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mercoledì 8 luglio 2015

SONICO

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Sonico è un comune  della Val Camonica, il suo territorio comunale si estende dall'ultima parte della media Val Camonica superiore all'iniziale alta Val Camonica, che è caratterizzata dalla linea Insubrica.

Il nome ha origini abbastanza incerte tant'è che gli studiosi di toponomastica hanno espresso più tesi: la più accreditata è quella di una derivazione da "summus vicus" già presente in altre antiche denominazioni di vari paesi della Valle Camonica (Sommaprada, Sellero ecc ecc), potrebbe altresì derivare dell'aggettivo "Iustionicus", tratto a sua volta dal nome personale "Iustio". Da non scartare pure la tesi che fa derivare Sonico dal sostantivo medievale "Tzònec" che identificava in genere gli abitanti di una zona recintata o fortificata. Con analogo significato di "recinto" o zona cintata sono le antiche voci, iberica "düno" e germanica "dönk", che nella parlata comune possono essere facilmente passate poi a "Süno" o "sönoc".

La presenza in zona di antichissimi insediamenti umani o il passaggio di gruppi di uomini preistorici, forse cacciatori che si erano spinti in alta Valle Camonica o che erano scesi dalla non lontana Valtellina, seguendo la cacciagione in fuga, è attestata da alcuni utensili in selce ma specialmente da belle incisioni rupestri che sono state individuate sul (Còren de le fàte) Corno delle Fate, a circa 800 m. di quota.

La posizione elevata e panoramica del paese di Garda, da cui si domina un vasto tratto della valle sottostante, dovette essere il motivo principale perché nella zona venisse insediato, già in epoca pre-romana, un recinto fortificato, un castelliere o una torretta di avvistamento per il controllo visivo dell'alta Valle Camonica: dalla zona che inizia alla "strettoia" sopra Cedegolo, alla impervia valle di Paisco, fino ad oltre Edolo.
Anche i Romani, dopo la conquista della Valle Camonica, nel 16 a C., posero nella zona un punto di cambio cavalli, forse custodita e sorvegliata da una piccola guarnigione o impiantarono una stazione di posta. La loro presenza è chiaramente attestata anche dai resti di un ponte che, venuto alla luce durante l'alluvione del 1960, in località Dassa (dove sorge un altro ponte sull'Oglio, molto più recente, e un sovrappasso ferroviario che, nel 2010, è stato inagurato per evitare una strettoia, sulla SS42, che aveva creato per decenni un strozzatura alla viabilità di tutta l'alta Valle Camonica), è caratterizzato da un arco a sesto ribassato e da pietrame locale con conci fortemente e saldamente incuneati tra loro.
Una prima certa documentazione dell'esistenza di un centro abitato (vicus), dove oggigiorno sorge il borgo di Sonico, è posteriore alla dominazione Longobarda e successivo alla conquista Carolingia: nell'anno 842, Autchari, in accordo con il fratello germano Alcario, "Duchi dell'alta Valle Camonica", investirono il ricco monastero di San Ambrogio di numerosi beni, vaste proprietà e servizi sulle terre di Sonico: il documento diomostrava che i Longobardi, in circa 400 anni di dominazione, si erano radicati profondamente anche nell'alta Valle Camonica, ma con il sopraggiungere dei Franchi dovettero cedere le loro proprietà.
Forse anteriore all'anno mille è la costruzione di un edificio fortificato (forse una rocca o un castelaltico) a Rino: ne è testimonianza una bella torre che sorge in piazza Sant'Antonio. L'importanza del sito in epoca medioevale è attestata anche da un vasto caseggiato, annesso alla torre, che dovette essere edificato, forse su una costruzione precedente, nel 1200 e poi ampliato nel secolo successivo. Interessante è il portone principale a tutto sesto. Passato l'anno mille, le terre di tutta la zona, vennero inglobate nelle proprietà della Curia vescovile di Brescia (il vescovo di Brescia aveva anche il titolo di Duca della Valle Camonica) che nel 1198 concesse, a titolo livellario (e cioè solo per lo sfruttamento del soprassuolo) l'affitto di numerosi appezzamenti. Sono diversi gli atti ufficiali che riportano i testi di questi (contratti) giuramenti che furono frequenti (e forse necessari per ribadire, a diverse scadenze, la supremazia e il possesso della lontana Curia) nel 1200, 1233 e 1299 ma anche pere tutto il secolo successivo.
Importanti e antiche famiglie bresciane e della Valle Camonica, giurando fedeltà alla Curia, ebbero a Sonico vasti possedimenti e ricevettero molti diritti feudali che il Vescovo di Brescia concedeva per la riscossione delle imposte e la ricca raccolta delle decime che andavano poi all'antichissima pieve di Edolo. Di queste stirpi che in zona, dopo l'infeudamento vescovile, rivendicarono per un lungo periodo dei diritti e privilegi di proprietà e possesso vanno ricordati i Ronchi di Breno, i Federici di Erbanno (uno dei tanti rami in cui si divideva questa famiglia che ricevette benefici anche da Federico Barbarossa, da cui sembra abbiamo preso il nome), i Magnoni di Malonno, i Personi di Ossimo, i Dalla Torre di Cemmo che nella zona rivendicarono privilegi fino oltre il 1300.
Fu solo verso la fine del 1200 che Sonico venne staccato dalla grande Pieve di Edolo e ottenne il fonte battesimale ed ebbe la possibilità di far svolgere nella chiesa del paese i propri servizi religiosi. Questa indipendenza religiosa (che era anche indipendenza economica, dato che le decime non venivano più inviate a Edolo, ma investite nella parrocchia locale) dovette essere riaffermata ufficialmente anche nel 1459 quando, in zona, fece sosta il delegato, inviato in alta Valle Camonica, del Vescovo di Brescia, monsignor Benvenuto Vanzio che con atto ufficiale documentò, finalmente, la definitiva avvenuta separazione.
Fu nel 1500 che a Sonico venne eretta la parrocchiale di San Lorenzo che fu edificata dove prima esisteva una semplice diaconia che oltre a luogo di culto era anche posto di rifugio e riparo (ospizio) per pellegrini e poveri. Gli ospizi erano una presenza frequente in tutto l'arco alpino e sorgevano lungo le strade percorse dai pellegrini, dai viandanti ma anche dai mercanti. E' documentato che proprio a Sonico era già presente, nella stessa epoca, anche un altro (e forse più importante e antico) ospizio che però sorgeva sul dosso posto ad ovest dell'abitato di Sonico, dove poi fu edificata la chiesa di San Andrea. Era antichissima consuetudine, per i parrocchiani di questo tempio, stendere delle lenzuola bianche sul sagrato, prima dell'inizio delle funzioni religiose o di riti propiziatori (molti dei quali di chiara origine pagana e che risalivano all'epoca pre-romana dei riti naturali dei Camuni), perché visibili da molto lontano e fungessero da richiamo ai fedeli, dato che le campane non erano ancora presenti sui campanili di molte chiese.
Sul bel santuario della Madonna della Pradella esiste una "bota" (una storia locale, trasmessa oralmente: metà verità storica ma metà anche leggenda) che si è tramandata fino ai nostri giorni e che racconta come sul campanile venisse issata la più antica campana della Valle Camonica e forse di tutte le terre bresciane: la data fusa su questa campana è quella del 1421: dunque testimone attendibile della propria veneranda età. Si racconta anche che il nobile Omobono dei Federici di Sonico, durante la fusione della campana, che avveniva sul sagrato e nei pressi del campanile, abbia gettato, nel crogiolo ardente, con un gesto teatrale, le proprie argenterie perché la campana stessa, fusa con questa lega così impreziosita, potesse avere "un timbro più squillante nel cielo delle montagne".
Solo nel 1630 la parrocchiale di Rino ottenne la separazione da quella di Sonico che fino ad allora era ritenuta la chiesa madre e in cui si svolgevano tutte le funzioni religiose (che in quel periodo avevano anche un profondo significato politico e amministrativo). Come in altri numerosi paesi della Valle Camonica, anche per Sonico, dall'epoca romana, durante tutto il medio evo e poi sotto la lunga dominazione della Serenissima Repubblica Veneta, una grossa fonte di reddito e ricchezza fu l'estrazione e la lavorazione di materiali ferrosi. Numerose erano le fucine e i forni fusori tra cui uno di proprietà della potente famiglia bresciana dei Martinengo che aveva vasti possedimenti in tutta l'alta valle.
Una certa notorietà, non solo locale, ebbero numerosi artigiani Sonicesi che, insieme a quelli di Santicolo di Corteno, gestivano una rinomata scuola di arte muraria da cui partivano numerosi lavoratori che si recavano anche in stati esteri e molto lontani a costruire palazzi e magioni signorili ma specialmente edifici religiosi.
Anche Sonico e le sue terre furono colpiti a più riprese da carestie e pestilenze. La più tragica e devastante fu la grande peste del 1630 (di Manzoniana memoria) che ridusse, in brevissimo tempo, quasi della metà la popolazione residente.
Nella millenaria storia della Valle Camonica grandi sventure naturali colpirono periodicamente queste terre: erano le inondazioni che l'Oglio o i numerosi e violenti torrenti, non regimentati per secoli, procuravano ai borghi che attraversavano o lambivano. Ma specialmente erano i furiosi incendi che, avendo facile esca nelle abitazioni costruite prevalentemente in legno, devastavano case e opifici: anche a Sonico alcuni di questi disastri fecero grandi danni e molte vittime.
Come in quasi tutti i paesi della Valle Camonica, anche Sonico, a causa delle difficili condizioni di vita, ha conosciuto la piaga endemica dell'emigrazione, che raggiunse notevoli flussi negli anni 1904/1905: furono 177 i Sonicesi, su una popolazione di 1441 residenti ad andarsene anche in terre lontane a crecare fortuna, mentre ancora negli anni dal 1946 al 1960, su 1840 residenti, furono in 323 a emigrare. Sonico negli ultimi anni, forse per la sua vicinanza a Edolo, ha ripercorso le tappe del più popoloso vicino e sfruttando la sua vocazione turistica (specie nelle piccole frazioni montane), si è affacciato a questo settore.

Nel territorio di Sonico vi sono molte testimonianze di antichissimi insediamenti umani o il passaggio di gruppi di uomini preistorici, forse cacciatori che si erano spinti in alta Valle Camonica o che erano scesi dalla non lontana Valtellina, seguendo la cacciagione in fuga, è attestata da alcuni utensili in selce ma specialmente da belle incisioni rupestri che sono state individuate sul (Còren de le fàte) Corno delle Fate, a circa 800 m. di quota. Questo sito è uno sperone roccioso posto in stupenda posizione panoramica, su cui gli antichi sacerdoti del popolo dei Camuni (del ceppo Ligure e poi Celtico) sicuramente, come in altri siti elevati e perciò più vicini algi dei, celebravano i loro ancestrali culti pagani. Le varie incisioni rupestri trovate sul Corno rappresentano infatti dei simboli solari, delle figure di idoli, degli ominidi ma anche animali, armi e palette. Altre incisioni sono state rinvenute su alcune rocce levigate poste nei pressi del dosso “Fobbio”, ai cui piedi doveva transitare l’antichissimo sentiero che collegava i primi insediamenti abitativi della zona: i borghi di Garda e di Rino. Anche i Romani, dopo la conquista della Valle Camonica, nel 16 a C., posero nella zona un punto di cambio cavalli, forse custodita e sorvegliata da una piccola guarnigione o impiantarono una stazione di posta. La loro presenza è chiaramente attestata anche dai resti di un ponte che, venuto alla luce durante l’alluvione del 1960, in località Dassa, è caratterizzato da un arco a sesto ribassato e da pietrame locale con conci fortemente e saldamente incuneati tra loro.

La Chiesa di San Lorenzo si trova nella frazione di Garda. L’edificio si affaccia da un terrapieno ricavato nella roccia ai margini di Garda, in posizione dominante la valle. La chiesa è orientata ad est e presenta una poderosa torre campanaria. Si presenta divisa in due navate, con un ampio presbiterio rettangolare. Tracce della struttura romanica sono visibili nella parte inferiore della facciata e nel fianco meridionale. Una incisione alla destra del porale sembrerebbe datarla al 1159. A metà del XII secolo doveva essere una struttura ad aula singola, quasi certamente conclusa da un’abside semicircolare. Nel seicento subisce una profonda ristrutturazione con l’aggiunta della seconda navata, e del campanile, forse in sostituzione della torre precedente. Nel corso del novecento l’altare marmoreo viene trasferito in Santa Maria Nascente, la chiesa che ne prende anche il posto di parrocchiale, pur dipendendo comunque dalla Pieve di Edolo. Adiacente alla chiesetta sorgeva in origine un convento utilizzato dalle suore per i ritiri spirituali, ora, ristrutturato e riadattato, ospita un albergo-ristorante.
La rupe sulla quale sorge la chiesa di S. Lorenzo deve essere stata, fin da tempi remoti, un osservatorio che teneva sotto controllo le primitive vie d’accesso a Edolo: infatti, Garda significa in antico germanico recinto militare di osservazione. La tradizione militare parla di un castello che sorgeva sul luogo dove poi fu fondata la chiesa: innegabilmente i muraglioni dell’antica canonica fanno pensare ad un fortilizio.

La chiesa di S. antonio di Rino fu ricostruita agli inizi del '700 sulle vestigia di una chiesa precedente. La facciata, a tre ordini, ha il portale in marmo occhialino e il campanle, del '600, in granito con bifore. L'interno, di stile barocco, è stato interramente affrescato da Giacomo Antonio Cerruti, detto il Pitocchetto e contiene un affresco del '700 del Corbellini.

La chiesa parrocchiale di S. Maria, del XVIII secolo, conserva decorazioni interne in stucco, una bella soasa dell'altar maggiore e un settecentesco pulpito in noce.

La Chiesa di Sant'Andrea, edificata nella prima metà del XII secolo, è stata a lungo la Parrocchiale di Sonico, benché sorga fuori dal paese, su una piccola altura lungo l’argine destro del fiume Oglio. Dell’originaria struttura romanica restano i muri dell’unica navata più volte restaurati durante i secoli, mentre l’abside primitiva è stata sostituita da un presbiterio rettangolare. La porta principale non è sulla facciata, ma su una parete laterale. La dedica a Sant’Andrea e la particolare posizione fanno pensare all’esistenza di un ricovero per i viandanti. Nel 1500 la Parrocchia viene trasferita nella nuova chiesa di San Lorenzo, e Sant’Andrea viene custodita e curata da un eremita, dopo anni di abbandono, le recenti opere di recupero sono volte a restituire alla costruzione l’antica dignità.

Il Santuario della Madonna della Pradella fu eretto nel 1400, ma numerosi sono stati gli interventi nel corso dei secoli successivi: anche attualmente luogo di pellegrinaggio, come lo fu per secoli. Sulla parete di fondo del tempio è visibile una statua della "Madonna con Bambino". Della campana posta sul campanile, recante la data 1421 (la più antica di tutta la provincia di Brescia) si è già scritto nella storia.
Nella bella frazione di Rino possiamo ancora notare la struttura muraria di una Torre medievale, in piazza Sant'Antonio. Questo antichissimo manufatto, di chiara origine militare, risalirebbe a prima dell'anno Mille.

Garda di Sonico sorge sulle pendici nordoccidentali del Piz di Olda, solcate dal torrente Zazza. Si raggiunge seguendo la strada che si avvia dal ponte sul Remulo a Rino di Sonico, in mezzo a castagneti fruttiferi secolari. Un tempo i campi sul pendio che digrada verso l'Oglio erano coltivati a frumento, orzo e segale, mentre sui dossi a monte del paese si estendono i vasti e antichi pascoli di Garda e di Olda, raggiunti da una mulattiera e contornati da rigogliosi boschi di conifere. Nella contrada di S. Lorenzo vi sono la chiesa di S. Lorenzo e il cimitero, mentre la chiesa parrocchiale della Natività di Maria Santissima sorge nel centro storico, più in alto. La sua antichità è ricordata in una lapide dei tempi dell'impero qui reperita e pubblicata dallo storico bresciano Federico Odorici.
L'antico centro industriale del comune di Sonico sorge sopra un dosso tra la Val Rabbia e il torrente Remulo, che sbocca dalla Val Malga descrivendo un'ampia curva prima di scendere nella piaa di Greano. Ancora nel 1820 la Val Rabbia si gettava nel Remulo e cinquant'anni dopo puntava, come ora, diritta nell'Oglio, scorrendo sopra un vasto cono di deiezione formato da enormi massi. L'ambiente circostante è caratterizzato da folti castagneti secolari. Il paesino è collegato con Sonico dalla strada suaccennata e direttamente con la Statale 42 da una stradina che si avvia sulla sponda sinistra dell'Oglio al Ponte di Dazza. Attualmente le case sono costruite su entrambe le sponde del Remulo.



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martedì 7 luglio 2015

PASPARDO



Paspardo è un comune della Val Camonica e sorge su un pianoro a quota 1000 metri, in una incantevole posizione dominante la Valle Camonica.
Il Comune di Paspardo sorge in una conca sulle pendici settentrionali del Pizzo Badile, dai castagneti di Deria, frazione sita sull'antica strada Valeriana poco distane dal fiume Oglio, alle cime del Tredenus. La maggior parte del territorio comunale è compreso nel Parco dell'Adamello. Da questo luogo il panorama può spaziare dal lago d'Iseo fino a Cedegolo, coprendo un'area di tredici comuni.
I primi insediamenti avvennero in epoca preistorica, la sua storia poi seguì le vicende della Vallecamonica.

L'8 aprile 1299 i consoli della vicinia di Paspardo si recano ad Cemmo dove è presente Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi. Qui giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta.
Il 24 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Paspardo al Comune (vicinia) ed agli uomini di Paspardo.
Dal 1927 al 1947 Paspardo fu unita a Cimbergo nel comune di Cimbergo-Paspardo.

In questo antico borgo dal sapore medievale purtroppo vien meno la preziosa attività del contadino e con gli ultimi anziani del paese scompare anche il vasto mondo a essa legato: artigianato, medicina popolare, saggezza dei proverbi e dei modi di dire, cucina nostrana, dialetto (il gai).
L'allevamento del bestiame era l'attività principale svolta dagli abitanti di Paspardo: infatti l'economia diviene montana, gli spazi coltivati diminuiscono e si accentua la presenza di vasti pascoli sulle pendici del Colombè e del Frisozzo.
Il centro di questo paese contadino è uno dei più conservati. L'aspetto è duro, ferrigno; i disegni degli edifici sono semplici, essenziali, la realizzazione sommaria.
L'effetto d'insieme è forte e scabro, denota la povertà di vita e la grezza e possente lotta contro mille avversità, per sopravvivere. I muri realizzati quasi a secco, gli archi a tutto sesto, la presenza di vicoli oscuri immersi nelle case, sotto oscuri e sinuosi vòlti, l'intreccio viario animato dal continuo movimento delle pareti e delle gronde, creano però un effetto d'insieme di grande suggestione, che fa ben presto superare la prima sensazione di grezza povertà suggerita dalla qualità del materiale usato. La zona gravitante intorno a via Fontana ne propone l'esempio più vivo.

Del passato si trovano, nel nucleo storico, alcuni rustici portali, il resto è tutto modernizzato.Il "capitello dei due pini”, inciso nell’età del rame da progenitori delle genti camune è una composizione monumentale realizzata su una parete rocciosa verticale, a circa due metri d’altezza, preventivamente preparata al fine di ospitare le figure incise. Nell’arte preistorica non esiste per ora paragone di ricerca compositiva come quella espressa in questo monumento ricco d’essenzialità grafica, di delicatezza, di movimento, di linee curve, pur nella staticità delle figure incise sulla roccia. Nella composizione sono espressi il simbolo solare a raggiera esterna, i pugnali, una fascia o cintura, costituita da linee parallele, due alabarde ed una figura di cervide.

La Riserva Regionale Incisioni Rupestri di Ceto Cimbergo Paspardo è stata istituita nel 1983 per tutelare il patrimonio di rocce istoriate, di resti archeologici e l’ambiente naturale dei tre comuni di Ceto, Cimbergo e Paspardo.
Il territorio della Riserva, è situato sul versante sinistro orografico della media Valcamonica ed occupa una fascia che ha la sua quota più bassa nella località Zurla a metri 360 e quella più alta nell'abitato di Paspardo (1.000 metri circa).
E' divisa nella sua parte mediana dall'unico importante corso d'acqua: il torrente Re, che ha origine dalla confluenza del rio proveniente dalla conca Tredenus con il torrente che discende dalla conca di Zumella.
L'area della Riserva è coperta per la quasi totalità da boschi. Solo una piccola porzione è ancora coltivata a prato specie nella parte nord-occidentale.
Nel vasto territorio di Paspardo, nella fascia alta (dai 900-1.000 metri), incontriamo importanti località con arte rupestre: In Vall-Castello, Sottolaiolo, il Capitello dei 2 Pini e Dos Custapeta, anche oltre il perimetro della Riserva (e già nel Parco dell'Adamello) sono state individuate aree istoriate in località Dos Sulif, ben oltre i 1.000 metri di altezza.

Scendendo al di sotto di questa aree, e lungo la nuova strada collegante Paspardo con Capo di Ponte, si incontrano le località rupestri di Deria-Scale di Paspardo-In Vitt e Deria: qui l'ambiente è dominato dai grandi castagneti, da frutto e legno, con associazioni di nocciolo, ontano, olmo e ciliegio.

La chiesa parrocchiale di S. Gaudenzio, in stile barocco, si eleva sopra un altura; fu edificata nel '500 e ampliata intorno al 1950.E' impreziosita internamente da alcuni affreschi, sia antichi che recenti, realizzati da Oscar di Prata nel 1953 e da altari lignei di scuola fantoniana.

Nel borgo medievale di Paspardo ci sono alcune case signorili antiche, come Casa Bonfadini, nella piazza omonima, che conserva un frammento di affresco del '500 "Madonna con Bambino e Angeli".
Si trovano portali in pietra e granito in via Recaldini (1576 e 1671), via Fontana, via Croce e via Martinazzoli (1714) e affreschi murali.

Il santuario di Deria è l'emblema della fede popolare degli abitanti di Paspardo. Dedicato alla maternità di Maria, fu edificato in un bosco di castagni nel '700 per volere della popolazione, che desiderava assistere alle funzioni religiose anche nel periodo della raccolta delle castagne.

Il bosco di Deria è ricco di castagneti, alcuni ultracentenari, e di antiche baite con muri in granito e tetti in ardesia (piode). In estate e autunno è consigliata una passeggiata in questa località, ricompresa per la maggior parte entro il Parco delle incisioni rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo.

Nel Comune di Paspardo, e in parte anche sul Comune limitrofo di Cedegolo, dove alcuni paspardesi hanno delle proprietà, esiste un vasto castagneto, la cui origine risale al secolo scorso e che ha avuto grande importanza nell'economia agricola del paese. Infatti la castagna, fino agli anni sessanta, ha costituito un importante alimento per la popolazione locale, insieme alla patata, alla segale, al grano saraceno e all'allevamento dei bovini e dei suini per il fabbisogno familiare.
Oltre a produrre la farina, la castagna veniva "barattata" nella "bassa bresciana" (da lseo fino oltre Rovato e Chiari) con granoturco, per ricavarne farina per polenta, e con crusca per maiali.
La maggior parte dei terreni coltivati a castagneto sono situati in una zona, chiamata Deria, che si trova a valle rispetto all'abitato ed è collegata con esso da una mulattiera disagiata. Per non costringere i paspardesi, che nel periodo della raccolta delle castagne (ottobre - dicembre) si recavano nella località Deria con famiglia e animali, a salire in paese per partecipare alle funzioni religiose, All' inizio di questo secolo fu costruita in quella zona una chiesa dedicata alla Madonna. Con il passare degli anni la prima domenica di ottobre cominciò a rivestire una particolare importanza e divenne il giorno del ringraziamento per il nuovo raccolto: i contadini portavano in "offerta" delle castagne che venivano poi utilizzate dal Parroco.
In seguito quella domenica rivestì un'importanza sempre maggiore fino quasi a diventare una sorta di "sagra" della castagna.
Dopo gli anni sessanta, come successe per il resto dell'agricoltura, anche la coltivazione e la raccolta della castagna venne sempre più abbandonata al punto che anche la chiesetta fu chiusa.
Nel 1983 la locale Pro Loco pensò di resuscitare quella tradizione e rilanciò la "Festa della castagna" da tenersi la prima o seconda domenica di ottobre a seconda dello stato di maturazione delle castagne. La festa si svolge all'aperto in una amena zona a castagneto, secondo un programma abbastanza standard: messa al mattino nella vecchia chiesa, pranzo sotto i castagni con menu tipico della stagione e del luogo, giochi per i più giovani, caldarroste e strinù nel primo pomeriggio.


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venerdì 3 luglio 2015

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI CAPO DI PONTE

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Il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, è stato il primo parco istituito in Valle Camonica nel 1955. L’area si estende per oltre 14 ettari e costituisce uno dei più importanti complessi di rocce incise nell’ambito del sito del Patrimonio Mondiale UNESCO n. 94 “Arte Rupestre della Valle Camonica”. Al suo interno, in uno splendido ambiente boschivo, è possibile ammirare ben 104 rocce incise, corredate da pannelli informativi e suddivise in 5 percorsi di visita.

Su queste ampie superfici di arenaria di colore grigio-violaceo, levigate dall’azione dei ghiacciai, gli antichi abitanti della Valle realizzarono immagini picchiettando con un percussore litico o, più raramente, incidendo con uno strumento a punta. La cronologia delle istoriazioni del Parco si colloca tra il Neolitico (V-IV millennio a.C.) e l’età del Ferro (I millennio a.C.), anche se non mancano incisioni di età storica. L’epoca meglio rappresentata è sicuramente l’età del Ferro, quando la Valle era abitata dai Camunni delle fonti romane.

Il toponimo Contrada Aquane compare su una mappa catastale ottocentesca della proprietà Agostani, che corrisponde all’area centrale del parco. Con il termine Aquane, Aguane o Enguane sono chiamate le fate, figure fantastiche metà donna e metà animale spesso connesse all’acqua come ninfe abitatrici di sorgenti e fiumi, che popolano le leggende della tradizione alpina.

Dalle più antiche raffigurazioni schematiche del Neolitico, raramente raggruppate in scene, si passa alle composizioni simboliche più articolate dell’età del Rame e del Bronzo, fino alle scene narrative dell’età del Ferro, caratterizzate da uno stile dinamico e descrittivo.

Le incisioni dell’età del Ferro sono attribuite alla popolazione dei Camunni. Il loro nome compare sul trofeo di La Turbie, nei pressi di Montecarlo, fatto erigere da Augusto al termine della conquista delle popolazioni alpine alla fine del primo secolo avanti Cristo. La maggior parte delle scene di questo periodo ha come protagonista il guerriero, impegnato in scene di duello, di caccia al cervo e di equitazione, che sono state interpretate come prove o riti di iniziazione sostenuti dai giovani dell’aristocrazia camuna per diventare adulti.

Con l’arrivo dei Romani si può considerare concluso il ciclo artistico camuno “classico” ma  non termina in valle l’uso di incidere le rocce: le raffigurazioni di questa epoca non sono state ancora sufficientemente studiate, salvo per le attestazioni epigrafiche.

Sporadiche raffigurazioni attestano la prosecuzione delle incisioni fino all’età medievale (periodo post-camuno).

Alcune rocce sono di notevoli dimensioni, come la Roccia 1, che colpisce il visitatore per la straordinaria ricchezza e varietà delle figure incise, circa un migliaio. Sono presenti molte figure di animali, uomini armati, telai verticali a pesi, palette, edifici, coppelle e un labirinto.

Molte rocce sono dominate da figure umane realizzate in modo schematico, nella posizione detta dell’orante: hanno braccia rivolte verso l’alto, gambe contrapposte e corpo lineare, con alcune varianti. Gli studi mostrano la lunga durata di questo tipo di figura che ha inizio nel Neolitico e perdura fino agli inizi età del Ferro. Sulle rocce del Parco possono essere presenti guerrieri, cavalieri, animali, edifici, figure simboliche ed iscrizioni camune, a volte interpretati come elementi di scene di significato complesso, ma è necessaria molta prudenza. Molto spesso le superfici rocciose erano ripetutamente incise, sovrapponendo tra loro figure di età diverse. È così che ad esempio è nata la cosiddetta “scena del villaggio” della roccia 35, dove alcuni edifici che si sovrappongono a precedenti scene di caccia al cervo sembrano mostrare un villaggio con le sue attività. Alcune figure presentano una particolare valenza artistica, come la famosa raffigurazione del sacerdote che corre della roccia 35.



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CAPO DI MONTE

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Capo di Ponte è un comune della Val Camonica si inserisce nel sistema delle incisioni rupestri della Valle in quanto possiede sul suo territorio ben tre parchi rientranti nel sito segnalato dall'UNESCO.

Capo di Ponte deve il suo nome alla posizione geografica di alcune case antiche poste ad occidente del ponte sul fiume Oglio verso la frazione Cemmo. L'attuale paese copre invece l'altra sponda del fiume, espandendosi ad est.

Il comune è attraversato da nord a sud dal fiume Oglio, nel quale su immettono il torrente Clegna, proveniente da ovest ed il torrente Re proveniente da est.

Il Comune di Capo di Ponte comprende le Frazioni di Cemmo e Pescarzo; è circondato da montagne tra le quali il Pizzo Badile (m 2435) a sud-est e la Concarena (m 2549) a sud-ovest.

Tra il XI secolo ed il XIV Capo di ponte non era comune a sé stante, ma periferia di Cemmo; il suo territorio faceva parte del priorato di San Salvatore delle Tezze.

Nel 1315 la palude di Imesigo, che si estendeva nella piana di Capo di Ponte fino a Sellero, venne coperta dalle alluvioni del torrente Re.

Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.

Nel 1698 Padre Gregorio Brunelli afferma che l'abitato di Zero (o Serio), che sorgeva lungo le sponde del torrente Re, ad oriente del paese odierno, venne spazzato via da un'inondazione dello stesso. Zero è ricordato l'ultima volta nel 1374, quando i suoi territori vengono affidati come decima ai Botelli di Nadro.

Con la caduta della Repubblica di Venezia nasce il "comune di Capo di Ponte" (1797-1798), che cambierà nome precocemente in "comune di Cemmo e Capo di Ponte" (1798 - 1815) e sotto il Regno Lombardo Veneto in "comune di Capo di Ponte e Cemmo" (1816 - 1859). Sotto il Regno d'Italia assumerà definitivamente il nome di comune di Capo di Ponte (dal 1859).

Cemmo è situata a destra del Fiume Oglio, ai piedi del Monte Concarena.
Fu uno dei primi centri abitati della Val Camonica, come dimostrano le numerose incisioni rupestri presenti sul territorio; attualmente è popolato da circa 600 abitanti. È sede della Pieve di San Siro, parrocchiale fino al secolo XVI.
La Chiesa Parrocchiale, dedicata a Santo Stefano e posta nel centro dell’abitato, fu eretta nel secolo XVI.
Buona parte del nucleo centrale di Cemmo è occupato dal Convento e dagli spazi scolastici delle Suore Dorotee da Cemmo, che qui hanno la loro Casa-Madre. L’originario nucleo monastico ebbe origine nel XVII secolo e nei tempi successivi si è ingrandito fino a inglobare quasi completamente la parte alta del Paese.
Il 6 marzo 1206 la famiglia Avogadro riceve dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo l'investituta della corte di Cemmo, Mù, Pisogne e Gratacasolo.
Sabato 4 aprile 1299 Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi, si trasferisce da Edolo a Cemmo per continuare la stesura dei beni vescovili in Val Camonica. I consoli ed i vicini di Cemmo e di Pescarzo giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. A breve saranno chiamati a far lo stesso atto le comunità di Cerveno, Cimbergo, Paspardo, Paisco Loveno, Nadro, Saviore, Berzo Demo, Grevo e Sellero. Il castello di Cemmo era affidato alla custodia degli uomini di Pescarzo e Sellero. Sono enumerati 40 manenti.
Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.
Alla pace di Breno del 31 dicembre 1397 i rappresentanti della comunità di Cemmo, Tonerio Bonfadini e il notaio Giorgio Orsatti, si schierarono sulla sponda ghibellina.
Il 17 settembre 1423 il vescovo di Brescia Francesco Marerio investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Monno, Cevo, Andrista, Grumello, Saviore, Cemmo, Ono, Sonico, Astrio, Malegno, Cortenedolo, Vione, Incudine e Berzo Demo a Bertolino della Torre di Cemmo.
Cemmo nel XIV secolo era chiuso dalle porte Nosedema, Azema e Nosmola sul Clegna.
Il centro storico di Cemmo è uno dei più belli della Val Camonica, presentando numerosi edifici antichi addossati l'uno all'altro, con portali, tetti a spioventi, cortili. Ogni anno a giugno si svolge la manifestazione "4 Porte 4 Piazze", che porta a scoprire l'antico paese sviluppandosi su un percorso attraverso i quattro antichi portali e le quattro piazze principali del borgo. Una di queste è Piazza Morciuolo nella quale, circondata da antichi caseggiati, domina la scena un'antica fontana coperta tradizionale con lavatoio. La piazza più grande e centrale è antistante alla chiesa parrocchiale dedicata a Santo Stefano, e presenta anch'essa una grossa fontana in pietra. Da qui si raggiunge velocemente l'istituto scolastico delle suore Dorotee che col convento ad esso affiancato occupa gran parte della zona alta del paese. A strapiombo sul torrente Clegna si trova la chiesa di Santa Maria, davanti alla quale si trova una altra piazzetta con fontana e lavatoio, mentre dal parcheggio accanto si può ammirare un panorama sulla contrada "Furen": un gruppo di antiche case poste nelle vicinanze dei resti di un antico forno fusorio. Questa contrada è una viva testimonianza dell'architettura rurale tradizionale Camuna. Lungo via Santa Maria Vecchia sorge invece lo Spiazzo della Berlina, piccola piazza così chiamata perché vi si svolgevano un tempo i processi pubblici, e in cui aveva sede l'antico municipio di Cemmo. Sulla sponda opposta del torrente Clegna si estende una verde zona di campagna, chiamata Inimara, ricca di sentieri e stradine con "broli".
La Parrocchiale di Santo Stefano è di originaria struttura romanico-lombarda, rimaneggiata a partire dalla visita di San Carlo nel XVI secolo.
La Chiesetta di Santa Maria ed Elisabetta, posta su un dirupo sul torrente Clegna, è del XII-XIII secolo. Vi sono tele attribuite al Bate e numerosi ex voto.
Chiesa degli umiliati, del secolo XIII, riportata in un documento del 1344. Venne alienata con la soppressione dell'ordine nel 1570.
La Pieve di San Siro, di età romanica è a strapiombo sul fiume Oglio.
A Cemmo troviamo il Parco archeologico comunale di Seradina-Bedolina e il Parco archeologico nazionale dei Massi di Cemmo.
Pescarzo sorge sulla sponda nord della valletta del Clegna, in posizione dominante sulla media Valle Camonica, a ridosso di un piccolo altipiano. Il borgo medioevale di Pescarzo è il luogo che sa farci riconoscere la nostra identità. Camminando tra i vicoli, qualcosa di straordinario pervade l’anima del visitatore: un’armonia tra luogo ed espressione, nei semplici gesti degli artigiani, tra i sorrisi dei bimbi e gli sguardi pieni di storia degli anziani. Pescarzo è rimasta a testimoniare per secoli il senso della nostra storia e continua a darci la possibilità di immergerci in tanta purezza.
Sabato 4 aprile 1299 i consoli della vicinia di Pescarzo si recano ad Cemmo dove è presente Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi. Qui giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. Assieme agli uomini di Sellero dovevano far da guardia al castello di Cemmo.
Il borgo attuale è di struttura medievale, ma è stata rinvenuta una abitazione alpina dell'età del ferro che conferma l'antropizzazione della zona già a quel tempo. I reperti sono conservati al Museo di Cividate Camuno.
Nel 1987 si è proceduti in un progetto pilota di restauro conservativo, al fine di valorizzare il centro storico del paese.
La Parrocchiale di San Vito, Crescenzio e Modesto è una costruzione seicentesca fatta erigire su consiglio di San Carlo Borromeo.
L'Oratorio di San Rocco è ormai diroccato.
Il paese era famoso per l'estrazione di ardesia (piòda in dialetto camuno), un tempo usata per i tetti delle case. Alla fine del seicento Gregorio Brunelli cita la copiosità di questa pietra predona.

Il monastero di S. Salvatore sorge sulle pendici di un monte, dalla parte sinistra del fiume Oglio, seminascosto dagli alberi, in un luogo dal fascino misterioso, considerato sacro fin dall’antichità. Del secolo XI-XII, è un gioiello del romanico borgognone in Italia, con decorazioni che denunciano l’influenza francese: equilibratissimo nelle forme, con il tiburio ottogonale che si erge con la severità di una torre ingentilito da bifore. L’interno, a tre navate con transetto e cupola a pennacchi, ha un abside centrale affiancata da due più piccole e basse. La copertura originaria è rimasta solo nelle navate laterali, mentre quella centrale è con volte a crociera. L’apparato decorativo è molto ricco: si possono ancora ammirare le sculture del portale e dei capitelli interni su cui sono incisi rapaci, ippogrifi, sirene e motivi vegetali; le decorazioni pittoriche purtroppo sono andate perdute. Il monastero è di proprietà privata a partire dalla fine del ‘700.

La Pieve di San Siro è posta su uno stretto ripiano a strapiombo sul fiume Oglio, in una posizione dominante la Valle. E’ la chiesa più antica della Valcamonica: studi recenti la fanno risalire al periodo tra l’XI e il XII secolo, come felice espressione di un romanico lombardo ormai maturo. La chiesa ha subito alcune trasformazioni durante il XV secolo, quando è stato costruito anche il possente campanile. La costruzione, compiuta con conci di pietra locale talvolta decorati, comprendeva anche un tetto ormai andato perduto (quello attuale è un rifacimento dei primi del Novecento).

L’entrata principale è posta sul lato sud, perché la facciata è completamente addossata alla parete rocciosa; le tre absidi sporgono maestosamente sul precipizio sottostante. Il portale monumentale è ampiamente decorato con motivi faunistici e vegetali mentre sui due lati, ai piedi delle mura, sono posti un leone ed un agnello, simboli di forza e di misericordia. L’impianto interno è a tre navate, separate da colonne in marmo di Vezza, e terminanti in tre absidi affiancate, con una cripta sotterranea. La parete opposta è occupata da un’imponente gradinata, che serve a coprire la roccia sottostante. La chiesa era decorata con affreschi ormai quasi completamente perduti, a parte il meraviglioso “Crocifisso” del XIV–XV secolo sulla controfacciata. Addossata alla chiesa c’è una piccola abitazione, forse dimora di un eremita, chiamata “Cà del Rumit”, dalla quale si può accedere al campanile.

La chiesa delle sante Faustina e Liberata (anche semplicemente delle Sante) si trova sul versante sinistro del fiume Oglio.
L'attuale struttura risalente al Seicento poggia su una precedente cappella romanica, ora scomparsa tranne per un frammento di abside contenente alcuni affreschi.
L'interno si presenta a navata singola con volta a botte; contiene delle cappelle laterali con pale attribuite a Lorenzo Marbello. Presso l'altare maggiore vi è un paliotto in cuoio rappresentante le due Sante, mentre sopra l'altare vi è una pala raffigurante l'ascensione, che è attribuita a Palma il Giovane.
All'esterno della chiesa, in una cappella, vi è un grande masso riportante sei impronte di mano incise. Secondo la tradizione esse rappresentano le mani delle Sante Faustina e Liberata e di San Marcello che impedirono alla pietra di franare sul villaggio di Serio. Secondo gli studiosi queste impronte sono invece di origine preistorica, facenti parte del contesto delle incisioni rupestri della Valle Camonica.

Il Museo didattico di arte e vita preistorica di Capo di Ponte viene fondato dall'archeologo Ausilio Priuli al fine di far conoscere la storia e la vita delle genti alpine e camune preistoriche.
Il museo contiene una ricca collezione di calchi e rilievi delle rocce istoriate della zona, un laboratorio archeologico didattico sperimentale ed una ricostruzione di un villaggio preistorico del neolitico sulla sommità di una collina rocciosa dominante la media Val Camonica.

Tra Capo di Ponte e Cemmo, in una piccola radura sulla strada che porta al cimitero, si trova il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo aperto nell’ottobre del 2005.
Al suo interno sono collocati due grandi massi incisi dagli antichi uomini della Valle Camonica nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.), probabilmente dopo aver assistito alla frana della parete rocciosa che ha comportato il distacco di questi due grandi massi.
Il sito, già segnalato dal geografo Laeng nel 1914 nella Guida su Piemonte del Touring Club Italiano, è stato oggetto per molti anni di scavi e ricerche che hanno portato alla scoperta di frammenti di stele e,negli scavi condotti dal 2000 al 2005, è stato portato alla luce un santuario megalitico, costituito da un imponente recinto murario semicircolare che chiude l’area dei Massi connotata da numerose altre stele istoriate, alcune integre, altre frammentarie.

La manifestazione 4 Porte 4 Piazze si svolge ogni anno all’inizio del mese di Giugno ed è nata per riscoprire e valorizzare la storia e le tradizioni di Cemmo, uno dei più antichi paesi della valle.
Attraverso un percorso di circa due km che si snoda per la vie del paese il visitatore rivive il passato del borgo e può gustare alcuni piatti preparati con metodi tradizionali e accompagnati dai vini della vallecamonica.
L’ingresso è libero e gratuito. E' possibile assaggiare nelle singole piazze i piatti proposti.
L’inizio della passeggiata, presso l’ex convento dei frati Umiliati e l’annessa chiesa di San Bartolomeo, è caratterizzato dalla ricostruzione di una delle quattro porte che in epoca medievale consentivano l’accesso al borgo fortificato, e quattro sono le piazze in cui è possibile assaggiare i piatti tipici proposti.
Case antiche abitate un tempo da nobili famiglie (Belotti, Visnenza, Zitti), sono aperte per l’occasione e offrono piccoli tesori di arte e architettura rurale, una di queste, casa Zitti, ospita la Fondazione Annunciata Cocchetti, attiva da molti anni nel campo dello studio e della promozione culturale del territorio.
Le 5 chiese del paese sono aperte e visitabili, così come il convento delle suore Dorotee, che ospita anche un ricco museo etnografico.
Lungo il percorso si possono visitare ambienti dove le botteghe e le officine di un tempo sono ricostruite seguendo le tradizionali attività delle famiglie cemmesi.
Nel corso delle serate spettacoli di rievocazione storica, di musica e folclore, accompagnano i visitatori lungo il percorso, segnalato dalla luce naturale di fiaccole in cera e da bandiere dei colori che distinguono i quartieri.
Appena fuori il borgo è possibile visitare i Massi di Cemmo, prime rocce incise scoperte 100 anni fa, per le quali la Vallecamonica è stata insignita dall’Unesco del riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità.
Nei tre giorni è possibile anche visitare la Pieve di San Siro, vero gioiello dell’architettura romanica lombarda, costruita nel XI-XII secolo su uno sperone roccioso a picco sul fiume Oglio.

Quaranta giorni dopo Pasqua si tiene la fiera del giovedì dell'Ascensione (fiéra della Sensa, forse ispirata alla veneziana Festa della Sensa): tradizionalmente era una fiera del bestiame, oggi è un giorno di mercato che occupa tutte le vie del paese.



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giovedì 2 luglio 2015

IL PARCO LUINE



La collina di Luine-Crape-Simoni (su cui è collocato il parco di Luine) è tagliata da un lato dal fiume Dezzo e dall'altra è delimitata dal fiume Oglio, mentre ad Ovest un leggero avvallamento la separa dalla collina su cui sorge il castello di Gorzone.

Sul pianoro, numerose sono le superfici rocciose affioranti che morfologicamente ne caratterizzano l'ambiente, creando piccole valli e segnandone gli spazi.
E' su queste grandi pagine rocciose che sono impresse le Incisioni Rupestri Preistoriche.

La collina di Luine si viene delineando in Epoca Paleozoica in seguito al deposito di sedimenti permiani (soprattutto arenarie) che si accumulano in questa fase; successivamente, vennero coperti, durante il Triassico-Giurassico, da un alto strato di carbonati.

I grandi movimenti vulcanico-plutonici del Terziario, lambirono anche la Valcamonica generando l'innalzamento del massiccio dell'Adamello e portando localmente, a Luine, limitati canali eruttivi.

La morfologia generale del luogo era già abbozzata nel Miocene: si deve tuttavia attendere il Quaternario, con il veloce scioglimento dei ghiacci, perché l'irruenza dei corsi d'acqua configurasse il corso vallivo ed anche l'attuale, spigolosa morfologia della collina, con "tagli" che i due fiumi determinano tuttora alle sue fiancate.

E' solo a partire dal XII-X millennio a.C. che si viene definendo l'attuale solco vallivo, con la flora che gradatamente ricoprì le pareti rocciose, ammorbidendole.

Poi, a partire dal XII-X millennio a.C., gruppi di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici seminomadi penetrarono la Valle lasciando qui, a Luine, le prime istoriazioni rupestri.

Successivamente la zona fu momentaneamente abbandonata, per divenire nuovamente luogo istoriativo con la fine dell'epoca Neolitica (IV millennio a.C.) e soprattutto con l'età del Bronzo (II millennio a.C.) e del Ferro.

Questi ritorni successivi dell'Uomo in un medesimo contesto a distanza di millenni, porta ad ipotizzare che Luine rispondesse ad una serie di "requisiti" morfologici richiesti alle aree destinate ai riti istoriativi.

Luine divenne quindi, nella preistoria, una sorta di "collina sacra" per le popolazioni locali.

Le prime segnalazioni di istoriazioni rupestri risalgono agli anni 50 (Süss e Laeng) anche se si deve al Prof. Anati (Centro Camuno di Studi Preistorici) lo studio sistematico dell'area e la sua scoperta scientifica negli anni 70-80.
Sugli affioramenti di pietra Simona, dal caratteristico colore viola, si contano più di 100 pannelli istoriati.
A Luine si possono vedere le più antiche incisioni rupestri del ciclo camuno, risalenti al periodo mesolitico, forse eseguite da cacciatori seminomadi che hanno utilizzato la valle come territorio di caccia sul finire delle grandi glaciazioni. Successivamente la zona fu abbandonata per diventare nuovamente luogo di culto e incisione verso la fine del Neolitico e soprattutto nell’età del Bronzo e del Ferro.
Le rocce principali sono dotate di cartellonistica esplicativa e tutti i percorsi sono ben segnalati e mantenuti. La grande roccia 34 è un’enorme superficie inclinata che le incisioni ricoprono quasi completamente, abbracciando l’intero ciclo artistico camuno: dalla grande sagoma di animale databile a circa 10.000 anni fa, ai guerrieri di età del Ferro del I millennio a.C.
Quasi tutto il repertorio camuno si concentra su questa roccia, considerata fra le più belle della Valle Camonica. Nella parte alta si leggono le grandi sagome di guerrieri a corpo quadrato (alte quasi un metro) risalenti alla fine dell’età del Ferro; sotto, si trovano grandi reticoli affiancati da figure di duellanti più piccole. Si leggono chiaramente figure più enigmatiche: un meandro, un labirinto e una rosa camuna, mentre un mammellone sporgente ospita una composizione di armi di età del Bronzo. Nelle limpide giornate invernali, la vista dal basso di questa roccia emoziona e toglie il respiro.
Sempre a Luine è documentata un’importante fase neolitica, ma soprattutto una quantità eccezionale di raffigurazioni di armi e composizioni geometriche di età del Rame e del Bronzo. Fra queste ultime spiccano senza dubbio le non comuni rappresentazioni di alabarde, oggetti di prestigio rimasti in uso non oltre l’antica età del Bronzo (inizi del II millennio a.C.).

L’area del masso dei Corni Freschi, sulla riva destra dell’Oglio alla base della collina del Monticolo, fa parte del complesso di siti di culto che nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.) caratterizzano diverse località della Valle Camonica.
Il masso, segnalato nel 1961 da Emmanuel Anati, è un grande blocco di arenaria precipitato dal versante roccioso alle sue spalle: al centro della parete verticale è stata incisa una composizione di nove alabarde, dalla quale deriva l’altro nome con il quale viene indicato: “Roccia delle alabarde”. Le armi sono state incise a grandezza pressoché naturale, con lame che vanno da 25 a 30 cm di lunghezza circa.
Simili contesti, nei quali grandi massi staccatisi da pareti sono stati incisi e sono divenuti parte integrante di aree sacre, sono noti anche in altre località della Valle Camonica: a Cemmo di Capo di Ponte e presso la roccia 30 di Foppe di Nadro, nel comune di Ceto. I confronti tipologici ed iconografici, sia con analoghe armi rinvenute in contesti di scavo (Villafranca – VR) sia con raffigurazioni simili incise su altri massi della Valle Camonica (la stele Cemmo 3), hanno permesso di datare le istoriazioni dei Corni Freschi alla fine dell’età del Rame (seconda metà del III millennio a.C.).

Nel 2002, prima di iniziare i lavori di restauro conservativo, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha effettuato un saggio di scavo alla base del masso, per verificare l’esistenza di un eventuale piano di calpestio coevo alle incisioni e ottenere informazioni sulle caratteristiche del sito.
Il sondaggio, scavato in corrispondenza della porzione incisa, non ha permesso di rinvenire indizi legati alla frequentazione del sito poiché l’area, prossima al corso del fiume, era lambita dall’acqua che ha irrimediabilmente asportato qualsiasi traccia. Tuttavia è stato effettuato un importante ritrovamento. A circa 30 cm di profondità dall’attuale piano di campagna, all’interno di un gradino naturale della roccia che definisce una sorta di cornice ovale, è stata scoperta una seconda composizione di figure incise: quindici pugnali affrontati (lunghi da 20 a 25 cm), con le lame rivolte verso il basso, disposti in modo da riprendere lo schema della soprastante composizione di alabarde. I pugnali, con pomolo tondo e lama triangolare a lati rettilinei con spalle oblique, sono cronologicamente coevi alle alabarde e quindi anch’essi riferibili alla tarda età del Rame.
Uno scavo più esteso condotto davanti al masso, preventivo all’allestimento del sito, ha mostrato residue presenze archeologiche (un focolare ed un buco di palo) ed ha permesso di notare che le due composizioni di armi sono state incise in posizione centrale rispetto alla superficie del masso, quasi a volerne sottolineare l’importanza. Oltre allo scavo archeologico sono state effettuate anche analisi dei resti pollinici, che hanno consentito di ipotizzare la presenza, di fronte al masso, di una sorta di piccolo bacino con piante lacustri.


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