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domenica 8 marzo 2015

FIUME SEVESO

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Il Seveso (Sèves in lombardo occidentale), è un fiume italiano a carattere torrentizio lungo 52 chilometri il cui corso si sviluppa interamente nelle provincie di Como, Monza e Brianza e Milano, in Lombardia. Tra Cavallasca e Paderno Dugnano contribuisce a formare il confine occidentale della Brianza. Il Seveso nasce a Cavallasca, in provincia di Como, sul Monte Sasso, in prossimità della frontiera svizzera, a quota 490 m.

Ha una lunghezza di 52 chilometri e scorre coperto dal confine comunale fra Bresso e Milano alla confluenza con il Naviglio della Martesana a Milano, per quasi nove chilometri; in questo tratto riceve il torrente Molia. L'attuale "foce" nella Martesana è sotto via Melchiorre Gioia all'altezza di via Giacomo Carissimi. Da porta Nuova, e dal vicino ponte delle Gabelle, le acque prendono il nome di Cavo Redefossi. Anticamente il Seveso terminava nel Lambro a Melegnano.

Il Seveso è stato il primo fiume che i Romani deviarono a Milano: il suo corso naturale lo portava, provenendo da nordnordovest, a sfiorare la città sul suo lato orientale; in epoca repubblicana, ne captarono le acque più a nord, per sfruttare la lieve pendenza del territorio, e lo indirizzarono a Milano attraverso il Sevesetto: questo alimentava la fossa a difesa delle mura cittadine e, nel contempo, entrava in città, col nome di Grande Sevese. Una seconda derivazione, poco più a valle, venne aperta in epoca imperiale. Penetrava direttamente in città da quella che oggi è piazza San Babila, per alimentare le terme Erculee e, più tardi, direttamente i battisteri della cattedrale.Le acque del Seveso finivano, attraverso la fossa muraria, alla Vettabbia che riprendeva l'alveo del fiume a sudest di Milano e terminava nel Lambro nei pressi di Melegnano.

Quando, nel 1471 terminarono i lavori di costruzione del Naviglio della Martesana alla Cassina de' pomm, le scarse acque in eccesso del naviglio stesso si riversavano nel Seveso poco lontano, ma quando la Martesana fu portata fino a Milano (1496), i due corsi d'acqua si intersecarono, perché lo sbocco del Seveso nella fossa interna era più a est di quello del nuovo canale. All'intersezione, il Seveso venne incanalato, forse per un tratto nel suo antico alveo, dando origine alla roggia Gerenzana, ma il carico idrico su Milano in caso di concomitanti piene del Seveso e della Martesana era diventato eccessivo e si avvertì l'esigenza di creare un canale che potesse scaricarle prima che entrassero, attraverso la conca dell'Incoronata, nel naviglio di San Marco, recapitandole direttamente nella fossa interna più a valle. Lo scolmatore si chiamò Redefosso, probabilmente dalla contrazione di retrofossum che troviamo in documenti antichi a indicarne la posizione arretrata rispetto alle mura di porta Nuova. Con la costruzione delle mura Spagnole, fu naturale che il Redefossi le contornasse dal ponte delle Gabelle (poco a oriente della "nuova" porta Nuova) fino a confluire nella Vettabbia (a quel punto già uscita dalla fossa interna) nei pressi di porta Lodovica. Come vedremo, la soluzione, che per il momento funzionava nella città, fu foriera di disastri a sudest.

La portata aggiunta alla Vettabbia non trovò infatti sufficiente sfogo nell'irrigazione dei terreni circostanti e le esondazioni divennero via via più frequenti e colpirono sia la città, da porta Tosa fino a porta Lodovica, sia le campagne sottostanti con effetti catastrofici. Si instaurò allora una lunga polemica tra chi considerava come soluzione del problema un minore afflusso d'acqua verso la città e chi pensava che un migliore deflusso a valle avrebbe risolto il problema. In realtà, nel 1708 il governo aveva provveduto a una risistemazione dell'alveo del cavo, tra porta Nuova e porta Lodovica, senza ricavarne alcun reale beneficio; dopo la metà del secolo la polemica infuriava coinvolgendo sulle opposte tesi illustri ingegneri-idraulici come Giovanni Antonio Lecchi e Dionigi Maria Ferrari, architetto camerale. A offrire la soluzione, sarà l'ingegnere Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di "Utenti della Vettabbia", che progetterà il prolungamento del Redefossi fino quasi a Melegnano: il costo dell'opera era assai elevato (un milione di lire milanesi), ma con molto realismo il governo austriaco rispose che la cifra era inferiore a quella sborsata in occasione di una delle ricorrenti esondazioni. Così, approfondite le indagini tecniche, i lavori iniziarono nel 1783 e furono terminati nel giro di tre anni. Il percorso era quello odierno fino alla Vettabbia, prima della sua foce nel Lambro.

La copertura e la tombinatura del Seveso a Milano avvennero gradualmente, con l'espandersi della città. Le prime datano dalla fine del XIX secolo e riguardarono il tratto dalla Martesana a porta Nuova, iniziando dai Bastioni e risalendo fino a via Ponte Seveso e in un secondo tempo fino al naviglio, in via Melchiorre Gioia. Sulla destra della Martesana fino a viale Zara (piazzale Istria) a partire dagli anni trenta, mentre i successivi sono una conseguenza del Piano Regolatore Generale della città del 1953 e si estesero verso la periferia, prima sino a Niguarda poi lungo la via Ornato, fino al confine comunale con Bresso in anni più recenti.

Le sorgenti del Seveso, nel Parco Spina Verde di Como, sono state "monumentalizzate": attorno alla fonte principale, da cui sgorga acqua purissima, è stato eretto un piccolo bastione in ceppo, il tipico conglomerato roccioso delle valli prealpine lombarde, e la fonte è protetta da una grata.

La parte più settentrionale (porzione montana) del Seveso è caratterizzata da pendenze piuttosto rilevanti e da un numero elevato di piccolissimi affluenti non sempre "bagnati". Scorre rapido tra pareti rocciose in una valle morenica scavata dal ritirarsi dei ghiacciai dopo l'ultima glaciazione. Questo tratto, caratterizzato da un ambiente naturale ben conservato anche per la scarsa pressione abitativa, si conclude alla confluenza del fosso Lusèrt, prima di Fino Mornasco (alla frazione Andrate-Valle Mulini)

Il tratto centrale del torrente (porzione collinare) è più serpeggiante, con pendenze meno accentuate ed è qui che riceve i suoi non numerosi affluenti: in sponda sinistra il rio Rossola, il rio Acquanegra e i torrenti Sant'Antonio, Serenza e Certesa; quest'ultimo, il più significativo, è a sua volta lungo venti chilometri con un bacino di 62 chilometri quadrati. In sponda destra riceve il solo torrente Comasinella.

Nel tratto finale il fiume scorre con pendenze quasi nulle e sempre in alveo artificiale. Storicamente, invece, era in questo punto che il fiume scorreva praticamente al livello del piano di campagna e le sue acque, in caso di piena, avevano l'opportunità di divagare nel piano circostante. A Palazzolo Milanese, la più settentrionale delle sette frazioni di Paderno Dugnano, dal Seveso esce il Canale Scolmatore di Nord Ovest, progettato nel 1954 e terminato nel 1980: con la sua portata di trenta metri cubi al secondo, doveva essere in grado di scongiurare le esondazioni del Seveso a Milano, ma si è rivelato insufficiente. Già nel 1982 se ne progettò il raddoppio della portata, ma i relativi lavori non sono andati oltre il primo lotto, ultimato nell'ottobre del 2004.

Geograficamente, sarebbe più corretto definire il Seveso come torrente. ma il corso d'acqua ha perso da tempo il suo carattere torrentizio a causa del costante apporto di acque provenienti dal collettamento e dalla depurazione. Il più a monte tra i depuratori è quello di Fino Mornasco che raccoglie le acque e gli scarichi di Villa Guardia e Cassina Rizzardi con oltre un centinaio di "tintostamperie" tessili: nel fiume immette acque di qualità peggiore e in quantità maggiore di quelle naturali. Altrettanto avviene a Carimate.

Nonostante quanto descritto, secondo Arpa Lombardia, la qualità delle acque del Seveso è considerata "sufficiente" almeno fino al rilevamento a valle di Lentate e secondo una ricerca "privata" condotta da studenti dell'Istituto Tecnico "Luigi Castiglioni" di Cesano Maderno, nel 2009 sarebbero stati rinvenuti esemplari di pesci vivi anche notevolmente più a valle (Varedo). È sicuro però che al museo civico di Lentate esistono quattro acquari, con ambiente fluviale, in cui nuotano pesci pescati nel fiume nell'ambito del suo territorio  e a testimonianza del fatto che i pesci ci siano, proprio a Lentate se ne è verificata una moria nel maggio 2010. Altrettanto sicuro è purtroppo che, ancora nel 2009, la qualifica attribuita dall'Arpa alle acque del Seveso a Bresso era "pessima" (ma tendente a scadente), inadatte cioè a qualsiasi uso.

Malgrado il "contratto di fiume", sottoscritto nel 2006 e gli sforzi congiunti delle diverse amministrazioni coinvolte al Seveso resta l'infelice appellativo di fiume nero anche se, nel 2010, le sue acque erano meno scure rispetto al passato e indubbiamente alcuni progressi erano, in questo campo, da registrare. Accanto al fenomeno degli scarichi abusivi, resta dominante quello dell'eccessivo carico antropico lungo la sua asta, e l'inquinamento deriva ancor più dagli usi civili che non da quelli industriali.

Il Catasto Teresiano censiva, nella valle del Seveso, ventitré mulini, di proprietà di nobili o di enti religiosi, ben pochi se si raffronta la situazione con quella dell'Olona o del Lambro. Oltre alla funzione molitoria, azionavano soprattutto segherie. Per la ridotta portata e per la sua variabilità, il Seveso non conobbe mai il tumultuoso sviluppo preindustriale e industriale degli altri due fiumi e anche la situazione insediativa sulle sue sponde, nel tratto montano e buona parte di quello collinare, procedette lentamente, con centri urbani di piccole dimensioni e distanti l'uno dall'altro. L'agricoltura era il principale mezzo di sostentamento degli abitanti: un'agricoltura povera che conobbe un periodo di forte sviluppo con l'introduzione della bachicoltura e lo sviluppo delle seterie comasche. Anche il tratto da Lentate a valle (la storica "Brianza Milanese", sebbene ora la maggior parte dei comuni interessati appartenga alla provincia di Monza e Brianza) aveva nell'agricoltura il suo punto di forza accompagnato dal tradizionale artigianato del mobile.

Nel 1861 la popolazione censita nei dieci comuni tra Lentate del Seveso e Milano era di 25.538 anime, nel 2001 era salita a 209.186. Un andamento assolutamente comparabile si registrò nei comuni contermini e praticamente per l'intera Brianza: questo significò profondi cambiamenti nei modi di vita e negli insediamenti. La valle del Seveso ebbe un forte incremento nell'espansione industriale negli anni venti e trenta del secolo scorso, tanto da diventare, tra Cesano Maderno e Bresso, il maggiore polo chimico dell'Italia settentrionale, ma con la chimica erano presenti la meccanica, il tessile, l'industria alimentare e quella del legno. Nel secondo dopoguerra, alla crisi del settore chimico, alcuni dei quali ebbero strascichi fino al 2010 fece riscontro l'esplosione del settore del legno e del mobile che affiancò, al tradizionale artigianato, piccole, medie e anche grandi industrie mobiliere.

Per avere un esempio della conseguente trasformazione del territorio, citiamo per tutti il comune di Bovisio Masciago: nel 1786 (Catasto lombardo-veneto) il 91% del suo territorio era dedicato all'agricoltura e solo il 5% era urbanizzato; nel 1900 i dati non si discostavano molto da questi, ma nel 2006 le percentuali erano 67,50% urbanizzato e 24,46% agricolo. Il risultato ci dice che il Seveso che scorreva libero nelle campagne e che ancora nel 1950 offriva acque limpide in cui ci si bagnava e le lavandaie facevano il loro lavoro, oggi scorra in un ininterrotto nucleo abitato, in alvei artificiali che spesso coincidono addirittura coi muri degli edifici che lo racchiudano e il grado di inquinamento delle sue acque. Alla fine del secolo scorso la percentuale di suolo edificato e urbanizzato era compresa tra il 22,7% di Lentate sul Seveso e l'81,3% di Cusano Milanino, con una media del 44,6% e proiezioni che portano per il 2010 a un incremento della media fino al 53,6%.

Nelle condizioni descritte, la permeabilità del territorio a margine dell'alveo è estremamente ridotta e questo fa sì che, in caso di pioggia, praticamente l'intera quantità d'acqua caduta dilavi nel Seveso, convogliata dai collettori urbani. Di per sé il bacino imbrifero del fiume è già abbastanza esteso, ma il "bacino colatore" ne supera abbondantemente i limiti perché ampliato con il collegamento, attraverso il cavo Breda, di Cinisello Balsamo le cui acque giungono a Bresso; a Varedo arrivano poi gli scarichi di Cabiate e di Meda, anch'esse località non rivierasche.

Le piene di questo piccolo corso d'acqua sono repentine e rabbiose, talvolta con esiti catastrofici. Ne raccontano la cronache a partire dal cinquecento ed esistono tracce archeologiche di una violentissima, del I secolo, cui si attribuisce la distruzione del primo porto di Milano. Dei guasti provocati attraverso il Redefossi abbiamo accennato sopra.

Quando, nel 1954, il comune di Milano individuò come indispensabile la costruzione di un canale scolmatore delle piene del Seveso, per proteggere Niguarda e i quartieri settentrionali, e ne indicò la portata in trenta metri cubi al secondo, si era ancora agli inizi dell'urbanizzazione descritta: gli abitanti dei dieci comuni tra Lentate e Bresso erano all'ultimo censimento (1961) 84.396 contro i ricordati 209.186 del 2001. Il Seveso era ancora un torrente e la sua portata media ancora quella naturale di 1,8 metri cubi al secondo. La previsione di un ulteriore forte sviluppo non era difficile, ma le indicazioni paiono ancora oggi del tutto adeguate e lungimiranti, anche se sembrarono sovrabbondanti allora, tanto che l'opera venne completata solo nel 1980, quando a Niguarda si erano già verificati (1976-1979) ben venticinque episodi di esondazione con allagamento di aree abitate. Gli straripamenti investono il vicino Hinterland milanese (Paderno Dugnano e Bresso), ma soprattutto la parte nord della città, da Niguarda a piazza dei Carbonari, coinvolgendo strade di grande comunicazione come la Comasina e il viale Zara: si tratta in generale di eventi contenuti e con danni limitati (salvo alla circolazione), ma frequenti (62 volte tra il 1976 e il 2000) e si sono ripetuti anche nel luglio 2014, quando l'area allagata si è estesa fino alla zona di Porta Nuova, e nel novembre dello stesso anno, con danni ancora maggiori.

Il 19 settembre 2010, se ne è verificata una tra le peggiori (era la terza dell'anno), con una primitiva stima di 70 milioni di euro di danni, chiusura di 3 stazioni della linea metropolitana M3 per dieci giorni (con allagamenti e detriti fino a 7-8 metri nella fermata "Sondrio"), sospensione di alcune linee di tram e relativi futuri ritardi e ingenti danni nei cantieri della nuova metropolitana M5. In parte, l'allagamento della metropolitana è stato aumentato dalla rottura di una conduttura del diametro di 60 centimetri dell'acquedotto di Milano in viale Zara all'altezza del civico 100, che ha per ore versato acqua nei tunnel dell'M5. L'ammontare reale dei danni è stato comunicato in novembre: venti milioni di euro e un ritardo di due mesi per l'introduzione del primo treno in galleria per i collaudi.

Le polemiche dopo l'accaduto sono state violente; al centro di esse il mancato completamento del raddoppio della portata dello scolmatore, progettato nel 1982 e di cui è stato approntato solo un primo lotto nel 2003 e per il quale erano disponibili le risorse finanziarie. Quest'opera pubblica è oggetto di valutazioni contrastanti: da una parte non viene giudicata sufficiente a scongiurare le esondazioni a Milano, dall'altra è imputata di trasferire inquinamento idrico direttamente nel Ticino e di conseguenza nel Po (nelle cui acque finirebbero in ogni caso). Di per sé, il percorso sotterraneo del Seveso a Milano, fino alla Martesana, è capace di smaltire fino a 45 metri cubi al secondo e questa è la quantità d'acqua che non può essere superata all'imbocco sotterraneo a Bresso, anche perché non si conoscono esattamente le riduzioni della luce dell'alveo provocati dai depositi delle acque (s'ipotizza un restringimento della tombinatura all'altezza di p.le Istria e v. Abbazia che limita ulteriormente la capacità disponibile, senza contare gli apporti dei drenaggi urbani di Bresso e Cusano Milanino che confluiscono in Seveso all'altezza di v. Ornato). Al momento la Provincia di Milano sta eseguendo i lavori di adeguamento parziale del canale scolmatore mentre la Regione e l'Agenzia Interregionale per il fiume Po (autorità idraulica sul reticolo idrografico padano) sta redigendo gli studi preliminari per l'individuazione di 5 aree lungo il Seveso per la laminazione controllata delle piene. Così facendo si definirebbe il cosiddetto "scenario di progetto" dell'Autorità di Bacino per la messa in sicurezza del nord milanese; il fabbisogno finanziario, purtroppo, è attualmente indisponibile.

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giovedì 5 marzo 2015

IL TICINO

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Il Ticino è un importante fiume della Svizzera meridionale e dell'Italia settentrionale, il principale affluente del Po per volume d'acqua e in assoluto il secondo fiume italiano per portata d'acqua dopo quest'ultimo. Il Ticino misura complessivamente 248 km di lunghezza ed è uno dei fiumi meno inquinati d'Italia.Il corso del Ticino è tradizionalmente diviso in tre parti: la parte montana (Ticino Superiore), che scorre in territorio svizzero; la parte lacuale, che riguarda il Lago Maggiore e la parte pianeggiante (Ticino Inferiore), che vede il Ticino scorrere in Italia, nella tratta compresa tra Sesto Calende e il Po. La lunghezza complessiva del fiume è di 248 km, dei quali 91 km percorsi a monte del Lago Maggiore, 47 km percorsi nel Verbano e 110 km percorsi da Sesto Calende al Po, attraverso la Pianura Padana tra Piemonte e Lombardia.

Il tratto di fiume compreso tra le sorgenti e l'immissione nel Lago Maggiore può essere chiamato anche Ticino Superiore. Esso scorre in territorio svizzero, nel Canton Ticino e scaturisce da due sorgenti. La principale si trova sul Passo della Novena non lontano dal confine tra il Canton Ticino (al quale il Ticino dà il nome), l'estrema punta settentrionale della provincia del Verbano Cusio Ossola (Formazza) ed il Canton Vallese. L'altra sorgente, di portata più modesta, si trova, invece, nei pressi dell'Ospizio del Passo del San Gottardo, ad Airolo.

Il ramo di Ticino proveniente dal Passo della Novena, solca la Val Bedretto e ad Airolo si unisce con il ramo proveniente dal Passo del San Gottardo. Qui il fiume inizia a percorrere la Val Leventina, dove scorre spesso incassato tra le rocce (gole di Stalvedro e del Monte Piottino). In questo tratto è, inoltre, ingrossato da un notevole numero di piccoli affluenti.

A Biasca, il Ticino riceve da sinistra il fiume Brenno ed inizia a scorrere in Valle Riviera. Successivamente lambisce Bellinzona, nei pressi di cui riceve da sinistra il Moesa e il Morobbia. Il Moesa, che percorre la Val Mesolcina, nel Canton Grigioni, rappresenta il maggior tributario del Ticino Superiore. In seguito il fiume sbocca nel Piano di Magadino, dove scorre incanalato fin quasi al piccolo delta con cui sfocia nel Lago Maggiore. Poco prima di immettersi nel lago, il Ticino riceve le acque di un buon numero di affluenti minori. Il Ticino Superiore misura 91 km, percorsi totalmente in territorio svizzero e la sua portata media allo sbocco nel Lago Maggiore è di 69 m³/s.

Nel tratto lacuale riceve il contributo di svariati affluenti direttamente sfocianti nel lago, alcuni importanti come la Maggia, il Toce (suo principale tributario), la Verzasca, il Tresa (che drena tutta la zona del lago di Lugano) e il Bardello, emissario del Lago di Varese. Il percorso del Ticino nel Lago Maggiore è di 47 km.

Il Ticino Inferiore costituisce l'unico emissario del Lago Maggiore. Il suo percorso inizia al ponte di Sesto Calende. Da qui il fiume si dirige in direzione sud est, segnando tra l'altro, anche il confine tra il Piemonte e la Lombardia.

Oltrepassato l'abitato di Sesto Calende, il Ticino incontra lo sbarramento artificiale della Miorina, che ne regola il deflusso dal Lago Maggiore. Poco più a valle, si trova la Diga di Porto della Torre, dove il Ticino cede parte della sua portata al Canale Regina Elena, che irriga le campagne del Novarese. Immediatamente dopo, nel territorio di Somma Lombardo, si trova lo sbarramento del Panperduto. Qui gran parte delle acque del Ticino vengono incanalate e vanno ad alimentare il Canale Villoresi ed il Canale Industriale.

Il fiume, privato di buona parte delle sue acque, scorre in un vasto alveo, alimentando alcune rogge molinare, sia in Piemonte, che in Lombardia, le quali un tempo muovevano le pale dei mulini, oggi dismessi.

Al Ponte di Oleggio si trova la Diga Paladella, oggi dismessa, che un tempo era l'incile del Naviglio Grande. Oggi questo primo tratto di naviglio non è più utilizzato e resta tutto l'anno secca, come alveo storico. Attualmente la portata del Naviglio Grande viene immessa a Turbigo, e proviene dal Canale Industriale, che prima di cedere buona parte delle sue acque al Naviglio Grande, aziona le centrali idroelettriche di Vizzola (a Vizzola Ticino), di Tornavento (a Lonate Pozzolo) e Castelli (a Turbigo). La portata residua del Canale Industriale che non viene immessa nel Naviglio Grande, torna al Ticino, alimentando, però, un'altra centrale idroelettrica: la centrale di Turbigo Inferiore.

Poco prima di ricevere la portata residua del Canale Industriale, il Ticino alimenta il Naviglio Langosco, che scorre in Piemonte. Proseguendo di qualche chilometro, sempre in sponda piemontese, il Ticino alimenta il Naviglio Sforzesco. Questo, dopo aver azionato la centrale idroelettrica di Vigevano, si divide in due rami, uno va a portare acqua alle campagne, mentre l'altro torna al fiume.

Presso Abbiategrasso, il Ticino entra interamente in Lombardia, non segnando più il confine col Piemonte. A destra del Ticino si trova ora la Lomellina, un vasto territorio della Lombardia, di cui il Ticino lambisce la città più importante: Vigevano.

Più a valle, presso Motta Visconti, il fiume torna a scorrere a corso unico, dopo che dal Ponte di Oleggio fino a qui, le sue acque si erano divise, naturalmente, in una moltitudine di rami secondari e meandri, creando anche le cosiddette lanche: antichi rami del Ticino, che col passare del tempo il fiume non ha più percorso. Questi ambienti si sono così trasformate in zone umide in cui la fauna e la flora sono lussureggianti.

Tornato a corso unico, il fiume prosegue verso sud est. A Bereguardo il fiume è scavalcato da un famoso ponte di barche, l'unico rimasto sul Ticino. Poco più a sud il Ticino attraversa la città di Pavia, separando il centro storico dalla frazione di Borgo Ticino. Il Ticino confluisce, infine, da sinistra nel Po nel territorio comunale di Linarolo, e precisamente al Ponte della Becca.

Gli affluenti del Ticino Inferiore sono pochi e in genere di scarsa portata. Essi sono: il torrente Lenza, a Sesto Calende; il torrente Strona a Somma Lombardo; il torrente Arno a Castano Primo; il Canale del Latte a Turbigo; il Canale Cavour a Galliate; la Roggia Cerana a Cerano; il Canale Scolmatore di Nord Ovest (che raccoglie le acque in eccesso dei fiumi Olona e Seveso) ad Abbiategrasso; il Naviglio di Bereguardo a Bereguardo; il Naviglio Pavese, Canale Gravellone e Roggia Vernavola a Pavia.

Il Ticino Inferiore misura 110 km e la sua portata media alla confluenza col Po è di 350 m³/s; conta 10 affluenti ed interessa il territorio di quattro province: (Varese, Novara, Milano e Pavia). Inoltre è un ambiente di straordinaria biodiversità nelle acque del fiume sono presenti quasi 40 specie ittiche sebbene alcune di esse come trota marmorata e temolo siano in stato di pericoloso declino. Le specie autoctone sono: alborella, anguilla, barbo canino, barbo comune, bottatrice, carpa, cavedano, cobite comune, cobite mascherato, ghiozzo padano, gobione, lampreda padana, lasca, luccio, panzarolo, persico reale, pigo, sanguinerola, savetta, scardola, scazzone, spinarello, storione cobice, temolo, tinca, triotto, trota marmorata, vairone.

Mentre quelle alloctone sono: abramide, aspio, barbo europeo, carassio, cobite di stagno orientale, gambusia, lucioperca, persico sole, persico trota, pseudorasbora, rodeo, rutilo, siluro, trota iridea.

Il Ticino, grazie alla copiosità delle sue acque ha grande importanza per l'irrigazione ed è un'importante fonte di energia elettrica. Se infatti, fra gli affluenti del Po, occupa solo il 4º posto per lunghezza dopo Adda, Oglio e Tanaro, ed il 3º per superficie di bacino dopo Tanaro e Adda, è però di gran lunga quello più ricco d'acque in ogni stagione, sia come portata media alla foce (ben 350 m³/s), sia come portata minima (54 m³/s), sia come portata massima (5.000 m³/s), al punto che il suo contributo idrico ed il suo regime sono assolutamente determinanti per il Po, rappresentandone da metà ad 1/5 della portata.

In territorio italiano alimenta vari canali artificiali, tra cui il Naviglio Grande che fin dall'epoca medioevale ha avuto grande importanza per i trasporti, oggi non è usato per i trasporti ma per la produzione elettrica, con il Canale Industriale, a cui è collegato, permette il funzionamento di varie centrali idro e termoelettriche garantendo circa il 30% del fabbisogno energetico lombardo. Per gli usi irrigui il Ticino alimenta, tra gli altri, il Canale Regina Elena nella parte piemontese e il Canale Villoresi nella parte lombarda. Altro canale del Ticino, che a dispetto delle ridotte dimensioni, ha avuto rilevanza economica per l'Alto Milanese è la Gora Molinara, che come dice il nome azionava diversi mulini lungo il suo corso.

Il percorso italiano del fiume è interamente protetto da due parchi regionali, che formano nell'insieme il più grande parco fluviale d'Europa:

il Parco Lombardo della Valle del Ticino, creato nel 1974, copre 91.140 ettari, di cui 21.740 urbanizzati dove l'azione del parco è limitata;
il Parco Naturale della Valle del Ticino, creato nel 1978, copre 6.250 ettari formanti una banda stretta lungo la riva destra del fiume.
In Svizzera, invece, all'immissione nel Lago Maggiore il fiume forma le Bolle di Magadino, area naturalistica protetta ricca di flora e di fauna tipiche della zona.

Nonostante il Ticino sia uno dei fiumi più puliti della Lombardia e del Piemonte, dal 2000, le sue acque risentono di un serio problema, noto come problema Arno. La questione ruota tutta attorno al torrente Arno, modesto corso d'acqua del Varesotto e dell'Alto Milanese, le cui acque sono tra le più sporche di Lombardia e non solo. Il torrente anticamente sfociava nel Ticino presso Turbigo, dove ora si trova la cosiddetta Roggia Arno, a causa, però, dell'alta permeabilità del suo alveo a valle di Gallarate, il torrente perdeva le sue acque, spagliando nella campagna tra Lonate Pozzolo, Castano Primo, Nosate e Vanzaghello. Nel Novecento, a causa dei liquami riversati nell'Arno, l'alveo del torrente si è impermeabilizzato, causando sempre più sovente allagamenti che determinavano anche una situazione di degrado ambientale alle campagne circostanti. Nel 2000 si è così proceduto a bonificare l'area di spagliamento e a realizzare dei vasconi per lo spagliamento controllato tra Castano, Nosate e Lonate Pozzolo. I lavori prevedevano che a causa di portate elevatissime del torrente l'acqua in eccesso andasse nel Canale Marinone e quindi nel Ticino. I lavori non vennero però svolti nella maniera più opportuna e questo causò l'impermeabilizzazione dei vasconi, determinando l'afflusso dell'Arno nel Ticino molto spesso. Questa situazione influisce molto negativamente sulla qualità delle acque del fiume, che pur restando di grado buono manifestano un notevole peggioramento a valle di Lonate Pozzolo, soprattutto in tempo di pioggia.

Altro serio problema di cui soffrono le acque del fiume Ticino, è rappresentato dal Canale Scolmatore di Nord Ovest, realizzato tra gli anni sessanta e ottanta, per ovviare ai frequenti allagamenti di cui soffre l'area milanese. Il canale venne realizzato per impedire gli allagamenti causati dal fiume Seveso a Milano. Questo piccolo fiume, è però uno dei più inquinati della Lombardia, e nei tempi di pioggia, riversa nello scolmatore una notevole quantità di liquami, che finiscono poi nel Ticino presso Abbiategrasso. Nei momenti di forti e prolungate piogge il canale accoglie anche la portata in eccesso del fiume Olona, altro fiume la cui qualità delle sue acque è scadente.

Il fatto è che oltre a scaricare nel Ticino le luride acque del Seveso, il canale si è pure sovente rivelato insufficiente ad evitare le inondazioni. Ad esempio nel novembre 2002, le forti e continue piogge causarono lo straripamento del Ticino, dell'Olona, del Seveso ed anche dello Scolmatore di Nord Ovest, che inondò le campagne di Abbiategrasso. Queste situazioni hanno da sempre causato le proteste degli ambientalisti, che hanno contestato il canale fin dalla sua costruzione.

A partire dall'età del bronzo la Valle del Ticino fu culla di un importante civiltà nota come cultura di Golasecca. Inoltre il Ticino fu il teatro di una vittoria di Annibale nella seconda guerra punica (218 a.C.), e nel 1810 vi si suicidò il patriota e letterato Francesco Lomonaco.

Nel 1848 della prima mossa del regio esercito piemontese contro l'Austria, che diede inizio alla prima guerra d'indipendenza italiana.

Nel 2002 la Valle del Ticino è stata istituita quale "Riserva della Biosfera " all'interno del programma Man and Biosphere dell'UNESCO, pertanto è annoverato tra i beni o Patrimoni dell'Umanità da tutelare.

Come tutti i fiumi che corrono ai piedi di catene montuose, anche il Ticino è un bacino nel quale è possibile trovare dell'oro.

Gli antichi Romani lo sapevano molto bene, e lo avevano capito al punto da impiegare, come ci descrive Plinio il Vecchio, una forza lavoro pari a 5.000 schiavi per l'estrazione del prezioso metallo dai bacini fluviali della Bassa Gallia (Piemonte e Lombardia occidentale); ancora oggi, non a caso, lungo il corso del fiume è possibile individuare enormi cumuli di massi ammonticchiati conosciuti come vie Aurifodine, testimonianze di antiche miniere d'oro a cielo aperto distribuite lungo un percorso di quasi due km nel territorio di Varallo Pombia.

L'oro è presente in forma di pagliuzze generalmente non più lunghe di un millimetro, e la potenzialità aurifera del Ticino è calcolata essere di 6-8 grammi per tonnellata di sabbia setacciata.

La ricerca dell'oro alluvionale è oggi soltanto un'attività naturalistico-amatoriale, non remunerativa ma fonte di emozioni e divertimento; questa passione accomuna numerose associazioni soprattutto nella provincia di Pavia.

Nel 1997, il Ticino è stato sede di un'edizione del Campionato Mondiale di ricerca dell'oro.


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