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lunedì 27 marzo 2017

MORALE DELL'ARMA



"Per ricondurre, ed assicurare viemaggiormente il buon ordine e la pubblica tranquillità, che le passate disgustose vicende hanno poco turbata a danno de' buoni, e fedeli sudditi Nostri, abbiamo riconosciuto essere necessario di porre in esecuzione tutti que' mezzi, che possono essere confacenti per iscoprire, sottoporre al rigor della Legge i malviventi, e male intenzionati, e prevenire le perniciose conseguenze, che da soggetti di simili sorta, infesti sempre alla società, derivare ne possono a danno de' privati, e dello Stato. ( .. ) E per avere con una forza ben distribuita i mezzi più pronti, ed adatti, onde pervenire allo scopo, che ce ne siano prefissi, abbiamo onde ordinata la formazione, che si sta compiendo, di un Corpo di Militati per buona condotta, e saviezza distinti, col nome di Corpo de' Carabinieri Reali, e colle speciali prerogative, attribuzioni, ed incombenze analoghe al fine che ci siamo proposti per sempre più contribuire alla maggiore felicità dello Stato, che non può andare disgiunta dalla protezione, e difesa de' buoni e fedeli Sudditi nostri, e dalla punizione de' rei".
(Norma originaria Regie Patenti del 13 luglio 1814.)

La Morale è l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni; l’Etica è la pratica, la modalità della loro applicazione. E’ difficile dare una definizione dell’etica perché l’etica non è solo morale ma soprattutto propensione a fare il bene, a preoccuparsi degli altri. Essere etici non significa solo fare ciò che si deve fare, ma farlo al meglio, cioè bene.
La filosofia morale in genere ascrive la capacità di distinguere il bene dal male ad alcune facoltà umane: la ragione, l’ispirazione, l’intuizione e la coscienza soprattutto. E ascrive la capacità di attualizzare un comportamento etico alla volontà, intesa come capacità di dominare la propria natura e di perseguire delle scelte.

Tutte queste facoltà, in effetti, funzionano ma a condizione che siano state educate e programmate in modo corretto. A condizione cioè che si sia ricevuto un insegnamento dell’etica e della morale, la cui funzione, come ha sostenuto Mancuso, è proprio quella di insegnarci “cosa fare e come fare” e di semplificare la nostra esistenza che di per sé presenta una complessità elevata. In altre parole di fornirci una “mappa” per poterci orientare.

L'indirizzo di comportamento morale dei Carabinieri appare ufficialmente per la prima volta nella lettera che il 6 dicembre 1822 il maggiore generale Giovanni Battista D'Oncieu de la Bàthie, Ispettore Generale dell'Arma (Comandante Generale), diresse al colonnello Giovanni Maria Cavasanti, comandante effettivo dei Carabinieri, per accompagnare il primo Regolamento Generale. La lettera così esordiva:
"Ho l'onore di trasmetterle un gran numero d'esemplari delle Regie Patenti del 12 ottobre p.p., e del Regolamento generale, approvato con lettere-patenti di S.M. in data del 16 di detto mese, relativo al servizio de' Carabinieri Reali in tutti gli Stati di S.M..
Mi valgo di questa circostanza importante, attesi i favori dei quali S.M. volle ricolmare questo degno Corpo, di cui affidò a V.S. ill.ma il comando, per riunirvi una Istruzione analitica, destinata a servire di norma ai bravi Militari che lo compongono".

" Indipendentemente dalle girate d'ispezione prescritte, dovranno gli Uffiziali visitare, più spesso che sarà loro possibile, le Stazioni sotto il loro immediato comando, e sotto la loro diretta invigilanza.
Devo qui ricordare ai signori Uffiziali, che se essi trascurassero questa parte così sostanziale dei loro doveri, dovressimo temere di vedersi introdurre nel servizio degli abusi condannevoli.
Quando un Uffiziale sarà convinto intimamente, che esso è risponsabile della condotta e del servizio de' Militari posti sotto i suoi ordini, e che da ciò dipende il suo onore e quello del Corpo, sentirà sicuramente la necessità di una vigilanza esatta sulla condotta degli uomini affidati alla sua istruzione e direzione in tutte le parti del servizio.
Questa invigilanza è tanto più necessaria, in quanto che il Corpo, che ha subito una grande variazione, e un aumento di forza, si trova in questo momento con un gran numero di reclute, che conviene istruire per renderle capaci e degne di un'Arma così distinta, e che ha resi servizi così importanti allo Stato".

Al concetto che segue si ispirerà costantemente, seppur variamente, la normativa essenziale dell'Arma:
"Il servizio della sicurezza pubblica, che più particolarmente è confidato al Corpo de' Carabinieri Reali, impone ai Militari che lo compongono, degli obblighi, i quali l'interesse generale, e la sicurezza dello Stato far loro apprezzare.
Se per una parte sono armati per raffrenare i buoni; con l'urbanità delle loro maniere concilieranno l'amore ed il rispetto al Governo che gl'impiega, e la stima generale sarà la ricompensa della loro buona condotta, egualmente che ogni volta che adempiranno ai loro doveri con esattezza e nel modo indicato dal regolamento generale, saranno accompagnati dalla pubblica considerazione".

"Conservino, lo ripeto, i Carabinieri Reali tutto il loro coraggio per prevenire, attaccare, arrestare ed inseguire i malviventi che sono denunciati, e per l'arresto de' quali o sono stati richiesti dalle Autorità, o sono autorizzati ad eseguirne il fermo dalle leggi e dalla natura stessa del loro servizio.
In tali casi devono essi farsi temere; ma quando si tratta di proteggere e mantenere la tranquillità fra i pacifici abitanti, devono allora farsi amare; senza del che giammai potranno acquistarsi quella stima, e quella considerazione, che così li precederà in tutte le loro operazioni, li faciliterà il buon successo, e li metterà in situazione di prestare dei servizi tanto importanti allo Stato, quanto preziosi alla gloria del Corpo distinto, del quale fanno parte".

Le direttive impartite dal generale D'Oncieu vennero integrate nel Regolamento - composto di ben 631 articoli, intesi ad ordinare minutamente la vita interna del Corpo - da norme di vero e proprio indirizzo morale, come quelle di cui all'art. 471 relative ai doveri religiosi, particolarmente severe, e quelle dell'art. 526 poste a base dell'intero Capitolo III sulla Disciplina e che meritano di essere riportate nella loro parte introduttiva:
Art. 526 - "La disciplina, base principale dell'ordine in ogni milizia, deve dal Corpo dei Carabinieri Reali essere considerata come elemento che lo sostiene. Suddiviso per l'istituzione sua in tutti i punti dello Stato, questo Corpo non saprebbe esistere se non trovasse nella costante emulazione, nella cieca obbedienza, nella stretta unione, nella mutua considerazione e rispetto, nell'illimitato amore dell'ordine, quell'uniformità di sentimenti, quello spirito di corpo, che quantunque separati dal centro, vi tiene tutti i membri moralmente uniti, e ne conserva l'intera forza.
Pertanto da questi principi fondamentali, ed invariabili, ogni militare del Corpo stabilisce su di essi la base di tutte le sue azioni; è geloso di conservare quella riputazione, che, anche in genere di disciplina, si è l'Arma acquistata, e che contribuisce cotanto a renderne efficace l'istruzione, mentre scrupolosamente eseguisce i propri doveri, ne cura ad un tempo l'adempimento altrui coll'esempio, colla vigilanza e con severa repressione".
I decenni che seguirono al 1822 sino alla promulgazione del secondo Regolamento Generale (1892) furono estremamente impegnativi per i Carabinieri, sia riguardo al loro impiego nelle tre Guerre Indipendenza, nella campagna di Crimea, nella lotta contro il brigantaggio, nella conquista di Roma e nelle missioni all'estero, soprattutto nel decennio di Creta, sia per le notevoli responsabilità di carattere istituzionale che vennero ad incombere su di essi, in particolare nell'organizzazione dei comandi territoriali dell'Arma nelle regioni via via annesse al Regno d'Italia.

Di pari passo con tali vicende si svolse intensamente l'attività direttiva dei Comandanti Generali, dei generali dipendenti e dei comandanti di Legione, ma già l'Arma aveva raggiunto un tale grado di compattezza morale, da far sì che la "nota preliminare" al Regolamento Generale del 1892 si limitasse alle seguenti istruzioni, rivolte ai comandanti di Legione:
" In omaggio all'iniziativa che spetta a chi è rivestito d'una carica così importante, qual'è quella del comando di una legione, si è evitato di scendere a troppi particolari, per affermare nei comandanti il diritto e il dovere di applicare il Regolamento nello spirito che lo informa, secondo le circostanze, nell'interesse dell'istruzione della truppa e degli ufficiali, e del buon andamento del servizio.
La larga iniziativa lasciata ai capi include per essi lo stretto dovere di lasciarne, nella debita proporzione, e in ragione del grado ai loro dipendenti.
Non è già col prescrivere minutamente i procedimenti dell'istruzione e l'andamento delle operazioni di servizio che deve esplicarsi l'azione direttiva di comandante di corpo. Procedere in questo modo è fare opera dannosa, perché, non lasciando mai campo agli inferiori di regolarsi secondo il proprio criterio, si riducono a meccanici esecutori di quanto è loro ordinato.
La prontezza nel decidere, il sapere operare secondo il proprio giudizio, anche quando manchino gli ordini o quelli ricevuti non corrispondano più alla situazione, il sapere affrontare coraggiosamente la responsabilità delle proprie risoluzioni - doti essenziali in chiunque sia rivestito d'un comando - non possono svilupparsi là dove tutti siano stati abituati a operare secondo prescrizioni intese a regolarne ogni minimo atto.
Nelle varie istruzioni ed operazioni dev'essere con ogni cura sviluppato negl'inferiori questo sentimento dell'iniziativa. E' uno dei doveri più importanti d'un comandante di corpo. Siano agl'inferiori ben definiti gli scopi da conseguire, sia loro affidata tutta la responsabilità della riuscita, e non se ne restringa in alcun modo la libertà di azione nella scelta dei mezzi.
La responsabilità è un grande incitamento a operare e a porre nell'adempimento dei propri doveri tutta l'attività di cui si è capaci; l'abitudine invece di aspettare che tutto sia regolato dall'alto, anzi che educare e ritemprare il carattere, lo infiacchisce".

La "nota preliminare" che accompagnò il successivo Regolamento Generale dei 1912, dopo avere ribadito per i comandanti di Legione il dovere "di lasciare a ciascuno dei propri dipendenti libertà d'azione corrispondente alle attribuzioni ed alle responsabilità di ognuno", introdusse norme che per la prima volta accomunarono ai doveri del comandante le prerogative morali del semplice carabiniere. Emergono infatti nella "nota preliminare" i seguenti principi:
"Uno stesso compito si può eseguire egualmente bene in modi assai differenti, e perciò quello prescelto dall'inferiore non deve essere censurato, purché sia razionale, quand'anche non sia conforme al modo che si sarebbe preferito.
Nelle varie istruzioni ed operazioni il superiore oltre a sviluppare negli inferiori il sentimento dell'iniziativa deve ricordare che uno dei principali scopi cui deve tendere l'educazione militare, è quello di inculcare la coscienza della dignità personale, e del proprio valore come uomo e come soldato, nonché la necessaria fiducia nei compagni e nei capi. Deprimere tali sentimenti con parole o con atti, è fare uso riprovevole della propria autorità.
Alla perseveranza il superiore deve aggiungere l'energia e l'inflessibilità nell'esigere sempre e con lo stesso rigore l'osservanza di quei principi e di quelle norme che all'inferiore ha additate fin dal giorno in cui fu posto alla sua dipendenza.
Ma ciò sempre con quella calma severa, che non minaccia mai, che neppure perdona il poco zelo o la malavoglia, e che per la sua costanza ed immutabilità ispira appunto profondo rispetto e fa l'inferiore arrendevole per intimo convincimento.
La responsabilità è un grande incitamento ad operare ed a porre nell'adempimento dei propri doveri tutta l'attività di cui si è capaci. Epperciò anche il semplice carabiniere deve essere intimamente compreso che gli è personalmente ed unicamente responsabile delle sua azioni individuali, sia in servizio che fuori semizio e che egli, quale individuo pienamente cosciente, deve sapersi dirigere e moderare senza l'intervento superiore, la cui tutela, ove fosse resa necessaria, verrebbe a menomare la sua personalità.
Nell'accertamento pertanto di infrazioni o di irregolarità individuali, si dovrà evitare, in tesi generale, di far risalire la responsabilità ai superiori dei manchevoli, tranne che Le mancanze rilevate dimostrino evidente trascuratezza e men buono indirizzo per parte dei superiori stessi.
Affinché il lavoro degli ufficiali e militari tutti produca buoni frutti è necessario che sia fatto con lieto animo.
E ciò si ottiene quando il superiore nell'esigere dai sottoposti lo scrupoloso adempimento dei loro doveri, dia prova di stima e di riguardo; quando faccia in modo che vi sia varietà nelle occupazioni, che queste abbiano scopi ben definiti e chiari, e quando infine a ciascuno, entro la cerchia delle sue attribuzioni, lasci campo di liberamente esercitare il proprio criterio.
A tale uopo converrà tener presente che l'affiatamento completo ed il sentimento di devozione si ottengono solo quando il superiore dimostri costantemente di immedesimarsi dei bisogni degli inferiori; di preoccuparsi del loro benessere sostenendoli paternamente, nel limite del giusto, nella lotta difficile ch'essi quotidianamente incontrano per l'esatto adempimento dei loro doveri".



I principi di cui sopra, stabiliti quasi alla vigilia del primo Centenario dell'Arma, costituiscono un testo che sembra tradurre l'eredità ideale raccolta nel corso di un secolo per trasmetterla alle generazioni successive dei Carabinieri. Tali principi furono infatti ricalcati nella "Premessa" al Regolamento del 11 Settembre 1953 e conservati sostanzialmente nella "Premessa" di quello vigente, che così li conclude:
"Affinché il lavoro degli ufficiali e dei loro dipendenti sia fecondo di risultati positivi è necessario che sia svolto con animo lieto, in un clima di serenità e comprensione. E ciò si ottiene quando il superiore, nell'esigere dai sottoposti lo scrupoloso adempimento dei loro doveri, dia prova di stima, di fiducia e di riguardo; quando faccia in modo che vi sia verità nei compiti, che questi abbiano scopi ben definiti e chiari; quando dia a ciascuno, entro i limiti delle sue attribuzioni, libertà di operare secondo il proprio criterio: invero, l'affiatamento completo e il sentimento di solidarietà militare si ottengono soltanto quando il superiore riesce ad esaltare le energie dei dipendenti ed a sorreggere coloro che lavorano nel campo delle responsabilità; a rendersi esatto conto dei loro lavoro e delle difficoltà incontrate e superate, intervenendo soltanto se c'è qualcosa da correggere o migliorare; ad immedesimarsi dei loro bisogni ed a preoccuparsi del loro benessere; a sostenerli paternamente nella difficile e nobile fatica quotidiana che essi affrontano per l'adempimento del loro dovere".

La Costituzione contiene principii che non hanno prodotto però conseguenze immediate sulle norme regolamentari.

All'art. 11 si afferma che:

« L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»

All'art. 52 si statuisce che

« La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. »
All'art. 54 si precisa che:

« Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge. »
Infine l'art. 103 dispone:

« I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate. »
Il regolamento del 1964, che per la prima volta si rivolge a tutte le forze armate italiane, sancisce nella sua Premessa che esse "... sono istituite per difendere sino all'estremo l'onore e l'indipendenza della Patria combattendo ovunque venga ordinato e per tutelare in obbedienza agli ordini ricevuti le istituzioni e le leggi nazionali".

L'Avvertenza pubblicata in calce al Regolamento precisava "Il Regolamento di disciplina militare è il codice morale delle Forze armate ed enuncia i principi ed indica i metodi per creare e rafforzare una sostanziale disciplina. Esso deve essere riconosciuto, meditato ed osservato da tutti i militari, soprattutto da quanti rivestono un grado ed hanno missione di educatori. I principi morali e disciplinari dettati dal presente Regolamento formano la base e la forza dell'istituzione militare."

Dal punto di vista della dottrina, la Premessa al Regolamento del '64 così argomenta:

"... Le Forze armate, per evitare ogni possibile incrinatura nella propria compagine e per esercitare imparzialmente le alte funzioni derivanti dai doveri istituzionali, debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche.
L'azione di tutte le Forze armate deve essere pronta e concorde, e perciò le attribuzioni e i doveri di ciascun elemento della gerarchia militare debbono essere definiti con regole certe ed inviolabili.
Nella osservanza di queste regole consiste la disciplina militare.
Essa è principale virtù delle Forze armate e primo dovere del militare di ogni grado.
La storia di tutti i tempi e di tutte le nazioni prova che nella disciplina, assai più che nel numero, sta la forza delle istituzioni militari.
La disciplina si infonde in tempo di pace e si mantiene salda in tempo di guerra mercé la diligente e costante abitudine di osservarne i precetti."
Sulla base dei principi enunciati nella Premessa e nell'Avvertenza - inedite formule per un Regolamento promulgato con Decreto del presidente della Repubblica - si struttura un modo nuovo, e forse ritenuto più democratico, di concepire l'essere militare. È così che nelle numerose scuole militari delle Forze armate, dell'Arma dei Carabinieri, del Corpo della Guardia di Finanza e del Corpo degli Agenti di Custodia si cerca di insegnare una nuova Etica militare la cui dottrina si svilupperà a fatica. In particolare modo, si incentrerà l'impostazione formativa sull'educazione all'obbedienza, dai massimi istituti formativi per gli ufficiali (Accademie, Scuole di Applicazione e scuole per allievi ufficiali di complemento), alle scuole sottufficiali ed ai reparti di addestramento per le truppe.

Secondo l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, quella degli anni '60 e '70 fu una società militare disorientata che non intravedeva possibilità di impiego professionale (la guerra), che costituiva comunque un enorme serbatoio occupazionale, che vedeva la classe ufficiali annoverare sempre più elementi provenienti dai ceti medio-bassi, anche loro afflitti da problemi di sostentamento economico.

L'ondata terroristica degli anni '70 - '80 rese ancor più problematici gli arruolamenti talché anche i criteri di selezione furono resi più "elastici". Le Forze armate divennero veramente un esercito di popolo che nel 1978 richiederà con forza cambiamenti radicali.

Nel 1981 il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza fu smilitarizzato e convertito nella Polizia di Stato, e successivamente si ebbe la smilitarizzazione del Corpo degli Agenti di Custodia, convertito in Polizia Penitenziaria.

Da ultimo, in ordine di tempo l'art. 1 della legge 11 luglio 1978, n. 382 afferma che:

Le Forze armate sono al servizio della Repubblica; il loro ordinamento e la loro attività si informano ai principi costituzionali.
Compito dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica è assicurare, in conformità al giuramento prestato ed in obbedienza agli ordini ricevuti, la difesa della Patria e concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e al bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità.
Quanto all'evoluzione dei doveri che incombono sul soldato, Dio, Re e Patria erano i valori fondamentali cui si riferivano i regolamenti del 1859 e 1872. Il primo conteneva una lunga elencazione di doveri che violavano la sfera personale dei singoli e fissavano, una per una, le norme di comportamento della vita familiare, la religione, l'uso delle proprie cose. Sovrano e Patria erano un bene supremo ed inscindibile. Il Regolamento del '64 si presentava invece come una previsione di doveri di carattere generale afferenti al solo status militare ed il dovere di "obbedienza", prima "assoluta", è divenuta "pronta, leale e rispettosa".

Questi schemi organizzativi legati al passato ed i relativi precetti etici vengono accantonati nel 1978: infatti le norme di principio, prima dei doveri, trattano dei diritti costituzionalmente garantiti al cittadino-soldato, non più soldato-suddito.

Tutte queste situazioni relative alle modifiche ordinative, normative e strutturali dello strumento militare vennero inesorabilmente ad incidere sui riferimenti classici dell'Etica militare propria della società militare italiana: la Patria, la Bandiera, il Giuramento, la Disciplina militare, l'Onore e le Tradizioni militari.

Secondo Gianalfonso D'Avossa la condizione militare è "un modo di essere, fatto di scienza ed arte, di poesia e di forza, di pensiero (la missione) ed azione (la professione) in un rapporto dialettico con la società nella quale e per la quale si opera". E nella condizione militare si possono evidenziare due componenti, una tecnica ed una morale. Da queste due componenti, radicalmente opposte, si ottengono le connotazioni peculiari del professionista militare, come dirigente militare, la cui etica è di matrice tecnica, e quella di "capo per vocazione", la cui etica è di matrice eroica.

Il primo fattore, quello tecnico, deriva principalmente dalla modernizzazione crescente dei mezzi, strumenti ed armi in dotazione. Lo sviluppo tecnologico dello strumento militare ha favorito la crescita della specializzazione militare in un contesto in cui il mezzo tecnico sembra prendere il sopravvento sull'uomo.

Gli stessi valori di autorità e gerarchia hanno acquisito nuove valenze rispetto al sistema tradizionale. Se prima per avere autorità bastava avere una carica come fosse una investitura divina, oggi ciò non basta. Per avere autorità bisogna anzitutto dimostrare di possedere i requisiti giusti ed essere all'altezza della situazione.

La professionalità richiede un aggiornamento continuo per mantenersi al passo coi tempi e la specializzazione spinta porta ad una frammentazione della società militare.

Il militare oggi percepisce sempre meno la specificità del gruppo sociale al quale appartiene e sembrerebbe addirittura che la disciplina e militarità abbiano minore importanza rispetto alla specializzazione ed alla professionalità.

In questo modo il fattore tecnico incide sulla società militare modificando le strutture ed ingenerando l'individualismo. Tutto ciò porta all'identificazione di un modello nel quale si ritiene superata la militarità.

Questa "civilizzazione" progressiva ha portato di fatto ad alcuni aspetti quali la sindacalizzazione, l'orario di servizio con lo straordinario ed il superamento del tradizionale sistema dei rapporti gerarchici.

Il secondo modello di riferimento sottolinea invece la specificità dell'etica militare e la prevalenza del fattore morale, imperniato sui valori etici della lealtà, del coraggio, del rigore morale, del senso del dovere, del rispetto dei diritti e della dignità umana, del sereno e generoso spirito di dedizione al prossimo.

Così, va sottolineato che al militare, unico caso tra tutte le professioni, può essere richiesto quando le circostanze lo rendano necessario il sacrificio della vita: è noto che a nessuno ed in nessuna professione può essere imposto tale obbligo.

Il militare pertanto ha bisogno di credere in quei valori originali della sua missione al servizio del paese e della collettività ed ovviamente l'interesse generale deve prevalere sul suo interesse personale ed immediato.

In sintesi il militare non può essere solo un cittadino cui sono state consegnate delle armi. La sua condizione è diversa da quella delle altre professioni perché implica l'adesione integrale a quel sistema di valori tradizionali che sono alla base della solidarietà e della capacità combattiva.

Sostiene sempre il D'Avossa che questo modello caratterizzato dalla specificità della condizione militare contiene tranquillamente il primo perché non può esistere specificità senza professionalità. La deontologia della professione militare quindi è nello stesso tempo diversa e più complessa delle altre. Essa implica infatti uno stile di vita che si fonda su un sapere tecnico-scientifico, come qualsiasi altra professione, ma in più poggia sui valori etico-morali e culturali e su principi di comportamento del tutto particolari. Sono propria questa ampiezza della deontologia e la valenza dei suoi contenuti che fanno del militare un servitore dello stato molto speciale. Il militare si distingue per disponibilità personale, per l'atemporaneità e spazialità del suo impiego che mettono in risalto il più autentico spirito di servizio e la solidarietà nei confronti della collettività.


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venerdì 10 giugno 2016

UCCISI DALLE FORZE DELL'ORDINE

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Seppur l'uso della forza da parte delle forze di polizia e dell'esercito venga strettamente regolamentato dalle leggi, esistono prove in cui gli stessi hanno pesantemente abusato dei loro poteri: si va dai "semplici" pestaggi alla violenza durante manifestazioni ed eventi sportivi, sino a veri e propri casi di omicidi; tutti questi abusi, talvolta sono stati compiuti da singole individualità  (quelle che ipocritamente i media chiamano "mele marce"), talvolta invece si è trattato di vere e proprie operazioni illegali che hanno goduto dell'appoggio esterno di alti funzionari dello Stato e della classe politica. In tutti i casi essi sono il risultato di un'educazione e di un addestramento che tende a disumanizzare e a considerare pericolosi per l'ordine sociale gli antagonista, i ribelli, gli emarginati, i carcerati, ecc.

Recentemente sono saliti alla ribalta della cronaca diversi casi di omicidio compiuti dalle forze di polizia:
Marcello Lonzi, ucciso nel carcere di Livorno l'11 luglio 2003;
Federico Aldrovandi, assassinato il 25 settembre 2005;
Riccardo Rasman, morto a a Trieste il 27 ottobre 2006;
Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia il 14 ottobre 2007
Gabriele Sandri, ucciso da un colpo accidentale l'11 novembre 2007;
Giuseppe Uva, violentato e ucciso in caserma il 14 giugno del 2008
Stefano Cucchi, ucciso durante custodia cautelare il 22 ottobre 2009;
La polizia ha compiuto gravi atti di violenza in diversi momenti dell'epoca a noi recente, i più brutali sono stati quelli compiuti durante il G8 di Genova del 2001: omicidio di Carlo Giuliani, violenze e torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz. Sono diventati di dominio pubblico nuovi e diversi episodi che hanno certificato l'uso della tortura da parte delle forze dell'ordine per estorcere confessioni. In particolare essa fu utilizzata durante gli interrogatori di alcuni veri o presunti brigatisti ma anche contro detenuti comuni. Gravissimi episodi di violenza poliziesca furono ancora messi in atto durante diverse manifestazioni sportive. Il 16 marzo 2003, gli antifascisti accorsi all'ospedale S. Paolo di Milano per avere notizie di Davide Cesare, noto Dax, accoltellato a morte da simpatizzanti neofascisti, furono pesantemente e assurdamente caricati dalle forze dell'ordine. Più recentemente il movimento NO TAV  quello che più di tutti ha dovuto far i conti con la violenza delle forze dell'ordine in diverse occasioni, ma non solo a loro è toccato tastare con mano la brutalità istituzionale: molti lavoratori e studenti scesi in piazza a manifestare contro la crisi hanno dovuto subire violenti pestaggi e cariche inusitate.

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo essere stato arrestato dai carabinieri. Ora, la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente tre agenti della polizia penitenziaria – più un medico e tre infermieri – ma ha annullato l’assoluzione per cinque medici che andranno a un giudizio d’appello “bis” per omicidio colposo.

L’accusa è quella di non aver rilevato le importanti lesioni fisiche che aveva Cucchi. Ma è in corso anche una seconda inchiesta, quella sui cinque carabinieri della stazione Roma Appia che arrestarono Stefano. La Corte d’Assise, pochi mesi fa, aveva accertato che: “Le lesioni subite da Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un’azione di percosse; e comunque da un’azione volontaria”.

Non c’è “solo” Stefano a morire in questo modo. Ci sono Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Davide Bifolco e tantissimi altri. E sono spesso giovanissimi, i morti ammazzati dalle forze dell’ordine. Chi con un colpo di pistola, chi con torture durate ore. C’è chi, come Cucchi, viene arrestato in possesso di un piccolo quantitativo di hashish e cocaina. Chi, come Bifolco, non si ferma col motorino a un ‘alt’ della volante, e chi come Aldrovandi torna a casa dalla discoteca.

Può accadere ad ognuno di noi. In città diverse, in situazioni diverse, persone fra loro molto diverse.

Il fenomeno in Italia esiste.

La mente torna a quanto successo negli Stati Uniti. A quell’escalation di violenze da parte delle forze dell’ordine, culminate nell’omicidio del giovane Freddie Gray a Baltimora – e prima ancora del giovane Michael Brown a Ferguson – che avevano portato alle sommosse della popolazione nelle due città. E a movimenti di protesta al grido di “Black Lives Matters”, ovvero: le vite dei neri contano. Tutto questo ha avuto una conseguenza.

L’FBI americano ha dato un annuncio storico: adotterà un nuovo sistema di database sulle uccisioni da parte delle forze dell’ordine, con dati anagrafici e modalità dei decessi. Il giornale The Guardian aveva creato il progetto “The Counted” – Il conteggio – in cui aveva verificato 1.058 uccisi dalle forze dell’ordine negli ultimi sei mesi. Dati molto discordanti dall’FBI, che ne contava solo 461 dal 2009 ad oggi.

Per il direttore dell’FBI James Comey è stato “ridicolo ed imbarazzante” che i media avessero dati più completi del bureau stesso.  Viene difficile immaginare una reazione simile, e tantomeno una riforma in questo senso delle forze dell’ordine, nel nostro paese. Perché ad ogni richiesta di monitoraggio su abusi, violenze ed omicidi, i sindacati delle forze dell’ordine hanno sempre risposto con un muro.

È vero, non siamo in America. I numeri sono di certo inferiori, e la questione razziale non c’entra. Ma questa realtà esiste. E raramente si riesce ad individuare i colpevoli. Anche perché il reato di tortura, che non ha prescrizione, in Italia non esiste.

“A 15 anni dal G8 di Genova”, scrive Amnesty International, “molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e in Italia mancano strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente le violazioni”.

Proprio a seguito dei fatti di “macelleria messicana” accaduti alla Caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, il Consiglio d’Europa nel settembre 2001 adottò il primo “Codice di etica della polizia”, che riportava l’adozione di strumenti identificativi per gli agenti delle forze dell’ordine. Da allora, quasi tutti i paesi europei hanno adottato i numeri identificativi sulle divise degli agenti. Tutti, meno che l’Italia.

Nel 2013 la petizione online di Paolo Scaroni – diventato invalido dopo le manganellate della polizia – aveva raccolto oltre 100mila firme. Come fanno da anni le associazioni e i familiari delle vittime, la petizione chiedeva il numero identificativo su caschi e divise d’ordinanza.

Il 9 febbraio del 1948 a S. Fer. Puglia (FG) ci fu la cerimonia inaugurale del Fronte democratico popolare. Fascisti e guardie campestri degli agrari mitragliano la popolazione in festa, uccidendo Vincenzo Dionisi, Giuseppe Di Troia, Giuseppe De Michele e ferendo altri venticinque contadini. Gli aggressori poi rastrellano molte case, le sedi dei partiti, della Camera del Lavoro e dell'Anpi. In quest'ultima il fascista Umberto Valerio uccide con il mitra il vecchio portiere, Nicola Francone, e Raffaele Riondino, un bambino di sette anni rimasto ferito già in piazza. A pochi passi dalle sezioni del Fronte i fascisti accendono un falò di bandiere rosse. Quando gli spari tacciono, compaiono i carabinieri, che hanno la stazione a trecento metri da dove è avvenuto l'eccidio.

L'8 febbraio dello stesso anno a Cerignola (Foggia) la polizia spara nel corso di una manifestazione di militanti di sinistra uccidendone 5.



Il 30 marzo 1948 a Pantelleria una manifestazione contro l'iniquità delle sanzioni fiscali è repressa dalle forze di polizia con l'uso di armi da fuoco che provocano la morte di Antonio Valenza, Giuseppe Pavia e Michele Salerno.

Il 13 aprile 1948 durante uno sciopero agricolo represso dalle forze di polizia, viene ucciso a colpi di calcio di moschetto il bracciante Riccardo Suriano, rimasto isolato dai suoi compagni perché stordito dai gas lacrimogeni.

Il 20 maggio 1948 a Trecenta (Ro) ci fu uno sciopero bracciantile nell'azienda dei conti Spoletti. I carabinieri sopraggiungono con un camion e, poco fuori dell'abitato, caricano alle spalle a colpi di sfollagente e di moschetto dei contadini in bicicletta. Poi fracassano le biciclette e arrestano senza ragione il contadino Bruno Barberini. Quando giungono in paese con l'arrestato trovano però la piazza gremita di braccianti ad attenderli. Allora caricano, sparano da un camion e uccidono il mezzadro Evelino Tosarello, ferendo gravemente Vanilio Pagaini e Silvio Berterelli.

Il 4 giugno dello stesso anno a Spino d'Adda (CR) durante una manifestazione di braccianti contro gli agrari, i carabinieri aprono il fuoco uccidendo il contadino Luigi Venturini.

Il 2 luglio 1948 a S Martino in Rio (Re) nel corso dello sciopero, i carabinieri sono intervenuti in forza per reprimerlo uccidono il contadino Sante Mussini, schiacciato da una autoblinda.

Il 14 luglio 1948 a Roma una folla straboccante invade piazza Esedra e piazza Colonna per protestare contro l'attentato a Palmiro Togliatti. Scontri si accendono in diverse zone della città, nel corso dei quali le forze di polizia uccidono l'operaio edile Filippo Ghionna e un secondo manifestante, mentre 30 risultano i feriti di entrambi i lati e 160 gli arrestati.

Il 14 luglio 1948 a Napoli durante un comizio di protesta in piazza Dante contro l'attentato a Togliatti, la polizia carica senza preavviso i partecipanti, ferendone 20 e uccidendo lo studente Giovanni Quinto e l'operaio Angelo Fischietti.

Sempre nello stesso giorno a Taranto nel corso dello sciopero dei cantieri navali e delle officine per protestare contro l'attentato a Togliatti, le forze di polizia caricano i manifestanti dinanzi alla sede della Camera del lavoro, uccidendo l'operaio Angelo Gavartara e ferendo altri 4 manifestanti. Rimane gravemente ferito l'agente di Ps Giovanni Doria, che morirà qualche giorno più tardi in ospedale; mente a Livorno si ingaggia una vera battaglia di strada; i dimostranti svaligiano negozi di armi e disarmano pattuglie di agenti di Ps. Nel corso degli scontri che ne seguono, viene ucciso un operaio ed altri 18 dimostranti sono feriti. Viene ucciso anche l' agente di Ps Giorgio Lanzi, e altri 4 rimangono feriti.

Il 14-15 luglio a Genova esplode la rivolta operaia per l'attentato contro Palmiro Togliatti. Migliaia di manifestanti affluiscono in piazza De Ferrari, poi viene attaccata la caserma della polizia a ponte Spinola, presa ed incendiata una camionetta della polizia e presi in ostaggio 6 celerini, devastata la sede del Msi in via XX settembre, dove i manifestanti bloccano 5 autoblinde della polizia, saltando sulle torrette e disarmando gli occupanti. Tutte le fabbriche sono ferme e un comizio alle 17 vede la partecipazione di 100.000 lavoratori; mentre in tutta la città accadono episodi di fraternizzazione fra operai e soldati. Sorgono barricate, difese da mitragliatrici, radio e giornali passano sotto il controllo della Camera del Lavoro. La rivolta si estende a Sestri ponente, Bolzaneto, Chiavari, Nervi. Alle 13 del 15 luglio il prefetto dichiara lo stato d'assedio e viene scatenata una repressione durissima, mentre i dirigenti di Pci, Psi e Camera del Lavoro invitano i dimostranti a desistere. La polizia fa uso massiccio di armi da fuoco che uccidono, nel primo giorno della rivolta, Biagio Stefano e Mariano d'Amori e, il giorno seguente, Angiolina Alice Roba che è affacciata alla finestra, mentre 43 sono i manifestanti feriti.

Negli stessi giorni ad Abbadia S. S. (SI) durante lo sciopero dei minatori e di tutta la popolazione viene messo fuori uso un automezzo carico di agenti. Gli agenti della Stradale sono invitati ad andarsene ma estraggono le armi; due di essi vengono subito disarmati mentre contro gli altri ha inizio una sassaiola. Si spara da ambo le parti e viene ucciso a colpi di pistola l'agente Battista Carloni, il maresciallo Ranieri Virgilio viene ucciso con due coltellate. Seguono 264 arresti e 337 rinvii a giudizio.
A Bologna nel corso della manifestazione di protesta per l'attentato a Togliatti, la Celere apre il fuoco uccidendo un operaio e ferendone gravemente altri 11 e a Porto Marghera (VE) i manifestanti comunisti provvedono a disarmare agenti di Ps e carabinieri, ma in uno scontro a fuoco la polizia uccide l'operaio Cesare Pietro e ne ferisce un secondo.
A Gravina di Puglia (BA) i manifestanti invadono il pastificio Divella e nel successivo intervento le forze di polizia uccidono a colpi di moschetto il bracciante Michele d'Elia.

Il 19 luglio 1948 a Siena nel corso dei funerali dei 2 rappresentanti delle forze di polizia rimasti uccisi a Abbadia San Salvatore il 15 luglio, la polizia invade la sede della Confederterra e uccide il capo lega di Torrenieri Severino Meattini, malmenando i presenti e arrestando il segretario.

Il 24 luglio dello stesso anno a Gravina di Puglia (BA) nel corso di una manifestazione di braccianti le forze di polizia intervengono violentemente uccidendo l'attivista sindacale Luigi Schiavino e, sempre negli stessi giorni, il bracciante Bonifacio Loglisci.

Il 12 ottobre 1948 a Tricarico (Matera) la polizia apre il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione di sinistra, uccidendone 3 e il 15 ottobre a Dairago (Mi) nel corso di una manifestazione, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo Pietro Paganini, presidente dell'Anpi di Dairago.

Il 16 ottobre a Pistoia nel corso di una manifestazione degli operai della san Giorgio e della Smi in lotta contro la smobilitazione, le forze di polizia sparano uccidendo l'operaio Ugo Schiano e ferendone altri 3.

Il 24 novembre 1948 a Bondeno (FE) nel corso di una manifestazione per richiedere la gestione diretta del collocamento al lavoro, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo il contadino Fernando Ercolei e ferendone altri 10.

Il 10 dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell'umanità, è prodotto un documento che riguarda tutte le persone del mondo, senza distinzioni. Per la prima volta viene scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo.

Anche nel corso del 1949 ci furono fatti sanguinosi.
17 febbraio a Isola Liri (FR) nel corso di una manifestazione di protesta organizzata da operai in sciopero, i carabinieri aprono il fuoco provocando il ferimento di 35 dimostranti, dei quali 7 in gravi condizioni, e la morte dell'operaio Tommaso Diafrate, travolto da un automezzo dei militi.

17 marzo a Terni nel corso di una manifestazione di protesta contro il Patto atlantico, le forze di polizia sparano uccidendo l'operaio delle Acciaierie Luigi Trastulli e ferendone altri 12.

4 aprile a Mazara d. Vallo (TP) viene strangolato nella locale caserma dei carabinieri il bracciante Francesco La Rosa, che era stato convocato per un interrogatorio.

19 aprile a Mazara Vallo (TP) nel corso di una manifestazione di braccianti, la polizia apre il fuoco uccidendo un contadino.

17 maggio a Molinella (BO) nel corso di uno sciopero generale dei braccianti in Val Padana, è ferita da un colpo di fucile al braccio la socialista Adele Toschi e la mondina Maria Margotti viene falciata da una raffica di mitra, mentre altre 30 persone sono ferite.

3 giugno a Forlì nel corso dello sciopero alla Mangelli, le forze di polizia intervenute a difesa dei crumiri uccidono l'operaia Jolanda Bertaccini e feriscono il bracciante Antonio Magrini a colpi d'arma da fuoco.

12 giugno a S. G. Persic. (BO) durante una manifestazione contadina alla tenuta Locatello, degli scioperanti vengono dispersi dalla Celere mentre cercano di convincere venti crumiri a smettere di falciare il fieno. Tuttavia una decina di scioperanti si ferma a parlamentare con essi e riesce a convincerli. A quel punto la Guardia Campestre Guido Cenecchi, che non è conosciuto e si è intrufolato tra il gruppo, estrae la rivoltella e la scarica sugli scioperanti. Viene ferito il contadino Amedeo Benuzzi e ucciso il bracciante Loredano Bizzarri.

12 giugno a Gambara (Brescia) nel corso di uno sciopero di braccianti, un carabiniere fracassa la testa con una fucilata a Marziano Girelli, in quel momento solo e disarmato.

17 giugno a Min. Murge (BA) nel corso di incidenti tra forze di polizia e braccianti, rimane ucciso l'agrario Felice Magginelli.

19 luglio a Bolzano i carabinieri uccidono il pubblicista Gaifas, in circostanze non chiare.

26 agosto a Medigliano (PD) nel corso di una manifestazione le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo davanti alla lapide dei caduti il partigiano Bruno Cameran.

30 ottobre a Melissa (CZ) nel corso dell'occupazione del feudo Fragalà, incolto, di proprietà del barone Berlingeri le forze di polizia aprono il fuoco sui contadini disarmati, uccidendo Giovanni Zito, Francesco Nigro, Angelina Mauro e provocando altri 16 feriti.

31 ottobre a Is. Caporizz. (CZ) la polizia apre il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione di braccianti, uccidendo Matteo Aceto, organizzatore di occupazioni di terre. Un altro bracciante viene assassinato a Bondeno. Nel solo crotonese, sono stati occupati 6.000 ettari di terra e la lotta ha coinvolto migliaia di persone.

9 novembre a Crotone (CZ) nel corso di una manifestazione contadina, la polizia apre il fuoco uccidendo una donna.

29 novembre a Torremaggiore (FO) nel corso di un comizio di protesta per delle violenze verificatesi il giorno precedente a San Severo, le forze di polizia e i carabinieri caricano senza preavviso i partecipanti facendo anche uso di armi da fuoco, e uccidendo i braccianti Giuseppe La Medica e Antonio Lavacca, mentre la sarta Giuseppina Faenza muore a causa dello spavento; altri 10 i feriti.

29 novembre a Bagheria (PA) nel corso di una manifestazione contadina, i carabinieri intervengono aprendo il fuoco e uccidendo la contadina Filippa Mollica Nardo.

14 dicembre a Montesc. (MT) nel corso di un rastrellamento alla ricerca dei responsabili di alcune occupazioni di terre incolte, avvenute nei giorni precedenti, la polizia di Scelba uccide il bracciante Giuseppe Novello, mentre altri 5 rimangono feriti.

Durante il 1950 accadde:
9 gennaio a Modena ci fu una strage della polizia: i lavoratori del complesso siderurgico Orsi, dopo il licenziamento di 200 operai su 800 ed una serrata padronale di 40 giorni, si avvicinano ai cancelli nell'intento di riprendere il lavoro. Segue immediata una carica della polizia, mentre gli operai vengono mitragliati con fuoco incrociato da altri reparti appostati al di là dei cancelli: sono uccisi Angelo Appiani di 30 anni, Renzo Bersani di 21, Arturo Chiappelli di 43, Ennio Garagnani di 21, Arturo Malagoli di 21 e Roberto Rovatti di 36. Altri 51 operai rimangono feriti. Tra gli agenti 3 contusi.

14 febbraio a Seclì (Lecce) nel corso di una manifestazione di braccianti in sciopero, la polizia apre il fuoco, uccidendo Antonio Micali.

2 marzo a Petralia (Palermo) nel corso di una manifestazione di protesta, la polizia apre il fuoco sui dimostranti, uccidendone 2 e ferendone un terzo.

14 marzo a Porto Marghera (VE) nel corso di una manifestazione di protesta contro i licenziamenti degli operai della Breda, le forze di polizia aprono il fuoco uccidendo Nerone Piccolo di 25 anni e Virgilio Scala di 33, e ferendo altri 5 lavoratori. Rinvenuti sul luogo della sparatoria 1 Kg. di bossoli di armi automatiche di grosso calibro.

17 marzo a Torino nel corso di una manifestazione antifascista, la polizia carica i partecipanti uccidendo il pensionato Camillo Corino, 51 anni.

21 marzo a Lentella (CH) nel corso di una manifestazione si arriva allo scontro e le forze di polizia uccidono Nicola Mattia e Cosimo Maciocco e ne feriscono altri 9.

22 marzo a Parma si tenne un comizio di protesta per l'eccidio di Lentella nel corso dello sciopero generale indetto dalla Cgil. Le forze di polizia uccidono il disoccupato Attila Alberti, di 32 anni, e feriscono un centinaio di manifestanti.

22 marzo ad Avezzano (AQ) nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Lentella, la polizia apre il fuoco sui dimostranti, uccidendo Francesco Laboni.

23 marzo a San Severo (FG) una manifestazione antifascista viene sciolta dal brutale intervento delle forze di polizia che aprono il fuoco, uccidendo Michele Di Nunzio.

30 aprile a Celano (AQ) nel corso di una manifestazione di braccianti, dalla folla partono dei sassi, polizia e carabinieri prima sparano in aria e poi a terra, mentre dagli altri tre lati della piazza fascisti, Guardie Comunali e Giurate al servizio dei principi Torlonia sparano anche loro, uccidendo Antonio Berardicuti e Agostino Parvis, mentre altri 13 dimostranti vengono feriti. Il comunista Antonio D'Alessandro viene ucciso, nelle medesime circostanze, da fiancheggiatori delle forze di polizia al servizio degli agrari.

10 agosto a Gibellina (TP) tre agenti prelevano nel primo pomeriggio il contadino Salvatore Garracci che viene condotto in una caserma del Cfrb e muore sotto le torture. La versione ufficiale parla di collasso cardiaco.

17 gennaio del 1951 ad Adrano (CT) la polizia apre il fuoco sui militanti di sinistra che protestano contro la venuta in Italia del generale Ridgway, uccidendo a fucilate Girolamo Rosano, bracciante 19enne, e ferendo altre 11 persone fra i quali, gravissimo, il 16enne Francesco Greco. Una donna muore per attacco cardiaco, poco dopo la sparatoria.

18 gennaio a Comacchio (RA) ci fu una manifestazione di protesta contro la venuta in Italia del generale Ridgway, contro la Nato e per le precarie condizioni dei braccianti agricoli, viene stroncata dalle forze di polizia con estrema violenza e l'uso di armi da fuoco. Nella carica, ordinata verso mezzogiorno dai carabinieri, all'incrocio fra corso Garibaldi e via Bonnet, rimane ucciso il bracciante Antonio Fantinuoli di 61 anni, decine i feriti fra i quali gravemente Gaetano Farinelli e il 17enne Eros Bonazza.

18 gennaio a Piana Albanese (PA) i manifestanti che protestano contro la visita del generale Ridgway vengono caricati dai carabinieri con bombe lacrimogene. I dimostranti riescono a spegnerle e continuano la protesta. Il maresciallo dei carabinieri, a questo punto, ordina il fuoco e un milite spara con un colpo di moschetto al bracciante Damiano Lo Greco, padre di 4 figli che, portato in ospedale, muore qualche ora dopo.

19 marzo 1952 a Villa Literno (CE) nel corso di una manifestazione contadina indetta per protestare contro le ingiuste assegnazioni delle terre già dell'Opera nazionale combattenti, le forze di polizia caricano e uccidono Luigi Noviello, padre di 8 figli, feriscono gravemente Armando Vitiello e provocano diversi contusi.

24 marzo a Bologna: la Corte di assise si pronuncia sulla strage del 9 gennaio 1950 a Modena, scrivendo fra l'altro: "... Quando la pressione aggressiva era quasi cessata e la folla stazionava compatta ma inerte, l'uccisione di Renzo Bersani ed Ennio Garagnani deve ritenersi conseguenza di uso frettoloso e lesivo delle armi, senza alcuna necessità perché i colpiti stavano allontanandosi; ma le indagini non hanno dato alcun risultato perché nessuno di coloro che avrebbero assistito all'uccisione ... è stato in grado di fornire elementi utili per l'identificazione degli sparatori o dell'unico sparatore...".

7 maggio a Villamarzana (RO) una riunione indetta all'interno di una palestra per discutere la richiesta di lavori di sistemazione nelle zone disastrate e protestare contro la decisione prefettizia di ridurre l'assistenza, viene dispersa dalla polizia che fa irruzione nel locale malmenando i presenti e fermando 11 persone, fra le quali il vice sindaco comunista Paiola e il dirigente della locale Coldiretti, Munari. Per lo spavento, muore in seguito a un attacco cardiaco Giovanni Sicchieri.

Il 30 marzo 1953 a Bitonto durante la protesta nazionale contro la "legge truffa", la polizia, caricando i manifestanti, colpisce a morte Francesco Ricci di 57 anni, che morirà alcuni giorni dopo.

13 luglio a Bologna la Corte d'appello conferma la sentenza di 1° grado e condanna alla pena di 6 mesi e 15 giorni di reclusione il carabiniere Francesco Galeati, uccisore della mondina Maria Margotti, non infliggendo alcuna condanna a carico dei superiori del Galeati.

5 novembre a Trieste la polizia anglo-americana spara sui manifestanti a favore del ritorno della città all'Italia, uccidendo lo studente di 16 anni Pietro Addobbati e il lavoratore Antonio Zavadil, e ferendo oltre 100 persone di cui uno, Domenico Scoroglia, gravemente. Il fuoco viene aperto davanti alla chiesa di S. Antonio, con inseguimento dei dimostranti anche all'interno del tempio dove si erano rifugiati per trovare scampo.

7 novembre a Trieste la polizia delle truppe di occupazione apre ancora il fuoco sui dimostranti uccidendo Saverio Montano, Erminio Bassa, Francesco Paglia e Leonardo Manzi di 15 anni, e ferendo altre 80 persone. I dati ufficiali parlano di 6 morti e 82 feriti fra i dimostranti, 79 feriti fra i poliziotti e di 55 fermati come bilancio delle due giornate.

Il 16 febbraio 1954 a Milano nel corso di una manifestazione dei lavoratori dell'Om, le forze di polizia, capeggiate dal commissario Allitto, aprono il fuoco in piazza Sant'Ambrogio, mentre una delegazione di lavoratori attende di essere ricevuta dalla presidenza dell'azienda, uccidendo l'operaio Ernesto Leoni (secondo alcune fonti finito a manganellate) e abbandonandosi ad aggressioni brutali, con l'inseguimento degli operai fin dentro la basilica.

17 febbraio a Mussumeli (CL) nel corso di una manifestazione popolare di protesta per la cronica mancanza di acqua potabile e la pretesa dell'Ente acquedotti di riscuotere comunque le bollette, le forze di polizia aprono il fuoco sulla folla davanti al Municipio, uccidendo Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina e Giuseppe Cappalonga di 16 anni. Fra i numerosi feriti, 9 sono gravi e fra loro un bambino di 7 anni, Baldassare Mistretta.

17 febbraio a Barrafranca (EN) i carabinieri sparano contro i partecipanti ad una manifestazione contadina, uccidendo un bambino di 5 anni.

19 ottobre a Caltanissetta viene emessa dal Tribunale una sentenza per i fatti di Mussomeli dei quali sono chiamati a rispondere, anziché le forze di stato responsabili dell'eccidio, 35 cittadini che manifestavano per la mancanza d'acqua. Viene condannato il segretario della Camera del lavoro Salvatore Guarino a 9 mesi e 15 giorni di reclusione per "oltraggio aggravato"; con la medesima imputazione sono comminate condanne da 6 a 8 mesi per Francesco Catania, Salvatore Mancuso, Diego Seminatore, Vincenzo Russo, Antonino Collura, Calogero Castello, Michele Noto, Nicola Cardinali, Alfonso Caruso, Calogero Amico, Vincenzo Consiglio, Vincenza Randasso, Vincenza Giovino, Calogero Immermano, Giuseppe Savia, Vincenzo Lobrutto, Giuseppe Di Liberto, Marcangelo Lo Presti, Salvatrice La Rocca, Giuseppe Bonfanti, Calogero Castello, Gaetano Barba, Eraldo Martinassi, Giovanni Calà, Concetto Evelino, Angela Torquato, Giovanna Giovino.

Il 4 febbraio 1956 a Venosa (PZ) ci fu uno sciopero alla rovescia dei braccianti di fronte al rifiuto delle autorità di iniziare i lavori per le opere pubbliche nei comuni di Vulture: forze di polizia e carabinieri aprono il fuoco sui dimostranti, uccidendo Rocco Girasole.

7 febbraio ad Andria (BA) la polizia apre il fuoco su una manifestazione di braccianti per il lavoro, uccidendo Domenico Ruotolo e ferendone vari altri.

20 febbraio a Comiso (RG) un'assemblea di braccianti che protestano per la mancanza di lavoro viene assalita dai carabinieri, che uccidono i contadini Paolo Vitale e Cosimo De Luca.

14 marzo a Barletta (BA) durante una manifestazione di circa 4.000 donne e braccianti disoccupati che vorrebbero un'immediata e non discriminatoria distribuzione dei pacchi di viveri ed indumenti, già promessi dalla Pontificia opera di assistenza, giacenti nei suoi depositi, la polizia attacca il corteo che si dirige verso i depositi e spara: tre uccisi, i braccianti agricoli disoccupati Giuseppe Di Corato, Giuseppe Spadaro e l'operaio cavatufi Giuseppe Lojodice, e ferendo gravemente altri 6.

Il 9 settembre 1957 a San Donaci (BR) nel corso di una manifestazione di viticultori, la reazione di un gruppo di giovani all'arresto di una donna provoca la spropositata reazione della polizia che apre il fuoco, uccidendo Luciano Valentini, Mario Celò e Antonio Carignano.

Il 30 ottobre 1959 a Spoleto (PG) si tenne una manifestazione di protesta per la chiusura del cotonificio Cerli è caricata dalle forze di polizia che lanciano candelotti lacrimogeni, il fumo dei quali provoca la morte dell'operaio Arcangelo Fiorelli che, arrampicato su un palo della luce per ragioni di lavoro, precipita al suolo.

Il 5 luglio 1960 a Licata (AG) ci fu uno sciopero contro il governo Tambroni. La manifestazione viene caricata da polizia e carabinieri fatti affluire in massa da altre località. Alla stazione ferroviaria la polizia spara con i mitra e uccide il commerciante Vincenzo Napoli mentre cercava di difendere un bambino tenuto fermo ad un muro e picchiato dai celerini.

7 luglio a Reggio Emilia un preventivato comizio contro il governo Tambroni si trasforma in una grande manifestazione di massa. La questura nega l'autorizzazione a mettere microfoni per le ventimila persone che stanno fuori del teatro. Poi 350 uomini della Celere armati di pistola e mitra caricano 300 operai delle officine di Reggio Emilia, armati di maniche di camicia e nient'altro. E' un massacro, Afro Tondelli, di 36 anni, muore schiacchiato da una jeep, Ovidio Franchi di 19 anni, Emilio Reverberi di 39 anni, Lauro Farioli di 22 anni, e Marino Serri di 41 anni, cadono a terra sotto colpi d'arma da fuoco.Il presidente del consiglio Ferdinando Tambroni, al governo grazie all'appoggio del Movimento Sociale Italiano, riferisce al Parlamento dopo i fatti di Reggio: "circondati dai dimostranti che tiravano sassi, gli agenti furono costretti a sparare per legittima difesa".

Omicidio Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Emilio Reverberi e Afro Tondelli: gli agenti inquisiti sono assolti definitivamente in luglio.

8 luglio a Palermo durante una manifestazione di protesta per i fatti di Reggio Emilia il corteo operaio viene caricato con caroselli di jeep. La manifestazione si trasforma quindi in una battaglia, con la polizia che fa uso delle armi da fuoco. Vengono uccisi tra i manifestanti Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano di 18 anni, Francesco Vella (mentre soccorre un ragazzo colpito da un lacrimogeno); Rosa La Barbera, mentre sta chiudendo la finestra del suo appartamento; a Catania durante lo sciopero contro il governo Tambroni i poliziotti e carabinieri sparano lacrimogeni, cui i dimostranti rispondono con lanci di pietre e tentando di fare barricate. Hanno però inizio caroselli e sparatorie. L'edile disoccupato Salvatore Novembre, rimasto isolato, viene ferito, poi colpito da un nugolo di manganellate si accascia a terra. Un poliziotto lo finisce sparandogli addosso ripetutamente con la rivoltella.

L'11 maggio a Sarnico (BS) durante una manifestazione di protesta degli operai della locale manifattura i carabinieri intervengono e uccidono a colpi d'arma da fuoco l'operaio disoccupato Mario Savoldi, del tutto estraneo alla manifestazione.

Il 28 maggio 1962 a Ceccano (FR) gli operai del saponificio Scala sono in sciopero da 34 giorni per aumenti salariali. Manifestano per il mancato accoglimento delle richieste e per l'illegale assunzione di sei operai con funzione di crumiraggio. I carabinieri aggrediscono il corteo e sparano. Viene ucciso l'operaio Luigi Mastrogiacomo.

27 ottobre a Milano ci fu una manifestazione contro il blocco aereo-navale nei confronti di Cuba attuato dagli Stati Uniti. Al termine del comizio della Cgil un corteo di cinquecento persone si dirige verso piazza Duomo. Dopo l'arrivo del corteo in piazza del Duomo, il Comando della Polizia dà l'ordine di disperdere i manifestanti. Il Terzo Battaglione Celere di Padova, corpo speciale di intervento nelle manifestazioni, inizia i caroselli con le jeep. Le jeep cariche di poliziotti si incuneano deliberatamente contro la testa del corteo, investendo e schiacciando contro un muro Giovanni Ardizzone, studente universitario di 21 anni.

Il 12 settembre 1967 a Lodé (NU) nel corso di una manifestazione i carabinieri intervengono aprendo il fuoco sui dimostranti e uccidendo l'operaio Vittorio Giua.

2 dicembre ad Avola (SR) ci tenne lo sciopero generale dei braccianti contro le gabbie salariali. Vengono fatti blocchi stradali contro un previsto attacco del battaglione della Celere di Catania. Quando il battaglione attacca con i lacrimogeni i contadini rispondono a sassate e riescono a incendiare due automezzi della Celere. La polizia spara a zero e uccide i braccianti Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia. Decine di feriti tra i braccianti. Poi saranno denunciati 150 braccianti per "tentata strage".

31 dicembre a Viareggio (LU) il movimento studentesco e Potere operaio di Pisa organizzano una manifestazione di protesta davanti alla Bussola delle Focette, dove si svolge il famoso e miliardario veglione di Capodanno. Centosessanta giovani lanciano frutta e ortaggi vari. Avviene una carica di carabinieri con esplosione di colpi d'arma da fuoco. I manifestanti fanno barricate ma le cariche e i colpi si susseguono. Viene colpito alla schiena Soriano Ceccanti, di 17 anni, che non muore ma resterà paralizzato. Altri due feriti e decine di arresti.

Il 9 aprile 1969 a Battipaglia (SA) fu indetto lo sciopero contro la minacciata chiusura del tabacchificio locale, unico stabilimento industriale della città. Migliaia di agenti occupano la città, caricano i manifestanti e sparano uccidendo il tipografo Carmine Citro di 19 anni e Teresa Ricciardi di 30 anni, insegnante in una scuola media di Eboli, colpita mentre era alla finestra di casa propria.

23 luglio a Battipaglia (SA) vengono incriminate 119 persone in relazione alla manifestazione nella quale sono stati uccisi Carmine Citro e Teresa Ricciardi, per blocco stradale, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

27 ottobre a Pisa durante la manifestazione antifascista contro il regime dei colonnelli greci viene attaccato un corteo di alcune migliaia di giovani e gli scontri durano poi fino a notte. Viene ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo lo studente universitario Cesare Pardini, di 22 anni; numerosi altri manifestanti rimangono feriti.

In seguito ai disordini del 27 ottobre a Pisa, vengono spiccati 12 mandati di cattura per "radunata sediziosa, resistenza, violenza privata, lesioni aggravate, danneggiamento aggravato, detenzione, uso e trasporto di materiali esplosivi"; 5 manifestanti (3 operai e 2 studenti) sono arrestati e tradotti nel carcere di Livorno, gli altri 7 si rendono latitanti.

15 dicembre a Milano l'anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per le indagini sulla strage di Piazza Fontana, durante l'interrogatorio "precipita" dal quarto piano della questura e muore.

Il 15 luglio 1970 a Reggio Calabria scoppia una rivolta in seguito alle polemiche sulla designazione della città che dovrà essere sede del consiglio regionale. L'agitazione è diretta dalla destra. Poiché il giorno precedente la polizia ha caricato la folla radunatasi davanti alla prefettura, vengono fatte delle barricate. Nel corso degli scontri la polizia uccide il ferroviere Bruno Labate di 46 anni, morto a causa dello schiacciamento del torace.

17 settembre a Reggio Calabria nel corso degli scontri tra polizia e dimostranti viene ucciso con un colpo di moschetto al Rione Pescatori, durante un assalto alla questura, Antonio Campanella, capo operaio dell'Ama.

9 novembre ad Avola (Siracusa) il giudice istruttore Dionisio Mangiacasale invia 85 mandati di comparizione ad altrettanti braccianti, per i reati di "blocco stradale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza" a seguito della repressione poliziesca del 2 dicembre 1968.

12 dicembre a Milano la polizia e i carabinieri, guidati dal vice questore Vittoria, caricano con lacrimogeni e pestaggi un corteo della sinistra extraparlamentare per l'anniversario della strage di Stato, e per solidarizzare con i militanti dell'Eta sotto processo a Burgos, in Spagna. Nella carica viene ucciso da un candelotto lacrimogeno lo studente Saverio Saltarelli di 23 anni.Per la morte di Saltarelli saranno successivamente inquisiti il capitano dei carabinieri Antonio Chiarivi e il capitano di p.s. Alberto Antonietti.

Il 2 febbraio 1971 a Foggia nel corso di uno sciopero la polizia apre il fuoco uccidendo il bracciante Domenico Centola.

4 febbraio a Catanzaro durante una manifestazione sindacale vengono lanciate sul corteo due bombe che uccidono l'operaio Giuseppe Malacaria e feriscono 14 persone. I colpevoli dell'attentato non verranno individuati.

3 giugno a Milano quattromila agenti sgomberano le case occupate di via Tibaldi sparando un alto numero di candelotti lacrimogeni. A causa di ciò muore un bambino di sette mesi, Massimiliano Ferretti, malato di cuore e affetto di bronchite.

13 giugno a Palermo un attivista del Partito repubblicano, Michele Guareschi di 32 anni, viene ucciso con un colpo di pistola da un agente di p.s. perché sorpreso ad affiggere manifesti elettorali dopo il termine consentito.

22 settembre a Reggio Calabria le forze dell'ordine caricano i dimostranti e feriscono al torace con un candelotto lacrimogeno il quattordicenne Carmelo Silio e uccidono Carmelo Jaconis, colpito al cuore da un colpo di rivoltella.

L'11 marzo 1972 a Milano ci fu una manifestazione della sinistra extraparlamentare in occasione del processo a Pietro Valpreda, l'anarchico accusato della strage di Stato. La manifestazione è vietata e avvengono scontri con la polizia. Un candelotto lacrimogeno, sparato ad altezza d'uomo dalla polizia, colpisce in faccia e uccide il pensionato Giuseppe Tavecchio.

Per l'uccisione di Giuseppe Tavecchio verrà incriminato per "omicidio colposo" il capitano di p.s. Dario Del Medico, condannato in primo grado e, infine, assolto in appello perché "il fatto non costituisce reato".

5 maggio a Pisa le forze di polizia caricano i militanti della sinistra extraparlamentare che contestano il comizio del missino Niccolai: durante una delle innumerevoli cariche Franco, 20 anni, viene circondato da un gruppo di celerini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma, sul lungarno Gambacorti, e pestato a sangue. Successivamente viene trasferito prima in una caserma di polizia e poi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto ad un interrogatorio, durante il quale manifesta uno stato di malessere generale che il Giudice, le guardie carcerarie e il medico del carcere non giudicano serio. Il 7 maggio, dopo due giorni di agonia, Serantini viene trovato in coma nella sua cella, trasportato al pronto soccorso del carcere muore alle 9,45 per frattura della scatola cranica.

Per la morte di Serantini, il pretore di Pisa condannerà il capitano di p.s. Amerigo Albini e l'agente Giovanni Colantoni a 6 mesi e 10 giorni di reclusione per "falsa testimonianza".

Il 23 gennaio 1973 a Milano un migliaio di studenti staziona davanti all'Università Bocconi perché il rettore ha vietato un'assemblea che essi vorrebbero aperta anche agli operai. Quando si sciolgono per tornare a casa, la polizia, agli ordini del vice questore Palella e Cardile e del tenente Vincenzo Addante, li carica; un agente di p.s. apre il fuoco contro i manifestanti in fuga, colpendo a morte lo studente Roberto Franceschi, di 21 anni. Rimane ferito anche l'operaio Roberto Piacentini, al quale una pallottola sfiora un polmone.
Nei giorni successivi, si verifica un rimbalzo di responsabilità per l'intervento della polizia fra il rettore Giordano Dell'Amore e la Questura, che avanza la versione dell'"agente in preda a raptus".

21 febbraio a Napoli si tenne lo sciopero nazionale per la scuola indetto dal Movimento studentesco. I carabinieri e la polizia, agli ordini del vice questore Olivieri, attaccano il corteo con pestaggi indiscriminati e facendo anche largo uso di candelotti lacrimogeni; uno di questi, sparato ad altezza d'uomo, colpisce alla testa lo studente Vincenzo Caporale di 19 anni, che morirà l'indomani all'ospedale per emorragia cerebrale.

L'8 settembre 1074 a Roma polizia e carabinieri attaccano gli occupanti delle case a San Basilio e sparano numerosi candelotti lacrimogeni ad altezza d'uomo. Un colpo di revolver della polizia uccide Fabrizio Ceruso, di 20 anni.

11 dicembre a Roma la polizia carica un corteo di invalidi di guerra e uccide Zunno Minotti di 63 anni, altri 14 invalidi devono essere ricoverati per le ferite riportate. Su uno dei cartelli dei manifestanti c'era scritto: "Signori del governo, scusate se non siamo ancora morti".

Il 17 aprile 1975 a Milano la manifestazione per la morte di Claudio Varalli. Il corteo, dopo aver distrutto alcune sedi fasciste, assalta la federazione provinciale del Msi-Dn in via Mancini. Qui si scontra con la polizia che tira candelotti e spara. In corso XXII marzo sopraggiunge una colonna di automezzi dei carabinieri lanciati ad alta velocità; uno di questi camion, guidato dal milite Sergio Chiairieri, salito sul marciapiede con il chiaro intento di investire chiunque fosse sulla sua traiettoria, si trova innanzi il palo che reggeva l'orologio: l'autista ha un brusco scarto per evitare l'ostacolo e ripiomba sulla strada dove si trova Giannino Zibecchi, 27 anni, insegnante, che viene travolto in pieno, schiacciato e ucciso.

Sono rinviati a giudizio 3 militari: il carabiniere Sergio Chiarieri, autista del camion che uccise Giannino, il tenente Alberto Gambardella, capo macchina sullo stesso mezzo e il capitano Alberto Gonella, responsabile dell'intera colonna dei mezzi dei carabinieri. Sono imputati per "in concorso colposo fra loro aver cagionato la morte di Giannino Zibecchi per colpa aggravata dalla previsione dell'evento".

17 aprile a Torino la guardia giurata Paolo Fiocco spara in faccia e uccide Tonino Miccichè, ex operaio di linea alla FIAT, che gli ha contestato l'uso di un secondo box nel quartiere Falchera, nell'ambito di una lotta per l'occupazione di case.

19 aprile a Firenze una manifestazione antifascista organizzata dall'Anpi è attaccata dalla polizia con l'uso di armi da fuoco. Un agente di p.s., Orazio Basile, uccide Rodolfo Boschi e ferisce Panichi, manifestante, che si era avvicinato con una pistola in pugno.
Al processo che ne è seguito, l'agente di p.s. è stato condannato a 8 mesi con la condizionale per "eccesso colposo di legittima difesa"; 10 anni di reclusione sono inflitti a Panichi imputato di reati minori.

17 maggio a Napoli i disoccupati occupano gli uffici anagrafici del comune in piazza Dante. Interviene la Celere e in uno dei caroselli una jeep investe e uccide il pensionato Gennaro Costantino, di 65 anni.

Per i fatti del 17 maggio a Napoli, la polizia sostiene che il mezzo era privo di conducente il quale sarebbe stato sbalzato dal posto di guida in seguito a sbandamento. Numerosi sono gli arrestati fra i dimostranti, che si sono difesi con sassaiole, impegnando la polizia in scontri.

22 novembre a Roma manifestazione della sinistra extraparlamentare a favore della liberazione dell'Angola dal dominio portoghese. Vengono lanciate bottiglie molotov davanti all'ambasciata dello Zaire, i carabinieri aprono il fuoco uccidendo Pietro Bruno, di 18 anni.

Per l'uccisione di Pietro Bruno saranno inquisiti il sottotenente dei carabinieri Saverio Bosio, il carabiniere Pietro Colantuono e l'agente di p.s. Romano Tammaro. Il giudice istruttore Pasquale Lacanna nella sua ordinanza di proscioglimento scriverà: "se per la difesa dei superiori interessi dello Stato, congiuntamente alla difesa personale, si è costretti ad una reazione proporzionata alla offesa, si può compiangere la sorte di un cittadino la cui vita è stata stroncata nel fiore degli anni ma non si possono ignorare fondamentali principi di diritto. La colpa della perdita di una vita umana è da ascrivere alla irresponsabilità di chi, insofferente della civile vita democratica, semina odio tra i cittadini".

Il 15 marzo 1976 a Roma un gruppo di extraparlamentari di sinistra che poco prima avevano lanciato delle bottiglie molotov davanti all'ambasciata spagnola nel corso di una manifestazione antifranchista, viene caricato dalla polizia che si lancia in caroselli al Pincio; un poliziotto spara e uccide l'ingegnere Mario Marotta di 52 anni che stava passeggiando nei giardini.

7 aprile a Roma extraparlamentari di sinistra lanciano bottiglie molotov contro la parte posteriore del ministero di grazia e giustizia per protestare contro la condanna dell'anarchico Giovanni Marini. L'agente di custodia Domenico Velluto spara e uccide, con un colpo alla testa, uno dei manifestanti, Mario Salvi, di 21 anni.
Il 15 aprile la guardia carceraria Domenico Velluto viene arrestato su ordine del sostituto procuratore Gianfranco Viglietta che conduce l'inchiesta. L'accusa è quella di omicidio preterintenzionale per il quale è prevista una pena da 10 a 18 anni di reclusione. L'arresto di Velluto non ha precedenti. Finora infatti non era mai avvenuto che un agente fosse stato incarcerato per aver ucciso qualcuno nel corso di una manifestazione.

1 luglio a Milano: viene condannato per omicidio colposo, in relazione alla morte di Saverio Saltarelli, il capitano di p.s. Alberto Antonietti a 9 mesi con la concessione delle attenuanti generiche, la sospensione condizionale della pena e la non menzione.

Il 19 gennaio 1977 a Pisa il tribunale modifica la sentenza emessa dal pretore il 1 ottobre 1975, assolvendo il capitano di p.s. Amerigo Albini e l'agente Giovanni Colantoni accusati di "falsa testimonianza" per la morte di Franco Serantini.

4-5 marzo a Roma Fabrizio Panzieri, accusato dell'uccisione del fascista Mikis Mantekas, durante gli scontri di piazza avvenuti due anni prima, viene condannato, senza alcuna prova a suo carico, a nove anni di carcere per "concorso morale".

11 marzo a Bologna durante gli scontri iniziati la mattina nella zona universitaria, l'ufficiale dei carabinieri Massimo Tramontani uccide a colpi di pistola Pier Francesco Lorusso, studente di medicina, 25 anni.

8 aprile a Firenze è condannato in relazione all'uccisione di Boschi, qualificata come "omicidio colposo in eccesso di legittima difesa", l'agente Orazio Basile alla pena di 8 mesi con la condizionale.

12 maggio a Roma la polizia carica una dimostrazione pacifica, organizzata dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, facendo largo uso di armi da fuoco e uccidendo Giorgiana Masi, di 19 anni, colpita a morte alla schiena da un colpo di fucile mentre stava scappando; negli stessi eventi saranno feriti altri 7 giovani, tra i quali Elena Ascione. Fra gli agenti di p.s. che aprono il fuoco viene ritratto in una foto Giovanni Santone, in forza alla squadra mobile.

7 luglio a Roma il tribunale assolve il secondino Domenico Velluto dall'accusa di "omicidio preterintenzionale" nei confronti di Mario Salvi, per "aver fatto uso legittimo delle armi".

In seguito all'omicidio di Francesco Lorusso, i manifestanti arrestati sono 129 (oltre a 30 denunciati a piede libero). Nei processi per "direttissima", la giustizia di Bologna emette queste sentenze contro manifestanti: due anni e 8 mesi a Renato Resca di 19 anni trovato in possesso della catenella del suo motorino (da notare che Resca compare in aula in barella dal momento che è stato pestato a sangue sia all'arresto che all'arrivo in carcere); 2 anni e 8 mesi a Fantuzzi, accusato di porto d'arma; 1 anno e 6 mesi a Nicola Pastigliano di 20 anni per porto di arma da guerra: aveva raccolto la parte superiore inesplosa di un candelotto. Casi di tortura si verificano a Roma.Il 17 marzo a Torino i carabinieri uccidono un giovane di vent'anni. Stava rincasando in auto quando viene fermato dai Carabinieri: si china per prendere gli occhiali (aveva l'obbligo di portarli durante la guida) e subito parte una raffica di mitra. I CC dichiarano di aver sparato per primi ma lo sparatore confida: "(l'ucciso) non aveva nessuna pistola, te lo posso dire perché tanto non mi fanno niente".20 luglio a Bologna- Secondo il P.M. Picciotti contro il carabiniere Tramontani, reo confesso, non si può procedere in quanto non è stato lui ad uccidere Lorusso, e se fosse stato lui, era giustificato dalla situazione di grave pericolo in cui si trovava. Il carabiniere Tramontani viene subito dopo rimesso in libertà.

Il 20 luglio 2001 a Genova, in una città blindata in occasione del vertice dei G8, continuano le dimostrazioni iniziate il giorno precedente con il "corteo dei migranti". Per il giorno 20 sono organizzate una serie di piazze tematiche ed il corteo dei Disubbidienti che parte dallo stadio Carlini e si dirige verso la stazione Brignole. Mentre il corteo è ancora sul tragitto autorizzato dalla questura, partono forti cariche di polizia e carabinieri, con ingenti lanci di lacrimogeni anche ad altezza d'uomo, idranti urticanti, caroselli dei blindati lanciati a 70Km/h contro i manifestanti che, impossibilitati nella fuga, reagiscono con lanci di pietre e piccole barricate. Durante l'ultima carica frontale, un drappello di una ventina di carabinieri appoggiati da due Defender, carica il corteo da una stretta via laterale. I manifestanti reagiscono con lanci di pietre, i carabinieri tentano una ritirata e per maldestre operazioni una camionetta resta stranamente bloccata contro un cassonetto. La polizia che si trova a pochi metri di distanza non interviene. Dalla camionetta partono due colpi di pistola ad altezza d'uomo, il primo dei quali colpisce alla testa Carlo Giuliani di 23 anni. La camionetta riparte immediatamente passando sul corpo di Carlo ancora vivo per ben due volte.
Il giorno seguente, 21 luglio, quasi 300mila persone accorrono per la manifestazione finale unitaria e per protestare contro l'uccisione di Carlo. Le forze dell'ordine caricano con lanci di lacrimogeni e pestaggi indiscriminati la folla di manifestanti.
La giornata si conclude con l'assalto alle scuole Diaz e Pertini, messe a disposizione dal Comune come dormitorio e sede operativa del Genoa Social Forum. Vengono operati pestaggi, decine di arresti e la distruzione sistematica dei computer e del materiale fotografico e video raccolto dai manifestanti per documentare le violenze della polizia.



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