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giovedì 20 agosto 2015

RODENGO SAIANO

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Rodengo-Saiano è un comune della provincia di Brescia.

L'origine del comune è recente, risale al 18 ottobre 1927 quando, con Regio Decreto, vennero unificati i due centri di Rodengo e di Saiano. Essi mantennero nel corso dei secoli una propria individualità dovuta probabilmente alla diversa origine: Saiano risale all'epoca romana, come testimoniato da un cippo funerario rinvenuto in loco ed ora conservato al Museo di Santa Giulia di Brescia, mentre Rodengo è di origine longobarda, come risulta da una carta topografica del territorio datata 910 d.C.
Il primo nucleo abitato si sviluppò in epoca medioevale attorno al Castello di Saiano di cui oggi rimangono pochi ruderi e un fossato annessi all'edificio di Villa Maria. La vita sociale e culturale di Rodengo Saiano è stata fortemente caratterizzata dalla presenza di importanti centri religiosi che hanno impresso alla comunità un forte spirito di impegno cristiano.

L'economia di Rodengo Saiano è stata improntata fino agli inizi del novecento ad un'attività prettamente agricola caratterizzata soprattutto dalla coltivazione della vite e del mais e dall'allevamento del bestiame. Nel corso degli ultimi decenni si è assistito ad un progressivo aumento delle attività artigianali, industriali e del terziario avanzato, favorite soprattutto dall'ottima rete viaria di collegamento con Brescia e con l'autostrada. Recentemente, infatti, si sono insediati nel Comune un importante centro commerciale e numerose aziende industriali conosciute in tutto il mondo, dedicate soprattutto alla trasformazione e lavorazione dei metalli e delle loro leghe.

Nel panorama storico bresciano Rodengo Saiano riveste un'importanza primaria. Questo non solo per la presenza della grande Abbazia Benedettina, fra le maggiori d'Italia, ma anche per un articolato intreccio di eventi che hanno coinvolto il territorio.
La strada romana, che seguendo il pedemonte congiungeva Brescia con la Spina di Erbusco (e poi con Bergamo e Milano) aveva il più importante presidio a Ponte Cingoli, struttura a tre arcate, affiancata da una Posta e difesa dall'alto dall'imponente complesso militare della Rocca.
Sull'area dell'attuale Abbazia sorgeva un "castrum", accampamento militare fisso, con edifici in muratura e, scoperta recentissima, con un tempio. Vari cippi esposti al museo romano documentano la massiccia presenza latina.
Con le invasioni barbariche l'importanza di Rodengo aumenta: dapprima si insediano i Goti (fino al 1500 vari documenti parlano della contrada del Gotho - Godo), poi arrivano i Longobardi che si insediano sulla Rocca, ampliandola oltre le mura romane. Esiste una leggenda secondo cui Carlo Magno dovette fermarsi a Ponte Cingoli nell'inverno del 774 e, non potendo esaudire il voto di celebrare il Natale nella Chiesa di San Dionigi ad Aquisgrana, avrebbe fatto erigere lì una chiesa dedicata al santo vescovo francese e avrebbe battezzato la zona "piccola Francia", da cui il nome Franciacorta.
Centinaia di sepolture di epoca alto medioevale (e in particolare quelle nell'area detta della Santa, disposte militarmente) fanno pensare a un lungo assedio, con battaglie cruente e centinaia di morti fra i Franchi.
Carlo Magno conquisterà Brescia nella primavera successiva, tornerà in Italia due anni dopo e in questa occasione farà distruggere la Rocca di Rodengo Saiano dove si erano nuovamente asserragliati ribelli Longobardi e Goti. Con la vittoria di Carlo Magno arrivano numerosi coloni francesi che si concentrano soprattutto a Saiano professando la "lex salica". Da qui Saliani, Saiani, Saiano. Convivono con Goti e Longobardi, Latini e Cenomani che continuano a professare antiche religioni e a rispettare consuetudini legali che ritroviamo intatte nel 1066 quando a Rodengo arrivano i monaci benedettini francesi di Cluny che già avevano una solida base a Pontida. I Cluniacensi avevano badie, conventi, sussidiari come San Pietro in Lamosa (Provaglio d'Iseo) o Clusane, case maggiori (il Camaione) o minori (Camignone a Pasirano e Mignone a Monticelli), corti, mulini, migliaia di ettari di terra in almeno trenta comuni della provincia con possedimenti fino a Polpenazze e dipendenze come S. Maria del Giogo; l'Isola di S. Paolo nel Lago d'Iseo e S. Salvatore a Capo di Ponte.
Per 700 anni sono i monaci a segnare la storia del paese, ma forse da prima ancora la Franciacorta è terra delle corti dei monaci francesi.
Tutti i più grandi artisti bresciani (Foppa, Romanino, Gambara, fra i tanti) hanno lasciato testimonianze grandiose nell'Abbazia di Rodengo. Purtroppo è andato disperso gran parte del patrimonio librario, di manufatti e di mobili dell'Abbazia, che nel 700 contava fino a 70 fra monaci e conversi.
Padre Ludovico Pavoni muore a Saiano nel Convento dei Francescani (noto come Calvario, voluto dalla famiglia Provagli per un voto): è una figura risorgimentale di spicco, fondatore della Pavoniana.
Nello stesso periodo si fa largo anche l'aristocrazia terriera che costruisce splendide Ville nella zona (i monaci vendono almeno la metà dei terreni per pagare i lavori di ampliamento ed abbellimento del monastero) e l'esempio più fulgido è Villa Fenaroli a Corneto (sono notevoli anche Villa Molinari, Villa Maria, Villa Zerla a Padergnone, terza frazione del Comune).

Tra gli edifici civili degni di nota ricordiamo la medioevale Villa Masperoni, connotata da tre bei portali in pietra bugnata e da otto arcate di un portico mai ultimato; Villa Maria in stile neogotico, Villa Molinari e Villa Fenaroli a Corneto, quest'ultima posizionata a metà collina in una splendida conca che presenta il tipico schema architettonico bresciano con il corpo centrale alto rispetto alle due ali laterali più basse.
Il territorio di Padergnone appartenne prima alla Pieve di Gussago e, fino al 1969, alla Parrocchia di Rodengo.
Le prime informazioni storiche documentate sulla vita ecclesiale di Padergnone, risalgono al 1432 quando, come dimostra un’ iscrizione che ancora oggi troviamo trascritta all’interno della porta, a seguito di un’ epidemia di peste, per un ex voto, dalla vicinia viene eretta una cappella (“santellone”) dedicata a  SAN ROCCO.
La santella era coperta, ma aperta sui lati.  È la stessa cappella che verrà in diverse fasi ampliata e diventerà l’attuale Chiesa parrocchiale.
Da un’altra iscrizione latina del 1507, che oggi possiamo trovare intorno a una croce sostenuta dallo stemma della famiglia Masperoni, su una lapide posta sul muro di una casa all’incrocio della strada che porta a Ronco, abbiamo notizia di un’altra epidemia di peste.
Dunque, già nel 1500, gli abitanti del piccolo borgo si riunivano nella cappella di San Rocco per le pratiche religiose.
Nel 1567, Monsignor Bollani vescovo della diocesi,  decretava che la cappella si chiudesse almeno con dei cancelli di legno o ferro e che nel frattempo non vi si celebrasse nessun rito religioso.
Forse proprio a seguito di questo decreto, gli abitanti decisero di rifabbricarla,  ma non riuscirono a completare i lavori per la Visita Pastorale del 1581 di San Carlo Borromeo che, nel decreto da lui emanato in quell’occasione, diceva: “ “Nella chiesa di San Rocco in Padergnone, non ancora finita, si tolga l’altare irriverentemente costrutto”.
Da altri documenti storici, si ha notizia che nel 1569, la cappellania di San Rocco aveva in dotazione una casa e quattro pezzi di terra e che nel 1691 il nobile Francesco Torre dotava la chiesa di un’altra cappellania per una seconda messa festiva. E’ circa nel 1730 che gli abitanti di Padergnone cominciano a reclamare una autonomia  ecclesiale: lo si desume da alcuni documenti che parlano di una vertenza sorta con il monastero di Rodengo e più tardi, tra la fabbriceria e lo stato italiano. Nel 1770 viene eretto il campanile.
Nel 1828, alla chiesa viene accordata apposita fabbriceria distinta da quella di Rodengo, considerato anche il fatto che gli abitanti erano ormai più di 400.
Nel 1842,  Andrea  Piardi di Gussago dona alla chiesa una casa con broletto, ma data l’esiguità della rendita e l’incameramento dei beni, non è stato possibile farvi risiedere un religioso.
In vista delle esigenze della popolazione, nel 1858, alla chiesa viene concessa la conservazione degli oli sacri; l’anno successivo viene accordato il permesso di confessare le donne e, due anni più tardi, direttamente dalla Santa Sede, arriva l’autorizzazione a  conservarvi  l’Eucarestia. Particolarmente benemerita fu la cappellania di Don Camillo Presti. Nativo di Padergnone, ordinato sacerdote nel 1849, vi si fermò come secondo cappellano di Don Carlo Bonini, succedendogli alla sua morte come cappellano curato. Al suo zelo si devono la pala dell’altare maggiore, opera di Angelo Inganni e raffigurante San Rocco (1853),  la casetta per il sagrestano (1859), l’organo, costruito dal Tonoli (Brescia 1868),  la costruzione delle due cappelle della Madonna e di San Giuseppe, coi relativi altari, con la statua dell’Immacolata e la pala di San Giuseppe di G.B. Guadagnini,  il raddoppio del presbiterio, l’abside, il coro e la sacrestia  e il nuovo altare (1808),  il pavimento della chiesa, (ancora oggi in buono stato di conservazione) (1899),  l’orologio meccanico collocato sul campanile dalla ditta Frassoni (Rovato 1903), e, infine, la casa canonica (1906). Padergnone si arricchisce inoltre di un  ampio terreno denominato piazza, donato dalla nob. Silvia Fenaroli ved. Averoldi, morta il 13 ottobre 1887.
A Don Presti, morto nel 1909, successe Don Andrea Romano, sacerdote di grande pietà e dottrina, espertissimo in questioni giuridiche.  Al suo zelo di deve la Schola Cantorum e la decorazione, ad opera del pittore Trainini Giuseppe delle cappelle laterali.
L’ostilità del regime fascista lo costrinse a lasciare Padergnone dopo 19 anni, cedendo il posto, nel 1928, a Don Giuseppe Gatti che, nei nove anni di apostolato portò a compimento la decorazione della chiesa.
Passato a Timoline nel 1937, gli successe don Ernesto Bozzoni che realizzò nel 1942 il teatrino, nel 1960 il campo sportivo, nel 1967 la scuola materna e dotò il campanile di un nuovo concerto di campane (1958).
Sua preoccupazione fu il potenziamento della catechesi, la costituzione nel 1950 del “Gruppo delle madri e dei padri cristiani” e, nel 1955 dell’Azione Cattolica.
Si deve inoltre a lui l’istituzione del circolo Anspi.
Grazie alla sua intensa attività e all’organizzazione ecclesiale, in vista di un aumento della popolazione, con decreto del 14 maggio 1969, Padergnone veniva eretta a Parrocchia.
E’ toccato a Don Eugenio Panelli, successo a Don Bozzoni nel 1986, affrontare il problema dell’aumento della popolazione, passata da 445 abitanti del 1969 a 1356 del 1993.
Dopo aver ristrutturato la canonica, affrontò opere grandiose quali il complesso delle aule per la formazione e la catechesi denominato “Centro formativo San Rocco” e il nuovo oratorio, inaugurato il 14 giugno 1992, con annessi  un salone teatro, un moderno bocciodromo affidato all’associazione “Tris sport e tempo libero”, campi di calcio e pallavolo.
Il 26 giugno 1994 veniva poi posta la prima pietra della nuova chiesa parrocchiale dedicata al “Nome di Maria”, il cui progetto è del francescano padre Costantino Ruggeri di Adro.
Dal 1993 funzione la radio parrocchiale “Radio Punto.”
A Don Panelli successe, nel 1998 Don Giampietro Forbice che continua nell’organizzazione delle diverse iniziative pastorali di formazione, catechesi e aggregazione e che ha rivisto il progetto della nuova chiesa, affidandolo all’Architetto Fabrizio Viola e dedicandola a “Cristo Risorto”.
Dal primo ottobre 2011 è subentrato a don Giampietro Forbice don Duilio Lazzari di Collio V.T.

Il territorio di  Saiano appartenne probabilmente alla Pieve della Cattedrale di Brescia, gravitando prima su Iseo ed infine su Gussago.

Nel 1019 sembra che in questo territorio sorgesse un castello o un piccolo borgo fortificato, all’interno del quale venne eretta una cappella ufficiata da un sacerdote e dedicata a San Salvatore. Il nome dato alla primitiva cappella è dovuto al controllo sul territorio della Badia di Leno.

Le origini della parrocchia vengono fatte risalire al sec. XIV quando la chiesa era affidata ad un rettore-parroco mantenendosi così indipendente dal monastero di Rodengo.

La prima investitura di cui si abbia documentazione è un atto notarile del 1379 con il quale il prevosto di Gussago conferisce la rettoria di San Salvatore al sacerdote Ranuzio di Todi, destinato a succedere a don Lorenzo de Lagaimaro.

È ormai comunque certo che la prima parrocchiale di Saiano sorse in epoca longobarda, come hanno rinvenuto gli scavi archeologici da poco conclusi, in occasione del restauro della chiesa di San Salvatore.

Nel 1567, il vescovo di Brescia Mons. Bollani, durante una sua visita ordinò di abbellire la chiesa elencando i lavori da fare.

La parrocchia assunse sempre più precisi connotati pastorali dopo il Concilio di Trento.

Nel 1581 venne anche visitata da San Carlo Borromeo che ordinò una

nuova pala per l’altare maggiore oltre all’esecuzione di altri lavori (come il battistero) per rendere la chiesa più decorosa.

In questo anno è presente anche la Confraternita del SS. Sacramento; nel 1583 venne eretto il Monte di Pietà.

Nel 1601, sulla pubblica piazza di Brescia venne decapitato il rettore parroco di San Salvatore con l’accusa di aver praticato l’usura ed altro.

Nel 1631 il parroco è Francesco Fiorentini, sacerdote zelante, studioso e poeta, grazie al quale la parrocchia acquistò prestigio tanto da essere eretta insieme a Rodengo, Ome, Ronco, Gussago, Sale e Cellatica a vicaria foranea.

Nel 1641 i Padri della Pace, che possedevano dei terreni in Saiano ed erano quindi presenti sul territorio, con un congruo lascito contribuirono alla ricostruzione della chiesa parrocchiale nelle attuali linee di stile barocco a tre navate.

La generosità dei padri si solidificò con la collaborazione alla vita pastorale e alla erezione dell’oratorio di San Filippo Neri.

A premio di tanta attività e di così intenso lavoro pastorale il 2 febbraio 1686 venne chiesta e ottenuta l’erezione dell’arcipretura di Saiano, “per la bellezza della Chiesa, la presenza di tre Oratori oltre alla chiesa e il convento dei padri minori di San Francesco, nonché per la grande fede della popolazione.”

Nel 1648 è presente la Confraternita della Madonna del Rosario.

Il parroco don Francesco Capitanio, tra il 1671 e il 1685, stendendo una relazione da inviare al vescovo di Brescia, testimoniò che “...l’attuale chiesa fu costruita e ridotta in forma migliore sulla vecchia distrutta ...”

Nel 1697 la bottega del Fantoni dotò la chiesa di una statua dell’Addolorata e prima ancora di un crocefisso (forse colorato).

Nel 1792, il parroco don Palmerino Fattori di Montichiari, dottore in teologia e professore di filosofia, acquistò una casa presso la chiesa parrocchiale per sistemarvi la Scuola.

Nel 1872 il parroco è don Pio Martinelli che descrisse la popolazione come “buona e nella sua gran maggioranza piena di fede”.

Gli successe nel 1887 don Giacomo Mazzoldi, ma questo parroco non era gradito ai cittadini di Saiano che ne contestano la nomina; venne accettato come parroco solo dopo l’intervento del beato Don Giovanni Piamarta.

Nel 1893 venne nominato Parroco don Giuseppe Garbelli che, fino al 1906, svolse un servizio particolarmente attivo: a lui si deve la nascita della Congregazione della Madri Cattoliche, delle Figlie di Maria, degli oratori maschile e femminile.

Nel 1898 ebbe una grande intuizione e, aiutato da alcune famiglie del paese, fondò il primo Asilo infantile.

All’inizio, l’asilo, intitolato a Re Umberto I e retto dalle suore Poverelle, era collocato in un fabbricato del beneficio e, dieci anni più tardi, venne ampliato. Successivamente, nel 1956, viste le esigenze della popolazione venne costruito un nuovo edificio più spazioso, grazie anche all’intervento delle sorelle Anna e Maria Fenaroli, a cui venne dedicato.

La struttura riesce a soddisfare le esigenze della popolazione fino al 2002, quando, a seguito dell’evoluzione storica delle tre Parrocchie del territorio e del notevole aumento della popolazione, l’Amministrazione Comunale, in convenzione con l’Ente Morale, costruisce un nuovo edificio, più accogliente e funzionale, sempre nelle vicinanze della Chiesa parrocchiale.

Nel 1907 si insediò il nuovo Parroco Don Giambattista Salvi che, pochi anni dopo diede vita alla Casa S. Giuseppe gestita dalle Suore di S. Marta, più conosciute col nome di Suore Bianche di Saiano.

Sotto la sua guida, la parrocchia svolse molta beneficenza, soprattutto nei momenti difficili, organizzando aiuti durante gli inverni rigidi (come quello del 1911) ed allestendo una cucina gratuita presso l’asilo infantile per 120 giorni l’anno a favore dei bisognosi.

Nell’ottobre del 1927, durante un pellegrinaggio a Lourdes, per ringraziare della salute ritrovata, a don Salvi venne l’idea di costruire una nuova chiesa parrocchiale.

Abbandonata l’idea iniziale di un’imitazione del Santuario di Lourdes, il disegno venne steso dall’ing. Mario Piotti, aiutato da Beniamino Andreis, che avrebbe in seguito assunto i lavori di costruzione.

Nonostante numerose difficoltà, il progetto si concretizzò nel 1929 e le fondamenta furono gettate nel Settembre 1930.

Da subito, l’iniziativa venne sostenuta dall’entusiasmo della popolazione che prestò manodopera, si sottoscrisse per oblazioni ed assicurò lavoro gratuito, nonostante l’avversione delle autorità politiche del tempo.
L’opera continuò grazie ad aiuti crescenti di tutti i parrocchiani, ai lavori di disoccupati sfamati in parrocchia, a offerte di beneficenza e forniture gratuite di materiale, superando gravi difficoltà.”

A fianco della Chiesa, vennero costruite anche la Sacrestia e alcune aule per il catechismo.

L’occupazione del cantiere da parte delle truppe tedesche, la morte di don Salvi (1944), e le vicende belliche rimandarono fino all’ottobre 1945 l’inaugurazione della Chiesa che venne poi consacrata il 19 ottobre 1946 da Mons. Tredici e dedicata a Cristo Re.

L'abbazia olivetana di San Nicola fu fondata dai monaci cluniacensi - congregazione dell'Ordine di San Benedetto - verso la metà dell'XI secolo. Un documento del 1085 parla di un già esistente monastero; un altro documento del 1109 fa menzione della dedicazione a san Nicola, che rimarrà inalterata nel tempo.
La ubicazione del monastero fu posta su un quadrivio romano, che portava alla città e serviva da ostello per i pellegrini in viaggio per Roma. Il sito era già stato occupato in età romana ed altomedievale, come documentato da scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di un muro romano e di una capanna longobarda.

Lo sviluppo del monastero avvenne inizialmente per impulso della importante badia di Pontida e di quella di San Paolo d'Argon. Il monastero di Rodengo affermò presto una propria autonomia, in connessione anche con lo sviluppo economico dovuto alle molteplici donazioni ed acquisti di proprietà terriere. Come per tutti gli altri monasteri benedettini la gestione di tali proprietà fece subito riferimento all'ausilio di fratelli conversi.

Già nella seconda metà del XIII secolo, tuttavia, lo sviluppo spirituale ed economico del monastero si era arrestato. Documenti relativi alle adunanze capitolari riferiscono di un numero di monaci e di conversi che non arrivava a dieci persone. Alla fine del XIV secolo si arrivò alla installazione di un abate commendatario al posto di quello nominato dall'ordine cluniacense; ma tale evenienza non arrestò - anzi accelerò – la decadenza del monastero. Le autorità che avevano voce in capitolo (dal papato, alla diocesi di Brescia, alla Repubblica di Venezia che aveva inglobato i territori bresciani, alla municipalità di Rodengo) si trovarono spesso in disaccordo sulle scelte relative alla gestione del monastero.

Nel 1446, per volere di papa Eugenio IV, la primitiva abbazia fu affidata agli olivetani. Aspri contrasti segnarono la rinuncia ai propri privilegi da parte dell'ultimo abate commendatario, e solo nel 1450 il passaggio del monastero agli olivetani divenne definitivo.

Iniziò subito una forte ripresa delle fortune spirituali ed economiche del monastero. Fu consolidato l'impiego delle proprietà terriere ed altre vennero acquisite anche attraverso i lavori di bonifica dei terreni paludosi circostanti.
Fin dal 1450 si assunse la decisione di riedificare il complesso abbaziale, a cominciare dalla chiesa di San Nicola, interamente ricostruita nel luogo ove sorgeva la vecchia chiesa cluniacensa.
Il progetto di ampliamento delle strutture architettoniche riguardò presto anche la costruzione del chiostro occidentale e del chiostro grande, (rifatto poi nel 1560-70, con l'ampliamento dei piani superiori), e progressivamente interessò tutto il monastero. I priori olivetani si mostrarono subito consapevoli della importanza delle azione intrapresa e furono attenti a valersi della collaborazione dei più importanti artisti bresciani.

Il fervore di opere costruttive si protrasse per circa tre secoli dando luogo ad uno dei complessi abbaziali artisticamente più significativi dell'Italia settentrionale. Nel Cinquecento furono coinvolti pittori come il Romanino, il Moretto, Lattanzio Gambara e Grazio Cossali; in epoche successive troviamo troviamo impegnati i pittori Gian Giacomo Barbelli, Giovan Battista Sassi ed altri. Di grande pregio sono anche alcune opere lignee (come il coro a tarsie realizzato da Cristoforo Rocchi nel 1480), opere marmoree ed in ceramica (come le decorazioni del chiostro maggiore).

Nel 1797 il Governo Provvisorio di Brescia, in virtù delle leggi napoleoniche, decretò la soppressione del monastero e la sua assegnazione all'Ospedale femminile di Brescia.

Dopo un lungo periodo di decadenza, nel 1969 l'abbazia è tornata, per interessamento di papa Paolo VI ai monaci olivetani. Si è da allora avviata – con il sostegno della Sovrintendenza di Brescia e di numerose associazioni – un'ininterrotta opera tesa a riportare il complesso architettonico al suo antico splendore.

Costruita a partire dalla metà del XV secolo, la chiesa dell'abbazia, intitolata a San Nicola, venne a più riprese ampliata e modificata nelle sue strutture e negli apparati decorativi. Dell'aspetto che presentava l'edificio quattrocentesco si è conservata soprattutto la facciata, con la sua semplice forma a capanna, racchiusa ai lati da due robusti piloni.
Quattrocentesca è anche la decorazione in maiolica gialla e verde che corre lungo la linea del tetto.
Al di sotto di tale decorazione in maiolica ancora si intravedono le tracce di un affresco raffiguranti due angeli in volo, al centro dei quali si apriva una monofora ad arco a sesto acuto.

Quattrocentesco è il portale realizzato in pietra simona, decorato con motivi vegetali e con tondi a bassorilievo posti sull'architrave. Esso è sormontato da una lunetta nella quale era posto un affresco della Madonna col Bambino, già attribuito al Foppa. Il protiro con volta a crociera che protegge l'ingresso è opera posteriore.
Anche il finestrone mistilineo posto al centro della facciata è posteriore, databile ai primi decenni del settecento.

La struttura architettonica interna lascia ancora intuire la originale soluzione quattrocentesca che, con le campate suddivise da archi traversi e con l'ampio presbiterio quadrato, rimanda ad analoghe soluzioni visibili in alcune chiese coeve presenti nel territorio bresciano.

Le pareti della chiesa sono impreziosite da un'ininterrotta decorazione a fresco - realizzata nella terza decade del Settecento da artisti prevalentemente di area milanese, Giovan Battista Sassi, Giacomo Lecchi e Giuseppe Castellini – composta da finte architetture, da medaglioni, e da motivi vegetali che inquadrano narrazioni agiografiche.

Notevole è l'apparato decorativo delle sei cappelle che si aprono sulla sinistra della chiesa.

Nella prima cappella, detta del Santissimo Sacramento, troviamo una pregevole pala d'altare di G.B. Sassi raffigurante la SS. Trinità con il trionfo della Croce.
Nella cappella seguente, detta di San Pietro, è possibile ammirare una pala del Moretto raffigurante Gesù in gloria consegna le chiavi a san Pietro e il libro della dottrina a san Paolo. La pala, di dimensioni non molto ampie, è databile dopo il 1540: essa è stata qui impiegata dopo un lavoro di risagomatura ed il suo inserimento in una cornice settecentesca. Il dipinto celebra con grande attenzione didascalica la solidità della Chiesa e della sua missione pastorale, affidata direttamente da Gesù ai due santi che ne costituiscono le colonne portanti. Le figure dei santi che si ergono maestosamente verso il Cristo occupano la maggior parte della scena; sullo sfondo, per dare profondità al dipinto, si profila un paesaggio pieno di luce e di poesia.
Nella stessa cappella, sulle pareti laterali, sono collocate due opere del Sassi (1730) riferite rispettivamente ai due santi raffigurati nella pala d'altare: Quo vadis Domine? e S. Paolo di fronte al Dio Ignoto.
Nella cappella del Rosario troviamo ancora tele del Sassi: una Madonna del Rosario sull'altare e, ai lati, una Annunciazione ed una Visitazione.
Nella cappella di san Bernardo Tolomei, fondatore della congregazione di Monte Oliveto Maggiore, troviamo, al centro, una pala d'altare di incerta attribuzione con la figura del Santo; ai lati tele del Sassi con episodi della sua vita. Alquanto suggestiva è la scena di san Bernardo Tolomei che dà sepoltura ai morti della peste che colpì Siena nel 1348.
Nella cappella di Santa Francesca Romana, fondatrice delle Oblate di Tor di Specchi, sono poste tele del Sassi, tra cui un notevole San Benedetto in gloria con Santa Francesca Romana e un Angelo.
La sesta cappella, priva di altare e decorata con finte architetture, è dedicata a Maria Bambina. Custodisce un'urna ottagonale con il Simulacro di Maria Bambina, oggetto di speciale devozione da parte degli olivetani.

L'altare maggiore della chiesa è stato realizzato nel 1668 ad opera di Paolo Sambinelli detto il Puegnago. Ai lati del presbiterio, in posizione simmetrica, a metà delle pareti, sono poste due cantorie: quella di destra ospita un organo, mentre quella di sinistra è decorata con un seicentesco affresco raffigurante Santa Cecilia all'organo, attribuito al pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli.

Al centro dell'abside è posta una pala seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino ed i santi Nicola e Benedetto.
Notevolissimo è il coro a tarsie addossato all'abside, opera di Cristoforo Rocchi, datata 1480. Riprendendo un impianto decorativo molto stimato in quell'epoca (come testimoniano tra l'altro le superbe tarsie di Fra Giovanni di Verona a Monte Oliveto Maggiore) il coro monastico è formato da sedici sedili con schienali che ripetono, quasi identiche, le raffigurazioni ad intarsio della prospettiva di una corte con pavimentazione a scacchiera.

Al centro del coro trovava posto un magnifico leggio in legno (con intarsi ricavati probabilmente da disegni del Romanino), opera di Fra Raffaele da Brescia (datato circa 1530), ora conservato presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

Nella chiesa è oggi collocata anche la grande tela di Grazio Cossali, firmata e datata 1608, raffigurante le Nozze di Cana. Essa era posta in precedenza sulla parete di fondo del refettorio, a coprire l'affresco di inizio Cinquecento della Crocifissione. Il dipinto, di grande qualità artistica, denuncia il debito artistico dell'autore verso Antonio Campi.

Altre opere di notevole interesse artistico sono conservate nella sacrestia, a cominciare dalla porta decorata da trentun formelle intarsiate, opera realizzata (alla pari degli stalli del coro) da Cristoforo Rocchi. L'interno alquanto spazioso e luminoso della sacrestia ospita un cospicuo arredo ligneo ed un elegante apparato decorativo a fresco. Tra le due finestre troviamo un affresco cinquecentesco raffigurante la Madonna col Bambino affiancata dai Santi Nicola e Benedetto, opera appartenente al manierismo bresciano vicina ai modi stilistici di Lattanzio Gambara.
Il contributo più importante all'apparato decorativo della sacrestia viene dalla mano di Gian Giacomo Barbelli: suoi sono gli affreschi posti nelle undici lunette sulle pareti, con episodi della Vita di San Benedetto (tratti dai Dialoghi di San Gregorio Magno), sue sono le decorazioni del soffitto al centro del quale campeggia il grande affresco con la SS Trinità adorata da San Benedetto, dal Beato Bernardo Tolomei, da Santa Scolastica e da Santa Francesca Romana.

Uno degli elementi che maggiormente caratterizzano l'Abbazia di Rodengo è dato dalla presenza di tre chiostri rinascimentali, realizzati con continuità, a partire dagli ultimi decenni del XV secolo, in un arco di tempo di un centinaio di anni.
Il chiostro piccolo, posto in prossimità della chiesa, è verosimilmente quello avviato per primo, utilizzando anche materiale proveniente dal preesistente chiostro cluniacense. Le dimensioni ridotte, le linee di grande semplicità dei suoi corridoi e delle sue arcate con cordonature in cotto, l'aspetto ancora goticizzante dato dalle diverse forme dei capitelli a fogliami, conferiscono all'ambiente un'atmosfera di notevole raccoglimento.

Il chiostro grande (o chiostro del Cinquecento) si connota per la elegante maestosità, dei due loggiati sovrapposti: quello inferiore, con dieci archi per lato, e quello superiore che corre, con archi raddoppiati, lungo tre lati della pianta quadrata. La qualità estetica del chiostro, di gusto pienamente rinascimentale, è impreziosita da una decorazione in maiolica che compone il cornicione che occupa ininterrottamente il lato meridionale. Al centro del prato è posta una pergola in ferro battuto.
Si affacciano sul chiostro quelli che earano i locali di servizio dell'abbazia (la cucina, il pozzo e l'acquaio, il forno, la foresteria, ecc.). Vi si affaccia inoltre la cosiddetta "sala Sansone" che prende il nome dagli affreschi, opera di un artista bresciano del XVI secolo, che ne adornano la parete centrale e le lunette, aventi come tema le imprese dell'eroe biblico.

Il chiostro della cisterna (o chiostro delle meridiane) fu realizzato all'incirca nel decennio 1580 -90. La struttura architettonica, con archi sorretti da colonne binate poggianti direttamente sulla pavimentazione, è improntata ad un gusto tardorinascimentale poco diffuso in territorio bresciano. Al centro del cortile acciottolato, su un basamento di tre scalini, poggia un pozzo di ferro battuto (costruito in un periodo più tardo).
Caratteristica è la presenza di tre meridiane su tre lati diversi del chiostro; la più elegante, datata 1648, mostra lo stemma degli olivetani (monte di tre cime sormontato da croce con rami d'ulivo).
Sul chiostro si affaccia quella che era la Sala del Capitolo (oggi utilizzata come cappella), la cui parete centrale è adornata da un affresco raffigurante Cristo risorgente (1599). Il dipinto, già attribuito a Lattanzio Gambara, è ora assegnato al pittore bresciano Pietro da Morone.

Sul soffitto della sala che immette al refettorio è posto uno straordinario ciclo di affreschi realizzato nel 1570 da Lattanzio Gambara. Il pittore, affermatosi a Brescia come collaboratore del Romanino e poi come erede della sua bottega, dimostra qui una piena assimilazione dei modi pittorici del manierismo settentrionale.

Il programma decorativo che si dispiega sul soffitto dell'antirefettorio e che dovette esser stato dettagliatamente concordato con i committenti olivetani, ha come tema generale la Salvezza dell'uomo.
Al centro della volta, in una grande cornice a stucco è raffigurata una scena di difficile lettura iconografica:

«Salvezza è legata innanzi tutto alla Croce che campeggia enorme ed evidente al centro della scena raffigurata nel riquadro del soffitto; la Croce è librata da un angelo in volo verso il Padre seduto sul trono, a braccia aperte, mentre accoglie l'Agnello che appoggia con atteggiamento confidenziale le zampe sulla gamba destra del Padre. All'intorno fanno da cornice, su nubi, dodici figure di vecchi, con la palma nella mano, e, in un giro successivo, lungo i lati del riquadro molte altre figure di giovani e di vecchi, variamente atteggiati, mentre un angelo passa ad imporre sulla loro fronte il sigillo. Ai quattro angoli, quattro angeli muniti di spade tengono a bada i quattro venti, affinché dalla loro bocca non soffi alito. »
(P. V. Begni Redona, Gli affreschi di Lattanzio Gambara nell'abbazia olivetana di Rodengo, Edizioni "l'Ulivo", abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Siena), 1996, p. 21)
Si tratta della traduzione pittorica del settimo libro dell'Apocalisse, attenta a cogliere il maggior numero di dettagli di quanto viene riportato nel visionario e profetico racconto.

Attorno al grande riquadro centrale, nelle zone incassate tra grandi mensole in stucco, sono affrescate altre dieci scene tratte dall'Apocalisse (un tema che il Gambara aveva già affrontato negli affreschi, andati distrutti, della Loggia di Brescia). Tra le raffigurazioni più efficaci (e più facilmente riconoscibili) si nota quella dei Quattro cavalieri dell'Apocalisse.

Negli spazi tra i piedritti dei mensoloni sono affrescate tredici scene dell'Antico Testamento, scelte secondo un criterio dottrinale che le collega al tema della Salvezza.
Lo straordinario impegno profuso nella decorazione della volta si completa attraverso figure di putti con ornati vegetali e mascherone, festoni floreali e scenette monocrome affrescate sui fianchi delle venti grandi mensole in stucco.

Il grande refettorio dell'abbazia fu sopraelevato nel 1600, risparmiando uno solo degli affreschi preesistenti: il grande Cristo crocifisso tra la Madonna e san Giovanni e la Maddalena abbracciata alla croce sulla parete di fondo. Si tratta di un'opera di notevole qualità artistica che alcuni studiosi hanno assegnato a Vincenzo Foppa; ma che ora viene per lo più attribuita ad un ignoto pittore bresciano attivo nel primo Cinquecento (vicino ai modi stilistici di Floriano Ferramola).
Dopo la sopraelevazione furono chiamati a decorare le alte pareti e l'ampio soffitto i pittori bresciani Tommaso Sandrini e Grazio Cossali, specialisti nel genere – allora molto stimato- delle finte architetture. Colpisce, in particolare, la profonda conoscenza delle leggi della prospettiva impiegata nel dipingere, come trompe-l'oeil di tipico gusto barocco, le finte colonne della volta: esiste un punto preciso, in mezzo alla sala, dal quale esse appaiono allo spettatore tutte quante diritte.

La visita al refettorio della foresteria – dov'era la mensa riservata ad accogliere gli ospiti forestieri – presenta un notevolissimo interesse per la presenza di affreschi che il Romanino eseguì verso il 1530. Essa viene anche indicata come "Sala Romanino".

Due notevoli scene di soggetto evangelico, oggi non più visibili, furono affrescate dal pittore bresciano sulla parete occidentale della sala: la Cena in Emmaus e la Cena in casa di Simone Fariseo; due raffigurazioni scelte con evidenza per celebrare il tema della Ospitalità. Esse furono staccate nel 1864 e trasferite nel 1882 alla Pinacoteca Tosio Martinengo.
A seguito dei lavori di restauro del 1979 sono riemersi sulla parete consistenti strati di pittura che erano rimasti aderenti all'intonaco: essi consentono ancora di intravedere il disegno delle due scene e di intuire così quale poteva essere l'aspetto originale del refettorio. Una copia (in dimensioni ridotte) delle due scene è stata riproposta nella sala a vantaggio dei visitatori: essi possono in tal modo apprezzare nel dipinto la forza del colorito, la solidità delle figure, lo stile rapido e sciolto, l'ambientazione popolana delle scene, narrate con un linguaggio connotato da grande umanità e da un marcato anticlassicismo.

Sulla parete di fronte si possono ancora ammirare, intatti, gli affreschi eseguiti dal Romanino: una lunetta con la Madonna col Bambino e San Giovannino e, più in basso, due riquadri incassati nel muro, raffiguranti Gesù e la Samaritana al pozzo e (esempio insolito di "natura morta") una Dispensa con stoviglie.

L'affresco nella lunetta costituisce uno struggente brano di poesia. La Madonna è raffigurata mentre guarda con animo dolente verso san Giovannino, che ha al suo fianco un agnello annunciante il necessario sacrificio del Redentore, mentre il Bambino sembra, con un gesto assai familiare, voler scendere dalle ginocchia della madre. Le figure sono illuminate da una luce che viene dal basso sulla loro sinistra; esattamente dov'è posta una finestra che dà luce alla stanza: si tratta di un'altra invenzione dettata dal realismo del Romanino.



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sabato 20 giugno 2015

L'ABBAZIA DI LENO



L'abbazia di Leno, o Badia leonense, era un antico complesso monastico benedettino fondato nel 758 dal re longobardo Desiderio nel territorio dell'attuale comune di Leno, nella Bassa Bresciana. Abbattuta per volere della Repubblica di Venezia nel 1783, oggi dell'antica abbazia rimangono solo frammenti lapidei, conservati in larga parte nel museo bresciano di Santa Giulia, mentre in loco sono stati rinvenuti dei tumuli grazie agli scavi archeologici tenutisi nel 2003 dalla Sovrintendenza per i beni archeologici della Lombardia.

Il cenobio sorse nell'VIII secolo, in un'epoca di fioritura del monachesimo italiano. I monaci che vi abitavano erano stati fatti arrivare appositamente da Montecassino affinché diffondessero anche in quell'area la regola benedettina. Agli abati furono elargite numerose concessioni regie e papali che accrebbero, nel corso del Medioevo, il prestigio del cenobio lenese e lo resero un importante centro culturale, economico, religioso e, per i comuni dei dintorni, anche politico. L'abbazia raggiunse l'apice del suo sviluppo nell'XI secolo, cui fece seguito un progressivo decadimento del complesso monastico e del suo prestigio.

Con l'introduzione della commenda nel 1479 si può far iniziare un secondo periodo dell'esistenza del monastero, caratterizzato dal nuovo tipo di giurisdizione degli abati commendatari ma che vide comunque la continuazione di quella parabola discendente che si arresterà solamente nel 1783, anno dell'abbattimento del complesso monastico.
Nel corso dei secoli la chiesa abbaziale così come lo stesso convento furono più volte ricostruiti a seguito di incendi e altri gravi danni subiti, con il risultato di allontanarne sempre più la struttura architettonica da quella originale desideriana.

Gli anni che precedettero la fondazione del monastero di Leno furono caratterizzati dalla lotta per il trono longobardo, scatenatasi in seguito alla morte di Astolfo, tra Desiderio duca di Tuscia e Rachis, fratello di Astolfo. Il duca, dapprima in svantaggio, cercò il sostegno dei Franchi e del papato promettendo a quest'ultimo territori in Emilia e nelle Marche. Per accattivarsi ancor più lo Stato Pontificio promosse importanti iniziative monastiche, specialmente nel Settentrione, stanziando a favore dei vari ordini monastici ingenti quantità di denaro e fondando anche nuovi edifici religiosi, come nel caso dell'abbazia di San Benedetto di Leno e del monastero di Santa Giulia a Brescia.
Desiderio ottenne dal Papa Paolo I e dall`abate Petronace - bresciano a capo dell`abbazia di Montecassino - che una colonia di dodici monaci, sotto la guida di Ermoaldo, fosse mandata a Leno per diffondere la "Regola" benedettina.
Prima di partire per Leno, i frati domandarono e ottennero di portare con sè una reliqua del loro santo fondatore. Così le ossa di un braccio di San Benedetto vennero portate a Leno assieme ai resti dei martiri Marziale e Vitale, che i dodici benedettini avevano avuto dal Papa.
Anzi in quell`occasione, Paolo I consacrò Ermoaldo, primo abate di Leno, e questo singolare privilegio rimase per molto tempo agli abati lenesi.

Le relique dei due santi furono usate per la consacrazione del nuovo monastero, il 10 luglio dell`anno 760, alla cerimonia presenziarono 12 vescovi, re Desiderio, la moglie Ansa e il figlio Adelchi.
L`abbazia ebbe un tale sviluppo che la venuta a Leno dei monaci benettini segna la rinascita cristiana, economica e culturale della Bassa Bresciana, ma il suo dominio si stendeva oltre i confini della provincia. I documenti pervenutici citano tra i possedimenti dell`abbazia di Leno alcuni paesi posti sulla sponda occidentale del lago di Garda e cioè Salò, Maderno e Toscolano.
Si ricordano - soggette all`abate lenese - località in provincia di Cremona, Mantova, Bergamo, Milano, Torino e più oltre nell`Emilia e nella Toscana.

Si sa per certo che l`abbazia disponeva di case a Brescia, Verona e Pavia.
E` opportuno sottolineare l`importanza dei possedimenti che l`abate aveva nella zona di Comacchio, da dove faceva venire il sale, fonte non trascurabile di gettito fiscale e preziosissima materia di scambio.
In Toscana, l`abate esercitava il dominio sulla zona di Pontremoli dove controllava una importante via di transito, percependone il pedaggio, corrispondente all`attuale passo della Cisa. Inoltre l`abbazia aveva possedimenti sparsi un pò dovunque, perchè molti di coloro che si facevano frati cedevano le loro terre all`abate.
Le numerose donazioni a favore del cenobio lenese permisero all`abate di estendere la propria giurisdizione su un ingente patrimonio fondiario.

Per i privilegi concessi da imperatori, re e papi, il territorio del monastero divenne esente dalla riscossione delle imposte e non soggetto ai tribunali regi. Anzi, nel periodo di maggior splendore dell`abbazia, l`abate esercitava lui stesso atti sovrani, come l`amministrazione della bassa giustizia, che si interessava delle cause minori e comportava solo pene pecuniarie. Altro diritto esercitato dall`abate, fin dalla fondazione del monastero, era la riscossione delle cime: l`abate chiedeva solitamente una parte di tutto ciò che si produceva entro i confini dell`abbazia.
Per tutelare i possedimenti dell`abbazia, l`abate dovette istituire una propria milizia; ad essa, ad esempio, fu affidata la difesa della nostra zona durante le incursioni degli Ungari.

E` questo il periodo di maggior splendore del monastero di Leno: vengono avviati importanti lavori di bonifica, aperti ospizi per l`assistenza dei coloni e dei viandanti, costruite nuove chiese.
Nel cenobio operava un fiorente centro scrittoio, come testimonia un documento dell`800 ca. conservato nella Biblioteca Antoniana di Padova e da molti studiosi attribuito ad un monaco lenese.
Lo splendore dell`Abbazia lenese cominciò a declinare ben presto: ed i primi ad approfittarne furono alcuni signorotti, che a più riprese assalirono e saccheggiarono territori dell`abate; anzi un tale Raimondo s`impadronì della stessa abbazia.
A più riprese papi e imperatori interverranno a favore della Badia per contenerne il rapido e progressivo moto di disgregazione.

Con un suo privilegio, il pontefice Papa Gregorio VII, oltre a confermare i possessi e i diritti immunitari e giurisdizionali del monastero, riconosce all`abate la facoltà di disporre mercati, di costruire castelli, di istituire nuove chiese e di riscuotere le decime. Confermava poi al cenobio l`esenzione dal vescovo di Brescia e concedeva all`abate il diritto di rivolgersi a qualsiasi vescovo per la consacrazione degli oli sacri e del crisma, per l`ordinazione di nuovi monaci e per la consacrazione delle chiese.
Al vescovo di Brescia veniva negato di celebrare senza il beneplacito dell`abate ,nelle chiese poste entro il territorio abbaziale.
Per questi motivi, vi furono molti contrasti tra i due potenti signori ecclesiastici: il vescovo temeva infatti che intorno alla badia si potesse costituire una diocesi separata da Brescia.

Ad accelerare la rapida decadenza concorse l`incendio dell`abbazia nel 1135. Ricostruita - venne consacrata dal Papa Eugenio III nel 1148- l`abbazia venne di nuovo saccheggiata ed incendiata nel 1158, quando all`epoca della lotta tra i Comuni e il Barbarossa, le truppe imperiali invasero il territorio bresciano non risparmiando Leno.
Non valsero a ridare il perduto splendore all`abbazia la munificenza del Barbarossa, ospite a Leno da dove emanò sentenze per ripagarla della precedente distruzione e farle vincere le annose questioni giurisdizionali con il vescovo di Brescia, nè l`opera dell`abate Gonterio, che portò a termine la ricostruzione del complesso abbaziale. Anzi, tanto era diminuito il prestigio dell`abbazia, che agli inizi del XIII secolo (1205) Leno si ribellò e l`abate Onesto lo riconquistò con le armi. Col passar degli anni l`abbazia continuò a perdere l`importanza avuta nel passato.

L`esteso territorio venne sempre più riducendosi per le continue guerre e scorrerie che si susseguirono e partirono dal XII secolo.
Agli inizi del 1300 gli abati erano in lotta con gli uomini di Leno, che chiedevano all`autorità monastica maggiori autonomie; e un documento, di poco successivo, ci informa che il territorio e gli uomini di Leno sono sottomessi a Brescia, "non opponendosi gli abati".

L`abate Ottobono conte di Mirabello cercò di risollevare le sorti della Badia ottenendo da Venezia la giurisdizione sulla terra e sugli uomini di Leno, in cambio dell`aiuto fornitole nella lotta contro il Ducato di Milano (anno 1441).
Per l`abbazia era però arrivato il momento della fine ingloriosa. Bartolomeo Averoldi, ultimo abate lenese, cedette l`abbazia in commenda al cardinal Pietro Foscari, in cambio della sede vescovile di Spalato.
Gli abati commendatari non vennero mai ad abitare a Leno, nè cercarono di far rivivere la comunità monastica; lasciarono cadere i chiostri, le case coloniche e perfino la basilica monastica.
San Carlo Borromeo, nella visita da lui compiuta come legato apostolico, nel 1580, dispone che fossero rifatti la cappella maggiore e il soffitto della Chiesa, che fosse dipinta e che venisse livellato il pavimento.
Così per il disinteresse dei Commendatari, la celebre abbazia finì nello squallore più desolante; poiché tutto l`edificio, compresa la chiesa, minacciava di crollare, la Repubblica Veneta autorizzò la famiglia Dossi, che aveva acquistato il monastero e le terre, a demolirlo.

I monaci benedettini, da sempre considerati grandi bonificatori di aree paludose, quando giunsero a Leno non ebbero bisogno di intraprendere grandi opere di drenaggio. Infatti gran parte dell'area della Bassa Bresciana era già stata bonificata dai Romani, sicché si limitarono a prosciugare solamente esigue zone paludose.
L'enorme quantità dei terreni di proprietà del monastero di San Benedetto veniva ridistribuita ai contadini, che li lavoravano per conto degli abati, dando loro parte del raccolto (decima) che consisteva essenzialmente nel frumento; i fondi abbaziali erano organizzati in curtes, amministrate per conto di delegati laici oppure dai monaci stessi. Si praticava intensamente anche l'allevamento e la viticoltura, con la realizzazione di canali ad uso agricolo. Il disboscamento rese Leno un punto focale per il commercio del legname in tutto il circondario; le terre ottenute con il taglio dei boschi divennero nuovi campi coltivabili oppure pascoli per ovini e bovini, ma consistenti aree boschive vennero mantenute dal momento che queste rivestivano un'enorme importanza economica per attività come la caccia o l'allevamento dei suini, che necessitava di grandi quantità di ghiande. I lavori manuali e agricoli erano considerati attività per i servi, mentre i monaci si dedicavano per lo più a mansioni manageriali, culturali, assistenziali, religiose e al più artigianali. Vi erano infatti monaci che si dedicavano alla trascrizione dei codici nello scriptorium, all'istruzione degli oblati, alla cura dei malati e dei forestieri nello xenodochio e nell'ospedale, e frati artigiani come fabbri, calzolai, falegnami o cuochi.
Come monastero imperiale gli abati avevano importanti compiti nell'ambito dell'ordinamento pubblico per conto del sovrano, impegno ricompensato dall'imperatore stesso che garantiva la sicurezza e la quiete del complesso monastico.
Cospicuo, almeno fino a tutto il IX secolo, era il numero dei confratelli, superiori a un centinaio. Di questi almeno un terzo doveva essere costituito da fanciulli, i cosiddetti pueri oblati, affidati dai genitori all'abate affinché ne curasse l'istruzione e il sostentamento promettendo in cambio la presa dei voti minori del piccolo. Sembra confermata l'esistenza nel monastero di San Benedetto di Leno di una scuola per l'istruzione di questi fanciulli, ma dall'inizio del XII secolo l'oblazione dei fanciulli venne moderata e regolamentata e ciò si tradusse in un drastico calo del numero dei monaci lenesi.
I monaci ebbero a carico anche la cura pastorale dei loro possedimenti, come ben testimonia la lite per Gambara. Essi somministravano i sacramenti nelle chiese esterne di loro giurisdizione come quella lenese di San Giovanni o ad Ostiano e forse anche nella chiesa abbaziale. La comunità monastica di Leno e le sue dipendenze offrivano ricovero ai poveri e ai pellegrini, dato che trova riscontro nell'esistenza di un hospitale su due piani e di grandi dimensioni che ospitò, peraltro, un'assemblea giudiziaria presieduta da Federico Barbarossa nel 1185. Nel 1209 venne inoltre iniziata la costruzione di un ospedale per l'assistenza ai malati.


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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : LENO



Leno è un comune italiano della provincia di Brescia. Centro di importanza agricola ed industriale, è stato luogo di ritrovamenti di epoca longobarda e dell'Abbazia di Leno.
La totalità del territorio lenese giace in pianura geologicamente costituita da territorio alluvionale "copertura quaternaria " formatasi circa un milione di anni fa a causa delle poderose alluvioni fluvioglaciali che portarono a sedimentazione materiali ghiaiosi leggeri e minuti.

Sebbene non siano stati finora trovati reperti di un certo interesse, attestanti insediamenti umani in epoca preistorica nel territorio lenese, si presuppone che esso fosse abitato. Non sembra ammissibile infatti che, circondato da vari gruppi di primitivi in possesso di un certo grado di civiltà - ricordiamo Remedello, Gottolengo e Manerbio -, il territorio lenese non fosse abitato da genti dei suddetti gruppi.

Del resto, una punta di freccia in selce - lunga cm. 5, di forma triangolare e fornita di peduncolo - e alcune asce di pietra verde, ritrovate nella campagna di Leno, avallano l`ipotesi che il nostro paese fosse già abitato nel periodo eneolitico, cioè duemila anni prima della nascita di Cristo.

Facciamo risalire quindi a quel periodo il primo insediamento umano a Leno, insediamento di pescatori e cacciatori, che si dislocavano nell`immensa palude in cerca di pesce e selvaggina per procurarsi il cibo quotidiano. Ricordando l`ambiente paludoso, alcuni storici fanno derivare il nome Leno dal termine greco Limnos, che significa, lama, palude, stagno. Altri derivano Leno da Leuni, nome di un antico popolo che abitava la pianura prima che genti Liguri - Etrusche vi si insediassero.

L`esistenza del popolo dei Leuni c`è tramandata da alcuni scrittori latini.
La tradizione popolare fa derivare il nome Leno dai famosi leoni della leggenda connessa con la fondazione dell`abbazia benedettina.

All'interno del territorio comunale di Leno, sono riconosciute tre frazioni:

Castelleto .
L'attuale frazione, come la intendiamo oggi è pressoché di recente costruzione, come si nota nel Catasto del 1812 in quell'area non esistevano paesi; esistevano viceversa i "Fienili di Castelletto", un agglomerato di case che gravitava intorno alla cascina - fortezza chiamata appunto Castelletto.
Tale architettura darà poi il nome al nuovo nucleo urbano che si svilupperà in età moderna.
Il paesaggio prevalente è quello agricolo che caratterizza molti paesi della Bassa Bresciana.
A Castelletto di Leno, si trova inoltre il Lago delle Sette Fontane,che si estende per una superficie di 250.000 metri quadrati, immerso in un parco.
Cascina fortezza Castelletto, di probabile origine seicentesca, è l'edificio principale del quale è possibile ancora notare il carettere fortificato. Abitato da un ramo della nobile famiglia bresciana dei Martinengo.
All'interno del compresso sorge inoltre una piccola cappella che doveva servire alla piccola comunità.
Antistante il complesso è ancora possibile notare due colonne in marmo poste di fronte all'ingresso che costituivano l'accesso del parco, ora scomparso.

Milzanello

Porzano
La chiesa di San Martino è la chiesa parrocchiale di Porzano. Costruita nella seconda metà del Settecento in sostituzione di un precedente edificio quattrocentesco, è stata poi variamente restaurata e abbellita fra l'Ottocento e il Novecento. Contiene la Madonna col Bambino in gloria con i santi Martino e Caterina del Moretto all'altare maggiore e un affresco del Quattrocento sull'altare della Madonna, più altre opere pittoriche e scultoree d'arte locale.
Notizie sull'esistenza della chiesa si hanno in epoca medievale. L'intitolazione a san Martino è segno della vicinanza alla Badia leonense, benedettina. A questo edificio dovrebbero appartenere due formelle in laterizio che facevano parte del fregio del cornicione esterno, costituito da archetti trilobati impostati su figurine umane. Ancora appartenente alla chiesa quattrocentesca è un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, conservato su un altare laterale. Questa struttura viene restaurata nel primo Cinquecento, soprattutto per merito dei feudatari subentrati al monastero.
Nel 1756 viene dato il via alla costruzione della nuova chiesa. Il progetto, attribuito da Sandro Guerrini a Antonio Marchetti, venne approvato dalla Curia vescovile il 30 aprile di quell'anno. Il cantiere dura un decennio e la nuova chiesa viene consacrata il 24 novembre 1765 dall'arciprete di Bagnolo Mella don Benedetto Perugini. Nel 1898 la chiesa viene restaurata negli interni su progetto di Luigi Tombola, che sistema gli altari laterali, mentre la bottega dei Poisa esegue la cornice dell'altare maggiore e altri apparati decorativi. Nel 1904 sono posizionate le stazioni della Via Crucis e altre statue sono messe in opera negli anni successivi. Altri interventi saranno eseguiti nei decenni successivi, in particolare nel 1988 quando la facciata e le strutture murarie vengono ampiamente restaurate.
Il primo altare a destra è dedicato a san Giuseppe ed è decorato da una statua di gesso raffigurante il santo. Segue la cappella del Redentore e poi dell'Addolorata, adorna di una pala raffigurante la Deposizione, commissionata intorno al 1580 dalla Scuola del Santissimo Sacramento ad un pittore di scuola bresciana.
L'altare maggiore è stato realizzato nel 1766 da Carlo Cristini in marmi bianchi e colorati, mentre il tabernacolo venne eseguito nel 1800. Domina l'abside, la Madonna col Bambino in gloria con i santi Martino e Caterina del Moretto, pregevole opere della prima maturità dell'artista, risalente al 1530 circa.
Lungo la navata destra si trovano invece l'altare dedicato alla Madonna della Stalla, raffigurata nell'antico affresco prima citato. Pregevole è il paliotto, ricco di marmi e di motivi ornamentali, avente al centro una medaglia con la Madonna del Rosario tra i santi Domenico e Caterina da Siena. Segue la cappella di san Carlo Borromeo, meno ricca della precedente ma comunque elegante, che accoglie una pala di Carlo Baciocchi del 1672, raffigurante il santo inginocchiato in adorazione del Bambino Gesù presentatogli da sant'Antonio di Padova. La tela, fra l'altro, proviene dalla soppressa chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Brescia. L'organo risale al 1987, montato in sostituzione di uno precedente ottocentesco.
Nel territorio di Leno, accanto all' italiano, è parlata la Lingua lombarda prevalentemente nella sua variante di dialetto bresciano.


La Fiera di San Benedetto è una mostra mercato agroalimentare biologico che si tiene nel centro storico di Leno nel mese di luglio e che vuole essere uno stimolo per l`agricoltura del nostro territorio.
La Fiera di San Benedetto si pone come obiettivo quello di presentare esempi concreti di produzione e lavoro nel settore del biologico, esempi necessari da far conoscere presso gli operatori della nostra zona (agricoltori e allevatori, ma anche negozianti e ristoratori, ossia tutta la filiera interessata).


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venerdì 17 aprile 2015

L' ABBAZIA DI SAN DONATO A SESTO CALENDE

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L'abbazia di San Donato a Sesto Calende, sita in località un tempo denominata Scozzola o Scovilla, è il maggiore monumento della città. Edificata tra il IX e il X secolo, con l'attigua, oggi scomparsa abbazia voluta dal vescovo di Pavia, Liutardo de' Conti, restò per secoli legata all'ambiente pavese, di rito romano, pur essendo geograficamente in area ambrosiana. L'attuale edificio consta di tre navate absidate. La parte superiore dell'absidina a sud, andata distrutta, è stata sostituita nel '700 dall'attuale sacrestia che poggia sui resti affrescati del precedente manufatto. L'altare maggiore è sopraelevato sulla chiesa originale alla quale si accede da due scale affiancate alla gradinata centrale settecentesca.

Nella cripta, o scurolo, si leggono a malapena sinopie illustranti la Natività e l'Ave Maria. Le pareti che racchiudono l'altare maggiore, affrescate dal Bellotti, presentano curiose cariatidi con parti sporgenti degli abiti. Ai piedi del catino centrale, a due centri di curvatura a causa dell'intervento di sostituzione dell'originaria copertura lignea andata distrutta con le attuali volte in cotto, si snoda un coro ligneo di pregevole fattura con quindici stalli. All'esterno sono di particolare pregio architettonico l'absidina a nord, l'abside centrale e la torre campanaria, decorati con archetti in cotto e in pietra. In tutte le murature esterne e interne sono inseriti, come materiali di reimpiego, elementi di precedenti edifici cristiani e pagani sui quali è stato edificato l'attuale tempio.

All'interno sono interessanti nel pronao o nartece gli splendidi capitelli preromanici e le volte grafite. Questo avancorpo era probabilmente un portico aperto su tre lati, utilizzato poi come ampliamento della Chiesa. Numerosi e di varie epoche gli affreschi, alcuni dei quali trasferiti su tela in occasione di scoperte o di restauro. Tra questi la Madonna dei Limoni, del XVI sec. Notevoli tra i rimanenti in sito, da segnalare, la Disputa di santa Caterina d'Alessandria, opera di Bernardino Zenale da Treviglio del 1503, nella nicchia un tempo fonte battesimale, la Madonna del latte sul pilastro centrale del lato destro della navata, l'Ultima cena, opera di Giovanni Battista Tarilli da Cureglia, datata 1581. Interessanti sono pure Dio in trono e la Teoria di santi nell'abside di sinistra. All'interno della chiesa, in occasione della creazione della pavimentazione in cotto che ha eliminato l'originale in beola e sarizzo, sono stati rinvenuti plutei facenti parte dell'ambone della chiesa del IX secolo e usati come riempimento. Di particolare pregio, sono oggi conservati nel Museo presso il palazzo Comunale. L'organo di gradevole voce, opera di Carlo Aletti di Monza (1869), è stato recentemente restaurato grazie ad una sottoscrizione.


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sabato 21 marzo 2015

L' ABBAZIA DI PIONA

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L'abbazia sorge sull'estremità della penisola detta Olgiasca che, protendendosi nel Lago di Como, forma una caratteristica insenatura.

Le prime notizie storiche risalgono al VII secolo, a un cippo coevo, ora sistemato sotto i portici dell'abbazia, che testimonia la costruzione di un oratorio voluto da Agrippino, tredicesimo vescovo di Como:

« AGRIPPINUs
FAMULUS Xpi
COM CIVITATis
EPS HUNC HORAto
RIUM SCTAE Ius
TINAE MARTYRis
ANNO X ORDINa
TIONIS SUAE A Fon
DAMENTIS FABri
CAVIT ET SEPOLtu
RA SIBI ORDENA
BIT ET IN OMNI
EXPLEBIT ADQue
DEDICABIT »
(ex Marcora C. – Il priorato di Piona)

Gli storici si sono esercitati sulle reali intenzioni di Agrippino e sulla destinazione di quello che potrebbe essere stato un asceterio, ma tutte le ipotesi rimangono senza risposta affondando le loro radici nella nebbia dell'alto medioevo, in un periodo, peraltro, scosso dai dibattiti tricapitolini.

Forse Agrippino voleva solamente erigere una chiesa in onore di Santa Giustina o creare un plesso monastico magari femminile o forse un posto dove ritirarsi in preghiera e meditazione in attesa dell'ultimo passaggio: noi non abbiamo la risposta, né aiuta il lemma Oratorium inciso nel cippo, dati i suoi molteplici significati.

Nell'attuale Piona esistono, dunque, due edifici: l'odierna chiesa di San Nicola, costituente il vero e proprio nucleo edilizio del Priorato di Piona, e in posizione retrostante resti di un primitivo edificio ossia un rudere di una porzione di abside che può ragionevolmente essere attribuita all'oratorium voluto da Agrippino.

Sono resti che, per le loro dimensioni, fanno pensare a un edificio piccolo e raccolto, degradato col tempo e quindi distrutto, che così ha fatto posto al successivo edificio dedicato a San Nicola.

Della costruzione di quest'ultimo non si ha una datazione certa né una documentazione storica che ne testimoni attori ed intenzioni.
Agli inizi del XX secolo è stata casualmente scoperta un'iscrizione all'interno della chiesa che affermava che la stessa era stata consacrata nel 1138 alla Vergine, dal che si deduce che a quella data l'edificio, ora dedicato a San Nicola, esisteva già. Oscuro rimane il passaggio dedicatorio dalla Vergine a San Nicola; è un enigma che rimane tale, oggetto di studi e speculazioni per gli specialisti.

Altre date certe sono quelle del 1252 e 1257 nelle quali, è certificato da due lapidi, fu costruito, per iniziativa del priore Bonacorso da Canova di Gravedona, l'attuale chiostro forse in sostituzione di uno precedente degradato o più piccolo.

Si è pensato che il priorato potesse essere il risultato della traslazione di un più vetusto monastero, quello di San Pietro di Vallate, ma studi recenti hanno respinto tale ipotesi. Rimane più credibile la successione dall'asceterio di Santa Giustina, ormai diruto, con una nuova dedica conseguente alla diffusione del culto di San Nicola.

L'architettura del complesso abbaziale rientra nel cosiddetto romanico lombardo con influenze transalpine. In alcuni particolari ci sono degli spunti che fanno pensare al gotico francese di ispirazione cluniacense, cosa verosimile tenuto conto dei rapporti con la casa madre, Cluny.

La chiesa, a navata unica terminante in un'abside con copertura a botte affrescata, è lunga circa 20 metri e larga circa 8, il che ne fa una costruzione non grande e raccolta, comunque idonea ad una piccola comunità monastica.

L'edificio attuale è il risultato di un ampliamento, per allungamento, di una precedente chiesa la cui consacrazione, come si è visto, risale al 1138; l'esame delle caratteristiche architettoniche della nuova addizione ne suggerisce per la costruzione il XII secolo.

La geometria della navata è rettangolare lievemente irregolare con la parte aggiunta non perfettamente in linea con l'asse dei primitivi muri perimetrali. La chiesa ha oggi un campanile quadrato che è stato ricostruito alla fine del XVIII secolo in seguito al crollo del campanile precedente che era di forma ottagonale, su base quadrata, come quello che si trova a Gravedona; anche la collocazione del campanile era diversa, si trovava sul lato opposto della chiesa e il crollo avvenne a causa della forte pendenza del terreno, così come si può notare nel Cenacolo della Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano dipinto da Leonardo da Vinci.

Il campanile del Cenacolo, con alle spalle un paesaggio tipicamente lariano presenta infatti una forte pendenza, è ottagonale e non è addossato alla facciata come a Gravedona ma sulla parete laterale esterna della chiesa.

Questa presenza nel Cenacolo è dovuta al legame esistente fra Leonardo e alcuni componenti della famiglia Birago che deteneva la commenda del Priorato di Piona.

L'abside presenta delle finestrelle a doppio sguincio ed è affrescata nella volta con una mandorla, quasi illeggibile, racchiudente un Cristo in maestà con simboli evangelici.
Nella parete sottostante sono affrescati gli Apostoli in postura ieratica bizantineggiante. Vi è incertezza sugli autori degli affreschi e sulla loro datazione che potrebbe essere del XII-XIII secolo .
All'esterno presenta un'ornatura con leggeri ed eleganti archetti. Poco dietro rimane il rudere dell'abside di un precedente edificio ecclesiale, la probabile chiesa di Santa Giustina del vescovo Agrippino.

Addossato alla parete sud della chiesa si trova un bel chiostro costruito successivamente, probabilmente in sostituzione di uno precedente di cui non si ha notizia, notevole per la bellezza degli archi e dei capitelli finemente scolpiti con figure ed allegorie care a Cluny.

Il chiostro ha una forma quadrangolare irregolare che gli fa assumere un aspetto leggermente romboidale. È racchiuso da archi a sesto pieno poggianti su colonnine e capitelli estremamente eleganti e interessanti per i loro particolari architettonici, diversi uno dall'altro. Il complesso assume l'aspetto particolarmente armonioso e quieto dell'architettura romanica anche se nei capitelli si sente l'influenza del gotico francese o secondo alcuni del gotico cluniacense puro.

La parete nord del portico è ornata da un affresco particolare, una sorta di calendario simbolico con scene che fanno riferimento a singoli mesi o stagioni dell'anno e rappresentanti i lavori agricoli tipici del periodo. Questo disegno è una striscia, quasi un fumetto che percorre la parete, di non eccelsa fattura artistica ma gentile e ingenuo, molto interessante per la testimonianza che dà della vita quotidiana e dei lavori che venivano eseguiti.

Residui di affreschi più o meno leggibili si trovano anche nelle altre pareti del chiostro.

Il priorato di Piona era inserito in quella grande rete monastica che da Cluny si era irradiata in tutta la cristianità sulla spinta di una nuova evangelizzazione e del bisogno di una riforma della Chiesa ormai sentita come corrotta e temporale. Da questo movimento derivò alla Chiesa nuova linfa religiosa, vitale per la sua missione, ma anche una maggiore crescita politica in un momento che presto sarà teatro della contesa fra istituzioni universali, Papato ed Impero.

Cluny e il suo movimento ebbero un enorme successo religioso e un grandioso sviluppo economico e politico all'ombra di potenti patroni politico-militari, successo strettamente correlato al loro favore. Ma con l'affievolirsi di questo e con la comparsa di altri concorrenti religiosi, i cistercensi che meglio interpretavano le mutate esigenze spirituali, iniziò il declino di Cluny e quello della sua rete tanto miracolosamente costruita e tanto capillarmente diffusa.

La comparsa, infine, del suo più grande nemico dichiarato, Bernardo di Chiaravalle, accelererà la sua fine.

« …Mi meraviglia, da dove ha potuto svilupparsi fra i monaci tanta intemperanza nel mangiare e nel bere, nei vestiti e negli arredi dei letti, nelle cavalcature e nella costruzione degli edifici, al punto che lì dove più studiosamente, più voluttuosamente, più sfrenatamente queste cose accadono, lì si dica che l'osservanza si tiene meglio, lì si reputi maggiore la vita religiosa. Ed ecco che la parsimonia si tiene per avarizia, la sobrietà si crede austerità, il silenzio è riputato tristezza…… »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny)
Lo sfarzo delle cerimonie, la grandiosità degli edifici maggiori, il mutato interesse dei potenti perderanno Cluny e con essa molti dei priorati affiliati.

« …Ti è concesso, se servi bene, che tu viva dell'altare ... ma non perché tu tragga lussi dell'altare e di lì ti compri freni d'oro, selle dipinte, speroni d'argento, pellicce varie e grigie con ornamenti di porpora al collo e alle mani. Infine, ciò che oltre al vitto necessario e al semplice vestito tu ritieni dall'altare, non è tuo diritto: è rapina, è sacrilegio... »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny.

Anche Piona seguirà la sorte di Cluny e di altri priorati: lentamente ed inesorabilmente decadrà, diminuiranno i monaci sempre di più e il suo priorato si ridurrà a prebenda. Prebenda da scambiarsi tra i potenti del momento, come occasione di gratificazione per i propri sodali fedeli, per i benefici economici che se ne potevano estorcere senza, peraltro obbligo di quegli interventi di ordine materiale e morale che avrebbero potuto salvare Piona.

È l'istituto della commenda, del patronato che si riduce a sfruttamento delle risorse commendate quasi sempre senza interventi restitutori.

Attraverso una temperie di avvenimenti storici quel monastero che nel medioevo era stato una delle punte di diamante dell'evangelizzazione cluniacense, in questa parte del lago di Como, cadrà in proprietà privata.
Solo la munificenza della famiglia Rocca, ultima proprietaria del complesso, fece rinascere il monastero con la sua donazione alla congregazione cistercense di Casamari, in memoria di un membro della famiglia, Cesare Rocca, e della moglie, Lidia, uccisi nell'Eccidio del cantiere Gondrand durante la Guerra d'Etiopia. I monaci cisternensi presero possesso del priorato il 13 febbraio 1938.

All’interno vi è presente un quadro degli inizio del 1900 di Girolamo Pergola, è molto curioso perchè vi sono in rilievo alcuni oggetti, come l’elsa della spada o il mantello. Rappresenta una Madonna che offre il proprio bambino al mondo accompagnando il gesto alla scritta “Amate i vostri nemici”. Dato che fu dipinto in periodo di guerra è stato inteso come un chiaro messaggio di pace… fu donato a Piona dal pittore in segno di riconoscenza per l’ospitalità dei monaci (e forse dei loro liquori!!!).







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martedì 17 marzo 2015

L' ABBAZIA DI VIBOLDONE

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L'abbazia di Viboldone è situata a Viboldone, frazione della città di San Giuliano Milanese, in provincia di Milano. Per la bellezza della sua architettura e dei suoi affreschi trecenteschi è uno dei più importanti complessi medievali della Lombardia.

Fu fondata nel 1176 e completata nel 1348 dagli Umiliati, un ordine religioso formato da monaci, monache e laici che, attorno all'attuale chiesa, conducevano vita di preghiera e di lavoro, in particolare fabbricando panni di lana e coltivando i campi con sistemi di lavorazione assolutamente innovativi. Dopo la soppressione degli Umiliati ad opera di Carlo Borromeo, l'abbazia passò ai Benedettini Olivetani, successivamente soppressi dal governo austriaco e costretti ad abbandonare l'abbazia.

Nel 1940 il cardinale Ildefonso Schuster, dopo anni di abbandono, ha offerto l'abbazia a una comunità di religiose guidata da Margherita Marchi, separatasi dalla congregazione delle Benedettine di Priscilla. Il monastero sui iuris delle benedettine di Viboldone fu canonicamente eretto il 1º maggio 1941: le monache si dedicano alla produzione di confetture e, dal 1945, svolgono un'importante attività di editoria religiosa e teologica, oltre agli impegni di natura più strettamente monastica.

La facciata è a capanna, caratteristica per le bifore aperte sul cielo, con tessitura muraria in mattoni a vista, solcata da due semicolonne che la tripartiscono, con decorazioni di pietra bianca.

Il portale è in marmo bianco. Nella lunetta che ne sovrasta l'architrave si trovano sculture marmoree della Madonna con bambino fra i santi Ambrogio e Giovanni da Meda. Ai lati, due nicchie gotiche racchiudono le statue dei santi Pietro e Paolo. Il portone della chiesa è di legno scuro, decorato con grandi costoloni lignei e grossi chiodi, e risale all'epoca della costruzione della facciata. In esso è ricavato un piccolo portoncino che è usato per l'ingresso in chiesa.

Originale è il campanile, a cono cestile, che si innalza sopra il tiburio della chiesa, secondo la tradizione cistercense. Esso richiama l'impianto cromatico e decorativo della facciata, con cornici in cotto e archetti alla base delle bifore e delle trifore sormontate da oculi. La sobrietà degli elementi architettonici all'interno della chiesa la farebbe dire quasi spoglia, se non fosse la decorazione pittorica che la ricopre per buona parte a rivestirla di luci e di colori.

L'impianto della chiesa è a sala rettangolare, a tre navate di cinque campate ciascuna, inquadrate in archi trasversali a sesto acuto. Prima campata in stile romanico e le successive, realizzate nel corso del Duecento, in stile gotico con colonne in cotto che sorreggono alte volte a crociera. La chiave di volta, al centro delle crociere, è circondata da spicchi racchiusi in un cerchio, con i colori dell'arcobaleno, segno dell'amicizia di Dio con gli uomini.

Le colonne che scandiscono le navate sono in laterizio, con capitelli dello stesso materiale a cubo scantonato.

L'organo dell'Abbazia è stato costruito nel 2004 dall'organaro Giovanni Pradella.

Lo strumento, interamente a trasmissione meccanica, è dotato di due tastiere e di una pedaliera di 27 note.

I registri riportati con l’indicazione Registri in comune possono essere inseriti indifferentemente su una delle due tastiere, in base alle scelte dell’esecutore. Questa duplicità dei registri su ogni manuale permette numerosissime possibilità di combinazioni e sfumature di colore avendo a disposizione un numero limitato di registri. Nonostante le sue piccole dimensioni, lo strumento garantisce un adeguato supporto per una seria attività didattica e concertistica, senza trascurare gli aspetti concernenti l’impiego liturgico. La particolare versatilità dello strumento è dovuta ad un sistema meccanico che permette l’inserimento di una parte dei registri indifferentemente su una delle due tastiere in base alle scelte dell’esecutore.

La chiesa accoglie numerosi e celebri affreschi, opere di Scuola giottesca. Nella parete frontale del tiburio è raffigurata, al centro, la Madonna in Maestà e Santi, direttamente datata al 1349. Sulla parete che la fronteggia è campito il Giudizio Universale di Giusto de' Menabuoi, che potrebbe risalire ad anni subito precedenti il 1370 (per quanto alcuni studiosi propendano per una data vicina al 1350); al suo centro, avvolto nella mandorla iridescente, la figura dolcissima del Cristo; alla sua destra stanno i "benedetti", con il volto proteso verso il Giudice, e alla sinistra i "dannati" su cui giganteggia la figura di Satana intento a divorare la preda. Sulla metà superiore della parete, due angeli sono intenti ad arrotolare il tempo della storia, facendo intravedere alle spalle la Gerusalemme celeste.

Al primo piano della palazzina che fiancheggia la chiesa, si affaccia sul piazzale, con due finestre, la Sala della Musica, singolare testimonianza iconografica degli strumenti musicali in uso a Milano tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. Gli affreschi in essa conservati rendono l'immagine di un portico, dove lesene scanalate ripartiscono dodici finestre che contengono ogni sorta di strumenti musicali a monocromo di terra rossa con ombreggiature nere e ombre di color ocra su fondo bianco. Gli strumenti, dipinti a grandezza reale, sono disposti a coppie incrociate secondo uno schema a trofeo che evidenzia la centralità dell'immagine, la simmetria e l'assenza di gravità tipica delle grottesche.


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