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martedì 9 febbraio 2016

SANT'APOLLONIA




“Per Sant’Apollonia il caldo e il freddo bisticciano”. Per cui per la giornata il proverbio ci fornisce un’immagine divertente dove il caldo ed il freddo, quasi personificati, pare s’azzuffino per stabilire chi dei due si debba imporre. Ciò nonostante non capiamo ancora se Sant’Apollonia porterà l’inizio della bella stagione: per il momento il caldo ed il freddo si contendono il primato e di fatto, in questi giorni, pare proprio essere così… .

Apollonia (Alessandria d'Egitto, 249 circa) è stata una martire cristiana, venerata dalla Chiesa cattolica come santa.

La tradizione vuole che le furono cavati i denti di bocca e per questo viene considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici. La memoria liturgica viene festeggiata il 9 febbraio.
La storia del martirio di Apollonia ci è giunta tramite il racconto da Eusebio di Cesarea (265-340), il quale riporta un brano della lettera del vescovo Dionigi di Alessandria († 265), indirizzata a Fabio di Antiochia, in cui si narrano gli avvenimenti dei quali era stato testimone. Tra il 248 ed il 249 in Alessandria d'Egitto scoppiò una sommossa popolare contro i cristiani, eccitata da un indovino pagano. Apollonia, un'anziana donna cristiana non sposata che aveva aiutato i cristiani e fatto opera di apostolato, venne catturata tra gli altri e venne percossa al punto di farle cadere i denti. Secondo la tradizione popolare le furono divelti i denti con le tenaglie. Venne poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva se non avesse pronunciato delle bestemmie. Riuscita a liberarsi con un'astuzia dalle mani della plebe, si lanciò da sé tra le fiamme, dove morì, ritenendo senza dubbio che il suicidio non costituisse una colpa in quella situazione, temendo che le venisse violata la castità con lo stupro o che ulteriori torture prima del rogo le avrebbero fatto vacillare la fede. Il corpo della martire, secondo alcuni racconti, sarebbe stato ridotto in cenere. Alcune fonti dicono che morì durante il regno di Filippo l'Arabo, il presunto imperatore cristiano: se ciò è vero, Apollonia morì non dopo la primavera del 249.



Una Passio latina, invece, trasferisce questo martirio in Roma, durante il governo dell'imperatore Giuliano: ciò lo posticipa almeno al 331, ben ottantadue anni dopo.

Papa Pio VI, volendo mettere ordine nel culto delle reliquie, fece raccogliere in tutta Italia presunti denti di santa Apollonia, riempiendo uno scrigno di tre chili di peso buttato successivamente nel Tevere.

La sua festa si celebra sin dall'antichità il 9 febbraio.

A causa della tradizione secondo la quale le furono estirpati i denti, santa Apollonia è raffigurata nell'iconografia come una giovane vergine che tiene in mano una tenaglia che stringe un dente.

È stata tale la devozione per la santa martire Apollonia, protettrice dei denti e delle relative malattie, che dal Medioevo in poi si moltiplicarono i suoi denti-reliquie miracolosi, venerati dai fedeli e custoditi nelle chiese e oratori sacri dell’Occidente; al punto che papa Pio VI (1775-1799), che era molto rigido su queste forme di culto, fece raccogliere tutti quei denti che si veneravano in Italia, raccolti in un bauletto e pesanti circa tre kg e li fece buttare nel Tevere.


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venerdì 3 luglio 2015

LA GUERRA BIANCA DELL'ADAMELLO

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Nel 1915 il Comando locale italiano, per cercare di rimediare in qualche modo all'inferiorità tattica italiana sul Tonale, progettò un attacco contro le posizioni austriache nella conca di Presena, nell'intento di scacciare gli austriaci da tale zona e riprendere così il controllo dei Monticelli e della sottostante piana del Tonale. L'attacco, che ebbe luogo il 9 giugno 1915, dimostrò l'impreparazione dei nostri strateghi. Si improvvisò un piano d'attacco senza prendere accordi con le artiglierie, il cui appoggio venne erroneamente ritenuto inutile. Quando gli Alpini si presentarono all'imboccatura del Passo Maroccaro, nell'intento di prendere alle spalle le posizioni austriache di Conca Presena e di Passo Paradiso, si imbatterono in un'accanita resistenza da parte di queste truppe, le quali non soltanto tennero validamente testa agli attaccanti ma, con l'appoggio delle artigliere del forte Saccarana di Vermiglio, li costrinsero a ritirarsi.
Le perdite italiane furono assai gravi: 52 caduti fra cui 4 ufficiali, e 87 feriti di cui 3 ufficiali.
Sino a quel momento i combattimenti erano stati abbastanza marginali e circoscritti in direzione del Tonale, ma il 15 luglio 1915 si ebbe un improvviso attacco austriaco, attraverso la vedretta del Mandrone, in direzione del Rifugio Garibaldi, che apri una nuova ed imprevedibile fase di lotta sul ghiacciaio.

Il 12 aprile 1916 venne conquistata la dorsale rocciosa Monte Fumo-Dosson di Genova-Cresta Croce-Lobbia Alta. Il 29 aprile 1916 ebbe inizio la seconda fase della nostra offensiva che portò gli Alpini ad aggredire la ben più munita linea di resistenza austriaca sul margine orientale del ghiacciaio. In alcuni punti gli obiettivi furono raggiunti e consolidati, ma al centro dello schieramento, nei punti maggiormente difesi, gli austriaci si difesero strenuamente e respinsero ogni nostro attacco. La battaglia divenne in breve una tragica e inutile carneficina per i nostri reparti sciatori in tuta mimetica e per le due compagnie del battaglione "Val d'Intelvi" che furono lanciate all'assalto, in divisa grigioverde, sull'immacolato candore del ghiacciaio.

Il 1917 fu un anno di relativa calma sul fronte dell'Adamello, ad eccezione del periodo in cui si svolsero le operazioni che portarono gli alpini alla conquista del Corno di Cavento (m. 3402), l'importante caposaldo avanzato austriaco che costituiva una seria minaccia per l'ala destra del nostro schieramento. Da queste posizioni, esattamente un anno dopo, reparti d'assalto austriaci ripartirono alla riconquista del Corno di Cavento, che effettuarono mediante lo scavo di una galleria nel ghiacciaio e un violento assalto contro la compagnia alpina che difendeva l'avamposto sulla vetta e il "trincerone" sul lato del ghiacciaio.

Il 1918 fu un anno di prove durissime e di combattimenti sanguinosi per le truppe dell'Adamello: in maggio venne finalmente portato a termine un attacco combinato in direzione della Conca di Presena e dei Monticelli per rafforzare le nostre linee sul Passo del Tonale. In questa azione, la più impegnativa e complessa di tutta la "guerra bianca", vennero impegnati numerosi battaglioni nonché compagnie di mitraglieri e bombardieri, batterie d'artiglieria d'ogni calibro, reparti del genio e servizi d'ogni genere. Dopo accaniti combattimenti, il successo arrise alle truppe italiane, anche se non riuscirono del tutto a scacciare gli Austriaci dalle ultime propaggini dei Monticelli.
Il 1° novembre 1918, quando ormai si era già delineata la nostra vittoria sul Monte Grappa e sul Piave, gli alpini dell'Adamello sferrarono l'assalto decisivo contro le ancora temibili fortificazioni del Tonale, aprendo la via verso il Passo della Mendola in modo da tagliare le vie di ritirata all'esercito sconfitto. Sulle tormentate distese di roccia e di ghiaccio, dopo tre anni e mezzo di durissima guerra, tornavano il silenzio e la pace.
Il ricordo di queste vicende resta memorabile nella storia militare per il fatto che gli alpini e i loro avversari, costituiti per la prima volta in grandi unità organiche di sciatori e di rocciatori, affrontarono le incognite del ghiacciaio, combattendo ad altezze inaudite e in condizioni climatiche spaventose.

I problemi più gravi che dovettero affrontare gli eserciti impegnati nella Guerra Bianca furono quelli legati all'impervietà del terreno ed alle condizioni climatiche estreme. Le montagne dei tre gruppi montuosi sono infatti assai elevate (con quote mediamente superiori ai 2000 metri, fino ai 3.905 metri s.l.m. della vetta dell'Ortles) e difficili da percorrere: tanto più ci si allontanava dai fondo valle tanto più per i trasporti fu necessario ricorrere agli animali da soma ed alle spalle degli uomini, anche per i pesantissimi carichi dei materiali d'artiglieria. Solo col procedere del conflitto negli anni si realizzò una fitta rete di strade, mulattiere e sentieri, tale da raggiungere gli avamposti nei luoghi più impervi; negli ultimi due anni di guerra fu infine sistematizzato l'uso delle teleferiche, ma la stessa realizzazione di queste infrastrutture, strade e teleferiche, fu forse l'impresa della Guerra Bianca che richiese più energie e sacrifici. In alta montagna le escursioni termiche sono notevoli e, al di sopra dei 2500 metri sono normali anche d'estate temperature al di sotto dello zero. D'inverno poi il termometro scende anche diverse decine di gradi, e, negli anni del conflitto si registrarono spesso temperature inferiori ai 35 °C sotto lo zero. Il clima muta in tempi rapidi e le tormente sono all'ordine del giorno, non solo nei mesi più freddi. Infine gli inverni del 1916 e del 1917 furono fra i più nevosi del secolo, con precipitazioni totali registrate superiori ai 16 metri. Questo rese oltremodo difficile la permanenza delle truppe in alta quota obbligando gli uomini a continui lavori di scavo e di sgombero della neve; ma soprattutto la grande quantità di neve caduta aumentò spaventosamente il rischio di valanghe, falcidiando pesantemente le corvèe di entrambi gli schieramenti.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/il-museo-della-guerra-bianca-temu.html






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venerdì 8 maggio 2015

LA GLACIAZIONE WURMIANA

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Le cause che durante un Era glaciale spingono il clima terrestre ad avere cicli di avanzamento e scioglimento dei ghiacci non sono ancora chiare e sono ancora oggetto di studio, ma hanno sicuramente un ruolo chiave i cambiamenti periodici dell'orbita terrestre intorno al Sole noti come cicli di Milanković, le variazioni dell'attività solare, le eruzioni vulcaniche e l'eventuale impatto di meteoriti. Ecco qualcuna di queste ipotesi.

Le variazioni periodiche dell'eccentricità dell'orbita della Terra, dell'inclinazione dell' asse come pure la sua precessione, fenomeni noti nel loro complesso come cicli di Milanković, non sembrano poter essere identificati come fattori scatenanti di una Era Glaciale, quanto piuttosto in grado di influenzare notevolmente il susseguirsi dei periodi glaciali e soprattutto degli interglaciali all'interno di una singola Era glaciale.
L'ipotesi è che le glaciazioni siano legate ai cicli astronomici relativi alla forma dell'orbita terrestre, all'inclinazione e all'orientamento dell'asse terrestre. In particolare la forma dell'orbita terrestre varia in un periodo di 100 000 anni (lo stesso intervallo esistente fra due glaciazioni successive) da un ellisse a un cerchio, modificando la distanza Terra-Sole. L'inclinazione dell' asse terrestre, che varia con un periodo di 41 000 anni, influisce sull'intensità delle stagioni, per cui maggiore è il valore dell'inclinazione più calde sono le estati e più freddi gli inverni. L'orientamento dell'asse, invece, cambia con un periodo di 23 000 anni, determinando la precessione degli equinozi, il fenomeno per cui in un emisfero si sposta il punto dell'orbita in cui cade l'estate, da più vicino a più lontano rispetto al Sole e viceversa. Sembra però che oltre a queste cause astronomiche concorrano altri fattori, che includono le correnti oceaniche e la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera.

L'emissione della radiazione solare, conseguenza dell'attività solare, non ha un andamento costante nel tempo, ma segue dei cicli principali di undici anni. In aggiunta a questo andamento naturale vi è la variazione del numero e della quantità delle macchie solari, la cui attività ha un influsso diretto sulla quantità di radiazione inviata verso la terra e di conseguenza sulla temperatura della superficie terrestre.
Tali variazioni da sole non sono in grado di dare l'avvio ad una glaciazione, ma possono dare un contributo alla sua intensità e durata quando sono in coincidenza con alcune delle altre possibili cause già evidenziate.

Recenti studi su una delle ultime glaciazioni, avvenuta circa 74.000 anni fa, ipotizzano un'altra teoria sulle possibili cause di una glaciazione. È possibile, infatti, che un'intensa attività vulcanica o anche una pioggia di meteoriti abbiano innalzato una coltre di gas e polveri in grado di respingere molti dei raggi solari, abbassando così la temperatura.
La presenza di ceneri finissime nell'atmosfera dovute ad importanti eruzioni vulcaniche ridurrebbero drasticamente le radiazioni solari. Tuttavia, per quanto possano essere state intense le eruzioni, non sembra che abbiano interessato l'intera atmosfera, perciò resta difficile spiegare il fatto che le grandi glaciazioni si siano avute contemporaneamente in tutto il pianeta.

Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che tra Sole e Terra si siano interposte delle nebulose di tale densità da ridurre l'intensità delle radiazioni, con conseguenti abbassamenti delle temperature. Con tali ipotesi si spiegherebbe la contemporaneità delle glaciazioni in tutto il globo e la loro non periodicità nel manifestarsi. Purtroppo non vi è modo di dimostrare che il fenomeno sia effettivamente accaduto più volte nella vita della Terra.

La forma e la disposizione dei continenti influenzano le correnti marine e la circolazione delle masse d’aria, a loro volta responsabili degli scambi del calore su tutto il pianeta. La tettonica delle placche, quindi, esercita un ruolo importantissimo nell’innescare modificazioni climatiche. Le glaciazioni quaternarie, in particolare, secondo le più recenti teorie sarebbero state innescate dalla separazione dei continenti, in particolare dal distacco dell’Antartide, e dalla conseguente stabilizzazione della corrente circumantartica, che impedisce scambi di calore con le più calde zone equatoriali e tropicali.

Le ipotesi sono tante e di diversa natura, ma nessuna soddisfa alla domanda sui motivi che hanno regolato l'esistenza delle varie glaciazioni.
Probabilmente, come in tanti campi della fisica terrestre inclusa la meteorologia, le cause potrebbero essere diverse e interdipendenti. Il sapere il perché di tanti fenomeni permetterebbe anche di formulare delle previsioni a medio e lungo termine, cominciando dalla meteorologia, che non ci consente, nonostante il monitoraggio continuo di tanti decenni, di far delle previsioni oltre i tre giorni.

Ormai da qualche anno c’è un dibattito sui cambiamenti climatici. Alcuni propendono per un riscaldamento dovuto a cause antropiche, altri pensano invece che ci si stia avviando verso un raffreddamento del clima come già avvenuto storicamente durante il periodo conosciuto come Piccola Era Glaciale (PEG), supportati dal fatto che ora come allora i cicli solari erano estremamente deboli. In effetti da più di diciassette anni il clima non si sta riscaldando ed anzi ci sono segni che la temperatura stia scendendo e ci stiamo avviando verso un raffreddamento la cui durata non è quantificabile ne come calo delle temperature ne come lunghezza temporale. Sappiamo però che sia le piccole che le grandi ere glaciali iniziano nella stessa maniera, con un aumento delle precipitazioni ed un progressivo calo delle temperature.

Per cercare di capire quale potrebbe essere il futuro dell’umanità è importante vedere cosa è accaduto nel passato. È indispensabile rifarsi alla PEG per valutare i fenomeni che si sono manifestati durante il suo avvio ed il suo svolgersi ma in questo caso parlerò di quello che accadde durante l’Era Glaciale che ci ha preceduto e che ha visto l’affermarsi dell’uomo moderno a scapito dell’uomo di Neanderthal. Tutto questo è avvenuto durante l’ultima glaciazione che per noi Europei continentali è conosciuta come glaciale di Würm.

Il tutto cominciò circa 100 mila anni fa alla fine dell’interglaciale Riss-Würm (Riss è il glaciale precedente) un interglaciale più caldo di quello che stiamo vivendo con una fauna da clima temperato caldo. Poi rapidamente iniziò un raffreddamento assolutamente comparabile a quello che avvenne all’inizio della PEG. Un aumento delle precipitazioni e un progressivo calo delle temperature. Questo portò ad un aumento dei ghiacciai alpini ed a un leggero spostamento verso quote più basse della vegetazione e della fauna.
All’inizio, il calo delle temperature fu probabilmente di un paio di gradi. Tutto questo avvenne in cicli successivi come quelli storici dei minimi conosciuti di Wolf-Sporer-Maunder-Dalton alternati da riscaldamenti che però erano successivamente sempre più deboli ed avviando il clima verso un raffreddamento progressivo.
Questa fase si protrasse per migliaia di anni con un calo delle temperature di circa 4° rispetto alle temperature medie moderne ma di circa 6° rispetto all’interglaciale precedente.
A tutto questo contribuì un sicuro calo dell’attività solare con un aumento dei raggi cosmici che oltre ad aumentare la nuvolosità provocarono l’incremento delle precipitazioni sempre più spesso nevose e di conseguenza ad un effetto albedo in continuo aumento.
Il tutto è dimostrato da elementi come l’Ossigeno 18 il ed il berillio 10 ritrovati nelle calotte di ghiaccio prelevate in profondità dai ghiacciai Groenlandesi e Antartici. Si sa infatti che sono i raggi cosmici a formare questi elementi.
Orbene la glaciazione progredì tra alti e bassi ancora per migliaia di anni con un continuo incremento delle masse glaciali ed uno spostamento della calotta artica molto più a sud conglomerando nella banchisa Islanda, Scozia, Norvegia e spingendosi complessivamente più a sud di oltre mille Km.

La prima fase del Würm vide come unico elemento umano in Europa l’uomo di Neanderthal un nostro stretto parente.
Era più basso di noi molto robusto e tutt’altro che stupido. Si era progressivamente adattato al clima freddo dell’era glaciale già dalla glaciazione precedente assumendo un fisico compatto che diminuisce la dispersione del calore corporeo, un naso estremamente voluminoso atto a scaldare l’aria prima che questa giungesse ai polmoni.
Era un cacciatore abilissimo che cacciava con lance robuste munite di punte in selce non tanto gettandole ma spingendole nel corpo della selvaggina. Dalle fratture riscontrate sui resti scheletrici del Neanderthal si è notato che corrispondono alle fratture dei cowboy che praticano il rodeo e questo fa pensare che il contatto uomo selvatico fosse molto ravvicinato ed estremamente violento.
Nel frattempo l’uomo moderno era uscito dall’Africa e si stava espandendo in medio oriente e successivamente in Asia. Ma circa 75.000 anni fa accadde un fatto che portò l’uomo sull’orlo dell’estinzione.
Sull’isola di Sumatra si ebbe una super eruzione di un vulcano conosciuto come Toba.
La quantità di cenere e gas sulfurei fu cosi grande che provocò un raffreddamento climatico con l’aggravio di piogge acide durato decenni. Si valuta che l’uomo (sia il Neanderthal, sia il moderno) si sia veramente avvicinato al rischio di estinzione (forse non c’erano più di 10.000 individui in tutto il mondo).
Da qui partì la fase glaciale più acuta.
Le temperature scesero ancora di un altro paio di gradi, i ghiacciai alpini si espansero fino a giungere in pianura Padana e le riprese della temperatura furono limitatissime.
Gli oceani si abbassarono di un ottantina di metri. Si passava a piedi la Manica e lo stretto di Messina, l’Adriatico finiva all’altezza del Molise.
Gli uomini di Neanderthal dovettero spostarsi nel sud della Francia, in Spagna ed in Italia meridionale ma anche sulle coste Liguri. Probabilmente si trattava di poche migliaia di individui. L’ambiente offriva del resto limitatissime risorse, pochissima fauna e la vegetazione anche in Italia era quella che si trova ora nella taiga siberiana.
Il nord Italia in quel periodo veniva frequentato solamente nel periodo estivo ma le fasi di spostamento potevano avvenire solamente in primavera verso nord ed in autunno verso sud in modo che gli immensi acquitrini che si trovavano in val Padana fossero gelati e permettessero il transito dei gruppi di cacciatori. Questo lo si è appurato dallo sviluppo dei denti degli erbivori giovani cacciati, che riportano con esattezza la cattura all’estate ed all’inizio dell’autunno.
Le Alpi ma anche gli Appennini erano, sopra i 300-400 metri di quota, delle praterie alpine con radi alberi di mugo e salici. La fascia collinare era costituita da pinete, abetaie e faggete mentre la pianura Padana era come dicevo una palude alternata da foreste di leccio e betulla.
La fauna di conseguenza si era spostata molto in basso. Le marmotte, il campagnolo delle nevi, il gallo forcello, nonché stambecchi e camosci vivevano sulle prime pendici collinari. Il limite delle nevi perenni era sui 1400mt di quota (ora è sui 3400 mt).
Questo accadeva anche sull’Appennino anche se un poco più in alto di quota.
Da ricerche fatte sul cromosoma Y umano si è appurato che circa 45 mila anni fa l’uomo moderno già esistente in Asia centrale, si era spostato verso l’Europa.
Scelse per farlo un periodo un po’ meno freddo conosciuto come interstadiale di Gottweig (ma ai nostri standard pur sempre freddissimo), attraverso le pianure Russe ed est Europee.
In Italia giunse circa 40 mila anni fa (uno dei primissimi siti Europei si trova a Fumane in provincia di Verona). Portò con se l’arte figurativa, armi molto più efficienti, come la zagaglia, le punte di lancia in corno, un industria litica molto più razionale ed avanzata che sfruttava meglio la selce e soprattutto il getta lancia o propulsore. Un attrezzo a cui veniva agganciata l’estremità posteriore della lancia ed allungando il braccio consentiva di ottenere velocità e gittata maggiori che lo ponevano in netto vantaggio rispetto al cugino Neanderthal.
Ci vollero circa 10 mila anni perché prevalesse sul suo parente meno evoluto. Non sappiamo se ottenne la sua supremazia solo con una miglior tecnologia ed una miglior capacita intellettiva ma fatto è che si trovò senza concorrenti ad affrontare la fase più acuta in assoluto della glaciazione di Würm.
Infatti circa 25-26 mila anni fa le temperature scesero ulteriormente oltre 10 gradi in meno di quelle attuali. Durante l’inverno il catino padano che si estendeva quasi fino al Gargano poteva arrivare a superare i 40° gradi sotto zero. Gli oceani ed i mari si abbassarono di oltre 100 mt. Le calotte si spinsero verso l’equatore di migliaia di Km giungendo quella artica fino alla Bretagna e in America fino a New York.
Sulle Alpi si instaurò un campo di alte pressioni semipermanente ed il clima per la scarsissima evaporazione (dovuta alle basse temperature, alle superfici ghiacciate, alla ridotta superficie degli oceani) divenne estremamente arido.
Dalle pianure Asiatiche giungevano venti freddissimi ed asciutti che depositavano un pulviscolo di terriccio(il Loess) su tutta l’Europa.

Circa 15 mila anni fa il clima cominciò a riscaldarsi e lo fece molto rapidamente. I ghiacciai alpini si sciolsero e con impressionante velocità facendo aumentare la portata dei fiumi a livelli di decine di volte oltre la portata attuale. Questo interstadiale viene chiamato di Allerod. La pianura Padana ed altre pianure costiere aggiunsero decine di metri in spessore ai depositi preesistenti.

Ma non era ancora finita: circa 12 mila anni fa giunse un nuovo rapidissimo raffreddamento.

Le temperature scesero di 5-6 gradi e i ghiacciai ripresero vigore e le conseguenze furono gravissime sia per la fauna, sia per l’uomo.
Questo periodo è conosciuto come Dryas “recente” (Younger Dryas) e durò solo mille anni, pochi sul metro geologico ma tantissimi per chi dovette viverli.
Si estinse così la grande fauna e l’uomo si ridusse in numero.

Poi tutto fini, le temperature si ripresero, finì il paleolitico ed iniziò l’Olocene, ci avviammo verso l’agricoltura e verso le grandi scoperte che portarono l’uomo incontro alla civiltà.

Sono passati quasi 11 mila anni da allora, il tempo medio di durata di un interglaciale (caldo).

La glaciazione Würm rappresenta l'effetto prodotto dall'ultima glaciazione su una zona specifica come le Alpi, ma per convenzione essa viene estesa anche a livello globale come l'equivalente di ultimo periodo glaciale, il più recente periodo glaciale compreso nell'attuale era glaciale, avvenuto nel Pleistocene, iniziato circa 110.000 anni fa e terminato circa 9.600 - 9.700 a.C. Durante questo periodo ci furono molti mutamenti tra l'avanzamento e l'arretramento dei ghiacciai. La massima estensione della glaciazione avvenne approssimativamente 18.000 anni fa. Mentre il modello generale di raffreddamento globale e l'avanzamento dei ghiacciai fu simile, le differenze locali nello sviluppo dell'avanzamento e arretramento rendono difficile confrontare i dettagli da continente a continente.

L'ultimo periodo glaciale viene talvolta colloquialmente indicato come "ultima era glaciale", sebbene questo uso sia inesatto perché un'era glaciale è un lasso di tempo molto più lungo di temperature fredde in cui i ghiacciai continentali coprono vaste zone della Terra, come la regione antartica. I periodi glaciali invece, si riferiscono a fasi più fredde all'interno di un'era glaciale separati da periodi interglaciali. Perciò, la fine dell'ultimo periodo glaciale non rappresenta necessariamente la fine dell'ultima era glaciale.
La fine dell'ultimo periodo glaciale avvenne circa 12.500 anni fa, mentre la fine dell'ultima era glaciale potrebbe non essere ancora avvenuta: piccole prove indicano un arresto del ciclo glaciale-interglaciale degli ultimi milioni di anni.

L'ultimo periodo glaciale è la parte più conosciuta dell'attuale era glaciale, ed è stato intensivamente studiato nel Nord America, Eurasia settentrionale, Himalaya e in altre regioni che in passato erano ghiacciate.

La glaciazione Würm (o glaciazione di Würm o del Würm) prende il nome dal fiume Würm delle zone alpine della Baviera (Germania), che segna approssimativamente l'avanzamento massimo del ghiacciaio in questo periodo glaciale particolare.

La glaciazione venne così chiamata da A. Penck ed E. Brückner (1901-1909), dal nome di un affluente del Danubio, come le glaciazioni alpine precedenti (Riss, Mindel, Günz e Danubio stessa).

All'inizio del XIX secolo, le Alpi sono state la zona dove venne condotta da Louis Agassiz la prima sistematica ricerca scientifica sulle ere glaciali. Qui fu intensivamente studiata la glaciazione Würm dell'ultimo periodo glaciale. La Palinologia, cioè l'analisi statistica dei pollini di piante fossilizzate trovati nei depositi geologici, fornisce la cronistoria dei mutamenti drammatici nell'ambiente europeo durante la glaciazione Würm. Al suo culmine, circa 24.000–10.000 anni fa, la maggior parte dell'Europa occidentale e centrale e l'Eurasia era una steppa-tundra aperta, mentre le Alpi presentavano compatte calotte glaciali e ghiacciai montani. La Scandinavia e gran parte delle isole Britanniche si trovavano sotto una coltre di ghiaccio.

Durante il Würm, il Ghiacciaio del Rodano copriva l'intero altopiano occidentale della Svizzera, raggiungendo le regioni attuali di Solothurn e Aarau. Nella regione di Berna esso si veniva a fondere con il ghiacciaio dell'Aar. Il ghiacciaio del Reno è attualmente oggetto di studi più dettagliati. I ghiacciai della Reuss e della Limmat avanzavano talvolta fino al Giura. I ghiacciai montani e pedemontani modellavano il territorio asportando via virtualmente tutte le tracce delle precedenti glaciazioni di Günz e Mindel, depositando morene di base e morene terminali di differenti fasi di ritrazione e depositi di loess, e spostando e ri-depositando le ghiaie attraverso i fiumi che scendevano dai ghiacciai. Al di sotto della superficie, essi ebbero un'influenza profonda e duratura sul calore geotermico e sulle tipologie di flusso delle acque sotterranee.

Oggi i ghiacciai occupano 1\10 di tutte le terre emerse,ma durante la storia della Terra hanno avuto superfici più grandi. In particolare nell’ultimo milione di anni per almeno 11 volte si sono estesi per poi contrarsi di nuovo,arrivando ad occupare nel massimo della loro espansione 1\3 della superficie emersa. Durante l'ultima glaciazione, detta del Wurm, che iniziò 75 000 anni fa e conobbe il suo acme intorno a 20 000 anni fa, l'Europa era ricoperta da una coltre di ghiacci spessa 2000-3000 metri che dal polo Nord scendeva fino alla latitudine di Londra.
Nello stesso periodo le Alpi erano coperte sul versante settentrionale da un'unica calotta di ghiaccio che si estendeva fino al Rodano, mentre sul versante italiano le lunghissime lingue dei ghiacciai arrivavano fino alla pianura, scavando gli alvei degli odierni laghi glaciali (Maggiore, d'lseo, di Como, di Garda). In Piemonte allo sbocco della valle di Susa la fronte del ghiacciaio formò con i detriti morenici le colline di Avigliana e Rivoli; mentre il ghiacciaio della Valle d'Aosta giungeva fino all'attuale Ivrea, dove è rimasta intatta la morena laterale sinistra (la Serra d'lvrea). L'immenso ghiacciaio del Garda, invece, ha lasciato come testimonianza della sua massima estensione la morena frontale, che oggi delimita insieme ai detriti di precedenti glaciazioni la riva meridionale.

I ghiacciai rappresentano una riserva di acqua dolce «fissata» in forma solida, che pertanto viene sottratta al normale ciclo che lega i mari all'atmosfera e ai continenti attraverso i processi di evaporazione e di precipitazione. Di conseguenza durante le glaciazioni i mari regrediscono, mentre il contrario avviene nei periodi postglaciali. Al culmine dell'ultima glaciazione l'abbassamento marino arrivò fino a 100 metri, tant'è che 20000 anni fa laddove oggi troviamo lo stretto di Bering una continuità di terre collegava l'America settentrionale all' Asia.
In Italia la pianura padana si estendeva per tutta la parte settentrionale dell' Adriatico.

L'inversione climatica che dette l'avvio all'attuale periodo postglaciale, chiamato Olocene, iniziò secondo la maggior parte degli scienziati circa 15 000 anni fa. L'anno 8300 a. C. segna convenzionalmente per i climatologi la fine dell'ultima glaciazione.

Negli ultimi diecimila anni dell' attuale periodo postglaciale il clima ha subìto delle variazioni, a cui i ghiacciai hanno risposto con fasi alterne di avanzate e ritiri. L'iniziale aumento di temperatura dell'Olocene raggiunse l'acme nel 5000 a. C., quando la Terra conobbe l'optimum climatico, il clima più mite mai registrato fino a oggi. È quella l'epoca delle grandi civiltà del bacino del Mediterraneo, dagli Egiziani agli Ittiti. Successivamente, intorno all'anno 1000 a. c., il clima divenne più fresco e più umido, con una leggera avanzata dei ghiacciai. Questa situazione permase fino all' 800 dell'era Cristiana, quando il clima divenne più mite e i ghiacciai tornarono a ritirarsi. Cinquecento anni dopo, intorno al 1300 d. c.,la temperatura si abbassò di nuovo e iniziò il periodo più freddo di tutto l'Olocene: la «piccola età glaciale» che durò tre secoli (1590-1850).
In questo periodo si ebbe un' avanzata dei ghiacciai, che nei territori alpini invasero i terreni coltivati e distrussero case e villaggi. Il clima influì tristemente sull'agricoltura (nelle estati più fredde il grano non giungeva a maturazione e la spiga verde marciva sullo stelo), provocando carestie che ridussero di un terzo la popolazione dell'Europa. A metà del secolo scorso un'inversione climatica fece registrare un aumento della temperatura che portò all'inizio di questo secolo a un nuovo piccolo optimum climatico con una conseguente brusca regressione dei ghiacciai. La situazione permase invariata fino al 1960, quando iniziò una nuova espansione in seguito alla quale il ghiacciaio della Brenva sul Monte Bianco avanzò di 400 metri in 20 anni. Dal 1986 questa' tendenza pare attenuarsi e alcuni ghiacciai sono in regressione.




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mercoledì 6 maggio 2015

LA VALLE DEL FREDDO

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La Riserva naturale Valle del Freddo è un'area naturale protetta che si trova nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nella fascia esterna delle Alpi Orobie. L'area deve la sua peculiarità (e il nome) a un fenomeno geomorfologico di emissione di aria fredda dal sottosuolo che ha una forte ripercussione sul microclima e sulle sviluppo delle biocenosi botaniche.

La Valle del Freddo nasce come "biotopo" dalla Regione Lombardia il 3 dicembre 1981. Si trova sul territorio del comune di Solto Collina a un'altitudine di 350-700 metri e ha un'estensione di circa 70 ha. La riserva racchiude un particolare fenomeno microclimatico che determina la crescita della flora tipica d'alta montagna. Il primo botanico a esplorare la Valle del Freddo è stato Guido Isnenghi che nel 1939 passando da Piangaiano nota una stella alpina sul cappello di un cacciatore, il quale sostiene di averla raccolta nella zona dove oggi si trova la riserva. Il botanico si reca nella zona indicata e può così constatare la presenza di specie botaniche che tipicamente si trovano ad alta quota. L'elemento determinante di queste presenze sono le buche del freddo o "bocche" dalle quali fuoriesce aria gelida. Da quel momento numerosi ricercatori ed esperti studiano questo fenomeno. Nel '62 Luigi Fenaroli pubblica la prima raccolta di studi fatti nella valletta individuando circa 160 specie botaniche, di cui 24 sicuramente di alta quota. Nel '53 e nel '73 vengono aperte due cave che minacciano di distruggere la Valle del Freddo e il suo particolare fenomeno. Contestualmente all'apertura della seconda cava nasce nel '73 un'associazione locale (N.E.A.V.C.) con lo scopo principale di salvaguardare la valletta. Grazie alla sua determinazione e alla sensibilità di alcuni enti pubblici, nell'ottobre del 1976 la G.R.L. chiude definitivamente le cave.
Successivamente con la Legge Regionale n. 86/83 la Valle del Freddo viene istituita come Riserva Naturale al fine di tutelare il patrimonio geologico, vegetale e zoologico.

L'origine della Valle del freddo risale all'ultima glaciazione detta würmiana, terminata circa 15-20.000 anni fa.
Il ritiro del ghiacciaio, ha lasciato due segni evidenti su tutto il territorio che comprende la valle del freddo: il primo è una evidente forma a "U", tipica delle vallate alpine, il secondo è rappresentato dal materiale accumulato costituito da ciottoli di piccole dimensioni e da macigni di grossa mole, detti massi erratici. Queste pietre sono costituite prevalentemente da arenarie e conglomerati porfirici, materiali tipici della Valle Camonica. Lo strato costituito dai ciottoli crea la zona del macereto.

La morfologia del territorio ha un ruolo fondamentale nel fenomeno microclimatico poiché va a creare le condizioni ambientali ideali per la crescita della flora tipicamente d'alta montagna. Il fenomeno microtermico è determinato dai moti d'aria ascensionali che si innescano tra il monte Grione e il monte Nà, ai quali si sovrappongono i venti assiali della Valle Cavallina e dal detrito che conserva temperature basse. In inverno quando piove e nevica, l'acqua e la neve penetrano nel sottosuolo, dove vengono a contatto con la ghiaia fredda e si trasformano in ghiaccio. In estate il detrito mantiene bassa la temperatura dell'aria che scorre al suo interno, rendendola più pesante. Quindi la forza di gravità e le brezze che spirano sopra la valletta portano l'aria gelida a fuoriuscire dalle bocche. Nei mesi estivi, l'aria calda e umida che arriva a contatto del ghiaccio, si raffredda e mantiene attorno all'uscita di questi meati quel clima necessario a conservare la flora microtermica. La Valle del Freddo è caratterizzata da due tipi di climi: quello generale, che non è influenzato dai fenomeni legati alle bocche di aria fredda e il "microclima" presente nella zona microtermica, dove è presente la fuoriuscita di aria fredda. Le misurazioni fatte da L. Fenaroli nel 1962, tra le 16 e le 17, registravano una differenza termica di circa 27° tra l'atmosfera della valletta e l'aria alitante delle bocche.

Sul fondo della Valletta sono state sinora rinvenute 32 specie vegetali caratteristiche del clima alpino, cioè di un ambiente totalmente diverso da quello che caratterizza l'area della Riserva.
Intorno alle "buche del freddo", dove il terreno ha una temperatura molto bassa, si possono trovare specie dette "microterme" come ad esempio la Stella alpina, l'Erba dei camosci, il Camedrio alpino e la Pinguicola alpina. Quest'ultima é una pianta insettivora le cui foglie carnose e ricoperte da peduncoli intrappolano gli insetti che vi si posano.
Molto diffusa inoltre è la Sassifraga di Host in forma di cuscinetti di infiorescenze bionde punteggiate di rosso.
Tra gli arbusti presenti nella Valletta, molto diffusi sono i Rododendri pelosi dalle infiorescenze rosee, il Pino mugo e il Salice stipolato.
Man mano che ci si allontana dall'area del fenomeno microtermico la vegetazione assume l'aspetto tipico del piano collinare e montano.
In primavera bellissimi tappeti floreali di pervinca caratterizzano il sottobosco, estese fioriture di Genziana, di Erica, di Timo e di Globularia ricoprono le pendici della Valletta. Salendo ulteriormente domina la fioritura del Pero corvino e del Biancospino; è proprio in questa zone che fiorisce la rara e splendida Peonia selvatica, più comuni invece il Ciclamino e la Valeriana rossa.
Infine, degna di nota, è la Listera ovata, un'orchidea alta 30-60 cm, caratterizzata da piccoli fiori verde-giallognoli.

I due diversi climi della riserva determinano quattro ambienti differenti tra loro dal punto di vista ecologico e quindi anche botanico:
Il Bosco ceduo costituito da latifoglie come il nocciolo, l'orniello e il carpino nero e la Pineta costituita da pino silvestre.
Le Praterie aride dove troviamo specie che vivono sui suoli poco profondi e aridi. In questa zona troviamo: la Sesleria (che dà il nome al seslerieto), il Citiso d'Insubria e numerose orchidee spontanee (Listera ovata, Cephalantera longifolia, Platanthera bifolia, Gymnadenia conopsea, Ophrys bertolonii, Ophrys insectifera).
Nel Macereto si possono trovare la Saponaria, l'Erba regina, la Selaginella elvetica, il Raponzolo di Scheuchzer.
I fiori che crescono sul detrito hanno le radici a temperature inferiori di 4-5° rispetto alla temperatura esistente a pochi centimetri sopra il suolo.

La Riserva della Valle del Freddo ospita un tipo di fauna dei boschi e delle praterie della media montagna lombarda. La fauna non è diversa quindi dalle zone limitrofe alla valletta. Gli uccelli rappresentano la categoria faunistica più diversificata (28 specie), tra cui troviamo il merlo, la cinciallegra, il fringuello, l'averla, il verdone, il pettirosso, la ghiandaia, l'upupa. I boschi ricchi di noccioli e le pinete ospitano numerosi invertebrati e mammiferi come i ghiri, i topi moscardini, qualche scoiattolo e rettili come la vipera e il Biacco, il ramarro e la lucertola comune. Lungo i sentieri è possibile incontrare la lepre, la donnola.





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martedì 27 gennaio 2015

LEGGENDE.:I GIORNI DELLA MERLA



I cosiddetti giorni della merla sono, secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31) oppure gli ultimi due giorni di gennaio e il primo di febbraio. Sempre secondo la tradizione sarebbero i tre giorni più freddi dell'anno. .L'origine della locuzione "i giorni della merla (o Merla)" non è ben chiara. Sebastiano Pauli espone due ipotesi:

« "I giorni della Merla" in significazione di giorni freddissimi. L'origine del quel dettato dicon esser questo: dovendosi far passare oltre Po un Cannone di prima portata, nomato la Merla, s'aspettò l'occasione di questi giorni: ne' quali, essendo il Fiume tutto gelato, poté quella macchina esser tratta sopra di quello, che sostenendola diè il comodo di farla giugnere all'altra riva. Altri altrimenti contano: esservi stato, cioè un tempo fa, una Nobile Signora di Caravaggio, nominata de Merli, la quale dovendo traghettare il Po per andare a Marito, non lo poté fare se non in questi giorni, ne' quali passò sovra il fiume gelato. »

Secondo altre fonti la locuzione deriverebbe da una leggenda secondo la quale, per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero il 1º febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri. Si noti che se alcune leggende parlano di una merla, nella realtà questi uccelli presentano un forte dimorfismo sessuale nella livrea, che è bruna (becco incluso) nelle femmine, mentre è nera brillante (con becco giallo-arancione) nel maschio.

Secondo una versione più elaborata della leggenda, una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che lei uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni, la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che allora aveva solo ventotto giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla, pensando di aver ingannato il cattivo gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo.

 Gennaio se ne risentì così tanto che chiese in prestito tre giorni a febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo, e così essa rimase per sempre con le piume nere. Come in tutte le leggende, esiste un fondo di verità: infatti nel calendario romano il mese di gennaio aveva solo ventinove giorni. Sempre secondo la leggenda, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà bella; se sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.
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