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martedì 19 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : ERBA

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Erba è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Il paese sorge ai piedi delle Prealpi lombarde, a 320 m s.l.m., in Brianza.

L'origine dei vari borghi che in seguito diedero vita ad Erba è piuttosto antica. Il luogo venne infatti abitato in epoche precedenti a quella romana; vi si sarebbero alternati gli Orobi, i Liguri ed i Celti, ma soprattutto i secondi vi lasciarono le loro consuetudini.

L'abitato si è prevalentemente sviluppato alla destra del Lambro e ad ovest della Strada Vallassina ed è lambito a sud dalla SS n.639 del Lago di Pusiano e di Garlate (che collega Lecco a Como), oltre la quale si spingono tuttavia alcune proliferazioni edilizie prevalentemente industriali.
Il territorio comunale confina, da Nord ed in senso orario, con i comuni di Faggeto Lario, Caslino d'Erba, Ponte Lambro, Castelmarte, Proserpio, Longone al Segrino, Eupilio, Merone, Monguzzo ed Albavilla, tutti in provincia di Como.
Il territorio comunale ha una superficie di 1813 ha, di cui 718,91 ha. (39,65%)., costituiscono la superficie agricola utilizzata, ha. 344,24 (18,99%) la superficie a bosco e 163,81 ha. (9,04%) quella improduttiva. La superficie liquida (Lago di Alserio: 28 ha.) e la superficie urbanizzata dovrebbe ammontare a 586,04 ha. (32,32%), in essa comprese le aree con vocazione edificatoria.
Il territorio comunale è pianeggiante solo in prossimità del Lago di Alserio (Piano d'Erba o delle Eupili); per la parte restante è collinare ed in parte anche montuoso: infatti, esso risulta compreso tra le quote 260 (Lago di Alserio) e 1.304 (pendici del monte Bollettone).
L'area urbana risulta formata dall'aggregazione di vari nuclei abitati i quali, espandendosi soprattutto lungo le strade che li collegano e che se ne diramano, si sono progressivamente estesi, in qualche caso saldandosi l'un l'altro.
Ne risulta perciò più propriamente un insieme di abitati, cuciti da una trama viaria irregolare, distribuiti a cavaliere del Lambro, ma prevalentemente alla sua destra. In questa situazione è indefinibile e priva di senso una quota media dell'area urbana in quanto si sviluppa tra le quote 275 e 295 -è vero altresì che gli altri nuclei giacciono quasi "tutti a quote più alte, comprese tra i 300 ed i 350 m.
Gli insediamenti occupano, infatti, le protuberanze collinari e persino le pendici del Monte Bollettone, con frequenti ville signorili, circondate da ampli parchi e giardini.

Erba deve il suo rapido sviluppo, oltre che all'amenità dei luoghi, anche alla felice posizione rispetto alla grande maglia viaria regionale, trovandosi a mezza strada dell'itinerario Lecco - Como (che delimita il bastione morenico dell'alta Brianza) ed all'incrocio di questa con la strada Milano - Bellagio (strada Vallassina).

Il vasto piano meridionale a cavallo del Lambro - lambrone che comprende, appunto, il Piano d'Erba e che sale poi lentamente verso "lo stretto solco vallivo di Ponte Lambro; in esso sorgono gli abitati di Incino, Vill'Incino, Erba (in basso) ed il nucleo di Cassina Mariaga, nonché i recenti insediamenti industriali di Pradelmatto-Sassonia, California e Molinara;
La fascia che delimita a nord-ovest la zona piana e che, con andamento piuttosto mosso, costituisce quasi un terrazzamento di passaggio tra la 'pianura e la montagna; in questa zona sorgono gli abitati di Parravicino, Campolasso, Pomerio, Buccinigo, Erba in alto, Crevenna e Mornìgo;
La zona collinare ad est del Lambro che delimita a nord-est la zona piana ed ha una configurazione piuttosto movimentata, caratterizzata da una più marcata ondulazione (contrapposta al terrazzo precedente); su di essa sorgono i nuclei abitati di Morchiuso, Bindella, Incasate e -più a nord -Brugora, Torricella, Arcellasco, Carpèsino e S.Bernardino. Questa zona rappresenta l'estremità meridionale dell'area collinare compresa tra la valle di Caslino ed il bacino del lago del Segrino;
La zona montana di nord-ovest che, saldandosi al terrazzo pedemontano, occupa le falde sud-orientali del M. Bollettone (1304 m.) e quelle sud-occidentali del M. Croce o di Maiano (1153 m.) e della Bocchetta di lemma (1171 m.).
Sotto il profilo geologico, il territorio "basso" è formato dalle alluvioni fini del Lambrone, prevalentemente marnose ed argillose, le quali - trasportate a valle - hanno lentamente " colmato " l'antico vasto golfo del mare Pliocenico. Il territorio "alto"' fa già parte, invece, del cosiddetto triangolo lariano, una "regione prealpina" situata tra i due rami meridionali del Lario (comasco e lecchese) e marcatamente incisa dalla Vallassina, cioè, da quel tratto della valle superiore del Lambro (nella quale esso prende il nome di Lambrone) che va dalla sorgente (a NO di Magreglio) fino alla "stretta" da cui esso sbocca nella conca pianeggiante di Erba.
Più a sud, le alluvioni del Lambrone formano un vasto dosso al quale si debbono probabilmente il colmamento dell'antica unica e grandiosa conca lacustre che si estendeva per tutto l'attuale Piano d'Erba e la separazione dei due laghi pedemontani di Pusiano e di Alserio.
Il vincolo idrogeologico copre la quasi totalità delle pendici montane del settore-ovest. Tale vincolo - stabilito in base alla legge 30 dicembre 1923, n.3267 -interessa infatti -a partire dalla quota 350 circa- le pendici del Monte Bollettone, le quali si presentano orograficamente accidentate e che, ove non fossero adeguatamente protette, sarebbero suscettibili di erosione del versante, con conseguente pericolo di degrado.
Tale vincolo, ripreso dalla recente legislazione urbanistica regionale lombarda (LUR-n.51/1975), impone sostanzialmente il mantenimento della situazione arborea e colturale in atto, al fine di non compromettere la stabilità dei suoli, consentendosi peraltro il normale governo forestale e rurale.
Il torrente Bova, altro corso d'acqua che interessa il territorio erbese, scende con forti pendenze solcando le pendici di questo versante prima di immettersi nel Lambrone, al confine di Erba con Ponte Lambro.

L'origine di Erba si perde nella notte del tempo, oltre alle testimonianze del Buco del Piombo altri ritrovamenti attestano che il luogo venne abitato nelle epoche precedenti quella romana; vi si sarebbero alternati gli Orobi, i Liguri ed i Celti. Erba, ai tempi dei Romani, era denominata: "Herba" mentre Incino, originariamente "Liciniforum".
Nelle torbiere di Bosisio e di Pusiano (ora abbandonata) sono stati trovati numerosi utensili di silice (coltelli, punte di frecce e di lance, piccole scuri con manico di osso) a testimonianza del fatto che il Piano d'Erba è stato abitato dall'uomo sin dall'età neolitica. In realtà in quell'epoca il Piano non c'era, in quanto i laghetti di Pusiano, Alserio ed Annone formavano l'unico grande lago di "Eupili" su cui gli abitanti (delle età della pietra e del bronzo) avevano costruito le capanne su palafitte in cui vivevano. Reperti del neolitico (punte di freccia), sono stati rinvenuti anche nella grotta denominata "Buco del Piombo" , in territorio erbese .
Non si sa se questi primi abitanti fossero Oròbi, Etruschi od Umbri: da ritrovamenti avvenuti a Buccinigo (tombe) si riconoscono con sufficiente certezza elementi della cultura celtica.
Sull'origine del primo nucleo Incino, e sullo stesso toponimo sussistono tuttora dei dubbi: la tradizione più antica vuoi far risalire il nome "Incino" all'antico Liciniforum citato da Catone e da Plinio; ma presumibilmente il Liciniforum di Catone è Lecco (da Licini, infatti, si fa derivare Lencini e Lenci che è il nome fatino di Lecco), mentre l'etimologia di Incino è forse da ricercare più nel mondo germanico che in quello latino. Stando alla tradizione più condivisa (che vuole Incino derivato da Licinoforum), quel nucleo sarebbe stato fondato da un Licinio Crasso nel 608 dalla fondazione di Roma, cioè quasi un secolo prima di Cristo; ma ciò non è provato: le prime iscrizioni -su frammenti di lapidi rinvenute nei campi presso Incino -possono essere infatti datate solo.al V sec. D C (in una di esse si parla di un Longino e di un Fausto, Consoli nel 490 DC).
Di Erba si hanno notizie ancora più scarse, anche se in tutta la zona pedemontana che va da Vill'Albese a Crevenna sono state rinvenute numerose tombe, in cui sono stati trovati monete, vasi lacrimatoi ed ornamenti metallici . A giudicare dai numerosi ritrovamenti di epoca romana è tuttavia quasi certa l'esistenza, in questi luoghi, di un abitato romano di qualche importanza.
A guardia delle strade di comunicazione per Corno, Milano e Lecco stettero comunque i due castelli di Erba e di Incino.
Del Castello di Erba non rimangono, purtroppo, vestigia, salvo il nome della "piazza del Castello" ad Erba in alto.
E' tuttavia impossibile sapere con certezza quando esso sia sorto: alcuni storici ne parlano a proposito dell'invasione degli Ungheri (a partire dal 889); altri lo citano a proposito della difesa dei Municipi della Martesana da Ariberto da Intimiano (arcivescovo di Milano ed ideatore del Carroccio), insieme ai nomi di Buccinigo e di Parravicino.
Nel Medioevo due importanti castelli dominavano il territorio , uno posto in posizione elevata (Erba alta), di cui rimangono alcuni ruderi e l'altro nell'odierna Villincino ove si trova ancor oggi la pusteria ed una torre con inserita una graziosa bifora.
Del Castello di Incino rimane invece un significativo avanzo di portale ancora ben conservato.

Nessuna testimonianza rimane delle dominazioni longobarde e franche, che lasciarono tuttavia nella zona la divisione feudale; Erba ed Incino ne rimasero fortunatamente indenni e vissero come liberi comuni anche durante le calate del Barbarossa. Quest'ultimo, nella vicina Tassèra di Carnìgo, fu sconfitto dai milanesi ai quali quei liberi comuni (Orsenigo e tutta la Pieve di Incino) avevano dato un valido e decisivo aiuto (1160). Milano ricompensò questi modesti ma valorosi comuni alleati investendoli del diritto di fregiare le proprie insegne con lo stemma di Milano: il che comportava a loro favore una serie di privilegi oltre ad ampie immunità. Per effetto di tali concessioni la Comunità di Erba fu aggregata ai cittadini milanesi di Porta orientale, nella parrocchia di S. Babila. Tali privilegi restarono operanti fino all'invasione francese del 1796.
Nel corso del secoli fatti ed avvenimenti di ogni genere coinvolsero gli abitanti di Erba e particolarmente il XII e il XIII secolo furono teatro di guerre e distruzioni rimane famosa oltre alla battaglia di Tassera, anche le terribili e ripetute distruzioni di Incino, prima per opera dei Visconti nel 1278 e poi dai Torriani nel 1285.
Durante il XIII ed il XIV sec. Erba seguì le vicende di Milano, che era contesa tra i Torriani ed i Visconti. Infatti i Torriani, dopo aver devastato molti paesi della Martesana e particolarmente Incino, si impadronirono nel 1278 del Castello di Erba. Sette anni dopo fu la volta di Ottone Visconti che occupò Incino, ne abbatté la rocca e ne incendiò e rovinò il borgo.
Successivamente Ottone diventò padrone di Milano e scacciò i Torriani, mantenendo la Signoria Viscontea fino al 1447. Erba rifiutò in ogni modo di essere infeudata, facendo valere i privilegi del 1160.Nel 1404 i Signori (Rusca) di Corno fecero Erba l'oggetto di ripetute scorrerie, approfittando del fatto che i Dal Verme non volevano intervenire in difesa del borgo, non avendo questo voluto rinunciare a quei particolari privilegi che lo proteggevano dall'infeudazione. Comunque, dai Visconti il Piano d'Erba passò prima agli Sforza (1453-1470) -che concessero ad Erba una limitata autonomia rispetto al Vicario della Martesana -e poi agli Spagnoli, i qual i restaurarono le antiche strutture feudali e cedettero il territorio ai Conti Archinto (1647).
Negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346” Erba risulta incluso nella pieve di Incino e viene elencato tra le località cui spetta la manutenzione della “strata de Niguarda” come “li zentilhomini da Herba” (Compartizione delle fagie 1346). Nel 1441 Erba, con tutta la pieve di Incino nella quale risulta collocato, venne concesso in feudo dal duca Filippo Maria Visconti ai conti Dal Verme (Casanova 1904). Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e dei successivi aggiornamenti del 1590 e del XVII secolo, Erba risulta ancora compreso nella pieve d’Incino (Estimo di Carlo V 1558, cartt. 24 e 25) dove ancora lo si ritrova nel 1644 (Relazione Opizzone 1644). Con istrumento rogato il 6 luglio 1647 il comune venne concesso in feudo al conte Carlo Archinto (Casanova 1904). Nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751, Erba era sempre inserito nel ducato di Milano, nella pieve di Incino, ed il suo territorio comprendeva anche i cassinaggi di “Molino del piano”, “Cassina sopra il Monte detto Alpe”, Alpetto, Mirabello, Ginochio, Meano, Meanolo, Corgiago, Malpirana e Bajta (Compartimento Ducato di Milano, 1751). Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento del 1751 emerge che il comune, infeudato al conte Filippo Archinti al quale la comunità versava a titolo di convenzione la somma annua di lire 87, contava in tutto 690 anime. Disponeva di un consiglio particolare costituito da 17 deputati ed un sindaco-cancelliere che venivano eletti dal convocato generale con l’intervento del podestà. Restavano in carica tre anni ed a loro era affidata l’amministrazione del patrimonio e la vigilanza sui pubblici riparti. Il sindaco-cancelliere, che veniva retribuito con salario annuale, aveva incarico di conservare presso la sua casa le scritture della comunità. Incaricato delle riscossioni dei carichi e del pagamento delle spese era un solo esattore che veniva eletto con pubblico istrumento per tre anni. Il comune era sottoposto alla giurisdizione di un podestà feudale al quale versava un salario annuo, oltre che alla banca criminale di Milano. Il console prestava annualmente giuramento ad entrambi i giusdicenti (Risposte ai 45 quesiti 1751, cart. 3034). Sempre inserito nella pieve di Incino, Erba compare nell’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753 ancora appartenente al ducato di Milano (Indice pievi Stato di Milano, 1753).
Furono inoltre edificati numerosi conventi come l'Abbadia di S. Antonio a San Maurizio e Santa Maria degli Angioli vicino a Crevenna, dove venivano anche tinti con il mallo delle noci i panni e le tuniche di tutti i frati della Lombardia. Per quanto riguarda l'aspetto religioso la chiesa di Sant'Eufemia rimase per secoli il punto di riferimento principale di tutta l'omonima Pieve. Sulla fine del 1500 San Carlo ordinò il trasferimento della Prepositura da S. Eufemia(Incino) a S.Maria Nascente (Villincino), poiché l'antica chiesa era ritenuta insicura ed inadeguata alle nuove esigenze pastorali. Il periodo delle infeudazioni e della dominazione spagnola sono una triste parentesi per la storia di Erba che si temprò e rifiorì nel 1700.Con Maria Teresa iniziò un periodo di benessere e di sviluppo per tutta la plaga erbese, sorsero filande e numerose ville signorili che ospitarono insigni personaggi della cultura: Monti, Parini, Foscolo.
Nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano (editto 10 giugno 1757), pubblicato dopo la “Riforma al governo e amministrazione delle comunità dello stato di Milano” (riforma Stato di Milano 1755), il comune di Erba venne inserito tra le comunità della pieve di Incino, nel territorio del ducato di Milano. Nel 1771 il comune contava 1.200 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Solo con la successiva suddivisione della Lombardia austriaca in province (editto 26 settembre 1786 c), il comune di Erba, sempre collocato nella pieve d’Incino, venne inserito nella Provincia di Como. In forza del nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791, la pieve di Incino, di cui faceva parte il comune di Erba, venne inclusa nel VII distretto censuario della provincia di Milano (Compartimento Lombardia, 1791).
A seguito della suddivisione del territorio in dipartimenti, prevista dalla costituzione della Repubblica Cisalpina dell’8 luglio 1797 (Costituzione 20 messidoro anno V), con legge del 27 marzo 1798 il comune di Erba venne inserito nel Dipartimento del Lario, Distretto di Erba (legge 7 germinale anno VI). Con successiva legge del 26 settembre 1798 il comune venne trasportato nel Dipartimento dell’Olona, Distretto XXVI di Erba (legge 5 vendemmiaio anno VII). Nel gennaio del 1799 contava 1240 abitanti (legge 20 nevoso anno VII). Secondo quanto disposto dalla legge 13 maggio 1801, il comune di Erba, inserito nel Distretto primo di Como, tornò a far parte del ricostituito Dipartimento del Lario (legge 23 fiorile anno IX). Con la riorganizzazione del dipartimento, avviata a seguito della legge di riordino delle autorità amministrative (legge 24 luglio 1802) e resa definitivamente esecutiva durante il Regno d’Italia, Erba venne in un primo tempo inserito nel Distretto VII ex milanese di Erba (Quadro dei distretti 1802), classificato comune di III classe (Elenco dei comuni 1803), e successivamente collocato nel Distretto I di Como, Cantone IV di Erba.
Ma è il 1800 che determino per Erba il periodo d'oro e di notorietà culturale e turistica.
In base alla nuova compartimentazione territoriale del Regno Lombardo – veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Erba venne inserito nella Provincia di Como, Distretto XIV di Erba. Il comune di Erba, dotato di convocato, fu confermato nel Distretto XIV di Erba in forza del successivo compartimento delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). Col compartimento territoriale della Lombardia (notificazione 23 giugno 1853), il comune di Erba venne inserito nella Provincia di Como, Distretto XIV di Canzo. La popolazione era costituita da 1562 abitanti.
Subite le occupazioni francese ed austriaca (1814), il Comune fu invaso dal Piemonte nel 1859 ed annesso al Regno d'Italia.
In base al compartimento territoriale del Regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805 a) il cantone IV di Erba, compreso nel dipartimento del Lario, distretto I di Como, includeva i seguenti comuni: Albesio, Alserio, Anzano con Cassina Pugnano, Monticello e porzione di Monguzzo, Arcellasco con Torricella, Carpesino, Brugora e Cassina Torchiera, Brenno con Camisasca, Buccinigo con Molena, Carcano con Corogna, Casletto, Cassano con Sirtolo, Centemero con Musico, Colciago con Cassina Marcetta, Cassina Careggia, Cassina Visconti e porzione di Calpuno, Crevenna con Mornigo, Erba, Fabbrica, Incino con Villincino, Rogora e Ferrera, Lambrugo, Lezza, Lurago con porzione di Calpuno, Merone, Moiana, Monguzzo con Nobile, Nibionno con Tabiago e Zibrone, Orsenigo con Parzano, Parravicino con Pomerio e Caseglio, Ponte con Cassina Busnigallo, Rogeno con Calvenzana, Maggiolino, Molino del Leone e Molino del Maglio, Tregolo con Costa Masnaga, Somarino e Pettana, Villa Albese con Cassina Saruggia. La popolazione complessiva era di 18.885 abitanti. Con il decreto di aggregazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809), che disegnò il nuovo assetto amministrativo del territorio comasco, il numero dei comuni del cantone passò da 28 a 12: Albese, Alzate, Anzano, Carcano, Erba, Lurago ed uniti, Merone, Nibionno ed uniti, Ponte, Rogeno, Tregolo e Vill’Albese. La popolazione ammontava a 15.184 abitanti. Il decreto di concentrazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 30 luglio 1812) confermò, per i comuni del cantone IV di Erba, le variazioni previste dal precedente provvedimento del 1809, eccezion fatta per l’ex comune di Albese che venne aggregato a Vill’Albese e per il comune di Merone che assunse la denominazione di comune di Nobile.
In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Erba con 1.589 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento XI di Erba, circondario I di Como, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 1.676 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.724 (Censimento 1871); abitanti 1.717 (Censimento 1881); abitanti 2.016 (Censimento 1901). Nel 1906 il comune di Erba venne aggregato al nuovo comune di Erba Incino.
In base al compartimento territoriale del Regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805 a) il cantone IV di Erba, compreso nel dipartimento del Lario, distretto I di Como, includeva i seguenti comuni: Albesio, Alserio, Anzano con Cassina Pugnano, Monticello e porzione di Monguzzo, Arcellasco con Torricella, Carpesino, Brugora e Cassina Torchiera, Brenno con Camisasca, Buccinigo con Molena, Carcano con Corogna, Casletto, Cassano con Sirtolo, Centemero con Musico, Colciago con Cassina Marcetta, Cassina Careggia, Cassina Visconti e porzione di Calpuno, Crevenna con Mornigo, Erba, Fabbrica, Incino con Villincino, Rogora e Ferrera, Lambrugo, Lezza, Lurago con porzione di Calpuno, Merone, Moiana, Monguzzo con Nobile, Nibionno con Tabiago e Zibrone, Orsenigo con Parzano, Parravicino con Pomerio e Caseglio, Ponte con Cassina Busnigallo, Rogeno con Calvenzana, Maggiolino, Molino del Leone e Molino del Maglio, Tregolo con Costa Masnaga, Somarino e Pettana, Villa Albese con Cassina Saruggia. La popolazione complessiva era di 18.885 abitanti. Con il decreto di aggregazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809), che disegnò il nuovo assetto amministrativo del territorio comasco, il numero dei comuni del cantone passò da 28 a 12: Albese, Alzate, Anzano, Carcano, Erba, Lurago ed uniti, Merone, Nibionno ed uniti, Ponte, Rogeno, Tregolo e Vill’Albese. La popolazione ammontava a 15.184 abitanti. Il decreto di concentrazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 30 luglio 1812) confermò, per i comuni del cantone IV di Erba, le variazioni previste dal precedente provvedimento del 1809, eccezion fatta per l’ex comune di Albese che venne aggregato a Vill’Albese e per il comune di Merone che assunse la denominazione di comune di Nobile.
La popolazione industriosa ha saputo ben utilizzare le risorse presenti sul territorio e, con l'avvio delle Ferrovie Nord nel 1879, si è decisamente imposta come centro attivo, ricco di storia e di cultura.
Nel 1912 giunse da Como la tranvia, prolungata nel 1927 fino a Lecco. Le comunicazioni con i maggiori centri vicini furono così completate ed Erba - che nel 1906 si era unita ad Incino -iniziò il suo fortunato decollo. commerciale e produttivo.
Nel 1927 venne ricostituito il comune autonomo di Erba con i soppressi comuni di Bucinigo, Cassina Mariaga, Crevenna ed Erba Incino, disaggregandone il territorio dal comune di Erba Incino (R.D. 15 dicembre 1927, n. 2515). In base alla legge sull’amministrazione locale emanata nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1928 al comune di Erba vennero aggregati i soppressi comuni di Arcellasco e Parravicino (R.D. 11 ottobre 1928, n. 2542). Nel 1928 dal comune di Erba venne staccata la frazione di Pontenovo, aggregata al comune di Merone (R.D. 1° novembre 1928, n. 2563). Popolazione residente nel comune: abitanti 8.537 (Censimento 1931). Nel 1935 dal comune di Erba vennero staccate le frazioni di Molena e Ferrera, aggregate al nuovo comune di Albavilla.

L'attuale comune di Erba è formato dall'unione dei soppressi di Erba Incino, Buccinigo, Cassina Mariaga, Crevenna, Arcellasco e Parravicino. Le varie adesioni si svolsero in varie tappe successive: primo passo il 21 agosto 1906 con la storica unione di Erba con Incino, poi nel 1923 l'adesione di Crevenna, Buccinigo e Cassina Mariaga ed infine nel 1928 l'aggiunta di Arcellasco e Parravicino completarono la formazione del nuovo comune. Il 12 maggio dell'anno 1970 il Presidente della Repubblica decreta al Comune di Erba il titolo di Città, confermandone così le importanti caratteristiche socio-economiche che pone l'abitato di Erba tra i luoghi più rappresentativi ed operosi dell' Alta Brianza.

Erba presenta ovunque una singolare struttura urbana " a nuclei ", che consiste in una pluralità d'insediamenti, diversi per qualificazione e per consistenza e dislocati in un ambito spaziale palesemente "sproporzionato. Infatti, quella che molto impropriamente chiamiamo area urbana non ha il consueto carattere del continuum edificato , ma si presenta piuttosto come un "tessuto" disuniforme in cui i compatti "nuclei" originari (salvo quelli del tutto stravolti e soffocati dai più recenti sviluppi insediativi) sono ancora abbastanza individuabili ed appaiono come dispersi (cioè debolmente "legati") in un inconsistente tessuto connettivo generalmente tenue e comunque ancora tanto "poroso" da risultare scarsamente agglutinante.
I .fattori polarizzanti dei più recenti sviluppi non sono, curiosamente, i singoli nuclei originari: la maggior parte di essi ha perso ormai ogni residua forza aggregante, tant'è che qualcuno è tuttora estraneo ai processi urbanizzativi in atto; sono piuttosto le vecchie arterie di traffico (ed ora anche le nuove) ormai convertite al ruolo di arterie primarie interne; oppure, per gli sviluppi turistici, sono le "emergenze" paesaggistiche.
Ovviamente, il nucleo centrale composite (Erba-Incino-Ròvere) esplica il maggiore effetto polarizzante, non solo per la sua "centralità" ma anche per il suo più alto livello d'infrastrutturazione. Qui i processi di sviluppo edilizio sono perciò più accelerati, convulsi e consistenti, con le inevitabili ed immaginabili conseguenze negative: elevato sfruttamento del suolo, rottura del quadro urbano, disordine ambientale, decadimento estetico complessivo, mortificazione (e talvolta manomissione) delle preesistenze storico-artistiche, carenze infrastrutturali e dotazionali, congestione circolatoria, promiscuità funzionale ecc. Effetti più che normali di un processo urbanizzativo largamente "spontaneo" o troppo debolmente" guidato" da una strumentazione urbanistico-edilizia forse inadeguata a sorreggerlo. Il risultato di un tale distorcente sviluppo è che il secolare equilibrio multipolare, che assegnava ad ogni nucleo un ruolo, una funzione ed una "personalità urbanistica", si va irreversibilmente frantumando, sicché i caratteri originari di ciascuno si stanno perdendo senza essere rimpiazzati da altri caratteri egualmente accettabili né da altre funzioni parimenti gratificanti. In virtù di questo crescente squilibrio la zona centrale dell'area urbanizzata stenta infatti ad assumere quel "volto urbano" che né l'altezza degli edifici, né il loro singolo eventuale pregio architettonico, né la dignità di talune sistemazioni ambientai i riescono da soli ad assicurare; mentre i nuclei periferici rischiano un'irrefrenabile decadenza o per lento ma progressivo svuotamento (di abitanti e di funzioni) oppure per un (non meno allarmante) progressivo processo di "periferizzazione", indotto da sviluppi edilizi tanto banali quanto anomali, non di rado a carattere speculativo o "valorizzativo", che violentano l'integrità delle vecchie concrezioni edilizie e brutalizzano i lineamenti essenziali dell'ambiente.
Egualmente incoerente squilibrato e disarticolato è, nel suo insieme, il processo insediativo delle attività produttive.
Sorretto inizialmente da una logica localizzativa esso è divenuto, nell'ultimo ventennio, incerto contraddittorio e dispersivo, rinunziando alla sicure "economie esterne" che gli sarebbero derivate da un'ordinata concentrazione spaziale, più agevolmente infrastrutturabile e dilagando in "ordine sparso" nel piano, sensibile al solo richiamo delle nuove grandi arterie di traffico od al basso prezzo delle aree più marginali.

Monumenti e luoghi di interesse:

Chiesa di Sant'Eufemia romanica con il campanile risalente alla fine dell'XI secolo;
Monumento ai caduti della prima guerra mondiale di Giuseppe Terragni (1930 circa);
Teatro all'aperto "Licinium";
"Torre di Incino", resti di un antico castello medievale;
Palazzo Chiesa Molinari con annessa cappella, riadattati dall'architetto Simone Cantoni di Muggio;
Grotta naturale Buco del piombo;
Sentieri montani verso le vette dei monti Bollettone (o Bolettone), del Bolletto (o Boleto) e del Panigas, dai quali si gode di ottima vista su tutta la Brianza;
Villa Amalia, villa neoclassica realizzata nel 1801 dal famoso architetto Leopoldo Pollack; ha ospitato Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Ora è sede del Liceo Carlo Porta.
Da visitare:

il centro medievale di Villincino nel cuore della città;
la chiesa romanica di Sant'Eufemia
gli oratori di San Bernardino ad Arcellasco, con affreschi del ‘400
e di San Pietro a Buccinigo dove, a seguito di restauri sono venuti alla luce una crocifissione del 1513 firmata Andrea de Magistris ed un affresco della metà del Trecento, raffigurante un vescovo.
Interessanti i due castelli di origine medievale di Casiglio e di Pomerio: il primo fatto costruire dal cardinale Beltramino Parravicini ed il secondo dimora fortificata con belle bifore e torre lombarda corte chiusa e sale in parte affrescate.
Vale la pena di vedere nella chiesa di S. Maria Assunta di Casiglio il monumento funebre del cardinale Beltramino, opera pregevole del 300, di Giovanni da Campione.
Degna di nota a Crevenna, la chiesa di santa Maria degli Angioli, unico resto dell'ex convento francescano, con il grande affresco della Crocifissione risalente al Cinquecento. Sull'area dell'ex convento Leopoldo Pollack costruì tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, Villa Amalia, frequentata dal Parini, dal Monti e dal Foscolo.
Altri monumenti da segnalare sono la villa Majnoni, sede del Comune, con il suo bel parco ricco di essenze arboree di particolare pregio,
la Villa Ceriani, ottocentesca, sede del Civico Museo. Tra i reperti più importanti conservati sono da segnalare una spada longobarda con impugnatura argentea e due massi avelli di epoca tardo romana.
Ricordiamo poi il monumento ai Caduti dell'architetto Giuseppe Terragni ed il teatro Licinium costruito nel 1928, un suggestivo e unico scenario.
Da un punto di vista naturalistico oltre che storico va segnalata la grotta Buco del piombo, uno dei siti paleolitici più importanti della Lombardia. Ne sono testimonianza numerosi reperti litici (schegge di selce usate da cacciatori nomadi) nonché resti dell'Ursus spelaeus. Da non dimenticare infine le propaggini prealpine del Triangolo Lariano, che fanno da sfondo ad Erba e dalle quali si gode una meravigliosa vista sulla Brianza.



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sabato 16 maggio 2015

UNA VASTA ZONA DELLA LOMBARDIA : LA BRIANZA



La Brianza è un’area della Lombardia che comprende parte delle province di Milano, di Lecco, di Como e della più recente provincia di Monza e della Brianza, è delimitata dalle valli prealpine a nord fino alla sorgente del Lambro, a est fino all’Adda, a sud arriva al Canale Villoresi e a ovest fino al fiume Seveso. Un itinerario in Brianza, terra operosa che evoca le imprese di imprenditori e di industriali di successo, può essere ritagliato partendo dal verde del Parco di Monza verso le Prealpi, per scoprire riserve naturalistiche di grande interesse e ville storiche punteggiate di mirabili giardini.

Il nome della regione deriva probabilmente dal termine celtico brig (colle, altura). Secondo altre fonti, il nome, dovrebbe essere fatto risalire a Brianteo, generale al seguito delle truppe di Belloveso, che dal VII al V secolo a.C. avrebbe occupato il territorio dell'Insubria in Italia Settentrionale, fondando l’antica Mediolanum (l'odierna Milano). Da menzionare i Briganti, una tribù celtica della Britannia che abitava tra i fiumi Tyne e Humber e che potrebbe avere avuto origini comuni con tribù di Briganti Celti delle Alpi con stazionamenti prealpini. Suggestivo è il possibile rafforzarsi del termine dovuto al brigantaggio, quello dei bravi di manzoniana memoria che in Brianza avrebbero trovato rifugio tra boschi e colline (dove vi erano i malcanton ove i viandanti potevano incontrare dei briganti che li affrontavano dicendo o l bursa o la vita o ul canèn da la pipa). Comunque l’origine del nome Brianza più accreditata è quella da brig, bricch, alture; è gustoso menzionare anche i termini brik'kone', briccone, che indicano persona senza scrupoli ma anche persona simpaticamente astuta, persona scaltra, chiusa, ma anche scherzosa.

Un'altra ipotesi si ricollega a studi sulle popolazioni, sulle loro migrazioni e soprattutto sui relativi nomi di origine etnica. I Briganzi (in latino Brigantii), dalla radice celtica brig (altura) il cui nome è interpretabile col termine di "montanari" o di persone provenienti da alture, abitavano in particolare la città celtica di Brigantion poi romanizzata e denominata Brigantium (l’odierna Bregenz in Austria). Questi, spinti dalle invasioni barbariche, con la caduta dell'impero romano migrarono in Lombardia e si sarebbero portati nella zone di Como-Varese-Milano-Monza–Lecco, fermandosi nell'attuale Brianza, allora Brigantia/Briantia (la G celtica tende a volte a sparire davanti alla A, come nel caso di Brigantii/Briantii). Successivi trasferimenti, al di fuori della Brianza, di singoli o di nuclei familiari hanno comportato anche una certa diffusione del cognome derivato ‘Brianzoli’ e di quello ‘Brianza’, o talora di varianti per lo più a causa di errori di trascrizione nei documenti. Esistono in Italia anche il rarissimo cognome Brianta e i cognomi Brianti e Brianzi. Da rammentare poi come esistano diversi toponimi, riferiti a centri abitati, che derivano da ‘brig’.

A Milano, e nelle sue terre circostanti come la Brianza dopo il periodo preistorico e protostorico pre cultura celtica, vi fu la cultura della popolazione celtica che durò finché Roma non sottomise definitivamente l’Insubria, con la susseguente completa romanizzazione anche delle terre brianzole. Dopo molti secoli, nel 313 Costantino I si accordò con Licinio per consentire, con l'Editto di Milano, la pratica del culto cristiano. Nel periodo del vescovo Ambrogio e dell'imperatore Teodosio I, Milano con le terre circostanti divenne centro molto influente della Chiesa d'Occidente; in queste terre Sant'Agostino fu convertito al cristianesimo nel 386 e ricevette il battesimo l'anno seguente; infatti Agostino d'Ippona parla di Cassiciaco come del luogo dove risiedette nel tempo in cui si preparava al proprio battesimo. Cassiciaco sembra si possa identificare con Cassago Brianza. ‘Settimane Agostiniane’ vengono oggi organizzate presso la Chiesa SS. Giacomo Maggiore Apostolo e Brigida Vergine d’Irlanda proprio in Cassago Brianza. Rispetto al Cattolicesimo in queste terre, vi fu fra l’altro anche l’influsso del cattolicesimo irlandese. L’originalità del monachesimo celtico si manifestava attraverso molte caratteristiche fra cui il rimarcare la cosiddetta peregrinatio pro Domino per mare, ovvero la partenza in nave e l'arrivo in una terra dove sarebbe sorto un nuovo monastero. Per quanto concerne il ricordo dell’antica impronta Benedettina è da menzionare l’ex monastero di Brugora a Besana in Brianza. Riguardo ai Francescani, suggestiva è la storia del Convento di Oreno (frazione di Vimercate). Movimenti religiosi/eretici degli Umiliati, dei Patarini e dei Catari, si svilupparono e poi finirono in diversi paesi della Brianza durante il Medioevo. Negli ultimi anni dell'Impero romano vi furono numerose scorrerie barbariche nel territorio, fino al prevalere dei Longobardi. Dopo l'epoca Longobarda si arrivò all'annessione fatta dai Franchi. Nell'XI secolo Milano e le terre circostanti come la Brianza acquistarono una crescente importanza e indipendenza dal Sacro Romano Impero. Milano, distrutta nell'aprile del 1162 da Federico Barbarossa, rinacque dopo la vittoria della Lega Lombarda nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176. Della battaglia, nella tradizione popolare, si ricordano particolarmente il leggendario Alberto da Giussano e il Carroccio su cui era posta la croce di Ariberto di Intimiano. Federico I Barbarossa trovò un'alleata nella città di Monza. Federico permise a Monza anche il diritto, solitamente concesso solo alle città di "sede regia", di riscuotere tasse doganali. Nel periodo delle lotte contro Milano e le altre città della Lega, Monza (la residenza-capitale estiva del regno d’Italia all’epoca di Teodolinda e Agilulfo) era soprattutto un centro amministrativo per il Barbarossa. Questo periodo della storia monzese dura fino al 1185 quando il Barbarossa conclude la pace di Costanza con i rappresentanti dei Comuni della Lega Lombarda. Anche Como (con altri comuni comaschi) fu alleata del Barbarossa. Nel 1159 Como ospitò lo stesso Barbarossa con la consorte Beatrice di Borgogna che erano di passaggio. In questi anni, Como partecipò alla distruzione di Milano (nel 1162) e dell'Isola Comacina filomilanese. In data 23 ottobre 1178, Federico Barbarossa donò alla Comunità di Como, come premio alla loro fedeltà, alcuni possedimenti. Nella successiva disputa fra papato e impero s'inserirono le città della Lega Lombarda e riprese la divisione fra guelfi e ghibellini. La Lega Lombarda era alleata del Papa. Nel 1231 Federico II di Svevia convocò una Dieta a Ravenna dalla quale fece riaffermare la sua autorità sui Comuni ma ciò non ebbe alcuna influenza pratica né immediata né sugli eventi successivi. Nella suddetta contrapposizione tra Lega Lombarda e il nipote del Barbarossa, Lecco sostenne quest'ultimo. Sul finire del XIII secolo la Brianza subì le conseguenze delle lotte per il possesso di Milano tra le famiglie dei Della Torre e dei Visconti che si conclusero con il predominio di quest’ultima famiglia (vedi Battaglia di Desio). L’epoca del Ducato di Milano cominciò con i Visconti. Dopo l'episodica Aurea Repubblica Ambrosiana vi furono poi il Ducato degli Sforza, il primo Ducato francese, il secondo Ducato sforzesco, il secondo Ducato francese, il terzo Ducato Sforzesco cui seguirono il periodo spagnolo e la presenza asburgica austriaca (da rammentare la Pace conseguente al secondo trattato di Aquisgrana). A seguito della campagna di Napoleone Bonaparte nell'Italia settentrionale, nel 1797 il Ducato fu ceduto alla Repubblica Francese dagli Asburgo con il Trattato di Campoformio. Il Ducato cessò così di esistere. Dopo il Congresso di Vienna, con la restaurazione, si costituì il Regno Lombardo-Veneto dipendente dall’Impero austriaco.

La guerra franco-piemontese contro l'impero austriaco (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859) vide confrontarsi l'esercito franco-piemontese e quello dell'Impero austriaco. Con la sua conclusione la Lombardia, tranne Mantova, fu ceduta al Regno di Sardegna e si posero le basi per la costituzione del Regno d'Italia del 1861. Nel 1898, pressoché 40 anni dopo, la situazione economica era gravissima. Si ricorda che in quegli anni emigrarono circa 519.000 lombardi. A Milano, nel 1898, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, gravati dall'esosissima tassa sul macinato, la popolazione affamata insorse e assaltò i forni del pane. L'insurrezione durò vari giorni e fu repressa nel sangue con i fucili e i cannoni al comando del generale Fiorenzo Bava-Beccaris, che poi per questa azione fu insignito con la Croce di grand'ufficiale dell'ordine militare di Savoia, "per rimeritare il servizio reso alle istituzioni e alla civiltà" da Umberto I re d'Italia. Nella feroce repressione militare alcuni calcolano che vi furono (i dati non sono precisi) più di cento persone uccise e centinaia di feriti. Tra le vittime, su di cui si sparò con mitraglia, vi furono anche le persone in fila per ricevere la minestra dei frati. Moti con le conseguenti repressioni vi furono anche in Brianza. Vi fu una caccia a persone in condizioni di vita miserevoli, innocue ma definite, in senso dispregiativo, briganti. Gaetano Bresci, secondo la filosofia di un certo anarchismo militante non pacifista, intese vendicare l'eccidio, perciò decise di uccidere re Umberto I d'Italia in quanto responsabile in capo di questi tragici avvenimenti. L'attentato di Bresci, che risultò fatale per il Re, avvenne a Monza il 29 luglio 1900. Tutti gli amici più stretti e i parenti di Bresci vennero arrestati. L'Avanti!, divenuto capro espiatorio nonostante non fosse affatto vicino agli anarchici, subì un'aggressione, in seguito alla quale vennero arrestati alcuni lavoratori del giornale e nessun aggressore. Molti anarchici (o ritenuti tali) vennero arrestati in tutta Italia e considerati colpevoli di apologia di regicidio.

Il Listone, noto anche come Lista Nazionale, fu un'alleanza politica ideata e presieduta da Benito Mussolini che si presentò nelle elezioni politiche dell'aprile 1924. In dette elezioni il Listone, che su scala nazionale aveva avuto una media non inferiore al 60% dei votanti, era risultata del 18,7% circa in Brianza; in un Comune della Bassa Brianza fu addirittura pari a circa il 13,2%. Vi furono ritorsioni che colpirono molti circoli cattolico-popolari e circoli socialisti.

Dopo il 1946, il territorio della Brianza rimase frazionato nelle province di Como e di Milano. Nel 1992 il territorio della Brianza viene ancora frazionato: parte in provincia di Como, parte in provincia di Milano e parte nella neoistituita provincia di Lecco; dal 2004 il territorio della Brianza viene ulteriormente suddiviso tra provincia di Como, provincia di Lecco, nuova provincia di Monza e della Brianza e provincia di Milano (alcuni comuni situati nella parte nord-est della provincia di Milano).

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, pressoché tutti i comuni del territorio della Brianza fanno parte dell'arcidiocesi di Milano. Questa arcidiocesi segue il rito ambrosiano. La Brianza situata nella provincia di Lecco fa parte dell'arcidiocesi di Milano e segue il rito ambrosiano; la parrocchia di Civate è di rito romano pur appartenendo all'arcidiocesi di Milano. Nella Brianza situata nella Provincia di Como i comuni del decanato di Cantù, Mariano Comense, Asso-Canzo e di Erba, fanno parte dell'arcidiocesi di Milano e seguono il rito ambrosiano, mentre i comuni afferenti ad altri decanati appartengono alla diocesi di Como e seguono il rito romano; la parrocchia di Montorfano era fino al 1981 nell'arcidiocesi di Milano e di rito ambrosiano; Capiago Intimiano: Intimiano è di rito ambrosiano e fa parte dell'Arcidiocesi di Milano mentre Capiago è di rito romano e appartiene alla diocesi di Como. Nella provincia di Monza e della Brianza, i comuni della Brianza ex milanese sono di rito ambrosiano, mentre i comuni del Monzese: Monza, Brugherio e Villasanta, in considerazione di peculiarità storiche, seguono invece il rito romano. A Monza Parco la suddivisione tra i due riti segue il tracciato di "viale Cavriga", che unisce le due porte principali del Parco, Porta Monza e Porta Villasanta: a nord del viale si segue il rito ambrosiano e a sud quello romano. Nella provincia di Monza e della Brianza anche Cornate d'Adda, Busnago e Roncello, sono di rito romano. I comuni brianzoli rimasti nella provincia di Milano fanno parte dell'arcidiocesi di Milano e sono di rito ambrosiano tranne quelli del decanato di Trezzo (Grezzago, Pozzo d'Adda, Trezzano Rosa, Trezzo sull'Adda e Vaprio d'Adda) che pur facendo parte dell'arcidiocesi di Milano, seguono il rito romano. Nel decanato di Trezzo, è ora di rito ambrosiano Pozzo d'Adda; infatti sul territorio comunale erano presenti due parrocchie: una nel capoluogo dedicata a Sant'Antonio Abate e una nella frazione dedicata al SS. Redentore. Inizialmente le due parrocchie seguivano riti diversi: romano nel capoluogo e ambrosiano nella frazione. Con la costituzione dell'unità pastorale tra le due parrocchie, si è unificato il rito e si è adottato unicamente il rito ambrosiano.

Dopo il periodo preistorico e protostorico pre-celti, il periodo dei celti, la romanizzazione, e, successivamente, le numerose invasioni barbariche, fino al prevalere dei Longobardi e quindi dei Franchi, con le relative fusioni di popolazioni e culture, il patrimonio delle tradizioni della Brianza si è formato nelle antiche tradizioni contadine e artigiane del ‘periodo delle Pievi’, dopo il primo millennio. Le Pievi videro poi anch'esse, un succedersi di dominazioni in parte lombarde e in prevalenza di stranieri, che come in precedenza comportarono fusioni di popolazioni e culture, ben incardinate e amalgamate dalle Pievi. Alla fine del periodo delle Pievi, la Brianza vide i maggiori cambiamenti nel secondo millennio dopo la nascita della Repubblica Italiana e poi con l'avvento del terzo millennio. Di seguito si tratta per l'appunto di questo continuum di contesti. Le tradizioni della Brianza derivano dunque da un'antica cultura intimamente legata al suo territorio e alla sua storia. Il termine nominale contemporaneo di Brianza ha origine secondo la tradizione all’incirca dopo l'anno Mille. Il documento scritto in cui compare, con tutta probabilità per la prima volta il nome ‘Brianza’ è datato 16 agosto 1107. Si tratta di un lascito attraverso il quale la vedova del milanese Azzone Grassi dona i suoi possedimenti che aveva, «in loco et fundo seu monte qui dicitur Brianza», per la fondazione del monastero cluniacense di San Nicolao, presso Villa Vergano. Ma il toponimo non sarebbe stato a indicare solo un monte: già nell'iniziale suddivisione in parrocchie e poi in pievi, dei primi vescovi di Milano, (il capoluogo della Lombardia e sede vescovile dell'attuale arcidiocesi di Milano che ha tra le diocesi suffraganee anche quella di Como), si potevano definire sotto il nome di Briantia quantomeno i villaggi ‘Briantini’ che si affacciavano sulla valle di Rovagnate (attualmente in provincia di Lecco). All'inizio del XV secolo, il nome di Brianza si conferma come area regionale. Lo si evince dal patto fatto dai procuratori omnia communia Montis Briantie contrate Martescane al duca Filippo Maria Visconti.Con ‘’….. contrate Martescane …..’‘ si fa riferimento a suddivisioni territoriali di cui viene talora trascurata l'importanza rispetto alla storia e alle tradizioni della Brianza. Queste suddivisioni territoriali erano essenzialmente connesse alle pievi e le pievi alle autorità del clero e alle autorità civili, autorità tra di loro nel tempo anche in conflitto. Se ab initio il termine pieve indicava infatti una circoscrizione ecclesiastica inferiore alla diocesi, in seguito assunse anche funzioni civili. Le pievi hanno determinato le basi forse più intense delle tradizioni della Brianza. Le pievi, talora dimenticate, furono dunque a lungo importanti in Brianza intrecciandosi intimamente con molte vicende storiche. Nel XII secolo, in età comunale, ad esempio, le pievi che sottostavano a precise autorità, si divisero in filo-milanesi e in favorevoli a Federico Barbarossa. La Brianza afferiva prevalentemente a pievi milanesi del contado della Martesana e solo alcuni comuni appartenevano a pievi limitrofe o a pievi del contado di Como dell'omonima diocesi. Al capoluogo delle pievi facevano riferimento i villaggi circonvicini, da cui in definitiva trassero origine gran parte degli attuali comuni. Queste strutture (intese sia come enti dipendenti dal clero sia come enti dipendenti da autorità civili) perdurarono fino a tutto il XVIII secolo, e fino ad allora ebbero un'importanza decisiva anche nel divenire storico-linguistico della Brianza con influenze che durano tuttora. Da quanto fin qui esposto risulta forse opportuno enunciare i nomi di dette pievi. Quelle milanesi erano le pievi di Agliate, di Brivio, di Desio, di Galliano, di Garlate, di Mariano, di Missaglia, di Oggiono, di Pontirolo, di Seveso, di Vallassina e di Incino, di Vimercate; le altre entità amministrative milanesi assimilate alle pievi e concernenti la Brianza erano: Squadra di Nibionno, Squadra dei Mauri, Corte di Casale detta in origine Squadra di Canzo. Altri comuni della Brianza, come complessivamente intesa, erano limitrofi a dette Pievi, oppure appartenenti al territorio del contado di Como. In definitiva furono profonde le trasformazioni, comunque interpretabili, del tessuto sociale brianteo e indotte dal ‘sistema’ delle pievi con le autorità che le dirigevano. Il ‘sistema’ cominciato ecclesiasticamente in epoca medievale, dal XII secolo assunse anche funzioni civili, si modifica parzialmente nel XVII e nel XVIII secolo e si esaurisce nel XVIII secolo, quando vi fu verso di esso il momento di maggior rottura. Nel XIX secolo la Brianza si caratterizzava per un'economia che si fondava sull’artigianato e soprattutto su una fiorente agricoltura oltremodo redditizia per le grandi quanto poche famiglie di possidenti. Oltre allo sviluppo dell'agricoltura, che mostrava sistemi avanzati e tecniche colturali intensive, nell'Ottocento cominciò anche il processo di industrializzazione della Brianza. Dopo la seconda metà del secondo millennio, (più precisamente nella seconda metà del XX secolo), si è trasformata in una delle zone più industrializzate d'Italia.Riguardo ai termini con cui si indicavano e/o si indicano persone e cose dei comuni della Brianza, questi sono : Brianzola, Brianzolo, Brianzole, Brianzoli; Briantea, Brianteo, Briantee, Briantei; arcaici sono  : Briantii e Brianti; desueti sono : Brianzuola, Brianzuolo, Brianzuole, Brianzuoli; Briantina, Briantino, Briantine, Briantini , prevalenti nel passato, (vedi Pagine di storia Briantina; di R. Beretta) . Con Briantitudine, considerato come neologismo , viene inteso un sentimento di riconoscimento delle caratteristiche proprie ed identitarie della Brianza, dei suoi abitanti e dei suoi comuni, nel tempo. Il brianzolo (o brianteo, localmente briansoeu ),sia pure con le parlate leggermente diversificate da paese a paese e financo da quartiere a quartiere, è ancora usato e/o compreso in Brianza, specie dagli ultracinquantenni.

Si possono individuare, all’interno della Brianza, due sottoaree dal punto di vista degli aspetti geologici: una pianeggiante a sud e a ovest e un'altra collinare a nord e a est. La sottoarea, a sud della sottoarea collinare, è la propaggine settentrionale della Pianura padana, occupa il settore più propriamente detto della bassa Brianza, la parte maggiore della Brianza comasca e parte del Meratese. Questa porzione pianeggiante è ascrivibile al territorio dell’Alta pianura, caratterizzato da un suolo permeabile composto da sabbie e ghiaie, in contrapposizione al suolo argilloso e impermeabile della Bassa pianura. Nella sottoarea dell'Alta pianura, vista l’incapacità del suolo di trattenere l’acqua, essa penetra per varie decine di metri finché non incontra uno strato impermeabile. Sulle rocce impermeabili l'acqua scorre fino al punto in cui ha la possibilità di riaffiorare dalla falda freatica, dando origine alle risorgive, vale a dire nella bassa pianura ancora più a sud. La porzione pianeggiante brianzola, da sud a nord, sale molto gradualmente, con un dislivello altimetrico che va approssimativamente dai 160 metri dell'inizio della bassa Brianza ai 370 di Cantù, per una media di +10,5 metri s.l.m. al chilometro. Data la posizione molto settentrionale della pianura briantea, nelle giornate limpide qui si percepisce intensamente che le Alpi formano un “arco” attorno alla Pianura padana. Infatti, oltre che dal Gruppo delle Grigne, dal Resegone e dalle Prealpi Orobiche il paesaggio è dominato dall’imponente mole del Monte Rosa, che compare esattamente a ovest, e non a nordovest come ci si aspetterebbe. La porzione collinare brianzola si estende per lo più in Provincia di Lecco e nel settore nordorientale di quella di Como.

I rilievi briantei sono i primi che il viaggiatore proveniente da Milano e dalla Pianura padana scorge salendo verso la Svizzera, il Lario o la Valtellina. Essi si aggirano mediamente sui 500 – 600 metri, ma in alcuni casi raggiungono altitudini montane: il Monte Barro, 950 m; il monte Cornizzolo, 1241 m; il monte Bollettone, 1317 m; i Corni di Canzo, 1371 m e il monte Palanzone, 1436 m (la cui cima viene sorpassata dal Monte San Primo).

Dall’area collinare principale, quella delle Prealpi del Triangolo Lariano, risulta staccato il circondario del Colle di Brianza, posto più a sud. A dividere le due zone è la Piana di Erba. Questa seconda area è caratterizzata da rilievi più dolci e meno elevati, che culminano con il Monte Crocione, alto 877 metri, anche se probabilmente il colle più famoso è il San Genesio (832 m), dove si trovano le sorgenti del torrente Molgora. Altro rilievo significativo è il Monte Regina (817 m). Le colline brianzole più meridionali sono quelle del Parco regionale di Montevecchia e della Valle del Curone con le tre famose quanto misteriose Piramidi di Montevecchia. Il quadro orografico del Parco del Curone (dove si era ipotizzata la presenza di petrolio) fa sì che esso sia sempre stato ricco di fontanili da cui fontane e lavatoi spesso legati a reperti etrusco-liguri, celtici, romani. Da notare le terrazze, terrazzamenti o ronchi, ove anticamente i contadini avevano coltivazioni. Un fontanile significativo è il fontanile Squallera, antico, da cui sgorga acqua in tutte le stagioni e pare che non geli mai, perché proviene da una profondità tale per cui mantiene sempre una temperatura sopra lo zero. Da ricordare anche il fontanile san Carlo, dove, secondo una leggenda, l'acqua cominciò a sgorgare da sotto la zampa di un cavallo che accompagnava San Carlo Borromeo in visita alla pieve: San Carlo aveva sete e bastò il calpestio di uno zoccolo a far sgorgare l'acqua. Tutta la zona è molto ricca di acque che anticamente venivano incanalate in rogge che portavano acqua a notevole distanza: serviva per irrigare ma anche per lavare. Ancora da ricordare: il fontanile sito in località Mirasole; la fontana in pietra adiacente al lavatoio della Cascina Valfredda; il lavatoio della Verteggera con ponte della Verteggera sito poco a Valle dell'omonima Cascina che sembra derivare il proprio nome dal latino versus agger. L'origine, la funzione e l'epoca di costruzione della struttura sono incerte. Certi o molti fontanili erano di proprietà dei nobili ma durante i giorni festivi talora era concesso anche ai contadini di usare l'acqua per i campi. Antiche carte parlano di lotte e controversie legate all'uso e sfruttamento di queste fonti molto importanti per l'economia del luogo. Da menzionare l'antica cascina Trecate, da non confondersi con il comune di Trecate (Novara), con il relativo pozzo di trivellazione. La cascina Trecate è nota anche per il "sentiero dei Morti"': quando una persona del Trecate moriva, veniva portata in spalla da uomini robusti al cimitero di Maresso. La strada lunga e stretta, e talora con salite e discese ripide, era difficoltosa soprattutto d'inverno specie con la neve o all'opposto quando faceva molto caldo. Inoltre vi è una parte di colline calcaree, nella zona Curone-Montevecchia-Valle Santa Croce e Colle Brianza, che è causa di "sorgenti petrificanti" (costituenti poi ruscelli, con presenza costante di acqua corrente, in cui avvengono fenomeni di travertinizzazione, cioè di formazione di travertini). Le colline brianzole del Parco regionale di Montevecchia e della Valle del Curone raggiungono i 500 metri di altezza. Esse sono facilmente riconoscibili, quando il cielo è libero dalla foschia, dalle guglie del Duomo di Milano. I colli di Montevecchia sono le prime propaggini di un antichissimo anfiteatro morenico, ovvero la lingua più meridionale di un enorme ghiacciaio risalente all’epoca delle glaciazioni.

La Brianza è posta nel pieno centro della Regione dei Laghi italiana. Effettivamente, i numerosi specchi d’acqua e piccoli laghi, di cui è costellata, sono un elemento costituente e insostituibile del suo paesaggio, così vicino al Lario, uno dei grandi laghi.
Il Lago di Annone diviso in due settori dalla penisola di Isella.
Il fiume Lambro a Triuggio.
La regione briantea è solo marginalmente interessata dal lago di Como, che costituisce semmai il suo confine con il Comasco e il Lecchese. Al sistema lacustre lariano appartiene comunque la maggior parte degli specchi d’acqua interamente compresi nel territorio brianzolo. Il più importante è sicuramente il lago di Annone, ventunesimo lago italiano per estensione (5,71 km²) che raggiunge la profondità massima di appena 11 metri. Le dimensioni ridotte e la scarsa profondità possono dar luogo a ghiacciate di parte della superficie durante i mesi invernali. Il lago ha la forma somigliante a un cuore, determinata dalla penisola di Isella – tagliata da uno strettissimo canale – che lo divide in due parti. Lago altrettanto famoso è l’Eupilio o Lago di Pusiano, che deve la sua celebrità alle descrizioni del Parini, nativo di quelle zone. La sua superficie è di poco inferiore ai 5 km² – che lo rendono il 23° specchio d’acqua italiano per estensione – mentre la profondità massima raggiunta ammonta a 24 metri. Altri laghi, in ordine di superficie, sono quello di Garlate (4,6 km²), che segna il confine tra la Brianza, la Val San Martino e il distretto di Lecco; il Lago di Alserio (1,2 km²) in provincia di Como; il Lago di Olginate (0,77 km²) che si apre lungo il corso dell’Adda in provincia di Lecco; il Lago del Segrino (0,35 km²) famoso per le sue acque verde-smeraldo e per le opere di numerosi scrittori e pittori internazionali a esso dedicate, e il Lago di Sartirana (0,1 km²) ameno specchio d’acqua del Meratese dopo di cui vi è il Parco Rio Vallone (con il Rio, da cui prende il nome, che scorre da nord a sud).

Da menzionare il lago proglaciale del Cariggi.

Tra Naresso di Besana in Brianza, Renate, Veduggio e Capriano, esisteva, migliaia di anni fa, un lago glaciale. Il lago si estendeva su un'area di 5 chilometri quadrati ed è stato luogo di insediamenti umani fin dall'età del Bronzo. La zona in cui si estendeva il lago, visibile ancora in periodo medioevale, viene ora chiamata “lago Cariggi”, o torbiera Cariggi e anche solo Cariggi. Infatti, anche se ormai la piana è prosciugata, conserva ancora la caratteristica flora dei luoghi umidi, tra cui la carex, tipico genere di pianta da torbiera: dal suo nome dialettale carìsc deriva il nome italianizzato di “Cariggi”. Con le foglie del carex si ricava la paglia per impagliare le sedie. Resta anche un antico lavatoio, a riprova che il sito è estremamente ricco di acque sotterranee, detto “albergher di ginocch” ancora attivo, dove si racconta che i contadini deponessero, ponendosi in ginocchio, le angurie per renderle fresche e potersi poi dissetare e rinfrescare. L'acqua che sgorga è sempre fresca.

Per quanto riguarda torrenti e fiumi, il fiume maggiore è decisamente l’Adda, di cui sia in passato che oggi (se pur in minor misura) sono sfruttate le correnti per la produzione di energia elettrica. L’Adda, quarto fiume italiano con 313 km di lunghezza, bagna la Brianza Orientale per circa 30 km da Olginate a Cornate d’Adda segnando da Brivio in giù il confine con la Bergamasca. Un celebre passaggio de "I promessi sposi" narra la vicenda di Renzo che, ricercato, deve fuggire all’estero: per farlo decide di attraversare il fiume Adda, che a quel tempo costituiva il confine tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia. In territorio brianzolo esistono tre ponti che mettono in collegamento le due sponde: quello di Olginate – Garlate, quello di Brivio – Cisano Bergamasco e quello di Paderno d'Adda, che è una straordinaria opera di ingegneria. A Imbersago, nel Meratese, è invece attivo un piccolo traghetto costruito su un progetto di Leonardo da Vinci, che permette il passaggio sia di pedoni che di auto, moto e bici. In Brianza l’Adda scorre impetuoso ed è incassato in una valle profonda, coperta da una vegetazione lussureggiante. Il corso del fiume, sia per la particolare irruenza delle sue correnti sia per convogliare le acque nelle centrali idroelettriche, è incanalato in un complesso sistema di chiuse. L’altro fiume importante è il Lambro, (di cui è famoso 'Il Ceppo', una formazione rocciosa), che scendendo dalla Vallassina incontra Canzo e Ponte Lambro. La valle del Lambro è nella Brianza centrale. Dopo aver dato vita al Lago di Pusiano scorre in terra briantea per alcune decine di chilometri, fino ad arrivare al territorio del Monzese con Monza. In Brianza l'affluente più importante del Lambro è il Rio Pegorino che nasce a Casatenovo ed è compreso nella fascia boschiva lungo la valle da cui prende il nome (valle del Rio Pegorino) e principalmente presso i Comuni di Lesmo e Triuggio. Alcuni abitati delle frazioni come Gerno, o ex luoghi-cascine ora non più ricordati, come Pegorino primo, Pegorino secondo o Pegurinasc, oppure frazioni come Canonica Lambro, sono adiacenti al sito e arrivano a toccarne i confini. Lungo il percorso si trova anche la fonte della Madonna del soldato, che pare sia sorta miracolosamente per assetare un soldato che invocava la Madonna. È la Madonna del soldato o della fonte (ma viene chiamata anche in altri modi), e che si trova proprio quasi nel letto del Rio Pegorino, in prossimità di una delle fonti del torrente stesso. La leggenda per l’appunto narra che una legione romana dell’epoca post-Costantino si era persa nei boschi e che la fonte iniziò a sgorgare per dissetare i soldati (o un soldato della legione). Secondo una delle altre versioni il fatto sarebbe più tardivo e per ricordarlo era stata edificata una costruzione votiva romanica; qualcuno poi fa risalire l'evento al 1400. L’attuale edicola dell’antico luogo di culto popolare è risalente al 1876 ed ebbe fino al 1950 momenti di abbandono e poi di rifacimenti ed è e in ogni caso una sede suggestiva di devozione che ha riguardato anche e soprattutto i soldati delle due ultime guerre. Comunque, il Lambro dopo aver attraversato il territorio brianzolo e quello monzese, si addentra nell’area urbana di Milano. Rilevanti sono anche il fiume Seveso e il torrente Molgora. Il Seveso (al di là del quale vi sono il torrente Guisa, che con il Nirone dà origine al Merlata, e il torrente Lura) nasce a Cavallasca; da Casnate con Bernate a Varedo scorre per circa 40 km in Brianza. Il torrente Molgora dà nome al Parco Molgora che confina a est con il Parco del Rio Vallone. Il torrente Molgora è in Brianza da Colle Brianza, dove si trovano le sue sorgenti, fino a Caponago, passando per la città di Vimercate. La valle del Seveso è al confine della Brianza occidentale e la valle del Molgora nei confini della Brianza orientale.

Vi è un dedalo di rogge, roggette e torrenti che drenano le acque della Brianza. Di importanza sono due rami del Rio Molgorana che scorrono all’interno del parco dei Colli Briantei: un parco locale di interesse sovracomunale che si estende tra il Parco della Valle del Lambro e quello del Molgora e comprende i primi rilievi collinari (pianalti) della Brianza orientale, con, fra gli altri, i Comuni (e relative Cascine) di Camparada, Usmate e Velate fino a confinare con Bernareggio. I due rami del Rio Molgorana scorrono all’interno di detto parco sui lati est e ovest, caratterizzando tutto il territorio con valli trasversali ai pianalti (Valfredda, Valfazzola). Completano le zone umide il Laghettone e il Laghettino, laghi situati nei boschi di Bernate di Arcore.

Tracciare i confini di un'area regionale di cui non esiste un preciso riconoscimento politico che la comprenda interamente, è sempre piuttosto arduo. Nel caso della Brianza esistono fattori di carattere culturale e geografico (coniugati con un altro fattore: quello di uno stato d'animo della popolazione non di solitudine ma di appartenenza, pur con venature di campanilismo) che permettono di individuarne delimitazioni piuttosto precise. Le diverse zone e i diversi comuni della Brianza, pur presentando proprie specificità, sono tuttavia una determinata area regionale per le proprie caratteristiche di natura demografica, economico – sociale - culturale e geografica. La Brianza, con la sua identità e la sua gente, è un'area riconosciuta ma che si trova essere stata divisa da problematiche legate forse a vicende storico - burocratico - politiche - provinciali.

I confini tradizionali dell'area regionale della Brianza sono:

a nord, rilievi, pianori, e valli delle Prealpi lombarde che dalla sella di Galbiate e il Monte Barro si dirigono fino alle sorgenti del Lambro e da qui scendono a Tavernerio, sopra il lago di Montorfano, proseguono lungo la linea Lipomo-Capiago Intimiano-Senna Comasco-Casnate con Bernate, per poi risalire fino alle sorgenti del Seveso;
a sud, iniziando da Limbiate, i comuni che costeggiano il Canale Villoresi fino alla sua confluenza nel fiume Adda;
a ovest, il fiume Seveso fino a Paderno Dugnano dove si interseca col Villoresi, e l’oltre Seveso brianzolo formato dai comuni di Cermenate, Lazzate, Misinto, Cogliate, Ceriano Laghetto, Solaro, Limbiate;
a est, i laghi di Garlate e Olginate e l’Adda fino a dove riceve le acque del Villoresi.
La zona dell’area regionale della Brianza in cui, molto prima del XIX secolo, è stato stilato un primo documento che accennava al termine contemporaneo di Brianza, era posta all’incirca tra i fiumi Adda e Lambro, fra i laghi di Garlate, Annone, Pusiano e le colline che collegano Monticello Brianza, Missaglia e Montevecchia arrivando fino Merate. Questa zona è solcata dai piccoli corsi d’acqua che insieme formano il Bevera. L’area regionale della Brianza è circoscritta a sud dai comuni che da Limbiate, ai limiti fra "rete ovest" e "rete est" del Canale Villoresi, sono lambiti dallo stesso Villoresi fino alla sua immissione nell’Adda; a ovest dalla valle del Seveso; a nord-est e a nord ovest dalle valli e rilievi delle Prealpi fin dove nasce il Lambro; a est dall'Adda. A mezzogiorno la Brianza, (con il Monzese), confina con la Provincia di Milano: a tale proposito è utile ricordare che pure dopo l’istituzione della Provincia di Monza e della Brianza permane la dizione di "Brianza Milanese" che è per certi versi impropria, visto che gran parte del territorio brianteo già appartenente alla Provincia di Milano (e non conurbato con Milano, il capoluogo lombardo) è ora in provincia di Monza e della Brianza. Solo pochi comuni brianzoli sono ancora in provincia di Milano. D'altro canto la Brianza ex milanese è talora chiamata "Brianza monzese" il che è per molti versi più improprio. In ogni caso una discriminante di carattere linguistico può permettere delle definizioni, visto che il brianzolo parlato nella bassa Brianza ora in gran parte appartenente alla provincia di Monza e della Brianza è affine ma si distingue dal dialetto milanese (il più importante per tradizione e letteratura) e forse ancor più dal dialetto monzese, così come il brianzolo parlato nelle zone della Brianza appartenenti alle province di Lecco o Como si distingue da quello più proprio della provincia di Lecco, (dialetto lecchese) o della provincia di Como, (dialetto comasco). La parte nord-est della provincia di Milano è suddivisibile in due zone. Una è composta dai comuni del Trezzese (Basiano, Cambiago, Grezzago, Pozzo d'Adda, Trezzano Rosa, Trezzo, Vaprio d'Adda) e si trova a nord del Villoresi. L’altra, (composta dai comuni di Carugate, Cassano d'Adda, Gessate, Inzago, Masate, Pessano con Bornago), si trova a nord del Naviglio Martesana ed è lambita dal canale Villoresi. Molti comuni di queste zone hanno fra di loro legami peculiari o hanno avuto nel passato (così come, per altri versi, Monza e il monzese storico) legami storici differenti, dovuti a vicende storiche complesse. Più a occidente, il confine tra la Brianza appartenente alla provincia di Monza e della Brianza e il territorio della provincia di Milano segue la linea Muggiò, Nova Milanese, Varedo, Limbiate. Limbiate confina con Paderno Dugnano, già appartenente alla pieve di Desio e dove Villoresi e Seveso si intersecano. Limbiate confina anche con Solaro; entrambi i comuni afferivano alla parte "oltre Seveso" dell’antica pieve di Seveso. In provincia di Monza e della Brianza, "oltre Seveso", sono Ceriano Laghetto, Cogliate, Misinto e Lazzate, raggiungendo il fiume a Lentate sul Seveso. Da Lentate, confinante col comune brianzolo "oltre Seveso" di Cermenate, si prosegue (in provincia di Como), lungo il fiume Seveso incontrando Carimate, Asnago e i comuni di Vertemate con Minoprio, Cucciago, Fino Mornasco, Luisago, Casnate con Bernate, per arrivare alle sorgenti del Seveso sul versante meridionale del Monte Sasso, detto anche Sasso di Cavallasca. A nord-est il confine tra Brianza e Comasco si basa sulla linea Casnate con Bernate - Senna Comasco – Intimiano – Lipomo - Tavernerio, arrivando quindi a Erba e poi a Canzo che confina con Asso. Asso (vicino a Sormano, Caglio e Rezzago) dà il nome alla Valassina dove, presso Magreglio-Civenna, nasce il Lambro. Il confine tra Brianza e Lecchese si attesta fra Civate-Galbiate-Garlate–Olginate. Il confine orientale, dai piccoli bacini naturali di Garlate e di Olginate (cui segue il Meratese che ha come fulcro la città di Merate), viene segnato nettamente dal fiume Adda. In Brianza il Parco Rio Vallone precede l’Adda.

Il territorio brianteo, fortemente urbanizzato. In primo piano il Parco di Monza con l’Autodromo.
La Brianza ha un'organizzazione territoriale particolare, dovuta al suo intenso grado di urbanizzazione. In questa area regionale, piuttosto che accorpare comuni e creare municipalità dotate di frazioni si è teso a rendere ogni centro comune a sé. Ecco dunque che se si considera una superficie minima di 880 km² si contano sicuramente 141 comuni di cui la maggioranza, (54 escludendo Monza), nelle zone appartenenti alla Provincia di Monza e della Brianza. Gli altri comuni, sono nella zona canturina e in alta Brianza e sempre considerando la superficie minima di 880 km², 46 di essi sono in Provincia di Lecco (44 se si escludono i comuni confinanti con Lecco) e 40 in Provincia di Como (35 se si escludono i comuni confinanti con Como). Altri comuni sono nella Provincia di Milano.

In Brianza un comune ha mediamente una superficie di 6,2 km², contro i 15,4 km² della Lombardia e i 37,19 km² nazionali. Escludendo Monza, (tradizionalmente, Monza non era considerata in Brianza e con Como e Lecco anche Monza delimitava la Brianza senza farne parte), nella Brianza i comuni a superficie più grande sono (in ordine alfabetico): Besana in Brianza (MB), Casatenovo (LC), Cantù (CO), Galbiate (LC), Vimercate (MB). Il più piccolo è invece Longone al Segrino (CO), con appena 1,5 km², seguito da Camparada (MB) e Viganò (LC), che hanno entrambi una superficie comunale di soli 1,6 km².

Una peregrinatio Briantiae consiste nell'attraversamento di paesi brianzoli con un percorso che può essere suddiviso in tratte principali di cui una corrisponde a parte dell'arco nord della Brianza. Una seconda tratta è all'incirca la mezzeria della Brianza, ovvero quella linea di paesi che segnano il discrimine tra l'Alta Brianza (o Brianza settentrionale) e la Bassa Brianza (o Brianza meridionale); un'altra tratta corrisponde in parte all'arco sud della Brianza.

Le aree contigue alla Brianza sono:

la conurbazione di Lecco con Vercurago, Calolziocorte e Monte Marenzo;
il territorio corrispondente ai comuni di Valbrona, Oliveto Lario, Bellaggio, Lezzeno, Nesso con Zelbio e Veleso, Pognana Lario, Faggeto Lario, Torno, Blevio; Oliveto Lario è in provincia di Lecco, gli altri comuni nella provincia di Como;
la conurbazione di Como con Brunate e Maslianico;
il conglomerato urbano nord Milano formato da Bresso, Cologno Monzese, Cormano, Sesto San Giovanni, in provincia di Milano;
il territorio (in provincia di Milano), delimitabile dal Naviglio Martesana, formato dai comuni di Bellinzago, Bussero, Cassina de' Pecchi, Cernusco sul Naviglio, Gorgonzola, Liscate, Melzo, Pioltello, Pozzuolo Martesana, Rodano, Segrate, Settala, Truccazzano, Vignate e Vimodrone;
il territorio dell’Olgiatese Comasco formato dai comuni di Albiolo, Appiano Gentile, Beregazzo con Figliaro, Binago, Bizzarone, Bulgarograsso, Cagno, Carbonate, Cassina Rizzardi, Castelnuovo Bozzente, Cirimido, Drezzo, Faloppio, Fenegrò, Gironico, Guanzate, Limido Comasco, Locate Varesino, Lurago Marinone, Lurate Caccivio, Mozzate, Olgiate Comasco, Oltrona S. Mamette, Paré, Rodero, Ronago, Solbiate, Turate, Uggiate Trevano, Valmorea, Veniano, Cadorago, Bregnano, Lomazzo, Rovellasca, Rovello Porro;
il territorio del Saronnese formato dai comuni di Saronno, Caronno Pertusella, Gerenzano, Origgio, Uboldo, Cislago, cui fanno seguito Busto Arsizio, Gallarate e comuni confinanti, compresi quelli della Valle Olona, nella provincia di Varese;
il territorio Rhodense (MI), formato dai comuni di Arese, Bollate, Baranzate, Cesate, Cornaredo, Garbagnate Milanese, Lainate, Novate Milanese, Pero, Pogliano Milanese, Pregnana Milanese, Rho, Senago, Settimo Milanese, Vanzago;
la zona Legnanese (MI), corrispondente ai comuni di Busto Garolfo, Canegrate, Cerro Maggiore, Dairago, Legnano, Nerviano, Parabiago, Rescaldina, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, Villa Cortese, cui fa seguito la zona Castanese (MI), corrispondente ai comuni di Arconate, Bernate Ticino, Buscate, Castano Primo, Cuggiono, Inveruno, Magnago, Nosate, Robecchetto con Induno, Turbigo, Vanzaghello, Casorezzo;
l’Isola Bergamasca in Provincia di Bergamo, limitatamente ai comuni che si affacciano sull’Adda.
La terra di Brianza è una delle regioni più densamente abitate d'Italia, d'Europa e del Mondo. Del resto questo è un suo carattere distintivo già dal Medioevo e dal Rinascimento, quando si registravano densità prossime ai 40 abitanti per km², che costituivano una rarità per gli standard del periodo. Le ragioni sono da rintracciare innanzitutto nella fertilità del suolo e nella morfologia del territorio, pianeggiante o dolcemente collinare.

La presenza di numerosi corsi d’acqua, alcuni dei quali distinti da correnti vigorose come l'Adda, ha favorito l'agricoltura, l'industria tessile e la produzione di energia elettrica, determinando così un processo di industrializzazione deciso, seguito da una altrettanto decisa urbanizzazione.

Se si considera una superficie minima di 879,8 km²,la Brianza conta 1.207.150 abitanti, per una densità di popolazione di 1.372 ab./km².

La prosperità economica brianzola, a partire dagli anni del boom o miracolo economico, ha attirato consistenti flussi migratori prima dal Nord Est e poi anche dall'Italia Meridionale. Con il tempo, anche nella Brianza rurale i nuovi immigrati si sono integrati fondendosi con la gente del posto e contribuendo alla formazione di un piccolo melting pot. In precedenza vi erano stati fenomeni migratori di brianzoli verso l'estero (vi è al di fuori d'Italia anche una "via Brianza" a Henderson). A partire dagli anni novanta, dopo un decennio di pausa, è ripreso un significativo fenomeno immigratorio legato all'arrivo di stranieri, la cui popolazione ammontava nel 1998-1999 al 5,2% circa della popolazione residente (dato riferito ai residenti regolari). Le successive fluttuazioni negli incrementi e per aree territoriali sono ricavabili per il decennio successivo dal Rapporto ORIM su dieci anni di immigrazione in Lombardia. L'offerta lavorativa particolarmente ampia (la Provincia di Lecco possiede il tasso di disoccupazione più basso d'Italia) ha favorito l'inserimento lavorativo degli immigrati in Brianza e anche se si sono verificati da casi di criminalità e sfruttamento, il processo di integrazione procede gradatamente. Per quanto riguarda il trend demografico, la crescita naturale della popolazione, come nella maggior parte delle società occidentali avanzate, è negativa o prossima allo zero. Tuttavia, a causa degli intensi flussi migratori il saldo demografico è positivo e molto superiore alla media nazionale, con picchi di crescita media annua vicini all'1%, a fronte di una media nazionale dello 0,1%. Nell'ultimo decennio, la Brianza è stata inoltre interessata da un fenomeno demografico di trasferimento da Milano e dal suo hinterland più immediato (oggi in fase di decremento o stasi demografica) verso i territori circostanti, giudicati meno caotici e favoriti da un migliore mercato immobiliare, a fronte di una diffusa presenza di servizi di livello metropolitano. Nel 2006 la Provincia di Como si è posizionata ottava nella classifica del saldo migratorio interno, con un dato pari a +0,58%, e anche quella di Lecco ha presentato un saldo positivo (+0,32%) confermando l'attrazione demografica della regione, dovuta anche agli elevati standard di vita dell’area. L'attuale crisi ha ripercussioni anche in Brianza.

Se si considerano le convenzioni dettate dalle Nazioni Unite, risulta che la popolazione urbana in Brianza ammonta al 98,9% sul totale, contro una media nazionale del 67%. La concezione di urbano è però piuttosto arbitraria e soprattutto varia da regione a regione (per la maggior parte degli stati europei, per esempio, sono considerati non urbani i centri con popolazione inferiore alle 2.000 unità).

Il dato certo è quello della densità abitativa, che in Brianza arriva a quasi 1.400 ab./km². Si può avere un'idea di quanto questo dato sia impressionante confrontandolo con la media regionale (397 ab./km²), con quella nazionale (195 ab./km²) e con quella dell'Unione europea (113 ab./km²).

I centri della Brianza ex milanese, circa il 40% del territorio dell’intera Brianza, sono nella cosiddetta bassa Brianza; i centri della Brianza lecchese (suddivisibile in Brianza oggionese, Brianza meratese, Brianza casatese), circa il 30% del territorio dell’intera Brianza, sono nella cosiddetta alta Brianza; i centri della Brianza comasca (suddivisibile in Brianza canturina; Brianza erbese e Brianza canzese), circa il 25% del territorio dell'intera Brianza, sono sia in bassa (o meglio bassa Brianza comasca) che in alta Brianza. La città di Monza, pur non appartenendo storicamente alla Brianza (da qui l'idea del nome provinciale composto), è il capoluogo della Provincia di Monza e della Brianza. Questa nuova provincia (distaccata dalla provincia di Milano in due tempi, nel 2004 e nel 2009), comprende gran parte della bassa Brianza, ovvero quella ex milanese (suddivisibile in bassa Brianza occidentale, bassa Brianza centrale nord, bassa Brianza centrale sud e bassa Brianza orientale). Una parte meno estesa della bassa Brianza è invece in provincia di Como (Brianza canturina). I comuni, non più del 5% del territorio dell’intera Brianza, che pur appartenendo storicamente alla bassa Brianza già in provincia di Milano non si sono aggregati alla Provincia di Monza e della Brianza, rimangono tuttora nella provincia di Milano: quelli non totalmente conurbati con Milano sono considerabili "ancora Brianza". La nuova Provincia di Monza e della Brianza, che comprende oltre a Monza e monzese storico anche alcuni comuni delle Groane, include pertanto la gran parte della bassa Brianza. Le città di Como (capoluogo dell'omonima provincia come configuratasi dopo il 1786 all’atto della prima suddivisione della Lombardia in province dovuta agli Austriaci), Lecco (capoluogo dell’omonima provincia distaccata nel 1992 dalla provincia di Como) e Monza erano tradizionalmente considerate città delimitanti la Brianza, senza farne parte: in ogni caso, delle tre, la città della Villa Reale, che si fonde con la contigua area regionale della Brianza, è la più popolata con i suoi 121.506 abitanti in 33,03 km² ed è capoluogo della provincia con circa il 40% del territorio dell’intera Brianza (o Brianza in senso proprio).

La Brianza, un'unica entità di territorio e di popolazione (che si sente briantea), è dunque attualmente divisa amministrativamente in zone (chiamate anche Brianze) appartenenti a diverse province. A partire dagli anni del boom economico l’urbanizzazione in Brianza è enormemente cresciuta nella bassa Brianza (sia ex milanese che bassa Brianza comasca) e in misura un poco minore nell'alta Brianza (alta Brianza comasca e Brianza lecchese). Nell’area regionale della Brianza, togliendo oggi il territorio dei centri rimasti in provincia di Milano e aggiungendo il territorio monzese storico (Monza, Brugherio, Villasanta), vi sono ben 15 comuni, fra cui Giussano, Muggiò, Meda, Nova Milanese, con oltre 20.000 abitanti nel giro di pochi chilometri quadrati. Fra i comuni con meno di 20.000 abitanti vi sono molti centri storici della Brianza quali ad es. Cassago Brianza (LC), Inverigo (CO), Veduggio con Colzano (MB),Renate(MB),Casatenovo (LC), Colle Brianza (LC), Merate (LC), Nibionno (LC) e Oggiono (LC); Canzo (CO), Erba (CO) e Fino Mornasco (CO); Briosco (MB), Caponago (MB) e Cavenago di Brianza (MB). Il centro meno abitato è Proserpio (CO) con una popolazione di 933 unità.

Il dialetto brianzolo è affine al dialetto milanese ed è un dialetto della lingua lombarda. Le caratteristiche dei vari luoghi si esprimono definendo delle ulteriori varianti locali: quella da Brugherio (detta di paltitt dagli abitanti dell'Alta Brianza, termine non traducibile che ha a che vedere con il fango), a Monza (di biutt e grass monsciasch), e quella più propriamente brianzola (brianzoeu), dai Milanesi definita dei falchett. Le varianti locali sono sempre tra loro immediatamente intelleggibili. Il dialetto brianzolo in Alta Brianza subisce in minima parte l’influsso dei dialetti del Lecchese (quello dei cavritt) e a Erba e Canz ma anca Ass del Comasco (ma di quelli minga dal Lagh), tutti idiomi del gruppo linguistico occidentale o insubre.Gli abitanti della Brianza si autodefiniscono brianzoeu (briantei).

Quella brianzola è una cucina simile a quella milanese, sebbene più "povera". Fra i piatti tipici vi sono: i salumi, compresa la murtadèla brianzola (di fegato), i nervitt (nervetti ricavati dai piedini di vitello poi bolliti, disossati e affettati finemente), la polenta, il risotto allo zafferano con l'aggiunta di pezzetti di luganega, il minestrone brianzolo, la busèca, la cazzuoeula, gli ossibuchi, il "cotechino vaniglia", i formaggi caprini, la turta paesana della Brianza, (dolce tipico delle feste patronali dei paesi brianzoli), e gli oss de mort, (biscotti duri a base di nocciole). Dei vini si erano perse le tracce, ma alcuni anni fa è rinata la coltivazione della vite. A partire da un iniziale ettaro sulle colline di Perego, è stata portata avanti la crescita di una realtà che ora conta su almeno 12 ettari vitati (40 000, fino ad ora, le bottiglie annuali di ottimi vini), estesi nella valle del Curone.

L'enogastronomia brianzola, legata all’agricoltura ormai relegata a pochi ettari di terreno brianteo, è stata rivalutata, utilizzando anche produzioni importate da altre zone, soprattutto grazie al disegno di "vivificare" il turismo in Brianza.



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venerdì 15 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN GERARDO A MONZA



La chiesa di San Gerardo al Corpo, dedicata a san Gerardo dei Tintori, compatrono della città di Monza, fu eretta su disegno dell'architetto Giacomo Moraglia. Essa sorge, con la sua monumentale cupola, nell'omonima piazzetta su di uno stilobate a pianta di croce latina. La prima pietra della chiesa fu posta il 30 ottobre 1836, alla presenza dell'arciduca Ranieri, viceré del Regno Lombardo-Veneto; i lavori ebbero termine nel 1842.

Aggiunte successive sono state il pronao (1863) ed il campanile (1875).

Nello stesso luogo era già situata un'antichissima (956) chiesetta dedicata a sant'Ambrogio e successivamente reintitolata a San Gerardo dei Tintori. La nuova chiesa mantiene, al fondo del suo transetto destro, l'abside e l'altar maggiore del precedente tempio (che era orientato in senso trasversale rispetto all'attuale): nell'abside è tuttora conservato il corpo del santo, patrono della città di Monza insieme a san Giovanni Battista. Da questo fatto la chiesa prende anche il nome di "San Gerardo al corpo".

Gerardo Tintore nacque a Monza verso l'anno 1130 e la sua famiglia era una delle più ricche e nobili della città. La nascita di Gerardo fu salutata con gioia dai suoi genitori e la sua crescita fu accompagnata e favorita dalla loro fede grande e dal loro esempio di vita onesta. Essi affidarono Gerardo a provati maestri perchè avesse una solida cultura. La regolarità con cui si impegnava negli studi,il suo spirito di osservazione e la sua bontà lo resero caro ai suoi insegnanti e compagni. Accompagnato e aiutato in famiglia, spesso si fermava a pregare, ed era desideroso di ascoltare la Parola di Dio. I genitori di Gerardo erano assai generosi e il figlio "faceva a gara con loro".

Questa serenità doveva ben presto essere offuscata dalla morte di entrambi i genitori, a breve distanza di tempo. Pur molto soffrendo per la sua sensibilità e per l'affetto grande che portava loro,Gerardo non si scoraggiò, ma raddoppiò la sua confidenza in Dio e la cura verso i bisognosi. Gerardo era un tipo pratico, di parole misurate, attento più alla sostanza che alla forma. Erede di un patrimonio sostanzioso, ma ben aiutato dai genitori a dare alle ricchezze il giusto valore (il denaro è un ottimo servitore, ma un pessimo padrone!) e a giudicare la vita in rapporto all'eternità, Gerardo dichiarò che intendeva consacrarsi a Dio nella carità: inutilmente i suoi parenti cercarono di dissuaderlo. Di buon mattino, quando ancora la città era assopita nel sonno, Gerardo si recava in chiesa per la preghiera. A casa poi lo aspettavano in tanti e insieme ai conversi, rassettava,assisteva i malati giorno e notte. Egli li visitava più volte al giorno, vigilando su tutto e tutti. La porta della casa paterna di Gerardo, ora trasformata con un atto ufficiale in ospedale, era sempre aperta e nessun ammalato veniva respinto.
Era particolarmente attento alle forme più gravi e non venivano esclusi neppure gli ammalati di lebbra. Date le frequenti carestie, poveri e senza tetto si rivolgevano a Gerardo per aiuto ed egli non si limitava ad accogliere chi aveva bisogno,ma girava per la città e le terre vicine e tornava spesso a casa portandosi a spalla qualche infermo perchè Gerardo sapeva bene che la povertà è pudica e non si espone in pubblico. Nell'ospedale trovavano alloggio anche i pellegrini in viaggio verso i santuari di Roma, Palestina, Spagna. E non mancava l'accoglienza agli orfani, o ai bambini dei malati. Nell'ospedale le converse si occupavano di loro come mamme. L'ospedale di Gerardo ha reparti medici e chirurgici, è ricovero per i pellegrini,orfanotrofio,casa di riposo per i vecchi e meta desiderata di ognuno che sia provato dalla malattia del corpo o del cuore.
In tutto questo lavoro, questa opera è ben visibile la ragione che muove Gerardo: tutta la sua vita è una preghiera continua. Infatti compie ogni cosa con Dio e per Dio, sempre consapevole di essere alla Sua presenza e in Sua compagnia. "Cammina sotto il mio sguardo e sarai perfetto" . Gerardo amava pregare anche di notte ma i custodi della chiesa non erano sempre d'accordo a concedergli il permesso di restare lì. Gerardo un volta promise loro, in cambio del permesso, un cestino di ciliegie. I custodi accettarono, e chissà con quali pensieri in testa..... Era dicembre,dove avrebbe potuto raccogliere le ciliegie? Al mattino invece,il cestino di ciliegie c'era! Ecco perchè nelle rappresentazioni di Gerardo, sul suo bastone ci sono delle ciliegie.
Molti sono i segni che il Signore ci dà attraverso la vita di Gerardo. Avvenne che nei magazzini dell'ospedale non era rimasto che un sacco di frumento e una misura di vino. Il converso che distribuiva gli alimenti era pieno di paura, ma il santo gli ricordò che Dio è provvidenza e gli ordinò di tornare serenamente a distribuire i viveri mentre lui pregava. Il converso era piuttosto titubante ma tornato al granaio lo trovò così pieno di grano che non riusciva ad aprirne la porta, in cantina le botti colme di vino.
Un'altra volta, S.Gerardo tornava all'ospedale dopo essere stato alla basilica di S.Giovanni a pregare, come di consueto. Il fiume Lambro, terribilmente ingrossato,aveva fatto crollare il ponte e le acque minacciavano l'ospedale. S.Gerardo implorò l'aiuto di Dio e di S.Giovanni e steso il suo mantello sulle acque, vi salì e su di esso passò il fiume. Ancora fiducioso nell'aiuto di Dio, comandò alle acque che rispettassero l'ospedale. E quelle, pur rasentando muri e soglie, non entrarono nel recinto.
Alla morte di S.Gerardo (6 giugno 1207) , tutta Monza si strinse attorno a lui e il suo corpo venne deposto in una fossa comune nel cimitero.



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giovedì 14 maggio 2015

LA VILLA MIRABELLINO DI MONZA

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La Villa Mirabellino è una residenza nobiliare edificata nel XVIII secolo e rimasta inclusa nel Parco di Monza; la sua costruzione si deve al cardinale Angelo Maria Durini che la fece erigere nel 1776 dall'architetto Giulio Galliori per alloggiarvi gli invitati al suo cenacolo letterario. La Villa sorge sul declivio che fronteggia la più antica Villa Mirabello. I due edifici sono collegati tra loro con un viale di carpini.

La Villa Mirabellino era anche detta Villa Amalia, dal nome della consorte del Viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, Augusta Amalia di Baviera che amava soggiornarvi.

Villa Mirabellino è stata edificata nel 1776 dall'architetto Giulio Galliori su committenza del cardinale Angelo Maria Durini, uno degli artefici del suo splendore. La rese, infatti, nella seconda metà del 1700, luogo di cultura e di incontri mondani; ad essa decise di affiancare una nuova villa di rappresentanza, per il soggiorno degli ospiti, su una collinetta, non lontana da villa Mirabello, in una posizione scenografica che ha consentito una sorta di "contrappunto architettonico" della stessa, cui era collegata da un viale di carpini oggi conservato solo in parte. Villa Mirabellino venne lasciata in eredità ai Trivulzio; fu in seguito usata da personaggi delle famiglie imperiali francesi e austriache. Nel 1805 venne acquistata da Eugenio de Beauharnais, vicerè d'Italia e principe di Venezia, che la donò alla moglie Augusta Amalia di Baviera, con il cui nome fu "ribattezzata". All'epoca della restaurazione, subì le prime modifiche; nel 1838, venne trasformata anche nell'aspetto esterno dall'architetto Giacomo Tazzini, che cancellò le linee barocchette della facciata, adattandola al gusto dell'epoca. Le modifiche interessarono soprattutto le facciate del corpo principale: a est fu eliminato il frontone rococò ed aggiunto un porticato a colonne (di recupero, provenienti dalla canonica del Duomo di Milano); a ovest il porticato a tre arcate venne trasformato in veranda (la terrazza preceduta da gradinata è stata invece aggiunta in tempi recenti, post 1949).
Il complesso fu inglobato nel Parco della Villa Reale, realizzato tra il 1805 e il 1808 su progetto di Canonica.
Nel 1919 l'insieme di parco e edifici passò dalla Corona al Regio Demanio; villa Mirabellino, con annesso giardino, venne consegnata al 1920 all'Opera nazionale pro Orfani e Infanti di guerra, come sede dell'Istituto Principessa Maria di Savoia. Il suo uso nel 1942 venne in seguito dato, in concessione gratuita (legge 675/1943), ai Comuni di Milano e Monza. L'amministrazione milanese vi insediò, alcuni anni dopo, una colonia elioterapica che risultò talmente invasiva da cancellarne quasi totalmente la spazialità interna originaria, lasciando inalterati solo i prospetti ed il giardino.
Oggi la villa è l'unica proprietà demaniale all'interno del parco; la Soprintendenza per i Beni architettonici di Milano, nel 1996, ne aveva proposto un utilizzo compatibile sia con la struttura, radicalmente manomessa dagli interventi effettuati nella metà del '900, che con il parco: la sezione di Botanica del Museo civico di Storia naturale del Comune di Milano. La proposta venne inserita, nel dicembre 1996, all'interno del piano degli interventi da realizzare nel biennio 1997-1998, tuttavia il progetto non venne attuato per una questione legata alla concessione d'uso, che il comune di Milano avrebbe voluto superiore ai diciannove anni previsti dalle vigenti normative. La collezione, che si voleva portare a Monza, era stata concepita e realizzata dal viceré Ranieri d'Asburgo, grande conoscitore di botanica, nel Parco della Villa Reale, trasferita in seguito in varie sedi, per la dismissione del complesso intorno agli anni Venti. La destinazione d'uso compatibile individuata e non attuata avrebbe rinsaldato i legami storico-culturali tra la collezione ed il luogo nel quale si era formata. Anche del giardino, adornato da piante locali ed esotiche, oggi non resta nulla.

Purtroppo oggi la villa Mirabellino è in uno stato di conservazione non ottimale.

La residenza, progettata dall'architetto Giulio Galliori per volere del cardinale Angelo Maria Durini, completa lo scenario paesaggistico di Villa Mirabello, con la quale era collegata mediante un viale di Carpini foggiati a globo, ripristinato recentemente al fine di recuperare l'impianto residenziale originario.
Caratterizzata da pianta a "U", la Villa concepita come dependance adibita a feste e intrattenimenti colti per gli ospiti della famiglia Durini, presenta un corpo centrale rialzato con ali laterali articolate ad angolo netto attorno a un cortile. La facciata, che necessita oggi di un intervento di recupero strutturale e dei paramenti murari, era originariamente completata da una scalinata semicircolare, ora non più esistente.

Impianto a U con articolazione volumetrica di tipo gerarchico, per cui su di un corpo centrale prominente a due piani si innestano due ali laterali, anch'esse a due piani, ma più basse. Mentre l'esterno conserva caratteristiche neoclassiche sia dal punto di vista stilistico che materico (pietra e muratura intonacata) l'interno è stato del tutto modificato nel corso del Novecento con interventi di scarsa qualità architettonica che rendono irriconoscibile la spazialità interna, sia dal punto di vista distributivo che decorativo. La copertura dell'edificio è a falde coperte in coppi con struttura interna a capriate lignee. Gli unici ambienti in cui permangono tracce storiche sono tre saloni situati al piano terra nel settore orientale dove sono visibili resti di affresco e soffitti voltati. Gli ambienti rimanenti presentano tetto piano, pareti in laterizio, infissi, pavimenti e due scale angolari, che connettono il piano terra con il primo piano, di fattura moderna e di scarso pregio.

La villa è posta in posizione panoramica e scenografica, in cima al declivio che dal settore occidentale del Parco di Monza scende, con una serie di terrazzamenti, sino al Lambro. L'edificio copre un'area di 1355 mq presenta pianta ad U con ali ribassate aperte verso ovest. Il corpo centrale a due piani emerge in altezza, rispetto ai corpi laterali ad un piano e alle ali, anch'esse più basse nonostante siano a due livelli.
All'esterno la villa si presenta come una costruzione tipicamente neoclassica. La facciata ad est è rivolta verso la valle del Lambro, il giardino in discesa collega l'edificio, attraverso un viale il cui tracciato è parzialmente perso, con Villa Mirabello. Tale facciata è caratterizzata da un pronao, con due pilastri laterali e due colonne doriche centrali, sporgente e rialzato rispetto al terreno concluso da un terrazzo a balcone. Il pronao, che termina con un timpano, all'interno del quale è inserita una finta lunetta, costituiva un portico colonnato poi accecato, come mostra chiaramente l'analisi delle murature interne da cui emergono ancora i resti delle colonne. Rimangono dell'ambiente originario la volta a crociera a tutto sesto, affrescata a motivi floreali e geometrici e tracce degli affreschi parietali. Il fronte ovest della villa, prospiciente la corte d'ingresso, è invece contraddistinto da un porticato a bugnato liscio a tre arcate, ora trasformato in veranda chiusa da vetrate. Mentre l'esterno conserva linee neoclassiche, gli interni ed il giardino si presentano molto trasformati; abbandonati all'incuria non consentono di intravedere la struttura originaria. Anche l'esterno, in muratura intonacata e pietra, è gravemente degradato con pezzi di intonaco mancante o deteriorato. Sulla testata dell'ala settentrionale un portale segnala l'ingresso alla cappella gentilizia dei Durini, non più esistente.



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