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domenica 2 agosto 2015

GARDONE VAL TROMPIA



Gardone Val Trompia è una comune della media Val Trompia, in Lombardia.

Nel 1927 al comune di Gardone Val Trompia vennero aggregati i comuni di Inzino e Magno, attualmente frazioni.

Il 17 settembre 2001 a Gardone Val Trompia è stato conferito il titolo di città, assegnato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in virtù della sua importanza storica e civica. Dal 2002 infatti allo stemma di Gardone Val Trompia è stato aggiunto la corona muraria dorata con cinque torri che rappresenta il titolo di città.

Il territorio è costituito da un andamento da Nord a Sud costituente il fondo valle al centro del quale scorre il fiume Mella che bagna Gardone Val Trompia e la frazione di Inzino. A Est e Ovest l'andamento del territorio è montuoso con quote che raggiungono e superano i 1000 metri di altitudine. Infatti il territorio del Comune di Gardone Val Trompia è caratterizzato, per la maggiore sua estensione, dalla media montagna che culmina con i 1391 metri di altitudine della Punta Almana e che si estende con le valli tributarie sino ai versanti sud del Monte Guglielmo.

Le due valli secondarie, la valle di Gardone e la Valle di Inzino o Rendena sono percorse rispettivamente dai torrenti Tronto e Re.

La preistoria “gardonese” e le testimonianze che possono documentare un insediamento umano nel territorio compreso negli attuali confini del comune di Gardone, risalgono alle ultime fasi del neolitico (8000-1000 a.C.) epoca in cui gli abitanti erano ormai cacciatori tanto abili da spingersi per le loro imprese in alta montagna dove, probabilmente, piantavano campi stagionali dimostrando estrema capacità di adattamento all’ambiente d’alta quota.
Intorno a questi campi si cacciava e nei bivacchi si commerciava la selce grezza ed i preziosi utensili da essa derivati. La ricerca archeologica, impostata più su scoperte casuali che su campagne di scavo scientificamente organizzate, ci ha restituito alcune preziose testimonianze.

La Valle Trompia, dopo una lunga e feroce resistenza, dovrà cedere, nel 15 d.C., alle legioni di Druso ed il Cippo di La Turbie (Monaco) che celebra la vittoria romana, cita al primo posto fra le tribù sconfitte quella dei Trumplini. I valligiani sono ridotti in schiavitù e considerati venales = vendibili.

Il territorio della valle diventa un vivaio di schiavi in potere del demanio imperiale. La dominazione romana dà inizio però (contrariamente alle premesse) allo sviluppo di una fiorente economia che si accompagna al rispetto che Roma riserva ai culti indigeni. I prodotti del lavoro delle miniere e massicci arruolamenti di giovani nelle legioni, nel giro di pochi anni attutirono i terribili provvedimenti adottati all’atto dell’occupazione e la Valle divenne mezzo per una grandiosa realizzazione civile a vantaggio della città: l’acquedotto in muratura fatto costruire per volontà di Augusto e del successore Tiberio da Lumezzane, dopo 25 chilometri, portava l’acqua a Brescia.

La romanizzazione si diffuse anche in Alta Valle ed in altri centri. Il territorio gardonese ci ha restituito numerosi reperti di epoca romana fra i quali spicca un elegante bronzetto di scuola ellenistica, raffigurante secondo la comune interpretazione, il dio Giove nei suoi attributi di Conservatore dell’ordine e delle istituzioni. La statuetta, rinvenuta in una zona non precisata delle pendici montane gardonesi è stimabile di epoca imperiale e fu donato all’epoca del ritrovamento (1840) al Museo Romano cittadino. Ripetuti i ritrovamenti di tombe e corredi funebri romani dal 1800 fino ai giorni nostri. Di notevole importanza i reperti lapidari e di are votive che testimoniano il permanere in Valle di culti indigeni ( nella frazione di Inzino in particolare) anche dopo il trionfo delle armi romane. Si ricorderanno quattro iscrizioni votive dedicate a Mercurio, Minerva, Tullino e al Genio del Popolo (o del Pago) ed una, perduta, alle Ninfe.

Dopo la pace di Costanza del 1183, i comuni ricevono la pubblica sanzione dell’imperatore ed in Valle iniziano a dotarsi di propri Statuti che verranno poi in seguito confermati dall’occupazione del territorio bresciano da parte dei Visconti. Delle prime Vicinie trumpline si hanno notizie dai vari Statuti comunali (Pezzaze, 1318 - Bovegno, 1341 - Cimmo e Tavernole, 1372 ).
Non sono stati ancora ritrovati gli ordinamenti della Vicinia gardonese, ma si dovrebbe essere vicini al vero pensando che essa fosse già attiva nella seconda metà del secolo XV. Gardone fino al 1422 non ebbe un proprio ordinamento civico codificato, il che è dimostrato da un’ordinanza del Podestariato di Brescia che nel giugno di quell’anno obbligava i comuni della Valle Trompia a riparare la strada valligiana. Nell’ordinanza non è citato Gardone, verosimilmente ancora legato amministrativamente ad Inzino. Probabilmente lo Statuto gardonese che il Cocchetti, scrivendo nel 1858, vuole custodito in copia da una famiglia Bianchi di Gardone, risale al 1436 e la sua redazione fu senza dubbio incoraggiata dal governo veneto, notoriamente propenso a favorire le autonomie locali. Il Feudalesimo vero e proprio non trovò in Valtrompia sviluppi notevoli anche se non vi fu del tutto assente. Potenti feudatari del luogo furono gli Avogadro con vasti possedimenti in Valle, i Confalonieri (Bovegno), i Negroboni, i Nassini ed i Lavellongo.

Le aspre lotte tra guelfi e ghibellini porteranno nel ‘300 alla distruzione dei castelli trumplini e alla Signoria dei Della Scala che con Mastino II dal 1332 al 1337 deterrà il potere su tutto il territorio. Gli succederanno i Visconti che nel 1354 assegneranno a Bernabò i territori delle Valli Trompia e Sabbia. Il suo successore Gian Galeazzo emana nel 1385 Capitoli di sudditanza bresciana.

Nello stesso anno per porre ordine nell’amministrazione territoriale, il Visconti divide il Bresciano in Quadre, ordinando poi un estimo generale nel quale vengono nominati tutti i comuni appartenenti alla circoscrizione. Nella Quadra di Valtrompia, Gardone non è ancora citato mentre ha evidenza la "Castelanza di Inzino". Al dominio visconteo si sostituisce dal 1404 al 1420 la signoria di Pandolfo Malatesta che si distingue nel tentativo di favorire l’economia valligiana.
Con il privilegio in data 8 aprile 1406 la Valle ottiene il permesso di commerciare in ferrarezze confermando come a Gardone sin dal secolo XIV sia iniziata la produzione di canne favorita dalla presenza in loco delle miniere da cui si estrae il ferro spatico, elastico e facilmente lavorabile nelle fucine che sorgono lungo le rive del Mella e che traggono forza dalle sue acque. Nel Codice Malatestiano 67, nel 1418 fra i comuni trumplini è citato "Gardone sive Castelanza de Inzino" citazione a conferma che Gardone non si sia ancora dato un autonomo statuto, ma che ormai abbia una preferenza su Inzino che gli deriva da una produzione a questo punto affermata, all’interno dei confini della Signoria. Il potere dei Malatesta terminerà nel 1420, con l’intervento armato del Carmagnola condottiero delle truppe di Filippo Maria Visconti.

Dopo il periodo dei Visconti seguirà il dominio della Serenissima (1426-1797) che sarà accolto con largo favore dai trumplini ed in particolare dai gardonesi. I valligiani sono stati tra i primi a dichiararsi a favore ella Repubblica e molto hanno contribuito al successo delle armi di San Marco quando si è trattato di infliggere il colpo definitivo al domino dei Visconti mal tollerato in tutta la Valle.

Concluse le vicende belliche, Venezia, si dimostra immediatamente benevola verso i suoi sostenitori concedendo loro larghe esenzioni fiscali ed ampi privilegi riguardanti il traffico del vino, dell’olio, delle biade e delle ferrarezze. Speciali disposizioni proteggono il lavoro degli archibusari e queste provvidenze del governo veneto vengono graditissime ai gardonesi. Per onorare S. Marco, patrono della Repubblica, secondo la tradizione, pare che i gardonesi avrebbero dedicato all’evangelista la loro chiesa orientata, in quel tempo, in modo diverso dall’attuale, ma edificata su un’area assai prossima a quella occupata dall’odierna prepositurale. Durante la lunga dominazione veneta, Gardone diventa il centro al quale naturalmente si riferisce la produzione delle armi richieste dalla Serenissima che da esse trae una fonte di ricchezza e di inimmaginabile potere politico e strategico. L’importanza cui, nel volgere di pochi decenni, assurge il paese è dimostrata anche dall’intensa attività dei notai del luogo, documentata dal 1490. Il governo veneto è evidentemente interessato a favorire la produzione armiera per suo uso e consumo, ma se da un canto non sempre i frangenti politici richiedono una larga quantità di prodotto, dall’altro la Repubblica non può permettere che le armi eccedenti il suo fabbisogno prendano indiscriminatamente la via dell’estero.

Non raramente il Senato deve dunque trovare una conciliazione tra gli interessi politici dello Stato e quelli dei gardonesi, che, ben consci della qualità delle loro canne, sanno far la voce grossa quando necessita o più spesso riescono a sfuggire beffardamente ad ogni rigorosa legge governativa. Il contrasto di interessi tra la Repubblica ed i produttori di armi provocherà, tra le altre cose, ripetute emigrazioni di maestranza, cui la Serenissima cercherà in ogni modo di porre freno e rimedio. Un primo accenno a tale fenomeno si ha già in un dispaccio, spedito dai Rettori bresciani al Consiglio dei Dieci in data 3 aprile 1505. Nella lettera si riferisce a Venezia che alcuni maestri d’archibugi, schioppetti e ballotte, sono usciti dai confini dello Stato spingendosi sino a Domodossola, terra soggetta alla giurisdizione dei conti Borromeo. Il documento pubblicato da Marco Morin, riveste notevole importanza in quanto costituisce l’atto più antico certificante esplicitamente la predilezione gardonese nella produzione di armi. Uno sguardo, anche molto fuggevole e parziale, alle licenze di esportazione concesse dai Rettori veneti ai maestri di canne bresciani, informa che intorno alla metà del Cinquecento il prodotto gardonese è richiesto oltre che in tutti i principati della penisola anche sui principali mercati europei. Fra i più importanti acquirenti si annoverano l’imperatore Carlo V, i re di Francia e d’Inghilterra ed i Cavalieri di Malta.

Gli archibugi ed i moschetti figurano tra le armi più vendute ma non mancano anche ordini per corsaletti, celate e ferri da pica. Negli atti degli archivi ricorrono con insistenza i nomi delle più antiche famiglie gardonesi che, mentre si creano una propria fortuna, contribuiscono al miglioramento generale dell’economia del paese. Sono cognomi notissimi agli studiosi delle armi antiche: gli Acquisti, i Belli, i Chinelli, i Cominazzi, i Daffini, i Franzini, i Garbelli, i Manenti, i Moretti, i Mutti, i Piccinardi, i Rampinelli, i Savoldi, i Timpini e gli Zambonardi per non parlare dei Beretta, titolari di un’azienda sin dal Cinquecento. In una relazione spedita al Senato Veneto il 20 settembre 1553, il podestà di Brescia scrive che a Gardone tutti gli uomini girano armati d’archibuso e perfino le donne ne portano uno in mano e uno alla cintola. Ciò non significa che la popolazione sia sempre e soltanto occupata intorno al ferro e al fuoco delle sue fucine. Una voce non irrilevante dell’economia gardonese del tempo, è data dallo sfruttamento delle zone boschive e da pascolo: la tutela di questo patrimonio è cura gelosa del comune e dei privati. A delineare poi, anche se in modo sommario la realtà socioculturale del paese nel secolo XVI si aggiunga che Gardone è probabilmente l’unico comune valtrumplino che mantiene un maestro di scuola; inoltre coloro che fabbricano le canne sanno quasi tutti leggere e scrivere.

E’ lecito vedere in questo impegno di alfabetizzazione, che peraltro non raggiunge tutti gli strati sociali, un intento anche utilitaristico in relazione diretta con gli interessi legati alla principale attività produttiva, ma considerati i tempi, non pare veramente poco. Anche nelle vicende politico- istituzionali Gardone è parte importante. Appartiene alla sua comunità uno dei due ufficiali che, secondo lo Statuto di Valtrompia, deve mantenere i rapporti con gli altri comuni e con il Consiglio di Valle. Il grande sviluppo economico ha rapidamente condotto il paese ad un notevole incremento demografico che fin dalla seconda metà del secolo XV si mantiene largamente superiore a quello del più antico centro d' Inzino. Questo sviluppo indurrà la popolazione a chiedere con insistenza la separazione dalla Pieve madre ed il raggiungimento dell’autonomia parrocchiale. Il dominio veneto fu dunque largo nella concessione di privilegi che però tentò in continuazione di togliere con qualsiasi pretesto. I valligiani non tardarono a comprendere la situazione ed a cogliere i vantaggi che derivavano da un modo di governare amministrativamente rigoroso, saldamente centralizzato nelle sue istituzioni di governo e che si accorda con un indirizzo politico che tutela le autonomie locali e sostiene le economie più povere nel rispetto delle varie esperienze delle province soggette; istanze e principi che troveranno la loro sintesi legislativa nella compilazione degli Statuti di Valtrompia la cui prima stesura risale al 1436.

Nel 1454 la Valtrompia otterrà l’autonomia e l’esonero dai dazi per una popolazione di circa 17 mila abitanti suddivisa in una trentina di abitati e 17 comuni in cui s’ergevano sette forni fusori ed una quarantina di fucine che lavoravano il ferro. Nel 1495, accampando diritti di parentela per il Ducato di Milano, il re di Francia Luigi XII scenderà in Italia, si alleerà con Venezia, solerte ad occupare Crema e Lodi, suscitando le preoccupazioni del Papa che indirà contro la Serenissima la Lega di Cambrai. Le truppe venete, fra le cui fila militavano centinaia di trumplini e di gardonesi, saranno sconfitte. Venezia sarà quindi ammessa nella Lega divenendo avversaria dei francesi che, entrati in Brescia nel 1509, si trovarono a combattere contro gli ex alleati. Sempre i francesi, costretti a ritirarsi nel Castello cittadino dalle truppe comandate dal bovegnese Negroboni, dopo aver ricevuto consistenti aiuti dall’arrivo di Gastone de Foix, divennero artefici di una strage crudelissima. Alla morte di Giulio II, Venezia si alleerà nuovamente con i francesi ed il suo domino sul Bresciano durerà senza interruzioni sino alla fine del secolo XVIII.

Questi anni rappresentano un periodo vitale per l’economia gardonese dato che la richiesta di armi, in seguito alle contingenze nazionali, si fa sempre più pressante. Il Senato veneto ha deciso d’accettare la sfida turca per il controllo delle acque dell’Adriatico e dell’Egeo.
La produzione di canne diviene alacre e tra il 1570 ed il 1573 Gardone, dove si lavora nelle fucine giorno e notte, quotidianamente produce ben trecento canne d’archibugio. I produttori locali approfittando della situazione vendono le loro canne anche fuori il domino veneto (Milano, Roma, Spagna) con ben più alte remunerazioni: la Serenissima interviene prontamente nel tentativo di frenare l’illegale commercio. Nella Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, combatterà anche il caporale gardonese Graziadio Franzini ed al comando del capitano Camillo Brunelli figureranno numerosi altri trumplini. La vittoria delle truppe e della flotta venete sarà ricordata nella nuova edizione degli Statuti di Valtrompia (1576) dove si stabilirà che il 7 Ottobre (Santa Giustina) debba considerarsi in perpetuo giorno festivo. Gli anabattisti continuano a costituire una notevole preoccupazione per l’autorità ecclesiastica, ma la loro esperienza va avvicinandosi alla conclusione che verrà decretata dalla visita apostolica di Carlo Borromeo nel 1580. Vincenzo Antonini, convisitatore, giungerà a Gardone in aprile trovandovi una situazione pesantemente legata al movimento ereticale. Numerose saranno le denunce raccolte nei confronti degli eretici alcuni dei quali sono già fuggiti in Valtellina (Girolamo Aiardi, Antonio Beretta ed altri); nel paese è praticata l’usura anche dalle Confraternite laicali, la scuola di dottrina si tiene saltuariamente, il Rettore di San Marco non ha licenza per la cura d’anime ed i luoghi destinati al culto ed alla preghiera sono poco rispettati.
Vengono dettate le prime disposizioni e s’inizia l’iter previsto contro gli eretici. S. Carlo giunge a Gardone il 18 agosto e trova un paese ostile; se ne allontana dopo tre giorni e vi ritorna alla fine di ottobre quando i provvedimenti canonici ed il timore di nuove denunce rendono maggior osservanza alla cortesia e all’ospitalità. I processi intentati ai gardonesi si risolveranno, mediatrice Venezia, con lievi condanne. Passati i tempi della Guerra di Cipro e della Battaglia di Lepanto, durante la quale,il tiro dei micidiali archibugi gardonesi e sei navi della flotta veneta armate di potenti bombarde prodotte a Gardone hanno decisamente contribuito alla vittoria ed all’annientamento di una flotta molto più esperta ed agile nelle manovre, il commercio armiero si mantiene per qualche anno ancora in auge. La produzione dei maestri di canne che però, secondo i dettami di Venezia, era strettamente e rigidamente ereditaria, si vede affiancare l’opera di mercanti il cui intento è solo quello d’accaparrarsi prodotti e manodopera a basso costo anche in opposizione alle antiche e consolidate distinzioni tra maestro-padrone ed operaio produttore. Gli ultimi decenni del secolo vedono un declino della produzione cui non è estranea la politica della Serenissima costretta, per proprie necessità, a ricorrere a tassazioni straordinarie ed a provvedimenti restrittivi che si riflettono pesantemente e negativamente sull’economia della Valle. Per evitare nuove fughe produttive verso altri stati il Senato dispone un prestito di 30.000 ducati, vietando però l’esportazione del ferro da armatura e delle canne non incassate (decisione drammatica dato che all’estero erano ricercate le famose canne gardonesi e non certo le incassature in legno, disdegnate da molti acquirenti).
In cerca di possibili ripieghi e soluzioni ad una situazione sempre più grave, Venezia istituisce a Gardone un Fondaco (1601) concedendo il prestito governativo direttamente ai maestri, che eleggono alla gestione del fondaco Bartolomeo Lorando. Quest’ultimo, con le disponibilità governative, acquista il materiale grezzo necessario alla fabbricazione delle canne. E poi lo distribuisce ai maestri dell’arte. Non vengono richiesti pagamenti per il materiale ceduto, ma, al contrario, si aprono larghi crediti. Gli armaioli, ultimata la loro opera, la devono consegnare finita al fondaco. La procedura presenta alcuni vantaggi: si ottiene di calmierare la produzione ed, attraverso una corretta distribuzione della materia prima, viene offerta agli artigiani un’ equa possibilità di lavoro. Ma esistono anche svantaggi. Appena, infatti,il fondaco è saturo e rifornito oltre ogni limite di capienza, eccedendo alle richieste della Repubblica, le possibilità di lavoro sfumano non essendo ammessa un’ occasione di trattativa privata per la commercializzazione del prodotto. A questi elementi, non di scarso valore, si aggiunge una scorretta gestione del fondaco da parte del Lorando che approfitta della situazione per pagare le maestranze non in moneta contante, ma con merce sopravvalutata rispetto ai prezzi correnti. Di fronte ad una tale situazione molti maestri, che non rientravano nelle "grazie" del Lorando si videro costretti ad esercitare rischiosamente il contrabbando mentre altri per sopravvivere, nonostante la sorveglianza veneta, si allontanarono dal paese prendendo la via dell’esilio ed altri infine abbandonarono la loro arte dedicandosi ad attività diverse.
Nel 1626 il Da Lezze, capitano di Brescia, fa presente al Doge che i pochi artigiani rimasti sono costretti a vivere in grande miseria e che la crisi si riflette anche sulle attività delle miniere che riesce però a mantenersi in discrete condizioni. In questi anni gli aspri contrasti tra produttori e mercanti, sfociano spesso nelle vie di Gardone, diviso fra la fazione dei Rampinelli e quella dei Ferraglio (sostenuta dai Chinelli), in aspre, violente e sanguinarie contese. Nel 1629-1631, la situazione è aggravata ulteriormente dalla carestia e da una lunga e grave pestilenza che mette a dura prova i bilanci dei comuni e falcia le popolazioni della Valle privando Gardone di un terzo della sua popolazione. Già nel 1632 inizierà la ripresa favorita da un accordo politico dei veneziani che permetteranno il ritorno in paese dei colpiti da bando per fronteggiare i tremendi effetti della pestilenza che ha colpito anche l’alta Valle e le miniere (basti ricordare il caso di Bovegno che nel 1626 vantava 2600 abitanti e nel 1640 lo vedeva ridotto a 900). A Gardone per produrre armi si doveva ricorrere, ad indubbio scapito della qualità, a rottami ferrosi importati da altre terre. Nel 1634 riprende a funzionare il Fondaco e grossi ordinativi di armi da parte della Serenissima miglioreranno decisamente la situazione produttiva. Il fondaco tornerà però a chiudere nel 1640. In paese riprendono le lotte interne con nuove sparatorie e nuovi omicidi. La situazione peggiora con il ritorno dal bando di Pietro Franzini che si farà parte attiva di molti scontri sanguinosi.
Le inchieste giudiziarie non sanno risolvere le situazioni e scovare i colpevoli ed alla Serenissima non resta che presentare a tutti i ricercati ed ai sospetti una drastica soluzione: il perdono giudiziario in cambio dell’arruolamento nell’esercito veneto per la guerra contro i turchi. La proposta è subito accolta e vengono in breve tempo formate due compagnie di "banditi" gardonesi: la Ferraglia e la Rampinella che per circa vent’anni sapranno far risaltare il loro valore agli ordini della Serenissima e contro gli eserciti della Mezzaluna. Nel 1686, l’8 dicembre, la parrocchia di Gardone è eretta in prepositura e primo prevosto è Francesco Martinelli. Il secolo diciottesimo inizia, per l’economia gardonese, in modo sicuramente non positivo: nuove proibizioni all’esportazione limitano la produzione a pochi ma continui ordinativi e l’obbligo del possesso di una regolare licenza per le armi da caccia non ne facilita la diffusione. I decenni seguenti vedono la chiusura di molte fucine e di molti scavi minerari condizioni che contribuiscono inevitabilmente allo scadere della qualità produttiva delle armi che lascia grandi spazi alla concorrenza tosco-emiliana prima, ed a quelle marchigiane e napoletane poi. Si creano in questa metà del secolo le tristi condizioni che porteranno ad un progressivo asservimento delle maestranze da parte dei padroni-commercianti che ormai stipuleranno direttamente con i richiedenti, i contratti di fornitura. A queste infelici condizioni si accompagna nel 1676 una tragica alluvione che distrugge buona parte delle fucine e delle strutture operative annesse. E’ il crollo dell’industria gardonese ed il Governo veneto, per salvare il poco salvabile, concede un prestito di 6000 ducati da ripartirsi fra i maestri di canne nella proporzione normalmente osservata per la divisione del lavoro.
Il denaro dovrà essere restituito in partite di canne senza alcun interesse. I gardonesi, duri e forti come il ferro che quotidianamente lavorano riescono a affrontare con successo anche questo triste frangente ed a superare faticosamente la dura prova facendo nuovamente risorgere quella produzione che è per tutti i gardonesi ragione di vita. Il fine secolo si presenta abbastanza tranquillo nei suoi aspetti economici, favorito dalle nuove operazioni belliche intraprese dalla Serenissima, mentre un po’ meno tranquilla è la convivenza all’interno della comunità gardonese sempre turbata da violenze fazionarie che lasciano nelle strade alcune illustri vittime. Ancora una volta Venezia offre ospitalità nelle file dei suoi eserciti ai più facinorosi ed è del 1697 una comunicazione inviata al Senato veneto dal Consiglio Generale di Valtrompia con la quale si informano i Rettori che numerosi gardonesi hanno chiesto di poter prendere parte alla guerra in Morea. I primi decenni del Settecento vedranno i gardonesi ed altri trumplini marciare su Brescia in occasione di una gravissima carestia. Un notevole aiuto ai bisognosi sarà offerto in questi anni dalle Confraternite laicali e dalle associazioni di beneficenza, come è testimoniato in una relazione del prevosto della parrocchia gardonese di S Marco, Gian Antonio Baldassare Cattaneo. Purtroppo dopo la conclusione della estenuante serie di guerre contro i turchi, Venezia, che si ritrova gli arsenali pieni di armi, sospende la fabbricazione dei pezzi da guerra affidando la sopravvivenza dei gardonesi alle solo armi da caccia che non garantiscono molto. Ricominciano le emigrazioni.
Delle 29 fucine in attività nel 1715, nel 1724 solo 12 traggono forza dalle acque del Mella e solo 3 o 4 fuochi funzionano con regolarità. Nel 1730 il capitano veneto Pietro Vendramin, in un dispaccio al Senato, sostiene che i gardonesi non hanno più garantito nemmeno il misero pane quotidiano. Una nuova alluvione del Mella nel 1738 arreca danni gravissimi agli impianti produttivi gardonesi. Con sforzi immani si rimettono in sesto le fucine, i ponti, le travate, i carbonili ed un paio d’anni dopo nuovi ordinativi (12.000 fucili e 6.000 pistole per il regno di Napoli) possono essere evasi a pieno ritmo di produzione. Si accolgono anche le richieste di Genova per una grossa partita di fucili ed un gruppo di maestri gardonesi è convocato a Venezia per riparare le armi in deposito. Il guadagno di questa notevole massa di lavoro non cade però su tutta la stratificazione sociale del paese; l’antico contrasto tra mercanti e maestranza si aggrava sempre di più. I primi vogliono rendersi padroni assoluti e controllare ogni produzione inserendo nelle fraglie gente non esperta che, in quanto incapace, è in loro piena balia. Così operando non è più garantita la qualità del prodotto anche se i vantaggi per i mercanti sono economicamente sensibilissimi. Girolamo Grimani, Segretario di Stato alla Guerra, evidenzia come a danno delle maestranze si impieghino villici e coloni oziosi nella stagione d’inverno. Nel 1757, per le riserve dell’Arsenale di Venezia, vengono ordinati 18.000 nuovi fucili la cui consegna sarà scandita mensilmente con regolarità fino al 1765. Questo sarà l’ultimo consistente ordinativo statale alla industria gardonese. Gli artefici gardonesi sono ormai asserviti senza scampo agli interessi dei pochi commercianti che hanno saputo monopolizzare la produzione.

La fine della dominazione veneta è direttamente legata allo sviluppo della campagna militare napoleonica nella penisola, contro la quale, a nulla vale la via della neutralità scelta dalla Serenissima.
I giovani patrioti bresciani avevano già da tempo formato società segrete che inneggiavano ai principi ed ai valori affermati in Francia ed ai loro occhi l’oligarchia veneta era divenuta l’unico ostacolo da abbattere per realizzare anche nel Bresciano e nel resto della nazione una nuova fase storica.
L'Austria e l'unificazione italiana
Ed è così che il 18 marzo 1797 gruppi di cittadini danno l’assalto al Broletto, sede del governo veneto. Il palazzo è ormai abbandonato e deserto e gli insorti formano un Governo Provvisorio rivoluzionario che si costituirà in Repubblica Bresciana. Nel breve volgere di giorni emissari della nuova Repubblica raggiungono Gardone nella speranza di raccogliere nuove adesioni alla causa.
Il paese li accoglie con favore ed il Consiglio di Valle convocato con urgenza riconosce la legittimità del nuovo governo stabilendo la distruzione d' ogni simbolo del dominio precedente. Emerge però l’ostilità alla nuova istituzione da parte dell’alta Valle che obbliga i sindaci a riconvocare il Consiglio e a sconfessare le deliberazioni precedentemente assunte.
Truppe sono inviate a Carcina per la difesa della Valle. Le truppe francesi giungendo dal Lago d' Iseo aggirano le difese trumpline ed al comando del generale Cruchet sfilano nelle vie di Gardone tra due ali di folla festante. A Lodrino si verificano scontri tra francesi e valsabbini. I trumplini dell’alta Valle, alleatisi con i valsabbini meditano vendetta contro Gardone che il 27 aprile 1797 sarà assalito e saccheggiato.
Alcuni giorni dopo però i francesi costringeranno definitivamente alla resa le truppe fedeli alla Serenissima. Domate le ultime resistenze e pacificato il territorio il governo provvisorio bresciano organizza il piccolo stato indipendente della Repubblica Bresciana che avrà vita molto breve.
Il 17 ottobre 1797, a Passariano, Napoleone firma con l’Austria il trattato detto di Campoformio. La Repubblica di Venezia è cancellata dagli Stati d’Europa, cade la Repubblica Bresciana e nasce la Repubblica Cisalpina.
Gardone diventa capoluogo del Cantone del Mella che comprende l’intera Valtrompia. Dal 1805 al 1815, tutto il bresciano fa parte del Regno italico e proprio le necessità belliche dell’epoca napoleonica fanno rifiorire in Valle l’industria delle armi. Questi nuovi eventi determineranno in Gardone una rinascita dell’industria armiera che riceverà nel 1802 un ordinativo di più di 100.000 fucili. La visita del Viceré d’Italia, Eugenio de Beauharnais, a Gardone (29 dicembre 1806) porterà all’apertura dell’Arsenale di Brescia e del suo distaccamento di Gardone. La posizione geografica della Valle consente un rapido passaggio verso e dal Trentino ed è proprio per questa via che nel 1813, momento dell’inarrestabile declino napoleonico, giungeranno a Gardone truppe austriache comandate dal capitano Rakowski che dopo aver occupato il paese scenderanno in città. L’esercito del Regno Italico riprenderà il controllo della situazione fino al febbraio 1814 quando due colonne austriache, dopo aver sorpreso due compagnie francesi di stanza a Lavone, rioccupano Gardone. Una nuova inutile resistenza è tentata dalle truppe bresciane che devono però abbandonare nella giornata il paese faticosamente riconquistato. La situazione volge al peggio per i francesi. Il 27 aprile 1814 il maresciallo Von Fennenburg entra ufficialmente in Brescia ormai conquistata dalle armi imperiali austriache. L’Austria in seguito al Congresso di Vienna (1815), si vede annettere la Lombardia ed il Veneto costituendo il Regno Lombardo Veneto come provincia austriaca. Nella nuova organizzazione amministrativa Gardone è il capoluogo di un Distretto che comprende dieci comuni. Gardone è pure sede della Pretura che ha competenze sull’intero suolo trumplino.
Verrà favorita la produzione delle canne da guerra gardonesi e nelle frequenti visite al paese delle autorità imperiali, si susseguiranno ordini di fucili per l’esercito e verrà sancito per i gardonesi il privilegio di non assolvere il servizio militare. Lo stretto controllo esercitato sull’industria danneggerà però la prospettiva economica generale e porterà ad una crisi che divenne acuta nel 1831. Le Valli furono investite dalla bufera rivoluzionaria del 1848-1849. Alla dichiarazione della Prima guerra d’Indipendenza i distretti di Bovegno e di Gardone furono tra i primi a rendere disponibili uomini e armi. Questi uomini (che con i valsabbina raggiungevano le cinquemila unità) al comando del generale Durando si scontrarono ripetutamente con gli austriaci. Dopo la sconfitta di Custoza molti gardonesi e centinaia di valligiani accorsero, nel marzo del 1849, in città per dar man forte agli assediati delle Dieci Giornate. La dura repressione austriaca seguita alla sconfitta degli insorti bresciani, alienò definitivamente le restanti simpatie per l’Austria. Nel 1850 la Valtrompia (Gardone e Sarezzo in particolare) fu colpita da una spaventosa alluvione che distrusse da Bovegno a Brescia fucine, strutture civili e private arrecando pesantissimi danni. Vennero costituiti dei comitati di soccorso (le cui riunioni furono proibite dagli austriaci che ne temevano le spinte patriottiche) che raccolsero in un anno l’ingentissima somma di 365.000 lire (pari ad 80 miliardi del 1996). Nel 1859, sconfitti gli austriaci a Magenta, i Distretti di Bovegno e Gardone sono nuovamente i primi ad allearsi contro gli occupanti. La battaglia di Solferino e S. Martino del giugno 1859 consacrò definitivamente la vittoria dei franco-piemontesi e la Lombardia fu aggregata al Regno d’Italia.
Alla spedizione dei Mille di Garibaldi parteciparono anche sessanta bresciani di cui due trumplini ed uno gardonese: Crescenzio Baiguera. Nel 1861 è istituito il Regno d’Italia mentre, un anno prima, il governo, riconoscente al patriottismo bresciano aveva istituito a Gardone un grande Arsenale per la fabbricazione delle armi da guerra, realizzazione che diede impulso economico anche alle restanti strutture industriali della zona. Gli anni che separano l’Unificazione dalla Grande Guerra sono caratterizzati dal decollo e sviluppo dell’industrializzazione con notevoli effetti anche nella nostra Valle. Entra in crisi a Gardone il vecchio insediamento industriale d' origine familiare- artigianale e solo alcuni imprenditori di grandi capacità di programmazione e realizzazione riescono nell’opera di ammodernamento delle loro imprese. Ricordiamo i Glisenti a Carcina, i Gnutti a Lumezzane ed i Beretta a Gardone. A questi imprenditori locali si aggiunsero attività importate da altre città e da altre regioni: Fermo Coduri con le sue filande, il Mylius ed i suoi cotonifici ed i Redaelli con le loro fabbriche di cordami trafilati e di chioderie che incrementarono il patrimonio produttivo della zona. La consistente presenza di masse operaie vide i primi tentativi di organizzazione nelle Società Operaie di Mutuo Soccorso, la prima delle quali fu istituita, proprio a Gardone, nel 1861 dal prevosto Giovannelli, prete dai profondi slanci liberali. Da questi anni l’influenza su Gardone e sulla Valle di Giuseppe Zanardelli, deputato, ministro e presidente del Consiglio, sarà decisiva per una nuova fase di sviluppo economico ed il suo liberalismo dominerà per molto tempo la vita amministrativa di molti centri sino all’avvento delle nuove idee socialiste. Nel 1890 il re Umberto I visiterà la Valle (su iniziativa di Zanardelli) e a Gardone, dopo "aver seduto a banchetto di popolo" nel palazzo comunale, passerà in rassegna strutture e maestranze dell’Arsenale.

La possibile entrata in guerra e la scelta degli alleati suscitarono a Gardone, primo comune trumplino amministrato dai socialisti, vivaci polemiche. Il sindaco e sette fra consiglieri ed assessori vennero arrestati e poi confinati in lontane regioni, per propaganda antimilitarista.

Gardone non fu seriamente toccato dagli eventi bellici, la sua industria conobbe uno sviluppo imponente con l’enorme crescita delle industrie esistenti e la nascita di nuove imprese. Alla fine della guerra un clima incerto si installò nella Valle, manifestazioni operaie, occupazioni di fabbriche mentre già si andava profilando l’avvento della reazione fascista esperienza che si concluderà nel secondo conflitto mondiale e con un importante accadimento della storia contemporanea: il tributo di vite umane offerto dalle Valli e dai paesi alla Resistenza. Nel 1927 con Regio Decreto in data 27 ottobre al comune di Gardone saranno aggregati quelli di Inzino e Magno che ne diventeranno frazioni.

L’occupazione tedesca di Brescia iniziò il 1 settembre 1943 con arresti e deportazioni. La prima resistenza si organizzò spontaneamente intorno al Monte Guglielmo che sovrasta con la sua mole Gardone e con un’incursione alla Beretta, dove furono asportati centinaia di mitragliatori e migliaia di proiettili. Al termine dei combattimenti, delle rappresaglie e delle fucilazioni iniziò anche per la Valle e per Gardone un periodo di pace e di ricostruzione morale e materiale.

La crescita positiva continuò anche nel secondo dopoguerra; crescita continuata fino agli anni ’70.

Non solo industrie sul territorio di Gardone, ma anche servizi. Nel 1969 nasce l‘ospedale, seguita poi, nel 1974, dalla nascita della nuova sede della comunità montana istituita nel 1971. oltre ad essere un polo produttivo di rilievo, è insieme a Sarezzo il centro scolastico più importante della Valle.


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venerdì 24 luglio 2015

IL MUSEO DELLE GRIGNE

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Il Museo delle Grigne di Esino Lario contiene importanti collezioni che danno, in chiave locale, il senso degli eventi geologici e della storia dell’uomo. Vi si trovano i minerali della zona prealpina ed alpina; i fossili del periodo triassico mediano, rinvenuti nella conca di Esino e studiati dall’abate Antonio Stoppani, con la collezione completa classificata dall’istituto di geologia dell’Università di Milano; ambientazioni naturalistiche delle fasce climatiche dal Lario alla Grigna; una ricca collezione di farfalle italiane; il primo segno dell’uomo, una freccia di selce eneolitica rinvenuta alla Rocca di Baiedo; oggetti, monili ed armi trovati nelle tombe celtiche del paese di sopra, Cres, ed in quelle romane dell’abitato di sotto, Piac, a distinguere l’origine dei due nuclei di Esino Superiore ed Esino Inferiore con le relative diversità nei modi di vita; utensili e strumenti di un tempo non lontano per i lavori agricoli e di casa con la ricostruzione del «casel», la baita tipica dei maggenghi attorno al paese. Le sale ben sistemate, con scritte e cartelloni esplicativi che si estendono alla storia e alle attività legate alla presenza del ferro in Valsassina, permettono di seguire, con un itinerario ideale, gli eventi che hanno caratterizzato il territorio.

Il Museo delle Grigne è stato creato nel 1947 dall’allora Parroco Don G.B. Rocca e allestito nel 1959 nella piazza del Comune dall’Ing. Pietro Pensa. L’Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus dal 1998 contribuisce alla gestione e alla valorizzazione del museo. Il museo fa parte dell’Ecomuseo delle Grigne ed il suo patrimonio è valorizzato dal Centro di documentazione e informazione dell’ecomuseo. Il Museo delle Grigne fa parte del Sistema Museale della Provincia di Lecco.

Durante la seconda guerra mondiale il patrimonio della raccolta si disperde; i reperti archeologici vengono preservati poiché depositati presso il Museo di Varese. Nel 1957 l’amministrazione comunale, guidata dall'allora sindaco Pietro Pensa, riprende l’iniziativa e nel 1959 istituisce nuovamente e ufficialmente il Museo delle Grigne di Esino Lario.

Nel 1967 il Consiglio Comunale di Esino Lario dota il museo di uno statuto. I collaboratori sono una decina, viene nominato un conservatore e nel 1976 la Commissione di consulenza si allarga seguendo le indicazioni della Regione Lombardia. Si fanno visite guidate e gli oggetti esposti sono illustrati con chiari pannelli esplicativi. Tra le iniziative didattiche vi sono conversazioni sulla storia locale. Si vorrebbe che il museo diventasse un vero e proprio centro culturale. Preoccupato che il museo vada a finire come quello precedente, Pietro Pensa coinvolge la Comunità Montana della Valsassina, consorziandosi anche col Museo di Premana, in modo da coordinare gli sforzi e di non fare doppioni, ed crea stretti collegamenti con il museo civico di Lecco. Nel 1979, in un'ottica di sussidiarietà viene istituito il Museo Territoriale della Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera che coordina e raggruppa il Museo della Grigna, il Museo di Premana, il Museo di Primaluna e il Museo di Varenna. Nel 1998 viene istituita l'Associazione Amici del Museo delle Grigne Onlus con lo scopo di valorizzare il Museo delle Grigne ed incrementare la sua collezione. La gestione del museo è affidata dal Comune all’associazione, che è composta da un gruppo di volontari che si impegnano nella manutenzione ordinaria del museo e all’organizzazione di iniziative culturali e conferenze relative al territorio, alla cultura e alla storia. La stessa associazione dal 2008 è anche ente gestore dell'Ecomuseo delle Grigne, proprio per la vocazione di valorizzazione del territorio e per le forti interconnessioni tra lo spazio “museo” e gli “ambienti” da lui descritti. Nel 2005 viene terminata la nuova sede del Museo delle Grigne in collaborazione con il Parco Regionale della Grigna Settentrionale (gestito dalla Comunità Montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera). La nuova sede del museo si trova in via Montefiori 19 nel giardino di Villa Clotilde. Nel 2012 la collezione di farfalle donata da Paolo Boncompagni al museo viene collocata a Villa Clotilde insieme a una teca di animali e inserita nell'opera d'arte sonora Animagus di Roberto Paci Dalò.

Il Museo delle Grigne ha tre sedi: la sede storica di Piazza Pietro Pensa, la nuova sede nel giardino di Villa Clotilde e uno spazio al primo piano di Villa Clotilde.
La collezione di farfalle viene donata al Museo delle Grigne da Paolo Boncompagni. Include 11 teche di farfalle italiane. Nel 2012 la collezione viene trasferita al primo piano di Villa Clotilde ed è parte dell’installazione sonora Animagus di Roberto Paci Dalò.

La collezione archeologica comprende alcuni dei reperti ritrovati nel territorio della Val d’Esino: una tomba celtica (rinvenuta a Esino Superiore o Crès); il corredo funebre di una tomba romana (rinvenuta a Esino Inferiore o Psciach), armi ed attrezzi di vita quotidiana; monili e monete. Questi reperti testimoniano la diversa origine dei due nuclei abitativi di Esino Lario, Cres di origine celtica e Piasch romana; se di alcuni pezzi l’origine è chiaramente identificabile, altri sono difficilmente catalogabili, a testimonianza della completa fusione delle due culture nel territorio. Altri reperti archeologici del territorio sono conservati presso il Museo di Varese, Museo archeologico di Milano e il Museo archeologico di Lecco.

La collezione di attrezzi di vita quotidiana conserva strumenti di lavoro utilizzati sino ai primi decenni del Novecento. Vi sono attrezzi legati all’agricoltura e all’allevamento, alla produzione di burro e formaggio, e alla filatura della canapa. Pittoresca è senza dubbio la stanza del Casel, una struttura tipica montana dove si svolgeva la lavorazione del latte e la produzione di formaggio.



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ESINO LARIO

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Esino Lario è un comune della Val d'Esino, ad una quota di 910 metri d'altezza.

L'origine del nucleo abitativo è documentato da ritrovamenti archeologici. La natura carsica rende inoltre il territorio di Esino Lario ricco di testimonianze dell'orogenesi alpina con fossili, massi erratici e grotte, di cui la più celebre è la Ghiacciaia del Moncodeno. Il territorio comunale fa parte della Comunità Montana della Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera ed è interamente compreso nel Parco Regionale della Grigna Settentrionale.
Sorto in una posizione dominante ed al contempo protetto dalle invasioni esterne, Esino è sempre stato crocevia di incontri e scambi, grazie a cui ha saputo svilupparsi nei secoli, pur mantenendo intatti cultura, riti e tradizioni tramandate sino ad oggi.
Tracce tangibili dello scorrere del tempo sono i segni del passato che ancora oggi caratterizzano il paese: dai numerosi massi erratici disseminati in tutto il territorio ai fossili e minerali della Grigna – già studiati da Antonio Stoppani; dai reperti archeologici celtici e romani ai centri storici di Esino Superiore o Crès (di origine celtica) e di Esino Inferiore o Psciach (romana); dalla Torre di avvistamento alle antiche vie di comunicazione ancora oggi praticabili che collegano Esino agli abitati di Lierna e di Varenna.
La presenza dell'uomo nel territorio è documentata fin dal periodo eneolitico. A Esino i ritrovamenti archeologici sono particolarmente consistenti a partire dal V secolo a.C. e mostrano che il territorio era un punto di passaggio di una delle principali vie di comunicazione: quella che seguendo la riva orientale del lago, raggiunge Colico e le valli dell'Adda e dell'Imera; a causa delle strapiombanti rocce fra Mandello e Bellano, da Lierna la strada saliva a Ortanella (attualmente frazione di Esino) per scendere poi a Vezio e a Bellano. Tale è la ragione della remota importanza di Esino. Col tempo numerosissime strade minori intersecano, per ragioni economiche, il territorio. I ritrovamenti archeologici testimoniano di numerose tombe e necropoli celtiche a Esino Lario. Il territorio rappresentava un punto strategico con distaccamenti di guerrieri-pastori. Solamente sotto Augusto vennero sottomessi all'Impero Romano i popoli interni delle Alpi. Per difendersi dalle scorrerie dei barbari, i romani apprestarono linee protettive di capisaldi che comunicavano tra loro con fuochi notturni e con fumate diurne. Il castello di Esino – di cui oggi resta una torre – era uno dei punti fortificati inserito in una catena difensiva. Altri reperti archeologici con tombe di inumati documentano il periodo. Si ritiene che in quei tempi sia sorta la primitiva chiesetta castrense di S. Vittore Martire.

Caduto l'impero, dopo le dominazioni degli Eruli di Odoacre e dei Goti di Teodorico, i Bizantini conquistarono l'Italia con una guerra lunga e disastrosa. Subito dopo i Longobardi calarono dai passi del Friuli e nel 569 conquistarono Milano. Un contingente Bizantino, al comando del magister militum Francione, si arroccò sul Lario, nella speranza di una riscossa contro i Longobardi. Per 20 anni resistette, evitando ai territori del Lario le grandi rappresaglie seguite alla morte del re Alboino e accogliendo ricchi profughi romani. Alla fine Francione dovette riparare nell'isola Comacina e, dopo sei mesi di assedio, arrendersi. Conquistato il territorio, il re longobardo Autari vi pose molti centri militari di Arimanni per guardare i confini verso i Franchi di Austrasia. L'azione congiunta di questi e dei Bizantini, obbligò Autari a riparare a Pavia, dove morì. La consorte, Teodolinda, sposò allora Agilulfo che ricacciò i nemici e sottomise i duchi traditori. La regina Teodolinda cerca di condurre il suo popolo, ariano, al cattolicesimo e fa costruire chiese dedicate a santi anti-ariani nei centri allemannici. Molte ne sorgono nel territorio del Lario, tra le quali probabilmente anche San Pietro di Ortanella. I Longobardi lasciarono che le popolazioni locali continuassero a lavorare la terra direttamente, pretendendo, quale tributo, la terza parte dei prodotti che venivano incamerati nelle "sale". Ai margini dei due abitati di Esino il nome ancora vivo di "sal" indica i punti di raccolta, così come "gagg" indica il bosco che dava legname agli Allemanni.

I Carolingi, seguiti nel dominio ai Longobardi, non mutarono l'ordinamento di questi, sostituendo solo i duchi sconfitti con conti franchi. Il feudalesimo raggiunse le sue forme più caratteristiche: semi deserte le città, insicure le strade, i castelli con le loro "corti" divennero i punti di dominio. Mentre ad esse erano adibiti i servi della gleba, le antiche popolazioni dei villaggi continuano a vivere sul proprio territorio mantenendo i vasti beni comuni e versando la "tertia". Nella seconda metà del nono secolo troviamo Lecco a capo di un comitato e quindi di una marca di confine. Si erano frattanto formate le Pievi Ecclesiastiche; e Esino appartenne a quella di Varenna. Seguì il fosco periodo di lotta tra i re italici di origine franca. In quegli anni il territorio era predato dagli Ungheri e vengono infittite le torri di protezione anche nel Lario orientale. Alla fine gli Ungheri sono sgominati dall'imperatore Ottone il Grande, che, poi, adotta la politica di concedere ai vescovi i feudi, per eliminare l'ereditarietà, il che fu germe della lotta col Papa per le investiture.

Morto senza eredi, Ottone, ultimo conte di Lecco, il Comitato si trova sotto il dominio dell'Arcivescovo di Milano. Il Presule, per meglio governare gli ormai immensi possessi, ne subinfeuda parecchi. Mentre il Castello di Lecco viene tenuto in amministrazione diretta, la Valsassina, Esino e Perledo vengono subinfeudati alla famiglia Della Torre, con sede in Primaluna. Nel primo secolo di questo millennio, in Milano si manifestarono contro il clero simoniaco e concubino le azioni popolari della "patalia", con ripercussioni anche nelle terre della Valsassina. Si andarono, frattanto, delineando i primi urti per la preminenza fra le varie città. Fra il 1117 e il 1127 vi fu una guerra decennale, per terra e per lago, fra Milano e Como che giunse ad investire anche la Valsassina. Il conflitto si concluse con la distruzione della città lariana.

Verso la fine del XII secolo, con il rafforzarsi delle classi produttrici si sviluppano i liberi comuni. Si costituisce la Comunità Generale della Valsassina, a cui Esino appartiene. Essa detta i suoi statuti, derivandoli dalle antiche consuetudini. Ogni villaggio viene amministrato dalla propria Vicinanza, formata dai capi-famiglia: ad Esino vi appartengono sovente anche delle donne. Un rappresentante unico dei due Comuni, inferiore e superiore, fa poi parte del Consiglio della Comunità Generale che aveva sede in Introbio. Ivi, nel palazzo del pretorio, veniva amministrata la giustizia civile criminale, inizialmente dai Consoli, più tardi da un podestà.

Dopo la distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, l'isola Comacina, a lei fedele, viene rasa al suolo dai comaschi: gli abitanti si rifugiano a Varenna e nella valle di Esino. Battuto l'Imperatore a Legnano, dopo non molti anni Federico II cerca la rivalsa e, a sua volta, sconfigge i milanesi nella battaglia di Cortenuova. Corse in loro aiuto Pagano della Torre, che li ripara nei propri possedimenti nelle montagne della Valsassina. Per riconoscenza, Pagano viene in seguito eletto Capitano del popolo di Milano e comincia così l'ascesa della sua famiglia, guelfa, che incontra la violenta opposizione dei Visconti ghibellini. La lotta di parte sconvolge per un secolo l'intero territorio e dà luogo a violente faide. I Della Torre, a cui il Lario orientale è alleato, vengono alla fine sopraffatti con il tradimento, e si instaura la Signoria Viscontea.

Nella prima metà del Quattrocento la politica di espansione di Venezia conduce a urti armati con Milano e il territorio del Lario Orientale ne è largamente interessato. Anche quando, morto l'ultimo Visconti, il ducato passa agli Sforza, la lotta continua. Mentre nella Valsassina, caduta per tradimento la Rocca di Baiedo, cade in mano veneziana, Esino e la Muggiasca si mantengono fedeli a Milano, respingendo, il 22 gennaio 1453, un poderoso assalto dei nemici che volevano raggiungere la riviera del lago. La guerra si conclude nel 1454, dopo la riconquista della Rocca di Baiedo con il trattato di Lodi, a cui seguirono 50 anni di pace, durante i quali l'economia fiorisce e raggiunge grande sviluppo la produzione del ferro, cavato nell'Alto Varrone. Esino faceva parte della squadra dei monti, fornendo carbone tratto dal legname dei suoi boschi per i forni fusori della Valsassina.

Nei primi decenni del secolo XVI, il Lario orientale è corso dagli eserciti impegnati nella contesa tra Francia e Spagna. Un avventuriero, Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino, tenta di costituirsi un principato sul Lario e con una flotta tiene a lungo in scacco le forze di Francesco II Sforza. Bellano viene saccheggiata e imperversa la carestia in ogni villaggio. Morto senza eredi il duca, il milanese passa agli spagnoli nel 1535. Seguono due secoli di progressivo decadimento: le carte valsassinesi e di Esino rivelano miseria, soprusi, ruberie e ingiustizie. L'unico bagliore di luce sono le due visite pastorali del Carlo Borromeo: S.Carlo sale a Esino nel 1565 e nel 1582; di lui si tramanda ancora il ricordo. La peste del 1630 miete molte vittime in Valsassina; cinquanta nella sola Esino. Lungo il restante del secolo, poi, è un continuo stillicidio di morte per stenti e per fame. Nella seconda metà del 1600, nonostante gli antichi privilegi, la Valsassina diviene feudo camerale e, sempre osteggiati, per un secolo i conti Monti riscuotono le gabelle.

Il passaggio della Lombardia all'Austria, avvenuto agli inizi del 1700, riporta l'ordine: a poco a poco il territorio si riprende anche economicamente, raggiungendo, nella seconda metà del secolo, grazie al governo di Maria Teresa e dei suoi successori, un discreto benessere. Aiuti e provvidenze fanno rifiorire l'arte del ferro; la coltura del baco da seta viene incrementata. L'Imperatrice pone a capo delle Amministrazioni locali i primi Deputati dell'Estimo, ossia i maggiori possessori. Il notevole benessere vigente sopisce a ogni reazione. Anche la Rivoluzione francese viene accolta con freddezza. Gli avvenimenti che seguono sconvolgono l'antico ordine di cose: gli statuti ereditati dai tempi comunali scompaiono e, al ritorno definitivo degli austriaci, dopo vari mutamenti, la Valsassina, divenuta parte del Lombardo-Veneto, perde completamente la sua autonomia. Benché gli austriaci continuino a governare con saggezza e realizzino opere pubbliche di grande importanza, quali la strada della Riviera e la sistemazione del corso dell'Adda, i semi rivoluzionari cominciano a dare i loro frutti e si va a poco a poco creando una sorda ostilità contro lo straniero. A formare tale stato d'animo concorre il crollo dell'industria ferriera, che non poteva ormai più reggere a quella d'oltralpe, avvantaggiata dall'impiego del carbone minerale e da più ricche ed agevoli miniere.

Pur piccolo comune e allora assai povero, Esino partecipa ai movimenti risorgimentali. Avuta notizia della rivolta di Milano del 1848, un gruppo di animosi, dopo essersi fatto benedire dal parroco, scende a Lecco e si unisce ai volontari di quel borgo per correre in aiuto dei milanesi impegnati nelle cinque giornate. Al ritorno degli austriaci, i più accesi vengono trattenuti per qualche tempo in prigione a Bellano. Intorno al 1859 si costituisce la Guardia Nazionale Italiana con armi, uniformi e banda musicale. Pietro Pensa, giovane studente, partecipa come volontario alle campagne di Sicilia e di Napoli e viene decorato di medaglia di bronzo. Purtroppo, i primi 50 anni del regno d'Italia segnano per tutto il territorio tempi assai duri. La legna non più richiesta per il carbone necessario ai forni fusori, può solo essere venduta lontano e veniva rizzata a lago, con tremende fatiche, per essere imbarcata e condotta a Lecco. Il suo valore era irrisorio. Non molto più felice era la vicina Valsassina: ogni paese si chiude in una miserabile autarchia, e l'antico spirito comunitario lascia luogo a diffidenze e a contese continue per pochi metri di confine. La subglaciazione in corso, riducendo i coltivi, e l'aumento demografico spingono presto all'emigrazione. A gruppi di tre, quattro persone per volta si parte per l'America del Sud, poi per la California: qualche centinaio di esinesi si trasferisce così, definitivamente, nel nuovo continente. Nonostante tale decadenza, alcune opere vengono realizzate: vennero ben acciottolate le strade verso il lago e verso la montagna, per una lunghezza di una ventina di chilometri; alla fine del secolo e nel 1903 vengono anche costruiti due acquedotti per le pubbliche fontane del paese. Fatto importante: la cura dei bambini non cessa mai; asili e scuole continuarono a funzionare, perpetuando una gloriosa tradizione di Esino, che dalla fine del 1500, con una scuola gestita, grazie a lasciti, dal Comune e condotta dal Parroco, vince, esempio unico più che raro, l'analfabetismo.

I caduti di Esino nella Prima guerra mondiale sono 23, 125 i combattenti, di cui 7 decorati al valore con quattro medaglie d'argento e tre di bronzo. Dopo la guerra, un'importante opera dà avvio alla trasformazione dell'economia locale da silvo-pastorale a turistica: viene aperta la carrozzabile Varenna-Perledo-Esino inaugurata nel 1925. La riunione dei due Comuni, inferiore e superiore, che nel 1927 formano il nuovo comune di Esino Lario, con l'unificazione delle scuole segna l'inizio di un'ascesa che non ha paragoni. Nel 1927 viene costruito il primo acquedotto per dare acqua alle abitazioni, nel 1930 l'attuale cimitero. La seconda guerra mondiale dà una battuta d'arresto. Numerosi sono i combattenti e sei i caduti. La guerra partigiana coinvolge il paese ed è preziosa l'opera del Parroco Don Giovanni Battista Rocca e degli amministratori civici, per benessere del paese. Nel 1958 viene allargata e pavimentata la carrozzabile dal lago, nel 1957 viene aperta la strada per la frazione di Ortanella, nel 1959 quella per la frazione di Cainallo, nel 1969 viene realizzata la congiunzione con la Valsassina. Dopo successivi potenziamenti dell'acquedotto effettuati dal 1950 al 1967, nel 1975 viene inaugurato il grande acquedotto della Valsassina. Nel 1970 viene inaugurata da nuova scuola intitolata allo scultore ospite ad Esino Michele Vedani, nel 1974 sistemato il primo depuratore per fogna, nel 1975 rinnovato il Municipio. Aumenta la capacità ricettiva del paese grazie ad investimenti della popolazione locale e vedono avviate attività artigianali.


Persone legate a Esino Lario:
Don Giovanni Battista Rocca (Rovagnate 1891- Esino Lario 1965), cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, parroco di Esino dal 1927 al 1965, patriota, umanista, scrittore, botanico, docente della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Como, fondatore nel 1936 della Scuola degli Arazzi di Esino Lario e nel 1947 del Museo delle Grigne.
Enrico Mino (-1977), Generale di Corpo d'Armata, Comandante dell'Arma dei Carabinieri, figlio del medico condotto nato e sepolto a Esino Lario.
Pietro Pensa (1906-1996), ingegnere, scrittore e amministratore pubblico. Sindaco di Esino Lario, tra le tante opere prodotte ha realizzato la strada Esino-Valsassina, la “Prealpina Orobica”, l’acquedotto di Esino e il Museo delle Grigne.
Abate Antonio Stoppani (Lecco 1824- Milano 1891) sacerdote rosminiano, geologo, paleontologo e patriota. Avvia lo studio dei fossili di Esino Lario, trascorrendo lunghi periodi di ricerca nel comune.
Michele Vedani (1874-1969), scultore. Trascorre lunghi periodi estivi e realizza la Via Crucis di Esino Lario.

Storicamente la principale attività economica di Esino Lario è legata alla coltivazione dei boschi di faggio e carpine. Esino Lario faceva parte della squadra dei monti, il gruppo di comuni e territori delle Grigne che forniva carbone di legna per la produzione del ferro in Valsassina. La gestione dei boschi come bene comune è una peculiarità di Esino rispetto ai territori vicini; i boschi ancora oggi appartengono al Comune e sono suddivisi per l'utilizzo tra i residenti e trasmessi parzialmente per diritto ereditario. La fine dell'attività estrattiva del minerale di ferro in Valsassina mise in crisi le attività legate alle carbonaie.


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sabato 4 luglio 2015

BORNO

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Borno è un comune della Val Camonica situato sul cosiddetto Altopiano del Sole, ovverosia la valle percorsa dal torrente Trobiolo, tributaria della media Valle Camonica e dominata dalle vette più orientali delle Prealpi Orobiche. Il comune comprende però, a occidente, anche un tratto del settore bresciano della Val di Scalve.

Recenti studi di etimologia hanno riscontrato che ci sono parecchi nomi di luoghi somiglianti in zone molto diverse e distanti tra loro: ciò indica che gli antichi abitanti parlavano una lingua comune o con caratteristiche alquanto simili. Si è notato che il suono o la radice comuni “br” nelle lingue indeuropee indicava acqua, torrente, fiume, stagno, ecc. e che si trova attualmente in numerose lingue moderne, come ad esempio nell’inglese brook (torrente); in tedesco, con lo stesso significato, vi sono Brunnen, Bronn e Born (fonte, sorgente); in inglese c’è poi burn (sorgente), in ceco, bulgaro e sloveno brod (guado) e in serbo-croato bara (palude).

C’è pure un’altra antica radice, molto simile - “br” o le sue varianti “brn”, “brd”e “brg” - che invece indicano un’altura, un monte, un luogo abitato fortificato, un passo, una selva, ecc.; radice che possiamo ritrovare nelle lingue moderne: il gaelico bar (monte), l’inglese barrow (tumulo), il tedesco Berg (monte), il ceco brdo (collina), il danese borg (castello), di nuovo l’inglese boroug (città) e il polacco bor (bosco); anche i toponimi di Brescia e del Brennero hanno in sé questa radice antica.

Si può allora ipotizzare che gli antichi camuni indicassero questa zona come un luogo abitato in altura o un altopiano separato dalla circostante Valle Camonica. Queste radici le possiamo riconoscere tuttora in alcuni paesi vicini come Berzo, Breno, Braone, Bienno e Prestine ed indicano che i primitivi abitatori volevano identificare varie zone abitate più elevate rispetto al territorio sottostante.

Secondo lo studioso Gnaga in cenomane, lingua parlata da una popolazione celtica stanziatasi nel V secolo a.C. tra i fiumi Oglio e Adige e il lago di Garda, la parola bùrnich significa luogo abitato e ad essa si può far risalire il toponimo Bùren. In numerose zone dell'altopiano sono stati scoperti alcuni massi istoriati dagli antichi camuni, con inciso il disco solare; i celti chiamavano il dio sole Bormo: il luogo potrebbe aver tratto il nome dalla divinità che si venerava in questi luoghi, ma questa ipotesi è abbastanza difficile da verificare.

Con l’avvento della dominazione romana il nome antico potrebbe essersi cristallizzato nel tempo, con deboli variazioni fonetiche, perdendo però il suo contenuto semantico, cioè il significato originario primitivo; oppure, a detta di alcuni storici, i romani avrebbero imposto alla popolazione locale nuovi toponimi, causandone una modifica radicale. Analogamente il nome di Borno potrebbe derivare dal latino eburneus (bianco, candido), da intendersi come luogo splendido ed incantevole, oppure da boreus (settentrionale), in quanto luogo posto a nord rispetto alla Civitas Cammunorum, centro principale dell’occupazione romana; alcuni ne riconducono l’origine ad un nome gentilizio latino, come Burno o Burnus. Fino ad ora, comunque, non sono stati trovati reperti od epigrafi che possano suffragare l’ipotesi latina del nome.

Con le invasioni barbariche molti popoli si insediano nelle valli e, quindi, molte lingue si sovrappongono e si mescolano tra loro: proprio al lungo periodo medievale sono riconducibili varie congetture che indicano un’ipotesi, credibile o fantasiosa, per il nome del paese. Lo studioso Odorici lo fa risalire alla voce del latino medievale burnus, inteso come luogo abitato sull’orlo della valle; dalle parole del latino classico burgens e burgensis (abitante del borgo) pare siano derivate nel Medioevo le parole bùren e bùrengus, che indicherebbero l’abitante del borgo.

In un antico germanico la parola Burn indicava il ferro; già dal periodo pre-romano Borno era situato sulla via di comunicazione con la Valle di Scalve, dove c’erano numerose miniere di questo minerale, che veniva poi trasportato nei vicini forni fusori di Lozio, Malegno e Bienno: il luogo, costituendo un’importante area di scambio, potrebbe avere tratto il nome dal metallo. L’Olivieri lo fa addirittura provenire dalla voce provenzale e piemontese burna (buco).

Un’altra parola tardo-latina è burna, indicante termine o pietra di confine, il che fa ipotizzare che Borno fosse un’importante zona di confine tra vallate. In italiano antico esiste la parola bornio, che significa pietra, roccia sporgente o balza rocciosa, parola usata anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia. Questo termine deriva dal francese borne (cippo, termine, limite, confine), a sua volta probabilmente derivato dal celtico botina, che voleva dire pietra di confine; pure in inglese troviamo la parola bourne (frontiera) e a Bormio, nella vicina Valtellina, la parola born si riferisce ancora oggi ad una rupe o balza rocciosa. In questo caso il termine indicherebbe un abitato costruito sulle rocce, oppure vicino o confinante con i dirupi, come possiamo notare risalendo dal fondovalle lungo la strada vecchia che da Cogno conduce all’Annunciata.

Si giunge infine al primo documento scritto, datato 1018, che attesta in modo definitivo il nome del luogo: si presume, perciò, che il toponimo fosse già in uso da alcuni secoli. Si legge infatti nel documento, redatto in latino, che dirime una lite tra feudatari e liberi uomini di Borno, questa frase: in villa quae dicitur Burnum. Il nome che in seguito è stato italianizzato in Borno, così come lo conosciamo adesso.

Le più antiche testimonianze delle presenza dell’uomo a Borno, partono dal Paleolitico Finale, un lasso di tempo compreso tra i 15.000 e 10.000 anni fà, dopo lo scioglimento dei ghiacciai pleistocenici che avevano ricoperto la Valle impedendone l’accesso.
Il territorio di Borno è importante per il periodo del IV e del III millenio a.C., l’età del Rame, a testimonianza del quale troviamo stele e massi con incisioni. Tra questi vi è anche il masso noto come “Masso di Borno” il primo ad essere rinvenuto dagli studiosi nel 1953 nella zona dell’altopiano. Detta roccia si può ammirare oggi nel Museo Archeologico di Milano.
A Borno, oltre hai resti di queste necropoli, vi sono dei resti di strutture murarie di un possibile insediamento. Nel periodo longobardo, sotto il regno di Liutprando, all’incirca verso il 735, dovrebbe collocarsi l’inizio dell’astio tra i Bornesi e gli Scalvini per il possesso del monte Negrino, una plurisecolare contesa con omicidi e incendi dolosi d’ambo le parti, terminata nel 1682.
A seguito dell’arrivo dei Franchi in Italia nel 764, la Valcamonica venne donata in feudo, da Carlo Magno, al Monastero benedettino di San Martino di Marmoutier. Proprio negli anni che seguirono la donazione carolingia fu costruita in Borno la Cappella Santi Martini. Dall’anno 893 al 953, a seguito delle invasioni degli Ungari e dei Saraceni, i Camuni edificarono numerosi fortilizi, rocche e torrioni per rifugiarvisi durante le scorrerie. A questi si fanno risalire le presunte 12 antiche torri medioevali di Borno molte delle quali riedificate su fortificazioni preesistenti (attualmente sono state individuate soltanto sette torri).
Nel Medio Evo la comunità bornese fu al centro delle maggiori lotte coni comuni limitrofi. Nel 1156 avvenne una rissa tra due schiere di Bornesi e Loziesi, nei pressi di Malegno, durante una comune processione di catecumeni alla Pieve di Cividate, in seguito alla quale nel 1186 i Bornesi ottennero il sacro fonte battesimale divenendo chiesa autonoma. Nell’anno 1166 un fatto d’armi, che portò all’uccisione di 11 uomini, avvenne in zona di Confine tra Borno ed Esine, scaturito per il possesso di una palafitta sull’Oglio, installata dai Bornesi per la pesca. Nel 1386 le famiglie dei Fostinoni, Lanzoni e Gerboni, del partito guelfo, si ribellarono al vescovo di Brescia per ragioni fiscali e vennero ammonite assieme ai reggenti del comune. Feudatari di Borno furono i Federici, Camozzi, Gandellini, Fostinoni, Montanari, Gerboni, lanzoni, lazzaroni, Curti, Gheza, Magnoli, lupi, Negri, Guarnieri, Pernici, Dabeni. Sebbene le famiglie guelfe risultino più numerose di quelle della fazione avversa, la Comunità di Borno resterà sempre ghibellina, sia per il predominio della famiglia Federici in Valle, sia per la controversia con gli Scalvini di parte guelfa.
Nel primo periodo della dominazione veneta Borno divenne il primo comune della Valcamonica per numero di abitanti con circa 1500 anime e 330 fuochi, possedeva 812 bestie grosse e 1652 bestie minute, possedeva 6 fucine a maglio 19 mulini, 2 folli e 2 raseghe. Forniva legname da opera e manufatti in ferro a Venezia ed armava l’esercito della Serenissima con decine di Cernide (militi ausiliari locali). La parrocchia, sia pure in tempi diversi, disponeva di tre romitori con altrettanti romiti: la Chiesa di S. Cosma, la chiesa campestre di S. Fiorino e I’eremo montano di S. Fermo. Per interessamento del frate Amedeo Mendez da Silva negli anni 1467-69 sorse, poco distante dalla località Rocca, il convento che ospitò dapprima i frati del Terz’Ordine della Penitenza, poi gli Amadeiti, i Minori Osservanti, i Minori Riformati e infine i Frati Minori Cappuccini, che nel ‘900 tennero il noviziato, le scuole elementari, il servizio mensa per i poveri e prestarono servizio ai Sanatori di Croce di Salven.
Nel 1580 cessò la contesa tra Borno ed Erbanno per il possesso di boschi e pascoli in località Calvarina e nello stesso anno la comunità ricevette la visita pastorale del cardinal Borromeo. Nell’anno 1630 la peste bubbonica mietè 38 vittime, l’ospedale degli appestati venne edificato in località lazzaretti, ai margini dell’abetina sottostante l’attuale località Corna Rossa. Il 3 agosto del 1688 un vastissimo incendio distrusse oltre 200 case su 300, tutto il grano, mietendo 8 vittime. Durante la cosiddetta guerra di Gradisca, tra Venezia e Austria, i Bornesi, in soccorso della Repubblica marinara, armarono ben 270 Cernide capitanate da Stefano Magnolo. Con l’avvento napoleonico e della Repubblica Cisalpina Borno, appartenente al dipartimento del Serio, divenne sede di Municipalità e di Giudicatura di pace. Sorse la Congregazione di Carità e fu edificato il cimitero per la sepoltura collettiva dei morti.
Durante il periodo austriaco si abbatterono sulla comunità numerose carestie, pestilenze e calamità naturali. Tra 1905 e il 1907 la prima società elettrica valligiana diffuse l’elettrificazione in Borno e nel vicino Ossimo. Sorsero in questo periodo le ville signorili e prese consistenza il turismo estivo d’elite. Nelle guerre italo-abissina, di Libia e d’ Africa Orientale, caddero 7 soldati bornesi. Durante la grande guerra perirono 33 soldati. Durante il periodo fascista, nel 1923, venne costruita la strada provinciale Malegno-Ossimo-Borno che sostituirà il vecchio percorso delle viti. Nel 1928 iniziarono i lavori per la costruzione dei Sanatori antitubercolari in località Croce di Salven. Negli anni 1930-31 venne realizzato dalla Società Olcese, in località Prati di lova, un bacino artificiale con relativo canale di derivazione e condotta forzata che scende dalla centrale della Rocca. Il secondo conflitto mondiale richiese altro tributo di sangue bornese: caddero 20 soldati e 1 8 risultarono dispersi in Russia, Grecia e Dalmazia.
Durante la Resistenza un gruppo di ufficiali tedeschi rocciatori fu fatto oggetto d’imboscata, in località Sedulzo, da parte di una brigata delle Fiamme Verdi della Valle di Scalve. Nello scontro perirono 14 tedeschi e 2 partigiani. Il paese dovette sopportare una cruenta rappresaglia. Furono bruciate numerose cascine sul versante di Lova, rastrellato il bestiame dei contadini e deportati un centinaio di giovani nel campo di concentramento di Villafranca. A partire dagli anni ‘60 l’economia bornese si trasforma da agrosilvo- pastorale in economia turistica. Nel 1962 si stacca da Borno la frazione di Piamborno che unitamente a Cogno di Borno e Cogno di Ossimo costituisce la nuova municipalità di Piancogno. Negli anni ‘70 Borno diviene stazione turistica invernale, viene realizzata la funivia-bidonvia Ogne-Monte Altissimo. Dalle circa 900 abitazioni degli anni ‘60 si passa alle 2900 censite nel 1991; nel periodo estivo la popolazione varia dai 2.700 residenti a circa 20.000 persone. Da ricordare, nel luglio 1998, la storica visita a Borno del Papa Giovanni Paolo II.



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venerdì 3 luglio 2015

IL MUSEO DELLA GUERRA BIANCA A TEMU'

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Il Museo della Guerra Bianca nasce per iniziativa di un reduce della prima Guerra Mondiale, che combatté proprio sul Ghiacciaio dell’Adamello. Con l’aiuto di un gruppo di volontari sono stati raccolti manufatti, armi ed oggetti ritrovati sul ghiacciaio, a testimonianza delle fatiche e delle sofferenze di una guerra svoltasi a 3000 metri di quota, in condizioni estreme. All’interno del Museo, nelle tre sale che lo compongono, sono esposti molti esemplari di proiettili, bombe, armi, elmetti; molto suggestiva è la ricostruzione di una baracca in cui sono esposti oggetti di uso quotidiano come gavette, pentole e una stufa. Nei corridoi di passaggio sono appese parecchie fotografie scattate sui campi di battaglia. D'estate, in una sala adiacente al Museo, l’Associazione Museo della Guerra Bianca allestisce una mostra fotografica su una tematica specifica (gli alpini sciatori, i cimiteri di guerra, ecc.).

Il museo della Guerra Bianca nasce tra il 1972 e il 1974 ad opera di alcuni privati. Si trattava tuttavia di una apertura provvisoria e solo nel 1984 il museo, collocato nell'antica casèra, aprì le proprie porte al pubblico.

Le attività svolte dal Museo riguardano il censimento, il recupero, la catalogazione, la classificazione, la conservazione e l'esposizione dei beni relativi alla Guerra Bianca. Si tratta sia di beni mobili, come ad esempio reperti, manoscritti e fotografie, sia di beni immobili, come strade, sentieri militari e fortificazioni.

Nella vecchia sede del museo, nelle tre sale erano collocati oggetti e cimeli storici: armi, baracche da ricovero, oggetti di vita sul campo, stufe, coperte. Nelle sale, collegate da tre lunghi corridoi, erano state esposte al pubblico banbiere, scudi, attrezzature alpinistiche, bombe a mano, oggetti d'uso quotidiano.

La sede del museo è stata trasferita nella piazza del centro di Temù. L'edificio è suddiviso in due piani: al primo piano sono presenti una ricostruzione di una baracca con i materiali originali del conflitto e un cannone da 75/27 Mod. 1911. Si possono in oltre osservare i tipi di proiettili da cannone utilizzati nella guerra e alcune fotografie. Al piano superiore si trovano le bacheche con armi, munizioni, divise dei due eserciti e una ricostruzione di una teleferica anch'essa costruita con pezzi originali del conflitto.

Dal 2008 il Museo della Guerra Bianca in Adamello, grazie alla collaborazione della Regione Lombardia, ha preso in carico dal Comune di Colico la gestione di Forte Montecchio Nord, mentre dal 2012 ha avviato la gestione, in accordo con la Provincia di Lecco, del Forte di Fuentes.

Dal luglio 2011 è aperta al pubblico la nuova sede espositiva di Temù: qui sono esposte molte centinaia di oggetti recuperati direttamente sul terreno, presentati con testi e immagini storiche che aiutano il visitatore a comprendere gli elementi più caratteristici della Guerra vissuta e combattuta in alta quota: il muoversi e l’abitare, la sopravvivenza al clima, l’uso delle armi, dell’artiglieria, dei sistemi di trasporto e delle diverse attrezzature per la montagna, la vita di trincea in condizioni estreme, la sofferenza e, infine, la morte.

Alla base della realizzazione del nuovo stabile e del nuovo percorso espositivo c’è uno specifico progetto scientifico sviluppato dalla Commissione Tecnico-scientifica del Museo sia per valorizzare al meglio le peculiarità delle collezioni del Museo, sia per soddisfare gli standard di qualità regionali e ministeriali relativi ai servizi museali, in particolare l’ “Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei” (D.Lgs. N.112/98 art.150 comma 6 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali).

La missione specifica cui tende il progetto scientifico del nuovo allestimento consiste nella valorizzazione degli elementi caratteristici della Guerra Bianca, “guerra di uomini, animali e materiali, combattuta per quattro anni sulle più alte quote di tutti i fronti della Prima Guerra Mondiale”. Tale assunto di base è stato il criterio informatore delle innumerevoli scelte fatte nel corso dell’attività progettuale sia per quanto riguarda il percorso espositivo sia per l’organizzazione della nuova struttura operativa. La presentazione al pubblico di beni musealizzati non può prescindere dallo studio approfondito del loro contesto originario. Anche alla luce delle esperienze espositive innovative di altri musei storici europei, il percorso di visita è stato realizzato in modo che risulti didatticamente coinvolgente nell’ambito di un corretto rapporto spazi-immagini-suoni: esso deve infatti facilitare al visitatore la comprensione delle valenze associate agli oggetti senza distorcerne la realtà in rappresentazioni coreografiche troppo spinte. A questo è stata associata la necessità primaria e imprescindibile della corretta conservazione dei beni attraverso opportuni sistemi di sicurezza e di controllo ambientale.



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mercoledì 1 luglio 2015

IL MUSEO ARCHEOLOGICO A CIVIDATE CAMUNO

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Il Museo Archeologico di Cividate Camuno, inaugurato nel 1981, raccoglie tutto il materiale di epoca romana ritrovato in Valle Camonica a partire dalla fine del XVII secolo.
Nei primi secoli dell'Impero, subito dopo la conquista, i Romani resero la Valle Camonica uno dei territori più "romanizzati" dell'arco alpino. Il Museo è organizzato in quattro sezioni: il territorio, la città romana, la religione e la necropoli.
Sono esposti rilievi, materiali fittili ed epigrafici provenienti da vari scavi
effettuati a Cividate Camuno, i mosaici policromi relativi alle terme di Cividate, e varie epigrafi funerarie e votive.

La città romana di Cividate Camuno fu fondata nei pressi del fiume Oglio, ai margini di un'ampia zona pianeggiante, in un punto nevralgico del sistema viario dell'area, a controllo del guado del fiume e delle vie di collegamento con la Val di Scalve, la Val Grigna, la Val Sabbia e la Val Trompia e con l'alta valle.

La città aveva un impianto regolare di strade ortogonali fra loro, disposte secondo l'asse indicato dal fiume Oglio, divisione che si prolungava, e ancora oggi si prolunga, nel territorio.

Della città sono stati riportati alla luce il complesso degli edifici da spettacolo con teatro e anfiteatro, gli edifici termali, diversi edifici privati, le necropoli.

Ai piedi dell'altura di S. Stefano, lungo l'Oglio, che doveva costituire il principale perno viario della città, si sviluppava l'area forense, di cui è stato recentemente scavato un ampio settore.

Proprio ai piedi della rupe di S. Stefano sono stati scavati resti di un insediamento preistorico antichissimo: una capanna del Paleolitico Superiore; un livello insediativo del Mesolitico antico; i resti di un abitato del Neolitico Medio-Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (IV millennio a.C.); tracce di frequentazione della tarda età del Rame; reperti dell'età del Bronzo e del Ferro.

Lungo i percorsi sono collocati pannelli e disegni ricostruttivi che illustrano gli argomenti delle principali sezioni (città, culti e necropoli).

Nel giardino esterno sono collocati elementi architettonici di grandi dimensioni provenienti dall’area del foro.

Nel 2005 si è reso necessario un cambiamento consistente nell'allestimento per esporre la statua virile rinvenuta nel 2004 nell'area del foro di Cividate Camuno.

Nel 2010 è stata realizzata una tensiostruttura che ha dato respiro al Museo, ampliandone il percorso con la creazione di un nuovo spazio per mostre temporanee e per attività didattiche.

Nel 2011 è stata riallestita la sala della città, con l'esposizione di una selezione degli importanti apparati decorativi della domus scavata nell'area del foro.

Nei primi mesi del 2014 è stato ampliato e ristrutturato l'ingresso del Museo, realizzando un nuovo spazio accoglienza per il pubblico; per l'occasione è stato realizzato un nuovo supporto didattico inerente il Tropaeum Alpium.

Il primo allestimento del Museo ha subito nel tempo diversi interventi di ampliamento e risistemazione dei percorsi. Le continue scoperte hanno infatti reso sempre più urgente la necessità di realizzare un museo organico, in grado di porsi rispetto al pubblico come momento di riflessione sulle vicende che nei primi secoli dell'Impero, subito dopo la conquista, interessarono la Valle, nel più ampio contesto della romanizzazione dell'arco alpino.

Tra il 2005 e il 2006 è stata modificata la disposizione del Museo, dando il giusto rilievo a due grandi statue: la statua di culto trovata nel 1986 nel  santuario di Minerva di Breno, replica in marmo pentelico del tipo dell'Athena Hygieia; una statua rinvenuta nell'area forense di Cividate Camuno nel 2004, rappresentante un personaggio maschile ritratto in posa eroica con il busto nudo e i fianchi avvolti in un ricco drappeggio, sullo schema delle immagini degli imperatori o dei personaggi di rango imperiale del I sec. d.C., ritratti secondo un modello iconografico mutuato dalla grande statuaria greca, teso a raffigurare una bellezza ideale, fisica e morale.

La frazione Pescarzo di Capo di Ponte si trova nella media Valle Camonica, su un terrazzo naturale a circa 650 m di altitudine. Nel 1995-96 è stata riportata alla luce un'abitazione in uso fra la fine del II e l'inizio del I sec. a.C., conservatasi in maniera straordinaria grazie ad un violento incendio che ne aveva distrutto in antico l'alzato, ma che allo stesso tempo ne aveva sigillato e preservato l'interno sotto uno spesso strato di crollo, restituendoci uno straordinario spaccato della vita quotidiana di una famiglia vissuta 2000 anni fa. La casetta ripropone il modello insediativo tipico dell'area alpina centro-orientale della seconda età del Ferro, con uno zoccolo di base in pietra, realizzato entro uno scasso più o meno profondo nel terreno, e un alzato in legno. L'abitazione di Pescarzo, con una pianta quadrangolare di circa 23 mq, era stata realizzata addossata al pendio entro uno scasso di oltre 1,80 m.  Lungo le pareti del vano-dispensa sono stati recuperati numerosi contenitori da cucina e da mensa in terracotta e un paiolo in bronzo, ascrivibili a tipologie di produzione locale e centro alpina. La presenza di alcuni frammenti di recipienti in ceramica più fine, a pareti sottili, di produzione tipicamente romana, è importante segno dell'incipiente romanizzazione culturale della valle. In un angolo della casa sono stati ritrovati gli scheletri degli abitanti della casa, adagiati sopra un giaciglio di paglia, un uomo adulto, un infante di pochi mesi e un bambino di circa dieci anni, già morti di causa naturale al momento dell'incendio delle strutture. Accanto ad essi erano alcuni monili e oggetti d'ornamento personale in ferro, bronzo e pasta vitrea, costituiti da armille, pendagli e fibule. In un altro settore della casa erano raccolti gli attrezzi da lavoro: due asce e alcuni coltelli in ferro, una cote in pietra, un attizzatoio in ferro. Non lontano, alcuni rocchetti in pietra, un ago in osso e numerosi contrappesi litici forati sembrano suggerire l'esistenza di un telaio ligneo verticale.Resti ossei animali pertinenti a ovicaprini, un suino e un cucciolo di cane, completano il quadro di vita ruotante intorno all'abitazione.  Il materiale, databile fra II e I sec. a. C., arricchisce il quadro di conoscenza sulla vita quotidiana camuna tra tarda età del Ferro e romanizzazione.

Due cippi funerari recano entrambi su una faccia un bassorilievo raffigurante un supplice togato: la specularità delle figure, insieme all'analogia di stile e dimensioni, induce a ritenere che i cippi fossero pertinenti ad uno stesso recinto funerario, dallo schema di evidente tradizione ellenistica.

Ubicata lungo un'importante via di collegamento fra la Valle Camonica e la Val di Scalve, Borno era verosimilmente un centro attivo e vivace, al centro di traffici commerciali legati prevalentemente alle risorse minerarie locali. Dal punto di vista archeologico l'area più ricca è non a caso localizzata lungo l'attuale via Don Moreschi, nella località Calanno, dove in diverse occasioni sono venute alla luce evidenze riferibili ad una necropoli organizzata a recinti murari e i resti di un santuario dedicato a Minerva. La via costituiva anche in età romana la più importante arteria stradale di collegamento tra Borno e Malegno-Cividate e Malegno.

Importanti informazioni sulla necropoli furono acquisite nel 1984-85 quando venne scavato un recinto funerario contenente 11 sepolture a cremazione e la relativa zona di combustione (ustrinum). Il recinto era in muratura di ciottoli e sfaldature litiche legati da malta, con probabile monumentalizzazione del lato principale, come suggerito da numerosi elementi architettonici in pietra rinvenuti in corso di scavo.

Delle tombe, 5 erano in nuda terra, una aveva protezione laterale in ciottoli e copertura in lastra di pietra, una era a fossa con copertura costituita da un tegolone e 4 erano a cassetta litica. Le tombe in cassa litica avevano un corredo decisamente più ricco rispetto alle altre. I materiali, databili fra I e II sec. d. C., sono costituiti da abbondante ceramica, anche di tradizione preromana e metallo, anche prezioso, fra cui si distinguono numerosi strumenti ( tra cui alcuni attrezzi, quali gravine e scalpelli, connessi alla lavorazione della pietra), stili, coltelli, laminette votive, nonchè pendagli e amuleti di tradizione protostorica carichi di significati simbolici. E' stato ipotizzato che i defunti fossero membri di un particolare gruppo sociale, forse di una casta sacerdotale.
Tra i reperti ci sono:
Una tomba a cassetta in occhialino scolpito, con coperchio a spioventi, contenente un'olla ovoidale in vetro verde, coperta in origine da un piatto in vetro saldato ad essa con gesso; all'interno, oltre alle ossa del defunto, sono stati trovati tre balsamari; intorno erano deposte quattro ampolle monoansate ed una lucerna a volute con maschera tragica sul disco.

Un gruppo di intonaci dipinti provenienti da una domus di età giulio-claudia, scavata in via Palazzo, nell'area del foro di Cividate Camuno. Si tratta di ingenti quantità di raffinati frammenti pittorici pertinenti a diverse fasi di vita di un edificio residenziale antecedente un edificio monumentale a probabile destinazione pubblica.

Nel 1956 a Braone, nella media Valle Camonica, fu trovata una tomba a inumazione contenente una piccola teca cilindrica in piombo, a due elementi ad incastro, contenente un gruppo di monete d'oro. La teca venne aperta e le monete disperse. Del gruzzolo originario furono poi recuperati 9 solidi aurei, emessi dagli imperatori Leone, Zenone, Anastasio.

Un mosaico composto da tessere bianche e nere, con tocchi di arancione e di marrone, posato su uno strato di cocciopesto a sua volta giacente su un livello di preparazione in malta su vespaio in ciottoli. Nel disegno predominano le linee curve con rosoni a due cerchi concentrici neri, con all’interno nodi di Salomone, delimitano ottagoni a segmenti ricurvi, incorniciati da motivi a tortiglioni.

Un piede maschile destro nudo in bronzo. Il frammento rimanda ad una statua ritratto in posa eroica.

Un pilastrino con figura di Dioniso fanciullo, posto su una base ornata da motivi naturalistici a rilievo, con tralci di vite e animaletti sulle facce laterali.

Una placchetta votiva in lamina di bronzo, raffigurante una figura umana schematica con le braccia levate verso l'alto e sormontante una barca solare  trainata da uccelli acquatici. Finemente decorata con puntinato e motivi triangolari e con cerchi concentrici a occhi di dado. Databile alla seconda metà del V sec. a.C., proviene dal santuario protostorico di Spinera di Breno, dai resti del rogo intorno ad un altare in pietra. In essa è verosimilmente da riconoscere la raffigurazione della divinità femminile indigena connessa all'acqua e venerata nel luogo, un contesto paesaggistico suggestivo, vicino all'Oglio e a una rupe rocciosa percorsa da grotte e cavità naturali.

Una statua di culto raffigurante Minerva. Si tratta di una copia romana di un originale greco di V sec. a.C. raffigurante la dea Athena/Minerva, opera di Pyrros, seguace di Fidia. La divinità è stante, appoggiata sulla gamba destra e con la sinistra piegata al ginocchio. Indossa chitone e hymation ed è avvolta in un ricco drappeggio, con l'egida a grosse scaglie su cui domina l'effigie della Gorgone, tra spire di serpentelli. La testa, della quale manca tutta la parte anteriore con il volto, è sormontata da un elmo attico con figura di sfige accovacciata sormontata da un alto lophos che ricade dietro le spalle, tra due paragnatidi ad alette laterali.

Una stele funeraria di incerta provenienza, recuperata ad Ossimo Inferiore. Nel registro superiore vi è una pseudo-edicola, sormontata da due leoni acroteriali e con Medusa stilizzata nel timpano, contenente due ritratti, uno maschile e uno femminile. Nella parte inferiore vi è una lunga dedica che cita un liberto che dedica un recinto funerario.

La romanizzazione della Valle Camonica fu attuata attraverso un graduale processo di acculturazione che non determinò rotture e cambiamenti radicali, bensì piuttosto l'incontro, l'integrazione e una lenta interpretatio e sovrapposizione. Gli aspetti caratterizzanti la realtà camuna nella seconda età del Ferro, modalità insediative e cultuali, forme della cultura materiale, sopravvissero a lungo alla romanizzazione e continuarono, pur con esiti e soluzioni differenti fino alla tarda età romana.

Le terme di Cividate romana vennero alla luce in una zona centrale della città negli anni Settanta del secolo scorso, a seguito di lavori edilizi: l’edificio scoperto presentava un calidarium (ambiente con una o più vasche contenenti acqua calda) absidato, con due vasche opposte, una per i bagni in acqua calda e una per quelli in acqua fredda e la natatio (piscina), con un pavimento in lastre e due scale d’accesso.

Era presente inoltre il caratteristico sistema di riscaldamento con sopraelevazione del pavimento tramite colonnine in terracotta (suspensurae) e pilastrini di pietra.

Le strutture sono state ricoperte. La dettagliata documentazione di scavo è in parte illustrata tramite pannelli al Museo (sala 1). Fra i materiali recuperati figurano monete di II e III sec. d.C., frammenti laterizi con bollo e due arule votive dedicate alla Fortuna e a Iside.

Ad una decina di metri a sud dalle Terme sono stati rinvenuti due ampi vani, probabilmente pertinenti alla vicina struttura termale, con una pregevole pavimentazione a mosaico. I mosaici, databili al I-II sec. d.C., sono stati in parte recuperati e sono oggi al centro della prima sala del Museo di Cividate.

Per ricostruire il quadro della cultura materiale della Valle Camonica in età romana, in mancanza di dati esaurienti e significativi recuperabili in scavi di abitato, particolare importanza rivestono gli oggetti provenienti da corredi tombali.

Tra le popolazioni antiche infatti era costume ricorrente la prassi di accompagnare i defunti con gli oggetti peculiari della vita quotidiana, in alcuni casi, quando il ceto di appartenenza era elevato o notevoli le risorse finanziarie, associandoli a materiali di pregio, come armi o monili. Ne deriva quindi di riflesso per chi esamina tali contesti una esplicita allusione alle caratteristiche socio-economiche oltre che culturali della vita del tempo.

Numerosi sono i rinvenimenti funerari rinvenuti in tutta la valle. Mentre diffuse un po' in tutto il territorio sono tombe isolate, vere e proprie necropoli sono state finora rinvenute a Lovere, Rogno, Borno, Breno e Cividate Camuno.

Il museo ha un'apposita sezione dedicata alle necropoli e alla ritualità funeraria, con pannelli e disegni ricostruttivi e dove trovano spazio i corredi delle tombe di Cividate Camuno e Breno, Borno, nonchè diverse epigrafi, are e monumenti funerari da diversi paesi della valle.

La necropoli di Borno, situata lungo la strada proveniente da Malegno, alla periferia dell'attuale abitato, si presenta come un caso particolare nel panorama complessivo del territorio camuno, sia per la qualità dei materiali in essa rinvenuti, sia per le tracce cospicue di recinti che delimitavano le sepolture.

Dal 1927 a più riprese sono emersi strutture, materiali ed elementi epigrafici riferibili ad una vasta necropoli a recinti in uso nei primi secoli dell'età imperiale, non molto lontana dall'area occupata da un santuario romano impostato su un precedente indigeno. La zona è caratterizzata dalla presenza ancora in situ di un muro in opus quadratum, scoperto nel 1958, restaurato e ricomposto con un'ara proveniente dal terreno soprastante. Il muro rappresentava in origine la fronte di un recinto con muri perimetrali in pietre e malta, con zoccolo rivestito da lastre lavorate in arenaria azzurra. Insieme alle strutture murarie furono scoperte alcune tombe ed evidenziate tracce di altri due recinti.

Importanti informazioni sulla necropoli furono acquisite nel 1984-85 quando venne scavato un recinto funerario contenente 11 sepolture a cremazione e la relativa zona di combustione (ustrinum). Il recinto era in muratura di ciottoli e sfaldature litiche legati da malta, con probabile monumentalizzazione del lato principale, come suggerito da numerosi elementi architettonici in pietra rinvenuti in corso di scavo.

Delle tombe, 5 erano in nuda terra, una aveva protezione laterale in ciottoli e copertura in lastra di pietra, una era a fossa con copertura costituita da un tegolone e 4 erano a cassetta litica. I materiali, databili fra I e II sec. d. C., sono costituiti da abbondante ceramica, anche di tradizione preromana e metallo, anche prezioso, fra cui si distinguono numerosi strumenti (attrezzi, quali gravine e scalpelli, connessi alla lavorazione della pietra), stili, coltelli, laminette votive, nonchè pendagli e amuleti di tradizione protostorica.

Particolarmente ricchi si presentavano i corredi delle tombe 3, 7, 9, 11, entro cassette litiche. Nel corredo della tomba 11 va segnalato, oltre ai numerosi oggetti in vetro, alle lucerne e alle fibule, anche un nucleo costituito da numerosi strumenti in ferro e bronzo, fusi insieme dal calore del rogo e significativo come riferimento all'attività svolta in vita del personaggio defunto. Le altre tombe menzionate contenevano oggetti di particolare pregio: una testina di toro in bronzo e una grossa armilla d'argento (tomba 7); un anello d'oro, fibule a globetti e a balestra; un'orecchino d'argento (tomba 9); un rasoio a lama triangolare (tomba 3). In genere le urne contenevano gli oggetti più preziosi (monili, vetri, lucerne) oltre alle ossa del defunto. All'esterno venivano invece deposti gli oggetti in metallo. Significativa la presenza di pendagli e amuleti di tradizione protostorica, carichi di significati simbolici e rituali, e di numerosi oggetti legati alla scrittura.

La necropoli di Breno, posta lungo via Garibaldi, venne scoperta casualmente nel corso dei lavori stradali che purtroppo distrussero parzialmente le tombe e resero impossibile il recupero dei corredi nella originaria associazione.

Le strutture erano a cassa di tegoloni o, in un caso, di lastre di pietra.

Fra i numerosi materiali recuperati risultano particolarmente significativi due vasi in ceramica invetriata. Uno di essi, una coppa, presenta una decorazione costituita da medaglioni circolari applicati su due fasce, racchiusi superiormente e inferiormente da file orizzontali di punti a rilievo, con motivi floreali e teste femminili. La coppa sembra appartenere alla produzione di officine di Smirne ed è databile alla prima metà del I sec. d.C. L'altro esemplare, invetriato, un cratere, assai simile alla coppa e riferibile allo stesso contesto cronologico e stilistico, presenta una decorazione a medaglioni, uniti da festoni, con motivi floreali a rosette e teste di eroti.

Dalla stessa necropoli provengono pure parte di una coppetta a pareti sottili, frammenti di piatti e coppe in terra sigillata nord-italica, un grande boccale di tradizione alpina, varie urne, fittili o in pietra ollare, una fibula d'argento derivata dal tipo Aucissa, una a disco in bronzo

A Cividate sono state finora individuate due zone sepolcrali: una nell'area di via Piana, lungo la strada per Berzo Inferiore, l'altra in località Androne, lungo l'attuale via Marconi.

Della prima furono recuperate circa dieci tombe, sia ad inumazione sia ad incinerazione, con corredi abbastanza modesti e purtroppo in parte non integralmente ricostruibili come contesto: il materiale si data fra I e III sec. d.C. La tipologia delle sepolture comprende tombe a inumazione, con pareti e copertura in lastre di pietra e fondo di tegole e tombe ad incinerazione, deposte in nuda terra o in cassetta di tegoloni con copertura in lastre di pietra.

La necropoli in via Marconi comprendeva per lo più tombe ad incinerazione, databili fra I e III sec. d.C., alcune delle quali comprese entro recinti rettangolari costituiti da muretti in ciottoli e malta. L'urna era deposta in nuda terra o in cassetta di tegole, con il corredo sia interno che esterno.

Fra gli oggetti più notevoli vi sono urne-cinerario in pietra ollare, un pendaglietto in oro, due pissidi in osso.

Ancora a Cividate, in località Broli, nel 1955 è stata ritrovata una tomba in cassa litica, con coperchio a spioventi, contenente un'olla cineraria in vetro, balsamari e una lucerna.




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