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mercoledì 21 settembre 2016

LA PACE

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La pace è il bene più prezioso per l’umanità: purtroppo se ne comprende l’immenso valore solo quando questo bene viene perduto.

La pace senz'altro è il bene più grande a cui l’umanità possa aspirare, ma è stata anche tante volte negata da conflitti fra popoli e guerre civili, che hanno portato al genere umano sofferenze indicibili. Possiamo dire che la storia umana è caratterizzata solo da brevi periodi di pace e che le guerre siano sempre state, nel passato, il mezzo preferito per risolvere le controversie.
La pace è quella condizione che consente all'umanità di aspirare anche ad altri importanti valori, che hanno dato significato al lungo cammino umano, come la libertà, la giustizia, la democrazie. E’ infatti impossibile poter godere della libertà, senza che vi sia la concordia fra gli uomini, così come, ovviamente, non può esserci alcuna forma di giustizia in presenza della violenza e della sopraffazione che ogni guerra comporta. Allo stesso modo, la costruzione della vera democrazia si può avere solo in condizioni di pace duratura.
Scrittori, filosofi, profeti di religioni diverse, hanno sempre ammonito l’umanità a fare il possibile per non perdere il bene prezioso della pace, ma, troppo spesso l’uomo, nel passato, si è lasciato sopraffare dall'istinto ferino che la razionalità non è riuscita a controllare, dal fanatismo, dall'odio politico o religioso, dal gusto della violenza o più semplicemente dal bieco egoismo di difendere i propri interessi a danno di quelli degli altri.
Il valore della pace è assoluto, cioè non subordinato ad alcuna condizione, in quanto la perdita della pace comporta un danno sempre superiore a qualsiasi altro diritto violato o torto subito.
Ciò non significa che bisogna essere succubi di qualsiasi ricatto, ma semplicemente che non bisogna mai smarrire la via della ragione e della ricomposizione pacifica e negoziata di quei contrasti che sempre la dialettica dei rapporti sociali e internazionali fa emergere. Il valore immenso della pace viene compreso dagli uomini quasi sempre quando questi l’hanno irrimediabilmente perduta, ma allora diventa anche più difficile vincere l’odio che la spirale ella violenza ha generato.

Troppe risorse che potrebbero alleviare tanti disagi e tante sofferenze dell’umanità sono purtroppo destinate alle spese per armamenti.
Troppe risorse sono bruciate nelle spese per armamenti, risorse che potrebbero essere utilizzate per alleviare le immense sofferenze di tanta parte della popolazione umana che, soprattutto nelle aree depresse del Terzo Mondo, vive in condizioni caratterizzate da fame, miseria, analfabetismo, igiene terribilmente precaria, alto tasso di mortalità infantile. Eppure tutti i governi del mondo, nessuno escluso, preferiscono spendere per allestire ordigni di morte, anziché per favorire la vita.

Pace. Una parola dalle mille sfaccettature, che oggi più che mai sembra un'utopia, un traguardo globale molto lontano. Il Mahatma Gandhi, il cui appellativo significa “grande anima” ha declinato questa parola così semplice eppure così profonda in tanti modi.

Insegnamento 1: Il potere è di due tipi: uno si ottiene dalla paura della punizione e l'altro da atti d'amore. Il potere basato sull'amore è mille volte più efficace e permanente da quello derivato dalla paura della punizione.

Secondo il Mahatma la forza non vince mai contro il potere dell'amore. In questo momento di grande fermento e agitazione nel mondo, la più grande forza da non sottovalutare è quella che viene dall'amore.

Insegnamento 2: Che differenza c'è tra morti, orfani, e senzatetto, se la folle distruzione passa sotto il nome di totalitarismo o sotto quello di libertà e democrazia?

La storia ha visto innumerevoli esempi di dittatori che hanno portato distruzione. Un mondo di pace può essere raggiunto se impariamo il potere della non violenza, come dimostra la vita del Mahatma Gandhi.

Quest'ultimo ha dimostrato che possiamo raggiungere libertà, giustizia e democrazia per l'umanità senza uccidere nessuno, senza rendere alcun bambino orfano e senza privare nessuno della propria casa per colpa dei danni causati dalla guerra.



Insegnamento 3: Ci sono molti motivi per cui io sono pronto a morire, ma nessuna per cui io sia pronto a uccidere. Al centro della nostra esistenza, secondo Gandhi, c'è il nostro innato desiderio di vivere una vita tranquilla. La più grande e nobile causa deve essere solo quella di portare la pace in questo mondo anche offrendo il proprio sacrificio invece del dolore altrui.

Insegnamento 4: Occhio per occhio servirà solo a rendere cieco tutto il mondo diceva Gandhi. Non importa dove viviamo, quale religione professiamo o qual è la cultura che coltiviamo: al centro di tutto siamo tutti esseri umani.

Insegnamento 5: Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, predicava il Mahatma. Non si può portare la pace nel mondo a tutti a meno che un leader politico non dimostri di cambiare in prima persona. Ciò vale per tutti, non solo per i rappresentanti politici.

Kant prospettava l’idea di una società cosmopolita in cui sarebbe regnata una “pace perpetua”: un mondo dove gli umani, in virtù del dono che li distingue dagli animali, la ragione, fossero stati in grado di anteporre una coesistenza pacifica agli interessi, alle violenze, all’avidità dei pochi.
Un mondo dove la pace diventava condizione necessaria perché la stessa ragione potesse sussistere e sopravvivere e continuare a comprendere quello che lui definì “il sublime”, l’infinita piccolezza dell’uomo, la sua superiorità sulla materia non cosciente.
Il problema della pace come corrente di pensiero vero e proprio ha trovato in Gandhi un forte teorico e fautore; i suoi principi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa e a personaggi dello spettacolo, si diffusero nel mondo occidentalizzato e numerosi movimenti nacquero. I moti dell’autunno caldo in fondo si muovevano anche su questo principio.
Discutere oggi sul significato della pace sembra apparire una discussione per molti sorpassata, soprattutto per molti pacifisti radicali, convinti che la pace è per forza di cose l’unica via. Eppure lo stesso Gandhi ammetteva il ricorso alla violenza in caso di legittima difesa.
Alla base del discorso della non violenza e di chi la sostiene, vi sta un problema di fondo che molto spesso noi non ci poniamo: la pace è davvero la migliore delle soluzioni?
Apparentemente si, tendiamo a rispondere. Ma se ci pensiamo un attimo, si può intendere come la nostra risposta in realtà sia falsa, priva di fondamenti concreti. Innanzitutto il termine guerra con la nostra vita non è mai entrato davvero in contatto. Sappiamo che è un momento in cui la gente muore, per lo più innocenti civili, che provoca dolore e morte. Da questa considerazione tendiamo, da buoni ipocriti cristiani che siamo, a scacciare il pensiero della guerra. In realtà il nostro comportamento non è quello del medico che cura il paziente malato, bensì quello del medico che preferisce lasciarlo ad un altro collega.
Il pacifismo è spesso dunque una posizione di comodo adottata da noi occidentali per non sentire il problema stesso della guerra e adattarsi alle convinzioni civili di una convivenza pacifica, senza in realtà capire il perché.
Ma qui non è una questione solo di adattamento pratico al mondo che ci circonda, ma addirittura mentale. Molta gente, magari inconsciamente, sceglie il pacifismo perché è ritenuto un principio assoluto e come tale difficilmente contestabile. La chiesa lo appoggia; la civiltà occidentale in linea di principio; la televisione lo accetta.


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mercoledì 10 agosto 2016

LA SVIZZERA

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La Svizzera confina con l'Italia, la Francia, l'Austria, la Germania e il Liechtenstein.

L'odierno nome Svizzera proviene da Svitto (tedesco: Schwyz), uno dei "Cantoni forestali" (Waldstätte) che formavano il nucleo della Vecchia Confederazione. Il nome Svitto è attestato per la prima volta nel 972 come il villaggio di Suittes ed è forse legato all'alto tedesco antico suedan, "bruciare", con riferimento alle foreste bruciate per creare nuovi spazi agli insediamenti. Probabilmente il nome designava sia il territorio sia la popolazione del cantone, ma dopo la battaglia di Morgarten nel 1315 il nome Switzer, Switenses o Swicenses passò a designare tutti i Confederati. In francese sono attestati i termini Soisses, Suysses e Souyces a partire dal Cinquecento; contemporaneamente in italiano compaiono i termini Sviceri e Suyzeri, per stabilizzarsi nella variante Svizzeri scelta da Machiavelli nel 1515.

Il nome antico Elvezia proviene dagli Elvezi, una popolazione celtica stabilitasi sull'Altipiano in epoca pre-romana. Gli Elvezi sono menzionati per la prima volta nel VI secolo a.C. Il nome Confoederatio Helvetica o Helvetia non figurava invece fra le tradizionali denominazioni del paese ed è stato utilizzato solo dopo la nascita dello Stato federale nel 1848 (quindi è da considerarsi un neologismo), con lo scopo di non privilegiare nessuna delle lingue ufficiali della Confederazione (oppure quando, per motivi pratici, era difficoltosa l'iscrizione in tre o quattro lingue). Tale denominazione compare piuttosto recentemente, in ambiti formali ed ufficiali: sulle monete e sui francobolli a partire dal 1879, sul frontone del Palazzo federale a Berna nel 1902 e sul sigillo della Confederazione nel 1948.

Dal 1995 l'acronimo “ch” costituisce il dominio di primo livello dei siti internet svizzeri.

Alla Svizzera è riconosciuta la connotazione di stato neutrale in quanto si impegna a non schierarsi in caso di guerra tra altri Stati. Questa è una condizione scelta dal Paese stesso, per questo si parla di una scelta libera, permanente ed armata.

La neutralità le è stata riconosciuta con il trattato di Parigi il 20 novembre 1815, dopo la sconfitta di Napoleone. La Svizzera aveva già richiesto di essere neutrale, ma la Francia rifiutò; infatti, a partire dal 1798, la Francia occupò il territorio svizzero ed impose altresì un'alleanza militare.

Prima di allora, precisamente all'indomani della fine della battaglia di Marigliano, la Repubblica Elvetica mantenne un profilo molto basso per quanto riguarda la politica estera. Nel 1515 la Svizzera stipulò infatti un trattato di pace con Francesco I° re di Francia e gli storici considerano questo atto come l’elemento cardine che ha dato vita alla neutralità del Paese.

Nel 1907, con la conferenza di pace dell'Aja, la Svizzera ha aderito ufficialmente alla neutralità in quanto ha firmato tutte le carte concernenti le convenzioni sui diritti ed obblighi della neutralità. Il diritto più importante che ne scaturisce è quello dell'inviolabilità del proprio territorio, a cui segue quello di non partecipare attivamente ad ogni forma di guerra e provvedere alla propria difesa. Questo tuttavia non impedisce alla Svizzera di fornire aiuti umanitari in situazioni di guerra.

Nel 1920 il Paese aderì alla Società delle Nazioni che aveva posto la sua sede proprio in Svizzera, a Ginevra. La Società riconobbe la neutralità permanente della Svizzera e la esonerò dalla partecipazione alle azioni militari.

La politica estera della Svizzera è improntata da cinque secoli (dal 1515) alla neutralità. Questo non ha impedito di sviluppare, soprattutto negli ultimi anni, una politica estera attiva, tesa ad appianare le divergenze fra stati terzi ("i buoni uffici"), a promuovere attivamente i diritti umani e a garantire le basi naturali della vita (l'impegno per lo sviluppo e l'affermazione di un sistema ambientale internazionale). Oltre a ospitare la sede delle Nazioni Unite, la Svizzera è la patria e la sede di due grandi organizzazioni internazionali: la Croce Rossa, fondata a Ginevra, e il World Wildlife Fund (WWF), fondato a Zurigo, ma con sede a Gland, nel Canton Vaud. Nel 1960 la Svizzera ha dato vita all'Associazione europea di libero scambio (AELS), ne è tuttora membro insieme con la Norvegia, il Liechtenstein e l'Islanda. Nel 1963 la Svizzera ha aderito al Consiglio d'Europa e nel 1975 all'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Membro anche dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), nel 1992 la Confederazione è entrata a far parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e nella Banca Mondiale (WB). Il 10 settembre 2002, con l'approvazione popolare, la Svizzera è entrata a far parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), come centonovantesimo Stato.

In generale la Svizzera affronta la politica europea, così come quella estera, con prudenza e pragmatismo. Dopo il fallimento di alcuni referendum su un'eventuale adesione (ma con margini molto ristretti: il primo di questi, sullo Spazio economico europeo nel 1992, venne respinto dal 50,3% dei votanti), la Svizzera ha scelto una via basata su accordi bilaterali con l'Unione europea. Nel 2000 un importante pacchetto di 7 accordi, rispettivamente su libera circolazione delle persone, trasporto aereo, trasporti terrestri, agricoltura, ostacoli tecnici al commercio, appalti pubblici e ricerca, ha avuto l'avallo popolare. Questo pacchetto di 7 accordi è tenuto insieme dalla cosiddetta clausola ghigliottina, ossia che se uno solo dei 7 accordi viene messo in discussione, cade l'intero pacchetto. Nel giugno del 2005 la Svizzera ha aderito agli accordi di Schengen, negoziandone l'attuazione pratica in modo di mantenere controlli saltuari alle frontiere, e reclamando un eventuale diritto di rescissione. Il 25 settembre 2005, un altro referendum ha esteso l'accordo della libera circolazione delle persone ai 10 Paesi entrati nell'UE nel 2004 (il referendum riguardava solo questo accordo, in quanto gli altri 6 si erano già automaticamente estesi ai nuovi Paesi).

Il 26 novembre 2006, sulla scia delle trattative bilaterali in corso, un ulteriore referendum ha permesso l'approvazione della "Legge federale sulla cooperazione con i Paesi dell'Est": tale legge funge da base legale per il versamento di un miliardo di Franchi svizzeri (650 milioni di Euro), che avviene a tappe nell'arco di 10 anni, dal 2006 al 2016, a sostegno dello sviluppo sociale ed economico dei 10 Paesi che hanno aderito all'UE nel 2004. Il 12 dicembre 2008 la Confederazione è entrata nell'area Schengen come 25º Paese. Da allora non vi è più nessun controllo alla frontiera per le persone, mentre sono stati mantenuti i controlli per le merci. L'8 febbraio 2009 il popolo svizzero è stato chiamato a rispondere attraverso un referendum alla domanda se allargare l'accordo sulla libera circolazione delle persone anche alla Romania e alla Bulgaria e al rinnovo dello stesso accordo con gli altri stati Europei; il risultato è stato positivo con il 59,6% di preferenze.

La Svizzera è un paese di immigrazione da lunga data: nel 1830 gli immigrati rappresentavano il 2,1% della popolazione, cresciuti al 18% nel 1913. Da allora il numero è rimasto, in termini percentuali, praticamente costante. Nel 2012 gli stranieri rappresentavano circa il 22,7% della popolazione, facendo della Svizzera il paese europeo con la più alta presenza di immigrati dopo il Lussemburgo. Annualmente viene naturalizzato circa un decimo della popolazione straniera (ma la tendenza è in aumento: le naturalizzazioni sono triplicate dal 1992 al 2005). Nel 2005 circa un terzo della popolazione residente era immigrato o discendente di immigrati. Secondo i dati del 2012, la maggior parte degli stranieri proviene dall'Italia (16,2% ? Italo-svizzeri), dalla Germania (15,7%), dal Portogallo (13,0%), dalla Francia (5,6%) e dalla Serbia (5,4%). Nel 2009, 43.400 residenti avevano acquisito la cittadinanza elvetica.

A coloro che emigrano in Svizzera per ragioni economiche, vanno aggiunti attualmente circa 16.000 richiedenti l'asilo, pari allo 0,21% della popolazione: una percentuale - tradizionalmente - più alta di quella dei paesi vicini.. In passato la Svizzera ha offerto asilo politico a interi gruppi di persone in fuga da situazioni particolari. Durante la seconda guerra mondiale la Svizzera accolse oltre 51.000 profughi civili (pari all'1,2% della popolazione svizzera di allora: 14.000 dall'Italia, 10.400 dalla Francia, 8.000 dalla Polonia, 3.250 dall'Unione sovietica, 2.600 dalla Germania e 2.200 apolidi; complessivamente 21.000 erano ebrei). Nel 1956 vennero accolti 56.000 rifugiati provenienti dall'Ungheria, nel 1968 circa 11.000 rifugiati provenienti dalla Cecoslovacchia, nel 1973 oltre 8.000 rifugiati provenienti dal Cile e altri 8.000 provenienti dal Sud-est asiatico. Nel 1981 2.500 provenienti dalla Polonia. A partire dagli anni novanta il flusso si è intensificato: la Svizzera ha accolto circa 30.000 bosniaci (dal 1992) e 53.000 kosovari (dal 1999). A partire dal 2000 la principale comunità di rifugiati è quella eritrea.

Oltre agli stranieri che trasferiscono il loro domicilio in Svizzera, nel paese entrano giornalmente (o settimanalmente) circa (il numero varia annualmente) 250.000 frontalieri (lavoratori domiciliati nei paesi vicini che passano regolarmente il confine per lavorare, attratti da migliori condizioni di lavoro). Nel 2012 i frontalieri registrati erano 264.741. Oltre la metà proviene dalla Francia (138.542), quindi dall'Italia (61.801), dalla Germania (55.311), dall'Austria (8.120) e da altri paesi europei (967). La maggior parte dei frontalieri si concentra nella regione lemanica (89.017), nella Svizzera nord-occidentale (66.074) e nel Canton Ticino (55.879).



Fino al 1900 il saldo migratorio svizzero era passivo: coloro che lasciavano la Svizzera erano più numerosi di quelli che vi arrivavano. Tradizionalmente, prima che la Costituzione del 1848 lo proibisse, il mestiere più praticato dagli svizzeri all'estero era quello del mercenario: si calcola che dal 1400 al 1848 oltre due milioni di svizzeri combatterono nelle guerre europee. Tra la metà dell'Ottocento e la prima guerra mondiale emigrarono dalla Svizzera circa 400.000 persone. La maggior parte si diresse verso gli Stati Uniti, il Brasile (Nova Friburgo, 1819), l'Argentina (Villa Lugano, 1908), l'Uruguay (Nueva Helvecia, 1862; Nouvelle Berne, 1869), l'Australia e il Sud Africa.

Accanto all'emigrazione economica, vi è stata, a partire dal XVI secolo, la fuga da persecuzioni religiose. In particolare furono gli Anabattisti nel Cinquecento a dover abbandonare la Svizzera. Alla fine del Seicento, una nuova ondata di persecuzioni investì la comunità mennonita: nel 1693 Jakob Ammann (il fondatore della comunità Amish) e i suoi seguaci dovettero rifugiarsi prima sulle Alpi quindi, nel 1720, in Pennsylvania e successivamente nell'Indiana (Berne, 1852) dove hanno potuto conservare le loro peculiarità sino a oggi. Attualmente, per designare gli svizzeri emigrati all'estero, si parla di Quinta Svizzera (dopo le quattro realtà linguistiche nazionali). I cittadini svizzeri che risiedono all'estero sono circa 700.000 (quasi il 10% degli svizzeri che vivono in patria): la maggior parte di essi risiede in Francia (179.106), negli Stati Uniti (74.966), in Germania (74.966), in Italia (48.638), in Canada (38.866), nel Regno Unito (28.861), in Spagna (23.802), in Australia (22.757), in Argentina (15.624), in Brasile (14.653), in Israele (14.251) e in Sudafrica (9.035).

La neutralità è la condizione giuridica di quegli stati che intendono rimanere estranei in una guerra fra altri, cioè non partecipare né per l'uno né per l'altro dei contendenti. Tale condizione è costituita da rispettivi diritti e doveri internazionali, cui dà origine il rapporto giuridico che si viene a creare fra i detti stati e gli stati belligeranti. L'opposizione è dunque fra neutralità e guerra e non v'è, nel diritto internazionale moderno, posto per nessuna condizione giuridica intermedia. Un preciso concetto giuridico di neutralità fu infatti ignoto al diritto internazionale più antico; dipendeva dall'arbitrio del belligerante considerare o no come nemici gli stati che non parteggiavano per esso e i neutri generalmente si limitavano a trattare allo stesso modo i belligeranti.

Non mancarono convenzioni di neutralità, con cui gli stati reciprocamente si garantivano una certa immunità per il caso di guerra d'uno di essi con qualche altro stato; ma la nozione mancava d'ogni uniformità e precisione, mentre il vocabolo - che va comparendo qua e là in Francia, in Italia, in Germania, dalla fine del sec. XV al sec. XVII - viene registrato dal Wolff, alla metà del sec. XVIII (nel suo Jus gentium, 1749), come già d'uso comune nel linguaggio volgare per indicare quelli che U. Grozio chiamò: medii in bello (dicuntur vulgo neutrales).

Alla neutralità temporanea o occasionale, sopra definita, fa riscontro quella cosiddetta perpetua o permanente (per alcuni il contrapposto è fra neutralità volontaria e perpetua; sennonché anche quest'ultima è sempre volontaria, per lo meno formalmente), la quale costituisce per certi piccoli stati - nel loro interesse e nell'interesse degli stati vicini - una condizione giuridica prestabilita per ogni eventuale guerra; di conseguenza vincola la libertà dello stato in questione, vietandogli non solo d'intraprendere o di partecipare ad alcuna guerra (e quanto agli effetti il risultato è qui identico a quello della neutralità occasionale), ma anche di fare in tempo di pace una politica o di conchiudere trattati suscettibili di portare alla guerra. Creazione, questa degli stati permanentemente neutri, propria della politica europea del sec. XIX; tale fu la situazione - prima della guerra mondiale - del Belgio, del Lussemburgo, oltre che della Svizzera, la quale è la sola a conservarla anche oggi, avendone fatta una condizione espressa della sua entrata nella Società delle nazioni.

La neutralità presenta indubbi vantaggi, ma importa oneri corrispettivi (questa materia interessa specialmente la guerra marittima, perché è soprattutto in questo campo che esistono i più frequenti rapporti e si urtano i maggiori interessi opposti degli stati belligeranti e neutri).

Lo stato neutrale deve anzitutto astenersi da ogni ostilità e quindi da ogni azione che possa aumentare la forza d'un belligerante, o comunque avvantaggiarlo (la concessione di uguali agevolazioni o aiuti alle due parti avrebbe quasi sempre risultati diversi). Così è vietato allo stato neutrale:  l'invio di truppe o il loro reclutamento sul suo territorio (curiosa situazione quella della Svizzera, che forniva truppe a tutti gli stati; la costituzione del 1848 ha proscritto tali arruolamenti collettivi); la fornitura di armi e munizioni e in genere di tutto ciò che può servire alle forze armate (tale divieto riguarda lo stato e non i privati, a cui lo stato neutrale può lasciare libera, limitare, o interdire una simile attività); la concessione di prestiti o sussidi pecuniari (anche qui il divieto riguarda lo stato come tale, non i privati);  il far passare truppe dei belligeranti, o convogli a loro destinazione, o fare installare mezzi di comunicazione: nel caso di militari fuggiaschi, o di truppe in ritirata o disfatta, lo stato neutro ha l'obbligo di disarmarle e internarle fino alla fine della guerra. Il passaggio di feriti e malati di un belligerante può essere permesso a condizione che i relativi convogli non servano a nascondere o trasportare materiali di guerra o armati; i prigionieri di guerra evasi o rifugiati in territorio neutro devono essere lasciati liberi e così pure i prigionieri trasportati da truppe che abbiano sconfinato; circa il soggiorno nelle acque neutrali di navi belligeranti il divieto non è così rigoroso come per il passaggio di truppe; all'infuori del pericolo di mare, la tolleranza d'un breve soggiorno (per es., di 24 ore, o per il tempo di rifornirsi di viveri strettamente necessari, o di provvedere a riparazioni indispensabili) è ammessa. Nel caso poi che navi da guerra delle due parti nemiche vengano a trovarsi nello stesso porto neutrale, la loro uscita è regolata dalle autorità del luogo.

In cambio dei detti doveri lo stato neutrale ha diritto a che sul suo territorio (compreso il mare territoriale) non vengano compiuti atti di guerra o preparativi di nessun genere, a che le persone dei propri cittadini o sudditi e i loro beni siano rispettati: tale protezione cessa se l'individuo si espone, a favore d'un belligerante, ad atti colpiti dalle leggi e dagli usi di guerra.

Lo stato neutrale deve sopportare le restrizioni che alla libertà del commercio sono apportate dalle norme e dagli usi di guerra. È in questo campo principalmente che il contrasto di interessi fra stati belligeranti e neutri si è sempre rivelato più acuto. La Ligue de neutralité armée - che nel 1780 riunì contro l'Inghilterra quasi tutti gli altri maggiori stati - fu conchiusa appunto per opporsi alle pretese eccessive sollevate dalla detta potenza, al principio della guerra d'indipendenza americana.

In massima il commercio dei neutri è libero. La libertà del commercio neutrale significa il diritto per tutti i sudditi degli stati neutri di esercitare il commercio, durante la guerra, anche con i belligeranti e anche sul loro territorio e nell'alto mare. Le restrizioni a detta libertà concernono la confisca delle merci e delle navi neutre, nei due casi del contrabbando di guerra e del blocco.

Costituiscono contrabbando di guerra anzitutto le merci e cose d'impiego militare immediato ed esclusivo. A questa specie di contrabbando, detto assoluto, si suole accostare - come contrabbando per analogia - il trasporto di corrispondenza per le forze armate, di truppe e di ufficiali. V'è poi il cosiddetto contrabbando relativo, costituito da tutte quelle cose di uso promiscuo, di cui Grozio dava come es. i cavalli, ma la cui lista si è endata grandemente aumentando con gli sviluppi dei mezzi di offesa e difesa moderni. La distinzione vorrebbe avere come conseguenza un più rigoroso apprezzamento della destinazione per il contrabbando assoluto, che basta sia diretto a un qualsiasi punto del territorio nemico (anzi, con la teoria della continuità del viaggio è confiscabile anche se diretto a un porto neutro, quando si ha ragione di credere che questo serva solo di tappa a un ulteriore viaggio verso il nemico); mentre per il contrabbando relativo si vorrebbe la diretta destinazione alle forze nemiche e mai dovrebbe avere luogo l'applicazione della teoria del viaggio continuo. Ma la guerra mondiale ha infranto le poche norme al riguardo e tutto sarebbe qui da rifare. (Il contingentamento è un espediente che ebbe qualche applicazione durante la guerra mondiale e consiste nell'autorizzare una certa quantità d'importazioni, calcolata sulla base delle ordinarie importazioni d'anteguerra, considerando il di più come contrabbando di guerra).

Il blocco consiste nell'interruzione d'ogni commercio e comunicazione, a cui un belligerante vuole sottoporre un dato porto o un dato tratto di coste del nemico. Anche qui l'interesse dei belligeranti li porterebbe a eccedere (restarono famosi i cosiddetti blocchi sulla carta, o fittizi, fra l'Inghilterra e la Francia, durante le guerre della rivoluzione e quelle napoleoniche). Le marine mercantili neutrali devono astenersi dall'accedere al luogo bloccato, la violazione di tale divieto importa confisca della nave e anche del carico nei casi più rigorosi (dichiarazione di Londra, 26 febbraio 1909, art. 21). La pratica del blocco è universale, ma essa ormai soggiace alle condizioni dell'effettività e della notifica. Come spiega l'art. 4 della dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856 l'effettività è data dall'essere il blocco mantenuto "da una forza sufficiente a interdire realmente l'accesso del litorale nemico". Quanto alla notificazione, essa è resa necessaria perché il blocco sia conosciuto e va fatta dal belligerante agli stati neutri, alle autorità del posto bloccato e anche singolarmente alle navi, che si presentano davanti la linea di blocco, quando non è presumibile che ne abbiano avuto conoscenza. Anche per il blocco si è ricorso alla teoria del viaggio continuo, come un diritto di prevenzione per il belligerante di confiscare una nave fin dalla sua partenza, quando si può presumere che il suo viaggio verso un porto non bloccato sia una semplice tappa nella sua destinazione definitiva. La dichiarazione di Londra citata (art. 19) ha condannato una simile pratica. Nella guerra mondiale in principio si seguirono le regole di Londra, ma non in seguito. Anche la presunzione di conoscenza del blocco fu allargata.

All'infuori dei casi di contrabbando di guerra e di blocco, la libertà di commercio dei neutri è oggi integrata col sistema instaurato dalla dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856: il sistema della bandiera che copre la mercanzia e non la confisca, per cui la bandiera neutrale copre la mercanzia nemica e la mercanzia neutrale non è confiscabile anche a bordo di nave nemica. E il sistema più favorevole ai neutri e che, accettato quasi universalmente, è succeduto a sistemi più rigorosi: a quello del Consolato del mare - del contaggio ostile - della bandiera che copre la mercanzia e la confisca.

La nozione della neutralità, quale è stata sopra definita, appare avviata a nuova evoluzione dopo il Patto della Società delle nazioni e gli altri atti intesi a organizzare la difesa della pace e a fare, ove occorra, della guerra l'estremo atto di un'esecuzione forzata collettiva. Si è parlato d'una vera fine della neutralità. Neutralità e Società delle nazioni sono apparsi termini antitetici, poiché mentre neutralità vuol dire astensione dai conflitti altrui, la Società delle nazioni mira a rendere solidali gli stati. Ciò nonostante la neutralità persiste ancora giuridicamente nell'economia del Patto, in quanto in esso pure persiste giuridicamente la guerra.


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lunedì 4 gennaio 2016

1973

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Nell'anno in cui nascevo succedeva.....
la crisi segnava la fine dei trenta gloriosi, ovvero di un enorme periodo di crescita economica, il maggiore che l’occidente abbia conosciuto a partire dalla fine della guerra. Occorre tuttavia chiedersi se il 1973 fu davvero la fine dei trenta gloriosi.
Quella del 1973 non è stata una crisi economica in senso proprio. L’interpretazione più diffusa è quella che vede confluire in essa tre crisi parziali, che insieme crearono una situazione di crisi diffusa.
È stata una crisi petrolifera, cioè una crisi settoriale, come era accaduto in passato con crisi agricole e industriali che avevano accompagnato lo sviluppo, senza tuttavia determinare una crisi complessiva. Così nel 1973 entrò in sofferenza un settore molto importante per l’economia, quello energetico e petrolifero. Fu anche in qualche modo una crisi economica o meglio la spia di una crisi economica, diversa tuttavia da quella del 1929. Fu un momento di passaggio e di difficoltà, perché appena due anni prima, nel 1971, c’era stata la grande svolta della fine del sistema di Bretton Woods, che aveva accompagnato complessivamente i rapporti finanziari e monetari dal dopoguerra.
Fu anche una crisi militare, infatti nel 1973 inizia la guerra del Kippur, che fu un momento di quel lungo conflitto arabo israeliano che costituisce, insieme a quello del Kashmir la più lunga dinamica di guerra presente nel mondo dopo il 1945. Sono le due aree in cui ancora oggi vi sono tensioni e conflitti. Sono anche guerre a bassa intensità rispetto ad altre, ma la loro durata nel tempo, soprattutto il conflitto arabo israeliano, ha un significato politico da tenere in considerazione.

Dal punto di vista militare, immediatamente prima della crisi del ‘73 nascono nell’area dei nuovi regimi militari, frutto di colpi di stato: la Libia (1969), il Sudan, la Siria e l’Iraq (1968). Sono quattro aree che negli anni a noi più vicini sono gli epicentri di maggiore crisi, fatta eccezione per l’Afghanistan che arriverà successivamente. Si tratta di un elemento importante per cercare di capire il lungo periodo. Il fatto che ancora oggi in queste aree vi siano tensioni e conflitti non vuol dire necessariamente che vi sia un legame causale tra le crisi di allora e le crisi di oggi, ma certamente vanno valutate nel lungo periodo le modalità di comprensione e di percezione di quei colpi di stato. All’epoca questi rovesciamenti politici in gran parte sono stati visti dalla sinistra con atteggiamento positivo, perché significavano la fine di regimi vecchi, arretrati e monarchici e quindi, benché fossero colpi di stato, si presumeva che fossero di stampo progressista. È un elemento importante da considerare, perché in tempi lunghi si può osservare che certi fallimenti di questi nuovi regimi apriranno le porte a un nuovo grande tema, che è quello della rinascita e della presenza nuova dell’Islam, con la rivoluzione iraniana del 1979. Non bisogna poi dimenticare che nel 1972, un anno prima della guerra del Kippur, c’è stato l’episodio nuovo e dirompente alle Olimpiadi di Monaco in cui un commando di terroristi dell’organizzazione palestinese Settembre Nero prese in ostaggio e uccise alcuni atleti israeliani.

È opportuno valutare anche quale legame esiste tra la crisi militare e quella petrolifera, per vedere se la prima produce, crea e favorisce la crisi petrolifera oppure se è la crisi petrolifera che precede, che crea le basi per questo conflitto.
Sicuramente la crisi petrolifera viene utilizzata nel corso del conflitto, perché l’uso politico del prezzo del petrolio costituisce un elemento importante che accompagna le vicende militari. Occorre tuttavia vedere chi trae vantaggio prevalentemente da questa crisi petrolifera, se i paesi ricchi, i paesi produttori o le multinazionali. Su questo ci sono risposte abbastanza diverse. Anche dal punto di vista militare occorre valutare se ne trae vantaggio Israele o i paesi arabi. Spesso in questo lungo conflitto si è visto che chi vince militarmente perde politicamente. Era stato certamente così nel ’56, forse non nel ’67, forse è così ora, questa è un’altra questione da affrontare.
Le interpretazioni su questo punto sono molteplici e diverse; alcuni sostengono che non vi è un legame tra guerra e crisi petrolifera, perché è la pressione occidentale verso i paesi produttori quello che costituisce il dato di continuità rispetto alla crisi petrolifera. Altri sostengono che non c’è un legame forte, anche se la guerra è un’occasione per poter passare, rispetto al petrolio, da un pieno controllo occidentale a una maggiore autonomia dei paesi produttori, come effettivamente accadde, di cui la guerra sarebbe quindi l’occasione e non la causa o l’effetto. Qualcuno dice invece che c’è un legame molto forte perché il desiderio di guadagno dei paesi dell’Opec spinge a legare fortemente la crisi petrolifera con l’occasione della guerra. Altri evidenziano che il fulcro della crisi petrolifera si colloca nel 1970-71, nel grande confronto con la Libia che, con il nuovo regime, pone nuove condizione, determinando un nuovo assetto dei rapporti di forza tra le “Sette sorelle”; questo ci fa vedere come all’interno dell’Opec ci fossero divisioni tra i paesi più moderati e quelli più radicali. Altri sostengono che il petrolio è l’arma principale utilizzata nel corso della guerra, più importante per gli effetti che avrà, anche nei rapporti di potere nell’area, dei risultati militari. Quindi ragionare sul rapporto guerra-petrolio è assai importante, cercando di tenere un po’ insieme le diverse interpretazioni, per capire quanti elementi diversi di causalità siano presenti in questo evento.
È interessante vedere gli effetti di lungo periodo della crisi, ovvero valutare se questa “quasi crisi” avrà effetti molto profondi, anche se non eclatanti, negli anni successivi.
Dal punto di vista economico gli anni successivi saranno quelli della grande inflazione, della contrazione dei consumi, della recessione, di quella che sarà chiamata stagflazione.
Sul terreno petrolifero si verifica un aumento dei prezzi e anche dei profitti in maniera un po’ differenziata. Ci saranno soprattutto nuovi accordi, da cui deriveranno effetti di breve e lungo periodo. Occorrerà porsi la questione di chi ci guadagnerà, se l’Opec o le “Sette sorelle” o entrambi, perché spesso dietro ai giudizi su quanto accadde si trova uno sguardo più ideologico che economico.
Da un punto di vista militare, cinque anni dopo vi furono gli accordi di Camp David che sembrarono allora una grande speranza e un’opportunità nuova per porre fine al conflitto arabo-israeliano, che invece poi farà diventare cronica la questione palestinese in modo diverso.
Altri effetti di lungo periodo sono da mettere in evidenza: a partire da questa crisi comincia in occidente il processo di terziarizzazione e di delocalizzazione, soprattutto delle strutture industriali, qualcosa che sarà molto più chiaro successivamente negli anni Ottanta; è appena all’inizio, in quegli anni, il processo di informatizzazione. È negli anni Settanta infatti che nasce l’information technology.
La crisi petrolifera finisce negli anni Ottanta. Se davvero è così, forse più che una crisi è stato un evento dirompente che ha avuto effetti importanti come un sasso nello stagno, con effetti diversi nel breve, nel medio e nel lungo periodo. E quindi forse è qualcosa di diverso da una crisi ciclica.

Anche in Italia vi è una forte percezione della crisi. Si parlava allora di austerità. Le foto di città prive di automobili e popolate da ciclisti, così come gli articoli di giornale sull’austerità si sono ripetuti per mesi; tuttavia guardando l’andamento e la crescita della disoccupazione, ci si accorge che non era così forte come nella crisi attuale, anche se effettivamente la disoccupazione era aumentata. C’erano attese con forti interrogativi sul futuro, ma nello stesso tempo ci si rendeva conto che a parte la domenica in cui si andava in bicicletta, invece che in macchina, tutto sommato la vita continuava nello stesso modo. Non è un caso che già pochi anni dopo, con l’emergere in Italia, per esempio, del terrorismo e della violenza, la crisi del ’73 abbia perso centralità nei ricordi complessivi del decennio.

La crisi energetica del 1973 fu dovuta principalmente alla improvvisa e inaspettata interruzione del flusso dell'approvvigionamento di petrolio proveniente dalle nazioni appartenenti all'Opec (l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) verso le nazioni importatrici del petrolio. L'evento scatenante fu la guerra del Kippur, fra Egitto, Siria e Israele.

Nell'ottobre del 1973, il giorno dello Yom Kippur, l'esercito egiziano attaccò Israele da sud, ovvero dalla penisola del Sinai di concerto con quello siriano che attaccò invece da nord, dalle alture del Golan. Israele si trovò in grave difficoltà durante i primi giorni della guerra, ma dopo i primi momenti di smarrimento iniziale l'esercito israeliano risultò vincente su entrambi i fronti, tanto da minacciare Il Cairo.

La guerra finì dopo una ventina di giorni con la proclamazione di un cessate-il-fuoco tra le due parti. Contemporaneamente all'inizio dei combattimenti, gli stati di Egitto e Siria furono aiutati e sostenuti dalla quasi totalità dei Paesi arabi e anti-americani, che raddoppiarono il prezzo del petrolio e diminuirono del 25% le esportazioni, per ammonire l'occidente a non appoggiare Israele, appoggiato però dagli Stati Uniti. Ed è per questo motivo che i Paesi Arabi appartenenti all'Opec bloccarono le proprie esportazioni di petrolio verso gli Usa e l'Olanda fino al gennaio 1975.

Questo processo portò all'innalzamento vertiginoso del prezzo del petrolio, che in molti casi aumentò più del triplo rispetto alle tariffe precedenti. I governi dei Paesi dell'Europa Occidentale, i più colpiti dal rincaro del prezzo del petrolio, vararono provvedimenti per diminuire il consumo di petrolio e per evitare gli sprechi. In Italia il governo, presieduto da Mariano Rumor, varò un piano nazionale di “austerity economica” per il risparmio energetico che prevedeva cambiamenti immediati: il divieto di circolare in auto la domenica, la fine anticipata dei programmi televisivi, la riduzione dell'illuminazione stradale e commerciale. Insieme a questi provvedimenti con effetti immediati, il governo impostò anche una riforma energetica complessiva con la costruzione, da parte dell'Enel, di centrali nucleari per limitare l'uso del greggio.

In Europa Occidentale la crisi energetica portò anche alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento, che diede anche risultati positivi: la Norvegia trovò sui fondali del mare del Nord nuovi giacimenti petroliferi. Ci fu poi un forte interesse verso nuove fonti di energia alternative al petrolio, come il gas naturale e l'energia atomica per cercare di limitare l'uso del greggio e quindi anche la dipendenza energetica dai Paesi detentori del greggio. Infatti si diffuse la consapevolezza della fragilità e della precarietà del sistema produttivo occidentale, le cui basi poggiavano sui rifornimenti di energia da parte di una tra le zone più instabili del pianeta. E le conseguenze della crisi energetica non tardarono a manifestarsi anche sul sistema industriale, che a causa delle politiche di austerità applicate a partire da quegli anni nei Paesi occidentali non conobbe più i tassi di crescita registrati nei decenni precedenti. Negli Stati Uniti la situazione fu meno problematica, data la minor dipendenza energetica dai Paesi Arabi produttori di greggio. Nell'Europa dell'Est gli effetti della crisi furono gravi, perché mancavano i soldi per trasformare e modernizzare gli impianti industriali, che si avviarono a una lenta decadenza.

Per quanto riguarda invece i Paesi arabi detentori dell'oro nero, le conseguenze della crisi energetica furono positive perché le entrate degli Stati aumentarono in maniera considerevole, anche se spesso questa maggiore disponibilità finanziaria non portò considerevoli vantaggi alla popolazione. Per esempio tra Iran e Iraq - due Paesi produttori di petrolio - scoppiò una guerra con gravi lutti per la popolazione civile. Ma questi combattimenti posero fine anche alle alte tariffe petrolifere perché Arabia Saudita e altri Paesi dell'Opec aumentarono l'estrazione di petrolio e quindi il prezzo del greggio diminuì. La “crisi energetica del 1973” poteva dirsi conclusa.

La crisi energetica cambiò certamente la mentalità della popolazione su alcuni importanti temi. Si diffuse una maggior consapevolezza dell'instabilità del sistema produttivo e si rivalutò l'importanza del petrolio, che non fu più visto come l'unica fonte di energia possibile. Con la crisi energetica del 1973 cominciarono ad entrare nel vocabolario comune nuove parole come 'ecologia' e 'risparmio energetico', simboli di un cambiamento della mentalità della società europea.



Coscritti famosi:
Giancarlo Fisichella nasce a Roma il 14 gennaio 1973. Milita nei campionati nazionale e internazionale di kart otenendo un notevole numero di vittorie prima di raggiungere nel 1991 la sua prima squadra corse, la Formula Alfa Boxer. Successivamente partecipa per tre stagioni alla Formula 3 italiana.

Salvo Sottile nasce a Palermo il giorno 31 gennaio 1973, figlio di Giuseppe Sottile, ex capocronista del Giornale di Sicilia. Segue le orme nella professione del padre e comincia a lavorare molto presto, nel 1989, all'età di 17 anni seguendo i maggiori processi.

Matteo Salvini nasce il 9 marzo del 1973 a Milano. Iscrittosi alla Lega Nord a diciassette anni, ottiene il diploma classico al liceo "Manzoni" di Milano, e nel 1992 si iscrive alla facoltà di Storia dell'Università Statale (senza concludere gli studi).

Eva Herzigova nata il 10 marzo 1973 a Litvinov, Repubblica ceca, che ha lasciato nel 1989, anno della Rivoluzione di Velluto, è diventata fotomodella per caso.

Il portiere polacco Jerzy Dudek nasce il 23 marzo 1973 nella città di Rybnik. La sua carriera inizia con le squadre Concordia Knurow e Sokol Tychy (1995); dopo poco tempo passa alla più nota squadra del Feyenoord di Rotterdam.

Nato il 4 aprile 1973 a Castel San Pietro (BO) Loris Capirossi si appassiona alle moto già in tenerissima età. Sale sulle prime moto da fuoristrada quando ha appena cinque anni, dimostrando subito talento e imparando a dosare il gas.

Alessandro Preziosi nasce il 19 aprile 1973 a Napoli da una famiglia di avvocati. Laureatosi in Giurisprudenza, partecipa nel 1996 a una puntata dello show "Beato tra le donne", presentato da Paolo Bonolis, vincendola.

Heidi Klum, modella di fama internazionale, nasce a Bergisch Gladbach, piccolo centro vicino Colonia (Germania) il giorno 1 giugno del 1973. Assunta a dea dell'Olimpo delle supermodelle internazionali negli anni '90, ha poi esteso e prestato le sue qualità artistiche nei campi del fashion design.

Federica Mogherini nasce il 16 giugno del 1973 a Roma, figlio di Flavio, regista e scenografo. Conclusi gli studi superiori, si iscrive all'Università La Sapienza della Capitale, facoltà di Scienze Politiche, per laurearsi - dopo un viaggio Erasmus compiuto in Francia, ad Aix-en-Provence.

Giorgio Pasotti nasce a Bergamo il 22 giugno 1973. La sua è una famiglia benestante in cui si condividono passioni, successi e delusioni. Grazie al padre, profondo conoscitore delle arti marziali inizia un percorso di studio e apprendimento sia nel karate che nel kobudo e nel wushu.

Alessandra Moretti nasce il 24 giugno 1973 a Vicenza. Appassionatasi alla politica fin da adolescente, diventa nel 1989 segretaria dell'Associazione Studenti della sua città natale: è la prima donna a ricoprire questo ruolo. Dopo essersi laureata con una tesi in Criminologia in Giurisprudenza.

Mariastella Gelmini nasce a Leno, in provincia di Brescia, il giorno 1 luglio 1973. Dopo aver frequentato il liceo Manin di Cremona e per un breve periodo il liceo Bagatta di Desenzano del Garda, consegue il diploma presso il liceo privato confessionale Arici.

Nato a Bologna il 12 luglio del 1973, Christian Vieri è figlio d'arte: suo padre Roberto ha giocato in diverse squadre importanti: Sampdoria, Fiorentina, Juventus, Roma e Bologna nel ruolo di mezzapunta, tecnicamente molto dotata.

Simona Bonafé nasce il 12 luglio del 1973 a Varese. Dopo avere frequentato l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, iscritta alla facoltà di Scienze Politiche, si trasferisce in provincia di Firenze, a Scandicci, dove lavora come giornalista e collabora con numerose testate.

Monica Lewinsky l'ex stagista della Casa Bianca, diventata famosa per la sua relazione con l'ex-presidente americano Bill Clinton che quasi costò la poltrona di quest'ultimo, è nata il 23 luglio 1973 a San Francisco, da una famiglia benestante di ebrei tedeschi.

Il cantante Giovanni Di Tonno, conosciuto con il nome d'arte Giò Di Tonno, nasce a Pescara il 5 agosto 1973. Inizia presto ad approcciare la musica: a soli otto anni studia pianoforte.

Filippo Inzaghi nasce a Piacenza il giorno 9 agosto 1973. Campione del mondo con la squadra nazionale nel 2006, a livello di club è stato campione d'Europa con il Milan, nel 2003 e nel 2007, e campione del mondo per club sempre nel 2007.

Javier Adelmar Zanetti nasce a Buenos Aires il giorno 10 agosto 1973. Esordisce nel mondo del calcio professionistico nel 1991 nella primavera del Talleres de Remedios de Escalada. L'anno seguente passa in prima squadra, sommando 17 presenze e siglando 1 rete.

Maria Giuseppina Cucciari - in arte Geppi - nasce a Macomer (in provincia di Nuoro) il giorno 18 agosto 1973. Ex atleta di pallacanestro (ha giocato anche in serie A2), nel 2000 entra a far parte del laboratorio Scaldasole.

Marco Materazzi nasce a Lecce il 19 agosto 1973. Il padre Giuseppe era calciatore in Serie A negli anni '70 e ha poi allenato, nella sua carriera di tecnico, diverse squadre: Cerretese, Rimini, Benevento, Casertana, e nella massima serie, Pisa, Lazio, Messina, Bari, Padova, Brescia, Venezia.

Giovanni Vernia nasce a Genova il 23 agosto 1973. Lì vive e siccome è un giovanotto "che è studente che studia che si deve prendere una laura" (Totò Peppino e la Malafemmina) si Laurea in Ingegneria Elettronica col massimo dei voti.

Ilaria D'Amico nasce nella Capitale, il giorno 30 agosto 1973. Frequenta il corso di studi in giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma. Nel 1997, appassionata di sport e soprattutto di calcio, trova spazio all'interno della trasmissione televisiva "Giostra dei Gol" che conduce.

Fabio Cannavaro nasce a Napoli il 13 settembre 1973. Secondo di tre figli inizia subito a giocare al calcio e, alla tenera età di otto anni, entra nell'Italsider di Bagnoli, dopo avere speso, fino a quel momento, gran parte del suo tempo a scorazzare pallone al piede.

Nata a Stoccolma (Svezia) il 21 settembre 1973, Filippa Lagerback, dopo una carriera di fotomodella ha intrapreso la strada dello spettacolo, lanciata da uno spot pubblicitario. Debutta nel cinema in Italia con il film "Silenzio si nasce" (1996) di Giovanni Veronesi.

Federico Pizzarotti nasce il 7 ottobre del 1973 a Parma. Appassionato di judo fin da bambino (lo pratica per dieci anni) e di computer.

Michele Salvemini, meglio noto come Caparezza, nasce a Molfetta, in provincia di Bari, il 9 ottobre del 1973. Cantautore e rapper italiano, è considerato ormai dal 2000 una delle voci della musica tra le più talentuose del panorama nazionale.

Vincent Candela nasce il 24 ottobre del 1973 a Bédarieux. Cresciuto calcisticamente nel Montpellier, con il quale diventa campione di Francia a nemmeno diciassette anni (senza mai giocare), inizia la carriera di calciatore professionista nel 1992 al Tolosa.

Ines Sastre nata il 21 novembre 1973 a Valladolid (Spagna), la celebre modella ha cominciato presto la sua carriera. A dodici anni già compare in uno spot televisivo per una catena di fastfood e viene immediatamente notata dal regista Carlos Saura che la sceglie per recitare in "El dorado" con Lambert Wilson.

Cristina Zavalloni nasce a Bologna il 21 novembre 1973. Al termine degli studi liceali decide di dedicarsi professionalmente alla musica, allo studio del canto e della composizione classica.

Nata a Roma il 24 novembre 1973, Paola Cortellesi inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo alla giovanissima età di tredici anni: nella trasmissione "Indietro tutta" di Renzo Arbore.


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venerdì 23 ottobre 2015

LA PROFEZIA DI GHEDDAFI



Gheddafi una volta aveva dichiarato: ”ci sono segni che mostrano che Allah darà la vittoria all’islam in Europa e senza l’utilizzo di spade, senza pistole senza battaglie, non abbiamo bisogno di terroristi oltre 50 milioni di musulmani in Europa renderanno il vostro continente un continente musulmano in pochi decenni”

"L'Italia sarà invasa, nel Mediterraneo sarà il caos". Una profezia nera, come le bandiere dell'Isis. A farla fu Muammar Gheddafi, nella sua ultima intervista italiana il 15 marzo 2011. Era appena iniziata la guerra in Libia, Tripoli era bombardata dai caccia della Nato e i ribelli della primavera araba stavano alle calcagna del Raìs. L'avrebbero catturato di lì a poco, oltraggiato in un video che ha fatto storia, linciato in pubblico e ucciso. Davanti al taccuino del giornalista, però, Gheddafi era ancora lucido e soprattutto lungimirante. Difendeva se stesso, certo, ma aveva capito quello che sarebbe potuto accadere nel suo Paese: "Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno verso l'Europa. E il Mediterraneo diventerà un caos". Più o meno quanto dichiarano oggi i jihadisti dello Stato Islamico che stanno conquistando la Libia ("Se ci attaccate, vi manderemo 500mila immigrati") e le stesse autorità italiane, che temono nuovi sbarchi con 200mila persone da soccorrere.
Il mondo arabo stava cambiando nel giro di pochi mesi. L'Europa applaudiva sperando nel trionfo della democrazia ma Gheddafi aveva intuito lo scenario successivo, assai meno ottimistico: "Per il momento la striscia di Gaza è ancora piccola, ma si rischia che diventi grande. Tutto il Nord Africa potrebbe trasformarsi in una sorta di Gaza". Anche qui l'assonanza con quanto afferma oggi Hamas è inquietante: "Se attaccheranno la Libia, sarà una nuova crociata", è il messaggio minaccioso che giunge dalla Palestina, in un drammatico incrocio di interessi e ideologia tra il Califfato di Al Baghdadi e il partito guerrigliero che finora aveva sempre messo la questione religiosa e islamica in secondo piano rispetto alla sua priorità, la guerra territoriale contro Israele.



"Sarà un incubo per l'Italia" - Ancora oggi, come nel 2011, l'Occidente dibatte: meglio la guerra o la diplomazia? "Negoziare con i terroristi legati ad Osama bin Laden non è possibile - spiegava all'epoca Gheddafi, sfiorando l'ovvio -. Loro stessi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere ed uccidere, uccidere ed uccidere". Ora però a Tripoli Europa e Italia non hanno più un referente certo come lo era a suo modo il Colonnello-dittatore, che ricordava: "L'Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione. Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La situazione è grave per tutto l'Occidente. Come possono i dirigenti europei non capirlo?". Domanda che sul Corriere della Sera e Repubblica, l'11 marzo 2011, ci rivolgeva anche Seif el Islam, il figlio di Gheddafi oggi detenuto in Libia, a Zintane: "Se le milizie prendessero il controllo del Paese, voi sareste le prime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salperebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l'Italia, svegliatevi!".
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martedì 6 ottobre 2015

LA DETENZIONE DELLE ARMI

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« Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto. »
(Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America)

Il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America garantisce il diritto di possedere armi; come molti altri emendamenti, anche questo affonda le sue radici nelle occupazioni da parte dell'Impero britannico e spagnolo. Il possesso di un'arma da parte delle milizie cittadine, durante gli anni delle grandi colonizzazioni europee, era l'unico strumento che gli Statunitensi avessero per difendere territori, case e famiglie.

Se tale diritto sia esteso ai privati cittadini o solo alle milizie statali - oggi eserciti - è tuttavia questione di acceso dibattito. Le Corti hanno interpretato il suo significato in diversi casi giudiziari sin dal 1900 anche in favore dei primi.

In molti Stati, chiunque può richiedere ed ottenere la licenza al possesso di armi (salvo alcune prescrizioni), anche se ogni stato federato degli USA ha sue precise regole in merito: l'arma in questione, se portata con sé, deve essere visibile e non deve avere il colpo in canna. È vietato il porto nascosto alla vista e l'acquisto di armi da parte dei minori, ma non sempre il suo uso: in battute di caccia il minore può usare le armi solo se accompagnato da genitore o da persona competente.

Nel luglio del 2008 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto dei cittadini di possedere armi, dichiarando incostituzionale la legge del Distretto di Columbia che invece ne vietava ai residenti il possesso. È così stabilito il diritto individuale dei cittadini statunitensi ad essere armati, annullando la legge che da 32 anni proibiva di tenere in casa una pistola per difesa personale nella città di Washington. La sentenza ha fornito un'interpretazione definitiva al Secondo emendamento della Costituzione che dal 1791 sancisce il diritto di portare le armi. Questo significa che è stato riconosciuto un diritto inviolabile al pari di quello al voto e della libertà di espressione.

Opposta la legge in Italia.

Entro il 4 maggio 2015 chi detiene armi  ha dovuto presentare il certificato medico di idoneità psicofisica alla detenzione; in pratica lo stesso certificato richiesto per il rilascio del nulla osta all'acquisto, previsto dall'art. 35 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

Lo  ho stabilito il decreto legislativo n. 121 del 29 settembre 2013, entrato in vigore il 5 novembre, che ha introdotto diverse novità in tema di controlli per l'acquisizione e la detenzione di armi (bianche, da sparo o da fuoco).

La certificazione deve attestare che il richiedente non sia affetto da malattie mentali oppure patologie che ne diminuiscano, anche temporaneamente, la capacità di intendere e di volere ovvero non risulti assumere, anche occasionalmente, sostanze stupefacenti e psicotrope oppure abusare di alcol.

Il certificato medico in questione è rilasciato dal medico provinciale o dall'ufficiale sanitario (attualmente Asl) o da un medico militare.

Sono esentati dall'obbligo di presentazione coloro che nei sei anni antecedenti l'entrata in vigore del decreto, abbiano già consegnato il certificato al momento della richiesta di una licenza di porto d'armi o di un nulla osta all'acquisto di armi.


Le persone che entro la data di scadenza non hanno provveduto a consegnare il certificato agli uffici di Polizia o Carabinieri che avevano ricevuto le denunce di detenzione, riceveranno una diffida per la presentazione del certificato stesso. Se nei successivi 30 giorni la certificazione non sarà presentata, sarà avviato il procedimento finalizzato al divieto di detenzione.

Il richiedente, sottoponendosi agli accertamenti, è tenuto a presentare un certificato anamnestico, rilasciato dal medico di fiducia, di data non anteriore a tre mesi.

Il medico accertatore potrà richiedere, ove ritenuto necessario, ulteriori specifici esami o visite specialistiche, che saranno effettuati presso strutture pubbliche.

Tutte le leggi:
Art. 20 LEGGE 18 aprile 1975, n. 110 . Custodia delle armi e degli esplosivi Denunzia di furto, smarrimento o rinvenimento:
La custodia delle armi di cui ai precedenti articoli 1 e 2 e degli esplosivi deve essere assicurata con ogni diligenza nell'interesse della sicurezza pubblica. Chi esercita professionalmente attivita' in materia di armi o di esplosivi o e' autorizzato alla raccolta o alla collezione di armi deve adottare e mantenere efficienti difese antifurto secondo le modalita' prescritte dalla autorita' di pubblica sicurezza. Chiunque non osserva le prescrizioni di cui al precedente comma e' punito, se il fatto non costituisce piu' grave reato, con l'arresto da uno a tre mesi o con la ammenda fino a lire cinquecentomila. Dello smarrimento o del Furto di armi o di parti di esse o di esplosivi di qualunque natura deve essere fatta immediata denunzia all'ufficio locale di pubblica sicurezza o, se questo manchi, al piu' vicino comando dei carabinieri. Il contravventore e' punito con l'ammenda fino a lire cinquecentomila. Chiunque rinvenga un'arma o parti di essa e' tenuto ad effettuarne immediatamente il deposito presso lo ufficio locale di pubblica sicurezza o, in mancanza, presso il piu' vicino comando dei carabinieri che ne rilasciano apposita ricevuta. Chiunque rinvenga esplosivi di qualunque natura o venga a conoscenza di depositi o di rinvenimenti di esplosivi e' tenuto a darne immediata notizia all'ufficio locale di pubblica sicurezza o, in mancanza, al piu' vicino comando dei carabinieri. Salva l'applicazione delle sanzioni previste dalle vigenti disposizioni in materia di detenzione e porto illegale di armi o di esplosivi di qualunque natura, il contravventore e' punito con l'arresto fino a sei mesi e con l'ammenda fino a lire duecentomila. Con uno o piu' decreti del Ministro dell'interno, da adottarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione sono determinate le modalita' ed i termini di custodia delle armi e delle parti di cui al primo comma in relazione al numero di armi o parti di armi detenute, prevedendo anche sistemi di sicurezza elettronici o di difesa passiva, nonche' le modalita' ed i termini per assicurare, anche con modalita' telematiche, la tracciabilita' di tutte le armi, delle loro parti e delle munizioni, attraverso l'introduzione di meccanismi di semplificazione e snellimento degli adempimenti previsti.



Art. 20-bis Omessa custodia di armi.

Chiunque consegna a minori degli anni diciotto, che non siano in possesso della licenza dell'autorita', ovvero a persone anche parzialmente incapaci, a tossicodipendenti o a persone impedite nel maneggio, un'arma fra quelle indicate nel primo e secondo comma dell'articolo 2, munizioni o esplosivi diversi dai giocattoli pirici e' punito, salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, con l'arresto fino a due anni. Chiunque trascura di adoperare, nella custodia delle armi, munizioni ed esplosivi di cui al comma 1 le cautele necessarie per impedire che alcuna delle persone indicate nel medesimo comma 1 giunga ad impossessarsene agevolmente, e' punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda fino a lire due milioni.
Si applica la pena dell'ammenda da lire trecentomila a lire un milione quando il fatto di cui al primo comma e' commesso:
a) nei luoghi predisposti per il tiro, sempre che non si tratti dell'esercizio consentito di attivita' sportiva;
b) nei luoghi in cui puo' svolgersi l'attivita' venatoria.
Quando i fatti di cui ai commi precedenti riguardano le armi, le munizioni o gli esplosivi indicati nell'articolo 1 o armi clandestine, la pena e' della reclusione da uno a tre anni.

Art. 21. Distrazione o sottrazione di armi

Chiunque distrae dalla prevista destinazione, sottrae o comunque detiene le armi di cui agli articoli 1 e 2 al fine di sovvertire l'ordinamento dello Stato ovvero di mettere in pericolo la vita delle persone o la sicurezza della collettivita' mediante la commissione di attentati o comunque di uno dei reati previsti dal capo I, titolo VI, del libro II del codice penale o dagli articoli 284, 285, 286 e 306 dello stesso codice, e' punito con la reclusione da cinque a quindici anni.

Le armi e le munizioni devono essere detenute nel luogo indicato in denuncia (che non per forza è il luogo di residenza) usando criteri di massima diligenza perchè le stesse non possano essere rubate, usate o maneggiate anche da persone incapaci (bambini) presenti in casa. Si deve anche prevenire che le armi siano maneggiate da persone che non hanno abilitazione o licenza a farlo o che lo facciano senza la stretta sorveglianza del proprietario (es. la moglie, il fratello...ecc.). Ne le armi ne le munizioni possono essere lasciate incustodite in altro luogo al di fuori del luogo di detenzione. Le armi o le munizioni quindi non possono essere lasciate incustodite in auto, in garage, cantina, magazzino salvo che, di stretta appartenenza dell'abitazione garantiscano la stessa sicurezza.

Non si possono detenere più di:

n° 3 armi classificate comuni (non da caccia)
n° 6 armi classificate sportive
n° 8 armi antiche artistiche o rare (prodotte prima del 1890 - DM 14.4.1982 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 5 giugno 1982, n. 153)
n° illimitato di armi comuni per uso venatorio
n° 200 cartucce per arma corta
n° 1500 cartucce per uso venatorio
n° 5 Kg. di polvere per ricarica

la custodia del materiale citato, (Custodia delle armi art. 20 Legge 110/75), comprese armi, munizioni e polveri da sparo, da effettuare con la massima cura e diligenza ma NON impone casseforti o armadi blindati, speciali antifurti o accorgimenti costosi da applicare a porte e finestre, ne in caso di allontanamento del proprietario impone che le armi siano smontate o nascoste, ecc. Ogni detentore, nella propria abitazione provvederà a custodire diligentemente ogni cosa assicurandosi la massima attenzione nel farlo, si premurerà di chiudere porte e finestre in sua assenza e di rendere le armi difficilmente irraggiungibili da eventuali bambini presenti nella casa, ma altrettanto cercherà di far si che non siano rubate.

La diligente custodia delle armi è dovuta anche durante il trasporto e l'uso delle armi fuori dal luogo di detenzione.

Sentenza della Cassazione Sez. I, 3 febbraio 1997 n. 741

È ravvisabile il fatto di negligente custodia di arma (art. 20 L. 110/1975) nel comportamento di chi lasci armi, poi oggetto di furto, in una casa abitata saltuariamente, con strutture precarie e fatiscenti, avente porta ed infissi inefficienti, senza alcuna persona addetta ad un controllo almeno saltuario. E' opportuno che chi si sposta da un abitazione ad un altra, provveda ad assicurare la massima sicurezza nella custodia delle armi, nulla vieta di spostare le armi stesse ogni qualvolta si abbandoni un luogo per trasferirsi in un altro, comunicandolo alle Autorità preposte.

E' punibile chi lascia l'arma (nel caso un fucile da caccia) appoggiata nello sgabuzzino senza averlo chiuso a chiave, quando nella stessa abitazione è presente un bambino che può entrarne facilmente in possesso.

Legge 18 aprile 1975, n. 110

Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi.

(Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 21 aprile 1975, n. 105)

Articolo 10

Divieto di detenzione e raccolta di armi da guerra. Collezione di armi comuni da sparo.



A decorrere dall'entrata in vigore della presente legge, non possono rilasciarsi licenze per la detenzione o la raccolta di armi da guerra, o tipo guerra, o di parti di esse, o di munizioni da guerra. Le armi di cui sia stata autorizzata la detenzione o la raccolta ai sensi dell'art. 28 del T.U. delle leggi di pubblica sicurezza 18 giugno 1931, n. 773, anteriormente all'entrata in vigore della presente legge, possono essere trasferite soltanto per successione a causa di morte, per versamento ai competenti organi del Ministero della difesa, per cessione agli enti pubblici di cui al quinto comma ed ai soggetti muniti di autorizzazione per la fabbricazione di armi da guerra o tipo guerra o di munizioni da guerra ovvero per cessione, con l'osservanza delle norme vigenti per l'esportazione di tali armi, ad enti o persone residenti all'estero. L'erede, il privato o l'ente pubblico cui pervengano, in tutto o in parte, tali armi è tenuto a darne immediato avviso al Ministero dell'interno ed a chiedere il rilascio di apposita autorizzazione a conservarle. In quanto applicabili si osservano le disposizioni dei precedenti artt. 8 e 9.

Chiunque trasferisce le armi di cui all'articolo 28 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza per cause diverse da quelle indicate nel precedente comma è punito con la reclusione da due a sei anni e la multa da lire 400.000 a lire 4.000.000.

E' punito con l'ammenda fino a lire 200.000 chiunque, essendone obbligato, omette di dare l'avviso previsto nel secondo comma del presente articolo. Salva la normativa concernente la dotazione di armi alle Forze armate ed ai Corpi armati dello Stato, è consentita la detenzione e la raccolta delle armi e dei materiali indicati nel primo comma allo Stato e, nell'ambito delle loro competenze, agli enti pubblici in relazione all'esercizio di attività di carattere storico o culturale nonché ai soggetti muniti di autorizzazioni per la fabbricazione di armi da guerra o tipo guerra o di munizioni da guerra per esigenze di studio, di esperimento, di collaudo.

La detenzione di armi comuni da sparo per fini diversi da quelli previsti dall'articolo 31 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R.D. 18 giugno 1931, n. 773, è consentita nel numero di tre per le armi comuni da sparo e di sei per le armi di uso sportivo. Per le armi da caccia resta valido il disposto dell'articolo 37, comma 2, della legge 11 febbraio 1992, n. 157. La detenzione di armi comuni da sparo in misura superiore è subordinata al rilascio di apposita licenza di collezione da parte del questore, nel limite di un esemplare per ogni modello del catalogo nazionale; il limite di un esemplare per ogni modello non si applica ai fucili da caccia ad anima liscia ed alle repliche di armi ad avancarica.

Restano ferme le disposizioni del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza 18 giugno 1931, n. 773, per le armi antiche. Sono armi antiche quelle ad avancarica e quelle fabbricate anteriormente al 1890. Per le armi antiche, artistiche o rare di importanza storica di modelli anteriori al 1890 sarà disposto un apposito regolamento da emanarsi di concerto tra il Ministro per l'interno e il Ministro per i beni culturali entro sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge. Dette armi non si computano ai fini di cui al sesto comma. La richiesta della licenza al questore deve essere effettuata da parte di coloro che già detengono armi comuni da sparo in quantità superiori a quelle indicate nel sesto comma entro il termine di centottanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge. Per la raccolta e la collezione di armi di qualsiasi tipo è esclusa la detenzione del relativo munizionamento. Il divieto non si applica alle raccolte per ragioni di commercio e di industria. Chiunque non osserva gli obblighi o i divieti di cui al sesto, ottavo e nono comma è punito con la reclusione da uno a quattro anni e con la multa da lire 400.000 a lire 2.000.000.

Periodo così sostituito, prima, dall'art. 1, L. 25 marzo 1986, n. 85, poi modificato dall'art. 4, L. 21 febbraio 1990, n. 36, ancora sostituito dall'art. 12, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, ed infine così modificato dall'art. 9, L. 19 dicembre 1992, n. 489.
Comma così sostituito dall'art. 5, L. 16 luglio 1982, n. 452 (Gazz. Uff. 20 luglio 1982, n. 197)..
Articolo 26

È soggetto all'obbligo della denuncia, stabilito dall'art. 38 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza 18 giugno 1931, numero 773, chi, in possesso di armi regolarmente denunziate, detiene munizioni per armi comuni da sparo eccedenti la dotazione di 1000 cartucce a pallini per fucili da caccia.

La custodia delle armi e degli esplosivi deve essere assicurata con ogni diligenza nell'interesse della sicurezza pubblica.

domenica 20 settembre 2015

GUERRA E COSTI

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Un F117 Stealth Fighter costa 45 milioni di dollari. Basterebbero 22.000 euro per costruire una scuola in Burkina Faso dove il 76.1% della popolazione non ha accesso all’istruzione primaria.
839 miliardi di dollari: spesa militare mondiale nel 2001.
364.6 miliardi di dollari: spesa a bilancio per il 2003 negli Stati Uniti per la difesa.
379.9 miliardi di dollari: spesa a bilancio per il 2004 negli Stati Uniti per la difesa.
2.1 miliardi di dollari: costo di un bombardiere B2.
750 milioni di dollari: costo dei missili Tomahawk lanciati dagli USA dal 1991 ad oggi (Iraq, Bosnia, Sudan, Afghanistan).
(Fonti: ONU; Dipartimento della difesa USA; Raytheon; Le Monde)
La situazione in Italia:
19 miliardi di euro: spesa per la difesa nel 2002
1.15 miliardi di euro: il costo per l’acquisizione della nuova portaerei “Andrea Doria”.
1.75 miliardi di euro: il costo per l’industrializzazione e l’acquisizione di 56 elicotteri NH90 (modello compatibile con la portaerei).
900 milioni di euro: il costo per l’acquisizione di 16 elicotteri EH101 (modello compatibile con la portaerei).
(Fonti: Ministero della Difesa)

Che cosa si dovrebbe fare, per raggiungere gli obiettivi internazionali:
50 miliardi di dollari: spesa annuale stimata dall’ONU necessaria a conseguire gli obiettivi internazionali di sviluppo.
Di cui ad esempio:
10 miliardi di dollari: spesa annuale stimata dall’UNICEF per garantire l’accesso universale all’istruzione primaria.
7/10 miliardi di dollari: spesa annua necessaria stimata da UNAIDS per rispondere efficacemente all’epidemia dell’AIDS.
(Fonti: UNDP; UNAIDS; UNICEF)

Un esempio da un paese africano:
22mila euro: il costo per la costruzione di una scuola in Burkina Faso.
8mila euro: il costo per la costruzione di un pozzo in Burkina Faso.
Il 71% della popolazione del Burkina Faso non ha accesso all’acqua potabile.
Il 76.1% della popolazione del Burkina Faso non ha accesso all’istruzione primaria.

In base al decreto legge che rinnova il finanziamento della missione militare in Afghanistan, il contribuente italiano spenderà 308 milioni di euro.
Su base annua, salvo complicazioni, vuol dire che si spenderanno non meno di 600 milioni di euro.

All’inizio della missione (novembre 2001) la presenza dei nostri militari era giustificata dal concetto della “missione di pace” dietro al quale si è cercato di dissimulare l’aperta violazione della Costituzione italiana che all’art. 11 vieta alla nostra Repubblica la partecipazione alle guerre di aggressione.

Scegliendo di non andare in Afghanistan lo stato italiano avrebbe a disposizione una somma di denaro che potrebbe coprire quasi integralmente l’intero stanziamento annuale di un 5 per mille che in sostanza finanzia quasi tutto il settore non profit italiano, ricerca scientifica e medica comprese.

E’ perciò abbastanza semplice calcolare che per ogni ora il contribuente italiano spenderà almeno 70.900 euro per mantenere un contingente militare impiegato teoricamente in un’azione di pacificazione ma in realtà illegalmente in un’azione di guerra.
Dopo anni di guerra non hanno portato ad alcun risultato di stabilizzazione di un paese come l’Afghanistan. Al contrario lo hanno reso ancor più instabile e alla mercè di signori della guerra che si finanziano con la coltivazione del papavero da oppio se non addirittura il commercio dell’eroina.
Sarebbe perciò ora di cambiare registro. La cura verso la pace si può praticare per esempio con ospedali dove sono garantite cure gratuite per tutti i pazienti.
Se la guerra annienta la socialità dell’uomo, negli ospedali spesso rinasce attraverso il percorso che accomuna i pazienti, uniti da un’identica sofferenza.

E se si deve cambiare registro, potremmo partire dal fatto che il budget di spesa per un ospedale di Emergency in Afghanistan è di circa 1,8 milioni di euro/anno.
Per inciso, in Afghanistan, Emergency ha tre ospedali.
Facendo un conto banalissimo, si può concludere che sono sufficienti circa 26 ore di permanenza del nostro esercito in quel paese per raggiungere il budget annuale di un ospedale di Emergency.
Con poco più di tre giorni di permanenza militare italiana si coprono le spese di tre ospedali funzionanti, dotati di standard occidentali, una TAC in quello di Kabul, ciascuno dei quali ha un centinaio di posti letto e le foresterie per i parenti dei pazienti, sale di lettura e svago per i bambini e altre cosucce.
E dopo aver idealmente pagato gli ospedali di Emergency resterebbero così tante risorse che si potrebbe avviare un programma di rifondazione di uno stato sociale, all’interno del quale si potrebbero sostenere lo sviluppo della scuola, della cultura, della salute e altro ancora.



Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno speso almeno 1600 miliardi di dollari per la lotta contro il terrorismo, in Medio Oriente, Nord America e anche in Africa, ha rivelato un rapporto del Congresso ripreso dalla rivista francese Basta!. Con 350.000 persone uccise, il costo umano dell'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq è estremamente elevato. Di queste centinaia di miliardi di dollari ha beneficiato principalmente l'industria delle armi e società militari private. E con quali risultati, dal momento che il Medio Oriente continua a sprofondare nella guerra, il terrorismo e la povertà?

Una fattura di 1.600 miliardi di dollari. Dopo l'11 settembre 2001, è la somma astronomica che gli Stati Uniti hanno speso in tredici anni, per tutte le guerre che hanno condotto e principalmente in Afghanistan e in Iraq. Nel corso di un decennio, è quasi il doppio del costo dell' assicurazione sanitaria, la "Obamacare", di cui beneficiano quasi 20 milioni di americani (900 miliardi dollari in dieci anni). Ed è l'equivalente di quello che l'India e i suoi 1,2 miliardi di abitanti hanno prodotto in un anno (PIL). Tale importo non è stato svelato da una ONG anti-globalizzazione o un gruppo di pacifisti. Non è né più né meno che un organo del Parlamento degli Stati Uniti, il Congressional Research Service, che lo ha svelato in un rapporto intitolato "Il costo della guerra in Iraq, Afghanistan e della guerra globale contro il terrorismo dopo l'11 Settembre", pubblicato nel dicembre 2014.

Nonostante la grandezza della stima, diverse università considerano questi importi ancora troppo bassi. Il premio Nobel Joseph Stiglitz e Linda Bilmes sostengono in un libro ormai celebre, "La guerra da tre triliardi di dollari" , 3.000 miliardi di dollari! Dietro il costo finanziario, altri ricordano l'incapacità di valutare il costo umano. "Un resoconto completo dei costi della guerra potrebbe andare bene in un libro di conti. Ma dai civili feriti o sfollati dalla violenza, ai soldati morti e feriti, ai bambini che giocano su strade e campi puntellati di ordigni esplosivi improvvisati, nessun insieme di numeri può specificare il costo umano delle guerre in Iraq e in Afghanistan, o di come si sono diffuse negli Stati vicini e sono ritornate negli Stati Uniti , dice Neta Crawford, professore di scienze politiche presso la Boston University.

Neta Crawford co-conduce anche il progetto "Cost of War", una piattaforma di ricerca interdisciplinare. Il bilancio della piattaforma del costo delle guerre degli Stati Uniti è terrificante: 350.000 morti, tra cui 174.000 civili in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Neta Crawford stima che il costo finanziario complessivo si avvicini a 4400 miliardi di dollari. Perché questa differenza con le cifre del Congresso? In questa valutazione, Neta Crawford aggiunge 316 miliardi dollari in interessi che gli Stati Uniti hanno rimborsato ai loro creditori, dal momento che la maggior parte di questi fondi è stato preso in prestito. E include altri 1.000 miliardi dollari, il costo della copertura sanitaria "veterani".

A cosa sono serviti tutti questi miliardi? Se ci atteniamo al rapporto del Congresso: al supporto logistico delle basi nordamericane, alla manutenzione di armi, all'addestramento delle forze di sicurezza irachene e afgane, al costo delle ambasciate nordamericane, all'assistenza agli stati o agli sforzi di ricostruzione ... Tre importanti voci di bilancio: il prezzo dell'invasione dell'Iraq (815 miliardi di dollari), la guerra in Afghanistan (686 miliardi dollari) e le spese per la prevenzione del terrorismo - 108 miliardi di cui 27 miliardi per l'operazione Noble Eagle che assicura il monitoraggio costante dello spazio aereo statunitense e parte dello spazio aereo del Canada da parte di aerei da combattimento.

Tale importo da solo dimostra il gigantismo che caratterizza il complesso militare-industriale nordamericano. Si noti che questi fondi non si sovrappongano al bilancio per la difesa degli Stati Uniti. Il Pentagono ha un bilancio separato di 550 miliardi dollari. Da soli, gli Stati Uniti coprono quasi il 40% della spesa militare nel mondo, per il 5% della popolazione mondiale! Che li mette molto più avanti di tutti i suoi rivali.

Questo bilancio non tiene conto delle recenti operazioni contro "Stato islamico" . Non include le spese per le operazioni segrete della CIA in Afghanistan, Pakistan, Yemen e altrove, come il Sahel, dove l'amministrazione di George W. Bush ha lanciato la "Trans-Sahel Counterrorism Initiative". Un'iniziativa di 500 milioni di dollari che unisce gli stati del Sahel e la Nigeria e il Ghana nel combattere il terrorismo. Con l'emergere di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) in Mali e l'ascesa di Boko Haram in Nigeria, questa iniziativa non ha davvero dato i suoi frutti.

Queste enormi somme hanno comunque fatto felice qualcuno: il complesso militare-industriale. Queste società sono le prime ad averne beneficiato. Con un fatturato di oltre 45 miliardi, Lockheed Martin, una delle multinazionali delle armi più importante del mondo ha venduto tutto, dai veicoli blindati, agli aerei da combattimento e trasporto ai missili Patriot o Hellfire ... E non solo negli Stati Uniti ma anche ad Iraq, Afghanistan, Israele. Boeing - che costruisce sia aerei di linea, che missili - e Raytheon, Northrop Grumman, General Dynamics hanno anche loro beneficiato di questo decennio di guerre. Queste cinque società rappresentano più di un terzo dei fornitori dell'esercito statunitense.




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venerdì 3 luglio 2015

LA GUERRA BIANCA DELL'ADAMELLO

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Nel 1915 il Comando locale italiano, per cercare di rimediare in qualche modo all'inferiorità tattica italiana sul Tonale, progettò un attacco contro le posizioni austriache nella conca di Presena, nell'intento di scacciare gli austriaci da tale zona e riprendere così il controllo dei Monticelli e della sottostante piana del Tonale. L'attacco, che ebbe luogo il 9 giugno 1915, dimostrò l'impreparazione dei nostri strateghi. Si improvvisò un piano d'attacco senza prendere accordi con le artiglierie, il cui appoggio venne erroneamente ritenuto inutile. Quando gli Alpini si presentarono all'imboccatura del Passo Maroccaro, nell'intento di prendere alle spalle le posizioni austriache di Conca Presena e di Passo Paradiso, si imbatterono in un'accanita resistenza da parte di queste truppe, le quali non soltanto tennero validamente testa agli attaccanti ma, con l'appoggio delle artigliere del forte Saccarana di Vermiglio, li costrinsero a ritirarsi.
Le perdite italiane furono assai gravi: 52 caduti fra cui 4 ufficiali, e 87 feriti di cui 3 ufficiali.
Sino a quel momento i combattimenti erano stati abbastanza marginali e circoscritti in direzione del Tonale, ma il 15 luglio 1915 si ebbe un improvviso attacco austriaco, attraverso la vedretta del Mandrone, in direzione del Rifugio Garibaldi, che apri una nuova ed imprevedibile fase di lotta sul ghiacciaio.

Il 12 aprile 1916 venne conquistata la dorsale rocciosa Monte Fumo-Dosson di Genova-Cresta Croce-Lobbia Alta. Il 29 aprile 1916 ebbe inizio la seconda fase della nostra offensiva che portò gli Alpini ad aggredire la ben più munita linea di resistenza austriaca sul margine orientale del ghiacciaio. In alcuni punti gli obiettivi furono raggiunti e consolidati, ma al centro dello schieramento, nei punti maggiormente difesi, gli austriaci si difesero strenuamente e respinsero ogni nostro attacco. La battaglia divenne in breve una tragica e inutile carneficina per i nostri reparti sciatori in tuta mimetica e per le due compagnie del battaglione "Val d'Intelvi" che furono lanciate all'assalto, in divisa grigioverde, sull'immacolato candore del ghiacciaio.

Il 1917 fu un anno di relativa calma sul fronte dell'Adamello, ad eccezione del periodo in cui si svolsero le operazioni che portarono gli alpini alla conquista del Corno di Cavento (m. 3402), l'importante caposaldo avanzato austriaco che costituiva una seria minaccia per l'ala destra del nostro schieramento. Da queste posizioni, esattamente un anno dopo, reparti d'assalto austriaci ripartirono alla riconquista del Corno di Cavento, che effettuarono mediante lo scavo di una galleria nel ghiacciaio e un violento assalto contro la compagnia alpina che difendeva l'avamposto sulla vetta e il "trincerone" sul lato del ghiacciaio.

Il 1918 fu un anno di prove durissime e di combattimenti sanguinosi per le truppe dell'Adamello: in maggio venne finalmente portato a termine un attacco combinato in direzione della Conca di Presena e dei Monticelli per rafforzare le nostre linee sul Passo del Tonale. In questa azione, la più impegnativa e complessa di tutta la "guerra bianca", vennero impegnati numerosi battaglioni nonché compagnie di mitraglieri e bombardieri, batterie d'artiglieria d'ogni calibro, reparti del genio e servizi d'ogni genere. Dopo accaniti combattimenti, il successo arrise alle truppe italiane, anche se non riuscirono del tutto a scacciare gli Austriaci dalle ultime propaggini dei Monticelli.
Il 1° novembre 1918, quando ormai si era già delineata la nostra vittoria sul Monte Grappa e sul Piave, gli alpini dell'Adamello sferrarono l'assalto decisivo contro le ancora temibili fortificazioni del Tonale, aprendo la via verso il Passo della Mendola in modo da tagliare le vie di ritirata all'esercito sconfitto. Sulle tormentate distese di roccia e di ghiaccio, dopo tre anni e mezzo di durissima guerra, tornavano il silenzio e la pace.
Il ricordo di queste vicende resta memorabile nella storia militare per il fatto che gli alpini e i loro avversari, costituiti per la prima volta in grandi unità organiche di sciatori e di rocciatori, affrontarono le incognite del ghiacciaio, combattendo ad altezze inaudite e in condizioni climatiche spaventose.

I problemi più gravi che dovettero affrontare gli eserciti impegnati nella Guerra Bianca furono quelli legati all'impervietà del terreno ed alle condizioni climatiche estreme. Le montagne dei tre gruppi montuosi sono infatti assai elevate (con quote mediamente superiori ai 2000 metri, fino ai 3.905 metri s.l.m. della vetta dell'Ortles) e difficili da percorrere: tanto più ci si allontanava dai fondo valle tanto più per i trasporti fu necessario ricorrere agli animali da soma ed alle spalle degli uomini, anche per i pesantissimi carichi dei materiali d'artiglieria. Solo col procedere del conflitto negli anni si realizzò una fitta rete di strade, mulattiere e sentieri, tale da raggiungere gli avamposti nei luoghi più impervi; negli ultimi due anni di guerra fu infine sistematizzato l'uso delle teleferiche, ma la stessa realizzazione di queste infrastrutture, strade e teleferiche, fu forse l'impresa della Guerra Bianca che richiese più energie e sacrifici. In alta montagna le escursioni termiche sono notevoli e, al di sopra dei 2500 metri sono normali anche d'estate temperature al di sotto dello zero. D'inverno poi il termometro scende anche diverse decine di gradi, e, negli anni del conflitto si registrarono spesso temperature inferiori ai 35 °C sotto lo zero. Il clima muta in tempi rapidi e le tormente sono all'ordine del giorno, non solo nei mesi più freddi. Infine gli inverni del 1916 e del 1917 furono fra i più nevosi del secolo, con precipitazioni totali registrate superiori ai 16 metri. Questo rese oltremodo difficile la permanenza delle truppe in alta quota obbligando gli uomini a continui lavori di scavo e di sgombero della neve; ma soprattutto la grande quantità di neve caduta aumentò spaventosamente il rischio di valanghe, falcidiando pesantemente le corvèe di entrambi gli schieramenti.



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