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giovedì 9 luglio 2015

TURISTA A LECCO

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Il lago di Como, a Bellagio, si divide in due rami:il  ramo di Como, a ponente, il ramo di Lecco, a levante. Fin dai tempi antichi le strade che portano a Lecco sono: la strada che, costeggiando il lago, si divide in due rami, di cui uno porta nella Svizzera attraverso il Passo dello Spluga e l'altro in Valtellina e al Passo dello Stelvio. La strada che attraversa il ponte sull'Adda; si divide pure in due rami: uno per Como e all'altro per Milano. Il territorio Lecchese va da un’altitudine minima di 198 metri a quella massima di 1875 metri. La conca nella quale giace Lecco è circondato, a nord, a est e a sud-est, da una catena montuosa di notevole altezza, calcarea e dolomitica, dominata dal Resegone, e ad ovest dai rilievi collinosi della Brianza nord-orientale che culminano nel Monte Barro. Nella storia geologica dell’Italia, uno dei maggiori geologi lecchesi, l’abate Antonio Stoppani, ha scritto: Il territorio lecchese è un grande e meraviglioso episodio della dispersione del terreno erratico per opera degli antichi ghiacciai. Infatti la zona lecchese è caratterizzata da molti segni del fenomeno glaciale, tra cui molte formazioni moreniche, in gran parte ormai corrose e terrazzate, e i numerosi massi erratici, oggi quasi tutti distrutti dalla mano dell’uomo, i pochi rimasti delimitano una linea di separazione fra la brulla parte superiore, più elevata, della cerchia montana, e quella inferiore, verdeggiante. Il clima è dolce, cosicché alcuni luoghi più soleggiati e riparati dai venti, specialmente lungo le sponde del lago, si sono prestati nel tempo anche per soggiorni invernali. Il lago, con la sua massa d’acqua, è nel periodo invernale una sorgente di calore, e infatti la sua temperatura non scende mai sotto i 7°, mentre in estate l’alternarsi dei venti rende più gradevole il soggiorno in confronto alle pianure.

Il territorio cittadino è solcato da tre torrenti principali, il Gerenzone, il Caldone e il Bione. Le montagne che circondano la conca naturale dove si adagia l'abitato sono: a nord il monte Coltignone e il San Martino, a est il monte Due Mani, il Pizzo d'Erna e il Resegone, a sud il Magnodeno. A ovest, sulla riva destra dell'Adda si trova il Monte Barro. Sull'Adda nei pressi del ponte Azzone Visconti si trova la piccola Isola Viscontea.

Morfologicamente il territorio lecchese è il risultato delle numerose glaciazioni che hanno colpito il pianeta, circostanza ben evidente nell'aspetto delle montagne circostanti, una su tutte la Grigna, che mostrano tutte le caratteristiche dell'escavazione glaciale.

L'idrografia lecchese è costituita principalmente dal tratto del fiume Adda in uscita dal ramo orientale del lago di Como.
Vi scorrono inoltre una serie di torrenti, con relativi affluenti, che hanno origine nella fascia montuosa che sovrasta la città. Essi sono interessati da diffusi fenomeni franosi e quindi soggetti a particolare erosione del corso; presentano un itinerario relativamente breve e, con uno scorrimento prevalentemente da nord-est a sud-ovest, sfociano tutti nel golfo di Lecco o nel Lago di Garlate.
Da nord a sud troviamo il torrente Val Cascee; il torrente Gerenzone, che scorre per poco più di 4 km dando da vivere per molti anni, grazie ai suoi sfioratoi e al suo ripido corso, agli abitanti del luogo che convogliavano l'acqua in tratti di rogge e a cascatelle utili al lavaggio e al pescaggio delle ruote dei magli, i quali, man mano coprivano l'intero corso del torrente facendo sorgere sulle sue rive fabbriche metallifere e facendo sviluppare al contempo i quartieri alti di Lecco tra cui Malavedo e Laorca, in passato vera patria dei lavoranti del ferro, quei ferascét o tirabagia che sono la fama della città; riceve nel suo breve percorso i torrenti Valle Calolden, Val di Streciura, Val Pozza e il Valle Spesseda; il torrente Val Nera. Più a sud scorre il torrente Caldone che si sviluppa per circa 7,5 km. Possiede quattro affluenti: il Varigione, il Valle del Pieno, il Val Boazzo e il Grigna tutti immissari nel Lago di Lecco. A partire dal 1965 fu quasi interamente coperto per creare un viale di circonvallazione. Nel lago di Garlate, invece, sfociano il torrente Bione che, col suo affluente Valle Comera, percorre il suo tragitto per 4 km; il torrente Tuf; il torrente Cif col suo affluente Valle Ibraula; il torrente Valle di Culigo, il Merla e il Roggia Fornace Lansera. Nel tratto sud-orientale scorre per un certo tratto il torrente Valle Galaveso.

La posizione geografica favorevole e il conseguente clima mite ha permesso lo sviluppo sulle sponde del Lago di una lussureggiante vegetazione e dalla presenza di numerose varietà di piante, arbusti e fiori che normalmente crescono in regioni molto più meridionali. Nelle aree montuose si trovano numerose zone boschive di cui le più abbondanti sono le foreste ad aghifoglie nelle quali si possono ammirare fiori rari come le genziane. Le montagne circostanti, a parte sulle pendici, si presentano piuttosto spoglie con zone estese di prati adatti al pascolo. Nei parchi circostanti il fiume Adda la vegetazione è molto ricca di latifoglie tra cui querce e pioppi.
Dal punto di vista faunistico il territorio lacustre presenta una grande varietà di specie ittiche tra cui trote, lucci, alborelle, cavedani, agoni e persici mentre le specie di uccelli che popolano l'area, molte delle quali considerate specie protette, sono le anatre tuffatrici, anatre di superficie, cigni, germani reali, cormorani, gabbiani e aironi. La fauna delle valli e delle vette circostanti, invece, sono popolate da cinghiali, ricci, caprioli, volpi, lepri e cervi, mentre i cieli sono spesso sorvolati da falchi e poiane.

Sovrasta la piazza e il lungo lago il podio dove sorge la basilica principale della città, dedicata a San Nicolò, patrono dei navigatori. Le case del vecchio centro si mostrano semplici e adorne solo di qualche portale, di piccoli loggiati medievali, corti solo a volte interrotte da episodi rilevanti, come la Canonica, la "Curt Fiorina" del bovara e il palazzetto del Governatore spagnolo, ora ristrutturato per la Civica Biblioteca Pozzoli. In quel punto si osserva un buon tratto delle mura e del fossato, che cingevano il borgo. Poco oltre la chiesa di S. Marta, dalle decorazioni barocche, si delinea la parte del centro storico venutasi a formare dopo l'abolizione della piazzaforte, a partire dalla fine del Settecento. All'inizio di via Bovara troviamo la piazza XX Settembre, un tempo la piazza grande del borgo dove, fin dal 1149, si svolgeva, il mercoledì e il sabato,  il mercato ora trasferito all'ex scalo merci zona detta Piccola. In questa piazza, le botteghe si allineano sotto i colonnati dei portici, ricostruiti con sapore neoclassico tra il 1820 e il 1839. In questo cuore del borgo avevano sede il palazzo del podestà, di cui rimane lo stemma dei visconti murato sulla casa che fu dogana, ed il castello che aveva come caposaldo il confine verso la Svizzera e la Repubblica di Venezia, ora segnato dalla Torre Viscontea. Durante il periodo della Repubblica Cisalpina, Lecco era la capitale del Dipartimento della Montagna. In questo periodo venne costruito, lungo la zona a lago in un tratto delle vecchie mura, un palazzo per ospitare la sede della Camera del Commercio istituita da Napoleone, lasciando al piano terra, un ampio e luminoso porticato in modo che dalla piazza del mercato, ora XX Settembre, si potesse vedere il golfo del lago. Il palazzo, che non si armonizza con le altre case e la struttura della piazza, è ai più nota come “Palazz di pagur”, perché era il luogo dove si andava a pagare le tasse.La Camera del Commercio venne soppressa dal governo fascista ed il palazzo, divenuto di proprietà dell’Unione Industriali, subì alcune modifiche. La piazza del mercato, denominata nel 1895 piazza XX Settembre, per un brevissimo tempo, sempre nel periodo fascista prese il nome di “Costanzo Ciano”. Nella medesima piazza ora non è più presente la colonna delle Grida, luogo appunto dove un tempo venivano lette ed affisse le grida. Era posta nel lato sinistro della piazza nello spiazzo antistante una graziosa e caratteristica casetta, ora sostituita da un moderno fabbricato con facciata in marmo bianco che rovina l’armonioso ambiente del vecchio mercato di Lecco. Carattere classico ha la via Cavour, che sfocia ad oriente sulle piazze del Municipio, una volta ospedale costruito dal Bovara nel 1836-1852, e della stazione ferroviaria, dove si attestano le linee per Sondrio, Como, Monza, Milano, e Bergamo, ferrovia questa tra le prime di Lombardia essendo stata avviata nel 1863. La via scende dal lato opposto alla piazza Garibaldi, col monumento eretto nel 1884, secondo in Italia, e chiusa dal teatro della Società, ora comunale, bella sala eretta nel 1843 dal Bovara e adornata nella volta dalle Età della Vita, affrescata da Orlando Sora nel 1979.

Il vicolo San Giacomo viene ,nei giorni nostri, ricordato come il vicolo che porta al supermercato. Nei secoli passati l’area dove sorge il supermercato era occupata dalla chiesa e dal cimitero del convento dei Padri dell’Osservanza, dedicato all’apostolo San Giacomo. Nel 1528, Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, Conte di Lecco, preoccupato della vicinanza del convento alle mura del borgo, e temendo che in caso di assedio potesse servire come base a eventuali nemici, lo fece abbattere tra le contestazioni dei lecchesi legati da stima e affetto a quei buoni frati. Nell'abbattere la chiesa, un pilastro, dove stava dipinta una Madonna, resistette ai colpi di piccone degli operai, meravigliati, attribuirono il fatto ad un miracolo e risparmiarono il pilastro. Questa Madonna venne chiamata la Madonna del pilastro e in suo onore venne costruita una piccola chiesa. Ora, purtroppo, una piccola targa con scritto Vicolo San Giacomo è tutto quello che rimane del convento, della chiesa e del cimitero.

Il vicolo della Torre è un comodo passaggio da Piazza XX Settembre a Largo Europa e, uscendo dalla sua ombra un po’ lugubre a causa del muraglione in pietra della torre Viscontea, abbiamo la visione del lago. Quando Lecco era cinta dalle mura qui si apriva una delle tre porte, detta Porta Milano o Porta Castello, e il vicolo deve ora il suo nome alla Torre Viscontea che sovrasta le case costruite attorno dopo che le mura del borgo vennero smantellate per volere di Giuseppe II d’Austria nel 1784. Il vicolo viene anche chiamato dai lecchesi “Vicul di Presun”(vicolo delle prigioni). Nel 1816 l’architetto Bovara adattò la torre a prigione fino al 1932. All’interno del vicolo un tempo vi era un’area che faceva parte del cortile del castello e qui nel 1555 i soldati della guarnigione spagnola, per volere del governatore Francesco Peres de Guevara, costruirono una piccola cappella e dedicata a Nostra Signora di Loreto. Quest’area è stata individuata nel locale dove in passato sorgeva una pizzeria, alcuni vecchi portali di pietra attestano l’antica origine del vicolo.

Risalendo via Mascari, dopo l’incrocio con via Bovara, troviamo sulla sinistra un buio porticato con dei gradini che scendono e che portano al Vicolo del Torchio. Questo vicolo era molto sudicio e unto, infatti nei tempi lontani si torchiavano olive, noci e altri semi per ricavarne olio. Le rive del nostro lago erano molto predisposte alla coltivazione di ulivi, grandi barconi portavano le olive al mercato di Lecco, dove venivano immagazzinate in questo vicolo in attesa della torchiatura. Ora questo vicolo è stato ripulito, le case sono state imbiancate, ma il vicolo parla ancora del suo passato. Guardando in alto, sul retro di una casa che da su via Mascari, si può notare una grande finestra con grosse inferriate, Pare che verso la fine del 1700 questa antica casa era sede del tribunale del Borgo. Le cantine delle case di questo vicolo e del vicolo Granai altro non erano che vecchi sotterranei che nel tempo passato si snodavano nel sottosuolo collegando le porte del borgo con uno sbocco al lago.

A due passi dal Vicolo del Torchio, con una scalinata simile che scende protetta da un arco, si trova il Vicolo dei Granai che comprende una piccolissima piazzetta. In un tempo passato in questa piazzetta il grano veniva pesato, contrattato e riposto nei magazzini del vicolo.

Piazza Era è il cuore pulsante del quartiere di Pescarenico, unico luogo lecchese citato esplicitamente ne I promessi sposi. In principio era il luogo di ritrovo serale delle famiglie dei pescatori nonché adibito alla pulizia delle reti e punto di approdo delle barche poiché nel Seicento il villaggio era abitato esclusivamente dai nuclei familiari che detenevano il diritto di esercitare la pesca nel tratto dell'Adda tra i due laghi di Lecco e Garlate. Il fronte della piazza è dominato dal monumentale edificio delle case popolari "Bigoni" progettate dall'architetto Mino Fiocchi nel 1929. La piazza rimane un luogo assai frequentato di giorno come transito obbligato per la pista ciclo-pedonale che da qui, lungo un percorso a fianco del lago, raggiunge il campeggio del Bione spingendosi fino a Vercurago, e la sera dai frequentatori dei locali siti nella zona. Nonostante la riqualificazione del 2008 le sue caratteristiche tradizionali e l'atmosfera letteraria del luogo sono state salvaguardate.
La Piazza XX Settembre è sita nel cuore della città risulta essere il salotto cittadino per via dei numerosi locali che vi sorgono lungo il perimetro. Un tempo sede del mercato si presenta di forma stretta, allungata ed irregolare circondata da eleganti palazzi residenziali borghesi e fiancheggiata da portici non allineati oltre alla celebre Torre Viscontea. Una lapide ricorda dove nacque il geologo e naturalista Antonio Stoppani.
La Via Giuseppe Bovara è una piccola strada molto caratteristica che dal Vallo delle Mura scende verso Piazza XX settembre. Considerata una delle vie più antiche della città è stata dal 1993 al 2009 tutelata e valorizzata grazie ad una associazione fondata da un gruppo di commercianti e residenti. In questa via ha sede la Biblioteca Civica Umberto Pozzoli. Diverse le manifestazioni che si sono susseguite negli anni passati tra cui la festa del Borgoantico, gli spettacoli musicali e la «crostata» lunga decine di metri.
Via C. B. Cavour dedicata nel 1872, dopo l'Unità d'Italia, al conte di Cavour è, insieme a Via Roma, la strada principale della città collegando la piazza del teatro a quella del municipio. L'arteria si andò formando nel 1784 a seguito della demolizione del triangolo fortificato comportando successivamente l'espansione edilizia al di fuori delle mura medievali in un'area caratterizzata originariamente da prati e vigne. Chiamata all'epoca Contrada larga per differenziarla dagli stretti e tortuosi vicoli del vecchio borgo, contribuì all'inizio del collegamento con la Valtellina.

Il Parco di Villa Gomes è il più vasto della città e vanta alberature molto varie e di grande pregio. Il musicista Antonio Carlos Gomes diede alla sua casa l'appellativo di "Villa Fiori", per la rarità e la varietà delle piante da lui importate.
Il Parco dell'Adda Nord è l'area protetta istituita nel 1973 che costeggia il fiume Adda a valle del lago di Lecco raggiungendo il comune di Truccazzano in provincia di Milano. La vasta area, che si formò in seguito al ritiro del ghiacciaio che nel quaternario scendeva dalle Alpi fino alla pianura, ospita una flora e fauna di grande importanza ed il suo territorio è, in parte, sottoposto a tutela ambientale e a leggi di salvaguardia. Il parco nei confini comunali è interamente percorso dalla pista ciclabile.

I luoghi manzoniani sono serviti da ispirazione ad Alessandro Manzoni e citati nell'opera I promessi sposi, spunto per un itinerario storico-letterario-turistico tra le poche parti vecchie della città, risparmiate dall'espansione urbanistica legata allo sviluppo industriale. Alcuni luoghi sono storici, come il convento di Pescarenico o il ponte Azzone Visconti, altri indicati dalla tradizione, come la presunta casa di Lucia Mondella nel quartiere di Olate, il tabernacolo dei Bravi, il Palazzotto di don Rodrigo, la casa del sarto a Chiuso e l'attigua Rocca dell'Innominato. A tutto questo si aggiunge Villa Manzoni situata nel quartiere Caleotto (oggi Museo civico manzoniano), residenza della sua famiglia nella quale egli visse la sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza come lui stesso scrive nell'introduzione del romanzo Fermo e Lucia.

Carattere classico ha invece la centrale via Cavour, che sfocia ad oriente sulle piazze del Municipio e della stazione ferroviaria tra le prime di Lombardia essendo stata avviata nel 1863; nella stessa piazza si trova Villa Locatelli, equilibrato edificio umbertino oggi sede di rappresentanza della Provincia di Lecco. La via scende dal lato opposto incrociando alla sua sinistra L'Isolago, dal 1984 complesso commerciale di prestigio ma che in passato era sede della filanda Bellingardi, produzione, quest'ultima, assai diffusa nel territorio. Poco a sud si trova la piazza intitolata a Giuseppe Garibaldi, già Piazza del Prato o del teatro, col monumento a lui dedicato e chiusa dal Teatro della Società costruito dall' Arch. Giuseppe Bovara intervenuto all'impianto quadrilatero della piazza anche per la non realizzata nuova chiesa parrocchiale. Si affacciano sulla piazza anche il palazzo Falck e il Palazzo che fu sede della Banca Popolare di Lecco. Rientrano nel centro storico anche la statua di Alessandro Manzoni e l'attiguo Santuario di Nostra Signora della Vittoria dove, proseguendo verso sud, a breve distanza, si trova un'ulteriore importante testimonianza del glorioso passato della città: il Ponte Azzone Visconti o, Ponte Vecchio. Al suo fianco sorge la piccola Isola Viscontea, proprietà privata che, fra il marzo 2011 e il dicembre 2014, tramite un progetto avanzato dell'Amministrazione comunale e dell'Associazione Appello per Lecco, ha consentito l'accesso al pubblico e lo sfruttamento turistico dell'isola con proiezioni di film all'aperto e rappresentazioni teatrali. Nel febbraio 2013, il Fondo Ambiente Italiano, ha riconosciuto l'isola classificandola al 121º posto del censimento I luoghi del cuore oltre al decreto emesso solo un mese prima dal direttore generale per i Beni Culturali e paesaggistici della Lombardia che la dichiarò di interesse storico-culturale particolarmente importante.

Il tradizionale abito femminile lecchese è legato all'immagine di Lucia dei Promessi Sposi e si caratterizza per la bella raggiera composta da spilloni d'argento, chiamati guazze, che corona la testa accuratamente descritto da Alessandro Manzoni nel settimo capitolo con queste parole:

« I neri e giovanili capelli di Lucia si ravvolgean, dietro il capo, in cerchi molteplici di trecce, trapassati da lunghi spilloni d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola.... »
(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo VII, 1840)

Seppur discontinua, la tradizione della sfilata di carri ispirati agli episodi del romanzo, è ben radicata nel territorio ottenendo sempre un grande successo di forte suggestione.
La prima edizione si ebbe nel 1923, nel cinquantesimo anniversario della morte di Manzoni, anticipata nel 1875 a seguito dell'opera lirica I promessi sposi di Errico Petrella andato in scena al Teatro della Società il 2 ottobre 1869. Il corteo venne riproposto nel 1933, nel 1955, nel 1965, nel 2004 e nell'ottobre 2005 durante i festeggiamenti della Festa di Lecco a cura di 150 attori del Teatro tascabile di Bergamo che ne curarono la coreografia delle 11 rappresentazioni sceniche lungo il centro storico e le musiche del Seicento delle ultime due rappresentazioni. La rievocazione, con splendidi costumi tipici dell'epoca (alcuni utilizzati nello sceneggiato degli anni '90 di Salvatore Nocita esposti nel Civico museo manzoniano), è stato l'ultimo grande evento ospitato in città.

Nel mese di febbraio, sin dal 1884, in occasione del "Carnevalone di Lecco" si ha la consueta incoronazione di Re Resegone e Regina Grigna consegnando loro le chiavi della città da parte del Sindaco dando il via al folclore carnevalesco che raggiunge il suo apice, secondo il rito ambrosiano quale la città segue, il giorno di sabato grasso con il corteo dei carri allegorici per le vie cittadine al pomeriggio ed una tradizionale festa in maschera con animazione e musica nelle piazze centrali della città la sera stessa premiando il carro dell'anno.

Il ResegUp è una gara di trail running che si svolge solitamente il primo sabato di giugno. Istituita nel 2010, ha come obiettivo quello di ripercorrere l'antico sentiero che dal centro storico porta alla vetta del Resegone cancellato negli anni a seguito dell'urbanizzazione della città. Il percorso di circa 24 km copre un dislivello di 1800 metri poiché la manifestazione sportiva nacque per legare i due elementi caratteristici simbolo del territorio quali il lago e il maestoso monte Resegone. Ideata ed organizzata dalla società 2Slow, nel 2015, ha raggiunto con oltre 1000 partecipanti il record di iscrizioni a fronte dei 300 della prima edizione. Per il secondo anno consecutivo la corsa rientrerà nel campionato lombardo universitario Skyrace che mette in palio il trofeo Stéphanie Frigière.

La Sagra de Pescarenech è una festa che si svolge nel mese di luglio coinvolgendo le contrade Biun, Cucagna, Cunvent, Era, Fussaa, Isola, Piscen, S. Ambros e Stradun nella frazione di Pescarenico all'interno dell'oratorio omonimo dove, oltre al servizio gastronomico con specialità di pesce, animazione ed intrattenimento musicale, si svolgono i Tornei di Green Volley. La sagra nel 2014 ha festeggiato la sua 30ª edizione.

La Regata dei Batej si svolge sulle sponde del fiume Adda nel mese di luglio (data variabile) in occasione del Palio delle contrade di Pescarenico. Le imbarcazioni sono otto e di semplice struttura, ognuna del colore identificativo della contrada (Cunvent e Cucagna condividono la stessa barca) e guidata da una coppia di sesso diverso, sfidandosi nella prova più attesa della Sagra de Pescarenech a partire dalla seconda edizione; essa è abbinata al Palio delle Contrade. Nell'albo d'oro la contrada Era, detentrice del trofeo nel 2014, vinse molte gare tra cui le prime due disputate nel 1978 e 1979. Nelle varie edizioni che si sono susseguite vincenti sono state anche le contrade di Sant'Ambros, Fussaa, Stradun e anche un pari merito con Piscen ed Isula. La regata è preceduta dalla regata delle "Lucie", le imbarcazioni tipiche del lago, e diverse rappresentazioni di usi e costumi storici tipici della zona nella suggestiva cornice di piazza Era.

Nel rione di Acquate durante lo svolgimento della manifestazione dello Scigalott d'Or (appellativo derivante dal lecchese Cicala d'oro) che si svolge generalmente negli anni dispari, è organizzata una tradizionale gara di corsa podistica ad ostacoli denominata Scigamatt. Le radici della sfilata sono legate alla discesa degli abitanti del rione fino a Lecco per acclamare il generale Giuseppe Garibaldi giunto in città il 6 giugno 1859 che lo accompagnarono durante la marcia con canti simili al frinire delle cicale. La divertente competizione si svolge su un percorso di circa quattro chilometri in un terreno misto asfalto e sterrato fra le mulattiere e le vie del rione caratterizzato dalla presenza di numerosi intralci naturali quali gradoni, strettoie e fiumi da attraversare e artificiali come copertoni, getti di idranti, reti e balle di fieno. La partecipazione è aperta a tutti previa iscrizione anticipata mentre le premiazioni sono assegnate ai migliori piazzamenti degli atleti divisi per sesso oltre ad altri premi minori come quello del costume più simpatico.

In occasione di Sant'Antonio Abate nell'omonima piazzetta nel rione di Malavedo suggestiva benedizione di automobili e bimbi con i loro animaletti.

L'Europa sul lungolago di Lecco è un evento del week-end di recente introduzione (2011) dove commercianti da tutta Europa con i loro prodotti tipici offrono ai lecchesi le proprie specialità nel centro cittadino dove è possibile assaggiare e acquistare, in un'atmosfera conviviale, le specialità provenienti da oltre dieci rappresentanze europee tra cui Francia, Germania, Grecia, Regno Unito, Paesi Bassi, Russia, Spagna e Ungheria con più di cinquanta operatori provenienti dall'estero, selezionati in base a criteri di qualità e professionalità; oltre alle leccornie vi è la possibilità di acquisto di prodotti artigianali dei Paesi europei.

Il tradizionale "Assalto al Resegone" è un appuntamento non competitivo organizzato dal 1965 nel quale centinaia di escursionisti percorrono i vari sentieri dai diversi versanti del Resegone

La Sagra di Sant'Egidio è una piccola festa che si svolge nella tensostruttura nel campo sportivo del rione di Bonacina; offre un servizio gastronomico, musica e spettacoli dal vivo. Ogni anno richiama migliaia di persone anche per sottolineare il tema della sagra e cioè: Facciamo festa pro bambini missioni africane. Fra gli eventi in programma, la gara per cercatori di funghi.

A chiusura della stagione autunnale, grazie ai favorevoli venti del lago particolarmente sostenuti in questo periodo, fin dal 1975 si svolge la regata velica Interlaghi; importante manifestazione organizzata dalla società Canottieri che si svolge nel golfo antistante la città durante la quale si sfidano equipaggi di altissimo livello suddivisi in sei classi che affrontano le dieci prove distribuite in tre giornate.

Il Festival di Immagimondo promosso dall'Associazione Les Cultures Onlus, con il Patrocinio del Comune di Lecco che prevede la rappresentazione di un ricco programma di eventi culturali come incontri con reporter e artisti noti al grande pubblico, presentazioni di libri sul tema del viaggio, documentari amatoriali e professionali, filmati, rassegna di novità editoriali, eventi musicali e conferenze; occasione unica per entrare in contatto con popoli, luoghi e culture da tutto il mondo, anche attraverso il racconto di artisti, studiosi, viaggiatori e la promozione di un reale spazio d'incontro e di dialogo interculturale.

La Cannonata delle ore 12 è un colpo di cannone a salve, che viene sparato nella zona di Sant'Ambrogio a Maggianico per scandire lo scoccare del mezzogiorno e non è difficile sentirlo distintamente fra i quartieri di Belledo e Pescarenico oltre a Maggianico.

Generalmente ogni prima domenica del mese nell'area della Piccola, nei pressi del centro cittadino, si svolge un mercatino del collezionismo, antiquariato, modernariato, artigianato e hobbistica di vario genere. Ogni seconda domenica nella centrale Piazza XX settembre e sul lungolago è il mercatino del piccolo artigianato creativo locale a farla da padrona chiamato Chi Cerca Trova. Nell'ultima domenica del mese, ad esclusione di luglio e dicembre, sempre nell'area della Piccola chiunque può partecipare da protagonista nel mercatino delle pulci Vendo Compro Baratto.

Vertice orientale del Triangolo Lariano, è da sempre città di grande richiamo per pittori, letterati e scienziati a partire da Leonardo da Vinci che, dopo aver indagato sui segreti geologici e studiato progetti per un canale navigabile verso il Lambro, si dilettò a riprodurre schizzi della conca di Lecco e delle Grigne descrivendole nella raccolta del Codice Atlantico oltre ad esserne ispirato nei due celebri dipinti della Vergine delle Rocce rispettivamente conservati presso i musei del Louvre a Parigi ed alla National Gallery di Londra. Per quanto concerne gli scrittori si ricordano Stendhal e, in modo particolare, Alessandro Manzoni vissuto nella villa di famiglia nel rione del Caleotto fino all'adolescenza. La città è nota per la proposta dell'itinerario manzoniano, un interessante percorso storico-culturale sulle tracce dell'ispirazione letteraria del grande romanziere milanese che qui ambientò I promessi sposi.

Il Museo della città ospita una raccolta di reperti archeologici, etnografici e naturalistici, tutti relativi all'area del Lario, è il Museo Civico di Palazzo Belgioioso.
Nei dintorni di Lecco non può mancare una visita alla Chiesa di Pescarenico, al cui interno si trova una delle più singolari opere d'arte della zona: nove cassette di vetro con la rappresentazione di sette scene di vita di Cristo e della Vergine e due scene della vita di San Francesco e Santa Chiara.

La Villa Manzoni meta di appassionati di storia, letteratura e pittura. Questa fu la residenza signorile appartenne alla famiglia del famosissimo scrittore dal 1710 al 1818 e nel 1963 fu acquistata dal comune.
Al piano terra è possibile visitare il Museo Manzoniano, mentre al secondo piano c’è la Pinacoteca civica. Nella sezione dedicata all’autore dei Promessi Sposi si trovano alcuni cimeli manzoniani e parte degli arredi originali.

La cucina lecchese è piuttosto semplice, ma allo stesso tempo ricercata.
I pochi pescatori rimasti a gettare le reti a Pescarenico e dintorni garantiscono oltre cento tonnellate di pesci all'anno: soprattutto agoni, i pregiati lavarelli o coregoni, le piccole alborelle, cavedani ma anche lucci, tinche, persici.
E’ proprio il pesce di lago ad essere protagonista della cucina lecchese.
Piatto tipico sono i missoltini: gli agoni (pesci simili alle aringhe) vengono sviscerati subito dopo la pesca, passati nel sale e appesi al sole per circa cinque giorni.
A questo punto possono essere affogati nell'aceto o grigliati e serviti con polenta.
La polenta è un altro dei piatti umili e irrinunciabili della cucina lecchese e ha un'infinità di variazioni sul tema (“polenta uncia”, polenta taragna, polenta e usei, ricotta di polenta, polenta e patate).
Un gustoso piatto unico tradizionale è il riso bianco col pesce persico.
Lo squartone è il pesce di lago servito in salsa verde di basilico, aglio e pinoli. Gli “scapinasc” sono ravioli con ripieno di uvetta, amaretti e pane grattato.
Per quanto riguarda la carne, una peculiarità lecchese ci riporta al Manzoni: i capponi che Renzo porta al dottor Azzeccagarbugli, abitualmente vengono cucinati dai lecchesi ripieni con prugne, castagne e uvetta.
Sempre più ricercati i piatti a base di ungulati come capriolo e camoscio.
Attivissima a Lecco e in Valsassina la produzione del formaggio di vacca e di capra: di straordinario livello la qualità di taleggio, robiola, quartirolo, ricotta e caprini.
Sulle tavole di Lecco, molti piatti e bicchieri vengono condivisi con la Valtellina: dai pizzoccheri al vino.
Una volta la terra lecchese era generosa sul fronte della produzione vitivinicola, ma la tradizione svanì a causa della filossera. Solo le colline di Montevecchia mantengono alti i calici dell'antica tradizione.
Nella zona vantano un’indiscussa tradizione anche i salumi: del territorio lecchese fa parte anche una fetta di Brianza, con il suo famoso salame. Limitata, ma di altissima qualità, la produzione di olio, che può vantare la Dop “Laghi Lombardi”.

La navigazione lacustre e fluviale ebbe rilevante importanza nella storia di Lecco. I trasporti avvenivano sul lago per mezzo di imbarcazioni chiamate comballi e lance. I comballi erano prettamente utilizzate per il trasporto delle merci.Notevole il traffico sviluppatosi dopo l’apertura del canale di Paderno D’Adda avvenuto nel 1777, canale progettato da Leonardo da Vinci e portato a termine nel periodo della dominazione austriaca per volere di Maria Teresa d’Austria. Il traffico fluviale da Lecco per Milano, dopo l’unificazione d’Italia, arriva a superare 48.000 tonnellate di merci costituite da calce e cemento, legname da ardere e da opera, pietrame, carbone. Il movimento merci raggiunge il suo apice nel 1883 con una media annua di circa 108.000 tonnellate. Da quella data in poi l’utilizzo fluviale è continuato a scendere. Nel 1826 il primo piroscafo a vapore solca le acque del lago e fino al periodo fra le due guerre la navigazione trasportava un numero giornaliero significativo di passeggeri. Oggi la navigazione si svolge con corse limitate solo nel periodo estivo ed ha assunto soltanto un’utilità turistica con percorsi da Lecco sino al centro lago.
Nel golfo di Lecco è presente una postazione di servizio taxiboat che effettua escursioni di circa 40 minuti fra il tratto antistante il centro cittadino e il lago di Garlate attraversando il tratto di fiume Adda che li divide.
Riguardo alle imbarcazioni una nota di merito si ha per il natante simbolo del Lario: il Batell, divenuto erroneamente famoso sotto il nome di "Lucia" per essere stata, secondo il romanzo del Manzoni, l'imbarcazione che portò Lucia Mondella da Lecco a Monza per sottrarsi alle mire di Don Rodrigo.

Dalla località di Versasio è in funzione una funivia che la collega ai Piani d'Erna. Realizzata dalla Antonio Badoni nel 1965, fu completamente restaurata nel 2008 e, dalla sua stazione sommitale posta a quota 1300 metri s.l.m., si gode del più bel panorama su Lecco oltre alle numerose attività creative quali un tapis roulant, a servizio di una pista di tubing in estate e di una per snow-tubing, bob e slittini durante l'inverno.  Dalla due stazioni partono inoltre diversi sentieri e ferrate verso i rifugi del Resegone.
La lunghezza dei cavi raggiunge i 1695 metri superando in 5 minuti un dislivello di 725 metri.

Il gruppo dei Ragni di Lecco si occupa di spedizioni alpinistiche e attività legate alla valorizzazione della montagna sul territorio.
Le piste da sci lecchesi (ai Piani d'Erna) sono da alcuni anni chiuse e perciò gli appassionati sono costretti a spostarsi in provincia nella vicina Valsassina nei Piani di Bobbio.
Da qualche anno si è diffuso anche nel territorio lecchese lo Skyrunning. Praticato da centinaia di persone più o meno allenate, porta queste ultime a percorrere chilometri e dislivelli immersi nelle montagne lecchesi.
Grazie alla posizione che pone la città sulla sponda del lago sono numerose le attività sportive legate all'acqua tra cui vela, canottaggio, wakeboard, wakesurf e wakeskate.

La Società Canottieri Lecco, presente in città dal 1895, si occupa degli sport acquatici come il nuoto, la canoa ed il canottaggio. È stata premiata nel dicembre 2014 dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi con il collare d'oro al merito sportivo, la massima onorificenza conferita dal CONI alle società sportive. Nelle sue file è cresciuto sportivamente il campione olimpico e portabandiera ai Giochi della XXIX Olimpiade Antonio Rossi.

Nel 1912 nasce la squadra di calcio della città, la Calcio Lecco 1912, che vanta nella sua storia tre stagioni in Serie A e numerose partecipazioni in Serie B; attualmente milita nel campionato di Serie D.
Numerose sono le squadre di calcio che militano nei campionati dilettanti: Osvaldo Zanetti (1ª categoria), Polisportiva 2001, Aurora San Francesco, Rovinata e Oratorio San Giovanni (2ª Categoria).
L'A.S.D. Lecco Calcio a 5, fondata nel 2001, milita nel Campionato italiano di calcio a 5 in Serie A2.
Il Rugby Lecco fu fondato nel 1975. Attualmente milita nel campionato di Serie B (promosso nella stagione 2007/2008).
Il Basket Lecco, che milita nel campionato nazionale di Divisione Nazionale B (promosso nella stagione 2011/12).
Nella pallavolo, la squadra della Picco Lecco ha trascorsi in Serie A e, dal 2010/11, è risalita nel campionato di Serie B2 femminile.
La squadra Sportivi Ghiaccio Lecco pratica l'hockey su ghiaccio presso il PalaTaurus in località Bione.
È attiva anche una sezione di scherma che pratica presso la palestra comunale.
È del 1990 la fondazione del Badminton & Croquet Club Lecco. Pur essendo tradizionalmente il Badminton uno sport individuale, disciplina Olimpica dal 1992, vengono anche praticate competizioni a squadre. Il B&CC Lecco gioca in Serie A ininterrottamente dalla stagione 2006-07.
Nel football americano la città viene rappresentata dai Commandos Lecco che militano nel campionato CIF9.

L'impianto sportivo principale della città, essendo il campo da gioco ufficiale della squadra calcistica Calcio Lecco 1912, è lo Stadio Rigamonti-Ceppi che si trova, dal 1922, in via Don Pozzi nel rione di Castello. La struttura, intitolata al giocatore del Grande Torino, Mario Rigamonti, e al Presidentissimo Mario Ceppi, ha una capienza di circa 5000 persone; al suo interno vi si trova anche la sede della società.
Gli altri impianti sul territorio sono il Centro Polisportivo comunale "Bione" e il palazzetto del "Palataurus".



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/lecco.html






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sabato 20 giugno 2015

UNO SGUARDO A VEROLANUOVA



Il suolo verolese è costituito dai depositi alluvionali del periodo Olocene, datato quindi a partire da 20.000 anni fa e non ancora conclusosi.
Questi depositi formano strati consistenti dello spessore complessivo di oltre 150 metri che poggiano su una coltre più antica, databile ad oltre 2.000.000 di anni fa (Pleistocene), generalmente impermeabile.
La pianura verolese, pertanto, come del resto quella dei paesi vicini e della bassa bresciana in genere, è prodotto dell'opera millenaria dovuta al trasporto, al riempimento del mare preesistente ed alla sedimentazione dei materiali portati dai fiumi Oglio, Strone, Mella e tanti altri ora ridotti a fossi, scarpate o scomparsi del tutto.
Questo lentissimo ma grandioso lavoro iniziato nell'era Quaternaria, subisce una intensificazione soprattutto dopo le glaciazioni e durò più di 3 milioni di anni.

La nostra pianura è dunque l'esito di una colossale opera effettuata dai ghiacciai e dai fiumi che erodono le Alpi e trasportano materiale a valle. Secondo la pendenza, la velocità ed il percorso dei fiumi, tali materiali si sono depositati dai più grossi (pietre, ciottoli) ai più fini (ghiaia, sabbia, argilla e limo).

Piazza Libertà é la principale del paese, sede di attività economiche e sociali e del mercato del giovedì, che si tiene a Verola dal 1529. La Piazza nasce come naturale sbocco e proseguimento di palazzo Gambara, per diventare, nel corso dei secoli e attraverso cambiamenti ed evoluzioni, specchio nel bene e nel male della civiltà verolese che intorno ad essa vive.
Il colpo d'occhio su Piazza Libertà offre l'immagine di un largo anfiteatro racchiuso tra le case e i negozi che costituiscono il centro del paese; internamente i porticati ne valorizzano il perimetro L'accesso è reso possibile da quattro ingressi e dal ponte che attraversa la roggia Gambaresca ad ovest.

La Gambaresca non è più il corso d'acqua di concezione medioevale che divide il Palazzo del potere signorile dalla piazza e dal rimanente tessuto urbano.

Nel portare la preziosa acqua funge da ornamento d'arredo urbano ed è elegantemente impreziosito da balaustre e paracarri in pietra di Botticino
Oggi qui è possibile sentire l'atmosfera tipica dei paesi della bassa bresciana, i bar si propongono come luoghi di ritrovo cari agli avventori, ed è possibile fare la spesa nei negozi fra loro abbastanza vicini da ricreare la comodità di un centro commerciale senza dover rinunciare al calore dei piccoli esercizi tradizionali.
Amata dai Verolesi essa non manca mai di suscitare l'ammirazione di chi, ospite a Verola, la vede e l'attraversa

Come perle di un'unica collana, diverse piazze si snodano idealmente dalla principale a disegnare un piacevole itinerario attorno al cuore del paese.
Piazza Padre Maurizio Malvestiti, raccolta e funzionale è luogo di ritrovo per la vita sociale e religiosa del paese; su di essa si affaccia la bella Basilica di San Lorenzo.
Vale la pena raggiungere questa piazza salendovi da via Cavour caratterizzata, sui due lati, da porticati ora presenti in stili di periodi diversi; accanto ai recenti interventi di recupero leggiamo dell'originaria forma medievale, in fondo alla via, all'angolo con via Ercole De Gaspari.
Entrati in Piazza Malvestiti da notare i bei fregi in marmo all'angolo tra via Cavour e via Garibaldi. Dal loro disegno, leggermente in rilievo, intuiamo di un'antica farmacia.
Attraversata la piazza e concesso il tempo che merita alla Basilica di San Lorenzo, si scende verso il fiume Strone per addentrarsi nel centro storico medioevale di Verola.
Qui si incontrano Piazza Beata Paola Gambara, e le piccole Piazza Alghisio e Piazza Donato che sono state recentemente restaurate e restituite alla vita sociale.
Ricche di storia e di ricordi esse furono, fino al nostro più recente passato, molto vive e frequentate.
Piazza Gambara, del resto, è antistante il Castel Merlino e la chiesa della Disciplina e fino al 1930 era direttamente collegata ad essa da una scalinata.

Il Palazzo Gambara, costruito sull'attuale piazza della Libertà tra la seconda metà del XVI secolo e il XVII secolo, è costituito da due piani, mostra al piano terra portici ed al piano superiore cariatidi e balaustra; all'interno affreschi venuti recentemente alla luce; oggi è sede del municipio di Verolanuova.
Basilica di San Lorenzo Martire, secentesca, ospita due tele del Tiepolo: Caduta della manna e Sacrificio di Melchisedec; dal luglio del 1971 ha la dignità di basilica minore.
La Chiesa della Disciplina fu costruita fra il XIV ed il XV secolo e fortemente modificata nel XVI secolo; contiene la tomba di Niccolò Gambara († 1592), condottiero che militò al soldo dell'imperatore Carlo V.
La Chiesa di San Rocco, risale al sec. XV, è stata edificata dalla Società di S. Rocco; lo precisa una scritta che si legge sul portale all'ingresso della stessa: "Societatis Sancti Rochi opus".
All'inizio del 1700 fu rimaneggiata con un intervento barocco di felice esecuzione. Vi si contano tre altari di marmo.
Recenti lavori di restauro hanno portato alla luce alcuni affreschi.
Una tela di Antonio Gandino costituisce la pala dell'altare maggiore, rappresenta la SS. Vergine circondata da angeli e, in basso, S. Lorenzo, S. Rocco e S. Bernardino da Siena.
Sull'altare di sinistra, una tela di autore ignoto raffigura i santi Fermo, Carlo e Sebastiano; all'altare di destra, sempre di autore sconosciuto, una tela reca le immagini della Madonna di Caravaggio e di S. Biagio. Pregevole un'acquasantiera collocata all'entrata.

La Chiesa di San Donnino è di gran lunga, la più antica di tutte le chiese verolesi. Alcuni documenti ne comproverebbero l'esistenza già nel 1194 accanto al monastero delle Benedettine di S. Donnino dipendenti dalla Badia di Leno e dove vivevano una badessa e cinque monache.
Divenne, nel 1300, quasi proprietà assoluta dei Gambara e, nel Cinquecento, costituì, con i suoi fondi, il beneficio della Collegiata Insigne di Verolanuova eretta dal cardinale Uberto Gambara.
L'attuale stile architettonico è del tardo rinascimento mentre l'antico doveva essere romanico. Sino a pochi decenni or sono vi si celebrava la santa messa ogni domenica. Ora viene solennizzata, in essa, la festa di S. Gottardo il 4 maggio di ogni anno.
Oggi, spogliata di pregiati marmi e di acquasantiere per incursioni vandaliche, in stato di avanzato degrado, la chiesa, già di proprietà del Comune, è stata donata nel 1975 alla parrocchia che ha già provveduto a dare corso ai più urgenti e indispensabili lavori di ristrutturazione per salvaguardare cosi importante antica testimonianza di fede.

Nel Medioevo (sec. XIV), il nucleo abitato di Verolanuova era di piccole dimensioni ma naturalmente ben difeso dai due corsi d'acqua: la Mandrigola e lo Strone, dalla fossa del Castel Merlino e a nord dal terrapieno che elevava ed eleva la strada rispetto al borgo.
Del borgo medioevale restano alcune tracce: via Ricurva, che segue le anse naturali dello Strone, e le strette e tortuose viuzze che si arrampicano sul terrapieno.
Il Castello è posto presso il passaggio del fiume Strone e a Ovest della strada per Pontevico.
Questa è, con buona probabilità, il prolungamento del decumano maggiore di centuriazione romana, ciò rivela l'importanza strategica della zona che nel Medioevo fu transito di massicci commerci sia per terra che per acqua e che ancora oggi mantiene la denominazione difensiva di Castellaro.

I Gambara, giunti quasi certamente a Verolanuova nel 1190 d.C., costruirono il castello ed ebbero qui la loro prima dimora.
L'assenza di documenti rende molto difficile comprendere la forma originaria del maniero riedificato totalmente nel secolo XIX. Nulla rimane dell'originale se non la facciata est privata della merlatura sovrastante.
Sono ancora visibili tre stemmi gentilizi in pietra, uno murato sul cancello d'entrata, un secondo nell'androne retrostante e il terzo sulla base del pozzo del giardino. Resta, inoltre, una parte della fossa che circondava il castello ma non vi è più il ponte levatoio.

Le sale interne sono oggi adibite a sede di organizzazioni di volontariato, mentre il grande parco ospita l'asilo nido.
Di originale rimane solo la cimasta di un vasto camino in pietra con incisa la sigla "VER-GA" (Veronica Gambara?) a suggello dell'atmosfera antica e suggestiva che, nonostante gli anni e le vicissitudini, ancora impregna queste mura.

In località Breda Libera, frazione posta a Nord a circa tre chilometri da Verolanuova, trovasi la chiesa dedicata a S. Anna del XIV secolo; rimaneggiata nel'700 ha un bell'altare dedicato alla Beata Paola Gambara Costa, verolese (1463-1515).
La tela, qui custodita, è opera di Santo Cattaneo, pittore del '700.

Il Borgo di Cadignano è una località di antica formazione. Vari sono i reperti archeologici e le presenze rilevanti. In località Vigna, anni fa, vennero alla luce tre sepolture, di età tardo romana alto medievale con inumazioni alla cappuccina.
Dei suoi abitanti ci parlano documenti del XII e XIII sec. Fachino Maggi, commissario di Pandolfo Malatesta, edificò o restaurò a Cadignano, nel 1408, il castello che, nel 1427, fu conquistato dalle milizie del Carmagnola quando il territorio bresciano passò con la Repubblica veneta.
Ricerche attendibili accreditano a Cadignano l'onore di aver dato i natali ad Agostino Gallo (entro il primo semestre del 1499). Qui ebbe residenza fino a 35 anni, anche se già a 17 iniziò a frequentare Brescia. Bontempo Gallo, il nonno di Agostino, era un personaggio nella vita quotidiana di Cadignano.
Nella sua apoteca venivano redatti atti notarili e in molti casi appariva come testimone. Fra 1609-1610 Cadignano era abitata da 500 persone, rappresentate da 180 famiglie.
I campi erano circa 1000 piò di terra "buoni da pan, vin, ligne, et lini" coltivati con venti paia di buoi, sedici cavalli e 12 tra carri e carretti.
Dall'Estimo mercantile del 1750 vi erano un mulino a due ruote ed un torchio azionati da poca acqua e di proprietà dei padri di S. Domenico in Brescia. Oggi Cadignano rimane sempre un'importante località del comune di Verolanuova.

Palazzo Maggi è un complesso architettonico assai rilevante di Cadignano. E' composto da unità residenziali e corti rustiche che occupano, in sostanza, tutto l'isolato. A partire dal'400 si leggono in esso almeno tre secoli di storia con i suoi corrispettivi modi di concepire l'architettura e la pittura.

E' tuttavia il XVI secolo a esserne qui grande protagonista. Dall'esterno si presenta austero e senza particolari segni di pregio architettonico se non nel cornicione, eseguito in forma più evoluta rispetto ai coevi che si potevano realizzare ancora a mensoloni.
Elegante la torretta, con passaggio arcuato, che consente la vista sulla campagna e sulla fascia boscata dello Strone. Sul fronte sud bel portale con timpano, tutto in mattoni a vista disposto all'ingresso della corte rustica.
All'interno del Palazzo si nota maggior raffinatezza. Sulle pareti verticali affreschi di Lattanzio Gambara eseguiti intorno al 1560. Soffitti e volte sempre affrescate, fra cui si possono menzionare opere di Giulio Campi e vari artisti di scuola bresciana che talvolta ricordano i modi degli Aragonese.Mirabile il camino nella sala che prende il suo nome.
In esso sono raffigurati i segni del fare scultura ed architettura nel cinquecento. Il Palazzo continua fino a fronte strada senza più le mirabili pitture cinquecentesche ma all'interno si colgono sempre i bei segni dell'architettura signorile.
Nel 1791, accanto al Palazzo (nella porzione più prossima alla torretta), sorse la chiesetta, dedicata al beato Sebastiano Maggi, con elementi decorativi che si rifanno allo stile del Corbellini.

La Santella della Concezione termina con un edificio avente cordolo lavorato a toro. E' un probabile architettura difensiva posta a controllo del passaggio sul fiume Strone

La Parrocchiale di Cadignano è dedicata ai santi Nazzaro e Celso. Nel 1489 fu unita al Capitolo della cattedrale di Brescia con bolla di Papa Innocenzo VIII.
Durante la visita pastorale del vescovo Bollani (seconda metà del cinquecento), chiesa e campanile erano in cattivo stato dì conservazione.
Dal tempo del Bollani a noi varie vicende hanno contribuito a modificarne i loro aspetti.
La tela nell'altare della Madonna del Rosario, commissionata da Francesco Gallo come ex voto dopo la peste, ci offre uno scorcio di paesaggio costruito.
Il campanile raffigurato è sostanzialmente quello che vediamo oggi a Cadignano mentre la chiesa ha una diversa disposizione. Sul fronte dell'ingresso principale la scritta:

D.O.M. SACRUM MDCCLXXXIV
- restaurata 1889 -

ci dice che nel 1784 fu oggetto di sostanziali interventi, poi ancora un restauro nel 1889.
Quindi è possibile ipotizzare che la rappresentazione pittorica sia tutt'altro che fantastica, pertanto il quadro è una preziosa fonte di conoscenza dei paesaggio costruito nell'area chiesastica prima dell'intervento del 1784.
All'interno la navata centrale è affrescata dal contemporaneo Pietro Milzani. Raffigurati la Trinità, i Dodici Apostoli e due Papi lombardi: Giovanni XXIII e Paolo VI.
E' fra i primi dipinti nelle nostre chiese ad avere come soggetto il Concilio Vaticano II.
Anche sulle pareti del coro vi sono due suoi dipinti a monocromo ben riusciti. Volti ed espressioni dei personaggi raffigurati sono stati presi fra la comunità cadignanese.

Comunemente si dice che il fiume Strone nasce dal laghetto di Scarpizzolo (S.Paolo).

In realtà, osservando le carte tecniche regionali  si nota che nel Laghetto si immettono lo Strone Basso o Stronello e il Fosso Strone.

Lo Strone Basso nasce da sorgenti in località Corno a Nord di Scarpizzolo. Il Fosso Strone deriva dalla confluenza delle rogge Torcola e Fenarola nella quale confluisce la roggia Provaglia. La Fenarola nasce nella frazione di Gerolanuova in una località situata tra l'ex-cascina Mangiaine e la cascina Celeste.

Dal Laghetto lo Strone scende a Cadignano e con corso molto tortuoso passa fra Scorzarolo e Verolavecchia per giungere, dopo un percorso di circa 10 Km, a Verolanuova. L'ultimo tratto del fiume, di circa 8 Km, fra Verolanuova e lo sbocco sull'Oglio, è accidentato e con notevole pendenza. Lo Strone ha inizialmente piccole dimensioni e diventa via via più grande, per l'apporto di vari affluenti.

E' alimentato da rogge, da risorgive e da colatori irrigui: dalla roggia Fiumazzo nei pressi di Cadignano e dal Rio Lusignolo, che va ad incanalarsi nella Seriola del Molino prima di immettersi nello Strone dopo Scorzarolo. A Verolanuova viene alimentato dalla roggia Gambaresca. Presso la Cascina Vincellate viene deviato con la "seriola comunale di Pontevico", destinata all'irrigazione. E' definito uno scolmatore naturale, con ampio paleoalveo.

Per le particolari ed importanti caratteristiche paesaggistiche e naturalistiche è stato istituito il Parco Sovracomunale del fiume Strone, comprendente l'intero corso del fiume e le relative zone golenali.

Il 31 Agosto ed il 1° Settembre 2005 a Verolanuova è stato realizzato il collegamento tra la via San Rocco ed il Parco Comunale «Angelo e Lina Nocivelli», nuovo elegante salotto della cittadina, attraverso il posizionamento di una speciale passerella pedonale sopra il fiume Strone, che lambisce l’area verde. L’opera è stata realizzata nelle immediate vicinanze dell’incrocio tra via Mazzini e via San Rocco, appunto, sul lato occidentale del neoinaugurato parco e nelle prospicienze del suo principale ingresso, quello di via Indipendenza.

Nel territorio di Verolanuova, accanto all'italiano, è parlata la Lingua lombarda prevalentemente nella sua variante di dialetto bresciano.

La società calcistica rappresentativa di Verolanuova è la Nuova Verolese Calcio, fondata nel 1911 con denominazione Verola Football Club. Disputa le proprie partite interne allo stadio Enrico Bragadina, costruito nel 1963, che ha una capienza di circa 1500 spettatori ed è formato da una tribuna coperta e un settore ospiti opposto alla stessa. I colori sociali sono il blu e il bianco.

Dalla stagione 2003-2004 partecipa al campionato di Eccellenza, fino ad arrivare a vincere il campionato nel 2008 e a conquistare la Serie D, categoria nella quale rimane fino al 2011.

La società Volley Verole rappresenta il club pallavolistico del paese. Ne fanno parte diverse categorie come il mini-volley, l'under 18 e la seconda divisione femminili e la prima divisione maschile. Gli allenamenti si svolgono nella palestra dell'itc Mazzolari a Verolanuova e la palestra delle scuole medie a Verolavecchia.




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sabato 13 giugno 2015

LE PIAZZE DI BRESCIA



La stazione ferroviaria, realizzata nel 1852-1854 e a più riprese ampliata, ha, nel complesso, mantenuto l’aspetto originario di stazione castelletto neogotico, e la facciata ancora persiste con le colonnine in ghisa, a testimoniare l’importanza della fermata lungo la linea ferrata “ferdinandea” che collegava le due capitali del Regno asburgico del Lombardo-Veneto: Milano e Venezia.

Il Viale della stazione causò la prima demolizione moderna delle mura di Brescia; quella del rivellino semicircolare che proteggeva la porta-polveriera di  San Nazaro, già distrutta dall’esplosione provocata da un fulmine nel 1769, è all’origine dell’attuale Piazzale  della Repubblica. Su questo, caratterizzato al centro da una grande fontana circolare con corona di zampilli realizzata nel 1957, si affacciano alcuni palazzi di qualche interesse: il Palazzo Togni costruito nel 1931 dall’ingegner Egidio Dabbeni, il palazzo edificato nel 1928-1929 per i sindacati fascisti dagli architetti Ottorino Gorgonio e Gherardo Malaguti, ora sede di Uffici Comunali e, sul lato sud, Palazzo Folonari costruito negli anni Cinquanta.

La piazza della Vittoria fu realizzata nel 1932 attraverso la demolizione dell'antica area medievale del quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del quartiere del Carmine che al tempo si estendeva fin lì, chiuso a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il quartiere si sviluppava fra vicoli angusti, larghi anche solo due metri, su cui si affacciavano edifici di edilizia medievale che toccavano i venticinque metri di altezza. Le principali attività commerciali del quartiere, cioè commercio di pesce, formaggio, carne e granaglie ne facevano un luogo importante dal punto di vista commerciale. Sostenuti da una forma politica che non ammetteva contrasti e opposizioni e dal bresciano Augusto Turati, il nuovo segretario nazionale del Partito fascista, gli amministratori bresciani avviarono, nel 1927, un processo di razionalizzazione globale del volto urbano, immediatamente sostenuto dalle alte gerarchie del governo e anche dallo stesso Benito Mussolini: fu indetto un concorso, al quale parteciparono praticamente tutte le personalità nazionali nel mondo dell'architettura, anche di corrente modernista, ma l'accreditato architetto romano Marcello Piacentini finì per dominare il panorama dell'evento. Il suo progetto prevedeva quindi l'apertura di una piazza, in contemporanea con un riassestamento della rete viaria urbana che avrebbe visto Brescia attraversata da due arterie perpendicolari che avrebbero velocizzato il traffico. Lo sventramento ebbe inizio nel 1929 e fu completato in meno di due anni.

Durante i lavori andarono perdute una serie di opere di valore soprattutto storico, ad esempio la stessa urbanistica medievale del quartiere e i suoi edifici caratteristici, fra cui alcuni palazzi dalle facciate affrescate, uno dei quali è stato inglobato nell'edificio delle poste. Opere perdute di maggior rilievo furono invece, ad esempio, il macello quattrocentesco e la romanica chiesetta di Sant'Ambrogio, rifatta nel XVIII secolo, e i resti della romana curia ducis. Dagli scavi emersero inoltre importanti reperti e testimonianze del passato, in particolare sette ritrovamenti degni di nota: le fondamenta della cinta urbana tardo-antica (ora sotto il Palazzo delle Poste) e di una torre (davanti al palazzo), quelle di un palazzo ducale di età longobarda (a sud del nuovo Monte di Pietà), tre resti di ponti o volti sul torrente Garza (due a est del torrione dell'Ina e uno a nord di Piazza del Mercato) e la parete affrescata di una chiesa del XIII secolo a nord dell'angolo fra Corso Zanardelli e Corso Palestro, emersa durante lavori successivi avvenuti nel 1937. Nel 2008, infine, durante gli scavi per la realizzazione della metropolitana di Brescia, sono state trovate nuovamente delle fondamenta di una torre di epoca medievale, ritrovamento che ha rallentano notevolmente i lavori per favorire la salvaguardia del nuovo reperto archeologico.

Questo metodo costruttivo, basato sulla demolizione di un'area comunque storica della città, all'epoca ha portato pareri discordanti, tra chi pensa che la demolizione abbia privato il centro storico di gran parte del suo sapore antico e caratteristico, mentre altri lo interpretano come un atto risanatore di un quartiere ormai decadente.
Il progetto di Piacentini è classicheggiante, ricco di volumi nitidi, squadrati e ricoperti di lucente marmo bianco, con molti richiami alla romanità.

La piazza ha una forma a L, cioè un rettangolo con il lato lungo parallelo all'asse nord-sud e, nell'angolo nord-ovest, la rimanente porzione d'area che costituisce la L. Sull'angolo retto interno c'è l'alto Torrione dell'ex INA, Istituto Nazionale Assicurazioni, che con i suoi 13 piani e 57 m d'altezza è il primo grattacielo costruito in Italia e tra i primissimi in Europa. Sullo sfondo nord sorge invece il grande Palazzo delle Poste, con il suo rivestimento in bicromia bianco-ocra. Completano la piazza la Torre della Rivoluzione, con un orologio e - in passato - un bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo, e altri tre palazzi diversamente risolti e maggiormente richiamanti all'architettura classica, con vasto utilizzo dell'ordine dorico e della serliana.

Prominente sulla scena della piazza era una grande scultura di Arturo Dazzi raffigurante un giovane nudo e leggermente proteso in avanti, opera monumentale collocata circa a metà del fianco ovest all'interno di una fontana esagonale. La statua, ufficialmente intitolata "L'Era Fascista" ma popolarmente nota come il "Bigio", fu rimossa nell'immediato dopoguerra con gli altri simboli fascisti della piazza, ma conservata nei depositi comunali.

Tra le altre opere decorative vi era un altorilievo in cotto raffigurante l'episodio dell'annunciazione realizzato dello scultore Arturo Martini, che fu distrutto durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale che colpirono anche il Palazzo Peregallo, che fa da sfondo sud alla piazza.

Ancora presente, invece, sotto la Torre della Rivoluzione, l'arengario in pietra rossa di Tolmezzo che serviva come palco per gli oratori durante le adunanze cittadine e fu utilizzato anche da Benito Mussolini, che vi tenne un discorso durante la cerimonia di inaugurazione della piazza nel 1932. L'arengario è decorato da un ciclo di nove lastre marmoree lavorate a bassorilievo raffiguranti ognuna, in ordine cronologico, un momento o un personaggio saliente nella storia di Brescia: si hanno quindi, partendo dal retro, la Vittoria alata a ricordo dell'originaria dominazione romana, Re Desiderio, Arnaldo da Brescia, Berardo Maggi, SS. Faustino e Giovita, Romanino e Moretto, le Dieci giornate di Brescia, la Prima guerra mondiale e l'Era Fascista, recante la scritta, scalpellata via nel dopoguerra ma ancora leggibile, "FASCISMO ANNO X" in riferimento al decimo anniversario dalla nascita del fascismo (Piazza Vittoria fu inaugurata nel 1932, dieci anni dopo la Marcia su Roma). Fra il bassorilievo dedicato ai pittori Romanino e Moretto e quello dedicato alle X Giornate, si ha il grande fronte dell'arengario occupante lo spazio di due lastre, decorato al centro dalla leonessa, simbolo della città, contornata dalle scritte "BRIXIA FIDELIS FIDEI ET JVSTITIAE" a destra e "BRESCIA LA FORTE BRESCIA LEONESSA D'ITALIA" a sinistra, a ricordo quindi dei versi del Carducci.

A nord-est della piazza una grande scalinata, contornante il Palazzo delle Poste, colma il dislivello creatosi tra Piazza Vittoria e il piano costituito da Piazza della Loggia e via X Giornat
Ad oggi piazza Vittoria, oltre ad ospitare la sede centrale delle Poste, è sede del mercato dell'antiquariato ogni seconda domenica del mese, ed è sede di una stazione della metropolitana di Brescia, chiamata appunto Vittoria. La realizzazione del grande parcheggio sotterraneo, avvenuta nel 1974, ha obbligato all'apertura di vaste grate di aerazione su buona parte dell'area centrale della piazza. La generale ristrutturazione della piazza, connessa alla creazione della stazione della metropolitana, è stata ultimata sul finire del 2013. L'area è stata resa completamente pedonale, con una nuova pavimentazione e la costruzione di una nuova fontana sul lato ovest, simile a quella presente nella sistemazione originaria, al centro della quale è posto un piedistallo che dovrà sostenere una statua ancora da definirsi (il progetto iniziale prevedeva la ricollocazione del "Bigio", idea però tramontata con la nuova amministrazione comunale guidata da Del Bono).

Come detto in precedenza, l'operazione di riqualificazione del volto urbano di Brescia promossa dal piano regolatore del 1927, in realtà, doveva essere più estesa: Piazza della Vittoria era infatti solamente il nodo centrale di un'idea più ampia, in linea con l'ormai tarda visione urbanistica ottocentesca di dotare ogni città di due ampie strade che la attraversassero a croce, consentendo così un facile scorrimento del traffico. In Brescia, questa croce si sarebbe realizzata tramite ulteriori sventramenti e ampliamenti: il braccio est sarebbe stato la via Tosio che, da piazzale Arnaldo (ricostruito in modo monumentale sul fondo e sul lato opposto al Mercato dei Grani) avrebbe proseguito in direzione del centro, uscendo prima in piazzetta Vescovado, quindi passando dietro il Teatro Grande e infine tagliando i portici per collegarsi direttamente con il lato sud di piazza della Vittoria. Il braccio sud, invece, fu sdoppiato in un braccio sud (via Gramsci, che presentava una strettoia prima di piazza del Mercato) e in un braccio sud-ovest, ovvero corso Martiri della Libertà, anch'esso ampliato a nord dopo corso Palestro (l'attuale via Fratelli Porcellaga, difatti, era anticamente un vicolo). Il braccio ovest avrebbe previsto un secondo, grande sventramento della città con l'apertura della "Traversa della Pallata" che, da circa metà altezza di corsetto Sant'Agata (che si sarebbe dovuto ampliare), arrivava fino alla Torre della Pallata e da lì avrebbe proseguito lungo un rettificato corso Garibaldi. Il braccio nord, infine, si sarebbe ricavato dalla rettificazione di via San Faustino. La mancanza di fondi da parte del comune, impoverito dalla realizzazione di piazza della Vittoria, impedì la realizzazione di tutte queste idee, ad eccezione dell'avvio della creazione dell'ideale braccio est con la demolizione del Palazzo San Paolo all'inizio di via Tosio.

Numerosi, inoltre, furono i progetti di enucleazione di chiese e monumenti, molti di fatto realizzati e forse non troppo a torto, consentendo infatti oggigiorno di godere visuali ottimali di molti edifici che, altrimenti, si sarebbero rivelati terribilmente sacrificati in angusti vicoletti. È il caso, ad esempio, della chiesa di San Francesco d'Assisi, la cui facciata fu liberata a ovest da un gruppo di case medievali, del Duomo vecchio, del quale fu reso visibile il fianco destro demolendo una fila di edifici che si snodava fra esso e l'ottocentesco palazzo del Credito Agrario Bresciano. Degni di nota furono inoltre i lavori al Capitolium, che fu liberato da tutte le abitazioni che lo circondavano e parzialmente ricostruito con un'attenta ristrutturazione stilistica, ancora oggi ammirabile; così come, sempre in piazza del Foro, per la sopravvissuta colonna dell'antico foro romano, all'inizio di Vicolo Lungo, la cui enucleazione e restauro furono operati sempre in quegli anni.

Altri progetti paralleli, ma mai realizzati, furono ad esempio la rivelazione del fianco della chiesa di Santa Maria del Carmine, da ottenersi abbattendo gli edifici su via San Faustino che ne occludevano la vista, così come la liberazione della sua facciata e del suo abside, chiusi negli stretti vicoli in cui si trovano ancora oggi. Stesso trattamento sarebbe stato riservato all'abside della chiesa di San Giovanni Evangelista, per il Duomo vecchio (dove il progetto, realizzato solo in parte, prevedeva anche l'abbattimento di alcuni edifici lungo via Mazzini per liberarne anche il retro) e per il santuario di San Faustino in Riposo, che sarebbe stato enucleato a nord attraverso l'ampliamento di piazza della Loggia, permettendo anche la liberazione della facciata della chiesa di San Giuseppe.

Piazza della Loggia è un gioiello rinascimentale lombardo veneto. Anche se non è la piazza più antica della città, ne è il complesso monumentale più armonico, voluto dal podestà Marco Foscari (1433) perché anche Brescia riflettesse il decoro e la magnificenza della Serenissima, dei possedimenti della quale era importante città di confine. Oggi la piazza, che contiene architetture e memorie della coscienza civica della città ed è stata il centro degli eventi collettivi dei suoi cittadini, ospita due monumenti significativi per la storia di Brescia: sul lato nord c’è quello che commemora i martiri delle Dieci Giornate, detto “Bella Italia”, di Giovanni Battista Lombardi (1864) che ha sostituito l’alta colonna sormontata dal Leone di San Marco abbattuta dai giacobini nel 1797; sul lato est il cippo disegnato da Carlo Scarpa che ricorda le vittime dell’attentato terroristico del 28 maggio 1974. La piazza ha forma rettangolare dominata ad ovest dal palazzo della Loggia oggi Municipio. Il lato sud è occupato dai Monti di Pietà; a est si trovano la Torre dell'Orologio e i Portici, la via di passeggio più frequentata dei bresciani.

Piazza Paolo VI, o Piazza del Duomo, è inserita nella Brescia Antica, era conosciuta come piazza del Duomo, per la presenza dei due duomi cittadini, Duomo vecchio e Duomo nuovo, venne intitolata a papa Paolo VI, dopo la sua morte.
L'origine della piazza è medioevale, così come alcuni palazzi che vi si affacciano, uno tra tutti Palazzo Broletto, che oggi comprende anche la torre civica (o Torre del Pegol) e la "Loggia delle grida", situato sul lato nord-est della piazza e risalente al Duecento, è considerato l'edificio pubblico più antico di Brescia. Oggi il palazzo ospita la Prefettura, l'Amministrazione Provinciale e qualche ufficio comunale.

Sempre sul lato orientale troviamo il Duomo Nuovo, eretto tra il 1604 e il 1825, comprendente vari stili architettonici che vanno dal tardo Barocco al rococò, e il Duomo Vecchio, o Rotonda, costruzione dell'XI secolo esempio di architettura romanica, che all'esterno presenta ancora i segni del vecchio livello di terreno della piazza, che venne poi rifatto in epoca veneziana.

Sul lato meridionale della piazza troviamo il palazzo del Credito Agrario Bresciano (oggi UBI Banca), risalente ai primi del Novecento ed opera dell'architetto bresciano Antonio Tagliaferri, mentre opposto al Duomo Nuovo troviamo un palazzetto in stile neoclassico risalente al 1809, che presenta due grandi colonne joniche centrali, vicino al quale è presente la Casa dei Camerlenghi, chiamata così perché sede dei camerlenghi, amministratori finanziari durante la dominazione veneta, che presenta particolari trifore quattrocentesche.

Al di sotto di questa costruzione è presente un passaggio di origine medioevale, oggi conosciuto come Galleria Duomo, che collega la piazza con i portici di via X Giornate, edificati su progetto di Piero Maria Bagnadore, lungo la vecchia cinta muraria cittadina, mentre all'accasso meridionale e a quello settentrionale, troviamo rispettivamente Via Paganora, caratterizzata da qualche palazzo di tardo Ottocento oltre che dal retro dello storico Teatro Grande, e la quattrocentesca chiesa di Sant'Agostino, ormai annessa a palazzo Broletto.

Piazza del Foro è una delle piazze più antiche, nata sul foro della città romana del I secolo d.C.. Fa parte del quartiere di Brescia Antica, nel cuore del centro storico, attraversata a nord da via dei Musei. È di forma rettangolare e vi si trova la maggior parte dei resti romani della città, divisi tra il Capitolium, la basilica civile e gli scavi archeologici di Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino.

Pur risalente alla prima età del ferro, come dimostrano alcuni studi archeologici sui reperti custoditi in palazzo Martinengo, la piazza ha avuto il suo massimo splendore in epoca romana.

All'antico foro romano è stato attribuito da molti il ruolo di centro della vita civile e religiosa della Brixia romana, come dimostrano le presenze del tempio capitolino, posto nella parte settentrionale della piazza, che comprendeva due file di portici laterali di cui è rimasto qualche segno nella parte centrale della piazza, e della Basilica (o tribunale), di cui si conservano alcuni reperti nei palazzi circostanti.

Un'ulteriore dimostrazione della centralità che questa piazza ricopriva nella vita dell'antica Brixia Romana, è la presenza dell'antico Decumano Massimo, antica strada cittadina che permetteva i collegamenti con gli altri centri abitati della zona sull'asse Bergamo-Verona, quella che attualmente è Via Musei, che divideva la piazza da un altro edificio romano, anche se di epoca successiva, il teatro.

Posta alle pendici del colle Cidneo, la piazza, che presenta una pendenza più che accentuata verso sud, è un esempio dell'unione di varie architetture che Brescia ha subito negli anni. Insieme agli edifici di epoca romana troviamo costruzioni post-rinascimentali e di epoche successive, mentre rimangono poche le testimonianze del periodo medievale, forse per il progressivo abbandono di questi luoghi da parte dei cittadini dell'epoca per prediligere le "nuove" zone delle attuali piazza Paolo VI e piazza della Vittoria.

Infatti nella parte settentrionale, agli angoli opposti formati dall'incrocio con via Musei, troviamo due esempi di architetture post-Seicento come la chiesa di San Zeno al Foro, edificata nel 1745, e il nobile palazzo Martinengo, fatto costruire da Cesare IV Martinengo Cesaresco verso la metà del Seicento sulla base di un precedente edificio, all'interno del quale è visitabile un percorso archeologico che accoglie testimonianze dall'età del ferro al basso Medioevo, passando ovviamente per l'età romana.

Lungo il Decumano, e nelle zone limitrofe alla piazza, sono presenti numerosi palazzi, anch'essi di epoca rinascimentale, quali palazzo Maggi di Gradella, palazzetto Lana, palazzo Uggeri e palazzo Maggi Gambara, realizzati dall'architetto bresciano Lodovico Beretta.
Piazzetta Sant'Alessandro è situata all'incrocio fra via Moretto e corso Cavour, davanti all'omonima chiesa di Sant'Alessandro, della quale costituisce il sagrato. Da sempre fulcro della quadra di Sant'Alessandro, anche grazie alla stessa chiesa che vi si affaccia, è un ambiente molto particolare per il variato cromatismo degli edifici che la contornano e per le diverse epoche di realizzazione degli stessi, spaziando dal Medioevo al barocco, al neoclassicismo fino al razionalismo del dopoguerra. Lo spazio ruota attorno a una bella fontana barocca centrale a tre vasche sovrapposte.

L'ambiente, intimo e riservato a una prima occhiata, è in realtà molto vissuto e frequentato, data soprattutto la vicinanza a corso Magenta e, da lì, al cuore della città, che fanno della piazzetta un importante snodo di passaggio del traffico pedonale e ciclabile. Questo aspetto, oltretutto, era più evidente quando il palazzo Martinengo Colleoni, che qui si affaccia, era sede del tribunale di Brescia, trasferito dal 2009 nel moderno Palagiustizia.

Il sagrato della chiesa di Sant'Alessandro è un ottimo esempio di piazzetta cittadina, con caratteristiche e utilizzi molto differenti da quelli delle grandi piazze. Questi luoghi, infatti, erano percepiti come "dilatazione" del cortile di casa e come tali erano fruiti e gestiti dalla vicinìa, ovvero la popolazione che abitava nelle loro immediate vicinanze.

Di conseguenza, essendo spazi semiprivati, ricevevano anche un’attenzione individuale maggiore di quanto non avvenisse per le grandi piazze pubbliche, la cui gestione era riservata agli alti organi amministrativi. Avveniva quindi, e molto spesso, che gli amministratori delle quadre cittadine, o le famiglie di benestanti, intervenissero con fondi personali per la manutenzione e il miglioramento delle piazzette.

Fra l’altro, tali luoghi furono anche i primi ad avere nominativi stabili, al contrario delle vie e delle contrade, essendo appunto immediatamente riconoscibili e molto più nel cuore della popolazione rispetto a una qualsiasi strada, meritevoli quindi di un’intitolazione. I termini “cantù”, “carobbio” e “sagrato” sono assai antichi, come in molte altre città, anche a Brescia.
Anticamente, lo spazio del sagrato vero e proprio trovava luogo nell'angolo fra la facciata della chiesa e i corpi di fabbrica ad essa adiacenti, posti sul lato nord, caratterizzati da due chiostri lungo i quali scorreva il canale Molin del Brolo.

La piazzetta, grazie alla sua centralità nella quadra di Sant'Alessandro e alla crescente importanza della stessa chiesa, assunse con il passare del tempo tutte le caratteristiche di un piccolo centro amministrativo e sociale. Qui aveva infatti sede la Casa della Quadra: una lapide, che era murata sulla parete che fa angolo fra la piazzetta e corso Cavour, a nord, precisava che quella era la Casa della Quadra e portava la data 1465. La lapide fu in seguito asportata, togliendo un’informazione che purtroppo impoverisce il linguaggio della città: essa si trova ora in un cortile del monastero di Santa Giulia.

La situazione urbanistica del luogo rimase praticamente invariata fino al 1769, quando la chiesa subì gravi danni dovuti all’esplosione della polveriera di San Nazaro, al punto che sul finire del secolo fu oggetto di un importante intervento di ricostruzione progettato dall’architetto Giovanni Donegani.

L'intervento si trasformò in un'occasione per sistemare anche la piazza antistante: nel 1785 fu demolita una casa della contessa Paola Avogadro Fenaroli su sua gentile concessione, ovverosia l'edificio che "sporgeva" all'interno dell'ambiente, dilatando lo spazio centrale e portando la piazzetta alle dimensioni odierne. Il luogo fu anche impreziosito dalla sostituzione della vecchia fontana con una vasca barocca a forma di valva di conchiglia progettata dallo stesso Donegani nel 1787 e realizzata grazie al contributo dei conti Martinengo Colleoni, che avevano la loro residenza di famiglia proprio nella piazza.

La loro generosità fu notevole ma, in ogni caso, l’interesse a rivalutare la piazzetta dipendeva soprattutto dal beneficio estetico che ne avrebbe tratto la loro residenza, eretta nel XV secolo, che vi si affacciava. L'evento, oltretutto, è ricordato in una lapide commemorativa murata sul fianco sud della chiesa, l'unico visibile, affiancata da un'altra più antica, quattrocentesca, riguardante l'erezione a canonica della chiesa.

Il bombardamento aereo che colpì Brescia il 2 marzo 1945 distrusse i chiostri della chiesa e gli edifici medievali posti sul lato nord della piazzetta, che furono sostituiti negli anni sessanta del secolo dal moderno Condominio Sant'Alessandro.

La piazzetta si compone di quattro fronti principali che la inquadrano totalmente, aperti solamente dal passaggio di Corso Cavour a ovest e Via Moretto a sud, in posizione defilata. Nel complesso, l'ambiente appare abbastanza ristretto, intimo, sensazione a cui contribuiscono gli alti volumi degli edifici che vi si affacciano. Il senso di chiusura è invece minore nell'angolo sud-ovest, dove le due vie si incrociano e dove i volumi sono più frammentati, come ben visibile anche nella pianta della piazza. I vari fronti sono piuttosto differenziati per aspetto, colore e epoche di realizzazione, facendo della piazza un vero connubio di stili e cromatismi.

Sul fronte sud si eleva la mole bianca e azzurra del Palazzo Martinengo Colleoni di Malpaga, l'edificio di carattere civico più importante della piazzetta. Risalente al XVI secolo, fu edificato per volere della famiglia Martinengo Colleoni di Malpaga, fra le più antiche ed insigni di Bergamo. Restaurato nel Settecento, divenne uno dei palazzi barocchi più imponenti della città.
Sul fronte est si alza, maestosa, la facciata color ocra della chiesa di Sant'Alessandro, realizzata nei primi anni del Novecento sul progetto originale settecentesco del Donegani, poiché al tempo mai portato a termine. Il motivo unitario a fronte di tempio classico, con quattro colonne a tre quarti di ordine corinzio, di cospicuo diametro, che sorreggono una trabeazione compiuta su cui poggia un timpano triangolare, conferiscono alla facciata della chiesa un vigore assolutamente dominante sulla piazza, alto e continuamente attrattivo per l'occhio. Fra l'altro, essendo questo fronte rivolto pienamente a ovest, è di solito anche l'unico ad essere pienamente illuminato dalla luce del Sole, enfatizzando il suo aspetto predominante.

Il fronte nord è occupato dall'alta mole verde chiaro del condominio Sant'Alessandro, costruito negli anni sessanta del Novecento in sostituzione degli edifici distrutti dal bombardamento della Seconda guerra mondiale. L'aspetto è molto semplice e razionale, liscio e privo di decorazioni, in verità molto discutibile, tanto da essere spesso definito uno dei "mostri" dell'urbanistica del dopoguerra. In effetti, il suo stile si sposa difficilmente con quello generale della piazza, essenzialmente calibrato sul binomio medioevo-barocco, e l'edificio stesso, troppo alto, soffoca l'architettura della chiesa, subito adiacente.
Il fronte ovest è quello "popolare" della piazzetta, composto da tre edifici di carattere residenziale, di colore rosso, giallo e marrone, da sud a nord. Quello marrone, l'ultimo, si affaccia solo parzialmente sulla piazzetta, proseguendo poi lungo Corso Cavour.
Nel centro religioso e amministrativo del quartiere non poteva mancare la fontana, già accennata, elemento aggregativo importantissimo in passato. Sino al XVIII secolo fu presente la vasca quattrocentesca, recante un affresco della Madonna, oggetto di frequentissime liti sul suo utilizzo e sugli eventuali rifacimenti.

Nel 1787, l’amministrazione della Quadra decise di ricostruire totalmente l’antica fontana e i conti Martinengo Colleoni di Malpaga sovvenzionarono l’intera operazione, affidata al progetto di Giovanni Donegani che realizzò l'elegante vasca attuale, a forma di valva di conchiglia. Si compone di tre vasche sovrapposte di capienza decrescente, con un pilastro centrale a volute che sorregge l'intera struttura. L'acqua sgorga dalla vasca in sommità con una raggiera di zampilli e scende man mano verso il basso, fino alla vasca di base, attraverso dei fori nelle due vasche sopraelevate. I fori, quattro per vasca, coincidono all'esterno con bocche di mascheroni.
Via dei Musei è nota principalmente per la moltitudine di monumenti e istituzioni culturali che vi si affacciano sul suo lungo percorso di circa 800 metri, da piazza della Loggia al monastero di Santa Giulia, tra cui chiese, palazzi dell'antica nobiltà cittadina, testimonianze medievali e rovine di epoca romana.

Le origini della via sono da far risalire almeno all'età romana, quando Brescia, nel I secolo a.c., entra definitivamente nei domini di Roma, che ne definisce l'aspetto urbanistico facendo della strada il decumano massimo della città. Data la preminente importanza del tracciato, però, è probabile che questo fosse già presente come tratto della primitiva strada di collegamento tra Milano e Verona, attorno alla quale Brescia si era sviluppata. In quanto decumano massimo, la via attraversava il foro cittadino, passando ai piedi del Capitolium e del teatro.

Caduto il governo romano, durante il dominio dei Longobardi la via mantiene una certa importanza grazie alla fondazione del monastero di Santa Giulia da parte di re Desiderio nell'VIII secolo, che viene insediato lungo l'ultimo tratto a est. Durante il medioevo, con i successivi ampliamenti della città murata verso est, il tracciato della via viene replicato sui nuovi territori urbanizzati, seguendo la preesistente strada che, uscita dalle mura romane, proseguiva verso Milano: questo nuovo tratto assume il nome di via dei Mercanti, grazie alle numerosissime botteghe che vi si affacciavano o trovavano collocazione nei suoi pressi. Pur perdendo il ruolo chiaramente principale di epoca romana, la via, assieme alla sua nuova prosecuzione a est, rimane l'unica in grado di attraversare completamente la città con un percorso diretto. Il tracciato perde progressivamente la sua primitiva conformazione rettilinea e assume un aspetto un poco più sinuoso, soprattutto lungo via dei Mercanti.

La toponomastica del tracciato, originariamente frammentata in una serie di denominazioni, tra l'Ottocento e il Novecento viene revisionata: il tratto tra porta San Giovanni e la torre della Pallata viene intitolato corso Giuseppe Garibaldi, quello tra la Pallata a Porta Bruciata diventa corso Goffredo Mameli, mentre quello da Porta Bruciata fino all'estremità est della via viene denominato via dei Musei, in onore delle numerose istituzioni culturali e dei monumenti nei suoi pressi.

Analizzando il tracciato della via, limitatamente al suo ufficiale percorso odierno tra Porta Bruciata e l'estremità est, si incontra la quasi totalità dei maggiori monumenti della storia cittadina: da piazza della Loggia si costeggia prima piazza del Duomo passando ai piedi del lato nord del Broletto, passando sotto al voltone della Loggia Malatestiana.

Si attraversa quindi via Mazzini e si entra nel cuore della via, passando davanti alla chiesa di Santa Maria della Carità e ad alcuni importanti palazzi dell'antica nobiltà bresciana, fino a raggiungere piazza del Foro con le rovine del e il complesso di palazzo Martinengo Cesaresco Novarino.

Proseguendo ancora si incrocia via Giovanni Piamarta che sale verso il monastero del Santissimo Corpo di Cristo e il castello di Brescia e si raggiunge infine l'estremità est, il cui fianco nord è occupato dal monastero di Santa Giulia. L'estremità, cieca, si apre a sud verso piazza Tebaldo Brusato.




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venerdì 5 giugno 2015

VISITANDO LODI

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Il territorio di Lodi è situato nella parte centro-meridionale della Lombardia, nella fascia nota come «bassa pianura». Il nucleo più antico della città sorge sul colle Eghezzone, un'altura di forma approssimativamente trapezoidale ubicata sulla riva destra del fiume Adda; il resto del centro abitato si trova in parte su un terrazzo morfologico creato dall'opera di erosione del fiume, e in parte nell'area golenale.

Il territorio comunale è attraversato dall'Adda e da numerosi altri corsi d'acqua, tra cui il canale della Muzza (che ne segna il confine a ovest), la roggia Bertonica e la roggia Molina (il cui tratto urbano è oggi quasi del tutto sotterraneo).

In epoca medievale la città era lambita dal lago Gerundo: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie alle opere di ingegneria idraulica e al lavoro dei monaci cistercensi e benedettini fu bonificato e trasformato in una delle regioni più fertili d'Europa. L'attività agricola è favorita anche dalle abbondanti acque irrigue delle numerose risorgive presenti.

Dal punto di vista litologico, il suolo è formato dai depositi glaciali e fluviali che riempirono la Pianura Padana tra il Pleistocene superiore e l’Olocene, durante l'ultima glaciazione. I litotipi presenti sono diversi e distribuiti in modo irregolare; generalmente sono piuttosto ricchi di matrice. I terreni sono in prevalenza sabbiosi e sabbioso-limosi.

Piazza della Vittoria, denominata "piazza Maggiore" fino al 1924, rappresenta il cuore della città di Lodi: su di essa si affacciano, in particolare, la basilica cattedrale della Vergine Assunta ed il palazzo municipale (palazzo Broletto) oltre che il palazzo Vistarini, uno dei più belli della città. Il suo impianto planimetrico si è mantenuto pressoché immutato attraverso i secoli: la piazza è caratterizzata da una pianta quadrangolare con i lati di circa 74 metri. Con 66 colonne che sorreggono i portici, alcune delle quali provengono dalla distrutta Laus Pompeia, si tratta di un raro esempio di piazza porticata su tutti i quattro lati. Tale singolare peculiarità, unita all'eleganza dei palazzi che vi si affacciano (molto vari per colori e dimensioni) la rende un luogo particolarmente suggestivo e scenografico. Piazza della Vittoria, infatti, è stata spesso scelta per ospitare eventi di interesse nazionale e registrazioni di spot pubblicitari per la televisione; il Touring Club Italiano, inoltre, l'ha inserita nel 2004 nella lista delle piazze più belle d'Italia.

Le facciate degli edifici che si affacciano sulla piazza presentano larghezze molto ridotte, in alcuni casi di pochi metri. Questa caratteristica è dovuta all'utilizzo del "lotto gotico", profondo ma stretto, tipico di tutte le città di origine medievale, pensato per sfruttare al massimo lo spazio che si affaccia sulla piazza principale. Per questo motivo, tutti gli edifici hanno le medesime caratteristiche: la bottega al pianterreno con uno spazio coperto dal portico sul fronte e i magazzini nel sotterraneo, la residenza al piano superiore e il cortile sul retro.

La selciatura della piazza, nel tipico "ricciato lombardo" costituito da ciottoli di fiume, risalirebbe al 1471. Nella prima metà dell'Ottocento, il centro del quadrilatero era occupato da un'imponente statua equestre di Napoleone Bonaparte, fatta erigere dallo stesso generale francese per celebrare la sua vittoria nella battaglia di Lodi.

La piazza è sempre stata al centro della vita della città: nel medioevo vi si tenevano le esecuzioni capitali, le fiere e le feste per l'arrivo dei vescovi, ed anche in epoca più moderna, le maggiori personalità che hanno visitato Lodi sono sempre passate da questa piazza: da Giuseppe Garibaldi a Benito Mussolini, Giovanni Paolo II e Carlo Azeglio Ciampi. Attualmente la piazza è adibita ad area pedonale; nei giorni di martedì e giovedì vi si tiene inoltre il tradizionale mercato ambulante.
Nei primi secoli di vita della città, lo sviluppo urbanistico procedette lentamente: il corpo di fabbrica della Cattedrale, la cui costruzione fu intrapresa tra il 1158 e il 1160, venne completato oltre cento anni dopo, se si escludono i rimaneggiamenti successivi; alla fine del XII secolo sorse la chiesa di San Lorenzo, mentre San Francesco e il primo nucleo di palazzo Broletto risalgono agli ultimi decenni del Duecento. Il secolo seguente ha lasciato in eredità il palazzo Vistarini, il Castello e la chiesa di Sant'Agnese. Nel tardo Quattrocento, ricordato come il periodo di massimo splendore della città, sorsero numerosi nuovi edifici, tra cui il palazzo Mozzanica, l'Ospedale Maggiore e il Tempio Civico dell'Incoronata; nella stessa epoca fu consolidato il sistema di fortificazioni difensive che risaliva agli inizi del Duecento. Tra Cinquecento e primo Settecento, infine, videro la luce il complesso di San Cristoforo e il palazzo Modignani.

Piazza Broletto di forma trapezoidale è di dimensioni ridotte, chiusa fra i portici di palazzo Broletto e il fianco sinistro del Duomo. In epoca medievale essa rappresentava il fulcro della vita pubblica cittadina, ora è sede dell'autorità municipale. Al centro è collocata una fontana in marmo rosa di Carrara, ricavata dal fonte battesimale della Cattedrale e risalente al XIV secolo.
Piazza del Mercato di forma rettangolare è anch'essa pavimentata con il tipico «ricciato», su cui si affacciano l'abside del Duomo, un'ala secondaria di palazzo Broletto, il palazzo del Governo e il palazzo Vescovile. Nei giorni di sabato e domenica vi si tiene, come da tradizione, il mercato ambulante.
Piazza Castello di dimensioni piuttosto ampie e' adibita ad area pedonale a eccezione della fascia centrale che è aperta al traffico veicolare; prende il nome dal Castello Visconteo che vi si affaccia. Spicca inoltre una statua dedicata a Vittorio Emanuele II, celebrativa dell'unità d'Italia. La piazza confina con il parco dell'Isola Carolina.
Piazza Ospitale chiamata comunemente «piazza San Francesco», è cantata in alcune opere della poetessa Ada Negri. Questa piazza rettangolare, anch'essa pavimentata con il «ricciato» e adibita ad area pedonale, è caratterizzata dalla presenza della chiesa di San Francesco e della facciata dell'Ospedale Maggiore; vi si trova inoltre una statua raffigurante lo scienziato Paolo Gorini.
Piazza San Lorenzo molto piccola è quasi nascosta fra un intrico di vie strette e tortuose tipiche del centro storico medievale di Lodi; la sua atmosfera raccolta ma luminosa ricorda un campiello veneziano. La piazza deriva il nome dall'omonima chiesa che vi si affaccia ed è anch'essa un'area pedonale.
Corso Roma ha origine da piazza della Vittoria ed è molto frequentato in virtù delle numerose attività commerciali. Analogamente ad altre vie del centro cittadino, offre quale principale motivo di interesse la presenza dei palazzi in stile liberty e dei suggestivi cortili interni delle abitazioni signorili.

Il parco dell'Isola Carolina è situato a ridosso del centro storico nelle immediate vicinanze di piazza della Vittoria e di piazza Castello, deve il suo nome alla cascina Carolina che a sua volta fu battezzata così nel 1825 in onore di Carolina Augusta di Baviera, moglie dell'imperatore Francesco I d'Austria. Il parco ha una superficie di circa 50 000 m² e venne realizzato a metà degli anni cinquanta del XX secolo grazie a una donazione di Enrico Mattei che volle in questo modo ricompensare la città presso la quale erano stati scoperti degli importanti giacimenti di gas naturale. Mattei non badò a spese e fece piantumare delle essenze di notevole interesse botanico, selezionate presso il lago di Como. Dal 2006 ospita la sede del Parco Adda Sud.

I giardini pubblici Federico Barbarossa sono collocati quasi nel cuore del centro cittadino, lungo viale IV novembre: occupano l'area che costituisce lo spianamento del fossato in cui sino agli anni trenta del Novecento scorreva la roggia Molina, che fra il 1931 e il 1937 venne canalizzata e coperta grazie al progetto dell'architetto locale Giovanni Attilio Fugazza. Il nucleo originario dei giardini risale però al 1835, anno della visita alla città da parte dell'imperatore Ferdinando I d'Austria. Nel corso del biennio 2008-2009, la zona è stata oggetto di una profonda riqualificazione.
Il lungo Adda Bonaparte permette di passeggiare nei pressi del fiume Adda, a contatto con la vegetazione fluviale; era uno dei luoghi prediletti dal poeta Giosuè Carducci quando visitava Lodi.
Il bosco del Belgiardino è una piccola oasi naturalistica situata sulle rive dell'Adda, al confine con il territorio di Montanaso Lombardo; dall'area hanno origine numerosi sentieri che permettono di visitare i boschi circostanti, parzialmente trasformati in orto botanico, in cui inoltre vivono uccelli acquatici come gallinelle d'acqua, anatre, aironi e tuffetti. Durante l'estate diventa un centro ricreativo grazie alla presenza di una piscina gestita dal comune di Lodi.

La Grande Foresta di Lodi è una delle Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle; strutturata in tre nuclei per ora non collegati fra loro, uno dei quali piantumato già nel 2003, è attualmente gestita come parco naturale.

La Grande Foresta di Lodi è stata finanziato dalla Regione Lombardia tramite il Programma di riforestazione, ideato da Paolo Lassini, detto "Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle".

La vegetazione presenta le essenze di un bosco ripariale, planiziale. Il primo nucleo, quello presso la cascina Costino, è unito con un antico alneto, bosco di Ontano nero, ed è composto in maggioranza da Pioppo bianco e Pioppo nero e i suoi ibridi col pioppo canadese. Sono presenti anche Farnie, Olmo, Acero campestre, Carpino bianco, Frassino maggiore, Melo selvatico. Il Salice bianco si trova soprattutto in prossimità dello specchio d'acqua appositamente allestito.

Fra gli arbusti, il Sambuco nero, il Biancospino, il Viburno, la Fusaggine e il Nocciolo.

Tra i Mammiferi si possono trovare ad esempio la Lepre, in abbondanza il Coniglio selvatico, il Tasso e altri Carnivori. Recentemente ha fatto la sua comparsa anche lo Scoiattolo. Ci sono anche varie specie di Uccelli Rettili, Anfibi e Insetti.

L'aspetto attuale del centro storico, tuttavia, si deve prevalentemente alle opere compiute tra Settecento e Ottocento, che alterarono la struttura urbanistica originaria dell'antico nucleo medievale di Lodi. Durante l'epoca austriaca, in particolare, grazie alla ripresa economica si registrò un forte sviluppo edilizio che trasformò il volto della città nel segno dell'architettura tardo-barocca: vennero edificate le nuove chiese di Santa Maria del Sole, Santa Maria Maddalena e San Filippo, mentre il palazzo Vescovile fu interamente ristrutturato. Numerosi monasteri ed edifici religiosi minori vennero sconsacrati e in alcuni casi demoliti per fare spazio a nuove abitazioni private; le vie principali, inoltre, furono allargate mediante la rimozione dei paracarri e l'abbattimento dei portici. Risale al medesimo periodo l'apertura dei primi due cimiteri suburbani di Riolo e di San Fereolo. Si procedette anche alla demolizione dei baluardi costruiti durante la dominazione spagnola del Seicento; al loro posto venne disegnata una strada di circonvallazione lunga 3 700 m, che raccordava tutte le porte della città, impiegate da secoli come barriere daziarie. Nel 1835, il segmento meridionale della circonvallazione fu trasformato in "passeggio pubblico".

A metà dell'Ottocento, l'abitato di Lodi era ancora interamente racchiuso entro le mura medievali; all'esterno del perimetro della città murata, oltre a numerosi cascinali, si trovavano alcuni borghi (San Grato, San Fereolo e San Bernardo), posti in corrispondenza degli incroci stradali tra la viabilità regionale e quella locale, a una distanza variabile tra i 2 e i 5 km dal centro cittadino. Questo articolato assetto urbanistico venne modificato nel 1861 dall'apertura della linea ferroviaria Milano–Bologna, che toccava Lodi lambendo la parte meridionale del nucleo abitato: la strada ferrata, infatti, rappresentò l'ostacolo principale quando, nei decenni successivi, la città cominciò con lentezza a espandersi nelle aree limitrofe all'anello di circonvallazione delle mura.

Tra il 1864 e gli inizi del Novecento vennero realizzati numerosi interventi urbanistici: dei due cimiteri di Riolo e San Fereolo, venne ampliato il primo mentre l'altro fu dismesso; nel 1886 fu intrapresa inoltre la costruzione del Cimitero Monumentale (più noto come "Maggiore"). Per quanto riguarda la rete stradale, le opere più importanti furono l'edificazione del nuovo ponte sull'Adda in muratura, la riqualificazione della zona di piazza della Vittoria, l'ampliamento di piazza Ospitale e la costruzione di un asse viario tra la stazione ferroviaria e il centro storico, con l'apertura di viale Dante e di piazza Castello. A livello di infrastrutture, nel 1880 furono inaugurate quattro tranvie extraurbane a vapore: la Milano–Lodi, la Lodi–Treviglio–Bergamo, la Lodi–Sant'Angelo e la Lodi–Crema–Soncino. Nel medesimo periodo, ebbe luogo un rapido processo di urbanizzazione del quadrilatero compreso tra il pubblico passeggio e la ferrovia: ad alcuni insediamenti produttivi, si aggiunse nel 1904 il primo lotto di abitazioni popolari. Contemporaneamente, ancora più a sud, sorsero i primi grandi complessi industriali: il Linificio Canapificio Nazionale in zona San Fereolo e le Officine Meccaniche Lodigiane presso la località Camolina.

Dopo una fase di moderata crescita tra gli anni venti e la seconda guerra mondiale, a partire dal 1955 lo sviluppo della città si fece sempre più rapido e cominciò a interessare entrambe le sponde dell'Adda: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle «case Fanfani» (a ovest del centro storico) e il «villaggio Oliva» (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al compimento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali.

Fontana si trova 3 km a nord-est della città, nella porzione di territorio situata sulla riva sinistra dell'Adda. La località, che ospita un santuario edificato tra il Cinquecento e il Seicento, è attraversata dalla ex strada statale Pavia–Brescia.
Olmo è un insediamento collocato 4 km a sud-est del centro cittadino, lungo la Via Emilia.
Riolo, già frazione del comune suburbano di Vigadore, è una località situata tra Lodi e Dovera, nell'Oltre Adda lodigiano. È lambita dal tracciato della strada Bergamina e dispone di una scuola primaria.
San Grato si trova nel settore nord-occidentale del territorio comunale, a una distanza di circa 4 km dal centro cittadino; è la più popolosa tra le frazioni di Lodi.
Bottedo è una località posta ad ovest della città, comune autonomo fino al 1873.

Il centro fu attestato per la prima volta, con il nome di Borsello, nel 1204. Comprendeva le frazioni di Paderno, Carnesella e Cà de' Valvassori.

Il comune ebbe sempre fisionomia agricola e dipese sempre strettamente dalla vicina Lodi. All'inizio del XIX secolo contava circa 200 abitanti. Come molti comuni rurali (definiti dall'amministrazione austriaca "di III classe") era governato da un rappresentante dei possidenti terrieri, che aveva ufficio nella città di Lodi.

Nel 1861 il centro fu lambito dalla linea ferroviaria Milano–Bologna, ma data la scarsa importanza della località non si pensò mai a costruire una stazione.

Nel 1873 il comune di Bottedo fu unito ai Chiosi di Porta Cremonese e ai Chiosi di Porta Regale (il termine Chiosi, di origine dialettale, indicava in passato le terre agricole circostanti la città di Lodi, analogamente ai più noti "Corpi Santi" intorno a Milano), formando il nuovo comune di Chiosi Uniti con Bottedo. Il nuovo comune, però, esistette per meno di quattro anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Bottedo si presenta come un grosso cascinale, parzialmente abbandonato. Le frazioni di un tempo hanno subito la stessa sorte.


Torre de' Dardanoni è una località rurale posta alcuni kilometri ad ovest della città. Fino al 1841 costituiva un comune autonomo.

Il piccolo insediamento agricolo di Torre de' Dardanoni di antica origine, era centro di un territorio comunale posto sulla riva sinistra del canale Muzza, che comprendeva le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma.

Dopo un'effimera annessione alla città di Lodi in età napoleonica (1809-16) e il successivo ripristino dell'autonomia, Torre de' Dardanoni fu aggregata nel 1841 ai Chiosi di Porta Regale, uno dei 3 comuni ("Chiosi") che costituivano il suburbio lodigiano.

Successivamente (1873) i Chiosi di Porta Regale furono uniti ai Chiosi di Porta Cremonese e a Bottedo, a formare i Chiosi Uniti con Bottedo, finalmente annessi alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Torre de' Dardanoni è disabitata e in rovina. Le frazioni di Castello de' Roldi e Pizzafuma sono oggi due modeste cascine in posizione isolata.

Vigadore è una località rurale posta oltre il fiume Adda, lungo la strada per Crema. Fino al 1870 costituì un comune autonomo.

Il borgo rurale di Vigadore, di antica origine, fu attestato per la prima volta in età medievale. Il territorio comunale comprendeva le frazioni di Riolo e Portadore, oltre a numerose cascine.

In età napoleonica Vigadore fu aggregata alla città di Lodi per due volte, nel 1797-98 e quindi dal 1809 al 1816, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1870 il comune di Vigadore fu unito ai Chiosi di Porta d'Adda, formando il nuovo comune di Chiosi d'Adda Vigadore. Il nuovo comune, però, esistette per soli sette anni, venendo annesso alla città di Lodi nel 1877.

Attualmente, in seguito allo spopolamento delle aree rurali, Vigadore si presenta come una cascina rurale senza alcuna particolarità. Migliore sorte ha conosciuto la frazione Riolo, interessata da un certo sviluppo edilizio.

L'agricoltura e l'allevamento sono di fondamentale importanza per Lodi e per il suo territorio fin dal Medioevo. A testimonianza di quanto il settore primario sia tuttora significativo, i dati riferiscono di 1 786 aziende nel territorio della provincia che producono soprattutto mais (47% della superficie agricola utilizzata) e foraggi (24% della SAU). Per quanto riguarda il territorio comunale, sono attive invece 84 aziende e la superficie agricola utile è costituita da 2 130 ettari, dei quali il 48% coltivati a mais. Sono presenti inoltre 5 495 capi bovini e 23 362 capi suini.

Per garantire e promuovere le eccellenze del settore, oltre che tutelare l'ambiente, il benessere degli animali e la salute dei consumatori, nel 2004 è stato fondato il comitato del marchio "Lodigiano Terra Buona".

I primi stabilimenti industriali nati a Lodi erano legati alla trasformazione dei prodotti del settore primario: il Lanificio Varesi (1868), la Polenghi Lombardo che fu la prima azienda in Italia a trattare a ciclo completo il latte (1870), le Officine Sordi che costruivano macchine per il settore lattiero-caseario (1881), il Linificio Canapificio Nazionale (1909). Tra le altre industrie presenti in città, particolarmente sviluppato era il settore meccanico: erano attive ad esempio le Officine Meccaniche Lodigiane (1908), le Officine Meccaniche Folli-Gay (1922), le Officine Curioni Spa (1925) e le Officine Elettromeccaniche Adda (1926). Queste ultime negli anni ottanta furono acquistate dalla multinazionale ABB, che nel 1994 vi trasferì il proprio centro mondiale per la costruzione di trasformatori, di interruttori per l'alta tensione e di sottostazioni elettriche; nel 2003 l'impresa contava circa 270 dipendenti.

Al confine del territorio municipale di Lodi, in un'area di competenza dei comuni di Montanaso Lombardo e Tavazzano con Villavesco, sorge una grande centrale termoelettrica di proprietà della E.ON, alimentata a gas naturale. La centrale, con una potenza installata di 1 740 MW, è una delle più importanti d'Italia e conta 120 dipendenti. Il primo nucleo, realizzato nel 1952 nell'ambito del Piano Marshall, fu inaugurato da Enrico Mattei e dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi; gli impianti attuali sono stati attivati in diversi scaglioni tra il 2002 e il 2010. La centrale preleva l'acqua di raffreddamento dal canale Muzza, dal canale Belgiardino e dal fiume Adda.

Al giorno d'oggi le industrie più sviluppate sono quella casearia (il Lodigiano è una delle 14 aree in cui è concentrata la produzione del Grana Padano) e quella artigianale, in particolare nei settori della ceramica e della cosmesi.

La più famosa tradizione artistica lodigiana è senza dubbio quella legata alla decorazione e alla lavorazione della ceramica. Fin dall'età romana, la diffusa presenza di argilla nel territorio ha fornito la materia prima per l'opera di maestri vasai e fabbricanti di maioliche o ceramiche. Grazie soprattutto alle produzioni artistiche di autori quali Rossetti, Ferretti, Coppellotti e Dossena, l'arte ceramica lodigiana ha raggiunto livelli estremamente elevati nel corso del XVIII secolo e nella prima metà del XIX secolo ed è oggi conosciuta come la "Ceramica Vecchia Lodi".

La lavorazione del ferro battuto costituisce un'altra importante produzione artistica della città di Lodi. Ricordiamo i numerosi balconi, balconcini, cancellate e lampade in stile Liberty di cui è ricco il centro storico.

Tra le più importanti imprese dell'ambito dei servizi si annovera Zucchetti, che opera nel settore del software e hardware a supporto di aziende; con 1 900 dipendenti (di cui 900 solo a Lodi), è uno dei leader italiani nel campo informatico.

Lodi ha inoltre una notevole attività bancaria: la Banca Popolare di Lodi, fondata da Tiziano Zalli nel 1864, è stata la prima banca popolare sorta in Italia. Dal 2007 fa parte del gruppo Banco Popolare, quarto gruppo bancario in Italia, il più grande tra quelli di matrice cooperativa.

Nel 1999 Lodi entrò a far parte del circuito delle Città d'arte della Pianura Padana. Dagli anni duemila il turismo ha rappresentato un settore in forte espansione sul territorio: nel 2006, ad esempio, sono stati registrati 137 000 arrivi, con un incremento del 116% rispetto a tre anni prima.

Oltre al turismo culturale, particolarmente importante è quello naturalistico, in virtù anche dell'efficiente rete ciclabile che dal capoluogo si diparte in tutto il territorio. Il turismo enogastronomico si concentra soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, durante i quali – a partire dal 1988 – si svolge la Rassegna Gastronomica del Lodigiano.

Dal 2005 è attivo a Lodi un polo scientifico-universitario, composto dal Parco Tecnologico Padano e da alcune strutture dell'Università degli Studi di Milano.

Il Parco Tecnologico Padano è uno dei più importanti centri di ricerca a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari.

Il polo dell'Università degli Studi di Milano comprende un ospedale veterinario per grandi animali, costituito da strutture didattiche e cliniche per equini, bovini e suini, accanto al quale è in costruzione un centro zootecnico didattico-sperimentale; sono presenti anche alcuni laboratori appartenenti alla Facoltà di Agraria. Inoltre, ha sede in città l'Istituto Sperimentale per le Colture Foraggere, retto dal 1948 al 1976 dall'illustre agronomo Giovanni Haussmann.

A Lodi è attivo anche il corso di laurea in infermieristica organizzato dall'Università di Pavia.

A Lodi hanno sede alcuni importanti musei, tra cui il Museo civico, la Collezione anatomica Paolo Gorini, il Museo di scienze naturali, il Museo del tesoro del tempio dell'Incoronata, il Museo diocesano di arte sacra e il Museo della stampa e stampa d'arte.
La cucina lodigiana, pur essendo originaria di un territorio molto vicino a Milano, presenta peculiarità proprie ben definite.

È prevalentemente caratterizzata dalla produzione casearia: numerose ricette tipiche si basano sull'impiego dei formaggi locali e soprattutto del burro. Frittate, zuppe, risotti e insaccati di maiale rappresentano le altre specialità della gastronomia lodigiana; esistono anche numerosi dolci tradizionali.

La Raspadüra è un modo di servire il formaggio grana presentandolo come sottilissime sfoglie, raschiate con un particolare coltello da una forma di Tipico Lodigiano oppure di Grana Padano giovane, stagionato dai quattro ai sei mesi. La raspadüra viene solitamente servita come antipasto, spesso accompagnata da salumi, noci o funghi, ma può anche essere utilizzata per guarnire primi piatti come il risotto o la polenta. Nacque come cibo povero: in passato era ricavata da forme di grana imperfette, mentre oggi sono impiegate forme d'alta qualità, stagionate per essere tagliate senza sfaldarsi.
Pes en carpiòn è un'antipasto primaverile a base di piccoli pesci d'acqua dolce (tipicamente ghiozzi, cobite e lamprede), fritti e successivamente macerati in acqua e aceto con l'aggiunta di cipolla, aglio e prezzemolo.
Turtìn è un antipasto tipicamente autunnale, preparato col sangue fresco di oca, anatra o tacchina, che viene battuto per impedirne la coagulazione e mescolato con burro, panna e latte. L'impasto – a cui vengono aggiunti successivamente formaggio grana, pane e amaretti grattugiati, oltre a sale, pepe e noce moscata – viene cotto con sugna di maiale e servito caldo.

Fritada cun le urtìš è una frittata sottile preparata con le cime del luppolo selvatico ("urtìš" in dialetto lodigiano) che cresce tra aprile e maggio. Da servire fredda come antipasto.
La Fritada en carpiòn è un tipico antipasto estivo: è una frittata a base di carne di vitello e verdure lessate, da servirsi fredda con un "carpione" di cipolle fritte e macerate in acqua e aceto.
La Fritada rugnùša è una semplice frittata arricchita con salamella tritata; viene solitamente consumata calda, accompagnata da un contorno di cicoria e cipolle novelle.
La Fritadine è un piatto caldo di frittate guarnite con raspadüra, burro e Granone Lodigiano (grattugiato a grana grossa) gratinato.
Il Ciudìn sut'oli è un antipasto a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso), bolliti nell'aceto e conditi con sale, pepe, cannella, aglio, foglie di alloro, chiodi di garofano e olio d'oliva.

Il Rišòt rugnùš è un risotto a base di salsa di pomodoro e salamella tritata, mantecato con burro e formaggio. Si tratta di uno dei piatti più caratteristici della gastronomia lodigiana.
Il Minestròn è il tipico stufato di verdure (cipolle, fagioli, carote, patate, zucchine, sedano, pomodori), insaporito con l'aggiunta di alloro, basilico, prezzemolo e rosmarino. Viene cotto con burro e pancetta.
La Minestra maridàda è preparata con riso, uova, lardo e foglie di bietola, da consumare calda.
Il Riš e lat è un piatto povero della tradizione contadina a base di riso cotto con latte e burro.
Il Rišòt cun verše e fasöi è mantecato con burro e formaggio, insaporito con l'aggiunta di verza finemente tritata e fagioli borlotti.
Il Riš e landri è una minestra a base di riso bollito, lardo, formaggio grana, burro e foglie di navone selvatico ("landri" in dialetto lodigiano) tagliate finemente. È possibile aggiungere una cotenna di prosciutto crudo.
La pasta al mascarpòn sono dei maltagliati conditi con un impasto di mascarpone e tuorlo d'uovo, insaporito con l'aggiunta di sale, noce moscata e Granone Lodigiano grattugiato.

La Büšèca è la trippa cucinata alla lombarda con pancetta, verdure (carote, sedano e cipolle), fagioli, burro e brodo di sola carne. Per tradizione viene consumata in occasione della festa patronale di san Bassiano (19 gennaio).
Le Pulpéte ligàde sono involtini di lonza di maiale ripieni di formaggio grana e pane grattugiati, da servirsi caldi con un poco di polenta.
Le Rane en ümid sono rane arrostite ed accompagnate da un intingolo a base di pomodoro, aglio e prezzemolo.
Il Dunél en ümid è un piatto a base di carne di coniglio ("dunél" in dialetto lodigiano), cotta con burro, olio d'oliva, cipolle, carote, sedano e pomodori. Da servirsi con la polenta.
La Pulenta pastisàda è la polenta tradizionale di farina di semola, accompagnata da un sugo a base di burro, olio d'oliva, cipolla, pomodoro e carne tritata (vitellone, pollo oppure maiale). Dopo la cottura, il piatto viene guarnito con fiocchi di burro e raspadüra.
Il Veršin en criculòn sono foglie di verza cotte con burro e salsa di pomodoro, da servirsi con formaggio grana grattugiato e salumi lessati.

Fungi e salsìsa è un semplice piatto caldo a base di funghi "chiodini" (prataioli di gelso) e pezzi di salamella cotti nel burro; il tutto viene infine condito con aglio, prezzemolo e formaggio grana grattugiato.
La Süpa di morti è la minestra tipica del giorno in cui la religione cattolica celebra la commemorazione dei defunti (2 novembre). È preparata con costine di maiale, cotenne, burro, olio d'oliva, fagioli, formaggio grana e verdure (carote, cipolle e sedano).
La Faraùna al mascarpòn è la faraona ripiena di mascarpone da cuocere con latte, burro, olio d'oliva e verdure.

La Tortionata, nota anche con il nome di "turta de Lòd", è un dolce friabile a base di mandorle e burro. Vanta antiche origini: probabilmente esiste dal tardo medioevo, anche se acquistò maggiore diffusione solo agli inizi dell'Ottocento.
I Meìn sono i dolci tradizionali del mese di novembre a base di burro e farina, si mangiano sbriciolati nel latte o nella panna.
Il più rinomato tra i formaggi locali è il Grana Padano DOP; viene prodotta parallelamente un'altra versione di formaggio grana chiamata Tipico Lodigiano, che deriva dalla tradizionale produzione del Granone Lodigiano, ormai scomparso: questo antico formaggio è considerato il "capostipite" di tutti i formaggi grana. Le sue caratteristiche erano particolari: era di colore giallo, in quanto veniva aggiunto lo zafferano alla pasta; inoltre, non venendo pressato, durante la stagionatura il siero contenuto formava la caratteristica goccia o "lacrima".

Le forme di lodigiano o di grana giovani vengono tagliate a metà e raschiate con un apposito attrezzo: mediante questa tecnica si ottengono delle sfoglie sottilissime, note come raspadüra. Altri formaggi tipicamente lodigiani sono il mascarpone PAT e il pannerone PAT, entrambi preparati con la panna.

Il 19 gennaio di ogni anno si svolge la festa patronale di san Bassiano. Le celebrazioni religiose si aprono la sera precedente in Cattedrale, dove ha luogo la veglia diocesana presieduta dal vescovo. La giornata festiva propriamente detta ha invece inizio la mattina del 19 gennaio, con il corteo delle autorità civiche da palazzo Broletto al Duomo, accompagnate da figuranti in costume medievale; nella cripta, dove sono custodite le spoglie del santo, vengono pronunciati i discorsi ufficiali del sindaco e del vescovo.
Dopo la messa solenne, sotto i portici di palazzo Broletto ha luogo la distribuzione gratuita di «büšèca», tè caldo e vin brulé; contemporaneamente, nell'arco di tutta la giornata, in piazza della Vittoria si tiene la tradizionale fiera di san Bassiano. Nel pomeriggio, dopo la celebrazione dei vespri, si svolge infine la cerimonia di consegna delle onorificenze civiche e del premio «Il Fanfullino della riconoscenza», attribuito ai lodigiani che si distinguono nei campi dell'impegno sociale e della promozione culturale o scientifica.
Lodi è una delle città del nord Italia in cui santa Lucia è venerata come portatrice di doni: secondo la tradizione, nei giorni antecedenti la ricorrenza del 13 dicembre, i bambini elencano i regali desiderati in una lettera che dev'essere poi inserita nell'urna collocata per l'occasione in Duomo, ai piedi della statua della santa. I preparativi per la festa hanno inizio in uno dei primi pomeriggi del mese, quando in città si svolge la «veglia di santa Lucia», una manifestazione riservata ai bambini della scuola primaria e dell'infanzia. Inoltre, dall'8 dicembre alla mezzanotte del 12 dicembre, in piazza della Vittoria si tiene l'antica fiera di santa Lucia, con bancarelle per la vendita di giocattoli, dolciumi e articoli di artigianato.

Dal 1986 ha luogo ogni anno il «Palio dei rioni», una rievocazione storica che consiste in una serie di sfide tra gli antichi quartieri della città. La giornata del Palio inizia nella Cattedrale, con una messa solenne presieduta dal vescovo; in seguito alla sfilata in costume tradizionale, si svolge la «gara degli anelli», durante la quale un fantino monta su un cavallo di legno e ferro e, spinto da due atleti, deve cercare di infilare con la sua lancia quattro anelli posti ai vertici del quadrilatero di piazza della Vittoria, nel minor tempo possibile. La competizione prosegue poi con la «cursa dei cavài», nella quale i concorrenti devono far percorrere tre giri della piazza al cavallo montato dal fantino cercando di arrivare per primi al traguardo posizionato davanti al sagrato del Duomo. Il rione proclamato vincitore in base alla classifica delle varie prove riceve «el bastón de san Bassan» dalle mani del sindaco della città. Negli anni passati, la graduatoria finale era determinata anche dal alcune competizioni sportive che si svolgevano sul fiume Adda durante l'estate, tra cui una gara di canoa e una di «biciclette fluviali».

Il «Festival dei sette peccati capitali», promosso dal comune, si è articolato in sette edizioni che hanno avuto luogo nella primavera di ogni anno dal 2003 al 2009, richiamando oltre 20 000 presenze per ognuno degli episodi. Ciascuna delle sette edizioni è stata caratterizzata da eventi culturali, dibattiti, mostre e laboratori dedicati a uno dei sette vizi capitali della tradizione filosofica occidentale. A partire dal 2010, la rassegna è stata sostituita dal festival «Comportamenti umani».
Il 21 luglio 2007 si è tenuta in città la prima «notte bianca del Palio»; l'evento, organizzato dall'assessorato alla cultura, si è ripetuto in numerose altre occasioni. Dal 2009 si svolge in contemporanea la «notte bianca della cultura», durante la quale i principali monumenti e musei della città rimangono visitabili fino all'una di notte.
Ogni anno il comune organizza la rassegna estiva «Lodi al sole», nell'ambito della quale si svolge anche il «Lodi Blues Festival». L'edizione del 2009 è stata caratterizzata da oltre ottanta eventi distribuiti nell'arco di tre mesi, e ha visto il coinvolgimento stimato di 70 000 spettatori.

Lo sport a Lodi si articola in numerose attività. Società e atleti lodigiani hanno conseguito titoli a livello italiano e internazionale.

La disciplina sportiva più seguita è per tradizione l'hockey su pista. La principale squadra della città, l'Amatori Lodi, ha conquistato uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa di Lega, una Coppe delle Coppe e una Coppa CERS. L'attività maggiormente praticata resta tuttavia il calcio; la società lodigiana A.C. Fanfulla fu protagonista nel campionato di Serie B tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, conquistando poi nel 1984 una Coppa Italia di Serie C.

In città sono in funzione molti impianti sportivi, tra cui lo Stadio Dossenina, riservato al gioco del calcio.




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