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sabato 27 agosto 2016

ISIS E ITALIA

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Perché il terrorismo islamico non ha ancora colpito le nostre città? Il Belgio ha una rete di intelligence e una serie di rapporti internazionali differenti rispetto a quelli italiani. Secondo quanto riporta l’ultima relazione presentata dai servizi di sicurezza italiani al Parlamento anche se il reclutamento islamico avviene prevalentemente per iniziativa personale, è il contesto a favorire l’ingresso alla jihad. La famiglia, il gruppo di amici, luoghi di aggregazione o disagio (come il carcere), perfino target sensibili, come gli ex combattenti libici da tempo in Italia.

«La Francia – come ricorda Jean Guisnel, esperto di questioni militari e servizi segreti – è in prima linea negli affari del Medio Oriente. E’in prima linea quasi da sola nel Mali, dove combatte gli estremisti islamici. Ed è almeno in seconda linea nella guerra a bassa intensità contro l’Isis, colpendo con i suoi aerei in Iraq e Siria. Piccolo dettaglio, sul suo territorio c’è la più grande comunità islamica d’Europa». Il vicino Belgio ha forse scoperto troppo  tardi le cellule jihadiste nascoste nelle proprie periferie. Noi, dal punto di vista della strategia mediorientale, abbiamo ancora una posizione marginale. O perlomeno non belligerante. I nostri rischi aumentano man mano che l’Italia verrà maggiormente coinvolta sulla questione Libia. Quindi che fare? Il presidente del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza) Giacomo Stucchi, ha sollecitato: «Ora serve con celerità una missione militare di robusto ‘peace-enforcemente’ in Libia. Se aspettiamo ancora la situazione potrebbe incancrenirsi con un aumento dei rischi per l’Italia». E ancora: «La paura di ritorsioni terroristiche con l’Italia in caso di intervento militare non può frenarci, anche perché i rischi per noi ci sono lo stesso». Anche perché, come ricorda Nicolò Pollari, ex direttore del SISMI, il rischio in un conflitto è «entrare da maiale» e uscire «da salsiccia».

L’Italia dispone di servizi di intelligence con una grande attività alle spalle. Abbiamo strutture come il Comitato di Analisi strategica antiterrorismo, Aisi e Aise. Abbiamo la direzione della Polizia di Prevenzione (l’Ufficio Antiterrorismo) e il ROS dei carabinieri, la DIGOS. E abbiamo in un certo senso pagato e imparato da esperienze come gli anni di piombo.

In Italia dall’11 settembre per adeguare gli strumenti giudiziari e investigativi sono stati ridefiniti i contorni del reato di cui all’art. 270 bis (ovvero l’associazione con finalità di terrorismo anche internazionale). Non solo: è stato istituito da qualche anno il Casa (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo), ovvero Polizia e Servizi d’Intelligence in collaborazione stretta col Viminale.

Ed ecco che ritorna il grande argomento: gli attentatori dove possono procurarsi le armi in Italia? L’Isis non ci attacca perché c’è la mafia? Questa tesi fu avanzata qualche mese fa da testate giornalistiche che riportavano le parole di un ex agente dei servizi segreti. In realtà non è proprio così. Come sottolineò il vicepresidente della commissione nazionale Antimafia, durante una audizione all’Antimafia regionale sicula ci sono zone e zone. E niente è certo perché «la capacità di infiltrazione di questo terrorismo, talmente liquido, non ha alcuna possibilità di prevedibilità». La Sicilia però potrebbe avere, per esempio, un livello basso. Per supportare tale tesi, citò gli anni di piombo in Italia. «In Sicilia non c’è mai stato l’insediamento del terrorismo e l’unica volta che Prima Linea provò a posizionare una sua base operativa alle porte di Catania fu intercettata e sgominata in sei ore. In quegli anni, a metà degli anni ’70, Cosa Nostra aveva anche una funzione di sorveglianza armata sul territorio, dove non a caso non si sono consumati mai neanche sequestri di persona e quando c’erano non avevano la funzione di estorsione di denaro ma di punizione mafiosa». Il controllo delle cosche in Italia non è quello di una volta. Su Vice, per esempio, è il professore Enzo Ciconte a ricordare che «la mafia non controlla il territorio italiano e non controlla il territorio di nessuna regione. Controlla solo pezzi di territori». Nella relazione dei servizi anche se la nostra criminalità organizzata ha posizioni decisionali e di comando le mafie straniere collaborano in sodalizio con le cosche locali specialmente dal punto di vista della manovalanza agricola.



Altro fattore non indifferente è la mancanza di rete negli attacchi di Bruxelles. La storica spaccatura tra Fiandre e Vallonia non ha mai aiutato la scarsa cooperazione tra le autorità. Poliziotti separati in casa con l’area della Capitale divisa in 19 comuni che eleggono altrettanti borgomastri. Non c’è dialogo. Come ricorda lo scrittore Pieter Aspe a Il Manifesto: «La segnalazione che parte da Anversa o Liegi deve essere prima centralizzata a Bruxelles, presso l’intelligence nazionale, e quindi inviata alle autorità competenti della zona in cui vive il sospetto. Se poi, alla fine di questo lungo percorso si scopre che la persona ha cambiato casa, spostandosi anche di un solo chilometro e mutando perciò il proprio comune di residenza, l’intero iter deve riprendere pressoché da capo. Una vera follia».

L’Italia ha sempre ospitato gli immigrati musulmani, dimostrando di essere lo stato dell’accoglienza e della tolleranza. Altri stati hanno invece chiuso loro le porte. Anche per tale motivo l’Italia non è vista dall’Isis come una nazione “cattiva”.
Roma è la sede della cristianità, molti la reputano per tale motivo un bersaglio facile. Eppure proprio Gesù Cristo è considerato, dall’islamismo, un grande profeta, una figura che (non al pari di Maometto, ma quasi) non deve essere oltraggiata. L’Islam ha rispetto per Cristo, un attacco al Vaticano è impensabile.
Questa “guerra”  ha in parte motivi religiosi, ma grande importanza hanno soprattutto quelli economici. La Francia, tra tutti gli stati europei, è quello che ha maggiore controllo dei giacimenti petroliferi in medio oriente. La Total, multinazionale francese del petrolio, ha interessi che cozzano con quelli dei grandi petrolieri arabi, gli stessi che finanziano la guerra santa dell’Isis; l’Italia, diversamente, non ha un potere tale da essere vista con un’usurpatrice o una rivale per il petrolio.
In Italia, a differenza di molti altri stati europei, non c’è una comunità islamica fortemente radicata. Gli uomini di colore e i musulmani presenti nel nostro paese sono perlopiù immigrati. In Francia, ad esempio, ci sono da parecchie generazioni uomini di fede islamica. E’ più difficile per l’Isis trovare agganci in Italia, ed è per loro logisticamente più difficile fare attentati.



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domenica 17 luglio 2016

I BIMBI E L'ISIS



Tra le file dell’Isis ci sono circa 31.000 donne incinte e almeno 50 bambini provenienti dal Regno Unito. Inoltre, solo negli ultimi sei mesi la propaganda del Califfato ha pubblicizzato 12 bambini-boia, oltre a uno che ha “solo” assistito a pubbliche esecuzioni. Sono i dati più impressionanti del report realizzato dalla Quilliam Foundation di Londra sul tema dei bambini nel Califfato.

Per i reclutatori i bambini sono una risorsa importante perché possono ricoprire diversi ruoli, combattenti e non, e diventano cruciali in tempo di guerra. “I bambini sono usati come soldati, scudi umani, messaggeri, spie e sorveglianti, senza citare i matrimoni forzati e gli stupri ai quali sono costrette le ragazze”. Inoltre, cinicamente, i bambini sono considerati più economici degli adulti perché mangiano meno e non hanno bisogno di molto denaro. La guerra in Siria ha avuto un effetto devastante sul sistema scolastico. Si calcola che alla fine di settembre del 2015 oltre un quarto delle scuole era distrutto e almeno 700.000 bambini erano senza scuola su 2 milioni di rifugiati. Complessivamente, però, sono 5 milioni i bambini coinvolti nella guerra. Un bacino nel quale l’Isis pesca facilmente: l’indottrinamento che comincia nelle proprie scuole, scrive la Quilliam Foundation, “si intensifica nei campi di addestramento dove ragazzini tra i 10 e i 15 anni sono istruiti sulla shari’a, desensibilizzati sulla violenza e vengono insegnati specifici mestieri per servire meglio lo Stato islamico e impugnare la bandiera della jihad”. Le ragazze imparano a cucinare, pulire e sostenere i loro mariti “così possono essere buone mogli e madri mentre i ragazzi vengono preparati al combattimento imparando materie militari”, come l’uso delle armi.

La prima cosa insegnata ai bambini è diventare delle spie per raccogliere informazioni tra i familiari, i vicini e gli amici che non rispettano le regole e le pratiche del Califfato. Se superano questa prova, vengono “promossi” a ruoli con maggiori responsabilità e “una volta che si trovano in prima linea e impegnati in battaglia con il nemico, sono allenati anche a spiarlo”. Viene spiegato che uccidere è normale e spesso alcuni di loro assistono alle esecuzioni impugnando coltelli di combattenti adulti mentre altri bambini le effettuano. Si insegna che è un privilegio e un onore. un video mostra sei ragazzini, ai quali è concesso di giustiziare prigionieri siriani, che festeggiano correndo in un labirinto dopo aver trovato e ucciso gli ostaggi. Non mancano, naturalmente, i baby kamikaze. Sono allenati anche a questo, tanto che qualche volta viene loro ordinato di indossare giubbotti esplosivi mentre svolgono altri lavori nel caso dovessero essere attaccati. Inoltre, imparano anche a guidare veicoli pieni di esplosivo. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nel 2015 (fino a luglio) ci furono almeno 19 casi di bambini kamikaze.

Per le ragazze la vita è diversa ma certo non migliore. Viene loro data un’educazione domestica per soddisfare i bisogni dei mariti, crescendo i figli secondo l’ideologia dell’Isis e curando la loro casa. Conosciute come “fiori e perle del Califfato”, è noto che devono essere completamente vestite, vengono controllate e non possono lasciare la loro casa se non in circostanze eccezionali. Le regole di base sono drammaticamente semplici: costrette al matrimonio tra i 9 e i 16-17 anni, nello Stato islamico devono contribuire a costruire la comunità islamica, fare figli e mandarli in battaglia.

La denuncia contenuta in un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia parla di bambini iracheni rapiti dai militanti dell'Isis vengono poi rivenduti come schiavi del sesso. Non solo, perché le barbarie dei terroristi non si fermano qui. I minori - secondo quanto denunciato - vengono anche brutalmente uccisi tramite crocifissione o sepolti vivi.



Uccidono, torturano, violentano e vendono come schiavi sessuali i bambini dei gruppi etnici minoritari in Iraq.

«Abbiamo dettagliate informazioni su bambini, specie con problemi mentali, che sono stati usati come kamikaze, probabilmente senza che loro capissero esattamente quello che stavano facendo» ha spiegato Renate Winter, uno dei 18 esperti incaricati dall'Onu di redigere il rapporto. «Ci sono video dove un gruppo di bambini di otto anni, o anche meno,  vengono istruiti per diventare soldati killer». «È un problema di portata molto vasta che riguarda principalmente le etnie minoritarie, yazide, cristiane o sciite, ma non solo. Anche i bambini sunniti possono essere usati come carne da macello».

I bambini delle etnie minoritarie, cui spesso è capitato di perdere i loro genitori a seguito della pulizia etnica realizzata dai miliziani, vengono spesso venduti nei mercati locali, con tanto di prezzo affisso sui vestiti. «Li trasformano un schiavi sessuali» ha aggiunto Winter che non ha fornito alcun dettaglio ulteriore. Ponendo poi una domanda chiave: «Abbiamo il dovere di proteggere questi bambini, ma come possiamo farlo in una situazione come questa?»

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martedì 3 maggio 2016

LE DONNE DEL'ISIS




Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda che abita principalmente nel nord dell’Iraq. La loro caratteristica principale è la religione che praticano lo yazidismo, un misto di quasi tutte le religioni sviluppate in Medio Oriente: l’islam, il cristianesimo, l’ebraismo e lo zoroastrismo.
Gli attacchi contro gli yazidi iniziarono nell’estate del 2014 attorno al monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq, due mesi dopo la conquista della città irachena di Mosul. All’inizio sembrava che l’azione militare dello Stato Islamico fosse un’altra battaglia con l’obiettivo di conquistare nuovi territori. Ben presto si capì però che si trattava di una cosa diversa e iniziò lo stupro sistematico delle donne yazide. Il 3 agosto del 2014 lo Stato Islamico annunciò di avere ripristinato l’istituzione della schiavitù sessuale, che tra le altre cose prevede dei contratti di vendita autenticati dai tribunali islamici istituiti dall’ISIS. Si trattava di un processo preparato meticolosamente nei mesi precedenti, come si scoprì in seguito. Nell’ottobre del 2014 su Dabiq, il magazine online dell’ISIS in inglese, uscì un articolo che spiegava nei dettagli la “teologia dello stupro”. Prima dell’attacco al monte Sinjar l’ISIS aveva chiesto ai suoi studenti della sharìa di fare delle ricerche sugli yazidi e si spiegava chiaramente che per gli yazidi non c’era alcuna possibilità di salvarsi pagando una tassa, cosa che invece è permessa agli ebrei e ai cristiani. L’ISIS aveva anche cominciato a citare versi specifici del Corano per giustificare il traffico degli esseri umani (tra gli studiosi di teologia islamica c’è un ampio dibattito su questo punto). Nei mesi successivi l’ISIS continuò a giustificare la schiavitù sessuale tramite un’interpretazione particolare dell’Islam.
Più di recente il “dipartimento della ricerca e della fatwa” dell’ISIS ha diffuso un manuale di 34 pagine sulle regole di “gestione” delle schiave. Nel manuale si legge per esempio che non si possono avere rapporti sessuali con la propria schiava prima che lei abbia il primo ciclo mestruale, in modo da verificare che non sia incinta (non è possibile invece avere rapporti quando la donna è incinta). In generale non ci sono molti limiti a ciò che è permesso fare alle schiave: si possono anche stuprare le bambine, per esempio. Allo stesso tempo le schiave del Califfato islamico possono essere liberate dai loro proprietari tramite un “Certificato di emancipazione”.

I sopravvissuti degli attacchi dell’ISIS hanno raccontato cosa fanno i miliziani dopo avere conquistato una città yazida. Per prima cosa dividono le donne dagli uomini. Ai ragazzi adolescenti è chiesto di alzare la maglietta: se hanno peli sul petto finiscono nel gruppo degli uomini, se non li hanno in quello delle donne.
Gli uomini, costretti a sdraiarsi con la faccia a terra, vengono uccisi. Le donne vengono invece caricate su dei furgoni e portate via in una città vicina. Qui le ragazze più giovani e non sposate vengono fatte salire su degli autobus bianchi con la scritta “Haji”, il termine che indica il pellegrinaggio a La Mecca: sui finestrini degli autobus sono bloccate delle tendine, un accorgimento che sembra essere preso per evitare che da fuori si vedano delle donne non coperte con il burqa o con il velo in testa. Le donne vengono poi riunite anche a migliaia in grossi edifici di una città irachena e poi ritrasferite in altre città dell’Iraq e della Siria per essere vendute.
L’ISIS si riferisce alle donne messe in schiavitù con il termine “Sabaya” seguito dal loro nome. Le donne e le ragazze più belle e giovani vengono in genere comprate entro poche settimane dopo essere state rapite. Altre, le donne più anziane o già sposate, vengono trasferite più volte da un posto all’altro in attesa di essere vendute. Alcuni degli edifici in cui vengono tenute le donne rapite hanno anche una stanza usata dagli uomini per scegliere la donna da comprare.

Nel Califfato Islamico lo stupro viene oggi interpretato dai combattenti dell’ISIS come un diritto riconosciuto dall’Islam: non solo un diritto, ma anche un dovere.
L’istituzionalizzazione dello stupro viene usata oggi anche come strumento di reclutamento per nuovi potenziali miliziani, soprattutto per gli uomini che provengono da società musulmane molto conservatrici dove il sesso viene considerato un tabù e frequentare una donna fuori dal matrimonio è proibito dalla legge.

Lo schiavismo sessuale ripristinato dall’ISIS sembra riguardare solo le donne della minoranza yazida, mentre non c’è traccia di un fenomeno così esteso per altre minoranze religiose attaccate negli ultimi mesi dallo Stato Islamico. Il manuale del Dipartimento della ricerca e della fatwa dell’ISIS, comunque, permette lo stupro anche di donne cristiane ed ebree quando si trovano su territori conquistati.

"Conquisteremo Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne": la minaccia del portavoce dell'Isis Abu Muhammed al Adnani risuona ancora forte nelle coscienze, turpe nel dimostrare la sua ferocia attraverso la scelta di bersagli che sono simboli, più che obiettivi militari qualunque, emblemi sacrosanti di una cultura che supera i confini nazionali e si fa valore universalmente riconosciuto.

Un grido impietoso questo, relegato nella paura di un'intimidazione per il mondo occidentale, ma squallida realtà per una parte di donne, migliaia delle quali sono violentate, rapite e sfruttate dallo Stato Islamico che si fa garante, come rivelato anche da diversi ex appartenenti alle milizie dell’Isis, di rapporti sessuali non consenzienti con le prigioniere, rapite con lo scopo di ridurle merce, 'schiave del sesso' senza identità nè importanza alcuna.

E se ci sono musulmane che volontariamente si offrono ai jihadisti per 'alleviare le loro sofferenze' e supportare la causa dello Stato Islamico, tante sono coloro che si ribellano, che urlano il dolore e la fatica di tollerare ancora l'intollerabile.

Storie vere, storie di ordinaria follia che non solo fanno sì che i jihadisti diventino destinatari di vergini in paradiso, ma che in più, per motivarli alla guerra, li incoraggiano ad ogni tipo di pulsione sessuale, perché, nel caso dell’Isis e contrariamente ad altri gruppi estremisti islamici, il sesso ha un ruolo centrale ed è, di fatto, una delle armi del gruppo estremista.

Ma allo stesso tempo, di fronte alle donne soldato curde – le cosiddette 'guerriere peshmerga' –, gli uomini dello Stato Islamico si fermano e fanno marcia indietro, perché convinti che venire uccisi da una donna farebbe perdere il diritto al paradiso, al loro, personalissimo 'paradiso': la peggiore delle umiliazioni per questi uomini che, alla fine, di 'umano' non hanno davvero nulla.

Sebbene poco se ne parli, è un mercato enorme quello messo in piedi dal califfato di Abu Bakr al-Baghdadi che rimpolpa, e non poco, le voci «note» di bilancio. Già, perché sedicente che sia, il Daesh ci tiene, e tanto, ad apparire come uno Stato a tutti gli effetti. Non è un caso che sia stato pubblicato un vero e proprio bilancio, con tanto di entrate – tra petrolio e confische dei beni di rivali e prigionieri – e uscite, quasi totalmente assorbite dalle spese militari. Accanto alle voci pubbliche, però, ci sono altre entrate su cui l’Isis può contare. Entrate che si tengono nascoste. Come appunto il mercato di donne e bambine. Un mercato enorme: secondo un rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) parlano di oltre 25 mila donne e bambini rapiti, stuprati e poi venduti come schiavi. Con un vero e proprio prezzario.

A raccontarlo per la prima volta è stata Zainab Hawa Bangura, rappresentante Onu per le violenze sessuali nei conflitti. Solitamente i jihadisti dividono donne e ragazze in tre categorie. La prima è quella delle donne sposate con bambini e delle anziane; la seconda sono le donne e le ragazze sposate senza figli; la terza è quella delle ragazze più giovani. Tutte «vengono spogliate, pulite e fatte sfilare come se fossero bestiame», racconta il rappresentante Onu. Ma ecco che arriva il momento della compravendita. Con un vero e proprio listino prezzi: i bambini (femmine e maschi, dai nove anni in giù) valgono 200 mila dinari, l’equivalente di circa 150 dollari. Le bambine e le ragazze dai 10 ai 20 anni vengono vendute per 150 mila dinari (circa 120 dollari), mentre le donne tra i 20 e i 30 anni costano sui 100 mila dinari (80 dollari). E se qualcuno dovesse ribellarsi? Il racconto è agghiacciante: «Mi hanno raccontato di ragazze “ripulite” con un getto di petrolio, a cui veniva appiccato il fuoco se si rifiutavano di fare ciò che ordinavano i loro cosiddetti padroni».

Da Mosul a Fallujah, insomma, il mercato dell’orrore è piuttosto florido, con un’organizzazione tutt’altro che improvvisata. Secondo quanto riferito dall’Unami (United Nations Iraq) l’Isis avrebbe aperto un ufficio a Mosul, un vero e proprio mercato centrale dove «le donne e le ragazze vengono esposte con cartellini dei prezzi, in modo che gli acquirenti possano scegliere e negoziare la vendita». Altre situazioni simili sono state segnalate a Ramadi e a Fallujah, ma anche nelle città siriane di Raqqa e al-Hasakhan. «Nel nome della jihad del sesso, le donne sono state messe in vendita a prezzi che oscillano tra 500 e 2.000 dollari». Non solo. Perché, spesso, le donne vengono anche regalate dopo alcune competizioni organizzate ad hoc, come fossero premi: «I criminali dell'Isis – si leggeva ancora nel comunicato del ministero iracheno - hanno inventato anche un concorso per la lettura del Corano. Ai primi tre classificati, in premio una donna».

Nemmeno il suicidio è concesso alle ragazze schiave: «Ci hanno detto che se ci fossimo tolte la vita, avrebbero ucciso i nostri parenti»

In questo modo, con torture e sevizie ammantate di follia pseudo-religiosa, lo Stato Islamico è diventato «il principale attore nella gestione della tratta di esseri umani nella regione», come denunciato da Terre des Hommes. Questo perché l’Isis «ha introdotto e legittimato la pratica della schiavitù sessuale a un livello senza precedenti». Solo nel corso del 2014, d’altronde, i guerriglieri avrebbero rapito circa 3 mila donne e ragazze, in larga parte appartenenti a minoranze etniche e religiose (yazidi, turkmeni e cristiani). Le giovani vittime che sono riuscite a fuggire dai miliziani raccontano storie drammatiche e tra loro molto simili.

Come se non bastasse, Boko Haram utilizza sempre più spesso donne e bambini come kamikaze per portare a termine attentati suicidi in luoghi affollati come i mercati o nei pressi delle stazioni di polizia.

Ma l’Isis, come si sa, si estende anche in Libia. E anche qui il trattamento riservato a donne e bambine è lo stesso. Nella città di Derna - una delle roccaforti del Califfato - secondo quanto riferito da attivisti locali il numero dei matrimoni di ragazze minorenni avrebbe avuto un brusco aumento, «con ragazze di appena 12 anni costrette dalle famiglie a sposare gli jihadisti stranieri». Un fenomeno nuovo per la Libia dove, fino al 2012, solo il 2% delle donne tra i 20 e i 24 anni si era sposata prima dei 18 anni. Il motivo? Come riferito dalle associazioni umanitarie, in Libia molte famiglie acconsentono al matrimonio delle figlie ancora bambine con i miliziani dell’Is nella convinzione di proteggerle e assicurare loro una buona qualità di vita. Vana illusione, ovviamente. «Solo nelle cliniche che possiamo monitorare, vediamo dalle quattro alle cinque spose bambine a settimana - spiega un’attivista di Terre des Hommes - I medici si trovano spesso a dover curare bambine troppo giovani per avere rapporti sessuali e che arrivano in clinica sanguinanti per lacerazioni o aborti spontanei, quasi senza rendersene conto, ma con danni irreparabili al loro fisico e alla loro psiche».

Situazioni tragicamente analoghe anche in Nigeria, dove troviamo Boko Haram, con cui l’Isis ha creato una sorta di asse del terrore. Sebbene sia molto difficile avere dati esatti, Amnesty International ipotizza che siano più di 2 mila le donne e le ragazze rapite dai terroristi nigeriani. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne non sposate e adolescenti che vengono costrette a sposare i miliziani dell’organizzazione terroristica oppure ad imbracciare le armi.


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lunedì 14 dicembre 2015

BAMBINI SOLDATI

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In diversi momenti della storia e in molte culture, i minori sono stati coinvolti in campagne militari anche quando la morale comune lo riteneva riprovevole. A partire dagli anni settanta sono state firmate numerose convenzioni internazionali allo scopo di limitare la partecipazione dei bambini ai conflitti; nonostante questo, sembra che l'utilizzo dei bambini soldato negli ultimi decenni sia in aumento.
In alcuni paesi africani, sudamericani o asiatici, i bambini soldato sono spesso soggetti a questo tipo di sfruttamento. A questi bambini, in alcuni casi, vengono somministrati degli stupefacenti, per poter interagire durante uno scontro senza che essi si arrendano mentre le bambine vengono spesso usate per scopi sessuali ma anche per cucinare, piazzare esplosivi, aprire la strada all'esercito sul campo minato perché possono essere rimpiazzate più facilmente, non devono essere pagate e non si ribellano.

In Afghanistan nonostante i progressi compiuti per porre fine al reclutamento e all'impiego di bambini nelle forze nazionali di sicurezza, i bambini continuano ad essere reclutati dalle parti in conflitto, quali la Haqqani Network e i talebani. Nei casi più estremi, i bambini sono stati usati come attentatori suicidi, per la fabbricazione di armi e per il trasporto di esplosivi.

Nella Repubblica Centrafricana ragazzi e ragazze di appena otto anni sono stati reclutati e utilizzati da tutte le parti coinvolte nel conflitto per prendere parte direttamente alle violenze inter-etniche e religiose.

Nella Repubblica Democratica del Congo le Nazioni Unite hanno documentato nuovi casi di reclutamento di bambini da parte di più gruppi armati che operano nella parte orientale del paese. I bambini, in alcuni casi, anche di 10 anni di età, sono stati reclutati e utilizzati come combattenti, o in funzioni di supporto, come facchini e cuochi. Le ragazze sono state usate come schiave sessuali o sono stati vittime di altre forme di violenza sessuale.

In Iraq e Siria gli avanzamenti dell'IS e la proliferazione di gruppi armati hanno reso i bambini ancora più vulnerabili al reclutamento. Bambini di 12 anni sono in fase di addestramento militare e sono stati usati come informatori, per presidiare i posti di blocco e per sorvegliare punti strategici. In alcuni casi, sono stati utilizzati come attentatori suicidi e per effettuare esecuzioni.

Sono più di 300.000 i minori di 18 anni attualmente impegnati in conflitti nel mondo.
Centinaia di migliaia hanno combattuto nell'ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell'età. Decine di migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.

Il problema è più grave in Africa e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati reclutano minori nelle loro forze armate.

Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come "portatori" di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi; in ambedue i casi sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.

Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. I "signori della guerra" che le combattono non si curano delle Convenzioni di Ginevra e spesso considerano anche i bambini come nemici. Secondo uno studio UNICEF, i civili rappresentavano all'inizio del secolo il 5 per cento delle vittime di guerra. Oggi costituiscono il 90 per cento.



L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori; oggi un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. I ragazzi, inoltre, non chiedono paghe, e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo con maggior incoscienza (per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie).

Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto stabilito dalla legge o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché essi non hanno documenti che dimostrino la loro vera età.

Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari: in questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c’è di mezzo la fame o il bisogno di protezione. Nella Rep. Democratica del Congo, per esempio, nel '97 da 4.000 a 5.000 adolescenti hanno aderito all'invito, fatto attraverso la radio, di arruolarsi: erano per la maggior parte "ragazzi della strada".

Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta dall'ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.

Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell'apparato sessuale, incluso l'AIDS.

Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell'inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell'esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.

L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi che rimangono nell'area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.

Qualche volta i bambini soldato possono rappresentare un rischio anche per la popolazione civile in senso lato: in situazioni di tensione sono meno capaci di autocontrollo degli adulti e quindi sono "dal grilletto facile".

Per quanto molti stati siano riluttanti ad ammetterlo, l'uso di bambini soldato può essere considerato come una forma di lavoro illegittimo per la natura pericolosa del lavoro. L'ILO riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.
Ricerche ONU hanno mostrato come la principale categoria di ragazzi che diventa soldato in tempo di guerra, sia soggetta allo sfruttamento lavorativo in tempo di pace.
La maggioranza dei bambini soldato appartiene a queste categorie:

ragazzi separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single)
provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada, sfollati)
ragazzi che vivono nelle zone calde del conflitto.
Chi vive in campi profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati. Le famiglie e le comunità sono distrutte, i ragazzi sono abbandonati a se stessi e la situazione è di grande incertezza. I rifugiati sono così spesso alla mercé dei gruppi armati.

Un crimine ripugnante. Su tutto questo, che rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani e un ripugnante crimine di guerra, è impegnata INTERSOS, l'organizzazione umanitaria che opera a favore delle popolazioni in pericolo, vittime di calamità naturali e di conflitti armati. L'Ong è stata fondata nel 1992 con il sostegno delle Confederazioni sindacali italiane, e fonda la sua azione sui valori della solidarietà, della giustizia, della dignità della persona, dell'uguaglianza dei diritti e delle opportunità per tutti i popoli, del rispetto delle diversità, della convivenza, dell'attenzione ai più deboli e indifesi.
   
Nonostante gli sforzi a livello internazionale, il problema dei bambini soldato è ancora vivo e drammaticamente in aumento. La Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, è il primo strumento internazionale che enuncia i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i bambini e a tutte le bambine del mondo, insieme con gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell'infanzia. Nel 2002 entrò in vigore il Protocollo Opzionale alla Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che tratta il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati: il Protocollo stabilisce che nessun minore di 18 anni può essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. L'Italia ratifica il Protocollo Opzionale con la Legge n. 148 del 9 maggio 2002. Sebbene il Protocollo rappresenti un passo importante, non è ancora uno strumento giuridico completo e sufficiente. Infatti, per il reclutamento volontario negli eserciti regolari, non è imposto il limite minimo di 18 anni.
Con gli Impegni di Parigi del 2007, i rappresentanti di 58 paesi si impegnano a porre fine al reclutamento illegale di minori e ad assicurare che le procedure di arruolamento nelle forze armate siano conformi al diritto internazionale. Durante la conferenza vengono rivelati i Principi di Parigi (Paris Principles), una raccolta dettagliata di linee guida per la protezione dei minori dall'arruolamento, la riabilitazione fisica e psicologica di quelli vittime dei conflitti armati. A seguito dell'entrata in vigore del Protocollo Opzionale si sono registrati notevoli progressi per quanto riguarda l'arruolamento di minori, tuttavia il problema non è affatto superato.
Esistono alcuni strumenti normativi internazionali che nel tempo sono stati adottati per tutelare e proteggere i bambini coinvolti nei conflitti e associati ai gruppi armati.

* La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia del 1989, che mette al bando l'uso di minori di 15 anni nei conflitti armati e che impone agli Stati coinvolti di prendersi cura della riabilitazione psicologica e sociale dei minori coinvolti nelle guerre.

* La Carta Africana sui diritti e il benessere del bambino del 1990, rafforza la protezione prevista nella Convenzione dell'89. Nella Carta è previsto il rispetto da parte degli Stati contraenti delle leggi del diritto internazionale umanitario applicabile ai conflitti armati in cui sono coinvolti i minori, e che gli Stati prendano misure necessarie perché bambini non prendano parte diretta alle ostilità.

* Il Protocollo Opzionale sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati alla Convenzione sui diritti dell'infanzia del 2002, che porta a 18 anni l'età minima per l'arruolamento nelle forze armate.

* E ben 6 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite (1999-2005), che richiamano gli Stati all'osservazione delle norme di diritto internazionale sulla protezione dei bambini nei conflitti, richiedono al Segretario Generale dell'ONU l'iscrizione nella black list degli Stati parti che usano minori per la guerra, riaffermano l'urgenza di programmi di smobilitazione e disarmo, di percorsi di reinserimento e riabilitazione.


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lunedì 16 novembre 2015

PERCHE' L'ISIS ATTACCA LA FRANCIA?

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L'Isis ha ufficialmente rivendicato gli attentati di venerdì 13 novembre a Parigi con un comunicato pubblicato su Telegram e diffuso anche da SITE.

L'Isis nella rivendicazione dice esplicitamente che la Francia è stata attaccata perché è uno dei paesi che conduce gli attacchi aerei contro le forze del Califfato in Siria e Iraq.

Il comunicato comincia con la sura Al-Hasr, che richiama la sorpresa.

La sorpresa dei miscredenti usciti dalla loro dimora perché pensavano di essere protetti dalla loro fortezza, che li avrebbe difesi contro Allah. "Ma Allah li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori."

La sorpresa, ovvero l'attacco a luoghi non "sensibili" e quindi non protetti. Luoghi che sono anche luoghi di svago, dove si esprime e diventa manifesta la cultura libera e "empia" degli "idolatri", che devono essere puniti.

Evidente in questo quadro il ruolo particolare del Bataclan, luogo dove si celebra la musica rock, lo stile di vita occidentale, dove era in corso, al momento dell'attacco, "una festa della perversione".

Nel comunicato una parte importante è l'esaltazione degli assassini di Parigi, i martiri, gli shahid.

"Otto fratelli", avvolti nelle cinture esplosive e armati di fucili automatici, che hanno puntato su bersagli "accuratamente scelti" nel cuore della capitale francese, fra i quali lo stadio dove era in corso la partita fra "i crociati tedeschi e francesi", dove era presente lo "stupido di Francia, Francois Hollande".

Parigi è stata "scossa sotto i piedi" degli otto fratelli, e "il risultato degli attacchi è stata la morte di non meno di 100 crociati", poi hanno "fatto esplodere le loro cinture nei luoghi di raduno dei miscredenti, dopo aver terminato le munizioni".

Infine c'è la parte più minacciosa del comunicato dell'Isis: gli attacchi che verranno condotti nel futuro, in Francia e negli altri paesi che si oppongono al Califfato: "È il primo attacco della tempesta e un avvertimento a coloro che vogliono imparare".

Nelle parole di chi ha redatto il comunicato dell'Isis, vanno sottolineati i riferimenti alla Francia che guida il carro della campagna dei crociati e che ha "osato insultare il Profeta": indicazione quest'ultima che lega direttamente questa strage a quella a Charlie Hebdo.

La Francia viene anche accusata di "combattere l'Islam in Francia", passaggio che, come sottolinea Renzo Guolo su Repubblica, mescola insieme l'ostilità alla laicità della Repubblica, ma anche le azioni del governo di Parigi di puntare sull'associazionismo musulmano fedele al paese, da contrapporre alla organizzazioni radicali nate in terra di Francia e duramente represse.

Da non trascurare, poi, nel comunicato, la sprezzante considerazione per i musulmani "ipocriti" che non combattono per il Califfato.




La Francia è in prima linea negli affari del Medio Oriente. E’ in prima linea quasi da sola nel Mali, dove combatte gli estremisti islamici. Ed è almeno in seconda linea nella guerra a bassa intensità contro l’Isis, colpendo con i suoi aerei in Iraq e Siria. Piccolo dettaglio, sul suo territorio c’è la più grande comunità islamica d’Europa». Jean Guisnel, esperto di questioni militari e servizi segreti, professore alla Scuola speciale militare di Saint Cyr, autore di una dozzina di libri sul tema, è una delle persone più adatte per tentare di rispondere alla domanda più elementare e al tempo stesso più difficile.

«Sul piano formale è stato fatto tutto quel che andava fatto. Dopo Charlie Hebdo i servizi segreti e gli apparati di sicurezza sono stati rinforzati con uomini, denaro, maggiore libertà di indagine, leggi molto più permissive e votate da tutti sulle intercettazioni telefoniche ed elettroniche».
Allora che cosa è mancato?
«Il metodo. Quel che i servizi segreti non utilizzano a dovere è il modo, il contesto. Hanno tutti i mezzi per proteggere il Paese da una minaccia esterna. Ma qui non parliamo di stranieri, parliamo di persone che vivono in Francia, che lavorano accanto a noi, che fanno parte di una comunità di 6 milioni di persone. Ed è subito apparso chiaro che la ricchezza di mezzi nulla poteva contro la ricerca di un ago nel pagliaio».
Ancora con la teoria del lupo solitario?
«No, anche questo diaframma purtroppo è caduto. Non sappiamo ancora bene cosa è successo, ma appare chiaro che si tratta di attacchi coordinati e diversificati al tempo stesso. L’assalto a bar e ristoranti, i kamikaze allo Stade de France, la presa d’ostaggi in una sala da concerto. Una operazione ben preparata e coordinata, eccome».
Erano mesi che a Parigi si parlava della possibilità di nuovi attacchi... «Certo. Ma con il fatalismo che si riserva appunto all’ineluttabilità del lupo solitario. Bisogna essere pronti, si diceva, sappiamo che può succedere ancora. Tutto veniva messo in relazione all’organizzazione di attentati da parte di singole individualità. Era un modo per prepararsi al peggio. Prevenire, prevenire davvero, è un’altra cosa».
Ma il controspionaggio a cose serve?
«A infiltrare un ambiente del quale si possiedono le coordinate minime. Ma è di tutta evidenza che 6 milioni di persone sono l’equivalente di una intera nazione. La retorica del lupo solitario, alla quale sono stati ridotti i fratelli Kouachi e Ahmedi Koulibaly, serve ad esorcizzare la paura dell’inelluttabile».
Anche a creare un alibi?
«Sì, in un certo senso è così. A preparare la gente e soprattutto a trovare delle giustificazioni a qualcosa che si sa che prima o poi accadrà nuovamente, dato il contesto politico e soprattutto sociale della Francia».
Resta l’ennesima catastrofe dei servizi di sicurezza francesi?
«Abbiamo detto delle possibili giustificazioni, adesso bisognerebbe parlare di defaillances che ogni volta appaiono differenti. E imperdonabili. Come anche le operazioni propaganda».
A cosa si riferisce?
«Per tragica ironia, pochi giorni fa è stato annunciato con grande spreco di fanfare l’arresto di un presunto aspirante attentatore che voleva colpire i cantieri navali di Tolone. Un anno di indagini per arrivare a quello che era stato descritto come l’ennesimo lupo solitario, per rassicurare, per far vedere che nessuno stava con le mani in mano».

Non era un successo?
«Macchè. Pura propaganda, che oggi appare persino imbarazzante, davanti all’enormità dei fatti di Parigi, davanti a una operazione quasi militare che ha preso di mira tutta la città. La plastica dimostrazione del fatto che nessuno sapeva dove guardare davvero. O peggio, chi ci dovrebbe proteggere lo sapeva, come lo sappiamo tutti. Ma non aveva idea di come fare per impedire che il nostro Paese fosse nuovamente colpito».
I sei milioni di musulmani in Francia non sono una possibile giustificazione?
«Parliamoci chiaro: il fatto che in Francia ci siano altri sessanta milioni di abitanti non impedisce alla Polizia di arrestare i rapinatori, i ladri, i truffatori, di sgominare le organizzazioni criminali. La verità è che non siamo assolutamente preparati a questa minaccia, a questo scontro durissimo e irregolare».

Da quando è nato, l'Isis ha dimostrato, come evidente dai video delle decapitazioni in cui i prigionieri vestono con la tuta arancione di Guantanamo, di saper usare i mezzi di comunicazione di massa, grazie anche alle competenze fornite dagli jihadisti cresciuti in Occidente. Quale miglior occasione del clip in cui tra i boia appaiono due giovani francesi di fede musulmana per rimarcare il messaggio?

Lo stesso invito rivolto ai musulmani di Francia di "unirsi alla lotta dei fratelli in Siria e in Iraq" e, se non possibile, "di avvelenare l'acqua o investire i passanti" ha una sua grammatica. Investire con l'auto i passanti è diventato, di recente, il modo più semplice (e imprevedibile) scelto dai militanti palestinesi per rilanciare l'Intifada.

Il messaggio è subliminale ma tocca al cuore tutti i musulmani: per rilanciare la lotta palestinese occorre attaccare la Francia. A sua volta progettare di avvelenare l'acqua è il modo più semplice per diffondere il terrore tra la popolazione. Il modo più efficace, come l'avvelenamento dei pozzi in epoca romana, per far vivere nel terrore il tuo nemico.







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