Visualizzazione post con etichetta suora. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta suora. Mostra tutti i post

lunedì 25 maggio 2015

PERSONE DI LEGNANO : BARBARA MELZI

.


Figlia del conte Francesco Melzi Malingegni, commendatore del Gran priorato di Lombardia e Venezia dell'Ordine di Malta, e della contessa Isabella Salaza nacque a Tradate il 12 ottobre 1825.

Cresciuta nel castello di Tradate, soffrì per tutta la vita a causa della menomazione provocata da una caduta avvenuta nella primissima infanzia. Una cameriera, quando Barbara era ancora in fasce, la fece cadere in terra provocando una grave lussazione al femore. Ciò venne taciuto sino al momento in cui la piccola fu liberata dalle fasce e nonostante i numerosi specialisti interpellati non guarì mai.

Affascinata dal carisma di Maddalena di Canossa, decide di seguirne le orme, cominciando ad approfondire la conoscenza della religione cattolica.

Già nel 1846, Barbara Melzi sogna una vita conforme alla lettera ed allo spirito della Santa di Canossa nel popoloso quartiere di Legnarello. Questo, unito alla carità cristiana, la convinse a prendere i voti e a diventare suora canossiana .

All'inizio del XX secolo donò dei cospicui contributi per la costruzione della chiesa del Santo Redentore a Legnano.

Fondò una scuola nel quartiere legnanese di Legnarello, creata per il conseguimento del titolo di maestra. Con la partecipazione statale prenderà prima il nome di "normale" e poi di "Istituto Magistrale".

Oltre all'istituto, le è stata dedicata una via di Legnano.

Nel 1850, i Melzi donano il palazzo di Legnarello alla comunità. L'edificio subisce un primo adattamento per ospitare l'abitazione dei Conti Melzi, le sette madri provenienti da Milano, le scuole, la biblioteca, l'oratorio e l'ospizio.

Nel 1915, per volontà di madre Giulia Amigazzi, superiora dell'Istituto fondato dalla Melzi, il palazzo viene adibito anche a ospedale per i soldati arrivando a ospitare 160 feriti a Legnano e 130 a Tradate.

Le religiose si occuparono anche di insegnare a leggere e scrivere ai lungodegenti e solo alla fine della Prima guerra mondiale riprenderà esclusivamente la funzione di istituto scolastico, iniziando a ospitare alcune delle numerose orfane.

Morì a Tradate il 13 dicembre 1899.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-legnano.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 10 maggio 2015

LE SANTE DI LOVERE : SANTA BARTOLOMEA CAPITANIO

.


Bartolomea Capitanio (Lovere, 13 gennaio 1807 – Lovere, 26 luglio 1833) è stata una religiosa italiana, fondatrice (insieme a Vincenza Gerosa) della congregazione delle Suore di Maria Bambina. È stata proclamata santa da papa Pio XII nel 1950.

Nacque il 13-1-1807 a Lovere (Bergamo), sul lago d'Iseo, da Modesto Capitanio, negoziante di grano e panettiere. Bartolomea e Camilla, le uniche figlie rimaste ai genitori, furono educate alla pietà e alla virtù dalla madre Caterina, la quale ebbe molto a soffrire da parte del marito. Possedeva costui un carattere così violento che i suoi compaesani lo chiamavano: "Modestino il matto". Più volte la settimana si ubriacava, faceva inorridire i vicini con le sue bestemmie e, ingelosito, batteva o scacciava di casa la consorte. Nonostante tanti cattivi esempi, Bartolomea crebbe ubbidiente e pura. Si commuoveva profondamente nell'ascoltare le prediche. Un giorno ne udì una sul peccato. Piangendo, esclamò: "O Gesù, non ti offenderò più". Quando la mamma la condusse in pellegrinaggio al santuario di San Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere (Mantova), Bartolomea chiese al giovane gesuita la grazia di morire della sua stessa malattia.

L'11-7-1818 Caterina, malgrado le resistenze del padre, riuscì ad affidare l'educazione della figlia maggiore alle Clarisse di Lovere. Sotto la guida di Madre Francesca Parpani Bartolomea propose di farsi santa, grande santa e presto santa con l'abnegazione di se stessa, l'esercizio dell'umiltà e la preghiera. Quando la mamma le portava frutta e dolci, essa li regalava alle compagne senza neppure assaggiarli.

Digiunava ogni sabato, lasciava il vino e la merenda ogni venerdì e poiché le ripugnava assai, si chinava talvolta a baciare la terra. Non si riscaldava quando aveva freddo, non si lamentava quando aveva caldo e talora metteva dei sassolini nelle scarpe. Per la Madonna faceva ogni giorno un dato numero di mortificazioni. Chiamava il mese mariano "il suo carnevale", tanto era lieta di onorare con speciali pratiche e digiuni la Madre di Dio che invocava sempre prima d'intraprendere un'azione. Madre Parpani, per correggere Bartolomea, della superbia alla quale si sentiva violentemente inclinata, la trattò senza riguardi, tanto da far esclamare ad una teste: "Sembrava che la maestra la odiasse". La Santa, rimproverata a torto, taceva. Una volta fu mandata per un mese nella classe inferiore dove le bimbe imparavano a leggere, pur essendo la migliore della classe. Anziché sgomentarsi, Bartolomea si sforzò di adempiere puntualmente tutte le regole dell'educandato.
In uno dei suoi scritti propose: "Voglio perseguitare l'amor proprio e la superbia, voglio proprio mettermi sotto i piedi di tutti e tutto quello che sarà contrario al mio genio, che avrò ripugnanza a fare o a dire, quand'anche mi costasse sudore di sangue, lo farò e lo paleserò a tutti i costi". Non contenta poi di pregare durante il giorno, molte volte impiegava anche parte della notte a rivolgere dolci colloqui a Gesù, a Maria e a San Luigi. Per la sua grande pietà, negli ultimi due anni che rimase nell'educandato, le venne concessa la comunione quotidiana, favore raro in quei tempi di rigorismo. A una compagna che le chiedeva come facesse a sopportare tante umiliazioni, rispose: "L'occasione di soffrire mi è cara perché così ho qualche cosa da presentare al Signore nella santa comunione".

Conseguito il diploma di maestra assistente nel 1822, cominciò nell'istituto stesso la sua attività di insegnante con le scolarette della prima elementare. Lasciato l'educandato il 18 luglio 1824 e ritornata in seno alla famiglia, continuò la sua carriera didattica nella piccola scuola aperta l'anno seguente nella sua stessa casa in favore delle bambine povere, sperimentando ed elaborando il suo metodo, fatto di intuizione e di penetrazione delle anime delle fanciulle.

Per mantenere il proposito di raggiungere la santità ad ogni costo, stese il metodo di vita che si prefiggeva di condurre nel mondo (26-10-1826). La sua giornata s'apriva con un'ora di meditazione e la Messa, alla quale aggiungeva la comunione ogni volta che il suo direttore gliela permetteva, e si chiudeva con una visita al SS. Sacramento e il rosario che recitava dopo la cena coi familiari, inginocchiata per terra. Tra l'altro propose di visitare i poveri malati una volta la settimana, di privarsi tre volte la settimana di qualche cibo per donarlo ad essi, di fare tutte le feste un po' d'istruzione alle giovani ignoranti, di recarsi in ispirito al suono delle ore o delle campane in chiesa per una visita al SS. Sacramento e la comunione spirituale. Nel mistero eucaristico, scrisse: "Non vedo che amore, non conosco che amore, e meditandolo, non provo che amore". E così si può dire, afferma Madre Parpani, che "la sua vita fu una continua orazione e unione con Dio, giacché non sapeva mai scordarsi della divina Presenza".
Il babbo continuava a bere e a bestemmiare. Bartolomea non gli mancò mai di rispetto. Con una dolcezza infinita un po' per volta lo ridusse a fargli sentire qualche devota lettura prima del rosario con grande ammirazione del vicinato. Morì tra le sue braccia pentito dei suoi errori nel 1831. Poco dopo Bartolomea, era uscita dal collegio anche sua sorella Camilla, di temperamento molto difficile e incostante. Sebbene minore, comandava la maggiore con importunità. Bartolomea "non solo non se ne doleva, ma correva volenterosissima a contentarla e servirla", testimoniò il suo direttore spirituale, Don Angelo Bosio, coadiutore del prevosto Don Rusticiano Barboglio.
Costoro, sapendo di quanta abilità avesse dato saggio nel monastero, stabilirono di sottrarla al ristretto ambiente domestico. Per non lasciare isterilire in un negozio di fornaio le sue doti così belle pensarono di affidarle le giovanotte della parrocchia. La Santa diede i suoi esami a Bergamo e, nel 1835, aprì nella casa paterna una scuola privata che trasferì poi in quella di Don Bosio quando le alunne arrivarono a 50. Il suo metodo educativo si compendiava in questa massima: "Amare le bambine senza parzialità e sacrificarsi per loro". Quello che cercava di evitare ad ogni costo e di bandire dalle sue scuole era la noia adattandosi alle capacità di ogni alunna, cercando di riuscire facile e dilettevole.
La domenica radunava le fanciulle in casa di Caterina Gerosa, che con il suo aiuto aveva adattato una stanza a cappella e arricchito di arredi sacri. Colà recitavano il rosario, cantavano l'ufficio della Madonna, ascoltavano gli avvisi della giovane maestra, e poi si divertivano lontano dai ritrovi pericolosi. Quest'oratorio fu l'inizio della Congregazione Mariana alla quale Bartolomea diede determinate regole. Non paga del bene che faceva alle giovanotte, volle giungere alle anime religiose e sacerdotali ideando per loro la Pia unione di Gesù e Maria, composta di 12 sacerdoti e 72 vergini, in ricordo del collegio apostolico. I parroci dei paesi vicini le mandavano delle giovani affinchè insegnasse loro a fare scuola. Sovente fu invitata a recarsi nei paesi della Valcamonica per spronare le ragazze alla virtù e raggrupparle in pie associazioni con appropriati statuti. Manteneva poi con esse una relazione costante. Le sue lettere, raccolte in due volumi, riflettono l'ardore del suo cuore d'apostola. Dopo le fatiche della giornata, vegliava ancora di notte per scrivere l'esame di coscienza, vergare lettere per le amiche, fissare statuti per le associazioni, comporre novene che un'amica ricopiava per distribuirle poi ad altre anime desiderose di perfezione.
All'amica Marianna Verteva scrisse: "Sono innamoratissima della vita ritirata e religiosa, ma d'altronde troppo mi piace l'impiegarmi in opere di carità spirituali e temporali, le quali in un monastero non si possono esercitare, salvo quella di pregare il Signore per i peccatori". Non contenta di istruire le ragazze, penetrò nelle prigioni per consolare le recluse, nei tuguri per aiutare i poveri con cibi e vestiti raccolti tra le amiche. Per il totale esercizio della carità fece voto di cercare nel modo di pensare, parlare e operare soltanto quello che chiaramente conosceva essere il più perfetto.
Le sorelle Caterina e Rosa Cerosa fin dal 1826 avevano lasciato alla Congregazione di Carità una casa con podere, da trasformarsi in ospedale. Alla carica di direttrice ed economa fu da loro scelta la Capitanio, la quale aveva allora diciannove anni. La santa apparve tutti i giorni, dopo la scuola, accanto ad ogni letto per confortare, prestare i più umili servizi e medicare anche i malati più ributtanti e pericolosi. Vedendo crescere i bisogni degli infermi, dei poveri, dei derelitti e della gioventù concepì, d'accordo con il suo direttore spirituale, l'idea d'istituire una famiglia religiosa che si dedicasse alla carità operosa. Con l'aiuto di Caterina Gerosa riuscì a superare la scarsezza dei mezzi materiali. Di fronte all'ospedale fu comperata e restaurata la casa Gaia, chiamata poi dal popolo il Conventino, ed in essa il 21-11-1832 furono accolte le orfane e le scuole dopo che le due amiche avevano ascoltato la Messa del prevosto, e si erano offerte per mano di Maria SS. a Dio e al servizio della gioventù e dei malati, secondo le regole delle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli.
Nel lasciare la mamma e la sorella, Bartolomea scrisse: "V'assicuro che, se non conoscessi chiaramente che la mia vocazione è vera volontà di Dio, non farei questo passo per tutto l'oro del mondo". Nella sua nuova vita fu felice. Così ne parlò ad un'amica: "Vi confesso sinceramente che ho sempre considerato lo stato religioso come una vera morte di me stessa, ma in pratica riesce assai più vero. Non sono più padrona di me stessa; bisogna sempre operare come piace agli altri, adattarsi in tutto agli altri, calpestare l'amor proprio, sacrificarsi per la carità, tacere, sopportare, mostrarsi allegra, non desiderare nemmeno le cose più sante qualora non si confacessero con gli obblighi del proprio stato, insomma essere morta affatto in ogni cosa per non vivere che per Gesù Cristo e la sua santissima Volontà. E una vita veramente crocifissa, ma che viene addolcita da quell'amabile Sposo che gradisce i sacrifici delle sue serve. Non la cambierei con tutte le consolazioni, non dico terrene, ma neanche spirituali, perché la sicurezza di fare la volontà di Dio è quella che mi rende perfettamente contenta. Per carità, raccomandatemi al Signore, che mi faccia piuttosto morire che essere pietra d'inciampo alla sua opera".
Per il suo Istituto la Capitanio doveva essere la pietra d'angolo. Sul finire della quaresima del 1833, tornando dalla chiesa parrocchiale dov'era stata con le sue giovanotte ad adorare il SS. Sacramento esposto, si sentì più stanca del solito. Il medico la visitò e la trovò affetta da bronchite e da un generale indebolimento dell'organismo. Morì serenissima il 26-7-1833 dopo aver detto alla continuatrice della sua missione, Santa Vincenza Gerosa (+1847): "Quando sarò in cielo, sarò più utile all'Istituto che se rimanessi in terra".
Le Suore di Maria Bambina sono sparse in tutti i continenti. Per esse aveva previsto una ricca messe quando disse: "Non dubitate, l'Istituto durerà fino alla fine del mondo". Bartolomea Capitanio fu beatificata da Pio XI il 30-5-1926 e canonizzata da Pio XII il 18-5-1950. Le sue reliquie sono venerate nel tempio eretto a Lovere dalla pietà delle sue figlie spirituali nel 1938, accanto a quelle di S. Vincenza Gerosa.

La sua festa liturgica è il 28 aprile, mentre la Congregazione delle Suore di Maria Bambina e le diocesi di Brescia, Bergamo e Milano la ricordano il 18 maggio.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.com/2015/05/le-citta-del-lago-d-iseo-lovere.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



sabato 14 marzo 2015

CARA LIBERTA'

.

« Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l'ala e l'indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.
Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c'era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un'infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l'amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l'ala ed era morta.
Ecco perché l'ho intitolata: Storia di una capinera. »
(Estratto dal romanzo Storia di una capinera di Giovanni Verga.)

Storia di una capinera è un romanzo epistolare di Giovanni Verga.

Fu scritto tra il giugno e il luglio 1869, durante il soggiorno dello scrittore a Firenze. Il 25 novembre 1869, tornato temporaneamente a Catania, Verga spedisce il romanzo a Francesco Dall'Ongaro, il quale ne rimase soddisfatto al punto da riuscire a farlo pubblicare dall'editore Lampugnani nella sua sede di Milano. Al 1871 risale, perciò, la prima pubblicazione ufficiale del romanzo, apparso dapprima all'interno della rivista di moda La ricamatrice e poi in volume. In realtà, però, il romanzo era stato già pubblicato nel 1870 a puntate su un'altra rivista del Lampugnani, ovvero il Corriere delle dame (anno LXVIII, dal numero 20 del 16 maggio 1870 al numero 34 del 22 agosto 1870), semplicemente con il titolo La capinera. La prima edizione del volume conteneva come prefazione la lettera con cui Dall'Ongaro aveva accompagnato l'invio dell'opera alla scrittrice Caterina Percoto, anche lei ferma sostenitrice del romanzo.

La protagonista del romanzo è Maria, all'epoca diciannovenne, rimasta orfana di madre da bambina e rinchiusa all'età di sette anni in un convento di Catania, destinata a diventare monaca di clausura per motivi di indigenza economica (il padre è un «modestissimo impiegato»). A causa dell'epidemia di colera, che nel 1854 colpì la città siciliana, Maria ha l'occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilice e vivere così con la famiglia dal 3 settembre 1854 al 7 gennaio 1855. Della famiglia fanno parte il padre, con la sua seconda moglie (Maria, in una delle prime lettere, parla della difficoltà che a volte incontra nel chiamarla madre), la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. A Monte Ilice, Maria incomincia un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, anche lei tornata a casa dai genitori (a Mascalucia) in occasione del colera.

Il primo periodo viene vissuto da Maria con grande spensieratezza e gaiezza. Monte Ilice rappresenta tutto l'opposto dell'ambiente claustrale da lei conosciuto: al grigiore dei «muri anneriti», di spazi angusti e severe regole di condotta, si oppone «una bella casetta posta sul pendìo della collina» dove «per andare all'abitazione più vicina bisogna correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli». Allo straordinario senso di libertà, fino ad allora sconosciuto, si aggiunge poi la felicità di vivere in mezzo a quell'amore che solo una famiglia può dare (anche se il suo bisogno di essere amata le fa scambiare per sincero affetto l'atteggiamento severo della matrigna, che la tratta non al pari dei suoi figli naturali, ma piuttosto come un'ospite neanche del tutto gradita). In quest'atmosfera solare, la sola ombra che offusca il cuore di Maria è il pensiero di dover tornare alla vita di clausura, ora che sa cosa offre il mondo esterno: «vorrei esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere coteste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l'aria, la luce, la libertà!». Invidia perciò Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento.

A poca distanza dalla casa di Maria, in fondo alla valle, abita la famiglia Valentini (anche loro trasferitisi a Monte Ilice per sfuggire al colera), molto amici della sua famiglia e con i quali trascorrono parecchio tempo. Maria diventa così amica intima di Annetta, figlia dei Valentini e sua coetanea. Conosce anche il figlio maggiore, Antonio, che tutti chiamano Nino. Nei giorni trascorsi insieme, nelle feste famigliari, nei balli e nelle trafelate corse che coinvolgono i figli delle due rispettive famiglie, Maria e Nino hanno l'occasione di avvicinarsi, insinuando via via nel cuore della giovane educanda un sentimento del tutto nuovo per lei: l'amore. Essendone completamente estranea, Maria scambia il sentimento per una strana e pesante malinconia, che non sa spiegarsi e che adduce ad una probabile malattia. Grazie all'esame introspettivo a cui la spinge la corrispondente Marianna, Maria riesce finalmente a svelare la natura del proprio malessere, ma questo la spaventa ancor di più, poiché il suo destino era quello di diventare suora e di amare solo Dio. La situazione peggiora quando Nino le fa capire di ricambiare gli stessi sentimenti d'amore e la invita a lasciare il convento.

Esaltata e allo stesso tempo stordita dalla rivelazione, Maria cade subito in un nuovo stato depressivo quando la matrigna (che temeva in un suo ripensamento circa il ritorno in convento al termine dell'epidemia), vedendo in lei profondi cambiamenti nel giro di pochi giorni, le parla con franchezza e le ribadisce la necessità di diventare suora. Per renderle le cose più "facili", le proibisce di avere qualsiasi contatto con persone estranee alla famiglia, compresi i signori Valentini, e quindi (o piuttosto soprattutto) Nino. Il profondo stato depressivo in cui cade l'educanda diventa vera e propria malattia delirante che fa temere addirittura per la sua vita.

Cessato l'allarme dell'epidemia la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte prima di partire Nino si presenta alla finestra di Maria per salutarla, ma la giovane, ancora in convalescenza e fortemente a disagio, cade in preda di un pesante attacco di tosse che le fa perdere i sensi. L'indomani mattina troverà sul davanzale una rosa lasciata da Nino durante la fugace visita e che la pioggia notturna aveva infradiciato.

Dopo una settimana dalla partenza dei Valentini, l'8 gennaio 1855 anche la famiglia di Maria fa ritorno a Catania. Maria, non ancora del tutto guarita, acconsente al rientro con la morte nel cuore, sia perché lascia - e per sempre - un luogo a lei molto caro, sia perché tornare a Catania significava tornare alla vita di clausura. Dalle anguste mura del convento, seppur con minor frequenza rispetto a prima, Maria continua a scrivere all'amica Marianna, ora suo unico conforto. Le lettere vengono consegnate a suor Filomena, suora laica molto legata a Maria e per la quale si incaricava di recapitare la corrispondenza.

L'isolamento del luogo conventuale, invece di darle serenità, non fa che acuire la sofferenza interiore e quindi il suo già cagionevole stato di salute, tanto da costringerla a passare buona parte dell'anno in infermeria a causa di ripetuti attacchi di febbre. Il corpo soffre, perché la mente ritorna sempre al breve periodo di gioia vissuto a Monte Ilice e, ancor più, a Nino. Questi pensieri "peccaminosi", del tutto inopportuni per una suora, le straziano l'anima, e allora si confessa, prega intensamente e si punisce digiunando e mortificando la propria carne per giungere ad uno sfinimento del corpo e dello spirito. Questi esercizi spirituali si intensificano ancor più quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e la sorellastra Giuditta.

Il 6 aprile 1856 Maria prende finalmente i voti. Alla cerimonia (che lei paragona ad un funerale) assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino che la guarda «cogli occhi spalancati». L'essere diventata suora a tutti gli effetti non produce alcun balsamo alle sue sofferenze: anzi, più cerca di reprimere i suoi sentimenti, più questi la tormentano, accrescendo il suo senso di colpa e di dannazione eterna, combattuta tra l'amore per il suo peccato e i suoi doveri di suora. Teme di impazzire e racconta a Marianna della presenza in convento di una suora pazza, suor Agata, che da quindici anni è rinchiusa nella «cella dei matti». Racconta anche di una macabra tradizione del convento, secondo la quale la cella dei matti non deve mai rimanere vuota. Maria è atterrita al pensiero di poter essere lei la prossima, poiché sente che sta perdendo la ragione, che le sta scivolando piano di dosso il senno e, del resto, i momenti di delirio febbrile vissuti sono oramai molto più frequenti dei momenti di apparente quiete interiore.

Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta: da una finestra arriva perfino a distinguere nitidamente i due sposi. Da allora, ogni giorno e ogni notte si reca sul belvedere per scorgere Nino, magari «per vederlo un solo istante passare da una stanza all'altra e nulla più!». Saperlo a pochi passi dal convento esacerba tutti i suoi supplizi interiori, facendola impazzire. Il bisogno di vedere Nino le fa tentare di fuggire dal convento, ma viene trattenuta dalle converse e, mentre lei si dibatte, urla come una belva e lotta con tutta sé stessa, viene trascinata all'interno della cella di suor Agata, la suora pazza, ma a quel punto Maria sviene. Viene portata quindi in infermeria dove, dopo tre giorni, muore.

Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, la suora laica, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire (dietro espresso desiderio di Maria) gli effetti personali della defunta trovati sul suo letto di morte: un crocefisso d'argento, alcuni fogli manoscritti (le ultime lettere senza data che Maria scrisse in pieno delirio), una ciocca di capelli e alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa che Nino le aveva appoggiato sul davanzale la notte prima della partenza da Monte Ilice, e che furono trovate sopra le labbra di Maria quando morì.


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/03/la-capinera.html
http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

Post più popolari

Elenco blog AMICI