Visualizzazione post con etichetta ospedale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ospedale. Mostra tutti i post

sabato 27 giugno 2015

CUASSO AL MONTE

.


Cuasso al Monte è un comune della provincia di Varese posto ai piedi del Monte Piambello, quasi dirimpettaio a Besano, si estende su una superficie di circa 16,43 km² (è tra i comuni più estesi della provincia di Varese, con altitudini ricomprese fra 274 e i 1129 metri s.l.m., ossia con un'escursione altimetrica complessiva di 855 metri). Il territorio comunale è separato da una sottile striscia di terra dal Lago di Lugano. Il territorio è costituito dalle frazioni di Cuasso al Lago, Cuasso al Piano (diviso in Cuasso al Piano di Sopra e Cuasso al Piano di Sotto), Borgnana, Cavagnano, su un altopiano che domina la Val Cavallizza, a sud-ovest di Cuasso al Monte. Tutti i centri sono caratterizzati dalla presenza di edifici costruiti con la pietra locale dal caratteristico colore rosato.

Da un punto di vista idrico, il territorio comunale è parte del bacino idrografico principale del Lago Maggiore e del bacino secondario del Lago di Lugano. I corsi d'acqua di Cuasso al Monte sono:

il torrente Valle Cavallizza, che scende dal versante orientale del monte Piambello e del Poncione di Ganna, defluendo poi verso est e confluendo nel torrente Valle Brivio. Dopo la confluenza, il nome cambia in torrente Bolletta o San Pietro. Si getta poi nel Lago di Lugano. Ha i seguenti affluenti: Cavallizza, valle della Marenna, Valle Cantivada, Valle Fanchetto, Valletta del Fo, Vallaccio del Fo, Valle Bossero-Spino, Valle Vampira, Valle Tassera, Valle San Giovanni, Valle Molino.
il torrente Valle Murante, che, di modeste dimensioni, ha i seguenti affluenti: Valle Froda, Valle Pasquè, Valle Cantivada, Torrente Valle Gerosa e un affluente che proviene dalla piana di Cavagnano.
il torrente Valle Borsago, che si compone di due affluenti: il torrente Valle Valletta e l'altro non identificato con un nome.
il fosso Reporiora, alimentato dal Rio Vallone e da altri immissari minori.
Nel 1200 compare per la prima volta il “Locus Cuvaxi” (Posto nel covo) intendendosi la Rocca (“Castelasc”) edificata dai Longobardi su di una precedente costruzione di epoca romana, ed usata nel Medioevo come ricovero per i villici durante le incursioni delle genti Retichee Grigioni.

Il Comune di Cuasso al Monte e’ suddiviso in una serie di frazioni che meritano una visita per il variare della tipologia ambientale e per particolari architettonici. Cuasso al Piano e’ costituito da nuclei abitati, in certo qual modo differenziati, a quote differenti, data la morfologia del territorio. Il primo di questi nuclei, Cuasso al Piano di Sopra (370 m. circa) e’ disposto lungo la via che sbocca sulla strada comunale che conduce a Cuasso al Monte; il secondo, Cuasso al Piano di Sotto (300 m. circa) si trova raccolto intorno al bivio costituito dalla strada che porta a Porto Ceresio e quella che collega i due nuclei. Il nucleo originario di Borgnana si trova collocato a lato della strada che, salendo da Cuasso al Piano, conduce a Cuasso al Monte. Tra gli elementi significativi all’interno dell’abitato di Borgnana, emerge sicuramente l’affresco situato in una piccola cappella affacciata su una strada: la Madonna col Bambino e un Santo, realizzato con maestria e finezza sia nel disegno sia nello studio cromatico. Questo elemento, insieme con la Chiesa della Beata Vergine Immacolata, a breve distanza dall’abitato, testimonia la devozione che animava i suoi abitanti.
Il nucleo abitato originario di Cuasso al Monte risulta collocato ad una sola quota (circa 520 m. s.l.m.), su di un pendio rivolto a Sud-Est, l’identita’ dell’abitato di Cuasso al Monte e’ rappresentata dall’uso di materiali da costruzione locali (porfido e pietra), utilizzati anche per la realizzazione di elementi quali portoni, scale, architravi, modanature, e dalla rete di vicoli e stradine che lo percorrono interamente. Al suo interno e’ rilevante la presenza del cinquecentesco Palazzo Sabaino, casa di residenza e, in seguito, di villeggiatura dell’ omonima famiglia, proprietaria di numerosi terreni nei dintorni. E’ opportuno segnalare anche la presenza di numerosi affreschi, molti dei quali ormai illeggibili e degradati, a carattere generalmente sacro: tra questi, interessante e’quello raffigurante la Madonna col Bambino, datato 1776.

A Cuasso al Monte nel 1635 venne edificato un convento, detto il Deserto per la sua posizione isolata tra boschi di faggio, affidato ai Carmelitani Scalzi. Passato in proprietà alla nobile famiglia Dandolo nel XIX secolo, ospitò personaggi quali Giacomo Leopardi, Tommaso Grossi, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Oggi l'edificio è un moderno ospedale specializzato nella riabilitazione cardiopolmonare e nella riabilitazione post-infartuale.

Notevole nell'omonima località, è la presenza dei ruderi del Castelasc, una rocca ancora visibile, che fu parte del sistema di fortificazioni del Seprio. Secondo gli studiosi è valida l'ipotesi che il castello sia confrontabile per la complessa pianta con il Castello di Warkworth, sito nel Northumberland in Inghilterra.

Sul territorio del comune di Cuasso al Monte, nel 1880 vennero aperte le prime cave di porfido rosso, un materiale unico in Europa per colore, durezza e resistenza agli agenti atmosferici, molto utilizzato nelle pavimentazioni naturali (il famoso "sampietrino" rosso).

Altre attività degne di nota sono: VILLA MIRALAGO che è l'unico centro lombardo per la cura dei disordini alimentari (bulimia, anoressia nervosa) ubicato in località Cuasso al Lago, la VALCERESIO COSTRUZIONI EDILI( edilizia pubblica e privata, progettazione e recupero beni ambientali e storici ), la Edilcuasso, la Cava Bonomi, la Cava Bianchi (in seguito Mantegazza). La funzione primaria di queste piccole attività estrattive di porfido rosso, a gestione familiare, era quella di fornire agli abitanti del luogo un valido materiale da costruzione per realizzare muri di sostegno, divisori e di terrazzamento. Oggi il porfido di Cuasso viene esportato nella penisola italiana, in Austria, Germania, Paesi Bassi e Svizzera, trovando applicazione in architettura come materiale da pavimentazione, rivestimento e finitura architettonica.

La principale squadra di calcio della città è F.C. Cuassese che milita nel girone A varesino di 3ª Categoria. È stato fondato nel 1965 da Carnevali Sergio, Molinari Natale e un gruppo di amici appassionati a questo sport: ancora oggi, a cinquant'anni di distanza, Carnevali e Molinari conservano le cariche sociali.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-varesine.html







FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



sabato 6 giugno 2015

LA COLLEZIONE GORINI A LODI

.


La Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi è un particolare tipo di spazio museale. Sita nell’Ospedale Vecchio di Lodi, nei pressi dell’incantevole chiostro della farmacia, la collezione testimonia una cultura ed un modo di intendere la scienza. Paolo Gorini, scienziato a tutto tondo, vissuto a cavallo tra l’illuminismo ed il romanticismo, ed innovativo spirito positivista nel modo di intendere la scienza, studiò per tutta la vita un metodo per salvare i cadaveri dal naturale processo di decomposizione. Elaborò vari metodi durante la sua carriera di scienziato, i cui risultati sono esposti nei locali della Collezione Anatomica. Benché possa sembrare un museo degli orrori, in cui sono esposte per la maggior parte situazioni patologiche, si tratta di un’esposizione che aveva soprattutto finalità di studio: l’unico modo per permettere a giovani studenti di studiare l’anatomia, soprattutto per ciò che concerneva le patologie, restava la conservazione dei cadaveri in liquidi, oppure mummificandoli. Non esistevano, infatti, né i Raggi X, né le celle frigorifere per conservare i corpi. Paolo Gorini ha fatto un lavoro apprezzabile per la comunità scientifica, ed è tutto testimoniato dall’esposizione di resti umani visionabili presso l’Ospedale Vecchio di Lodi.

Il Museo Gorini intende portare a conoscenza del pubblico i preparati anatomici, predisposti dall'illustre ricercatore.
La valorizzazione della Collezione Gorini è frutto di un'intesa tra l'Azienda Sanitaria Locale (proprietaria della collezione) e il Comune di Lodi, che ne ha acquisito la gestione, affidando a personale della Pro Loco la vigilanza negli orari di apertura al pubblico, garantendo in questo modo l'accesso stabile e continuativo.

La Collezione anatomica “Paolo Gorini” raccoglie i numerosi preparati umani prodotti dallo scienziato Paolo Gorini fra i primi anni Quaranta e i Settanta del secolo XIX. L’esposizione si inscrive nel solco tradizionale dei musei di storia della scienza e in particolare descrive, attraverso i preparati ivi musealizzati (fra i quali teste, arti e corpi interi), il tentativo comune e riuscito di preservare, per scopi scientifici e illustrativi, materiali organici altrimenti destinati alla naturale decomposizione. L’operazione, comune in seno alle attività scientifiche dei medici, dei naturalisti e, in particolare, dei preparatori anatomici dell’Ottocento e del primo quindicennio del Novecento, si svolgeva sempre attraverso complesse metodologie tanatopratiche, condotte per mezzo di iniezioni endovasali, che permettevano la sostituzione dei liquidi organici con sali adatti alla conservazione dei tessuti. Paolo Gorini, molto noto anche come geologo, matematico e, soprattutto, come autore della conservazione della salma di Giuseppe Mazzini, agiva con modalità simili a quelle di noti luminari a lui coevi, seguendo le tracce di Girolamo Segato, che, pochi anni prima, aveva trovato un metodo adatto allo scopo, in un’epoca in cui sia la radiologia sia le celle frigorifere erano ancora sostanzialmente lontane. In realtà, il mago di Lodi (così come i suoi concittadini lo avevano soprannominato quando ancora era in vita) faceva uso di molte formule chimiche per ottenere i propri sorprendenti risultati, non rivelandone mai la composizione e mantenendo gelosamente il segreto della “pietrificazione”. Le tecniche dello studioso, parzialmente rinvenute nel 2004 da Alberto Carli, sono state edite nel 2005 nel volume collettaneo Storia di uno scienziato. La Collezione anatomica Paolo Gorini, che della raccolta rappresenta il catalogo. Sebbene la collezione dei reperti goriniani non sia, evidentemente, adatta a qualsiasi pubblico e, sebbene i reperti che vi si conservano possano rivelarsi di non facile accostamento, la raccolta rappresenta una fondamentale memoria storica dei difficili passi compiuti dalla medicina in un percorso affascinante e spesso poco noto. Nell’atmosfera raccolta dell’antico Chiostro della Farmacia dell’Ospedale Vecchio di Lodi, oggi sede dell’Azienda Sanitaria della Provincia locale, grazie alle cure offerte dal Comune, da un Comitato scientifico e dal Centro Documentazione e Studi Paolo Gorini, che congiuntamente reggono le sorti e le ricerche dell’intera raccolta, la Collezione anatomica “Paolo Gorini” rappresenta uno dei pochi lasciti di un personaggio discusso e acclamato all’unisono nei tempi in cui visse e che, alla luce di nuove scoperte, assume sempre maggior peso nel quadro di vicende storiche, scientifiche e artistiche proprie del Risorgimento e dell’Italia unita.  

Raccoglie 166 preparazioni anatomiche prodotte dallo scienziato Paolo Gorini donate dagli eredi all'Ospedale Maggiore di Lodi. L'attuale allestimento espositivo fu curato dall'illustre anatomopatologo Antonio Allegri e inaugurato dal senatore Giovanni Spadolini nel dicembre del 1981.

Tra i reperti ci sono numerose conseguenze di patologie diffuse nel XIX secolo, ma oggi debellate o meno dannose, come il morbo di Pott o la sifilide.

Alla morte dello scienziato nel 1881 iniziarono le procedure per l'acquisizione da parte dello Stato dell'intera eredità scientifica. Una pesante nota firmata da Jacob Moleschott bloccò il procedimento in Senato. I materiali rimasero quindi agli eredi che li regalarono all'Ospedale di Lodi. Per decine di anni i preparati rimasero abbandonati nelle cantine, finché, cent'anni dopo la morte di Gorini, Allegri non li restaurò allestendo la mostra.

Fin dal 1842 Paolo Gorini sperimentò una soluzione in grado di "mineralizzare" le sostanze organiche, ovvero di riprodurre artificialmente un processo simile a quello che permette la formazione dei fossili. I reperti si possono dividere in due grandi categorie:

I preparati a secco, ovvero senza l'immersione in spirito, sono dei reperti depellati, volti ad indicare un particolare (patologico o meno), con chiaro intento didattico;
Le pietrificazioni invece non indicano particolari invisibili e interni, ma rappresentano in tutto e per tutto le fattezze del defunto addirittura nel colore dei capelli e dei peli perfettamente conservati.
La tecnica di conservazione si basa sulla sostituzione di liquidi biologici (sangue, urina, bile, umor vitreo) con elementi chimici conservanti. Nel 2005, Alberto Carli ha trovato e pubblicato alcune delle formule "segrete" di Paolo Gorini, svelando così, almeno in parte, il mistero dei suoi preparati. La formula a base di bicloruro di mercurio e muriato di calce era tossica, ma estremamente efficace. Gorini procedeva per iniezione, iniziando dalla vena e dall'arteria femorale del cadavere esangue. Il procedimento, illustrato molto dettagliatamente nei documenti scoperti e conservati presso l'Archivio Storico di Lodi, era particolarmente lungo, complesso e costoso.

Oltre ai preparati anatomici, sono esposti numerosi esempi di polidattilie, ernie, cifo-scoliosi e tumori. Vi sono anche due mummie con una serie di lastre radiografiche eseguite sulle salme per illustrare la presenza dei visceri ed indicare le vie di iniezione dei liquidi mummificanti. Una di queste è la salma di Pasquale Barbieri, un giovane lodigiano morto nel 1843, che fu la prima preparazione a corpo intero di Gorini.

Negli ultimi anni, Gorini stesso si accorse che il suo metodo sarebbe stato destinato ad avere poche applicazioni. Fu così che all'inizio degli anni settanta, per combattere l'orrore della decomposizione che tanto lo ossessionava, iniziò ad interessarsi di cremazione. A questo proposito il museo espone due riproduzioni dei progetti del "crematojo lodigiano", il primo forno crematoio costruito nel cimitero di Riolo, firmati dall'architetto Guidini.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/visitando-lodi.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 5 giugno 2015

I PALAZZI DI LODI

.


Lodi nella sua lunga storia è stata protagonista d'eventi, numerose famiglie nobiliari del luogo e non, hanno dimorato in città arricchendola di palazzi costruiti o rimodernando e ingrandendo edifici già presenti.
Soprattutto nel centro e nella zona adiacente la Piazza della Vittoria, è possibile notare dei palazzi che sono dei veri e propri piccoli gioielli architettonici e decorativi.

Il Palazzo Mozzanica sorto nella seconda metà del XV secolo, è il migliore esempio di dimora patrizia lodigiana. La facciata è caratterizzata dalla presenza di una fascia marcapiano in terracotta, decorata con corone floreali e figure della mitologia marina; il portale è adornato da medaglioni che raffigurano Gian Galeazzo Visconti, Isabella d'Aragona, Francesco e Bianca Maria Sforza. Il piano superiore è ricco di affreschi. Secondo lo storico Giovanni Agnelli, vi soggiornò Francesco I re di Francia durante l'estate del 1509.

Palazzo Modignani noto anche come Palazzo Pitoletti Fontana Soletti è uno degli edifici simbolo della città e sorge sull'angolo tra Via XX Settembre e Corso Roma.            
Il palazzo, risalente al XVIII secolo, sorge ove si trovava l'edificio Malcantone fra il Corso di Porta Cremonese e la contrada di S Michele (oggi rispettivamente Corso Roma e  Via XX Settembre).                        
La sua costruzione si deve a Giambattista Modignani, che nel 1727 fu nominato presidente del magistrato ordinario di Milano.
Fu costruito tra il1720 e il1726 dall'architetto progettista Domenico Sartorio, al quale sono succeduti i due figli Michele e Piergiacomo alla direzione. L'edificio ha avuto l'onore d'ospitare importanti personalità internazionali, tra cui sì ricordano Napoleone, Vittorio Emanuele II, e l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe.
Il palazzo è un edificio dalla struttura a pareti in muratura intonacata dalla pianta ad U asimmetrica, irregolare per l'inserzione di due piccoli cortili nell'ala est e ovest. L'edificio si sviluppa attorno al giardino composto da alberi secolari attorno ai quali si trovano delle colonne binate, caratteristiche tipiche nelle costruzioni dei fratelli Sartorio.
La facciata è piuttosto austera: i tre piani sono divisi da coppie di lesene che ne scandiscono il ritmo, ossia tre intervalli con una finestra ciascuno, poi altre quattro aperture, cui seguono altri tre intervalli che racchiudono le finestre barocche.
Sono presenti alcune anomalie, come ad esempio il fatto che le finestre del terzo piano sono maggiormente decorate rispetto a quelle del piano nobile e l'assenza del portale d'onore e del balcone della finestra che lo sovrasta.
Il portale principale immette nel vasto atrio che porta al colonnato del cortile.
Si accede all'ampio cortile con colonne binate, tipiche del tardo barocco, tramite uno splendido cancello di ferro battuto del lodigiano Alessandro Mazzucotelli, uno dei grandi maestri dell'arte liberty.                              
Di notevole interesse sono gli affreschi del piano nobile ad opera di Carlo Innocenzo Carloni e Giovan Battista Sassi. In questo piano si può trovare la tipica infilata d'ambienti settecentesca ed attraverso nove stanze affrescate si arriva alla sala da ballo . Architettonicamente rilevante è anche la scala a chiocciola e a forma ellittica posta all'interno dell'edificio che porta ad una torretta ottagonale, ben visibile anche dalla strada.

Palazzo Barni, sito in Corso Vittorio Emanuele II.
Nel XIII secolo sorgeva in corso Vittorio Emanuele una tipica casa fortificata medioevale di proprietà della famiglia Vistarini. Agli inizi del '500 Lodovico Vistarini rifece in parte il palazzo che tale rimase fino al 1672 quando la famiglia Barni acquisì la proprietà.
Nel 1698, Antonio Barni i commissionò all'architetto lodigiano Domenico Sartorio il rifacimento di parte del vecchio maniero nel centro storico della città.
Il palazzo è sicuramente uno degli edifici più importanti di Lodi, imponente nelle sue strutture barocche, ma ingentilito da lesene che divide simmetricamente la facciata. L'edificio si presenta con un fronte continuo con ampie finestre, arricchito da tre portali sovrastati da balconi in pietra e balaustre settecentesche in ferro battuto.                              
Il palazzo si sviluppa su tre piani con un seminterrato per una superficie complessiva di circa 4.000 mq, lo stabile è inoltre dotato di due cortili interni separati dall'androne principale.
Il cortile d'onore si presenta, entrando dal portale monumentale, circondato da un portico sostenuto da colonne in granito e volte a vela lungo due lati.                                        
All'incrocio del colonnato, si presenta un altro portale che immette nel giardino secondario su cui si affacciano le altre ali dell'edificio con le antiche scuderie e gli alloggi del personale.                                            
Il piano interrato mostra ancora le sue caratteristiche medievali e vede la presenza di  una cisterna ed un vano adibito a ghiacciaia. Le volte sono a botte tutte in mattoni ed il ricambio d'aria è garantito da bocche di lupo, che insistono sia sulla strada principale sia sul cortile d'onore.                                      
Il piano terra e i locali che si affacciano sul cortile d'onore sono caratterizzati nel corpo su fronte strada, da un soffitto con volte a vela e unghie sulle finestre.
La parte terminale dell'edificio è stata rimaneggiata nel periodo ottocentesco, per la costruzione di una scala interna che raggiungeva i locali al primo piano. Quest'intervento ha comportato l'occultamento di un arco al piano terra ed una finestra al piano superiore. Le scuderie si presentano con la tipica struttura seicentesca, con colonne e volte a vela nel primo locale, e volte a botte nel secondo.
Al primo piano dell'edificio principale si accede attraverso uno scalone d'onore, con balaustra in pietra e un gran medaglione decorato. Il salone cui si accede ha un'ampiezza di circa 100 mq. e si sviluppa su due piani, in origine era decorato e arricchito da tele importanti. Dal salone si accede anche alla cappella, ed alla galleria, nonché al piano nobile dotato di soffitti lignei a cassettoni.                                                    
Il portale monumentale d'ingresso a Palazzo Barni, è costituito da una coppia di colonne ioniche marmoree su plinti modanati con retrostanti paraste, da cui si diparte un arco a tutto tondo. Sopra i capitelli poggiano due mensole decorate a foglie d'acanto che fanno da supporto al balcone del primo piano. Nelle paraste e nell'arco sono inseriti a tarsia dei tondi di marmo giallo e nero. Va rilevato che, a causa della loro diversa forma cristallina, della differente struttura metamorfica e della varia natura mineralogica, i marmi che compongono il portale si sono deteriorati in modo diverso l'uno dall'altro.
Sono presenti il marmo rosso e rosa, con inclusioni fossili, comunemente noti come rosso e rosa di Verona, vi sono anche marmi neri e gialli, probabilmente gialli di Siena o giallo imperiale.
Internamente, alcuni locali sono riccamente affrescati.

Palazzo Vistarini è un edificio storico che sorge all'angolo tra piazza della Vittoria e Corso Vittorio Emanuele II.
Costruito nel Trecento l'edificio era la residenza fortificata dell'influente famiglia ghibellina cui deve il nome.
Nel corso dei secoli ha conosciuto numerosi rifacimenti: prima del 1698, in particolare, il palazzo era molto più vasto di come si presenta oggi, estendendosi da piazza della Vittoria fino a metà dell'attuale corso Vittorio Emanuele II;  in quell'anno, parte della struttura fu trasformata nella dimora privata di Giovanni Paolo Barni (padre di Antonio Barni), divenuto proprietario dell'edificio a causa di traversie politiche e finanziarie della famiglia Vistarini.
Il palazzo si presenta in forme gotiche, con una facciata in mattoni  ingentilita ed impreziosita, dalla presenza di monofore decorate con cornici in cotto, e dagli archi a sesto acuto nel portico sottostante. Dell'antico splendore rimangono alcuni affreschi sulle volte e nel portico, che conserva intatta l'altezza del soffitto il quale, per decreto dei decurioni cittadini, doveva essere d'altezza tale da consentire il passaggio di un uomo a cavallo.
Nel Palazzo hanno soggiornato diverse personalità importanti dal punto di vista storico fra le quali si ricordano Gaston de Foix, Margherita e Anna Maria d'Austria.

Palazzo Ghisi d'opera settecentesca è appartenuto al casato dei Sommariva, famiglia storica del lodigiano.
I catasti, introdotti sotto la dominazione asburgica, permettono di ipotizzare che l'edificio sia stato costruito dalla seconda metà del XVIII secolo e non prima poiché non compare nella rilevazione del 1723.
Attualmente il piano terra vede la presenza di negozi e di una banca.
Lo stabile occupa una vasta area,  infatti si sviluppa su tre piani fuori terra e si caratterizza per una pregevole decorazione che vede l'uso del bugnato liscio al primo piano, mentre il secondo e il terzo utilizzano lo stesso elemento solo per rilevare le parti angolari.
Le finestre del piano nobile presentano una decorazione con frontone triangolare e l'inserzione di mascheroni ed elementi floreali, mentre quelle dell'ultimo piano sono rilevate da una cornice più semplice ma con i medesimi motivi.
La struttura è ritmata da davanzali e piccoli balconcini. Si distingue il balcone angolare, che rileva i due affacci su Corso Roma e Via XX Settembre.
L'organismo edilizio è costituito da muratura portante in mattoni, con la presenza di colonne in granito sul lato est e sud del cortile. La facciata verso Corso Roma è composta di una scansione regolare delle finestre ed in posizione centrale si apre il portone d'accesso, sovrastato da un balcone con parapetto in ferro battuto di fine fattura.
Le finestre al piano terreno sono dotate d'inferriate e sono tutte contornate da un rilievo intonacato, quest'ultima caratteristica appartiene anche alle finestre del cortile interno e di quello posteriore, mentre le finestre che danno sui laterali ne sono sprovviste. Le spalle e la cimasa del portone d'ingresso sono in granito.
Di notevole impatto è lo scalone d'onore posto nell'estremità nord del lato est.
Il piano terreno è costituito da stanze in parte ampie, che occupano tutti i lati del palazzo e alle quali si accede dal cortile e dal portico interno.

Palazzo Villani cinquecentesco dell'antica nobile casata Villani, ora della proprietà della Famiglia Benelli, conserva una splendida facciata con belle finestre rinascimentali ed un importante portale colonnato.
L'intero complesso è costituito da tre edifici che si sviluppano intorno ad una corte principale e ad altre corti minori, ed è sottoposto a tutela da parte del Ministero dei Beni e le Attività Culturali.
I Villani sono presenti a Lodi già in epoca antica, la famiglia probabilmente oriunda di Lodi Vecchio compare nei documenti della città già dal XII secolo, nel corso del tempo gli appartenenti a questo casato partecipano in modo attivo alla vita politica, culturale, amministrativa ed economica della Città.
L'edificio così come oggi lo conosciamo, è frutto di una serie di trasformazioni che hanno accompagnato l'evoluzione del casato dei Villani e di conseguenza è l'esito di una serie d'edificazioni, accorpamenti e trasformazioni che propongono in maniera piuttosto tipica la struttura del palazzo nobiliare tardo rinascimentale, con l'edificio di rappresentanza in cui risiede la famiglia nobile rivolto verso la pubblica strada.
L'impianto è stato oggetto di numerosi accorpamenti e suddivisioni tra gli eredi di Gerolamo Villani, dall'anno 1515 una serie di trasformazioni hanno coinvolto gli immobili che dalla canonica di San Lorenzo arrivavano fino a via delle Beccherie (ora via Marsala), definendo una suddivisione tra le proprietà. Quello che oggi conosciamo come Palazzo Villani, sito al civico 38 di Via Garibaldi, appartenne a Gaspare Villani; tra il 1515 ed il 1557 la proprietà acquistò un fabbricato adiacente al palazzo originario lungo via San Lorenzo (ora via Garibaldi)ed in quegli anni si procedette con l'accorpamento dei due edifici e con l'ampliamento degli ambienti dei corpi di fabbrica su strada ed interno alla corte.                              
Presumibilmente nella seconda metà del XVI secolo è stato uniformato il fronte lungo Via San Lorenzo, creando la facciata in stile manierista come oggi la vediamo: il fronte è composto da tre ordini orizzontali suddivisi da cornici marcapiano ed è coronato da un importante cornicione in cui doppie mensole a volta sono alternate a piccole bucature quadrate. L'ingresso decentrato è caratterizzato da un elegante portale che propone elementi decorativi classici, quali l'arco a tutto sesto con la chiave di volta ornata, doppie colonne di marmo con capitello ionico, frontone con trabeazione con metope e timpano spezzato che incornicia lo stemma. Il tema del timpano spezzato è riproposto anche nelle cornici marmoree delle finestre, sia al piano terra sia al piano nobile dove si alterna il motivo ad arco con quello rettilineo.                            
Nella stessa epoca ha inizio la costruzione dello scalone d'onore che portava all'alloggio del primo piano, l'ambiente di dimensioni monumentali è sormontato da una volta a padiglione con decori floreali e stemmi araldici in stucco, di particolare pregio è la balaustra in pietra arenaria, scolpita con decori floreali in basso rilievo e pannelli con mascheroni fitomorfi.
Il palazzo possiede un portale e finestre di marmo con eleganti mostre e timpani. Alla finestra centrale del piano nobile è stato aggiunto nel '700 un balcone con inferriata. Verso il cortile esiste un fronte con finestre di gusto alessiano e nell'interno, a terreno, sono ubicati un salone con un eccezionale camino e alcune salette i cui soffitti sono nobilmente affrescati con scene mitologiche.
Seduti sul ripiano camino si trovano due satiri, al di sopra di essi racchiusa da una doppia cornice ovale è raffigurata la dea greca della sapienza e prodezza Pallade Atena, con la lancia ed elmo, vicino un angelo le porge un ramo d'ulivo. Sotto al dipinto è posizionato Cupido addormentato ed ai lati di questo vi sono due figure femminili rappresentanti a sinistra la ninfa Abbondanza e a destra la dea Afrodite, madre di Eros. Nel centro si vede un gigante che regge una cornice barocca in cui capeggia lo stemma di famiglia ai cui lati si possono notare due scene della guerra di troia, ossia l'ingresso del cavallo e dall'altra la battaglia. L'intera volta è affrescata con scene mitologiche di dei ed eroi.
In epoca napoleonica il palazzo è oggetto di diverse modifiche, alla facciata è aggiunto il balconcino con parapetto in ferro battuto, mentre internamente il salone del piano primo, che affaccia verso la corte interna, è suddiviso in due ambienti creando una sala in perfetto stile napoleonico con stucchi, boiserie, tappezzerie ed arredi che riportano lo stemma imperiale Risalgono alla seconda metà del 800 l'inserimento della balconata lungo il fronte interno del cortile e gli ampliamenti del corpo di fabbrica rivolti verso il giardino privato.
Nei primi decenni del XX secolo il palazzo subì le sue ultime trasformazioni.

Nei primi anni dopo la fondazione della città nuova, la costruzione del palazzo Vescovile non fu immediata, poichè i massimi sforzi furono impiegati nella costruzione della Cattedrale e quando nel 1163 il corpo di San Bassiano fu trasferito da Lodi Vecchio alla cripta della nuova Cattedrale, esisteva solo un piccolo nucleo dell'attuale Vescovado. La vera nascita del palazzo si ebbe  sotto il vescovo Alberto Quadrelli (1168 - 1173) e il suo successore Alberigo del Corno, che ottenne nel 1177 il trasferimento della sede vescovile da Lodi Vecchio a Lodi.
I lavori proseguirono nel XIII secolo sotto Ottobello Soffientini, vescovo di Lodi fra il 1218 ed il 1243. Il lavori vennero nuovamente interrotti per essere poi ripresi alla fine del XIV secolo quando la diocesi era guidata dal vescovo Bonifacio Bottigella (1393 - 1404), che fece restaurare e abbellire il palazzo.
Nel 1482 il vescovo Carlo Pallavicino (1456 - 1497) ,ampliò notevolmente il giardino del palazzo; sfruttando dei terreni che in precedenza erano utilizzati come mercato di cavalli e granaglie. Il suo successore Ottaviano Maria Sforza soggiornò in città solo per brevi periodi e il palazzo fu abbandonato all'incuria, tant'è che divenne inabitabile e il vescovo alloggiò presso privati. Il primo serio intervento di rifacimento si ebbe solo con il vescovo Ludovico Taverna (1579 - 1616) che incaricò Martino Bassi di realizzare il progetto.
I lavori furono terminati solo nel 1657, quando la Diocesi di Lodi era guidata da Pietro Vidoni. Nello stesso periodo fu realizzata la galleria dei ritratti contenente una serie di dipinti ad olio dei vescovi lodigiani. Nel 1725 divenne vescovo Carlo Ambrogio Mezzabarba, che promosse una ricostruzione integrale del palazzo, su progetto dell'architetto Giovanni Antonio Veneroni, cui si deve l'aspetto attuale del'edificio.
Dopo la morte del Mezzabarba (1741), i lavori furono ripresi dal suo successore Giuseppe Gallarati, senza però terminarli. Negli anni successivi all'unità italiana, il dissidio tra Stato e Chiesa non permise più ai vescovi lodigiani di esercitare il potere temporale: il palazzo fu abbandonato e il vescovo fu costretto ad abitare in seminario. Nel momento in cui fu riconosciuto al vescovo il diritto di possedere beni e quindi di tornare nel suo palazzo, lo ritrovò in pessime condizioni; dopo lunghi e costosi lavori, nella primavera del 1879, il vescovo Domenico Maria Gelmini fece ritorno nel palazzo vescovile.
Il palazzo è formato da quattro ali che si sviluppano attorno ad un cortile quadrato; di queste però solo tre furono realizzate nel XVIII secolo seguendo il progetto originale, mentre la quarta, che doveva essere la più elegante, rimase incompiuta e fu realizzata in tempi recenti. Il palazzo ha due ingressi, uno sul lato sud che affaccia su Via Cavour) e uno a nord (su Piazza del Mercato), mentre i lati est e ovest sono collegati rispettivamente con il giardino e con il Duomo. Nelle facciate interne, sopra il portico vi è un marcapiano e quindi il piano nobile con finestre che presentano decorazioni rotonde arricchite da elementi di ferro battuto.
Di notevole interesse sono l'ex cappella vescovile e gli affreschi di Carlo Innocenzo Carloni.
Affacciato sul cortile interno si trova il portico composto di cinque archi con basati per colonne binate che negli angoli sono riunite a gruppi di tre.        
I prospetti esterni originali sono tre e presentano molte differenze. Il prospetto est, verso il giardino, è l'unico ad essere stato completamente realizzato secondo il progetto del Veneroni. Sulla destra vi è una torretta sopraelevata che si collega all'ala nord e rimasta incompiuta come testimoniano i fori dei ponteggi. Del prospetto nord che si affaccia su Piazza Mercato, furono costruite solo le strutture essenziali e sono totalmente assenti quelle decorative. Sulla destra c'è un portale che permette l'accesso al portico. L'ultima ala ad essere realizzata fu quell'ovest, la cui costruzione fu però bruscamente interrotta come testimoniano la facciata rustica in mattoni e i fori per i ponteggi. Nei punti in cui l'ala est e l'ala ovest avrebbero dovuto congiungersi con quella sud, sono ancora visibili dei mattoni a vista, ad ulteriore testimonianza dell'incompiutezza del palazzo.
Un'ala del Palazzo Vescovile ospita il Museo Diocesano d'Arte Sacra di Lodi, che fu istituito nel 1975 dal vescovo Giulio Oggioni, con decreto vescovile.
Il museo è ricco d'oggetti d'arte, in particolare arte religiosa, provenienti dalla Cattedrale, dallo stesso Vescovado e da altri edifici religiosi della città.
Tra questi reperti spiccano quelli appartenuti al tesoro di San Bassiano, un tempo custodito nel Duomo e contenente soprattutto prodotti dell'arte sacra orafa e tessile.

La loggia neoclassica di Palazzo Broletto si affaccia su piazza della Vittoria, la piazza principale di Lodi. Sulla sommità della facciata si trova una rappresentazione artistica dello scudo araldico municipale.
Come spesso accade in terra lombarda, l'edificio simbolo del potere temporale si affaccia su di una piazza chiusa ed ha sede non troppo distante dall'edificio simbolo del potere spirituale, in questo caso la Cattedrale. Palazzo Broletto ed il Duomo, infatti, sono due edifici adiacenti, che si affacciano sulla stessa piazza, eletta a centro della vita cittadina.
Il palazzo venne edificato nel 1284 probabilmente sulla base di una costruzione antecedente come attestato da alcune fonti storiche.
L'edificio ha subito molte modifiche nel corso dei secoli. Nel 1303 venne aggiunto lo scalone ed ulteriori modifiche vennero compiute nel 1337 e nel 1656, anno in cui venne rifatta la nuova loggia dall'architetto Agostino Pedrazzini. La facciata, nelle forme attuali, è del 1778 per opera dell'Ingegner Castelli di Milano.
Il Broletto oggi si presenta in stile neoclassico con un porticato al piano terra e un loggiato al piano superiore. Attualmente è sede del Municipio e nelle sue sale si riunisce il consiglio comunale di Lodi. Un bel loggiato si affaccia anche sulla piazzetta del Broletto, mentre un arco conduce in Corso Umberto I. Due ali del complesso architettonico sono poste in comunicazione mediante un passaggio sopraelevato, ribattezzato «il Voltone» dai cittadini lodigiani.
Su una parete del municipio è collocato il busto di Federico Barbarossa fondatore di "Laus Nova". L'imperatore è anche raffigurato sul retro del gonfalone comunale. Oltre al busto del Barbarossa è possibile vederne anche uno raffigurante Gneo Pompeo Strabone.
Nel cortile del Broletto è posta l'antica fonte battesimale della Cattedrale donata da Bassiano da Ponte nel 1508. Ricavato da unico blocco di marmo rosa di Verona, presenta la forma esterna ottagonale mentre quell'interna è quadrilobata.
Il battistero venne concesso in comodato d'uso nel secondo dopoguerra al Comune di Lodi che ne decise la sua attuale collocazione.

Il Castello Visconteo è una costruzione medievale che fungeva da fortezza difensiva. In passato la cittadina lombarda era circondata e difesa  da una cinta muraria, lungo la quale si aprivano le tre porte d'accesso alla città. Due di queste erano poste sul lato sud, in direzione delle principali città alleate: Porta Cremonese e Porta Pavese; la terza era detta Porta Regale ed era la più vulnerabile poiché si trovava sulla strada per Milano; essendo la più insicura, Federico Barbarossa decise di commissionare l'edificazione del Castello cui sì si accedeva tramite la Porta Imperiale.
La struttura fu rimaneggiata varie volte con il passare del tempo, e ciò che noi possiamo ammirare oggi risale al periodo che va dal 1355 al 1370, su commissione di Barnabò Visconti, che desiderava avere anche quattro torri e profonde prigioni, da situare nel sottosuolo.
Nel 1416 Filippo Maria Visconti rinforzò il rivellino interno con una rocca fortificata fuori delle mura e più tardi, quando, a causa alle bonifiche dei terreni circostanti, fu necessario proteggere anche le nuove zone strappate alle paludi, la fortezza fu resa ancor più sicura da Francesco Sforza che nel 1456 fece aggiungere sullo spigolo a nord, una torre rotonda, opera dell'ingegner Serafino Gavazzi, affiancata a quella di pianta quadrata di cui il castello già disponeva.
Il Torrione, che divenne uno dei simboli di Lodi, fu alzato nel 1906 per contenere il serbatoio dell'acquedotto comunale, mantenendo però l'integrità dell'edificio.
Sotto la dominazione austriaca di Francesco Giuseppe, il castello subì notevoli danni a causa di lavori che miravano alla sua demolizione. In questo periodo furono riempiti i fossati, tolti i ponti levatoi e distrutto un intero lato del castello che fu trasformato in caserma. Sui tre lati rimasti furono costruiti dei porticati sovrastati da un doppio ordine di logge, così come si vede ora. Già dai primi anni del XIX secolo il castello perse il suo vero aspetto e la sua funzione.
Oggi il Castello Visconteo non è visitabile, poiché è sede della Questura della Polizia di Stato.
Nei sotterranei sotto al castello, ad una profondità di circa sei metri, sono stati scoperti alcuni cunicoli appartenenti probabilmente al rivellino esterno. Alcuni di queste gallerie sono alte fino a 2,70 metri, consentendo quindi il passaggio di un uomo a cavallo, e in taluni punti si sviluppano anche su due livelli comunicanti fra loro. L'esplorazione di questi ambienti, è iniziata negli anni duemila, tuttavia le indagini risultano essere difficoltose a causa del fatto che negli anni cinquanta essi furono in gran parte sotterrati e talvolta murati.
Esiste anche l'ipotesi che in passato Lodi fosse completamente attraversata da gallerie sotterranee che conducevano sia fuori le mura, attraverso il rivellino esterno, sia nel cuore della città, attraverso il rivellino interno, verso il sagrato di Piazza della Vittoria. L'utilità di questi passaggi era sia difensiva (costituivano, una via di fuga in caso d'attacco), che offensiva (permettevano di sorprendere improvvisamente il nemico che occupava parti della città). L'utilizzo dei cuniculi sotterranei è attestato dal Guicciardini nella sua celeberrima opera "Storia d'Italia".

L'Ospedale Maggiore risale al XV secolo; la struttura venne successivamente ampliata e trasformata in ospedale. La facciata in stile neoclassico fu realizzata alla fine del Settecento su disegno di Giuseppe Piermarini, lo stesso architetto del Teatro alla Scala di Milano. All'interno si trova un chiostro con portico, loggiato e decorazioni in cotto del Quattrocento.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/visitando-lodi.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 2 giugno 2015

PASSEGGIANDO PER CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

.


Il territorio di Castiglione delle Stiviere appartiene alla zona subcollinare posta ai piedi delle alture che delimitano il lago di Garda verso la pianura padana.

Il territorio della provincia di Mantova ha avuto origine dalle vicende intervenute durante l’era quaternaria. L’assetto geologico della zona è caratterizzato dalla media pianura idromorfa, presente nella zona settentrionale della provincia. Nella media pianura i sedimenti diventano prevalentemente sabbiosi, talvolta con lenti di ghiaie e si verifica l’emergenza dei fontanili.

Castiglione delle Stiviere deve la sua fisionomia di città signorile alla famiglia dei Gonzaga, un cui membro, Luigi Gonzaga, nato proprio qui nel 1568, venne proclamato santo nel 1726, rimanendo venerato nel mondo come ” santo della gioventù”.

Castiglione delle Stiviere è inoltre nota per essere stata luogo della fondazione della Croce Rossa, nata dal coraggio mostrato dalle donne di Castiglione nel portare pronto soccorso alle vittime della Battaglia di Solferino del 1859.

La piazza san Luigi al cui centro vi è un interessante fontana tardo barocca, in essa è collocata la Basilica di San Luigi Gonzaga, imponente opera architettonica barocca in cui si conserva in un urna d'argento il teschio del Santo, e l'annesso Convento dei Gesuiti. Il Collegio delle Vergini di Gesù del 1608 in cui è stato allestito il Museo Storico Aloisiano in cui si conservano affreschi e documenti sulla vita di San Luigi e del casato dei Gonzaga. Il Duomo, eretto nel 1762, ricco di interessanti opere d'arte tra cui una pala di santa Rosalia opera del siciliano P.Novelli; ai piedi del Duomo si trova il Parco Pastore, una vera e propria oasi naturale. In via Marconi si possono ammirare palazzi nobiliari settecenteschi ed ottocenteschi rari esempi di architettura neoclassica ed eclettica; alla fine di essa si giunge nella seicentesca piazzetta Ugo Dallò caratterizzata da palazzi appartenenti a diverse epoche storiche tra cui spicca il Palazzo del Principe del tardo '400. Il Museo Internazionale della Croce Rossa, ospitato nel settecentesco palazzo Triulzi-Longhi, in cui si documenta la nascita del C.R.I. e del suo operato dal 1859.
Dedicata al Santo patrono della Città, la Basilica, così come l’annesso Convento dei Gesuiti, attuale sede del Comune, vennero progettati dall’architetto gesuita Luca Bienni da Salò e costruiti tra il 1612 e la fine del ‘700.
La basilica di San Sebastiano sorge all'interno delle mura del castello di Castiglione delle Stiviere, sopra una collina che domina la città.

Edificata nel 1577 per volere del marchese Ferrante Gonzaga, primo marchese di Castiglione in segno di ringraziamento per essere scampato alla peste del 1576. Fu il luogo di raccoglimento prediletto di san Luigi Gonzaga, che dal 1610 al 1679 ospitò una sua reliquia.

L'edificio era destinato ad accogliere le spoglie dei signori Gonzaga. Al suo interno trovò sepoltura solo nel 1600, in quanto scomunicato, Rodolfo Gonzaga che morì assassinato il 3 gennaio 1593 a Castel Goffredo. La madre Marta Tana ricorse al papa Gregorio XV ed ottenne la ribenedizione della salma e la sua sepoltura in terra consacrata.

L'interno, a navata unica, è destinato ad accogliere funzioni religiose della parrocchia.

Il convento di Santa Maria è situato nel cuore delle colline attorno a Castiglione delle Stiviere, in una zona già abitata in epoca romana, fu fondato dall'eremita padre Girolamo Redini di Castel Goffredo, istitutore della Congregazione degli Eremiti di Santa Maria in Gonzaga ed eretto presso i ruderi della villa romana.

Fu rimaneggiato nei primi anni del Cinquecento dal marchese Luigi Gonzaga, nonno di San Luigi, che lo donò ai Frati Minori di San Francesco, detti "Zoccolanti", dopo l'abbandono del convento da parte degli Eremiti di Santa Maria.

Divenne il luogo di villeggiatura preferito dal marchese Ferrante Gonzaga e dalla consorte donna Marta Tana.

Fra le sue mura nel 1584 vi si ritirò San Luigi Gonzaga in preghiera, dopo i ripetuti scontri con il padre Ferrante per il suo proposito di abbracciare la vita religiosa. La sua cella è stata trasformata in cappella in suo onore.

Sconsacrato nel 1798 subì negli anni seguenti danni molto ingenti che portarono alla demolizione di una parte dell'edificio e della chiesa.

L’immobile dal 1846 appartiene al Collegio delle Nobili Vergini di Gesù.

La chiesa di Santa Maria della Rosa è inserita in un contesto paesaggistico che ispira alla meditazione, sorge in posizione isolata nelle colline della città e si trova in località Ghisiola, termine dialettale mantovano corrispondente a chiesuola, piccola chiesa.

Il nucleo primitivo della chiesa, corrispondente all'altare e al presbiterio, risale al 1450 circa. Il completamento avvenne nel 1600, grazie all’allungamento della navata avvenuto nel 1520, la realizzazione della cupola, del campanile e di due corpi laterali.

Molti sono gli affreschi presenti al suo interno rinvenuti durante il restauro avvenuto negli anni 1970 e 1980, tra i quali una Madonna con bambino e una Crocifissione.

La chiesa è ora affidata ad un monaco solitario.

Il castello è stato edificato tra il sec. VII e il sec. IX, all’epoca delle incursioni barbariche, con la funzione di luogo di avvistamento di invasioni di popoli nemici, il castello divenne in seguito residenza estiva della famiglia Gonzaga, sede della corte del duca Ferrante Gonzaga, padre di S. Luigi

La Chiesa dei Disciplini sorge accanto al Duomo, del XVI secolo.
Il Famedio già Chiesa del Rosario, è un tempio a pianta ottagonale in onore dei caduti di tutte le guerre.
Troviamo la Chiesa dei Cappuccini.

Il Collegio delle Nobili Vergini di Gesù fu edificato nella seconda metà del XVI secolo, antica residenza della famiglia Aliprandi, nel 1608 venne adibito a collegio per l'educazione delle ragazze di nobile famiglia dalle sorelle Cinzia, Olimpia e Gridonia Gonzaga, nipoti di san Luigi. Il collegio venne riconosciuto come ente morale nel 1930 e le Vergini di Gesù vennero approvate dalla Santa Sede nel 1952.
Teatro Sociale. Opera tarda del noto architetto ticinese Luigi Canonica.
Palazzo del Principe. Risalente alla fine del Quattrocento era la residenza cittadina dei Gonzaga, con tracce di affreschi mantegneschi.
La Villa Brescianelli è della metà del XVIII secolo.

Piazza Ugo Dallò, detta anche piazza Colonna. All'angolo di questa piazza con via Giovanni Chiassi si trova una particolarità unica, in quanto vi è appesa la cosiddetta costa della balena. Si tratta in realtà di una mandibola di balena donata, nella seconda metà del XVIII secolo, da Carlo Brescianelli e creduta una costola del cetaceo dalla popolazione. Durante il breve arco temporale della RSI venne intitolata a Ettore Muti. Ai tempi dei Gonzaga era detta Piazza Colonna e rappresentava il centro amministrativo e giuridico della città. Prendeva il suo nome dalla Colonna della Giustizia - tuttora presente - che porta sulla sua sommità la statua di Astrea, e presso la quale venivano eseguite le sentenze capitali. Al centro della piazza sorge la fontana ettagonale con la seicentesca statua di Domenica Calubini, fatta erigere da Francesco Gonzaga a ricordo della virtù di questa giovane donna, che preferì morire piuttosto che cedere alle prepotenze di un giovane del luogo (la tradizione che parla di un soldato straniero è priva di fondamento). Di fronte alla piazza si trova il complesso edilizio del Palazzo del Principe. Ne fanno parte la Torretta delle Prigioni e il Fontanino delle Prigioni, che derivano il loro nome dall'attiguo antico edificio carcerario.

Grazie alla sua ricchezza idrogeologica e al conseguente cospicuo numero di fontane che ne caratterizzano l'aspetto urbanistico, Castiglione delle Stiviere viene indicato anche come il Paese delle Fontane. Fra le principali si ricordano quelle di piazza Dallò e di piazza San Luigi, la Fontana delle Tre Torri (in via Sinigaglia, coperta da porticato) e la più antica, quella di Palazzina, risalente ai primi anni del XII secolo.

Il Parco Pastore e Parco Desenzani sono una grande oasi verde nel cuore della città. Fra le specie arboree gli ippocastani, le robinie, i carpini, i bagolari e i sambuchi.

Il Teatro Sociale di Castiglione delle Stiviere fu inaugurato il 12 ottobre 1843.

Il patriziato di Castiglione delle Stiviere usava accogliere rappresentazioni teatrali e melodrammatiche nei saloni del Palazzo Pretorio, i quali vennero, però, occupati dalle truppe austriache almeno fra il 1832 ed il 1836. Si ritennero, quindi, maturi i tempi per la realizzazione di un nuovo edificio dedicato. Era questa l'epoca di grande sviluppo della passione teatrale, dopo gli esempi geniali di Goldoni, di Alfieri, e soprattutto l'epoca dell'opera in musica che, in Italia, contava già nomi gloriosi come Bellini, Rossini, Donizetti. Mantova aveva costruito il suo Teatro Sociale nel 1822 e a Castiglione si prese l'iniziativa di fare altrettanto, in proporzione dei mezzi con i quali si riuscì ad effettuare un cospicuo fabbricato e soprattutto un teatro che fu tra i migliori dei teatri sociali di provincia.

Il progetto venne affidato al Canonica, che già si era illustrato, fra l'altro, nell'ampliamento del Teatro alla Scala e nella sistemazione del Teatro Sociale di Como, di Monza e di Mantova. Egli disegnò un impianto nella caratteristica forma a ferro di cavallo. Prima della costruzione effettiva, i mezzi furono approntati da un gruppo di soci che elargirono la loro proprietà sul terreno fabbricabile in accordo con l'amministrazione comunale (1836) che cedette alcune pertinenze del palazzo di via Pretorio, ed il progetto fu approvato il 17 luglio 1840 dal consigliere aulico di Mantova, a cui seguì la nomina di una deputazione, con a capo il nobile Carlo Pastorio. Per quanto riguarda l'interno e gli elementi strutturali, collaborarono alla decorazione il pittore Orsi dell'Accademia di Venezia, nel sipario raffigurante Apollo Musagete, ed i milanesi Ghislandi, Lodigiani e Zampori per gli affreschi e gli stucchi.

Palazzo Bondoni Pastorio è un edificio storico del Quattrocento, riadattato nel Seicento.

Durante i tragici giorni della battaglia del 24 giugno 1859, le sorelle Carolina e Luigia Pastorio ospitarono nel loro palazzo Henry Dunant che, osservando le donne locali mentre curavano i feriti di tutte le nazioni, concepì l’idea di fondare la Croce Rossa.

Alla fine degli anni novanta la storica dell'arte Maria Simonetta Bondoni Pastorio (1954-2012), rappresentante della famiglia, trasformò il palazzo di famiglia in museo, dando vita a una Fondazione, a cui conferì il materiale storico dei Bondoni Pastorio, costituito da documenti, arredi e dipinti.

Parte del museo conserva anche le memorie di Giuseppe Tellera, generale di corpo d'armata del Regio Esercito, medaglia d'oro al valor militare, comandante della 10ª Armata, caduto in combattimento ad Agedabia (Libia) nella seconda guerra mondiale.

Palazzo Pastore in stile neoclassico prende il nome dal primo proprietario, Giuseppe Ignazio Pastore, che acquistò l'area dove sorgeva una precedente costruzione del Cinquecento. Fece edificare il nuovo palazzo a partire dal 1823. Progettista fu probabilmente l'architetto bresciano Rodolfo Vantini. L'edificio, che presenta due appartamenti affrescati al piano superiore e locali di servizi al piano terreno, passò nel tempo in proprietà ai membri della stessa famiglia Pastore, una delle più ricche di Castiglione.

Nel palazzo furono ospitati personaggi illustri, tra i quali Amedeo di Savoia nel 1866.

La famiglia restò proprietaria del palazzo fino ad Alceo Pastore, i cui eredi si divisero la proprietà intorno al 1950. Nel 1973 il Comune divenne proprietario ed iniziò importanti lavori di restauro.

Casino Pernestano è stata la dimora di villeggiatura dei "Gonzaga di Castiglione", fu fatto costruire intorno al 1610 da Francesco I Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, per la moglie Bibiana Von Pernstein, dalla quale prese il nome.

L'edificio, che si sviluppa su due piani, sorge all'interno di un cortile circondato da un muro di cinta quadrato con torrette difensive agli angoli.
In origine era un edificio fortificato, cinto da fossato e dotato di ponte levatoio.

Il complesso, nella sua conformazione originaria, risulta censito nel Catasto teresiano del 1777 quale proprietà dell'Impero asburgico e classato come "Casino e corte di villeggiatura di proprietà della Regia Ducal Camera di Mantova". In seguito all'annessione della Lombardia al Regno d'Italia, il Catasto lombardo-veneto del 1865, censisce l'immobile quale proprietà privata, assegnandogli ufficialmente l'antica denominazione popolare di "Casino Pernestano".

Il Museo storico aloisiano è ospitato nell'edificio del collegio Vergini di Gesù, nel centro storico di Castiglione delle Stiviere.

Nel museo è conservato molto materiale a carattere religioso riguardante la vita di san Luigi Gonzaga e una raccolta di quadri sui principali esponenti della sua famiglia, i principi Gonzaga di Castiglione.

Il Museo internazionale della Croce Rossa è sito a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, nello storico palazzo Longhi, donato dal Comune nel 1959 alla Croce Rossa.

Al suo interno si conservano gli oggetti e i documenti che ricordano la nascita e lo sviluppo della Croce Rossa Internazionale, movimento ideato e concepito da Henry Dunant nei momenti successivi alla battaglia di Solferino e San Martino (24 giugno 1859).

È stata la straordinaria opera di soccorso prestata dalle donne di Castiglione ai feriti delle battaglie di Solferino e Medole che ha ispirato al ginevrino Henry Dunant l’ideazione della Croce Rossa. La sconfitta degli Austriaci da parte dell’esercito franco-sardo e l’inizio del processo che sarebbe sfociato nell’Unità d’Italia sono stati pagati con 40.000 feriti, molti dei quali trasportati a Castiglione dalla serata del 24 giugno 1859. Qui il sacerdote don Lorenzo Barziza ha coordinato le opere di soccorso, trasformando chiese, monumenti e case private in ospedali temporanei. In città ne furono allestiti ben dodici, di cui il principale nel duomo.

Henry Dunant, ospite nel palazzo castiglionese della famiglia Bondoni Pastorio, sull’onda di questa toccante esperienza umana ha concretizzato il principio di uguaglianza dei feriti di guerra e di neutralità dei soccorritori, ideando la Croce Rossa, la cui convenzione è stata sottoscritta a Ginevra il 22 agosto 1864 dai rappresentanti di 12 governi.

Oltre alla lingua italiana, a Castiglione delle Stiviere è abbastanza utilizzato il dialetto locale. Essendo la località posta nell'Alto Mantovano ma al confine con la provincia di Brescia, si parla un vernacolo bresciano, con scarsi influssi del mantovano.

Le frazioni di Castiglione delle Stiviere sono:
Astore
Gozzolina
Grole
San Vigilio
Bertasetti
Prede
Barche di Castiglione
Pedercini
Fichetto
Santa Maria
Ghisiola, ospita la Chiesa di Santa Maria della Rosa, del XV secolo. Nella zona è presente anche l'Ospedale psichiatrico giudiziario, struttura di rilevanza nazionale.

Gozzolina è la più estesa e popolosa frazione di Castiglione delle Stiviere, posta a sud del capoluogo, al confine con il comune di Medole. Prende il nome dalla Seriola Gozzolina che nasce nel suo territorio.

Ricca di risorse idriche e attraversata dal rio Marchionale, un tempo aveva numerosi mulini ad acqua.

Appena fuori il centro abitato si incontra il Casino Pernestano.

Astòre è ubicata a nord del capoluogo, al confine con il comune di Lonato del Garda.

Il nome di questa località trae origine da quello del noto uccello rapace simile allo sparviero che, verosimilmente, anticamente nidificava in queste zone, un tempo prevalentemente boschive oppure dal latino aestiva, allusiva agli accampamenti romani che erano presenti sulle colline nel periodo estivo.

Astore è ricordato nella storia locale per il tragico episodio dei morti dell'Astore, due giovani contadini che nel 1742 furono scambiati per due evasi in fuga e per questo giustiziati dalle milizie imperiali austriache. In loro memoria vennero erette due piccole cappelle votive.

L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere rappresenta un’eccezione rispetto alla restante parte di istituti italiani di questo tipo. È infatti l’unico a non essere gestito dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, bensì tramite una convenzione con l’Azienda Ospedaliera “Carlo Poma” di Mantova.
Altra caratteristica distintiva è l’essere l’unico OPG italiano con una sezione femminile.
La visita ha riguardato una sezione maschile, una femminile e la struttura comunitaria presente nelle immediate adiacenze dell’Opg. Tutti gli aspetti della struttura, inclusa quindi la sicurezza, sono gestiti dal personale dell’Azienda Ospedaliera: non sono presenti in struttura agenti di Polizia Penitenziaria.

Commercio ed industria hanno storicamente prevalso a Castiglione delle Stiviere rispetto allo sviluppo più agricolo e contadino di buona parte del territorio mantovano, vuoi in conseguenza di una certa difficoltà nei sistemi di irrigazione del collinare suolo morenico-sassoso, vuoi per l'intraprendenza ed il talento negli affari dei propri abitanti.

Di notevole importanza economica per la cittadina di Castiglione delle Stiviere è la presenza di alcune aziende leader di mercato nei propri rispettivi settori merceologici.

La zona industriale comprende grandi e piccole aziende di notevole importanza, che contribuiscono all'accrescimento delle opportunità economiche di questa città.

Lo sviluppo turistico della zona è legato principalmente alla vicinanza della città di Castiglione delle Stiviere con il lago di Garda e con le colline moreniche circostanti.

La cucina di Castiglione delle Stiviere è quella tipica mantovana. Tra le ricette tradizionali troviamo i tortelli di zucca, gli Agnolini in brodo e il Tortello amaro di Castiglione tra i primi; il salame mantovano e lo stracotto d’asino e cavallo tra i secondi.

Sono due le manifestazioni dedicate a S.Luigi Gonzaga, Santo patrono della città: quella che in ricorrenza della morte (21 Giugno), ricorda il Santo con mostre d’arte a tema, e Castiglione in Fiore: per ricordare Il Santo, il cui simbolo è il giglio bianco, Piazza Ugo Dallò e le vie adiacenti vengono adornate di fiori.

Molto attesa è la Fiaccolata della Croce Rossa: nell’ultimo sabato di Giugno un corteo ripercorre i luoghi che furono teatro della battaglia di Solferino, partendo da Solferino (MN) per giungere a Castiglione delle Stiviere.

Buriel è il nome dello spettacolo pirotecnico con il quale ogni anno il 6 Gennaio, a Santa Maria di Castiglione delle Stiviere, si festeggia l’arrivo del nuovo anno. Lo spettacolo ha come sfondo la musica degli Zampognari ed è seguito da un buffet nel quale si possono gustare i prodotti del luogo.

A Carnevale, rivive una festa di lunga tradizione, che ha le sue origini nel secolo scorso. Il Carnevale Castiglionese anima la città con le sfilate dei carri allegorici lungo le vie del centro storico e con altri eventi, tra cui mercatini gastronomici e di Artigianato. Non mancano l’ Elezione di Miss Carnevale, e il Concorso fotografico “Fotografa il Carnevale”.

Viviamo Parco Pastore è il nome dell’iniziativa volta a promuovere la conoscenza del Parco Pastore, che per l’occasione viene animato da mercatini di ogni genere, dedicati a musica, hobby, Collezionismo e Filatelia.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-citta-della-pianura-padana.html






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 25 maggio 2015

PERSONE DI LEGNANO : BARBARA MELZI

.


Figlia del conte Francesco Melzi Malingegni, commendatore del Gran priorato di Lombardia e Venezia dell'Ordine di Malta, e della contessa Isabella Salaza nacque a Tradate il 12 ottobre 1825.

Cresciuta nel castello di Tradate, soffrì per tutta la vita a causa della menomazione provocata da una caduta avvenuta nella primissima infanzia. Una cameriera, quando Barbara era ancora in fasce, la fece cadere in terra provocando una grave lussazione al femore. Ciò venne taciuto sino al momento in cui la piccola fu liberata dalle fasce e nonostante i numerosi specialisti interpellati non guarì mai.

Affascinata dal carisma di Maddalena di Canossa, decide di seguirne le orme, cominciando ad approfondire la conoscenza della religione cattolica.

Già nel 1846, Barbara Melzi sogna una vita conforme alla lettera ed allo spirito della Santa di Canossa nel popoloso quartiere di Legnarello. Questo, unito alla carità cristiana, la convinse a prendere i voti e a diventare suora canossiana .

All'inizio del XX secolo donò dei cospicui contributi per la costruzione della chiesa del Santo Redentore a Legnano.

Fondò una scuola nel quartiere legnanese di Legnarello, creata per il conseguimento del titolo di maestra. Con la partecipazione statale prenderà prima il nome di "normale" e poi di "Istituto Magistrale".

Oltre all'istituto, le è stata dedicata una via di Legnano.

Nel 1850, i Melzi donano il palazzo di Legnarello alla comunità. L'edificio subisce un primo adattamento per ospitare l'abitazione dei Conti Melzi, le sette madri provenienti da Milano, le scuole, la biblioteca, l'oratorio e l'ospizio.

Nel 1915, per volontà di madre Giulia Amigazzi, superiora dell'Istituto fondato dalla Melzi, il palazzo viene adibito anche a ospedale per i soldati arrivando a ospitare 160 feriti a Legnano e 130 a Tradate.

Le religiose si occuparono anche di insegnare a leggere e scrivere ai lungodegenti e solo alla fine della Prima guerra mondiale riprenderà esclusivamente la funzione di istituto scolastico, iniziando a ospitare alcune delle numerose orfane.

Morì a Tradate il 13 dicembre 1899.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-legnano.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 15 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN GERARDO A MONZA



La chiesa di San Gerardo al Corpo, dedicata a san Gerardo dei Tintori, compatrono della città di Monza, fu eretta su disegno dell'architetto Giacomo Moraglia. Essa sorge, con la sua monumentale cupola, nell'omonima piazzetta su di uno stilobate a pianta di croce latina. La prima pietra della chiesa fu posta il 30 ottobre 1836, alla presenza dell'arciduca Ranieri, viceré del Regno Lombardo-Veneto; i lavori ebbero termine nel 1842.

Aggiunte successive sono state il pronao (1863) ed il campanile (1875).

Nello stesso luogo era già situata un'antichissima (956) chiesetta dedicata a sant'Ambrogio e successivamente reintitolata a San Gerardo dei Tintori. La nuova chiesa mantiene, al fondo del suo transetto destro, l'abside e l'altar maggiore del precedente tempio (che era orientato in senso trasversale rispetto all'attuale): nell'abside è tuttora conservato il corpo del santo, patrono della città di Monza insieme a san Giovanni Battista. Da questo fatto la chiesa prende anche il nome di "San Gerardo al corpo".

Gerardo Tintore nacque a Monza verso l'anno 1130 e la sua famiglia era una delle più ricche e nobili della città. La nascita di Gerardo fu salutata con gioia dai suoi genitori e la sua crescita fu accompagnata e favorita dalla loro fede grande e dal loro esempio di vita onesta. Essi affidarono Gerardo a provati maestri perchè avesse una solida cultura. La regolarità con cui si impegnava negli studi,il suo spirito di osservazione e la sua bontà lo resero caro ai suoi insegnanti e compagni. Accompagnato e aiutato in famiglia, spesso si fermava a pregare, ed era desideroso di ascoltare la Parola di Dio. I genitori di Gerardo erano assai generosi e il figlio "faceva a gara con loro".

Questa serenità doveva ben presto essere offuscata dalla morte di entrambi i genitori, a breve distanza di tempo. Pur molto soffrendo per la sua sensibilità e per l'affetto grande che portava loro,Gerardo non si scoraggiò, ma raddoppiò la sua confidenza in Dio e la cura verso i bisognosi. Gerardo era un tipo pratico, di parole misurate, attento più alla sostanza che alla forma. Erede di un patrimonio sostanzioso, ma ben aiutato dai genitori a dare alle ricchezze il giusto valore (il denaro è un ottimo servitore, ma un pessimo padrone!) e a giudicare la vita in rapporto all'eternità, Gerardo dichiarò che intendeva consacrarsi a Dio nella carità: inutilmente i suoi parenti cercarono di dissuaderlo. Di buon mattino, quando ancora la città era assopita nel sonno, Gerardo si recava in chiesa per la preghiera. A casa poi lo aspettavano in tanti e insieme ai conversi, rassettava,assisteva i malati giorno e notte. Egli li visitava più volte al giorno, vigilando su tutto e tutti. La porta della casa paterna di Gerardo, ora trasformata con un atto ufficiale in ospedale, era sempre aperta e nessun ammalato veniva respinto.
Era particolarmente attento alle forme più gravi e non venivano esclusi neppure gli ammalati di lebbra. Date le frequenti carestie, poveri e senza tetto si rivolgevano a Gerardo per aiuto ed egli non si limitava ad accogliere chi aveva bisogno,ma girava per la città e le terre vicine e tornava spesso a casa portandosi a spalla qualche infermo perchè Gerardo sapeva bene che la povertà è pudica e non si espone in pubblico. Nell'ospedale trovavano alloggio anche i pellegrini in viaggio verso i santuari di Roma, Palestina, Spagna. E non mancava l'accoglienza agli orfani, o ai bambini dei malati. Nell'ospedale le converse si occupavano di loro come mamme. L'ospedale di Gerardo ha reparti medici e chirurgici, è ricovero per i pellegrini,orfanotrofio,casa di riposo per i vecchi e meta desiderata di ognuno che sia provato dalla malattia del corpo o del cuore.
In tutto questo lavoro, questa opera è ben visibile la ragione che muove Gerardo: tutta la sua vita è una preghiera continua. Infatti compie ogni cosa con Dio e per Dio, sempre consapevole di essere alla Sua presenza e in Sua compagnia. "Cammina sotto il mio sguardo e sarai perfetto" . Gerardo amava pregare anche di notte ma i custodi della chiesa non erano sempre d'accordo a concedergli il permesso di restare lì. Gerardo un volta promise loro, in cambio del permesso, un cestino di ciliegie. I custodi accettarono, e chissà con quali pensieri in testa..... Era dicembre,dove avrebbe potuto raccogliere le ciliegie? Al mattino invece,il cestino di ciliegie c'era! Ecco perchè nelle rappresentazioni di Gerardo, sul suo bastone ci sono delle ciliegie.
Molti sono i segni che il Signore ci dà attraverso la vita di Gerardo. Avvenne che nei magazzini dell'ospedale non era rimasto che un sacco di frumento e una misura di vino. Il converso che distribuiva gli alimenti era pieno di paura, ma il santo gli ricordò che Dio è provvidenza e gli ordinò di tornare serenamente a distribuire i viveri mentre lui pregava. Il converso era piuttosto titubante ma tornato al granaio lo trovò così pieno di grano che non riusciva ad aprirne la porta, in cantina le botti colme di vino.
Un'altra volta, S.Gerardo tornava all'ospedale dopo essere stato alla basilica di S.Giovanni a pregare, come di consueto. Il fiume Lambro, terribilmente ingrossato,aveva fatto crollare il ponte e le acque minacciavano l'ospedale. S.Gerardo implorò l'aiuto di Dio e di S.Giovanni e steso il suo mantello sulle acque, vi salì e su di esso passò il fiume. Ancora fiducioso nell'aiuto di Dio, comandò alle acque che rispettassero l'ospedale. E quelle, pur rasentando muri e soglie, non entrarono nel recinto.
Alla morte di S.Gerardo (6 giugno 1207) , tutta Monza si strinse attorno a lui e il suo corpo venne deposto in una fossa comune nel cimitero.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-monza.html

.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/



domenica 10 maggio 2015

LE SANTE DI LOVERE : SANTA BARTOLOMEA CAPITANIO

.


Bartolomea Capitanio (Lovere, 13 gennaio 1807 – Lovere, 26 luglio 1833) è stata una religiosa italiana, fondatrice (insieme a Vincenza Gerosa) della congregazione delle Suore di Maria Bambina. È stata proclamata santa da papa Pio XII nel 1950.

Nacque il 13-1-1807 a Lovere (Bergamo), sul lago d'Iseo, da Modesto Capitanio, negoziante di grano e panettiere. Bartolomea e Camilla, le uniche figlie rimaste ai genitori, furono educate alla pietà e alla virtù dalla madre Caterina, la quale ebbe molto a soffrire da parte del marito. Possedeva costui un carattere così violento che i suoi compaesani lo chiamavano: "Modestino il matto". Più volte la settimana si ubriacava, faceva inorridire i vicini con le sue bestemmie e, ingelosito, batteva o scacciava di casa la consorte. Nonostante tanti cattivi esempi, Bartolomea crebbe ubbidiente e pura. Si commuoveva profondamente nell'ascoltare le prediche. Un giorno ne udì una sul peccato. Piangendo, esclamò: "O Gesù, non ti offenderò più". Quando la mamma la condusse in pellegrinaggio al santuario di San Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere (Mantova), Bartolomea chiese al giovane gesuita la grazia di morire della sua stessa malattia.

L'11-7-1818 Caterina, malgrado le resistenze del padre, riuscì ad affidare l'educazione della figlia maggiore alle Clarisse di Lovere. Sotto la guida di Madre Francesca Parpani Bartolomea propose di farsi santa, grande santa e presto santa con l'abnegazione di se stessa, l'esercizio dell'umiltà e la preghiera. Quando la mamma le portava frutta e dolci, essa li regalava alle compagne senza neppure assaggiarli.

Digiunava ogni sabato, lasciava il vino e la merenda ogni venerdì e poiché le ripugnava assai, si chinava talvolta a baciare la terra. Non si riscaldava quando aveva freddo, non si lamentava quando aveva caldo e talora metteva dei sassolini nelle scarpe. Per la Madonna faceva ogni giorno un dato numero di mortificazioni. Chiamava il mese mariano "il suo carnevale", tanto era lieta di onorare con speciali pratiche e digiuni la Madre di Dio che invocava sempre prima d'intraprendere un'azione. Madre Parpani, per correggere Bartolomea, della superbia alla quale si sentiva violentemente inclinata, la trattò senza riguardi, tanto da far esclamare ad una teste: "Sembrava che la maestra la odiasse". La Santa, rimproverata a torto, taceva. Una volta fu mandata per un mese nella classe inferiore dove le bimbe imparavano a leggere, pur essendo la migliore della classe. Anziché sgomentarsi, Bartolomea si sforzò di adempiere puntualmente tutte le regole dell'educandato.
In uno dei suoi scritti propose: "Voglio perseguitare l'amor proprio e la superbia, voglio proprio mettermi sotto i piedi di tutti e tutto quello che sarà contrario al mio genio, che avrò ripugnanza a fare o a dire, quand'anche mi costasse sudore di sangue, lo farò e lo paleserò a tutti i costi". Non contenta poi di pregare durante il giorno, molte volte impiegava anche parte della notte a rivolgere dolci colloqui a Gesù, a Maria e a San Luigi. Per la sua grande pietà, negli ultimi due anni che rimase nell'educandato, le venne concessa la comunione quotidiana, favore raro in quei tempi di rigorismo. A una compagna che le chiedeva come facesse a sopportare tante umiliazioni, rispose: "L'occasione di soffrire mi è cara perché così ho qualche cosa da presentare al Signore nella santa comunione".

Conseguito il diploma di maestra assistente nel 1822, cominciò nell'istituto stesso la sua attività di insegnante con le scolarette della prima elementare. Lasciato l'educandato il 18 luglio 1824 e ritornata in seno alla famiglia, continuò la sua carriera didattica nella piccola scuola aperta l'anno seguente nella sua stessa casa in favore delle bambine povere, sperimentando ed elaborando il suo metodo, fatto di intuizione e di penetrazione delle anime delle fanciulle.

Per mantenere il proposito di raggiungere la santità ad ogni costo, stese il metodo di vita che si prefiggeva di condurre nel mondo (26-10-1826). La sua giornata s'apriva con un'ora di meditazione e la Messa, alla quale aggiungeva la comunione ogni volta che il suo direttore gliela permetteva, e si chiudeva con una visita al SS. Sacramento e il rosario che recitava dopo la cena coi familiari, inginocchiata per terra. Tra l'altro propose di visitare i poveri malati una volta la settimana, di privarsi tre volte la settimana di qualche cibo per donarlo ad essi, di fare tutte le feste un po' d'istruzione alle giovani ignoranti, di recarsi in ispirito al suono delle ore o delle campane in chiesa per una visita al SS. Sacramento e la comunione spirituale. Nel mistero eucaristico, scrisse: "Non vedo che amore, non conosco che amore, e meditandolo, non provo che amore". E così si può dire, afferma Madre Parpani, che "la sua vita fu una continua orazione e unione con Dio, giacché non sapeva mai scordarsi della divina Presenza".
Il babbo continuava a bere e a bestemmiare. Bartolomea non gli mancò mai di rispetto. Con una dolcezza infinita un po' per volta lo ridusse a fargli sentire qualche devota lettura prima del rosario con grande ammirazione del vicinato. Morì tra le sue braccia pentito dei suoi errori nel 1831. Poco dopo Bartolomea, era uscita dal collegio anche sua sorella Camilla, di temperamento molto difficile e incostante. Sebbene minore, comandava la maggiore con importunità. Bartolomea "non solo non se ne doleva, ma correva volenterosissima a contentarla e servirla", testimoniò il suo direttore spirituale, Don Angelo Bosio, coadiutore del prevosto Don Rusticiano Barboglio.
Costoro, sapendo di quanta abilità avesse dato saggio nel monastero, stabilirono di sottrarla al ristretto ambiente domestico. Per non lasciare isterilire in un negozio di fornaio le sue doti così belle pensarono di affidarle le giovanotte della parrocchia. La Santa diede i suoi esami a Bergamo e, nel 1835, aprì nella casa paterna una scuola privata che trasferì poi in quella di Don Bosio quando le alunne arrivarono a 50. Il suo metodo educativo si compendiava in questa massima: "Amare le bambine senza parzialità e sacrificarsi per loro". Quello che cercava di evitare ad ogni costo e di bandire dalle sue scuole era la noia adattandosi alle capacità di ogni alunna, cercando di riuscire facile e dilettevole.
La domenica radunava le fanciulle in casa di Caterina Gerosa, che con il suo aiuto aveva adattato una stanza a cappella e arricchito di arredi sacri. Colà recitavano il rosario, cantavano l'ufficio della Madonna, ascoltavano gli avvisi della giovane maestra, e poi si divertivano lontano dai ritrovi pericolosi. Quest'oratorio fu l'inizio della Congregazione Mariana alla quale Bartolomea diede determinate regole. Non paga del bene che faceva alle giovanotte, volle giungere alle anime religiose e sacerdotali ideando per loro la Pia unione di Gesù e Maria, composta di 12 sacerdoti e 72 vergini, in ricordo del collegio apostolico. I parroci dei paesi vicini le mandavano delle giovani affinchè insegnasse loro a fare scuola. Sovente fu invitata a recarsi nei paesi della Valcamonica per spronare le ragazze alla virtù e raggrupparle in pie associazioni con appropriati statuti. Manteneva poi con esse una relazione costante. Le sue lettere, raccolte in due volumi, riflettono l'ardore del suo cuore d'apostola. Dopo le fatiche della giornata, vegliava ancora di notte per scrivere l'esame di coscienza, vergare lettere per le amiche, fissare statuti per le associazioni, comporre novene che un'amica ricopiava per distribuirle poi ad altre anime desiderose di perfezione.
All'amica Marianna Verteva scrisse: "Sono innamoratissima della vita ritirata e religiosa, ma d'altronde troppo mi piace l'impiegarmi in opere di carità spirituali e temporali, le quali in un monastero non si possono esercitare, salvo quella di pregare il Signore per i peccatori". Non contenta di istruire le ragazze, penetrò nelle prigioni per consolare le recluse, nei tuguri per aiutare i poveri con cibi e vestiti raccolti tra le amiche. Per il totale esercizio della carità fece voto di cercare nel modo di pensare, parlare e operare soltanto quello che chiaramente conosceva essere il più perfetto.
Le sorelle Caterina e Rosa Cerosa fin dal 1826 avevano lasciato alla Congregazione di Carità una casa con podere, da trasformarsi in ospedale. Alla carica di direttrice ed economa fu da loro scelta la Capitanio, la quale aveva allora diciannove anni. La santa apparve tutti i giorni, dopo la scuola, accanto ad ogni letto per confortare, prestare i più umili servizi e medicare anche i malati più ributtanti e pericolosi. Vedendo crescere i bisogni degli infermi, dei poveri, dei derelitti e della gioventù concepì, d'accordo con il suo direttore spirituale, l'idea d'istituire una famiglia religiosa che si dedicasse alla carità operosa. Con l'aiuto di Caterina Gerosa riuscì a superare la scarsezza dei mezzi materiali. Di fronte all'ospedale fu comperata e restaurata la casa Gaia, chiamata poi dal popolo il Conventino, ed in essa il 21-11-1832 furono accolte le orfane e le scuole dopo che le due amiche avevano ascoltato la Messa del prevosto, e si erano offerte per mano di Maria SS. a Dio e al servizio della gioventù e dei malati, secondo le regole delle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli.
Nel lasciare la mamma e la sorella, Bartolomea scrisse: "V'assicuro che, se non conoscessi chiaramente che la mia vocazione è vera volontà di Dio, non farei questo passo per tutto l'oro del mondo". Nella sua nuova vita fu felice. Così ne parlò ad un'amica: "Vi confesso sinceramente che ho sempre considerato lo stato religioso come una vera morte di me stessa, ma in pratica riesce assai più vero. Non sono più padrona di me stessa; bisogna sempre operare come piace agli altri, adattarsi in tutto agli altri, calpestare l'amor proprio, sacrificarsi per la carità, tacere, sopportare, mostrarsi allegra, non desiderare nemmeno le cose più sante qualora non si confacessero con gli obblighi del proprio stato, insomma essere morta affatto in ogni cosa per non vivere che per Gesù Cristo e la sua santissima Volontà. E una vita veramente crocifissa, ma che viene addolcita da quell'amabile Sposo che gradisce i sacrifici delle sue serve. Non la cambierei con tutte le consolazioni, non dico terrene, ma neanche spirituali, perché la sicurezza di fare la volontà di Dio è quella che mi rende perfettamente contenta. Per carità, raccomandatemi al Signore, che mi faccia piuttosto morire che essere pietra d'inciampo alla sua opera".
Per il suo Istituto la Capitanio doveva essere la pietra d'angolo. Sul finire della quaresima del 1833, tornando dalla chiesa parrocchiale dov'era stata con le sue giovanotte ad adorare il SS. Sacramento esposto, si sentì più stanca del solito. Il medico la visitò e la trovò affetta da bronchite e da un generale indebolimento dell'organismo. Morì serenissima il 26-7-1833 dopo aver detto alla continuatrice della sua missione, Santa Vincenza Gerosa (+1847): "Quando sarò in cielo, sarò più utile all'Istituto che se rimanessi in terra".
Le Suore di Maria Bambina sono sparse in tutti i continenti. Per esse aveva previsto una ricca messe quando disse: "Non dubitate, l'Istituto durerà fino alla fine del mondo". Bartolomea Capitanio fu beatificata da Pio XI il 30-5-1926 e canonizzata da Pio XII il 18-5-1950. Le sue reliquie sono venerate nel tempio eretto a Lovere dalla pietà delle sue figlie spirituali nel 1938, accanto a quelle di S. Vincenza Gerosa.

La sua festa liturgica è il 28 aprile, mentre la Congregazione delle Suore di Maria Bambina e le diocesi di Brescia, Bergamo e Milano la ricordano il 18 maggio.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.com/2015/05/le-citta-del-lago-d-iseo-lovere.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



Post più popolari

Elenco blog AMICI