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venerdì 3 luglio 2015

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI CAPO DI PONTE

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Il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, è stato il primo parco istituito in Valle Camonica nel 1955. L’area si estende per oltre 14 ettari e costituisce uno dei più importanti complessi di rocce incise nell’ambito del sito del Patrimonio Mondiale UNESCO n. 94 “Arte Rupestre della Valle Camonica”. Al suo interno, in uno splendido ambiente boschivo, è possibile ammirare ben 104 rocce incise, corredate da pannelli informativi e suddivise in 5 percorsi di visita.

Su queste ampie superfici di arenaria di colore grigio-violaceo, levigate dall’azione dei ghiacciai, gli antichi abitanti della Valle realizzarono immagini picchiettando con un percussore litico o, più raramente, incidendo con uno strumento a punta. La cronologia delle istoriazioni del Parco si colloca tra il Neolitico (V-IV millennio a.C.) e l’età del Ferro (I millennio a.C.), anche se non mancano incisioni di età storica. L’epoca meglio rappresentata è sicuramente l’età del Ferro, quando la Valle era abitata dai Camunni delle fonti romane.

Il toponimo Contrada Aquane compare su una mappa catastale ottocentesca della proprietà Agostani, che corrisponde all’area centrale del parco. Con il termine Aquane, Aguane o Enguane sono chiamate le fate, figure fantastiche metà donna e metà animale spesso connesse all’acqua come ninfe abitatrici di sorgenti e fiumi, che popolano le leggende della tradizione alpina.

Dalle più antiche raffigurazioni schematiche del Neolitico, raramente raggruppate in scene, si passa alle composizioni simboliche più articolate dell’età del Rame e del Bronzo, fino alle scene narrative dell’età del Ferro, caratterizzate da uno stile dinamico e descrittivo.

Le incisioni dell’età del Ferro sono attribuite alla popolazione dei Camunni. Il loro nome compare sul trofeo di La Turbie, nei pressi di Montecarlo, fatto erigere da Augusto al termine della conquista delle popolazioni alpine alla fine del primo secolo avanti Cristo. La maggior parte delle scene di questo periodo ha come protagonista il guerriero, impegnato in scene di duello, di caccia al cervo e di equitazione, che sono state interpretate come prove o riti di iniziazione sostenuti dai giovani dell’aristocrazia camuna per diventare adulti.

Con l’arrivo dei Romani si può considerare concluso il ciclo artistico camuno “classico” ma  non termina in valle l’uso di incidere le rocce: le raffigurazioni di questa epoca non sono state ancora sufficientemente studiate, salvo per le attestazioni epigrafiche.

Sporadiche raffigurazioni attestano la prosecuzione delle incisioni fino all’età medievale (periodo post-camuno).

Alcune rocce sono di notevoli dimensioni, come la Roccia 1, che colpisce il visitatore per la straordinaria ricchezza e varietà delle figure incise, circa un migliaio. Sono presenti molte figure di animali, uomini armati, telai verticali a pesi, palette, edifici, coppelle e un labirinto.

Molte rocce sono dominate da figure umane realizzate in modo schematico, nella posizione detta dell’orante: hanno braccia rivolte verso l’alto, gambe contrapposte e corpo lineare, con alcune varianti. Gli studi mostrano la lunga durata di questo tipo di figura che ha inizio nel Neolitico e perdura fino agli inizi età del Ferro. Sulle rocce del Parco possono essere presenti guerrieri, cavalieri, animali, edifici, figure simboliche ed iscrizioni camune, a volte interpretati come elementi di scene di significato complesso, ma è necessaria molta prudenza. Molto spesso le superfici rocciose erano ripetutamente incise, sovrapponendo tra loro figure di età diverse. È così che ad esempio è nata la cosiddetta “scena del villaggio” della roccia 35, dove alcuni edifici che si sovrappongono a precedenti scene di caccia al cervo sembrano mostrare un villaggio con le sue attività. Alcune figure presentano una particolare valenza artistica, come la famosa raffigurazione del sacerdote che corre della roccia 35.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/capo-di-monte.html







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mercoledì 1 luglio 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO A CIVIDATE CAMUNO

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Il Museo Archeologico di Cividate Camuno, inaugurato nel 1981, raccoglie tutto il materiale di epoca romana ritrovato in Valle Camonica a partire dalla fine del XVII secolo.
Nei primi secoli dell'Impero, subito dopo la conquista, i Romani resero la Valle Camonica uno dei territori più "romanizzati" dell'arco alpino. Il Museo è organizzato in quattro sezioni: il territorio, la città romana, la religione e la necropoli.
Sono esposti rilievi, materiali fittili ed epigrafici provenienti da vari scavi
effettuati a Cividate Camuno, i mosaici policromi relativi alle terme di Cividate, e varie epigrafi funerarie e votive.

La città romana di Cividate Camuno fu fondata nei pressi del fiume Oglio, ai margini di un'ampia zona pianeggiante, in un punto nevralgico del sistema viario dell'area, a controllo del guado del fiume e delle vie di collegamento con la Val di Scalve, la Val Grigna, la Val Sabbia e la Val Trompia e con l'alta valle.

La città aveva un impianto regolare di strade ortogonali fra loro, disposte secondo l'asse indicato dal fiume Oglio, divisione che si prolungava, e ancora oggi si prolunga, nel territorio.

Della città sono stati riportati alla luce il complesso degli edifici da spettacolo con teatro e anfiteatro, gli edifici termali, diversi edifici privati, le necropoli.

Ai piedi dell'altura di S. Stefano, lungo l'Oglio, che doveva costituire il principale perno viario della città, si sviluppava l'area forense, di cui è stato recentemente scavato un ampio settore.

Proprio ai piedi della rupe di S. Stefano sono stati scavati resti di un insediamento preistorico antichissimo: una capanna del Paleolitico Superiore; un livello insediativo del Mesolitico antico; i resti di un abitato del Neolitico Medio-Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (IV millennio a.C.); tracce di frequentazione della tarda età del Rame; reperti dell'età del Bronzo e del Ferro.

Lungo i percorsi sono collocati pannelli e disegni ricostruttivi che illustrano gli argomenti delle principali sezioni (città, culti e necropoli).

Nel giardino esterno sono collocati elementi architettonici di grandi dimensioni provenienti dall’area del foro.

Nel 2005 si è reso necessario un cambiamento consistente nell'allestimento per esporre la statua virile rinvenuta nel 2004 nell'area del foro di Cividate Camuno.

Nel 2010 è stata realizzata una tensiostruttura che ha dato respiro al Museo, ampliandone il percorso con la creazione di un nuovo spazio per mostre temporanee e per attività didattiche.

Nel 2011 è stata riallestita la sala della città, con l'esposizione di una selezione degli importanti apparati decorativi della domus scavata nell'area del foro.

Nei primi mesi del 2014 è stato ampliato e ristrutturato l'ingresso del Museo, realizzando un nuovo spazio accoglienza per il pubblico; per l'occasione è stato realizzato un nuovo supporto didattico inerente il Tropaeum Alpium.

Il primo allestimento del Museo ha subito nel tempo diversi interventi di ampliamento e risistemazione dei percorsi. Le continue scoperte hanno infatti reso sempre più urgente la necessità di realizzare un museo organico, in grado di porsi rispetto al pubblico come momento di riflessione sulle vicende che nei primi secoli dell'Impero, subito dopo la conquista, interessarono la Valle, nel più ampio contesto della romanizzazione dell'arco alpino.

Tra il 2005 e il 2006 è stata modificata la disposizione del Museo, dando il giusto rilievo a due grandi statue: la statua di culto trovata nel 1986 nel  santuario di Minerva di Breno, replica in marmo pentelico del tipo dell'Athena Hygieia; una statua rinvenuta nell'area forense di Cividate Camuno nel 2004, rappresentante un personaggio maschile ritratto in posa eroica con il busto nudo e i fianchi avvolti in un ricco drappeggio, sullo schema delle immagini degli imperatori o dei personaggi di rango imperiale del I sec. d.C., ritratti secondo un modello iconografico mutuato dalla grande statuaria greca, teso a raffigurare una bellezza ideale, fisica e morale.

La frazione Pescarzo di Capo di Ponte si trova nella media Valle Camonica, su un terrazzo naturale a circa 650 m di altitudine. Nel 1995-96 è stata riportata alla luce un'abitazione in uso fra la fine del II e l'inizio del I sec. a.C., conservatasi in maniera straordinaria grazie ad un violento incendio che ne aveva distrutto in antico l'alzato, ma che allo stesso tempo ne aveva sigillato e preservato l'interno sotto uno spesso strato di crollo, restituendoci uno straordinario spaccato della vita quotidiana di una famiglia vissuta 2000 anni fa. La casetta ripropone il modello insediativo tipico dell'area alpina centro-orientale della seconda età del Ferro, con uno zoccolo di base in pietra, realizzato entro uno scasso più o meno profondo nel terreno, e un alzato in legno. L'abitazione di Pescarzo, con una pianta quadrangolare di circa 23 mq, era stata realizzata addossata al pendio entro uno scasso di oltre 1,80 m.  Lungo le pareti del vano-dispensa sono stati recuperati numerosi contenitori da cucina e da mensa in terracotta e un paiolo in bronzo, ascrivibili a tipologie di produzione locale e centro alpina. La presenza di alcuni frammenti di recipienti in ceramica più fine, a pareti sottili, di produzione tipicamente romana, è importante segno dell'incipiente romanizzazione culturale della valle. In un angolo della casa sono stati ritrovati gli scheletri degli abitanti della casa, adagiati sopra un giaciglio di paglia, un uomo adulto, un infante di pochi mesi e un bambino di circa dieci anni, già morti di causa naturale al momento dell'incendio delle strutture. Accanto ad essi erano alcuni monili e oggetti d'ornamento personale in ferro, bronzo e pasta vitrea, costituiti da armille, pendagli e fibule. In un altro settore della casa erano raccolti gli attrezzi da lavoro: due asce e alcuni coltelli in ferro, una cote in pietra, un attizzatoio in ferro. Non lontano, alcuni rocchetti in pietra, un ago in osso e numerosi contrappesi litici forati sembrano suggerire l'esistenza di un telaio ligneo verticale.Resti ossei animali pertinenti a ovicaprini, un suino e un cucciolo di cane, completano il quadro di vita ruotante intorno all'abitazione.  Il materiale, databile fra II e I sec. a. C., arricchisce il quadro di conoscenza sulla vita quotidiana camuna tra tarda età del Ferro e romanizzazione.

Due cippi funerari recano entrambi su una faccia un bassorilievo raffigurante un supplice togato: la specularità delle figure, insieme all'analogia di stile e dimensioni, induce a ritenere che i cippi fossero pertinenti ad uno stesso recinto funerario, dallo schema di evidente tradizione ellenistica.

Ubicata lungo un'importante via di collegamento fra la Valle Camonica e la Val di Scalve, Borno era verosimilmente un centro attivo e vivace, al centro di traffici commerciali legati prevalentemente alle risorse minerarie locali. Dal punto di vista archeologico l'area più ricca è non a caso localizzata lungo l'attuale via Don Moreschi, nella località Calanno, dove in diverse occasioni sono venute alla luce evidenze riferibili ad una necropoli organizzata a recinti murari e i resti di un santuario dedicato a Minerva. La via costituiva anche in età romana la più importante arteria stradale di collegamento tra Borno e Malegno-Cividate e Malegno.

Importanti informazioni sulla necropoli furono acquisite nel 1984-85 quando venne scavato un recinto funerario contenente 11 sepolture a cremazione e la relativa zona di combustione (ustrinum). Il recinto era in muratura di ciottoli e sfaldature litiche legati da malta, con probabile monumentalizzazione del lato principale, come suggerito da numerosi elementi architettonici in pietra rinvenuti in corso di scavo.

Delle tombe, 5 erano in nuda terra, una aveva protezione laterale in ciottoli e copertura in lastra di pietra, una era a fossa con copertura costituita da un tegolone e 4 erano a cassetta litica. Le tombe in cassa litica avevano un corredo decisamente più ricco rispetto alle altre. I materiali, databili fra I e II sec. d. C., sono costituiti da abbondante ceramica, anche di tradizione preromana e metallo, anche prezioso, fra cui si distinguono numerosi strumenti ( tra cui alcuni attrezzi, quali gravine e scalpelli, connessi alla lavorazione della pietra), stili, coltelli, laminette votive, nonchè pendagli e amuleti di tradizione protostorica carichi di significati simbolici. E' stato ipotizzato che i defunti fossero membri di un particolare gruppo sociale, forse di una casta sacerdotale.
Tra i reperti ci sono:
Una tomba a cassetta in occhialino scolpito, con coperchio a spioventi, contenente un'olla ovoidale in vetro verde, coperta in origine da un piatto in vetro saldato ad essa con gesso; all'interno, oltre alle ossa del defunto, sono stati trovati tre balsamari; intorno erano deposte quattro ampolle monoansate ed una lucerna a volute con maschera tragica sul disco.

Un gruppo di intonaci dipinti provenienti da una domus di età giulio-claudia, scavata in via Palazzo, nell'area del foro di Cividate Camuno. Si tratta di ingenti quantità di raffinati frammenti pittorici pertinenti a diverse fasi di vita di un edificio residenziale antecedente un edificio monumentale a probabile destinazione pubblica.

Nel 1956 a Braone, nella media Valle Camonica, fu trovata una tomba a inumazione contenente una piccola teca cilindrica in piombo, a due elementi ad incastro, contenente un gruppo di monete d'oro. La teca venne aperta e le monete disperse. Del gruzzolo originario furono poi recuperati 9 solidi aurei, emessi dagli imperatori Leone, Zenone, Anastasio.

Un mosaico composto da tessere bianche e nere, con tocchi di arancione e di marrone, posato su uno strato di cocciopesto a sua volta giacente su un livello di preparazione in malta su vespaio in ciottoli. Nel disegno predominano le linee curve con rosoni a due cerchi concentrici neri, con all’interno nodi di Salomone, delimitano ottagoni a segmenti ricurvi, incorniciati da motivi a tortiglioni.

Un piede maschile destro nudo in bronzo. Il frammento rimanda ad una statua ritratto in posa eroica.

Un pilastrino con figura di Dioniso fanciullo, posto su una base ornata da motivi naturalistici a rilievo, con tralci di vite e animaletti sulle facce laterali.

Una placchetta votiva in lamina di bronzo, raffigurante una figura umana schematica con le braccia levate verso l'alto e sormontante una barca solare  trainata da uccelli acquatici. Finemente decorata con puntinato e motivi triangolari e con cerchi concentrici a occhi di dado. Databile alla seconda metà del V sec. a.C., proviene dal santuario protostorico di Spinera di Breno, dai resti del rogo intorno ad un altare in pietra. In essa è verosimilmente da riconoscere la raffigurazione della divinità femminile indigena connessa all'acqua e venerata nel luogo, un contesto paesaggistico suggestivo, vicino all'Oglio e a una rupe rocciosa percorsa da grotte e cavità naturali.

Una statua di culto raffigurante Minerva. Si tratta di una copia romana di un originale greco di V sec. a.C. raffigurante la dea Athena/Minerva, opera di Pyrros, seguace di Fidia. La divinità è stante, appoggiata sulla gamba destra e con la sinistra piegata al ginocchio. Indossa chitone e hymation ed è avvolta in un ricco drappeggio, con l'egida a grosse scaglie su cui domina l'effigie della Gorgone, tra spire di serpentelli. La testa, della quale manca tutta la parte anteriore con il volto, è sormontata da un elmo attico con figura di sfige accovacciata sormontata da un alto lophos che ricade dietro le spalle, tra due paragnatidi ad alette laterali.

Una stele funeraria di incerta provenienza, recuperata ad Ossimo Inferiore. Nel registro superiore vi è una pseudo-edicola, sormontata da due leoni acroteriali e con Medusa stilizzata nel timpano, contenente due ritratti, uno maschile e uno femminile. Nella parte inferiore vi è una lunga dedica che cita un liberto che dedica un recinto funerario.

La romanizzazione della Valle Camonica fu attuata attraverso un graduale processo di acculturazione che non determinò rotture e cambiamenti radicali, bensì piuttosto l'incontro, l'integrazione e una lenta interpretatio e sovrapposizione. Gli aspetti caratterizzanti la realtà camuna nella seconda età del Ferro, modalità insediative e cultuali, forme della cultura materiale, sopravvissero a lungo alla romanizzazione e continuarono, pur con esiti e soluzioni differenti fino alla tarda età romana.

Le terme di Cividate romana vennero alla luce in una zona centrale della città negli anni Settanta del secolo scorso, a seguito di lavori edilizi: l’edificio scoperto presentava un calidarium (ambiente con una o più vasche contenenti acqua calda) absidato, con due vasche opposte, una per i bagni in acqua calda e una per quelli in acqua fredda e la natatio (piscina), con un pavimento in lastre e due scale d’accesso.

Era presente inoltre il caratteristico sistema di riscaldamento con sopraelevazione del pavimento tramite colonnine in terracotta (suspensurae) e pilastrini di pietra.

Le strutture sono state ricoperte. La dettagliata documentazione di scavo è in parte illustrata tramite pannelli al Museo (sala 1). Fra i materiali recuperati figurano monete di II e III sec. d.C., frammenti laterizi con bollo e due arule votive dedicate alla Fortuna e a Iside.

Ad una decina di metri a sud dalle Terme sono stati rinvenuti due ampi vani, probabilmente pertinenti alla vicina struttura termale, con una pregevole pavimentazione a mosaico. I mosaici, databili al I-II sec. d.C., sono stati in parte recuperati e sono oggi al centro della prima sala del Museo di Cividate.

Per ricostruire il quadro della cultura materiale della Valle Camonica in età romana, in mancanza di dati esaurienti e significativi recuperabili in scavi di abitato, particolare importanza rivestono gli oggetti provenienti da corredi tombali.

Tra le popolazioni antiche infatti era costume ricorrente la prassi di accompagnare i defunti con gli oggetti peculiari della vita quotidiana, in alcuni casi, quando il ceto di appartenenza era elevato o notevoli le risorse finanziarie, associandoli a materiali di pregio, come armi o monili. Ne deriva quindi di riflesso per chi esamina tali contesti una esplicita allusione alle caratteristiche socio-economiche oltre che culturali della vita del tempo.

Numerosi sono i rinvenimenti funerari rinvenuti in tutta la valle. Mentre diffuse un po' in tutto il territorio sono tombe isolate, vere e proprie necropoli sono state finora rinvenute a Lovere, Rogno, Borno, Breno e Cividate Camuno.

Il museo ha un'apposita sezione dedicata alle necropoli e alla ritualità funeraria, con pannelli e disegni ricostruttivi e dove trovano spazio i corredi delle tombe di Cividate Camuno e Breno, Borno, nonchè diverse epigrafi, are e monumenti funerari da diversi paesi della valle.

La necropoli di Borno, situata lungo la strada proveniente da Malegno, alla periferia dell'attuale abitato, si presenta come un caso particolare nel panorama complessivo del territorio camuno, sia per la qualità dei materiali in essa rinvenuti, sia per le tracce cospicue di recinti che delimitavano le sepolture.

Dal 1927 a più riprese sono emersi strutture, materiali ed elementi epigrafici riferibili ad una vasta necropoli a recinti in uso nei primi secoli dell'età imperiale, non molto lontana dall'area occupata da un santuario romano impostato su un precedente indigeno. La zona è caratterizzata dalla presenza ancora in situ di un muro in opus quadratum, scoperto nel 1958, restaurato e ricomposto con un'ara proveniente dal terreno soprastante. Il muro rappresentava in origine la fronte di un recinto con muri perimetrali in pietre e malta, con zoccolo rivestito da lastre lavorate in arenaria azzurra. Insieme alle strutture murarie furono scoperte alcune tombe ed evidenziate tracce di altri due recinti.

Importanti informazioni sulla necropoli furono acquisite nel 1984-85 quando venne scavato un recinto funerario contenente 11 sepolture a cremazione e la relativa zona di combustione (ustrinum). Il recinto era in muratura di ciottoli e sfaldature litiche legati da malta, con probabile monumentalizzazione del lato principale, come suggerito da numerosi elementi architettonici in pietra rinvenuti in corso di scavo.

Delle tombe, 5 erano in nuda terra, una aveva protezione laterale in ciottoli e copertura in lastra di pietra, una era a fossa con copertura costituita da un tegolone e 4 erano a cassetta litica. I materiali, databili fra I e II sec. d. C., sono costituiti da abbondante ceramica, anche di tradizione preromana e metallo, anche prezioso, fra cui si distinguono numerosi strumenti (attrezzi, quali gravine e scalpelli, connessi alla lavorazione della pietra), stili, coltelli, laminette votive, nonchè pendagli e amuleti di tradizione protostorica.

Particolarmente ricchi si presentavano i corredi delle tombe 3, 7, 9, 11, entro cassette litiche. Nel corredo della tomba 11 va segnalato, oltre ai numerosi oggetti in vetro, alle lucerne e alle fibule, anche un nucleo costituito da numerosi strumenti in ferro e bronzo, fusi insieme dal calore del rogo e significativo come riferimento all'attività svolta in vita del personaggio defunto. Le altre tombe menzionate contenevano oggetti di particolare pregio: una testina di toro in bronzo e una grossa armilla d'argento (tomba 7); un anello d'oro, fibule a globetti e a balestra; un'orecchino d'argento (tomba 9); un rasoio a lama triangolare (tomba 3). In genere le urne contenevano gli oggetti più preziosi (monili, vetri, lucerne) oltre alle ossa del defunto. All'esterno venivano invece deposti gli oggetti in metallo. Significativa la presenza di pendagli e amuleti di tradizione protostorica, carichi di significati simbolici e rituali, e di numerosi oggetti legati alla scrittura.

La necropoli di Breno, posta lungo via Garibaldi, venne scoperta casualmente nel corso dei lavori stradali che purtroppo distrussero parzialmente le tombe e resero impossibile il recupero dei corredi nella originaria associazione.

Le strutture erano a cassa di tegoloni o, in un caso, di lastre di pietra.

Fra i numerosi materiali recuperati risultano particolarmente significativi due vasi in ceramica invetriata. Uno di essi, una coppa, presenta una decorazione costituita da medaglioni circolari applicati su due fasce, racchiusi superiormente e inferiormente da file orizzontali di punti a rilievo, con motivi floreali e teste femminili. La coppa sembra appartenere alla produzione di officine di Smirne ed è databile alla prima metà del I sec. d.C. L'altro esemplare, invetriato, un cratere, assai simile alla coppa e riferibile allo stesso contesto cronologico e stilistico, presenta una decorazione a medaglioni, uniti da festoni, con motivi floreali a rosette e teste di eroti.

Dalla stessa necropoli provengono pure parte di una coppetta a pareti sottili, frammenti di piatti e coppe in terra sigillata nord-italica, un grande boccale di tradizione alpina, varie urne, fittili o in pietra ollare, una fibula d'argento derivata dal tipo Aucissa, una a disco in bronzo

A Cividate sono state finora individuate due zone sepolcrali: una nell'area di via Piana, lungo la strada per Berzo Inferiore, l'altra in località Androne, lungo l'attuale via Marconi.

Della prima furono recuperate circa dieci tombe, sia ad inumazione sia ad incinerazione, con corredi abbastanza modesti e purtroppo in parte non integralmente ricostruibili come contesto: il materiale si data fra I e III sec. d.C. La tipologia delle sepolture comprende tombe a inumazione, con pareti e copertura in lastre di pietra e fondo di tegole e tombe ad incinerazione, deposte in nuda terra o in cassetta di tegoloni con copertura in lastre di pietra.

La necropoli in via Marconi comprendeva per lo più tombe ad incinerazione, databili fra I e III sec. d.C., alcune delle quali comprese entro recinti rettangolari costituiti da muretti in ciottoli e malta. L'urna era deposta in nuda terra o in cassetta di tegole, con il corredo sia interno che esterno.

Fra gli oggetti più notevoli vi sono urne-cinerario in pietra ollare, un pendaglietto in oro, due pissidi in osso.

Ancora a Cividate, in località Broli, nel 1955 è stata ritrovata una tomba in cassa litica, con coperchio a spioventi, contenente un'olla cineraria in vetro, balsamari e una lucerna.




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mercoledì 10 giugno 2015

I MUSEI DI MANTOVA

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Il Museo Diocesano Francesco Gonzaga nasce in risposta a due esigenze importanti: da un lato come tutela della vasta quantità di oggetti sacri e arredi liturgici confluiti in sacrestie e oratori in seguito a riforme religiose, estinzioni di confraternite, abbandoni di chiese e cappelle, dall'altro come strumento divulgativo al pubblico del patrimonio artistico ecclesiastico inteso come rapporto tra cultura, arte e liturgia.
Raccogliendo in un'unica sede espositiva il patrimonio artistico, culturale e religioso di tutto il territorio della Diocesi mantovana, il Museo assolve da una parte la fondamentale funzione di conservazione e di catalogazione dell'opera d'arte, dall'altra quella non meno importante di esporre l'opera stessa alla fruizione pubblica.
Inserendo le opere d'arte sacra (tele, statue, oreficerie, corali miniati, paramenti,…) in un percorso museale viene conservato il riferimento alla chiesa d'origine e alla memoria della devozione popolare, e si sottolinea la continuità storica della Chiesa sul territorio.
Numerose opere affluite dalle parrocchie della Diocesi, che ne rimangono proprietarie, sono non di rado utilizzate per le liturgie solenni. L'idea di adibire parte del monastero di Sant'Agnese dei Padri Agostiniani a sede espositiva nacque grazie all'interessamento di monsignor Luigi Bosio negli anni Settanta e all'impegno di monsignor Ciro Ferrari nel decennio successivo.
La mostra del 1974 “Tesori d'arte nella città dei Gonzaga” rivelò la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico della Diocesi di Mantova, ponendosi come antecedente della formazione del Museo Diocesano di Arte Sacra.

La legge istitutiva del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco del 1941 prevedeva la realizzazione di un museo storico. Tuttavia, solo molti anni dopo, il Comando provinciale Vigili del Fuoco di Mantova riusciva a realizzare questo obiettivo, raccogliendo e restaurando mezzi e materiali di varie epoche attraverso acquisizioni nelle caserme dei Vigili del Fuoco di tutta Italia.
Nel 1991, in occasione del 50° anniversario dell'istituzione, veniva inaugurato il primo museo storico italiano dei Vigili del Fuoco. Il museo è stato allestito in alcuni edifici del complesso monumentale del Palazzo Ducale di Mantova, adibiti anticamente in parte a uso militare e scuderie (ex caserma Gonzaga), in parte riconducibili a una struttura teatrale (ex Teatro vecchio).
Il museo si sviluppa su quattro ampie sale collegate tra di loro da grandi aperture ad arco e raccoglie mezzi e testimonianze dal XVIII al XX secolo, consentendo di cogliere la straordinaria evoluzione tecnica dei mezzi del Corpo dei Vigili del Fuoco in questi secoli.
Nella prima sala (ex scuderie) sono esposti i mezzi più antichi, tra cui una pompa a mano del XVIII secolo che veniva azionata dai cittadini riuniti come volontari. Tra le curiosità, una bicicletta dei pompieri dotata di manichetta e varie moto, semplici o con sidecar.
Nella seconda e terza sala sono disposti automezzi storici, anfibi, autopompe anche di grandi dimensioni: particolare interesse destano le scale in acciaio, tra cui una lunga 26 metri ancora in perfette condizioni ideata dal tedesco Conrad Dietrich Magirus. Nella quarta sala si possono ammirare uniformi di varie epoche, i primi estintori a polvere antesignani degli odierni a schiuma, caschi di varie epoche e paesi e, al centro della sala, un elicottero del 1956. Sono inoltre esposti su tutto il percorso museale molteplici documenti, quali fotografie e articoli di giornali.

Il Museo Tazio Nuvolari, affidato dal Comune all’Automobile Club di Mantova, erede testamentario dei trofei e della memoria di Nuvolari, è stata debitamente ristrutturata al fine di adeguare i locali dell’ex Archivio storico a luogo di conservazione e fruizione delle memorie del “Mantovano volante”. I lavori, condotti su progetto dell’architetto Franco Mondadori, sono stati interamente finanziati dall’associazione “Amici del Museo Tazio Nuvolari Onlus” a cui hanno aderito molti privati e aziende mantovane. Il risultato è un dono alla cittadinanza che non solo potrà finalmente rivivere le gesta sportive di uno dei mantovani più illustri, ma anche visitare un edificio storico rinascimentale, fino ad ora inaccessibile al pubblico.

Nel palazzo liberty di via Calvi, progettato dall'architetto mantovano Aldo Andreani nel 1913, sede centrale della Camera di Commercio di Mantova, è stata collocata la significativa collezione d'arte di proprietà camerale. Si tratta di un prestigioso gruppo di dipinti antichi e di una sostanziosa raccolta di quadri e sculture del XX secolo, testimonianza della vita artistica mantovana intesa nella sua linea maggiore.
Le opere d'arte della collezione camerale sono l'autobiografia di una cultura, di un'epoca, di una città, Mantova, che è un esempio particolare della congiunzione tra cultura ed economia. Le opere antiche sono composte dai Ritratti dei Consoli dell'anno 1450 , affreschi attribuibili a Gerolamo di Giovanni da Camerino, che traggono ispirazione diretta dai modelli aulici degli “Uomini illustri”; dalle Cinque figure allegoriche dipinte da Giorgio Anselmi negli anni 1772-1773 per celebrare il governo virtuoso ed illuminato di Maria Teresa d'Austria; dal Cristo morto di Felice Campi del 1794.
La collezione del ‘900 annovera molti dei nomi eccellenti della pittura e della scultura mantovana del secolo. Evidente è la predilezione per il paesaggio ed i soggetti lombardi che attraversa le scuole e tutti gli orientamenti della pittura locale: il novecentesimo anni Venti, il realismo elegiaco, il chiarismo, le nuove tendenze degli anni Sessanta. Infine è presente una cospicua serie di opere di ispirazione astratta. Con l'istituzione del Premio “Camera di Commercio – Francesco Bartoli”, alla memoria del grande studioso e critico d'arte mantovano, l'Ente acquisisce ogni anno, a seguito di una valututazione autorevole ed autonoma di una commissione di esperti, opere nuove che vanno ad arricchire ulteriormente la collezione.

Nel Palazzo Valenti Gonzaga ha sede la Galleria Museo Valenti Gonzaga. I locali sono costituiti da oltre 500 mq; sono strutturati come "open space" e si compongono della "Galleria" d`ingresso, della Camera del "Figliuol Prodigo", della "Cappella", della "Stanza del Trionfo del Tempo sulla Fama" e della "Stanza degli Stemmi".
Tutti gli ambienti sono costellati ed impreziositi da affreschi attribuiti al pittore fiammingo di Anversa Frans Geffels (1625-1694) e da 18 statue, che si ritengono essere opera dello scultore - stuccatore comasco Giovan Battista Barberini (1625-1691).
La facciata del Palazzo è opera dell`architetto Nicolò Sebregondi (1595-1652) (lo stesso autore della Villa Favorita, fatta costruire dal Duca di Mantova Ferdinando Gonzaga (1587-1626), figlio secondogenito di Vincenzo I ed Eleonora de`Medici).
La Galleria Museo Valenti Gonzaga si estende e comprende inoltre, un piccolo giardino pensile ed i quattrocenteschi, ampi locali rustici (ghiacciaia, farineria e refettorio).

Il museo permanente della Gazzetta di Mantova raccoglie la testimonianza dei 350 anni di storia del giornale della città, il quotidiano più antico d'Italia e si trova al primo piano del palazzo di piazza Mozzarelli 7 a Mantova: la linotype, la macchina di costruzione americana usata in tipografia fino al 1981, è stata collocata all'ingresso, un monumento all'editoria moderna, che trasformava gli articoli in righe di piombo.
Del numero più antico della Gazzetta arrivato ai giorni nostri, risalente al 27 novembre 1665, è esposta una copia perfetta, dato che l'originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Modena.

Il Museo della Città di Palazzo San Sebastiano ha sede nel cinquecentesco omonimo Palazzo di proprietà comunale. Il museo fu inaugurato il 19 marzo 2005.
Il palazzo fu edificato tra il 1506 e il 1508 per essere la dimora preferita del marchese Francesco II Gonzaga, il quale vi morì nel 1519. Gerolamo Arcari e Bernardino Ghisolfo ne diressero i lavori e incaricati delle decorazioni degli ambienti interni furono pittori come Lorenzo Leonbruno, Matteo e Lorenzo Costa il Vecchio. Nel salone superiore vi erano le nove tele del Mantegna raffiguranti i Trionfi di Cesare, oggi conservate a Hampton Court presso Londra.
Già dopo la morte del committente, pur rimanendo residenza signorile il palazzo non ebbe più il ruolo privilegiato riconosciutogli da Francesco II: gli arredi e i quadri più preziosi vennero trasferiti in altra sede, e la residenza fu data in uso ai rami laterali della famiglia quali i Gonzaga di Novellara, di Gazzuolo e di Castiglione delle Stiviere. In questo palazzo il futuro S. Luigi Gonzaga cedette la primogenitura al fratello Rodolfo. Il palazzo viene dimenticato ritornando d'interesse pubblico a partire dalla metà del Settecento, quando il governo austriaco lo adibì a deposito e a caserma. Tale utilizzo ne accelerò il degrado con la pressoché totale sparizione delle decorazioni murarie. Anche la struttura originaria venne pesantemente manomessa, in particolare quando nel 1883 il Palazzo venne utilizzato come lazzaretto. Altre ristrutturazioni ci furono nel XX secolo, divenendo l'edificio sede di bagni pubblici, di una colonia elioterapica, di scuole, di depositi e di circoli ricreativi.
Il recupero iniziò nel 1999 con l'obiettivo di ripristinare per quanto possibile il progetto originale e recuperare almeno in parte le decorazioni murarie interne ed esterne. Il restauro ha permesso di recuperare preziosi frammenti degli affreschi che decoravano esternamente il Palazzo, seguendo il gusto tipico degli edifici mantovani della seconda metà del quattrocento. I restauri si sono conclusi nel 2003 riproponendo al pubblico la Loggia dei marmi e cicli di affreschi nella Camera del Crogiuolo, nella Camera delle Frecce e nella Camera del Sole.
I terremoti dell'Emilia del 2012 hanno provocato danni ad alcune sale del palazzo gonzaghesco.
Nel Museo della Città sono esposte una parte delle opere appartenenti alle Collezioni Civiche che già nell'Ottocento costituivano il Museo Patrio. Quanto proposto ha l'ambizione di raccontare i momenti più emblematici della storia di Mantova e rappresentarne la sua grande civiltà artistica. Sette sono le sezioni tematiche:
La città e l'acqua - Piano Terra, Loggia dei marmi
Emblematica gentilizia - Piano Terra, Sala del Porcospino e Sala del Crogiolo
La città del Principe - Primo Piano, Sala dei Trionfi
Il culto dell'antico - Primo Piano, Camera de' Brevi
La rinascita dell'antico, Mantova quasi Roma - Primo Piano, Sala delle Frecce
I "Trionfi di Cesare" del Mantegna - Primo Piano, Sala Est
Esempi di pittura a Mantova tra Quattrocento e Cinquecento - Secondo Piano, Galleria Superiore
Il Museo del Risorgimento di Mantova fu inaugurato il 3 marzo del 1903 nel 50º anniversario del martirio di Belfiore. Dopo diverse sedi e vicissitudini, nel 2005 le raccolte del Museo del Risorgimento, privo di sede, sono state formalmente accorpate al nuovo Museo della Città di Palazzo San Sebastiano.

L'Accademia nazionale virgiliana, è stata fondata nel 1768 da Maria Teresa d'Asburgo imperatrice d'Austria, unitamente al figlio, Giuseppe II d'Asburgo, futuro imperatore. veniva decisa la denominazione di Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere. Essa è la più antica e prestigiosa istituzione culturale tuttora esistente in Mantova.
Denominata con decreto datato 4 marzo 1768, "Reale accademia di scienze e belle lettere", l'istituzione era strutturata alla stregua di una scuola universitaria, articolata in differenti discipline e classi, e traeva origine dal secolare filone di sodalizi culturali risalenti alla signoria Gonzaga (come nel caso della Accademia dei Timidi poi detta degli Invaghiti).
Fu durante l'occupazione francese di Mantova, che sotto l'impulso del governatore della città, il generale napoleonico de Miollis, che l'accademia assunse la denominazione di Virgiliana, in onore di Publio Virgilio Marone. Nel 1983 l'Accademia ha assunto altresì la qualifica di Nazionale.
L'Accademia è ospitata nel palazzo di fondazione cinquecentesca, restaurato dall'architetto neoclassico Paolo Pozzo. Al suo interno è possibile ammirare il teatro di Antonio Bibiena, inaugurato nel 1769 e dove Mozart suonò tredicenne il 16 gennaio 1770.
L'Accademia è composta da 90 accademici ordinati in tre classi: lettere e arti, scienze matematiche fisiche e naturali e scienze morali. Ad essi si aggiungono 60 soci corrispondenti, 20 per ciascuna classe.
Oltre alla rassegna annuale "Atti e Memorie", l'Accademia cura la pubblicazione di varie collane, edite dalla casa editrice Leo S. Olschki di Firenze.
Attuale presidente è Piero Gualtierotti succeduto a Giorgio Zamboni.

L'area dove sorge ora il museo archeologico, all'interno del perimetro del Palazzo Ducale di Mantova, dalla metà del ‘500 alla fine del '800 ospitava la sede del teatro di Corte dei Gonzaga . Divenuta di proprietà comunale, vi fu edificato il mercato dei Bozzoli dei bachi da seta, poi destinato al commercio ortofrutticolo ed infine donato dal comune di Mantova al Ministero per i Beni e le Attività Culturali affinché se ne cominciasse la ristrutturazione e la trasformazione in museo archeologico destinato a raccogliere i numerosi reperti provenienti dagli scavi nella provincia di Mantova.
Il progetto del restauro si è posto l'obiettivo di conservare le caratteristiche ambientali e architettoniche di un notevole esempio di architettura paleoindustriale di fine '800, mantenendone l’aspetto esterno originario, la struttura interna del tetto a capriate sorretto da pilastri disposti su due file. L'enorme edificio originario è ora tagliato da tre solai allo scopo di un utilizzo razionale dello spazio interno.
Pur utilizzando solo parzialmente l'edificio restaurato, nel museo è già proposta l'esposizione di collezioni di reperti che spaziano dal neolitico e dall'età del bronzo, all'epoca etrusca, celtica, romana, medievale e rinascimentale, materiali tutti rinvenuti nel territorio mantovano. Dall'11 aprile 2014 sono definitivamente esposti all'interno di una teca in cristallo gli Amanti di Valdaro, due scheletri del neolitico ritrovati presso Valdaro in prossimità di Mantova nel 2007, così denominati perché i due scheletri, un uomo e una donna, furono rinvenuti abbracciati.

Gli Amanti di Valdaro, talvolta chiamati anche amanti di Mantova, sono due scheletri del neolitico ritrovati presso Valdaro in prossimità di Mantova nel 2007. Il nome dato ai resti umani perché i due scheletri, un uomo e una donna, sono stati rinvenuti abbracciati tra loro, anche con gli arti inferiori.
Nel febbraio del 2007 la sovraintendenza ai beni culturali di Mantova comunicava il ritrovamento di una sepoltura neolitica nell'ambito degli scavi su una villa romana in zona Valdaro nel comune di San Giorgio di Mantova. L'eccezionalità del ritrovamento consisteva nel fatto che i due scheletri rinvenuti erano stati sepolti di fianco, faccia a faccia, incrociandoli in un abbraccio che coinvolgeva anche gli arti inferiori. Si tratta dell'unico esempio di sepoltura doppia (bisoma) in Italia Settentrionale. Le foto dei due scheletri provocarono grande emozione popolare e diedero grande celebrità al ritrovamento. A ciò contribuì anche l'approssimarsi della festa di San Valentino durante la quale su molti media, ovunque nel mondo, furono pubblicate come simbolo d'amore eterno le foto dei due amanti.
Gli amanti di Valdaro hanno avuto un forte impatto sulla cultura popolare anche fuori dall'Italia, addirittura la band anarco-metal Quitting Heaven nel 2009 ha espressamente dedicato loro una canzone dal titolo Skeleton Kiss (il bacio dello scheletro).
Fin dall'inizio si pose con insistenza il problema di dare una collocazione espositiva ai due scheletri anche per incentivare il turismo museale a Mantova sulla scia di quanto avvenne a Bolzano per Ötzi la mummia di Similaun. A varie riprese sono stati esposti eccezionalmente durante eventi celebrativi a Mantova, come ad esempio durante il Festivaletteratura nel 2011. Infine, a sette anni dal ritrovamento, l'11 aprile 2014 sono stati definitivamente esposti all'interno di una teca in cristallo al Museo archeologico nazionale di Mantova.

L'Apollo di Mantova, con le sue varianti, è tra le prime forme di statuaria del tipo Apollo citaredo, in cui il dio solare raffigurato in piedi tiene la cetra nel suo braccio sinistro. Il primo esempio di questa tipologia di scultura greca è stato rinvenuto a Mantova e della città ha pertanto assunto anche il nome.
Questo Apollo è una copia imperiale romana datato tra la fine del I secolo e l'inizio del II, modello esemplare di Neoatticismo ispirato da un presunto originale in bronzo realizzato all'incirca verso la metà del V secolo a.C.; ha uno stile del tutto simile alle pere derivanti dalla scuola di Policleto, ma leggermente più arcaico. La cetra se ne stava appoggiata al braccio sinistro esteso in avanti.
Nell'esemplare conservato al museo del Louvre ed alto 1,13 m. rimane un frammento indicante la torsione fatta assumere dallo strumento musicale contro il muscolo bicipite brachiale del dio in posizione tesa.
In seguito sono state trovate più di una dozzina di repliche dello stesso tipo e fattura, tra cui quelle principali sono conservate al museo archeologico nazionale di Napoli (un bronzo trovato a Pompei antica) e al museo archeologico nazionale di Mantova. L'originale andato perduto sarebbe stato, come detto, prodotto in bronzo; a volte è stato indicato in qualità di possibile autore il maestro di Fidia, Egia o Egesia, ma non esistono esempi superstiti del suo lavoro a poter fare da modello comparativo.
Un'altra copia in ottone di epoca romana si trova al Fogg Art Museum, la più antica struttura museale d'arte dell'università di Harvard.

La collezione della Banca Agricola Mantovana costituisce, unitamente a quella formata dal Re d'Italia Vittorio Emanuele III ed esposta a Palazzo Massimo in Roma, la più completa raccolta di antiche monete e medaglie di Mantova e dei Gonzaga.
La collezione iniziò a formarsi nel 1986 con l'acquisizione della raccolta del notaio Casero di Milano, nella quale confluirono molti esemplari di proprietà di Giulio Superti Furga di Canneto S/Oglio (Mantova), rinomato studioso di numismatica.
Seguì nel 1993, l'acquisizione della prestigiosa collezione del Conte Alessandro Magnaguti (1887-1966), un erudito e facoltoso nobile mantovano che in quasi mezzo secolo costituì una importante raccolta di monete e medaglie dei Gonzaga, vincolata dal Ministero dei Beni Culturali perchè giudicata "di eccezionale interesse artistico e storico", e rappresentata nei volumi VII, VIII e IX di Ex Nummis Historia.
Altri esemplari acquisiti sul mercato antiquariale completano quella che è considerata oggi, con i suoi 2160 pezzi esposti, il più vasto museo visibile al mondo di monete e medaglie di Mantova e dei Gonzaga. Lo splendido stato di conservazione e la straordinaria rarità di molti esemplari, spesso unici ed inediti, costituiscono un patrimonio inestimabile.
Tra i vari artisti che hanno realizzato le monete e medaglie per la famiglia Gonzaga si ricordano Pisanello, Bartolo Talpa, Leone Leoni, Gaspare Molo e Gian Cristoforo Romano.
Alcune postazioni multimediali consentono al visitatore di comprendere al meglio il percorso espositivo, che illustra gli otto secoli di testimonianza storica ponendo in risalto gli esemplari di particolare qualità artistica.
La Biblioteca numismatica, costituita dalle principali opere di riferimento delle varie epoche storiche, è a disposizione, per la consultazione, nella Biblioteca della Fondazione Banca Agricola Mantovana situata nello stesso palazzo.
Nella Biblioteca sono disponibili gli otto volumi, pubblicati dalla Banca Agricola Mantovana con l'Electa di Milano, nei quali viene descritta e illustrata l'intera collezione, oltre agli esemplari mancanti.
I libri sono disponibili per la consultazione presso la Biblioteca numismatica della Fondazione Banca Agricola Mantovana.
La Galleria è stata realizzata nella sede della Fondazione Banca Agricola Mantovana, in un ambiente unico a pianta rettangolare allungata, di quattro metri di larghezza e ventiquattro di lunghezza, uno spazio ben dimensionato per la nuova funzione espositiva.
La Galleria ospita circa settanta quadri del '900 mantovano, una selezione di opere tratte dalla quadreria di proprietà della Fondazione Banca Agricola Mantovana.
Il progetto (a cura di "Studio Ambiente" dell'arch. Eristeo Banali) muove dalla necessità d'aumentare le superfici (pareti) per l'esposizione delle opere, intervenendo senza coinvolgere le strutture e la funzionalità dell'ambiente.



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sabato 18 aprile 2015

IL MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO DI ANGERA

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Il Museo Civico ha sede in Via Marconi 2, presso il Palazzo del Pretorio, un edificio tardo quattrocentesco con una piccola corte ed un porticato. Dopo una serie di interventi di rinnovo, il Museo è oggi parte del Sistema Museale Archeologico della Provincia di Varese, insieme al Museo Civico Archeologico di Varese, l'Isolino Virginia, sul Lago di Varese, il Museo di Sesto Calende ed il Museo di Arsago Seprio.

Il Museo Civico Archeologico di Angera aprì al pubblico nel 1976, dopo 4 anni di intensa attività da parte dell'Associazione Storica e Archeologica Mario Bertolone, che aveva rinvenuto presso la necropoli romana, nota già a fine 1800, 42 tombe in un primo scavo nel 1971 ed in un secondo momento altre 23.

Oggi l'esposizione è organizzata nelle due sale superiori del palazzo in due sezioni: quella preistorica riguarda i ritrovamenti avvenuti nell'antro mitriaco, una grotta situata sulle pendici del colle su cui oggi sorge la Rocca, abitata già in tempi preistorici, poi ristrutturata in epoca romana e adibita al culto del dio Mitra. Si tratta di reperti risalenti al paleolitico, che rappresentano la più antica testimonianza di insediamento umano nel territorio varesino. Tra i ritrovamenti vi sono grattatoi, asce del mesolitico e del neolitico.

La seconda sala è dedicata ai reperti provenienti dalla necropoli romana, situata nei pressi dell'attuale cimitero, dove gli scavi cominciarono nel 1877. Si tratta di ritrovamenti databili tra il I ed il III secolo d. C., provenienti da 178 tombe: piatti in vetro, piccole ceramiche a pareti sottili, solitamente poco diffuse negli arredi funebri. E poi monete, chiodi, coltelli, cocci di vasellame, lucerne in vetro e avanzi di ossa, sia umane che di animali, e frequentemente pane carbonizzato. Rari i monili.
Queste testimonianze suggeriscono ai visitatori un'idea dell'importanza dell'abitato di Statio, l'antico nome del borgo, punto di incrocio tra alpi e pianura, già in epoca romana.



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venerdì 17 aprile 2015

IL MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO NATURALISTICO DI SESTO CALENDE

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Il Museo Civico di Sesto Calende é ospitato nell'ottocentesco palazzo municipale, che si affaccia sulla sponda lombarda del Ticino.

La sua storia inizia nel 1949, con la costituzione della Societá Storico Artistica Cesare da Sesto, dedicata al pittore leonardesco di origine sestese. Il sodalizio promuove la ricerca archeologica e storico artistica, con l’obiettivo di creare un museo locale in grado di conservare e valorizzare in loco i reperti ritrovati nel territorio. Nel 1954 viene allestita, in collaborazione con l'allora Soprintendenza alle Antichitá e i Musei Civici di Varese, la prima mostra archeologica, che costituirá il nucleo originale della raccolta.

La vocazione archeologica che ha contraddistinto i primi anni di attivitá del gruppo viene prematuramente abbandonata. La Societá nel contempo istituisce il Premio Nazionale della Giovane Pittura, che permette di acquisire alcune importanti opere contemporanee, a cui negli anni si aggiungeranno lasciti e donazioni. L'impegno di alcuni soci porta nel 1975 alla sistemazione del materiale archeologico in una saletta del Municipio.

Oggi il Museo di Sesto Calende fa parte del SiMArch, il Sistema Museale Archeologico della Provincia di Varese.

La raccolta contenuta nel museo è costituita da oggettistica e da reperti archeologici, soprattutto corredi di antiche tombe, il tutto disposto in ordine cronologico: si tratta di ritrovamenti avvenuti soprattutto negli anni '60, anni delle più importanti campagne di scavo nell'area compresa tra Sesto Calende, Golasecca e Castelletto sopra Ticino.

Si parte con vasi, coppe e urne molto semplici e lineari, per passare poi ad una produzione di suppellettili più raffinate e ricche, che rappresentano l'evoluzione della Cultura di Golasecca nelle sue varie fasi, dal IX al V sec. a.C.. Oltre a testimonianze di attività domestiche, di prodotti per l'igiene e l'abbigliamento, il pezzo che sembra richiamare maggiormente l'attenzione del visitatore è la Tomba del Tripode, sepolcro femminile rinvenuto nel 1977 nella necropoli in località Mulini Bellaria, e contenente il corredo funerario della defunta ancora in buone condizioni, tra cui una vaschetta in bronzo sorretta appunto da una struttura a 3 aste in ferro, terminanti a forma di gambe umane.

All'interno del museo sono altresì custoditi reperti precedenti la Cultura di Golasecca e appartenenti all'età del Bronzo, nonché altro materiale successivo, dai primissimi sec. a.C. (tomba di età gallica) fino all'epoca medioevale (lastre decorate dall'Abbazia di San Donato).

Da non perdere la Sezione Naturalistica con la ricca collezione di fossili che espone il ricco affioramento di conchiglie fossili plioceniche di Cheglio, a testimonianza di una ricca fauna di invertebrati marini.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-sesto-calende.html



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mercoledì 8 aprile 2015

GIOVANNI RAMBOTTI

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Giovanni Rambotti fu un uomo di grande rigore e dirittura morale, di fede cattolica e ricco di sensibilità anche per i problemi sociali. A lui si deve la fondazione della Società Operaia di Desenzano, di cui fu presidente.

Giovanni Rambotti nacque a Desenzano il 21 novembre 1817.

Dopo aver compiuto gli studi primari e secondari nella sua città natale, studiò legge all'Università di Pavia, dove conseguì la laurea nel 1840.

Esercitò la professione di notaio in Desenzano. Membro della Deputazione Comunale dal 1848 al 1859, alla nascita del Regno d'Italia nel 1860 ricoprì l'incarico di primo sindaco di Desenzano, che tenne fino al 1862.
Dal 1863 al 1872 fu direttore della Scuola Tecnica pareggiata.

Nel 1872 iniziò a interessarsi dei materiali archeologici preistorici che venivano alla luce durante i lavori di estrazione della torba nel bacino inframorenico di Polada presso Lonato.
In pochi anni mise insieme la più importante collezione di materiali palafitticoli dell'età del Bronzo e nel 1875 sarà il principale prestatore all'esposizione di Archeologia Preistorica organizzata a Brescia dall'Ateneo di Scienze e Lettere.

Grazie a queste scoperte il Rambotti entrò in relazione con i maggiori studiosi dell'epoca, primo fra tutti Luigi Pigorini, con il quale rimase in costante contatto epistolare.

Dal 1878 fino alla morte, fu Preside del Ginnasio-Liceo Bagatta di Desenzano. Il Rambotti era socio dell'Ateneo di Scienze e Lettere di Brescia e per i meriti acquisiti in diversi campi ottenne la nomina a"Cavaliere" e "Ufficiale" del Regno.

Grazie alle importanti scoperte archeologiche effettuate a Polada nel 1882 - e certamente per interessamento di Luigi Pigorini - fu nominato"Regio Ispettore degli Scavi e Monumenti" per la zona di Desenzano. In questa sua veste inviò una breve relazione sulle circostanze della scoperta di una lapide romana nel corso di lavori edilizi al castello di Desenzano, riferendo anche sulla precedente scoperta di una tomba di età romana imperiale ai piedi del muro occidentale del castello.

Nella sua qualità di preside del Liceo Bagatta, il Rambotti conobbe personalmente Giosuè Carducci, venuto a Desenzano per quattro anni consecutivi (1882-1885) come Regio Commissario per gli esami di maturità. Carducci ne ha lasciato un breve ritratto in una lettera indirizzata da Desenzano a Severino Ferrari e datata 8 luglio 1882: "i professori sono tutti preti, e il preside è un notaio, un notaio lungo, di pelo bianco, vestito di nero".
Rambotti coltivava interessi per la storia, le scienze naturali e l'archeologia e amava collezionare antichità. Di questi suoi interessi sono testimonianza la collezione archeologica, formata nel corso degli anni, e un manoscritto inedito intitolato"Cenni sul lago di Garda e i suoi contorni", in cui, oltre a fornire innumerevoli notizie di carattere storico ed economico, si dedica una parte importante alle specie ittiche del lago, sistematicamente classificate, e alle tecniche della pesca.

Rambotti aveva raccolto qualche oggetto di bronzo proveniente dalla palafitta di Peschiera o scoperto occasionalmente in diverse località (una fibula Certosa presso Rivoltella, un'ascia ad alette mediane da Carpenedolo, una falce di bronzo dal Trentino), i materiali di una tomba forse di età gallica scoperta in una cava di ghiaia in località Taverna a Desenzano e quelli di tre tombe romane rinvenute a Pozzolengo- contrada Celadina, presso la Rocca di Manerba e in contrada Bionde a Sirmione. Della sua collezione facevano parte due statuette in bronzo di Minerva, una scoperta presso l'osteria di Lugana Vecchia, l'altra rinvenuta in località Menassasso di Desenzano; frammenti di mosaici e di intonaci dipinti dalla villa romana della punta di Sirmione; il frammento di un'iscrizione romana in bronzo ritrovata a Desenzano tra la propria casa e il lago.Rambotti recuperò, e conservava nella propria collezione, i frammenti di un mosaico romano venuto alla luce a Desenzano in via Borgo Regio, dove in seguito, a partire dal 1921, gli scavi porteranno alla luce un'importante villa della metà del IV secolo. Nel giardino della sua casa in Desenzano il Rambotti conservava anche un monumento romano con bassorilievo allusivo all'agricoltura, scoperto tra Monzambano e Castellaro Lagusello. Nella collezione Rambotti figuravano monete di bronzo e d'argento dell'Egitto di età ellenistica, una lucerna fittile da Pompei, e diversi materiali scoperti tra le rovine dell'antica Scolacium, presso la foce del Corace poco a sud di Catanzaro Marina, e alla foce del Simeri a nord di Marina di Catanzaro.

Nell'estate del 1868 i lavori di estrazione della torba nella valletta del Machetto, a sud di Desenzano, intaccarono i resti di una palafitta e portarono alla luce selci scheggiate, ossi animali e i resti di uno scheletro umano. Informato immediatamente dal suo amico Alberto Bazoli, il Rambotti si recò subito sul luogo, recuperando cinque strumenti di selce scheggiata, resti di legni e di ossi animali e soprattutto un cranio quasi completo e consistenti parti di uno scheletro umano. Le selci del Machetto sono attualmente conservate al museo Pigorini di Roma, dove pervennero insieme a tutta la collezione Rambotti.

Quando nel marzo 1872 iniziarono i lavori di estrazione della torba nel piccolo bacino inframorenico della Polada, tra Lonato e Desenzano, vennero alla luce i resti di una palafitta. I fratelli Bazoli, amici del Rambotti gli consentirono di eseguire scavi per proprio conto. Tuttavia, dopo la metà del 1873, ai Bazoli subentrò nello sfruttamento della torbiera la Società Anonima dei Combustibili di Milano, che impedì al Rambotti la prosecuzione delle sue ricerche. Il Rambotti formò così una grande collezione di oggetti preistorici provenienti dalla palafitta di Polada, che fu esposta per la prima volta al pubblico in occasione dell'Esposizione di Archeologia preistorica e Belle Arti della Provincia di Brescia, inaugurata il 19 agosto 1875.

L'esposizione di Brescia procurò al Rambotti una larghissima fama nel campo degli studi di archeologia preistorica ed egli poté intrattenere cordiali rapporti con i maggiori studiosi italiani, in particolare con Luigi Pigorini, al quale, in occasione di una sua visita a Desenzano nel 1878, regalò per il museo Preistorico di Roma alcuni degli oggetti di bronzo della palafitta di Peschiera da lui posseduti.

Nel corso del 1876 il Rambotti recuperò dalla torbiera Fornaci, immediatamente a sud di quella di Polada, il cranio di un uro (Bos primigenius), di eccezionale interesse poiché recava una cuspide di freccia in selce infissa nell'osso frontale vicino all'occhio destro. Nel 1878 insieme a Luigi Pigorini e Stefano de Stefani il Rambotti effettuò un sopralluogo alla palafitta della Cattaragna, tra Castel Venzago e Solferino.

Nel 1880 fu invitato insieme a G. Chierici, G. Bandieri e L. Ruzzenenti agli scavi delle terramare di Bellanda e di Villa Cappella nel Mantovano.

Nel 1886 accolse nella sua casa di Desenzano Robert Munro, di Edinburgo, segretario della Società degli Antiquari della Scozia, a cui illustrò i materiali di Polada, che erano raccolti in due stanze al piano terra della sua abitazione, e lo accompagnò in un sopralluogo al sito stesso di Polada, esponendogli le conclusioni a cui era pervenuto intorno all'estensione e alle caratteristiche della palafitta.

Il Rambotti fu certamente in contatto anche con Pompeo Castelfranco, illustre paletnologo di Milano, amico del Pigorini e collaboratore del "Bullettino di Paletnologia Italiana". Tra le carte del Castelfranco già conservate alla biblioteca d'arte al Castello Sforzesco ed ora presso le civiche raccolte archeologiche di Milano vi sono due tavole con il disegno a grandezza naturale di alcune asce e di due cuspidi di lancia in bronzo della raccolta Rambotti.

Anche se era stata progettata una pubblicazione su Polada, il Rambotti non lasciò alcuno scritto edito sulle scoperte da lui effettuate.

G. Rambotti morì a Desenzano del Garda il 22 dicembre 1896, all'età di 79 anni.


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                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/il-museo-archeologico-di-desenzano.html




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martedì 7 aprile 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI DESENZANO

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Il Civico Museo Archeologico di Desenzano del Garda, intitolato a Giovanni Rambotti, è stato inaugurato nel 1990. L'idea di istituire un museo archeologico dedicato alla preistoria del lago di Garda era già maturata agli inizi degli anni '80 in seguito agli importanti risultati conseguiti con gli scavi condotti da Renato Perini al Lavagnone e alla clamorosa scoperta di un aratro pressoché completo, risalente agli inizi dell'antica età del Bronzo; al recupero di materiali raccolti da appassionati locali nelle numerose palafitte sommerse lungo le rive meridionali del lago: Gabbiano di Manerba, Corno di Sotto, Porto Galeazzi, Lugana Vecchia e Maraschina; all'acquisizione da parte del comune di Desenzano della collezione dell'avv. Mosconi, formata con i materiali scoperti al Lavagnone all'epoca dell'estrazione della torba; alle sistematiche raccolte di superficie effettuate sempre al Lavagnone in occasione delle periodiche arature principalmente da parte di Ettore Merici; all'attività del Gruppo Archeologico di Desenzano (G.A.D.) e del gruppo "La Palafitta", che con assidue prospezioni del territorio di Desenzano e di Lonato, andava rivelando per la prima volta l'esistenza di numerosi siti del Mesolitico sparsi nell'area dell'anfiteatro morenico benacense. Inoltre presso il museo sono conservati i materiali rinvenuti nel corso degli scavi, ancora in corso, dell'Università degli Studi di Milano presso la palafitta del Lavagnone. 
Il museo negli ultimi anni è andato gradualmente trasformandosi, incrementando le collezioni, con particolare riguardo al fenomeno delle palafitte. Lo spazio espositivo si è ampliato con l'introduzione di nuove sale, inaugurate nel 2015. 

Durante il periodo Mesolitico si utilizzavano per lo più sostanze coloranti e oggetti ornamentali, in particolare conchiglie marine e d’acqua dolce, vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli utilizzati come ciondoli di collane o bracciali nei capi di vestiario. A Riparo Gaban sono stati rinvenuti manufatti artistici che erano stati posizionati all’interno di buche manomesse già in età mesolitica. Si conosce anche una sepoltura che è stata ritrovata nel sito di Mondelav de Sora, a 2150 m di altitudine. L’inumato era un uomo mesolitico, appartenente al tipo Cro-Magnon già presente in Europa durante il Paleolitico superiore. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre vulcaniche e marna calcarea. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno.

Tra i suoi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi; numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall'arte della scheggiatura, come le parti di un telaio in legno.
L’istituto ospita l’aratro completo più antico del mondo il quale risalirebbe all'età del Bronzo (2000 a.C.).

Fin dal paleolitico i cacciatori usavano ornarsi con gioielli realizzati con pietre e conchiglie, questa usanza continuò per molto tempo, fino alla scoperta dei metalli. Nelle epoche più antiche si usavano soprattutto collane e ciondoli, usati sia dalle donne che dagli uomini. Si pensa che ad essi fosse attribuito un valore apotropaico, ovvero per tenere lontano spiriti maligni. Dall’età del bronzo si aggiunsero anche bracciali, catenelle, anelli, e spilli di varie forme. Sono stati ritrovati reperti molto rari di pendagli ricavati da denti di animali e da pezzi di conchiglie. Nell’Attica e nella media età del bronzo viene attestato che c’era l’uso di monili d’osso ottenuti probabilmente dalla lavorazione di minerali; inoltre viene attestato anche l’uso di tecniche più avanzate e un gusto più raffinato (lo confermano i reperti di collane di calcite ritrovate nelle tombe). Tra i gioielli che usavano nell’antichità sono stati trovati reperti di fibule. La fibula era una sorta di spilla per fermare gli indumenti (maschili e femminili). Quest’oggetto può avere più funzioni in base al tipo di abbigliamento. Essa entra in uso grazie alle popolazioni mediterranee e dell’Europa continentale a partire dalla tarda età del bronzo.

La casa veniva costruita su palafitte, le più antiche su pali singoli. L’acqua era bassa per poter costruire palafitte, che spesso venivano posizionate su rive dove la costruzione era più agevole. Per costruire si usava un plinto, nel quale si infilava un palo. Si costruivano le case su palafitte per difendersi dagli attacchi di animali selvaggi e da frequenti inondazioni. A Fiavè (in provincia di Trento) sono stati ritrovati due villaggi, i quali risalgono uno al Bronzo Medio Avanzato, l’altro al Bronzo Antico e Medio.

Il primo villaggio, quello risalente al Bronzo Antico e Medio, si trovava a circa cento metri dall’antica sponda meridionale del laghetto. Le palafitte ritornate alla luce erano costituite di legno di abete rosso e varie specie di larice, alberi che formavano grandi e fitti boschi, che circondavano il villaggio preistorico. I pali usati erano per la maggior parte a sezione circolare, ma erano stati costruiti anche pali di diverso modello, per esempio quadrangolari, poligonali e varie altre forme. È difficile risalire alla struttura delle abitazioni e ricostruire la planimetria del villaggio. I pali erano lavorati soprattutto sulla sommità, perciò è sulle punte di essi che è avvenuto il maggior deterioramento. Si pensa che le abitazioni poggiassero sull’impalcato aereo sopra lo specchio d’acqua, anche se non si è sicuri della forma e della disposizione delle capanne. Riassumendo, l’unica cosa certa è che si trattava di case su pali con impalcato aereo a breve distanza dalla riva dell’antico laghetto o su una fascia spondale che durante le piene rimaneva allagata.
Nel secondo modello di villaggio, risalente al Bronzo Medio Avanzato, i pali verticali sono infissi al fondo per soli due metri e collegati tali da formare un reticolo di pali ed essere così stabile. Questo villaggio, anche se più recente, sfortunatamente non è stato riportato al meglio alla luce. La forma e le dimensioni di ogni abitazione non erano costanti: infatti la loro pianta poteva essere rettangolare, o leggermente trapezoidale; le pareti probabilmente erano a graticcio intonacate di argilla.

All’interno del museo civico Giovanni Rambotti si trovano diversi reperti che mostrano il grado di evoluzione in ambito agricolo. Tra questi citiamo:

l’aratro più antico ritrovato in Europa (Bronzo Antico, circa 2000 a. C.)
grandi sassi usati come macine per schiacciare il grano (metodo poco salutare, poiché le scaglie di pietra si mischiavano con il grano e provocavano danni all’organismo e ai denti quando venivano ingerite)
grandi ciotole dove conservare il grano
piccole falci di pietra con le quali tagliavano il grano
Dai resti organici trovati sui reperti si è potuto capire quali tipi di alimenti venivano coltivati: cereali, leguminose, orzo e grano.
Sono stati rinvenuti diversi strumenti di pietra scheggiata il cui uso non è stato definito con precisione. Data la loro forma si pensa fossero utilizzati per tagliare la carne, lavorare il legno e dare forma alle pelli. Ci sono delle classificazioni comuni per gli strumenti del Paleolitico medio superiore, per il Mesolitico, per il Neolitico e in parte per l’età del Rame e del Bronzo. Le tipologie fondamentali degli strumenti sono le seguenti: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, perforatori, armature geometriche, punte e pezzi scagliati. Le lame e le punte a dorso avevano il bordo affilato e possono essere paragonate ai nostri coltelli taglienti. Possiamo paragonare i bulini agli scalpelli, in quanto servivano per scalfire il legno, osso e corno e per eseguire incisioni a scopo decorativo. I perforatori erano utili per forare il legno, l’osso e la pelle. Le lame denticolate servivano per decorticare e squadrare il legno e per preparare le frecce. Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

Al museo Archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda, tra i numerosi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi, conservatisi perché immersi nel fango delle sponde del lago, utilizzato originariamente come base per la costruzione delle palafitte. Più numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall’arte della scheggiatura, come parti di un telaio in legno. Dopo lo sviluppo di quest’ultima si arriva alla scoperta del rame nativo (cioè rame duro sotto forma di pietra), una novità per gli uomini dell’epoca, e la scheggiatura di questo metallo era rozza e primitiva, a causa della poca conoscenza del materiale. Questo era il metodo di lavorazione che si usava nell’antichità, infatti la fusione non era ancora utilizzata.

Inizia così l’età del rame (4000 a.C. circa), chiamata anche calcolitico. Si passa alla metallurgia nell’età del bronzo, che inizia nel 3500 a.C., quando il metallo fuso viene fatto raffreddare dentro stampi di argilla per farne oggetti utili. Ad esempio viene usato per creare asce dal valore più simbolico che riguardante l’utilizzo pratico e indicavano l'importanza di personaggi come i capi dei villaggi che inoltre possedevano più oggetti in metallo. Molto comuni erano anche i gioielli come spille riccamente decorate, sfarzosi orecchini e collane elaborate che usavano le donne dell’epoca sia durante le festività sia tutti i giorni.






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martedì 31 marzo 2015

PARCO ARCHEOLOGICO ROCCA MANERBA

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Cammina, cammina, arrivarono in un bosco folto e rigoglioso dove crescevano insieme lecci e roverelle; profumati tappeti di fiori si piegavano ai loro passi, mentre piccoli uccelli variopinti cantavano nel fitto della boscaglia. Da un lato si ergeva un monte dallo strano profilo, dall’altro si adagiava un grande lago appena increspato da onde scintillanti… "
(da Andar per sentieri)

Non è la descrizione di un paesaggio fiabesco ma un luogo reale dove, lasciata la fretta e il rumore della vita quotidiana, è possibile immergersi in una natura multiforme e piena di sorprese: è il Parco Naturalistico della Rocca di Manerba. Esso, in uno spazio relativamente circoscritto, racchiude una varietà di specie vegetali davvero unica: piante che appartengono a climi diversi convivono accomunate dalla presenza rassicurante del lago.

La Rocca di Manerba è posta su uno sperone roccioso a picco sul Lago di Garda molto facile da raggiungere in macchina dal centro di Manerba del Garda.

Si può accedere alla rocca attraverso il sentiero che attraversa il parco, taglia per  il pianoro del "Sasso" e si arrampica fino ai ruderi del castello.

Gli scavi archeologici nell’area del Sasso, area sottostante la Rocca, esposta al vento e interrotta da una scogliera a strapiombo sul lago, con un salto di 150 metri, sono state rinvenute tracce di un insediamento del Mesolitico che testimoniano la presenza di esseri umani circa da 8000 a 5000 anni fa.

Durante le ricerche archeologiche sono venute alla luce tre circuiti di mura di difesa databili fra il XII e XIII secolo di cui il più interno racchiude la sommità della Rocca.

Entro la cinta esterna gli scavi hanno identificato una sequenza stratigrafica che va dalla cultura di Lagozza (4000 a.C.) alla fortificazione medievale da cui il sito trae il nome.

Numerosi reperti archeologici dimostrano la presenza di insediamenti Etruschi, dei Galli Cenomani e dei Romani.

Nel 776 la Rocca fu l’ultimo baluardo di resistenza dei Longobardi ai Franchi di Carlo Magno, che un secolo dopo, donò i terreni circostanti ed in riva al lago, ai monaci di San Zeno di Verona.

Col tempo la proprietà della Rocca fu degli Scaligeri, dei Visconti ed infine della Repubblica Veneta.

L'ultima struttura medievale venne distrutta nel 1574, per ordine della Serenissima perché divenuta una fortezza inespugnabile di fuorilegge.

Sulla sommità della Rocca, grazie a lavori di restauro e valorizzazione archeologica e ambientale, è possibile vedere i resti dell’antico castello medievale e di altre antiche strutture accessibili attraverso una ripida strada asfaltata, chiusa alla circolazione nell’ultimo tratto dopo il Parcheggio.

Il percorso attraverso muri perimetrali, scalinate e ponticelli in legno è segnalato da bacheche descrittive.

I ruderi, nella parte dell'entroterra declinano verso un prato che offre ospitalità e riposo ai  visitatori. Inoltre dalla Rocca si arriva anche ad una splendida spiaggia.

Sul lato dei ruderi che guardano verso il lago, un ripido e in parte difficile sentiero, permette di scendere al Parco della Rocca di Manerba.

Accessibile anche dal basso, un grande bellissimo pianoro coperto da boschi e prati di 90 ettari che comprendono la Rocca stessa e tutto il tratto costiero denominato Parco Naturale Archeologico della Rocca e del Sasso.

Nei boschi che ricoprono gran parte del territorio del Parco si trovano rappresentate tutta gli alberi  ed i cespugli autoctoni, come il Carpino nero, la Quercia roverella, il Pungitopo, il Caprifoglio e l'Elleboro che convivono con alberi e cespugli propri della Macchia Mediterranea.

Il Centro Visitatori del Parco Archeologico Naturalistico della Rocca di Manerba del Garda ospita nella sua attuale sede espositiva  (vicino al parcheggio sotto la Rocca) anche il Museo Civico Archeologico della Valtenesi.

L’edificio, frutto del riadattamento di una costruzione preesistente  con l’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica, sorge in posizione “strategica” lungo la salita che conduce alla sommità della Rocca. La struttura è caratterizzata, sul lato ovest rivolto verso il lago e la campagna circostante, da un’ampia vetrata che, oltre a essere sorgente di grande luminosità per gli interni, enfatizza lo stretto collegamento del complesso con il paesaggio circostante.

Al piano terra il percorso archeologico, con pannelli esplicativi e didattici bilingui (in Italiano e Inglese) e una scelta di reperti esposti all’interno di vetrine, illustra i contesti insediativi indagati nel territorio di Manerba del Garda: il sito pluristratificato della Rocca e del Sasso, occupato dall’uomo dal periodo mesolitico (8000-5000 a.C.) al XVI secolo della nostra era; quello della Pieve di Santa Maria, dove, sui resti di una villa romana affacciata sul lago, sorsero dapprima strutture abitative altomedievali e poi l’edificio religioso, con le sue varie fasi; infine, quello di località S. Sivino, sulle rive del lago, con resti di un abitato palafitticolo dell’Età del Bronzo che fa parte del patrimonio mondiale UNESCO.
Nell’esposizione sono mostrati al pubblico reperti provenienti da ricerche di superficie e da scavi stratigrafici condotti nelle località Sasso e Riparo Valtenesi, Rocca, Pieve e San Sivino. Parte di questi manufatti - esposti per la prima volta nel 1972 in una mostra che sintetizzava i risultati delle ricerche archeologiche nel territorio - divennero poi parte integrante dell’allestimento del Museo Civico Archeologico della Valtenesi, prima presso locali vicino alla Pieve di Santa Maria e poi, dal 1989, nella sede di piazza Simonati. Il criterio seguito nell’allestimento del percorso espositivo è topografico, cioè per contesti insediativi circoscritti, all’interno di ciascuno dei quali si sono seguite, dal periodo più antico al più recente, le diverse vicende che hanno interessato ciascun sito.
Si sono creati, così, quattro nuclei principali, aventi lo scopo di fornire - attraverso i risultati di accurate ricerche di superficie, degli scavi e degli studi finora condotti e alcuni dei quali ancora in corso - un quadro dell’insediamento umano nella zona, sempre passibile di ulteriori approfondimenti e variazioni.

Al primo piano la sezione naturalistica - attraverso numerosi pannelli con splendide fotografie delle specie arboree e faunistiche che popolano il Parco e due plastici, uno con la riproposizione attuale del territorio naturale del Parco e l’altro con la ricostruzione del castello medievale - sottolinea la notevole valenza ambientale di questo meraviglioso contesto che ha costituito, insieme alla posizione protesa a controllo del basso lago e la vicinanza a vie di transito, sia d’acqua che di terra, importanti fin dalle epoche preistoriche, il motivo per cui l’uomo l’ha scelto per frequentarlo e insediarvisi per così lungo tempo.
Alcune delle specie arboree, già presenti fin dalle epoche preistoriche e conservatesi tra i resti carbonizzati delle offerte rituali nel sepolcreto dell’Età del Rame del Riparo Valtenesi, popolano tuttora il parco e fanno parte delle presenze più decorative, mentre i pesci del lago costituirono sicuramente fin dal Mesolitico la base dell’alimentazione delle popolazioni locali.
Il settore espositivo dedicato alla parte naturalistica ripropone, con una serie di fotografie di grande effetto corredate da testi scientificamente rigorosi e didascalie didattiche, le sensazioni che il visitatore proverà percorrendo i sentieri del Parco.
Ogni ambiente naturale viene “fissato” nei suoi caratteri principali e descritto nell’ambito di uno o più pannelli espositivi, a loro volta raggruppati per titolo e per colore di fondo. Così, immaginandoci di camminare durante una bella giornata di primavera, inondata dal caldo sole di maggio e pervasa dal profumo dei mille fiori appena sbocciati, potremo contemplare il profilo roccioso della Rocca e capirne l’origine, distingueremo flora e fauna dei boschi, ammireremo i colori dei prati aridi del Sasso e gli animali che li popolano, le rare orchidee e gli arbusti e le erbe di indole mediterranea, poi la campagna coltivata e la sua storia, infine gli uccelli acquatici e i pesci abitatori delle acque del lago, secondo un percorso logico di accompagnamento alla scoperta della natura del Parco.

Narra un antica legenda che un ferocissimo lupo abitasse sulla rupe di Manerba, occupando un antro a picco sul lago impedendo a chiunque di avvicinarsi.

Dopo vari tentativi di cattura, gli abitanti misero una taglia sulla testa del lupo e fra i giovani che si presentarono ne vennero scelti tre: un giovane di Moniga, uno della Raffa e uno della Pieve vecchia.

Il giovane di Moniga, cacciatore, cercò di attirare il lupo con un’esca viva, ma non ebbe successo e fini per essere spinto giù dalle alte scogliere.

Quello della Raffa, pescatore, tentò di catturare il lupo con una  grande rete ma anch’esso finì come l'altro.

Il giovane della Pieve, contadino, dopo aver chiamato il lupo con finti ululati, affrontò la belva innalzando una croce gridando di arretrare.

Miracolosamente il lupo indietreggiò fino a cadere dalla rupe e morire.

Si narra che, mentre il popolo di Manerba festeggiava il vincitore, erigendo una grande croce in vetta alla Rocca, nel lago i corpi dei due sfortunati giovani si trasformarono in due grandi scogli.



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