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lunedì 21 agosto 2017

DIFFERENZA TRA UOMO E ANIMALE

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“Non saranno Einstein, ma- scrive Stanley Coren- sono di sicuro molto più del previsto simile a noi”. “Più conosco gli uomini, più amo i cani” (M.de Savignè).


Nel XVII secolo Cartesio, iniziatore del razionalismo moderno, stabilì che solo l’uomo è un essere razionale, ponendo come principio del sapere il “cogito ergo sum”, cioè la certezza del proprio pensiero e della propria esistenza. Decretò poi un netto dualismo tra pensiero -“res cogitans”- e materia- “res extensa”. Gli animali, per il filosofo francese, non agiscono “per conoscenza, ma soltanto per la disposizione dei loro organi”.

Il comportamento animale sembra riecheggiare il nostro. L’uomo però è l’unico animale ad arrossire e a vergognarsi. Ed è pure- rileva Mark Twain- l’unico “che ne ha bisogno”.

Il cervello e il sapere scientifico tuttavia sono una lama a doppio taglio. Possono essere usati per propositi nobili o per propositi meschini, personali o ignobili. Di qui, l’esigenza di un nuovo umanesimo, il cui fine è quello di realizzare il benessere mentale e fisico della persona, che è il motore che traina l’evoluzione della civiltà. Una civiltà più umana e umanizzante. Che possa affermare il primato dell’empatia, della solidarietà e del bene rispetto all’egoismo e alla malvagità.
Un prezioso contributo alla costruzione di questo processo può essere offerto dalla capacità dell’essere umano di riuscire a conoscere, apprendere e tesaurizzare lo straordinario dono di affezione, dedizione e tenerezza del nostro cucciolo. Sentimenti che purtroppo non albergano in tutti gli uomini. In molti prevalgono l’odio e il rancore, l’insensibilità e un’arrogante ignoranza.

Superando la propria condizione biologica, l’uomo è chiamato ad aprirsi alla conoscenza di nuove dimensioni, ha ricordato Benedetto XVI in un’omelia del 9 marzo 2008. Anche gli animali conoscono – ha proseguito il Papa – “ma solo le cose che sono interessanti per la loro vita biologica”. A differenza degli animali, l’uomo invece “ha sete di una conoscenza dell’infinito”.

Queste parole del Papa rappresentano un orientamento per la cultura dei nostri giorni, rispetto alla scottante e non sempre chiara questione dell’uomo e dell’animale.

Un esempio di questa situazione di confusione, nel contesto spagnolo, è dato dalla mozione dell’11 aprile 2006 della Camera dei deputati spagnola, con la quale si invita il Governo ad aderire al progetto “gran simio” (“grande scimmia”), ideato dagli animalisti Peter Singer e Paola Cavalieri, per promuovere la parità di condizioni giuridiche tra tutti i componenti della “comunità dei simili”, composta dai grandi antropoidi e dagli esseri umani.

L’uomo vive in genere nelle grandi città, dove gli animali sono confinati negli zoo, nei circhi o tenuti nei salotti di casa. Solo in campagna possiamo ancora credere che gli animali aiutino l’uomo nel suo lavoro e siano per lui fonte di alimentazione, compagni di lavoro, amici. Quello che interessa all’uomo d’oggi è la tecnologia che egli stesso costruisce. 

Paradossalmente però, più l’uomo sembra allontanarsi dall’animale, più cerca di avvicinarselo : ed ecco allora l’invenzione di teorie che sostengono la completa - o quasi – identità tra l’uomo e l’animale, come la sociobiologia, e il sorgere, su un altro versante, dei movimenti ecologisti, le società protettrici degli animali, le lotte contro la vivisezione ecc. 

Nel mondo greco  Aristotele (384-322 a.C.) dedicò diverse opere agli animali ed esse sono il primo grandioso tentativo sistematico e scientifico, nel senso moderno del termine, di dire qualcosa di valido “oggettivamente” su di essi e sull’uomo. 
Aristotele divise gli animali in due grandi gruppi : i sanguigni (che corrispondono più o meno ai nostri vertebrati) e i non sanguigni (i nostri invertebrati). I sanguigni si dividono a loro volta in vivipari (= mammiferi), ovipari (= rettili e uccelli) e ovovivipari (= pesci), mentre i non sanguigni si dividono in cefalopodi, crostacei, insetti e gasteropodi. 
In quanto poi alla distinzione tra l’uomo e l’animale, Aristotele ritiene che vi siano parecchie differenze: ad esempio l’uomo è l’unico ad avere posizione eretta, l’uomo è l’unico che ride, che ha la capacità di deliberare, che ha il linguaggio, che ha, in ultimo, la capacità di essere felice. 

Dopo i Greci, nel pensiero ebraico-cristiano è ulteriormente ribadita la distinzione tra uomo e animale. Comunque per la Bibbia il destino degli animali e dell’uomo è strettamente legato. Gli animali hanno una propria dignità che la Scrittura sottolinea più volte (ad es. il sabato tutti gli animali hanno diritto di riposare). Pur essendo solo l’uomo “ad immagine e somiglianza di Dio”, l’uomo non deve trattare gli animali con disprezzo : è anzi responsabile di ogni malvagità commessa nei confronti degli animali e del mondo che lo circonda.  

Tutto ciò che è seguito, nella storia dell’Occidente, è stato influenzato, direttamente o indirettamente, da queste concezioni. Nell’Ottocento, con Darwin, viene avanzato l’ipotesi dell’origine dell’uomo da forme di vita più semplici. Per alcuni poi tra l’uomo e l’animale vi è solo una differenza di quantità e non di qualità. Fino a quasi tutto l’Ottocento si è comunque cercato di spiegare l’animale e l’uomo guardando all’indietro, cercando qualcosa di più semplice a cui l’uomo potesse essere ricondotto o addirittura ridotto. Verso la fine dell’Ottocento si fa invece strada un’ipotesi del tutto diversa, e cioè che l’uomo e l’animale siano degli abbozzi di essere, cioè che essi siano soltanto una tappa verso una forma diversa di essere a cui tendono in futuro (Bergson, Blondel ecc.).  

Alcuni autori considerano l’animale umano come parte di un “continuum” con gli altri animali, mentre altri riconoscono una “netta divisione” fra umani e animali. Gli studi finora riconoscono le enormi differenze presenti tra la mente e il cervello dell’uomo e le strutture cerebrali dei non umani.
Invero, per lungo tempo gli animali sono stati considerati come misteriose entità, assumendo il significato di simboli religiosi (per gli Egizi), simboli moralistici (favole di Esopo), espressione della creazione divina (S. Francesco), oggetto di divertimento venatorio (Federico II di Svevia), macchine insensibili (Cartesio).
Con Darwin, il comportamento viene per la prima volta considerato un carattere della specie, che si è affermato a seguito di un processo evolutivo. Egli fu anche il primo a dare importanza alle attività psichiche degli animali e ad affrontare scientificamente il problema dell’istinto e dell’apprendimento.
Gli esseri umani hanno una capacità “innata” di comprendere che i loro simili possiedono menti dotate di desideri, intuizioni, credenze e stati mentali diversi. Questa capacità è stata chiamata per la prima volta “teoria della mente” (TOM) nel 1978 da David Premack. La qualità di osservare il comportamento altrui e inferire gli stati mentali interiori è già presente nei bambini di quattro-cinque anni di età. Ci sono addirittura indici della presenza della TOM persino prima dei due anni di età (Striedter). I soggetti che presentano sindrome di autismo hanno deficit legati alla teoria della mente e ai neuroni specchio.
Oggi la più grande sfida della nuova scienza del cervello è quella di scoprire in che modo funziona la mente. La maggior parte dei processi cerebrali ha luogo senza che noi ne siamo consapevoli (Posner). La funzione del cervello, infatti, presenta due aspetti fondamentali: ciò che accade a livello cosciente e ciò che accade a livello non cosciente.
In realtà, la coscienza è un fenomeno che riguarda la dimensione soggettiva, introspettiva dell’essere umano, riguarda i suoi stati d’animo. I quali purtroppo non ci possono dare una risposta certa, poiché gli stati d’animo- chiamati “qualia” dai neuro scienziati- “non sono misurabili in maniera oggettiva” (Dehaene).
Ci sono dunque autori che affermano che l’essenza della coscienza non può avere una spiegazione scientifica, ossia che è tanto “fantastica” da non poter essere spiegata attraverso i neuroni, le sinapsi o i neurotrasmettitori. “Ignoramus ignorabimus”: siamo condannati all’ignoranza eterna? Non è assolutamente così. Ci sono in effetti altri studiosi che ritengono che possa essere possibile decifrare quell’elemento così “unico” che chiamiamo coscienza. Tentare allora di avvicinarci alla mente e alla coscienza con i metodi scientifici rappresenta un’impresa persino più fantastica e affascinante.
In questi ultimi anni, le nostre conoscenze sul cervello sono progredite enormemente, soprattutto in virtù degli eccezionali avanzamenti delle metodiche di neuro imaging funzionale. Prima gli studi negli anni Ottanta del secolo scorso di Francis Crick con l’opera “La scienza e l’anima” poi le ricerche di Edelman, Kandel, Damasio, Gazzaniga e tanti altri, hanno definitivamente sancito che lo studio scientifico delle basi neurali della coscienza e della mente è “empiricamente possibile sul piano teorico e sperimentale” (Gazzaniga).



Gli esperimenti condotti sugli animali dunque rappresentano il miglior modo di studiare il cervello e la mente umana. Le ricerche mostrano che esistono molti livelli di coscienza. E’ generalmente accettato- scrive Gazzaniga- che i mammiferi “siano coscienti del qui e adesso”. La questione principale tuttavia è che non siamo in grado di elaborare un esperimento che possa valutare il grado di coscienza di un animale non verbale. Anche se non possiamo fare esperienza della coscienza dei membri di altre specie, possiamo inferire che animali come i cani “siano coscienti” (Edelman). Questa affermazione si basa sul loro comportamento e sulla “stretta somiglianza tra il loro cervello e il nostro”.
I cani e altri mammiferi sono dotati di “coscienza primaria”, che è consapevolezza delle cose del mondo “hic et nunc”. Un po’ come l’illuminazione di una stanza buia da parte di un raggio di luce. Non sono “coscienti di essere coscienti”. Non sono dotati cioè di coscienza di “ordine superiore” come noi. Gli scimpanzé possono usare simboli, facoltà che potrebbe rivelare l’esistenza di un segno di “coscienza superiore” (coscienza di coscienza).
Per coscienza intendiamo la capacità di possedere un certo livello di autoconsapevolezza. Ciò significa essere oggetto della propria attenzione. Si va dal semplice essere consapevoli degli stimoli ambientali- “Io sento la musica delle onde del mare”- sino alla possibilità di “concettualizzare” le informazioni su di sé che necessitano di essere determinate in maniera astratta- “Io sono un soggetto romantico”-. Gli studiosi si sono concentrati su due ambiti: l’autoconsapevolezza animale e la metacognizione animale, cioè pensare di pensare.
Analizzando l’autoconsapevolezza animale, Marc Hauser scrive che “tutti gli organismi sociali che si riproducono sessualmente sembrano essere dotati di meccanismi neurali per discriminare i maschi dalle femmine, i cuccioli dagli adulti e i parenti dagli estranei”.
Molti sistemi differenti si sono evoluti per aiutarci- chiarisce Gazzaniga- a identificare i parenti dagli estranei. Un sistema che molti uccelli possiedono è l’imprinting. Il primo individuo che vedono è la madre. Le api e le vespe riconoscono la loro colonia dall’odore, gli scoiattoli utilizzano l’odore per il riconoscimento e i pipistrelli riconoscono i loro piccoli tra migliaia di altri attraverso la comunicazione vocale e olfattiva (J.M.Mateo).
Gli esperimenti attuali mostrano che gli animali non hanno memoria episodica e non sono in grado di “viaggiare nel tempo” con l’immaginazione. Di recente, alcuni studi hanno cercato prove dell’esistenza di forme di metacognizione animale nei ratti. Le prospettive sono attraenti, ma necessitano di ulteriori verifiche.
Invero, dimostrare l’autoconsapevolezza negli animali si sta rivelando un compito complesso, delicato e difficile. Attribuire agli animali azioni coscienti costituisce una forte tentazione, è qualcosa che affascina.
Finora, il problema è stato affrontato da due prospettive diverse. Una si basa sull’auto riconoscimento allo specchio, l’altra sull’imitazione. Lo scienziato Gordon Gallup ha esaminato il problema, realizzando un test durante il quale anestetizzava alcuni scimpanzé, metteva loro un segno rosso su di un orecchio e sul sopracciglio e poi, quando si erano ripresi dall’anestesia, li metteva davanti a uno specchio. Prima non toccavano i loro segni rossi, ma una volta che veniva presentato loro lo specchio gli scimpanzé lo facevano. Lasciati davanti allo specchio, dopo un po’ cominciavano a osservare parti del loro corpo. Non tutti gli scimpanzé manifestavano tuttavia la capacità di riconoscersi allo specchio (MSR). Due delfini e uno su cinque elefanti, testati in due studi diversi, hanno anch’essi superato il test del segno rosso (Povinelli).
La capacità di auto riconoscersi nei primati, nei delfini e negli elefanti denota un’evoluzione convergente dovuta all’interazione di fattori biologici con fattori ambientali (Gallup). Essa implica altresì che il soggetto è in grado di compiere un’astrazione. E’ capace di “razionalizzare” (Anderson).
Altre specie animali che dimostrino di possedere una MSR finora non sono state trovate. Questo è il motivo per cui il nostro cucciolo Kimi non sembra affatto interessato quando cerchiamo di farlo guardare allo specchio. L’ipotesi di Gallup è che l’auto riconoscimento allo specchio implica la presenza di un concetto di sé e un’autoconsapevolezza. I bambini superano il test del segno rosso all’età di due anni, dimostrando di avere la MSR.
L’altra prospettiva per dimostrare l’autoconsapevolezza negli animali è l’imitazione. Se si è capaci di imitare le azioni altrui, allora- sostiene Joseph Call, che ha analizzato lo stato attuale della ricerca in questo campo- si è anche capaci di distinguere tra le proprie azioni e quelle dell’altro.
Esistono evidenze di imitazione nel mondo animale. La maggior parte delle prove nei primati tuttavia indica una capacità di “riprodurre” il risultato di un’azione, non di “imitare” l’azione in sé. Alcune ricerche rivelano la presenza di un comportamento di “pianificazione” negli oranghi, nei bonobo (Mulcahy,Call) e nelle ghiandaie (Clayton). Le quali nascondono diversi tipi di cibo in luoghi differenti, in momenti diversi e vanno poi a ricercare il cibo in maniera selettiva, cercando prima il cibo che deperisce, e mangiandolo, rispetto al cibo che si conserva meglio. I risultati di questi studi suggeriscono che la pianificazione “non è una capacità unicamente umana”.
Al centro della ricerca neuro scientifica c’è l’esigenza di capire in che modo la coscienza si sviluppa e da dove viene, quali sono cioè le sue origini filogenetiche. Gli studi sperimentali degli istinti animali mostrano che i primi “segni” di coscienza si manifestano nel regno animale, a partire dalle “emozioni primordiali” come la sete, la fame, il bisogno d’aria, il desiderio sessuale, l’appetito per i soli minerali. Queste emozioni- rileva Denton- sono indispensabili alla sopravvivenza degli organismi viventi.
Le ricerche sugli animali- dagli insetti ai polpi, dai pesci ai vertebrati- dimostrano che l’emozione primordiale di questi bisogni e la loro gratificazione costituiscono “una pietra miliare” sul percorso che porta alla nascita della coscienza. Le emozioni primordiali formerebbero una sorta di primo “Sé” per arrivare poi all’elaborazione di quella che Denton chiama una “scena interiore” della coscienza. La quale è la capacità di riconoscere la “differenza” tra i propri pensieri e le informazioni sensoriali provenienti dal mondo esterno (Brentano).
L’idea avanzata da molti scienziati è che le emozioni primordiali costituiscano la prima comparsa della coscienza (Damasio). Questo assunto mostra che la coscienza non è una facoltà esclusivamente umana.
Le dimostrazioni condotte da Derek Denton ci offrono un’analisi precisa dei diversi comportamenti osservati negli animali. Comportamenti che hanno portato gli scienziati a formulare stupefacenti domande. Le api, per esempio, possiedono una coscienza collettiva? Il pesce può soffrire? Qual è la differenza tra la coscienza di un polpo e quella di un mammifero? Che cosa succede nel nostro cervello quando proviamo la sensazione di avere sete, quando beviamo e quando ci siamo dissetati? E che cosa accade con l’orgasmo? Presenta tratti in comune con la soddisfazione della sete?
Il neuroscienziato Denton riporta un caso illuminante. Una rana in stato di disidratazione viene collocata a pochi centimetri da una vasca d’acqua. Non farà nulla per cercarla e si lascerà morire. Posta nelle stesse condizioni, una lucertola invece cercherà l’acqua, la scoprirà e la berrà. Le strategie elaborate poi da un piccolo mammifero saranno ancora più sofisticate di quelle della lucertola.
La ricerca di una fonte d’acqua, in realtà, richiede molteplici conoscenze: la mappa dell’ambiente, il punto in cui si trova l’acqua, il tragitto da compiere, l’eventuale presenza di predatori. Queste operazioni sono attivate dalle connessioni neurali, le quali contribuiscono a “collegare” le molte aree cerebrali implicate. Si sviluppa così un sistema di “integrazione” che centralizza le informazioni, creando uno spazio nel quale- grazie alla corteccia cerebrale- si elabora una “pianificazione cosciente” dei comportamenti a venire. Le emozioni primordiali dunque svolgono un ruolo cruciale negli stati di coscienza.
Una delle qualità essenziali della mente è il possesso della facoltà di utilizzare “simboli” (Kenny). A questo proposito Donald Griffin, un autore che ha un ruolo fondamentale nell’aver posto in primo piano il tema della coscienza negli animali, cita il simbolismo insito nella danza delle api- “waggle dance”. E’ l’attività dell’ape a fare della sua danza un mezzo di comunicazione simbolica, come la ricerca di una nuova dimora, la ricognizione di luoghi e fonti di cibo o la ricerca di informazioni sulla qualità, la direzione e la distanza del luogo. Questi comportamenti evidenziano che le api sono in grado di esprimere “pensieri semplici”.
Le informazioni sensoriali e la categorizzazione percettiva di segnali visivi portano in sostanza alla definizione di coscienza, che è la capacità di costruire- secondo Edelman- una “scena mentale integrata” nel presente. Circa i processi cognitivi di apprendimento e memoria, esperimenti condotti sulle attitudini cognitive dei piccioni hanno rivelato che questi uccelli sono capaci di distinguere i colori e a riconoscere, tra decine di fotografie, quelle che ritraggono figure umane, alberi o palazzi (Herrnstein). I pulcini invece imparano ad evitare di ingerire cibo o di bere un liquido dal sapore amaro.
L’idea che nei pesci possa esistere qualche forma di coscienza è contestata da J.D.Rose, il quale basa il suo pensiero sul fatto che i pesci non possono provare dolore. E’ valutazione condivisa che per esprimere il dolore occorre essere coscienti. La consapevolezza del dolore dipende da specifiche regioni cerebrali. Nei pesci queste regioni mancano, ragione per cui mancano i requisiti neurali necessari per sentire il dolore.



L’argomento dei fenomeni mentali nei rettili, animali che costituiscono la derivazione di un ceppo ancestrale da cui sono discesi sia i mammiferi sia gli uccelli, è stato affrontato in particolare da Gordon Burghardt, il quale sostiene che i rettili dovrebbero essere studiati quali “precursori filogenetici” di tutti gli animali dotati di comportamenti complessi. E’ stato lo studioso G.G.Romanes, amico di Darwin, ad attribuire ai rettili “emozioni e intelletto”. Quando avverte la presenza di un predatore, il serpente “Heterodon nasicu”, ha osservato Burghardt, simula la morte, resta immobile, la bocca aperta, la lingua stesa in fuori e la sua respirazione sembrerà cessata. Risposte di immobilità sono state osservate anche in molti mammiferi e in uccelli. Con la simulazione della morte nel serpente, si ottengono dati sperimentali che “concordano” con le ipotesi di Griffin di uno stato di coscienza negli animali.
Gli esperimenti compiuti da J.S.Beritoff sulla memoria delle immagini nel cane e sui comportamenti di lucertole, tartarughe, uccelli, babbuini e gatti mostrano che i loro atteggiamenti intenzionali sono indice di “una immagine mentale” e dunque sono espressione di una “coscienza”.
L’idea di intenzione, così come l’idea di obiettivo, è per Longuet-Higgins “parte integrante del concetto di mente”. Si può quindi ritenere che un organismo capace di avere “intenzioni” possegga “una mente” per elaborare un piano e prendere una decisione.
Oggi, è abbastanza comune fra gli scienziati- Young, Hebb e Hoch- considerare le risposte di un animale “il possibile prodotto di processi coscienti e di processi mentali”.
Già Darwin aveva osservato molti aspetti del comportamento animale, in particolare le emozioni, come riflessi di “stati coscienti”. Come osserva Miriam Rothschild, chiunque metta in dubbio la capacità degli animali di provare emozioni dovrebbe provare a portare un cane dal veterinario dopo che ci è già stato una prima volta. 
I dati ottenuti da Changeux e colleghi fanno inoltre ritenere che anche i topi dimostrano un comportamento complesso volto al raggiungimento di un obiettivo. Il concetto di Griffin, forse il massimo esponente in materia, è di una coscienza negli animali (rectius: in molti animali c’è un certo livello di coscienza) sia l’idea di altri autori come Longuett-Higgins sul comportamento intenzionale quale espressione di “un’immagine mentale”.
Per comprendere in maniera ancora più chiara la questione, diciamo che la funzione della coscienza è subordinata al fatto di essere “innestata” in un corpo, cioè alla consapevolezza del proprio stato corporeo in relazione a ciò che ci succede intorno. E’ lo stato corporeo che genera sensazioni e sentimenti. E la coscienza è costituita da sensazioni. Ciò fa ritenere che qualsiasi animale dotato di un tronco encefalico sia in grado di servirsi della coscienza.
Tutti i mammiferi hanno un tronco con nuclei e connessioni strutturati pressappoco come i nuclei umani (Solms, Turnbull). Vi sono buoni motivi per stimare che cani, gatti pinguini, balene, ratti e topolini possiedano una coscienza. Le stesse strutture elementari rendono un topo e un essere umano egualmente capaci di distinguere tra ciò che è “buono” e ciò che è “cattivo”. I topi, ad esempio, possono sentire un eccitante piacere quando si aspettano il soddisfacimento di un bisogno; provano paura in presenza di un nemico; sentono rabbia quando viene loro impedito il raggiungimento di una meta desiderata; soffrono se vengono separati dalla madre o dai propri simili, e così via.
Esistono, al riguardo, percezioni e reazioni affettive in larga parte di tipo innato e universale. Queste reazioni affettive vengono chiamate “emozioni di base”. La vista di un serpente, per esempio, determina sia nell’uomo che nel cane un sentimento di paura.
Noi condividiamo con tutti gli altri mammiferi tali “emozioni di base”. I cani, i gatti, i delfini, le balene, i ratti, i topi: tutti possiedono i meccanismi adattativi, cioè le “emozioni di base”. Le quali sono per l’appunto gli elementi costitutivi della coscienza. 
Vi sono tuttavia livelli “superiori” di coscienza, come “coscienza di coscienza”, che non condividiamo con gli altri mammiferi.
Oggi, gli studi più recenti che cercano prove di una qualche forma di metacognizione animale sono attraenti, ma necessitano di ulteriori approfondimenti prima che se ne possano trarre conclusioni definitive. Il fatto è che il nostro cervello- per usare una bella immagine di Gazzaniga- è simile a “un organo a canne, che suona la sua musica tutto il giorno e ha molte melodie da suonare”, mentre il cervello dell’animale ne ha poche. Più cose allora sappiamo, migliore è “il concerto”.
Le scimmie- è una grande scoperta di questi anni- possiedono i neuroni specchio. I quali sono stati localizzati per la prima volta proprio nel cervello delle scimmie. Essi si attivano quando, ad esempio, una scimmia afferra un attrezzo; ma si attivano anche quando la scimmia guarda un’altra scimmia afferrare l’oggetto. Il sistema dei neuroni specchio è alla base del riconoscimento delle intenzioni e delle emozioni altrui, rende possibile l’apprendimento imitativo e la comunicazione.
Gli animali perciò apprendono la cultura. Uno studio ha mostrato che almeno 39 tipi di comportamenti diversi negli scimpanzé sono effetti della cultura.
Il colore, definito da Kandinsky “un mezzo per influenzare direttamente l’anima”, ha un impatto considerevole non soltanto sugli esseri umani, ma anche sugli animali. Nel corso delle sue ricerche, Humphrey ha scoperto che le scimmie “rhesus” di fronte alla luce rossa hanno “forti risposte emozionali”: diventano ” ansiose, irrequiete e agitate”, mentre quando la luce è blu divengono tranquille. Nell’ordine, esse preferivano il blu al verde, il verde al giallo. il giallo al rosso. In genere, anche gli esseri umani mostrano gli stessi comportamenti. Descrivono la sensazione del rosso come “forte, calda, eccitante e disturbante”. Si è scoperto altresì che la luce rossa suscita comportamenti aggressivi e litigiosi (Porter), nonché sintomi fisiologici dell’eccitazione sessuale.
A livello generale, i nostri cervelli e quelli degli scimpanzé sono strutturati in maniera quasi “identica” (Marcus). Entrambi hanno cortecce occipitali nel retro del capo, dove analizzano le informazioni. Entrambi poi hanno i cervelli suddivisi in emisfero destro e sinistro.
Dal punto di vista evolutivo, ci siamo separati dagli scimpanzé solo di recente, forse solo dai 4 ai 7 milioni di anni fa (Brunet) rispetto ai circa 85 milioni di anni da quando esistono i primati (Tavare e Martin). Il linguaggio e la mente umana vengono da quell’1,5 per cento di materiale genetico che ci separa dagli scimpanzé, ma anche dal 98,5 per cento che è condiviso.
Gli umani e le grandi scimmie, come gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé, si sono evoluti tutti – afferma Gazzaniga- da “un antenato comune”. L’essere umano è l’unico ominide sopravvissuto del ramo originario separatosi dall’antenato comune con lo scimpanzé. E’ il caso di Lucy, fossile trovato nel 1974 che sconvolse il mondo della scienza in quanto bipede, ma priva di un cervello di grandi dimensioni.
Nel tempo, la nostra anatomia corporea è cambiata, fornendo le basi necessarie per lo sviluppo di alcune caratteristiche che ci rendono unici. Il bipedismo ha reso le mani libere di agire. I nostri pollici arcuabili e opponibili ci hanno permesso di sviluppare la migliore coordinazione motoria tra le specie. La nostra laringe poi ci ha permesso di emettere un numero infinito di suoni che noi utilizziamo nel linguaggio. Altri cambiamenti sono avvenuti inoltre nel nostro cervello, cambiamenti che ci hanno permesso di comprendere che gli altri hanno pensieri, credenze e desideri.
Anche gli uccelli, come le api e gli altri animali, mostrano attitudini all’apprendimento. Nei loro cervelli vi sono regioni associate al rilevamento del gusto, dell’odore e del suono, al movimento, alla memoria spaziale e all’apprendimento del canto. Alcuni uccelli come i canarini possono imparare un numero di canti sottilmente differenti. Altre specie- le cince e le ghiandaie- sono capaci di fare scorta di centinaia di alimenti differenti durante l’estate per poi farne uso durante l’inverno. Sembra che imparare una canzone richieda sistemi neurali diversi nell’uccello canoro.
I castori costruiscono dighe e proteggono il loro confine con ramoscelli e fango, mentre i ragni filano le ragnatele. La lumaca raccoglie il calcio dal suo cibo e lo usa per secernere una conchiglia. A sua volta, il paguro si procura una conchiglia di calcio già fatta. L’organizzazione di una colonia di termiti è così meravigliosa che alcuni osservatori hanno pensato che ogni colonia deve avere un’anima (Marais).
Ci sono specie che riescono a colpirci per la loro capacità di “godersi la vita e divertirsi”. Pensiamo alle lontre, le quali si rotolano gaie nella neve, ai leoncini che si danno la caccia e ai nostri cani e gatti.
Con gli altri animali condividiamo inoltre la maggior parte dei nostri geni e dell’architettura del nostro cervello. Affermare- come fa il neuroscienziato Gazzaniga- che siamo “differenti” e unici nel regno animale, è una cosa ovvia, quasi banale.
Sta di fatto che gli animali presentano sin dalla loro comparsa istinti innati. I pulcini, ad esempio, appena usciti dal guscio sembrano avere la “permanenza” degli oggetti (Regolin). Piccoli cuccioli di Labrador possono seguire lo sguardo dei loro padroni (Coppinger). I cavalli sanno controllare i propri muscoli abbastanza bene da saper camminare già pochi minuti dopo la nascita. Anche i comportamenti più complessi sembrano innati. Nella danza di corteggiamento del maschio di un moscerino della frutta, per esempio, il piccolo animale esegue una sequenza di eventi che non ha mai visto prima.
I riflessi di auto-igiene di molti animali obbediscono spesso a comportamenti prefissati. Un topo inizia con il capo, procede verso il tronco e la regione ano-genitale e finisce con la coda (Sachs). Molti, forse tutti, gli animali non solo nascono con la capacità di percepire e agire, ma anche con la capacità di imparare e di utilizzare le esperienze passate per migliorare i comportamenti futuri (Marcus). Un comportamento che Marler ha definito “l’istinto a imparare”.
Il mondo animale- afferma Gallistel- è pieno di attitudini all’apprendimento. Pensiamo al comportamento di un uccello chiamato “ministro”, il quale usa le stelle come una carta nautica per trascorrere l’estate negli Stati Uniti e svernare alle Bahamas. Le api a loro volta utilizzano un meccanismo di apprendimento per aiutarsi a comprendere dove stiano andando, basandosi sulla traiettoria del sole. Due studiosi dell’Università della Georgia hanno dimostrato che anche i ratti possiedono la capacità di riflettere sui propri pensieri. Capacità che viene chiamata metacognizione.Gli studi di Kandel sulla lumaca marina “Aplysia” sono stati fondamentali per indagare le basi neurali dell’apprendimento e della memoria. Anche la ricerca sul Moscerino della frutta “Drosophila” è stata determinante ai fini della conoscenza del comportamento e del funzionamento del cervello.



Ci sono comportamenti comuni che condividiamo con altre specie. Ci arrabbiamo di fronte alle violazioni di proprietà o agli attacchi alla nostra coalizione intenta a raccogliere cibo, proprio come fanno i cani e gli scimpanzé. In questo senso, noi diciamo che alcuni animali possiedono una “moralità imitativa” (Gazzaniga). La principale differenza consiste nel fatto che gli esseri umani possiedono una maggiore qualità, quantità e varietà di emozioni morali, come per esempio, la vergogna, il senso di colpa, il disgusto, il disprezzo, l’empatia, la compassione, nonché una maggiore varietà di comportamenti.
La ricerca mostra che in realtà esiste la possibilità che alcune capacità che sottendono la nostra facoltà morale siano presenti in animali non umani. Gli animali provano emozioni che motivano azioni che “possiedono una specificità morale”, come aiutare, danneggiare gli altri, così come riconciliare le differenze allo scopo di “ottenere un po’ di pace” (Hauser).
Intendiamo per empatia un sistema simile a quello dei neuroni specchio, che implica la capacità di provare la stessa cosa che prova qualcun altro. L’evidenza di forme di auto riconoscimento nei delfini denota un nesso tra imitazione, empatia e senso del sé. Anche agli elefanti vengono associati comportamenti sociali e comportamenti empatici.

Alcuni esperimenti condotti hanno riscontrato che se provvisti di matite o colori, gli scimpanzé si appassionavano nell’utilizzarli, fino al punto di trascurare addirittura “i loro cibi preferiti”. Ad alcuni di essi piace disegnare. Una serie di dipinti fatti da uno scimpanzé è stata venduta all’asta per “dodicimila sterline” (Gazzaniga). In letteratura scientifica c’è anche il caso dell’uccello giardiniere, che ha “eccellenti doti” di architetto e artista, in quanto per attirare la femmina costruisce grandi giardini multicolori di steli intrecciati (Ramachandran).

Per ansia, intendiamo una normale risposta innata a una minaccia o all’assenza di persone o di oggetti che assicurino o trasmettano sicurezza. Essa si manifesta in forma sia soggettiva- che va da un accentuato stato di vigilanza al senso di catastrofe imminente- che oggettiva come marcata reattività, stato di irrequietezza, modificazioni neurovegetative (variazione della frequenza cardiaca e della pressione del sangue).
L’ansia può avere un valore di adattamento, preparandoci ad affrontare un potenziale pericolo e a farci superare circostanze difficili. Quando diventa forte e persistente, l’ansia è patologica. Questa patologia inoltre è una componente dei disturbi psicotici e nevrotici.
Il disturbo d’ansia è stato studiato, impiegando modelli animali. L’ansia è una condizione tipicamente umana, ma è stato scoperto che anche animali meno complessi possono apprendere una risposta ansiosa. Forme d’ansia sono state studiate in animali come i ratti e le scimmie. Quello che è sorprendente è la scoperta di Kandel, neuro scienziato e premio Nobel, che anche animali più semplici, come la lumaca marina, “Aplysia”, vanno incontro a modificazioni comportamentali.
In modo simile a quanto avviene nell’uomo, gli animali mostrano comportamenti che evocano l’ansia anticipatoria (la paura). Recenti scoperte mostrano che “qualunque” forma di ansia si manifesta in “qualunque” animale (Kendal). Grande rilievo assumono gli esperimenti condotti sui roditori. Si è scoperto che i cuccioli di topo manifestano comportamenti reattivi alla separazione, consistenti in ripetuti richiami, in un comportamento agitato e di disperazione, nella tendenza a pulirsi compulsivamente il pelo, nella perdita di calore, nella perdita di cibo e nella perdita di stimolazione tattile (Hofer).
Gli esperimenti hanno poi dimostrato che la maggior parte degli animali, tra cui l’uomo, possiede un repertorio di comportamenti difensivi innati. Prima Pavlov poi Freud hanno riconosciuto che l’ansia può essere appresa e acquisita, e conservata tramite la memoria, senza tuttavia escludere il contributo di una predisposizione genetica. Gli animali dunque possono imparare varie forme di ansia come l’ansia anticipatoria e l’ansia cronica.
Non solo il cane e l’uomo, ma la maggior parte dei primati mostrano sintomi di paura e di disgusto nei confronti dei serpenti. L’odio verso i rettili ha un’origine biologica. Questa avversione viene motivata dal fatto che i serpenti evocano una particolare e intrinseca sensazione di repulsione attivata dai sistemi cerebrali di predisposizioni innate. Queste producono ansietà e paura, presentano varie implicazioni di pericolo e di violenza e favoriscono il rilascio di adrenalina, dando l’avvio a comportamenti di fuga o di combattimento.

Sull’ intelligenza e sul processo di apprendimento degli animali in generale, e del cane in particolare, importanza fondamentale assume la scoperta di Pavlov della “reazione condizionata”, cioè dei riflessi psichici. Con questa scoperta, consistente nell’apprendimento di un’associazione da parte del cane tra il suono di una campanella e la comparsa del cibo, aspettandosi il cibo ogni volta che sentiva la campanella, Pavlov diede la spinta allo sviluppo della moderna teoria dell’apprendimento e al movimento behavioristico in psicologia. Egli è perciò considerato lo studioso che dopo Freud ha maggiormente influenzato la psicologia contemporanea.
Gli esperimenti successivi di Tinkelpaugh mostrano che il cervello del primate si è evoluto per fissare “aspettative”. Molti scienziati poi hanno cercato di “decodificare” cosa dicono e cosa provano gli animali quando comunicano. Fin dai tempi di Darwin sappiamo che gli animali provano emozioni. Il cane che abbaia, il gatto che fa le fusa, o una scimmia che urla esprimono emozioni.
Il problema è sapere tuttavia se le nostre interpretazioni riflettono veramente le esperienze soggettive dell’animale. La paura ad esempio è uno stato emotivo che provano molti animali, forse a causa del ruolo “adattativo” nell’evitare i predatori e i rivali (Hagan).
Diversamente dagli esseri umani e dalle scimmie, i topi non possiedono un’espressione del viso tipica della paura. Rispondono immobilizzandosi. Nel processo di addomesticamento, gli animali devono perdere sia la paura degli uomini sia la propria tendenza a essere aggressivi. Osservando gli animali addomesticati come i cani, i gatti e molti animali che vivono nelle fattorie, è emersa una generale riduzione dell’aggressività.
I cani sono creature giocose e nel corso dell’evoluzione hanno utilizzato gesti ludici che guidano il gioco, compresi gli inviti a giocare e il segnale che l’intenzione è amichevole e non aggressiva.
La fiorente ricerca sulla lettura della mente negli animali presenta in proposito un quadro sempre più simile ai comportamenti dei bambini. Esistono analogie sorprendenti nel modo in cui gli animali elaborano come i bambini le azioni e le emozioni.
Cani e uccelli e le specie più vicine come le scimmie mostrano un’attenzione condivisa, una lettura degli scopi e delle intenzioni, nonché dell’uso della vista per tracciare inferenze sulla conoscenza.

Sono stati riscontrati comportamenti intelligenti negli animali, anche se non possono essere assimilati a quelli dell’uomo.
Nelle sue ricerche sui cani, Stanley Coren collega i comportamenti intelligenti dei cani alla lunga convivenza con l’uomo, cioè ad una forma di adattamento funzionale del cane all’uomo.
Si riconosce che forme di ragionamento elementare sono presenti in altri esseri viventi non umani e che forme di comunicazione sono ugualmente presenti in altri esseri viventi non umani. Da ricerche effettuate e da osservazioni empiriche si hanno riscontri precisi su comportamenti, circa intelligenti, diffusi un po’ dovunque nel mondo animale. Questi comportamenti presuppongono una qualche forma di attività da parte di un organo cerebrale che nell’uomo assume il nome di mente.
Oggi, la concezione di molti autori è orientata sulle simmetrie esistenti tra gli esseri viventi più che sulle asimmetrie. Tutti i processi di vita vengono, infatti, assunti come il risultato dell’evoluzione. La quale ha interessato tutti gli esseri del mondo, una linea di continuità che lega e attraversa tutti gli esseri viventi.
Riconoscere tuttavia comportamenti tipicamente “umani” nel mondo animale non deve significare misconoscere ciò che costituisce lo specifico dell’essere dell’uomo. La differenza tra gli esseri del mondo animale è determinata dalla presenza nell’uomo della capacità di pensare e parlare. Capacità che è all’origine del passaggio dell’uomo dall’animalità all’umanità. Una condizione assente nel mondo animale non umano o, se presente, del tutto diversa quanto a modalità di espressione e di apprendimento.
Esistono poi anche notevoli differenze comportamentali e intellettive tra le diverse razze di cani. Alcuni reperti ossei inoltre rinvenuti negli Usa indicano che la convivenza tra umani e cani risale a circa 11 mila anni orsono.
Sussistono diversi livelli di intelligenza nei cani. Coren suddivide l’intelligenza canina in tre categorie: quella istintiva, che il cane possiede dalla nascita; quella di adattamento, che dipende dalla capacità di imparare dall’ambiente e quella di ubbidienza, che è l’equivalente dell’apprendimento scolastico. Esiste anche un altro livello di intelligenza nei cani: la loro abilità a farsi capire e a capirci.
Cè una sterminata letteratura in materia di intelligenza: intendiamo la facoltà di comprendere prontamente, ovvero l’atto di capire, distinguere e risolvere problemi.
Il primo a porsi il problema sull’intelligenza dei cani fu Aristotele, il quale sosteneva che essi differiscono dall’uomo solo nel grado di possesso delle doti mentali, ammettendone così l’intelligenza. Il filosofo greco descrisse fra l’altro il comportamento alimentare delle api e il comportamento riproduttivo dei cefalopodi.
Darwin ha sostenuto che “i sensi e le intuizioni, le varie emozioni e facoltà delle quali l’uomo va fiero, come amore, memoria, attenzione, curiosità, imitazione, ragione eccetera possono essere riscontrate in una fase incipiente e talora persino sviluppata negli animali inferiori”.
Secondo alcuni ricercatori, l’intelligenza del cane non è altro che un insieme di abilità mentali primarie ciascuna delle quali viene considerata come una facoltà a se stante.
Lo psicologo Howard Gardner, a sua volta, distingue sette intelligenze di cui alcune sono possedute anche dal cane.
L’intelligenza spaziale, che consiste nella capacità di avere presente l’organizzazione di quanto ci circonda, come ad esempio, il luogo in cui si trovano gli oggetti o la distanza fra due punti. Il cane sa localizzare oggetti, evitare luoghi pericolosi, trovare la via più breve verso la cuccia, aprire un chiavistello, rammentare dove si trova il suo giocattolo o il guinzaglio.
L’intelligenza corporeo-cinestetica corrisponde alla capacità di muovere il corpo in risposta alle varie situazioni: scrivere, fare sport, cacciare o per quanto riguarda il cane, entrare nei cespugli, salire sulle scale a pioli, partecipare a gare di agilità, ecc.
L’intelligenza interpersonale svolge determinati compiti o ruoli, come per esempio quello di capobranco. Essa si rivela anche quando il cane inizia a socializzare con altri o tenta di comunicare i propri bisogni.
L’intelligenza linguistica. Quando si chiama il cane o gli si dà determinati ordini ci accorgiamo che il nostro cucciolo possiede proprio tale capacità linguistica. Il cane poi riconosce il linguaggio del corpo anche in relazione alle emozioni e alle diverse situazioni sociali. Di fronte a un individuo arrabbiato, si mette quieto o addirittura se ne va.
Le ricerche hanno dimostrato inoltre che le capacità mentali dei cani equivalgono a quelle di un bambino di 2-2,5 anni. I più intelligenti sono considerati i Border Collie, al secondo posto c’è il barboncino e solo al terzo posto il pastore tedesco. Il Doberman occupa la quinta posizione, mentre al Labrador viene assegnato il settimo posto.
I cani possono imparare 165 parole, sono capaci di cantare e di imbrogliare deliberatamente i loro simili e gli umani.
Essi si interessano a quello che pensano gli uomini, sono capaci di osservare un individuo, prestando attenzione a dove sta guardando (Hare). I cani infine hanno senza dubbio capacità sociali migliori di altri animali e sono in grado di capire gli sguardi meglio degli scimpanzé.

Dai tempi della domesticazione, il cane ha servito l’uomo, mettendogli al servizio le sue innumerevoli doti fisiche, psichiche e soprattutto la fedeltà, che rimane un po’ il tratto caratteristico di questa specie.
Il più antico caso di domesticazione degli animali che si conosca risale a oltre 10 mila anni fa, quando resti umani e di cane compaiono per la prima volta nello stesso luogo di sepoltura. La domesticazione presenta una serie di caratteristiche come tendenza ad avere orecchie più flosce, il pelo ondulato o riccio e la coda più corta dei loro simili selvatici. Un’altra sua rilevante conseguenza è la diminuzione delle dimensioni del cervello.
Tutte le questioni esaminate nel presente lavoro confermano dunque che nella ricostruzione del cammino percorso negli ultimi anni le neuroscienze ci forniscono risposte chiare e convincenti, comunque scientificamente verificabili.
Così, sappiamo che ogni animale, come ogni essere umano, ha una sua personalità. Una scoperta sensazionale è che non solo gli animali presentano tratti individuali nel comportamento, ma le variabili caratteriali nel tempo possono mutare. Si assume inoltre che le caratteristiche di personalità- l’individualità- sono modellate e rimodellate da fattori poligenici, dallo sviluppo e dall’esperienza e costituiscono altresì una condizione essenziale per la sopravvivenza di ciascuna specie (Aamodt e Wang).

Riguardo all’amore e al sesso negli animali, gli studiosi parlano di “legame di coppia”, non di amore. Una ricerca tuttavia ha scoperto che l’arvicola della prateria, un piccolo roditore, rimane con lo stesso compagno tutta la vita. Un fatto inconsueto, poiché solo il 3-5 per cento dei mammiferi è monogamo. Entrambi i genitori si occupano della prole e quando un’arvicola rimane sola, di solito rifiuta di prendere un altro compagno.
Il legame di coppia è controllato da due neurotrasmettitori, l’ossitocina e la vasopressina, e si forma anche per mezzo dell’apprendimento condizionato, come ad esempio l’odore del partner. Esistono poi evidenze che mostrano come gli stessi circuiti neurali coinvolti nella creazione del rapporto di coppia siano alla base anche dell’attaccamento delle madri ai figli. Per il legame tra madre e figlio è, infatti, necessaria l’ossitocina.
Le scoperte in questo campo rivelano che oltre all’ossitocina anche i circuiti cerebrali della gratificazione sono elementi importanti sia per il legame di coppia sia nell’innamoramento. Secondo gli studi di Insel sembra che anche le pecore abbiano bisogno di ossitocina per formare l’attaccamento fra madre e prole, mentre i topi no. Fra gli scimpanzé, i legami di coppia sono sconosciuti probabilmente perché le regioni del loro cervello contengono meno recettori per l’ossitocina.
Nel 1992 William Jankowiak studiò 168 diverse culture etnografiche e non trovò nessuna che non conoscesse “l’amore romantico”. Queste ricerche confermano in sostanza quanto sostenuto da William Janes, e cioè che l’amore sia un istinto evoluto per selezione naturale e faccia parte del patrimonio della nostra specie proprio come “il possesso di quattro arti e di una mano con cinque dita”. I dati della ricerca poi provano che sebbene la poligamia sia ammessa nella maggior parte delle società, a prevalere siano le relazioni monogame, e nel fatto che gli esseri umani praticano “cure parentali”.
Nella ricerca delle differenze sessuali le più studiate sono quelle che hanno a che fare con la formazione della coppia. Sono emerse molte somiglianze. Entrambi i sessi desideravano partner intelligenti, onesti, degni di fiducia e cooperativi. Ma sono emerse anche alcune differenze. Le donne preferivano uomini più vecchi di loro, ambiziosi e con uno status alto. Agli uomini piacevano donne belle, giovani e fedeli. Questi studi provano che le somiglianze e le differenze fra i sessi siano universali (Buss). In una indagine sui fattori che determinano il comportamento sessuale negli esseri umani e negli animali, lo psicologo Diamond ha rilevato che i ruoli sessuali non sono il frutto di esperienze precoci, come sostenuto dal suo collega Money, ma innati. “Il più grande organo sessuale si trova- sostiene Diamond- in mezzo alle orecchie e non fra le gambe”. Nello storico e dibattuto confitto eredità-ambiente, la nostra concezione è per il superamento di entrambe le posizioni. Noi sosteniamo che l’identità sessuale è determinata sia da influenze ambientali e socio-culturali che da una base innata, istintiva, genetica.
Il comportamento sessuale è controllato dall’ipotalamo, un’area del cervello importante anche per altre funzioni fondamentali come mangiare, bere e regolare la temperatura corporea. Sembra inoltre che l’attivazione del comportamento sessuale in età adulta dipenda dal testosterone, l’ormone associato alla libido sia nei maschi che nelle femmine, nonché da tutta una serie di modelli comportamentali e di rapporti sociali.
Una ricerca effettuata da scienziati olandesi ha studiato l’attività del cervello durante l’orgasmo con i metodi di neuro imaging. Si è scoperto che in entrambi i sessi durante l’orgasmo si attivava il sistema di gratificazione del cervello e aumentava l’attività nel cervelletto, che di recente è stato collegato “all’eccitazione emotiva e alla sorpresa sensoriale” (Aamodt e Wang).




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lunedì 27 marzo 2017

MORALE DELL'ARMA



"Per ricondurre, ed assicurare viemaggiormente il buon ordine e la pubblica tranquillità, che le passate disgustose vicende hanno poco turbata a danno de' buoni, e fedeli sudditi Nostri, abbiamo riconosciuto essere necessario di porre in esecuzione tutti que' mezzi, che possono essere confacenti per iscoprire, sottoporre al rigor della Legge i malviventi, e male intenzionati, e prevenire le perniciose conseguenze, che da soggetti di simili sorta, infesti sempre alla società, derivare ne possono a danno de' privati, e dello Stato. ( .. ) E per avere con una forza ben distribuita i mezzi più pronti, ed adatti, onde pervenire allo scopo, che ce ne siano prefissi, abbiamo onde ordinata la formazione, che si sta compiendo, di un Corpo di Militati per buona condotta, e saviezza distinti, col nome di Corpo de' Carabinieri Reali, e colle speciali prerogative, attribuzioni, ed incombenze analoghe al fine che ci siamo proposti per sempre più contribuire alla maggiore felicità dello Stato, che non può andare disgiunta dalla protezione, e difesa de' buoni e fedeli Sudditi nostri, e dalla punizione de' rei".
(Norma originaria Regie Patenti del 13 luglio 1814.)

La Morale è l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni; l’Etica è la pratica, la modalità della loro applicazione. E’ difficile dare una definizione dell’etica perché l’etica non è solo morale ma soprattutto propensione a fare il bene, a preoccuparsi degli altri. Essere etici non significa solo fare ciò che si deve fare, ma farlo al meglio, cioè bene.
La filosofia morale in genere ascrive la capacità di distinguere il bene dal male ad alcune facoltà umane: la ragione, l’ispirazione, l’intuizione e la coscienza soprattutto. E ascrive la capacità di attualizzare un comportamento etico alla volontà, intesa come capacità di dominare la propria natura e di perseguire delle scelte.

Tutte queste facoltà, in effetti, funzionano ma a condizione che siano state educate e programmate in modo corretto. A condizione cioè che si sia ricevuto un insegnamento dell’etica e della morale, la cui funzione, come ha sostenuto Mancuso, è proprio quella di insegnarci “cosa fare e come fare” e di semplificare la nostra esistenza che di per sé presenta una complessità elevata. In altre parole di fornirci una “mappa” per poterci orientare.

L'indirizzo di comportamento morale dei Carabinieri appare ufficialmente per la prima volta nella lettera che il 6 dicembre 1822 il maggiore generale Giovanni Battista D'Oncieu de la Bàthie, Ispettore Generale dell'Arma (Comandante Generale), diresse al colonnello Giovanni Maria Cavasanti, comandante effettivo dei Carabinieri, per accompagnare il primo Regolamento Generale. La lettera così esordiva:
"Ho l'onore di trasmetterle un gran numero d'esemplari delle Regie Patenti del 12 ottobre p.p., e del Regolamento generale, approvato con lettere-patenti di S.M. in data del 16 di detto mese, relativo al servizio de' Carabinieri Reali in tutti gli Stati di S.M..
Mi valgo di questa circostanza importante, attesi i favori dei quali S.M. volle ricolmare questo degno Corpo, di cui affidò a V.S. ill.ma il comando, per riunirvi una Istruzione analitica, destinata a servire di norma ai bravi Militari che lo compongono".

" Indipendentemente dalle girate d'ispezione prescritte, dovranno gli Uffiziali visitare, più spesso che sarà loro possibile, le Stazioni sotto il loro immediato comando, e sotto la loro diretta invigilanza.
Devo qui ricordare ai signori Uffiziali, che se essi trascurassero questa parte così sostanziale dei loro doveri, dovressimo temere di vedersi introdurre nel servizio degli abusi condannevoli.
Quando un Uffiziale sarà convinto intimamente, che esso è risponsabile della condotta e del servizio de' Militari posti sotto i suoi ordini, e che da ciò dipende il suo onore e quello del Corpo, sentirà sicuramente la necessità di una vigilanza esatta sulla condotta degli uomini affidati alla sua istruzione e direzione in tutte le parti del servizio.
Questa invigilanza è tanto più necessaria, in quanto che il Corpo, che ha subito una grande variazione, e un aumento di forza, si trova in questo momento con un gran numero di reclute, che conviene istruire per renderle capaci e degne di un'Arma così distinta, e che ha resi servizi così importanti allo Stato".

Al concetto che segue si ispirerà costantemente, seppur variamente, la normativa essenziale dell'Arma:
"Il servizio della sicurezza pubblica, che più particolarmente è confidato al Corpo de' Carabinieri Reali, impone ai Militari che lo compongono, degli obblighi, i quali l'interesse generale, e la sicurezza dello Stato far loro apprezzare.
Se per una parte sono armati per raffrenare i buoni; con l'urbanità delle loro maniere concilieranno l'amore ed il rispetto al Governo che gl'impiega, e la stima generale sarà la ricompensa della loro buona condotta, egualmente che ogni volta che adempiranno ai loro doveri con esattezza e nel modo indicato dal regolamento generale, saranno accompagnati dalla pubblica considerazione".

"Conservino, lo ripeto, i Carabinieri Reali tutto il loro coraggio per prevenire, attaccare, arrestare ed inseguire i malviventi che sono denunciati, e per l'arresto de' quali o sono stati richiesti dalle Autorità, o sono autorizzati ad eseguirne il fermo dalle leggi e dalla natura stessa del loro servizio.
In tali casi devono essi farsi temere; ma quando si tratta di proteggere e mantenere la tranquillità fra i pacifici abitanti, devono allora farsi amare; senza del che giammai potranno acquistarsi quella stima, e quella considerazione, che così li precederà in tutte le loro operazioni, li faciliterà il buon successo, e li metterà in situazione di prestare dei servizi tanto importanti allo Stato, quanto preziosi alla gloria del Corpo distinto, del quale fanno parte".

Le direttive impartite dal generale D'Oncieu vennero integrate nel Regolamento - composto di ben 631 articoli, intesi ad ordinare minutamente la vita interna del Corpo - da norme di vero e proprio indirizzo morale, come quelle di cui all'art. 471 relative ai doveri religiosi, particolarmente severe, e quelle dell'art. 526 poste a base dell'intero Capitolo III sulla Disciplina e che meritano di essere riportate nella loro parte introduttiva:
Art. 526 - "La disciplina, base principale dell'ordine in ogni milizia, deve dal Corpo dei Carabinieri Reali essere considerata come elemento che lo sostiene. Suddiviso per l'istituzione sua in tutti i punti dello Stato, questo Corpo non saprebbe esistere se non trovasse nella costante emulazione, nella cieca obbedienza, nella stretta unione, nella mutua considerazione e rispetto, nell'illimitato amore dell'ordine, quell'uniformità di sentimenti, quello spirito di corpo, che quantunque separati dal centro, vi tiene tutti i membri moralmente uniti, e ne conserva l'intera forza.
Pertanto da questi principi fondamentali, ed invariabili, ogni militare del Corpo stabilisce su di essi la base di tutte le sue azioni; è geloso di conservare quella riputazione, che, anche in genere di disciplina, si è l'Arma acquistata, e che contribuisce cotanto a renderne efficace l'istruzione, mentre scrupolosamente eseguisce i propri doveri, ne cura ad un tempo l'adempimento altrui coll'esempio, colla vigilanza e con severa repressione".
I decenni che seguirono al 1822 sino alla promulgazione del secondo Regolamento Generale (1892) furono estremamente impegnativi per i Carabinieri, sia riguardo al loro impiego nelle tre Guerre Indipendenza, nella campagna di Crimea, nella lotta contro il brigantaggio, nella conquista di Roma e nelle missioni all'estero, soprattutto nel decennio di Creta, sia per le notevoli responsabilità di carattere istituzionale che vennero ad incombere su di essi, in particolare nell'organizzazione dei comandi territoriali dell'Arma nelle regioni via via annesse al Regno d'Italia.

Di pari passo con tali vicende si svolse intensamente l'attività direttiva dei Comandanti Generali, dei generali dipendenti e dei comandanti di Legione, ma già l'Arma aveva raggiunto un tale grado di compattezza morale, da far sì che la "nota preliminare" al Regolamento Generale del 1892 si limitasse alle seguenti istruzioni, rivolte ai comandanti di Legione:
" In omaggio all'iniziativa che spetta a chi è rivestito d'una carica così importante, qual'è quella del comando di una legione, si è evitato di scendere a troppi particolari, per affermare nei comandanti il diritto e il dovere di applicare il Regolamento nello spirito che lo informa, secondo le circostanze, nell'interesse dell'istruzione della truppa e degli ufficiali, e del buon andamento del servizio.
La larga iniziativa lasciata ai capi include per essi lo stretto dovere di lasciarne, nella debita proporzione, e in ragione del grado ai loro dipendenti.
Non è già col prescrivere minutamente i procedimenti dell'istruzione e l'andamento delle operazioni di servizio che deve esplicarsi l'azione direttiva di comandante di corpo. Procedere in questo modo è fare opera dannosa, perché, non lasciando mai campo agli inferiori di regolarsi secondo il proprio criterio, si riducono a meccanici esecutori di quanto è loro ordinato.
La prontezza nel decidere, il sapere operare secondo il proprio giudizio, anche quando manchino gli ordini o quelli ricevuti non corrispondano più alla situazione, il sapere affrontare coraggiosamente la responsabilità delle proprie risoluzioni - doti essenziali in chiunque sia rivestito d'un comando - non possono svilupparsi là dove tutti siano stati abituati a operare secondo prescrizioni intese a regolarne ogni minimo atto.
Nelle varie istruzioni ed operazioni dev'essere con ogni cura sviluppato negl'inferiori questo sentimento dell'iniziativa. E' uno dei doveri più importanti d'un comandante di corpo. Siano agl'inferiori ben definiti gli scopi da conseguire, sia loro affidata tutta la responsabilità della riuscita, e non se ne restringa in alcun modo la libertà di azione nella scelta dei mezzi.
La responsabilità è un grande incitamento a operare e a porre nell'adempimento dei propri doveri tutta l'attività di cui si è capaci; l'abitudine invece di aspettare che tutto sia regolato dall'alto, anzi che educare e ritemprare il carattere, lo infiacchisce".

La "nota preliminare" che accompagnò il successivo Regolamento Generale dei 1912, dopo avere ribadito per i comandanti di Legione il dovere "di lasciare a ciascuno dei propri dipendenti libertà d'azione corrispondente alle attribuzioni ed alle responsabilità di ognuno", introdusse norme che per la prima volta accomunarono ai doveri del comandante le prerogative morali del semplice carabiniere. Emergono infatti nella "nota preliminare" i seguenti principi:
"Uno stesso compito si può eseguire egualmente bene in modi assai differenti, e perciò quello prescelto dall'inferiore non deve essere censurato, purché sia razionale, quand'anche non sia conforme al modo che si sarebbe preferito.
Nelle varie istruzioni ed operazioni il superiore oltre a sviluppare negli inferiori il sentimento dell'iniziativa deve ricordare che uno dei principali scopi cui deve tendere l'educazione militare, è quello di inculcare la coscienza della dignità personale, e del proprio valore come uomo e come soldato, nonché la necessaria fiducia nei compagni e nei capi. Deprimere tali sentimenti con parole o con atti, è fare uso riprovevole della propria autorità.
Alla perseveranza il superiore deve aggiungere l'energia e l'inflessibilità nell'esigere sempre e con lo stesso rigore l'osservanza di quei principi e di quelle norme che all'inferiore ha additate fin dal giorno in cui fu posto alla sua dipendenza.
Ma ciò sempre con quella calma severa, che non minaccia mai, che neppure perdona il poco zelo o la malavoglia, e che per la sua costanza ed immutabilità ispira appunto profondo rispetto e fa l'inferiore arrendevole per intimo convincimento.
La responsabilità è un grande incitamento ad operare ed a porre nell'adempimento dei propri doveri tutta l'attività di cui si è capaci. Epperciò anche il semplice carabiniere deve essere intimamente compreso che gli è personalmente ed unicamente responsabile delle sua azioni individuali, sia in servizio che fuori semizio e che egli, quale individuo pienamente cosciente, deve sapersi dirigere e moderare senza l'intervento superiore, la cui tutela, ove fosse resa necessaria, verrebbe a menomare la sua personalità.
Nell'accertamento pertanto di infrazioni o di irregolarità individuali, si dovrà evitare, in tesi generale, di far risalire la responsabilità ai superiori dei manchevoli, tranne che Le mancanze rilevate dimostrino evidente trascuratezza e men buono indirizzo per parte dei superiori stessi.
Affinché il lavoro degli ufficiali e militari tutti produca buoni frutti è necessario che sia fatto con lieto animo.
E ciò si ottiene quando il superiore nell'esigere dai sottoposti lo scrupoloso adempimento dei loro doveri, dia prova di stima e di riguardo; quando faccia in modo che vi sia varietà nelle occupazioni, che queste abbiano scopi ben definiti e chiari, e quando infine a ciascuno, entro la cerchia delle sue attribuzioni, lasci campo di liberamente esercitare il proprio criterio.
A tale uopo converrà tener presente che l'affiatamento completo ed il sentimento di devozione si ottengono solo quando il superiore dimostri costantemente di immedesimarsi dei bisogni degli inferiori; di preoccuparsi del loro benessere sostenendoli paternamente, nel limite del giusto, nella lotta difficile ch'essi quotidianamente incontrano per l'esatto adempimento dei loro doveri".



I principi di cui sopra, stabiliti quasi alla vigilia del primo Centenario dell'Arma, costituiscono un testo che sembra tradurre l'eredità ideale raccolta nel corso di un secolo per trasmetterla alle generazioni successive dei Carabinieri. Tali principi furono infatti ricalcati nella "Premessa" al Regolamento del 11 Settembre 1953 e conservati sostanzialmente nella "Premessa" di quello vigente, che così li conclude:
"Affinché il lavoro degli ufficiali e dei loro dipendenti sia fecondo di risultati positivi è necessario che sia svolto con animo lieto, in un clima di serenità e comprensione. E ciò si ottiene quando il superiore, nell'esigere dai sottoposti lo scrupoloso adempimento dei loro doveri, dia prova di stima, di fiducia e di riguardo; quando faccia in modo che vi sia verità nei compiti, che questi abbiano scopi ben definiti e chiari; quando dia a ciascuno, entro i limiti delle sue attribuzioni, libertà di operare secondo il proprio criterio: invero, l'affiatamento completo e il sentimento di solidarietà militare si ottengono soltanto quando il superiore riesce ad esaltare le energie dei dipendenti ed a sorreggere coloro che lavorano nel campo delle responsabilità; a rendersi esatto conto dei loro lavoro e delle difficoltà incontrate e superate, intervenendo soltanto se c'è qualcosa da correggere o migliorare; ad immedesimarsi dei loro bisogni ed a preoccuparsi del loro benessere; a sostenerli paternamente nella difficile e nobile fatica quotidiana che essi affrontano per l'adempimento del loro dovere".

La Costituzione contiene principii che non hanno prodotto però conseguenze immediate sulle norme regolamentari.

All'art. 11 si afferma che:

« L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»

All'art. 52 si statuisce che

« La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. »
All'art. 54 si precisa che:

« Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge. »
Infine l'art. 103 dispone:

« I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate. »
Il regolamento del 1964, che per la prima volta si rivolge a tutte le forze armate italiane, sancisce nella sua Premessa che esse "... sono istituite per difendere sino all'estremo l'onore e l'indipendenza della Patria combattendo ovunque venga ordinato e per tutelare in obbedienza agli ordini ricevuti le istituzioni e le leggi nazionali".

L'Avvertenza pubblicata in calce al Regolamento precisava "Il Regolamento di disciplina militare è il codice morale delle Forze armate ed enuncia i principi ed indica i metodi per creare e rafforzare una sostanziale disciplina. Esso deve essere riconosciuto, meditato ed osservato da tutti i militari, soprattutto da quanti rivestono un grado ed hanno missione di educatori. I principi morali e disciplinari dettati dal presente Regolamento formano la base e la forza dell'istituzione militare."

Dal punto di vista della dottrina, la Premessa al Regolamento del '64 così argomenta:

"... Le Forze armate, per evitare ogni possibile incrinatura nella propria compagine e per esercitare imparzialmente le alte funzioni derivanti dai doveri istituzionali, debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche.
L'azione di tutte le Forze armate deve essere pronta e concorde, e perciò le attribuzioni e i doveri di ciascun elemento della gerarchia militare debbono essere definiti con regole certe ed inviolabili.
Nella osservanza di queste regole consiste la disciplina militare.
Essa è principale virtù delle Forze armate e primo dovere del militare di ogni grado.
La storia di tutti i tempi e di tutte le nazioni prova che nella disciplina, assai più che nel numero, sta la forza delle istituzioni militari.
La disciplina si infonde in tempo di pace e si mantiene salda in tempo di guerra mercé la diligente e costante abitudine di osservarne i precetti."
Sulla base dei principi enunciati nella Premessa e nell'Avvertenza - inedite formule per un Regolamento promulgato con Decreto del presidente della Repubblica - si struttura un modo nuovo, e forse ritenuto più democratico, di concepire l'essere militare. È così che nelle numerose scuole militari delle Forze armate, dell'Arma dei Carabinieri, del Corpo della Guardia di Finanza e del Corpo degli Agenti di Custodia si cerca di insegnare una nuova Etica militare la cui dottrina si svilupperà a fatica. In particolare modo, si incentrerà l'impostazione formativa sull'educazione all'obbedienza, dai massimi istituti formativi per gli ufficiali (Accademie, Scuole di Applicazione e scuole per allievi ufficiali di complemento), alle scuole sottufficiali ed ai reparti di addestramento per le truppe.

Secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, quella degli anni '60 e '70 fu una società militare disorientata che non intravedeva possibilità di impiego professionale (la guerra), che costituiva comunque un enorme serbatoio occupazionale, che vedeva la classe ufficiali annoverare sempre più elementi provenienti dai ceti medio-bassi, anche loro afflitti da problemi di sostentamento economico.

L'ondata terroristica degli anni '70 - '80 rese ancor più problematici gli arruolamenti talché anche i criteri di selezione furono resi più "elastici". Le Forze armate divennero veramente un esercito di popolo che nel 1978 richiederà con forza cambiamenti radicali.

Nel 1981 il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza fu smilitarizzato e convertito nella Polizia di Stato, e successivamente si ebbe la smilitarizzazione del Corpo degli Agenti di Custodia, convertito in Polizia Penitenziaria.

Da ultimo, in ordine di tempo l'art. 1 della legge 11 luglio 1978, n. 382 afferma che:

Le Forze armate sono al servizio della Repubblica; il loro ordinamento e la loro attività si informano ai principi costituzionali.
Compito dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica è assicurare, in conformità al giuramento prestato ed in obbedienza agli ordini ricevuti, la difesa della Patria e concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e al bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità.
Quanto all'evoluzione dei doveri che incombono sul soldato, Dio, Re e Patria erano i valori fondamentali cui si riferivano i regolamenti del 1859 e 1872. Il primo conteneva una lunga elencazione di doveri che violavano la sfera personale dei singoli e fissavano, una per una, le norme di comportamento della vita familiare, la religione, l'uso delle proprie cose. Sovrano e Patria erano un bene supremo ed inscindibile. Il Regolamento del '64 si presentava invece come una previsione di doveri di carattere generale afferenti al solo status militare ed il dovere di "obbedienza", prima "assoluta", è divenuta "pronta, leale e rispettosa".

Questi schemi organizzativi legati al passato ed i relativi precetti etici vengono accantonati nel 1978: infatti le norme di principio, prima dei doveri, trattano dei diritti costituzionalmente garantiti al cittadino-soldato, non più soldato-suddito.

Tutte queste situazioni relative alle modifiche ordinative, normative e strutturali dello strumento militare vennero inesorabilmente ad incidere sui riferimenti classici dell'Etica militare propria della società militare italiana: la Patria, la Bandiera, il Giuramento, la Disciplina militare, l'Onore e le Tradizioni militari.

Secondo Gianalfonso D'Avossa la condizione militare è "un modo di essere, fatto di scienza ed arte, di poesia e di forza, di pensiero (la missione) ed azione (la professione) in un rapporto dialettico con la società nella quale e per la quale si opera". E nella condizione militare si possono evidenziare due componenti, una tecnica ed una morale. Da queste due componenti, radicalmente opposte, si ottengono le connotazioni peculiari del professionista militare, come dirigente militare, la cui etica è di matrice tecnica, e quella di "capo per vocazione", la cui etica è di matrice eroica.

Il primo fattore, quello tecnico, deriva principalmente dalla modernizzazione crescente dei mezzi, strumenti ed armi in dotazione. Lo sviluppo tecnologico dello strumento militare ha favorito la crescita della specializzazione militare in un contesto in cui il mezzo tecnico sembra prendere il sopravvento sull'uomo.

Gli stessi valori di autorità e gerarchia hanno acquisito nuove valenze rispetto al sistema tradizionale. Se prima per avere autorità bastava avere una carica come fosse una investitura divina, oggi ciò non basta. Per avere autorità bisogna anzitutto dimostrare di possedere i requisiti giusti ed essere all'altezza della situazione.

La professionalità richiede un aggiornamento continuo per mantenersi al passo coi tempi e la specializzazione spinta porta ad una frammentazione della società militare.

Il militare oggi percepisce sempre meno la specificità del gruppo sociale al quale appartiene e sembrerebbe addirittura che la disciplina e militarità abbiano minore importanza rispetto alla specializzazione ed alla professionalità.

In questo modo il fattore tecnico incide sulla società militare modificando le strutture ed ingenerando l'individualismo. Tutto ciò porta all'identificazione di un modello nel quale si ritiene superata la militarità.

Questa "civilizzazione" progressiva ha portato di fatto ad alcuni aspetti quali la sindacalizzazione, l'orario di servizio con lo straordinario ed il superamento del tradizionale sistema dei rapporti gerarchici.

Il secondo modello di riferimento sottolinea invece la specificità dell'etica militare e la prevalenza del fattore morale, imperniato sui valori etici della lealtà, del coraggio, del rigore morale, del senso del dovere, del rispetto dei diritti e della dignità umana, del sereno e generoso spirito di dedizione al prossimo.

Così, va sottolineato che al militare, unico caso tra tutte le professioni, può essere richiesto quando le circostanze lo rendano necessario il sacrificio della vita: è noto che a nessuno ed in nessuna professione può essere imposto tale obbligo.

Il militare pertanto ha bisogno di credere in quei valori originali della sua missione al servizio del paese e della collettività ed ovviamente l'interesse generale deve prevalere sul suo interesse personale ed immediato.

In sintesi il militare non può essere solo un cittadino cui sono state consegnate delle armi. La sua condizione è diversa da quella delle altre professioni perché implica l'adesione integrale a quel sistema di valori tradizionali che sono alla base della solidarietà e della capacità combattiva.

Sostiene sempre il D'Avossa che questo modello caratterizzato dalla specificità della condizione militare contiene tranquillamente il primo perché non può esistere specificità senza professionalità. La deontologia della professione militare quindi è nello stesso tempo diversa e più complessa delle altre. Essa implica infatti uno stile di vita che si fonda su un sapere tecnico-scientifico, come qualsiasi altra professione, ma in più poggia sui valori etico-morali e culturali e su principi di comportamento del tutto particolari. Sono propria questa ampiezza della deontologia e la valenza dei suoi contenuti che fanno del militare un servitore dello stato molto speciale. Il militare si distingue per disponibilità personale, per l'atemporaneità e spazialità del suo impiego che mettono in risalto il più autentico spirito di servizio e la solidarietà nei confronti della collettività.


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sabato 1 ottobre 2016

PREGIUDIZI

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È più difficile disintegrare un pregiudizio che un atomo.
Albert Einstein

Un pregiudizio è generalmente basato su una predilezione immotivata per un particolare punto di vista o una particolare ideologia. Un tale pregiudizio può ad esempio condurre ad accettare o rifiutare la validità di una dichiarazione non in base alla forza degli argomenti a supporto della dichiarazione stessa, ma in base alla corrispondenza alle proprie idee preconcette. Senza quindi alcuna riflessione.

Ciò non significa che sia necessario, prima di affrontare qualsiasi questione, liberarsi da ogni pregiudizio, ma solo che di ogni proprio pregiudizio vada assunta piena consapevolezza, al fine di relativizzarne il peso e di abbandonare ogni insostenibile pretesa di verità a priori. Solo così è possibile instaurare un dialogo tra religioni diverse nel quale gli interlocutori non debbano rinunciare alle proprie più genuine e marcate posizioni: i punti di incontro non vanno trovati a scapito delle irrinunciabili e manifeste incompatibilità, e tuttavia il dialogo è possibile proprio perché nessuno crede che la propria verità renda menzogna quella dell'altro.

Nel linguaggio della psicologia sociale, quando si parla di pregiudizi ci si riferisce a un tipo particolare di atteggiamenti. Propriamente sono atteggiamenti intergruppo, cioè posizioni di favore o sfavore che hanno per oggetto un gruppo e si formano nelle relazioni intergruppo. Il pregiudizio può essere analizzato da un punto di vista antropologico perché nasce dal comune modo di approcciarsi verso la realtà. Fa parte quindi del senso comune, che è quella forma di pensiero e di ragionamento che appartiene a una cultura e ne plasma la produzione culturale in modo inconsapevole.

Si può dire anche che i pregiudizi sono culturali nel senso che variano da cultura a cultura. Ad esempio gli europei hanno determinati pregiudizi nei confronti delle qualità fisiche e psicologiche delle etnie di pelle nera. Molte tribù africane, all'opposto, pensano che gli europei siano portatori di stregoneria nella loro terra. Inoltre vi sono basi psicologiche perché è un pensiero che si basa sulle paure e le fobie del singolo individuo. Ad esempio, un pregiudizio può portare al razzismo, perché si ha paura dell'altro, dell'altra cultura, specie quando la si conosce poco. Dunque l'ignoranza in un determinato campo porta al pregiudizio.

In sociolinguistica il termine pregiudizio assume che l'uso di una certa variante linguistica o di una certa varietà di lingua ci consente di esprimere una valutazione su altri aspetti della personalità dell'individuo con cui stiamo dialogando. Queste maniere differenti di dire la stessa cosa possono assumere un grande significato sociale.

Nella filosofia della scienza il termine "pregiudizio" ha a che fare con quei fattori psicologici che alterano gli esperimenti di verifica delle ipotesi.
All'interno delle scienze sociali, Walter Lippmann, intorno al 1920, promosse il termine stereotipo nei suoi scritti relativi al pregiudizio.

Alla base di atteggiamenti non basati sull'esperienza diretta vi sono spesso stereotipi e pregiudizi.

Per la psicologia sociale uno stereotipo corrisponde a una credenza o a un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone.

Gli stereotipi assomigliano molto dunque a degli schemi mentali e quando per valutare o prevedere il comportamento di una persona ricorriamo a degli stereotipi, questo tipo di ragionamento ricorda molto quanto detto a proposito delle euristiche: utilizzando uno stereotipo per valutare una persona noi non facciamo altro che utilizzare come scorciatoia mentale l'ipotesi che chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria.

D'altra parte uno stereotipo non si basa su una conoscenza di tipo scientifico, ma piuttosto rispecchia una valutazione che spesso si rivela rigida e non corretta dell'altro, in quanto attraverso gli stereotipi si tende in genere ad attribuire in maniera indistinta determinate caratteristiche a un'intera categoria di persone, trascurando cioè tutte le possibili differenze che potrebbero invece essere rilevate tra i diversi componenti di tale categoria. Occorre tuttavia ricordare che non necessariamente tutti gli stereotipi sono negativi: ad esempio, lo stereotipo che gli anziani hanno i capelli bianchi non ha una connotazione negativa, e se utilizzato tenendo conto che possono anche esistere eccezioni, può anche rivelarsi un'utile strategia cognitiva. In effetti se considerati come delle generalizzazioni che possono rivelarsi approssimative, gli stereotipi dimostrano di potersi rivelare, così come gli schemi mentali, delle valide strategie mentali.

Può essere utile riflettere sul come e sul perché tendiamo a creare degli stereotipi, anche se spesso essi si rivelano nient'altro che concezioni errate. In parte molti dei nostri stereotipi sono mutuati culturalmente (come quelli legati alla differenza uomini/donne, oppure relativamente al carattere o ai difetti di certe popolazioni), e ci spingeranno ad etichettare certi atteggiamenti in maniera diversa a seconda dell'attore coinvolto per rimanere coerenti con lo stereotipo di base. Gli studi sulla memoria hanno anche dimostrato come tendiamo a ricordare meglio e con più precisione episodi che confermano le nostre credenze e a dimenticare o sfumare quelli che le contraddicono; inoltre, dal punto di vista cognitivo, le persone tendono a dare un peso maggiore alle prove che confermano le proprie ipotesi piuttosto che a quelle che le contraddicono.

Similare alla connotazione più negativa di uno stereotipo, in psicologia un pregiudizio è un'opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni. Il significato di pregiudizio è cambiato nel tempo: si è passati dal significato di giudizio precedente a quello di giudizio prematuro e infine di giudizio immotivato, di idea positiva o negativa degli altri senza una ragione sufficiente (il pregiudizio è in tal senso generalmente negativo). Bisogna anche distinguere il concetto errato dal pregiudizio: un pensiero infatti diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze.



Spesso il nutrire pregiudizi relativamente a determinate categorie di persone porta a modificare il nostro comportamento sulla base delle nostre credenze, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui ipotesi formulate sulla base di pregiudizi si verificano (profezie che si autoavverano). Naturalmente questi comportamenti porteranno poi al rafforzamento degli stereotipi stessi.

Eliminare i pregiudizi non è un'impresa facile, in quanto sono determinati da una serie di concause che hanno le loro radici nel sociale e possono quindi vantare una forte influenza sugli individui. Favorire contatti tra gruppi diversi, migliorare la conoscenza delle persone che per qualche motivo vengono percepite come “diverse” può servire a ridurre i pregiudizi, ma naturalmente occorre che le persone siano effettivamente disposte a rivedere le proprie convinzioni.

Nel manuale di psicologia sociale di Kenneth J. Gergen e Mary M. Gergen, il pregiudizio viene considerato un atteggiamento e quando questo atteggiamento si traduce in un comportamento specifico si può parlare di discriminazione.
Uno dei risultati dei meccanismi di discriminazione è che le persone contro cui essa è diretta possono sperimentare un abbassamento dell’autostima, ovvero un senso di inferiorità. Chi è vittima della discriminazione può anche sviluppare una volontà di fallire, può voler evitare, cioè, la possibilità di aver successo in una competizione.
Secondo le ricerche e gli studi più aggiornati, il pregiudizio viene acquisito durante l’infanzia o in qualsiasi periodo della vita, e il fatto che cresca o diminuisca col tempo dipende da circostanze storiche. Le esperienze fatte nei primi anni di vita possono essere responsabili di buona parte dei pregiudizi che si trovano negli individui adulti. Ma i pregiudizi possono insorgere in qualunque momento dell’arco di una vita. Buona parte di questi si forma, quando un adulto viene punito da un altro in qualche modo. Quando la gente rimprovera ingiustamente gli altri delle proprie difficoltà, si crea il fenomeno del capo espiatorio. Anche la competizione fra i gruppi può svolgere un ruolo fondamentale nella manifestazione dei pregiudizi e della discriminazione. Inoltre le differenze fra le persone alimentano ancor di più i pregiudizi e una delle ragioni è quella che le persone giudicate diverse rappresentano una minaccia alla propria autostima. Per quando riguarda la persistenza dei pregiudizi sono tre i fattori presi in considerazione: i valori comuni, la consapevolezza dell’appartenenza al gruppo e i giudizi sociali (le etichette).
Il sociologo olandese Van Dijk diffonde la tesi che il discorso e la comunicazione costituiscono una modalità di fondamentale importanza nella riproduzione sociale del pregiudizio.  Poiché nelle moderne democrazie capitalistiche la classe al potere ha un continuo bisogno di legittimazione e di approvazione, l’ideologia, secondo il sociologo olandese, rappresenta quello strumento che permette di riprodurre i processi di persuasione e di creare un saldo consenso intorno alle decisioni. L’ideologia razzista come manifestazione esplicita del pregiudizio etnico risulta essere una diretta emanazione delle élite al potere. Sono proprio queste élite, infatti, a detenere sia il potere materiale che il potere simbolico, una sorta di controllo mentale esercitato per lo più attraverso il discorso. Queste élite simboliche, come le definisce il sociologo Van Dijk, sono anche le artefici del consenso etnico dominante; esse non comprendono solamente la classe economicamente o politicamente più forte ed influente, ma inglobano rappresentanti del mondo accademico, dell’editoria, della cultura ecc. E’ per questo che Van Dijk afferma che “al di là dei rapporti di classe, la riproduzione del potere razzista coincide con la riproduzione del potere del gruppo bianco nel suo insieme”.
Così in tutti i paesi dove il gruppo bianco riveste una posizione di potere, il pregiudizio ed il razzismo sembrano essere confezionati, o come afferma Van Dijk preformulati, dalle classi dominanti per mantenere in una posizione marginale le classi subalterne, sia bianche sia di colore.

L’educazione è considerata un sistema fondamentale di controllo dei pregiudizi. L’educazione può trasmettere informazioni sui gruppi sociali, sul retroterra storico dei problemi attuali, etc. Grazie ad una maggior esposizione a questo tipo di informazioni si dovrebbe sviluppare una maggiore accettazione degli altri. Infine il risveglio delle coscienze ovvero l’aumento del grado di consapevolezza sociale di certi problemi può essere un rimedio al pregiudizio. Le ricerche mostrano che i partecipanti al processo chiamato “risveglio delle coscienze” sviluppano spesso un comportamento attivo verso il mondo accompagnato ad un alto grado di impegno nella realizzazione dei propri progetti e ad una rivalutazione dell’autonomia e dell’indipendenza.
Il pregiudizio appare oggi radicato nei livelli più nascosti della vita sociale, nel privato; viene in un certo senso dato per scontato attraverso l’esaltazione dell’appartenenza etnica, religiosa, culturale e perfino geografica.



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