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domenica 6 agosto 2017

AUTOLESIONISMO

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« Le mie motivazioni per l'autolesionismo sono svariate tra cui esaminare l'interno delle mie braccia per le linee idrauliche. Questo può sembrare davvero strano. »

L'autolesionismo è conosciuto per esser stato un rituale ripetitivo praticato da culture come quella dell'antica civiltà Maya nella quale i sacerdoti praticavano auto-sacrifici tagliando e perforando i loro corpi in modo tale da prelevare sangue. Nella Bibbia ebraica si trova un riferimento ai sacerdoti di Baal "si tagliavano con lame fino a che il sangue non scorreva". Tuttavia, nel giudaismo, tali pratiche sono proibite dalla legge di Mosè.
L'autolesionismo è anche praticato dai sadhu e dagli asceti indù, nel cattolicesimo come mortificazione della carne, nell'antica Cananea come rituali di lutto e sono descritti nelle tavolette Shamra Ras; e nell'annuale rituale sciita di autoflagellazione, utilizzando catene e spade, che si svolge durante l'Ashura dove la setta sciita piange il martirio di Imam Hussein.

L'autolesionismo è un disturbo della sfera psicologica, che induce chi ne è affetto a procurarsi intenzionalmente danno fisico, come forma di punizione.
In genere, le persone autolesioniste si fanno del male ricorrendo a tagli o bruciature, assumendo grandi quantità di farmaci (overdose), perforandosi con punteruoli o strumenti simili, non mangiando o ingerendo notevoli quantità di sostanze alcoliche.
Secondo gli esperti, l'autolesionismo è espressione di un forte stress emotivo, un grave senso di colpa o un pensiero angoscioso difficilmente superabile.
Al contrario dell'opinione comune, raramente chi soffre di autolesionismo vuole suicidarsi o ha tendenze suicide.
Il trattamento dell'autolesionismo richiede l'intervento di specialisti nel campo della psichiatria e della psicologia.
Tra le terapie più efficaci, meritano una citazione particolare la psicoterapia cognitivo-comportamentale e la psicoterapia familiare.

Il termine "autolesionismo" deriva dal pronome greco a?t??, che ha valore enfatico o riflessivo, e dal verbo latino laedo (danneggiare), letteralmente "danneggiare sé stessi". L'atto più comune con cui si presenta l'autolesionismo è il taglio superficiale alla pelle ma esso comprende anche il bruciarsi, infliggersi graffi, colpire una o più parti del corpo, mordersi, tirarsi i capelli (tricotillomania) e l'ingerire sostanze tossiche o oggetti. Di solito però i comportamenti associati all'abuso di sostanze e disturbi alimentari non sono considerati veri e propri atti di autolesionismo poiché il danno ai tessuti che ne risulta sono collaterali e non volontari. Tuttavia possono esserci dei comportamenti non direttamente collegati con l'autolesionismo, ma che risultano tali poiché hanno l'intenzione di causare danni diretti ai tessuti.

Il suicidio non è il fine dell'autolesionismo, ma il rapporto tra suicidio e autolesionismo è piuttosto complesso poiché, talvolta, un comportamento autolesionista può essere pericoloso per la vita. Vi è comunque un aumento del rischio di suicidio negli individui che praticano l'autolesionismo; infatti se ne trovano segni evidenti nel 40-60% dei suicidi. Bisogna però tenere presente che collegare l'autolesionista con un potenziale suicida è nella maggior parte dei casi inesatto.

Durante l'infanzia l'autolesionismo è piuttosto raro anche se dal 1980 i casi sono aumentati. Esso è anche indicato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR) come un sintomo del disturbo di personalità borderline. Inoltre esso si manifesta anche in soggetti che soffrono di depressione, disturbi d'ansia, abuso di sostanze, disturbo post traumatico da stress, schizofrenia e disturbi alimentari. L'autolesionismo è più comune durante l'adolescenza o la tarda adolescenza; di solito appare tra i 12 e 24 anni. Ma esso si può verificare a qualunque età, anche in soggetti anziani; in questo caso però l'autolesionismo è molto più pericoloso.

Tagliarsi, ma anche bruciarsi con le sigarette (burning) o marchiarsi a fuoco la pelle con un laser o un ferro rovente (branding) o grattarsi sino a farsi uscire il sangue, permette, in assenza di strategie più mature e funzionali, di ristabilire un equilibrio, di ricollocarsi nella propria vita, di esprimere la propria indipendenza affettiva dai genitori o una sfida nei confronti delle regole che questi ultimi vogliono imporre.

I segni e le cicatrici lasciati da questi gesti autodistruttivi racchiudono una sofferenza per la quale la persona non ha ancora trovato parole per raccontarla e spiegarla.

Cutting, burning e branding sono comportamenti particolarmente frequenti durante l’adolescenza. E questo non è un caso, se teniamo presente che il corpo che cambia, amato e al tempo stesso rifiutato, il corpo dove nasce il desiderio sessuale e in cui si radica l’identità è il terreno di battaglia di ogni adolescente, di ogni ragazzo e ragazza.

Con il tagliarsi, l’adolescente cerca una disperata via d’uscita dalla fatica per lui insostenibile della crescita, dal senso di fallimento per il non sentirsi in grado di farcela a diventare grande.

L’adolescente tenta così di affermare se stesso, utilizzando l’unica cosa su cui gli sembra di potere esercitare un controllo: il suo corpo.

Generalmente si crede che praticare autolesionismo significhi cercare attenzioni. Ma questo non è completamente esatto poiché in molti casi gli autolesionisti sono consapevoli delle proprie ferite e cicatrici e ciò provoca un senso di vergogna e di colpa che porta loro a fare di tutto per nascondere i segni con l'abbigliamento (bracciali, polsini ad esempio); cercano inoltre di nascondere le loro ferite a chi gli sta attorno montando scuse e bugie per spiegare i segni evidenti. In alcuni casi provocarsi ferite provoca un senso di piacere che allieva il dolore psicologico, infatti non si prova bruciore nel provocarsi questi danni. Com'è già stato suggerito prima il soggetto che pratica l'autolesionismo non lo fa di solito per porre fine alla propria vita; esso spesso è un modo per alleviare un disagio o un dolore emotivo: l'autolesionismo diventa così un modo di comunicare all'esterno il proprio disagio.

Le lesioni al cervello (trauma cranico con eventuale edema cerebrale) possono causare danni permanenti al sistema nervoso centrale, alla memoria, alle funzionalità motorie.

Negli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, soprattutto nelle femmine, si riscontrano forme di autolesionismo praticato con tagli (cutting) o bruciature (burning) per dimostrare la propria indipendenza. Generalmente provocati sulle braccia, questi atti autolesionistici si evidenziano delle profonde cicatrici, che vengono coperte con bracciali o bandane.

Il termine automutilazione (self-mutilation) è comparso per la prima volta con gli studi di L.E Emerson nel 1913 in cui si evidenzia che l'autolesionismo è una simbolica alternativa alla masturbazione. Il termine ricompare anche nell'articolo nel 1935 e nel libro nel 1938 di Karl Menninger dove egli perfeziona le proprie definizioni concettuali di automutilazione. Il suo studio sull'autodistruzione ha fatto una distinzione tra comportamenti suicidi e di automutilazione. Secondo Menninger l'automutilazione era espressione non letale di un desiderio di morte attenuato e quindi coniò il termine suicidio parziale. Egli individuò sei tipi di mutilazione:

Nevrotico (mangiarsi le unghie, sottoporsi a inutili operazioni chirurgiche, depilazione eccessiva)
Pratiche religiose auto-flagellanti e altre
Riti praticati durante la pubertà (rimozione dell'imene, circoncisione, modificazione del clitoride)
Psicotico (amputazioni estreme, rimozione dell'occhio o dell'orecchio, automutilazione dei genitali)
Malattie organiche del cervello (sbattere la testa continuamente, mordersi la mano, rompersi un dito)
Comuni (rasatura della barba, tagliare capelli o unghie).
Nel 1969 Pao fece una differenziazione tra coloro che tagliano in modo "leggero" (bassa letalità) e coloro che tagliano in modo "grossolano" (alta letalità). Quelli che tagliano in modo attento sono giovani; generalmente producono tagli superficiali e soffrono di personalità borderline. Quelli che invece tagliano in modo meno preciso sono gli anziani e spesso soffrono di problemi psichici. Nel 1979 Ross e McKay divisero le automutilazioni in 9 possibili gruppi: tagli, morsi, abrasioni, recisioni, inserimento di corpi estranei, bruciature, ingestione o inalazione, colpi e costrizioni. Dopo il 1970 l'attenzione circa l'autolesionismo fu spostata dagli impulsi psicosessuali del paziente scoperti da Freud. Nel 1988 Walsh e Rosen crearono 4 categorie numerate secondo i numeri romani definendo forme di automutilazione le righe II, III, IV.

Nel 1993 Favazza e Rosenthal analizzarono centinaia di studi e divisero le automutilazioni in due categorie: automutilazioni stabilite culturalmente e automutilazioni patologiche, Favazza ha anche creato due sotto categorie delle automutilazioni stabilite prima: rituali e pratiche. I rituali sono mutilazioni ripetute di generazione in generazione che riflettono le tradizioni, il simbolismo e le credenze di una società. Le pratiche invece sono storicamente passeggere ed estetiche come il piercing su lobi delle orecchie, naso, sopracciglia, così come la circoncisione maschile (per i non ebrei) mentre le automutilazioni patologiche sono l'equivalente dell'autolesionismo.



È difficile trovare delle statistiche sicure e precise riguardo l'autolesionismo poiché la maggior parte delle persone tende a nascondere le proprie ferite e a vergognarsene. I dati si basano sui ricoveri ospedalieri, sugli studi psichiatrici e su alcune indagini sulla popolazione. Circa il 10% dei ricoveri nei reparti di medicina in Inghilterra sono dovuti all'autolesionismo; nella maggior parte dei casi a causa di un eccessivo abuso di sostanze (overdose). Tuttavia gli studi basati solo sui ricoveri ospedalieri potrebbero nascondere il grande numero di adolescenti autolesionisti perché non hanno bisogno e non cercano cure mediche. Infatti molti autolesionisti che si presentano in un ospedale qualsiasi presentano vecchie ferite che non sono state curate.

I migliori studi attuali indicano che i casi di autolesionismo sono molto diffusi tra i giovani dai 12 ai 24 anni; mentre si sono verificati pochissimi incidenti di autolesionismo tra bambini di età compresa tra i 5 e 7 anni. Nel 2008, Affinity Healthcare ha suggerito che i casi di autolesionismo tra giovani potrebbe essere alto come il 33%. Uno studio americano effettuato tra studenti universitari ha evidenziato che il 9,8% di loro, almeno una volta nella loro vita, ha avuto esperienze autolesioniste come tagli superficiali e bruciature. Quando parlando di autolesionismo ci si riferiva anche al battere la testa contro qualcosa o graffiare sé stessi la percentuale è salita al 32%. Questo dimostra che l'autolesionismo non è proprio di individui affetti da disturbi psichiatrici ma anche tra persone comuni, come giovani studenti.In Irlanda, invece, uno studio ha dimostrato che le persone autolesioniste vivono per lo più in città che in campagna. Inoltre, il CASE (Child & Adolescent Self-harm in Europe) ha evidenziato che il rischio di autolesionismo è 1:7 per le donne e 1:25 per gli uomini.

Nel 70% dei casi l'autolesionismo si presenta con il tagliare la pelle con un oggetto appuntito (come lamette). Tuttavia i modi con cui può essere effettuato sono limitati solo dall'inventiva dell'individuo e dalla reale intenzione e volontà di danneggiare il proprio corpo; per questo possiamo trovare anche casi di autolesionismo che si presentano con abuso di alcool, droghe, anoressia, bulimia. Di solito i tagli si presentano su aree del corpo che possono essere facilmente nascoste e/o non visibili dagli altri. L'autolesionismo può essere definito in termini di danneggiamento del proprio corpo ma sarebbe più corretto definirlo in termini di scopo per affrontare un problema, un'angoscia emotiva. Né DSM-IV-TR, né l'ICD-10 forniscono dei precisi criteri per diagnosticare l'autolesionismo: si è visto che l'autolesionismo è spesso un sintomo di un disturbo sottostante. Tuttavia recentemente (nel 2010) è stata formalmente mossa la proposta di includere l'autolesionismo come diagnosi distinta nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5). È difficile uscirne e colpisce molto spesso gli adolescenti fin dalla giovane età.

Anche se di solito chi pratica l'autolesionismo non soffre di disturbi mentali, è stato dimostrato che gli individui che hanno sperimentato problemi di salute mentale sono più portati a praticarlo. Le malattie che più comportano ciò sono disturbo della personalità borderline, disturbo bipolare, depressione, fobie, disturbi comportamentali e anche la schizofrenia. Per quanto riguarda gli schizofrenici (soprattutto nei soggetti giovani) essi hanno un alto rischio di suicidio. Accanto a questi disturbi si trova anche l'abuso di sostanze e spesso anche la tendenza a non saper risolvere i propri problemi e l'impulsività. L'autolesionismo si può manifestare negli individui che soffrono della sindrome di Münchhausen; essi si sottopongono a continui esami e perfino ad indagini invasive. Nella psicoanalisi classica freudiana l'autolesionismo psichico è ricondotto alla cosiddetta pulsione di morte.

A livello emotivo gli ambienti in cui i genitori puniscono i figli o li feriscono possono generare nella persona una mancanza di fiducia e difficoltà a provare emozioni con il rispettivo aumento dell'autolesionismo. Altri fattori che possono indurre all'autolesionismo sono abusi durante l'infanzia, la guerra e la povertà. Inoltre il 30% circa degli individui che soffrono di autismo ad un certo punto sfociano nell'autolesionismo ad esempio mordendosi la mano, battendo la testa, tagliando la pelle. Autori moderni hanno aperto alcuni dibattiti per discutere del fatto che l'autolesionismo può nascondere degli scopi psicologici: è stato dimostrato che alcuni individui usano l'autolesionismo per vivere abusi o traumi passati che non erano sotto il loro controllo. L'autolesionismo, quindi, può essere un modo per riavere il controllo sulla propria vita e riprendere la propria autonomia.

L'abuso di sostanze, la dipendenza e l'astinenza sono associati con l'autolesionismo. Dipendenza da benzodiazepine o riduzione delle benzodiazepine si presenta soprattutto nei giovani. Un altro fattore di rischio da non sottovalutare è l'abuso di alcool. Al pronto soccorso dell'Irlanda del nord si è visto come l'alcool è uno dei tanti modi con cui si presenta l'autolesionismo nel 63,8% dei casi. In Inghilterra e Norvegia sono stati fatti alcuni studi per capire l'effettivo legame tra l'assunzione di cannabis e l'autolesionismo; essi hanno evidenziato che nei giovani adolescenti non è un alto fattore di rischio.

Praticare l'autolesionismo può significare farsi del male e nello stesso tempo provare piacere, derivare da esso sollievo. Per alcuni tagliarsi può essere abbastanza problematico ma alla fine decidono di farlo lo stesso proprio perché pensano a quello che possono ottenere dopo. Questo sollievo per alcuni è psicologico; in altri esso è generato da endorfine beta rilasciate nel cervello. Le endorfine sono gli oppioidi endogeni che vengono rilasciate dopo una lesione fisica, agiscono come un antidolorifico naturale, inducono piacere e riducono lo stress emotivo e la tensione. Alcuni autolesionisti dicono di non provare nessun dolore mentre si feriscono; altri, invece, lo usano per provare piacere.

Al contrario per altri farsi del male significa provare qualcosa, anche se la sensazione è dolorosa e per niente piacevole. Queste persone manifestano sensazioni di vuoto e intorpidimento (anedonia) e perciò il dolore fisico può essere un modo per provare sollievo.

Si è molto incerti su quali trattamenti psicosociali e fisici siano utili per i soggetti che praticano l'autolesionismo; perciò sono necessari ulteriori studi clinici. In queste persone sono comuni disturbi psichiatrici e della personalità; di conseguenza si può supporre che l'autolesionismo sia indotto da depressione e/o altri problemi psicologici. Se l'autolesionismo è indotto da una grave o moderata depressione clinica gli antidepressivi possono essere un'ottima soluzione. La psicoterapia cognitivo-comportamentale può essere utilizzata per i soggetti con problemi di depressione, disturbo bipolare, schizofrenia. Invece la terapia comportamentale-dialettica può essere efficace con individui che soffrono di malattie mentali o che hanno un disturbo della personalità.

Un interessate studio medico statunitense ha preso in considerazione 4.000 persone autolesioniste, ricoverate in ospedale, e ne ha analizzato il motivo del ricovero. L'analisi ha riportato che circa l'80% dei soggetti aveva assunto una dose esagerata di farmaci e circa il 15% si era procurata dei tagli.
Tale osservazione non contrasta con quanto detto poc'anzi, in merito al modo più comune con cui gli autolesionisti si procurano danno: i tagli della pelle costituiscono la modalità più comune in generale, mentre le assunzioni esagerate di farmaci rappresentano la modalità che più frequentemente porta al ricovero.

In genere, gli autolesionisti recano danno a sé stessi successivamente a un momento di crisi, momento durante il quale i pensieri scatenanti il disturbo "si fanno sentire" in maniera più insistente.
Al termine della crisi, la situazione torna alla normalità e l'intenzione di farsi del male scompare gradualmente.
Quindi, le persone autolesioniste alternano momenti di serenità più o meno lunghi a momenti critici, in cui sentono il desiderio di procurarsi delle lesioni.

Chi soffre di autolesionismo può recarsi dei danni fisici letali.
Infatti, alcune intossicazioni da farmaci o prodotti nocivi, tagli assai profondi o alcuni colpi alla testa possono portare anche alla morte, specie se i soccorsi non sono immediati.
Inoltre, è importante ricordare il pericolo legato alle possibili complicanze di condizioni, quali l'anoressia nervosa, la bulimia o l'abuso di alcol.

Una persona che soffre di autolesionismo potrebbe necessitare di soccorsi immediati, se per esempio è in overdose da farmaci; ha abusato in maniera esagerata di sostanze alcoliche; ha perso coscienza; lamenta fortissimo dolore a seguito di un determinato colpo o lesione; manifesta gravi problemi respiratori; ha perso cospicue quantità di sangue a seguito di uno o più tagli; è in stato di shock in conseguenza a un taglio o a una bruciatura; ecc.
Diagnosi

In genere, le indagini mediche finalizzate alla diagnosi di autolesionismo prevedono un accurato esame obiettivo e un'analisi del profilo comportamentale e psicologico.
È importante delineare con precisione le caratteristiche di una condizione di autolesionismo, in quanto una diagnosi accurata permette ai medici curanti la pianificazione della terapia di supporto più adeguata.

Gran parte delle possibilità dei medici di diagnosticare con accuratezza l'autolesionismo dipende dalla sincerità dell'individuo sotto esame.
Le persone autolesioniste tendono a mentire in merito ai propri disturbi e, spesso, i percorsi di diagnosi risentono di questo anomalo comportamento.
La consapevolezza, da parte dei soggetti autolesionisti, di aver bisogno di assistenza medica è il punto di partenza per la descrizione precisa del disturbo in atto e per il raggiungimento della guarigione.

L'esame obiettivo consiste nella valutazione dello stato di salute generale del paziente, nella misurazione di alcuni suoi parametri corporei (peso, pressione sanguigna ecc.) e nell'osservazione, sul suo corpo, dei segni sospetti di autolesionismo.

Ferite, tagli e bruciature sono segni abbastanza evidenti.
Tuttavia, a un occhio esperto, lo possono essere anche i comportamenti e l'aspetto di chi ha abusato di sostanze alcoliche o farmaci.

L'analisi del profilo comportamentale e psicologico spetta, in genere, a un esperto in salute mentale e malattie psicologiche.
Brevemente, consiste in una serie di domande finalizzate a stabilire le modalità di autolesionismo e i motivi per i quali il paziente produce danno a sé stesso (quindi se è per una forma di depressione, se è per un trauma fisico subìto, se è per un trauma emotivo, se è per una grave malattia psicologica ecc).
Al termine di tale valutazione e con i dati raccolti durante l'esame obiettivo, il team di medici e specialisti che ha svolto le varie indagini è in grado di stilare una valutazione del caso sotto osservazione.
Punti che la diagnosi deve chiarire, al termine delle varie osservazioni:
Le relazioni interpersonali ed eventuali problemi di interazione sociale.
I modi con cui il paziente si procura danno.
Quanto spesso il paziente si reca danno.
Sentimenti o circostanze particolari che precedono l'intenzione di farsi del male.
Che cosa (se mai se ne è a conoscenza) riduce la tentazione di recarsi danno
Se l'intenzione di procurarsi danno è occasionale oppure persistente.
Quali sono i pensieri nel momento in cui i pazienti si producono delle lesioni.
Se l'autolesionismo è legato a qualche tendenza suicida.

Nella maggior parte dei casi, il trattamento dell'autolesionismo richiede la collaborazione di diversi specialisti – tra cui medici, psichiatri e psicologi – ed è di tipo psicologico (psicoterapia).
Tra i trattamenti di tipo psicologico, quelli più comunemente utilizzati (e forse più efficaci) sono: la psicoterapia cognitivo-comportamentale e la psicoterapia familiare.
Secondo alcuni esperti in materia di autolesionismo, sarebbe importante, ai fini terapeutici, anche la terapia di gruppo.
Il percorso di guarigione potrebbe richiedere diversi mesi di sedute terapeutiche, in quanto l'autolesionismo è un problema alquanto delicato e difficile da trattare.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale consiste nel preparare il paziente a riconoscere e a dominare i sentimenti e i pensieri "distorti" che spingono a recare danno al proprio corpo.
Essa prevede una parte "in studio", con lo psicoterapeuta, e una parte "a casa", riservata all'esercizio e al miglioramento delle tecniche di dominio.

La psicoterapia familiare è un tipo di trattamento psicologico che interessa tutta la famiglia del paziente autolesionista
Brevemente, si basa sul concetto che i genitori, i fratelli e gli altri parenti più stretti giochino un ruolo determinante nel supportare il proprio caro, durante il percorso terapeutico previsto per lui.
Per ottenere buoni risultati dalla psicoterapia familiare, è bene che la famiglia impari le caratteristiche del disturbo in atto e come aiutare al meglio chi ne è sofferente.

La psicoterapia familiare risulta poco appropriata qualora l'autolesionismo sia legato a difficoltà familiari, come abusi sessuali o violenze praticate da uno dei due genitori.

La terapia di gruppo consiste in gruppi di persone con problematiche di uguale natura, che condividono i propri disturbi e si supportano a vicenda.
Rapportarsi con soggetti in situazioni analoghe rende più facile la condivisione dei propri problemi, fa sentire meno soli e può risultare estremamente utile ai fini terapeutici (per esempio, un paziente potrebbe consigliare a un altro una nuova strategia di dominio dei pensieri "distorti" e così via).

Una persona autolesionista su 3, che si è recata danni gravi una volta, ripete gli stessi gesti almeno un'altra volta durante lo stesso anno.
Si ricorda che una lesione grave potrebbe portare anche alla morte.
3 persone autolesioniste di lunga data (almeno 15 anni) ogni 100 arrivano a suicidarsi, poiché non riescono più a sostenere la causa che le spinge a farsi del male.
I tagli e le bruciature possono lasciare cicatrici permanenti. Inoltre, le lesioni a carico di nervi e tendini potrebbero compromettere definitivamente la capacità sensitiva di una determinata area del corpo o la sua adeguata funzionalità.

Secondo gli esperti del comportamento umano, le persone autolesioniste potrebbero trovare sollievo e superare i momenti di crisi in vari modi:
Parlando con qualcuno: se il soggetto autolesionista è solo, può utilizzare il telefono e chiamare un amico fidato o un parente.
Uscendo di casa è particolarmente indicato per tutti quei casi di autolesionismo in cui la causa scatenante è legata, in qualche modo, a un familiare.
Ascoltando della musica e cominciando un'attività nuova, al fine di trovare una distrazione.
Recandosi in un posto rilassante/confortante.
Trovando modi alternativi per esprimere i pensieri angosciosi, lo stress ecc.
Procurandosi dei dolori "innocui", come per esempio mangiare un cibo estremamente piccante o fare una doccia fredda.
Focalizzando la propria mente su qualcosa di positivo.
Concedendosi dei momenti di svago.
Raccogliendo in un diario personale o in una serie di lettere personali tutte le sensazioni indotte dall'autolesionismo.

Ci sono molti movimenti tra le varie comunità che si occupano di questo problema per sensibilizzare i professionisti e il pubblico in generale. Per esempio ogni 1 di marzo si svolge la giornata globale "Self-injury Awareness Day" (SIAD) per rendere più consapevoli le persone riguardo l'autolesionismo. Molte persone indossano per l'occasione un fiocco arancione simbolo di questa consapevolezza e per incoraggiare gli altri ad essere più aperti riguardo al proprio problema con le persone che li circondano e per aumentare la conoscenza generale.



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lunedì 19 giugno 2017

DELUSIONE E RABBIA.....



Delusione e rabbia...tante volte nel mio cuore c'è solo questo. Una vita a lavorare sperando un domani migliore poi conosci una persona sbagliata ti sposi hai dei figli....e ti vedi portare via tutto perchè tu credi che questa persona cambi e invece ti trascina negli abissi più profondi e più bui.
Ho avuto un'infanzia difficile, ultima di tre fratelli e mia mamma rimasta vedova giovane con una mentalità molto all'antica.
Dopo una lite ....l'ennesima .....sono andata via di casa con un ragazzo con cui ho vissuto per 7 anni finchè non ho conosciuto quello che sarebbe stato mio marito. Un uomo più grande di me che lo vedevo come un padre, un esempio da seguire. Mi aveva raccontato di un passato burrascoso passato da una prigione all'altra ma a me non importava perchè per me il passato ormai è passato e il futuro si costruisce. Ci siamo sposati e abbiamo avuto due bimbi. Non sono rose e fiori....ma tanti dolori. Non lo volevo ammettere a me stessa o facevo finta di nulla perchè avevo la totale fiducia. Fiducia che poi l'ho pagata ....andava da  un Sert all'altro ....cercava di disintossicarsi ma i risultati non c'erano. Mancavano sempre soldi ma non volevo capire il motivo ...ci sono spese qui...ci sono spese là. Stava molto tempo fuori casa lasciandoci senza nulla. Poi sono iniziate le allucinazioni ..,pensava che c'erano sempre uomini dietro l'angolo per consumare un rapporto. Varie volte ho tentato di dire basta a questa vita assurda ....ma non è servito a nulla ingerire pastiglie e una mattina dopo una litigata ho deciso di fare "il volo dell'angelo". Mi sono recata sopra un ponte e la sfortuna vuole che è passata la stradale e mi hanno fermata. Da quel momento i miei figli sono stati messi in comunità protette. Per un po' di tempo ho vissuto insieme a quest'uomo poi me ne sono andata. Lui nel frattempo ha avuto parecchi problemi di salute. Io ho avuto un'altra storia con un ragazzo. Con lui stavo veramente bene, lo ringrazierò a vita per avermi aiutata, ma c'era qualcosa che mancava. Ho deciso di tornare con il padre dei miei figli per riuscire a vederli un po' di più. Sembrava che le cose erano cambiate. Era solo un'illusione, un miraggio. Ancora litigate per futili motivi e per la stupida gelosia di cui non c'era nessun motivo io avevo lasciato il mio mondo che mi ero costruito in sua assenza. La cosa positiva è che ho passato dei momenti bellissimi con i miei due gioielli.
La gelosia, le allucinazioni lo hanno portato ad armare la sua mano di coltello che ha puntato sul mio collo procurandomi per fortuna solo un graffio. Però il gesto che fa  paura. Allora ho deciso di denunciare l'accaduto e di non essere più disposta ad ospitarlo in casa agli arresti domiciliari per un vecchio reato. Io sono andata a vivere da un'amica e lui è rimasto a casa mia.....perchè è la casa dei miei genitori finchè non è stato arrestato. Ma qui comincia la rabbia e la delusione. I figli mi vengono sempre di più allontanati dagli assistenti sociali che non sono disposti a dire la verità ai ragazzi che sono sempre più confusi e li sento sempre più lontani e mi sento un'estranea nei loro confronti.
Poi per completare il quadro la magistratura italiana che dopo qualche giorno di carcere il Tribunale di Sorveglianza mi chiede se voglio ancora a casa agli arresti domiciliari il signore...colui che voleva uccidermi...
Delusione e rabbia .....chissà quando avrò pace e questi sentimenti lasceranno posto alla felicità e all'amore. Sono disoccupata e tante volte non so come vivere ....non mi ha lasciato nulla ne a me e nemmeno ai suoi figli.
Delusione e rabbia e il mal di vivere.
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martedì 6 ottobre 2015

L'EUTANASIA

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Il filosofo inglese Francis Bacon introdusse il termine "eutanasia" nelle lingue moderne occidentali nel saggio Progresso della conoscenza (Of the Proficience and Advancement of Learning, 1605). In questo testo, Bacon invitava i medici a non abbandonare i malati inguaribili, e ad aiutarli a soffrire il meno possibile. Non vi era però, nell'idea di Bacon, il concetto esplicito di dare la morte. Allo stesso termine "eutanasia" Bacon attribuiva solo il significato etimologico di "buona morte" (morte non dolorosa); lo scopo del medico doveva essere quello di far sì che la morte (comunque sopraggiunta in modo "naturale") fosse non dolorosa.

Il termine iniziò ad avere corso comune a partire dalla fine del XIX secolo, a indicare un intervento medico tendente a porre fine alle sofferenze di una persona malata. In tale periodo emerse esplicitamente il concetto di "uccisione per pietà" (talora - anche se non sempre - identificabile con la fattispecie dell'omicidio del consenziente) come pratica non riprovevole in linea di principio.

La questione della correttezza morale della somministrazione della morte è un tema controverso fin dagli albori della medicina. Nel Giuramento di Ippocrate (circa 420 a.C.) si legge: Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. D'altra parte, nel mondo classico, in determinate condizioni, il suicidio (e l'assistenza allo stesso) era spesso considerato con rispetto. Simili indicazioni etiche e deontologiche si possono rintracciare nel primo corpus legislativo della storia, il Codice di Hammurabi. Nell'Antico Testamento viene citato il caso di un suicidio assistito: quello di Saul (2 Samuele 1,6-10): un soldato uccide Saul su sua richiesta; ma David in seguito condanna quel soldato a morte per omicidio. Le correnti di pensiero nell'ambito della filosofia morale più diffuse in epoca classica pre-cristiana, cioè l'epicureismo e lo stoicismo, consideravano il suicidio in linea di massima come un atto eticamente accettabile e degno di rispetto, in determinati contesti, senza trattare l'eutanasia medica come tipologia specifica. Un esempio di suicidio citato tra quelli ritenuti ammirevoli era quello di Seneca, assistito dal proprio medico e dai servitori, anche se in realtà fu condannato al suicidio da Nerone, come forma di condanna a morte "onorevole". Comunque, dipendeva molto dalle idee dell'imperatore regnante o dalla sua simpatia per colui che aveva effettuato l'eutanasia: ad esempio Domiziano condannò il ricco liberto Epafrodito per aver aiutato Nerone a suicidarsi, mentre lecito, in passato, era stato considerato l'aiuto per compiere l'atto dato a Marco Giunio Bruto o Gaio Sempronio Gracco.



Il programma eugenetico nazista Aktion T4 fu anche chiamato «programma eutanasia», espressione che venne utilizzata allora da molti di coloro che erano coinvolti in quest'operazione, ma non può essere considerata a tutti gli effetti eutanasia: non prevedeva infatti il consenso dei pazienti, ma la soppressione contro la loro volontà. Il programma non era poi motivato da preoccupazione per il benessere dell'ammalato, come il desiderio di liberarlo dalla sofferenza, l'Aktion T4 veniva invece portato avanti principalmente a scopo eugenetico, per migliorare l'«igiene razziale» secondo l'ottica dell'ideologia nazista allora imperante. Mirava inoltre a diminuire le spese sanitarie ed assistenziali statali, considerando che le priorità economiche erano rivolte ad altre voci come il riarmo militare. Il programma fu definito dai contemporanei come una «eutanasia sociale». A fronte di una grande opposizione interna il programma fu ufficialmente abbandonato nell'estate del 1941.

L'idea di ricorrere all'eugenetica si ripropose già all'inizio dell'anno successivo, con l'insuccesso dell'Operazione Barbarossa, questa volta in un contesto militare. Le notevoli difficoltà che la Wehrmacht incontrava durante la campagna sul fronte orientale indusse i comandi a prevedere dei «gruppi di eutanasia» il cui compito era «aiutare i soldati feriti». Anche su questo programma i vertici nazisti cercarono di stendere il velo della segretezza. Nelle ultime fasi del Terzo Reich testimonianze dirette riportano addirittura, che nella propaganda fosse prevista una sorta di eutanasia di stato, chiamata dai burocrati del regime «morte indolore mediante gas», da preferirsi nettamente al cadere in mano sovietica.

In Unione Sovietica, a partire dalla promulgazione del codice penale del 1922, l'eutanasia e il suicidio assistito erano leciti e depenalizzati, se richiesti esplicitamente da una persona sofferente.

L'eutanasia - letteralmente buona morte - è il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica.

L'eutanasia è attiva diretta quando il decesso è provocato tramite la somministrazione di farmaci che inducono la morte (per esempio sostanze tossiche).
L'eutanasia è attiva indiretta quando l'impiego di mezzi per alleviare la sofferenza (per esempio: l'uso di morfina) causa, come effetto secondario, la diminuzione di tempi di vita.
L'eutanasia è passiva quando provocata dall'interruzione o l'omissione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza dell’individuo.
L'eutanasia è detta volontaria quando segue la richiesta esplicita del soggetto, espressa essendo in grado di intendere e di volere oppure mediante il cosiddetto testamento biologico. L’eutanasia è detta non-volontaria nei casi in cui non sia il soggetto stesso ad esprimere tale volontà ma un soggetto terzo designato (come nei casi di eutanasia infantile o nei casi di disabilità mentale).
Il suicidio assistito è invece l'aiuto medico e amministrativo portato a un soggetto che ha deciso di morire tramite suicidio ma senza intervenire nella somministrazione delle sostanze.
Facendo riferimento in particolare al panorama legislativo italiano si distingue l’eutanasia da altre pratiche e problematiche concernenti la fine della vita:

la terapia del dolore attraverso la somministrazione di farmaci analgesici, che possono condurre il malato ad una morte prematura, non è considerata una forma di eutanasia in quanto l’intenzione del medico è alleviare le sofferenze del paziente e non procurarne la morte.
non si configura come eutanasia il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Il medico, nei casi in cui la morte è imminente e inevitabile, è legittimato (in Italia sia dalla legislazione che dal proprio codice deontologico) ad interrompere o rifiutare trattamenti gravosi per il malato e sproporzionati rispetto ai risultati che è lecito attendersi.
in Italia è garantita la cosiddetta libertà di cura e terapia attraverso gli articoli 13 e 32 della costituzione. In particolare l’art. 32, 2º comma, recita: “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. In base a tale principio nessuna persona capace di intendere e di volere può essere costretta ad un trattamento sanitario anche se indispensabile alla sopravvivenza. Anche da un punto di vista etico la rinuncia ad un intervento necessario alla sopravvivenza si configura come suicidio e non come eutanasia.
infine non si può definire eutanasia la cessazione delle cure dopo la diagnosi di morte, in particolare dopo la diagnosi di morte cerebrale.
« ...se qualcuno non solo è incurabile ma anche oppresso da continue sofferenze, i sacerdoti e i magistrati, poiché non è più in grado di rendersi utile e la sua esistenza, gravosa per gli altri, è per lui solo fonte di dolore (e quindi non fa che sopravvivere alla propria morte), lo esortano a non prolungare quel male pestilenziale...In questo modo li convincono a porre fine alla propria vita digiunando o facendosi addormentare, così da non accorgersi nemmeno di morire. Ma non obbligano comunque nessuno ad uccidersi contro la propria volontà, né gli rivolgono meno cure... Chi invece si toglie la vita senza aver ricevuto prima il permesso dei magistrati e dei sacerdoti è considerato indegno. »




In passato sotto la definizione di "eutanasia" ricadevano anche azioni od omissioni ritenute, anche oggi, giuridicamente ed eticamente ammissibili, come la rinuncia all'accanimento terapeutico e il ricorso alle cure palliative.

In particolare, l'eutanasia passiva (od omissiva) comprendeva - in passato - differenti tipologie di azioni:

L'astensione o l'interruzione di un intervento medico perché non voluto dal morente (oggi chiamata "Rifiuto delle cure").
L'astensione o l'interruzione di un intervento medico perché ritenuto futile o configurante accanimento terapeutico (oggi chiamata "Desistenza terapeutica" o "Rinuncia all'accanimento terapeutico").
L'astensione o l'interruzione arbitraria di un intervento medico per facilitare il morire di una persona (oggi è solo quest'azione a venire chiamata "eutanasia passiva").
L'eutanasia indiretta corrispondeva, invece, al ricorso alle cure palliative, che possono comprendere l'uso di analgesici e sedativi in quantità tali da comportare - come effetto secondario e non desiderato - l'accorciamento della vita del paziente.

Libera scelta è un fondamentale principio democratico. L'idea che il cittadino sia libero nelle sue opinioni e nel suo voto presuppone che egli sia anche sovrano in una sfera privata, dove i suoi valori di coscienza sono insindacabili
Il dolore e la sofferenza che si sperimentano durante una malattia possono risultare incomprensibili ed insostenibili, anche se viene messa in atto una terapia contro il dolore. Chi non lo ha provato non può capire, e la decisione pertanto non può spettare ad un terzo. Ignorando poi il dolore fisico, può risultare insostenibile per un individuo far fronte alla sofferenza psichica conseguente alla perdita della propria indipendenza. Per questo la società civile non dovrebbe forzare nessuno a sopportare questa condizione.
La convinzione profonda di sentirsi senza alcuna possibilità di recuperare ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ed anzi di dover pesare sui propri cari sempre di più e per tempi lunghissimi, rendendo pure a loro difficile condurre la loro stessa vita come prima.

Giuramento di Ippocrate: ogni medico deve giurare su qualche variante di esso; la versione originale esclude esplicitamente l'eutanasia.
Morale: per le convinzioni personali di alcune persone, l'eutanasia di alcuni o di tutti i tipi può essere moralmente inaccettabile. Questa visione morale di solito vede l'eutanasia come un tipo di omicidio e l'eutanasia volontaria come un tipo di suicidio, la moralità del quale è oggetto di vivo dibattito.
Teologica: diverse religioni e moderne interpretazioni religiose considerano sia l'eutanasia che il suicidio come atti "peccaminosi" .
Piena consapevolezza: l'eutanasia può essere considerata "volontaria" soltanto se il paziente è cognitivamente competente per poter prendere la decisione relativa, ovvero se ha una comprensione adeguata delle opzioni e delle loro conseguenze. In alcuni casi, tale competenza cognitiva può essere difficile da determinare.
Necessità: se c'è qualche ragione per credere che la causa della malattia o della sofferenza di un paziente sia o possa essere presto risolvibile, compatibilmente con la sua situazione clinica una scelta potrebbe essere quella di sperimentare nuovi trattamenti, o dedicarsi a cure palliative.
Desideri della famiglia: i membri della famiglia spesso desiderano passare più tempo possibile coi loro cari prima che muoiano; in alcuni casi, però, questo si può tradurre disfunzionalmente in una forma di incapacità di accettazione dell'inevitabilità del decesso
Saper accettare il dolore fisico e non avere paura di morire

Dal punto di vista giuridico, morale e religioso vi è chi tende a considerare l'eutanasia attiva una fattispecie assimilabile all'omicidio. Anche dal punto di vista della deontologia medica qualche complicazione concettuale sorge dalla non semplice riconducibilità dell'eutanasia attiva ai concetti fondanti della medicina, diagnosi e terapia;
riguardo all'eutanasia passiva vi è chi pone in evidenza la sostanziale diversità - nel modo "naturale" con cui avviene la morte - rispetto all'eutanasia attiva (bisogna anche aggiungere, per completezza di trattazione, che molti tendono a non considerare "eutanasia" quella passiva, consistendo tale pratica - in gran parte dei casi - solo nell'astensione a praticare terapie nel pieno diritto - sancito dalla legge italiana - da parte del malato di rifiutarle);
vi sono differenze di approccio sull'argomento tra gli ambiti religioso e morale, da un lato, e quello giuridico dall'altro. In realtà, le posizioni bioetiche ufficiali della Chiesa cattolica sono contrarie all'eutanasia attiva diretta e la differenziano da quella passiva intesa come possibile interruzione dell'accanimento terapeutico, tenendo comunque distinta quest'ultima fattispecie dall'alimentazione e idratazione che secondo la Chiesa vanno sempre garantite, in quanto tendenti a soddisfare semplici bisogni fisiologici come la fame e la sete. Nella giurisprudenza e nel codice di deontologia medica i due casi devono essere considerati in modo nettamente diverso: la legge italiana, infatti, proibisce ad un medico di compiere terapie senza il consenso del paziente, quindi ulteriori limiti e divieti si possono porre solo sull'eutanasia attiva, mentre non può si può fare nulla riguardo all'eutanasia passiva che di fatto può essere "garantito" dai diritti del paziente.
Anche il dibattito sul cosiddetto "suicidio assistito" non è esente da distinguo o assimilazioni: mentre, ad esempio, esso viene considerato da taluni analogo all'eutanasia passiva (in quanto mezzo per procurare la morte), esso è una forma "intermedia" che nondimeno mantiene una sostanziale differenza rispetto all'eutanasia attiva, in quanto non prevede, da parte del soggetto assistente, alcuna partecipazione diretta alle azioni che conducono alla morte del richiedente (anche qui varrà la pena di ricordare che, comunque, la fattispecie di assistenza a un suicidio può configurarsi come reato a sé stante);
appare largamente condivisa comunque una discriminante fra la situazione di persone che chiedono l'eutanasia in quanto malati terminali, e quelle che invece, pur non essendo prossime alla morte, la richiedono la pratica per porre fine a sofferenze insostenibili di vario tipo e non sufficientemente trattabili da alcuna terapia del dolore;
altrettanto condivisa - e, in talune forme, anche recepita nella pratica giurisprudenziale e giurisdizionale - appare la discriminante tra persone che richiedano l'eutanasia in condizioni di piena capacità di intendere e di volere (indipendentemente dal fatto che abbiano la possibilità materiale di attuare praticamente il proposito) rispetto a coloro che si trovino in situazioni di incoscienza irreversibile (coma, stato vegetativo persistente) e, comunque, incapaci di esprimere qualsivoglia volontà;
abbastanza recepita anche nell'attività giurisdizionale appare anche la distinzione circa la preterintenzionalità o meno dell'azione che causa la morte: per esempio, il decesso sopravvenuto a causa di effetti collaterali (o sovradosaggio resosi necessario a causa di assuefazione a dosi più basse) di un farmaco, è talora trattato in maniera differente da quello che fa seguito alla somministrazione di qualsivoglia sostanza allo scopo primario di procurare la morte; talvolta più dibattuto il caso di sospensione dell'alimentazione che, a seconda degli orientamenti e dei punti di vista, può essere considerata eutanasia passiva ovvero attiva.



Il Comitato nazionale per la bioetica (CNB) ha discusso ed effettuato ricerche su varie problematiche legate all'eutanasia e al rispetto delle volontà del malato. Fra i documenti del CNB più attinenti alla tematica del trattamento di quelle fasi in cui il malato non può esprimere volontà si citano:

le Dichiarazioni anticipate di trattamento (talora anche chiamate Direttive anticipate) del 18 dicembre 2003;
Tale documento tratta la natura delle cosiddette "dichiarazioni anticipate": vi si affrontano aspetti tecnico-legali quali la validità delle stesse, la vincolatività - se cioè debbano essere considerate obbligatorie od orientative - l'efficacia delle direttive anche a distanza di anni tra la loro stesura e l'eventuale attuazione di quanto in esse disposto, l'opportunità per il dichiarante di nominare anche un fiduciario che garantisca per l'attuazione delle direttive anticipate.
L'alimentazione e l'idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente del 30 settembre 2005.
In questo documento (composto poco dopo la morte di Terri Schiavo) la relazione di maggioranza (2/3) descrive la PEG (alimentazione e idratazione con sondino) come non assimilabile al caso di accanimento terapeutico.
Infine, l'eutanasia è materia d'insegnamento nei corsi di bioetica clinica, nella branca della bioetica; a partire dal 2005 sono in attivazione corsi al riguardo in tutte le facoltà di medicina italiane. Essi prevedono programmi con insegnamenti di etica allo scopo di formare degli operatori in grado di dibattere il problema con cognizione di causa.

La Chiesa cattolica è contraria ad ogni forma d'eutanasia, attiva od omissiva, mentre incoraggia il ricorso alle cure palliative e ritiene moralmente accettabile l'uso di analgesici, per trattare il dolore, anche qualora comportino - come effetto secondario e non desiderato - l'accorciamento della vita del paziente. Consente invece di sospendere, dietro richiesta del paziente, procedure mediche che risultino onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi; vale a dire che configurino accanimento terapeutico. Tale posizione è confermata nei paragrafi 2277, 2278 e 2279 del Catechismo. La Chiesa insegna inoltre che le cure che d'ordinario sono dovute all'ammalato, come l'idratazione e la nutrizione artificiale, non possono essere sospese qualora si preveda come conseguenza la morte del paziente per fame e per sete. Si configurerebbe, in questo caso, una vera e propria eutanasia per omissione.

Le Chiese Riformate, anche a causa della loro particolare struttura gerarchica, hanno spesso posizioni interne più variegate ed elastiche.

Il movimento per la difesa dei diritti dei disabili ha fin dalla sua nascita negli Stati Uniti agli inizi degli anni 70 contrastato la legalizzazione dell'eutanasia. Sulla sua scia organizzazioni di disabili espressamente dedicate a contrastare culturalmente e politicamente l'eutanasia sono nate durante gli anni 90. È il caso della statunitense Not Dead Yet e di Care Not Killing, una rete di oltre 40 associazioni inglesi. Posizioni analoghe sono sostenute da associazioni di disabili Svedesi e Australiane. Alla base del rifiuto c'è la considerazione che le motivazioni che spingono una persona all'eutanasia potrebbero essere legate più al loro status e condizione sociale che alla loro sofferenza e condizione fisica. In questo senso l'influenza negativa sulla qualità di vita della propria famiglia impegnata economicamente e personalmente nell'accudimento, lo status negativo riservato agli elementi non produttivi dalle culture occidentali e i diffusi e persistenti pregiudizi sociali potrebbero essere considerazioni sufficienti a dettare la scelta suicidaria.



Da un sondaggio dell'aprile 2006 l'organo ufficiale dell'Ordine provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino, e avente come target infermieri (in maggioranza tra i 30 e i 40 anni, impiegati in reparti di terapia intensiva, lungo-degenza e chirurgia), è emerso che:

il 74% degli infermieri interpellati è favorevole alla "dolce morte" passiva
di cui l'83% anche a quella attiva
il 44% ha avuto diverse esperienze di pazienti che hanno chiesto espressamente e ripetutamente di morire perché venisse posto fine alle loro sofferenze atroci e senza speranza.
il 76% invoca il testamento biologico;
l'8% si dichiara disposto a praticare l'eutanasia anche illegalmente, senza richiesta esplicita del paziente
il 37% si dice disposto ad aiutare i pazienti a mettere fine a un calvario, anche ricorrendo al suicidio assistito.
il 76% degli infermieri credenti è favorevole all'eutanasia volontaria.
I risultati del sondaggio torinese confermano quelli emersi da un'indagine del Centro di Bioetica dell'Università cattolica di Milano, e di altri sondaggi:

il 4% dei rianimatori interpellati ha ammesso di praticare l'"iniezione letale" (illegalmente, sulla base di quello che dice loro la coscienza).
Il 92% degli italiani interpellati ritiene che sia necessario superare l'attuale normativa repressiva;
il restante 8% si dice contrario all'eutanasia.
Al riguardo, bisogna dire che vi sono differenze di posizione anche in seno ai favorevoli all'eutanasia: vi è infatti chi ne propone la legalizzazione, altri che invece parlano di depenalizzazione. Cinzia Caporale, del Comitato Nazionale di Bioetica e fautrice della depenalizzazione, commentando i risultati dei sondaggi, lamentò il fatto che i medici considerino più importante la legalizzazione - con conseguente regolamentazione - dell'eutanasia piuttosto che la sua depenalizzazione, a motivo del fatto che la legalizzazione darebbe loro una protezione legale, lasciandoli invece esposti in caso di semplice depenalizzazione, laddove essi avrebbero potere discrezionale. In definitiva, secondo Cinzia Caporale, la legalizzazione sarebbe più un paravento per i medici che un aiuto per i malati. Questa riflessione sul caso specifico si spiega meglio chiarendo la posizione più ampia della Caporale in merito alla dicotomia diritto-morale.

Tra il 24 settembre e il 9 ottobre 2012 l'azienda svizzera Isopublic ha condotto un sondaggio on line per vagliare il consenso ad eutanasia, dichiarazione anticipata di trattamento, assistenza medica e legiferazione in merito alle politiche di fine vita. Dalla ricerca è emerso come la maggioranza degli europei sia favorevole all'autodeterminazione e, in caso di malattia incurabile, di una grave invalidità oppure di dolori non dominabili, prenderebbe in considerazione l'idea di ricorrere all'eutanasia. La maggioranza degli intervistati si è inoltre detta favorevole alla depenalizzazione dell’attività di assistenza professionale nel campo del fine vita.

L'eutanasia attiva è assimilabile, in generale, all'omicidio volontario (art. 575 codice penale). In caso di consenso del malato si configura la fattispecie prevista dall'art. 579 c.p. (Omicidio del consenziente), punito con reclusione da 6 a 15 anni. Anche il suicidio assistito è un reato, giusta art. 580 c.p. (Istigazione o aiuto al suicidio), punito con reclusione da 5 a 12 anni.



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giovedì 26 febbraio 2015

GIUSEPPE PINELLI

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Giuseppe Pinelli (Milano, 21 ottobre 1928 – Milano, 15 dicembre 1969) è stato un anarchico, partigiano e ferroviere italiano, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e durante la Resistenza, vista la sua allora giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta.

Nel mese di novembre del 1966, già militante anarchico, diede appoggio a Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Hunger, Tella e altri ragazzi del giro dei cosiddetti capelloni per stampare le prime copie della rivista Mondo Beat nella sezione anarchica "Sacco e Vanzetti" di via Murilio.

Morì il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba a piazza Fontana, evento noto come Strage di Piazza Fontana.

Le circostanze della sua morte, ufficialmente attribuita ad un malore, hanno destato sospetto a causa di alcune circostanze legate ai momenti del tutto eccezionali vissuti nel capoluogo lombardo a seguito della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Una parte dell'opinione pubblica ha avanzato il sospetto che Pinelli sia stato assassinato e che le indagini siano state condotte con metodi poco ortodossi ed in modo non imparziale. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.

Il caso ha suscitato una polemica politica intrisa di vibrante animosità, tanto da parte di coloro che sostengono la tesi dell'omicidio, quanto da parte delle autorità, ed è peraltro assai arduo isolare la polemica riguardante questo caso da quelle relative, fra l'altro, alla strage di piazza Fontana, al Terrorismo, alla cosiddetta teoria della strategia della tensione, al cosiddetto stragismo di stato, alla repressione dei circoli anarchici italiani ed all'assassinio del commissario Calabresi.

Nato a Milano, nel popolare quartiere di Porta Ticinese, il 21 ottobre 1928, finite le scuole elementari deve andare a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere, per mantenersi e aiutare la famiglia. Legge però molti libri per colmare i suoi studi lacunosi, fino ad avere una buona cultura autodidatta.

Nel 44/'45 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi-Malatesta. Dopo la fine della guerra "Pino", come è chiamato, continua l'attività nel movimento anarchico a Milano.

Nel 1954 vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto. Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. Dal novembre 1966 partecipa e sostiene la rivista «Mondo Beat».

Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma, il 1º maggio Pinelli è tra gli inauguratori di un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa. Al nuovo Circolo si succedono cicli di conferenze e assemblee dei primi comitati di base unitari; è tra i promotori della ricostruzione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di ispirazione sindacalista rivoluzionaria e libertaria.

Dopo gli arresti degli anarchici per le bombe (poste dai neofascisti di Ordine Nuovo, gli stessi che saranno considerati dietro la bomba di piazza Fontana) esplose il 25 aprile 1969 a Milano, alla stazione centrale e alla fiera campionaria (saranno assolti nel giugno 1971), Pinelli si impegna per raccogliere pacchi di cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere. Nell'ambito della appena costituita Croce Nera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.

Il 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, precedendoli col motorino.

Il 1969 fu l'anno dell'autunno caldo, il momento di più alta unità e conflittualità operaia dalla nascita della Repubblica. Scioperi, picchetti, occupazioni delle fabbriche e cortei segnarono fortemente la seconda metà di quell'anno, in particolare per l'intensità dello scontro politico in atto che, alimentato da una diffusa ideologia rivoluzionaria dei gruppi della sinistra extraparlamentare nati dopo il Sessantotto, sfociava in violenti scontri di piazza.

In questo clima arroventato, sul finire del 1969, il 12 dicembre, nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano, lo scoppio di una bomba uccise numerose persone.

La notte successiva alla strage la polizia fermò 84 sospetti, tra cui Pinelli, che venivano rilasciati man mano che il loro alibi veniva verificato. Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, oltre che tre sottufficiali della polizia in forza all'Ufficio Politico, un agente, ed un ufficiale dei carabinieri, quando dalla finestra dell'ufficio dove stava avvenendo l'interrogatorio precipitò dal quarto piano in un’aiuola della questura. Fu portato all'ospedale Fatebenefratelli, ma ci arrivò già morto.

La prima versione data dal questore Marcello Guida nella conferenza stampa convocato poco dopo la morte dell'anarchico, a cui parteciparono anche il dott. Antonino Allegra, responsabile dell'ufficio politico della questura e il Commissario Calabresi fu di suicidio ("Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto", dalle dichiarazioni del questore), dovuto al fatto che il suo alibi si era rivelato falso, versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile. Secondo alcune versioni iniziali della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l'ormai celebre frase: «È la fine dell'anarchia!».

Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. Il giorno successivo, 16 dicembre, in seguito alla comparsa di un testimone, un tassista, veniva arrestato Pietro Valpreda, che sarà poi giudicato innocente.

Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che concluse con una archiviazione. Il 24 giugno 1971 la vedova Pinelli presentò una denuncia. Fu aperta una nuova inchiesta assegnata al giudice Gerardo D'Ambrosio. La sentenza dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell'ottobre 1975. La sentenza concluse che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un malore che avrebbe provocato un involontario balzo del Pinelli dalla finestra della Questura. L'inchiesta accertò inoltre che nella stanza al momento della caduta erano presenti 4 agenti della polizia e un ufficiale dei carabinieri, che furono prosciolti. L'inchiesta della magistratura, condotta da D'Ambrosio, accolse le dichiarazioni dei coimputati, secondo i quali il commissario Calabresi non era presente nel momento della caduta. L'unico testimone, Pasquale Valitutti, anch'egli presente in Questura e trattenuto in una stanza vicina dichiarò sotto giuramento che al contrario il commissario era presente nella stanza da dove cadde Pinelli. Gerardo D'Ambrosio scrisse nella sentenza: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli".

L'assenza del commissario dalla stanza al momento della caduta di Pinelli non sarà tuttavia creduta da parte degli ambienti anarchici e della sinistra e lo stesso verrà fatto segno di una violenta campagna di stampa avente il risultato di isolarlo. Alla campagna di stampa, condotta in maniera assai forte, aderirono molti esponenti della sinistra italiana. Calabresi verrà assassinato nel maggio 1972, da aderenti alla sinistra extraparlamentare. Verranno condannati Leonardo Marino (reo confesso), Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. L'assassinio del Commissario inciderà anche nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana.

I fatti strani legati alla morte di Pinelli indussero molti a parlare, sempre più apertamente, di omicidio: Pinelli sarebbe stato gettato dalla finestra.

La prima ragione per credere all'omicidio sarebbe l'incoerenza della pulsione suicida con il carattere di Pinelli. Chi lo conosceva sostenne che fosse da escludere una sua eventuale propensione al suicidio. Secondo queste fonti, Pinelli non avrebbe preso in considerazione l'ipotesi del suicidio, neppure di fronte al pericolo di una condanna all'ergastolo per strage. Al momento della morte non si profilava comunque una condanna, data la mancanza assoluta di prove e l'inconsistenza degli indizi nei suoi confronti.

Tra i critici che mettevano in dubbio il verificarsi dei fatti come descritto della posizione ufficiale delle forze o dalla ricostruzione effettuata nel processo molti sostennero, pur non avendo ovviamente prove, ma solo ipotesi, che Pinelli fosse stato coscientemente defenestrato per usare il suo "suicidio" come prova della sua colpevolezza: la versione del suicidio fu effettivamente la prima versione data alla stampa dal questore Marcello Guida, nella conferenza stampa a cui parteciparono anche Calabresi e il dottor Antonino Allegra (responsabile dell'Ufficio politico della questura), versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli, al contrario di quanto affermato durante la conferenza stampa stessa, si rivelò veritiero.

Pasquale Valitutti, un anarchico che era stato fermato insieme a Pinelli e si trovava in una stanza vicina affermò sempre che non vide nessuno, dalla finestra della stanza, attraversare il corridoio nei quindici minuti antecedenti il fatto, e che dopo la caduta venne prelevato da due agenti: il commissario Calabresi in persona gli comunicò che l'anarchico si era buttato. Valitutti fu immediatamente trasferito a San Vittore, dove verrà rilasciato il giorno dopo (anche per lui era scaduto il tempo massimo del fermo) senza essere stato interrogato. Quest'ultima testimonianza che, insieme ad alcuni errori e contraddizioni contenute nelle prime versioni date dalle forze dell'ordine, metteva in dubbio le affermazioni della polizia, venne ovviamente considerata credibile dai gruppi che ritenevano la morte di Pinelli causata dal tentativo di trovare un capro espiatorio per gli attentati di piazza Fontana. Valitutti sostenne anche di aver visto e di aver parlato alcune volte con Pinelli durante i due giorni, trovandolo provato per gli interrogatori e per la mancanza di sonno (sarebbe stato tenuto appositamente sveglio), sostenendo che Pinelli aveva anche affermato che il suo alibi non veniva creduto.

La sentenza del Tribunale di Milano afferma che tutti i coimputati e gli agenti presenti al quarto piano dell'edificio confermarono che il commissario Calabresi non si trovava nella stanza al momento del fatto e ritiene difficile escludere l'eventualità che Valitutti (unico testimone sotto giuramento) si fosse distratto per il tempo sufficiente ad una persona per attraversare la frazione di corridoio visibile dalla stanza.

La versione ufficiale viene considerata inoltre, secondo le stesse fonti, contraddittoria ed incongruente: l'ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull'accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l'interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe.

Riguardo l'ora della caduta, la sentenza cita le testimonianze dei quattro giornalisti presenti nella sala stampa della questura, concordi nell'affermare che il fatto avvenne qualche minuto prima della mezzanotte, informazione definita assolutamente certa. La sentenza poi afferma che l'ambulanza fu chiamata alle 00:01, in base all'ora trascritta sul registro delle richieste di intervento pervenute alla centrale operativa del corpo dei vigili urbani.

Uno degli argomenti addotti su cui vengono fatte molte illazioni è la qualità dei soggetti coinvolti, cioè delle 5 persone che erano nella stanza con Pinelli.

Luigi Calabresi era noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di estrema sinistra (fra cui Lotta Continua).

In un primo momento vennero indicati come sospetti gli avanzamenti di grado di alcuni ufficiali ritenuti anch'essi coinvolti nella misteriosa morte, tra cui l'ex fascista Marcello Guida, direttore delle guardie delle carceri di Ventotene (l'isola dove vennero segregati gli anarchici prima di esser trasferiti nel campo di concentramento di Renicci d’Anghiari, in provincia di Arezzo) e Santo Stefano durante il ventennio anche se si accertò poi che si trattava semplicemente di ordinari avanzamenti per anzianità.

Alcuni organi di stampa, tra cui Lotta continua (n. 12, 14/05/1970) sostenevano che la salma di Pinelli presentasse una lesione bulbare compatibile con quelle che può provocare un colpo di karate. Peraltro, una lesione bulbare avrebbe provocato la morte immediata di Pinelli, il quale è invece deceduto due ore dopo la caduta dalla finestra.

In seguito a tali polemiche, nel 1975, la salma di Pinelli venne riesumata e analizzata. In realtà nella prima perizia necroscopica non si parlava di una lesione bulbare, ma di "un'area grossolanamente ovolare" conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio. Fu fatta quindi una seconda autopsia che confermò il risultato della prima.

Il caso venne quindi chiuso attribuendo la morte di Pinelli ad un malore attivo, secondo la sentenza del giudice Gerardo D'Ambrosio: lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi come nel caso di un collasso, avrebbe subito un'alterazione del centro di equilibrio, che causò la caduta. Nessuna imputazione, né per omicidio colposo né per abuso d'ufficio (Pinelli era trattenuto illegalmente dopo che il fermo era ormai scaduto) né per falso ideologico (per aver dichiarato che Pinelli si era suicidato) verrà mai contestata a nessuna delle persone coinvolte.

La Commissione Stragi accertò che sulla strage di Piazza Fontana la controinchiesta delle Brigate Rosse arrivò alla conclusione che la strage fu opera di una collaborazione tra anarchici (probabilmente inconsapevoli capri espiatori), fascisti e servizi segreti.

Il 10 gennaio 1991 un pentito delle BR, Michele Galati, riassunse i risultati della controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana al giudice istruttore di Venezia.
Il pentito affermò davanti al giudice che la controinchiesta era arrivata alla conclusione che materialmente l'ordigno era stato posto nella banca da anarchici (Valpreda o Pinelli), che pensavano di attuare un attentato dimostrativo, non mortale e a banca chiusa; timer ed esplosivo (molto più potente del previsto) erano stati messi a disposizione da una cellula nera. I risultati della controinchiesta su piazza Fontana furono tenuti riservati, secondo Galati, perché concludeva che Pinelli aveva collocato la bomba ed era morto suicida perché sconvolto. L'inchiesta delle Br, secondo il racconto di Galati, concluse che la strage avvenne per un errore nella valutazione dell'orario di chiusura della banca.
Nel settembre 1992, anche l'allora segretario del PSI, Bettino Craxi fece affermazioni analoghe, così come l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Le conclusioni che coinvolgono ancora gli anarchici sono in contrasto con le sentenze giudiziarie, che hanno invece affermato l'innocenza di Pinelli e Valpreda già alla fine degli anni '70, attribuendo la strage al gruppo neofascista Ordine Nuovo, sebbene le condanne dei presunti esecutori e mandanti furono prescritte (come avvenuto per Carlo Digilio) o essi stessi non furono processabili (caso di Nino Sottosanti, da taluni indicato come "sosia di Valpreda" e come infiltrato nei gruppi anarchici), spesso perché già assolti in via definitiva (i due leader del movimento in Veneto, Franco Freda e Giovanni Ventura, indicanti come probabili mandanti da una sentenza della Cassazione del 2005). Alcuni di essi erano collaboratori dei servizi segreti.

La tomba di Giuseppe Pinelli è nel cimitero di Turigliano, Carrara. La lapide in basso recal'epitaffio, tratto da uno di quelli presenti nell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters:
La macchina del «Clarion» di Spoon River venne distrutta
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo il giorno che gli Anarchici
furono impiccati a Chicago:
"Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
"Non guarda in faccia a nessuno."
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ecco, le ciglia erano tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda".
EDGAR LEE MASTERS (Epitaffio di Carl Hamblin, traduzione di Fernanda Pivano)
Il 20 dicembre 1969 si svolsero i funerali di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Musocco, a cui parteciparono la famiglia, i compagni anarchici e alcuni intellettuali come Franco Fortini (che ne scriverà un resoconto giornalistico), Vittorio Sereni, Marco Forti e Giovanni Raboni. Successivente, il corpo di Pinelli sarà traslato nel cimitero di Turigliano, vicino a Carrara, e sulla lapide verrà apposta anche una poesia di Edgar Lee Masters, Carl Hamblin tratta dall'Antologia di Spoon River (libro che Pinelli aveva regalato al commissario Calabresi nei giorni in cui la polizia indagava gli anarchici per le bombe dell'aprile 1969).

La figura di Pinelli è stata presa, in ambienti anarchici, a simbolo dell'opposizione al potere costituito in genere ed in particolare al potere poliziesco.

Nei mesi successivi alla morte di Pinelli il "Comitato cineasti contro la repressione" raccolse numerosi materiali per la realizzazione di un lungometraggio sulla vicenda di Giuseppe Pinelli; due gruppi di lavoro, coordinati da Elio Petri e Nelo Risi, portarono a termine l'opera. Il film, Documenti su Giuseppe Pinelli, uscì nel 1970 e circolò attraverso i canali politici del PCI e del Movimento Studentesco.

La figura di Pinelli appare anche nei film Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana (interpretato da Pierfrancesco Favino) nell'episodio Il commissario (2014) della miniserie televisiva Gli anni spezzati (interpretato da Paolo Calabresi).

Sono state composte diverse canzoni su Pinelli, come diverse versioni de La ballata del Pinelli o Ballata dell'anarchico Pinelli, scritta sia dal cantautore pisano di LC Pino Masi che da G. Barozzi, F. Lazzarini, U. Zavanella (giovani anarchici mantovani) la sera stessa dei funerali e successivamente rielaborata, ampliata e musicata da Joe Fallisi nel 1969. La canzone viene tutt'oggi abitualmente portata sul palco, con un testo molto simile all'originale e l'arrangiamento modificato, da Claudio Lolli, uno dei più politicizzati cantautori italiani.

Nel febbraio 1970, il cantastorie Franco Trincale compose un Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli, che divenne molto popolare e fu inciso in diversi album di questo artista.

Riccardo Mannerini, poeta anarchico e paroliere (collaboratore di De André) scrive su questo tema il testo di un brano musicale per i New Trolls, Ballata per un ferroviere (1970).

Sempre del 1970 è Povero Pinelli, sulla musica di Povero Matteotti (rielaborazione a sua volta di Povero Cavallotti), scritta da Luisa Ronchini con una strofa aggiunta da Giovanna Marini, per il Canzoniere Popolare Veneto.

La canzone Asilo "Republic" di Vasco Rossi contenuta nell'album Colpa d'Alfredo del 1980 è tratta dalla vicenda di Giuseppe Pinelli, affrontata con ironia e metafore:

« Dice che è stata una disattenzione della maestra
e subito uno si è buttato giù dalla finestra »
Anche il gruppo folk emiliano dei Modena City Ramblers ha citato il caso all'interno di una loro canzone presente su un demotape autoprodotto del 1993 intitolato Combat Folk, la canzone è intitolata Quarant'anni:

« Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze
e anarchici distratti cadere giù dalle finestre »
Il gruppo ska romano Banda Bassotti cita il ferroviere nella canzone Luna Rossa contenuta in Avanzo de cantiere, cover di Piazza Fontana degli Yu Kung:

« Notti di sangue e di terrore
scendono a valle sul mio paese
chi pagherà le vittime innocenti?
chi darà vita a Pinelli il ferroviere? »

Alla vicenda di Pinelli si ispirò anche un'opera teatrale di Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico (ma in realtà il riferimento quasi esplicito che viene fatto è per Andrea Salsedo, per motivi di censura).

L'opera pittorica di Enrico Baj, che doveva essere esposta a Milano lo stesso giorno dell'omicidio Calabresi, intitolata I funerali di Pinelli, si ispira anch'essa a questi eventi.

Della vicenda Pinelli si occupò lungamente Camilla Cederna, giornalista di fama, che pubblicò la sua testimonianza in un libro intitolato Pinelli. La finestra sulla strage, edito nel 1971 e ripubblicato nel 2004.

Il citato poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini ha scritto "Il Ferroviere".

Ogni anno, a Milano si organizzano diverse manifestazioni per non dimenticare Pinelli e la strage di piazza Fontana dove è stata apposta una lapide che recita: A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della questura di Milano; 16/12/1969.

Nel novembre 1988, una lapide simile a quella di piazza Fontana viene apposta a Roma all'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza.

Nel marzo 2006 il Comune di Milano, come il sindaco Gabriele Albertini aveva promesso di fare prima della fine del proprio mandato, ha cercato di placare le polemiche sulla presenza della lapide (che di fatto ufficializza la versione secondo cui Pinelli sarebbe stato assassinato), sostituendola con una lapide simile in cui il testo è stato cambiato per renderlo meno accusatoria: la nuova lapide recita "innocente morto tragicamente" al posto di "ucciso innocente". La sostituzione è avvenuta di notte e non è stata precedentemente annunciata, ufficialmente per evitare possibili incidenti.

La decisione ha trovato l'opposizione degli ambienti anarchici. La sostituzione della targa è stata considerata da alcuni esponenti del mondo anarchico e della sinistra come un'operazione elettorale dovuta alle imminenti elezioni politiche e elezioni amministrative per il sindaco.

Il 23 marzo 2006, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa hanno ricollocato in piazza Fontana la loro targa, completa della dicitura originale. Pertanto ora in quel luogo vi sono due targhe che commemorano Giuseppe Pinelli. L'allora sindaco Albertini affermò che avrebbe chiesto alla giustizia civile di far rimuovere nuovamente la targa degli anarchici, sostenendo che per decenni è stata tollerata una targa che occupava abusivamente il suolo pubblico ma, attualmente, la targa è li collocata.


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giovedì 5 febbraio 2015

ETTORE MAJORANA - il genio incompreso -



Ieri  la magistratura ha archiviato il caso riguardante la scomparsa del famoso fisico : conosciamolo meglio.


Ettore Majorana (Catania, 5 agosto 1906 – Italia, 27 marzo 1938 (morte presunta) o in località ignota dopo il 1959) è stato un fisico italiano. Operò principalmente come teorico della fisica, le sue opere più importanti hanno riguardato la fisica nucleare e la meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini. La sua improvvisa e misteriosa scomparsa suscita, dalla primavera del 1938, continue speculazioni riguardo al possibile suicidio o allontanamento volontario, e le sue reali motivazioni, a causa anche della sua personalità e fama di geniale fisico teorico.
Ettore rivelò una precocissima attitudine per la matematica, svolgendo a memoria calcoli complicati fin dall'età di 5 anni e inoltre si dedicò allo studio personale della fisica; disciplina che sin da piccolo lo affascinava. Alla sua educazione sopraintese (sino a circa nove anni) il padre. Ettore terminò le elementari e successivamente il ginnasio (completato in soli quattro anni) presso il collegio "Massimiliano Massimo" dei Gesuiti a Roma.

Quando anche la famiglia si trasferì a Roma nel 1921, continuò a frequentare l'istituto Massimo come esterno per il primo e secondo anno del liceo classico. Frequentò il terzo anno presso l'istituto statale Torquato Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì la maturità classica.

Terminati gli studi liceali Ettore si iscrisse alla facoltà d'Ingegneria. Fra i suoi compagni di corso vi era il fratello Luciano, Emilio Segrè, Enrico Volterra.
Emilio Segrè, giunto al quarto anno di studi d'ingegneria, decise di passare alla facoltà di fisica: a questa scelta, che in lui meditava da tempo, non erano stati estranei gli incontri avuti (estate del 1927) con Franco Rasetti ed Enrico Fermi, allora ventiseienne, da poco nominato professore ordinario di fisica teorica all'Università di Roma, cattedra creata in quel periodo da Orso Mario Corbino; si annota che, della commissione che assegnò la cattedra a Fermi, era membro Quirino Majorana.

Segrè riuscì a convincere anche Majorana a passare alla facoltà di fisica, e il passaggio avvenne dopo un incontro con Fermi.

Ecco il resoconto che Amaldi fa di quell'incontro:

« Egli venne all'Istituto di via Panisperna e fu accompagnato da Segrè nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti. Fu in quell'occasione che io lo vidi per la prima volta. Da lontano appariva smilzo, con un'andatura timida, quasi incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un saraceno. »
Fermi lavorava allora al modello statistico dell'atomo che prese in seguito il nome di Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all'Istituto Fermi espose rapidamente le linee generali del modello, mostrò a Majorana gli estratti dei suoi recenti lavori sull'argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosiddetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all'Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un'analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene e, uscito dallo studio, se ne andò dall'Istituto.  Majorana era quindi tornato non per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime 24 ore, bensì per verificare se fosse esatta quella di Fermi.

Majorana passò a Fisica e iniziò a frequentare l'Istituto di Via Panisperna: regolarmente fino alla laurea, meno di due anni dopo. Si laureò, con il voto di 110/110 e lode, il 6 luglio 1929, relatore Enrico Fermi, presentando una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi.

In quel periodo effettuò diversi studi alcuni dei quali confluirono in diversi articoli su argomenti di spettroscopia e su un articolo sulla descrizione di particelle con spin arbitrario. Effettuò anche brevi studi su moltissimi argomenti che spaziavano dalla fisica terrestre all'ingegneria elettrica, alla termodinamica, allo studio di alcune reazioni nucleari non molto diverse da quelle che sono alla base della bomba atomica. È stato possibile ricostruire in parte il percorso di questi studi in base a una serie di manoscritti, i Quaderni e i Volumetti, custoditi dalla Domus Galilaeana di Pisa e pubblicati nel 2006.

Per il suo carattere distaccato, critico e scontroso gli venne affibbiato il soprannome di “Grande Inquisitore”. In verità tutti i giovani fisici dell’Istituto di via Panisperna avevano un soprannome mediato in gran parte dalla gerarchia ecclesiastica, così Fermi era il “Papa”, Rasetti che spesso sostituiva Fermi in alcune mansioni importanti, il “Cardinale Vicario”, Corbino ovviamente era il “Padreterno”, Segrè “il Basilisco” (per il suo carattere mordace) mentre Amaldi per le sue delicate fattezze fisiche era chiamato "Gote rosse" o “Adone” ma egli di quel titolo non era affatto entusiasta.
La sera del 25 marzo 1938 Ettore Majorana partì da Napoli, ove risiedeva all'albergo "Bologna" in via Depretis 72, con un piroscafo della società Tirrenia alla volta di Palermo, ove si fermò un paio di giorni: il viaggio gli era stato consigliato dai suoi più stretti amici, i quali lo avevano invitato a prendersi un periodo di riposo.

Il giorno stesso, prima di partire, aveva scritto a Carrelli la seguente missiva:

« Caro Carrelli, ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Sciuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo. »
Ai familiari aveva invece scritto:

« Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all'uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi. »
Il 26 marzo Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in cui gli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera che gli aveva precedentemente inviato.

« Non allarmarti. Segue lettera. Majorana. »
Lo stesso giorno fu scritta e spedita anche questa ultima lettera:

Palermo, 26 marzo 1938 - XVI
« Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all'insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli. »
Ma Majorana non comparve più.

S'iniziarono le ricerche. Del caso si interessò, dietro pressioni di Fermi, lo stesso Mussolini; fu anche proposta una ricompensa (30 000 lire) per chi ne desse notizie, ma non si seppe mai più nulla di lui, almeno non in modo inequivocabile.

Il professor Vittorio Strazzeri dell'Università di Palermo asserì di averlo visto a bordo alle prime luci dell'alba del 27 marzo mentre il piroscafo sul quale era imbarcato si accingeva ad attraccare a Napoli (in realtà egli condivise la cuccetta con un giovane viaggiatore che, secondo la descrizione, corrispondeva a Majorana, da lui mai conosciuto personalmente). Un marinaio asserì di averlo scorto, dopo aver doppiato Capri, non molto prima che il piroscafo attraccasse, e la società Tirrenia, anche se l'episodio non fu mai confermato, asserì che il biglietto di Majorana era tra quelli testimonianti lo sbarco. Anche un'infermiera che lo conosceva sostenne di averlo visto, in questo caso nei primi giorni dell'aprile 1938, mentre camminava per strada a Napoli.

Ma non fu mai trovata nessuna traccia documentata della sua destinazione e le ricerche in mare non diedero alcun esito.

Le indagini furono condotte per circa tre mesi e si estesero ad una Residenza dei Gesuiti che si trovava vicino a dove lui abitava, dove pare si fosse rivolto per chiedere una qualche sorta di aiuto, forse come reminiscenza del suo periodo scolastico presso i Gesuiti di Roma. La famiglia seguì anche una pista che sembrava portare al Convento di S.Pasquale di Portici, ma alle domande rivoltegli il padre guardiano rispose con un enigmatico: "Perché volete sapere dov'è? L'importante è che egli sia felice".

Ci fu una ridda di ipotesi, di indizi, ma non si ebbero mai certezze sulla sorte di Majorana: va comunque notato che nelle sue lettere egli non parla mai di suicidio, ma solo di scomparsa ed era persona attenta alle parole.

L'unica certezza tra tante supposizioni consiste nel non indifferente prelievo di una considerevole somma di denaro (alcuni stipendi arretrati) che Majorana fece prima di far perdere le sue tracce, l'equivalente di circa 10 mila dollari attuali, oltre che della sparizione del suo passaporto. Anche questo fatto, unito alla razionalità della mente di Majorana, rende poco probabile l'ipotesi del suicidio.

Amaldi nel suo Ricordo scrisse che egli aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, che era per lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto non lo sia per la stragrande maggioranza degli uomini.

Il giorno prima di salpare da Napoli consegnò alla studentessa Gilda Senatore una cartella di materiale scientifico: questi documenti furono mostrati dopo vari anni al marito di essa, anch'egli fisico. Questi ne parlò con Carrelli che ne parlò con il rettore che li volle: dopo di che le carte si persero.

Le ipotesi che sono state fatte sulla scomparsa volontaria di Ettore Majorana, a parte il suicidio, seguono soprattutto tre filoni: quello tedesco, quello argentino e quello monastico.

L'ipotesi tedesca suppone che egli sia tornato in Germania per mettere le sue conoscenze e le sue intuizioni a disposizione del Terzo Reich, e che dopo la seconda guerra mondiale sia emigrato in Argentina.

L'ipotesi argentina si fonda su tracce, reperite da Erasmo Recami, di una sua presenza a Buenos Aires, specie intorno agli anni sessanta: la madre di Tullio Magliotti riferì di aver sentito parlare di lui dal figlio; la moglie di Carlos Rivera raccontò di un presumibile avvistamento del Majorana all'Hotel Continental; un ex ispettore di polizia riconobbe in un'immagine di Majorana l'italiano che incontrò a Buenos Aires in quegli anni.

Secondo una terza ipotesi, sposata soprattutto da Leonardo Sciascia nel suo libro La scomparsa di Majorana, egli si sarebbe rinchiuso nella Certosa di Serra San Bruno, per sfuggire a tutto e a tutti, dal momento che non sopportava la vita sociale. L'ipotesi monastica si riallaccia alla gioventù di Ettore, che aveva frequentato l'Istituto Massimiliano Massimo dei gesuiti a Roma. Un possibile legame con il passato che si fa vivo, una parte della sua giovinezza. Su questa pista si erano inoltre indirizzate le ricerche della stessa famiglia, la quale scrisse a Papa Pio XII Pacelli, promettendo di non voler affatto interferire sulle scelte eventualmente maturate da Ettore, al solo scopo di sapere dal Vaticano semplicemente se egli fosse vivo: ma nessuna risposta, di nessun segno, venne mai fornita. Questa ipotesi viene ripresa nel libro di Alfredo Ravelli Il dito di Dio (2014), dove Rolando Pelizza racconta di aver conosciuto il "maestro" in un convento e di aver collaborato con lui nella realizzazione di alcuni esperimenti.

Esiste anche una quarta ipotesi, emersa intorno agli anni settanta, che dava Majorana in Sicilia: sarebbe stato lui il fisico eccellente che errava per la Sicilia come un nomade. In realtà esistono degli elementi a sostegno di quest'improbabile ipotesi. Un certo Tommaso Lipari girava per le strade di Mazara del Vallo, dove trovò la morte il 9 luglio del 1973. Si trattava di un barbone particolare, dotato di una brillante conoscenza delle materie scientifiche, che lo portava a risolvere i compiti degli scolari che incontrava; ma questo non significa che fosse Majorana. Un abitante del paese, Armando Romeo, disse che il Lipari gli aveva mostrato una cicatrice sulla mano destra, tipica del Majorana; inoltre usava un bastone con incisa la data del 5 agosto 1906, ovvero la data di nascita del fisico. Infine, al funerale di Lipari parteciparono tante persone, troppe per quello che è di solito l'estremo saluto a un barbone, e suonò la banda del paese. Sul caso Lipari intervenne anche l'allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino: nel 1948 un certo Tommaso Lipari era stato rilasciato dalla galera (dov'era finito per un piccolo reato), ed era così possibile confrontare la sua firma con quella del barbone. Borsellino riscontrò tra loro una tale somiglianza che si sentì di concludere che appartenessero alla stessa persona, escludendo quindi un'"ipotesi Majorana".


L'ipotesi del suicidio, adombrato ma non esplicitamente annunciato da Majorana nelle sue ultime lettere, è estremamente dolorosa e per l'epoca anche infamante. Le repentine variazioni di intenti (anche la partenza e l'improvviso ritorno a Napoli dopo solo 2 giorni) potrebbero essere state sintomi di una personalità molto turbata, e la frase il mare mi ha rifiutato un poetico eufemismo, in un atteggiamento tipico di chi è tormentato da un pensiero autodistruttivo che non ha il coraggio di attuare.
Vi sono tuttavia alcuni elementi contraddittori, così riassumibili:

è alquanto inverosimile che un suicida prelevi in banca una somma equivalente all'ammontare di alcune mensilità di stipendio poco prima di suicidarsi;
secondo talune testimonianze Majorana sarebbe stato avvistato e riconosciuto a Napoli giorni dopo la scomparsa.
Sulla questione è tornato nel 1999 lo storico della matematica Umberto Bartocci, con uno studio che discute, oltre a quelle menzionate, l'ipotesi che Majorana possa essere stato vittima di un piano maturato nell'ambiente dei fisici da lui frequentato, teso ad eliminare un pericoloso rivale di parte avversa in vista dell'imminente conflitto mondiale. Le argomentazioni di Bartocci, di tipo logico, psicologico e indiziario, sono state accolte da grande scetticismo (per non dire ripugnanza) nell'ambiente dei fisici, ma hanno anche attirato l'attenzione di diversi studiosi (storici e no). Ancora nel 2011 continuano le indagini a livello giudiziario sulle ipotesi della scomparsa del fisico.

Secondo Stefano Roncoroni (figlio di una cugina di Ettore Majorana, sin da giovane appassionato studioso del caso), Ettore Majorana fu ritrovato da suo fratello maggiore, Salvatore, nel marzo del 1939, circa un anno dopo la scomparsa, ma avendo deciso di sparire nessuno riuscì a convincerlo a tornare sui suoi passi. I Majorana prendendone atto avrebbero deciso di non collaborare alle indagini e di non rivelare dove si trovasse il fisico.

Già tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012 appaiono alcune possibili notizie sul caso sul bollettino della Società italiana di fisica. In un articolo su Il Nuovo Saggiatore ("Il promemoria 'Tunisi': un nuovo tassello del caso Majorana", Stefano Roncoroni riporta tra l'altro alcuni brani del diario del nonno paterno Oliviero Savini Nicci: questi, Consigliere di Stato, ebbe un ruolo importante nei primi giorni della scomparsa di Ettore. Poi una lettera al direttore datata 29 febbraio 2012 firmata da Francesco Guerra e Nadia Robotti, intitolata "La borsa di studio della rivista 'Missioni': un punto fermo sulla vicenda di Ettore Majorana". In essa gli autori riferiscono tra l'altro di una lettera datata 22 settembre 1939 indirizzata da un gesuita, tale Padre Caselli, a Salvatore Majorana, il fratello maggiore di Ettore, che comunica di accettare la donazione della famiglia Majorana per istituire una borsa di studio da intitolare all’estinto Ettore. Padre Caselli ringraziando per la cospicua donazione ricevuta appena il giorno prima, scrive:

« Ammiriamo sinceramente il V/. atto generoso per il compianto Ettore Majorana. Il Signore premi la V/. grande fede ed il Vostro santo affetto per il caro estinto. »
Secondo gli autori se ne deduce un "punto fermo" nella vicenda: se un gesuita usa il termine “estinto” vuol dire che non ci sono dubbi sulla possibilità che Ettore Majorana sia deceduto entro il settembre 1939. E ciò toglierebbe di mezzo anche l’ipotesi del suicidio perché non si dedica una borsa di studio religiosa a un suicida. Tale interpretazione ha già ricevuto però qualche critica, osservandosi che potrebbe essersi ingenerato un equivoco tra i termini "scomparso" ed "estinto"

Nel 2008, della vicenda si è parlato anche in occasione di una puntata della nota trasmissione TV «Chi l'ha visto». In particolare, fu intervistato un italiano, emigrato in Venezuela a metà degli anni cinquanta, il quale espresse il convincimento di aver frequentato a lungo Majorana, anche se questi non gli avrebbe mai rivelato la propria identità. Il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani della Procura della Repubblica di Roma, si convinse ad affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela, ipotizzando che lo scienziato catanese poteva essere ancora in vita nel quadriennio 1955-59. Il 3 febbraio 2015 la Procura della Repubblica di Roma, in seguito all'apertura di un fascicolo nel 2011 sulla scomparsa del fisico, ha richiesto l'archiviazione dell'indagine. Il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, titolare dell'inchiesta, ha accertato la presenza di Ettore Majorana nella città venezuelana di Valencia fra il 1955 e il 1959. I Ris dei carabinieri hanno accertato la sua identità in una foto scattata in Venezuela nel 1955 in compagnia dell'emigrato italiano Francesco Fasani. Ettore Majorana si faceva chiamare Sig. Bini. Nella sua richiesta di archiviazione il PM laviani ha scritto: "I risultati della comparazione hanno portato alla perfetta sovrapponibilità" dei particolari anatomici di Majorana (fronte, naso zigomi, mento ed orecchio) con quelle del padre. Il Fasani inoltre ha fornito una cartolina che Quirino Majorana, fratello del padre di Ettore e anch'egli fisico di fama mondiale, spedì nel 1920 all'americano W.G. Conklin, e ritrovata dallo stesso Fasani nella vettura di Bini-Majorana[21]. Resta un mistero il motivo del suo espatrio con falso nome e quale sia stato il suo destino dopo il 1959.

Ricordiamo i vari contributi che diede Majorana alla fisica.
Gli studi scientifici di Majorana diedero un contributo fondamentale allo sviluppo della fisica moderna e affrontarono in modo originale molte questioni: nella sua prima fase pubblicò i suoi studi riguardanti problemi di spettroscopia atomica, la teoria del legame chimico (dove dimostrò la sua conoscenza approfondita del meccanismo di scambio degli elettroni di valenza), il calcolo della probabilità di ribaltamento dello spin (spin-flip) degli atomi di un raggio di vapore polarizzato quando questo si muove in un campo magnetico rapidamente variabile; inoltre si dedicò intensamente alla meccanica quantistica, all'interno della quale lavorò su numerose formule scientifiche dando anche una teoria relativistica sulle particelle ipotetiche.

All'inizio degli anni venti si insinuò nella comunità mondiale dei fisici un ingente problema riguardante il bilancio energetico e il decadimento beta, all'interno del quale compaiono i neutrini e gli antineutrini. Tutt'oggi non si conosce con certezza se la scoperta dei neutrini sia da attribuire a Dirac o a Majorana, ma si crede che all'80% la particella sia scoperta proprio da quest'ultimo.

Il maggior contributo scientifico di Ettore Majorana è tuttavia rappresentato dalla seconda fase della sua produzione che comprende tre lavori: la ricerca sulle forze nucleari oggi dette alla Majorana, la ricerca sulle particelle di momento intrinseco arbitrario e la ricerca sulla teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone. Famosa è anche l'equazione di Majorana. Majorana è ricordato dalla comunità scientifica internazionale per avere dedotto l'equazione ad infinite componenti che formano la base teorica dei Sistemi quantistici aperti (computazione quantistica, crittografia e teletrasporto). È, infine, insolito ricordarlo per avere introdotto la probabilità che da una determinata coppia nasca un figlio maschio.

Il 12 aprile 2012 la rivista Science ha pubblicato uno studio che conferma l'esistenza dei fermioni da lui teorizzati nel 1938, che hanno la caratteristica di coincidere con la controparte di antimateria.

L'esperimento GERDA
Si tratta di un esperimento per verificare che i neutrini abbiano massa come teorizzato da Ettore Majorana in contrasto con Paul Dirac (il quale sosteneva che i neutrini siano privi di massa). GERDA è l'acronimo di GERmanium Detector Array..

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