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martedì 11 aprile 2017

ARMI CHIMICHE



Le armi chimiche sono classificate dalle Nazioni Unite come armi di distruzione di massa, e la loro produzione e stoccaggio sono stati messi al bando dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993, in base alla quale gli agenti chimici in grado di poter essere usati come armi chimiche o da essere usati per fabbricare tali agenti chimici, vengono divisi in tre gruppi a seconda del loro scopo e del loro trattamento:

Lista 1: hanno pochi, a volte non ne hanno affatto, usi legittimi. Possono essere prodotti o usati solo per scopi di ricerca: medici, farmaceutici o protettivi. Comprende iprite, lewisite, nervino, ricina.
Lista 2: non hanno usi industriali su larga scala, ma possono averne su piccola scala, come il dimetil metilfosfonato, un precursore del sarin usato come sostanza ritardante negli incendi, e il tiodiglicole, che è un precursore chimico dell'iprite, ma è anche un solvente per inchiostri.
Lista 3: hanno legittimi usi industriali su vasta scala, come il fosgene e la cloropicrina; il fosgene è un importante precursore per molte materie plastiche, la cloropicrina è utilizzata come fumigante.

Sebbene per migliaia di anni l'uomo abbia fatto ricorso a sostanze chimiche in ambito bellico, la guerra chimica moderna iniziò con la prima guerra mondiale. Dal principio furono usati solo agenti chimici già disponibili in produzione; tra questi il cloro ed il fosgene. I metodi di dispersione usati erano inizialmente rozzi ed inefficienti, consistendo nel semplice rilascio in atmosfera degli agenti gassosi contenuti in bombole, lasciando al vento il compito di trasportarli sulle posizioni nemiche. Solo in un secondo tempo si cominciarono ad utilizzare appositi lanciabombe e proiettili d'artiglieria o bombe a mano.

Dalla prima guerra mondiale in poi, lo sviluppo delle armi chimiche seguì quattro principali direzioni: ricerca di aggressivi chimici nuovi e sempre più letali; ricerca di metodi di dispersione più efficienti; ricerca di mezzi di difesa più affidabili; ricerca di mezzi più sensibili e accurati per l'individuazione degli agenti chimici.

Il principale fattore per l'efficacia delle armi chimiche è una corretta diffusione nell'ambiente. Le tecniche di diffusione più comuni includono munizioni (come bombe, proiettili, testate missilistiche) che permettono la diffusione a distanza e l'utilizzo di aerei serbatoio che disperdono l'agente volando a bassa quota.

Durante gli anni 1920-30 gli italiani condussero numerosissimi test per elaborare nuovi metodi di diffusione dei gas, diventando dei veri e propri esperti per quell'epoca e ne fecero largo uso in Libia ed Eritrea, anche su civili.

Benché dalla prima guerra mondiale ad oggi le tecniche di diffusione degli agenti chimici si siano molto evolute, un utilizzo efficace delle armi chimiche è ancora difficoltoso. La dispersione delle sostanze dipende fortemente dalle condizioni ambientali poiché la maggior parte degli agenti si presenta in forma gassosa.

In generale l'impiego degli aggressivi chimici pone delle difficoltà a causa di fattori intrinseci quali:

persistenza: alcuni agenti sono difficilmente idrolizzabili e il loro smaltimento risulta estremamente difficoltoso, cosicché essi permangono per molto tempo in situ ad esplicare la loro azione tossica. Questo comporta che anche chi abbia utilizzato tali agenti allo scopo di conquistare un certo territorio, si troverà ad occupare un territorio saturo di una sostanza aselettivamente tossica (ovvero, tossica anche contro chi l'ha impiegata)
inaffidabilità: l'area e la direzione di dispersione non possono essere calcolati con sicurezza assoluta
corrosività: lo stoccaggio di alcuni composti pone problematiche di tenuta dei contenitori
assenza di antidoti efficaci: alcuni di questi aggressivi chimici si trovano tuttora privi d'un antidoto efficace.
I requisiti richiesti agli aggressivi chimici per il loro impiego sul campo di battaglia sono connessi alla velocità d'efficacia nel rendere non operative le truppe nemiche, e, per quanto possibile, alla creazione rapida d'una cospicua massa d'invalidi più che una strage in sé. Infatti, crea maggiori problemi logistici il ricovero di un notevole quantitativo di feriti nei servizi ospedalieri dietro le linee avversarie, che non la morte immediata dei soldati nemici.



In linea teorica, gli aggressivi chimici dovrebbero possedere le seguenti caratteristiche:

estrema stabilità agli agenti atmosferici, biologici, biochimico-metabolici, chimico-fisici in generale, al fine di conservare a lungo il loro potenziale offensivo
scarsa o nulla reattività agli agenti chimici (dovrebbero essere inerti, od il meno reattivi possibile), così da non venir rapidamente degradati
elevata persistenza sul campo di battaglia, come conseguenza dei precedenti requisiti.
produzione e conservazione agevoli e possibilmente sicure, cosicché sia facile conservarne scorte cospicue
amfipaticità, tale che possano essere sia liposolubili, che idrosolubili; ciò li rende penetranti in ogni ambiente e per qualsiasi via (corpo umano incluso)
multiaggressività: In particolare, devono poter penetrare nell'organismo tramite più accessi contemporaneamente od alternativamente. La penetrazione nell'organismo mediante vie plurime si configura come la qualità più essenziale, al fine di rendere difficoltosa l'opera di difesa
difficoltà d'identificazione da parte di test chimici estemporanei e di esami chimici accurati
possibilità d'inattivazione veloce da parte di coloro che accidentalmente venissero intossicati (devono esistere antidoti, protezioni, e mezzi di difesa a disposizione della parte attaccante)
rapidità d'azione, unitamente a tossicità elevata: devono possedere una diffusibilità ed una capacità di veloce e totale saturazione di ambienti aperti e ventilati; le sopracitate caratteristiche, così come l'essere fortemente tossici, ossia attivi alle concentrazioni minime richieste e, per i neurogas, anche a dosi infinitesimali. Non essendo suscettibili d'alcuna biodegradazione, tali qualità vengono pienamente soddisfatte da composti gassosi, vapori, aerosol, o, meglio ancora, da liquidi a bassa tensione di vapore. Questi ultimi, infatti, sono suscettibili d'immagazzinamento e di trasporto sicuri, e garantiscono una pronta e spontanea vaporizzazione una volta rilasciati nell'ambiente.

La dispersione è il metodo di diffusione più semplice. Consiste nel rilasciare l'agente nelle vicinanze del bersaglio prima della diffusione.

Agli inizi della prima guerra mondiale si aprivano semplicemente i contenitori di gas aspettando che il vento lo disperdesse oltre le linee nemiche. Benché relativamente semplice questa tecnica presentava diversi svantaggi. La diffusione dipendeva dalla velocità e dalla direzione del vento: se il vento era incostante, come nella battaglia di Loos, il gas poteva essere spinto indietro contro gli utilizzatori stessi. Le nuvole di gas, inoltre, erano facilmente percepibili dai nemici che avevano spesso il tempo di proteggersi. È da notare tuttavia che la visione dell'arrivo della nuvola di gas aveva per molti soldati un effetto terrorizzante. Con la tecnica della diffusione aerea inoltre il gas presentava una penetrazione limitata riuscendo a colpire solo le prime linee prima di essere dispersa. L'apprestamento delle batterie di bombole richiedeva poi molta manodopera, sia per il trasporto del materiale che per l'allestimento delle trincee, e tutto il lavoro poteva essere vanificato da un colpo d'artiglieria nemico che andando a segno danneggiasse qualche bombola; l'effetto sorpresa, indispensabile per cogliere impreparato il nemico, era infine inversamente proporzionale al tempo necessario alla preparazione dell'attacco.

Per queste ed altre considerazioni si ricercarono subito modalità alternative per far giungere il gas sulle trincee nemiche senza rischi per i propri uomini, e in concentrazione sufficiente. I primi ritrovati messi a punto furono dei lanciabombe adattati al lancio di contenitori di gas destinati a rompersi nell'impatto col suolo; numerosi furono i modelli costruiti fra i vari eserciti (il più diffuso fu probabilmente il britannico "Livens"), ma in genere il criterio di impiego era il medesimo: venivano apprestate in prossimità della prima linea vere e proprie batterie di centinaia di lanciabombe interrati; questi, al momento dell'attacco, venivano azionati contemporaneamente tramite un comando elettrico e lanciavano il proprio carico venefico a distanze variabili da 400 metri ad un paio di chilometri.

L'utilizzo del lanciabombe rimase in voga per tutta la guerra, ma la ricerca da parte di tutti gli eserciti marciava verso l'impiego dell'artiglieria. Ciò permise di superare molti inconvenienti legati all'impiego delle bombole. L'arrivo a destinazione dei gas era indipendente dalle condizioni del vento e si aumentava il raggio d'azione secondo la portata dei cannoni; si era in grado inoltre di scegliere quali bersagli colpire, con relativa precisione, ed eventualmente differenziare i gas utilizzati in una stessa azione a seconda della tipologia di bersaglio. I proiettili inoltre potevano diffondere l'agente senza alcun preavviso per i nemici, specialmente il fosgene, quasi inodore. In molti casi i proiettili caduti senza deflagrare venivano giudicati normali colpi inesplosi, il che lasciava il tempo all'agente di diffondersi prima che fossero prese le precauzioni necessarie.

Il difetto maggiore di questa tecnica era la difficoltà a raggiungere concentrazioni sufficienti di gas. Ogni proiettile poteva trasportare una quantità relativamente piccola di gas e per ottenere una nube paragonabile a quella generata dalle bombole era necessario eseguire un intenso bombardamento di artiglieria. Negli anni cinquanta e sessanta i razzi d'artiglieria per la guerra chimica contenevano molte "sotto-munizioni" in modo da formare un gran numero di piccole nuvole tossiche sul bersaglio.

La diffusione termica prevede l'uso di esplosivi o sistemi pirotecnici per distribuire l'agente chimico. Questa tecnica, nata nella prima guerra mondiale, rappresentò un netto miglioramento nelle tecniche di diffusione poiché permise di disseminare grandi quantità di agente a grandi distanze.

La maggior parte dei dispositivi per la diffusione termica è costituita da un guscio contenente l'agente chimico e da una carica detonante al centro. Quando la carica esplode, l'agente è espulso lateralmente. Questi dispositivi, benché molto usati, non sono particolarmente efficienti. Una parte dell'agente viene bruciata dall'esplosione iniziale e una parte può essere spinta contro il terreno. L'esplosione inoltre produce una miscela di gocce di liquido la cui dimensione è molto variabile e difficilmente controllabile.

L'efficacia delle tecniche di diffusione termica è limitata dall'infiammabilità di alcuni agenti, per alcuni dei quali la nuvola si può incendiare totalmente o parzialmente in un fenomeno detto "flashing". Il VX diffuso mediante esplosione prendeva fuoco circa il 30% delle volte. Nonostante molti sforzi il fenomeno del flashing non è stato del tutto compreso.

Nonostante le limitazioni dovute all'utilizzo di esplosivo, la diffusione termica è stata la tecnica più utilizzata nelle prime fasi di sviluppo delle armi chimiche, questo perché era possibile modificare armi convenzionali per impiegarle come vettori di agenti chimici.



La diffusione aerodinamica è la distribuzione non esplosiva di un agente chimico per mezzo di un aereo, lasciando che questo sia poi diffuso da forze aerodinamiche. Questo è la tecnica di diffusione più recente, sviluppata nella metà degli anni sessanta.

Questa tecnica permette di eliminare i difetti della diffusione termica eliminando la combustione dell'agente e permettendo, almeno in teoria, un preciso controllo della grandezza delle particelle dell'agente, in realtà l'altitudine e la velocità dell'aereo, la direzione e la velocità del vento ne influenzano fortemente la dimensione. L'utilizzo di questa tecnica richiede che l'aereo diffusore voli a bassissima quota (generalmente inferiore ai 60-100 metri) esponendo il pilota a grandi rischi.

Sono in corso delle ricerche per migliorare questa tecnica, per esempio modificando le proprietà del liquido in modo da controllare con più accuratezza la distribuzione delle particelle. Inoltre i progressi nella conoscenza della fluidodinamica, della modellistica numerica e della meteorologia permettono un calcolo più preciso della direzione, della dimensione e della velocità delle particelle consentendo una maggiore accuratezza nel colpire il bersaglio.

Un elemento o un composto chimico usato a scopi bellici viene denominato aggressivo chimico. Durante il XX secolo ne sono stati prodotti e stoccati circa 70 tipi diversi. Questi aggressivi possono essere liquidi, solidi o gassosi: quelli liquidi in genere evaporano rapidamente (volatili o con un'elevata tensione di vapore); molti agenti chimici sono volatili in modo da poter esser rapidamente dispersi sopra una vasta area.

Il primo obiettivo della ricerca verso nuove armi chimiche non fu tanto la tossicità quanto lo sviluppo di aggressivi che riuscissero a colpire il nemico attraverso la pelle ed i vestiti, rendendo inutili le maschere antigas. Nel luglio 1917 i tedeschi introdussero l'iprite, il primo aggressivo chimico che aggirò la difesa delle maschere antigas, in grado di penetrare facilmente gli indumenti di cuoio e di tessuto ed infliggere dolorose bruciature cutanee.

Gli aggressivi chimici si possono dividere in letali e incapacitanti. Una sostanza si classifica come incapacitante se meno del 1% della dose letale causa inabilità, per esempio tramite nausea o problemi alla vista. Questa distinzione non è rigorosa ma stimata statisticamente in base alla LD50.

Tutti gli aggressivi chimici sono classificabili in base alla loro persistenza, una misura del periodo di tempo durante il quale l'aggressivo chimico mantiene la sua efficacia dopo la dispersione. Si classificano in persistenti e non persistenti. I non persistenti perdono la loro efficacia dopo pochi minuti o poche ore. Agenti gassosi come il cloro sono non persistenti, come anche il sarin e molti altri agenti nervini. Dal punto di vista tattico gli agenti non persistenti sono molto utili contro quegli obiettivi che devono essere presi e controllati in breve tempo. Si può dire che nel caso degli agenti non persistenti l'unico fattore di rischio è l'inalazione. Al contrario gli agenti persistenti tendono a rimanere nell'ambiente anche per una settimana, rendendo complicata la decontaminazione. La difesa contro questo tipo di agenti richiede protezioni per prolungati periodi di tempo. Gli agenti liquidi non volatili, come l'iprite, non evaporano facilmente, e il fattore di rischio consiste soprattutto nel contatto.

Gli agenti chimici si possono variamente classificare in funzione di:

caratteristiche chimico-fisiche (gassosi, liquidi, etc.)
uso strategico (aggressivi d'attacco, di difesa, di contenimento, di rappresaglia, etc.)
composizione chimica (alogenati, arsenicali, etc.)
impiego tattico (non persistenti, mediamente persistenti o semi-persistenti e persistenti)
caratteristiche fisiologiche, meccanismo d'azione e danni causati (vescicanti, veleni enzimatici, asfissianti-irritanti delle mucose respiratorie, tossici enzimatici sistemici o nervini, lacrimogeni, starnutatori), ed è questa la classificazione generalmente più adottata
grado di pericolosità (innocui, debolmente irritativi, letali).
In particolare, in base alla loro azione, si identificano:

irritanti leggermente tossici e non letali (lacrimogeni, urticanti, starnutatori). Queste sostanze vengono utilizzate o come mezzo sfollagente da parte delle forze dell'ordine (gas lacrimogeni), o come repellenti per uomini ed animali
vescicanti, o eaepr vescicatori, letali o no (iprite e mostarde azotate, lewisite ed arsenicali)
soffocanti, od asfissianti, sempre letali (fosgene e cloropicrina)
veleni sistemici, sempre letali (cianuri e fluoroacetati nella categoria dei tossici enzimatici; sinaptici organofosforici nella categoria dei neurogas, o, gas nervini)
inabilitanti psichici, LSD - 25 (dietilamide dell'acido lisergico) e mescalina
insetticidi, mai letali se non a dosaggi elevati: categoria dei carbamati
eccitanti psichici disinibitori, letali ad elevate concentrazioni, sono utilizzati più sulle proprie truppe che non sui nemici, ad esempio per vincere il senso di paura prima di ordinare un attacco. Questa categoria comprende sostanze di differente origine, natura chimica, tipologia d'azione. Si va dall'alcol alla cocaina, all'anfetamina, all'ecstasy (inventate dai chimici tedeschi nel 1914 appunto contro il "mal di trincea"), al crack, al protossido d'azoto (gas esilarante)
deprimenti psichici o sedativi, letali ad elevati dosaggi e non di facile somministrazione, anche questa categoria include sostanze diversissime, dalla morfina, ai barbiturici (tra cui il tiopental sodico), ai gas soporiferi.

La classe dei vescicatori (o vescicanti) comprende le mostarde (iprite), le mostarde azotate (azoiprite), e gli arsenicali (lewisite).

I gas-mostarda sono tossici non allo stato nativo, ma unicamente quando, penetrati all'interno delle cellule, subiscono una biotrasformazione, ad opera dei carbocationi, per endociclizzazione. Le azoipriti svolgono anche una modesta azione anticolinesterasica, più spiccata per la 2-2'-dicloro-dietil-metil-amina, meno per la tricloro-trietil-amina. Sono questi gli unici aggressivi che, unitamente all'iprite ed ai vescicatori arsenicali esplichino, oltre all'azione di contatto, anche un'azione anticolinesterasica, con manifestazioni prevalentemente muscariniche: scialorrea, nausea, vomito. Va notato che i composti del gruppo dell'iprite attraversano la cute integra allo stato di vapore. Gli agenti vescicanti vennero introdotti (1917) quando entrò in uso presso i vari eserciti la maschera antigas, che rendeva innocui gli agenti soffocanti, quali il fosgene e l'ossido di carbonio. I vescicanti, oltre alle mucose, respiratoria in primis, attaccano anche la cute, provocando estese dermatiti bollose, che sono dolorosissime e difficili da curare. Ovvero, questi aggressivi venendo a contatto con la superficie del corpo, provocano un'irritazione profonda con successiva formazione di vesciche, piaghe, ulcerazioni estese, a causa del blocco proliferativo attuato sullo strato germinativo (lo strato più profondo e vitale) della cute e delle mucose. Inoltre, la dermatite bollosa, la dermatite esfoliativa e la dermatite necrotica sono soggette a complicanze infettive che possono esitare in setticemia, sepsi, cancrena, tutte condizioni, queste, potenzialmente letali. La cute, vista la sua estensione, è difficile da proteggere in tutta la sua superficie, se non ricorrendo a pesanti attrezzature (tuta integrale contro la guerra chimica). Gli agenti vescicanti sono modicamente persistenti, per cui se ne può ipotizzare un uso strategico. Essi possono venir impiegati anche per interdizione di aree (retrovie, centri logistici, nodi di comunicazione, centri abitati, etc.). Nonostante la veneranda età, non sono considerati obsoleti, a differenza dei non - vescicanti (asfissianti). Esistono due sottoclassi differenti di vescicanti, che possiedono modalità d'azione diversa, con grado di tossicità diversa, ma generanti manifestazioni cliniche simili e sovrapponibili.



Uno studio pubblicato nel 2010 indica che tracce di iprite (oltre che di mercurio ed arsenico) sono state rinvenute in pesci pescati nel mare Adriatico, in zone in cui sono state abbandonate testate chimiche.

Tra i composti alogenati dell'arsenico (o arsenicali), il più tossico è la Lewisite, un composto di sintesi d'origine anglo-americana. L'arsenico, che rappresenta il principio attivo di tali tossici, presenta un'estrema affinità per le sostanze donatrici di elettroni (è un composto anfotero, elettrofilo, per lo più), e si lega stabilmente agli atomi di zolfo presenti nei gruppi sulfidrilici dei composti organici (proteine, soprattutto). Così facendo, impedisce la formazione del ponte disolfuro, che stabilizza la configurazione spaziale di molte proteine (tale legame si stabilisce tra due aminoacidi cistinici di una stessa proteina), bloccando le reazioni ossidoriduttive enzimatiche che stanno alla base della vita stessa, e sconvolgendo totalmente la struttura superiore (struttura terziaria e quaternaria) di numerosissime proteine. A differenza delle mostarde, gli arsenicali hanno azione immediata, e le cloroarsine hanno azione del tutto sovrapponibile a quella degli arsenicali. La lesione da arsenicali è di tipo "termo-mimetico", e la guarigione è del tutto fisiologica, se la dose assorbita è bassa; la guarigione avviene in circa 15 giorni, mentre le mostarde hanno un tempo di guarigione molto più lungo (30-45 giorni) e, spesso, con pesanti reliquati. L'arsenico è tossico soprattutto sul rene, sul fegato, sul sistema nervoso centrale, e sull'apparato digerente. L'antidoto specifico è il British-Anti-Lewisite (BAL), chimicamente il dimercaprolo, un falso recettore per l'arsenico, privo d'ogni importanza metabolica, e pertanto non tossico. In pratica, il BAL funge da recettore farmacologico per l'arsenico, così come le proteine sono i recettori naturali per tale tossico, quindi l'arsenico lo scambia per un bersaglio. Siccome molti metalli pesanti presentano un'azione analoga a quella svolta dall'arsenico, il BAL elimina anche loro dall'organismo; esso costituisce quindi un antidoto specifico universale nei confronti dell'avvelenamento da piombo, da mercurio, da cadmio, ecc. Anche i preziosi metalli-traccia ed il ferro all'interno dell'organismo vengono eliminati dal B.A.L. poiché esso è un chelante. Nel 1918 fu iniziata la produzione negli USA della lewisite (2-cloro-vinil-dicloro-arsina), ma la guerra ebbe termine prima che questo aggressivo vescicante fosse impiegato sui campi di battaglia. Il processo originale di preparazione consiste nell'addizione il tricloruro d'arsenico all'acetilene in presenza tricloruro d'alluminio come catalizzatore. La lewisite ha un'azione vescicante quattro volte più rapida di quella dell'iprite, ha un effetto tossico generale dovuto alla presenza dell'arsenico, attacca i polmoni profondamente ed è lacrimogena. Si idrolizza facilmente nell'aria umida e su materiali umidi (come i cibi), formando l'ossido di cloro-vinil-arsina, che, ingerito, distrugge le membrane mucose della bocca e del canale digerente; le lesioni a tali organi possono condurre al decesso per emorragia, oppure, cronicizzando, alla genesi di tumori molto maligni. Attraverso gli abiti il tossico penetra nei tessuti, dove produce avvelenamento sistemico, con effetti gravissimi, il più notevole dei quali consiste nell'inattivazione dell'enzima piruvico-ossidasi (a tale scopo sono sufficienti appena 0,5 cm³ di tossico). La lewisite reagisce con acqua, amine, alcali, ma la reazione più importante avviene con il gruppo sulfidrilico (-SH); tale affinità viene sfruttata dal 2,3-dimercapto-1-propanolo (B.A.L.), il quale forma, con la Lewisite, un composto stabile ciclico e non tossico, facilmente eliminabile, peraltro, dall'organismo. Se il BAL viene somministrato in tempo, esso neutralizza gli effetti del tossico, proteggendo gli enzimi e le proteine tessutali dall'effetto tossico dell'arsenico, essendo l'affinità della lewisite maggiore per il BAL di quanto non lo sia per i componenti organici. Il BAL si ottiene dalla condensazione dell'alcool allilico con bromo (glicerol-dibromidina), cui segue un trattamento con solfidrato di sodio sotto pressione, oppure, per idrogenazione del trisolfuro di idrossi-propilene. Trattasi d'un liquido d'odore pungente e disgustoso (di mercaptano), poco stabile (s'aggiunge benzoato di benzile per aumentarne la stabilità), ed è notevolmente tossico. Dev'essere somministrato per via intramuscolare a dosi di 2–5 mg / Kg di peso corporeo, ed i primi sintomi tossici compaiono già per 4 mg / Kg di peso corporeo. A causa di queste caratteristiche negative sono state compiute ricerche al fine d'ottenere derivati solubili in acqua non tossici, che potessero rilasciare il principio attivo dell'antidoto in situ. Questi lavori culminarono con la scoperta d'un composto che soddisfaceva tali requisiti, il B.A.L.-O-GLUCOSIDE, così poco pericoloso da esser iniettabile endovena.

Alla classe degli aggressivi enzimatici ed ematologici appartengono a questa categoria veleni noti dall'alba dei tempi: il monossido di carbonio (C=O) e l'acido cianidrico unitamente ai propri sali (cianuri).

Il monossido di carbonio è un gas ad azione subdola, essendo incolore, inodore, insapore; il soggetto non lo avverte, se non quando è ormai tardi (si presentano emicrania, tachicardia, astenia, visione confusa e progressivamente difficile, perdita di coscienza). Si sprigiona ogni qual volta materiale organico brucia in carenza d'ossigeno (C=O), perché normalmente, in presenza di quantitativi adeguati d'ossigeno, si forma biossido di carbonio, od anidride carbonica (O=C=O), notevolmente meno tossica. Infatti, generalmente l'atomo di carbonio mostra una valenza elettronica quadrivalente, mentre nel caso del monossido di carbonio tale valenza è bivalente. Il tossico agisce legandosi saldamente all'emoglobina (carbossiemoglobina, CO-Hb), essendo - a pressioni ed a temperature ordinarie (P = 1 atm.; T = 25 °C) circa 300 volte più affine a questa molecola dell'ossigeno, che costituisce il fisiologico substrato. Ciò significa che anche una sola molecola d'ossido di carbonio presente nell'ambiente si lega istantaneamente all'emoglobina, rendendola inservibile a trasportare ossigeno. Infatti, il tossico agisce sottraendo, ad ogni inspirazione del soggetto, una quota fissa d'emoglobina all'ossigeno, cosicché, nel tempo, si verifica un effetto addizionale: quando gran parte dell'emoglobina è stata inattivata (il globulo rosso impiega circa 120 giorni a produrne di nuova), ed è stata superata la riserva fisiologica disponibile di tale molecola, si manifestano i sintomi asfittici a carico dei tessuti. È da sottolineare che, normalmente, la distruzione stessa dell'emoglobina invecchiata da parte del fegato produce un'esigua aliquota di monossido di carbonio, che, però, è ben inferiore alla dose tossica. Mentre le emoglobine dei vertebrati sono pesantemente affini al monossido di carbonio, in quanto contengono Ferro, così non accade per gl'invertebrati, i cui pigmenti respiratori (emocianina) sono poco o nulla affini a questo gas tossico. Il gas è più pesante dell'aria, pertanto in ambienti chiusi o non aerati si stratifica in basso. Per allontanarlo è sufficiente l'aerazione del locale. I principi d'avvelenamento (fino alla perdita di coscienza) possono essere reversibili, ma occorre tempismo nel portare il soggetto intossicato sotto la tenda ad ossigeno (attrezzatura presente al pronto soccorso degli ospedali, dove l'ossigeno fluisce sotto pressione), od - alternativamente - in una camera iperbarica, dove l'elevata pressione dell'aria in essa contenuta consente una diffusione dell'ossigeno direttamente nel plasma, in grado così da solo di ossigenare i tessuti in assenza di emoglobina funzionante. L'emoglobina, fisiologicamente, lega il 97 % dell'ossigeno indispensabile all'organismo perché alla pressione atmosferica usuale (1 atm.) l'ossigeno risulta poco solubile nell'acqua di cui è composto il plasma; a pressioni atmosferiche elevate, invece, l'ossigeno ha sufficiente capacità di discioglimento in acqua. Il monossido di carbonio non ha importanza bellica, perché troppo poco persistente in ambienti aperti, dove non raggiunge la dose tossica essenziale allo scopo.

L'acido cianidrico e i suoi sali (cianuro di sodio e di potassio) agiscono con lo stesso metodo, avvelenando il mitocondrio, il compartimento intracellulare deputato alla produzione d'energia mediante ossidazione degli zuccheri (catabolismo ossidativo). Essi agiscono ad un livello successivo, rispetto al monossido di carbonio, nella catena di trasporto-utilizzo dell'ossigeno, seppure anche l'emoglobina venga avvelenata dall'acido cianidrico e dai suoi sali derivati.

L'impiego bellico dell'acido cianidrico è impossibile, perché valgono le medesime limitazioni del monossido di carbonio, essendo un gas troppo volatile e troppo riconoscibile (possiede un caratteristico odore di mandorle amare), per cui, a questo scopo, si preferisce l'acido cianogeno, che è molto meno volatile e libera il gruppo tossico (-CN) molto lentamente. I cianuri, essendo sali ottimamente idrosolubili, possono esser impiegati, invece, allo scopo di avvelenare riserve idriche ed acquedotti. Il gruppo -CN tende spontaneamente a cedere un doppietto elettronico, presente sull'azoto, a ioni metallici, in special modo a quelli bivalenti; poiché gli ioni metallici sono squisitamente accettori di elettroni, tale gruppo chimico mostra una spiccata affinità per tutti gli ioni metallici, ed in special modo per lo ione ferro. Lo ione ferro, di cui è ricco l'organismo, accetta preferibilmente il doppietto elettronico dal gruppo -CN, anziché dall'ossigeno, col tragico risultato che questo gas vitale resta inutilizzato, ed il soggetto colpito muore letteralmente asfissiato in breve tempo; è noto che l'avvelenamento da cianogeni presenta una tipica sintomatologia, ovvero spasmodica iperventilazione ("fame d'aria"), convulsioni, cianosi diffusa (a differenza dall'avvelenamento da monossido di carbonio, dove il soggetto colpito presenta un caratteristico colorito rubicondo). Il bersaglio d'azione del tossico è la catena respiratoria mitocondriale, composta dai citocromi (ferro-proteine in cui il ferro è trivalente, o "ferrico", anziché bivalente, o "ferroso", come nell'emoglobina); essi assumono, così, elettroni sia dall'ossigeno che dal cianogeno, ma quest'ultimo sottrae un'importante aliquota di citocromi alla loro fisiologica funzione ossidativa finalizzata alla produzione di energia; il risultato finale è che la cellula non riceve sufficiente energia per continuare i propri processi vitali.

Il gruppo -CN non raggiunge l'emoglobina poiché non è liposolubile, essendo lo ione ferro di quest'ultima sito in una "tasca" altamente idrofobica, ricavata dalla struttura terziaria della proteina (a contatto con lo ione ferro ci sono aminoacidi apolari idrofobici). L'affinità mostrata dal complesso Fe-CN è troppo grande rispetto all'omologa che s'instaura tra ferro ed ossigeno perché l'ossigeno possa spiazzare il tossico; il legame con il tossico risulta, così, praticamente irreversibile. La mancanza di comburente per un tessuto, come quello nervoso, che può soltanto utilizzare un metabolismo di tipo ossidativo per vivere, fa entrare subito in azione la reazione d'allarme del sistema nervoso centrale, con la tipica sensazione di "fame d'aria". Così come per il monossido di carbonio, la natura ha permesso all'organismo di metabolizzare e d'inattivare anche il gruppo cianogeno, purché presente in modeste dosi. Per il monossido di carbonio e per il gruppo cianogeno non vale appieno la legge d'Haber, perché la DL 50 è variabile (variabilità biologico-genetica) da soggetto a soggetto. Inoltre, il tempo di sopravvivenza è molto lungo, e, come precedentemente detto, minime dosi non sono affatto tossiche.

La terapia in caso d'avvelenamento da cianogeni si basa su un antidoto ubiquitario: l'emoglobina. Essa può fungere da falso bersaglio per il tossico ("falso recettore"), purché lo ione ferro venga ossidato da ferroso (bivalente) a ferrico (trivalente); ciò è ottenibile con la assunzione di agenti metaemoglobinizzanti (Met-Hb), come il nitrito, od alcuni additivi chimici presenti negli alimenti come antiossidanti od antifermentanti (nelle bevande). Si può giungere fino a trasformare metà del patrimonio emoglobinico normale in ciano-ß-emoglobina (cianoemoglobina o metemoglobina) senza che l'organismo ne soffra; però, non si può giungere a tali livelli, in quanto gli eritrociti contenenti la meta-emoglobina vengono lisati (distrutti) facilmente nella milza, ed il tossico, tornando in circolo, inevitabilmente, torna a colpire il suo bersaglio. Così si utilizza un tiosolfato od un iposolfito, che, reagendo col tossico, sostituiscono il gruppo -CN con lo zolfo, formando un composto idrosolubile, il tiocianato, non eccessivamente tossico, ed eliminabile per via renale con le urine.

L'acido fluoroacetico non è usato come aggressivo chimico, pur possedendo un'efficacia (letalità) elevatissima. Manca infatti di una caratteristica fondamentale, ovvero di un antidoto. Agisce come un falso metabolita, ingannando un enzima del ciclo di Krebs (il ciclo degli acidi tricarbossilici, ciclo di reazioni enzimatiche che conducono all'ossidazione totale dei metaboliti in acqua, anidride carbonica ed energia, che si svolgono nei mitocondri intracellulari). Esso viene accettato come se si trattasse dell'acetato, il vero metabolita, ingannando l'enzima ed inattivandolo perennemente. Si ha così il blocco totale ed irreversibile del ciclo di Krebs, e la cellula muore per l'impossibilità di produrre energia. L'avvelenamento conduce ad una drammatica ed immediata sintomatologia neuro-cardiaca (tachicardia con cardiopalmo, dolore toracico intenso, emicranie, confusione mentale, svenimento); il decesso avviene in pochi minuti. Non esiste terapia (ed è questo il principale ostacolo al suo impiego bellico), infatti soltanto dosi massicce del vero metabolita (acetato) possono salvare l'avvelenato, spazzando via il tossico dall'enzima; ma l'acetato, se viene somministrato a tali dosi, provoca acidosi ematica immediata e letale.

I gas asfissianti sono sostanze ormai obsolete, dal momento che penetrano soltanto attraverso le vie respiratorie, e sono facilmente neutralizzate dalle più comuni maschere antigas. Attaccano le vie respiratorie, in particolare il setto interalveolare e gli alveoli polmonari, causando edemi polmonari massivi, che risultano letali. Vengono disseminati sotto forma di vapori, e sono considerati gas d'attacco, perché hanno scarsa persistenza, e permettono così la conquista di trincee, casematte, postazioni, ecc. Il decesso si verifica in poche ore: il tossico attacca le mucose respiratorie in modo corrosivo; la risposta infiammatoria locale delle mucose si estrinseca come edema che impedisce la respirazione. Infatti, l'edema bronchiale e l'edema della glottide (laringe) con connesso spasmo muscolare provoca un quadro simil-asmatico, che impedisce fisicamente l'ingresso dell'aria nei polmoni. A ciò s'associa l'edema del setto interalveolare, che sfocia, superata la capacità del tessuto connettivo di cui è composto di legare acqua, in edema alveolare, dove l'acqua, libera, si riversa negli spazi alveolari impedendo all'ossigeno di fluire verso il sangue, e d'ossigenare, così, i tessuti.

Furono questi i primi aggressivi chimici utilizzati (per la precisione dai francesi, non dai tedeschi, come comunemente si crede ed erroneamente riportato in alcuni libri). Il primo attacco fu sferrato il 22 aprile 1915, con l'impiego di cloro e di fosgene, lasciati affluire da bombole lungo tutta la zona del fronte dove la direzione del vento era favorevole. L'uso, fatto in seguito, di bombe e di proiettili di artiglieria adatti per notevoli quantitativi di tossici chimici, e l'impiego di sempre nuove sostanze resero i gas d'attacco un'arma strategica di notevole insidiosità, e di possibile supremazia, ma molto pericolosa (era sufficiente una repentina inversione della direzione del vento per sospingere al mittente il tossico, con le prevedibili conseguenze).

Il cloro fu il primo e il più semplice gas tossico sperimentato in un conflitto. Aggredisce le prime vie respiratorie (non raggiunge gli alveoli polmonari), causando un'immediata irritazione, con sensazione di soffocamento. Venne sostituito dal fosgene, che è sei volte più tossico.

La cloropicrina è un liquido incolore, dall'odore molto pungente, ed altamente lacrimogeno. Si prepara facendo agire il cloruro di calce sull'acido picrico, da cui il nome dato al tossico. Fu utilizzato come lacrimogeno nel corso della prima guerra mondiale. Si rivela tossico se inalato per dieci minuti alla concentrazione di 2 mg per litro. È altresì impiegato in qualità d'insetticida fumigante contro gli insetti dei granai e del terreno.

I fosgenici hanno i medesimi effetti fisiologici, letali. Il fosgene si può spontaneamente formare a partire dal cloroformio, qualora venga esposto alla luce e lasciato a contatto con l'ossigeno atmosferico (il cloroformio è commercializzato in flaconi ambrati, di color scuro, per proteggerlo dalla luce, ed i flaconi vanno subito richiusi dopo l'uso). Qualche volta il primo contatto irrita le vie respiratorie, ma questo effetto generalmente passa con le successive inalazioni; parecchie ore dopo s'instaura un edema polmonare, ed il decesso sopraggiunge per soffocamento. La loro bassa tossicità e la difficoltà di maneggiarli a causa del basso punto d'ebollizione furono la causa della loro eliminazione come aggressivi chimici di guerra. Come per tutti gli altri irritanti respiratori ci si protegge facilmente ed integralmente con le moderne maschere antigas.

I neurogas o gas nervini sono gas con attività neurotossica sistemica appartenenti alla categoria degli anticolinesterasici. Essi agiscono alterando permanentemente l'enzima acetilcolinesterasi, bloccando, di fatto, le giunzioni neuromuscolari, tutte le sinapsi nervose che contengono tale enzima, e tutti i tessuti che esprimono recettori di tipo colinergico. L'inibizione dell'enzima, provoca un accumulo di acetilcolina, responsabile ultimo del decesso. Si verificano caduta della pressione ematica (sanguigna) in seguito a vasodilatazione massiva, spasmi e crampi bronchiali con sintomi di soffocamento, tosse persistente, movimenti oculari incoordinati, cianosi, vomito continuo, paralisi muscolare tonica con tetanismo (movimenti muscolari involontari ed inarrestabili). La gravità dei sintomi è direttamente proporzionale al quantitativo di tossico assorbito; il decesso, in ogni caso, sopraggiunge nello spazio di 2-10 minuti, principalmente per crisi cardiaca (con successivo arresto) e / o per asfissia da paralisi diaframmatica-intercostale.

A parità di peso, le armi tossicologiche sono da 150 a 200 volte più efficaci di quelle chimiche: ne bastano pochi grammi per provocare effetti letali sull'organismo. Gli agenti tossici (tossine) possono essere caricate in bombe ed in proiettili d'artiglieria, e possono, così, essere letali nei seguenti casi:

per Inalazione (come nel caso delle micotossine o del carbonchio).
per Irrorazione sui viveri e nelle acque (come nel caso dell'LSD e delle botulotossine).
per Contaminazione delle schegge dovute all'esplosione delle bombe e dei proiettili (come nel caso della tetanotossina e della tossina della cancrena gassosa), specialmente se caricati nelle bombe del tipo "a frammentazione", od in quelle "a saturazione-diffusione".
Si tratta di prodotti del metabolismo batterico, fungino, algale e vegetale. Tutti questi veleni possono esser dispersi nell'ambiente in vari modi, e sembra addirittura possibile fabbricare missili intercontinentali a testata tossica. Per la facilità di produzione, queste armi di genocidio vengono comunemente chiamate "l'atomica dei poveri".


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mercoledì 1 giugno 2016

IL BIAFRA

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La Repubblica del Biafra ebbe una vita breve come stato secessionista nel sud-est della Nigeria. Esistette dal 30 maggio 1967 al 15 gennaio 1970. Il Capo di Stato Maggiore annunciò formalmente la capitolazione il 12 gennaio. Il paese prese nome dal Golfo del Biafra, sul quale si affacciava.

Il Biafra fu riconosciuto solo da un piccolo numero di paesi durante la sua esistenza: Gabon, Haiti, Costa d'Avorio, Tanzania, Israele e Zambia. Malgrado la mancanza di un riconoscimento ufficiale, altri paesi fornirono assistenza militare al Biafra e in modo particolare Francia, Rhodesia e Sudafrica. L'aiuto del Portogallo fu cruciale per la sopravvivenza della repubblica. L'allora colonia portoghese di Sao Tomè e Principe divenne un centro di raccolta degli aiuti umanitari. La moneta del Biafra fu stampata a Lisbona, che era anche sede dei principali uffici d'oltremare del Biafra.

Nel gennaio 1966, ci fu in Nigeria un tentativo di colpo di Stato, che fu sanguinoso ma di breve durata. Dal momento che quasi tutti gli ufficiali igbo (o ibo) dell'esercito nigeriano erano sopravvissuti, si sospettò che fossero stati proprio loro a provocare il colpo di Stato, e nei mesi di maggio e settembre 1966, gli ibo immigrati nel nord della Nigeria furono vittime di uccisioni di massa. Quasi tutta la popolazione ibo, stimata allora in 11 milioni, viveva in quello che era la regione est della Nigeria, amministrata da un governatore militare ibo, il tenente colonnello Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu. Egli dichiarò la regione uno stato indipendente con capitale Enugu e le sue truppe iniziarono a confiscare le risorse federali, come per esempio i veicoli postali in entrata.

La Nigeria rispose inizialmente con un blocco economico e invase il territorio il 6 luglio 1967. Nella successiva guerra civile, le truppe del Biafra compirono delle incursioni a ovest, in territorio nigeriano, nei mesi di luglio e agosto. Le truppe nigeriane, però, si difesero e contrattaccarono, avanzando in Biafra e obbligando il governo a trasferire ripetutamente la capitale da Enugu ad Aba e poi a Umuahia verso la fine dell'anno, e infine a Owerri nel 1969. Sempre in quell'anno, il 9 maggio vi fu una strage presso una base ENI, dove morirono 10 tecnici italiani e uno arabo.

Dal 1970, il Biafra è stato sconvolto dalla guerra e si trovò ad avere una grande necessità di viveri. In pieno collasso militare ed economico, Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu fuggì dal paese e il resto del territorio della repubblica fu reincorporato nella Nigeria. Si ritiene che circa un milione di persone siano morte nel conflitto, soprattutto a causa della fame e delle malattie.

Dopo la guerra, per cancellarne anche il nome, il governo nigeriano rinominò il Golfo del Biafra come Golfo di Bonny. La Nigeria non concesse l'indipendenza perché è in questa regione sud-orientale che esistono i maggiori giacimenti di petrolio del Paese. Si può notare inoltre che molti Stati hanno cercato di impadronirsene così da poter avere guadagni superiori alla ricchezza dello Stato.



Nel 1999 il giornale Guardian of Lagos riferì che il Presidente Olusegun Obasanjo commutò in pensionamento il congedo di tutti i militari che avevano combattuto per la secessione del Biafra. In una trasmissione su una rete televisiva nazionale, disse che la decisione si fondava sulla convinzione che la giustizia deve sempre essere temperata dalla misericordia. Si deve anche considerare il fatto che durante l'anno precedente questa dichiarazione c'era stato un ritorno del sentimento pro-Biafra in una parte della popolazione igbo che sosteneva di essere stata emarginata nella federazione nigeriana.

Ridimensionato il problema di Boko Haram, chissà poi quanto, il nuovo problema per il governo della Nigeria si chiama Biafra ed è, in realtà, una questione mai risolta.

Recentemente il Biafra è nuovamente tornato agli onori delle cronache, anche internazionali, per le proteste della popolazione contro il governo centrale di Abuja e si è riaccesa quella fiamma secessionista della Repubblica del Biafra, già teatro dal 1967 per tre anni di una sanguinosa guerra civile. Nel 1999 Olusegun Obasanjo vinse le elezioni presidenziali grazie anche a un supporto consistente da parte delle regioni di etnia Igbo ma oggi la Nigeria è un paese molto diverso da quello di 16 anni fa: Boko Haram è costata molto in termini economici e militari al governo nigeriano e la guerra contro l'estremismo islamista nel nord del Paese ha lasciato indietro alcune questioni che erano solo “in sospeso”, tra cui proprio l'autonomia della regione del Biafra.

Il Biafra, tra l'altro, è la regione della Nigeria più ricca di risorse naturali, leggasi petrolio, e come è facile immaginare buona parte delle frizioni tra la popolazione del Biafra e Nigeria riguardano proprio lo sfruttamento, la gestione e la ripartizione dei benefici economici dell'estrazione petrolifera. Il leader separatista del Biafra Nnamdi Kanu è stato accusato dalla polizia segreta nigeriana e dalle autorità di Abuja di “incitamento alla rivolta etnica”, per questo più volte arrestato, e può vantare un seguito non indifferente tra la popolazione della regione nigeriana. “Il principe” Kanu, come viene chiamato per via del suo sangue blu, è il leader riconosciuto dei Popoli Indigeni del Biafra (IPOB) e attualmente è imprigionato dal 14 ottobre 2015 dal governo federale della Nigeria e accusato di tradimento, cosa che alimenta fortemente le tensioni nel Biafra.

Il Biafra è una polveriera fin troppo dimenticata e che potrebbe presto trasformarsi in un vero e proprio conflitto: è quindi importante vigilare attentamente affinché entrambe le parti diano chiare garanzie sul rispetto dei principi umanitari essenziali, senza i quali l'escalation di violenza potrebbe diventare tanto repentina quanto pericolosa per l'intera zona.


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venerdì 6 maggio 2016

I CARABINIERI



Vittorio Emanuele I di Savoia, durante un soggiorno a Cagliari all'inizio del XIX secolo, pensò alla creazione di un nuovo corpo militare così, dopo il suo rientro a Torino, nel 1808 venne creato il Corpo dei Moschettieri di Sardegna; i primi effettivi furono scelti fra quelli dell'Armata Sarda che si erano distinti nella repressione del brigantaggio in Sardegna e che più si erano distinti per buona condotta e saviezza e che sapessero anche leggere e scrivere.

Con le Regie Patenti del 13 luglio 1814, integrate con altre emanate il 15 ottobre 1816, il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoia istituì i Corpo dei Reali Carabinieri, un corpo armato che, sul modello della Gendarmerie nationale francese, aveva compiti sia civili (ordine pubblico e polizia giudiziaria) che militari (difesa della Patria e polizia militare). Gli ufficiali furono scelti per la gran parte dall'Arma di cavalleria, la più prestigiosa dell'esercito sabaudo e vennero considerati un corpo d'elite; dal punto di vista militare si trattava invece di un corpo di fanteria leggera, così detto dall'arma d'ordinanza adottata, la carabina. Il primo comandante in capo del Corpo fu il Generale d'Armata Giuseppe Thaon di Revel di Sant'Andrea, nominato il 13 agosto 1814.

Il 23 aprile 1815, quindi appena 9 mesi dopo la loro istituzione, perì in servizio il primo di una lunga lista di Carabinieri: Giovanni Boccaccio fu ucciso a Vernante (Cuneo) (Il luogo indicato non esiste, poiché Vernate si trova in Lombardia, in provincia di Milano. Probabilmente si tratta di Vernante, che è realmente in provincia di Cuneo) con un colpo di fucile da un pericoloso fuorilegge evaso dal carcere di Cuneo, Stefano Rosso, detto "il Sardo". Il 25 giugno 1815 con decreto del dal re Carlo Alberto di Savoia vennero adottati i colori del pennacchio (lo scarlatto e il turchino).

In questo progetto si prevedevano molteplici compiti che, in un italiano un po' più moderno del testo originale, suonano così: «Si farà ogni giorno da due carabinieri d’ogni Brigata a cavallo un giro di pattuglia sulle strade principali, quelle di traversa, sulle strade vicinali, nei comuni, casali, cascine ed altri luoghi del distretto di ciascuna Brigata... I Marescialli e Brigadieri marceranno coi Carabinieri per i suddetti giri di pattuglia, anche per i compiti di servizio sia ordinario che straordinario... I Carabinieri arresteranno i malviventi di qualunque specie anche se semplicemente sospetti, colti in flagrante contro i quali la voce dei cittadini richiederà la loro azione».

I casi straordinari d'intervento dei costituendi carabinieri comprendevano anche: furti con scasso, commessi da bande di malviventi, incendi ed assassini; rapine a corrieri governativi, diligenze cariche di munizioni o soldi dello Stato; rapimenti; repressione dello spionaggio; repressione del contrabbando e dell'accaparramento di granaglie e viveri; lotta ai falsari. Il progetto prevedeva la formazione di una sorta di Ministero degli Interni, detto “Buon Governo", con la funzione di sovrintendere all’apparato di polizia, di cui i carabinieri sono la forza militare a disposizione.

Tutto questo lavoro di preparazione culminò con la promulgazione delle Regie Patenti del 13 luglio 1814, che segnarono la nascita dei Carabinieri. Le patenti costituivano un atto ufficiale con il quale si dava formalmente il via a progetti di particolare rilievo per lo Stato e si stabilivano compiti e competenze per il progetto in questione.

Il preambolo dello storico documento, che ci siamo preoccupati di aggiornare nel frasario. esprime in modo sufficientemente chiaro e intelligibile le circostanze della nascita del Corpo dei Carabinieri Reali.

«Per ristabilire ed assicurare il buon ordine, e la pubblica tranquillità, che le passate disgustose vicende hanno non poco turbata a danno dei buoni e fedeli Nostri sudditi, abbiamo riconosciuto che sia necessario mettere in atto tutti quei mezzi, che possono essere confacenti per scoprire e sottoporre al rigore della Legge i malviventi ed i male intenzionati, e per prevenire le perniciose conseguenze, che da simili soggetti, sempre odiosi alla Società, possono derivare a danno dei privati cittadini, e dello Stato. Abbiamo già a questo fine dato le Nostre disposizioni per stabilire una direzione generale di Buon Governo, specialmente incaricata di vigilare al mantenimento della sicurezza pubblica e privata, e di affrontare quei disordini, che potrebbero turbarla. E per avere i mezzi più pronti ed adatti allo scopo prefisso con una forza ben distribuita.

Abbiamo pure ordinato la formazione (che si sta compiendo) di un Corpo di militari, distinti per buona condotta e saggezza, chiamati col nome di Corpo dei Carabinieri Reali. Essi avranno le speciali prerogative, attribuzioni, ed incombenze finalizzate allo scopo di contribuire sempre più alla maggiore prosperità dello Stato, che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni e fedeli Sudditi nostri, e dalla punizione dei colpevoli». Tra gli articoli che segneranno profondamente la natura dell'istituzione per i secoli successivi vanno anche citati

l'articolo 6: «Le deposizioni dei Nostri carabinieri Reali avranno la stessa forza delle deposizioni dei testimoni»;
l'articolo 11: «I carabinieri Reali non potranno essere distolti dalle Autorità Civili o Militari dall'esercizio delle loro funzioni, salvo in circostanze di urgente necessità, nel qual caso dovrà essere inviata al Comandante del Posto una motivata richiesta scritta, cui lo stesso Comandante dovrà aderire»;
l'articolo 12: «Il Corpo dei Carabinieri Reali sarà considerato nell'Armata il primo fra gli altri, dopo le Guardie del Corpo».
Quello che si configura nelle Regie Patenti del 13 luglio 1814 é dunque un corpo di élite, con ampie competenze in materia di ordine pubblico, la cui funzione di protezione della stabilità interna è considerata talmente importante da venir solo dopo la salvaguardia della persona del sovrano stesso. Questa posizione di preminenza dell'Arma verrà riconfermata in tutti i regimi successivi, fatta eccezione per quello fascista che istituì (ma senza troppo successo, va precisato) un contraltare nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN).

Nei primi dell'agosto 1814 veniva emanato l'apposito "Regolamento per l'istituzione del Corpo", in cui sono fissati e specificati molti ruoli già delineati negli studi preparatori di giugno.

Sempre in quei giorni (3 agosto) una Lettera Patente nomina Presidente Capo di Buon Governo il Generale d'Armata Giuseppe Thaon di Revel di Sant'Andrea, il quale è contemporaneamente Governatore della città, cittadella e provincia di Torino. In quanto Presidente del Buon Governo, il Thaon di Revel è da considerare anche il primo comandante generale del corpo. Sei giorni dopo, insieme alla nomina del "Signor Conte Provana di Bussolino, colonnello comandante d'esso Corpo" con l'incarico di procedere alla formazione del medesimo ed all'assegnazione degli incarichi, la Determinazione sovrana (9 agosto) stabilisce l’articolazione del Corpo in carabinieri a cavallo e carabinieri a piedi, nonché i lineamenti generali della divisa.
La forza con cui i carabinieri cominciano ad operare é di 27 ufficiali e 776 tra sottufficiali e truppa (che allora venivano chiamati Bass'uffiziali e bassa forza). Più precisamente gli ufficiali comprendono: un colonnello con il suo aiutante maggiore, quattro capitani, dieci luogotenenti (attuali tenenti), dieci sottotenenti ed un quartiermastro. Quest'ultimo aveva funzioni logistico-amministrative e si occupava, fra le altre cose, di vitto, casermaggio e assegni. I sottufficiali erano: quattro marescialli d'alloggio a piedi e tredici a cavallo, cinquantuno brigadieri a piedi e sessantanove a Cavallo ed infine 277 carabinieri a piedi e 367 a cavallo. Il maggiore costo della forza montata rispetto a quella appiedata era compensato dalla superiore mobilità e dal maggiore raggio di azione e controllo. Non dobbiamo dimenticare che un uomo a piedi non supera una velocità media di cinque chilometri orari.
Il Corpo venne articolato in Divisioni (corrispondenti agli attuali gruppi territoriali), una per provincia e comandata da un capitano. Ne furono previste dodici, ma quelle costituite immediatamente furono soltanto sei: Torino, Savoia, Cuneo, Alessandria, Nizza e Novara. Ogni divisione aveva sotto di sé una serie di Luogotenenze, guidate da un luogotenente o da un sottotenente. Queste coordinavano l'ultimo anello ordinativo della catena, le Stazioni, che erano capillarmente distribuite su tutto il territorio e comandate da marescialli o brigadieri.

L'obiettivo di costituire una prima linea di difesa territoriale e di coprire sistematicamente il territorio per il controllo della criminalità fu considerato di primaria importanza ed è rimasto praticamente lo stesso fino ai nostri tempi.

Come per tutti i corpi scelti, e in particolar modo per quelli addetti alla sicurezza interna, si pose il problema molto delicato dei criteri di reclutamento.

Da un lato il problema veniva risolto dando accesso quasi esclusivo a chi avesse prestato servizio per quattro anni in altri corpi. Diversamente da quanto avviene oggi (accesso per concorso diretto e reclutamenti annuali con la leva), quella disposizione garantiva la presenza di persone che fossero già pienamente formate alla disciplina ed alla vita militare. La validità di questo concetto è stata ripresa nel corso di questi ultimi due anni da diverse proposte che mirano a restringere nuovamente il reclutamento di tutti i corpi di polizia solo ai volontari a ferma biennale nei corpi militari.

Due ulteriori filtri per l'aspirante carabiniere di allora erano rappresentati dal requisito di statura pari a non meno di 39 oncie (circa un metro e settantacinque) e da quello di saper leggere e scrivere. In un'epoca nella quale l'analfabetismo toccava valori normali almeno dell'80 per cento e la statura media risentiva di una dieta povera di proteine e lipidi, si trattava di requisiti davvero molto severi. Non meno importanti erano naturalmente le caratteristiche politiche del personale reclutato. Molti elementi della precedente Gendarmeria erano stati esonerati dal servizio di quel corpo perché ritenuti fedeli alla monarchia sabauda o perché sospettati di liberalismo dall'occhiuta polizia politica napoleonica. Proprio questi costituirono un nucleo fedele di appartenenti alla neonata istituzione. Altrettanto attenta era la scelta degli ufficiali, anche se si fece particolare attenzione alla loro competenza acquisita nelle armate napoleoniche.

Così la Determinazione sovrana del 9 agosto 1814 fissava con precisione l'armamento nel suo undicesimo articolo: «L'armamento per gli individui del Corpo dei Carabinieri Reali deve consistere in una carabina per quelli a cavallo, ed un fucile per quelli a piedi della qualità la più leggera. Avrà ognuno di essi individui una sciabola, col cinturone a tracolla ... ; ed inoltre per quelli. a cavallo due pistole di fonda». Con il successivo "Regolamento per gli uniformi" (8 novembre) l'armamento fu ulteriormente specificato.
E’ anche facile comprendere che con queste armi era necessario un addestramento meccanico, quasi ossessivo, per tirare con celerità e freddezza sotto il fuoco nemico, e soprattutto che, dopo un po' di fucilate, l'arma risolutiva restava quella bianca, baionetta o sciabola.

Le pistole funzionavano con lo stesso principio, ma non venivano portate sulla persona, bensì agganciate alla sella nella fonda, da cui derivò l'attuale fondina.
Severi erano i regolamenti per il taglio dei capelli e per quel che riguardava barba e baffi. Non si trattava, come potrebbe sembrare, soltanto di una fissazione più o meno tipicamente militare per l'uniformità (la stessa uniforme ha proprio questo significato), ma una preoccupazione di carattere igienico e politico.

Il taglio corto dei capelli si rivelava indispensabile per ragioni estetiche e di disciplina, ma anche e soprattutto per il controllo e l'eliminazione dei pidocchi, una piaga diffusissima in tempi nei quali i livelli di igiene erano molto bassi e non esistevano pesticidi o shampoo efficaci.

Invece capelli e basette lunghi, insieme ai baffi ed al pizzetto, avevano connotati indiscutibilmente rivoluzionari. Non è un caso che tanti patrioti del Risorgimento avessero capelli lunghi e portassero la barba. Chiunque poi ricordi il '68 saprà che anche allora si poteva agevolmente distinguere a colpo d'occhio l'affiliazione politica di uno studente semplicemente dall'insieme del suo abbigliamento.

Il nuovo corpo fu impegnato sul campo per la prima volta nella battaglia di Grenoble, durante l'ultima campagna militare contro Napoleone Bonaparte. Il 6 luglio 1815 un loro squadrone di cavalleria caricò le truppe francesi per il possesso di una piazzaforte alla periferia di Grenoble, mettendole in rotta e contribuendo in modo decisivo alla vittoria.

In quella battaglia si distinse Gerolamo Cavasola, ed il valore dei carabinieri fu dichiarato "maggiore di ogni elogio". Durante quello steso scontro il carabiniere Alessi che per alcuni giorni era stato fatto prigioniero, e riuscito a fuggire fu proposto per la medeglia d'argento.

Nella seconda metà del XIX secolo il Regno di Sardegna giocò un ruolo di primo piano nell'unità d'Italia; durante il Risorgimento tra gli episodi più famosi che videro l'impegno del Corpo ci fu l'invasione della Savoia del 3 febbraio 1834 da parte di un gruppo di fuoriusciti italiani finanziati da Giuseppe Mazzini reduci dei moti del 1821. Questi catturarono il carabiniere a cavallo Giovanni Battista Scapaccino e poi lo uccisero perché si rifiutò di unirsi a loro con il gesto simbolico di gridare "Viva la Repubblica!", preferendo tener fede fino in fondo al giuramento fatto al Re. Alla sua memoria fu conferita una medaglia d'oro al valor militare, la prima in assoluto ad essere registrata sull'albo d'onore dell'Armata Sarda.

In quegli anni le guerre si susseguirono alle guerre e per le riconosciute prove di fedeltà ed efficienza già dimostrate, i Carabinieri furono scelti per assicurare la protezione del Re sui campi di battaglia. Proprio nello svolgimento di questo delicatissimo compito, il 30 maggio 1848 a Pastrengo, durante la prima guerra d'indipendenza, i carabinieri diedero prova di coraggio con la famosa carica: quando il maggiore Alessandro Negri di Sanfront, comandante dei tre squadroni a cavallo di scorta, si accorse che gli austriaci si stavano pericolosamente avvicinando alla postazione occupata dal Re, ordinò una carica (a cui partecipò il re stesso), respingendoli. Questo episodio contribuì in modo determinante alla vittoria finale. La guerra fu persa, ma la successiva partecipazione alla guerra di Crimea riuscì a dare un peso internazionale al Regno di Sardegna. Si combatté, poi, la seconda guerra d'indipendenza, seguita dall'annessione dei piccoli regni in cui l'Italia settentrionale era divisa e dalla spedizione dei Mille e la conquista del centro-sud.



In tutte queste vicende i carabinieri furono sempre protagonisti in qualità di soldati, svolgendo compiti di scorta, di polizia militare, di intelligence, combattendo in prima linea ed adempiendo diversi compiti, tra cui gli arresti di Garibaldi nel 1867.

Per quanto riguarda la sicurezza pubblica, durante il processo di unificazione, onde evitare l'impressione di un'occupazione si attuò un'accorta politica dei piccoli passi: man mano che un nuovo Stato cadeva vi si istituiva un Corpo di carabinieri locale arruolando una parte dei tutori dell'ordine che già vi operavano, come ad esempio Corpo di carabinieri della Toscana.

Nel 1861 l'unità politica era largamente conseguita (Veneto e Stato della Chiesa a parte), e si riunificò anche formalmente la struttura militare e di pubblica sicurezza: il 4 maggio quando l'Armata Sarda divenne Regio Esercito, i diversi corpi di carabinieri confluirono nell'Arma dei Carabinieri Reali che ne divenne la Prima Arma.

In quegli anni i carabinieri si trovarono impegnati soprattutto nel contrastare i briganti, un fenomeno a metà tra il malavitoso e la lotta contro le nuove istituzioni, particolarmente diffuso nei territori che erano stati del Regno delle Due Sicilie, del Granducato di Toscana e della stessa Sardegna. Tra le altre spicca la figura del capitano dei carabinieri Chiaffredo Bergia che per i suoi successi, raggiunti con operazioni solitarie svolte per lo più sotto copertura, si meritò una croce di cavaliere dell'ordine militare d'Italia, una medaglia d'oro, tre d'argento e due di bronzo al valor militare, 15 encomi ed innumerevoli menzioni solenni.

Nonostante lo smacco della terza guerra di indipendenza italiana, si riuscì a completare anche la l'unificazione con l'annessione del Veneto (1866) e Roma con il Lazio (1870) con i carabinieri accanto ai Bersaglieri durante la Breccia di Porta Pia.

Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale l'Arma continuò a dividersi tra compiti militari e civili, in patria ed anche all'estero. Nel 1872 in Eritrea si svolse la loro prima missione fuori dai confini durante la sfortunata avventura coloniale italiana. Proprio nella Colonia eritrea vennero costituiti nel 1888 gli zaptié, i carabinieri indigeni, poi reclutati in tutte le colonie italiane. Di quegli anni è anche la prima missione di peace-keeping (Creta, 1897). In Italia si distinsero soprattutto per il soccorso alle vittime del terremoto che colpì lo stretto di Messina nel 1908: in quell'occasione l'Arma fu definitivamente appellata Benemerita, aggettivo associato a loro per primo dal deputato Soldi già nel 1864.

Tra gli altri eventi da ricordare di questo periodo ci sono:

l'istituzione della Banda dell'Arma dei Carabinieri Reali (1862)
l'istituzione dei Carabinieri Guardie del Re (1870) poi Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica (meglio noti come corazzieri)
la fondazione dei primi giornali che trattavano la vita dell'Arma:
Il Carabiniere (1873)
Il Monitore dei Carabinieri Reali (1887)
L'Album del Carabiniere Reale (1887)
la nascita, il 1º marzo 1886, dell'Associazione di mutuo soccorso dei carabinieri reali, antenata dell'odierna Associazione nazionale carabinieri.

L'Italia arrivò alla prima guerra mondiale formalmente schierata con la Triplice alleanza ma la promessa di riconoscimenti territoriali da parte della Triplice intesa, dopo un periodo di neutralità, indussero un deciso cambio di fronte.

I carabinieri furono protagonisti di atti di valore e sacrificio (quanto tragicamente inutile) quali l'assalto alla quota 240 del monte Podgora del 19 luglio 1915 ed il mantenimento della posizione in inferiorità numerica ed in condizioni igienico-sanitarie precarie.

Più che come corpo combattente però i carabinieri furono utilizzati nel loro ruolo di polizia militare durante tutto il conflitto. Durante tulle le operazioni belliche furono impiegati nelle fucilazioni costringendo i soldati delle trincee allo scoperto nei molte volte inutili assalti comandati dal generale Cadorna che costarono centinai di migliai di morti ai soldati italiani. Per scagionarsi Luigi Cadorna (il comandante supremo) non esitò a diffondere un disonorante comunicato che attribuiva la disfatta alla viltà dei soldati, ordinandone la decimazione sul campo, la cui esecuzione ricadde a volte nuovamente sulle spalle dei carabinieri.

Alla fine i Carabinieri morti furono 1423 e 5245 quelli feriti. Anche per onorarli, il 5 giugno 1920 fu concessa alla bandiera dell'Arma la sua prima medaglia d'oro al valor militare.

I primi anni del dopoguerra furono caratterizzati da un'accesa contrapposizione politica, fra la sinistra che sognava la Rivoluzione russa dell'ottobre 1917 e il fascismo nascente, registrando numerosi caduti.

Per far fronte ai tumulti, i carabinieri costituiscono nel 1921 i battaglioni mobili, reparti specializzati per affrontare situazioni in cui l'ordine pubblico è minacciato da folle di dimostranti; in altre occasioni i comandanti delle singole caserme dei carabinieri si opposero alle violenze squadriste come avvenne a Cittadella nel Veneto o alle violenze delle Guardie rosse comuniste come nella riconquista di Empoli dove collaborarono con i fascisti.

Salito al potere Mussolini, questi cercò di mettere in ombra il ruolo dell'Arma dei Carabinieri (dei quali poco si fidava a causa della loro fedeltà al potere monarchico) istituendo una Milizia volontaria per la sicurezza nazionale ed infiltrando lo stesso Corpo degli agenti di pubblica sicurezza. Impose, inoltre, lo scioglimento dei Battaglioni mobili (1923) e, nel tempo, una diversa distribuzione delle competenze: accrescendo la consistenza di milizia e polizia nelle città, relegò sempre più i carabinieri nelle zone rurali.

All'interno dei confini nazionali questi furono anche gli anni della guerra alla mafia siciliana combattuta al fianco di Cesare Mori ("il prefetto di ferro"), dei successi contro i banditi sardi e calabresi e soprattutto è coniato lo stemma araldico (1936).

Il 6 giugno 1937 venne inaugurato e aperto al pubblico il Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri " depositario privilegiato dei cimeli, documenti e ricordi che testimoniano l'azione svolta dall'Arma in pace e in guerra". La solenne cerimonia si tenne nella palazzina, di piazza del Risorgimento nel rione Prati a Roma, che fino a quel momento aveva ospitato, a partire dal 1906, la Scuola Allievi Ufficiali dei Carabinieri.

Fuori dai confini l'Italia, con l'appoggio della Germania di Hitler ma contro la Società delle Nazioni, si lanciò nella conquista di un "posto al sole" occupando Eritrea, Abissinia e Somalia (la cosiddetta Africa Orientale Italiana), seguita dall'annessione dell'Abissinia con la guerra d'Etiopia dove caddero in combattimento 208 carabinieri (distinguendosi soprattutto nella seconda battaglia dell'Ogaden del 1936). In tutti questi teatri i carabinieri prima parteciparono ai combattimenti e poi furono incaricati di estendere nei nuovi possedimenti la loro struttura territoriale per garantire la sicurezza e la convivenza pacifica.
Per il valore dimostrato alla bandiera dell'Arma dei Carabinieri fu concessa la prima croce di cavaliere dell'ordine militare d'Italia.

Merita di essere ricordata anche una nuova missione all'estero nel 1935 per garantire la regolarità del referendum sull'Autodeterminazione della Saar.

In seguito alla dichiarazione di guerra del giugno 1940 di Mussolini a Francia e Inghilterra, i carabinieri combatterono su vari fronti: Africa Orientale e Settentrionale, Balcani, Grecia, Russia. Tra i tanti episodi si ricordano soprattutto le battaglie:
di Culqualber in Abissinia (21 novembre 1941) dove il 1º Gruppo Mobilitato dei Carabinieri, senza munizioni e senza rifornimenti da mesi, si immolò quasi interamente combattendo all'arma bianca contro gli inglesi che alla fine gli tributarono l'onore delle armi.
di Eluet El Asel (19 dicembre 1941) dove 400 paracadutisti dei carabinieri appiedati fermarono l'avanzata inglese dando il tempo al grosso dell'armata italo-tedesca di ritirarsi in buon ordine.
Numerosi furono anche gli atti di coraggio dei singoli come quello del carabiniere Giuseppe Plado Mosca che ad Arbusow (Russia Bianca), trascinò con il suo esempio i soldati italiani prostrati dal freddo e dalla fame fino a rompere l'accerchiamento delle truppe russe (22 dicembre 1942), riprendendo la loro disperata ritirata.

Quando Mussolini rassegnò le sue dimissioni nelle mani del Re Vittorio Emanuele III il 25 luglio 1943 dopo essere stato messo in minoranza nella seduta del Gran consiglio del fascismo della notte precedente, uscendo dal Quirinale trovò alcuni carabinieri ad attenderlo per arrestarlo. Furono i carabinieri a tenere in arresto Mussolini sul Gran Sasso fino alla sua liberazione ad opera di paracadutisti tedeschi.

Il Comando generale dell'Arma, prevedendo i tempi difficili che si stavano avvicinando, già il 10 luglio avevano emanato una direttiva che, richiamando il Diritto Bellico Internazionale, ricordava che in qualsiasi circostanza i carabinieri della territoriale devono espletare i loro compiti istituzionali rimanendo al loro posto a fianco della popolazione civile ed assicurare la protezione degli impianti industriali e di pubblica utilità e i carabinieri assegnati alle unità delle forze armate devono seguirne la sorte.
Arrivò l'8 settembre 1943 e l'armistizio con gli Alleati a cui seguirono momenti di grande confusione di cui seppero far tesoro i tedeschi che, meglio organizzati, armati e soprattutto informati, in pochi giorni catturarono e deportarono migliaia di carabinieri italiani, in particolare si ricorda la deportazione del 7 ottobre 1943 di circa 2500 Carabinieri stanziati a Roma che, senza ordini ed abbandonati a sé stessi, non sapevano cosa fare. A Cefalonia la Divisione Acqui fu quasi annientata, le sei divisioni destinate alla difesa di Roma si dissolsero e gli unici a mantenere le loro posizioni furono il Battaglione Allievi Carabinieri ed i Granatieri di Sardegna.

Nei territori controllati dalla RSI I carabinieri nel dicembre 1943 furono inquadrati all'interno della Guardia nazionale repubblicana. Nonostante il clima confuso i carabinieri per la maggior parte rimasero al loro posto. Alcuni di essi, dietro la veste istituzionale, erano anche partigiani e fiancheggiavano o capeggiavano intere formazioni, e contribuirono alla Resistenza (La sola Banda Caruso all'inizio del 1944 ne raccoglieva ben 5.766). Gli esempi del loro spirito di abnegazione sono innumerevoli: Salvo D'Acquisto e Giotto Ciardi, i carabinieri delle stazioni di Fiesole e di San Benedetto del Tronto, i 12 Carabinieri del presidio di Bretto di Sotto.

Alla fine della guerra tra i carabinieri si contarono 4.618 caduti, 15.124 feriti e 578 dispersi. Di questi 2.735 perirono durante la Resistenza e la Lotta di Liberazione ed altri 6.521 restarono feriti. Per il contributo dato alla Resistenza, il 2 giugno 1984 alla bandiera dell'Arma dei Carabinieri è stata concessa la terza medaglia d'oro al valor militare.

Finita la guerra i carabinieri soffrivano profondi problemi di organizzazioni, dovuti anche alle difficoltà indotte dalla ricompattazione dopo lo smembramento del periodo 1943-1945 da cui avevano difficoltà ad uscire. Dopo il referendum del 2 giugno 1946 cambiarono denominazione da "Carabinieri Reali" a "Arma dei Carabinieri".

Dopo aver affrontato gli scontri di piazza dell'immediato dopoguerra ed il terrorismo separatista alto atesino e il banditismo siciliano, negli anni sessanta è nominato comandante generale il generale Giovanni De Lorenzo che avviò piani di riorganizzazione dell'Arma, al fine di renderla più adeguata a fronteggiare le minacce del terrorismo eversivo e della criminalità organizzata.

La fine della guerra portò strascichi di odio che, per via delle tante armi ancora in circolazione, facilmente si trasformava in efferata violenza. Nella loro lotta quotidiana per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblici, nel 1946 ben 101 carabinieri furono uccisi in servizio ed altri 757 furono feriti.
Per fronteggiare la difficile situazione, i carabinieri ricostituirono i loro Battaglioni mobili composti da 9.000 uomini. In ossequio ai risultati del referendum del 2 giugno, il 13 successivo re Umberto II lascia l'Italia non prima di aver sciolto i Carabinieri Reali dal particolare giuramento di fedeltà che li legava alla sua persona.
L'Esercito Regio rinasce nell'Esercito italiano e l'Arma dei Carabinieri Reali venne rinominata "Arma dei Carabinieri", la prima arma del nuovo esercito.

L'8 dicembre del 1949 è un'altra data simbolica per i carabinieri: papa Pio XII, su richiesta del monsignor Carlo Alberto di Cavallerleone (ordinario militare), proclama la Madonna Virgo Fidelis patrona dei carabinieri e fissa al 21 novembre la ricorrenza (anniversario della battaglia di Culquaber).

Quelli erano anche gli anni del terrorismo promosso dal separatismo alto atesino del Comitato per la liberazione del Sudtirolo e del banditismo siciliano di Salvatore Giuliano. I carabinieri risposero a questa sfida formando la Compagnia speciale antiterrorismo a Nord e partecipando, insieme alla Polizia, al Corpo forze repressione banditismo del colonnello dell'Arma Ugo Luca sull'isola.

In entrambi i casi vi furono svariati attentati contro le caserme e le pattuglie dei carabinieri. Nel 1950 fu costituito il Gruppo Carabinieri Somalia nel corso dell'amministrazione fiduciaria italiana del paese africano. Appartenente alla Legione CC di Napoli, restò fino al 1960.

Nel 1962 Giovanni De Lorenzo è nominato comandante generale dell'Arma.
Assunto il comando dell'Arma, presiedette la prima riunione dello stato maggiore confrontandosi con una variegata compagine di ufficiali che, anche nelle uniformi descrivevano le condizioni di confusione nella quale comandi, strutture e procedure dei carabinieri si trovavano da dopo la disfatta bellica, facendo fatica a riorganizzarsi: la guerra persa, nonostante fossero passatati quasi 20 anni, sortiva ancora effetti di non poca gravità, sia nelle esigenze di ricostruzione e riorganizzazione, sia nelle ambascie economiche, che costringevano lo Stato a fare affidamento sui prestiti americani.

Cominciò, così, con l'uniformazione delle uniformi e la richiesta allo staff dello stato maggiore di indicare le ortodosse uniformi ordinarie per ufficiali, sottufficiali e truppa. Proseguì snellendo la burocrazia e l'amministrazione e curò particolarmente la formazione destinando i suoi migliori ufficiali, per periodi più o meno lunghi, alle scuole così che fossero, usando una sua espressione, più preparate a prepararli.

Approfittando della recrudescenza della criminalità nelle città, rinegoziò l'accordo Carcaterra che destinava i Carabinieri alle zone rurali e la Polizia alle aree metropolitane, creò le gazzelle, intuì l'importanza dell'uso degli elicotteri non solo per assolvere compiti militari ma anche di ordine pubblico (soprattutto il contrasto al brigantaggio) e pensò anche ad un numero unico di pronto intervento che non riuscì a realizzare solo per problemi tecnici.
Si presentava nel cuore della notte nelle stazioni periferiche per vedere come veniva interpretato il principio del sempre in servizio, concedeva inattese licenze premio ai meritevoli ma comminava anche dolorose punizioni.
Dettò anche le specifiche tecniche per i fornitori allo scopo di adeguare e rinnovare l'armamento in uso.

Non trascurò neppure la componente militare, con la creazione di una divisione militare, ottenuta dalla riorganizzazione dell'XI brigata meccanizzata che venne armata con 130 carri M47 ed una flotta di autoblindo ed altri veicoli corazzati minori. Volle anche la ricostituzione del battaglione carabinieri paracadutisti.

La fine degli anni sessanta videro i vertici dell'Arma dei Carabinieri al centro dell'inchiesta relativa al cosiddetto Piano Solo.

A partire dalla fine degli anni sessanta e soprattutto settanta, l'Arma è impegnata nella repressione dal terrorismo. Per contrastarlo adeguatamente il corpo rinnovò la sua struttura organizzativa e così nacque il nucleo speciale antiterrorismo (22 maggio 1974).

Il carabiniere più noto fra quelli impegnati nel contrasto al terrorismo eversivo di quegli anni è certamente Carlo Alberto Dalla Chiesa che ebbe, tra l'altro, il merito di intuire che per combattere i terroristi occorreva conoscerne i metodi ed adeguare le tecniche di contrasto. Si cominciò con la creazione del nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri con sede a Torino e da lui diretto che ben presto ampliò il suo raggio di azione prima sul Piemonte e poi sulla Liguria. Con pazienti attività di indagine, infiltrando carabinieri nei gruppi fiancheggiatori e simpatizzanti (centri sociali, università, collettivi, ecc.) e dopo aver ottenuto il pentimento di Patrizio Peci, in pochi mesi azzerò GAP e NAP e scompaginò l'organigramma brigatista arrestandone anche i capi storici (Renato Curcio ed Alberto Franceschini) già nel settembre 1974.

Felice Maritano, classe 1919, aveva combattuto in Africa e, come tanti altri carabinieri, anche nella Guerra di Liberazione meritandosi numerose decorazioni. Nel 1974 chiese di entrare a far parte dal gruppo che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa stava costituendo. In considerazione della sua grande esperienza la sua richiesta fu soddisfatta diventandone subito una delle figure chiave contribuendo in modo determinante alle indagini che portarono alla cattura di Curcio e Franceschini. Studiando il materiale rinvenuto nel loro covo si riuscì a scoprirne un altro a Robbiano di Mediglia che trovarono vuoto ma non abbandonato, così Maritano si offre per partecipare alla sua sorveglianza per catturare i tre terroristi che si era capito lo frequentassero.

Dopo giorni di appostamenti i brigatisti finalmente si presentano separatamente: alle 13:00 del 14 luglio 1974 è arrestato il terrorista Bassi, alle 21:30 anche Bertolazzi. Entrambi sono bloccati prima di poter impugare le pistole con il colpo in canna che portavano addosso. All'appello mancava solo Ognibene che arriva alle 03:30 del mattino dopo. In qualche modo si accorge della trappola e scappa per le scale inseguito dai militari, che gli intimano di fermarsi. Per tutta risposta Ognibene esplode alcuni colpi di pistola che colpiscono Maritano, il quale continua l'inseguimento sorpassando un altro dei carabinieri e risponde al fuoco.
Ognibene, ferito, stramazza al suolo. Maritano gli si accascia accanto non prima di aver esortato i due colleghi che sopraggiungono di occuparsi del terrorista. Ognibene si salverà. Maritanò morì durante il trasporto in ospedale lasciando la moglie e quattro figli. Il suo fu un funerale blindato, presenti le massime autorità delle Istituzioni con i muri della chiesa e delle strade vicine sporcate da scritte ingiuriose e minacciose.

L'allora tenente Umberto Rocca nel giugno 1975 era comandante in sede vacante della compagnia di Acqui Terme. Il 5 del mese stava perlustrando le colline di Melazzo insieme al maresciallo Rosario Cattafi ed agli appuntati Giovanni D'Alfonso e Pietro Barberis. Cercavano il covo dove era tenuto sequestato Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario della nota casa vinicola, rapito il giorno prima da un commando di cinque brigatisti rossi guidato da Margherita Cagol con lo scopo di estorcere denaro alla sua facoltosa famiglia per finanziare l'organizzazione. Controllando un casolare isolato sulle colline di Arzello, i carabinieri alle 11:30 sono accolti dal lancio di una bomba a mano. Rocca, investito in pieno dalla deflagrazione, perderà un braccio e un occhio; schegge ferirono anche Cattafi. Nonostante le gravissime ferite, Rocca rifiutò di essere soccorso dagli altri carabinieri ordinando loro di proseguire l'azione. Nel successivo conflitto a fuoco perirono il D'Alfonso, raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco (morirà dopo alcuni giorni di agonia), e Margherita "Mara" Cagol (compagna di Renato Curcio), mortalmente ferita dopo aver tentato di fuggire insieme ad un altro brigatista. Nel casolare i carabinieri trovarono poi Gancia incolume. A Umberto Rocca, oggi Generale, sarà assegnata una Medaglia d'Oro al Valor Militare che, unitamente a quella assegnata nel 1999 al Luogotenente Marco Coira, sono le uniche due assegnate ancora in vita nel dopoguerra.

Il 31 dicembre 1980, a Roma, viene assassinato dai brigatisti Enrico Galvaligi, generale dell'arma e responsabile dell'ufficio coordinamento delle carceri, come rappresaglia per l'azione delle forze speciali che avevano sedato la rivolta nel carcere speciali di Trani.

Sul fronte della lotta alla criminalità organizzata sempre i Carabinieri arrestarono prima Luciano Liggio primo capo dei "corleonesi", poi Raffaele Cutolo, fondatore e capo della Nuova Camorra Organizzata, e poi anche Totò Riina, capo indiscusso di cosa nostra siciliana. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne nominato nel 1982 Prefetto di Palermo per contribuire alla lotta al fenomeno mafioso.

Menzione va fatta anche per il reparto del ROS denominato CRIMOR - Unità Militare Combattente, impiegato dal 1992 al 1997 nella ricerca e la cattura di primari latitanti italiani.

Nel secondo dopoguerra, così come già prima, i Carabinieri sono sempre stati in prima linea nel soccorso delle popolazioni civili vittime di catastrofi naturali meritandosi importanti riconoscimenti:

1951: alluvione del Polesine (Medaglia d'Oro al Valor Civile)
1956: il tragico inverno che flaggello l'Italia (Medaglia d'Oro al Valor Civile)
1963: disastro del Vajont (medaglia d'argento al valor civile)
1966: alluvione di Firenze (medaglia d'oro al valor civile)
1976: terremoto del Friuli (medaglia d'oro al valor dell'esercito)
1980: terremoto dell'Irpinia (medaglia d'oro al valor dell'esercito)
1994: alluvione del Piemonte dell'Emilia-Romagna (medaglia d'oro al valor civile)
senza dimenticare tutte le catastrofi naturali minori che troppo spesso colpiscono l'Italia e vedono i Carabinieri della territoriale tra i primi soccorritori ed un sicuro punto di riferimento nell'organizzazione degli aiuti.

Nel dopoguerra, ed in special modo negli ultimi anni, i Carabinieri sono stati chiamati frequentemente a partecipare a missioni operative all'estero rinnovando una tradizione che risale al lontano 1855, distinguendosi sempre per la loro capacità di assolvere compiti sia militari che di polizia.

Particolarmente significativo è il contributo assicurato dall'Arma con i Reggimenti MSU (Multinational Specialized Unit) operanti nei Balcani nell'ambito delle missioni NATO, la cui origine risiede nella necessità di colmare il security gap, ovvero l'area grigia tra la missione militare e le forze di polizia civile che spesso non sono in grado o non intendono intervenire in operazioni di ordine pubblico.

A partire dal 1982 sono stati in Libano, Somalia, Bosnia, Kosovo, Cambogia, Timor Est, Mozambico, Afghanistan ed Iraq, solo per citare la missioni più importanti.

Oggi i carabinieri impegnati all'estero sono ben oltre mille.

Anche in questo tipo di attività il debito di sangue pagato è stato notevole.

Fino all'anno 2000 l'Arma era parte integrante dell'Esercito Italiano con il rango di "arma" (definita «prima arma dell'Esercito»); attraverso l'art. 1 della legge delega 31 marzo 2000, n. 78 i Carabinieri vengono elevati a forza armata autonoma con rango di forza Armata, nell'ambito del Ministero della difesa.

Ciò permise anche all'Arma dei Carabinieri di avere come Comandante generale un Ufficiale generale proveniente dai suoi ranghi. Il primo comandante generale, proveniente dalle sue stesse fila, è stato nel 2004 il generale di corpo d'armata Luciano Gottardo. In precedenza il comandante generale dell'Arma era tratto da Ufficiali Generali in possesso di peculiari caratteristiche provenienti dall'Esercito.

Nel suo continuo processo di adeguamento per contrastare la criminalità che estende il suo operato in campi sempre nuovi, l'Arma dei Carabinieri nel corso degli anni ha creato nuclei specializzati nei diversi tipi di reato, tra i quali:

15 ottobre 1962: Comando carabinieri per la tutela dell'ambiente
1º giugno 1965: Servizio aereo carabinieri
3 maggio 1969: Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale
18 ottobre 1977: Gruppo di intervento speciale
1º maggio 1982: Comando carabinieri Banca d'Italia
19 ottobre 1992: Comando carabinieri antifalsificazione monetaria
5 dicembre 1994: Comando carabinieri politiche agricole
1º ottobre 1997: Comando carabinieri per la tutela del lavoro.


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venerdì 22 aprile 2016

I PARTIGIANI E LA RESISTENZA

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La figura del partigiano compare nella storia fin dall'antichità. Possiamo identificare in Spartaco e nel suo esercito irregolare una prima forma di lotta partigiana, ovvero una lotta di forze irregolari contro un potere ufficialmente costituito.

In epoca moderna vediamo movimenti partigiani nella guerra partigiana spagnola, che scoppiò in seguito alla sconfitta dell'esercito spagnolo ad opera di Napoleone nel 1808. Si trattò di oltre 200 battaglie combattute non coordinatamente. Episodi di guerriglia partigiana si ebbero anche nel centro Europa, nel 1809 in Austria e Tirolo, presto soffocati nel sangue.

Fondamentale, per il riconoscimento della figura del partigiano, furono gli anni 1812 e 1813 in Prussia. Nel 1812 lo Stato Maggiore prussiano emanò una nota in cui, rifacendosi alla guerra civile spagnola, incitava i germanici alla resistenza partigiana. Questo non fu altro che l'anticipazione dell'Editto prussiano sulla milizia territoriale della primavera del 1813, firmato dal re in persona, che esortava i cittadini alla resistenza, ad opporsi alle forze napoleoniche con ogni tipo di mezzo, a non collaborare con l'invasore e a compiere atti terroristici. Solo pochi mesi dopo, il 17 luglio, l'Editto fu modificato, con lo scopo di reincanalare le forze popolari negli schemi tradizionali della guerra.

La Berlino degli anni tra il 1808 e il 1813 offre perciò la teorizzazione e la legittimazione filosofica del partigiano, sebbene la figura del partigiano verrà cancellata per quasi un secolo dallo jus publicum europaeum. I tedeschi in particolare si ricorderanno della sua esistenza in maniera ufficiale solo alla fine del secondo conflitto mondiale, costituendo due corpi destinati al combattimento contro gli irregolari.

Secondo una corrente storiografica revisionista del Risorgimento anche il cosiddetto brigantaggio postunitario, avvenuto in Italia a partire dal 1860, può essere inquadrato come un episodio di lotta partigiana. Tale corrente storiografica infatti ha rivalutato tale fenomeno, inquadrandolo come resistenza armata al processo di unificazione nazionale guidato dai Savoia, mentre in altre correnti storiografiche, come nell'interpretazione risorgimentale gramsciana, le cause vengono principalmente ricondotte al malessere economico e sociale. Bande armate di ex soldati borbonici, legittimisti o semplici contadini (i cosiddetti briganti), fronteggiarono, talvolta finanziate dal sovrano Francesco II delle Due Sicilie in esilio a Roma, le truppe regolari del Regno d'Italia, riuscendo, talvolta, a prendere il controllo di interi territori. In particolare in alcune province napolitane la guerriglia a sfondo politico durò fino al 1865, causando un numero imprecisato di vittime, rimanendo presente, infine, come fenomeno di banditismo.

Nel frattempo il partigiano trova un suo spazio specifico in Russia e in Cina. In Russia, dopo la sua comparsa nella campagna napoleonica del 1812 e in Guerra e pace, Lenin ne farà uno strumento del Partito. In Cina, Mao guiderà la lotta partigiana contro il Giappone e contro Chiang Kai-Shek, costruendo attorno ad esse il Partito Comunista, che poneva al centro la figura del partigiano. Lenin ne fece uno strumento del Partito (con una propensione verso l'esterno), Mao partì da esso per costruire il Partito (connotazione maggiormente tellurica).

Durante la seconda guerra mondiale, parallelamente alla Resistenza italiana vi sono state analoghe forma di lotta nel mondo ed in Europa, come ad esempio l'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, la Resistenza sovietica svoltasi al di là delle linee tedesche, la Resistenza tedesca (la Rosa Bianca e la Rote Kapelle) e la Resistenza francese, detta Maquis.

In Italia, nel secondo dopoguerra, il termine "partigiano" fu genericamente utilizzato per definire tutti i combattenti della Resistenza, ma nel corso del conflitto venivano indicati con tale termine coloro che avevano scelto di darsi alla macchia unendosi a formazioni armate, mentre coloro che operavano clandestinamente nelle città venivano chiamati "patrioti".

Partecipazione volontaria alla lotta armata (non c'è leva obbligatoria).
Mancato utilizzo di uniformi o altri segni di riconoscimento (attualmente la convenzione di Ginevra estende la definizione di militare o omologato tale a qualsiasi elemento in armi, mentre versioni precedenti obbligavano all'impiego di elementi di riconoscimento)
Organizzazione in bande armate (Brigata partigiana)
Utilizzo di soprannomi per non farsi riconoscere
Collegamento a organizzazione politica.

Il Regolamento sulla Guerra Terrestre dell'Aja del 13 ottobre 1907 concernente le leggi e gli usi di guerra del 1907 riconosceva lo status di combattente, nel corso della II Guerra Mondiale, secondo le seguenti condizioni (Art. 1 del Regolamento):

avere alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati;
avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;
portare le armi apertamente;
conformarsi nelle loro operazioni alle leggi e agli usi della guerra.
affermando inoltre che (Art. 2 del Regolamento): "La popolazione di un territorio non occupato che, all'avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le truppe d'invasione senza aver avuto il tempo di organizzarsi in conformità dell'articolo 1, sarà considerata come belligerante se essa porta le armi apertamente e se rispetta le leggi e gli usi della guerra."

A causa di questi motivi e dell'adozione da parte dei partigiani di tecniche di combattimento vicine alla guerriglia e comunque atipiche, vi sono stati forti dibattiti sulla definizione di partigiano, essendo questa figura in taluni casi sovrapponibile con quella del terrorista, anche se tipicamente l'ambito di azione di quest'ultimo ha per oggetto i civili e non le forze militari.

La Resistenza fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo nell'ambito della guerra di liberazione italiana.

Nella Resistenza vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.

La Resistenza italiana affonda le sue radici nell'antifascismo, sviluppatosi progressivamente nel periodo che va dalla metà degli anni venti, quando già esistevano deboli forme di opposizione al regime fascista, fino all'inizio della seconda guerra mondiale. Inoltre nella memoria dei combattenti partigiani, specialmente quelli di ispirazione comunista e socialista, rimaneva vivo il ricordo del cosiddetto "biennio rosso" e delle violente lotte contro le squadre fasciste nel periodo 1919-1922, considerate da alcuni esponenti dei partiti di sinistra (tra cui lo stesso Palmiro Togliatti) una vera "guerra civile" in difesa delle classi popolari contro le forze reazionarie.

Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, nel Regno d'Italia prese avvio il processo di totalitarizzazione dello Stato che darà luogo ad un sempre maggiore controllo e a severe persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino.

Gli antifascisti si organizzarono quindi in clandestinità in Italia e all'estero, creando con grande difficoltà una rudimentale rete di collegamenti, che però non produsse risultati pratici di rilievo, restando frammentati in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o di minacciare il regime, se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra le comunità degli esuli antifascisti, che però non raggiungevano le masse e non influivano sull'opinione pubblica. Alcuni storici hanno anche sottolineato come il movimento della Resistenza possa presentare legami con la Guerra di Spagna, in particolare con coloro i quali avevano militato nelle Brigate Internazionali.

Solo la guerra e soprattutto l'andamento disastroso su tutti i fronti delle operazioni belliche e il progressivo distacco delle masse popolari dal regime (evidenziato anche dai grandi scioperi del marzo 1943), condussero alla subitanea disgregazione dello Stato fascista dopo il 25 luglio, seguito, dopo i tormentati quarantacinque giorni del primo governo Badoglio, dall'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943. La catastrofe dello Stato nazionale e la rapida e aggressiva occupazione di gran parte dell'Italia da parte dell'esercito del Reich offrì alle forze politiche antifasciste, uscite dalla clandestinità, la possibilità di organizzare la lotta politico-militare contro l'occupante e il governo collaborazionista di Salò, subito costituito dalle autorità naziste intorno a Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, ed ai superstiti fascisti, decisi a riprendere la lotta a fianco della Germania e a vendicarsi dei "traditori" interni.

Subito dopo l'armistizio di Cassibile, nonostante il disfacimento complessivo delle forze armate italiane in tutti i teatri operativi in patria ed all'estero, vi fu anche una breve resistenza militare in territori saldamente controllati dai tedeschi ad opera di reparti del Regio Esercito, per ordine superiore, per scelta volontaria delle truppe (Divisione Acqui, distrutta nella tragica battaglia di Cefalonia) o per iniziativa di ufficiali a capo di formazioni dislocate nei Balcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero). Inoltre si combatté l'unica vera e propria campagna condotta con successo dalle truppe italiane contro i tedeschi dopo l'8 settembre, la liberazione della Corsica.

Da ricordare è anche la difesa di Porta San Paolo ad opera di formazioni dell'esercito affiancate dalla popolazione civile durante la mancata difesa di Roma. Della "resistenza militare" fece parte anche la rete di informatori organizzata nella capitale dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR); strettamente legata alla Monarchia e conservatrice, la struttura operò anche in polemica con le altre formazioni resistenziali ed ottenne qualche risultato, ma venne infine smantellata dai tedeschi e lo stesso Montezemolo fu catturato e ucciso. Nelle zone che erano teatro di combattimenti, come la Sardegna, la Puglia e la Calabria, venne invece attuata anche una opposizione armata da reparti organizzati che confluiranno poi nelle Forze Armate Cobelligeranti e parteciperanno alla Guerra di liberazione italiana insieme alla Regia Marina e ai reparti della Regia Aeronautica che erano riusciti a raggiungere zone controllate dagli Alleati.

La "resistenza militare", condotta da componenti delle Forze Armate, riconoscibili come personale in uniforme "sottoposto alla giurisdizione militare", va comunque distinta dalla Resistenza propriamente detta, artefice della guerra partigiana, durante la quale i partigiani, volontari legati in gran parte alle formazioni politiche antifasciste, si impegnarono nella guerriglia in montagna e in collina, nel sabotaggio, nella lotta armata nelle città. Anche diversi militari sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi si unirono al movimento partigiano costituendo formazioni autonome, le più famose furono quelle dei partigiani badogliani - conosciuti anche come "azzurri" o "badogliani" come quelle capeggiate dagli ufficiali Enrico Martini ("Comandante Lampus" o "Mauri"), e Piero Balbo ("Comandante Nord"), il gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce e l'Organizzazione Franchi, la struttura di sabotaggio e informazioni, strettamente legata ai servizi segreti britannici, costituita da Edgardo Sogno.

Infine artefici di un altro tipo di "resistenza" all'occupante tedesco ed al governo collaborazionista di Salò furono i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre ed il collasso delle unità dell'esercito; su circa 800.000 prigionieri, solo 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati in Germania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili, sottoposti ad un duro trattamento e subirono inoltre privazioni e violenze.

Poche ore dopo la comunicazione radiofonica del maresciallo Badoglio e a battaglia già in corso, il 9 settembre 1943, alle 16.30, a Roma, in via Carlo Poma, sei esponenti politici dei partiti antifascisti, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime, si riunirono e costituirono il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste della Repubblica di Salò in tutto il periodo della guerra di liberazione.

I sei componenti erano Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI, Ugo La Malfa per il Partito d'Azione, Alcide De Gasperi per la Democrazia Cristiana, Meuccio Ruini per Democrazia del Lavoro e Alessandro Casati per i liberali. L'indomani mattina Nenni ebbe un contatto telefonico con altri esponenti politici a Milano e il 12 settembre si recò nel capoluogo lombardo dove, nonostante il rifiuto di Ferruccio Parri di assumere subito la guida delle formazioni antifasciste, venne a sua volta costituito un altro comitato con il nome di "Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia" (CLNAI), che più tardi sarebbe diventato il coordinatore della guerra partigiana al nord.

Nei giorni seguenti si moltiplicarono i comitati di liberazione locali per organizzare la lotta armata nelle regioni occupate dai tedeschi: a Torino, a Genova, a Padova sotto la direzione di Concetto Marchesi, Silvio Trentin, ed Egidio Meneghetti, a Firenze con Piero Calamandrei, Giorgio La Pira e Adone Zoli. Entro l'11 settembre la struttura dei CLN era costituita e i comitati passarono rapidamente alla lotta armata ed alla clandestinità di fronte al rafforzarsi del potere politico militare delle forze tedesche e del nuovo Stato repubblicano fascista, mentre il 15 settembre ad Arona i primi capi delle formazioni partigiane organizzate in montagna (Ettore Tibaldi, Vincenzo Moscatelli) e i rappresentanti dei CLN (Mario e Corrado Bonfantini, Aldo Berrini, l'avvocato Menotti e Gaspare Pajetta) si incontrarono per discutere dettagli organizzativi e strutture di comando.

Lo storico Paolo Spriano ha illustrato tre caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana presenti fin dal suo inizio e rimaste come elementi caratterizzanti per gran parte della sua storia. In primo luogo il movimento si formò e crebbe partendo praticamente dal nulla in una situazione politico-militare estremamente critica; in secondo luogo le circostanze del crollo del fascismo, scaturito da un'azione autonoma di ristrette autorità di potere compromesse con il regime e senza una reale partecipazione popolare, e il drammatico dissolvimento dello Stato dopo l'8 settembre, condussero ad un rifiuto da parte di gran parte del movimento resistenziale di ogni compromesso con le forze conservatrici raccolte intorno al re e al maresciallo Badoglio. Infine l'assenza, nel momento della costituzione, di un reale riconoscimento da parte alleata della Resistenza italiana e di conseguenza di una sua rappresentatività nelle strutture di comando alleate, a differenza di altri movimenti resistenziali europei. Secondo le parole di Spriano: "le capitali della Resistenza non saranno né Algeri, né Londra, né Mosca, né Brindisi o Salerno, ma la macchia e le città della guerriglia e della cospirazione clandestina".

In realtà mentre si costituivano i Comitati di Liberazione nelle varie città in cui si estendeva rapidamente l'occupazione tedesca, i primi gruppi di ribelli erano già in fase di organizzazione spontanea nelle regioni più impervie dell'Italia settentrionale e centrale, con collegamenti minimi con le strutture clandestine politiche cittadine a causa della confusione generale seguita all'8 settembre ed al totale fallimento delle gerarchie del Regio Esercito, che rifiutarono di organizzare unità volontarie per attaccare i tedeschi e si arresero con i loro comandi senza combattere.

I primi raggruppamenti si costituirono nelle Prealpi e nel Preappennino per facilitare gli approvvigionamenti dalla pianura e per poter disporre di aree arretrate di sicurezza in alta montagna. Organizzati e comandati in un primo momento da giovani ufficiali inferiori e sottufficiali dell'esercito in dissoluzione, questi primi gruppi, costituiti da poche decine di elementi, vennero rafforzati dai primi capi politici che salirono in montagna per prendere parte alla lotta e organizzarla. Nel tempo peraltro si assisterà ad una progressiva politicizzazione di molti ufficiali inferiori dell'esercito ed a una militarizzazione dei capi politici comunisti e azionisti, sempre più concentrati sull'organizzazione tecnica e sull'efficienza della guerra partigiana contro i nazifascisti.

Le motivazioni dei primi gruppi di partigiani, calcolati alla metà di settembre in appena 1.500 uomini, furono complesse e legate principalmente all'odio verso i tedeschi ed il fascismo, al rifiuto di accettare il disastro e l'umiliazione nazionale, alla fedeltà, presente in molti ufficiali, all'ordine costituito rappresentato dalla Monarchia, alla necessità di sottrarsi alla cattura ed alla deportazione, alla paura delle vendette dei fascisti, alle motivazioni politiche di palingenesi sociale degli elementi comunisti e azionisti ed infine anche a sentimenti di avventurosità giovanile. Importante fu inoltre il ruolo giocato dagli ufficiali inferiori Alpini che, ritornati delusi e furenti contro i tedeschi ed il Regime dalla campagna di Russia che era costata loro tante perdite, costituirono nuclei di comandanti combattivi ed esperti della guerra in montagna.

Elemento fondamentale di coesione tra i partigiani fu l'antifascismo, il rifiuto totale della disastrosa "guerra fascista" subalterna all'alleato tedesco; il disprezzo e la critica radicale al Regio Esercito e soprattutto agli ufficiali superiori considerati inetti ed imbelli. In particolare tra le formazioni garibaldine comuniste e tra i giellisti si diffuse un netto rifiuto delle gerarchie militari compromesse con il fascismo, e di tutte le formalità di gradi, divise, ordini, rituali, tipici degli eserciti. La disciplina era basata soprattutto sulla coesione, sulle motivazioni e sull'autoconvincimento, mentre il soldo assegnato ai partigiani era molto limitato ed uguale per tutti. I capi delle formazioni partigiane venivano selezionati sul campo ed ottenevano ruolo e comando sulla base delle capacità mostrate e del consenso dal basso di tutti i membri combattenti delle formazioni con procedure completamente estranee alla rigida gerarchizzazione degli eserciti regolari, indipendentemente dal grado eventualmente posseduto in precedenza nel "disciolto" esercito. Accanto al comandante militare tutte le formazioni partigiane, tranne i reparti autonomi, avevano un "commissario politico" con parità di grado, che condivideva la responsabilità operativa e assumeva soprattutto la funzione di rappresentante politico incaricato dell'istruzione e dell'assistenza morale e pratica dei combattenti.

Il rifiuto del "fallito" Regio Esercito da parte della grande maggioranza dei partigiani non permise una vera coesione morale tra i combattenti della Resistenza e i reparti dell'Esercito faticosamente costituiti al Sud per combattere a fianco degli Alleati, considerati dai partigiani, nonostante la retorica propagandistica dispiegata non solo dalle autorità regie ma anche dagli stessi partiti del CLN, modesti resti di un'istituzione completamente screditata.

Alla metà di settembre i nuclei più forti di partigiani erano nell'Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell'Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, di cui 300 raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo.

In Piemonte le formazioni si costituirono nelle valli alpine, specialmente nelle Alpi Marittime: In Val Pesio sorsero le formazioni autonome del capitano Cosa; in val Casotto iniziarono ad organizzarsi le efficienti formazioni autonome guidate dal maggiore degli Alpini Enrico Martini "Mauri"; nelle colline di Boves salirono i reduci della IV Armata guidati da Ignazio Vian; in Valle Gesso si costituì la formazione Italia Libera per iniziativa di Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Benedetto Dalmastro da cui nasceranno le formazioni dei giellisti. Altre formazioni autonome si formarono in Val d'Ossola sotto la guida di Alfredo e Antonio Di Dio, fratelli e ufficiali effettivi, in val Strona con Filippo Beltrami, in val Toce con Eugenio Cefis e Giovanni Marcora e in val Chisone, guidati dal sergente alpino Maggiorino Marcellin "Bluter".

Le formazioni gielliste e delle Brigate Garibaldi si organizzarono a Frise (unità gielliste con Luigi Ventre, Renzo Minetto, Giorgio Bocca, tutti ufficiali degli Alpini); a Centallo (autonomi e giellisti organizzati da altri tre ufficiali alpini tra cui Nuto Revelli), in valle Po, dove, sotto la guida di Pompeo Colajanni "Barbato", ufficiale di cavalleria comunista, si organizzò una forte formazione garibaldina con Giancarlo Pajetta, Antonio Giolitti, Guastavo Comollo; in val Pellice (giellisti); nel Biellese (nuclei di comunisti con vecchi antifascisti come Guido Sola, Battista Santhià e Francesco Moranino "Gemisto"); soprattutto in Valsesia dove si costituirono le formazioni comuniste garibaldine guidate da combattenti prestigiosi come Vincenzo Moscatelli "Cino", Eraldo Gastone "Ciro".

Altri nuclei di partigiani si costituirono in Lombardia nel Varesotto, dove il colonnello Carlo Croce organizzò sul monte San Martino un gruppo di soldati sbandati; nella Valsassina, nelle valli bergamasche. Nel Veneto e in Friuli la situazione era ancor più confusa: nella provincia di Gorizia era attiva fin dal 1941 la crescente resistenza slovena. Si formarono numerosi gruppi cattolici tra cui quello di Mario Cincigh, e azionisti (con Fermo Solari e Alberto Cosattini), mentre i comunisti, guidati da capi come Giovanni Calligaris, Mario Lizzero, Otello Modesti, Giovanni Padoan "Vanni" e Ferdinando Mautino "Carlino" cominciarono a costituire le formazioni garibaldine che avrebbero poi dato vita alla Divisione Natisone. Non mancarono nemmeno i liberali, come Francesco Petrin che dopo aver condotto un'intensa propaganda antifascista ed assistenza agli alleati prese parte attiva alla guerra di liberazione nella brigata G. Negri di Padova.

Nel resto dell'Italia occupata dai tedeschi si organizzarono altri gruppi in Emilia e in Romagna, guidati dal comunista Arrigo Boldrini "Bülow" e da Silvio Corbari, operaio meccanico di Faenza ed ex calciatore, la cui "banda" divenne famosa e temuta per le sue arrischiate incursioni contro le basi nemiche. In Toscana sorsero "bande" sul passo dei Giovi e sul monte Morello, in Umbria (con la partecipazione di ex-prigionieri slavi); nelle Marche, sotto la guida di Spartaco Perini alcune centinaia di uomini si radunarono al colle San Marco; infine in Abruzzo al bosco Martese confluirono militari sbandati e volontari comunisti e giellisti, mentre Ettore Troilo iniziò costituire la sua "banda Patrioti della Maiella" che il 5 dicembre 1943 avrebbe attraversato le linee del fronte entrando a far parte dello schieramento alleato e participando con distinzione a tutta la campagna d'Italia lungo il versante adriatico.

Le decisioni politiche prese soprattutto dai dirigenti del Partito comunista a Roma ebbero decisiva influenza sulla crescita del movimento: Pietro Secchia, "Botte"o "Vineis", ex operaio biellese, comunista fin dalla fondazione del partito, imprigionato dal regime fascista dal 1931, liberato da Ventotene il 19 agosto 1943, venne incaricato, durante una riunione tenuta a Roma il 10 settembre 1943, di recarsi a Milano, per organizzare insieme ad altri dirigenti del PCI inviati al nord, la guerra partigiana. Secchia raggiunse Milano in treno il 14 settembre dopo essere passato per Firenze e Bologna ed aver raggiunto Cino Moscatelli a Borgosesia, per diffondere le direttive del partito tra numerosi militanti provenienti dall'antifascismo attivo. Tra il 20 e il 22 settembre anche Luigi Longo "Italo", già dirigente delle Brigate Internazionali in Spagna, partirà per il nord per affiancare Secchia nella organizzazione e direzione del movimento di resistenza. Fin dal novembre 1943 i comunisti poterono costituire a Milano la prima struttura organizzativa unificata: il comando generale delle Brigate Garibaldi con Luigi Longo come responsabile militare e Pietro Secchia come commissario politico; i componenti iniziali del comando furono, oltre a Longo e Secchia, Antonio Roasio, Francesco Scotti, Umberto Massola, Antonio Cicalini e Antonio Carini. Le altre organizzazioni non costituirono comandi unificati ma si assistette comunque ad una proliferazione di Brigate, Divisioni e Gruppi di divisioni, in realtà costituite da poche migliaia di uomini e con strutture organiche rudimentali.

Pietro Secchia ha messo in evidenza nelle sue opere storiche dedicate alla Resistenza alcuni elementi che egli ritiene fondamentali per comprendere la natura e la forza del movimento partigiano: egli sottolinea come la Resistenza ebbe successo soprattutto per la tenace, faticosa e determinata attività di minoranze cresciute negli anni della deprimente e durissima militanza antifascista prima della guerra. Secchia rifiuta la semplicistica definizione di "popolo in armi" e l'interpretazione del fenomeno come "epopea miracolosa"; secondo il dirigente comunista la Resistenza fu opera soprattutto di avanguardie, di quadri, che furono in grado di raccogliere e organizzare importanti masse di giovani. Secchia documenta come su 1.673 nomi di dirigenti importanti del movimento partigiano circa il 90% fossero militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all'esilio dal regime fascista; egli quindi evidenzia questo rapporto di continuità e colleganza tra la militanza antifascista organizzata e il movimento partigiano.

A novembre 1943 le forze partigiane erano salite a 3.800 uomini di cui 1.650 in Piemonte, in maggioranza ancora raggruppati in formazioni autonome sotto la guida di ufficiali inferiori come Vian (che verrà ucciso dai tedeschi nell'aprile 1944), Dunchi, "Aceto", Marcellin, Superti, Beltrami e soprattutto Martini "Mauri". Crebbero però anche le formazioni politiche: i garibaldini, con Colajanni "Barbato", Moscatelli "Cino", Aldo Gastaldi "Bisagno", Mautino "Carlino", i giellisti con Bianco, Galimberti, Dalmastro, Agosti, i cattolici con i fratelli Di Dio e Mario Cencigh. In questa fase iniziale si precisarono subito i contrasti di impostazione generale presenti tra alcune componenti militari, legate alla Monarchia, e le formazioni partigiane legate ai partiti politici antifascisti; in collegamento con i propositi conservatori della dirigenza del Regno e con l'accordo delle potenze anglosassoni, sorsero quindi istanze a favore di una resistenza limitata al sabotaggio ed alla raccolta di informazioni in attesa dell'arrivo delle forze regolari alleate.

Queste posizioni "attesiste", promosse inizialmente da "esperti" militari di alto grado, furono sostenute direttamente dal maresciallo Badoglio e dal Re, preoccupati dalla crescita del movimento partigiano, totalmente svincolato dal loro controllo. In realtà l'attesismo militare venne rapidamente messo da parte dopo i fallimenti nell'autunno 1943 dei comandi unificati guidati da generali dell'esercito nel Veneto e in Toscana e dopo l'ambiguo comportamento del generale Raffaello Operti in Piemonte. Le energiche iniziative dei dirigenti comunisti (tra cui Pietro Secchia) e azionisti, preoccupati per un possibile ritorno delle forze conservatrici, spinsero al contrario per un'intensificazione dell'attività partigiana e per un attivismo immediato, indipendentemente dalle difficoltà organizzative e operative, per favorire una crescita della Resistenza.

Malgrado le difficoltà, le divisioni e le prime massicce operazioni di repressione nazifasciste, le forze partigiane continuarono a sopravvivere e ad aumentare numericamente nei primi mesi del 1944, rafforzate costantemente anche dai molti giovani che salirono in montagna per sfuggire ai bandi di arruolamento forzato diramati dal maresciallo Graziani. A febbraio e a marzo 1944 la forza partigiana al nord raddoppiò di numero. I richiamati che non risposero al bando del maresciallo approvato da Mussolini e sollecitato dalle autorità tedesche, furono molto numerosi (in novembre 1943 su 186.000 coscritti si presentarono solo in 87.000), ma soprattutto furono molto elevati i casi di diserzione dopo l'arruolamento che salirono dal 9% di gennaio 1944 al 28% del dicembre nonostante il decreto delle autorità fasciste sui procedimenti di rigore e la pena di morte del 18 febbraio 1944 ed i successivi provvedimenti di clemenza del 18 aprile 1944 e del 28 ottobre 1944.

Al 30 aprile 1944, alcune fonti hanno calcolato che le forze della Resistenza ammontassero ormai a 20.000-25.000, considerando anche i GAP, i SAP e gli ausiliari, con una massa combattente in montagna di circa 12.600 uomini e donne, di cui 9.000 al nord e 3.600 al centro-sud. I garibaldini erano ora la maggioranza ed erano saliti a circa 5.800, con 3.500 autonomi, 2.600 giellisti e 700 cattolici.

Deve peraltro essere chiarito che solo una parte minoritaria dei componenti delle varie formazioni appartenevano effettivamente ai vari partiti politici. Solo i capi e i dirigenti principali delle varie brigate e divisioni erano organicamente collegati ad una parte politica, mentre i singoli partigiani in generale non appartenevano ad alcun partito ed entravano nelle varie formazioni non solo per colleganza ideale, ma anche per emulazione, per convenienza pratica, sulla base della fama e dell'efficienza dei capi e dei reparti. Le rivalità tra le varie formazioni furono presenti, ma nella maggior parte dei casi si limitarono a conflitti sulla distribuzione dei reparti sul territorio, sulla divisione delle scarse risorse disponibili, sulla distribuzione dei materiali aviolanciati dagli alleati che preferirono rifornire con precedenza le formazioni autonome o moderate a scapito soprattutto dei garibaldini.

Dotate di scarso equipaggiamento, le formazioni partigiane non adottavano divise, vestivano in modo disparato e utilizzavano fazzoletti colorati di riconoscimento: rossi nelle formazioni garibaldine, verdi nei reparti di Giustizia e Libertà, azzurri nei gruppi autonomi. Nell'ultimo anno la maggior parte dei gruppi partigiani adottò distintivi sui copricapi e nelle giubbe: la stella rossa per i garibaldini, lo scudetto con la fiaccola e le lettere G e L per i giellisti, le coccarde tricolori per gli autonomi. Si cercò inoltre di standardizzare un vestiario comune basato su giacche a vento e pantaloni lunghi, si adottò un sistema di insegne di grado, semplice e poco appariscente. Le armi e le munizioni non erano abbondanti; fornite dai lanci dagli aerei alleati o dal bottino catturato al nemico, consistevano principalmente nei fucili e moschetti mod. 91, nei mitra MP tedeschi, MAB38 italiani, Sten britannici; raramente erano disponibili carabine M1 americane e mitra Marlin o Thompson. Tra le armi di squadra erano disponibili mitragliatrici leggere Breda e qualche Bren, mortai 81, mentre totalmente assenti erano le armi pesanti e le artiglierie.

Riguardo alla denominazione dei combattenti della Resistenza divenne presto popolare il termine, di origine medievale utilizzato dai condottieri e dalle milizie di un partito, "partigiani", connesso al concetto di difesa della propria terra ed anche con qualche richiamo al comunismo. I vertici politici invece gli preferirono a livello ufficiale "volontari per la libertà", poiché "partigiani" fu respinto dai comunisti e dai democristiani, e destò perplessità negli azionisti (che al suo posto proposero il termine "patrioti"). Altri termini più raramente adottati per designare i combattenti furono quelli di "ribelle", "fuori legge" ed anche "banditi", che era la denominazione usuale dei nazifascisti. In effetti "bande" furono inizialmente denominate le formazioni combattenti e solo più tardi si parlò di "brigate" e "divisioni", mentre tentativi propagandistici di costituire "corpi d'armata partigiani" non ebbero seguito.

Il comando generale delle Brigate Garibaldi comuniste, guidato da Longo e Secchia, organizzò in totale, durante la Resistenza, 575 formazioni, costituite da squadre, bande, battaglioni, brigate, divisioni e comandi territoriali di zona; a questi gruppi si aggiunsero nelle città gli uomini e le donne dei GAP e dei SAP; costituite intorno ad un nucleo di esperti e determinati comandanti comunisti, i garibaldini mostrarono impegno e combattività subendo il numero più alto di perdite tra tutte le formazioni della Resistenza. I reparti garibaldini si organizzarono in Liguria (Brigate e poi Divisioni "Cichero", "Pinan-Cichero", "Vanni" e "Mingo"), in Piemonte (1ª Divisione "Leo Lanfranco" di Colajanni, Latilla e Modica, e le Divisioni "Gramsci", "Pajetta" e "Fratelli Varalli" di Gastone e Moscatelli), in Lombardia (Brigata "Redi" e Divisioni "Lombardia", coordinate da Pietro Vergani, vicecomandante del CVL), in Veneto (Divisioni "Garemi", "Nanetti" e "Friuli-Natisone"), in Emilia (Divisione "Modena").

La più importante ed incruenta azione delle formazioni socialiste (Brigate Matteotti) avvenne il 25 gennaio 1944, e produsse l'evasione dal carcere di Regina Coeli di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che erano stati catturati nell'ottobre del 1943 e condannati a morte. L'azione, organizzata da Giuliano Vassalli con l'aiuto di Giuseppe Gracceva, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, Ugo Gala e il medico del carcere Alfredo Monaco ebbe successo grazie ad uno strategemma.

Anche gli azionisti, guidati da Ferruccio Parri, strutturarono le loro formazioni Giustizia e Libertà in brigate e divisioni (cosiddette "Divisioni Alpine Giustizia e Libertà"), coordinati da comandi regionali; le formazioni gielliste, reclutate con grande rigore, disciplinate e motivate subirono la maggiore percentuale di caduti in combattimento rispetto alle forze disponibili. In Piemonte, regione con le formazioni partigiane più numerose e efficienti, venne anche costituito un "Comando militare regionale piemontese" (CMRP), affidato alla direzione del generale Alessandro Trabucchi (rappresentante i reparti autonomi), di Francesco Scotti (garibaldini), di Duccio Galimberti per gli azionisti e di Andrea Camia per i socialisti.

Le Fiamme Verdi cattoliche costituirono brigate e divisioni attive soprattutto nel bresciano e nel bergamasco, tra cui le formazioni dei fratelli Di Dio coinvolte nei combattimenti nella val d'Ossola. I gruppi autonomi si organizzarono in brigate e divisioni e ci furono anche gruppi di divisioni come il 1º Gruppo Divisioni Alpine del comandante "Lampus"/"Mauri", attivo nelle Langhe e nel Monferrato e guidato da una serie di validi ufficiali come Bogliolo, Lulli, Ardù, Martinengo, Piero Balbo.

Le Brigate Osoppo, operanti soprattutto in Friuli ed in Veneto, vennero fondate ad Udine il 24 dicembre 1943 e raggruppavano elementi volontari di ispirazione laica, liberale, socialista e cattolica già attivi dopo l'8 settembre nella Carnia e nel Friuli. Tale raggruppamento autonomo ebbe al comando Candido Grassi, "Verdi", Manlio Cencig "Mario", capitani del Regio Esercito Italiano e don Ascanio De Luca, già cappellano degli Alpini in Montenegro. Le formazioni Osoppo ebbe rapporti spesso conflittuali con i reparti garibaldini comunisti, furono in contrasto con le forze partigiane sloveno-jugoslave e furono coinvolte, sullo sfondo di tali tensioni, anche nel tragico episodio dell'Eccidio di Porzûs, verificatosi il 7 febbraio 1945, il più grave episodio di conflittualità interna al movimento resistenziale. A marzo del 1945 gli osovani operavano con cinque divisioni.

Operanti al di fuori del CLN ma di qualche importanza, dal punto di vista militare, agivano formazioni partigiane anarchiche locali come le Brigate Bruzzi Malatesta che talvolta mantenevano rapporti di intervento armato con altre formazioni legate a Giustizia e Libertà e al PSI come le Brigate Matteotti e alla formazione romana sempre di Giustizia e Libertà al comando di Vincenzo Baldazzi. Dove gli anarchici non riuscirono a organizzare formazioni autonome confluirono nelle Brigate Garibaldi, come nel caso di Emilio Canzi, soprannominato il colonnello anarchico comandante unico delle XIII zona operativa del piacentino.

Un'altra formazione non direttamente collegata al CLN fu il movimento Bandiera Rossa, operante principalmente a Roma che ebbe 68 militanti fucilati alle fosse Ardeatine, numero molto elevato (corrispondente a poco meno di un quinto del totale degli uccisi); questo gruppo era numericamente la più forte formazione partigiana attiva nella capitale, ufficialmente costituita da almeno 1.185 miliziani. I partigiani di Bandiera Rossa Roma agivano spesso in cooperazione con i militanti della "banda del Gobbo"; il "Gobbo" era legato politicamente ai socialisti, direttamente con Pietro Nenni.

Inoltre ancora al di fuori del CLN (mantenendo o meno collegamenti per questioni operative) per quanto riguarda i partigiani anarchici agivano molte formazioni libertarie che operavano nell'alta Toscana come il Battaglione Lucetti e la Elio Lunense, ad esempio, e diverse formazioni autonome SAP di indirizzo libertario operavano a Genova e nel ponente ligure. A Genova l'inizio armato delle ostilità verso i nazifascisti è da ascrivere probabilmente ad un gruppo ancora non organizzato di comunisti anarchici di Sestri.

Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine come dispersi e non disertori per una questione di propaganda. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitano Rudolf Jacobs. In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldati sovietici passati con i partigiani dopo la fuga dai campi di prigionia. Combattenti valorosi furono Fëdor Andrianovic Poletaev, Nikolaj Bujanov, Danijl Varfolomeevic Avdveev, il “Comandante Daniel”, tutti decorati con medaglia d'oro al valor militare. Il numero dei partigiani sovietici è stimabile con cifra di 5.000/5.500, di cui oltre 700 in Piemonte. Infine anche combattenti slavi presero il comando di alcune importanti formazioni partigiane durante la Resistenza: lo sloveno Anton Ukmar "Miro" (nato a Prosecco, nel comune di Trieste) comandò la divisione garibaldina "Cichero", mentre il serbo Grga Cupic "Boro" guidò la divisione "Mingo" in Liguria.

Contemporaneamente alla costituzione delle prime "bande" partigiane nelle montagne, si organizzarono, soprattutto per iniziativa dei comunisti, nuclei di militanti della Resistenza in azione in piccoli gruppi nelle grandi città dominate dai nazifascisti per diffondere l'insicurezza, la paura ed il terrore tra i nemici. Organizzati in piccole cellule di tre-quattro elementi i GAP ("Gruppi di azione patriottica") e comandati sovente da veterani che avevano già combattuto in Spagna contro il fascismo; i GAP seguivano rigide regole di compartimentazione, operavano isolati e dimostrarono grande determinazione, coraggio e forte motivazione. Gli attentati, diretti contro importanti personalità fasciste o naziste, contro ufficiali, o contro ritrovi e locali frequentati dalle truppe occupanti, miravano anche a provocare i nazifascisti, ad innescare la rappresaglia ed a accentuare l'odio e la vendetta. Oltre ai GAP inoltre si costituirono nelle fabbriche, con funzioni di sabotaggio e controllo, i SAP ("Squadre di azione patriottica"), una vera e propria milizia clandestina di fabbrica con l'obiettivo di rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale.

I GAP furono attivi a Torino, guidati prima da Ateo Garemi e poi dall'abile Giovanni Pesce "Visone"; in questa città furono uccisi nel novembre 1943 il fascista Vassallo e il seniore della milizia Domenico Giardina. Dopo la cattura e la fucilazione di Garemi, Pesce e Ilio Barontini "Dario" (già impegnato in Spagna ed in Etiopia per organizzare la resistenza abissina insieme a Francesco Scotti e coordinatore dei GAP a Bologna) riorganizzarono i GAP nel capoluogo piemontese. Il 5 gennaio 1944 "Visone" riuscì ad uccidere da solo quattro ufficiali tedeschi dentro un ristorante ed il 3 marzo 1944 colpì a morte Ather Capelli, direttore della "Gazzetta del Popolo". A Milano, i militanti dei GAP furono più numerosi guidati da Egisto Rubini e Italo Busetto; dopo un primo attentato il 2 ottobre 1943, il 18 dicembre tre gappisti riuscirono a uccidere Aldo Resega, federale del capoluogo lombardo, fuggendo in bicicletta.

Altri nuclei clandestini si organizzarono a Bologna, con Ilio Barontini; a Genova, guidati da Giacomo Buranello e a Firenze, dove il gruppo di Alessandro Sinigaglia e Bruno Fanciullacci uccise il 1º dicembre 1943 il colonnello Gino Gobbi. Anche a Roma si attivarono nuclei gappisti, reclutati soprattutto nell'ambiente universitario; nonostante il fallimento di un attentato dinamitardo al teatro Adriano il 1º ottobre 1943 contro il maresciallo Graziani e il generale Stahel, i militanti, tra cui Antonello Trombadori, Carlo Salinari, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carla Capponi, portarono a termine numerose azioni cruente con cariche esplosive contro reparti tedeschi o in locali e alberghi frequentati dai nazifascisti.

Le perdite tra i GAP furono pesanti di fronte alla dura repressione degli apparati nazifascisti: a Torino furono catturati e uccisi Giuseppe Bravin e Dante Di Nanni, a Firenze venne colpito a morte in un conflitto a fuoco Alessandro Sinigaglia, a Genova cadde Giacomo Buranello, i nuclei di Milano e Roma subirono altre perdite, nelle prigioni di via Tasso vennero raccolti e spesso torturati i combattenti della Resistenza catturati. Inoltre gli attentati, scatenando le violente rappresaglie nazifasciste su ostaggi e popolazione, suscitarono perplessità tra i moderati e critiche da parte del clero cattolico. Il 23 marzo 1944 ebbe luogo, per azione di Bentivegna, Calamandrei e Capponi, il sanguinoso attentato di via Rasella contro un reparto tedesco, che provocò l'immediata e spietata rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Il 15 aprile venne ucciso a Firenze da un nucleo dei GAP guidato da Bruno Fanciullacci, il filosofo Giovanni Gentile; anche questo episodio diede luogo a polemiche e critiche. Gentile aveva pienamente aderito alla RSI, era diventato presidente dell'Accademia d'Italia e con i suoi scritti e la sua statura intellettuale aveva giustificato le violenze e la repressione contro la Resistenza. Nonostante queste difficoltà e l'accentuarsi della repressione durante il duro inverno del 1944, i gappisti non rinunciarono alle loro pericolose azioni: il 17 luglio 1944 un gruppo costituito da sei partigiani guidati da Aldo Petacchi assaltò il carcere di Verona e riuscì a liberare, dopo un violento conflitto a fuoco in cui morirono due gappisti, il dirigente comunista Giovanni Roveda. I GAP continuarono a colpire le autorità e gli apparati del nemico fino ai giorni della Liberazione.

Anche a Milano fin dai giorni di settembre era stato costituito un Comitato di Liberazione Nazionale che assunse subito grande importanza, i dirigenti del CLN di Roma guidato da Bonomi riconobbero a gennaio 1944 la necessità di un coordinamento della lotta partigiana al nord e quindi vennero delegati al comitato di Milano tutti i poteri politico-militari per l'Alta Italia, nonostante qualche divergenza con il comitato di Torino. Diretto dall'indipendente Alfredo Pizzoni ("Longhi"), il comitato milanese si trasformò in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e per il resto della Resistenza guidò con efficacia la lotta partigiana nel cuore della Repubblica Sociale e dell'apparato militare tedesco.

I componenti iniziali del CLNAI furono: i liberali Giustino Arpesani e Casagrande, i comunisti Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza, gli azionisti Albasini Scrosati e Ferruccio Parri, i socialisti Veratti (poi deceduto) e Viotto, i democristiani Casò e Enrico Falck. Successivamente la composizione mutò: si aggiunsero i liberali Anton Dante Coda e Filippo Jacini; tra i comunisti, Dozza si recò in Emilia e a Li Causi si aggiunsero Emilio Sereni e Luigi Longo che poi passò al CVL; tra gli azionisti, Parri passò al CVL e ad Albasini si aggiunsero Riccardo Lombardi e Leo Valiani; tra i socialisti si aggiunsero Marzola, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi; tra i democristiani, Casò fu sostituito da Achille Marazza a cui si aggiunse anche Augusto De Gasperi. La presidenza del CLNAI restò a Pizzoni sino alla Liberazione; il 27 aprile 1945 al suo posto subentrò il socialista Morandi.

Il ruolo del CLNAI crebbe di importanza durante la guerra; dopo la delega dei poteri al nord ottenuta dal CLN di Roma il 31 gennaio 1944, finalmente il 26 dicembre 1944 anche il governo di unità nazionale di Bonomi affidò i poteri di direzione nell'alta Italia al CLNAI, che quindi di fatto assunse il ruolo di "terzo governo" o "governo ombra " nei territori occupati.

Organizzato come un "governo straordinario del Nord", il CLNAI riuscì a mantenere la coesione tra le diverse posizioni politiche, mantenne i rapporti, a volte difficili, con gli Alleati, si occupò del problema del finanziamento della guerra partigiana (compiti assunti soprattutto da Pizzoni e Falck) attraverso reti di collegamento con la Svizzera; inoltre concluse anche accordi di collaborazione con la Resistenza francese e jugoslava.

Alla metà del 1944 le forze politiche della Resistenza e il CLNAI presero la decisione, inizialmente su proposta di Longo, di creare una nuova struttura militare unificata di tutte le forze partigiane combattenti; il 19 giugno il CLNAI decretò la costituzione di un comando generale militare per l'alta Italia, a capo del cosiddetto Corpo Volontari della Libertà (CVL), ovvero il complesso dei reparti partigiani attivi. Il nuovo comando, ufficialmente costituito a partire dal 1º luglio 1944, venne suddiviso in quattro sezioni: operativa (comprendente a sua volta gli uffici operazioni, informazioni, propaganda e aviorifornimenti), sabotaggio, mobilitazione e servizi. La cosiddetta politica dell'unificazione si impose solo dopo notevoli contrasti tra le forze politiche del CLN.

Dopo il ritorno di Palmiro Togliatti in Italia il 27 marzo 1944 e la sorprendente "svolta di Salerno" illustrata dal segretario generale, che indicava la necessità di costituire un governo di unità nazionale (poi costituito il 22 aprile) e di concentrarsi nella lotta di liberazione rinviando le questioni costituzionali e politiche al dopoguerra, i comunisti proposero l'unificazione delle forze della Resistenza, sperando in questo modo di porre le basi per la trasformazione dei partigiani in un esercito regolare da integrare con quello del sud. Gli azionisti invece, che aderirono solo con grande riluttanza alle proposte togliattiane, miravano alla costituzione di un braccio politico-militare a disposizione del CLN inteso come nuovo "governo democratico", mentre i socialisti furono apertamente critici, temendo un ritorno delle gerarchie reazionarie. A livello delle formazioni combattenti, i partigiani garibaldini e giellisti si mostrarono in gran parte scettici, aderirono solo formalmente all'iniziativa e mantennero ufficiosamente le vecchie denominazioni, salvaguardando le loro tradizioni e i loro rituali.

Sorse quindi il problema della scelta del capo del comitato generale del CVL. Il CLNAI propose al generale Alexander l'invio al nord del generale Raffaele Cadorna come consigliere militare, e, dopo il consenso alleato, il generale arrivò al nord lanciandosi con il paracadute nel bergamasco, quindi, dopo essersi trattenuto tra le Fiamme Verdi del bresciano, raggiunse Milano. Dopo una serie di contrasti e di polemiche sul ruolo effettivo riservato al generale, anche a causa delle manovre di Edgardo Sogno dirette ad organizzare un rigido controllo dei moderati e degli alleati sulle forze partigiane, si giunse ad un compromesso. Il generale Cadorna divenne ufficialmente il comandante del CVL con poteri limitati, membri aggiunti del comando furono designati il liberale Mario Argenton e il democristiano Enrico Mattei, ma la direzione reale della guerra partigiana rimase nelle mani dei due vice-comandanti Luigi Longo "Gallo" e Ferruccio Parri "Maurizio" che mantennero saldamente il controllo delle formazioni più numerose, efficienti e combattive garibaldine e gielliste.

Nell'inverno del 1944 finalmente il CLNAI e il CVL ottennero un riconoscimento ufficiale dagli Alleati; il 14 novembre una delegazione della Resistenza, formata da Parri, Pajetta, Sogno e Pizzoni, raggiunse (via Lugano-Lione) Roma per incontrarsi con i comandanti alleati, diffidenti delle forze partigiane e timorose di un predominio comunista all'interno del movimento resistenziale. A partire dal 23 novembre a Caserta si svolsero i difficili colloqui tra le due delegazioni guidate da Parri e dal generale britannico Henry Maitland Wilson, comandante supremo alleato del fronte Mediterraneo. Dopo alcuni contrasti e alcuni chiarimenti, il generale Wilson, avendo ottenuto garanzie sul passaggio immediato di poteri nelle zone liberate alle autorità alleate e sulla consegna delle armi, firmò il 7 dicembre il patto con le forze della Resistenza, riconoscendone l'autorità al nord, garantendo finanziamenti e rifornimenti, programmando la collaborazione operativa. I delegati del CLNAI fecero quindi ritorno a Milano, mentre Giancarlo Pajetta rimase a Roma come rappresentante della Resistenza.

Le prime esperienze del movimento partigiano nelle settimane dopo l'8 settembre 1943 furono dolorose e difficili, di fronte alla potenza dell'apparato militare germanico ed ai metodi repressivi spietati dell'invasore: la "Brigata Proletaria", costituita dagli operai di Monfalcone guidati da Ostelio Modesti, organizzarono, in cooperazione con reparti della resistenza slovena, una aspra difesa a Gorizia ma vennero infine dispersi dall'intervento di una divisione di fanteria tedesca; a Meina sul lago Maggiore si verificarono le prime deportazioni e le prime uccisioni di ebrei; a Boves i reparti Waffen-SS, durante un rastrellamento alla caccia del gruppo ribelle di Ignazio Vian, dispersero i partigiani, distrussero il villaggio e uccisero sommariamente alcune decine di civili; sul monte San Martino, il gruppo del colonnello Carlo Croce "Giustizia", attestato su posizioni fisse in attesa del nemico, accettò lo scontro diretto e venne facilmente sbaragliato il 13 novembre dalle colonne tedesche.

Nonostante le infelici esperienze iniziali il movimento partigiano tuttavia continuò ad esistere, crebbe di numero, iniziò ad organizzarsi grazie all'apporto dei primi comandanti politici direttamente collegati con i CLN e operò le opportune scelte tattiche, fondate sullo stanziamento in montagna, sulla mobilità e sulla guerriglia, evitando scontri diretti convenzionali contro le superiori forze nazifasciste.


Mentre nel nord e centro Italia si costituivano ed entravano in azione le prime formazioni partigiane, le operazioni alleate al sud proseguivano con una certa difficoltà di fronte all'efficace resistenza delle truppe tedesche. L'avanzata angloamericana e la metodica ritirata tedesca verso le posizioni predisposte della Linea Gustav, iniziata il 19 settembre, innescarono una serie di ribellioni spontanee da parte delle popolazioni meridionali che, prive di collegamenti organici con il movimento politico della Resistenza e poco organizzate, tuttavia intralciarono i nazifascisti e provocarono violente reazioni repressive sui civili. La prima insurrezione cittadina ebbe luogo a Matera dal 21 settembre e terminò con successo prima dell'arrivo delle truppe alleate; il 27 settembre ebbero inizio le quattro giornate di Napoli, una ribellione confusa, spontanea e disorganizzata che infastidì i tedeschi senza tuttavia impedirne le rappresaglie sistematiche (che si prolungarono fino ai primi di ottobre durante l'insurrezione di Nola) e la ritirata strategica.

Altri nuclei consistenti di resistenza e ribellione al sud contro le forze occupanti tedesche ed il fascismo repubblicano si organizzarono in Abruzzo e nel Piceno. Nella provincia di Teramo il raduno di ribelli nel bosco Martese, guidato da capi come i fratelli Rodomonte e Armando Ammazzalorso, venne disperso dalle truppe tedesche, ma i superstiti si riorganizzarono e iniziarono la guerriglia, mentre nella provincia di Ascoli, sul colle San Marco, il concentramento partigiano guidato da Spartaco Perini venne distrutto dopo un duro scontro il 3 ottobre. Il 5 ottobre ebbe inizio invece la sfortunata insurrezione di Lanciano che venne sedata con brutale violenza dalle truppe tedesche.

Tra dicembre 1943 e gennaio 1944 le forze tedesche organizzarono le prime massicce operazioni di repressione antipartigiana al nord, sostenute dai reparti fascisti di Salò e caratterizzate da grande determinazione e da metodi intimidatori e terroristici anche nei confronti dei civili: le truppe della Wehrmacht, addestrate e ben organizzate, ritornarono dal 28 dicembre a Boves dove gli autonomi di Ignazio Vian furono dispersi; solo il comandante e 40 uomini trovarono rifugio in valle Peiso. Dopo nuovi successi nella val Gesso e nella val Maira, i tedeschi trovarono grosse difficoltà in val Grana, dove i giellisti della brigata "Italia libera" di Duccio Galimberti e Livio Bianco si batterono con notevole abilità e mantennero la coesione sfuggendo alla distruzione; dopo una serie di scontri i partigiani ripiegarono a Paralup dove si riorganizzarono.

Anche nella provincia del monte Rosa i garibaldini di Gastone e Moscatelli evitarono la disfatta e contennero l'offensiva tedesca rimanendo uniti e combattivi. Finì invece in un disastro la battaglia di Megolo del 13 febbraio 1944 dove il comandante Filippo Beltrami, preferì lo scontro frontale contro i nemici senza ripiegare. I partigiani vennero sbaragliati con pesanti perdite e caddero sul campo lo stesso Beltrami, il monarchico Antonio Di Dio ed i comunisti Gaspare Pajetta e Gianni Citterio.

Nel Friuli le operazioni di repressione tedesche in gennaio furono particolarmente massicce contro i garibaldini della brigata Friuli; il comandante Giacinto Calligaris "Enrico" venne ucciso e la formazione venne praticamente distrutta, mentre le forze tedesche dispiegarono metodi di lotta violenti e costellati di devastazioni e rappresaglie. I partigiani superstiti riuscirono tuttavia a ripiegare dietro l'Isonzo e ben presto cominciarono a riorganizzarsi entrando in collegamento con le forti unità della Resistenza slovena che già nel settembre 1943 erano penetrate nella regione abbandonandosi a violente vendette sulla popolazione italiana prima di essere respinte dai tedeschi. Questi primi mesi della Resistenza furono molto duri per i partigiani che ancora poco organizzati, quasi privi di armi e munizioni, non sostenuti dagli Alleati, dovettero affrontare una vera lotta per la sopravvivenza. In Liguria i garibaldini della brigata "Cichero" sfuggirono alla distruzione ma ad Alto, sulle montagne sopra Imperia, venne ucciso il 27 gennaio Felice Cascione, medico e comandante dei partigiani della zona; nei monti dell'appennino in una zona poco controllabile dai tedeschi, fra pavese ed emilia, si forma la Compagnia Carabinieri Patrioti comandata dal comandante partigiano "Fausto", Ten. Fausto Cossu dei carabinieri, che aveva arruolato tutti i carabinieri e militari italiani dell'appennino; in Piemonte "Barbato" riuscì a salvare pochi decine di uomini in un rifugio sotto il Monviso.

Nonostante le difficoltà concrete e lo scarso interesse delle potenze alleate per la lotta partigiana, manifestato francamente a Parri dai capi dei servizi anglo-americani in Svizzera (il britannico John McCaffery e lo statunitense Allen Dulles) in un incontro il 3 novembre 1943, la Resistenza riuscì a sopravvivere durante l'inverno ed a svilupparsi qualitativamente e quantitativamente principalmente grazie alla favorevole situazione generale sui fronti di guerra che faceva prevedere un crollo del Terzo Reich, all'afflusso dei giovani renitenti alle leve della Repubblica di Salò che, pur creando problemi di coesione e di organizzazione alle vecchie e sperimentate formazioni, permisero un aumento numerico imponente dei combattenti, ed anche alla crescente ostilità della popolazione ed in particolare della classe operaia verso il regime fascista e l'occupante tedesco.

Gli scioperi generali dal 1° all'8 marzo 1944, promossi soprattutto dai comunisti, a cui presero parte oltre 500.000 lavoratori del nord, si conclusero con un successo politico per le forze antifasciste nonostante alcuni fallimenti locali ed i limitati risultati pratici raggiunti; le autorità nazifasciste, a dispetto della violenta repressione, non riuscirono a fermare le manifestazioni e persero ulteriore credibilità nei confronti della popolazione mentre divenne evidente la crescente influenza delle forze politiche di sinistra e l'ostilità della classe operaia verso le ambigue politiche sociali della Repubblica di Salò.
A partire dal marzo 1944 il comando tedesco diede il via ad un nuovo ciclo offensivo di rastrellamenti concentrato sull'Emilia, la Liguria e il Piemonte, regioni potenzialmente obiettivo di possibili sbarchi alleati; in Emilia le truppe tedesche sgominarono rapidamente i gruppi partigiani, mentre in Piemonte i combattimenti si prolungarono con esito alterno e con perdite per entrambe le parti. Le forze nazifasciste impegnate furono ingenti: due divisioni Waffen-SS etniche e una di truppe da montagna, rinforzate da reparti ucraini e mongoli; anche un battaglione di bersaglieri, reparti della "Tagliamento" e della "Muti" parteciparono ai rastrellamenti.

Le maggiori sconfitte delle formazioni partigiane si verificarono nella val Casotto, dove gli autonomi di "Mauri" (oltre 1.200 uomini, secondo i dati tedeschi) subirono dure perdite e furono dispersi a causa anche di eccessivo ottimismo e di alcuni errori tattici. Le forze tedesche del kampfgruppe Rohr (appartenente alla 356ª Divisione fanteria) attaccarono dal 13 marzo e accerchiarono rapidamente le bande partigiane che vennero sbaragliate completamente entro il 24 marzo. Solo il comandante "Mauri" e circa 100 uomini ripiegarono in salvo sul monte Alpet. Anche in val Varaita e alla Benedicta i tedeschi ebbero rapidamente la meglio: i garibaldini della brigata Morbiducci e gli autonomi del capitano Oddino vennero sbaragliati e le colonne tedesche, che subirono perdite modeste, percorsero liberamente le vallate e rastrellarono il monte Tobbio, disgregando le deboli formazioni partigiane e compiendo numerose rappresaglie.

Nelle altre zone invece le formazioni partigiane si batterono con successo, evitando scontri frontali ed adottando tattiche di guerriglia: in val Maira i giellisti di Dalmastro e Bocca ressero bene i rastrellamenti e mantennero le loro forze, mentre nella valle Stura i reparti di Ettore Rosa, Livio Bianco e Nuto Revelli furono duramente impegnati ma scamparono alla distruzione e continuarono a rimanere attive ed efficienti. Uguali successi ottennero contro i rastrellamenti nazifascisti anche i garibaldini di "Barbato" nella valle Po, i giellisti nella val Pellice, gli autonomi di Marcellin nella valle d'Aosta e i garibaldini di "Ciro" Gastone e "Cino" Moscatelli nella Valsesia che, nonostante iniziali difficoltà, evitarono i rastrellamenti nemici sfruttando la loro grande mobilità.

Dopo aver resistito alle operazioni di repressione nazifasciste di primavera, i reparti partigiani, rafforzati dall'afflusso di nuovi elementi galvanizzati dall'apparente vittoria alleata su tutti i fronti del giugno 1944 (i cosiddetti "partigiani estivi" o anche "partigiani sfollati"), salirono ad oltre 50.000 combattenti, di cui 25.000 garibaldini comunisti, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi. Queste formazioni partigiane passarono a loro volta all'offensiva e nell'estate, secondo i progetti del CVL, estesero progressivamente le aree liberate all'intera fascia appenninica e alpina e alle regioni collinari. Vennero costituite quindici zone libere (le "piccole repubbliche") con un'amministrazione politica, economica e finanziaria, elezioni, polizia e difesa.

In Piemonte le formazioni garibaldine di "Barbato" e "Nanni", gielliste di Livio Bianco e autonome di "Mauri" liberarono le valli del Cuneese, la val Pellice e la val Chisone, la Val d'Aosta venne quasi completamente liberata dalle formazioni autonome di Marcellin, mentre nel Biellese le forze garibaldine di "Gemisto" liberarono tutte le colline circostanti la città. Nella Valsesia le Brigate Garibaldi di "Ciro" (Eraldo Gastone) e "Cino" (Vincenzo Moscatelli) organizzarono una serie di veloci incursioni, raggiunsero Borgosesia il 10 giugno ed organizzarono la "repubblica" che sarebbe durata con alterne vicende fino alla Liberazione, mentre a Lanzo Torinese i garibaldini ottennero numerosi successi durante duri scontri contro reparti fascisti.

Anche nell'Appennino ligure i partigiani guadagnarono molte posizioni: nella regione di Imperia, a Badalucco, la divisione Garibaldi "Cascione" si batté con successo contro forze superiori; sempre nell'appenino ligure si forma la VI zona libera con la Repubblica di Bobbio che si estende fra le province di Piacenza, Parma, Pavia, Alessandria e Genova, con circa 4.000 uomini con al capo il comandante "Fausto" ovvero il Ten. dei carabinieri Fausto Cossu già a capo della Compagnia Carabinieri Patrioti e poi della Divisione Giustizia e Libertà con 11 brigate; capoluogo la città di Bobbio in Val Trebbia, liberata il 7 luglio del 1944, che fu la prima città liberata del nord Italia annunciata anche da Radio Londra; mentre nell'Appennino modenese il comandante "Armando" (Mario Ricci) organizzò la Repubblica di Montefiorino. Infine nel bellunese la Divisione Garibaldi "Nanetti", comandata da "Milo", costituì una zona libera nell'altopiano del Cansiglio ed in Friuli avanzarono con successo i garibaldini della "Natisone" e della ""Friuli e i partigiani delle Osoppo che liberarono un vasto territorio lungo il Tagliamento.

Nel maggio del 1944 si osservo anche un'intensa attività diplomatica condotta dai giellisti delle Alpi cuneesi con la Resistenza Francese. Vi furono più contatti i quali culminarono con gli incontri di Saretto che portarono alla firma di accordi sul piano politico e militare conclusi tra delegati del CLN del Piemonte e della pari istituzione francese.

Durante l'inverno del 1943-44 le operazioni alleate contro la munita Linea Gustav andarono incontro ad una serie di sanguinosi insuccessi: le difese di Cassino si dimostrarono quasi impenetrabili, mentre anche lo sbarco ad Anzio (gennaio 1944) non risolse la situazione a favore gli Alleati e rischiò invece di trasformarsi in un disastro. In questo periodo a Roma si succedettero vive speranze di liberazione e amare delusioni. La presenza del Vaticano e del Papa Pio XII, con le sue dichiarazioni per la riconciliazione e per la salvaguardia della vita umana, incoraggiò un atteggiamento di resistenza passiva da parte della cittadinanza, mentre l'apparato repressivo nazifascista poté controllare solo con metodi violenti la situazione, schiacciare i nuclei della resistenza militare del colonnello Montezemolo, ed eseguire spietate rappresaglie contro ostaggi e prigionieri in risposta a un atteggiamento comunque non collaborativo dei cittadini e alle sporadiche ma efficaci iniziative dei GAP contro soldati tedeschi, militi e importanti esponenti fascisti repubblicani.

Un'ennesima offensiva alleata contro la Linea Gustav ebbe inizio l'11 maggio 1944 e finalmente ebbe successo; le truppe alleate sfondarono il fronte di Cassino e avanzarono ricongiungendosi con i reparti attestati nella testa di ponte di Anzio. Furono i soldati americani del generale Clark che entrarono a Roma il 4 giugno, mentre i reparti tedeschi erano impegnati ad eseguire una difficile ritirata e gli apparati repressivi nazifascisti avevano già abbandonato la capitale. Roma, unica delle grandi città italiane, non insorse e attese l'arrivo delle truppe alleate; le mediazioni vaticane, la debolezza della resistenza militare, la scomparsa dei nuclei gappisti, falcidiati dalla repressione, impedirono un'attiva partecipazione popolare alla liberazione della città. La città aveva comunque già pagato il suo tributo di sangue, con le 597 vittime di Porta San Paolo, le 335 delle Fosse Ardeatine, i 2.091 ebrei deportati nei campi di sterminio, i 947 cittadini deportati nel rastrellamento del Quadraro, i 66 martiri di Forte Bravetta, i dieci fucilati a Pietralata, le dieci donne uccise presso il Ponte dell'Industria per aver assaltato un forno e i quattordici ex-detenuti di Via Tasso, massacrati a La Storta, proprio il giorno della Liberazione (4 giugno 1944).

Nello stesso periodo si rafforzarono, con l'afflusso di nuovi combattenti, le formazioni partigiane in Toscana. I garibaldini costituirono nella campagna senese e del grossetano la Divisione Garibaldi "Spartaco Lavagnini" (1000 uomini), comandata da Fortunato Avanzati, e nell'area Firenze-Arezzo la Divisione Garibaldi "Arno" (1700 uomini), guidata dal valoroso Aligi Barducci, "Potente; i giellisti organizzarono le loro brigate Roselli (1200 uomini); mentre erano attive anche formazioni autonome guidate da Manrico Ducceschi "Pippo" sulle montagne di Pistoia, e in Garfagnana la Divisione Garibaldi "Lunense", guidata dal maggiore britannico Anthony Oldham e con commissario politico Roberto Battaglia. Dopo una serie di contrasti tra garibaldini e giellisti ed alcune riuscite operazioni di repressione nazifasciste, le forze della resistenza si accordarono e costituirono un comando unificato partigiano in Toscana per passare all'attacco delle forze nemiche in contemporanea con l'avanzata alleata a nord di Roma.

Dopo la caduta di Roma l'esercito tedesco del feldmaresciallo Kesselring aveva dato inizio ad una difficile ritirata di oltre 500 km per attestarsi sulle nuove posizioni appenniniche; la manovra, ostacolata dall'intervento delle formazioni partigiane, fu nuovamente costellata da violenze, repressioni ed eccidi di civili a Gubbio, a Cortona, a Civitella in Val di Chiana, a San Giovanni Valdarno. I partigiani si batterono validamente, liberarono Terni il 13 giugno, precedendo le truppe indiane dell'8ª Armata britannica; entrarono a Spoleto e Foligno; i partigiani del "Raggruppamento Monte Amiata" ottennero un successo a Pitigliano e altri liberarono Grosseto il 15 giugno. Le operazioni continuarono in luglio in Toscana, Siena venne liberata il 3 luglio dalle truppe francesi senza l'intervento partigiano, ma la divisione Garibaldi "Arno" il 15 luglio iniziò la marcia di avvicinamento a Firenze, intercettò le retroguardie tedesche e il 3 agosto raggiunse Fiesole e i sobborghi della città.

A Firenze Alessandro Pavolini, giunto in città il 18 giugno, cercò di organizzare la resistenza delle forze fasciste repubblicane; furono costituiti gruppi di franchi tiratori, mentre i membri della banda Carità si abbandonarono alle ultime violenze e omicidi prima di partire per il nord e riparare a Padova. Anche il segretario del PFR ritornò l'8 luglio al nord, cosciente dell'imminente caduta della città. La battaglia per Firenze ebbe inizio il 28 luglio con i primi scontri a sud della città tra i partigiani e retroguardie di paracadutisti tedeschi. Il comando germanico, su istruzioni di Kesselring e dello stesso Hitler, organizzò metodicamente la ritirata: al guado dell'Arno una brigata giellista venne annientata, i ponti sul fiume vennero fatti tutti saltare tranne Ponte Vecchio, e le forze partigiane (circa 2.800 uomini in maggioranza garibaldini della "Arno", ma anche giellisti, liberali e socialisti) rimasero divise in due parti.

Il 4 agosto entrarono in città a sud del fiume i primi reparti garibaldini, ma i combattimenti continuarono violenti; la guarnigione tedesca rimasta a Firenze, effettuò sistematiche distruzioni e mantenne ancora il controllo della città. Il 7 agosto rimase ucciso Barducci "Potente", e solo la notte del 10-11 agosto i reparti tedeschi abbandonarono Firenze per risalire sulle colline nord dove si trincerarono e respinsero facilmente con gravi perdite i partigiani. All'interno della città, in un clima insurrezionale, le forze partigiane eliminarono lentamente i numerosi franchi tiratori fascisti rimasti e uccisero sommariamente molti collaborazionisti, mentre il CLNT (Comitato di Liberazione Nazionale Toscano) assunse i pieni poteri in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero il 13 agosto. Tuttavia i combattimenti nella periferia nord di Firenze continuarono molto duri fino ai primi di settembre, costarono molte perdite ai partigiani e si risolsero solo con il concorso decisivo delle forze alleate.

Nelle settimane precedenti i tedeschi avevano abbandonato anche l'Abruzzo, dove la banda partigiana guidata da Armando Ammazzalorso entrò per prima a Teramo il 18 giugno, e le Marche, dove fin dal 13 giugno si era costituito un comando regionale partigiano. Alla fine del mese le formazioni della Resistenza iniziarono gli attacchi alle forze fasciste ed ai tedeschi in ritirata: il 1º luglio i partigiani della brigata "Capuzzi" liberarono Camerino, il 14 luglio venne raggiunta Ancona.

Le violente battaglie tra le formazioni partigiane e i reparti tedeschi e fascisti dell'estate 1944 nel nord Italia derivarono in parte dalla situazione strategica generale sul fronte italiano; dopo il crollo della linea Gustav e la liberazione di Roma e Firenze il generale Alexander, comandante del 15º Gruppo d'armate alleato che operava in Italia, sperò di ottenere una vittoria decisiva e quindi, pressato in questo senso anche dal Primo ministro britannico Churchill, per la prima volta sollecitò un'intensificazione dell'attività partigiana nelle retrovie del fronte tedesco per disorganizzarne la ritirata e minarne la sicurezza. Queste istruzioni vennero fornite direttamente l'11 agosto dal generale Alexander al generale Raffaele Cadorna, nel momento della partenza di quest'ultimo per assumere al nord il comando del Corpo Volontari della Libertà. In realtà il comando del CVL, insicuro della situazione e non edotto dei progetti strategici precisi alleati, preparò i primi piani insurrezionali ma invitò alla massima prudenza le formazioni partigiane.

La ritirata delle forze tedesche verso la Linea Gotica fu costellata da spietate operazioni di repressione e rappresaglia contro nuclei di partigiani (brigate "Stella Rossa" nel bolognese e "Gino Mosconi" nelle Apuane) e soprattutto contro i civili allo scopo di rendere sicure le vie di comunicazione e di intimidire le popolazioni terrorizzandone lo spirito di rivolta. Dopo l'operazione "Wallenstein" condotta con scarso successo dal 30 giugno nella zona montuosa tra Parma e La Spezia, a giugno e luglio lungo la strada Roma-Firenze ed in particolare in agosto a Sant'Anna di Stazzema ed a settembre a Marzabotto (ad opera dei reparti del maggiore delle SS Walter Reder) reparti della Wehrmacht e delle Waffen-SS con la collaborazione dei fascisti repubblicani si macchiarono, durante gli aspri scontri contro i partigiani della Brigata "Stella Rossa" guidati del comandante "Lupo" (Mario Musolesi, che rimase ucciso negli scontri), di numerose atrocità contro le popolazioni che costarono la vita ad oltre 2.000 civili. In agosto venne anche decimata la famosa "banda Corbari" che si era trasferita sul monte Levane; Silvio Corbari, tradito e catturato con alcuni suoi luogotenenti, venne impiccato dai nazifascisti a Forlì il 18 agosto 1944.

Mentre proseguiva la tragica ritirata del grosso dell'esercito tedesco verso nord, fin da luglio era in corso la battaglia di Montefiorino, dove la Divisione garibaldina Modena, guidata dal prudente e capace comandante Mario Ricci "Armando", aveva costituito con i suoi 5.000 uomini una vasta regione libera, estesa da Pievepelago, a Serramazzoni, da Ligonchio a Carpineti, alle spalle delle posizioni tedesche. Gli alleati rinforzarono notevolmente questa regione libera con lanci di armi ed equipaggiamenti ed i partigiani organizzarono solide posizioni che riuscirono in un primo tempo a fermare l'attacco di deboli unità Waffen-SS a Piandelagotti. Dopo vane trattative tra partigiani e tedeschi, sfruttate dal comando del generale Messerle per rinforzare le sue forze, alla fine di agosto oltre 8.000 soldati tedeschi, con contingenti di sostegno fascisti, attaccarono con artiglieria e autoblindo la regione di Montefiorino da tre direzioni.

A partire dal 30 luglio i tedeschi avanzarono lungo il Secchia, con impiego di cannoni e lanciafiamme, alcune cittadine vennero bombardate ed incendiate e ci furono rappresaglie sui civili; sul fiume i partigiani si batterono bene; nella direzione di Toano ebbe un ruolo importante un reparto di partigiani sovietici ex prigionieri. La sera del 31 luglio "Armando" diede ordine di sganciarsi e ritornare alla guerriglia, altri combattimenti durarono fino al 1º agosto a Monchio, con perdite per la resistenza, e al Passo delle Radici dove i partigiani guadagnarono tempo per favorire la ritirata. Fino al 12 agosto i reparti partigiani continuarono imboscate ed incursioni per ostacolare la marcia dei tedeschi. I nazifascisti riuscirono alla fine, con la perdita di circa 500 morti e feriti, a disgregare la repubblica di Montefiorino ma la gran parte della Divisione garibaldina Modena rimase intatta, pur avendo perso 250 uomini, ed avrebbe presto attraversato le linee entrando direttamente nello schieramento alleato.

Le forze alleate sferrarono l'attacco alla Linea Gotica tra il 25 agosto ed il 10 settembre e i reparti partigiani schierati nelle immediate retrovie del fronte tedesco entrarono quindi in azione; sul versante orientale i garibaldini della 8ª Brigata Garibaldi contribuirono alla liberazione di Forlì, nel modenese i partigiani si ricongiunsero con gli angloamericani, mentre nella regione a sud di Bologna si verificarono aspri scontri. Il 28 settembre sul Monte Battaglia i partigiani della 36ª Brigata Garibaldi conquistarono le posizioni e respinsero i tedeschi fino all'arrivo degli americani, mentre a Ca' di Guzzo le Waffen-SS superarono la disperata resistenza dei garibaldini della 62ª Brigata ed uccisero tutti i partigiani rimasti isolati.

Mentre erano in corso i combattimenti lungo l'Appennino, da agosto si combatteva nella val Chisone, tra le aspre montagne del Sestriere una dura battaglia tra i reparti autonomi collegati a "Giustizia e Libertà" del sergente degli Alpini Maggiorino Marcellin "Bluter" e numerose formazioni tedesche e fasciste (una divisione granatieri tedesca, un battaglione della "Nembo", bersaglieri, SS italiane, un battaglione OP). Si trattò delle più lunga e combattuta battaglia della Resistenza; dopo una fase di preparazione i tedeschi iniziarono l'offensiva lungo la Val di Susa, i partigiani di Marcellin avevano un armamento pesante con mortai da 81 e dieci cannoni da montagna e si batterono con tutti i mezzi. I tedeschi impiegarono carri armati e Stukas mentre gli autonomi ebbero l'appoggio anche di aerei britannici decollati dalla Corsica. Nonostante i contrattacchi di sostegno a fondovalle dei garibaldini di "Barbato" e dei giellisti di Antonio Prearo, i nazifascisti continuarono i rastrellamenti, costellati da esecuzioni sommarie. Il 6 agosto Marcellin decise di sganciare i suoi uomini a piccoli gruppi; in val Troncea i partigiani furono accerchiati ma rifiutarono la resa e, dopo grandi difficoltà, alla fine di agosto trovarono scampo in Francia da dove dopo poche settimane, non scoraggiati, fecero ritorno in val Chisone per riorganizzare la resistenza.

Il 17 agosto era cominciata una nuova battaglia nella valle Stura tra le colonne tedesche della 90ª Panzergrenadier Division in marcia verso il colle della Maddalena per soccorrere alcune divisioni schierate sul versante francese delle Alpi e minacciate dallo sbarco alleato in Provenza, e i giellisti della 1ª Divisione alpina guidati da Livio Bianco e Nuto Revelli. Inizialmente i partigiani furono messi in grave difficoltà dall'arrivo a sorpresa dei granatieri tedeschi, gli sbarramenti vennero travolti, si verificò il caos tra la popolazione e solo il 19 agosto Revelli riuscì a riprendere il controllo della situazione ed a organizzare la difesa. Nei giorni seguenti i partigiani misero a segno alcune riuscite imboscate e rallentarono la marcia dei tedeschi prima di ripiegare in quota. Fino al 23 agosto gli uomini di Revelli continuarono a infastidire ed a infliggere perdite al nemico prima di sganciarsi e sconfinare in Francia per la valle Tinea. In questa regione i giellisti combatterono ancora fino al 10 settembre e vennero quindi aggregati ai reparti francesi che li costrinsero a rimanere in zona per cinque mesi prima di autorizzarli a rientrare in Italia.

Un'ultima serie di combattimenti ebbero luogo tra il 22 agosto e il 1º settembre nella val Trebbia con la battaglia del Penice che porterà il 27 agosto alla caduta della Repubblica di Bobbio operante fra la VI Zona Libera e la XIII Piacenza e zona dell'Olprepo ed alessandrino; i reparti della Repubblica di Salò svolsero questa volta la parte principale nell'azione con oltre 8.000 uomini impegnati delle Divisioni "Monterosa", "San Marco" e "Littorio" contro i 3.500 partigiani della Divisione garibaldina Cichero di Aldo Gastaldi e della Divisione giellista Piacenza di Fausto Cossu, coordinate dal comandante "Miro" (nome di battaglia dello sloveno Antonio Ukmar)[155]. Il 23 agosto ebbe inizio l'attacco in forze da ogni direzione dei reparti fascisti divisi in nove colonne provenienti dall'Emilia, dal Piemonte e dalla Liguria. Sul versante ligure i garibaldini di "Virgola" (capo della Cichero) respinsero gli attacchi, mentre in altre zone si verificarono cedimenti. Nello scontro di Badalucco i garibaldini della Divisione F.Cascione inflissero perdite alle colonne nemiche; a Novi Ligure e a Varzi si batterono con valore i reparti dell'"Americano" e di "Peter"; infine le colonne nazifasciste si spinsero sull'Antola e occuparono Torriglia. Nonostante questi successi in realtà il rastrellamento non aveva distrutto le forze della Resistenza che ripresero subito la loro attività: nell'Oltrepò Pavese i partigiani della "Crespi" e della "Capettini" occuparono Varzi e catturarono un gruppo di alpini della "Monterosa", mentre i reparti liguri riorganizzarono le loro forze e studiarono nuove tattiche per sfuggire al nemico. Infine anche il Veneto venne investito dalla repressione nazifascista: dall'11 agosto i garibaldini della "Garemi" dovettero battersi duramente in val Posina, sopra Schio; il sacrificio di un gruppo partigiano, guidato da "il marinaio" (Bruno Viola), permise al grosso di disperdersi e di evitare i massicci e violenti rastrellamenti tedeschi.

Le battaglie dell'estate 1944 si conclusero quindi con una serie di successi tattici per le forze nazifasciste, ma, nonostante il mancato concorso alleato a causa del fallimento complessivo dell'offensiva sulla Linea Gotica, i reparti partigiani mostrarono efficienza e combattività, riuscendo a evitare la distruzione e impegnando forti contingenti nemici: otto divisioni tedesche (di cui quattro in Piemonte) e circa 90.000 soldati della RSI.

Nell'estate 1944, sempre nel clima ottimistico creato dai segni di un crollo tedesco in Italia di fronte all'offensiva alleata, il comando partigiano decise l'ambizioso progetto di creare delle vere "Repubbliche partigiane" o "Zone libere" in alcuni territori montani e collinari dell'Italia Settentrionale, lungo l'arco delle Alpi e dell'Appennino Settentrionale, liberati dall'occupazione nazi-fascista. Questi progetti, che prevedevano la costituzione di strutture di governo amministrative e programmi economici e sociali concreti, ampliavano le precedenti esperienze spontanee della Repubblica di Maschito, nel Vulture in Basilicata, della Repubblica del Corniolo e delle cosiddette "piccole repubbliche" che, create nella primavera 1944, avevano subito in luglio e agosto i duri rastrellamenti tedeschi.

Le tre "grandi repubbliche", precedute dall'esperienza della repubblica di Montefiorino nell'Appennino modenese, si costituirono tra l'agosto e il novembre 1944 in val d'Ossola, in Carnia e nell'Alto Monferrato; soprattutto la repubblica dell'Ossola assunse grande importanza, per la sua numerosa popolazione (oltre 80.000 abitanti), la sua ricchezza economica ed anche per l'importanza strategica. Confinante con la Svizzera, la repubblica attirò anche l'attenzione dei comandi e dei servizi alleati guidati dall'americano Allen Dulles e dal britannico John McCaffery che ipotizzarono, in contemporanea con la ripresa dell'offensiva alleata sulla Linea Gotica in direzione di Rimini e del passo del Giogo, di rafforzare l'enclave attraverso il confine elvetico ed anche con l'impiego dell'aeroporto di Domodossola.

La liberazione dell'Ossola, difesa da forze scarse ed in parte demoralizzate, fu rapida: il 26 agosto i garibaldini della brigata Redi attaccarono e occuparono Baceno e nei giorni seguenti una serie di presidi fascisti vennero abbandonati o si arresero, mentre ai primi di settembre le valli alte vennero completamente occupate dalle reparti di Arca e Filippo Frassati della Brigata garibaldina Piave. L'8 settembre i partigiani delle Fiamme Verdi della Divisione "Valtoce" di Alfredo Di Dio e quelli della Divisione autonoma "Valdossola" di Dionigi Superti diedero inizio all'offensiva dalla bassa valle: a Piedimulera i reparti della Brigata Nera di Carrara caddero in un'imboscata mentre gli altri reparti tedeschi e fascisti ripiegarono verso Domodossola. Dopo trattative tra il presidio tedesco e i partigiani, le forze nazi-fasciste abbandonarono la città e i partigiani entrarono nella capitale dell'Ossola accolti festosamente dalla popolazione. Venne subito costituita una giunta politico-amministrativa presieduta dal socialista Ettore Tibaldi, arrivato da Lugano, con i comunisti Concetto Marchesi, Giancarlo Pajetta, Umberto Terracini, i socialisti Santi, Vigorelli, Mario e Corrado Bonfantini ed il democristiano Piero Malvestiti.

Le altre due "grandi repubbliche" partigiane vennero organizzate lentamente nell'estate e autunno 1944; in Carnia la giunta si stabilì ad Ampezzo il 26 settembre, mentre la difesa della zona libera, abitata da 78.000 persone, rimase divisa tra la Divisione garibaldina "Friuli-Natisone" e la Divisione Osoppo che non costituirono un comando unificato soprattutto a causa della decisione del Partito Comunista Italiano di trasferire sotto comando operativo jugoslavo le sue forze, provocando le vive proteste osovano. L'Alto Monferrato venne invece organizzato ufficialmente solo il 5 novembre dalle forze partigiane delle divisioni Garibaldi di Giambattista Reggio e "Ulisse" (Davide Lajolo) e dalla divisione autonoma di "Tino", dipendente dal gruppo di "Mauri", nel frattempo attestato a difesa della repubblica di Alba[166]. I cospicui e ben armati reparti autonomi del 1º Gruppo Divisioni Alpine guidate da "Mauri" (Enrico Martini) e "Nord" (Piero Balbo), affiancati da formazioni partigiane garibaldine della Divisione "Langhe", dopo essere entrate ad Alba il 10 ottobre, costituirono posizioni difensive lungo il Tanaro e respinsero inviti alla trattativa da parte dei nazifascisti.

Alla fine di ottobre 1944 i tentativi alleati di superare le difese tedesche sulla linea Gotica ed irrompere nella pianura Padana ebbero termine con un insuccesso strategico complessivo, provocando un inatteso prolungamento della guerra in Italia e aggravando gravemente la situazione delle forze partigiane combattenti nei territori occupati che durante l'estate, in previsione della vittoria alleata, erano passate all'offensiva allargando notevolmente il territorio controllato e costituendo numerose "zone libere". Fin dal 1º ottobre il feldmaresciallo Kesselring fu infatti in grado di diramare i primi ordini alle sue forze per organizzare un'operazione coordinata di repressione e rastrellamento sistematico per schiacciare finalmente i partigiani, rioccupare le "zone libere" e intimorire con metodi di lotta aggressivi la popolazione apparentemente favorevole alla resistenza. Già in settembre le forze nazifasciste erano passate all'offensiva antipartigiana attaccando le forze della resistenza asserragliate in difesa sul monte Grappa in posizioni statiche: supportati da artiglieria ed armi pesanti i tedeschi attaccarono i partigiani distruggendo la brigata "Italia libera" e disperdendo con perdite i reparti garibaldini e delle Matteotti. Entro la fine del mese i nazifascisti completarono il rastrellamento sul Grappa costellato di rappresaglie, devastazioni e violenze sui civili.

Dopo questo primo successo Kesselring sferrò quindi il grande rastrellamento globale su tutte le posizioni partigiane con l'impiego di sei divisioni tedesche, quattro della Repubblica di Salò e le varie milizie di partito; gli attacchi iniziarono simultaneamente contro le "repubbliche" della Carnia e dell'Ossola. L'attacco alla repubblica dell'Ossola, la più importante delle zone libere partigiane, ebbe inizio il 9 ottobre e venne condotto da circa 13.000 uomini in grande maggioranza fascisti repubblicani, affiancati solo da un piccolo gruppo di tedeschi. L'offensiva, favorita da una netta superiorità numerica e di mezzi, ebbe subito successo: i nazifascisti penetrarono nella repubblica attraverso la valle Cannobina, mentre a Domodossola si diffuse il panico e la confusione.

Ebbe quindi inizio l'esodo della popolazione verso il confine svizzero per evitare le rappresaglie, mentre lo stesso comandante della Divisione "Valtoce", Alfredo Di Dio, venne ucciso in un'imboscata. Dopo un'aspra resistenza il 13 ottobre da parte di reparti della "Valtoce" e della "Valdossola", i fascisti raggiunsero e occuparono Domodossola il 14 ottobre entrando in una città deserta, mentre 35.000 civili fuggivano verso nord. Gli ultimi scontri si ebbero il 19 ottobre, mentre i reparti nazifascisti devastavano il territorio e i capi politici dell'Ossola fuggivano in Svizzera. I resti delle forze partigiane si frammentarono in tre gruppi: Superti si diresse in val Divedro, i garibaldini della "Redi" in parte ripiegarono in val Formazza e in parte riuscirono, al comando di "Livio" (Paolo Scarponi) e del "colonnello Delli Torri" (Giuseppe Curreno), a raggiungere ai primi di novembre la Valsesia dove confluirono nelle formazioni di Moscatelli.

Il 2 novembre ebbe inizio l'attacco nazifascista, rafforzato con le forze dell'intera 34ª divisione tedesca, alla repubblica di Alba; dopo l'inatteso passaggio da parte nemica del Tanaro sull'unico ponte rimasto, i partigiani si trovarono in difficoltà e "Mauri" abbandonò Alba, ripiegando opportunamente sulle colline, dove gli autonomi e i garibaldini combatterono con efficacia ed abilità. Ben riforniti di armi dai lanci aerei alleati, i partigiani di "Mauri" (Martini) e "Nord" (Balbo), guidati da ufficiali effettivi, condussero per oltre un mese una serie di scontri nei vari abitati collinari, resistendo alle superiori forze nemiche fino al 20 dicembre, perdendo oltre 100 morti e 100 feriti ma infliggendo dure perdite ai tedeschi e rallentandone l'avanzata. Dopo i duri scontri nelle Langhe le forze tedesche e fasciste furono rafforzate e riorganizzate, e il 2 dicembre sferrarono l'attacco nell'Alto Monferrato; le forze partigiane in questa "repubblica", guidate da "Ulisse" (Davide Lajolo) e "Augusto" (Francesco Scotti), avevano ottenuto due successi a Bruno il 20 ottobre e a Bergamasco il 4 novembre, ma, di fronte alla potenza delle forze nemiche decisero questa volta di rinunciare alla lotta frontale e passare alla fase di sganciamento. I garibaldini di "Ulisse" evitarono la distruzione ma le truppe nazifasciste ripresero il controllo del territorio e nelle settimane seguenti estesero le loro operazioni su tutte le vallate alpine dove i partigiani si batterono accanitamente in condizioni meteorologiche proibitive.

La più violenta, sanguinosa e prolungata offensiva nazifascista si diresse dal 27 settembre contro la repubblica della Carnia e coinvolse oltre 40.000 soldati tedeschi, fascisti repubblicani e un insieme di reparti etnici, croati, georgiani, francesi collaborazionisti e cosacchi del Don e del Kuban. L'attacco venne sferrato inizialmente lungo il corso dell'Isonzo a Faedis, difesa dai garibaldini della Divisione Natisone e dalle Divisioni Osoppo. I partigiani si batterono validamente, ma dopo poche ore il 28 settembre dovette essere dato ordine di sganciamento di fronte alla potenza di fuoco nemica. La manovra venne intercettata e i tedeschi inflissero pesanti perdite agli osovani e ai garibaldini, tutta la zona libera ad ovest del Tagliamento venne rastrellata, con gravi devastazioni, incendi di villaggi, deportazioni e rappresaglie.

La seconda fase dell'offensiva nazifascista in Friuli ebbe inizio tra il 2 e l'8 ottobre (operazione "Waldlaufer") sia a nord del Tagliamento sia nell'ansa del fiume. la brigata "Carnia" venne decimata mentre nella zona Frisarco-Redona i tedeschi vennero sorpresi dal fuoco dei partigiani e dovettero ripiegare. Dopo una sosta gli attacchi ripresero il 27 novembre e le truppe da montagna tedesche effettuarono una manovra d'aggiramento attraverso la Clautana, mentre le Waffen-SS attaccarono i garibaldini e i battaglioni della Decima MAS "Barbarigo" e "Valanga" puntarono su Redona. Oltre 30.000 nazifascisti respinsero lentamente i 5.000 partigiani osovani e garibaldini che, guidati da "Ninci" (Lino Zocchi) e "Andrea" (Mario Lizzero) ripiegarono su un terreno di montagna impervio e quasi disabitato, e sferrarono contrattacchi in cui si distinsero anche gli ex prigionieri sovietici del "battaglione Stalin". Infine il 7 dicembre il comandante delle Osoppo, "Verdi" (Candido Grassi) diede ordine di sganciamento e i superstiti attraversarono le linee nemiche per trovare riparo in pianura. La "repubblica della Carnia" era finita; le perdite furono pesanti per entrambe le parti, le devastazioni provocate dai rastrellamenti ingenti e le rappresaglie e deportazioni da parte particolarmente dei reparti cosacchi furono numerose, mentre nascosti nelle grotte delle montagne più disagiate rimasero piccoli nuclei di partigiani.

Il 13 novembre 1944, mentre nell'Italia Settentrionale le massicce operazioni di repressione nazifasciste provocavano dure perdite nelle fila partigiane, il generale Alexander diramava via radio un suo proclama ai combattenti del movimento della Resistenza attraverso cui li invitava ad interrompere le azioni contro il nemico e a ripiegare, per rimanere sulla difensiva in attesa della ripresa alleata di primavera. Il proclama, sebbene corretto dal punto vista operativo, ebbe effetti deprimenti e demoralizzanti sui combattenti partigiani ed innescò reazioni polemiche inducendo i vertici comunisti e giellisti del movimento a respingere le posizioni attendiste e rinunciatarie delle forze conservatrici e del generale Cadorna ed a stimolare invece una concezione più attiva della guerra partigiana al fine di scongiurare un'eventuale dispersione o disgregazione generale dei reparti.

Nonostante le direttive dei capi partigiani e la resistenza dei nuclei più solidi, l'inverno del 1944 fu molto difficile per i partigiani: le dure e spietate operazione di repressione, le sconfitte, la mancanza di sostegno alleato, il tempo inclemente in montagna provocarono una grave crisi del movimento. Molte formazioni si sciolsero o di dispersero; l'amnistia proclamata dal regime di Salò il 28 ottobre 1944 e le offerte tedesche di clemenza in cambio di un arruolamento come lavoratori nell'Organizzazione Todt, appoggiate in alcuni casi anche dalle gerarchie ecclesiastiche, ottennero risultati, ed in gruppi o individualmente molti combattenti abbandonarono le armi e si consegnarono. I partigiani attivi a dicembre scesero a soli 50.000 elementi ancora effettivamente in azione. Altre fonti riducono il numero dei combattenti ancora in azione a soli 20-30.000 uomini.

Anche i quadri dirigenti del movimento furono duramente colpiti dalla repressione nazifascista, che riuscì a smantellare numerose strutture di comandò nelle città; in Piemonte vennero catturati il colonnello Contini e Gino Barocco, capo di stato maggiore del comando regionale, e soprattutto venne arrestato e ucciso a Cuneo Duccio Galimberti. Il suo posto di responsabile di tutte le formazioni gielliste piementesi venne assunto da Dante Livio Bianco. A Milano venne catturata una parte dei componenti del comando generale del CVL, tra cui Sergio Kasman, il liberale Argenton e lo stesso Ferruccio Parri; a Ferrara i fascisti repubblicani arrestarono e uccisero sommariamente tutti i componenti del CLN locale. Una violenta repressione, costellata di violenze ed esecuzioni, si abbatté sulla resistenza gappista nelle città dell'Italia.

La profonda crisi della Resistenza richiese nuove decisioni operative da parte delle strutture di comando centrali; su iniziativa soprattutto del comandante Colajanni "Barbato", venne quindi presa la decisione di attuare la cosiddetta "pianurizzazione". Questa scelta strategica, in realtà imposta anche dall'impossibilità pratica di continuare a combattere in montagna a causa delle difficoltà di rifornimento, della pressione nemica ed anche dell'ostilità di una parte delle popolazioni locali, esasperate e terrorizzate da rappresaglie e repressioni nazifasciste, prevedeva quindi che le formazioni partigiane ancora attive scendessero in pianura lasciando in alta montagna solo piccoli nuclei rifugiati nei territori più impervi. La "pianurizzazione" divenne, a seconda dei casi, una ritirata, con la dispersione in gruppi piccoli, poco efficienti e prevalentemente passivi, nascosti spesso nelle cosiddette "buche", o una vera espansione aggressiva, come nel caso delle formazioni di Moscatelli nella pianura di Novara e Vercelli. Nel Monferrato si trasferirono invece i garibaldini di "Barbato", mentre nelle Langhe rifluirono, accanto agli autonomi di "Mauri" ed ai garibaldini di "Nanni", i reparti giellisti della Val Grana.

Nonostante la profonda crisi nelle file della Resistenza in alta Italia, i partigiani riuscirono ancora a partecipare attivamente ai combattimenti autunnali: in particolare in Emilia, il 7 novembre i gappisti bolognesi coordinati da Ilio Barontini organizzarono a Porta Lame una dura ed efficace resistenza contro le superiori forze fasciste, e ripiegarono dopo un'intera giornata di combattimenti che costarono perdite al nemico. In dicembre Arrigo Boldrini "Bülow", comandante dei garibaldini nel ravennate, preparò un piano di battaglia per la liberazione di Ravenna, in parte adottato dal comando alleato; i suoi partigiani collaborarono attivamente alla liberazione della città. Oltre a questi successi, i partigiani dovettero subire anche sconfitte e nuove repressioni: a Guselli, nel piacentino e nella battaglia di Monte Caio, mentre nell'Oltrepò pavese i gruppi vennero quasi completamente dispersi.

La Resistenza riuscì a superare le gravi difficoltà per la saldezza della sua dirigenza politico-militare, per la combattività del nucleo costitutivo formato dai cosiddetti "partigiani dei due inverni" e soprattutto per la situazione generale del conflitto mondiale ormai decisamente favorevole alle potenze alleate. Si moltiplicarono inoltre i segni di disgregazione nel campo nazifascista, nonostante un ultimo momento di fiducia nel periodo della offensiva delle Ardenne, contemporanea al ritorno di Mussolini a Milano il 16 dicembre. Decisivo fu infine il grande potenziamento degli aiuti delle potenze anglosassoni che, più solleciti alle necessità della lotta partigiana, secondo le indicazioni del nuovo comandante in capo generale Clark, e desiderosi di un sostegno nelle retrovie tedesche in vista dell'offensiva finale, fornirono armi, vettovaglie ed equipaggiamenti in abbondanza che permisero di ricostituire le formazioni partigiane, di equipaggiarle adeguatamente e trasformarle in unità più omogenee, meglio organizzate e preparate.

Nei primi mesi del 1945 le forze nazifasciste sferrarono nuove operazioni di rastrellamento principalmente con piccoli reparti leggeri; le cosiddette "escursioni antipartigiane" del gennaio e febbraio 1945 non ottennero però risultati di rilievo ed incontrarono la crescente opposizione delle forze partigiane in fase di crescita e rafforzamento. In Valle Maira i giellisti della 2ª divisione alpina sorpresero alcuni reparti della divisione "Monterosa"; a Cantalupo i garibaldini respinsero un'incursione nazista, mentre nel bosco del Cansiglio una colonna tedesca subì pesanti perdite. Anche l'attacco sul passo del Mortirolo dei militi della "Tagliamento" venne respinto dall'efficace difesa dei partigiani delle Fiamme Verdi della "Tito Speri".

Mentre fronteggiavano con successo le ultime offensive repressive nazifasciste, le formazioni partigiane organizzarono anche la cosiddetta "guerra di corsa" in pianura: nel basso Monferrato lungo le strade per Asti e Milano, dove erano in azione il GMO ("Gruppo Mobile Operativo") giellista ed i matteottini di Piero Piero; nella pianura tra Vercelli e Novara, dove le forti brigate Garibaldi di Moscatelli e Gastone arrivarono fino alle porte di Pavia; nel Veneto, dove i garibaldini della "Nanetti" intralciarono pesantemente le comunicazioni tedesche verso l'Austria e l'Ungheria.

Secondo le stime diffuse dal Corpo volontari della libertà nel 1972 il numero di partigiani ai primi di marzo del 1945 aveva raggiunto la consistenza di circa 80.000 combattenti; nelle settimane successive, mentre su tutti i fronti europei erano in corso le grandi offensive finali degli Alleati e l'Armata Rossa marciava su Berlino, si assistette ad un grande aumento di questi effettivi dovuto anche all'afflusso di elementi entusiasti ma in pratica non combattenti od entrati nel movimento anche per motivi opportunistici. Per l'aprile 1945 lo stesso comando generale del CVL calcolò una forza attiva di 130.000 partigiani; mentre nei giorni dell'insurrezione si raggiunse ufficialmente un numero di circa 250.000-300.000 uomini e donne. In realtà dal punto di vista operativo nei giorni dell'insurrezione le forze partigiane effettivamente attive e combattenti ammontarono a circa 100.000 uomini e donne, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000), Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Di questi 100.000 combattenti attivi, circa 51.000 appartenevano alle unità comuniste delle Brigate Garibaldi. Queste formazioni, ora ben armate, equipaggiate e teoricamente unificate, nonostante la forte persistenza tra i partigiani del settarismo partitico originario, erano molto più efficienti delle vecchie bande uscite quasi distrutte nel 1944.

Il numero di partigiani effettivi alla fine della guerra è tuttavia oggetto di dibattito. Una stima governativa del 1947 quantifica in 223.639 il numero di combattenti e in 122.518 il numero di individui accreditati come patrioti per la loro collaborazione alla lotta partigiana. Il dato è tuttavia da considerare come approssimativo rispetto alla consistenza reale del fenomeno.

In questa fase finale della guerra, nonostante i segni di dissoluzione presenti a livello della truppa ed anche dei comandi, le forze nazifasciste erano ancora consistenti numericamente e meglio armate ed equipaggiate delle formazioni partigiane. L'Esercito tedesco era sempre in gran parte impegnato sulla linea del fronte per cercare di contenere l'inevitabile offensiva alleata, ma manteneva ancora nove divisioni di riserva nella valle del Po con circa 90.000 soldati, i reparti della Repubblica di Salò impegnati nella repressione disponevano di 102.000 uomini, divisi tra 72.000 nella Guardia Nazionale Repubblicana, 22.000 nelle Brigate Nere, 4.800 nella Decima MAS, 1.000 nella "Ettore Muti", rimanevano infine circa 35.000 uomini inquadrati nelle quattro divisioni regolari del maresciallo Graziani. Tutti questi reparti fascisti mostravano, nell'aprile 1945, cedimenti del morale e segni di disgregazione. A livello della dirigenza politico-militare della RSI si prepararono piani per un trasferimento dell'amministrazione a Sondrio, per organizzare un rifugio sicuro in Svizzera, per costituire, secondo i progetti di Alessandro Pavolini, un ridotto fortificato in Valtellina dove combattere l'ultima battaglia.

Nelle settimane prima dell'offensiva finale alleata le formazioni partigiane sferrarono una serie di costosi attacchi non sempre coronati da successo: a Busca con un fortunato colpo di mano i giellisti di Bocca e Macciaraudi sorpresero i reparti della "Littorio"; mentre in Valsesia i garibaldini di Gastone e Moscatelli liberarono i centri di Fara e Romagnano ma subirono perdite a Borgosesia. Il 15 aprile i partigiani vennero respinti ad Arona, mentre altri reparti guadagnarono terreno in Liguria. Fin da febbraio i capi della Resistenza al nord, il CLNAI ed i vari CLN studiarono i piani dell'insurrezione generale, ritenuta indispensabile soprattutto dai comunisti e dagli azionisti per anticipare gli alleati e dimostrare la volontà democratica ed antifascista del popolo italiano. Piani furono quindi approntati per salvare, con l'aiuto degli operai, le centrali elettriche e gli impianti industriali dalle distruzioni preparate dai tedeschi; a Genova divenne essenziale evitare la distruzione del porto, a Milano e Torino vennero preparati piani dettagliati per l'arrivo delle brigate partigiane di montagna sulle due città ed impedire la fuga delle truppe nazifasciste.

Durante le ultime settimane della guerra si presentarono anche gravi difficoltà politiche per la Resistenza: l'inviato del governo di Roma, il sottosegretario Aldobrando Medici Tornaquinci, paracadutato al nord, chiarì definitivamente al CLNAI, durante un teso incontro, l'intenzione alleata di disarmare le formazioni e assumere i pieni poteri, mettendo da parte i CLN. Si moltiplicarono inoltre le manovre della Chiesa per favorire accordi tra i moderati e i fascisti ed evitare un'insurrezione nel timore di una presa del potere comunista, mentre gli alleati invitarono a limitare le azioni al sabotaggio e manifestarono preoccupazioni sugli obiettivi delle forze partigiane. Inoltre nello stesso tempo erano in corso i colloqui segreti tra il generale Wolff e il capo dell'OSS in Svizzera Allen Dulles per affrettare la resa separata delle forze tedesche in Italia, abbandonando al loro destino i fascisti della Repubblica di Salò; l'iniziativa di Wolff cercava di sfruttare i timori antisovietici degli alleati e provocò anche un duro scontro al massimo livello tra i Tre Grandi. In questa atmosfera confusa (lo storico Roberto Battaglia ha definito la fitta rete di intrighi, sospetti, incontri da parte delle forze moderate per intralciare in questa fase finale la Resistenza, il "nido di vipere") Mussolini arrivò a Milano la sera del 18 aprile con pochi fedelissimi apparentemente per organizzare, nonostante lo sfacelo in corso, l'ultima difesa del fascismo.

L'offensiva finale alleata ebbe inizio il 9 aprile 1945 e si sviluppò rapidamente; le forze tedesche vennero rapidamente sconfitte e, dopo un tentativo di resistenza sulle linee dei fiumi perpendicolari alla via Emilia, iniziarono il ripiegamento in disordine. La mattina del 14 aprile reparti del Gruppo di Combattimento "Friuli" entrarono ad Imola, subito seguiti dai polacchi del generale Wladyslaw Anders, accolti festosamente dalla popolazione. Tra il 17 e il 19 aprile il fronte tedesco venne definitivamente sfondato nel settore di Argenta e le mobili colonne alleate dilagarono nella valle Padana.

Il 10 aprile il Partito Comunista diramò la sua Direttiva n. 16 riguardo l'insurrezione generale; il 16 aprile il CLNAI comunicò le direttive insurrezionali a tutte le forze della Resistenza e decretò anche la condanna a morte per Mussolini e tutti i gerarchi. Quindi il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani diedero il via all'insurrezione generale con la parola d'ordine "Arrendersi o perire!". Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate dagli operai entrati in sciopero insurrezionale venne dato l'ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti. Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche battevano in ritirata; si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall'inizio del 1945.

Dal 19 aprile la divisione partigiana "Bologna" guidata da Aldo Cucchi "Jacopo" diede inizio all'insurrezione nel capoluogo emiliano, mentre altri reparti scendevano dalle montagne; la mattina del 21 aprile entrarono a Bologna i soldati del corpo polacco del generale Anders con i partigiani abruzzesi della Brigata Maiella, i soldati italiani dei gruppi di combattimento "Friuli" e "Legnano" e due divisioni di fanteria americane. Dopo scontri all'interno dell'area cittadina da parte di partigiani e forze regolari contro franchi tiratori e centri di resistenza fascisti, entro la serata venne completata la liberazione della città. Il 21 aprile ebbe inizio l'insurrezione a Ferrara e il 22 a Modena; le brigate cittadine affrontarono aspri scontri contro le truppe tedesche in ritirata e contro i reparti fascisti, in attesa dell'arrivo delle colonne motorizzate alleate. I partigiani discesero dalle montagne e si impegnarono a cercare di bloccare le truppe tedesche in rotta a Casaltone ed a Fornovo, dove, in quest'ultima località, si uniranno nelle ostilità con le truppe Alleate brasiliane già impegnate nella campagna d'Italia, nell'ultima grande battaglia campale in territorio italiano, conosciuta come la battaglia della Sacca di Fornovo.

Tra il 24 ed il 25 aprile gli alleati liberarono anche Reggio Emilia e Parma, dove la resistenza cittadina aveva già preso in parte il controllo dei luoghi più importanti, e il 29 aprile Piacenza. Nel complesso in Emilia, le forze partigiane di montagna furono in parte sorprese dalla velocità dell'avanzata alleata e quindi giunsero in ritardo nelle città già liberate dalle truppe regolari anglo-americane con il concorso delle formazioni GAP e SAP cittadine.

A Genova il comandante della piazza, generale Günther Meinhold, cercò di trattare, senza successo, con i partigiani della Divisione garibaldina Pinan-Cichero (guidati da Aldo Gastaldi "Bisagno") appostati sulle montagne che dominano la città, mentre il capitano di vascello Bernighaus organizzava la distruzione del porto. Violenti scontri si accesero al centro della città tra le squadre GAP e i reparti tedeschi e fascisti, mentre i garibaldini della brigata Balilla guidata da "Battista" raggiunsero Sampierdarena. Il generale Meinhold firmò la resa del presidio alle ore 19.30 del 25 aprile nelle mani del capo del CLN locale, l'operaio Remo Scappini, dopo che tutte le vie di uscita erano state bloccate dai garibaldini di "Bisagno". Il capitano di vascello Berlinghaus ed il capitano Mario Arillo della Decima MAS continuarono tuttavia la resistenza, decisi a eseguire le distruzioni previste; dopo nuovi scontri con i partigiani delle Divisioni Cichero e Mingo (comandati da "Miro" e "Boro") scesi in città la sera del 26 aprile anche gli ultimi reparti nazifascisti si arresero. I partigiani avevano salvato il porto dalla distruzione e catturato 6.000 prigionieri che furono consegnati agli alleati giunti il 27 aprile a Nervi. Solo la batteria tedesca di Monte Moro resistette ancora e si arrese alle truppe statunitensi in arrivo.

In Piemonte le formazioni partigiane scesero dalle montagne e puntarono su tutte le città principali rischiando lo scontro frontale con le divisioni tedesche in ritirata: mentre le unità gielliste più forti si diressero su Cuneo, i garibaldini di "Barbato" e "Nanni" e gli autonomi di "Mauri" puntarono su Torino, nonostante l'invito del colonnello britannico Stevens (comandante delle missioni alleate) di non muoversi, e le Brigate Garibaldi di "Ciro" e Moscatelli avanzarono su Novara. Il 25 aprile iniziarono gli scontri per Cuneo; dopo aver costretto alla resa le unità dell'esercito di Salò (divisioni "Monterosa" e "Littorio"), i reparti partigiani giellisti di Ettore Rosa, "Detto" Dalmastro, "Gigi" Ventre, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, affrontarono duri combattimenti con i tedeschi decisi a mantenere il controllo delle comunicazioni. Solo il 29 aprile, dopo alcune trattative con i tedeschi, finalmente le forze partigiane gielliste, a cui si erano uniti i garibaldini dei comandanti Comollo e Bazzanini e gli autonomi di Pietro Cosa, liberarono la città, mentre rimasero a distanza sulle alte valli i reparti francesi.

A Torino, mentre alcune colonne nazifasciste si avviavano verso Ivrea, per attendere gli alleati e arrendersi, i reparti fascisti repubblicani radunarono alcuni reparti e ingaggiarono aspri scontri con i partigiani che raggiunsero la città dalle montagne il 28 aprile. Le colonne militari tedesche del "gruppo Liebe" (due divisioni di fanteria) riuscirono a ripiegare, dopo violenti combattimenti, attraverso l'abitato. Quindi, mentre alcuni reparti della RSI abbandonavano il capoluogo piemontese per avviarsi nella Valtellina, il grosso dei fascisti torinesi della Brigata Nera Athos Capelli rimasti in armi decideva di continuare a combattere. Le Brigate Garibaldi di Giovanni Latilla "Nanni", Vincenzo Modica "Petralia" e Pompeo Colajanni "Barbato" (3.000 uomini), gli autonomi di Enrico Martini "Mauri" (1.000), i reparti "Giustizia e Libertà" (1.600), liberarono gran parte della città dopo violenti combattimenti e salvaguardarono i ponti in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero a Torino il 1º maggio.

Fin da marzo a Milano era stato costituito un "Comitato insurrezionale" formato da Luigi Longo, Sandro Pertini e Leo Valiani che la mattina del 24 aprile, dopo le prime notizie provenienti da Genova, prese la decisione di dare inizio all'insurrezione nel capoluogo lombardo; la sera dello stesso giorno le brigate SAP diedero inizio ai combattimenti nelle fabbriche della periferia, mentre alcuni reparti garibaldini si avvicinavano da sud e da ovest. Il 25 e il 26 i partigiani fecero notevoli progressi e raggiunsero la cerchia dei Navigli, mentre alcuni reparti fascisti avevano già abbandonato la città. I tedeschi restarono in armi nei loro quartieri, senza combattere secondo gli ordini del generale Wolff; la Brigata Nera Aldo Resega abbandonò le sue posizioni dentro la città, la Guardia Nazionale Repubblicana si sciolse spontaneamente. La Guardia di Finanza si unì agli insorti, mentre la Decima MAS, invece di ripiegare in Valtellina, rimase accasermata e si arrese senza combattere. Il 27 aprile alle ore 17.30 arrivarono per primi in città con poche difficoltà i garibaldini delle brigate dell'Oltrepò Pavese guidate da Italo Pietra "Edoardo" e Luchino Dal Verme "Maino". Il 28 aprile arrivarono i partigiani delle Brigate Garibaldi della Valsesia di Cino Moscatelli, provenienti a Novara, mentre altri reparti occuparono Busto Arsizio e le strade per la Valtellina su cui in teoria avrebbero dovuto ripiegare gli ultimi reparti della RSI.

Il pomeriggio del 28 aprile a Milano in piazza Duomo si tenne una grande manifestazione popolare per celebrare la liberazione e la vittoria della Resistenza con la presenza di molti capi partigiani e politici, tra cui Cino Moscatelli, Luigi Longo, Pietro Secchia, Giovanni Pesce. Le truppe alleate arrivarono a Milano il 1º maggio 1945.

Il 25 aprile, giorno dell'inizio dell'insurrezione a Milano, è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione d'Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene da allora commemorata in tutta la nazione.

Disorientato dalla scoperta delle trattative segrete del generale Wolff con gli Anglo-americani, Mussolini, dopo un inutile tentativo nel pomeriggio del 25 aprile di trattare con gli esponenti del CLNAI con la mediazione del cardinale Schuster alle ore 20 dello stesso giorno decise di abbandonare Milano in direzione del lago di Como, per motivi ancora non chiari. Con la partenza del Duce, seguito da una lunga colonna di fascisti in armi e di gerarchi, le forze della Repubblica sociale a Milano si disgregarono.

Giunto a Como la sera del 25 aprile, Mussolini ripartì il 27, percorrendo con i gerarchi e un reparto di SS della guardia del Duce al comando del tenente Birzer, la strada lungo la riva occidentale del lago; dopo un vano tentativo dei ministri Tarchi e Buffarini Guidi di entrare in Svizzera, bloccato dalle guardie di finanza, la colonna, a cui si erano aggiunti Pavolini e la Petacci, riprese verso nord, rafforzata dall'arrivo di un gruppo di soldati tedeschi della contraerea. Alle porte di Musso, la colonna venne bloccata da reparti partigiani della 52ª Brigata Garibaldi guidati dal comandante Pier Bellini delle Stelle "Pedro"; dopo una lunga trattativa, i soldati tedeschi, compresa la guardia SS di Birzer, ottennero il diritto di passaggio verso la Germania, mentre gli italiani vennero abbandonati nelle mani dei partigiani. Nonostante un tentativo di travestimento da soldato tedesco, Mussolini venne riconosciuto e catturato.

Dopo essere stati condotti a Dongo, Mussolini e la Petacci vennero separati dagli altri gerarchi e portati a Giulino di Mezzegra; i due prigionieri vennero alloggiati per la notte in una casa contadina. Poche ore dopo Mussolini venne consegnato dai suoi catturatori ad un gruppo di partigiani inviati dal CLNAI di Milano, guidati da Walter Audisio e Aldo Lampredi, due importanti esponenti del Partito Comunista all'interno delle forze della Resistenza. Quindi, il 28 aprile 1945, Mussolini e la Petacci vennero uccisi, verosimilmente dopo le ore 16, da Audisio "colonnello Valerio" e dal partigiano Michele Moretti "Pietro" lungo un muro di cinta di una villa su una strada isolata.

Dopo l'esecuzione Audisio e Lampredi ritornarono a Dongo dove erano stati radunati i fascisti catturati insieme a Mussolini e alla Petacci; alle ore 17.17 i partigiani della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia, guidati dal comandante Alfredo Mordini "Riccardo", fucilarono, davanti al muretto affacciato sul lago, quindici gerarchi, tra cui Pavolini, Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, e il fratello della Petacci, Marcello. Solo il maresciallo Graziani, che aveva abbandonato la colonna in precedenza, riuscì a sfuggire e venne catturato dagli alleati al quartier generale delle SS a Cernobbio. I cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fucilati vennero trasportati a Milano e esposti in piazzale Loreto, luogo di una precedente sanguinosa rappresaglia nazifascista, dove furono oggetto di oltraggi da parte della popolazione.

Il 29 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramò un comunicato in cui affermava che "la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali". Il 29 aprile la Resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari. Il 2 maggio il generale britannico Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell'avanzata dell'esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano.

A giudizio delle stesse autorità alleate, la Resistenza italiana giocò un ruolo importante per l'esito della guerra in Italia e, a costo di grandi sacrifici umani, cooperò attivamente ad indebolire le forze nazifasciste, a minarne il morale ed a renderne precarie le retrovie, impegnando notevole parte delle unità militati o paramilitari del nemico. Anche le fonti tedesche documentano che le forze partigiane furono causa di problemi e difficoltà militari per i comandi e le truppe della Wehrmacht.

Nel complesso il movimento partigiano ebbe, a partire soprattutto dall'estate 1944 con la costituzione del comando del CVL, una consistenza, coesione e capacità di combattimento notevoli, inferiori solo, nel quadro della Resistenza Europa al nazismo ed ai collaborazionisti, all'Esercito Popolare Jugoslavo. Peraltro il modello jugoslavo, considerato costantemente dalla dirigenza partigiana ed in particolare dai comandanti comunisti delle Brigate Garibaldi, l'esempio e il punto di arrivo ideale del movimento, rimase un mito ineguagliabile. Le differenze operative legate alle caratteristiche morfologiche del territorio, alla differente durata del fenomeno, alla diversa consistenza numerica; la presenza di modelli organizzativi caratteristici della situazione jugoslava e quindi difficilmente riproducibili in Italia, resero impossibile al movimento partigiano raggiungere l'efficienza ed i risultati dell'Esercito Popolare Jugoslavo che riuscì nella parte finale della guerra a divenire un vero esercito in grado di sostenere una guerra regolare contro la potenza occupante.

Oltre alla sua importanza militare la Resistenza ebbe grande importanza dal punto di vista morale e politico, dimostrando nei confronti degli Alleati, la capacità di ripresa, di sacrificio e di combattimento di almeno una parte degli italiani, e la loro nuova fiducia nei valori dell'antifascismo. Inoltre le dimensioni, l'idealità e l'efficacia del movimento partigiano influirono sugli assetti istituzionali e sul futuro italiano; secondo lo storico Santo Peli: "senza la resistenza armata, molto probabilmente, avremmo avuto un'Italia monarchica, e non sarebbe stata scritta una Costituzione profondamente innovativa sul piano della giustizia sociale". Senza dubbio tuttavia le aspirazioni di gran parte degli elementi comunisti, socialisti e azionisti (largamente maggioritari nel movimento partigiano) a favore di un nuovo Stato democratico con il coinvolgimento delle masse popolari e con riforme strutturali, sociali ed economiche, non si realizzarono pienamente; in questo senso la Resistenza italiana non riuscì ad operare una rottura veramente profonda con il passato.

Secondo lo storico Miller, la Resistenza italiana fu un mito fondativo della Repubblica nell'era post-bellica. La guerra civile fu solo uno dei suoi inevitabili aspetti. Tuttavia il più importante risultato della Resistenza non fu la liberazione di molte città italiane bensì la coabitazione forzata di formazioni politiche reciprocamente ostili: in due anni di combattimenti contro un nemico comune, i leader di questi movimenti si guardarono per la prima volta con rispetto. Tale mutua comprensione, nata durante la Resistenza, probabilmente salvò l'Italia dal tipo di guerra civile che avviluppò invece la Grecia post-bellica. I fondatori della democrazia italiana strategicamente allargarono la definizione di "resistenza" per includere non solo coloro che combatterono ma anche quelli che appoggiarono la lotta contro il Fascismo, attivamente o passivamente, e persino coloro che avessero sofferto sotto il regime. Con questa definizione, la Resistenza divenne un'autentica esperienza nazionale. Secondo Miller, nonostante il mito fondativo sia stato poi "abbattuto" dalle strumentalizzazioni politiche da una parte e dalle revisioni accademiche dall'altra, esso può ancora offrire un insieme di valori degni di essere emulati in qualsiasi società democratica, rappresentando uno dei momenti più luminosi della storia dell'Italia unita.

Fin dalla discussione sorta in seno ai partiti politici a seguito della lettera di intenti presentata dal Partito d'Azione nel novembre 1944, si evidenziarono le profonde differenze di obiettivi e di metodi presenti all'interno delle forze antifasciste. Durante il cosiddetto "dibattito delle cinque lettere", di fronte alle proposte azioniste di costituire un vero "governo del CLNAI" con poteri straordinari al nord, i comunisti, teoricamente in accordo, in pratica mantennero la posizione togliattiana di unità nazionale e di sostegno al governo "unitario" di Roma, i socialisti si limitarono a espressioni teoriche massimaliste, mentre la Democrazia Cristiana respinse nettamente le proposte, favorendo l'instaurazione di una classica democrazia parlamentare.

Nella dirigenza comunista apparentemente il segretario generale Togliatti, seguendo anche le indicazioni staliniane, aveva abbandonato propositi rivoluzionari immediati ed adottato una politica tendente a rafforzare l'influenza e la diffusione di massa del PCI ed a introdurre pacificamente riforme politiche e sociali avanzate con l'accordo dei tre partiti popolari (comunista, socialista e democristiano). Per gli azionisti ed i socialisti invece il fulcro delle riforme consisteva nella estromissione della monarchia e di tutta la classe dirigente compromessa con il fascismo e del potere economico che del fascismo aveva beneficiato. Per contro, le aspirazioni di Bonomi e De Gasperi, come rappresentanti di tendenze più moderate (socialdemocrazia per Bonomi e cristianesimo democratico per De Gasperi) erano di rendere questo processo il più morbido possibile, evitando una rottura traumatica con il passato.

Tuttavia nella Resistenza italiana, in una parte della componente maggioritaria comunista, erano ancora molto presenti elementi contraddittori come il mito di Stalin, accostato a ideali libertari («viva la libertà! viva Stalin!» fu il grido in punto di morte di molti partigiani) e della Unione Sovietica, alla quale si ascriveva il merito essenziale della vittoria e il cui modello di governo veniva descritto come «forma superiore di democrazia», nella quale si presumeva esistesse una apertura alla partecipazione popolare: alla contraddizione più evidente, quella fra il modello sovietico e la linea ufficiale del PCI, fu tentato di porre rimedio proponendo la "democrazia sovietica" quale chiave di interpretazione della "democrazia progressiva" di stampo occidentale che il partito propugnava per l'Italia.

La posizione ambigua della dirigenza comunista non favorì l'abbandono definitivo di velleità combattentistiche fra coloro che consideravano la vittoria militare contro i nazifascisti solo il presupposto per un nuovo ordine politico, e che non abbandonarono la speranza di uno sbocco rivoluzionario della situazione politica del dopoguerra. Peraltro, sia da parte comunista che da parte azionista, sussisteva qualche diffidenza sulle intenzioni delle future istituzioni italiane, considerando necessario mantenere una funzione di vigilanza nel caso di un ritorno delle forze reazionarie. La consegna delle armi agli alleati fu quindi riluttante; rilevanti quantitativi di armi ed equipaggiamenti vennero in molti casi occultati, con la tacita approvazione dei capi partigiani comunisti del Nord Italia.

I contrasti interni al Partito d'Azione, la politica togliattiana del compromesso e dell'accordo con la Democrazia Cristiana e la volontà dei partiti moderati (democristiani e liberali), supportati dagli Alleati occidentali, di frenare le spinte radicali del movimento partigiano e delle forze di sinistra provocarono la caduta del governo guidato da Ferruccio Parri, in carica dal 21 giugno 1945 al 4 dicembre 1945 ed espressione politica dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, inaugurando la fase di governi guidati da De Gasperi, preludio alla svolta politico-elettorale dell'aprile 1948 che avrebbe portato all'emarginazione delle componenti progressiste maggioritarie all'interno della Resistenza.

Secondo alcune fonti i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia furono invece circa 3.000.

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 19 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.

I civili deportati dai tedeschi furono circa 40.000, tra cui 7.000 ebrei; i sopravvissuti furono circa il 10%; dei 2.000 deportati ebrei dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 tornarono vivi solo in quindici. Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre si trovarono a combattere, privi di direttive precise, contro la Wehrmacht sul territorio nazionale o nelle regioni occupate morirono in circa 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000): 20.000 nei combattimenti subito dopo l'armistizio, 10.000 nei Balcani, 13.400 nei trasporti via mare.

Secondo alcuni studi, furono invece circa 40.000 i militari italiani che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di otto vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la Resistenza, ebrei e cittadini comuni[255]; i civili non combattenti uccisi dalle forze nazifasciste in operazioni di repressione, rastrellamento e rappresaglia furono circa 10.000.

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successive amnistie. La prima intervenuta il 22 giugno 1946 detta "amnistia Togliatti"; la seconda approvata il 18 settembre 1953 dal governo Pella che approvò l'indulto e l'amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948; la terza approvata il 4 giugno 1966. Inoltre la Germania Ovest era dal 1952 alleata con l'Italia sotto l'ombrello della NATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.

C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna dei criminali di guerra tedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante il ventennio fascista e il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.

Infine durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Solo nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico di Theodor Saevecke, responsabile della strage di Piazzale Loreto a Milano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenuta prescrizione dei reati loro ascritti.

Nel clima dell'insurrezione e con spinte rivoluzionarie tra la base partigiana comunista, si verificarono numerosi eccessi e esecuzioni sommarie principalmente di fascisti o collaborazionisti, ma anche di appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico, preti e semplici esponenti delle classi sociali conservatrici e anticomuniste. Una forte componente di "lotta di classe" fu presente durante tutta la Resistenza, soprattutto nelle formazioni garibaldine comuniste. Nei mesi seguenti la liberazione si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o gli accusati di questi omicidi trovarono rifugio in paesi filosovietici come la Cecoslovacchia o la Jugoslavia.

Il numero degli uccisi di parte fascista dopo il 25 aprile è stato oggetto di un acceso dibattito con strumentalizzazioni in sede pubblicistica e politica; bisogna considerare in primo luogo che il termine effettivo delle ostilità con la Wehrmacht, con cui la RSI era alleata, si ebbe solo il 3 maggio. Gli uccisi di parte fascista tra il 25 aprile e il 3 maggio, quindi, andrebbero considerati come morti durante.

Non si dispone allo stato attuale di cifre attendibili delle morti fasciste che distingua in modo chiaro tra esecuzioni immediatamente successive alla fine delle ostilità e omicidi, vendette e violenze verificatesi nei mesi seguenti nel clima ancora post-insurrezionale. Da parte neofascista, l'ex ufficiale della Xª Flottiglia MAS e poi senatore del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò ha parlato di 34.500 morti di parte fascista, mentre Bruno Spampanato, aderente alla Repubblica sociale italiana, primo direttore del Secolo d'Italia e deputato del MSI, ha parlato addirittura di 200 000 morti.

Queste cifre non sono mai state giustificate da fonti ritenute attendibili. A questo proposito, durante la seduta parlamentare dell'11 giugno 1952, il ministro dell'Interno democristiano Mario Scelba parlò di sole 1.732 persone uccise per motivi politici nell'immediato dopoguerra.

Secondo un'indagine della Direzione generale di Pubblica sicurezza svolta alla fine del 1946, invece, le persone uccise perché "politicamente compromesse" con il regime fascista sarebbero state 8197, a cui vanno aggiunte le 1167 "prelevate e presumibilmente soppresse", per un totale di 9364. Questa cifra si accorda con l'entità di quelle dichiarate nel 1948 al Senato da Parri, che parlò di un numero di morti compreso tra 10.000 e 15.000", secondo le indagini da lui fatte condurre quando era al governo. Gli storici contemporanei nel complesso concordano con queste cifre e valutano i morti fascisti o simpatizzanti a 10-12.000

Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici: desiderio di vendetta dopo tanti lutti e sofferenze, e odio sociale e ideologico; si può ritenere anche che i partigiani temessero, dopo la fine della fase insurrezionale, una punizione poco efficace o una totale impunità per i gerarchi fascisti che si erano macchiati di gravi crimini.

Successivamente alla "normalizzazione" postbellica, alcuni partigiani vennero sottoposti a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la Repubblica divenne un argomento di discussione ricorrente per molte forze di sinistra, soprattutto causa il contrasto con l'impunità di cui godettero molti ex fascisti che si erano macchiati di reati molto gravi.

I governi della Repubblica effettuarono una epurazione molto parziale soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle strutture economiche capitalistiche, a causa di necessità politiche di pacificazione che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'allora Ministro di Grazia e Giustizia Togliatti il 22 giugno 1946, seguita, il 7 febbraio 1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenza Andreotti con cui si estinguevano i giudizi ancora in corso dopo l'amnistia.

Tra gli importanti personaggi della RSI che videro ridotte le loro pene: i funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di Giovanni Palatucci (il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il comandante della Xª Flottiglia MAS Junio Valerio Borghese; il maresciallo Rodolfo Graziani.


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