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lunedì 16 marzo 2015

LA VETTABBIA

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La roggia Vettabbia o Vettabia è un canale agricolo in cui si raccolgono le acque derivanti dal Seveso e dalla Mollia, a sud di Milano.

La Roggia Vettabbia nasce in epoca romana, durante le opere di convogliamento delle acque provenienti da nord Milano; il canale riprendeva in parte il corso naturale del Seveso e venne creato con funzioni di scarico delle acque del Seveso deviato a Milano, della Mollia e di altri corsi d'acqua minori. Sfocia nel Lambro in prossimità di Melegnano.

L'origine del nome si rifà probabilmente al termine latino vectabilis (capace di trasportare) in quanto navigabile in epoca antica e una delle ipotesi avanzate sulle ragioni della deviazione dell'Olona a Milano ci dice sia stata quella di aumentare la portata della Vettabbia stessa. A quei tempi i due corsi d'acqua si riunivano alla Vetra, nel luogo dove oggi esiste la piazza omonima, nei pressi della basilica di San Lorenzo. La Vettabbia fu poi, fino alla copertura nel 1929, lo scaricatore principale della fossa interna, dalla quale usciva nei pressi di porta Lodovica. Subito a sud di questa, ha ricevuto fino al 1786 il flusso del cavo Redefossi, scaricatore delle piene della Martesana e del Seveso ed era una costante minaccia, con le sue esondazioni spesso disastrose. Fu proprio il progetto elaborato dall'ingegner Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di "utenti della Vettabbia", a risolvere il problema delle inondazioni provocate dal Redefossi, prolungandolo sino quasi a Melegnano. Attualmente scarica le acque del Grande Sevese e parte di quelle della Darsena che riceve dall'emissario Ticinello e una porzione delle acque depurate di Nosedo.

Superato il problema delle esondazioni, il cavo Vettabbia divenne il tranquillo canale irriguo che è ancora oggi, anche se prima di cominciare a scorrere nelle campagne attraversa a cielo aperto la città per un lungo tratto, probabilmente il più lungo dopo quelli del Naviglio Grande e del naviglio Pavese. Appare con acque limpide in via Carlo Bazzi a Morivione, nell'ex-area OM (Quartiere Spadolini), tra prati ben curati, percorsi pedonali e ciclabili, edifici moderni e piccole vecchie case ristrutturate. Morivione era un antico borgo dove si festeggiava San Giorgio patrono dei lattai e delle latterie e la leggenda dice che prenda il nome dal bandito Vione che ai tempi di Luchino Visconti (signore di Milano) ne taglieggiava e impediva i commerci con la città e nel borgo nel 1349 fu giustiziato per squartamento (qui morì Vione); alla fine dell'Ottocento vi avevano sede la più grande riseria del Milanese e una grossa fornace, che si approvvigionava d'argilla nei dintorni, e un secolo dopo venne la grande fabbrica di veicoli industriali. Attraversata la via Ripamonti, si addentra nel Vigentino e qui, in una laterale senza sbocco, tra via Rutilia e via Serio, sul lato destro troviamo un mulino risalente al XVII secolo. Il restante percorso nell'abitato cittadino è ricco di anse, ma passata via dell'Assunta il canale si inoltra nella campagna rettilineo fino a Vaiano Valle, una frazione agricola di Milano. Sfiora poi Nosedo e sempre con lunghi segmenti diritti giunge a Chiaravalle Milanese. Siamo nell'area del Parco Agricolo Sud Milano, ulteriormente impreziosita da parchi locali che valorizzano gli antichi borghi e i monumenti insigni che ospitano o colgono l'occasione di moderne infrastrutture di non facile impatto (come il depuratore di Nosedo, uno dei più grandi d'Europa) per raggiungere importanti risultati paesaggistici e ambientali.

Uscendo dall'ambito comunale milanese, la Vettabbia attraversa il territorio e il centro abitato di San Donato e il territorio di San Giuliano sul quale incontra l'abbazia benedettina di Viboldone. Avvicinandosi a Melegnano compie un'ampia ansa a nord, sottopassa la via Emilia alla Rampina, e sfocia nel Lambro a nord della città, in una vasta area boscata che ospita anche un'oasi del WWF. Un tempo, secondo le testimonianze storiche, qui sorgeva il porto Portus mediolanensis) dove si svolgevano intensi scambi da e per Milano.

Negli ultimi decenni del XX secolo, la Vettabbia offriva un evidente esempio del generale malgoverno della natura: le sue acque, che pure nei secoli precedenti avevano veicolato i reflui fognari di Milano nelle campagne fertilizzandoli e arricchendoli, erano così cariche di inquinanti di origine industriale da non potere più essere usate nell'irrigazione; persino il bestiame alimentato con il foraggio ottenuto si ammalava. Prati, marcite e risaie vennero espiantati e si diffuse il mais praticamente in forma di monocultura; ora, soprattutto dopo l'entrata in funzione del sistema depurativo di Milano, la situazione è in netto miglioramento e tornano, in diversi casi, le coltivazioni tradizionali. Ora, dopo i buoni risultati ottenuti, le idee e le iniziative si moltiplicano e dalla Regione viene la proposta di un "percorso verde" che partendo dal Parco delle Basiliche a Milano possa raggiungere Melegnano attraversando l'intera valle e coinvolgendo anche le vicine aree del Ticinello e del Lambro meridionale.


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domenica 8 marzo 2015

RICORDANDO SEVESO.....

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Il disastro di Seveso è avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube della diossina TCDD, una sostanza chimica fra le più tossiche.

Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.

Verso le 12:37 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA sito nel territorio del comune di Meda, al confine con quello di Seveso, il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria e la temperatura salì oltre i limiti previsti. La causa prima fu probabilmente l'arresto volontario della lavorazione senza che fosse azionato il raffreddamento della massa, e quindi senza contrastare l'esotermicità della reazione, aggravato dal fatto che nel processo di produzione l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.

L'esplosione del reattore venne evitata dall'apertura delle valvole di sicurezza, ma l'alta temperatura raggiunta aveva causato una modifica della reazione che comportò una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche. La TCDD fuoriuscì nell'aria in quantità non definita e venne trasportata dal vento verso sud. Si formò quindi una nube tossica, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio. Il comune maggiormente colpito fu Seveso, in quanto situato immediatamente a sud della fabbrica.

Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi. Non vi furono morti, ma circa 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall'esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee. Quanto agli effetti sulla salute generale, essi sono ancora oggi oggetto di studi. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell'alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell'evento solamente otto giorni dopo la fuoriuscita della nube. Nell'area più inquinata, il terreno fu depositato in vasche. Fu apportato un nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento, che ha dato origine al Parco Naturale Bosco delle Querce.

All'indomani del disastro fu aperto un processo giudiziario intentato dalla Regione Lombardia contro l'ICMESA sia una procedimento penale che una causa civile, avviato dalla Procura della repubblica di Monza.
Il 25 marzo 1980, dopo una trattativa iniziata da oltre un anno, dal presidente della Regione, Cesare Golfari, il sottosegretario agli interni Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d´amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi, per far sì che la società pagasse la somma di Lire 103 miliardi e 634 milioni per il "disastro di Seveso". La transazione trattava un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato Italiano e 40 miliardi e mezzo alla Regione Lombardia per le spese di bonifica, mentre 47 miliardi furono destinati ai programmi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione. Fu deciso di costituire una Fondazione per ricerche ecologiche, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo. La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi. L'accordo di risolvere i processi per via bonaria, favorirono la Givaudan evitandole i procedimenti giudiziari che furono annullati.

I danni subiti dai privati furono liquidati dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi, liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati e con una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.

Il territorio del Seveso fu suddiviso in tre zone a decrescente livello di contaminazione sulla base delle concentrazioni di TCDD nel suolo: zona A, B, e R. Le abitazioni comprese nella zona A, la più colpita, furono demolite e il primo strato di terreno venne rimosso; gli abitanti furono evacuati e ospitati in strutture alberghiere. La zona A venne presidiata dalle forze dell'ordine per impedire a chiunque di entrarvi. La zona B, contaminata in minor misura, e la zona R, ovvero zona di rispetto, vennero tenute sotto controllo e vi fu imposto il divieto di coltivazione e di allevamento.

Successivamente, vennero create due enormi vasche di contenimento, costantemente monitorate, nelle quali venne riposto tutto ciò che era presente nella zona A, il terreno rimosso e anche i macchinari utilizzati per la demolizione e gli scavi. Al di sopra di queste due vasche poi sorse il Parco Naturale Bosco delle Querce, oggi aperto alla popolazione.

Ricerche effettuate verso la fine degli anni novanta sulla popolazione femminile hanno mostrato, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo prepuberale e alcuni disturbi.
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 33 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione siano elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza in zona A delle madri è 6,6 volte maggiore che nel gruppo di controllo. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di difetti fisici ed intellettuali durante lo sviluppo.

È stato rilevato inoltre che negli anni novanta sono nate molte più bambine che bambini. Ciò è stato correlato al fatto che molti dei genitori di questi neonati erano adolescenti all'epoca del disastro e quindi si presume che la diossina abbia in qualche modo alterato lo sviluppo dell'apparato riproduttivo, prevalentemente quello maschile.

L'ipotesi dell'aumento di tumori riscontrati nella zona è invece controversa. All'epoca del disastro, molti scienziati avevano sollevato la possibilità di un considerevole aumento dei casi tumorali nell'area, ma ricerche scientifiche hanno evidenziato invece che il numero di morti per tumore si sia mantenuto relativamente nella media della Brianza; i risultati di tali ricerche sono però contestati da alcuni comitati civici.

La diossina è una sostanza altamente teratogena, capace quindi di creare gravi malformazioni ai feti. Nonostante all'epoca del disastro in Italia l'aborto fosse praticamente vietato, fatte salve alcune deroghe concesse dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 27 del 1975, nelle quali non rientrava comunque il caso delle ipotetiche malformazioni ai feti, il 7 agosto 1976 i due esponenti democristiani l'allora Ministro della sanità Luciano Dal Falco e quello della giustizia Francesco Paolo Bonifacio, ottenuto il consenso del Presidente del consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono aborti terapeutici per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta. Aborti vennero praticati presso la clinica Mangiagalli di Milano e presso l'ospedale di Desio. I resti degli aborti furono inviati in Germania, a Lubecca, per gli opportuni controlli. La risposta ufficiale giunse nel 1977: pur non essendo evidenti i segni di malformazioni, non era possibile stabilire se queste si sarebbero sviluppate, dato che: «Alcune anomalie congenite, in particolari quelle minori a carico di certi organi – per esempio il cervello – non sono identificabili nelle prime fasi di sviluppo. Inoltre, le conclusioni che si possono trarre da questi studi devono tenere conto del numero limitato di casi studiati, del fatto che gli embrioni erano di diversa età e fase di sviluppo, e del fatto che nella maggior parte dei casi l'embrione non era integro». Altre donne portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli non mostrarono segni di malformazioni evidenti.

All'epoca uniche voci importanti di dissenso furono Il Giornale di Indro Montanelli che scrisse: «Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico» e il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, che disse: «Non uccidete i vostri figli, le famiglie cattoliche sono pronte a prendersi cura di eventuali bambini handicappati». Il dibattito sulla necessità di una regolamentazione dell'aborto attraverso leggi dello stato da anni interessava l'opinione pubblica, acquistando vigore proprio da questo evento e dal dramma che stavano vivendo le donne della zona contaminata. Si arrivò pertanto all'emanazione della Legge 194 del 22 maggio 1978, confermata poi dal referendum del 1981.


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FIUME SEVESO

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Il Seveso (Sèves in lombardo occidentale), è un fiume italiano a carattere torrentizio lungo 52 chilometri il cui corso si sviluppa interamente nelle provincie di Como, Monza e Brianza e Milano, in Lombardia. Tra Cavallasca e Paderno Dugnano contribuisce a formare il confine occidentale della Brianza. Il Seveso nasce a Cavallasca, in provincia di Como, sul Monte Sasso, in prossimità della frontiera svizzera, a quota 490 m.

Ha una lunghezza di 52 chilometri e scorre coperto dal confine comunale fra Bresso e Milano alla confluenza con il Naviglio della Martesana a Milano, per quasi nove chilometri; in questo tratto riceve il torrente Molia. L'attuale "foce" nella Martesana è sotto via Melchiorre Gioia all'altezza di via Giacomo Carissimi. Da porta Nuova, e dal vicino ponte delle Gabelle, le acque prendono il nome di Cavo Redefossi. Anticamente il Seveso terminava nel Lambro a Melegnano.

Il Seveso è stato il primo fiume che i Romani deviarono a Milano: il suo corso naturale lo portava, provenendo da nordnordovest, a sfiorare la città sul suo lato orientale; in epoca repubblicana, ne captarono le acque più a nord, per sfruttare la lieve pendenza del territorio, e lo indirizzarono a Milano attraverso il Sevesetto: questo alimentava la fossa a difesa delle mura cittadine e, nel contempo, entrava in città, col nome di Grande Sevese. Una seconda derivazione, poco più a valle, venne aperta in epoca imperiale. Penetrava direttamente in città da quella che oggi è piazza San Babila, per alimentare le terme Erculee e, più tardi, direttamente i battisteri della cattedrale.Le acque del Seveso finivano, attraverso la fossa muraria, alla Vettabbia che riprendeva l'alveo del fiume a sudest di Milano e terminava nel Lambro nei pressi di Melegnano.

Quando, nel 1471 terminarono i lavori di costruzione del Naviglio della Martesana alla Cassina de' pomm, le scarse acque in eccesso del naviglio stesso si riversavano nel Seveso poco lontano, ma quando la Martesana fu portata fino a Milano (1496), i due corsi d'acqua si intersecarono, perché lo sbocco del Seveso nella fossa interna era più a est di quello del nuovo canale. All'intersezione, il Seveso venne incanalato, forse per un tratto nel suo antico alveo, dando origine alla roggia Gerenzana, ma il carico idrico su Milano in caso di concomitanti piene del Seveso e della Martesana era diventato eccessivo e si avvertì l'esigenza di creare un canale che potesse scaricarle prima che entrassero, attraverso la conca dell'Incoronata, nel naviglio di San Marco, recapitandole direttamente nella fossa interna più a valle. Lo scolmatore si chiamò Redefosso, probabilmente dalla contrazione di retrofossum che troviamo in documenti antichi a indicarne la posizione arretrata rispetto alle mura di porta Nuova. Con la costruzione delle mura Spagnole, fu naturale che il Redefossi le contornasse dal ponte delle Gabelle (poco a oriente della "nuova" porta Nuova) fino a confluire nella Vettabbia (a quel punto già uscita dalla fossa interna) nei pressi di porta Lodovica. Come vedremo, la soluzione, che per il momento funzionava nella città, fu foriera di disastri a sudest.

La portata aggiunta alla Vettabbia non trovò infatti sufficiente sfogo nell'irrigazione dei terreni circostanti e le esondazioni divennero via via più frequenti e colpirono sia la città, da porta Tosa fino a porta Lodovica, sia le campagne sottostanti con effetti catastrofici. Si instaurò allora una lunga polemica tra chi considerava come soluzione del problema un minore afflusso d'acqua verso la città e chi pensava che un migliore deflusso a valle avrebbe risolto il problema. In realtà, nel 1708 il governo aveva provveduto a una risistemazione dell'alveo del cavo, tra porta Nuova e porta Lodovica, senza ricavarne alcun reale beneficio; dopo la metà del secolo la polemica infuriava coinvolgendo sulle opposte tesi illustri ingegneri-idraulici come Giovanni Antonio Lecchi e Dionigi Maria Ferrari, architetto camerale. A offrire la soluzione, sarà l'ingegnere Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di "Utenti della Vettabbia", che progetterà il prolungamento del Redefossi fino quasi a Melegnano: il costo dell'opera era assai elevato (un milione di lire milanesi), ma con molto realismo il governo austriaco rispose che la cifra era inferiore a quella sborsata in occasione di una delle ricorrenti esondazioni. Così, approfondite le indagini tecniche, i lavori iniziarono nel 1783 e furono terminati nel giro di tre anni. Il percorso era quello odierno fino alla Vettabbia, prima della sua foce nel Lambro.

La copertura e la tombinatura del Seveso a Milano avvennero gradualmente, con l'espandersi della città. Le prime datano dalla fine del XIX secolo e riguardarono il tratto dalla Martesana a porta Nuova, iniziando dai Bastioni e risalendo fino a via Ponte Seveso e in un secondo tempo fino al naviglio, in via Melchiorre Gioia. Sulla destra della Martesana fino a viale Zara (piazzale Istria) a partire dagli anni trenta, mentre i successivi sono una conseguenza del Piano Regolatore Generale della città del 1953 e si estesero verso la periferia, prima sino a Niguarda poi lungo la via Ornato, fino al confine comunale con Bresso in anni più recenti.

Le sorgenti del Seveso, nel Parco Spina Verde di Como, sono state "monumentalizzate": attorno alla fonte principale, da cui sgorga acqua purissima, è stato eretto un piccolo bastione in ceppo, il tipico conglomerato roccioso delle valli prealpine lombarde, e la fonte è protetta da una grata.

La parte più settentrionale (porzione montana) del Seveso è caratterizzata da pendenze piuttosto rilevanti e da un numero elevato di piccolissimi affluenti non sempre "bagnati". Scorre rapido tra pareti rocciose in una valle morenica scavata dal ritirarsi dei ghiacciai dopo l'ultima glaciazione. Questo tratto, caratterizzato da un ambiente naturale ben conservato anche per la scarsa pressione abitativa, si conclude alla confluenza del fosso Lusèrt, prima di Fino Mornasco (alla frazione Andrate-Valle Mulini)

Il tratto centrale del torrente (porzione collinare) è più serpeggiante, con pendenze meno accentuate ed è qui che riceve i suoi non numerosi affluenti: in sponda sinistra il rio Rossola, il rio Acquanegra e i torrenti Sant'Antonio, Serenza e Certesa; quest'ultimo, il più significativo, è a sua volta lungo venti chilometri con un bacino di 62 chilometri quadrati. In sponda destra riceve il solo torrente Comasinella.

Nel tratto finale il fiume scorre con pendenze quasi nulle e sempre in alveo artificiale. Storicamente, invece, era in questo punto che il fiume scorreva praticamente al livello del piano di campagna e le sue acque, in caso di piena, avevano l'opportunità di divagare nel piano circostante. A Palazzolo Milanese, la più settentrionale delle sette frazioni di Paderno Dugnano, dal Seveso esce il Canale Scolmatore di Nord Ovest, progettato nel 1954 e terminato nel 1980: con la sua portata di trenta metri cubi al secondo, doveva essere in grado di scongiurare le esondazioni del Seveso a Milano, ma si è rivelato insufficiente. Già nel 1982 se ne progettò il raddoppio della portata, ma i relativi lavori non sono andati oltre il primo lotto, ultimato nell'ottobre del 2004.

Geograficamente, sarebbe più corretto definire il Seveso come torrente. ma il corso d'acqua ha perso da tempo il suo carattere torrentizio a causa del costante apporto di acque provenienti dal collettamento e dalla depurazione. Il più a monte tra i depuratori è quello di Fino Mornasco che raccoglie le acque e gli scarichi di Villa Guardia e Cassina Rizzardi con oltre un centinaio di "tintostamperie" tessili: nel fiume immette acque di qualità peggiore e in quantità maggiore di quelle naturali. Altrettanto avviene a Carimate.

Nonostante quanto descritto, secondo Arpa Lombardia, la qualità delle acque del Seveso è considerata "sufficiente" almeno fino al rilevamento a valle di Lentate e secondo una ricerca "privata" condotta da studenti dell'Istituto Tecnico "Luigi Castiglioni" di Cesano Maderno, nel 2009 sarebbero stati rinvenuti esemplari di pesci vivi anche notevolmente più a valle (Varedo). È sicuro però che al museo civico di Lentate esistono quattro acquari, con ambiente fluviale, in cui nuotano pesci pescati nel fiume nell'ambito del suo territorio  e a testimonianza del fatto che i pesci ci siano, proprio a Lentate se ne è verificata una moria nel maggio 2010. Altrettanto sicuro è purtroppo che, ancora nel 2009, la qualifica attribuita dall'Arpa alle acque del Seveso a Bresso era "pessima" (ma tendente a scadente), inadatte cioè a qualsiasi uso.

Malgrado il "contratto di fiume", sottoscritto nel 2006 e gli sforzi congiunti delle diverse amministrazioni coinvolte al Seveso resta l'infelice appellativo di fiume nero anche se, nel 2010, le sue acque erano meno scure rispetto al passato e indubbiamente alcuni progressi erano, in questo campo, da registrare. Accanto al fenomeno degli scarichi abusivi, resta dominante quello dell'eccessivo carico antropico lungo la sua asta, e l'inquinamento deriva ancor più dagli usi civili che non da quelli industriali.

Il Catasto Teresiano censiva, nella valle del Seveso, ventitré mulini, di proprietà di nobili o di enti religiosi, ben pochi se si raffronta la situazione con quella dell'Olona o del Lambro. Oltre alla funzione molitoria, azionavano soprattutto segherie. Per la ridotta portata e per la sua variabilità, il Seveso non conobbe mai il tumultuoso sviluppo preindustriale e industriale degli altri due fiumi e anche la situazione insediativa sulle sue sponde, nel tratto montano e buona parte di quello collinare, procedette lentamente, con centri urbani di piccole dimensioni e distanti l'uno dall'altro. L'agricoltura era il principale mezzo di sostentamento degli abitanti: un'agricoltura povera che conobbe un periodo di forte sviluppo con l'introduzione della bachicoltura e lo sviluppo delle seterie comasche. Anche il tratto da Lentate a valle (la storica "Brianza Milanese", sebbene ora la maggior parte dei comuni interessati appartenga alla provincia di Monza e Brianza) aveva nell'agricoltura il suo punto di forza accompagnato dal tradizionale artigianato del mobile.

Nel 1861 la popolazione censita nei dieci comuni tra Lentate del Seveso e Milano era di 25.538 anime, nel 2001 era salita a 209.186. Un andamento assolutamente comparabile si registrò nei comuni contermini e praticamente per l'intera Brianza: questo significò profondi cambiamenti nei modi di vita e negli insediamenti. La valle del Seveso ebbe un forte incremento nell'espansione industriale negli anni venti e trenta del secolo scorso, tanto da diventare, tra Cesano Maderno e Bresso, il maggiore polo chimico dell'Italia settentrionale, ma con la chimica erano presenti la meccanica, il tessile, l'industria alimentare e quella del legno. Nel secondo dopoguerra, alla crisi del settore chimico, alcuni dei quali ebbero strascichi fino al 2010 fece riscontro l'esplosione del settore del legno e del mobile che affiancò, al tradizionale artigianato, piccole, medie e anche grandi industrie mobiliere.

Per avere un esempio della conseguente trasformazione del territorio, citiamo per tutti il comune di Bovisio Masciago: nel 1786 (Catasto lombardo-veneto) il 91% del suo territorio era dedicato all'agricoltura e solo il 5% era urbanizzato; nel 1900 i dati non si discostavano molto da questi, ma nel 2006 le percentuali erano 67,50% urbanizzato e 24,46% agricolo. Il risultato ci dice che il Seveso che scorreva libero nelle campagne e che ancora nel 1950 offriva acque limpide in cui ci si bagnava e le lavandaie facevano il loro lavoro, oggi scorra in un ininterrotto nucleo abitato, in alvei artificiali che spesso coincidono addirittura coi muri degli edifici che lo racchiudano e il grado di inquinamento delle sue acque. Alla fine del secolo scorso la percentuale di suolo edificato e urbanizzato era compresa tra il 22,7% di Lentate sul Seveso e l'81,3% di Cusano Milanino, con una media del 44,6% e proiezioni che portano per il 2010 a un incremento della media fino al 53,6%.

Nelle condizioni descritte, la permeabilità del territorio a margine dell'alveo è estremamente ridotta e questo fa sì che, in caso di pioggia, praticamente l'intera quantità d'acqua caduta dilavi nel Seveso, convogliata dai collettori urbani. Di per sé il bacino imbrifero del fiume è già abbastanza esteso, ma il "bacino colatore" ne supera abbondantemente i limiti perché ampliato con il collegamento, attraverso il cavo Breda, di Cinisello Balsamo le cui acque giungono a Bresso; a Varedo arrivano poi gli scarichi di Cabiate e di Meda, anch'esse località non rivierasche.

Le piene di questo piccolo corso d'acqua sono repentine e rabbiose, talvolta con esiti catastrofici. Ne raccontano la cronache a partire dal cinquecento ed esistono tracce archeologiche di una violentissima, del I secolo, cui si attribuisce la distruzione del primo porto di Milano. Dei guasti provocati attraverso il Redefossi abbiamo accennato sopra.

Quando, nel 1954, il comune di Milano individuò come indispensabile la costruzione di un canale scolmatore delle piene del Seveso, per proteggere Niguarda e i quartieri settentrionali, e ne indicò la portata in trenta metri cubi al secondo, si era ancora agli inizi dell'urbanizzazione descritta: gli abitanti dei dieci comuni tra Lentate e Bresso erano all'ultimo censimento (1961) 84.396 contro i ricordati 209.186 del 2001. Il Seveso era ancora un torrente e la sua portata media ancora quella naturale di 1,8 metri cubi al secondo. La previsione di un ulteriore forte sviluppo non era difficile, ma le indicazioni paiono ancora oggi del tutto adeguate e lungimiranti, anche se sembrarono sovrabbondanti allora, tanto che l'opera venne completata solo nel 1980, quando a Niguarda si erano già verificati (1976-1979) ben venticinque episodi di esondazione con allagamento di aree abitate. Gli straripamenti investono il vicino Hinterland milanese (Paderno Dugnano e Bresso), ma soprattutto la parte nord della città, da Niguarda a piazza dei Carbonari, coinvolgendo strade di grande comunicazione come la Comasina e il viale Zara: si tratta in generale di eventi contenuti e con danni limitati (salvo alla circolazione), ma frequenti (62 volte tra il 1976 e il 2000) e si sono ripetuti anche nel luglio 2014, quando l'area allagata si è estesa fino alla zona di Porta Nuova, e nel novembre dello stesso anno, con danni ancora maggiori.

Il 19 settembre 2010, se ne è verificata una tra le peggiori (era la terza dell'anno), con una primitiva stima di 70 milioni di euro di danni, chiusura di 3 stazioni della linea metropolitana M3 per dieci giorni (con allagamenti e detriti fino a 7-8 metri nella fermata "Sondrio"), sospensione di alcune linee di tram e relativi futuri ritardi e ingenti danni nei cantieri della nuova metropolitana M5. In parte, l'allagamento della metropolitana è stato aumentato dalla rottura di una conduttura del diametro di 60 centimetri dell'acquedotto di Milano in viale Zara all'altezza del civico 100, che ha per ore versato acqua nei tunnel dell'M5. L'ammontare reale dei danni è stato comunicato in novembre: venti milioni di euro e un ritardo di due mesi per l'introduzione del primo treno in galleria per i collaudi.

Le polemiche dopo l'accaduto sono state violente; al centro di esse il mancato completamento del raddoppio della portata dello scolmatore, progettato nel 1982 e di cui è stato approntato solo un primo lotto nel 2003 e per il quale erano disponibili le risorse finanziarie. Quest'opera pubblica è oggetto di valutazioni contrastanti: da una parte non viene giudicata sufficiente a scongiurare le esondazioni a Milano, dall'altra è imputata di trasferire inquinamento idrico direttamente nel Ticino e di conseguenza nel Po (nelle cui acque finirebbero in ogni caso). Di per sé, il percorso sotterraneo del Seveso a Milano, fino alla Martesana, è capace di smaltire fino a 45 metri cubi al secondo e questa è la quantità d'acqua che non può essere superata all'imbocco sotterraneo a Bresso, anche perché non si conoscono esattamente le riduzioni della luce dell'alveo provocati dai depositi delle acque (s'ipotizza un restringimento della tombinatura all'altezza di p.le Istria e v. Abbazia che limita ulteriormente la capacità disponibile, senza contare gli apporti dei drenaggi urbani di Bresso e Cusano Milanino che confluiscono in Seveso all'altezza di v. Ornato). Al momento la Provincia di Milano sta eseguendo i lavori di adeguamento parziale del canale scolmatore mentre la Regione e l'Agenzia Interregionale per il fiume Po (autorità idraulica sul reticolo idrografico padano) sta redigendo gli studi preliminari per l'individuazione di 5 aree lungo il Seveso per la laminazione controllata delle piene. Così facendo si definirebbe il cosiddetto "scenario di progetto" dell'Autorità di Bacino per la messa in sicurezza del nord milanese; il fabbisogno finanziario, purtroppo, è attualmente indisponibile.

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