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sabato 8 ottobre 2016

LA LEVA

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Già prima dell'unità d'Italia alcuni stati preunitari italiani della penisola prevedevano il servizio militare obbligatorio, come ad esempio nel caso dell'esercito delle Due Sicilie, seppur in tale caso riscattabile. Grazie all'influenza dell'impero francese, la leva obbligatoria fu introdotta nella Repubblica Italiana napoleonica il 13 agosto 1802 su proposta di Francesco Melzi d'Eril, inizialmente per i maschi di età compresa dai 20 ai 25 anni e per quattro anni e si ampliò con l'estendersi dello Stato, man mano che le operazioni militari consentivano l'annessione di altri territori: nel 1802 in Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia; nel 1805 in Friuli; nel 1806 nei territori veneti a sinistra dell'Adige. Chi era sposato prima di tale data o aveva particolari menomazioni era esonerato dal partire.

Mantenuto ancora nel successivo Regno d'Italia napoleonico, il servizio di leva fu poi adottato dal Regno di Sardegna con la riforma promossa dal generale Alfonso La Marmora (legge 20 marzo 1854, n. 1676, cosiddetta riforma La Marmora) e con il compimento dell'unità d'Italia fu estesa a tutto il Regno d'Italia in modo graduale e progressivo; il 25 giugno 1862 il ministro della guerra Agostino Petitti Bagliani di Roreto annunciò ai deputati del Regno, riuniti a Palazzo Carignano a Torino, che l'obbligo di leva era esteso a tutte le province italiane.

Benché lo statuto albertino non contenesse disposizioni particolari, si limitava ad affermare un generico principio di cui all'art. 75 che statuiva:

« La Leva militare è regolata dalla legge. »
Tuttavia il nuovo stato unitario ebbe l'esigenza di adottare una serie di provvedimenti per garantire la capacità di mobilitazione di un congruo numero di uomini in tempi brevi, così prendendo a modello il servizio di leva vigente nel Regno di Prussia, venne così applicato il principio delle coscrizione generale. Furono quindi emanate una serie di norme: in particolare, la legge 26 maggio 1861 n. 35 autorizzò una leva di 56.000 uomini nelle province che furono del Regno delle Due Sicilie; la legge 30 giugno 1861, n. 63, autorizzò una leva in Sicilia sui nati nel 1840; la legge 22 agosto 1861, n. 223, disciplinò la leva militare per le nuove province dello stato, ovvero Lombardia, Emilia, Marche, Umbria, Sicilia; la legge 13 luglio 1862, n. 695, intervenne ancora in ordine alle province napoletane dell'ex regno delle Due Sicilie e la legge 13 luglio 1862 n. 696 dello stesso giorno disciplinò la leva obbligatoria per tutte le province dello Stato a partire da tale anno per i nati nel 1842.

Una prima disciplina generale venne dettata dalla legge 20 marzo 1865, n. 2248: i nominativi dei cittadini soggetti alla chiamata (esclusivamente i maschi di maggiore età) erano contenuti nelle liste di leva, formate dal comune italiano di residenza del cittadino interessato (legge 20 marzo 1865, n. 2248 allegato A), nelle quali venivano iscritti tutti i giovani al compimento del 17º anno di età. Del fatto veniva data notizia mediante affissione di manifesti presso l'albo pretorio e nel territorio del comune interessato. Successivamente, il R.D. 13 novembre 1870 n. 6026 istituì a far data dal 16 dicembre i distretti militari - che dovevano provvedere ad accertare l'idoneità psico-fisica dei coscritti ed alla mobilitazione iniziale; presso gli stessi veniva anche somministrato l'addestramento iniziale delle truppe - sopprimendo nel contempo i comandi militari di provincia. Dal punto di vista formale, la coscrizione obbligatoria di tutti i cittadini di sesso maschile fu sancita definitivamente dalla legge 7 giugno 1875 n. 2532. Tuttavia, solo il Testo unico delle leggi sul reclutamento dell'Esercito (legge 26 luglio 1876 n. 3260) dava precise indicazioni riguardo alla formazione delle liste di leva. Tale legge prevedeva che ogni comune tenesse due tipi di registri: le liste di leva e i ruoli matricolari. La legge 30 giugno 1889 n. 6168 introdusse in ogni comune i registri dei quadrupedi dove erano indicati gli animali ed i rispettivi proprietari ai fini della requisizione che poteva essere ordinata in caso di mobilitazione generale o parziale.

La normativa sul reclutamento del Regio Esercito, risistemata con il R.D. 6 agosto 1888 n. 5655 (Nuovo testo unico delle leggi sul reclutamento del regio Esercito) venne nuovamente modificata con una serie di provvedimenti normativi: legge 28 giugno 1891 n. 2346, legge 15 dicembre 1907 n. 763, legge del 24 dicembre 1908 n. 783, legge del 30 giugno 1910 n. 362 (dove la ferma si ridusse a due anni per tutte le armi) legge 5 agosto 1927 n. 1437 ed infine legge 24 febbraio 1938 n. 329.

I coscritti chiamati alle armi, affluivano presso i rispettivi distretti militari e da questi inviati ai reggimenti di assegnazione, che si occupavano direttamente di tutto il ciclo addestrativo: vestizione presso il deposito di reggimento (di battaglione/gruppo nelle unità alpine), addestramento di base presso un apposito plotone di istruzione e in breve tempo affiancamento al personale più anziano (addestramento per imitazione). L'introduzione del servizio militare di massa suscitò notevole scontento tra le popolazioni meridionali e contribuì ad alimentare il brigantaggio postunitario, in risposta così i governi dell'epoca adottarono misure straordinarie ed estremamente repressive - come la legge Pica - che oltre a punire la renitenza alla leva con la reclusione nelle carceri italiane, colpiva anche i parenti ed eventuali complici di coloro che si sottraessero agli obblighi militari.

Alla vigilia della prima guerra mondiale la normativa venne nuovamente modificata dal R.D. 24 dicembre 1911 n. 1497 (Testo unico delle leggi sul reclutamento del regio Esercito).

Durante il conflitto, si diffuse il termine volgare-dialettale naja, come sinonimo di vita militare, soprattutto nell'Italia settentrionale, quindi successivamente esteso a tutto il territorio italiano. Probabilmente derivato dal dialettale veneto (teatro delle battaglie del conflitto) te-naja, inteso come morsa, tenaglia, il termine indica, in senso dispregiativo, la vita militare che obbliga un individuo a strapparsi dai propri affetti per subordinarsi alle gerarchie istituzionali.

Una diversa spiegazione etimologica fa risalire il termine naja dal veneto antico naia, "razza, genia", che a sua volta deriva dal termine latino natalia, pl. neutro di natalis, "attinente, relativo alla nascita", con riferimento alla classe generazionale che veniva coscritta ogni anno.

Durante la guerra cominciarono inoltre a verificarsi i primi significativi episodi di obiezione di coscienza: i primi casi di obiezione al servizio militare obbligatorio furono quelli di Remigio Cuminetti, un testimone di Geova, che nel 1916 in piena grande guerra finì sotto processo per diserzione a causa del suo rifiuto di indossare l'uniforme, e di Luigi Lué e Alberto Long.

Il regime fascista introdusse l'istruzione premilitare, "impartita con carattere continuativo a tutti i giovani dall'anno in cui compiono l'8º anno di età a quello in cui compiono il 21°. Tale istruzione comprendeva due periodi: il primo, dal 1º gennaio dell'anno in cui si compie l'ottavo, al compimento del 18º anno di età, era di competenza della Opera Nazionale Balilla creata nel 1926; il secondo, di servizio premilitare obbligatorio, dal compimento del 18º anno di età (leva fascista) alla chiamata alle armi della rispettiva classe di leva". Il cittadino italiano iscritto nelle liste di leva diventava così soldato e da quel giorno, incombeva su di lui l'obbligo militare (obbligo di leva). Il servizio di leva poteva essere svolto anche presso la milizia fascista (MVSN).

La normativa relativa al reclutamento venne poi raccolta nel regio decreto 8 settembre 1932, n. 1332 ("Testo unico delle leggi sul reclutamento del Regio Esercito"). Il servizio di leva poteva essere altresì prestato come ausiliario presso le varie forze armate italiane e forze di polizia italiane (come ad esempio in qualità di carabiniere ausiliario presso l'Arma, Polizia di Stato, Corpo degli agenti di custodia, Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco), o anche come ufficiale di complemento.

Con la riforma di cui al regio decreto legge 21 novembre 1934 n. 1879, seguita dal R.D 24 febbraio 1938 n. 329 (Testo unico delle disposizioni legislative sul reclutamento del regio Esercito), si modificò il testo unico del 1932, prevedendo che per l'esercito i giovani venissero chiamati alla leva ed esaminati, nel 20º anno e la chiamata alle armi normalmente nel 21º anno.

Si prevedeva, in particolare:

« Le ferme di leva si distinguono, in ordine decrescente di durata, in: ordinaria (18 mesi), minore di 1° grado (12 mesi), minore di 2° grado (6 mesi), minore di 3° grado (3 mesi). »
Nella Regia Marina era prevista la ferma volontaria ordinaria di 6 anni, quella volontaria a premio di 4 anni e la ferma di leva di 28 mesi. Infine nella Regia Aeronautica il personale di leva era assegnato dai distretti militari e dalle capitanerie di porto in base ai quantitativi stabiliti.

Con la nascita della Repubblica Italiana venne affermato nella carta costituzionale il dovere dell'obbligatorietà del servizio, contenuto nell'art. 52 della costituzione della Repubblica Italiana, ma tuttavia temperato dalle modalità e nelle limitazioni imposte dalla legge. Infatti, il 2° comma dell'articolo afferma che:

« Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. »
Nell'immediato secondo dopoguerra, vennero poi istituiti i centri addestramento reclute, presso i quali i coscritti dovevano recarsi per sostenere apposito corso di addestramento e successivamente essere assegnati ad una sede di servizio. Le leggi 25 aprile 195, n. 308 e 8 luglio 1961, n. 645 disciplinarono la composizione delle commissioni mobili e dei consigli di leva, mentre ai sensi della legge di delega 13 dicembre 1962 n. 1862, venne emanato il DPR 14 febbraio 1964 n. 237 ("Leva e reclutamento obbligatorio nell'Esercito, nella Marina e nell'Aeronautica").

I soggetti destinatari della chiamata, ai sensi dell'art. 1 del DPR 237/1964, continuavano ad essere tutti i cittadini italiani esclusivamente di sesso maschile e maggiorenni inclusi nelle liste di leva. Si era quindi chiamati (tramite la cosiddetta chiamata alle armi tramite apposita cartolina-precetto) a presentarsi presso il distretto militare competente e sottoposti alla visita medica di leva; se dichiarati idonei si svolgeva servizio obbligatorio nella Marina Militare, nell'Esercito Italiano o nella Aeronautica Militare; solitamente con incarichi di impiego nei servizi (approvvigionamento, logistica, ecc.) o incarichi di servizio in una determinata arma (ad esempio fuciliere dell'esercito); solitamente dalla visita all'arruolamento passava un certo periodo di tempo, generalmente non superiore all'anno.

Il servizio di leva continuava a poter essere prestato presso le varie forze armate italiane (e a partire dal 1958 anche nella Vigilanza Aeronautica Militare per l'aeronautica militare italiana) e forze di polizia italiane e come ufficiale di complemento. Coloro che invece, dopo aver ricevuto la chiamata non si fossero presentati presso il distretto competente, rifiutandosi di prestare il servizio di leva (come nel caso degli obiettori di coscienza), ponevano in essere condotte che integravano la fattispecie del reato di renitenza alla leva, punito con la reclusione in carcere.

A seguito dell'emanazione della prima legge 15 dicembre 1972 n. 772 ("Norme per il riconoscimento della obiezione di coscienza"), si ebbe per la prima volta una disciplina dell'obiezione di coscienza nonché l'istituzione del servizio civile, obbligatorio, alternativo e sostitutivo a quello militare per chi, risultato idoneo alla visita di leva, non volesse prestare servizio armato.
Inizialmente il servizio civile obbligatorio aveva una durata maggiore rispetto al servizio militare, durata via via equiparata mentre il rapporto fra il numero di persone che svolgevano i due tipi di servizio si attestava sulla parità. Negli anni, inoltre, la richiesta di effettuare il servizio civile fu progressivamente svincolata dal soddisfacimento di particolari requisiti, ad esempio, di natura religiosa.

Anche la giurisprudenza della Corte Costituzionale aveva cominciato a prendere atto del cambiamento espresso da alcune parti dell'opinione pubblica: la sentenza n. 164 del 23 maggio 1985 aveva stabilito, il diritto del cittadino a servire la patria anche espletando un servizio alternativo a quello armato. Con la legge 6 marzo 2001 n. 64 verrà successivamente istituito nel 2001 il servizio civile nazionale.

Con la legge 20 ottobre 1999, n. 380 venne previsto, per la prima volta nella storia italiana, la possibilità per le donne di arruolarsi, su base volontaria, nelle forze armate italiane, introducendo così, per la prima volta in italia, il servizio militare femminile volontario.

Intanto il periodo di ferma obbligatorio continuò a subire riduzioni nel tempo con vari provvedimenti legislativi:

ferma di leva di 15 mesi per Esercito/Aeronautica e 24 mesi per la Marina (sino al 1975)
dal 1976 ferma di leva di 12 mesi per Esercito/Aeronautica e 18 mesi per la Marina, e rispettivamente 15/18 per gli ufficiali di complemento
dal 1987 ferma di leva di 12 mesi per Esercito/Aeronautica/Marina e 15 mesi per gli ufficiali di complemento
dal 1997 ferma di leva di 10 mesi per Esercito/Aeronautica/Marina, 12 mesi nell'Arma dei Carabinieri quale Carabiniere ausiliario e 14 mesi per gli ufficiali di complemento.
Tuttavia, la società italiana nel corso del tempo aveva già cominciato progressivamente a nutrire una generale e crescente avversione alla coscrizione obbligatoria; infatti dati ufficiali che registrarono il dissenso della popolazione risalgono già all'inizio del XX secolo, anche a causa dei diversi episodi di nonnismo e omicidi verificatisi nel corso degli anni. Un impulso decisivo al superamento della leva obbligatoria si ebbe coi fatti emersi nell'agosto del 1999 con la morte, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite, del paracadutista siracusano Emanuele Scieri in forza alla Brigata paracadutisti "Folgore", in servizio presso la Caserma Gamerra C.A.PAR Centro Addestramento Paracadutisti di Pisa. Sulla vicenda, che ebbe un certo impatto sull'opinione pubblica, vennero effettuate anche alcune interrogazioni parlamentari. Il 3 settembre 1999, il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge proposto dall'allora Ministro della difesa Carlo Scognamiglio che doveva avviare il processo per giungere al superamento della coscrizione obbligatoria. Il provvedimento fu presentato al Senato l'8 ottobre 1999 quale disegno di legge n. 6433 ("Delega al Governo per la riforma del servizio militare") e, dopo essere stato approvato con modificazioni il 14 giugno 2000, passò alla Camera dei deputati per diventare successivamente legge 14 novembre 2000 n. 331.



Nella relazione di accompagnamento della legge si afferma:
« Le forze militari oltre al tradizionale e perdurante ruolo di difesa della sovranità ed integrità nazionale, sono chiamate ad una funzione più dinamica per garantire la stabilità e la sicurezza collettiva con operazioni di gestione delle crisi e di supporto della pace. Ciò implica la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione esterna, con più rapidi tempi di risposta all'insorgere dell'esigenza ed una più completa e complessa preparazione professionale.
Il modello interamente volontario è quello che meglio risponde a questa nuova connotazione e funzione dello strumento militare. Non si tratta, peraltro, di abolire la coscrizione obbligatoria, ma solo di prevederla in casi eccezionali, quali quelli di guerra o di crisi di particolare rilevanza, che richiedano interventi organici.
Tra l'altro non è possibile sottacere che il rilevante calo demografico in atto in Italia unito all'incremento del fenomeno dell'obiezione di coscienza rende sempre più difficile raggiungere contingenti di leva idonei a soddisfare le esigenze qualitative e quantitative delle forze armate. Difficoltà acuite sia dalla spinta alla regionalizzazione sia dalla riduzione a dieci mesi della durata del servizio militare che ha ridotto il periodo di reale operatività dei militari di leva, insufficiente per determinati settori o particolari sistemi d'Arma.
Per procedere alla trasformazione dello strumento militare, occorre innanzitutto definire le nuove dimensioni delle forze armate professionali, ovvero il punto di arrivo della connessa contrazione. Pur tenendo ferma l'esigenza di rispettare gli impegni operativi assunti, il passaggio da un modello misto ad uno tutto professionale, composto da personale maschile e femminile, potrà permettere di conseguire una ulteriore riduzione quantitativa per il più alto coefficiente di utilizzo del personale tutto volontario e per il recupero discendente dal riordino del settore del reclutamento e della componente addestrativa e formativa. Partendo dall'attuale (anno 1999) livello di circa 270.000 uomini, l'insieme di questi fattori fa ritenere perseguibile, pur rispettando gli attuali impegni operativi assunti, una riduzione dello strumento militare interamente professionale a 190.000, ovvero di ben 80.000 unità in meno della consistenza attuale. »
Durante il governo D'Alema I fu emanata la legge 14 novembre 2000 n. 331, elaborata durante il Governo Amato II e promossa principalmente dal senatore Carlo Scognamiglio. La legge conferiva al governo italiano la delega a emanare disposizioni concernenti la graduale sostituzione, entro sette anni, dei militari in servizio obbligatorio di leva con volontari di truppa, e fissò l'organico dell'esercito italiano in numero di 190.000 unità. La norma non aboliva radicalmente l'obbligo della coscrizione, ma ne statuì la possibilità del ripristino - per una o più classi - in caso di carenza di soldati, e in due casi particolari, ossia:
qualora venga deliberato lo stato di guerra, ai sensi dell'art. 78 della Costituzione
in caso di gravissime crisi internazionali in cui l'Italia sia coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale.
Il d.lgs 8 maggio 2001 n. 215, emanato durante il governo Amato II, che introdusse alcune modifiche in tema di rinvio per motivi di studio, disposizioni sugli ufficiali ed altre norme per il superamento progressivo del servizio di leva, stabilì che le chiamate fossero sospese a partire dal 1º gennaio 2007. Nel contempo Corte costituzionale della Repubblica Italiana confermava inoltre il suo orientamento giurisprudenziale con la pronuncia della sentenza del 16 luglio 2004 n. 228, riguardo alcune questioni di legittimità costituzionali riguardo al servizio civile, rimarcando ulteriormente che il dovere, sancito dalla carta costituzionale, dei cittadini della difesa della patria potesse essere assolto in maniera equivalente con modalità diverse e/o estranee alla difesa militare. La sospensione venne infine anticipata con la legge 23 agosto 2004, n. 226 promulgata durante il governo Berlusconi II: la norma, modificando il decreto legislativo n. 215/2001, fissava la sospensione delle chiamate per lo svolgimento del servizio di leva a decorrere dal 1º gennaio 2005, disponendo comunque la chiamata al servizio, fino al 31 dicembre 2004, per tutti i soggetti nati entro il 1985 incluso.(quest'ultima quindi l'ultima classe di leva chiamata alle armi) tranne nel caso che costoro avessero presentato domanda di rinvio per motivi di studio. Il decreto del Ministero della Difesa del 20 settembre 2004 (emanato in attuazione dell'art. 11 bis del d.lgs. 215/2001) fissava al 30 settembre 2004 il termine delle visite di leva.

Il successivo decreto legge 30 giugno 2005 n. 115 - convertito in legge 17 agosto 2005 n. 168 - introdusse infine la possibilità a decorrere dal 1º luglio, per il personale in servizio espletante sia il servizio di leva che il servizio civile sostitutivo, di poterne cessare anticipatamente la prestazione, con apposita domanda.

Nel settembre del 2009 il governo Berlusconi IV promosse un'iniziativa denominata Pianeta Difesa consistente in un breve periodo durante il quale 145 giovani (100 ragazzi e 45 ragazze), appositamente selezionati dall'ANA, potevano partecipare a una breve esperienza di vita militare (15 giorni/1 mese). Questo periodo di servizio, soprannominato la mini naja, mirava a far conoscere ai partecipanti lo stile vita militare. La sperimentazione si svolse presso corpo degli alpini, e quindi i giovani hanno passato il periodo di addestramento nelle caserme del 6º Reggimento alpini per il solo progetto Pianeta Difesa; per il progetto "Vivi le Forze Armate, Militare per tre settimane" invece i reparti impegnati sono stati vari dell'Esercito, della Marina Militare, dell'Aeronautica Militare ed Arma dei Carabinieri. Complessivamente, nel 2010 furono stanziati fondi per una durata triennale per un progetto, più ampio rispetto al precedente Pianeta Difesa, denominato "Vivi le Forze Armate, Militare per 3 settimane".

Nello stesso 2010, la materia venne infine raccolta e risistemata nel codice dell'ordinamento militare di cui al d.lgs. 15 marzo 2010 n. 66, e dal relativo regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 15 marzo 2010, n. 90 (Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare).

L'art. 52 della Costituzione della Repubblica italiana prevede l'obbligatorietà del servizio militare, ma solo nei modi e nei limiti previsti dalla legge, nella fattispecie l'istituto è regolato dal codice dell'ordinamento militare di cui al d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66. Il D.P.R. del 15 marzo 2010 n. 90 ne regolamenta invece aspetti applicativi (come ad esempio gli adempimenti circa le liste di leva). L'arruolamento quindi, si divide in obbligatorio e volontario, ambo le fattispecie sono previste e normate dal predetto codice.

Per quanto riguarda il servizio di leva il nuovo codice limita l'operatività della coscrizione obbligatoria, o meglio la sua attuazione, alle condizioni riportate in tale norma all'art. 1929, in particolare al comma 2°:

«Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi:
a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell'articolo 78 della Costituzione;
b) se una grave crisi internazionale nella quale l'Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate. »
(comma 2° art. 1929 dlg 66/2010)
Dopo aver ricevuto la chiamata, si prevede il superamento di visite mediche in un periodo di due giorni, con esito diverso, in particolare si è dichiarati:
Idoneo: in questo è previsto l'arruolamento.
Rivedibile: si viene invitati a ripresentarsi l'anno seguente per effettuare nuovamente le visite in quanto giudicato temporaneamente inabile. Nel caso tale infermità perdurasse anche alla seconda visita il soggetto viene riformato.
Riformato: Questo giudizio sancisce la permanente inidoneità al servizio militare.
La competenza alla formazione delle liste di leva è dei comuni italiani, nelle quali vengono ad essere iscritti i cittadini italiani di sesso maschile all'anno del compimento del loro 17º anno di età e, in caso di ripristino della leva, suscettibili di chiamata a visita al compimento del 18º anno di età ma comunque non oltre il 45º anno. I requisiti psico-fisici sono accertati dalle commissioni di leva, le imperfezioni che costituiscono causa di inidoneità sono stabilite dall'art. 582 del D.P.R. 90/2010; il personale di leva inoltre riceve una paga adeguata a quella di soldato, così come pure i richiamati e le forze di complemento. Ad ogni modo il periodo di ferma dei militari di leva e degli obiettori di coscienza ammessi a prestare servizio civile è di 10 mesi, prolungabili con decreto del ministero della difesa sempre nelle ipotesi previste per la riattivazione della leva, essi possono essere utilizzati per particolari attività operative, logistiche, addestrative, e riguardanti il benessere del personale militare ed i servizi generali di caserma o per fornire soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali ed il ripristino di infrastrutture pubbliche per non più di 6 mesi; hanno inoltre diritto ad usufruire di vitto ed alloggio presso la struttura ove prestino servizio e sono generalmente assegnati ad una sede di servizio distante non più di 100 km dalla propria residenza, e sono tenuti come tutti i militari a prestare giuramento militare. I renitenti alla leva continuano ad essere puniti con la reclusione carceraria, e con la conseguente applicazione di sanzioni ulteriori ove previsto dalla legge.

I soggetti di sesso maschile appartenenti sino alla classe del 1985 inclusa possono consultare la loro posizione relativa all'adempimento degli obblighi militari presso i centri documentali che dal 30 ottobre 2000 hanno sostituito i vecchi distretti del 1870. Nei centri inoltre continuano ad essere versate le liste di leva, elaborate dai comuni d'Italia ai sensi della vigente normativa, relative a tutte le classi.

L'esonero al servizio militare (diverso dalla riforma, in quanto non prevedeva l'effettuazione degli accertamenti medici) è previsto per alcune situazioni familiari:

figlio o fratello di militare deceduto in guerra;
fratello di militare deceduto durante la prestazione del servizio;
orfano di entrambi i genitori (primogenito);
vedovo o celibe con prole;
arruolati con prole;
unico fratello convivente di disabile non autosufficiente;
primo figlio maschio di genitore invalido per servizio o caduto in servizio;
terzo (o successivo) figlio maschio se (almeno) due fratelli avevano già assolto completamente il servizio di leva;
responsabile diretto della conduzione di impresa familiare.
Alle suddette si aggiunge la casistica del decreto legislativo 30 dicembre 1997 n. 504, il quale ha stabilito che "qualora si prevedano eccedenze rispetto alle esigenze di incorporazione" potessero altresì essere dispensati i cittadini che versassero in difficoltà economiche o familiari ovvero particolari responsabilità lavorative.

Gli studenti delle scuole superiori e gli universitari potevano domandare il rinvio del servizio ma non della visita; negli ultimi anni fu ammesso anche il rinvio della visita, come nel caso di cittadini italiani residenti all'estero. In particolare, per gli studenti universitari, le norme per la concessione del beneficio di esenzione dal servizio per motivi di studio furono modificate dal predetto d.lgs 504/1997:

Per gli studenti immatricolati prima dell'anno accademico 1998/1999 poteva essere concesso a seconda dell'anno di età e di iscrizione al corso di studi universitari:
fino al compimento del venticinquesimo anno di età, per i corsi aventi la durata di tre anni
fino al compimento del ventiseiesimo anno di età, per i corsi aventi la durata di quattro anni
fino al compimento del ventisettesimo anno di età, per i corsi aventi la durata di cinque anni
fino al compimento del ventottesimo anno di età, per i corsi aventi una durata maggiore di cinque anni.
Per gli studenti immatricolati dopo l'anno accademico 1998/1999:
Per la prima richiesta era sufficiente l'iscrizione ad a un corso di istruzione universitaria di diploma e di laurea presso università statali o legalmente riconosciute
Per la seconda richiesta era necessario aver superato n. 1 esame di quelli previsti dal piano di studi
Per la terza richiesta era necessario aver superato complessivamente n. 3 esami di quelli previsti dal piano di studi del 1º e del 2º anno
Per la quarta richiesta era necessario aver superato complessivamente n. 6 esami di quelli previsti dal piano di studi del 1°, del 2°, e del 3º anno
Per la quinta richiesta e successive era necessario aver superato altri 3 esami per anno rispetto alla quarta richiesta.
Il d.lgs 8 maggio 2001, n. 215, modificando il d.lgs 504/1997, apportò cambiamenti circa i requisiti per gli studenti universitari ammessi al beneficio del rinvio per motivi di studio, in particolare a decorrere dal 1º gennaio 2004 e per i soggetti appartenenti alla "classe di leva" anno 1985 e precedenti:
per la prima richiesta di ritardo, di essere iscritto a un corso di istruzione universitaria di diploma e di laurea presso università statali o legalmente riconosciute;
per la seconda richiesta, di aver sostenuto con esito positivo quattro esami previsti dal piano di studi;
per la terza richiesta, di aver sostenuto con esito positivo otto esami previsti dal piano di studi;
per la quarta richiesta e le successive, di aver sostenuto ulteriori quattro esami previsti dal piano di studi per anno rispetto alla terza richiesta e alle successive.
Attualmente, la disciplina delle dispense e dei rinvi per motivi di studio è contenuta nel d.lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (libro VIII, titolo II, capo IV, sezioni V, VII VII e VIII).

Il servizio militare obbligatorio è stato sempre oggetto di dibattito nella società italiana. Tra le argomentazioni favorevoli possiamo annoverare:
esso poteva favorire la conoscenza, soprattutto per i giovani di realtà disagiate, di aree lontane, e anche l'integrazione linguistica;
i giovani potevano conoscere realtà diverse da quelle quotidiane, con possibilità di stringere forti legami di amicizia;
secondo alcuni medici, l'abolizione del servizio obbligatorio (con conseguente abolizione dell'obbligo di visita medica), non permetterà di identificare alcune patologie dell'apparato riproduttivo maschile che, molto spesso a causa di pigrizia o pregiudizi da parte dell'interessato, venivano identificati proprio dai medici militari durante la visita. Tra le patologie più comunemente riscontrate, la più frequente era il varicocele;
esso poteva costituire un momento di formazione per l'individuo e dal punto di vista caratteriale e nello spirito.
il servizio assicurava un costante afflusso di soldati a costi poco elevati; inoltre potendo essere prestato presso corpi di polizia, poteva garantire alle amministrazioni interessate un flusso continuo di personale giovane da impiegare per svariati compiti a seconda delle necessità che si presentavano, dall'ordine pubblico, ai disastri naturali e la lotta alla criminalità;
la coscrizione obbligatoria aiutava a dare una disciplina e uno spirito di cooperazione di gruppo; inoltre forze armate costituite non da coscritti creerebbero una sorta di "casta".

Si partiva per il servizio militare e dall’estremo Nord ci si trovava all’estremo Sud e viceversa.

Era un rimescolamento di razze e di lingue, come quello che Tito usò per fare la Jugoslavia unita. Se si era un soldato semplice, si capitava al Car, Centro Addestramento Reclute,  piemontese o lombardo o veneto insieme con sardi e pugliesi. Si facevano subito esperienze inaudite. Distribuivano le lenzuola, e c’erano figli di pastori che domandavano cosa sono e a cosa servono. Idem per la carta igienica, mai vista prima. Si dormiva in grandi camerate, i fucili venivano deposti al centro sulla rastrelliera, dritti in su, ma di notte qualche soldato si metteva la baionetta sotto il cuscino, perché non si sa mai. Ci si doveva adattarsi ad una gerarchia che cominciava da zero. Col passare delle settimane e dei mesi, qualcuno veniva scremato e saliva di grado. Il vero trauma della naia era l’obbedienza.  

L’obbedienza ha un prezzo psichico enorme, non c’è soldato che, una volta congedato, non ricordi per filo e per segno le volte in cui ha dovuto obbedire anche se era assurdo. Ci si staccava a vent’anni dalla famiglia, dove padre e madre diventavano pazzi per assicurarti la felicità, ci si trovava fra sconosciuti di tutt’Italia e ci si doveva «arrangiarsi», «cavarsela». Se in ufficio, in fabbrica, a scuola, in azienda, fra tanti ex-soldati di leva c’era qualcuno che non aveva fatto il servizio militare, c’era sempre qualche superiore che commentava: «Si vede». Nella naia nascevano amicizie che non morivano più. Gli ex-compagni di camerata continuavano a informarsi sulla vita dei colleghi, e tra le ragioni ce n’era anche una che loro non capivano, ed era questa. Ognuno esponeva sull’armadietto la foto della propria ragazza, c’era sempre chi s’innamorava della ragazza del vicino e poi, congedato, andava a trovarlo non per incontrare lui, ma per incontrare lei. Non ci riusciva mai. O, se ci riusciva, era tardi. La naia era anche questo, e forse soprattutto questo: una fusione collettiva degli amori dei ventenni. Non c’è niente di uguale nel mondo borghese. Allora si amava e si cresceva «per generazioni», adesso si ama e si cresce ognuno per sé. Adesso l’unico collegamento generazionale è via Internet. Ma la differenza tra quegli amori e quelli d’Internet è la differenza tra donne di carne e donne di carta.

Tra le argomentazioni contrarie si può osservare che:

il servizio era considerato come un'imposizione contro la libertà personale, che creando una "cittadinanza in armi", si poneva potenzialmente in contrasto con taluni movimenti (come il pacifismo e l'antimilitarismo), per ragioni etiche; peraltro durante gli accertamenti di leva i coscritti erano tenuti a consentire il rilevamento delle impronte digitali, aspetto ritenuto discutibile da taluni.
un ambiente di rigorosa gerarchica disciplina non è adatto a tutti gli individui, tanto meno può essere imposto;
sottraeva tempo utile alla vita civile ed al completamento degli studi, impegnando forzosamente migliaia di giovani, che espletando il servizio di leva entravano nel mondo del lavoro con un anno di ritardo (o più nel caso di leva di mare o servizio come ufficiale) discriminandoli rispetto agli esentati dal servizio;
il servizio poteva non fornire una preparazione militare adeguata e sovente consisteva nel puro addestramento formale e in lavori di manovalanza per il semplice mantenimento della struttura cui il coscritto era stato assegnato;
Data l'obbligatorietà del servizio spesso potevano essere arruolati soggetti provenienti da aree con disagio sociale e/o con precedenti giudiziari (la legge italiana fa divieto espressamente che questi ultimi vengano cancellati dalle liste di leva);
Durante il servizio le reclute più giovani erano sovente vessati da militari più anziani, solitamente anch'essi di leva, con atti di bullismo e violenza, pratiche inquadrabili nel fenomeno del nonnismo, poiché esercitate dagli anziani (i cosiddetti "nonni") episodi talvolta riportati anche da cronache giornalistiche;
la coscrizione obbligatoria esclusivamente maschile configurava una forma di sessismo, essendo obbligatoria solo per gli individui di sesso maschile;
avere forze armate non basate sulla coscrizione permette di avere personale meglio motivato, formato, addestrato ed in generale più preparato ad operare in diverse situazioni ed attività.



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domenica 17 luglio 2016

I BIMBI E L'ISIS



Tra le file dell’Isis ci sono circa 31.000 donne incinte e almeno 50 bambini provenienti dal Regno Unito. Inoltre, solo negli ultimi sei mesi la propaganda del Califfato ha pubblicizzato 12 bambini-boia, oltre a uno che ha “solo” assistito a pubbliche esecuzioni. Sono i dati più impressionanti del report realizzato dalla Quilliam Foundation di Londra sul tema dei bambini nel Califfato.

Per i reclutatori i bambini sono una risorsa importante perché possono ricoprire diversi ruoli, combattenti e non, e diventano cruciali in tempo di guerra. “I bambini sono usati come soldati, scudi umani, messaggeri, spie e sorveglianti, senza citare i matrimoni forzati e gli stupri ai quali sono costrette le ragazze”. Inoltre, cinicamente, i bambini sono considerati più economici degli adulti perché mangiano meno e non hanno bisogno di molto denaro. La guerra in Siria ha avuto un effetto devastante sul sistema scolastico. Si calcola che alla fine di settembre del 2015 oltre un quarto delle scuole era distrutto e almeno 700.000 bambini erano senza scuola su 2 milioni di rifugiati. Complessivamente, però, sono 5 milioni i bambini coinvolti nella guerra. Un bacino nel quale l’Isis pesca facilmente: l’indottrinamento che comincia nelle proprie scuole, scrive la Quilliam Foundation, “si intensifica nei campi di addestramento dove ragazzini tra i 10 e i 15 anni sono istruiti sulla shari’a, desensibilizzati sulla violenza e vengono insegnati specifici mestieri per servire meglio lo Stato islamico e impugnare la bandiera della jihad”. Le ragazze imparano a cucinare, pulire e sostenere i loro mariti “così possono essere buone mogli e madri mentre i ragazzi vengono preparati al combattimento imparando materie militari”, come l’uso delle armi.

La prima cosa insegnata ai bambini è diventare delle spie per raccogliere informazioni tra i familiari, i vicini e gli amici che non rispettano le regole e le pratiche del Califfato. Se superano questa prova, vengono “promossi” a ruoli con maggiori responsabilità e “una volta che si trovano in prima linea e impegnati in battaglia con il nemico, sono allenati anche a spiarlo”. Viene spiegato che uccidere è normale e spesso alcuni di loro assistono alle esecuzioni impugnando coltelli di combattenti adulti mentre altri bambini le effettuano. Si insegna che è un privilegio e un onore. un video mostra sei ragazzini, ai quali è concesso di giustiziare prigionieri siriani, che festeggiano correndo in un labirinto dopo aver trovato e ucciso gli ostaggi. Non mancano, naturalmente, i baby kamikaze. Sono allenati anche a questo, tanto che qualche volta viene loro ordinato di indossare giubbotti esplosivi mentre svolgono altri lavori nel caso dovessero essere attaccati. Inoltre, imparano anche a guidare veicoli pieni di esplosivo. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nel 2015 (fino a luglio) ci furono almeno 19 casi di bambini kamikaze.

Per le ragazze la vita è diversa ma certo non migliore. Viene loro data un’educazione domestica per soddisfare i bisogni dei mariti, crescendo i figli secondo l’ideologia dell’Isis e curando la loro casa. Conosciute come “fiori e perle del Califfato”, è noto che devono essere completamente vestite, vengono controllate e non possono lasciare la loro casa se non in circostanze eccezionali. Le regole di base sono drammaticamente semplici: costrette al matrimonio tra i 9 e i 16-17 anni, nello Stato islamico devono contribuire a costruire la comunità islamica, fare figli e mandarli in battaglia.

La denuncia contenuta in un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia parla di bambini iracheni rapiti dai militanti dell'Isis vengono poi rivenduti come schiavi del sesso. Non solo, perché le barbarie dei terroristi non si fermano qui. I minori - secondo quanto denunciato - vengono anche brutalmente uccisi tramite crocifissione o sepolti vivi.



Uccidono, torturano, violentano e vendono come schiavi sessuali i bambini dei gruppi etnici minoritari in Iraq.

«Abbiamo dettagliate informazioni su bambini, specie con problemi mentali, che sono stati usati come kamikaze, probabilmente senza che loro capissero esattamente quello che stavano facendo» ha spiegato Renate Winter, uno dei 18 esperti incaricati dall'Onu di redigere il rapporto. «Ci sono video dove un gruppo di bambini di otto anni, o anche meno,  vengono istruiti per diventare soldati killer». «È un problema di portata molto vasta che riguarda principalmente le etnie minoritarie, yazide, cristiane o sciite, ma non solo. Anche i bambini sunniti possono essere usati come carne da macello».

I bambini delle etnie minoritarie, cui spesso è capitato di perdere i loro genitori a seguito della pulizia etnica realizzata dai miliziani, vengono spesso venduti nei mercati locali, con tanto di prezzo affisso sui vestiti. «Li trasformano un schiavi sessuali» ha aggiunto Winter che non ha fornito alcun dettaglio ulteriore. Ponendo poi una domanda chiave: «Abbiamo il dovere di proteggere questi bambini, ma come possiamo farlo in una situazione come questa?»

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venerdì 10 giugno 2016

UCCISI DALLE FORZE DELL'ORDINE

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Seppur l'uso della forza da parte delle forze di polizia e dell'esercito venga strettamente regolamentato dalle leggi, esistono prove in cui gli stessi hanno pesantemente abusato dei loro poteri: si va dai "semplici" pestaggi alla violenza durante manifestazioni ed eventi sportivi, sino a veri e propri casi di omicidi; tutti questi abusi, talvolta sono stati compiuti da singole individualità  (quelle che ipocritamente i media chiamano "mele marce"), talvolta invece si è trattato di vere e proprie operazioni illegali che hanno goduto dell'appoggio esterno di alti funzionari dello Stato e della classe politica. In tutti i casi essi sono il risultato di un'educazione e di un addestramento che tende a disumanizzare e a considerare pericolosi per l'ordine sociale gli antagonista, i ribelli, gli emarginati, i carcerati, ecc.

Recentemente sono saliti alla ribalta della cronaca diversi casi di omicidio compiuti dalle forze di polizia:
Marcello Lonzi, ucciso nel carcere di Livorno l'11 luglio 2003;
Federico Aldrovandi, assassinato il 25 settembre 2005;
Riccardo Rasman, morto a a Trieste il 27 ottobre 2006;
Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia il 14 ottobre 2007
Gabriele Sandri, ucciso da un colpo accidentale l'11 novembre 2007;
Giuseppe Uva, violentato e ucciso in caserma il 14 giugno del 2008
Stefano Cucchi, ucciso durante custodia cautelare il 22 ottobre 2009;
La polizia ha compiuto gravi atti di violenza in diversi momenti dell'epoca a noi recente, i più brutali sono stati quelli compiuti durante il G8 di Genova del 2001: omicidio di Carlo Giuliani, violenze e torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz. Sono diventati di dominio pubblico nuovi e diversi episodi che hanno certificato l'uso della tortura da parte delle forze dell'ordine per estorcere confessioni. In particolare essa fu utilizzata durante gli interrogatori di alcuni veri o presunti brigatisti ma anche contro detenuti comuni. Gravissimi episodi di violenza poliziesca furono ancora messi in atto durante diverse manifestazioni sportive. Il 16 marzo 2003, gli antifascisti accorsi all'ospedale S. Paolo di Milano per avere notizie di Davide Cesare, noto Dax, accoltellato a morte da simpatizzanti neofascisti, furono pesantemente e assurdamente caricati dalle forze dell'ordine. Più recentemente il movimento NO TAV  quello che più di tutti ha dovuto far i conti con la violenza delle forze dell'ordine in diverse occasioni, ma non solo a loro è toccato tastare con mano la brutalità istituzionale: molti lavoratori e studenti scesi in piazza a manifestare contro la crisi hanno dovuto subire violenti pestaggi e cariche inusitate.

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo essere stato arrestato dai carabinieri. Ora, la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente tre agenti della polizia penitenziaria – più un medico e tre infermieri – ma ha annullato l’assoluzione per cinque medici che andranno a un giudizio d’appello “bis” per omicidio colposo.

L’accusa è quella di non aver rilevato le importanti lesioni fisiche che aveva Cucchi. Ma è in corso anche una seconda inchiesta, quella sui cinque carabinieri della stazione Roma Appia che arrestarono Stefano. La Corte d’Assise, pochi mesi fa, aveva accertato che: “Le lesioni subite da Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un’azione di percosse; e comunque da un’azione volontaria”.

Non c’è “solo” Stefano a morire in questo modo. Ci sono Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Davide Bifolco e tantissimi altri. E sono spesso giovanissimi, i morti ammazzati dalle forze dell’ordine. Chi con un colpo di pistola, chi con torture durate ore. C’è chi, come Cucchi, viene arrestato in possesso di un piccolo quantitativo di hashish e cocaina. Chi, come Bifolco, non si ferma col motorino a un ‘alt’ della volante, e chi come Aldrovandi torna a casa dalla discoteca.

Può accadere ad ognuno di noi. In città diverse, in situazioni diverse, persone fra loro molto diverse.

Il fenomeno in Italia esiste.

La mente torna a quanto successo negli Stati Uniti. A quell’escalation di violenze da parte delle forze dell’ordine, culminate nell’omicidio del giovane Freddie Gray a Baltimora – e prima ancora del giovane Michael Brown a Ferguson – che avevano portato alle sommosse della popolazione nelle due città. E a movimenti di protesta al grido di “Black Lives Matters”, ovvero: le vite dei neri contano. Tutto questo ha avuto una conseguenza.

L’FBI americano ha dato un annuncio storico: adotterà un nuovo sistema di database sulle uccisioni da parte delle forze dell’ordine, con dati anagrafici e modalità dei decessi. Il giornale The Guardian aveva creato il progetto “The Counted” – Il conteggio – in cui aveva verificato 1.058 uccisi dalle forze dell’ordine negli ultimi sei mesi. Dati molto discordanti dall’FBI, che ne contava solo 461 dal 2009 ad oggi.

Per il direttore dell’FBI James Comey è stato “ridicolo ed imbarazzante” che i media avessero dati più completi del bureau stesso.  Viene difficile immaginare una reazione simile, e tantomeno una riforma in questo senso delle forze dell’ordine, nel nostro paese. Perché ad ogni richiesta di monitoraggio su abusi, violenze ed omicidi, i sindacati delle forze dell’ordine hanno sempre risposto con un muro.

È vero, non siamo in America. I numeri sono di certo inferiori, e la questione razziale non c’entra. Ma questa realtà esiste. E raramente si riesce ad individuare i colpevoli. Anche perché il reato di tortura, che non ha prescrizione, in Italia non esiste.

“A 15 anni dal G8 di Genova”, scrive Amnesty International, “molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e in Italia mancano strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente le violazioni”.

Proprio a seguito dei fatti di “macelleria messicana” accaduti alla Caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, il Consiglio d’Europa nel settembre 2001 adottò il primo “Codice di etica della polizia”, che riportava l’adozione di strumenti identificativi per gli agenti delle forze dell’ordine. Da allora, quasi tutti i paesi europei hanno adottato i numeri identificativi sulle divise degli agenti. Tutti, meno che l’Italia.

Nel 2013 la petizione online di Paolo Scaroni – diventato invalido dopo le manganellate della polizia – aveva raccolto oltre 100mila firme. Come fanno da anni le associazioni e i familiari delle vittime, la petizione chiedeva il numero identificativo su caschi e divise d’ordinanza.

Il 9 febbraio del 1948 a S. Fer. Puglia (FG) ci fu la cerimonia inaugurale del Fronte democratico popolare. Fascisti e guardie campestri degli agrari mitragliano la popolazione in festa, uccidendo Vincenzo Dionisi, Giuseppe Di Troia, Giuseppe De Michele e ferendo altri venticinque contadini. Gli aggressori poi rastrellano molte case, le sedi dei partiti, della Camera del Lavoro e dell'Anpi. In quest'ultima il fascista Umberto Valerio uccide con il mitra il vecchio portiere, Nicola Francone, e Raffaele Riondino, un bambino di sette anni rimasto ferito già in piazza. A pochi passi dalle sezioni del Fronte i fascisti accendono un falò di bandiere rosse. Quando gli spari tacciono, compaiono i carabinieri, che hanno la stazione a trecento metri da dove è avvenuto l'eccidio.

L'8 febbraio dello stesso anno a Cerignola (Foggia) la polizia spara nel corso di una manifestazione di militanti di sinistra uccidendone 5.



Il 30 marzo 1948 a Pantelleria una manifestazione contro l'iniquità delle sanzioni fiscali è repressa dalle forze di polizia con l'uso di armi da fuoco che provocano la morte di Antonio Valenza, Giuseppe Pavia e Michele Salerno.

Il 13 aprile 1948 durante uno sciopero agricolo represso dalle forze di polizia, viene ucciso a colpi di calcio di moschetto il bracciante Riccardo Suriano, rimasto isolato dai suoi compagni perché stordito dai gas lacrimogeni.

Il 20 maggio 1948 a Trecenta (Ro) ci fu uno sciopero bracciantile nell'azienda dei conti Spoletti. I carabinieri sopraggiungono con un camion e, poco fuori dell'abitato, caricano alle spalle a colpi di sfollagente e di moschetto dei contadini in bicicletta. Poi fracassano le biciclette e arrestano senza ragione il contadino Bruno Barberini. Quando giungono in paese con l'arrestato trovano però la piazza gremita di braccianti ad attenderli. Allora caricano, sparano da un camion e uccidono il mezzadro Evelino Tosarello, ferendo gravemente Vanilio Pagaini e Silvio Berterelli.

Il 4 giugno dello stesso anno a Spino d'Adda (CR) durante una manifestazione di braccianti contro gli agrari, i carabinieri aprono il fuoco uccidendo il contadino Luigi Venturini.

Il 2 luglio 1948 a S Martino in Rio (Re) nel corso dello sciopero, i carabinieri sono intervenuti in forza per reprimerlo uccidono il contadino Sante Mussini, schiacciato da una autoblinda.

Il 14 luglio 1948 a Roma una folla straboccante invade piazza Esedra e piazza Colonna per protestare contro l'attentato a Palmiro Togliatti. Scontri si accendono in diverse zone della città, nel corso dei quali le forze di polizia uccidono l'operaio edile Filippo Ghionna e un secondo manifestante, mentre 30 risultano i feriti di entrambi i lati e 160 gli arrestati.

Il 14 luglio 1948 a Napoli durante un comizio di protesta in piazza Dante contro l'attentato a Togliatti, la polizia carica senza preavviso i partecipanti, ferendone 20 e uccidendo lo studente Giovanni Quinto e l'operaio Angelo Fischietti.

Sempre nello stesso giorno a Taranto nel corso dello sciopero dei cantieri navali e delle officine per protestare contro l'attentato a Togliatti, le forze di polizia caricano i manifestanti dinanzi alla sede della Camera del lavoro, uccidendo l'operaio Angelo Gavartara e ferendo altri 4 manifestanti. Rimane gravemente ferito l'agente di Ps Giovanni Doria, che morirà qualche giorno più tardi in ospedale; mente a Livorno si ingaggia una vera battaglia di strada; i dimostranti svaligiano negozi di armi e disarmano pattuglie di agenti di Ps. Nel corso degli scontri che ne seguono, viene ucciso un operaio ed altri 18 dimostranti sono feriti. Viene ucciso anche l' agente di Ps Giorgio Lanzi, e altri 4 rimangono feriti.

Il 14-15 luglio a Genova esplode la rivolta operaia per l'attentato contro Palmiro Togliatti. Migliaia di manifestanti affluiscono in piazza De Ferrari, poi viene attaccata la caserma della polizia a ponte Spinola, presa ed incendiata una camionetta della polizia e presi in ostaggio 6 celerini, devastata la sede del Msi in via XX settembre, dove i manifestanti bloccano 5 autoblinde della polizia, saltando sulle torrette e disarmando gli occupanti. Tutte le fabbriche sono ferme e un comizio alle 17 vede la partecipazione di 100.000 lavoratori; mentre in tutta la città accadono episodi di fraternizzazione fra operai e soldati. Sorgono barricate, difese da mitragliatrici, radio e giornali passano sotto il controllo della Camera del Lavoro. La rivolta si estende a Sestri ponente, Bolzaneto, Chiavari, Nervi. Alle 13 del 15 luglio il prefetto dichiara lo stato d'assedio e viene scatenata una repressione durissima, mentre i dirigenti di Pci, Psi e Camera del Lavoro invitano i dimostranti a desistere. La polizia fa uso massiccio di armi da fuoco che uccidono, nel primo giorno della rivolta, Biagio Stefano e Mariano d'Amori e, il giorno seguente, Angiolina Alice Roba che è affacciata alla finestra, mentre 43 sono i manifestanti feriti.

Negli stessi giorni ad Abbadia S. S. (SI) durante lo sciopero dei minatori e di tutta la popolazione viene messo fuori uso un automezzo carico di agenti. Gli agenti della Stradale sono invitati ad andarsene ma estraggono le armi; due di essi vengono subito disarmati mentre contro gli altri ha inizio una sassaiola. Si spara da ambo le parti e viene ucciso a colpi di pistola l'agente Battista Carloni, il maresciallo Ranieri Virgilio viene ucciso con due coltellate. Seguono 264 arresti e 337 rinvii a giudizio.
A Bologna nel corso della manifestazione di protesta per l'attentato a Togliatti, la Celere apre il fuoco uccidendo un operaio e ferendone gravemente altri 11 e a Porto Marghera (VE) i manifestanti comunisti provvedono a disarmare agenti di Ps e carabinieri, ma in uno scontro a fuoco la polizia uccide l'operaio Cesare Pietro e ne ferisce un secondo.
A Gravina di Puglia (BA) i manifestanti invadono il pastificio Divella e nel successivo intervento le forze di polizia uccidono a colpi di moschetto il bracciante Michele d'Elia.

Il 19 luglio 1948 a Siena nel corso dei funerali dei 2 rappresentanti delle forze di polizia rimasti uccisi a Abbadia San Salvatore il 15 luglio, la polizia invade la sede della Confederterra e uccide il capo lega di Torrenieri Severino Meattini, malmenando i presenti e arrestando il segretario.

Il 24 luglio dello stesso anno a Gravina di Puglia (BA) nel corso di una manifestazione di braccianti le forze di polizia intervengono violentemente uccidendo l'attivista sindacale Luigi Schiavino e, sempre negli stessi giorni, il bracciante Bonifacio Loglisci.

Il 12 ottobre 1948 a Tricarico (Matera) la polizia apre il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione di sinistra, uccidendone 3 e il 15 ottobre a Dairago (Mi) nel corso di una manifestazione, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo Pietro Paganini, presidente dell'Anpi di Dairago.

Il 16 ottobre a Pistoia nel corso di una manifestazione degli operai della san Giorgio e della Smi in lotta contro la smobilitazione, le forze di polizia sparano uccidendo l'operaio Ugo Schiano e ferendone altri 3.

Il 24 novembre 1948 a Bondeno (FE) nel corso di una manifestazione per richiedere la gestione diretta del collocamento al lavoro, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo il contadino Fernando Ercolei e ferendone altri 10.

Il 10 dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell'umanità, è prodotto un documento che riguarda tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta viene scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.

Anche nel corso del 1949 ci furono fatti sanguinosi.
17 febbraio a Isola Liri (FR) nel corso di una manifestazione di protesta organizzata da operai in sciopero, i carabinieri aprono il fuoco provocando il ferimento di 35 dimostranti, dei quali 7 in gravi condizioni, e la morte dell'operaio Tommaso Diafrate, travolto da un automezzo dei militi.

17 marzo a Terni nel corso di una manifestazione di protesta contro il Patto atlantico, le forze di polizia sparano uccidendo l'operaio delle Acciaierie Luigi Trastulli e ferendone altri 12.

4 aprile a Mazara d. Vallo (TP) viene strangolato nella locale caserma dei carabinieri il bracciante Francesco La Rosa, che era stato convocato per un interrogatorio.

19 aprile a Mazara Vallo (TP) nel corso di una manifestazione di braccianti, la polizia apre il fuoco uccidendo un contadino.

17 maggio a Molinella (BO) nel corso di uno sciopero generale dei braccianti in Val Padana, è ferita da un colpo di fucile al braccio la socialista Adele Toschi e la mondina Maria Margotti viene falciata da una raffica di mitra, mentre altre 30 persone sono ferite.

3 giugno a Forlì nel corso dello sciopero alla Mangelli, le forze di polizia intervenute a difesa dei crumiri uccidono l'operaia Jolanda Bertaccini e feriscono il bracciante Antonio Magrini a colpi d'arma da fuoco.

12 giugno a S. G. Persic. (BO) durante una manifestazione contadina alla tenuta Locatello, degli scioperanti vengono dispersi dalla Celere mentre cercano di convincere venti crumiri a smettere di falciare il fieno. Tuttavia una decina di scioperanti si ferma a parlamentare con essi e riesce a convincerli. A quel punto la Guardia Campestre Guido Cenecchi, che non è conosciuto e si è intrufolato tra il gruppo, estrae la rivoltella e la scarica sugli scioperanti. Viene ferito il contadino Amedeo Benuzzi e ucciso il bracciante Loredano Bizzarri.

12 giugno a Gambara (Brescia) nel corso di uno sciopero di braccianti, un carabiniere fracassa la testa con una fucilata a Marziano Girelli, in quel momento solo e disarmato.

17 giugno a Min. Murge (BA) nel corso di incidenti tra forze di polizia e braccianti, rimane ucciso l'agrario Felice Magginelli.

19 luglio a Bolzano i carabinieri uccidono il pubblicista Gaifas, in circostanze non chiare.

26 agosto a Medigliano (PD) nel corso di una manifestazione le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo davanti alla lapide dei caduti il partigiano Bruno Cameran.

30 ottobre a Melissa (CZ) nel corso dell'occupazione del feudo Fragalà, incolto, di proprietà del barone Berlingeri le forze di polizia aprono il fuoco sui contadini disarmati, uccidendo Giovanni Zito, Francesco Nigro, Angelina Mauro e provocando altri 16 feriti.

31 ottobre a Is. Caporizz. (CZ) la polizia apre il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione di braccianti, uccidendo Matteo Aceto, organizzatore di occupazioni di terre. Un altro bracciante viene assassinato a Bondeno. Nel solo crotonese, sono stati occupati 6.000 ettari di terra e la lotta ha coinvolto migliaia di persone.

9 novembre a Crotone (CZ) nel corso di una manifestazione contadina, la polizia apre il fuoco uccidendo una donna.

29 novembre a Torremaggiore (FO) nel corso di un comizio di protesta per delle violenze verificatesi il giorno precedente a San Severo, le forze di polizia e i carabinieri caricano senza preavviso i partecipanti facendo anche uso di armi da fuoco, e uccidendo i braccianti Giuseppe La Medica e Antonio Lavacca, mentre la sarta Giuseppina Faenza muore a causa dello spavento; altri 10 i feriti.

29 novembre a Bagheria (PA) nel corso di una manifestazione contadina, i carabinieri intervengono aprendo il fuoco e uccidendo la contadina Filippa Mollica Nardo.

14 dicembre a Montesc. (MT) nel corso di un rastrellamento alla ricerca dei responsabili di alcune occupazioni di terre incolte, avvenute nei giorni precedenti, la polizia di Scelba uccide il bracciante Giuseppe Novello, mentre altri 5 rimangono feriti.

Durante il 1950 accadde:
9 gennaio a Modena ci fu una strage della polizia: i lavoratori del complesso siderurgico Orsi, dopo il licenziamento di 200 operai su 800 ed una serrata padronale di 40 giorni, si avvicinano ai cancelli nell'intento di riprendere il lavoro. Segue immediata una carica della polizia, mentre gli operai vengono mitragliati con fuoco incrociato da altri reparti appostati al di là dei cancelli: sono uccisi Angelo Appiani di 30 anni, Renzo Bersani di 21, Arturo Chiappelli di 43, Ennio Garagnani di 21, Arturo Malagoli di 21 e Roberto Rovatti di 36. Altri 51 operai rimangono feriti. Tra gli agenti 3 contusi.

14 febbraio a Seclì (Lecce) nel corso di una manifestazione di braccianti in sciopero, la polizia apre il fuoco, uccidendo Antonio Micali.

2 marzo a Petralia (Palermo) nel corso di una manifestazione di protesta, la polizia apre il fuoco sui dimostranti, uccidendone 2 e ferendone un terzo.

14 marzo a Porto Marghera (VE) nel corso di una manifestazione di protesta contro i licenziamenti degli operai della Breda, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo Nerone Piccolo di 25 anni e Virgilio Scala di 33, e ferendo altri 5 lavoratori. Rinvenuti sul luogo della sparatoria 1 Kg. di bossoli di armi automatiche di grosso calibro.

17 marzo a Torino nel corso di una manifestazione antifascista, la polizia carica i partecipanti uccidendo il pensionato Camillo Corino, 51 anni.

21 marzo a Lentella (CH) nel corso di una manifestazione si arriva allo scontro e le forze di polizia uccidono Nicola Mattia e Cosimo Maciocco e ne feriscono altri 9.

22 marzo a Parma si tenne un comizio di protesta per l'eccidio di Lentella nel corso dello sciopero generale indetto dalla Cgil. Le forze di polizia uccidono il disoccupato Attila Alberti, di 32 anni, e feriscono un centinaio di manifestanti.

22 marzo ad Avezzano (AQ) nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Lentella, la polizia apre il fuoco sui dimostranti, uccidendo Francesco Laboni.

23 marzo a San Severo (FG) una manifestazione antifascista viene sciolta dal brutale intervento delle forze di polizia che aprono il fuoco, uccidendo Michele Di Nunzio.

30 aprile a Celano (AQ) nel corso di una manifestazione di braccianti, dalla folla partono dei sassi, polizia e carabinieri prima sparano in aria e poi a terra, mentre dagli altri tre lati della piazza fascisti, Guardie Comunali e Giurate al servizio dei principi Torlonia sparano anche loro, uccidendo Antonio Berardicuti e Agostino Parvis, mentre altri 13 dimostranti vengono feriti. Il comunista Antonio D'Alessandro viene ucciso, nelle medesime circostanze, da fiancheggiatori delle forze di polizia al servizio degli agrari.

10 agosto a Gibellina (TP) tre agenti prelevano nel primo pomeriggio il contadino Salvatore Garracci che viene condotto in una caserma del Cfrb e muore sotto le torture. La versione ufficiale parla di collasso cardiaco.

17 gennaio del 1951 ad Adrano (CT) la polizia apre il fuoco sui militanti di sinistra che protestano contro la venuta in Italia del generale Ridgway, uccidendo a fucilate Girolamo Rosano, bracciante 19enne, e ferendo altre 11 persone fra i quali, gravissimo, il 16enne Francesco Greco. Una donna muore per attacco cardiaco, poco dopo la sparatoria.

18 gennaio a Comacchio (RA) ci fu una manifestazione di protesta contro la venuta in Italia del generale Ridgway, contro la Nato e per le precarie condizioni dei braccianti agricoli, viene stroncata dalle forze di polizia con estrema violenza e l'uso di armi da fuoco. Nella carica, ordinata verso mezzogiorno dai carabinieri, all'incrocio fra corso Garibaldi e via Bonnet, rimane ucciso il bracciante Antonio Fantinuoli di 61 anni, decine i feriti fra i quali gravemente Gaetano Farinelli e il 17enne Eros Bonazza.

18 gennaio a Piana Albanese (PA) i manifestanti che protestano contro la visita del generale Ridgway vengono caricati dai carabinieri con bombe lacrimogene. I dimostranti riescono a spegnerle e continuano la protesta. Il maresciallo dei carabinieri, a questo punto, ordina il fuoco e un milite spara con un colpo di moschetto al bracciante Damiano Lo Greco, padre di 4 figli che, portato in ospedale, muore qualche ora dopo.

19 marzo 1952 a Villa Literno (CE) nel corso di una manifestazione contadina indetta per protestare contro le ingiuste assegnazioni delle terre già dell'Opera nazionale combattenti, le forze di polizia caricano e uccidono Luigi Noviello, padre di 8 figli, feriscono gravemente Armando Vitiello e provocano diversi contusi.

24 marzo a Bologna: la Corte di assise si pronuncia sulla strage del 9 gennaio 1950 a Modena, scrivendo fra l'altro: "... Quando la pressione aggressiva era quasi cessata e la folla stazionava compatta ma inerte, l'uccisione di Renzo Bersani ed Ennio Garagnani deve ritenersi conseguenza di uso frettoloso e lesivo delle armi, senza alcuna necessità perché i colpiti stavano allontanandosi; ma le indagini non hanno dato alcun risultato perché nessuno di coloro che avrebbero assistito all'uccisione ... è stato in grado di fornire elementi utili per l'identificazione degli sparatori o dell'unico sparatore...".

7 maggio a Villamarzana (RO) una riunione indetta all'interno di una palestra per discutere la richiesta di lavori di sistemazione nelle zone disastrate e protestare contro la decisione prefettizia di ridurre l'assistenza, viene dispersa dalla polizia che fa irruzione nel locale malmenando i presenti e fermando 11 persone, fra le quali il vice sindaco comunista Paiola e il dirigente della locale Coldiretti, Munari. Per lo spavento, muore in seguito a un attacco cardiaco Giovanni Sicchieri.

Il 30 marzo 1953 a Bitonto durante la protesta nazionale contro la "legge truffa", la polizia, caricando i manifestanti, colpisce a morte Francesco Ricci di 57 anni, che morirà alcuni giorni dopo.

13 luglio a Bologna la Corte d'appello conferma la sentenza di 1° grado e condanna alla pena di 6 mesi e 15 giorni di reclusione il carabiniere Francesco Galeati, uccisore della mondina Maria Margotti, non infliggendo alcuna condanna a carico dei superiori del Galeati.

5 novembre a Trieste la polizia anglo-americana spara sui manifestanti a favore del ritorno della città all'Italia, uccidendo lo studente di 16 anni Pietro Addobbati e il lavoratore Antonio Zavadil, e ferendo oltre 100 persone di cui uno, Domenico Scoroglia, gravemente. Il fuoco viene aperto davanti alla chiesa di S. Antonio, con inseguimento dei dimostranti anche all'interno del tempio dove si erano rifugiati per trovare scampo.

7 novembre a Trieste la polizia delle truppe di occupazione apre ancora il fuoco sui dimostranti uccidendo Saverio Montano, Erminio Bassa, Francesco Paglia e Leonardo Manzi di 15 anni, e ferendo altre 80 persone. I dati ufficiali parlano di 6 morti e 82 feriti fra i dimostranti, 79 feriti fra i poliziotti e di 55 fermati come bilancio delle due giornate.

Il 16 febbraio 1954 a Milano nel corso di una manifestazione dei lavoratori dell'Om, le forze di polizia, capeggiate dal commissario Allitto, aprono il fuoco in piazza Sant'Ambrogio, mentre una delegazione di lavoratori attende di essere ricevuta dalla presidenza dell'azienda, uccidendo l'operaio Ernesto Leoni (secondo alcune fonti finito a manganellate) e abbandonandosi ad aggressioni brutali, con l'inseguimento degli operai fin dentro la basilica.

17 febbraio a Mussumeli (CL) nel corso di una manifestazione popolare di protesta per la cronica mancanza di acqua potabile e la pretesa dell'Ente acquedotti di riscuotere comunque le bollette, le forze di polizia aprono il fuoco sulla folla davanti al Municipio, uccidendo Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina e Giuseppe Cappalonga di 16 anni. Fra i numerosi feriti, 9 sono gravi e fra loro un bambino di 7 anni, Baldassare Mistretta.

17 febbraio a Barrafranca (EN) i carabinieri sparano contro i partecipanti ad una manifestazione contadina, uccidendo un bambino di 5 anni.

19 ottobre a Caltanissetta viene emessa dal Tribunale una sentenza per i fatti di Mussomeli dei quali sono chiamati a rispondere, anziché le forze di stato responsabili dell'eccidio, 35 cittadini che manifestavano per la mancanza d'acqua. Viene condannato il segretario della Camera del lavoro Salvatore Guarino a 9 mesi e 15 giorni di reclusione per "oltraggio aggravato"; con la medesima imputazione sono comminate condanne da 6 a 8 mesi per Francesco Catania, Salvatore Mancuso, Diego Seminatore, Vincenzo Russo, Antonino Collura, Calogero Castello, Michele Noto, Nicola Cardinali, Alfonso Caruso, Calogero Amico, Vincenzo Consiglio, Vincenza Randasso, Vincenza Giovino, Calogero Immermano, Giuseppe Savia, Vincenzo Lobrutto, Giuseppe Di Liberto, Marcangelo Lo Presti, Salvatrice La Rocca, Giuseppe Bonfanti, Calogero Castello, Gaetano Barba, Eraldo Martinassi, Giovanni Calà, Concetto Evelino, Angela Torquato, Giovanna Giovino.

Il 4 febbraio 1956 a Venosa (PZ) ci fu uno sciopero alla rovescia dei braccianti di fronte al rifiuto delle autorità di iniziare i lavori per le opere pubbliche nei comuni di Vulture: forze di polizia e carabinieri aprono il fuoco sui dimostranti, uccidendo Rocco Girasole.

7 febbraio ad Andria (BA) la polizia apre il fuoco su una manifestazione di braccianti per il lavoro, uccidendo Domenico Ruotolo e ferendone vari altri.

20 febbraio a Comiso (RG) un'assemblea di braccianti che protestano per la mancanza di lavoro viene assalita dai carabinieri, che uccidono i contadini Paolo Vitale e Cosimo De Luca.

14 marzo a Barletta (BA) durante una manifestazione di circa 4.000 donne e braccianti disoccupati che vorrebbero un'immediata e non discriminatoria distribuzione dei pacchi di viveri ed indumenti, già promessi dalla Pontificia opera di assistenza, giacenti nei suoi depositi, la polizia attacca il corteo che si dirige verso i depositi e spara: tre uccisi, i braccianti agricoli disoccupati Giuseppe Di Corato, Giuseppe Spadaro e l'operaio cavatufi Giuseppe Lojodice, e ferendo gravemente altri 6.

Il 9 settembre 1957 a San Donaci (BR) nel corso di una manifestazione di viticultori, la reazione di un gruppo di giovani all'arresto di una donna provoca la spropositata reazione della polizia che apre il fuoco, uccidendo Luciano Valentini, Mario Celò e Antonio Carignano.

Il 30 ottobre 1959 a Spoleto (PG) si tenne una manifestazione di protesta per la chiusura del cotonificio Cerli è caricata dalle forze di polizia che lanciano candelotti lacrimogeni, il fumo dei quali provoca la morte dell'operaio Arcangelo Fiorelli che, arrampicato su un palo della luce per ragioni di lavoro, precipita al suolo.

Il 5 luglio 1960 a Licata (AG) ci fu uno sciopero contro il governo Tambroni. La manifestazione viene caricata da polizia e carabinieri fatti affluire in massa da altre località. Alla stazione ferroviaria la polizia spara con i mitra e uccide il commerciante Vincenzo Napoli mentre cercava di difendere un bambino tenuto fermo ad un muro e picchiato dai celerini.

7 luglio a Reggio Emilia un preventivato comizio contro il governo Tambroni si trasforma in una grande manifestazione di massa. La questura nega l'autorizzazione a mettere microfoni per le ventimila persone che stanno fuori del teatro. Poi 350 uomini della Celere armati di pistola e mitra caricano 300 operai delle officine di Reggio Emilia, armati di maniche di camicia e nient'altro. E' un massacro, Afro Tondelli, di 36 anni, muore schiacchiato da una jeep, Ovidio Franchi di 19 anni, Emilio Reverberi di 39 anni, Lauro Farioli di 22 anni, e Marino Serri di 41 anni, cadono a terra sotto colpi d'arma da fuoco.Il presidente del consiglio Ferdinando Tambroni, al governo grazie all'appoggio del Movimento Sociale Italiano, riferisce al Parlamento dopo i fatti di Reggio: "circondati dai dimostranti che tiravano sassi, gli agenti furono costretti a sparare per legittima difesa".

Omicidio Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Emilio Reverberi e Afro Tondelli: gli agenti inquisiti sono assolti definitivamente in luglio.

8 luglio a Palermo durante una manifestazione di protesta per i fatti di Reggio Emilia il corteo operaio viene caricato con caroselli di jeep. La manifestazione si trasforma quindi in una battaglia, con la polizia che fa uso delle armi da fuoco. Vengono uccisi tra i manifestanti Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano di 18 anni, Francesco Vella (mentre soccorre un ragazzo colpito da un lacrimogeno); Rosa La Barbera, mentre sta chiudendo la finestra del suo appartamento; a Catania durante lo sciopero contro il governo Tambroni i poliziotti e carabinieri sparano lacrimogeni, cui i dimostranti rispondono con lanci di pietre e tentando di fare barricate. Hanno però inizio caroselli e sparatorie. L'edile disoccupato Salvatore Novembre, rimasto isolato, viene ferito, poi colpito da un nugolo di manganellate si accascia a terra. Un poliziotto lo finisce sparandogli addosso ripetutamente con la rivoltella.

L'11 maggio a Sarnico (BS) durante una manifestazione di protesta degli operai della locale manifattura i carabinieri intervengono e uccidono a colpi d'arma da fuoco l'operaio disoccupato Mario Savoldi, del tutto estraneo alla manifestazione.

Il 28 maggio 1962 a Ceccano (FR) gli operai del saponificio Scala sono in sciopero da 34 giorni per aumenti salariali. Manifestano per il mancato accoglimento delle richieste e per l'illegale assunzione di sei operai con funzione di crumiraggio. I carabinieri aggrediscono il corteo e sparano. Viene ucciso l'operaio Luigi Mastrogiacomo.

27 ottobre a Milano ci fu una manifestazione contro il blocco aereo-navale nei confronti di Cuba attuato dagli Stati Uniti. Al termine del comizio della Cgil un corteo di cinquecento persone si dirige verso piazza Duomo. Dopo l'arrivo del corteo in piazza del Duomo, il Comando della Polizia dà l'ordine di disperdere i manifestanti. Il Terzo Battaglione Celere di Padova, corpo speciale di intervento nelle manifestazioni, inizia i caroselli con le jeep. Le jeep cariche di poliziotti si incuneano deliberatamente contro la testa del corteo, investendo e schiacciando contro un muro Giovanni Ardizzone, studente universitario di 21 anni.

Il 12 settembre 1967 a Lodé (NU) nel corso di una manifestazione i carabinieri intervengono aprendo il fuoco sui dimostranti e uccidendo l'operaio Vittorio Giua.

2 dicembre ad Avola (SR) ci tenne lo sciopero generale dei braccianti contro le gabbie salariali. Vengono fatti blocchi stradali contro un previsto attacco del battaglione della Celere di Catania. Quando il battaglione attacca con i lacrimogeni i contadini rispondono a sassate e riescono a incendiare due automezzi della Celere. La polizia spara a zero e uccide i braccianti Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia. Decine di feriti tra i braccianti. Poi saranno denunciati 150 braccianti per "tentata strage".

31 dicembre a Viareggio (LU) il movimento studentesco e Potere operaio di Pisa organizzano una manifestazione di protesta davanti alla Bussola delle Focette, dove si svolge il famoso e miliardario veglione di Capodanno. Centosessanta giovani lanciano frutta e ortaggi vari. Avviene una carica di carabinieri con esplosione di colpi d'arma da fuoco. I manifestanti fanno barricate ma le cariche e i colpi si susseguono. Viene colpito alla schiena Soriano Ceccanti, di 17 anni, che non muore ma resterà paralizzato. Altri due feriti e decine di arresti.

Il 9 aprile 1969 a Battipaglia (SA) fu indetto lo sciopero contro la minacciata chiusura del tabacchificio locale, unico stabilimento industriale della città. Migliaia di agenti occupano la città, caricano i manifestanti e sparano uccidendo il tipografo Carmine Citro di 19 anni e Teresa Ricciardi di 30 anni, insegnante in una scuola media di Eboli, colpita mentre era alla finestra di casa propria.

23 luglio a Battipaglia (SA) vengono incriminate 119 persone in relazione alla manifestazione nella quale sono stati uccisi Carmine Citro e Teresa Ricciardi, per blocco stradale, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

27 ottobre a Pisa durante la manifestazione antifascista contro il regime dei colonnelli greci viene attaccato un corteo di alcune migliaia di giovani e gli scontri durano poi fino a notte. Viene ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo lo studente universitario Cesare Pardini, di 22 anni; numerosi altri manifestanti rimangono feriti.

In seguito ai disordini del 27 ottobre a Pisa, vengono spiccati 12 mandati di cattura per "radunata sediziosa, resistenza, violenza privata, lesioni aggravate, danneggiamento aggravato, detenzione, uso e trasporto di materiali esplosivi"; 5 manifestanti (3 operai e 2 studenti) sono arrestati e tradotti nel carcere di Livorno, gli altri 7 si rendono latitanti.

15 dicembre a Milano l'anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per le indagini sulla strage di Piazza Fontana, durante l'interrogatorio "precipita" dal quarto piano della questura e muore.

Il 15 luglio 1970 a Reggio Calabria scoppia una rivolta in seguito alle polemiche sulla designazione della città che dovrà essere sede del consiglio regionale. L'agitazione è diretta dalla destra. Poiché il giorno precedente la polizia ha caricato la folla radunatasi davanti alla prefettura, vengono fatte delle barricate. Nel corso degli scontri la polizia uccide il ferroviere Bruno Labate di 46 anni, morto a causa dello schiacciamento del torace.

17 settembre a Reggio Calabria nel corso degli scontri tra polizia e dimostranti viene ucciso con un colpo di moschetto al Rione Pescatori, durante un assalto alla questura, Antonio Campanella, capo operaio dell'Ama.

9 novembre ad Avola (Siracusa) il giudice istruttore Dionisio Mangiacasale invia 85 mandati di comparizione ad altrettanti braccianti, per i reati di "blocco stradale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza" a seguito della repressione poliziesca del 2 dicembre 1968.

12 dicembre a Milano la polizia e i carabinieri, guidati dal vice questore Vittoria, caricano con lacrimogeni e pestaggi un corteo della sinistra extraparlamentare per l'anniversario della strage di Stato, e per solidarizzare con i militanti dell'Eta sotto processo a Burgos, in Spagna. Nella carica viene ucciso da un candelotto lacrimogeno lo studente Saverio Saltarelli di 23 anni.Per la morte di Saltarelli saranno successivamente inquisiti il capitano dei carabinieri Antonio Chiarivi e il capitano di p.s. Alberto Antonietti.

Il 2 febbraio 1971 a Foggia nel corso di uno sciopero la polizia apre il fuoco uccidendo il bracciante Domenico Centola.

4 febbraio a Catanzaro durante una manifestazione sindacale vengono lanciate sul corteo due bombe che uccidono l'operaio Giuseppe Malacaria e feriscono 14 persone. I colpevoli dell'attentato non verranno individuati.

3 giugno a Milano quattromila agenti sgomberano le case occupate di via Tibaldi sparando un alto numero di candelotti lacrimogeni. A causa di ciò muore un bambino di sette mesi, Massimiliano Ferretti, malato di cuore e affetto di bronchite.

13 giugno a Palermo un attivista del Partito repubblicano, Michele Guareschi di 32 anni, viene ucciso con un colpo di pistola da un agente di p.s. perché sorpreso ad affiggere manifesti elettorali dopo il termine consentito.

22 settembre a Reggio Calabria le forze dell'ordine caricano i dimostranti e feriscono al torace con un candelotto lacrimogeno il quattordicenne Carmelo Silio e uccidono Carmelo Jaconis, colpito al cuore da un colpo di rivoltella.

L'11 marzo 1972 a Milano ci fu una manifestazione della sinistra extraparlamentare in occasione del processo a Pietro Valpreda, l'anarchico accusato della strage di Stato. La manifestazione è vietata e avvengono scontri con la polizia. Un candelotto lacrimogeno, sparato ad altezza d'uomo dalla polizia, colpisce in faccia e uccide il pensionato Giuseppe Tavecchio.

Per l'uccisione di Giuseppe Tavecchio verrà incriminato per "omicidio colposo" il capitano di p.s. Dario Del Medico, condannato in primo grado e, infine, assolto in appello perché "il fatto non costituisce reato".

5 maggio a Pisa le forze di polizia caricano i militanti della sinistra extraparlamentare che contestano il comizio del missino Niccolai: durante una delle innumerevoli cariche Franco, 20 anni, viene circondato da un gruppo di celerini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma, sul lungarno Gambacorti, e pestato a sangue. Successivamente viene trasferito prima in una caserma di polizia e poi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto ad un interrogatorio, durante il quale manifesta uno stato di malessere generale che il Giudice, le guardie carcerarie e il medico del carcere non giudicano serio. Il 7 maggio, dopo due giorni di agonia, Serantini viene trovato in coma nella sua cella, trasportato al pronto soccorso del carcere muore alle 9,45 per frattura della scatola cranica.

Per la morte di Serantini, il pretore di Pisa condannerà il capitano di p.s. Amerigo Albini e l'agente Giovanni Colantoni a 6 mesi e 10 giorni di reclusione per "falsa testimonianza".

Il 23 gennaio 1973 a Milano un migliaio di studenti staziona davanti all'Università Bocconi perché il rettore ha vietato un'assemblea che essi vorrebbero aperta anche agli operai. Quando si sciolgono per tornare a casa, la polizia, agli ordini del vice questore Palella e Cardile e del tenente Vincenzo Addante, li carica; un agente di p.s. apre il fuoco contro i manifestanti in fuga, colpendo a morte lo studente Roberto Franceschi, di 21 anni. Rimane ferito anche l'operaio Roberto Piacentini, al quale una pallottola sfiora un polmone.
Nei giorni successivi, si verifica un rimbalzo di responsabilità per l'intervento della polizia fra il rettore Giordano Dell'Amore e la Questura, che avanza la versione dell'"agente in preda a raptus".

21 febbraio a Napoli si tenne lo sciopero nazionale per la scuola indetto dal Movimento studentesco. I carabinieri e la polizia, agli ordini del vice questore Olivieri, attaccano il corteo con pestaggi indiscriminati e facendo anche largo uso di candelotti lacrimogeni; uno di questi, sparato ad altezza d'uomo, colpisce alla testa lo studente Vincenzo Caporale di 19 anni, che morirà l'indomani all'ospedale per emorragia cerebrale.

L'8 settembre 1074 a Roma polizia e carabinieri attaccano gli occupanti delle case a San Basilio e sparano numerosi candelotti lacrimogeni ad altezza d'uomo. Un colpo di revolver della polizia uccide Fabrizio Ceruso, di 20 anni.

11 dicembre a Roma la polizia carica un corteo di invalidi di guerra e uccide Zunno Minotti di 63 anni, altri 14 invalidi devono essere ricoverati per le ferite riportate. Su uno dei cartelli dei manifestanti c'era scritto: "Signori del governo, scusate se non siamo ancora morti".

Il 17 aprile 1975 a Milano la manifestazione per la morte di Claudio Varalli. Il corteo, dopo aver distrutto alcune sedi fasciste, assalta la federazione provinciale del Msi-Dn in via Mancini. Qui si scontra con la polizia che tira candelotti e spara. In corso XXII marzo sopraggiunge una colonna di automezzi dei carabinieri lanciati ad alta velocità; uno di questi camion, guidato dal milite Sergio Chiairieri, salito sul marciapiede con il chiaro intento di investire chiunque fosse sulla sua traiettoria, si trova innanzi il palo che reggeva l'orologio: l'autista ha un brusco scarto per evitare l'ostacolo e ripiomba sulla strada dove si trova Giannino Zibecchi, 27 anni, insegnante, che viene travolto in pieno, schiacciato e ucciso.

Sono rinviati a giudizio 3 militari: il carabiniere Sergio Chiarieri, autista del camion che uccise Giannino, il tenente Alberto Gambardella, capo macchina sullo stesso mezzo e il capitano Alberto Gonella, responsabile dell'intera colonna dei mezzi dei carabinieri. Sono imputati per "in concorso colposo fra loro aver cagionato la morte di Giannino Zibecchi per colpa aggravata dalla previsione dell'evento".

17 aprile a Torino la guardia giurata Paolo Fiocco spara in faccia e uccide Tonino Miccichè, ex operaio di linea alla FIAT, che gli ha contestato l'uso di un secondo box nel quartiere Falchera, nell'ambito di una lotta per l'occupazione di case.

19 aprile a Firenze una manifestazione antifascista organizzata dall'Anpi è attaccata dalla polizia con l'uso di armi da fuoco. Un agente di p.s., Orazio Basile, uccide Rodolfo Boschi e ferisce Panichi, manifestante, che si era avvicinato con una pistola in pugno.
Al processo che ne è seguito, l'agente di p.s. è stato condannato a 8 mesi con la condizionale per "eccesso colposo di legittima difesa"; 10 anni di reclusione sono inflitti a Panichi imputato di reati minori.

17 maggio a Napoli i disoccupati occupano gli uffici anagrafici del comune in piazza Dante. Interviene la Celere e in uno dei caroselli una jeep investe e uccide il pensionato Gennaro Costantino, di 65 anni.

Per i fatti del 17 maggio a Napoli, la polizia sostiene che il mezzo era privo di conducente il quale sarebbe stato sbalzato dal posto di guida in seguito a sbandamento. Numerosi sono gli arrestati fra i dimostranti, che si sono difesi con sassaiole, impegnando la polizia in scontri.

22 novembre a Roma manifestazione della sinistra extraparlamentare a favore della liberazione dell'Angola dal dominio portoghese. Vengono lanciate bottiglie molotov davanti all'ambasciata dello Zaire, i carabinieri aprono il fuoco uccidendo Pietro Bruno, di 18 anni.

Per l'uccisione di Pietro Bruno saranno inquisiti il sottotenente dei carabinieri Saverio Bosio, il carabiniere Pietro Colantuono e l'agente di p.s. Romano Tammaro. Il giudice istruttore Pasquale Lacanna nella sua ordinanza di proscioglimento scriverà: "se per la difesa dei superiori interessi dello Stato, congiuntamente alla difesa personale, si è costretti ad una reazione proporzionata alla offesa, si può compiangere la sorte di un cittadino la cui vita è stata stroncata nel fiore degli anni ma non si possono ignorare fondamentali principi di diritto. La colpa della perdita di una vita umana è da ascrivere alla irresponsabilità di chi, insofferente della civile vita democratica, semina odio tra i cittadini".

Il 15 marzo 1976 a Roma un gruppo di extraparlamentari di sinistra che poco prima avevano lanciato delle bottiglie molotov davanti all'ambasciata spagnola nel corso di una manifestazione antifranchista, viene caricato dalla polizia che si lancia in caroselli al Pincio; un poliziotto spara e uccide l'ingegnere Mario Marotta di 52 anni che stava passeggiando nei giardini.

7 aprile a Roma extraparlamentari di sinistra lanciano bottiglie molotov contro la parte posteriore del ministero di grazia e giustizia per protestare contro la condanna dell'anarchico Giovanni Marini. L'agente di custodia Domenico Velluto spara e uccide, con un colpo alla testa, uno dei manifestanti, Mario Salvi, di 21 anni.
Il 15 aprile la guardia carceraria Domenico Velluto viene arrestato su ordine del sostituto procuratore Gianfranco Viglietta che conduce l'inchiesta. L'accusa è quella di omicidio preterintenzionale per il quale è prevista una pena da 10 a 18 anni di reclusione. L'arresto di Velluto non ha precedenti. Finora infatti non era mai avvenuto che un agente fosse stato incarcerato per aver ucciso qualcuno nel corso di una manifestazione.

1 luglio a Milano: viene condannato per omicidio colposo, in relazione alla morte di Saverio Saltarelli, il capitano di p.s. Alberto Antonietti a 9 mesi con la concessione delle attenuanti generiche, la sospensione condizionale della pena e la non menzione.

Il 19 gennaio 1977 a Pisa il tribunale modifica la sentenza emessa dal pretore il 1 ottobre 1975, assolvendo il capitano di p.s. Amerigo Albini e l'agente Giovanni Colantoni accusati di "falsa testimonianza" per la morte di Franco Serantini.

4-5 marzo a Roma Fabrizio Panzieri, accusato dell'uccisione del fascista Mikis Mantekas, durante gli scontri di piazza avvenuti due anni prima, viene condannato, senza alcuna prova a suo carico, a nove anni di carcere per "concorso morale".

11 marzo a Bologna durante gli scontri iniziati la mattina nella zona universitaria, l'ufficiale dei carabinieri Massimo Tramontani uccide a colpi di pistola Pier Francesco Lorusso, studente di medicina, 25 anni.

8 aprile a Firenze è condannato in relazione all'uccisione di Boschi, qualificata come "omicidio colposo in eccesso di legittima difesa", l'agente Orazio Basile alla pena di 8 mesi con la condizionale.

12 maggio a Roma la polizia carica una dimostrazione pacifica, organizzata dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, facendo largo uso di armi da fuoco e uccidendo Giorgiana Masi, di 19 anni, colpita a morte alla schiena da un colpo di fucile mentre stava scappando; negli stessi eventi saranno feriti altri 7 giovani, tra i quali Elena Ascione. Fra gli agenti di p.s. che aprono il fuoco viene ritratto in una foto Giovanni Santone, in forza alla squadra mobile.

7 luglio a Roma il tribunale assolve il secondino Domenico Velluto dall'accusa di "omicidio preterintenzionale" nei confronti di Mario Salvi, per "aver fatto uso legittimo delle armi".

In seguito all'omicidio di Francesco Lorusso, i manifestanti arrestati sono 129 (oltre a 30 denunciati a piede libero). Nei processi per "direttissima", la giustizia di Bologna emette queste sentenze contro manifestanti: due anni e 8 mesi a Renato Resca di 19 anni trovato in possesso della catenella del suo motorino (da notare che Resca compare in aula in barella dal momento che è stato pestato a sangue sia all'arresto che all'arrivo in carcere); 2 anni e 8 mesi a Fantuzzi, accusato di porto d'arma; 1 anno e 6 mesi a Nicola Pastigliano di 20 anni per porto di arma da guerra: aveva raccolto la parte superiore inesplosa di un candelotto. Casi di tortura si verificano a Roma.Il 17 marzo a Torino i carabinieri uccidono un giovane di vent'anni. Stava rincasando in auto quando viene fermato dai Carabinieri: si china per prendere gli occhiali (aveva l'obbligo di portarli durante la guida) e subito parte una raffica di mitra. I CC dichiarano di aver sparato per primi ma lo sparatore confida: "(l'ucciso) non aveva nessuna pistola, te lo posso dire perché tanto non mi fanno niente".20 luglio a Bologna- Secondo il P.M. Picciotti contro il carabiniere Tramontani, reo confesso, non si può procedere in quanto non è stato lui ad uccidere Lorusso, e se fosse stato lui, era giustificato dalla situazione di grave pericolo in cui si trovava. Il carabiniere Tramontani viene subito dopo rimesso in libertà.

Il 20 luglio 2001 a Genova, in una città blindata in occasione del vertice dei G8, continuano le dimostrazioni iniziate il giorno precedente con il "corteo dei migranti". Per il giorno 20 sono organizzate una serie di piazze tematiche ed il corteo dei Disubbidienti che parte dallo stadio Carlini e si dirige verso la stazione Brignole. Mentre il corteo è ancora sul tragitto autorizzato dalla questura, partono forti cariche di polizia e carabinieri, con ingenti lanci di lacrimogeni anche ad altezza d'uomo, idranti urticanti, caroselli dei blindati lanciati a 70Km/h contro i manifestanti che, impossibilitati nella fuga, reagiscono con lanci di pietre e piccole barricate. Durante l'ultima carica frontale, un drappello di una ventina di carabinieri appoggiati da due Defender, carica il corteo da una stretta via laterale. I manifestanti reagiscono con lanci di pietre, i carabinieri tentano una ritirata e per maldestre operazioni una camionetta resta stranamente bloccata contro un cassonetto. La polizia che si trova a pochi metri di distanza non interviene. Dalla camionetta partono due colpi di pistola ad altezza d'uomo, il primo dei quali colpisce alla testa Carlo Giuliani di 23 anni. La camionetta riparte immediatamente passando sul corpo di Carlo ancora vivo per ben due volte.
Il giorno seguente, 21 luglio, quasi 300mila persone accorrono per la manifestazione finale unitaria e per protestare contro l'uccisione di Carlo. Le forze dell'ordine caricano con lanci di lacrimogeni e pestaggi indiscriminati la folla di manifestanti.
La giornata si conclude con l'assalto alle scuole Diaz e Pertini, messe a disposizione dal Comune come dormitorio e sede operativa del Genoa Social Forum. Vengono operati pestaggi, decine di arresti e la distruzione sistematica dei computer e del materiale fotografico e video raccolto dai manifestanti per documentare le violenze della polizia.



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