; due raffigurazioni scelte con evidenza per celebrare il tema della Ospitalità. Esse furono staccate nel 1864 e trasferite nel 1882 alla Pinacoteca Tosio Martinengo.
A seguito dei lavori di restauro del 1979 sono riemersi sulla parete consistenti strati di pittura che erano rimasti aderenti all'intonaco: essi consentono ancora di intravedere il disegno delle due scene e di intuire così quale poteva essere l'aspetto originale del refettorio. Una copia (in dimensioni ridotte) delle due scene è stata riproposta nella sala a vantaggio dei visitatori: essi possono in tal modo apprezzare nel dipinto la forza del colorito, la solidità delle figure, lo stile rapido e sciolto, l'ambientazione popolana delle scene, narrate con un linguaggio connotato da grande umanità e da un marcato anticlassicismo.

Sulla parete di fronte si possono ancora ammirare, intatti, gli affreschi eseguiti dal Romanino: una lunetta con la Madonna col Bambino e San Giovannino e, più in basso, due riquadri incassati nel muro, raffiguranti Gesù e la Samaritana al pozzo e (esempio insolito di "natura morta") una Dispensa con stoviglie.

L'affresco nella lunetta costituisce uno struggente brano di poesia. La Madonna è raffigurata mentre guarda con animo dolente verso san Giovannino, che ha al suo fianco un agnello annunciante il necessario sacrificio del Redentore, mentre il Bambino sembra, con un gesto assai familiare, voler scendere dalle ginocchia della madre. Le figure sono illuminate da una luce che viene dal basso sulla loro sinistra; esattamente dov'è posta una finestra che dà luce alla stanza: si tratta di un'altra invenzione dettata dal realismo del Romanino.



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PASSIRANO

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Passirano è un comune della provincia di Brescia.

Il paese è nato nel Medioevo quando si svilupparono i villaggi di Passirano Mattina e Passirano Sera intorno ai rispettivi castelli, feudi intestati alla famiglia dei Passirani che hanno preso il nome dall'abitato.

Nel 1478 gli abitanti dei due centri sfuggiti ad un'epidemia di peste costruirono il Santuario di San Rocco, a metà strada fra i due villaggi. Col tempo intorno al santuario si andarono sviluppando nuove case tanto che nel XIX secolo i due centri si erano ormai fusi. Il santuario fu ampliato e diventò l'attuale chiesa parrocchiale di San Zenone.

Alla fine dell'Ottocento il suo territorio comunale fu ampliato comprendendo la frazione di Monterotondo e negli anni trenta si aggiunse anche la frazione di Camignone.

Le origine di Passirano sono sicuramente antichissime, ma non vi è nessuna notazione storica di rilievo che possa permettere una datazione certa della fondazione del Paese. Verosimile è che il nome Passirano derivi da quello della famiglia "de’ Passirani" , famiglia nobile che qui abitò sicuramente dal Medioevo fino al ‘600 e che era proprietaria di vasti territori. Anche se nei documenti storici si parla sempre di Passirano, la realtà era diversa in quanto Passirano era divisa in due ben distinti villaggi, Passirano Sera e Passirano Mattina detti anche di Sopra e di Sotto, ognuno con il suo castello e la sua parrocchiale. Questi due paesi erano formati da gruppi sparsi di case e cascine che formavano la Contrada di Sopra, la Contrada di Sotto, Villa, le Piazze, la Campagna, il Cantone di Sopra e il Cantone di Sotto. Una data importante da ricordare è il 1479, anno in cui, a conclusione di una epidemia di peste causata da un’invasione di locuste, gli abitanti di Passirano Sera e Passirano Mattina iniziarono la costruzione di un Santuario, come ex voto per la grazia ricevuta della fine del morbo, a mezza strada tra i due centri abitati. L’attuale parrocchiale di San Zenone è posta nel luogo in cui fu eretto il citato Santuario dedicato a San Rocco. Oggi dei due paesi rimane solo un vago ricordo, Passirano si è sviluppato soprattutto nell’ultimo secolo attorno alla chiesa. Le due precedenti parrocchiali sono divenuti edifici privati, del Castello di Passirano mattina restano solo le mura limitrofe mentre resta imponente il Castello di Passirano Sera che nei manuali viene indicato tuttora come il meglio conservato di tutta la Lombardia. Il Comune di Passirano si completa con le frazioni di Camignone, annesso al capoluogo negli anni ’30 per riordino territoriale, e Monterotondo, accorpato dopo il distacco da Borgonato a fine ‘800.
Camignone si trova a nord di Passirano ed è posto a 226 m sul livello del mare. Il nome, per alcuni deriverebbe da Cà minor (casa minore) o da Caminus (camino di fornace) oppure, per altri, da un nome di persona Caminio. L’ipotesi più accreditata è la derivazione da Cà minor (del Guerrini), in quanto collegata, come casa monastica minore, al monastero cluniacense di Rodengo. Fin dall’epoca romana Camignone doveva far parte di un pago romano in quanto Valenzano, un gruppo di abitazioni con edifici di rilievo e una chiesa situato ad est verso Brescia, era probabilmete la villa suburbana di qualche ricco patrizio della "gens Valentia". Valenzano è forse l’insediamento più antico di tutto il territorio comunale. Attorno a questo primo insediamento perciò, si sviluppa il comune medioevale di Camignone e, verso il 1000, vi sorge una casa colonica dei monaci cluniacensi, già accennata all’inizio, che, trovandosi presso le vie di comunicazione, ospitava viandanti e pellegrini. Lungo la strada provinciale sorgeva un gruppo di case con una casa d’albergo (bettola – posta nella zona dell’attuale Via Bettole) che indicavano la presenza di una antica diaconia, che si trasformerà poi nella Parrocchia di Camignone. Una vera comunità sorse nel X secolo quando si formò una vicinia e sorse un castello o una rocca in località San Lorenzo dove si possono vedere ancora alcune forme architettoniche. E’ di questa epoca la presenza di una famiglia importante e potente, quella dei Camignoni che, trasferitasi a Brescia nel 1113 diede il nome a una via della città. La vita ecclesiastica di Camignone gravitò attorno alla pieve di Bornato fino al XV secolo, periodo in cui si sviluppò autonomamente attorno alla chiesa di San Lorenzo in castro. Oltre alla chiesa parrocchiale dedicata a San Lorenzo, ampliata e completata con la grande scalinata a fine ottocento, è presente la quattrocentesca chiesa di San Faustino in monte, posta sul monte di Valenzano, ma già nel 1567 in decadimento e rifugio di zingari. Da segnalare la costituzione del "Monte frumentario" verso la metà del 1500, eretto per aiutare la popolazione di Camignone e Valenzano, trasformato nel 1882 nella "Cassa dei prestiti Agrari".
Le dolci ondulazioni collinari diedero origine certamente al nome di Monterotondo che sorge a 217m sul livello del mare (altezza massima 318m, colle di San Giorgio). La forma rotonda delle colline è ripresa dallo stemma dell'antico Comune, con sei colline tonde sormontate da una croce rossa tra due ramoscelli d'ulivo, e da un altro emblema raffigurante tre colline tonde sovrastate da un tralcio di vite, ad indicare anche la fertilità vinifera di queste colline. Già nel 1274 l'antichissima chiesa di San Vigilio viene ricordata per il pagamento della decima di novali al Vescovo, ma la storia di Monterotondo è legata soprattutto alla vita del castello di San Giorgio, di probabile appartenenza ai ghibellini Isei (Oldofredi) che avevano in tutta quest'area una serie di torri e rocche e che promossero varie azioni di guerriglia da Monterotondo contro i guelfi di Cazzago e Passirano. Alcuni storici sostengono che tale Inverardo Bornato abbia dato origine agli Inverardi di Monterotondo alla cui famiglia sarebbe appartenuto il monaco Arnaldo da Brescia. Certo è che nel 1145 i suoi partigiani religiosi e politici, vinti e dispersi dal forte partito che sosteneva i diritti feudali del Vescovo, trovarono ospitalità in questo castello. Elia Caprioli narra un altro episodio di pochi anni successivi, quando il castello fu assalito da un esercito di bresciani capitanati dai consoli Alberto Gambara e Gerardo della Porta perché i seguaci di un certo Arnaldo, che vi erano rinchiusi, saccheggiavano e depredavano il territorio circostante. La spedizione cittadina, sostenuta dal partito vescovile, portò nel 1154 alla distruzione del castello e del borgo, facendo presagire una volontà di egemonia sul territorio da parte della città. Sulle rovine del castello sorge attualmente la Chiesa di San Giorgio (fine '400 - inizio '500), certo sviluppo di un più antico luogo di culto legato al castello. E' impossibile ricostruire la storia più antica del Comune di Monterotondo per la scarsità dei documenti reperiti. Elenchiamo i principali passaggi che hanno segnato la vita e l'appartenenza a diverse situazioni di questa comunità: 1696: Monterotondo si separa da Bornato e si costituisce Comune autonomo della Quadra di Rovato 1805: il 5 giugno nasce il Comune di Borgonato con Monterotondo, nel Cantone di Adro, collegato al Comune di Passirano, dal quale però conserva distinzione dei beni e autonomia operativa 1816: il Comune di Borgonato con Monterotondo si stacca da Passirano acquisendo piena autonomia; la nuova formazione era retta da un unico Consiglio Comunale che teneva separati i relativi beni e la loro amministrazione. 1867: Monterotondo passa al Comune di Passirano, di cui è tuttora una frazione.

Arrivando dal paese si nota subito il castello di forma quadrata, chiuso da mura alte e massicce, realizzate in pietra di Sàrnico a blocchi irregolari. Le merlature ghibelline, cosiddette “a coda di rondine”, risalgono al periodo secentesco, probabilmente ritoccate nell'Ottocento. Due le torri a pianta semicircolare che contraddistinguono questa costruzione: una, più alta verso Levante; l’altra, più bassa a Ponente, detta anche “Torre della Specola”.

Rimaneggiato nel XVIII secolo, più che un castello vero è proprio è un recinto fortificato, munito di torri tonde e quadrate, il più significativo giunto fino a noi in Lombardia orientale: vi si accede da un portale monumentale di origine settecentesca. All’interno, un grande cortile. Nelle sue antiche cantine invecchiano i vini dei Marchesi Fassati di Balzola, proprietari del maniero, un’antica famiglia piemontese trasferitasi in Franciacorta nel 1859. Nelle cantine dell’azienda vengono selezionate e lavorate le uve provenienti da vari vigneti, alcuni dei quali sono situati appena fuori dal castello.

Sorge proprio di fronte al castello la bella villa Fassati costruita nel XVI secolo con facciata settecentesca e ampio giardino.
Lontana, sulla cima di un colle, si scorge la signorile villa la Tesea di origine cinquecentesca.
La chiesa parrocchiale seicentesca, dedicata a San Zenone, fu costruita su preesistenti edifici facenti parte di un convento e di un santuario titolato a San Rocco, fatto erigere, per voto, nel 1479 ed affidato ai padri Serviti. La sua decorazione artistica fu completata solo nell'ottocento con interventi di Antonio Guadagnini (1817-1900). La facciata venne rifatta nel 1903.
La cappella della Maternità ha un elegante portichetto cinquecentesco costruito per offrire riparo ai viandanti. Vi si venera la Beata Vergine dell'abito alla quale, ogni anno, la seconda domenica di ottobre, è dedicata una festa religiosa e profana insieme. Molto sentita dalla popolazione è nota con il nome di Madonna dei tordi.
Il comune di Passirano è composto anche da tre importanti frazioni. Camignone con i bellissimi vigneti, il nucleo storico cinquecentesco di contrada Barboglio, Villa Giordani e la splendida Villa Ducco - Catturich di origini trecentesche la cui vista è caratterizzata dalla presenza di pini marittimi. Monterotondo, il cui castello venne distrutto nel 1153 dopo aver dato ospitalità ai seguaci del celebre monaco riformista Arnaldo da Brescia, condannato al rogo. Sulle sue rovine sorse nel '400 la chiesetta di San Giorgio. Il paese deve il nome all'altura sulla quale sorge e dalla quale si domina tutta la Franciacorta. Minuscolo, ma suggestivo borgo è Valenzano con antiche case in pietra e la piccola chiesa di Sant'Alessandro che conserva nel campanile le linee romaniche.



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mercoledì 19 agosto 2015

PARATICO

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Paratico è un comune che fa parte della  Franciacorta.

Le origini di Paratico sono molto antiche, come testimoniano i resti di insediamenti palafitticoli in riva al lago, risalenti al 2000 a.C. Dopo l'anno Mille, Paratico vide sorgere il castello della famiglia Lantieri, signori del luogo. Esso fu quasi interamente smantellato ai primi del Cinquecento. Oltre all'agricoltura ed alla pesca, ebbero una certa importanza l'attività tessile e quella estrattiva (cave di pietra arenaria).

Secondo un'antica tradizione confermata dalla Cronaca della Famiglia Lantieri de Paratico, presso il castello Lantieri soggiornò Dante Alighieri, che poi usò l'immagine del castello di Paratico per la descrizione del Purgatorio nella sua Divina Commedia.

Dopo che nel 1876 fu completata la ferrovia Palazzolo-Paratico, la cittadina divenne punto di scambio delle chiatte che trasportavano i vagoni ferroviari dei prodotti siderurgici provenienti da Lovere.

L’abitato Storico di Paratico si sviluppò sui versanti di collinette prospicienti il lago. Sulla sommità di una di queste colline si trovano i ruderi del Castello Lantieri (sec. XI-XV). Sulla sommità di un’altra in posizione dominante il paese si trova la Parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta. Nel cuore del centro abitato si trova la Torre Lantieri del sec XIV a pianta quadrata. Al piano terra è stata collocata la quadrisfera, di cui ne esistono solo altri tre esempi in Italia: in una stanza oscurata vengono proiettate e moltiplicate all’infinito immagini e filmati grazie ad un sistema di luci e specchi.

Dal centro abitato, percorrendo una stradina tortuosa, si arriva al Castello Medievale, edificato nel 1007 dai nobili Lantieri. La fortezza proteggeva il centro abitato di Partatico, oggi sconvolto dall’espansione edilizia degli anni ’70. Il Castello Medioevale subì più volte modifiche strutturali; oggi, sul piccolo rilievo roccioso, abbandonato e smantellato, racconta l’assalto da parte delle truppe di Carlo V nel 1521, oppure il siggiorno di Dante, ospite dei Lantieri nel 1311. Ai piedi del castello, in fondo al colle, rimangono tracce di costruzioni antiche come la torre medioevale del 1397 ed i resti dell’antica cappella del castello dedicata a S. Carlo.

Meritevole di nota il Complesso Vanzago che fu castello di proprietà Lantieri. Distrutto dalle milizie bresciane nel 1241 fu successivamente monastero. Accorpata all’attuale struttura vi è una chiesetta con campanile semplice con cella campanaria. Sopra il portale in pietra di Sarnico sono evidenti degli affreschi.

La Torre Lantieri medievale si trova nel cuore del paese e fu realizzata per volere della famiglia Lantieri nel XIV sec.
La Torre ha pianta quadrangolare con dimensioni di 8.25 x 7.70 metri, si sviluppa su quattro livelli e fu edificata su uno sperone roccioso per assolvere alla funzione di torre difensiva. Fu utilizzata come abitazione, oggi invece è di proprità del comune di Paratico. E’ una delle attrazioni di questa località, infatti al primo piano è stata collocata una Quadrisfera, istallazione innovativa di cui ne esistono solo altri tre esempi in Italia (una è al CNR), pensata espressamente per coinvolgere il visitatore in un’esperienza totalizzante di immagini, suoni ed emozioni. Il visitatore entra in una piccola stanza oscurata e nel momento in cui la Quadrisfera si accende, si trova letteralmente parte di un nuovo mondo, fatto di immagini moltiplicate all’infinito, grazie ad un sistema di specchi e di luci che sembrano incorporare il visitatore stesso in questo cosmo di colori, luci, suoni e filmati. E’ difficile descrivere l’effetto con le parole, tanto che la vastità della sfera toglie per un attimo il fiato… Una vertigine che passa subito poiché poi si comincia ad essere coinvolti nel filmato, composto da una sinfonia di quattro montaggi intersecati. Inutile cercare di fissare lo sguardo su un singolo monitor, molto meglio farsi trasportare dalla coralità delle immagini. Il filmato introduttivo racconta la storia della zona, dalla Franciacorta al lago d’Iseo fino ad arrivare a Paratico, con le sue tradizioni popolari, i mestieri e i volti che hanno fatto la storia del paese.

In località S. Pietro è situata l'omonima chiesa, che doveva essere in origine una semplice cappelletta con l'immagine della Madonna dipinta sul muro, opera artistica del 1400. Con ogni probabilità doveva trattarsi della prima chiesa parrocchiale della zona. L'attuale costruzione sorse attorno al 1730 ed ogni anno all'8 dicembre fa da scenario alla tradizionale festa della "Madonna dei Pom" (narra la leggenda che l'uomo offriva come pegno d'amore alla sua donna una mela, siglando con questo gesto l'inizio del loro fidanzamento).
La chiesa parrocchiale risale al XV secolo. Attorno ad essa venivano inumate le salme della costruzione del cimitero di S. Pietro; fu ampliata e ristrutturata in stile composito nel 1724 ed ulteriormente abbellita nel 1878. Contiene opere pittoriche interessanti, un altare maggiore ad intarsi policromi ed uno splendido altare del Rosario a tarsie marmoree.
Molino e roggia Fusia costituiscono una complessa opera medioevale di ingegneria idraulica; serviva per il trasporto merci e favorì lo sviluppo delle attività commerciali ed il mercato di Paratico. Le colline circostanti offrono incantevoli panorami: qui si cava ancora la pietra arenaria detta "pietra di Sarnico", molto usata nei secoli scorsi, soprattutto a partire dal 1600, in tutto il circondario.

Il parco di Paratico, affacciato sulla sponda bresciana del lago di Iseo, rappresenta un interessante esempio di intervento paesaggistico, teso a coniugare la valorizzazione del contesto naturale con le esigenze di uno spazio di fruizione e di godimento a disposizione degli abitanti e dei turisti. Esso testimonia da un lato una strategia coraggiosa di politica di gestione territoriale e di marketing turistico, dall’altro una progettualità fresca ed originale, ricca di spunti innovativi nelle scelte botaniche, compositive e di arredo.
Le molte suggestioni offerte dal contesto paesaggistico lacustre sono state tradotte nella proposizione di una serie di quadri indipendenti, costituiti da “stanze verdi”, che si susseguono senza soluzione di continuità. Due percorsi longitudinali attraversano il parco, uno lungo la riva, l’altro centralmente, ricalcando le traiettorie dei vecchi binari del treno che, fino a cinquant’anni fa, consentiva il trasporto delle merci dalle rive del lago all’asse padano della linea ferroviaria Ferdinandea. Si incontrano perciò in successione: il giardino delle aiuole fiorite, costituite da una serie di grandi vasche rialzate di ferro arrugginito disposte diagonalmente, ricche di erbacee perenni e bulbose, che invitano gli occhi a dirigersi verso il panorama lacustre; la stanza dove la ghiaia disegna onde che si rincorrono, a richiamano di quelle create dall’acqua increspata del lago, fiancheggiate da una distesa di erbe dalle spighe fluttuanti; la stanza dominata da un grande pergolato di legno ricoperto da vite americana maritata con delicate rose profumate, a suggerire la vocazione agricola e vinicola delle colline di Franciacorta; la piazza centrale, protagonista, in cui campeggiano due vasche di pietra di forma rettangolare con ninfee bianche, a riproporre in miniatura gli scenari offerti dal lago lungo le sue sponde. Particolare cura è stata posta nel recupero, attraverso un linguaggio sobrio e contemporaneo, delle tante tracce di archeologia industriale presenti nel luogo: il disegno della pavimentazione, composta da una combinazione di porfido rosso e pietra luserna, che incorpora i vecchi binari del treno; l’utilizzo di materiali poveri, legno e ferro, nelle diverse strutture, quali la pergola ed il gazebo, le fioriere, le sedute e il tavolo circolare; la presenza di una fontana dal disegno semplice, ricavata da un blocco di roccia della confinante Sarnico, sede di rinomate cave.
Degna di attenzione la scelta delle piante, scaturita non solo dall’esigenza di rendere interessante lo spazio verde durante tutto l’anno con un alternarsi di fioriture, ma anche dal desiderio di far conoscere ai fruitori la grande varietà di specie botaniche, nel rispetto delle caratteristiche agronomiche del luogo. Ecco allora l’utilizzo di un elevato numero di tipi di alberature, di arbusti e di erbacee perenni, con basse richieste manutentive e di apporto idrico, all’insegna del tentativo di promuovere la cultura, la curiosità e, non da ultimo, la biodiversità.

L’oselanda (uccellanda), così come viene comunemente definita questa palazzina neogotica nel gergo comune della gente del paese, non consente una puntuale relazione storica poiché priva di documentazione specifica che ne definisca le vicende. Le uniche fonti attendibili sono quindi riscontrabili solo nella cronologia catastale e nelle testimonianze dirette.

L’edificio risulta rilevato cartograficamente solo nel 1898 al Catasto del Regno d’Italia, come proprietà della famiglia Della Santa, da questa acquisita, insieme ad altri terreni, dai Della Bianca de Colombo. In seguito le proprietà dei Della Santa passarono alla Famiglia Madruzza, infatti l’edificio è documentato nel Catasto del Regno d’Italia e in quello urbano (dal 1905 al 1988), come proprietà di quest’ultima. Non è nota la data del passaggio, ma si trattò probabilmente di un atto ereditario non notificato, visto che le due famiglie erano legate da vincoli di parentela.

La data di costruzione rimane tuttavia incerta, ma sicuramente ascrivibile agli anni che vanno dal 1852, quando il terreno è ancora registrato come vigna, al 1898, quando l’edificio risulta rilevato nel Catasto del Regno d’Italia. E’ emersa durante i recenti lavori di restauro la data 1873, collocata sulla parete destra dell’ingresso privo di finestrelle laterali, che potrebbe coerentemente riferirsi all’anno di costruzione.

La committenza sembra dunque riferirsi o alla famiglia Della Bianca de Colombo o ai Della Santa.

L’edificio si presenta su due ordini, con marcapiano contrassegnato da elementi decorativi geometrici. A piano terra si trovano, una per lato, tre porte d’ingresso, di cui le laterali caratterizzate dalla presenza di due finestrelle simmetriche. Sopra le porte si colloca un archetto gotico che funge da legame architettonico con tutte le altre aperture. Nel lato semicircolare si trovano cinque finestre, di cui due cieche, sempre sovrastate da archetti a sesto acuto.

Al primo piano si collocano tre trifore, una per lato, con archetti gotici sorretti da pilastrini in pietra arenaria locale caratterizzati da capitelli decorati e, nella zona semicircolare da una loggetta stilisticamente simile alle aperture appena descritte.

Nella fascia del sottotetto è da notare la decorazione, costituita da una serie di archetti trilobati inscritti in archi a sesto acuto, ripresa, con tratti più semplici, in quella sottostante il marcapiano.

Tutti gli elementi decorativi sono stati incisi direttamente sulla superficie prima di essere intonacati.

Dal 1943 l’edificio risulta destinato ad abitazione, composto da ingresso, cucina e latrina a piano terra; ingresso e camera al primo piano; cantina al sotterraneo.

Successivamente la costruzione viene acquistata dal Comune di Paratico ed è oggi osservabile in seguito a lavori di restauro ultimati nell’estate 2001.



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PADERNO FRANCIACORTA



Paderno Franciacorta è un comune della provincia di Brescia ed è il più piccolo comune della Franciacorta, sito all'esterno della cerchia morenica si estende su un territorio completamente pianeggiante e in leggerissima pendenza. Misura cinque chilometri quadrati e mezzo, ma riserva alla coltura agraria metà della superficie e più di un quarto alla coltivazione della vite.
La presenza del verde e la discreta lontananza delle principali vie di comunicazione, riservano al centro abitato una particolare tranquillità, una scelta che ha avvantaggiato Paderno non solo nell'aspetto economico (fiorente anche nel settore industriale), ma anche in quello estetico ambientale.

L’origine quasi certamente latina del nome, “Paternus”, sta ad indicare che il territorio di Paderno costituì l’eredità passata di padre in figlio in epoca romana: lo testimoniano vari reperti, tra cui un pavimento musivo e un’ara funeraria.
Sono proprio del periodo romano le tracce rinvenute nei pressi del sito castellare degli Oldofredi. Ed è dell'anno 1009 un documento che cita “Paterno” come sede di un castello edificato a difesa degli assalti degli Ungari, i quali compivano spesso in quel periodo e in quella zona scorrerie ed assedi. Il castello aveva anzitutto funzioni di ricovero per genti, animali e prodotti agricoli, soprattutto quando i barbari perpetravano i loro attacchi nel contado e nel paese, tanto facili da raggiungere perché della Franciacorta Paderno è sempre stato un centro in aperta campagna.
Col passare dei secoli il ricetto trasformò via via la propria funzione in una più prettamente militare.
Fu nel 1242 che il re Enzo di Gallura ne fece il centro di operazioni militari; nel 1326 fu addirittura devastato dalle armate di Azzone dei Visconti; nel 1428 venne conquistato dal Piccinino, in quel periodo in costante lotta col Gattamelata; nel 1512 conobbe uno dei suoi peggiori momenti: durante il cosiddetto “sacco di Brescia” apparecchiato dai Francesi guidati da Gastone di Foix, Paderno fu svaligiato (alla fine di luglio) e i suoi occupanti, sia militari che semplici contadini, furono uccisi a centinaia (rimasero in 52).
Citato nell’estimo visconteo del 1385 fra i comuni appartenenti alla quadra di Rovato (Valentini 1898), durante il dominio veneto fece parte della stessa quadra (Da Lezze 1610). Il comune, che nel 1493 contava 580 anime (Medin 1886), all’inizio del ’600 contava 200 fuochi e 700 anime; per governare il comune venivano eletti un console, tre sindici ed un massaro che rendeva loro conto (Da Lezze 1610).
Nel 1764 vi erano 499 anime (Descrizione generale 1764), 516 nel 1802 e 700 nel 1853.
In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Paderno Franciacorta con 717 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VI di Ospitaletto, circondario I di Brescia, provincia di Brescia.
Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 998 abitanti (Censimento 1861).
Il 10 Luglio 1862 la Prefettura di Brescia scrive al Comune di Paderno chiedendo di modificare il nome del paese. Infatti da circa un anno esiste il Regno d’Italia e vi sono diversi paesi del Regno a chiamarsi Paderno, creando confusione.

Il 28 ottobre 1862 il Consiglio Comunale di Paderno decise quindi di cambiare nome al paese.

Nei primi 50 anni dell’unità d’Italia Paderno attraversa ed è attraversata da diversi avvenimenti: la ferrovia, le fontane, la prima guerra mondiale, mentre assistiamo nello stesso periodo ad un aumento notevole della popolazione.
In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio.
Sin dagli anni successivi all’Unità d’Italia per gli interscambi fra la pianura e l’alta montagna era diventato vitale e pressante collegare il Sebino con la Valcamonica.
Grazie a Giuseppe Zanardelli, che nel 1876 diventa Ministro dei Lavori Pubblici e che diventerà nel 1901 Presidente del Consiglio, assistiamo alla inaugurazione della sospirata strada sebina costiera collegante Marone con Toline .
Inoltre nel 1883 iniziarono i lavori per la costruzione della ferrovia che terminarono due anni dopo con l’inaugurazione ufficiale il 21 giugno 1885. Il tratto che univa Brescia con Iseo, via Paderno e Monterotondo misurava 23 chilometri.
La prima variante importante colpisce proprio la stazione di Paderno in quanto da qui che si decide di rifare il tracciato per Iseo (quello attuale) con una pendenza più dolce (intorno all’1%) in previsione di trasporti con carichi molto pesanti .

Nel 1891 la popolazione di Paderno potè giovarsi del primo acquedotto pubblico dell'era industriale.

Passano solo vent’anni e la Grande Guerra è alle porte. I treni avranno un ruolo determinante nel supporto alle truppe che combatteranno sul fronte dell’Adamello. I carri carichi di soldati, di armi, di viveri dopo essere transitati da Paderno e aver costeggiato il lago, percorreranno la Valle penetrando sin dentro il cuore della battaglia.
Durante la prima guerra mondiale la popolazione di Paderno pagò un gravoso tributo di sangue: i trentuno caduti sono ricordati dal monumento, opera dello scultore bresciano Luigi Lanfranchi, eretto nel 1922 nella piazza antistante il castello.

Nella piazza di Paderno Franciacorta si erge maestoso l'antico castello medioevale che fu teatro di diverse battaglie, ad esempio contro gli Unni prima e contro i Visconti e Francesi poi, durante le quali venne parzialmente distrutto. Costruito nel X secolo per scampare alla feroci incursioni degli Ungari, questo castello ebbe una vita terribilmente movimentata lungo un arco di tempo di circa mezzo millennio: prima per le contese fra Guelfi e Ghibellini durante le quali vi pose il proprio campo anche re Enzo, figlio di Federico II, poi per le guerre fra Milano e Venezia ed infine il saccheggio e le sanguinose stragi inferte dai Francesi d'Aubigny nel 1512, anno del sacco di Brescia. Dopo oltre tre secoli di abbandono, il castello fu restaurato nel secolo scorso, ma in maniera scarsamente rispettosa dell'originaria struttura. Si è conclusa una recente fase di restauro che ha portato alla creazione di una piazza all'esterno dell'entrata principale del Castello ed alla ristrutturazione dell'ala sinistra dello stesso che ora ospita la biblioteca comunale intitolata alla Maestra Alfides Tessitori.
All'interno delle mura si trova la cinquecentesca chiesa della Madonna in castello che ospita una immagine molto venerata dagli abitanti.
La chiesa parrocchiale, dedicata a San Pancrazio è opera dell'arch. G. Marchetti e venne costruita dal 1740 al 1790. L'interno è ricco di tele, decorazioni in stucco e affreschi del Teosa e di Pietro Scalvini. Le statue in pietra che ornano la facciata rappresentano San Pancrazio e San Gottardo che è anche il patrono del paese. Presso il cimitero si erge la chiesetta dedicata a San Gottardo, vescovo bavarese, con abside documentata dal 1449. La festa patronale si celebra il 4 Maggio.
Tra gli edifici signorili sono da segnalare i settecenteschi palazzo Guaineri già Martinengo Villagana, palazzo Sandrinelli ora sede municipale e palazzo Oldofredi.
La fiorente attività agricola originale ha lasciato, in parte, il posto alle numerose attività artigianali tessili e meccaniche ed ora anche industriali. Il nucleo storico non ha comunque modificato la sua impronta che rimane di dimensioni ridotte e di tranquilla vita quotidiana.



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