Visualizzazione post con etichetta museo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta museo. Mostra tutti i post

mercoledì 5 agosto 2015

PEZZAZE

.


Pezzaze è un comune dell'alta Val Trompia.

Pezzaze è formato da diverse frazioni distanti fra loro, poste a varie quote di altezza sulle montagne che separano la Valle Trompia dalla Valle Camonica.
Circa l'etimologia del nome lo storico Paolo Guerrini propende per farlo derivare dal latino pedagium, (cioè pedaggio), ma i più con l'Olivieri, lo Gnaga ricorrono alla voce lombarda pesh, pinoselvatico, peccio, abete rosso, al peggiorativo "pescia" o anche picea, cioè abete. Si tratterebbe perciò di un sinonimo di pinete.

I primi insediamenti di cui vi é traccia risalgono all'età del ferro. In ragione della posizione strategica di collegamento con la Valcamonica per mezzo del colle di San Zeno vi passa in epoca romana una strada del ferro e fin dall'antichità sono attivi siti minerari.
Su un architrave di un casa adiacente la torre medievale di Mondaro viene riferita nel secolo scorso la scritta Pub. Stravinius et Pub. Mondarius super damnatos ad metalla. Essa sembra ipotizzare la presenza di una colonia penale romana a Pezzaze, cioè di condannati a scavare metalli nelle viscere della terra. Tale scritta però - come osserva lo storico mons. A. Fappani - non é registrata da alcun repertorio ufficiale.

Nell'Alto Medioevo Pezzaze fa parte della pieve di Bovegno ed il monastero bresciano di Santa Giulia probabilmente ha possedimenti in località Canei o Canelli ed anche lo stesso nome di Avano sembra voler significare un luogo costituito da più fondi raggruppati intorno ad un gruppo di case, abitate da contadini.
Con lo sviluppo economico e sociale che segna il secolo XI (dopo l'anno Mille) e l'accresciuta importanza della via Valtrompia-Valcamonica, a Mondaro assieme alla torre viene costruito un castello di difesa, intorno al quale é collocata la residenza dei principali feudatari e possidenti del luogo (Imeldi, Grilli, Pinzoni, questi ultimi una derivazione dei Confalonieri, feudatari del vescovo di Brescia in alta Valtrompia).
Nel 1066 un "Diodatus" da Pezzaze muore a Montichiari in difesa di Brescia, mentre nel 1232 "Ognabenus de Pesaciis" risulta addirittura rettore di Brescia e forma in Padova il compromesso di pace tra Federico II e Brescia.

La dedizione a Venezia coincide con un promettente rilancio economico e sociale che vede fin dal 1426 l'apertura di un "Forno nuovo" per cuocere il ferro cavato dalle miniere che si moltiplicano sempre più. Nel 1493 Pezzaze acquista, per poter assicurare sale, vino e pane alla popolazione, nuovi fondi nel territorio comunale e ad Ome, Paderno e Passirano. Un brusco arresto alle attività commerciali é dato dalla peste del 1529, che si ripete nel 1577, colpendo particolarmente Eto.
Il secolo XVI vede sorgere non pochi contrasti con i comuni limitrofi, come Bovegno, per questioni di pascoli. Continua d'altro canto l'opera di unificazione del territorio con sempre più precisi confini. Sul piano religioso (e non solo) ha larga risonanza la visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1580, ospitato per una notte nella canonica della parrocchia di Lavone, dopo le incomprensioni patite dall'illustre visitatore a Gardone V.T. .
Agli inizi del secolo XVII Pezzaze é tra le prime comunità a risolvere il problema della convivenza fra originari e forestieri, chiedendo a questi ultimi l'esborso di una somma in denaro per acquistare la piena cittadinanza.
 
Nel 1610 il podestà di Brescia Giovanni da Lezze riferisce la presenza a Pezzaze di miniere, di un forno fusorio e di cinque grandi fucine.
La peste del 1630 colpisce con mano pesante il territorio comunale, anche perché viene dopo un difficile periodo punteggiato da episodi di carestia e dalla crisi dell'attività estrattiva. Lavone conta molti morti e subisce un forte calo di popolazione.
Il Comune nel 1649 é costretto ad affrontare numerosi debiti ed a chiedere sovvenzioni al capitano di Brescia. In questo periodo anche Pezzaze esperimenta il fenomeno del bullismo, mentre, insieme agli altri comuni minerari (Collio e Bovegno), deve affrontare le pretese venete relative al pagamento di una decima sulle miniere (la controversia si protrae fino al 1715).
Nel Settecento il Comune risponde alle continue richieste di Venezia inviando guastatori a ricostruire fortezze o a difendere confini minacciati, mentre si sforza in ogni modo di difendere le proprie consuetudini e statuti, contro le proteste della Comunità di Valle.
Nel 1709 viene restaurata la sede comunale di Mondaro. Il secolo XVIII, accanto all'inevitabile declino della Serenissima, registra la decadenza progressiva dell'attività estrattiva, aggravata da periodiche alluvioni (tra le più rovinose quelle del 1738 e del 1783).
La fine del dominio veneto vede, tra gli altri, il sacrificio di Antonio Richetti, che muore a Brozzo il 4 maggio 1797, ucciso dai Francesi nell'ultima fase della "rivoluzione".

Pezzaze vive i primi anni del secolo XIX in una situazione economica non facile, nonostante siano attivi due forni a Robecco e nella valle Morina ed alcune miniere.
Nel 1805 entra a far parte del Distretto della Miniere avente per capoluogo Bovegno. Nel 1833 viene arrestato a Milano il pezzazese Andrea Piardi per aver cospirato contro l'Austria.
Il 1849 segna un avvenimento particolare nella storia di Pezzaze: Angelo Bregoli lascia gran parte del patrimonio e la sua casa di Mondovì per istituire un ospedale, oggi casa di riposo a lui intitolata. Gravi danni provoca l'inondazione del 1850; essa distrugge miniere, mulini, opifici, case, strade ponti aggravando la crisi dell'attività estrattiva e siderurgica.
Nel 1859 si registra il primo significativo esempio di lotta di lavoratori valtrumplini e sono proprio i minatori di Pezzaze a scioperare per ottenere migliori condizioni di lavoro.
Nel 1860, proveniente da una famiglia di patrioti, Livio Piotti partecipa alla seconda spedizione garibaldina in Sicilia. Nella seconda metà dell'Ottocento cospicui investimenti esterni promuovono il rilancio dell'attività mineraria che peraltro conosce una serie di alti e bassi, di tentativi fatti di speranze e di delusioni, fino a ridursi progressivamente e poi ad esaurirsi nel tempo.
Nel corso del Novecento numerose sono le opere pubbliche, costruite nel territorio di Pezzaze a beneficio della popolazione, come l'asilo infantile (eretto in Ente morale) aperto in canonica a Pezzaze nel 1914 oppure l'edificio scolastico di Lavone nel quale viene sistemato anche l'asilo, con inaugurazione avvenuta nel 1919.
Lenta é la ripresa del primo dopoguerra, agitato da passioni politiche e da gravi difficoltà economiche. Nel ventennio fascista, accanto alla scoperta di Pezzaze come località di villeggiatura, si verifica, a partire dal 1930, un progressivo esodo della popolazione con intere colonie di braccianti e di minatori che si disperdono.
Nella II guerra mondiale Pezzaze registra 32 caduti su vari fronti, 8 dispersi in Russia, 13 partigiani e 3 caduti della R.S.I. accomunati in un significativo monumento edificato nel 1954. Anche nel secondo dopoguerra (dopo il 1945) molti minatori scelgono la via dell'emigrazione in Italia e all'estero, trasferendo l'antica consuetudine lavorativa sia in imprese minerarie che nei lavori di galleria in cantieri stradali ed autostradali.
Nel 1973 viene chiusa la miniera Stese, oggi riaperta al pubblico nell'ambito delle iniziative promosse dal Parco minerario dell'alta Valtrompia. Negli ultimi decenni del XX secolo é massiccia la conversione in operai metalmeccanici presso le industrie di media e bassa valle.
Le opere degli ultimi 25 anni sono numerose e significative, a partire dalla nuova strada che da Pezzaze raggiunge il colle di S. Zeno per arrivare all'attuale viabilità, ridisegnata secondo logica e funzionalità, ed alla costruzione del moderno edificio comunale, inaugurato nel 1993.

L’impresa della costruzione della nuova chiesa parrocchiale di S.Apollonio inizia ufficialmente nel 1748, quando il 22 settembre viene collocata la prima pietra. Le opere edili erano però già iniziate nel luglio del 1745 ed il progetto, presentato il 23 giugno 1746 nella Cancelleria vescovile di Brescia, denota la volontà di una severità già di sapore neoclassico. La pianta rettilinea ed allungata, con uno svelto raccordo tondeggiante in corrispondenza dell’arco trionfale e della controfacciata, sembra ricalcare le chiese innalzate sulla fine del Seicento. La stessa sensazione si ha esaminando il prospetto severo, con timpano triangolare, ed entrando poi nell’edificio dove il volume terso ed ampio della volta a botte fa sparire la rotondità della calotta del presbiterio ed il piccolo volume sottostante. Un tentativo di arricchimento delle superfici e della spazialità interna si ha a partire dal 1771, quando vengono collocati i grandi altari marmorei.
Nello stesso tempo i fabbriceri di Pezzaze indulgono però verso il più antico gusto Barocchetto bresciano, affidando a Francesco ed Antonio Pialorsi di Levrange l’intaglio del portale ligneo della chiesa, del pulpito e degli stalli del presbiterio e del capocielo. La mossa pala che Pietro Scalvini firma nel 1778 per l’altar maggiore ed il brioso affresco nella calotta del presbiterio con S.Apollonio in gloria, pure opera dello Scalvini elettrizzano la serena atmosfera delle architetture. La peculiarità dello Scalvini consiste nel saper fondere il senso del quotidiano caratteristico della scuola bresciana con le novità di Venezia e dell’Europa centrale. La pala di Pezzaze testimonia nei brani di allucinata realtà la ricerca dei moti dell’animo. Di mano più debole e meno felice sono invece le due scene ad affresco che si trovano sopra la porta d’ingresso all’esterno ( S.Apollonio benedice gli operai intenti nella fabbrica e le filatrici a favore della nuova parrocchiale) e nella controfacciata (La messa di S.Apollonio), si pensa a Giuseppe Fali. Il patrimonio pittorico della chiesa comprende anche una tela del poco noto pittore Camillo Venturelli raffigurante la Madonna con il Bambino in gloria e santi Pietro martire, Rocco, Carlo Borromeo e Nicola da Tolentino.
La tela con la Madonna del Rosario tra i santi Domenico e Caterina da Siena è un lavoro giovanile di Pietro Giacomo Barucco, in essa si scorgono ancora evidenti influssi moretteschi, gli angeli nella parte superiore sono copie di opere del Bonvicino e l’intonazione generale è fredda. Sulla controfacciata è appeso un gustoso Battesimo di Cristo, della prima metà del seicento donato alla chiesa parrocchiale come ricorda l’iscrizione della base: “DONO DI MAFFINA DON GIOV. BATTISTA VICARIO S.GIORGIO BRESCIA – 1910”. Accanto ai dipinti non sfigurano le opere scultoree a cominciare dal gruppo del crocifisso e dell’addolorata, due pregevoli statue a tutto tondo della fine del cinquecento. Altro importante lavoro ligneo è la figura di S.Barbara, protettrice dei minatori locali, scolpita da Paolo Amatore nei primi anni del seicento. Tutta la chiesa è stata arricchita nel 1944 da un ciclo di affreschi e quadrature firmati da Gian Battista Simoni nato ad Adro nel 1909. Nel Battistero si osserva invece un bel Battesimo di Cristo, opera di Vittorio Trainini e Oscar di Prata.

L' Oratorio di San Rocco, accanto alla parrocchiale di Sant'Apollonio, trasformato nel 1766-67 in canonica, conserva abside, sacrestia e campanile della chiesa cinquecentesca, ampliata nel '600. Frammenti di affreschi: Resurrezione (1520 circa) e, nell'abside, Santi.
 
La chiesa di San Rocco venne eretta a spese del comune, probabilmente come ex-voto per la peste del 1512-13 poiché la prima notizia che abbiamo risale al 1515 come risulta dagli annali di Pezzaze, mentre al 1525 risale la costruzione dell’altare. L’edificio è situato dove si tenevano anticamente le riunioni della Vicinia, e cioè nella “Contrata Concilii” come ricordano anche gli statuti del 1529. Il piccolo santuario ad una navata Con abside semicircolare, è stato successivamente inglobato nel fabbricato della canonica e dell’oratorio parrocchiale, ed ora si intravede appena l’abside, ridotta a magazzino e centrale termica, mentre sopra il tetto svetta ancora il campanile seicentesco. All’interno della sala giochi dell’oratorio si è salvato un frammento di affresco con Gesù risorto, dell’ambito dei Baschenis e della stessa scuola sono le due immagini mutile di S.Rocco e S.Sebastiano che ornavano all’interno l’abside della chiesa.

A San Giovanni Battista è dedicata la chiesa sussidiaria di Mondaro, eretta probabilmente sulle rovine di un antico oratorio preesistente è stata benedetta ed aperta al culto il 30 novembre 1642, festa di Sant’ Andrea Apostolo ad opera di Don Giovanni Antonio Fegoldi di Brozzo (parroco dal 1630 al1648) su licenza del Vescovo di Brescia datata 21 luglio 1642.
Gli interni sobri, oltre al pulpito ligneo sono caratterizzati da un pregevole altare maggiore ad intarsi marmorei e dall’ ancona lignea di Giovanni Quasina nella quale, in 12 ovali sono decorati i momenti della vita di San Giovani a cornice della pala risalente al 1646 ad opera di Piero Gentilini che raffigura San Giovanni Battista e San Apollonio in contemplazione della Madonna col Bambino in Gloria. Nella chiesa è conservata una  pala di buona fattura, posta nell’ ancora dell’ altare maggiore nel 1911 dell’ allora giovane pittore pezzazzese sig Andrea Piardi per iniziativa del M.R. Don Faustino Negrini.

La costruzione ecclesiastica del sec. XVIII è dedicata a San Giuseppe e S. Lucia.
Risale al 28 giugno 1792 l’autorizzazione vescovile per la costruzione di un oratorio intitolato al Patrocinio di Maria Vergine e a San Giuseppe nella contrada di Pezzazole. Edificata durante il parrocchiato dell’ arciprete don Richetti fu affidata ad uno dei vicari cooperatori e nel 1815 iniziava la celebrazione della Messa quotidiana.
L’edificio non ha niente di particolare e dimostra la crisi anche economica che ormai si andava delineando all’alba della rivoluzione giacobina del 1797.
All’interno è collocato il grandioso ciborio in legno policromo e dorato, firmato da Marchiondo Bonomino nel 1729 e recentemente restaurato.
La pala d’altare raffigura la SS. Croce e i Santi Giuseppe e Lucia illuminati dal trionfo della Santissima Croce.; è racchiusa in una elegante cornice mistilinea. Sul portale marmoreo si trovano la data 1814 e l’iscrizione ITE AD IOSEPH.

I lavori per l’ edificazione della Chiesa di San Gaetano in Avano, voluti dal parroco don Bartolomeo Facchini  iniziarono nel 1746 e si conclusero con la consacrazione ed apertura al pubblico nel 1751. Nelle cronache parrocchiali dell’ epoca si legge che l’ edificazione della sussidiaria ebbe lo scopo di mitigare gli animi dei residenti della frazione. In quegli anni infatti iniziava a nascere il progetto dell’ edificazione della nuova chiesa parrocchiale e del trasferimento del titolo dalla vetusta Parrocchiale di Sant’ Appollonio vetere, troppo vecchia ed indecorosa,  vicina alla frazione alla nuova in stravignino. Scelta che sollevò enorme scontento, i residenti infatti si opposero ostinatamente in tutti i modi, chiedendo che venisse ampliata la vecchia parrocchiale.
E’ una graziosa costruzione del settecento, piccola ma perfetta nelle sue linee di stile neoclassico. Le linee solenni della facciata tradiscono i sontuosi e slanciati interni baroccheggianti. La navata infatti è sormontata da un apia cupola abilmente affrescata. L’ intero ciclo pittorico è stato restaurato, come ricordato in un ovale al di sopra del portale d’ ingresso dall’ arciprete don Alfonso Lupezza nel 1958
L’ altare maggiore e la soasa di marmo ospitano una pala di un modesto artista del tempo è raffigurato il Santo della Provvidenza San Gaetano in preghiera dinnanzi alla Vergine. Nel 1900 alle due piccole campane del campanile il M. R. don Giovanni Maria maffina vi aggiunse una terza dedicata a Cristo Re.

Situata sul dosso che sovrasta l’ abitato di Pezzaze, in posizione strategica si trova l’ antica parrocchiale dedicata a Sant’ Apollonio Vetere. La Parrocchiale, edificata sulle rovine di un delùbro pagano, progettata nel 1480 è stata terminata nel 1517. Oggi rimane ben poco dell’antica costruzione; la struttura giunta ai nostri giorni infatti non è altro che l’ abside ed il presbiterio. L’ antica costruzione era lunga ben 54 metri e larga più di 20, da come si legge nelle antiche cronache di Pezzaze: “37 passi di lungo e 14 di largo” (un passo romano corrisponde ad 1,48 mt). Della struttura originale si conservano anche due cappelle alterali, inizio delle navate oramai perse, le sagrestie ed il campanile edificato nel 1533. Per lunghi anni Parrocchiale di Pezzaze vide come ultimo parroco don Bartolomeo Facchini, ultimo sacerdote a venir qui sepolto il 1 maggio 1748 dopo oltre un anno di infermità, con enorme cordoglio della popolazione.
Nel 1958 in seguito a dei lavori di consolidamento e manutenzione, nascosti sotto strati di calce spenta settecenteschi si sono individuati dei pregiati affreschi definiti “brani assai importanti del rinascimento bresciano”. Nel 2001 iniziano i lavori di restauro e conservazione durati quasi 10 anni. Finanziati dalla Provincia di Brescia in un progetto che riguarda anche San Rocco di Collio e San Lorenzo di Magno di Bovegno. Affidati alle mani esperte dello studio Volta di Brescia e della restauratrice Emanuela Montagnoli Vertua hanno culminato nel restituire alla Comunità di Pezzaze un piccolo capolavoro di Arte e di Storia. Nascosti sotto strati di calce e meno importanti affreschi sono tornati alla luce importanti e pregiati cicli di affreschi cinquecenteschi coperti a tratti da stucchi settecenteschi di pregevole fattura.
Il ciclo pittorico è composto da una grande crocifissione che occupa tutta la fascia centrale dell’abside e che ora è limitata dalla soasa settecentesca alla sola scena centrale con il Cristo in croce tra la Madonna e S.Giovanni, con la Maddalena piangente ai piedi di Gesù e S. Apollonio vescovo accanto all’Addolorata. Nel registro inferiore, entro nicchie con arco a pieno centro, corrono le immagini degli apostoli a figura intera e disposti frontalmente, deturpati da ripinture grossolane. Nei due campi centrali, sotto la Crocifissione, si riconoscono S. Pietro e S. Bartolomeo. Negli spicchi della copertura pentagonale dell’abside sono disposti gli evangelisti tra angeli in volo, mentre sulla crociera della cappella di sinistra si accompagnano gruppi di angeli musicanti. Negli spicchi delle pareti laterali del presbiterio sono poste le immagini dei profeti, mentre sulle pareti si vedono episodi della leggenda di S. Apollonio vescovo di Brescia e dei santi Faustino e Giovita.
Il ciclo di affreschi (La predica di S. Apollonio e La messa di S. Apollonio) alludendo alle gesta dei numi tutelari della città, si colloca nella temperie spirituale immediatamente successiva al “Sacco” di Brescia del 1512, al quale rimandano anche le frequenti citazioni di armati e cavalieri, con le pittoresche e scenografiche vesti rinascimentali. Le immagini possono essere ricollegate ai cicli di Paolo da Caylina il Giovane eseguiti per la cappella di S. Barnaba nel monastero di S. Pietro in Castello (Retta dai padri carmelitani, di cui fece parte padre Natale di Gesù, al secolo Giuseppe Fada Piardi). Questi affreschi costituiscono anche testimonianze preziose per la storia del costume e per la storia degli strumenti musicali, in quanto gli angeli musicanti stringono moltri strumenti tra cui una viola di dimensioni molto ridotte.

La Chiesa di Eto, dedicata a San Nicola di Bari, risalente al '400, ha nell'abside affreschi cinquecenteschi e conserva in sacrestia un dipinto con San Carlo Borromeo (1613).
Negli stessi anni in cui si erigeva la nuova chiesa di Santa Maria Maddalena anche ad Eto veniva riedificata la chiesa dedicata a San Nicolò, con un impianto semplice a pianta rettangolare e con abside pentagonale, coperta da una volta ad ombrello. Nel 1514 come precisa un’iscrizione il presbiterio venne arricchito da un ciclo di affreschi attribuibili ai Bascheni di Averaria. I dipinti sono organizzati a mo di polittico, con due registri: il primo corre in basso, su tutte le pareti, ed entro nicchie con arco semicircolare accoglie le immagini di sette apostoli, a figura intera.
Alcune figure sono completamente sbiadite, mentre sono ben visibili e riconoscibili da una scritta sopra l’arco S.Andrea, S.Filippo, S.Bartolomeo e San Matteo. Nel registro superiore entro i tre spicchi a sesto acuto, sono effigiati, S.Rocco e S.Lucia, la Madonna della Misericordia Incoronata dagli Angeli, ed i SS.Biagio e Lorenzo. Il patrimonio artistico cinquecentesco di Eto comprende anche un piccolo crocefisso ligneo policromo, dall’intaglio nervoso e sensibile databile tre 1550 e 1570 sicuramente opera di un intagliatore bresciano.

Parrocchiale di Lavone, dedicata a Santa Maria Maddalena, riedificata nel 1510 e ampliata alla metà del secolo scorso. Sull'íaltar maggiore una soasa settecentesca racchiude il polittico di Paolo da Caylina il Giovane (1514-22); nella navata vi sono affreschi di scuola del Ferramola. Nel presbiterio dipinti di Sebastiano Aragonese (1535-36). Inoltre una Trinità e santi di Francesco Richino (1539) e una statua lignea di Lodovico Redolfo (1581).
La facciata neoclassica, scenograficamente aperta sulla via della valle, inganna il visitatore che non immagina di trovarsi, varcato l’ingresso, in un ambiente cinquecentesco quasi completo, nell’architettura e nella decorazione pittorica. L’intervento ottocentesco, conclusosi nel 1850 ha allargato l’edificio di una campata mentre il progetto originale tra il 1510 ed il 1522 prevedeva tre campate larghe e corte, un presbiterio a pianta quadrata ed un abside semicircolare coperta da un catino esattamente corrispondente ad un quarto di sfera. L’impianto giocato sugli espedienti di architettura tardo-gotica lombarda, ricorda quelli della Pieve della Mitria a Nave e quella di S.Maria degli Angeli a Gardone V.T..
Un primo intervento decorativo deve essere stato avviato ancora prima della sua consacrazione nel 522. Nell’esaminare le opere presenti sulle pareti della chiesa, partendo dalla destra rispetto all’ingresso nella prima campata non si incontrano decorazioni ad affresco ma una tela firmata Francesco Giugno. Nella seconda campata occupa tutto il registro mediano della parete una “S.Maria Maddalena inginocchiata davanti al Cristo Crocefisso”. Sulla parete destra della campata successiva, accanto all’architrave della porta, si trova un frammento di affresco datato 1537 raffigurante la Trinità. Il dipinto denota la conoscenza delle opere del Pordenone e del Fogolino, ma manifesta anche la cultura essenzialmente grafica di un artista avvezzo a disegnare architetture, lapidi e motivi classici come appunto fu l’Aragonese.
All’altra estremità della parete si trova un affresco con le immagini di “S.Antonio Abate e S.Lucia”, l’opera risale al 1520 circa e si deve allo stesso artista che ha raffigurato nel registro superiore della stessa parete la vasta “Madonna in trono con Bambino sulle ginocchia, circondata dai Santi Rocco e Sebastiano e con l’immagine di S.Maria Maddalena”. Segue l’altare di San Rocco con una imponente soasa lignea dorata e con una pala firmata da Abramo Grisiani. Sotto la Soasa è collegato un prezioso ciborio ligneo con due figurazioni policrome dei “Santi Nicola da Bari e Maria Maddalena”, opere ai lati dello sportellino attribuite a Francesco Richino. In questo altare è degno di particolare menzione il paliotto settecentesco a motivo floreale realizzato con la tecnica, assai rara nel bresciano, della scagliola.
Sulle pareti del presbiterio sono collocati due affreschi strappati provenienti da Pezzaze che raffigurano “Cristo tra gli strumenti della passione adorato dai Santi Nicola vescovo e Maria Maddalena” (sinistra) e “Antonio Abate e Giovanni Battista” (destra) opera probabile di Paolo da Caylina il Vecchio, importante per studiare la pittura dell’autore e il culto eucaristico bresciano prima della riforma luterana. Il catino absidale è dominato dall’immagine a mezzo busto del “Padre Eterno Benedicente”, questo affresco fa parte della nuova fase della decorazione della chiesa dal 1535 al 1538 legata all’opera congiunta dell’Aragonese e del Richino patrocinata dal programma artistico del parroco Giovanni Grotti.
Databile tra il 1514 ed il 1522 è la pala dell’altar maggiore di Lavone composta da Paolo da Caylina il Giovane, il polittico fa parte del programma decorativo del parroco Grotti. Nella predella ai piedi del polittico corrono le immagini degli apostoli raffigurati a mezzo busto, sono evidenti i rimandi a Foppa ma anche a Mantegna. Merita particolare attenzione anche il complesso marmoreo dell’altare maggiore, lavoro dei marmorini di Rezzato databile 1730-1740. Scendendo dal presbiterio si incontra la cappella della Madonna del Rosario, decorata con stucchi del 1631 che delineano medaglie decorate ad affresco, distinguiamo: l’annunciazione, la deposizione, l’incoronazione.
Nella campata successiva all’altare del rosario si trovano altri importanti affreschi, a Martino da Gavardo si possono ricondurre la immagini di S.Antonio Abate e S.Lucia e l’importante affresco della “Madonna del latte con S.Agata” mentre a Francesco Richino che ha apposto le iniziali F R e la data 1539 è da assegnare il brano della Trinità. Merita particolare attenzione anche la decorazione ad affresco che orna la parte settentrionale esterna della parrocchiale di Lavone, composta da un fitto motivo a quadrati bianchi e rossi e da una fascia di gronda con girali e palmette, alternata a tondi con ritratti di santi. Decorazioni da assegnare a Martino da Gavardo ed alle maestranze della sua bottega.

La torre medievale di Mondaro, risalente al sec. XII-XIII, eretta forse sul basamento di una preesistente fortificazione romana. Un'altra coeva torre, parzialmente demolita e trasformata, esiste a Canei di Pezzazole.
Testimoni dell’importanza di queste zone anche nel passato restano avanzi di antichi muri, forse recinti di accampamenti e fortilizi romani, sui quali sorsero poi torri medioevali. Il nucleo meglio conservato si ammira nelle adiacenze della celebre torre di Mondaro ritenuta a torto romana: secondo Gaetano Panazza, essa si presenta come uno degli esempi tipici di costruzioni militari dei secoli XII e XIII, la cui origine dalla tradizione è collegata all’estrazione ed alla lavorazione del ferro. La proposta di acquisizione della torre, di proprietà dell’ingegnere Arnaldo Cavadini, approvata all’unanimità dal consiglio comunale di Pezzaze, è divenuta esecutiva il 14 novembre 1994 ed il pregevole manufatto, bisognoso di un intervento di restauro, è diventato agli inizi del 1995 un bene culturale pubblico da valorizzare.

A memoria dell'attività estrattiva che ha caratterizzato il comune, la Miniera Marzoli è oggi trasformata nel Museo le miniere di Pezzaze.

Insieme ad essa, la Via del Ferro conta anche la Miniera S. Aloisio Tassara di Collio, il Museo il Forno di Tavernole, il Museo I Magli di Sarezzo e il Museo il Maglio Averoldi di Ome.
La miniera Marzoli è stata una miniera aperta nel 1886 per estrarre ferro e altri materiali, voluta dal comune di Pezzaze. Parte di questi metalli andava alla fabbrica della Fratelli Beretta, che la utilizzavano per le loro armi. La miniera è stata chiusa nel 1978 a causa della scarsa produttività.

Dagli anni novanta si può visitare, percorrendo il primo tratto a bordo di un trenino di tipo Decauville, mentre il tratto successivo si può percorrere soltanto a piedi. L'apertura del sito è stata possibile grazie alla musealizzazione della via del ferro della Valtrompia voluta dalla Comunità montana e dal Sistema museale di Valtrompia unitamente all’Agenzia Parco minerario dell’alta Valtrompia. Nel 2011 l'agenzia del Parco Minerario è stata messa in liquidazione e il complesso museale riaffidato ad una nuova gestione.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/la-val-trompia.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



domenica 2 agosto 2015

MONUMENTI A GARDONE VAL TROMPIA

.


Il Monumento a Giuseppe Zanardelli è una statua fusa in bronzo e realizzata a grandezza naturale dallo scultore Salvatore Buemi e collocata su un alto basamento, in pietra di Rezzato e Collio, progettato dall'ing. Giovanni Carminati. Le colonne e le catene metalliche di delimitazione sono fuse e offerte dalla ditta Glisenti di Villa Carcina. Sul basamento è applicata una lapide che reca la seguente scritta: "A Giuseppe Zanardelli la Valle Trompia 1911".
I Medaglioni di Giuseppe Garibaldi: il primo, realizzato in terracotta, è appeso sulla parete destra nella sala del Consiglio comunale, nel palazzo municipale. Il secondo medaglione, fuso in bronzo, è applicato ad una lapide visibile su un’abitazione privata che si affaccia sulla piazza Garibaldi. È stato realizzato nel 1911 utilizzando quanto era avanzato dalla cifra raccolta per erigere il monumento a Zanardelli.
Il Monumento alla libertà e alla pace si compone di tre formelle di bronzo accostate che svolgono il tema. Nella prima formella l'albero rinsecchito e la larva umana dietro la grata significano la condizione di servitù spirituale e di oppressione morale e fisica che umilia l'uomo quando è soffocata la libertà. La lotta partigiana efficacemente richiamata nella formella centrale, è mezzo per il qual si è riscattata la libertà. L'abbraccio fraterno degli uomini, presentano nella terza sezione di questa scultura l'universale anelito umano alla concordia e alla pace.
Il Monumento al marinaio è collocato nel piazzale centrale dei portici Beretta. La scultura, in bronzo, è opera di Francesco Medici da Ome ed è stata inaugurata il 12 giugno 1983. Un basamento in porfido reca incisi i nomi dei marinai gardonesi caduti nell'ultimo conflitto mondiale. Da questo sporgono parzialmente un'ancora e la bocca di un cannone, che, quale relitto che le onde rimandano verso la terraferma, rappresenta un severo ammonimento rivolto a ogni uomo perché rifiuti la guerra. Al centro del basamento innalza un'onda sulla quale poggia un gabbiano con un'ala drizzata verso il cielo.
I Monumenti e busti Beretta sono posti al centro di un giardinetto che sorge a lato della via dedicata all'imprenditore gardonese, sorge il monumento a Pietro Beretta costituito da un busto bronzeo opera dell'affermato scultore bresciano Claudio Botta, collocato su un basamento marmoreo che reca la seguente dedica: "A Pietro Beretta la gente di Gardone - collaboratori e amici- XXIX-VI-MCMLIX". L'industriale è ancora effigiato da A.Righetti in un medaglione in bronzo posto nel 1960 nella sede del Banco Nazionale di Prova delle armi da fuoco portatili che ospita un altro medaglione bronzeo con l'effigie di Carlo Beretta, figlio di Pietro, posta nel 1986.
L'Altorilievo della maternità si trova nell'atrio dell'Ospedale vecchio di zona. Il pannello si deve allo scultore Tommaso Lazzari di Grosseto che lo esegue nel 1972.

La casa gotica sorge all’interno di un cortile prospiciente l’odierna via Mazzini, poco oltre il settecentesco palazzo Chinelli-Rampinelli, oggi sede comunale. La costruzione in bella muratura esterna a conci di pietra scoperti, si articola su tre piani. Il portichetto del piano terra è formato da due archi a lieve sesto acuto che poggiano su una rustica colonna in pietra. Notevoli le finestrelle monofore, quelle dell’ordine inferiore sono anche trilobate. La copertura è stata rifatta negli anni ottanta.
Il palazzo dello della loggetta fu costruito su disegno dell’architetto bresciano Faustino Soncinelli da Cadignano. Il palazzo, sede antica del Comune di Gardone, presenta una facciata che nell’ordine inferiore è caratterizzata da tre archi leggermente ribassati che si impostano su pilastri di sezione cruciforme. L’ordine superiore riprende la scansione spaziale di quello inferiore disponendo tre finestre in corrispondenza ai tre archi. Le modificazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli hanno cancellato in larga parte il disegno primitivo della costruzione del quale si conservava fino all’ultima ristrutturazione, fra gli elementi più interessanti il grande salone del piano nobile, oggi adibito ad uffici. Il complesso è oggi proprietà della società S. Filippo Neri e parzialmente della parrocchia.
La palazzina di Aveno sorge in località omonima, a circa 900 m. di altitudine in una posizione che si colloca tra la Valle di Gardone e quella d' Inzino. La costruzione che ha l’aspetto di un fortino militare, si raggiunge attraverso la mulattiera che porta alla Croce di Pezzolo. E’ collocabile tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Sfrutta l’andamento a terrazzo del terreno ed è costituita da un ampio piazzale rettangolare sostenuta da un terrapieno recintato da muraglioni a lieve scarpata ottenuti con conci di pietra. Questa scarpata si conclude con una cordonatura in pietra grigia. Nell’angolo di sud-est e di sud-ovest si osservano due torrette quadrate, lievemente sporgenti, anch’esse con muro a scarpata. Sul lato est sono oggi la casa colonica e la casa padronale e nell’angolo a sud-est si innalza la chiesetta, di eleganti forme settecentesche, dedicata alla Beata Vergine Madre di Dio e fatta costruire da Apollonio Chinelli con licenza del 29 marzo 1721. La cappella è ora completamente abbandonata. Le due case d'abitazione presentano un aspetto seicentesco; quella padronale ha subito interventi e trasformazioni tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

Palazzo Chimelli già di proprietà dell’omonima famiglia e quindi dei Rampinelli, in ragione d’un vincolo matrimoniale, il palazzo è sicuramente già abitato nel 1735 poiché in quell’anno vi viene ospitato il vescovo di Brescia, cardinal Angelo Maria Querini con il suo seguito, durante la visita pastorale compiuta a Gardone. Non si conosce al presente il nome dell’architetto al quale si deve il progetto dell’edificio, disposto ad angolo tra le attuali vie Mazzini e Costa. La costruzione, con pianta a L presenta finestre con fregi a conchiglia. Un cancello si apre sulla via Mazzini dà accesso al cortile, abbastanza ampio, che presenta, addossata al muro di cinta una monumentale fontana. Di fronte si disegna la facciata del palazzo: si compone di un ristretto portico, a due arcate, soprastate da una bella loggetta cui si accede per uno scalone marmoreo, scandito in due rampe e fiancheggiato da una balaustra che ripete lo stile del piccolo loggiato. La volta del medesimo è ornata da un medaglione affrescato, raffigurante il mitologico Nettuno, dio del mare. Alla sinistra di chi si affacci alla loggetta, si apre il salone del consiglio comunale con volta a spicchi e medaglione centrale, affrescato nel 1937 dal pittore gardonese Giuseppe Mozzoni che vi raffigura la fucina di Vulcano. Secondo un bozzetto conservato nel palazzo municipale, l’artista avrebbe dovuto completare la decorazione dell’aula consiliare con altri dipinti da eseguire a fresco nelle diverse specchiature. I lavori di ristrutturazione dell’antico palazzo, compiuti nel 1986 sotto la direzione dell’ing. Carlo Giorgio Pedercini hanno consentito di dare sistemazione più conveniente a tutti gli uffici comunali e di ricavare in particolare, al piano nobile dell’edificio un altro ampio salone – detto della Giunta – con soffitto che presenta due affreschi di discreto interesse. Alle pareti di questo salone sono appese tele provenienti dalle chiese della frazione di Magno. Degno d' annotazione, nello studio del sindaco, il medaglione raffigurante La caccia di Diana opera di Giuseppe Mozzoni datata 1937.

Tra le più antiche residenze private si segnala a Gardone la villa già dei Mutti Bernardelli ed ora di proprietà comunale con ingressi in via Matteotti e XX Settembre. La costruzione comprende ambienti che spaziano dal XV al XVIII secolo. Interessante il portico seicentesco, ad archi ribassati, sul lato di via XX Settembre e in particolare, alcuni locali del piano terra: un’ampia sala con camino in pietra, datato 1749 e fregiato dallo stemma dei Mutti; un salone attiguo di impostazione quattrocentesca con volta scandita a vele sotto le quali sono sistemati alcuni lunettoni dipinti su tela da Battista Mozzoni; un salotto con soffitto a cassettoni sui quali compaiono i simboli zodiacali accompagnati dallo stemma di Valtrompia.

Da questo ambiente chiamato il "salottino rosso" si accede all’ex cappella privata della villa. Sulla parete destra del piccolo oratorio, dove probabilmente era l’altare con il tabernacolo, è tuttora visibile una pregevole scultura in bassorilievo assegnabile al sec. XVI e raffigurante una Madonna in trono con il Bambino. Sotto questa scultura, scolpito ancora in bassorilievo, si veda il busto di un prelato, probabilmente discendente dagli antichi proprietari. Percorrendo la via Costa, la via Gramsci, la via Mazzini e la via Zanardelli non è infrequente osservare la persistenza nelle abitazioni private di strutture edilizie che spaziano dal secolo XV al secolo XVIII. Notevoli le case signorili con cortile interno e fra queste suscita speciale interesse la casa Beccalossi-Biussa con bel porticato, pozzetto cinquecentesco in un angolo del cortiletto e monumentale fontana a doppia tazza. Degni di nota anche i balconcini dell’edificio di chiara impronta veneta, riferibili al Settecento.
Singolare segnalazione merita fra le abitazioni private costruite nel secolo XX, la villa BERETTA, fatta costruire nel 1925 su progetto dell’ingegner Egidio Dabbeni, professionista affermato cui si devono altre notevoli opere in Brescia e in Provincia. Preceduta da un ampio parco disegnato all’italiana che affianca per un lungo tratto l’odierna via Matteotti; questa villa è caratterizzata architettonicamente dall’ecclettismo del suo progettista ed è decorata esternamente da Eliodoro Coccoli. Il pittore che opera nel 1927, distribuisce sulle strutture lignee dell’ampia gronda e del cornicione vari motivi geometrici e fiori stilizzati mentre, nei riquadri tra le mensole di sostegno, raffigura guerrieri e scudi a forti accenti cromatici. Degli ambienti interni, merita attenzione specifica il salone al primo piano, affrescato dal Coccoli e da Gaetano Cresseri. Tra le attuali via Moretto e S. Maria si dispone la villa Bonomi ora Alberti, costruita nel biennio 1927-28, su progetto dell’ingegner Gennaro Stefanini per Arturo Bonomi, podestà di Gardone dal 1930 al 1938. L’edificio conserva pregevoli dipinti firmati da Giuseppe Mozzoni e saloni affrescati con gusto liberty. A questo stile può ricondursi anche la Beretta ora Stefanini con ingressi in Via Mazzini e via Convento preceduti da un piccolo parco all’inglese. Lungo la citata via Convento si nota infine la villa Fausti-Gardoncini con ingresso anche in via Diaz.

Il Museo delle Armi e della tradizione Armiera è visitabile presso la Villa Mutti Bernardelli, disponibile anche visita guidata e laboratorio per gruppi e scuole.

Il percorso museale si snoda su due livelli. La prima parte è dedicata all’evoluzione storica delle armi, rappresentata mediante significativi esemplari delle più importanti tipologie di manufatti.
Una rassegna che, senza dimenticare esempi di armi bianche ed armature, si concentra sulle armi da fuoco, a partire dal ‘500. Il percorso illustra e testimonia, in un ricco excursus di esemplari, le armi da difesa, da caccia, d’impiego militare ed il loro funzionamento.
Una particolare attenzione è riservata ai prototipi ed ai modelli che hanno costituito momenti di profonde innovazioni tecnologiche.
Il secondo livello contiene una significativa sezione didattica che, con l’ausilio di modelli e filmati, rende accessibile la storia dei processi tecnologici inerenti la lavorazione delle armi, la riscoperta di antiche tecniche e dimenticati processi di lavoro, affinati da esperienze secolari.
Il laboratorio didattico, allestito in modo da ricordare gli arredi di un’officina, è collocato nell’ampio sottotetto.

È sede della famosa casa produttrice di armi Beretta. In tutta la valle la produzione armiera è consistente, tanto da rendere la Valtrompia famosa per essere una grande produttrice di armi da fuoco che vanta numerose aziende, dalle dimensioni variabili: aziende di ragguardevoli dimensioni si affiancano a piccoli laboratori artigianali, spesso a conduzione familiare, dove la produzione delle armi vede pochi pezzi prodotti interamente a mano.

È sede anche della ditta Redaelli che ha realizzato le funi per gli stadi degli europei di calcio di Polonia 2012 e i mondiali di Brasile 2014.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/08/gardone-val-trompia.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



sabato 25 luglio 2015

CERVENO



Cerveno è un comune della Val Camonica e giace ai piedi della Concarena, sul versante occidentale della Valle Camonica, di fronte alla frazione Badetto del comune di Ceto.

Presso Cerveno si estraeva il marmo occhialino.

I primi reperti che testimoniano insediamenti umani nella zona di Cerveno risalgono all'età romana; il nome "Cervinica" appare per la prima volta nell'837 in un diploma del re d'Italia Lotario e diventa "Villa Cervis" in un documento del 960.
Attorno al Mille la zona fu donata da Carlo Magno ai monaci del convento francese di Tour, mentre dal 1200 il Vescovo di Brescia la infeudò ai signori di Cemmo, che così raccoglievano tasse e decime spettanti alla Curia.
Nel 1300 Cerveno si costituì Comune autonomo e rimase tale fino all'inizio del '900: forse per questa lunga e ininterrotta continuità amministrativa il nome originario di Cerveno, contrariamente a molti altri paesi camuni, non subì mutamenti di rilievo.
Nel '300 furono costruite anche la maggior parte delle costruzioni del centro storico, edificate strettamente addossate le une alle altre aggrappate ad un ripido pendio.
Durante il Medio Evo e le guerre tra il ducato di Milano e Venezia, Cerveno seguì le vicende dei borghi limitrofi; successivamente, con Napoleone, entrò a far parte di uno dei dieci Cantoni della Montagna, in cui la Provincia di Brescia era stata divisa.
Nel 1429 fu fondato il forno fusorio, votato all'unanimità dall'assemblea dei vicini, che stabilì anche che introiti e utili dovevano essere sempre divisi tra i vicini stessi.
Dopo che la Vallecamonica, con la pace di Lodi, divenne parte integrante del territorio della Serenissima Repubblica Veneta, nel Catastico del 1610 il Lezze scriveva che gli abitanti di Cerveno si dedicavano, oltre che all'agricoltura, "a cavar vene di ferro et condurle al loro forno per far il ferro"; vi erano anche quattro mulini e un forno per panificare.
Durante il ventennio fascista (1927-1947), che accorpò i piccoli comuni con quelli di maggiore grandezza, Cerveno fu per tutte le funzioni amministrative aggregato a Ceto e riacquistò la propria autonomia nel 1947.

Il centro storico di Cerveno conserva l'aspetto tipico del borgo medievale: case addossate, strade strette in salita, piazze esigue e i tipici archivolti.
I portali in pietra degli edifici, costruiti con materiale detritico della Concarena e calcare di Esino, riportano ancora incise la data della loro costruzione, in alcuni casi l'inizio del '400, ma sono più numerosi gli edifici risalenti al '500/'600, un periodo di prosperità economica.
La struttura dei portali è quella tipica dell'arco a tutto sesto o ad ogiva oppure con architrave piano, poggiato su mensole sagomate, come nei portali "a gruccia".
Numerose sono le fontane in pietra e granito che, dall'inizio del secolo scorso, forniscono acqua buona a tutto il paese. Sono ancora visitabili l'antico mulino ad acqua, presumibilmente del '500 e recentemente ristrutturato, il caseificio ternario, che necessita di interventi conservativi, e una "calchera" per la produzione della calce.

Vicino all’impetuoso torrente di nome “Re”, con portata d’acqua costante in tutte le stagioni, si concentravano le attività produttive della comunità di Cerveno: il Mulino, recentemente acquisito e restaurato dal Comune, il caseificio, testimonianza delle tradizionali attività di allevamento e lavorazione del latte, con zangola azionata ad acqua, alcune fucine e soprattutto il forno fusorio, di cui rimangono solo tracce documentali, che lo classificano come uno dei primi della Valle Camonica: “17 febbraio 1429. Qui nella pubblica seduta di tutti i Vicini, nell’assemblea del popolo del Comune, degli uomini e delle persone di tutta l’università della terra di Cerveno, …, tutti costoro, d’intesa con il loro console ed il loro camparo, unanimemente, concordemente e senza che nessuno tra di loro dissentisse, hanno solennemente convenuto tra di loro e deliberato di far costruire un forno per il ferro nella terra di Cerveno, vicino all’acqua del Re, in un piccolo appezzamento a prato appena comprato dagli eredi di Comino Carnevali di Cerveno. Ugualmente hanno stabilito che il reddito, l’introito ed i proventi di questo forno devono essere per sempre divisi tra gli stessi, cioè tra il Comune e gli uomini di Cerveno”. Nella piazza antistante il Municipio e nelle vicinanze si possono ammirare “La porta del silenzio”, singolare monumento ai caduti dell’artista Franca Ghitti, la meridiana seicentesca legata ai ritmi della vita contadina, alcuni portali datati: 1561, 1578, 1667

La “Casa Museo di Cerveno”, edificio rurale di fine ‘500 recentemente ristrutturato,costituisce una concreta testimonianza dei metodi costruttivi edili, visibili nell’organizzazione degli spazi e nell’uso dei materiali locali: pietra calcarea, legno e ferro. I reperti raccolti e gli arredi recuperati denotano stili di vita particolari; gli attrezzi impiegati nel lavoro dei campi, specificatamente per la viticoltura e la vinificazione, e quelli per l’allevamento, le attività silvo-pastorali e l’artigianato esprimono il livello di abilità manuale-creativa dell’homo faber, che sa costruire, adattare, riadattare quando gli serve per vivere e per sopravvivere.

Significativa, nel museo, anche la presenza del materiale prodotto per la realizzazione della Santa Crus, rappresentazione vivente, a cadenza decennale, della Passione di Cristo. Gli abiti utilizzati dai figuranti, le armi, le corazze, i segni della Passione, le immagini riproducenti le fasi preparatorie della manifestazione esprimono efficacemente la complessità del lavoro che si compie, la coralità che lo caratterizza, la partecipazione collegiale dell’intera comunità, a testimonianza dell’atavica fede, delle tradizioni consolidate e dell’identità locale.

Evocare i tratti distintivi dell’identità del paese e della sua gente è lo scopo di questa Casa Museo. Una casa rurale che ha fatto parte per almeno cinque secoli della storia della comunità e che oggi raccoglie oggetti e immagini utili per trasmettere saperi e memorie.

La Casa Museo è luogo di incontri e mostre temporanee, occasioni di confronto e di formazione per gli adulti, attività didattiche e ludiche per i bambini e i ragazzi, lavori di preparazione per la manifestazione decennale della Santa Crus.

La Casa Museo rimanda al paese e al territorio che la circonda offrendo indicazioni utili per accostarsi al patrimonio storico e artistico di Cerveno e per seguire percorsi di conoscenza del paesaggio, dell’ambiente e degli altri abitati ai piedi della Concarena..

La chiesetta dei Morti è sorta come lazzaretto per le vittime della peste del 1630, ampliata e consacrata nel 1869.

Il Santuario della Via Crucis conserva le 14 stazioni di un capolavoro dell’intaglio ligneo del ‘700: le cappelle sono raccolte ai lati di una scalinata, a custodire un unico edificio la cui facciata dà sulla piccola piazza di Cerveno. Le stazioni sono composte da gruppi scultorei in legno e gesso per un totale di 198 statue, in gran parte opera dello scultore Beniamino Simoni da Saviore, completate fra il 1752 e il 1764. Le stazioni VIII –IX – X sono state completate dai nipoti del Fantoni, mentre la XIV è dell’artista milanese Selleroni (quella originale del Simoni è conservata nel Duomo di Breno). Gli affreschi alle pareti sono dello Scotti e dei fratelli Corbellini. L’entrata abituale al Santuario avviene attraverso la porta principale della chiesa parrocchiale, che si apre di fronte alla prima cappella; la altre stazioni seguono sul muro settentrionale in discesa e poi risalgono sul lato opposto fino alla grande cappella della Deposizione, situata sul fondo dell’edificio stesso.

La chiesa parrocchiale di S. Martino di Tours fu eretta nel '200 sul luogo di un antico castello medievale o di una rocca fortificata; conserva della struttura romanica poche e dubbie tracce. L'attuale edificio fu iniziato nel '400 e completato nel '600. Nel '700 Andrea Fantoni e la sua bottega realizzarono due confessionali e la cornice della Pala dell'altar maggiore, oltre ad alcune strutture. La pala della Madonna del Rosario è del palazzolese Coggi (1741). Restano tracce degli affreschi quattrocenteschi, il battistero del Concelli e tele di Andrea Celesti e Pompeo Ghitti. Annesso alla parrocchiale vi è l'oratorio della Madonna del Carmine in cui, grazie ai restauri del 1974, sono stati recuperati affreschi del '400-500 formanti un ciclo sulla vita della Madonna. Nella volta, il medaglione raffigura il Cristo "Lux mundi" circondato da Evangelisti, Santi, Padri della Chiesa.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-bergamasche.html.



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



venerdì 24 luglio 2015

IL MUSEO DELLE GRIGNE

.


Il Museo delle Grigne di Esino Lario contiene importanti collezioni che danno, in chiave locale, il senso degli eventi geologici e della storia dell’uomo. Vi si trovano i minerali della zona prealpina ed alpina; i fossili del periodo triassico mediano, rinvenuti nella conca di Esino e studiati dall’abate Antonio Stoppani, con la collezione completa classificata dall’istituto di geologia dell’Università di Milano; ambientazioni naturalistiche delle fasce climatiche dal Lario alla Grigna; una ricca collezione di farfalle italiane; il primo segno dell’uomo, una freccia di selce eneolitica rinvenuta alla Rocca di Baiedo; oggetti, monili ed armi trovati nelle tombe celtiche del paese di sopra, Cres, ed in quelle romane dell’abitato di sotto, Piac, a distinguere l’origine dei due nuclei di Esino Superiore ed Esino Inferiore con le relative diversità nei modi di vita; utensili e strumenti di un tempo non lontano per i lavori agricoli e di casa con la ricostruzione del «casel», la baita tipica dei maggenghi attorno al paese. Le sale ben sistemate, con scritte e cartelloni esplicativi che si estendono alla storia e alle attività legate alla presenza del ferro in Valsassina, permettono di seguire, con un itinerario ideale, gli eventi che hanno caratterizzato il territorio.

Il Museo delle Grigne è stato creato nel 1947 dall’allora Parroco Don G.B. Rocca e allestito nel 1959 nella piazza del Comune dall’Ing. Pietro Pensa. L’Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus dal 1998 contribuisce alla gestione e alla valorizzazione del museo. Il museo fa parte dell’Ecomuseo delle Grigne ed il suo patrimonio è valorizzato dal Centro di documentazione e informazione dell’ecomuseo. Il Museo delle Grigne fa parte del Sistema Museale della Provincia di Lecco.

Durante la seconda guerra mondiale il patrimonio della raccolta si disperde; i reperti archeologici vengono preservati poiché depositati presso il Museo di Varese. Nel 1957 l’amministrazione comunale, guidata dall'allora sindaco Pietro Pensa, riprende l’iniziativa e nel 1959 istituisce nuovamente e ufficialmente il Museo delle Grigne di Esino Lario.

Nel 1967 il Consiglio Comunale di Esino Lario dota il museo di uno statuto. I collaboratori sono una decina, viene nominato un conservatore e nel 1976 la Commissione di consulenza si allarga seguendo le indicazioni della Regione Lombardia. Si fanno visite guidate e gli oggetti esposti sono illustrati con chiari pannelli esplicativi. Tra le iniziative didattiche vi sono conversazioni sulla storia locale. Si vorrebbe che il museo diventasse un vero e proprio centro culturale. Preoccupato che il museo vada a finire come quello precedente, Pietro Pensa coinvolge la Comunità Montana della Valsassina, consorziandosi anche col Museo di Premana, in modo da coordinare gli sforzi e di non fare doppioni, ed crea stretti collegamenti con il museo civico di Lecco. Nel 1979, in un'ottica di sussidiarietà viene istituito il Museo Territoriale della Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera che coordina e raggruppa il Museo della Grigna, il Museo di Premana, il Museo di Primaluna e il Museo di Varenna. Nel 1998 viene istituita l'Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus con lo scopo di valorizzare il Museo delle Grigne ed incrementare la sua collezione. La gestione del museo è affidata dal Comune all’associazione, che è composta da un gruppo di volontari che si impegnano nella manutenzione ordinaria del museo e all’organizzazione di iniziative culturali e conferenze relative al territorio, alla cultura e alla storia. La stessa associazione dal 2008 è anche ente gestore dell'Ecomuseo delle Grigne, proprio per la vocazione di valorizzazione del territorio e per le forti interconnessioni tra lo spazio “museo” e gli “ambienti” da lui descritti. Nel 2005 viene terminata la nuova sede del Museo delle Grigne in collaborazione con il Parco Regionale della Grigna Settentrionale (gestito dalla Comunità Montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera). La nuova sede del museo si trova in via Montefiori 19 nel giardino di Villa Clotilde. Nel 2012 la collezione di farfalle donata da Paolo Boncompagni al museo viene collocata a Villa Clotilde insieme a una teca di animali e inserita nell'opera d'arte sonora Animagus di Roberto Paci Dalò.

Il Museo delle Grigne ha tre sedi: la sede storica di Piazza Pietro Pensa, la nuova sede nel giardino di Villa Clotilde e uno spazio al primo piano di Villa Clotilde.
La collezione di farfalle viene donata al Museo delle Grigne da Paolo Boncompagni. Include 11 teche di farfalle italiane. Nel 2012 la collezione viene trasferita al primo piano di Villa Clotilde ed è parte dell’installazione sonora Animagus di Roberto Paci Dalò.

La collezione archeologica comprende alcuni dei reperti ritrovati nel territorio della Val d’Esino: una tomba celtica (rinvenuta a Esino Superiore o Crès); il corredo funebre di una tomba romana (rinvenuta a Esino Inferiore o Psciach), armi ed attrezzi di vita quotidiana; monili e monete. Questi reperti testimoniano la diversa origine dei due nuclei abitativi di Esino Lario, Cres di origine celtica e Piasch romana; se di alcuni pezzi l’origine è chiaramente identificabile, altri sono difficilmente catalogabili, a testimonianza della completa fusione delle due culture nel territorio. Altri reperti archeologici del territorio sono conservati presso il Museo di Varese, Museo archeologico di Milano e il Museo archeologico di Lecco.

La collezione di attrezzi di vita quotidiana conserva strumenti di lavoro utilizzati sino ai primi decenni del Novecento. Vi sono attrezzi legati all’agricoltura e all’allevamento, alla produzione di burro e formaggio, e alla filatura della canapa. Pittoresca è senza dubbio la stanza del Casel, una struttura tipica montana dove si svolgeva la lavorazione del latte e la produzione di formaggio.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/camminare-per-esino-lario.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



CAMMINARE PER ESINO LARIO

.


E' quasi a mille metri di altezza, ma Esino da sempre guarda al lago. Ed è proprio a voler rimarcare quest'essere protesi verso il lago che gli esinesi han voluto nel nome del loro paese quel «Lario» che mettesse subito in chiaro un'appartenenza economica naturalmente, ma anche sentimentale. Eppure sembrerebbe la Grigna (la Grigna Settentrionale o Grignone per la precisione) a essere la protagonista. Si innalza li sopra, coi suoi boschi, i suoi prati, i suoi pendii e i suoi alpeggi. E proprio Esino ha dato un contributo non indifferente alle conoscenze geologiche nel nostro territorio. Ci ragionò l'abate Antonio Stoppani, mentre è figura indimenticata il parroco Gianbattista Rocca che con le sue raccolte di «sassi» consenti di aprire un museo. Oggi, Esino e località di villeggiatura e, praticamente, e un unico paese mentre un tempo vi erano Esino Superiore (o Cresso) ed Esino Inferiore (o Piacco), con le loro rispettive parrocchiali.

La religiosità ha da sempre avuto un ruolo fondamentale, come testimoniano la Chiesa Parrocchiale di San Vittore e la sua sacristia, le chiesette di Sant’Antonio, di San Giovanni, di San Pietro e le innumerevoli edicole – gisoei – dislocate in tutto il territorio.
Devozione, cultura e folklore caratterizzano fortemente ancora oggi usi e tradizioni locali. La localizzazione ed il forte attaccamento alle radici degli abitanti ha portato alla creazione dell’“Ecomuseo delle Grigne”, ufficialmente riconosciuto dalla Regione Lombardia nel giugno 2009.

La chiesa di San Vittore Martire, posta sullo sperone roccioso che si erge in centro alla valle, era un tempo adiacente all’antico Castello di origine antica, ora scomparso.
Conservata, a testimone dell’antica chiesa, è una tipica croce astile argentea di pieno Quattrocento.
Un primo restauro fu eseguito nel 1520, nel 1770-1780 vennero aggiunte le navate laterali.
L’ultimo intervento conservativo della facciata esterna è del 2009.
L’interno presenta un elaborato altar maggiore in marmi con angeli e statuette, un bellissimo architrave ligneo scolpito e dorato nel 1654.
Tra il 1657 e il 1685 lavorarono vari maestri intagliatori, dei quali si possono ammirare gli splendidi confessionali, il ciborio del battistero del 1660, la cantoria e la mostra dell’organo con la magnifica statua del santo patrono, gli stalli del presbiterio e la mensa (assemblata con parte dei pannelli dell’antico pulpito).
Eccelle il complesso della sacristia, ricoperta dal ricchissimo apparato degli armadi scolpiti dal Maglia detto Bièl, che qui aveva ricevuto asilo dal parroco.
La volta poi reca un armonioso insieme di stucchi di alta qualità racchiudenti in medaglioni l’Assunzione della Vergine, gli Evangelisti, le Sante Lucia, Agata, Agnese e Caterina.
Le tele appese alle pareti del presbiterio riguardanti la storia di San Vittore, sono opera di Carlo Pozzo di Valsolda, sempre sua è la Madonna del Rosario, già pala d’altare.
Di grande importanza e frutto dell’artigianato locale sono i due arazzi della Scuola Arazziera di Esino rappresentanti la Nascita di San Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate con gli animali.
Ancora all’esterno a completamento del frontone vi è incardinato il portone bronzeo del Bonalberti del 1974 rappresentante la vita della Chiesa e del patrono; di notevole importanza è la mezzaluna con la Gloria di San Vittore a cavallo, opera in bronzo di Michele Vedani.

L’oratorio del Battista è situato nel centro storico di Esino Inferiore .
Dopo restauri ed ampliamenti, si presenta ora a tre campate con presbiterio a botte e coro poligonale e semplice fronte a capanna.
Ai lati del presbiterio, tra delicatissimi lavori di stucco del 1691, sono collocati due teleri con il Battesimo di Gesù e la Predicazione di Giovanni, così come appartiene al 1606 la tela dell’Addolorata, che prima del 1850 faceva da pala per l’altare laterale, dove fu posta allora la statua lignea tuttora molto venerata e ritenuta dai più miracolosa.
Da notare sono le tele secentesche della Morte di San Giuseppe e della Decollazione di San Giovanni ai lati, inoltre la Madonna dei Maniscalchi di chiara scuola veneta e in alto la graziosissima Natività.
Entrando sulla destra è conservata in parete la secentesca antica pala della Natività del Battista da poco scoperta e restaurata.

Lungo il costone morenico che collega il paese alla Chiesa Parrocchiale di San Vittore è possibile ammirare una delle opere artistiche più importanti di Esino Lario: La Via Crucis o Via della Croce.
Ad opera dello scultore Michele Vedani fu realizzata su formelle in bronzo negli anni ’40 dello scorso secolo incastonate nelle antiche cappellette originariamente affrescate.
La Via Crucis nacque infatti dal desiderio di Minuccia – figlia del Vedani, morta ventenne, che chiese al padre di fare qualcosa “…a Esino, per Esino”, una sorta di tributo al paese che li accolse e li ospito’ per lungo tempo.
Le spese di fusione dei bronzi furono sostenute da residenti e villeggianti, mentre Vedani donò la propria opera.
Tra i volti raffigurati spicca quello della figlia Minuccia dalle lunghe trecce, rintracciabile in diverse “stazioni”.
La Via Crucis culmina con “La Resurrezione”- collocata nella Cappella Grande – realizzata nel 1968 dallo stesso artista, ormai novantenne.
Il Maestro Vedani realizzò altre opere ad Esino Lario; vale citare la lunetta, dedicata a San Vittore (collocata sopra il portale della Chiesa Parrocchiale), i busti dell’Abate Antonio Stoppani e di Papa Pio XI (abituali frequentatori della Grigna) ed i calchi in gesso della Madonna del Ciclamino e di un Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Il Museo delle Grigne di Esino Lario in Provincia di Lecco conserva reperti archeologici, una raccolta paleontologica dei fossili del calcare di Esino, minerali, ambientazioni naturalistiche delle fasce climatiche dal lago alla Grigna, una collezione di farfalle italiane, memorie e documenti relativi alla storia e al folclore, oggetti etnografici e la ricostruzione di un "Casel", la baita tipica dei maggenghi attorno al paese.
Il Museo delle Grigne – museo civico di Esino Lario – racconta l’evoluzione del territorio esinese, dalle sue origini sino alla storia locale più recente.
All’interno della sezione geologica è possibile ammirare minerali della zona prealpina e alpina; fossili del periodo triassico mediano rinvenuti nella conca di Esino Lario, studiati dall’abate Antonio Stoppani e classificati dall’Istituto di Geologia dell’Università di Milano.
La sezione archeologica ha come fiore all’occhiello una freccia di selce eneolitica rinvenuta nella Rocca di Baiedo, il primo segno della presenza dell’uomo sulle pendici della Grigna; completano e arricchiscono la collezione oggetti, monili e armi trovati nelle tombe dei due nuclei abitativi di Esino Lario, Cres di origine celtica e Psciach romana; utensili e strumenti di lavoro agricolo.

Esino Lario e’ il cuore del Parco Regionale della Grigna Settentrionale; la sua centralita’ nel territorio protetto ne fa il punto di osservazione piu’ interessante per eccellenza.
Il Parco si estende, oltre ad Esino, tra i comuni di Cortenova, Parlasco, Pasturo, Perledo, Primaluna, Taceno e Varenna, coprendo una superficie di ha. 5.548. Il territorio presenta massicci superbi, ora candidi di neve, ora sfoggianti i mille colori della primavera, dell’estate e dell’autunno, che si tuffano nelle dolci acque turchine del Lago di Como.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario era un'arazzeria italiana creata a Esino Lario da Giambattista Rocca e attiva dagli anni Trenta agli anni Sessanta. La scuola produceva arazzi su bozzetti originali di artisti italiani e venne premiata più volte con la Medaglia d'oro della Triennale di Milano.

La Scuola degli Arazzi di Esino Lario viene fondata nel 1936 da Don Gianbattista Rocca, all'epoca parroco di Esino Lario e proveniente da una famiglia di setaioli della Brianza. L'arazzeria ottiene l'attenzione della Galleria del Fiore e della Triennale di Milano, dove viene premiata con Medaglia d'oro alle edizioni del 1940, 1951 e 1954 e dove nel 1957 la galleria del Fiore di Milano, diretta da Luciano Cassuto e legata all'attività del gruppo MAC Movimento Arte Concreta, espone una serie di opere tessute su cartoni di Aymone, Bordoni, Chighine, Gianni Dova, Magnelli, Prampolini, Reggiani, Atanasio Soldati e Ettore Sottsass jr. L'arazzeria di Esino Lario crea inoltre un lavoro a partire da un cartone di Felice Casorati per il transatlantico Leonardo da Vinci (gli altri pannelli erano stati eseguiti dal laboratorio di Ugo Scassa). La scuola produce inoltre opere a partire da bozzetti di artisti quali Aligi Sassu, Salvatore Fiume, Bruno Cassinari, Umberto Lilloni, Pietro Marussig, Piero Fornasetti. La scuola viene chiusa nel 1961 e riaperta nel 1990. La riapertura prova a riattivare la produzione e mantenere viva la tecnica e la maestria artigianale creando la cooperative "Arazzi Esino SCRL"; la nuova scuola ha sede a Villa Clotilde e viene poi chiusa con lo scioglimento della cooperativa il 4 febbraio 2004. Arazzi della scuola di Esino sono conservati dalla Triennale di Milano, dalla Fondazione della Provincia di Lecco Onlus (arazzo realizzato nel 1958 su cartone di Franco Alquati, in deposito a Villa Locatelli).
Le principali caratteristiche dell'arazzeria di Esino sono la grande varietà di colori, l'uso di fili di seta e la tessitura su telai brevettati. Gli arazzi sono fabbricati con fili di seta colorati a fuoco con coloranti solidi; la scuola ha una propria tintoria che permette di produrre le più svariate gamme di colore. La tessitura avviene con orditi di canapa 12/2 e l'uso dei fili di seta; la finezza della seta rende lunghi i tempi di produzione ma permette una grande qualità e finezza di realizzazioni, sia nella densità dei nodi che nella varietà e nelle sfumature dei colori. I telai sono brevettati da Don G.B. Rocca; il brevetto migliora gli antichi telai ad alto liccio, accelerando la realizzazione dell'arazzo.

Il suo territorio è interamente montuoso: la quota minima raggiunta è di 554 metri, mentre la massima giunge ai 2.409 della vetta delle Grigne. La natura calcareo-dolomitica (rocce composte da carbonato di calcio e magnesio) del territorio, comune al resto della zona prealpina lombarda, ha portato alla presenza di importanti zone carsiche all'interno del territorio comunale.

Di particolare rilievo è il Moncodeno, un esteso anfiteatro situato sul versante nord della Grigna settentrionale ad una quota compresa tra i 1.700 e i 2.300 metri, caratterizzato da una presenza di un gran numero di doline (avvallamenti del terreno) e grotte (quasi 500), formate dall'azione combinata del carsismo e dell'esarazione ad opera dei ghiacci che coprivano la zona durante le glaciazioni. In una di queste grotte, chiamata Ghiacciaia del Moncodeno, si trovano depositi di ghiaccio sotterraneo.

Il territorio esinese è inoltre contraddistinto dall'abbondante presenza di depositi fossiliferi marini, conseguenza della storia geologica delle Prealpi (emerse dal mare durante i movimenti tettonici dell'orogenesi alpina nell'era cenozoica). Questi depositi vengono studiati da lungo tempo dai paleontologi; il primo studioso che se ne interessò, nel corso del XIX secolo, fu il geologo e paleontologo lecchese Antonio Stoppani.

Villa Clotilde è un edificio di proprietà comunale centro culturale di Esino. L'edificio ospita l'ufficio turistico, la biblioteca civica, l'Archivio Pietro Pensa con la biblioteca specialistica di storia locale, la sede dell'Ecomuseo delle Grigne, parte della collezione del Museo delle Grigne e alcune opere d'arte contemporanea. La villa è stata anche sede per alcuni anni della riaperta scuola di arazzi di Esino Lario.

L'Ecomuseo delle Grigne è un ecomuseo comunale costituito nel 2008 su iniziativa dell'Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus (ente gestore) e del Comune, e riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2009. L'Ecomuseo delle Grigne valorizza il rapporto tra l'uomo e la montagna e coinvolge comunità, associazioni ed esercenti. Nel 2009 l'ecomuseo avvia un programma "a misura di bambino" per trasformare l'intero territorio con servizi dedicati alle famiglie.

La cucina di Esino Lario è in particolare caratterizzata dalla patata bianca di Esino, una varietà della patata bianca comasca.
Ravioli di Sant’Antonio di Esino sono preparati con una sfoglia di patata bianca e un ripieno di carne e formaggio addolcito dalla presenza dell'amaretto.
Altre ricette della cucina tradizionale sono a base di polenta, formaggio, uova, latte e castagne rappresentano variazioni sul tema della cucina dell'Alto Lario e delle montagne lombarde.
I granei, sono una polenta gialla, mista a farina bianca, cotta da essere tempestata di gnocchetti e poi condita con burro fritto o annegata nel latte.
Il paradel è una specie di focaccia bassa o crêpe ottenuta con farina bianca, latte e uova, i più utilizzano solo farina e latte.
Il zenzinal è un pasticcio di polenta contenente formaggio fresco filante ( una palla di polenta con il nucleo di formaggio ) rosolato nel burro o riscaldato su sulla brace.
La miasciè è una sorta di torta di farina gialla impastata con latte acido e foglia di menta, poca frutta di stagione, che tradizionalmente veniva cotta tra due letti di brace con il test.
Il mesch è un pasticcio di poleta fredda a pezzi con patate lesse fredde tagliate e formaggio filante, mischiati e arrostiti nel burro.
Eventi:
I Re Magi di Esino (gennaio). In prossimità dell’Epifania un corteo scende dell'alto del paese accompagnando i Tre Re Magi a cavallo per le vie. Questi portano doni e regali a tutti i bambini, sostano un poco al Castello di Re Erode e giungono al Presepe Vivente, per adorare il Bambino Gesù. Tutta la popolazione prende parte alla preparazione della manifestazione, che assorbe gran parte del periodo natalizio per la sua realizzazione. Vengono aperte antiche corti e riproposti allestimenti insieme alla degustazione dei piatti del territorio. L'evento è seguito da numerosi visitatori.
Sant’Antonio abate (17 gennaio). In occasione di Sant'Antonio, santo protettore di Esino Superiore viene celebrata la mattina a S.Messa solenne nella chiesa a lui dedicata e viene fatta la benedizione di animali e autoveicoli. I festeggiamenti proseguono nel pomeriggio in piazza Diaz, con l’incanto dei canestri, composti di salumi, formaggi e animali. Il piatto della tradizione sono i Ravioli di Sant’Antonio di Esino cucinati in famiglia e nei ristoranti locali.
Bjibjerè (Ultimo sabato di gennaio). Il termine dell’idioma locale è tradotto in Gibbiana e trova il suo perpetuarsi l’ultimo sabato di gennaio. L’antico rito del falò, di probabile origine celtica, un tempo era celebrato il giovedì, giorno in cui si credeva le streghe incontrassero il demonio. I giovani e gli uomini costruiscono un’altissima pira composta di rami, fascine, e vecchie cose di legno, sulla “Costa” che porta alla “Castello”. La sera, dopo la messa vigiliare, tutta la comunità, grandi e piccini, accorrono suonando campanacci e caratteristici corni pastorali, gridando a squarciagola davanti all’ardente falò sulla cui sommità trova la sua fine il “Gineer”. Gli esinesi, fin dalla notte dei tempi, scacciano in questo modo la miseria e l’inverno, in attesa della vicina primavera. La serata è allietata dalla degustazione di dolci casalinghi e caldo vino cotto.
Venerdì Santo. La sera del venerdì della Settimana Santa, prende luogo a Esino, una partecipata processione penitenziale, che parte dalla Chiesa Parrocchiale e percorrendo le vie dell’intero paese e dopo due soste nelle chiese sussidiarie a notte fonda vi fa ritorno. Preceduti dalla Croce, gli esinesi accompagnano il Signore Morto, portato a spalla dai giovani del paese, alla sola luce dei scilostri delle donne e di innumerevoli ceri accesi alle finestre delle case.
San Vittore Martire patrono di Esino. Santo di devozione ambrosiana la cui memoria cade il giorno 8 maggio. Il patrono San Vittore Martire, detto Mauritano, viene festeggiato solo religiosamente con una solenne funzione Eucaristica, nella quale al Gloria viene dato fuoco al Pallone dei martiri. Segue una curatissima processione che si snoda sul promontorio del “Castello”, in cui vengono portate le reliquie del santo e, a spalla, la sua statua lignea.
San Giovanni Battista. La chiesa sussidiaria del Battista in Esino Inferiore, nell’ultima domenica di giugno, viene ornata con paramenti sontuosi per l’esposizione delle reliquie di molti santi. Dopo la S.Messa celebrata sul sagrato prende inizio la solenne processione che accompagna il SS.Sacramento tra le vie dell’antico nucleo addobbate da decorazioni floreali, archi di maggiociondolo, candide e artistiche lenzuola, sotto le rosse zendaline e al riparo di un damascato baldacchino. Non possono mancare, nelle ore pomeridiane, i giochi e l’incanto dei canestri, che, con le note della banda cittadina, intrattengono abitanti e turisti, fino alla sera. È scontato ricordare che sulle tavole di tutte le famiglie vengono sevite ogni tipo di specialità e leccornie.
Festa del Monte Croce - Festa degli Alpini (luglio)
Tartifol Fest (settembre)

Il Comune di Esino Lario ha due frazioni.
Bigallo, a 850 m sul livello del mare e a 0,89 chilometri dal comune.
Ortanella, a 951 m sul livello del mare e a 2,27 chilometri dal comune.

Il turismo a Esino Lario nasce a fine Ottocento con l'Abate Stoppani e con i primi geologi interessati a esplorare i fossili delle Grigne. Diventa un'attività economica centrale del paese a partire dagli anni Sessanta in cui si diffonde la fama di Esino Lario "La Perla delle Grigne". Le villeggiature estive si animano fino a raggiungere 12.000 presenze negli anni Settanta e portando la necessità di gestire servizi che nei mesi di luglio e agosto superano la capacità delle infrastrutture. Proprio per rispondere al fabbisogno di acqua viene realizzato l'acquedotto dalla Valsassina e vengono avviati gli impianti di sciistici per incrementare il flusso turistico nel periodo invernale. Negli anni Novanta il turismo comincia a declinare. Si riducono le lunghe villeggiature estive e alberghi, ristoranti e attività commerciali collegate al turismo iniziano a chiudere. Le scarse precipitazioni nevose fanno chiudere gli impianti sciistici che proseguono con una sola pista per principianti e sono poi gestiti da un'associazione.









FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



giovedì 23 luglio 2015

VISITA A SAN PELLEGRINO TERME



San Pellegrino Terme, collocata nel cuore della Valle Brembana, è una località climatica di cura e di soggiorno, adagiata lungo le rive del fiume Brembo, che divide in due il paese, situato in una valle naturale circondata da rilievi.

Oltre agli incantevoli e incontaminati paesaggi naturalistici, San Pellegrino Terme ripropone le affascinanti e suggestive atmosfere della “Belle Epoque” di inizio ‘900.

San Pellegrino Terme è una fra le più rinomate stazioni di villeggiatura della bergamasca, anche grazie alla sua acqua conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Magnifico esempio di stile Liberty, il Casinò di San Pellegrino Terme sorge all’inizio del ventesimo secolo, tra il 1904 ed il 1906, e viene aperto nel luglio 1907. Costruito ad opera dell’architetto Romolo Squadrelli in prosecuzione dei porticati della Fonte Termale, presenta una facciata imponente e al tempo stesso leggiadra, ricca di stucchi, fregi e bassorilievi, opera dello scultore Paolo Croce.
La fantastica facciata, decorata con altorilievi in pietra artificiale, gruppi allegorici, mascheroni, elementi antropomorfi, busti umani, putti, motivi floreali in abbondanza e artistiche lanterne in ferro, si eleva con il grande pennone in ferro battuto del Mazzucotelli, sorretto da telamoni, simboli della fatica umana; alla base vi sono affrescati i cervi volanti che, come le farfalle, simboleggiano l’art-nouveau.
Il lavoro d’équipe, che vede lo Squadrelli collaborare con importanti artisti dell’epoca dà esiti felici anche all’interno dove, in un gioco allegorico di rimandi al luogo e alle proprietà delle sue acque, è sviluppato il tema della ‘joie de vivre’, negli affreschi del Malerba come nei rilievi del Bernasconi, nelle sculture del Vedani o nelle bellissime vetrate di Beltrami e Buffa o, infine, nell’arredo, interamente progettato da Eugenio Quarti.
Di particolare interesse è la facciata con le due alte torri che richiama il precedente Casinò di Montecarlo di Charles Garnier; la ricca componente decorativa con la sua forte carica simbolica comprende, fra l’altro, i portalampade e il pennone in ferro battuto di Alessandro Mazzucotelli, gli altorilievi ai lati della porta centrale in cemento trattato “a cotto” con scene bacchiche di Giulio Croce e il fregio dipinto con il motivo dei cervi volanti generalmente attribuito a Francesco Malerba.
Con le Terme ed il Grand Hotel, il Casinò dall’inizio del ‘900 contribuì a realizzare un efficace polo di attrazione per i numerosi e facoltosi ospiti, che a San Pellegrino potevano trovare grandi possibilità di svago e di divertimento. Era un mondo ‘fiabesco’, popolato da regine e principesse, ministri e diplomatici, personalità della finanza, dell’esercito, dell’arte e della cultura, provenienti da Roma, Parigi, Vienna, Berlino, Pietroburgo, Londra, Il Cairo.
Chiuso e riaperto a più riprese, nell’ambito di vari progetti, tesi, da un lato, alla disciplina del gioco d’azzardo e, dall’altro, alla valorizzazione delle stazioni termali e climatiche italiane, cessa definitivamente l’attività nel 1946.
Il magnifico edificio del Casinò costituisce ancor oggi una impareggiabile testimonianza per la fantasia compositiva del complesso, per l’eleganza dell’architettura e per le invenzioni delle decorazioni.
La struttura del Casinò Municipale ospita oggi manifestazioni culturali, teatrali e di vario genere, oltre a meeting, congressi, ricevimenti nuziali, cene sociali, serate di gala, sfilate di moda, convention aziendali, esposizioni e mostre di vario genere.

Le Grotte del sogno di San Pellegrino Furono scoperte nel 1931 da Ermenegildo Zanchi, il «nonno degli abissi», come veniva soprannominato e, già l’anno successivo, nel 1932, esattamente 80 anni fa, aprirono alle visite del pubblico (furono le prime attrezzate in Lombardia).

La nascita del Museo Brembano di Scienze Naturali risale al 1978 quando in seguito ad una precedente scoperta a Endenna di Zogno e al successivo recupero di un notevole numero di reperti paleontologici, fu costituito il primo nucleo museale a cui si aggiunse più tardi la sezione entomologica.
In questi anni la dotazione di reperti fossili ha raggiunto un livello di competenza e di specializzazione tale da rappresentare un punto di riferimento fondamentale nel complesso degli interessi del settore, non solo nei confronti dell’ambiente brembano, ma anche nel contesto più generale, tanto che nel 2007 il Museo Brembano di Scienze Naturali è entrato a far parte del SISTEMA MUSEALE “TRIASSICO.IT” che comprende altre realtà museali della nostra provincia come: Museo Civico di Scienze Naturali “E.Caffi”, Parco Paleontologico di Cene e il Monumento Naturale Val Brunone.
Il museo vanta circa 1500 pezzi catalogati e raccolti in una decina i vetrine che documentano in modo completo la nascita della Valle Brembana e si riferiscono al territorio compreso tra i Ponti di Sedrina e l’estremo limite delle Orobie. Questo territrorio, emerso dai fondali marini nel corso dell’orogenesi alpina, si era formato geologicamente per sedimentazione tra la fine dell’era Paleozoica e l’inizio della Mesozoica, i reperti paleontologici risalgono infatti a quell’epoca. Questa sezione comprende una discreta raccolta dell’età scitica, fossili dell’età ladinica, esemplari del periodo Norico; di conseguenza le caratteristiche paleontologiche della Valle Brembana risultano così dettagliate che, una volta definite nella loro complessità, potranno permettere progressi non secondari nella ricerca dei collegamenti tra le varie ere geologiche. Il Museo Brembano di Scienze Naturali è infatti in grado di fornire una gamma completa di informazioni sia dal punto di vista spaziale, sia da quello temporale, perchè i circa 40 milioni di  anni a cui sono riferibili le rocce del territorio brembano sono qui documentati senza interruzioni e in svariate località della valle.
Assai interessante è anche la sezione entomologica che costituisce la più completa documentazione esistente sui Lepidotteri dell’ambiente brembano.
La collezione donata da Attilio Torriani non comprende certamante tutte le farfalle che vivono sul territorio vallare, infatti ogni anno ne vengono catturate nuove specie, ma il suo valore scientifico e documentario è notevole e può essere considerata già di per sè ampiamente illustrativa: il numero delle specie esposte è superiore a 700, ma la ricerca continua al fine di rendere la sezione ancora più completa.
A queste due sezioni si è aggiunta una ricca e completa documentazione fotografica delle fasce vegetazionali della Valle Brembana, corredata da esaurienti didascalie e bellissime immagini dei principali endemismi floristici della valle, curata dal FAB (Gruppo Flora Alpina Bergamasca). Sul territorio brembano sono infatti presenti alcune specie esclusive della provincia di Bergamo, uniche al mondo, quali:Linaria tonzigii, Primula albensis, Saxifraga presolanensis, Sanguisorba dodecandra, Gallium montis-arerae, Viola comollia.
E’ di recente allestimento una sala dedicata alla Fauna Selvatica della Valle Brembana con con molti esemplari conservati che si pensa possa essere ampliata in futuro.
Una delle più suggestive attrattive del il Museo Brembano di Scienze Naturali di San Pellegrino Terme è il nuovo diorama, una rappresentazione tridimensionale di uno dei più belli paesaggi naturalistici delle nostre Prealpi Orobie: la conca del Calvi, con il Pizzo del Diavolo sullo sfondo ed in primo piano alcuni rari esemplari della fauna tipica di quelle zone, che va ad arricchire il patrimonio scientifico già contenuto nel Museo.
Il diorama è stato realizzato da  Uve Thuernau,artista tedesco che vive a Verona, dopo una serie di studi e sopralluoghi sul posto che hanno avuto una durata di circa un anno.

La terra bergamasca è ricca di fonti, alcune di uso antico, altre valorizzate più di recente. Fra queste la fonte di San Pellegrino diviene la più famosa, ponendosi con un preciso risalto anche tra le altre acque dell’arco alpino e via via guadagnando una rinomanza particolarmente significativa.
L’acqua minerale naturale di San Pellegrino Terme sgorga da tre sorgenti di identica composizione, situate l’una in prossimità dell’altra, alla base della falda meridionale di una rupe di natura dolomitica, costituita essenzialmente da carbonato di calcio e di magnesio, che s’innalza per circa 600 metri sino al poggio Belvedere. La sorgente più elevata e più abbondante è la “Palazzolo”; le altre due sono denominate “Salaroli” e “Fonte Vecchia”.
L’acqua scaturisce da strati profondi della crosta terrestre, al riparo da infiltrazione di acque superficiali come dimostra la costanza della temperatura (26° sia d’estate che d’inverno) e della composizione chimica, tanto nei periodi di piogge prolungate quanto nei periodi di siccità. L’ampia zona di protezione sanitaria intorno alle rocce da cui sgorgano le sorgenti garantisce l’assoluta purezza batteriologica dell’acqua.
La loro temperatura alla sorgente è poco superiore a 26°. La loro azione terapeutica si indirizza alle malattie dello stomaco e dell’intestino, del fegato e delle vie biliari. È consigliata nelle disfunzioni del ricambio, nelle malattie dei reni e delle vie urinarie ed in particolare nei casi di calcolosi renale, anche come trattamento post-operatorio.
Nel 1992 il Ministero della Sanità riconosce le proprietà terapeutiche, da utilizzarsi per le cure termali, della sorgente “Vita”. L’acqua ricca di sali minerali, è tuttora utilizzata presso il Centro Cura ed erogata con metodiche di fango, bagno, inalazioni, idromassaggio, irrigazioni vaginali e ginnastica vascolare.

La Chiesa parrocchiale di San Pellegrino, vescovo e martire col suo caratteristico campanile appare in un armonioso complesso di linee architettoniche sullo sfondo dei monti a recare il primo saluto a chi giunge. Al sommo della gradinata, che parte dalla statale, si presenta la facciata, che sebbene terminante con timpano e fregi barocchi, è di stile neoclassico a due piani: il superiore con quattro colonne lisce e capitelli di ordine ionico, cui corrispondono, sul piano inferiore, altrettante lesene in pietra locale di ordine attico.
Decorosa è la chiesetta dedicata a S. Maria Assunta, fatta erigere nel 1928-29 in località Vetta da quella colonna di villeggianti, perchè vi siano celebrate le funzioni domenicali nella stagione estiva.

La Vetta è una frazione situata a circa 650 metri s.l.m., situata sui monti del versante destro della valle. Nella prima metà del Novecento era un raffinato quartiere residenziale per i frequentatori abituali della stazione climatica, un tempo raggiungibile oltre che dalla strada che parte dal centro del paese, anche grazie alla funicolare inaugurata nel 1909. In questa zona si trovano le "Grotte del sogno", ampie cavità sotterranee dalla conformazione interessante, rimaste chiuse al pubblico per lungo tempo ma ora di nuovo visitabili (a partire dal 30 luglio 2011). Le innumerevoli attrezzature turistiche presenti in questa zona, che un tempo erano il fiore all'occhiello di San Pellegrino Terme, ora sono in disuso e in stato di degrado. È in fase di studio un progetto per il recupero della funicolare e dell'hotel Vetta.

Situate poco più a valle rispetto alla Vetta vi sono altre tre piccole frazioni: Aplecchio, Falecchio e Frasnito (tutte tre a circa 530 m di altitudine). Poco sotto Aplecchio c'è la località Paradiso, dove un progetto recentemente approvato prevede la costruzione di una zona residenziale. A monte della Vetta si trova la frazione di Sussia (a 908 m s.l.m.), ormai disabitata(è rimasto un solo abitante). Sempre sul versante destro vi sono altre piccole frazioni: Alino(690 m s.l.m.), Cà Boffelli e Vettarola (entrambe a 980 m s.l.m.), Pradello (a 600 m s.l.m.), Piazzacava e La Torre(entrambe a circa 450 m di altitudine).

Sul versante sinistro si trovano Cà de Rizzi (420 m s.l.m.), Frasnadello e Antea (entrambe ad un'altitudine di circa 500 m); più in alto sono situate anche Santa Croce (la frazione più grande, di circa 500 abitanti) a circa 750 metri s.l.m. e Spettino (860 m di altitudine).

L'abitato del fondovalle, che costituisce San Pellegrino, si può dividere in più rioni: a sud ci sono Ruspino (sponda destra del Brembo) e Pregalleno (sponda sinistra); procedendo verso l'alta valle si incontrano poi, sulla riva destra, la zona di Caravaggio, quella della chiesa parrocchiale e il centro storico. Dietro al centro si trova la zona del casinò e delle terme, e a Nord di queste il rione di Pernazzaro. Sull'altra sponda del fiume si trovano Piazzo Basso (di fronte al centro storico) e il Belvedere(di fronte a Pernazzaro). Fra Piazzo e il Belvedere si trova il Grand-Hotel, i cui esterni sono stati recentemente ristrutturati.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/san-pellegrino-terme.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI