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lunedì 10 agosto 2015

LE FRAZIONI DI VALVESTINO

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Armo fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 305 abitanti.

Diverse sono le ipotesi avanzate sull'origine del nome e secondo il linguista Carlo Battisti che studiò il dialetto della Val Vestino e di Armo agli inizi del XX secolo, il toponimo del villaggio è di probabile origine retica, analogamente a quello di Dermulo, un antico comune della Val di Non oggi frazione di Taio, che nel 1218, era chiamato "Armulo" mentre per lo storico Luigi Dalrì la voce deriverebbe da un antico idioma tedesco e sarebbe riconducibile al dominio longobardo con il significato di ala dell'esercito.

Altri ricercatori invece sostengono che il nome Armo derivi dalla parola prelatina "barma" che indica una sommità rocciosa o una grotta, ovvero ipotizzano una derivazione dal nome personale celtico "Aramo" o dal germanico "Armo" col significato quindi di "terreno di Aramo o Armo", così come è stato ipotizzato per il borgo di Armo in provincia di Imperia, per Armarolo una località di Godiasco in provincia di Pavia o per la frazione di Armio di Veddasca in provincia di Varese. Un'ultima ipotesi si rifà alla parola latina "armentum" col significato di "luogo ove salgono gli armenti" al pascolo.

Il ritrovamento di tombe definite "etrusche" alla fine del XIX secolo, i cui materiali sono in seguito andati dispersi, ha permesso di ipotizzare una origine retico-etrusca per l'insediamento.

Il paese di Armo, come gli altri paesi della Valvestino ha una forma compatta, in cui i percorsi destinati all'uso pubblico non si distinguono nettamente da quelli che, fra casa e casa, gli abitanti usavano non solo come vie di transito ma anche come spazio per alcuni lavori domestici. I principali fra questi percorsi, lungo i quali si distinguono i fabbricati, seguono le linee di livello del terreno e sono spesso collegati da ripide viottole, che a volte alcuni gradini permettono di risalire più agevolmente. La morfologia del terreno influenza sensibilmente anche la struttura delle abitazioni, la cui tipologia è in molti casi quella della casa a pendìo, dotata di un accesso a valle, per la stalla, e di un altro a monte per il fienile e l'abitazione. Rampe di scale esterne mettono in comunicazione il piano seminterrato con quello superiore, ma il collegamento e a volte reso possibile anche da passaggi, spesso voltati (e perciò detto "involt"), che si aprono nella facciata della casa e sveltiscono la comunicazione la comunicazione fra i due livelli.
Fra le case dei paesi di montagna si distinguono quelle che riuniscono in un solo edificio gli spazi di abitazione e quelli riservati agli animali e al lavoro. Un esempio di questa organizzazione è data dal "Vaticano", così detto perché abitato un tempo da parecchie famiglie. Al piano terra, una volta si trovava anche un forno per il pane, si trovava la stalla e lo spazio destinato alla casera e alla cantina; al primo piano la cucina, al secondo le camere e nel sottotetto il fienile. Mentre la stalla rappresentava un luogo di uso comune, anche per trascorrere le lunghe serate invernali, gli spazi di abitazione erano suddivisi fra le famiglie secondo una linea verticale, in modo da creare lotti speculari.

La chiesa parrocchiale è dedicata al culto dei santi Simone e Giuda che si festeggiano il 28 ottobre. La chiesa è stata rimaneggiata più volte e il presbiterio, che è la parte più antica dell'edificio, reca sull'avvolto la data del 1117. Fu consacrata da monsignor Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, principe vescovo di Trento, il 12 agosto del 1837.

Bollone deriverebbe, per alcuni, da una parola di origine celtica non più decifrabile mentre per altri dal celtico "beola", betulla, con riferimento agli alberi di tale specie che ancora al giorno d'oggi sono presenti in parte sul suo territorio o da "bou-", "bouo-" che significa vacca, bue. Un'altra interpretazione fa invece risalire il toponimo al termine di derivazione latina "bula", pozza d'acqua, con riferimento ad una sorgente risorgiva.

Secondo Natale Bottazzi l'origine del toponimo è altresì da ricercarsi in un gentilizio barbarico, il che significherebbe "terreno di Bollone" dal nome dell'antico proprietario. Il suffisso che in origine era anus ovvero acus si è ridotto alla vocale u. Sempre per lo stesso autore, deriverebbe dal medesimo nome o da nome simile a quello che diede origine a Bollone i villaggi di Bogliaco a Gargnano, Bolano a La Spezia, Bollate a Milano, Bollengo a Torino e infine Pollone un comune a 622 m di altezza in provincia di Biella.

Un'ultima ipotesi, avanzata pure per il toponimo del comune di Vobarno, rimanda alla radice celtica "Bö" "By", nel senso di legno o capanna, col significato quindi di riparo in legno. Nel 1240 l'abitato è attestato come "Bolono".

Bollone trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 235 abitanti ed era amministrato da un podestà.

Il centro è nominato per la prima volta in un documento del 1186 ed è il paese natale di Bonifacino, ghibellino e vassallo dell'imperatore, che nel XIII secolo fortificò l'abitato minacciato dalle incursioni dei guelfi bresciani.

Situato sul confine meridionale della Val Vestino, Bollone nei secoli passati, vista la sua posizione strategica tra il Principato vescovile di Trento e la Repubblica di Venezia, fu luogo di passaggio di banditi e truppe. Nell'ottobre del 1754 il bandito Giovanni Maria Ceschi detto Schiopettino di Vestone e la sua banda assaliva l'abitato imponendo con violenza e insulti la consegna da parte dei "Giurati" del Comune di 2.738 tron e di tre mule per il trasporto della refurtiva. Nell'aprile del 1796 a seguito della guerra della Prima coalizione, il villaggio fu presidiato da reparti austriaci della Brigata del generale austriaco Josef Philipp Vukassovich che avevano il compito di collegamento e supporto degli avamposti istituiti nella Riviera di Salò a Gardola e alla Costa per controllare i movimenti delle truppe rivoluzionarie francesi.

Cinquant'anni circa dopo, il 7 luglio 1866, durante la terza guerra di indipendenza, Giuseppe Garibaldi dal quartier generale della Rocca d'Anfo ordinava a Enrico Guastalla di "far vedere la camicia rossa" a Bollone, Moerna e a Magasa per mezzo della 9ª compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani.

Bollone fino alla metà del secolo scorso era noto per la professionalità dei suoi carbonai che operarono sia in Italia che all'estero.

Bollone, terra di confine tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria, nel 1800 fu un crocevia strategico per il contrabbando di merci tra il territorio della Riviera di Salò e il Trentino attraverso la Val Vestino. Lo storico toscolanese Claudio Fossati (1838-1895) scriveva nel 1894 che il contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi in quanto era fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanti.

Donato Fossati (1870-1949) raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchelli detto "Astrologo" di Gaino, un ex milite della Regia Guardia di Finanza, in servizio nella zona di confine tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il quale affermava che "i contrabbandieri due volte la settimana in poche ore, sorpassata la montagna di Vesta allora linea di confine coll'Austria e calati a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, di zucchero e specialmente di alcool, che rivendevano ai produttori d'acqua di cedro specialmente".

La chiesa di San Michele arcangelo fu riedificata nel 1875 e possiede oggetti di valore artistico. Fu riconsacrata il 14 agosto 1960 dal vescovo ausiliare di Trento mons. Oreste Rauzi. Dal 1863 al 1870 fu curato di Bollone don Pietro Porta.

Moerna fu comune indipendente fino al 1931, anno in cui fu aggregato a Valvestino. Dal censimento del 1921 risultava avere 250 abitanti.

La frazione è il luogo natale di don Pietro Porta, botanico, a cui è dedicato il locale Museo botanico; il paesino inoltre da il nome ad una delle prove speciali del famoso Rally 1000 Miglia, che da ormai 40 anni si disputa tra marzo ed aprile sulle strade delle prealpi bresciane.

L'etimologia è ignota e secondo Natale Bottazzi la terminazione in -erna è uguale a quella dell'antico nome del vicino comune di Vobarno che al tempo dei romani, nel I secolo a.C., era chiamato "Voberna" o a quella del comune svizzero di Balerna. Secondo i ricercatori il suffisso -erna è piuttosto comune nei luoghi e nelle parole di derivazione etrusca e nel linguaggio celtico verna, verno, sberna indicava la pianta dell'ontano, arbusto che notoriamente predilige vegetare in zone umide, come ad indicare un luogo boscoso di quella specie. Sull'origine etrusca della desinenza -erna concorda anche il linguista Carlo Battisti.

Per altri il toponimo deriverebbe da Moierna, una imprecisata divinità retico-etrusca o dal latino mollis o molliana che significa terreno umido ad indicare la tipologia dell'ambiente in cui sorge la località. Quest'ultima tesi potrebbe essere sostenuta dal fatto che a un centinaio di metri a nord dell'abitato vi è una zona acquitrinosa chiamata Paù.

Moerna trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Il 7 luglio 1866, durante la terza guerra di indipendenza, Giuseppe Garibaldi dal quartier generale della Rocca d'Anfo ordinava a Enrico Guastalla di "far vedere la camicia rossa" a Bollone, Moerna e a Magasa per mezzo della 9ª Compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani mentre Giuseppe Avezzana, generale comandante del settore del lago di Garda, stabilì un magazzino di viveri e munizioni a Gargnano per rifornire i garibaldini dei distaccamenti operanti a Moerna, Magasa, Tignale, Tremosine e sul monte Nota.

Il 25 maggio 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, Moerna fu occupata dalla fanteria del Regio Esercito italiano e al seguito della truppa vi era il noto scrittore Mario Mariani, corrispondente di guerra del quotidiano Il Secolo che scriveva: "Quando il sole era già alto la batteria raggiungeva la frontiera. I pali austriaci erano già stati rovesciati. Un bersagliere ciclista che tornana d'oltre confine gridava passando e pedalando a rotta di collo per salite ripide e voltate al ginocchio: "Il mio plotone è a Moerna, gli austriaci scappano". La colonna rispondeva: "Viva l'Italia!". Nel dicembre 1916 vi transitò, proveniente da Capovalle, anche il re Vittorio Emanuele III in ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

La chiesa di San Bartolomeo fu consacrata il 30 agosto 1867 dal principe vescovo di Trento Benedetto Riccabona. Fu restaurata nel 1907 e decorata nel 1947 dai pittori trentini Bruno Colorio e Marco Bertoldi. Poco distante dall'abitato sorge sull'omino colle l'oratorio di San Rocco che fu edificato prima del 1750, ampliato tra il 1902 e il 1907 e visitato da Cesare Battisti e dall'arciduca Eugenio Ferdinando Pio d'Asburgo-Teschen nel maggio del 1910.

Persone fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 95 abitanti, mentre all'inizio del Ventunesimo secolo vi abitano stabilmente le 40 e le 50 persone.

Il toponimo deriverebbe per alcuni da una parola di origine celtica non più decifrabile mentre per il noto linguista Carlo Battisti il toponimo è da ricercarsi invece nella radice prelatina "bars" che significa altura, quindi si indicava un villaggio costruito su un'altura, e in seguito sulla radice "bars" si sarebbe sovrapposto la parola latina medioevale "bersa" che indicava un recinto o una siepe di selva per rinchiudervi di notte gli animali. Uguale è il toponimo del comune trentino di Bersone.

Persone trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Fu dal 1100 circa al 1826 comune della Contea di Lodrone, territorio soggetto alla podestà della nobile famiglia dei conti Lodron, feudatari dei principi-vescovi di Trento.

La zona è conosciuta per la ricchezza della sua flora e il 5 luglio 1853 il botanico bavarese Friedrich Leybold rinvenne su uno spuntone dolomitico una rara Scabiosa Vestina.

È il luogo ove si condussero tra il 25 giugno e il 10 agosto 1866 le operazioni in Valvestino, della terza guerra di indipendenza tra le forze garibaldine e austriache.

Sorta in una vallecola, dal 1861 al 1918 qui vi passava il confine tra Regno d'Italia e Austria Ungheria, dopo che per secoli era stato il punto di confine tra Repubblica di Venezia, a cui fu sempre fedele e Contea principesca del Tirolo, dopo la parentesi napoleonica fu confine tra il Lombardo Veneto e l'Impero d'Austria.

Nel dicembre 1916, nel corso della prima guerra mondiale, vi transitò proveniente da Capovalle il re Vittorio Emanuele III di ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

Il piccolo nucleo abitato di Persone presenta, come gli altri paesi della valle, una forma compatta: l'assenza di case sparse lo distingue nettamente dal territorio che lo attornia, meno ripido dell'area su cui sorgono le case e quindi riservato al pascolo e al coltivo. Di questo restano piccoli appezzamenti ancora curati e tracce di terrazzamenti, ultimi segni di un'economia di sussistenza. Da Persone si stacca l'antica mulattiera che attraverso la Bocca di Val portava alla Valle del Chiese. Veniva utilizzata per la transumanza dei capi di bestiame (diretti a Storo e Bagolino) e percorsa dal postino e dai messi comunali che scendevano fino a Storo e risalendo portavano la posta e le ultime notizie. La sua importanza ben evidenziata da una carta del 1883, che ne tratteggia il percorso fino a Bondone. Nei periodi di guerra questa mulattiera fu utilizzata dagli eserciti che dovevano scendere verso Brescia evitando la sponda occidentale del lago d'Idro, dominata dalla temibile Rocca d'Anfo.

La  data di edificazione della chiesa di San Matteo è incerta. Le quattro campane, fuse a Trento, furono collocate sulla torre nel 1909 e fu ridipinta nel 1951. La curazia di Persone fu istituita il 7 febbraio 1729.

Turano è il capoluogo comunale, sede del municipio e il comune ebbe nome Turano fino a quando nel 1931 cambiò il nome con l'attuale.

Diverse le ipotesi avanzate sull'origine del nome e secondo alcuni storici il toponimo deriverebbe da Turan, tradotto in "la Signora", la divinità etrusca dell'amore e della fertilità mentre per altri è di epoca romana riconducibile alle parole latine "Tres amnes" (tre fiumi), data la confluenza dei tre torrenti che scorrono ai suoi piedi, il Magasino, il Personcino e l'Armarolo o dal gentilizio latino "Tur(r)ius" o "Turus" col suffisso aggettivale -anus che indica una proprietà fondiaria o ancora da "Turris amnis" che significa letteralmente "torre del fiume". Quest'ultima ipotesi, è suffragata anche da un'antica tradizione popolare locale, trascritta anche da Claudio Fossati (1838-1895) in una pubblicazione del 1894 e dal figlio Donato nel 1931, che ha sempre indicato sul Dosso di Turano la presenza di ruderi di una torre fortificata di origine romana che dominava appunto la Valle e i cui materiali furono usati nel 1240 dal ghibellino Bonifacino da Bollone per edificare, sempre nello stesso luogo, un fortilizio e nei primi anni del 1900 per l'erezione della casa Andreoli, oggi ex ufficio postale.

Due ultime ipotesi sono avanzate da Carlo Battisti, secondo il quale l'origine è invece da ricercarsi in un gentilizio barbarico, col significato quindi di "terreno di Turano", poiché "il suffisso -anum permette di pensare con una certa probabilità a un fundus appartenente ad un indigeno romanizzato" e da Lino Franceschini per il quale il toponimo Turano conservando l'etimo di base indoeuropeo di "tir" (che corrisponde a "terra" in latino), un riferimento alla sfera della proprietà terriera, sarebbe una variante, come Tirano, Tirolo (località a sud del lago di Garda e del comune di Bolano, in provincia della Spezia), Terlago e Terento, del termine lituano "tyrulia" (vasto e profondo pantano) e del lettone "tirelis", "tirulis" (zona ricca di pantani e acquitrinosa) da cui prende il nome Tyrole, un vasto territorio acquitrinoso in Curlandia, regione della Lettonia.

Il toponimo di Turano è attestato per la prima volta il 15 novembre 928, quando Nokterio, vescovo di Verona, cedeva, con testamento, la giurisdizione e la proprietà della chiesa di santa Maria "de Turano", unitamente ad altre trentine di Bondo, Breguzzo e Bolbeno, al Capitolo stesso.

Turano trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Nella frazione si trova la pieve di San Giovanni Battista, le cui prime notizie risalgono al 928. Secondo una tradizione locale trascritta dallo storico padre Cipriano Gnesotti, frate cappuccino di Storo, nel 1166 vi sostò, esule da Roma, papa Alessandro III che concesse alla popolazione della Val Vestino l'indulgenza plenaria del "Perdono" nell'ultima domenica di agosto.

La Val Vestino non fu immune al fenomeno del terrorismo politico che negli anni settanta imperversò in Italia. Nel 1979, nel corso di un'operazione di polizia, fu scoperto a Turano un covo dell'organizzazione Prima Linea che portò all'arresto di quattro esponenti e al sequestro di esplosivo e materiale documentario.

Il ruolo di capoluogo svolto da Turano è testimoniato anche dalla presenza, nel piccolo paese, di due chiese. Quella più antica, esistente già prima dell'anno 1000, è dedicata a San Giovanni Battista. A lungo affiliata alla Parrocchia di S. Maria di Tignale, divenne in seguito Pieve della Valle e tra il 1570 e il 1585 venne riedificata. La leggenda vuole che in questa chiesa abbia celebrato la messa, nel 1186, Papa Alessandro III, inseguito da Federico Barbarossa. Il Pontefice avrebbe in tale occasione concesso l'indulgenza del "Perdono", ai tempi assai rara. Per la penultima domenica di agosto, giorno nel quale ancor oggi si ricorda l'avvenimento con una festa che riunisce tutti gli abitanti. L'altra chiesa, eretta fra il 1580 e il 1599, è dedicata a San Rocco e sorge su un dosso ai limiti del paese denominato "castello" per la sua posizione strategica che, secondo un'altra leggenda avrebbe portato nel XIII secolo alla costruzione di una fortezza in difesa della valle. Al di là della loro valenza storica, evidente è il valore simbolico di questi edifici religiosi: la chiesa ed il cimitero, ad essa strettamente collegato, concludono i percorsi che attraversano il villaggio, come a rappresentare il passaggio della vita terrena alla redenzione.



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VALVESTINO



Valvestino è un comune sparso della provincia di Brescia.

Valvestino è situato nella valle omonima, tra la Valle Sabbia e il Lago di Garda. È composto dalle cinque frazioni di Armo, Bollone, Moerna, Persone e Turano. La sede municipale si trova nel paese di Turano. È uno dei nove comuni membri della Comunità Montana Parco Alto Garda Bresciano con sede a Gargnano e il suo territorio comprende la parte nord del lago di Valvestino.

Sull'origine del toponimo Val Vestino esistono varie ipotesi interpretative e secondo il geografo trentino Ottone Brentari la Val Vestino prenderebbe il nome dai monti Vesta e Stino che la chiudono nella parte sud occidentale, mentre per lo storico bresciano monsignor Paolo Guerrini, concordando con Claudio Fossati di Maderno, la vuole da Vest: luogo scosceso e boscoso. Altri ricercatori invece sostengono la derivazione da Ve, ossia da quei prati posti di fronte a nord al Molino di Bollone fino alla chiesetta di San Rocco a Moerna e Stino, il monte che sovrasta l'abitato di Moerna e in linea diretta con Ve.

Secondo la linguista Claudia Marcato, il toponimo sarebbe un composto di valle più Vestino, nome locale confrontabile con l'oronimo Vesta, il poleonimo Vestone e altri toponimi lombardi simili, "che sono da ritenere di origine incerta" e richiamano alcuni nomi personali come Vestus, Vestius, Vestonius (e Vestino anche l'etnico Vestini, popolo italico del centro della penisola). Sono in effetti attestati i nomi personali di origine celtica Vistus, Vistalus, Vestonius, Vessonius.

Un'ultima ipotesi di Natale Bottazzi, asserisce che l'origine del nome Vestino è ascrivibile alla voce latina “vastus” che significa luogo desolato. Sembra che non vi sia nessuna assonanza con l'antico popolo dei Vestini stanziati nell'Abruzzo e sottomessi dai Romani nell'89 a.C. anche se alcune analogie sono sorprendenti, tra queste il culto per la dea Vesta, il richiamo al nome del dio umbro Vestico, il "dio-libagione" associato al culto della terra dispensatrice di frutti e l'origine dell'etnonimo che secondo alcuni sarebbe formato dalle voci celtiche "Ves" che significa fiume o acqua e da "Tin" che significa paese indicando in tal modo un "paese delle acque", visto che il territorio occupato dai Vestini era particolarmente ricco di corsi d'acqua e sorgenti, come lo è anche la Val Vestino. Curiosa rimane anche la somiglianza con il toponimo della Valle del Vestina sita in Toscana nel comune di Monte San Savino o del comune veronese di Vestenanova.

Nel comune di Valvestino, il 21 e 22 settembre 2008, contemporaneamente al comune di Magasa si è tenuto il referendum per chiedere alla popolazione di far parte integrante della regione Trentino-Alto Adige sotto la provincia di Trento. Il risultato è stato positivo nonostante l'elevato quorum richiesto dal referendum (maggioranza degli aventi diritto al voto).

Il 7 ottobre 2009 il senatore Claudio Molinari, del Partito Democratico, ha presentato un disegno di legge per il ritorno del Comune di Valvestino e Magasa nella Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Il 18 maggio 2010 il Consiglio regionale Trentino-Alto Adige approvava quasi all'unanimità dei votanti una mozione per l'aggregazione alla Regione dei comuni di Magasa, Valvestino e Pedemonte attivando la Giunta per "sollecitare nelle sedi competenti, il tempestivo e positivo esame dei Disegni di legge costituzionale" depositati in Parlamento a Roma e il 14 aprile del 2015 il Consiglio regionale della Lombardia si esprimeva allo stesso modo approvando la mozione che esprimeva parere favorevole al passaggio al Trentino dei due comuni.

Una suggestiva e tortuosa strada che richiede attenzione, ma che ripaga ampiamente l'impegno con scorci panoramici dove la bellezza della natura è assolutamente coinvolgente, sale da Gargnano, sul Lago di Garda, in Valvestino. Un itinerario che propone panorami inaspettati unitamente ad una vegetazione che passa gradatamente da oleandri e olivi, tipicamente mediterranei, ai boschi di rovere e orniello fino ai faggi, agli aceri ed ai pini silvestri per raggiungere poi gli alti pascoli. Insenature verdi e rocce incombenti si rincorrono e si specchiano nel lago artificiale di Valvestino formato dalla grande diga costruita nel 1962. Un fiordo che si incunea nelle montagne dove le acque e la vegetazione diventano un tutt'uno.Interamente compresa nel Parco dell'Alto Garda bresciano e di notevole importanza ambientale anche per la presenza di flora endemica oggetto di studi già dal 1700, la Valvestino è anche ricca di storia. Abitata sin dalla preistoria, luogo di transito per i romani, e parte del ducato longobardo, essa fu, dall'XI secolo, feudo dei conti di Lodrone prima e sotto il dominio del principato vescovile di Trento poi. Da sempre terra di confine, dopo la dominazione asburgica, divenne italiana nel 1915. Percorsi e sentieri ben segnalati di interesse paesaggistico, naturalistico ma anche storico e militare ne illustrano le caratteristiche. Visitare i piccoli borghi che ne compongono i due comuni è una piacevole scoperta.
Il comune di Valvestino è composto dalle frazioni di Turano -Armo -Moerna -Persone e Bollone.

La zona sarebbe stata anticamente abitata dagli Stoni, popolo euganeo che pose la propria sede a Vestone. Seguirono gli Etruschi, una cui necropoli, secondo anonime annotazioni del secolo scorso, sarebbe stata rinvenuta ad Armo. I Galli cenomani costruirono case e fortificazioni, tra cui il castello di Turano, antecedente rispetto a quello eretto nel 1240 da Bonifacino di Bollone.

Sulla scorta dei reperti gallici rinvenuti in buona quantità nel Trentino occidentale e specialmente a Storo e a Tiarno di sotto fino alla lontana stazione di Peio in Val di Sole, si può discretamente dedurre che essi abitassero anche la Valle di Vestino lasciando il ricordo nei toponimi terminanti in -one come Bollone, Persone, Cablone, Caplone, Bondorìe, Lodrone.
Dato il modo di costruire i loro piccoli centri abitati e fortificati ad essi si possono pur far risalire i castelli o castellieri di Vico e Zumie in Capovalle, il Castello di Turano (toponimo preesistente alla costruzione di Bonifacino di Bollone nel 1240) il castello, divenuto poi Rocca Pagana, a Magasa con visibili muri a secco, il Castello di Cadria dominante la valle del Droanello.
Anche i toponìmi Magasa e Cadria sarebbero di origine celtica o gallica.
Si riconosce ai Cenomani il merito di aver dato notevole sviluppo all’agricoltura e specialmente all’allevamento del bestiame; pare anzi che ad essi sia dovuta l’introduzione e la diffusione dei bovini dì razza bigia.
Al contrario degli altri Galli, mantennero ottime relazioni con Roma anche se, nel 197 a.C., il console Gneo Pompeo Strabone concesse l’ìus romano (colonia romana) e nel 49 a.C. la cittadinanza romana con la lex Roscia; ma tutto riguardava la pianura fino alle colline: Roma non aveva ancora preso effettivo possesso della Valle e dei paesi limitrofi. Le nostre vai li erano continua zone di passaggio e di provvisorio accam pamento per gli Stoni, i Trìdentini, i Lepontini ed altri popoli che continuavano a far scorrerie in pianura e a moiestare i nuovi padroni.

La Valle di Vestino divenne sicuro dominio di Roma nel 15 a.C., allorché i figliastri di Augusto, Tiberio e Druso, portarono a compimento la nota guerra netica che vide domate tutte le popolazioni delle Valli Camonica e Trompia, del Trentino occidentale fino alle Alpi.
Così la Valle venne a far’ parte dell’impero romano per circa 500 anni ed inscritta alla tribù Fabia di Brescia unitamente alla Giudicarie, la Valle Sabbia, la VaI di Ledro, il territorio del Garda con Arco e Riva: il confine con la tribù Papiria di Trento avrebbe dovuto essere il fiume Sarca. Fu prima colonia romana e, nel primo secolo dopo Cristo, ebbe la cittadinanza romana.
In tutte le vallate di questa zona fino a Trento stanziava la XXI legione Rapaces, a presidio delle vie di comunicazione e a difendere gli abitanti dalle incursioni dei montanari ribelli e dei ladroni. La parte più alta del colle o dosso di Turano ove, dalla fine del 1500, sorge la chiesetta di San Rocco, conserva il nome di TORRE: ciò facilmente comprova che vi fu costruito un fortilizio romano dal quale poter controllare gran parte della Valle; si può ben ritenere che essa venisse demolita o per costruire nuove case o da Bonifacio da Bollone per la fortificazione del Castello di Turano.
L’esigua popolazione, con la venuta dei legionari romani, fu aperta a migliori relazioni con la Riviera del Garda, con la Valle Sabbia e con il Basso Trentino.
Incominciò un lungo periodo dì benessere e di pace favorevole specialmente allo sfruttamento degli estesi pascoli ed all’utilizzazione del legname ricavato dal le fitte selve che ricoprivano gran parte della Valle, Il presidio militare di Turano, le piccole proprietà terriere divennero pagi e vici (villaggi) e si fecero, per quei tempi, discretamente numerose.
Così i discendenti degli Etruschi e degli Steni e gli ultimi Cenomani assorbirono lentamente la civiltà, i costumi, la religione, la lingua romana.
Pochi, oltre il toponimo predetto, sono i ricordi romani: tombe romane rinvenute a Magasa-Capetel nel 1885 con monete e lucerne funerarie; il tutto fu portato nel Collegio di Desenzano da don Bartolomeo Venturini, ma purtroppo più nulla è colà reperibile; si hanno pure un peso di stadera romana del III secolo d .C. e una moneta romana dell’imperatore Maximino Pio Germanico (235-238 d.C.) trovata nel 1969 presso la Chiesa di San Giovanni Battista di Turano: è proprietà di un privato della Riviera, mentre il peso è custodito nel museo romano di Brescia. Di romano ci parlano I’ex castello di Magasa, ribattezzato Rocca Pagana, il Cingolo Rosso e le frazioni Vico e Vie di Capovalle.

Le persecuzioni, anche se furono seme di altri cristiani, ritardarono la diffusione del Cristianesimo che solo nel 313, con l’imperatore Costantino, ebbe libertà di culto; divenne religione di Stato con Teodosio, finché nel 415 l’imperatore Onorio comandò che le reliquie e le memorie dell’idolatria fossero abolite e distrutte,
Non si deve vedere la piccola valle di Vestino, con i finitimi paesi e valli, tutta cristiana nell’ultimo periodo romano; tutto fu lento e difficile per superare l’idolatria al gallico dio Bergirmo e ai romani Saturno, protettore dell’agricoltura, ai Mani, protettori della casa, a Pane, dio dei pastori, e a Flora e Proserpina, dee delle biade.
La tradizione vuole che la Valle sia stata convertita al Cristianesimo da San Vigilìo vescovo di Trento e martirizzato in Valle Rendena il 26 giugno del 400 dopo dodici anni di episcopato. Egli era giunto nella sede tridentina partendo da Milano: pertanto si è portati a credere, dalle chiese a lui dedicate, che il suo primo contatto sia stato con le popolazioni del Garda: Punta di San Vigilio, San Vigilio a Tignale e a Droane, San Vigilio in VaI Trompia sono una discreta catena entro la quale influì direttamente e, ancor meglio, con i suoi discepoli.

Nel 1185, il Conte Enrico d’Eppan cede i suoi possedimenti nelle Giudicarie al Vescovo di Trento, Alberto I. Tra i suoi vassalli figura Calapinus miles de Lodrone.
Emergono – nel frattempo – sempre più duri i contrasti tra Brescia e Trento, con l’investitura che, nel 1189, il vescovo Corrado fa agli illustri uomini di Storo del Castello e corte di Lodrone, con il patto però che non vengano ceduti ai bresciani.
Un secolo e mezzo appresso, Lodovico – il Conte del Tirolo – concede a Raimondo Lodrone i feudi di Bollone, Cadria e Droane. Questi vengono riconosciuti nel marzo 1363 da Albrigino e Pederzotto Lodrone, come provenienti dalla Contea del Tirolo e investiti dal Duca Rodolfo d’Austria il 13 gennaio 1396.
Un dominio, quello dei Lodrone, che si esprime nell’esercizio del diritto civile e criminale, con riscossione di tributi vassallatici da parte delle popolazioni locali sia in denaro che in natura. I paesi della Valle hanno un’amministrazione indipendente (Cadria è frazione di Magasa) e solo per le decisioni generali fanno riferimento al Generale Consiglio della Valle, che si riunisce a Turano.

Nel 1753, l’Impero d’Austria e la Repubblica di Venezia trovano un accordo per la delimitazione della linea di confine del Tirolo meridionale, che comprende la Valvestino. Il proclama viene emanato il 17 giugno, dopo i lavori della Commissione di Rovereto, cui sono presenti – in rappresentanza dell’Impero – il conte Paride di Wolckenstein e Giuseppe Ignazio de Hormayr. Per Venezia c’è il commissario Francesco Morosini.
A Rovereto, «rivolta con pari impegno l’attenzione al perpetuo stabilimento della reintrodotta pace», si decide che ogni anno, tra Pasqua e Pentecoste, dovrà essere esposto il proclama che si riferisce alle due comunità, austriaca e veneta. Vengono fissati i confini perché «se ne conservi presente la memoria e in caso di qualche mutazione questa si renda immediatamente osservabile in modo che non resti per l’avvenire alcun pretesto di ignoranza». Verranno quindi posti dei termini da revisionare ogni due anni, ma senza che vi sia pregiudizio per la strada comune o i sentieri. Si stabilisce che se la linea di confine viene oltrepassata «per ignoranza» da animali o pastori, non vi debbano essere «rappresaglie come accaduto per il passato, con tumulto popolare e toccando campana a martello».
Fissati i confini nel convegno di Rovereto, questi vengono resi visibili materialmente con la messa in opera di cippi in pietra dell’altezza di circa 80 centimetri e larghezza di 40. Ciascuno di essi porta un numero progressivo e l’indicazione dell’anno: 1753. È un lavoro che richiede costi che non vengono sollecitamente liquidati. Si fa sentire, per primo, il notaio Gio Pietro Marzadri che, il 27 settembre 1753, invia la nota spese per le «mercedi meritate» nell’operazione di stesura dei confini, per un totale di lire 14. Passano tre anni finché, nel 1756, è la Comunità di Magasa a rivendicare il rimborso delle spese per la revisione dei terreni a confine.
Dopo il 1796, la Valle assiste al passaggio di francesi ed austriaci.
Sono giorni caotici, aggravati dall’impossibilità di acquistare derrate alimentari nella Riviera bresciana del Garda a causa delle scorribande di briganti: in genere sbandati bresciani, veneti e bergamaschi. Condizioni alle quali si aggiungono ulteriori balzelli che gravano sulla gente per «spese belliche e contribuzioni somministrate ai Francesi di ragione propria della predetta Comunità  fiorini 1.920 da pagarsi ogni anno nel giorno della stipulazione del presente…». E’ il 1801 e l’evento va ad aggiungersi alla torrida estate che pochi anni prima – nel 1798 – aveva inaridito i raccolti, provocato un’epidemia di bovini e suini, cui era seguita una carestia.

1807: altra calamità naturale. Ne parla il tremosinese Tiboni:

«per istraordinaria impetuosa inondazione, i fianchi de’ monti si aprirono e franarono. Ogni convalle divenne torrente, onde il fiume [S. Michele o Campione] uscì dal suo letto e, sormontando le rive per tutto ove trovava pianura, si spanse, divelse e portò seco alberi antichi, scavò e travolse enormi macigni, abbatté i ponti, e tutto il fondo della Valle fu orrendamente sconvolto. E si reputò gran favore del cielo che veruno sia in tante rovine rimasto vittima».

L’evento ha ripercussioni anche sulla Valvestino. È in atto, infatti, ad inizio Ottocento, un fiorente commercio di materiale ferroso trasportato a Magasa e Cadria da Lorina di Tremosine.

La condizione economica della Valle è preoccupante.

Nel 1807, «stante la sua situazione produrrà all’incirca some di frumento 80,20 di segala, orzo galatico di poco buona qualità 70, sorgo turco 100, il tutto sufficiente per tre mesi all’anno. Mancano avena e formenton negro giungono dalla Riviera some 1.500 di miglio. Non vi è coltura di viti. Ufficialmente i boschi sparsi qua e là non ammettono misura certa. Per calcolo di approssimazione avranno l’estensione di 2.000 passi circa di sterile prodotto. I boschi non furono mai divisi in taglio ordinato e non esiste coltura forestale. Nella Valle non esiste commercio a motivo che le legne sono scarse e tardi giungono a maturazione. Egualmente, si può calcolare con difficoltà l’estensione dei pascoli e delle zone prative dei monti, perché questa Valle è per la maggior parte scoscesa. Gli abitanti, esclusi i pochi necessari al lavoro in campagna, devono cercare di guadagnare altrove da vivere. Non esistono manifatture, fabbriche o filande. Oltre ai poverissimi, la parte bisognosa della Valle ammonta a circa un quarto che sono occupati a guadagnarsi il vitto con fatiche giornaliere. La pulizia della campagna è affidata alla vigilanza di persone preposte, i camperai. Esiste qualche forno, ma provvisorio e solo per il bisogno del paese, vi si fabbricano mattoni d’occasione per il solo tetto, cioè fornaci per coppi e mattoni e calchere per calce. Non esiste alcuna cava di pietra, le case sono di sassi, ad eccezione del tetto».

Una realtà tragica, confermata dalla lettura di un contemporaneo documento del 1806: dalla “Tabella di coscrizione” delle persone obbligate alla classificata steora (del Distretto della giurisdizione della Val di Vestino) per il mese di novembre 1806, risulta che i contribuenti del Comune sono 247. Di questi, 61 figurano con la qualifica di operaio. Compare poi «un contadino con una vacca», 11 «contadini con due vacche», due «con tre vacche», uno «con 12 vacche», uno «con cinque vacche», due «con quattro vacche», uno «con sei vacche» ed anche tre «operai con tre vacche».
Tra le note a margine emergono preoccupanti situazioni personali: «senza dote e senza assegno vedovile», «vive con la terra già venduta e in più aggravato da debiti», «senza dote e senza pensione», «le vacche vengono mantenute con fieno altrui», «vacche mantenute con fieno la maggior parte comprato».

Alla statistica segue una nota esplicativa: «in questa classificazione sono state poste molte famiglie nella classe dei contadini perché possiedono una o l’altra vacca. Verità di fatto si è che la ristrettissima campagna viene coltivata dalle donne e gli omeni più della terza parte sono necessitati a portarsi nel limitrofo Regno d’Italia a procacciarsi il vitto mancante nel paese. In generale poi la totale posizione di questa valle è interamente montuosa ed alpestre, non produce vino di sorta, il terreno è sterile zappativo selvatico che appena porta a maturità, produce grano per tre mesi all’anno e gli abitanti sono costretti ad entrare in certi Paesi in tempo d’estate a procacciarsi vitto e impiego».

Un momento cruciale è segnato dal Congresso di Vienna (1814-1815) che, in parte, riporta l’Europa alla situazione pre-napoleonica. Risulta penalizzata Venezia, che finisce con l’essere sottomessa all’Austria. I domini della Serenissima subiscono in parte la stessa sorte e la Valle, che viene incorporata alla Contea principesca del Tirolo, fa ora riferimento al Capitanato Circolare di Rovereto.
I Conti di Lodrone si vedono restituire la proprietà feudale. Vi rinunciano il 29 giugno 1826.
La condizione economica della Valle peggiora: è di stenti e miseria ancora peggiori rispetto ad una ventina di anni avanti. Una congiuntura aggravata dalla carestia degli anni 1816-18l76.
Sono comunque attive calchere, fornaci da laterizi, fucine, cave di pietra nera. Si consolida la coltivazione del granoturco e, in breve, a seguito dell’occupazione francese, quella della patata e dei fagioli. I cereali finiscono al mulino di Magasa. Con il noce viene prodotto il mobilio e, con i suoi frutti, olio da illuminazione.
Tra le principali attività, figurano quelle del boscaiolo e del carbonaio come purtroppo attesta l’elevato numero di incidenti.
Qualche equivoco nasce attorno alla coltivazione del tabacco. Il 17 giugno 1859 la Pretura di Condino chiarisce che «la luogotenenza è venuta in cognizione che in molti Comuni è invalsa l’opinione che si può, nel corrente anno, coltivare liberamente tabacco per proprio uso, come negli anni 1848 e 1849. Si incarica di avvertire la popolazione di quei comuni nei quali fosse introdotta tale erronea opinione che la coltivazione del tabacco senza permesso è vietata».

Nel 1859 è in atto la Seconda Guerra d’Indipendenza che consegna la Lombardia al Piemonte.
L’Austria ammassa truppe al confine e il Capo Comune di Magasa viene raggiunto da un invito del Comune di Bondone.
Visto «il numero straordinario di militari accantonati nel territorio di Bondone che esige grande quantità di viveri e specialmente di carni, avendo questo Comune fino ad ora somministrato più di 15 armente, e converrà continuare, così si ordina anche a codesto Comune di prestare soccorso spontaneo col somministrare almeno tre armente da macello. Queste dovranno essere previamente peritate da persona intendente ed il Comune deve garantire a nome del Distretto il prezzo da pagarsi entro tre o quattro mesi corrispondendo frattanto l’interesse del 6% al venditore. Non si dubita che codesto Comune vorrà rifiutare tale requisizione, d’altronde spontanea, giacché in caso diverso verrebbero requisite forzosamente dalla forza armata, non senza subire le gravi conseguenze dispiacevoli a lui e dannose per i suoi amministratori».
In seguito, a Magasa giunge l’invito della Pretura di Condino a provvedere sollecitamente nel «fornire l’occorrente alle truppe sul monte Tombea e Comblone, specie vino, acquavite ed altri generi di cui abbisogna il militare», utilizzando per il trasporto «i muli per le provviste di carne da macello».
Nel 1862, la situazione di conflitto tra Austria e l’Italia continua a creare preoccupazioni.
Energico il richiamo della Pretura di Condino: «Per ordine superiore si avverte codesto Comune che attese le attuali relazioni politiche non si può tollerare senza una autorizzazione superiore le corrispondenze immediate fra i comuni tirolesi e quelli del Piemonte e che quindi, qualora le circostanze richiedessero una corrispondenza ufficiosa fra comuni di confine, il rispettivo comune avrà a rivolgersi alla soprascritta».
Una condizione, quella di terra di confine, che ingenera continui equivoci, specie per l’eventuale renitenza al servizio militare.
Nel 1889, Giovanni e Antonio Pace «appena sono entrati nel paese di Magasa essendo reduci dall’America si presentarono al Capo Comune affinché questo voglia fare cenno col rimettere il presente all’inclito Imperiale Regio Capitanato di Tione affinché questo voglia interporsi presso le autorità militari che gli sia più inclita la pena, la più mite essendo essi come refretari».
Assistenza medica carente, istruzione garantita da qualche persona più colta degli altri o dai preti che suppliscono anche all’assenza di notai dopo l’abolizione del collegio notarile della Valle. Chi non vuole ricorrere al clero si reca a Condino.
Modesta l’alimentazione: perlopiù polenta, pane e minestra, latte.
Intanto, crescono i contatti commerciali tra la Valle e l’Italia dove, tra il 1860 e il 1880, l’aumento della produzione agraria è il dato fondamentale dell’economia.
Il problema economico dell’Italia di quel periodo è, in verità, dato dalla mole crescente dei consumi, da porre in relazione con l’incremento fortissimo della popolazione passata dai 25 milioni del 1860 a oltre 29 milioni di vent’anni appresso.
Negli anni tra la Seconda e la Terza Guerra di Indipendenza (1859-1866), tra la frontiera italiana e quella austriaca della Valle vengono edificate alcune caserme.
L’Italia ne costruisce, per la Guardia di Finanza, al Casello di Dogana sul dosso della valle Rio di Vincerì, vicino allo sbarramento dell’attuale diga di Valvestino, a Cocca Veglie, nella zona di Capovalle, nelle vicinanze del Rio Secco, nelle vicinanze del passo Vesta e nella zona di Boccapaolone, in territorio di Gargnano.
Verso la fine dell’Ottocento, l’economia della Valle si basa sull’emigrazione. Gode di maggiore considerazione chi viaggia con passaporto austriaco.

Secondo lo storico bresciano Gabriele Rosa, la Valle di Vestino, «la più ricca di prodotti montani», versa a Gargnano intorno a mille quintali all’anno di carbone, che viene mandato fino a Torino, e offre pascolo a circa mille pecore.
Il gardesano Claudio Fossati descrive così la Valle, a fine Ottocento.
«Nessuna strada carreggiabile mette nella Valle, ma il sentiero più antico e più comodo è certamente quello che da Toscolano sale a ritroso del fiume e mette, in poco meno di sei ore, a Turano. Privi di industrie e di commerci, gli abitanti più agiati si dedicano all’allevamento del bestiame che hanno numeroso e di buona razza ed al caseificio, mentre i poveri validi emigrano in primavera nelle vicine province dell’Impero ed in Lombardia a esercitare il mestiere del carbonaio e taglialegna, nei quali sono abilissimi. Frugali e onesti, ritornano a tardo autunno ai loro monti con un gruzzolo di risparmi bastanti a svernare la famiglia. Anche i più poveri posseggono una casetta, l’orto e qualche palmo di terreno che viene lavorato a vanga dalle donne. I boschi comunali forniscono i poveri di legna per le famiglie e pascolo a qualche capra. Tutti sanno leggere e scrivere; hanno in generale ingegno acuto o parola immaginosa e facile, naturale disposizione a studiare ed apprendere, onde avviene che fra quei pastori e carbonai emersero spesso persone di vaglia. La criminalità è quasi affatto sconosciuta in Valle. Il solo contrabbando fomentato dalle ingiuste tariffe, dai facili guadagni, dalla povertà degli abitanti, è stimolo a violare le leggi. Le cime dei monti sono coperte di ricchi pascoli ove, durante l’estate, si nutriscono 600 vacche indigene premiatissime, circa 700 capre e altrettante pecore. Anche i prodotti del caseificio e il bestiame vengono esportati di preferenza per le vie di Gargnano. Fino a pochi anni fa i pascoli comunali, come anticamente, erano goduti insieme da Consorzi, cioè dei vari proprietari di bestiame i quali contribuivano un tanto per capo al municipio: ora la necessità di fare calcolo su somme determinate e certe fece dai comuni dare il sopravvento al sistema delle locazioni a lungo termine, perciò i più facoltosi dispongono essi soli dell’alpe con discapito dei piccoli allevatori. Sempre così: i governi aristocratici favoriscono i più poveri, i democratici i più danarosi. Strana fortuna delle parole. La popolazione è intelligente ma poco e mal nutrita, e traente origine da pochi ceppi, perciò è molto consanguinea e deve subire la triste influenza degli incroci. Tale situazione di fatto, sebbene gli effetti debbono essere stati contrariati dalla bontà dell’aria, dall’assenza di complicazioni sifilitiche, ha fatto espandere in Valle la scrofola e l’anemia che mietono vittime a preferenza sulle giovinette. Il dialetto della Valle è il bresciano con qualche rara forma trentina. Come tanti altri montanari pronunciano l’esse in principio di parola. Gli uomini vestono cappellaccio a cono con berretta di refe, camicia di lino aperta sul petto, brache a giustacuore di stoppa filata e tessuta in casa, gambiere di pignolato e zoccoli o scarpe basse. Le donne vestono succinte con la vita molto alta, come alla moda dell’Impero; sono resistenti alle fatiche: camminatrici, spesso accompagnano i mariti o vanno a visitarli e ad aiutarli alle baite, lontane sette o più ore di cammino, recando in spalla i bambini nelle loro culle di vimini, di assicelle di abete. Tre volte la settimana, un postino sale da Storo, il paese di notevoli dimensioni più vicino alla Valle, con lo scopo di distribuire le lettere che impiegano oltre sei giorni per giungere a destinazione. Per un pacchetto ci vogliono 14 giorni».
In merito all’istruzione, è diffusa l’abitudine di sottrarre i bambini alla frequenza scolastica.
Nel 1884, l’Imperiale Regio Capitanato di Tione scrive: «In non pochi comuni di questo Distretto si lamenta l’inconveniente che i genitori affidano i loro figli ancora obbligati alla frequentazione della scuola a terze persone, specialmente ad arrotini, spazzacamini, ecc. i quali li conducono il più delle volte in Stati esteri. Saranno avvertiti i genitori che l’obbligo della frequentazione della scuola dura fino all’età di 14 anni compiuti e che soltanto i fanciulli dell’età di 12 anni possono, da questo Capitanato, venire dispensati dall’ulteriore frequentazione dalla scuola, purché l’abbiano frequentata per sei anni (legge scolastica del 14 maggio 1869)».

Nel dicembre 1908, i comuni della Valle approvano all’unanimità i piani di Giulio Angelini, ispettore forestale di Brescia, per il rimboschimento di vaste plaghe boschive ormai denudate e quasi completamente improduttive. La posa di lanci e pino nero d’Austria dura dal 1900 al 1914.
Nel 1910, sorge a Magasa una cooperativa di consumo. Chiude nel 1930 per essere rilanciata nel 1933, ma ha vita breve.
Con la prima guerra mondiale, la Valle diviene italiana. Il 26 maggio 1913 entra in Turano una compagnia di soldati italiani ed i carabinieri occupano la gendarmeria lasciata dagli austriaci. Gli italiani «entrano prima per Moerna, Persone, Cadria, Magasa e vanno a posarsi sui prati di Magasa e quindi Tombea». I bersaglieri entrano in Magasa provenienti da Tignale, Cadria, Bocca Paolone e Costa di Gargnano.
Una Cassa Rurale aveva aperto i battenti nel 1910. Due anni prima un’analoga iniziativa era decollata a Moerna e nel 1921 anche Turano ha la sua Cassa Rurale, tuttora operativa sotto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo di Bedizzole e Turano Valvestino.
Il 1914 potrebbe essere l’anno buono per la costruzione dell’impianto telefonico nella Valle, autorizzato dal Ministero del Commercio austriaco.
Tutto sembra procedere a dovere, ma la “Post telegrafen Direction di Innsbruk”, il 28 dicembre, scrive:
«La costruzione di un impianto telefonico nella Valle di Vestino si sarebbe incominciata coi lavori tosto che fosse stato disponibile un corrispondente numero di lavoratori adatti e fossero stati pronti i pali. In seguito al subentrare immediato della situazione creata dalla guerra non può purtroppo venire più mantenuta. Le condizioni finanziarie dello Stato non permettono più spese rilevanti per la costruzione di impianti telegrafici o telefonici; l’Imperiale Regio Ministero del Commercio ha perciò disposto che ora simili costruzioni telefoniche, fino a nuovi ordini, possono venire promesse solo quando gli interessati siano disposti a pagare anticipatamente l’introito tasse dell’ammontare di tutto l’importo della spesa di costruzione, che nel caso attuale importano 7.300 corone. Il rimborso di questo importo che sarebbe da dedicarsi senza interesse, verrebbe effettuato colla consegna degli introiti-tasse dei parlatori della Valle di Vestino agli interessati. Questo stato di cose durerà per lo meno per tutto il 1915; probabilmente però dovranno risentirne anche i prossimi anni. Essendoché escluso che gli interessati della Valle di Vestino siano o verranno ad essere in grado di dedicare il suddetto importo per la costruzione del telefono colà, la costruzione dell’impianto telefonico per la Valle di Vestino deve venire prorogata a tempo indeterminato».
Nell’autunno 1913 riprende l’insegnamento nelle sette scuole della Valle, con insegnanti del posto o inviati dal Commissariato Civile. Il Commissariato provvede anche a dispensare dalla frequenza alle lezioni i ragazzi che devono lavorare nei campi in primavera. Esonero anche in occasione dei tridui e per la festa patronale.
Ripresa l’attività abituale dopo la Grande Guerra, la gente della Valle ritorna ai lavori consueti, in specie l’allevamento. Riprende la coltivazione del foraggio, dei cereali, di patate e ortaggi.
Carbonai e boscaioli lavorano sul posto o emigrano.
Permane una situazione di disagio sotto l’aspetto sanitario: prosegue l’assistenza dei medici militari dopo il 1918, poi, nel 1924, ecco un medico condotto.
I Comuni di Armo, Bollone, Moerna, Persone, Turano e Magasa vengono unificati il primo marzo 1929. Nel 1931, il nuovo Comune prende il nome di Valvestino. Successivamente, in periodo fascista, la Valvestino entra a fare parte della provincia di Brescia, nel 1934.
Dal primo gennaio 1948, Magasa torna a formare Comune a se.
La carrozzabile che collega Magasa agli altri nuclei abitati della Valle viene messa a punto tra il 1931 e il 1932, negli anni – quindi – immediatamente successivi alla grave crisi economica mondiale del 1929 che riducono la possibilità di ricorrere all’emigrazione.
Una boccata di ossigeno per l’occupazione giunge dalla costruzione della Gardesana Occidentale nel suo tratto da Gargnano a Riva (1929-1931) e della Navazzo-Magasa (1934), tronco stradale, quest’ultimo, necessario per rivitalizzare la Valle. Il progettista è Federico Cozzaglio.
Il servizio di autocorriera da Magasa a Gargnano è operativo dal 1933.
La strada di collegamento con Cadria viene realizzata tra il 1958 ed il 1968.
Dal 1942 al 1946 opera nella Valle un cantiere per la raccolta della resina dei pini, denominata Resinera.
Un nuovo e notevole impulso alla vita della Valle viene offerto dal 1939 al 1962 con la costruzione della diga che sbarra il torrente Toscolano.

L'emigrazione valvestinese nei territori del Principato vescovile di Trento è documentata in atti notarili, già a partire dal XIII secolo, ove i valligiani compaiono come testimoni in compravendite, nelle successioni ereditarie o nelle deliberazioni delle comunità che li ospitavano. Il nome del primo valligiano compare in una pergamena del 1202, quando, lunedì 18 novembre, ad Arco di Trento, in un terreno di proprietà dei sacerdoti della Pieve di Santa Maria, un certo diacono Laçari "de Vestino" presenzia come testimone alla vendita di "un fitto annuo di due gallette di frumento corrisposto da Otebono figlio di Marsilio arciere" tra l'arciprete della stessa pieve e il presbitero Isacco. Sempre ad Arco, il 21 novembre del 1257, un altro valvestinese, "Odorici de Valvestino" testimonia alla stesura delle ultime volontà di Zavata, figlio del fu Antonio da Caneve. Una compravendita del 17 aprile 1277 avvenuta a Civezzano, nei pressi di Trento, rivela anche in quel luogo una presenza di emigranti di Valle, difatti una certa "domina Bonafemina", moglie del defunto notaio Martino "de Vestino", comprò per 4 lire veronesi un casale agricolo sito a Vallorchia.

Nella cittadina di Riva del Garda si stabilì una piccola ma operosa comunità di emigrati. Il 23 febbraio 1371, sotto il porticato del Comune, "Tonolo condam Iohannis de Vestino" riunito in pubblico consiglio con altri cittadini di Riva, su mandato del podestà Giovanni di Calavena per conto di Cansignorio della Scala, vicario imperiale di Verona, Vicenza e della stessa Riva, partecipa all'elezione dei procuratori della comunità. Altro caso è quello di "Antonii sartoris de Vestino condam Melchiorii" che il 12 febbraio 1417 è convocato per l'elezione dei procuratori della comunità rivana nella vertenza con gli uomini di Tenno che si oppongono al pagamento delle collette dei beni posseduti nel loro territorio. Tra il 1400 e il 1500 una forte emigrazione di mano d'opera costituita da mastri muratori, falegnami e lapicidi proveniente dai laghi lombardi interessò Verona e la sua provincia e in special modo la Valpolicella; una parte di questi emigranti era originaria della Val Vestino ed alcuni operarono nell'edificazione di casa Capetti a Prognol di Marano di Valpolicella.

Un'emigrazione stagionale come carbonai in Val di Fiemme è attestata invece il 29 maggio 1522 quando a Cavalese Bartolomeo Delvai, "scario", concede in locazione per un anno a Giovanni Zeni di Val Vestino il taglio del legname nei boschi di Scales e nel 1569 a Mestriago in Val di Sole con Valdino fu Giovanni de Vianellis di Magasa.

Bonifacino da Bollone vissuto nei primi decenni del Duecento. Fu un condottiero ghibellino e castellano di Turano e Bollone. Nel 1240 fu investito da Sodegerio da Tito, podestà di Trento su mandato dell'imperatore Federico II di Svevia, del permesso di edificare un castello sul dosso di Turano per difendere la Valle dalle incursioni dei guelfi bresciani.
Il sacerdote-brigante don Giovanni Antonio Marzadri (Gargnano, 1568 ca.-Salò, 4 luglio 1609), figlio di Tommaso di Turano. Ex rettore della Pieve di San Giovanni a Turano dal 1594 al 1603, fu bandito dai territori della Serenissima il 19 agosto 1603 dal provveditore veneto di Salò, Filippo Bon, per aver commesso omicidi e nefandezze varie. Rivale della banda di Giovanni Beatrici detto Zanzanù di Gargnano, fu da costui il 19 dicembre 1608 assediato nel campanile di Pieve di Tremosine e poi, grazie all'intervento della popolazione locale, consegnato alla giustizia. Interrogato dal provveditore ammetterà di essere un bandito e fu giustiziato sulla pubblica piazza di Salò nella mattina del 4 luglio 1609.
Eliseo Baruffaldo (o Baruffaldi), vissuto tra il XVI e il XVII secolo, fu un noto brigante della banda di Giovanni Beatrice detto Zanzanù di Gargnano che si macchiò, tra il 1602 e il 1617, di oltre 200 omicidi compiuti nell'Alto Garda. Eliseo Baruffaldo nell'estate del 1603 uccise Giacomo Sette detto il Chierico, nemico giurato di Giovanni Beatrice e noto bandito di Maderno; ne portò la testa per il rituale riconoscimento al fine di poterne incassare la taglia al provveditore veneto di Salò e di usufruire inoltre della facoltà di liberarsi da un bando che gli era stato comminato negli anni precedenti dalla magistratura veneta. Baruffaldo fu a sua volta ucciso nel 1606 assieme a Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero catturati e poi uccisi sul posto l’11 novembre 1606 in un agguato notturno teso nella Vallata del Droanello, a Lignago e al Covolo del Martelletto, e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di Salò per il loro riconoscimento.
Don Bartolomeo Corsetti, nacque a Turano il 5 giugno del 1597 da Michele e Zuannina, presbitero benacense, curato a Muslone di Gargnano poi preposito e vicario foraneo di San Pietro di Liano nel Comune di Roè Volciano. Nel 1683 pubblicava a Brescia, in latino, lo scritto “Memorie dell'antica Casa di Lodrone” dedicandola al nobile bresciano monsignor Carlantonio Luzzago, vicario capitolare e generale della diocesi di Brescia per ben 36 anni.
Il notaio Domenico Salvadori vissuto tra la fine del Seicento e il 1700: nel 1709 "Dominicus filius quondam Michaelis de Salvadoribus de Bollono Vallis Vestini caesarea auctoritae notarius; et anno 1712 (Magasiae)", operava in Valle.
La famiglia Andreoli di Armo che, nel capostipite Donato, trovò nel corso del Settecento fortuna e ricchezza a Toscolano nella produzione della carta presso la cartiera di Maina Superiore nella Valle delle Cartiere.
Antonio Marzadri, sacerdote. Nacque a Turano il 2 aprile 1721; fu curato a Molveno nel 1768 e premissario a Bollone nel 1789 e nel 1793, infine curato a Turano nel 1786 e a Moerna dal 1793. Nel 1798, insieme a Francesco Rizzi detto Spezier, speziale di Moerna, fu arrestato e carcerato in Trento nel Castello del Buonconsiglio, con la terribile accusa di tradimento di Stato, probabilmente compromesso a causa di fatti, a noi oscuri, legati all'invasione napoleonica del 1797, ma il 15 settembre 1798 entrambi furono dichiarati innocenti dal Consiglio di Trento e tali furono dichiarati nella "Gazzetta di Trento" del 18 settembre al foglio numero 75. Morì a Moerna nel 1803.
Dottor Leopoldo Bartolomeo Corsetti, primo medico chirurgo di Val Vestino, nacque il 21 febbraio del 1788 da Martino e Domenica Giorgi. Studiò medicina all'università di Pavia con i professori Berda e Antonio Scarpa laureandosi il 21 gennaio del 1822 e servì la Valle sempre gratuitamente, così risulta scritto nell’Archivio Parrocchiale di Turano. Ebbe una vita travagliata. Morì il 15 ottobre del 1853 e fu sepolto nel locale cimitero di San Rocco.
Andrea Springhetti (Cles, 25 gennaio 1815-Levico Terme, 22 maggio 1876), sacerdote e patriota. Parroco di Turano, nell'aprile del 1848, con lo scoppio della prima guerra di indipendenza, fu tra i propugnatori dell'adesione dei comuni valvestinesi all'unità d'Italia e al Governo provvisorio bresciano. Capellano dei Corpi Volontari Lombardi sul monte Stino, fu condannato a morte dagli austriaci e costretto alle dimissioni da sacerdote il 18 novembre 1848 e a riparare a Brescia e poi in Piemonte come cappellano militare dell'esercito sabaudo. Usufruì dell'amnistia dell'agosto del 1849. Parroco a Condino fu rimosso dal posto per le insistenze della polizia austriaca presso il vescovo di Trento. Ritiratosi a Levico Terme come prete privato, le sue mosse furono continuamente sorvegliate dalle autorità di polizia e nel 1866, con l'invasione del Trentino fu "qualificato come favoreggiatore aperto con parole e con fatti all'invasione, come seduttore dei parrocchiani perché essi abbraccino il partito della rivolta consigliando l'arresto dei più devoti cittadini dell'Austria".
Don Bartolomeo Corsetti nacque a Turano il 20 settembre del 1823, figlio di Bartolomeo e Domenica Stefani di Magasa, sorella del noto professor don Giovanni Stefani morto a Parigi. Frate cappuccino nell'arcidiocesi di Trento col nome di padre Bernardo da Turano, si secolarizzò il 3 aprile del 1865. Fu sacerdote a Persone, Treviso Bresciano e nel mantovano a Castellucchio. Ereditò dallo zio professor Stefani varie opere in francese che, con altre, donò al convento dei cappuccini di Condino. Morì a Turano il 20 giugno del 1903 e una campana della chiesa di San Rocco, a quando si raccontava in paese, portava il suo nome.
Don Pietro Porta (1832-1923) il botanico di Moerna.
L'operaio Domenico Corsetti (1869-?) di Turano fu il primo emigrante valvestinese documentato che sbarcò nel 1880 negli Stati Uniti d'America nel centro di smistamento di Castle Clinton a New York a soli 11 anni d'età, presumibilmente con il padre.


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giovedì 2 aprile 2015

IL LAGO VALVESTINO

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Una suggestiva e tortuosa strada che richiede attenzione, ma che ripaga ampiamente l'impegno con scorci panoramici dove la bellezza della natura è assolutamente coinvolgente, sale da Gargnano, sul Lago di Garda, in Valvestino. 28 km di autentiche sorprese che separano le affollate sponde del lago di Garda da questa silenziosa valle riconosciuta dall'Unione Europea come "Sito di interesse comunitario ". Un itinerario che propone panorami inaspettati unitamente ad una vegetazione che passa gradatamente da oleandri e olivi, tipicamente mediterranei, ai boschi di rovere e orniello fino ai faggi, agli aceri ed ai pini silvestri per raggiungere poi gli alti pascoli. Insenature verdi e rocce incombenti si rincorrono e si specchiano nel lago artificiale di Valvestino formato dalla grande diga costruita nel 1962. Un fiordo che si incunea nelle montagne dove le acque e la vegetazione diventano un tutt'uno.Interamente compresa nel Parco dell'Alto Garda bresciano e di notevole importanza ambientale anche per la presenza di flora endemica oggetto di studi già dal 1700, la Valvestino è anche ricca di storia. Abitata sin dalla preistoria, luogo di transito per i romani, e parte del ducato longobardo, essa fu, dall'XI secolo, feudo dei conti di Lodrone prima e sotto il dominio del principato vescovile di Trento poi. Da sempre terra di confine, dopo la dominazione asburgica, divenne italiana nel 1915. Percorsi e sentieri ben segnalati di interesse paesaggistico, naturalistico ma anche storico e militare ne illustrano le caratteristiche.
Il comune di Valvestino è composto dalle frazioni di Turano -Armo -Moerna -Persone e Bollone.
Quello di Magasa da Magasa e Cadria.

Il lago di Valvestino è un lago artificiale situato in provincia di Brescia, Lombardia. È stato formato dalla costruzione della diga di Ponte Cola sul torrente Toscolano nel 1962 per la produzione di energia idroelettrica. È compreso quasi interamente nel comune di Gargnano, con una piccola parte pertinente al comune di Valvestino. È alimentato da torrente Droanello e dalla galleria artificiale che raccoglie le acque del torrente San Michele nel comune di Tremosine sul Garda.

Il Monte Palotto (1.369 m) e il Monte Fassane (1.188 m) limitano il lago a nord mentre a sud ci sono il Monte Pracalvis (1.164 m), il Monte Alberelli (1.166 m) e il Monte Albereletti (844 m). Il lago è situato parte nel cuore della riserva naturale Gardesana Occidentale e parte nel Parco regionale dell'Alto Garda Bresciano, il paesaggio è incontaminato, una fitta foresta fornisce l'habitat per la fauna selvatica composta da cervi, caprioli e mufloni.

Nella Valle di Vesta, raggiungibile solo a piedi o in barca, vi è la presenza di alcune grotte e fino agli anni '50 del secolo scorso il legname copioso ivi presente era sfruttato dai carbonai della Val Vestino per la produzione del carbone vegetale.

I lavori per la costruzione della diga di Ponte Cola iniziarono nel 1959, la diga fu inaugurata il 26 giugno 1962 dopo tre anni di cantiere e l'invaso completato nell'inverno del 1963. L'opera fu progettata e realizzata dalla Società Elettrica Selt Valdarno; può contenere 52 milioni di metri cubi di acqua e ha una lunghezza al coronamento di 283 m. Il lago è isolato e poco sviluppato per i turisti ed è raggiungibile da Gargnano o da Idro.

Il lago alimenta la centrale elettrica di San Giacomo nel comune di Gargnano. La potenza della centrale di pompaggio è di 137 megawatt, la produzione media annua è di 80 GWh che corrisponde al consumo medio di energia di circa 30.000 abitazioni.

La diga di Ponte Cola, nel corso della prima guerra del Golfo del 1990-1991, ritenuta un obiettivo sensibile ad atti terroristici, fu particolarmente vigilata anche con l'installazione di sensori elettronici anti intrusione.

Il bacino artificiale vede affluire circa 2 metri cubi di acqua al secondo da rigagnoli e torrenti. Altra acqua viene pompata dal lago (operazione un tempo più massiccia nelle ore notturne e nei fine settimana) che permetteva di raddoppiare l’apporto di acqua in ingresso nel bacino. Quando, però, il pompaggio rallenta o è sospeso quasi completamente, il livello del lago artificiale si abbassa ed ai turisti che percorrono la Strada Provinciale 9 dal Garda verso la Valvestino si presenta uno spettacolo interessante, costituito proprio dai muri dell’edificio della dogana di Lignago che riemergono a non molta distanza dalla Valle del Droanello, con un piccolo sussulto a regalare una pagina di storia attraverso uno spettacolo suggestivo che rimarca l’importanza di un luogo assai periferico, dove però un tempo operava una barriera contro il contrabbando tra Italia e Austria. Sorpresa non unica.

I ruderi che  affiorano dell’acqua, in località Lignago, rappresentano una curiosa testimonianza dei tempi passati, che ricorda i trascorsi di una valle che è sempre stata terra di confine, a lungo appartenente al regno austro-ungarico (la Valvestino venne annessa all’Italia, e compresa nella Provincia di Trento, nel 1916; il passaggio al territorio bresciano risale invece al 1934).

Dalle acque del bacino artificiale riemerge del tutto la vecchia dogana.  Fenomeno curioso, che racconta la storia della valle altogardesana.

Sommerso dalle acque del lago artificiale da decenni, lo scheletro in muratura dell’edificio in cui si controllava l’entrata e l’uscita delle merci al confine con l’Austria-Ungheria. Capitava, di tanto in tanto, che dalla superficie dell’acqua, quando i livelli calavano, spuntassero le parti superiori della struttura.



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