Visualizzazione post con etichetta riserva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riserva. Mostra tutti i post

martedì 7 luglio 2015

IL LAGO DEL PICCOLO

.


Il "Lago Pìcol", come viene chiamato in valle, sorge a 2.378 metri di quota, nella conca della Val Brandèt. Ha una superficie di 123mila metri quadrati e raggiunge una profondità di ben 60 metri: con queste misure, è probabilmente il lago alpino più grande della Lombardia.
Nel settembre del 2008, un gruppo di sommozzatori del North Underwater Explorers Team e dell’Adrenalin Diving hanno eseguito diverse immersioni nel lago, raccogliendo campioni e dati scientifici che negli scorsi mesi sono stati analizzati dai ricercatori di scienze ambientali. Le immersioni sono state anche oggetto di alcune ricerche mediche.

I segreti del più grande e profondo lago naturale alpino d’Italia ad alta quota, dalla geologia alle specie biologiche che lo abitano. E le verità svelate dai diari del Bivacco Davide, scritti con passione, simpatia e amore per la montagna dalle centinaia di escursionisti che sono passati da questo splendido angolo di paradiso tra la Val Brandet e la Val Camonica. Si protende verso le pendici del Monte Torsolèto distendendosi per più di mezzo chilometro e allargandosi per 385 metri, rispecchiando nelle sue cristalline acque le vette del Monte Borga e del Castel di Pìcol. Ma, per poter entrare nei guinness dei primati quale bacino interamente naturale più grande d’Italia (e forse d’Europa) al di sopra dei 2000 metri, ha dovuto scendere sino alla profondità di 65 metri. È conosciuto come Lago di Piccolo, ma il suo vero nome è Lago di Pìcol, poiché così tanto piccolo questo lago proprio non è.
Il regno naturale che circonda il Lago di Pìcol permette al visitatore di conoscere ad uno ad uno anche i nove Laghetti del Torsolèto. Questi ultimi rivendicano la propria natura attraendo l’occhio dell’escursionista per la curiosa forma, oppure per lo scintillio delle loro acque, che sovente riflettono il candore dei nevai anche all’inizio della stagione estiva.

Sino a luglio può apparire come un sorprendente fiordo nordico, con tanto di piccoli bianchi iceberg galleggianti nelle acque di un intenso blu cobalto.



LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/07/la-riserva-naturale-delle-valli-di.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



giovedì 18 giugno 2015

LA RISERVA NATURALE FONTANILE BRANCALEONE A CARAVAGGIO



La Riserva naturale Fontanile Brancaleone è una riserva naturale parziale biologica che si estende su un territorio di circa 100 ha situato in località Gavazzolo, all'estremità settentrionale del territorio del comune di Caravaggio. Costituisce la principale risorgiva comunale.

La riserva è caratterizzata dalla presenza di fauna invertebrata di grande interesse scientifico, in particolare il Niphargus stigocharis italicus e Niphargus transitivus dissonus, crostacei anfipodi di ambiente freatico, che rappresentano una vera rarità da tutelare. Nel fontanile sgorga acqua sorgiva data dalla confluenza tra numerose teste.

Il terreno del Fontanile Brancaleone è di origine fluvioglaciale sabbiosa e ghiaiosa. Esso si presenta come uno strato non compatto, con spessore inferiore al metro e colore brunastro, data la presenza di acidi umici nei primi 20–30 cm del suolo. Il sottosuolo, inoltre, è particolarmente ricco di acque. Su tutto il territorio si possono incontrare le opere dell'uomo cioè i fontanili scavati per bonificare i terreni prima coperti da acqua. Il fontanile è circondato da un'intricata vegetazione che rappresenta i resti delle tracce dell'antico manto boscoso che copriva la pianura Padana. Fino a duecento anni fa, tuttavia, il bosco ricopriva una fascia più esigua dell'attuale e i territori erano in gran parte paludosi. Oggi, grazie alle bonifiche, i terreni sono largamente coltivati. Il territorio fa parte di un ampio sistema idrico che si può dividere in tre parti: la fontana Brancaleone, la fontana Nuova e la fontana Basso.

Il fontanile è noto localmente come Öcc del Bàss, con riferimento alla presenza di sette ricche polle che danno vita all'importante Roggia Basso, le cui acque irrigue furono motivo di contesa con le comunità vicine nel corso del XV secolo. La Roggia Basso confluisce, ancora all'interno del territorio di Caravaggio, nella Roggia Rognola, che alimenta numerosi fossi e canali di irrigazione e termina infine nell'Adda.

Anticamente le acque del Brancaleone andavano quasi certamente ad alimentare il lago Gerundo, un'ampia regione acquitrinosa che secondo le cronache antiche e medievali occupava gran parte dell'attuale Gera d'Adda, prima delle opere di bonifica del XIV secolo.

L'acqua che sgorga dal fontanile viene convogliata nell'asta, o collo di fontana, e successivamente immessa nel canale vero e proprio; grazie alla sua temperatura pressoché costante, pari a circa 11-14 °C, essa veniva soprattutto utilizzata, in passato, per coltivare i prati a marcita.

Le sorgenti vere e proprie erano anticamente ottenute infilando nel terreno dei tini di rovere privi del fondo e con numerose aperture sui lati, in modo da agevolare la fuoriuscita in superficie dell'acqua sotterranea; oggigiorno sono impiegati, al posto dei tini, dei tubi in cemento o in ferro dal diametro di 15-20 cm, anch'essi fittamente bucherellati, infilati nella falda per una profondità di alcuni metri.

La Farnia (Quercus robur) è distribuita con esemplari, in buona parte coetanei, sia lungo il bordo settentrionale del fontanile che lungo parte del lato orientale al confine con i seminativi. Altri esemplari sono presenti al contorno della Fontana Nuova. Il Pioppo nero (Populus nigra), con esemplari di dimensioni significative sono presenti nella zona meridionale delle teste orientali del fontanile mentre altri sono distribuiti più a sud frammisti con diverse essenze arboree.

L'Olmo (Ulmus minor) è distribuito principalmente sui bordi della Fontana Nuova; altre entità si rinvengono lungo la roggia verso la cascina Gavazzolo. L'Ontano nero (Alnus glutinosa) è presente con diversi esemplari nella par te meridionale della riserva in corrispondenza con la Roggia Basso e il cavo del fontanile Fontana Nuova. Il salice bianco (Salix alba) è distribuito nella parte meridionale della riserva in corrispondenza della Roggia Basso e in prossimità della linea ferroviaria e oltre questa. Altri esemplari si rinvengono in prossimità della testa della Fontana Nuova. Il platano (Platanus hybrida) risulta ben distribuito in tutta l'area sia nella parte boscata in prossimità delle teste che soprattutto con diversi esemplari policormici nella parte meridionale tra la Roggia Basso e il cavo della Fontana Nuova.

Esemplari di Robinia sono localizzati principalmente nella parte settentrionale della riserva soprattutto lungo la sterrata e le teste localizzate a occidente. Tra gli arbusti occorre segnalare la buona distribuzione di Corylus avellana presente soprattutto nella parte settentrionale dell'area, sui bordi delle teste e sulle sponde dei cavi. Crataegus monogyna con alcuni esemplari decisamente sviluppati, è presente nella parte meridionale della riserva in corrispondenza del cavo della Fontana nuova e a valle della massicciata ferroviaria. Acer campestre risulta rappresentato da pochi individui principalmente in corrispondenza della sponda della roggia in immissione da ovest, tra la cascina e il fontanile. Cornus sanguinea si rinviene con diversi esemplari lungo il bordo della Fontana Nuova. Il sottobosco si presenta estremamente fitto e impenetrabile grazie ad un denso sviluppo di rovi; a tratti la vegetazione assume comunque fisionomie maggiormente nemorali con presenza di Vinca minor, Euonymus europaeus, Tamus communis, Symphytum tuberosum, Arum italicum, Lamium album, Allium ursimum, ecc.

La vegetazione palustre allo stato attuale risulta relegata nella vasta conca della Fontana nuova. Nella testa del fontanile Brancaleone, che per alcuni periodi dell'anno rimane asciutta è comunque presente del Fontinalis antipyretica localizzato nel lato orientale dove affiora con maggiore frequenza un velo d'acqua o comunque della fanghiglia. Nella parte meridionale, a ridosso della scarpata della ferrovia in corrispondenza di una conca si rinviene una formazione a canneto costituita principalmente da Fragmites australis, Polygonum hydropiper e Lythrum salicaria, Phalaris arundinacea.

La conca della Fontana Nuova accoglie una ricca vegetazione acquatica e palustre, purtroppo rappresentata da entità tipiche di stadi avanzati e di progressivo interramento. Oltre a Phragmites australis, sono presenti Phalaria aurndinacea cespi di carice (Carex elata, C. acutiformis) Bidens, Thelypteris palusris, si alternano aree con dense coperture ancora tipiche della vegetazione delle teste di fontanile. Sono presenti allora: Myriophyllum spicatum, Potamogeton, Lemna minor, Alisma plantgo-aquatica, Myosotis scorpioides, Veronica anagallis aquatica, Menta acquatica, Apium nodiflorum, Nasturtium officinale, ecc. L'Area con vegetazione erbacea si sviluppa tra la Fontana Nuova e la Roggia Basso. In questa zona è presente una piccola tessera allungata con presenza di vegetazione erbacea mantenuta a prato e falciata. Questa piccola area, oltre ad ospitare le specie tipiche dei prati stabili planiziali (Trifolium pratense, Trifolium repens, Dactylis glomerata, Arrhenatherum elatius, Taraxacum officinale, Plantago lanceolata, Daucus carota, Prunella vulgaris) appare sottoposta a continui tentativi di invasione da par te di rovi ed altre specie infestanti, contenute solo dai periodici sfalci meccanici.

Ai margini della riserva e in parte al suo interno sono presenti diverse tessere coltivate a seminativo. Questi appezzamenti ospitano in genere, oltre alle piante oggetto di coltivazione, diverse specie infestanti le colture, che si differenziano in funzione delle pratiche agronomiche (sarchiature, diserbi, avvicendamenti, riposi, incolti post colturali) queste cenosi risultano presenti ai margini delle colture, nel nostro caso ai margini dell'area boscata della riserva e tendono a ricolonnizzare i terreni nelle fasi di riposo postcolturale.

Diverse sono le specie di animali che vivono o frequentano saltuariamente la riserva.
Tra l'avifauna, si può segnalare la presenza di Airone cenerino, saltuariamente presente che utilizza l'area principalmente come posatoio notturno.
Il Germano reale si può osservare stabilmente nella zona della Roggia Basso e nelle teste del fontanile; come pure la Gallinella d'acqua, presente tutto l'anno.
Il Fagiano comune si può rinvenire sia nella riserva che nelle immediate aree circostanti.
Il Martin pescatore frequenta saltuariamente l'area, soprattutto nella zona della Fontana Nuova.
L'Usignolo nidifica regolarmente con alcune coppie, come pure il Merlo e l'Usignolo di fiume presenti nell'area della riserva sia nel periodo invernale che in periodo riproduttivo. Fringuello, Verzellino, Cardellino e Verdone nidificano nell'area con alcune coppie.
L'Allodola si può osservare in canto mentre vola sopra i coltivi nella stagione primaverile. Al contrario, lo Scricciolo si rinviene un po' ovunque nell'area ma solo nel periodo invernale.
Tra i corvidi, la Cornacchia grigia si può osservare in tutta l'area nelle zone a coltivo e ai margini della riserva; più rara risulta la presenza della Gazza.
Tra le altre specie che frequentano in modo più saltuario l'area della riserva si possono citare: la Poiana, il Lodolaio, il Barbagianni e la Cutrettola.
Tra i rettili si segnalano le presenze di Lucertola muraiola e Biscia dal collare mentre i mammiferi sono rappresentati dalla presenza di Talpa europea, del Pipistrello albolimbato ed evidentemente dalla Volpe.
L'elemento faunistico più importante è Rana latastei, specie endemica dell'area padana, qui estremamente isolata e con popolazione molto ridotta rispetto al contesto ambientale. La Rana di Lataste, è presente nella parte settentrionale della riserva in corrispondenza dell'area boscata e delle teste del Brancaleone.
Stabile inoltre è la presenza della Rana verde nelle rogge e nei fossi circostanti.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/in-visita-caravaggio.html






.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 8 giugno 2015

LA FRAZIONE DI MAGENTA : PONTENUOVO

.


Il borgo di Ponte Nuovo è caratterizzato da un ambiente prevalentemente pianeggiante, tipico della Pianura padana, con avvallamenti solo nei pressi del Naviglio Grande, prevalentemente adatto a boschi o coltivazioni, che occupano quasi i 2/4 del territorio della frazione. Idrograficamente è notevole la presenza del Naviglio Grande che costituisce l'aspetto tipico della conformazione del borgo.

La frazione è suddivisa storicamente al suo interno dalla presenza del Naviglio Grande che definisce le due aree amministrative, l'una sottoposta al comune di Magenta, l'altra al comune di Boffalora sopra Ticino. La parte a nord, prevalentemente produttiva e legata prima alla presenza della dogana austriaca e poi allo sviluppo industriale della S.A.F.F.A., ha creato una vocazione essenzialmente industriale, mentre nella parte meridionale che degrada nella vallata del Ticino, si trovano in prevalenza abitazioni e costruzioni coloniche sparse.

Ponte Nuovo di Magenta è soprattutto noto per la battaglia che ebbe luogo il 4 giugno 1859, durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, combattuta tra i piemontesi e i loro alleati francesi contro gli austro-ungarici; fu vinta dai franco-piemontesi e aprì la strada alla conquista della Lombardia. La battaglia si svolse nel territorio dell'odierno comune di Magenta e del comune adiacente di Boffalora. Prende il nome di Magenta il colore rosso-viola, probabilmente con riferimento alle divise di quel colore indossate dal reparto di zuavi francesi che combatté nella battaglia.
Il borgo di Ponte Nuovo è la più giovane tra le poche frazioni del comune di Magenta. Esso è sorto a partire dal 1808, ovvero dall'anno della costruzione del ponte napoleonico sul Ticino che consentiva un rapido collegamento tra Milano e il Piemonte. Ovviamente, questo utilizzo strategico del territorio, portò alla costruzione poco dopo di un ponte simile sul Naviglio Grande, che si trovava a scorrere all'estremo del territorio magentino, proprio nella località che venne definita Ponte Nuovo, per distinguerla dalla frazione di Ponte Vecchio, ove si trovava un ponte seicentesco già utilizzato per passare il Naviglio da una sponda all'altra.

Rilevante fu in quest'epoca la costruzione della dogana austriaca (1836), divenuta in seguito nota per essere stata uno dei principali luoghi di scontro della famosa Battaglia di Magenta nonché, successivamente, sede della famosa fabbrica di fiammiferi SAFFA.

In tempi più recenti, la frazione è divenuta famosa per essere stata la residenza di Santa Gianna Beretta Molla e del marito Pietro, il quale era dirigente proprio della società SAFFA.

La Chiesa di San Giuseppe lavoratore è la chiesa parrocchiale di Pontenuovo di Magenta; venne consacrata il 1º maggio 1963, dall'allora Card. Giovanni Battista Montini, che di lì a poche settimane sarebbe stato eletto Papa col nome di Paolo VI. In suo ricordo la piazza antistante la chiesa porta ora il suo nome, a benedizione di tutto il paese. Solo nel 1984 la Chiesa di Pontenuovo venne proclamata Parrocchia, dal Card. Carlo Maria Martini; prima di allora era una vicarìa curata, dipendente dalla Parrocchia di San Martino in Magenta.

La chiesa possiede un concerto di 5 campane in Sib3 Maggiore, fuso da Roberto Mazzola di Valduggia (VC) nel 1962. Le campane suonano a sistema ambrosiano.

La Chiesa della Madonna del Buon Consiglio fu costruita nel 1903 come luogo di culto per il villaggio di operai della già citata fabbrica SAFFA ed ebbe anche lo scopo di commemorare i defunti negli scontri del 4 giugno 1859. Per questi motivi, la cappella venne eretta non distante dal luogo degli scontri, lungo l'asse stradale che conduce all'ex dogana austriaca ed al ponte sul Naviglio Grande. Esternamente, la cappella si presenta in stile neogotico, con un portale ligneo a sesto acuto contornato da un rivestimento in cotto a vista, elemento fondamentale che riprende la maggior parte delle decorazioni della chiesetta.

L'interno, ampiamente decorato, presenta un altare marmoreo con inserti in ottone e bronzo dorato, il tutto sovrastato da una statua della Madonna. L'ambiente prende luce dalla presenza di alcuni finestroni decorati con vetri policromi istoriati. La chiesa è divenuta famosa soprattutto per essere stata uno dei luoghi di culto preferiti da santa Gianna Beretta Molla, la quale si recava in preghiera in questo luogo sacro tutte le mattine. Dal 1994, anno della beatificazione di Gianna Beretta Molla, fa bella mostra di sé nella detta Chiesetta una scultura, in marmo bianco di Carrara, eseguita dallo scultore bergamasco Pietro Brolis, raffigurante un bimbo che viene salvato dalle macerie del terremoto dalle braccia di sua madre. Tale splendida opera è stato un prezioso regalo della moglie dello scultore defunto, e si collega bene con l'atto d'amore di Santa Gianna, che ha dato la vita per poter partorire la sua quarta figlia, nel 1962.

La struttura della dogana austriaca che ancora oggi sorge in posizione strategica presso il ponte sul Naviglio Grande, costituì dalla sua fondazione al 1859 uno dei punti obbligati di passaggio per quanti volessero valicare il confine tra il Regno Lombardo-Veneto ed il Regno di Sardegna. La struttura era costituita da un complesso di edifici che comprendevano una caserma propriamente detta, comprendente una vasta area e circondata da spesse mura di difesa che confinavano con l'alzaia del Naviglio, uffici doganali ed un portico per le ispezioni.

Sul lato opposto si trovavano invece gli edifici residenziali del comandante della dogana e della sua famiglia, oltre alle case degli ufficiali di posto ed alle residenze degli impiegati. Tutte queste strutture si sono conservate praticamente intatte dal 1836, anno in cui venne fondata la dogana per merito dell'Imperatore Ferdinando I d'Austria.

Fu questo complesso, dopo la storica Battaglia di Magenta a fornire una delle basi per la creazione del villaggio operaio della fabbrica SAFFA, la quale venne rilevata dall'industriale garibaldino Giacomo Medici.

Oggi, sulla facciata del portico delle ispezioni doganali, si trova una targa commemorativa degli eventi del 4 giugno 1859 che consacrarono la vittoria dei franco-piemontesi in un punto strategico che permise non solo l'ingresso alla città di Magenta, ma anche il successivo passaggio a Milano, compiendo il primo passo verso l'unità nazionale.

La denominazione della località è invece certamente successiva e risale agli inizi del 1800 quando le venne dato l'appellativo di "Pontevecchio" per distinguerla dalla comunità nata attorno a un ponte appena costruito qualche chilometro più a sud e denominata appunto "Ponte Nuovo". Il ponte venne poi ricostruito nel 1859, a seguito dei danneggiamenti subiti durante la Battaglia di Magenta, della quale peraltro fu uno dei più cruenti scenari in quanto accesso strategico e dunque molto conteso.

Oggi Pontevecchio resta una località piccola, separata e diversa dalla più urbanizzata Magenta, la cui vitalità gravita ancora attorno al ponte sul Naviglio. Sulle strade di questo incrocio si trovano gli ultimi scampoli di traffico "cittadino" mentre al di sotto scorre placido il canale costeggiato dalla sempre popolata pista ciclabile.

Proprio nei pressi del ponte si trova Villa Castiglioni, risalente al XVI secolo e attuale sede del Parco del Ticino. Oltrepassato il ponte una lunga discesa porta nel cuore della valle del Ticino. Qua gli incroci spariscono, le costruzioni si diradano e si aprono paesaggi di grande respiro con campi coltivati, rogge e cascinali sparsi nell'aperta campagna. Muovendovi verso il Parco del Ticino potrete dunque incontrare stradine sterrate che conducono alla cascina Pietrasanta, alla Cascina Salazzara, alla Cascina Bergamasca fino alla Cascina Bullona e al Centro per Visitatore della "Riserva Naturale La Fagiana", oltre la quale si trovano solamente i boschi e i sentieri del parco.





LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/i-monumenti-di-magenta.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 10 maggio 2015

IL PARCO DELLA GOLA DEL TINAZZO

.


Il Parco della Gola del Tinazzo è un'area naturale protetta situata nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nel comune di Castro (Lombardia). Il parco prende il nome dalla presenza della forra fossile del Tinazzo, nome con cui viene chiamato il torrente Borlezza nel suo ultimo tratto prima di sfociare nel Lago d'Iseo. Il parco fa parte di Retenatura, il sistema delle aree protette di Legambiente.

Nel percorso che dalla pianura lombarda porta alla Val Camonica lungo la Val Cavallina, il corso terminale del fiume Borlezza e la sua forra (il Tinazzo) costituiscono un forte ostacolo naturale, un vero taglio nel territorio. Le pareti della forra però, poco dopo il suo inizio, si toccano fino a costituire un ponte naturale chiamato nei documenti antichi pons - terraneus o Ponteragno (da cui il nome di poltragno dato alla località).

Su questo stretto passaggio naturale, oggi ridotto a modesto tratturo, passava l’antica via vallis, che nell’antichità costituiva uno dei più importanti transiti per i paese di area germanica attraverso il passo del Tonale. Su questo ponte passarono numerosi eserciti, tra cui quelli di parecchi imperatori diretti all’incoronazione papale o alle guerre di mantenimento del loro dominio.

Sicuramente transitarono: Federico Barbarossa nel 1166, Ludovico il Bavaro nel 1327, Carlo IV nel 1355, Massimiliano d’Asburgo nel 1516.

A sud del ponte naturale, la profonda forra del Tinazzo ed a nord il letto paludoso e le ripide rive del Borlezza impedivano l’attraversamento del corso d’acqua, per cui l’angusto passaggio poteva essere bloccato con grande facilità.

L’alternativa di transito poteva essere, verso sud, la risalita al colle di S. Lorenzo e poi la ridiscesa verso il largo estuario dove il fiume poteva facilmente essere guadato, oppure verso nord, la risalita fino a Sovere per cercare di attraversarlo dove le rive erano meno ripide e il fondo meno paludoso.

Su questo vallo naturale il controllo militare romano si arroccò per quasi un secolo, presidiando il passaggio e creando una linea difensiva che impedisse alle bellicose popolazioni camune di uscire dalla loro valle per compiere scorrerie verso la pianura.

Le fortificazioni medioevali del colle di S. Lorenzo a Castro e della Madonna della torre a Sovere, sorsero probabilmente su due originari fortilizi romani che avevano il compito di sorvegliare ed impedire l’aggiramento della forra.

Solo sotto Augusto, i Romani decisero di soggiogare definitivamente le valli alpine e nel 15 a.c. la val Camonica fu sottomessa.

La forra non perse comunque la sua funzione di forte elemento di delimitazione territoriale e in epoca imperiale romana fu il confine tra la tribù Voturia e la Quirina; divise poi i ducati Longobardi ed infine le contee vescovili di Bergamo e Brescia, per cui ancora oggi è confine tra le due diocesi, oltre che tra i comuni di Lovere e Castro.

Alla presenza di questa antica delimitazione territoriale devono la loro nascita nell’XI secolo: il porto fortificato di Castro e la cosi detta strada della “Corna”, scavata con grande impegno tecnico nella roccia sulla sommità della forra e munita di opere di difesa. La funzione del paese e della strada era strategicamente molto importante; dovevano permettere di collegare via lago senza mai sconfinare nel territorio “bresciano” di Lovere, le valli bergamasche che erano importanti produttrici di ferro, ma dipendevano dalla pianura e dalla città per il vettovagliamento.

L’acqua del Tinazzo forniva anche l’energia necessaria per lavorare il ferro delle valli e sul suo corso, sia a monte che a valle della forra, sorsero mulini e fucine. Ma la forra rappresentò nei secoli anche una permanente minaccia di devastazione. Nel caso di forti nubifragi, l’acqua trascinava grandi quantità di detriti vegetali che impuntandosi nello stretto ingresso della forra, creavano una diga di tronchi che alzava anche di una decina di metri il livello del retrostante torrente, Quando la diga cedeva, l’effetto era devastante: un  uro d’acqua entrava con un assordante rombo nella forra e si scaricava a lago, lambendo il paese di Castro. Una delle più disastrose alluvioni fu sicuramente quella avvenuta poco prima del 1535, anno in cui erano ancora descritti i lavori in corso per la riparazione dei gravi danni subiti dal paese. A questa distruzione faceva probabilmente riferimento il letterato bergamasco Achille Mozzi, che nel 1590 scriveva “Vicus Oliveri Castri Memorabilis olim, Corruit, immensae turbine raptus aquae” (il villaggio di Castro, ricco di ulivi ed un tempo degno di memoria, rovinò travolto da un immenso vortice d’acqua).

Ma quella citata dal Mozzi potrebbe anche essere un’altra alluvione avvenuta poco prima del 1590, poiché con un tempo di ritorno di circa mezzo secolo, altre alluvioni sono ricordate nel 1692, nel 1737, nel 1784, nel 1820, nel 1882, nel 1905.

Probabilmente dopo l’alluvione di fine ‘500 fu costruito il possente muro d’argine verso Castro, già rilevato nelle carte del 1626 ed ancora oggi visibile. L’alluvione del 1784 danneggiò gravemente il primo esempio di trasformazione in senso industriale dell’economia, che da secoli sfruttava artigianalmente l’acqua della forra. Venne infatti raso al suolo il forno fusorio che Ludovico Capoferri di Castro (1752 – 1830) aveva costruito all’uscita della forra.

Di fronte al forno del Capoferri, in territorio loverese, più protetto dalle alluvioni, sorgevano già gli antichi mulini della misericordia, su cui venne impiantata una fabbrica di falci ricordata a partire dal 1742 e statalizzata in epoca napoleonica.

Partendo da queste basi, Giovanni Andrea Gregorini di Vezza d’Oglio (1819 – 1878) costruì sulle medesime aree nel 1855 il primo nucleo dell’attuale stabilimento siderurgico. Nel 1810 fu appaltata dal governo napoleonico la strada Poltragno – Lovere, che coprendo parte della forra del Tinazzo, doveva collegarsi con la strada rivierasca appena completata. Il motivo dei lavori era indubbiamente collegato ad esigenze militari, essendo di massima importanza nel corso delle guerre napoleoniche il facile collegamento tra la pianura lombarda ed i confini del Tirolo.La guerra che riprese proprio nel 1810, costrinse però ad interrompere i lavori, che solo nel 1816 vennero ripresi dal nuovo governo austriaco e terminati con l’ardita costruzione del ponte sul Tinazzo. L’opera ciclopica per quei tempi, destò enorme stupore tra la popolazione. Don Alessio Amighetti nell’opuscolo “La gola del Tinazzo” edito nel 1897 dice che “la gola in chiunque la visita per la prima volta non può non lasciare un’impressione incancellabile di orridezza, di raccapriccio e di ardimento per quegli ingegneri, che verso l’anno 1816 si peritarono di coprire quel baratro spaventoso con una strada”.

L’impatto di questo lavoro sull’urbanistica Loverese fu enorme; il principale asse viario cittadino, quello che da secoli attraversava il centro storico, fu abbandonato e la piazza del Porto divenne il centro del paese.

Con i lavori la forra perse buona parte del suo cielo aperto, ma ben peggiore sarebbe stata la devastazione del secolo successivo.

Infatti i successori di Giovanni Andrea Gregorini, desiderando ampliare l’area industriale e porre gli impianti al sicuro dalle distruzioni, ottenne nel 1915 l’autorizzazione a deviare il corso del Borlezza, costruendo una diga nella forra del Tinazzo e scavando un canale artificiale che sfocia a lago poco prima del Bogn di Castro. Questa diga divise in due la forra, mantenendone attiva una parte e rendendo “fossile”, ma facilmente visitabile l’altra.

Un portale con due pesanti porte in legno permette l’accesso al sentiero verso la gola del Tinazzo; attraversato il piccolo bosco, grazie al comodo sentiero, si giunge ad una parete rocciosa che sembra chiudere la via. In realtà avvicinandosi si scorge un’altissima fessura nella roccia. Da qui nel corso dei millenni sono passati centinaia di milioni di metri cubi di sabbia e roccia trascinati fino al lago d’Iseo dalla forza impetuosa del torrente Borlezza.

L’imponente quantità di detriti ha formato la penisola su cui sorge il grande insediamento industriale della Lucchini RS. Due enormi pareti alte più di 40 metri fanno da ali all’ingresso della gola che è visitabile in sicurezza per oltre cento metri per una larghezza variabile da 1 fino a 4 metri.Un percorso in un territorio che dorme su millenni di battaglie infinite tra le forze dell’acqua e della roccia, modellato da glaciazioni ancestrali ed eroso dallo scorrere impetuoso del torrente Borlezza.

Le acque del Tinazzo partono da lontano, dalle parti della Presolana,e dopo una rincorsa di 25 chilometri finiscono nel Sebino a Castro. Sono necessarie tuttavia un paio di precisazioni. La prima è che il luogo geografico d’origine, non è propriamente la Presolana, che per i bergamaschi è un riferimento nobilitante, ma un impluvio che inizia a Colle Vareno e che, dirigendosi verso occidente, prende inizialmente il nome di “Valle Pora” intagliando un canyon – denominato Stringiù del Pura – che in qualche modo anticipa la più spettacolare forra del Tinazzo. La seconda è la singolarità che un corso d’acqua, tutto sommato abbastanza breve, prenda ben sei differenti nomi lungo la sua discesa verso il lago. Valle di Pora, Valle di Tede, Torrente Gera, Torrente Valeggia, Torrente Borlezza che è il tratto di maggior lunghezza e, da ultimo, Tinazzo.

Sul bacino idrografico del torrente Borlezza, ampio quasi 150 chilometri quadrati, cadono in un anno a seconda dei settori dai 1200 ai 1700 mm di pioggia che in parte evapora, in parte sparisce nei percorsi sotterranei offerti dalla natura calcarea dei nostri rilievi ed il resto scorre verso il Sebino passando attraverso l’angusta strettoia del Tinazzo in località Poltragno.

Abituati ad osservare le acque del Borlezza che scorrono tranquille e facilmente guadabili in tutto il suo alveo, siamo portati a credere che da tempo immemorabile il torrente abbia continuato a scavare il suo letto pressappoco col ritmo lento e progressivo che vediamo. Qualche volta si gonfia da far paura, ma poi ridiventa il tranquillo torrente di sempre, disposto, fin dal secolo scorso, anche ad offrire le sue acque a numerose captazioni per scopi idroelettrici. E’ la geologia che ci consente di guardare oltre l’evidenza attuale, non tanto verso il futuro, sebbene in quella direzione possa fornire qualche spunto all’immaginazione, ma verso il passato, interpretando i numerosi indizi che per chi sa leggere nel libro delle rocce e delle forme del territorio, possono introdurci in scenari remoti che una progressiva evoluzione fìsica e biologica hanno trasformato nel paesaggio della nostra quotidianità. Per forma mentis il geologo è portato a fissare, come punto di partenza di ogni considerazione, la fase formativa, nel  caso nostro “marina “ delle rocce, avvenuta attorno a 200 milioni di anni or sono, seguita dalla fase de formativa rappresentata dagli sconvolgimenti orogenetici (più semplicemente, responsabili delle formazione delle nostre montagne) che in 100 milioni di anni, tra la fine dell’Era Secondaria e l’era Terziaria, con quelle rocce hanno definito l’edificio alpino.

Ci accontentiamo di questi scarni accenni perché addentrarci in scenari dove l’arco alpino era ancora in formazione, espone al rischio di perdere di vista l’andamento stesso della val Borlezza, forse nemmeno delineato come lo stiamo osservando ora.

Risaliamo di molto nella scala del tempo geologico, posizioniamoci sul finire dell’ Era Terziaria e fermiamoci al fotogramma datato “Mioce”, circa 5 milioni di anni or sono. Ci sono pareri e studi in corso, ma è probabile che anche allora le acque raccolte nel bacino del Borlezza, attraverso il Tinazzo, confluissero veloci nell’Oglio. Questo scorreva in un alveo profondo alcune centinaia di metri rispetto al letto attuale tanto che, con un po di immaginazione, avremmo potuto vedere i luoghi dove sarebbero sorte Lovere e Castro a mezza costa sulle pendici del Monte Cala e del monte Clemo, pressappoco come è adesso il comune di Bossico rispetto all’abitato di Sovere.

Il Sebino a quel tempo non c’era ancora, al suo posto esisteva una vallata prealpina incassata tra le nostre montagne che, viste dal letto del fiume dovevano apparire più elevate. Il Tinazzo tributava le sue acque a questa valle attraversando a Poltragno un burrone simile a qullo attuale, ma più ampio,del quale dovrebbero  rimanere traccia a notevole profondità rispetto al letto attuale. Il Fenomeno, transitorio, che ha determinato la vivacità erosiva dei fiumi alpini e tra questi l’Oglio e il Borlezza col conseguente approfondimento del loro alveo, è stato provocato sul finire del “Miocene” dal pauroso abbassamento per centinaia di metri delle acque del Mediterraneo, non più alimentate dagli apporti idrici dell’Atlantico. Con la riapertura dello stretto di Gibilterra, le acque marine sono tornate al loro livello originario, giungendo nel “Pliocene” a bagnare il piede della catena alpina e addentrandosi tra le nostre montagne. A quel tempo, dove c’è ora il Sebino, avremmo visto un lungo fiordo marino, sinuoso e profondo, che si spingeva almeno fino al Monticolo di Darfo. Questa nuova situazione, determinata  dall’innalzamento delle acque, ha invertito la modalità d’azione dei nostri corsi d’acqua che da “erosivi” delle rocce del letto si è tramutata in”deposizionale” colmando le depressioni e alzando progressivamente la quota degli alvei. Se potessimo raggiungere con una trivellazione i sedimenti profondi del lago d’Iseo, certamente  incontreremmo remoti sedimenti alluvionali sovrapposti ed ancora più antichi depositi marini pliocenici.

Quando 2 milioni di anni fa hanno cominciato a calcare il suolo del Pianeta i nostri progenitori, evento tanto importante da denominare l’Era Quaternaria anche come”Antropozoico”, il clima ha avuto drammatiche oscillazioni che a livello anche planetario si sono concretizzate in lunghi periodi di gelo (le fasi glaciali), intervallati con altrettanto lunghi periodi di aridità di calura (le fasi interglaciali). L’ultimo grande freddo è cessato “solamente”  10 – 12 mila anni or sono, per la verità un’inezia nella scala del “tempo geologico”, inaugurando una più contenuta capricciosità dei nostri climi senza però cadere negli eccessi che hanno dovuto sopportare i nostri progenitori.

Alimentato dalle acque di fusione durante le “fasi glaciali” e dalle precipitazioni negli “interglaciali”, il Tinazzo continuava a scorrere verso il lago facendosi strada attraverso una nuova soglia rocciosa, quella che ora vediamo profondamente incisa, ricreatasi durante il Quaternario in sostituzione della precedente per cementificazione di detriti franati dai rilievi vicini e mescolati a ciottoli, ghiaie e sabbie di sbarramento glaciale. Tra Pianico e Sovere, a motivo di questo nuovo sbarramento tutto da incidere, ha potuto formarsi attorno a 800 mila anni or sono, un lungo e profondo bacino lacustre dalla vita effimera e di enorme interesse paleontologico per i resti vegetali rinvenuti nei suoi sedimenti annuali (le varve) e per il ritrovamento di uno scheletro completo di cervo, rilevatosi appartenente ad una specie ora estinta.

L’ininterrotto lavorio delle acque del Tinazzo ha progressivamente intagliato tale soglia rocciosa facendole assumerla tortuosità della forma attuale, con pareti irregolari ora aggettanti, ora rientranti che portano il segno di un millenario scorrere di acque fragorosamente in caduta.

Oltre la gola, cessavano i gorghi e gli impetuosi rimbalzi della corrente tra le pareti e la ritrovata calma favoriva il deposito di sedimenti alluvionali sul delta del Borlezza, sempre più proteso verso il lago. A giudicare dalle dimensioni del delta, occupato adesso quasi per intero dallo stabilimento siderurgico, è facile constatare l’enorme quantità di detriti che l’acqua ha trasportato attraverso la gola del Tinazzo modellandone forma e, più a monte, inducendo il Borlezza a incidere il suo letto nell’enorme pila di sedimenti dell’antico lago di Pianico – Sellere. Ora sebbene i fenomeni geologici continuino la loro incessante azione, è la geografia del luogo a suscitare interesse, come la deviazione del corso del Tinazzo portato con una galleria artificiale a sfociare nelle vicinanze dell’Orrido di Castro. In conseguenza di ciò il tratto finale della forra è diventato silenzioso e asciutto e la forra stessa è diventata “fossile” e così il Delta originario non più alimentato da detriti. La perdita della suggestiva visione di acque correnti in uscita dalla forra è però, in parte, bilanciata dalla possibilità di effettuare in ogni momento la visita a questo monumento naturale e di aver scongiurato il rischio di rovinose esondazioni che per secoli hanno funestato il paese di Castro.

L'accesso alla gola è caratterizzato dal bosco di forra, ambiente particolarmente umido ed ombroso dominato dal Carpino nero e con un ricco sottobosco di felci tra le quali spicca in particolar modo la bellissima Phyllitis scolopendrium. Sono inoltre presenti nel parco dei prati aridi dominati dal Forasacco e dalla Sesleria, impreziositi da orchidee selvatiche come la Platanthera bifolia, la Gymnadenia odoratissima e l’Anacamptis pyramidalis e pareti rupicole sulle quali si trovano due importanti endemismi, la campanula insubrica e la campanula della Carnia. La altre parti del parco presentano un bosco ceduo dominato da Carpino nero e Orniello, inframezzati da qualche Roverella.

Nelle zone boscate del parco è possibile trovare i più tipici rappresentanti della fauna prealpina, tra cui molti tipi di uccelli come la ghiandaia, il fagiano, rapaci e passeriformi, roditori come la lepre, il ghiro, e lo scoiattolo; i predatori sono la volpe, il tasso e la faina, mentre gli ungulati sono rappresentati dal Capriolo . Le zone a prati terrazzati, ricche di muri a secco e bene esposte a sud, sono un habitat ideale per i rettili e per molte specie di farfalle. Le particolari caratteristiche del bosco di forra favoriscono infine la presenza della Salamandra pezzata e del Gambero di fiume, specie quest'ultima di particolare interesse in quanto considerata in pericolo di estinzione dalla Lista rossa IUCN.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-del-lago-d-iseo-castro.html



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



mercoledì 6 maggio 2015

LA VALLE DEL FREDDO

.


La Riserva naturale Valle del Freddo è un'area naturale protetta che si trova nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nella fascia esterna delle Alpi Orobie. L'area deve la sua peculiarità (e il nome) a un fenomeno geomorfologico di emissione di aria fredda dal sottosuolo che ha una forte ripercussione sul microclima e sulle sviluppo delle biocenosi botaniche.

La Valle del Freddo nasce come "biotopo" dalla Regione Lombardia il 3 dicembre 1981. Si trova sul territorio del comune di Solto Collina a un'altitudine di 350-700 metri e ha un'estensione di circa 70 ha. La riserva racchiude un particolare fenomeno microclimatico che determina la crescita della flora tipica d'alta montagna. Il primo botanico a esplorare la Valle del Freddo è stato Guido Isnenghi che nel 1939 passando da Piangaiano nota una stella alpina sul cappello di un cacciatore, il quale sostiene di averla raccolta nella zona dove oggi si trova la riserva. Il botanico si reca nella zona indicata e può così constatare la presenza di specie botaniche che tipicamente si trovano ad alta quota. L'elemento determinante di queste presenze sono le buche del freddo o "bocche" dalle quali fuoriesce aria gelida. Da quel momento numerosi ricercatori ed esperti studiano questo fenomeno. Nel '62 Luigi Fenaroli pubblica la prima raccolta di studi fatti nella valletta individuando circa 160 specie botaniche, di cui 24 sicuramente di alta quota. Nel '53 e nel '73 vengono aperte due cave che minacciano di distruggere la Valle del Freddo e il suo particolare fenomeno. Contestualmente all'apertura della seconda cava nasce nel '73 un'associazione locale (N.E.A.V.C.) con lo scopo principale di salvaguardare la valletta. Grazie alla sua determinazione e alla sensibilità di alcuni enti pubblici, nell'ottobre del 1976 la G.R.L. chiude definitivamente le cave.
Successivamente con la Legge Regionale n. 86/83 la Valle del Freddo viene istituita come Riserva Naturale al fine di tutelare il patrimonio geologico, vegetale e zoologico.

L'origine della Valle del freddo risale all'ultima glaciazione detta würmiana, terminata circa 15-20.000 anni fa.
Il ritiro del ghiacciaio, ha lasciato due segni evidenti su tutto il territorio che comprende la valle del freddo: il primo è una evidente forma a "U", tipica delle vallate alpine, il secondo è rappresentato dal materiale accumulato costituito da ciottoli di piccole dimensioni e da macigni di grossa mole, detti massi erratici. Queste pietre sono costituite prevalentemente da arenarie e conglomerati porfirici, materiali tipici della Valle Camonica. Lo strato costituito dai ciottoli crea la zona del macereto.

La morfologia del territorio ha un ruolo fondamentale nel fenomeno microclimatico poiché va a creare le condizioni ambientali ideali per la crescita della flora tipicamente d'alta montagna. Il fenomeno microtermico è determinato dai moti d'aria ascensionali che si innescano tra il monte Grione e il monte Nà, ai quali si sovrappongono i venti assiali della Valle Cavallina e dal detrito che conserva temperature basse. In inverno quando piove e nevica, l'acqua e la neve penetrano nel sottosuolo, dove vengono a contatto con la ghiaia fredda e si trasformano in ghiaccio. In estate il detrito mantiene bassa la temperatura dell'aria che scorre al suo interno, rendendola più pesante. Quindi la forza di gravità e le brezze che spirano sopra la valletta portano l'aria gelida a fuoriuscire dalle bocche. Nei mesi estivi, l'aria calda e umida che arriva a contatto del ghiaccio, si raffredda e mantiene attorno all'uscita di questi meati quel clima necessario a conservare la flora microtermica. La Valle del Freddo è caratterizzata da due tipi di climi: quello generale, che non è influenzato dai fenomeni legati alle bocche di aria fredda e il "microclima" presente nella zona microtermica, dove è presente la fuoriuscita di aria fredda. Le misurazioni fatte da L. Fenaroli nel 1962, tra le 16 e le 17, registravano una differenza termica di circa 27° tra l'atmosfera della valletta e l'aria alitante delle bocche.

Sul fondo della Valletta sono state sinora rinvenute 32 specie vegetali caratteristiche del clima alpino, cioè di un ambiente totalmente diverso da quello che caratterizza l'area della Riserva.
Intorno alle "buche del freddo", dove il terreno ha una temperatura molto bassa, si possono trovare specie dette "microterme" come ad esempio la Stella alpina, l'Erba dei camosci, il Camedrio alpino e la Pinguicola alpina. Quest'ultima é una pianta insettivora le cui foglie carnose e ricoperte da peduncoli intrappolano gli insetti che vi si posano.
Molto diffusa inoltre è la Sassifraga di Host in forma di cuscinetti di infiorescenze bionde punteggiate di rosso.
Tra gli arbusti presenti nella Valletta, molto diffusi sono i Rododendri pelosi dalle infiorescenze rosee, il Pino mugo e il Salice stipolato.
Man mano che ci si allontana dall'area del fenomeno microtermico la vegetazione assume l'aspetto tipico del piano collinare e montano.
In primavera bellissimi tappeti floreali di pervinca caratterizzano il sottobosco, estese fioriture di Genziana, di Erica, di Timo e di Globularia ricoprono le pendici della Valletta. Salendo ulteriormente domina la fioritura del Pero corvino e del Biancospino; è proprio in questa zone che fiorisce la rara e splendida Peonia selvatica, più comuni invece il Ciclamino e la Valeriana rossa.
Infine, degna di nota, è la Listera ovata, un'orchidea alta 30-60 cm, caratterizzata da piccoli fiori verde-giallognoli.

I due diversi climi della riserva determinano quattro ambienti differenti tra loro dal punto di vista ecologico e quindi anche botanico:
Il Bosco ceduo costituito da latifoglie come il nocciolo, l'orniello e il carpino nero e la Pineta costituita da pino silvestre.
Le Praterie aride dove troviamo specie che vivono sui suoli poco profondi e aridi. In questa zona troviamo: la Sesleria (che dà il nome al seslerieto), il Citiso d'Insubria e numerose orchidee spontanee (Listera ovata, Cephalantera longifolia, Platanthera bifolia, Gymnadenia conopsea, Ophrys bertolonii, Ophrys insectifera).
Nel Macereto si possono trovare la Saponaria, l'Erba regina, la Selaginella elvetica, il Raponzolo di Scheuchzer.
I fiori che crescono sul detrito hanno le radici a temperature inferiori di 4-5° rispetto alla temperatura esistente a pochi centimetri sopra il suolo.

La Riserva della Valle del Freddo ospita un tipo di fauna dei boschi e delle praterie della media montagna lombarda. La fauna non è diversa quindi dalle zone limitrofe alla valletta. Gli uccelli rappresentano la categoria faunistica più diversificata (28 specie), tra cui troviamo il merlo, la cinciallegra, il fringuello, l'averla, il verdone, il pettirosso, la ghiandaia, l'upupa. I boschi ricchi di noccioli e le pinete ospitano numerosi invertebrati e mammiferi come i ghiri, i topi moscardini, qualche scoiattolo e rettili come la vipera e il Biacco, il ramarro e la lucertola comune. Lungo i sentieri è possibile incontrare la lepre, la donnola.





LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/i-laghi-lombardi-il-lago-d-iseo.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



domenica 29 marzo 2015

LA RISERVA NATURALE DI CASTELLARO LAGUSELLO

.


La riserva si trova in Lombardia, nell'Alto Mantovano, tra Castellaro Lagusello, frazione del comune di Monzambano e Cavriana. È inserita nel Parco regionale del Mincio.

Area a cavallo tra i comuni di Monzambano e Cavriana, al centro dell'anfiteatro morenico gardesano, caratterizzata prevalentemente da avvallamento intermorenico sul fondo del quale si trova il lago prospiciente il borgo di Castellaro.

L'area protetta è stata classificata dalla Regione Lombardia Riserva Naturale orientata nel 11.10.1984, mediante D.C.R. n°III/1738; rientra pertanto, con il n°377 cod.EUAP0289, nell'Elenco Ufficiale delle Aree Naturali Protette IV aggiornamento.
Successivamente con il decreto ministeriale 3 Aprile 2000 è stata inserita fra i Siti di Importanza Comunitaria ai sensi della direttiva 92/43/CEE. La superficie della riserva è di 209,72 ha.

L'antico abitato, alto al margine del laghetto, si specchia nelle sue calme acque.
Un cordone quasi continuo di colline avvolge il tutto in un cerchio irregolare. Dai loro fianchi, alimentati da numerose risorgive, scendono i fossi che confluiscono nel laghetto.
Sui versanti più ripidi strette strisce di bosco sono di tanto in tanto interrotte da prati aridi.
Lago, praterie igrofile, boschi e prati aridi costituiscono una componente di notevole valore naturalistico.
Il lago è uno degli ultimi laghetti intramorenici esistenti nell'area collinare.
Alla fine dell'ultima glaciazione infatti moltissimi laghetti andarono a formarsi nelle conche e negli avvallamenti che separavamo l'uno dall'altro i cordoni collinari formati dal ghiacciaio benacense. Durante il lungo periodo, circa 20.000 anni, trascorso da allora, il naturale interramento ha lentamente trasformato gran parte dei laghetti dapprima in zone paludose ed infine in praterie igrofile.
Saliceti ed ontaneti si addensano ai bordi del lago.
Il numero delle specie vegetali presenti è invero piuttosto limitato e l'ambiente, se confrontato con i boschi e i prati naturali delle colline circostanti, può a prima vista sembrare monotono.
Le rive sono segnate da una fitta cortina di canne palustri tra le quali allungano le loro infiorescenze tozze le tife. Nelle acque del lago vegetano la ninfea bianca e il nannufero. Sulle rive e nei fossi fiorisce l'hottonia palustre, l'iris giallo e il campanellino estivo.

Moltissime sono le specie di animali che, direttamente o indirettamente, trovano nel lago e nelle praterie umide che lo circondano fonte illimitata di nutrimento, nonché rifugio e protezione.
Il loro numero è infatti fra i più alti in assoluto, in rapporto agli ecosistemi esistenti in natura. Troviamo lo svasso maggiore, folaghe e gallinelle, il martin pescatore e il tarabusino, la cannaiola ed il canareccione, il cuculo, il migliarino di palude e il pendolino con il suo caratteristico nido, nitticore, garzette e aironi alla ricerca del cibo,nonché il falco di palude.
Molto interessante risulta il bosco di salici e ontani a sud del lago che, pur essendo di piccole dimensioni, è ancora ben conservato; esso potrebbe ospitare in futuro una piccola colonia di Ardeidi (Aironi) nidificanti, uccelli che già ora frequentano la zona.

Mentre i boschi vegetano sui versanti esposti a nord, su quelli esposti a mezzogiorno, dove l'aridità del suolo è più accentuata, troviamo alcuni prati aridi. Essi occupano aree molto ridotte, cosi scoscese che è stato impossibile metterle a coltura, ma la loro importanza, dal punto di vista floristico o più genericamente naturalistico, è notevole.

Il manto erboso è in prevalenza formato da graminacee.
Spiccano tra le erbe piccoli cespugli di ginestra spinosa, di citiso peloso e di coronilla minima. Qua e là si ergono fini cespugli di rosa selvatica o di roverella.
Caratterizzano questi ambienti alcune splendide fioriture primaverili, ad esempio quelle precocissime della potentilla primaverile o quelle, meno diffuse ma altrettanto belle, della Globularia punctata e della Veronica prostrata.

Lo stesso ontaneto, nei periodi di allagamento di fine inverno, costituisce il sito riproduttivo di alcuni interessanti anfibi.
A sud-ovest di Castellaro una stretta striscia di boschi riveste i versanti delle colline che guardano verso il laghetto.Questi boschi, tutti di ridotta superficie, vegetano sui versanti esposti a nord; per la loro forte pendenza e per la loro esposizione poco favorevole alle coltivazioni, sono stati rispettati dall'uomo.
L'albero che più di ogni altro dà la sua impronta a questi boschi è la roverella, la più frugale tra le querce nostrane.

E' un albero di piccole dimensioni e talora rimane allo stato arbustivo.
L'accompagnano spesso il cerro e il carpino nero. Nei suoli più freschi il cerro sostituisce quasi interamente la roverella.
Completano il manto arboreo l'orniello, l'olmo e l'acero campestre.

Tra gli arbusti che popolano il sottobosco troviamo il biancospino, il ciliegio canino, il nocciolo, il ligustro, lo scotano, l'emero, il ginepro e il nespolo.
Sempre presenti sono il pungitopo, l'edera e la vitalba.
Lo strato erbaceo è formato da un numero di specie piuttosto basso, ma molte di queste assumono un interesse sia per la loro rarità, relativamente ai nostri ambienti, sia per la loro bellezza.
Basta ricordare il giglio rosso, l'iris graminea e l'orchidea purpurea.

Il bosco è certamente uno degli ambienti in cui gli animali sono più difficilmente osservabili.
La vita che si svolge nascostamente fra le sue alte fronde, fra gli arbusti del sottobosco, fra le erbe del suolo, nella lettiera di foglie morte, sul fondo o nei cunicoli sotterranei è tuttavia intensissima.

In primavera i canti territoriali degli uccelli, gli animali che più si manifestano, ci danno efficacemente un'idea di questa vitalità: dovunque sentiremo cantare Merli, Usignoli, Capinere, Fringuelli e, qua e là, anche il più raro Pettirosso, il piccolissimo Scricciolo o il Rigogolo, dal bellissimo colore dorato, ma sempre nascosto tra le alte fronde;
fra di esse sentiremo il tubare del Colombaccio, abbondante in questi boschi, e della Tortora, o il verso rauco della Ghiandaia; ai margini del bosco risuonerà il canto monotono del Luì piccolo o quello più melodioso del Canapino e, dove la copertura è più fitta e il sottobosco più denso, sentiremo il verso acuto e insistente del Codibugnolo.

Le fioriture più importanti sono tuttavia altre: la splendida Pulsatilla montana, che fiorisce in aprile ai margini assolati dei boschi, e il giglio caprino che, all'inizio di maggio, invade i prati aridi. Più tardi fiorisce l'orchidea piramidale.Più rare sono l'orchidea fior di ragno e l'orchidea a fiore d'ape.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-fiume-mincio.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



IL PARCO REGIONALE DEL MINCIO

.


L'area protetta è stata istituita dalla Regione Lombardia nel 1984 (L.R. 8 settembre 1984 n.47) e comprende il territorio dei 13 comuni lombardi che si trovano lungo il fiume Mincio, emissario del Lago di Garda. Il Mincio ha una lunghezza di circa 73 km, esce dal Garda in corrispondenza dell'abitato di Peschiera del Garda (VR), entra in territorio mantovano dopo pochi chilometri, a Ponti sul Mincio e sfocia nel Po a Sacchetta di Sustinente. Attraversa i dolci rilievi dei colli morenici del Garda punteggiati da numerosi borghi fortificati e si sviluppa lungo la pianura padana fino a terminare nel grande fiume.

Lungo le sponde le essenze forestali spontanee sono rappresentate prevalentemente da salici, pioppi, farnie, cerri, ontani. Notevole importanza floristica rivestono le zone umide delle Valli del Mincio e dei laghi di Mantova, in particolare il lago Superiore, dove si hanno notevoli presenze di vegetazione palustre, con estesi canneti, cariceti e piante acquatiche (ninfee, castagne d'acqua, lenticchie d'acqua, ranuncoli, tipha, ibisco, loto).

I protagonisti della vita animale nel territorio del Parco sono sicuramente gli uccelli, che sono presenti con molte specie legate soprattutto all'ambiente acquatico e palustre. Tra quelle stanziali Gallinelle d'acqua, folaghe, germani reali, svassi maggiori, tuffetti, martin pescatori, basettini, pendolini, migliarini di palude. Da marzo Garzette, nitticore, sgarze ciuffetto nidificano in grandi colonie lungo il basso corso del Mincio (dall'osservatorio di Chiavica del Moro, nei pressi di Barbasso, è possibile osservare questo piccolo paradiso ornitologico). Aironi rossi nei canneti sui laghi. Tra le alte specie il Mignattino e numerosi rapaci (falco di palude, falco pescatore, nibbio bruno), tarabusino, marzaiola, porciglione, pavoncella, sterna comune, cuculo, cutrettola, usignolo di fiume, beccamoschino, forapaglie, cannaiola, cannareccione, cormorani. Nell'ambiente palustre vivono poche specie di mammiferi, tra queste le nutrie che il Parco è da anni impegnato a ridurre tramite un progetto di contenimento e cattura.

Il Parco ha un'estensione territoriale molto ampia, circa 16.000 ettari, tra cui spiccano la Riserva naturale Complesso morenico di Castellaro Lagusello, la Riserva naturale Bosco Fontana, la Riserva naturale Vallazza e la Riserva naturale Valli del Mincio.

Spazia dalle colline moreniche alla pianura terrazzata, dalla zona meandriforme a paleoalvei al complesso dei laghi di Mantova.

Un'eccezionale varietà di situazioni, in cui si trovano anche notevoli elementi architettonici ed artistici, tra cui il Santuario di S. Maria delle Grazie, la palazzina di caccia di Bosco Fontana e numerose ville dei tempi dei Gonzaga.

Il territorio del Parco è attraversato dalla pista ciclabile Mantova-Peschiera, che si snoda per quasi 40 km, gran parte dei quali in sede propria con tratti non asfaltati, costeggiando il corso del fiume Mincio.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/il-fiume-mincio.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



giovedì 19 marzo 2015

LA RISERVA REGIONALE PALATA MENASCIUTTO

.


La Riserva regionale Palata Menasciutto si trova a cavallo del fiume Serio, tra i comuni di Pianengo e Ricengo e mira a preservare l'ambiente tipicamente ripariale creatosi attorno a due rami morti del fiume. Il termine di "palata" deriva dall'usanza di sbarrare il fiume con pali di legno al fine di derivare un corso d'acqua per usi irrigui. Oggi lo sbarramento è in cemento e da esso è derivata la Roggia Menasciutto, da cui il nome alla riserva.
Dalla sua istituzione ad oggi sono stati avviati numerosi piani di recupero, come i rimboschimenti ed il recupero di un lago di cava, oggi noto come "Lago dei Riflessi".

La vegetazione spontanea è piuttosto ricca e comprende: il salice, la canna, la tifa, alcune macchie di carice, di mestolaccia, di giunco e di sparganio.

Tra gli alberi d'alto dusto vanno ricordati: il salice eleagno, l'ontano bianco, coltivazioni di pioppo industriale inselvatichite. Vi sono anche specie assai rare quali la madreselva pelosa, la ginestrella e l'orchidea militare.

Ad una vegetazione ricca corrisponde una faunta piuttosto varia, specie per quanto riguarda l'avifauna. Tra le specie nidificanti vanno ricordate: la gallinella d'acqua, il picchio verde e il martin pescatore. La Riserva è luogo di sosta per specie migranti, quali le anatre e gli aironi.

Lungo la stretta strada campestre che da Ricengo conduce alla Riserva sorge la Cappella dei Morti del Serio: si tratta di una piccola costruzione ricostruita nel 1855 su una cappella più antica, per commemorare le spoglie dei caduti della battaglia del 18 ottobre 1705 tra l'esercito del Principe Eugenio di Savoia e le forze del maresciallo di Vendôme.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html



http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

giovedì 12 marzo 2015

LAGO DI GANNA

.


Il lago di Ganna è un piccolo lago italiano, ora riserva faunistica, situato nel territorio della Lombardia, in provincia di Varese, a un'altitudine di 390 metri s.l.m., con una profondità massima di 3 metri, ed un bacino complessivo di 0,07 km
Posto nel comune di Valganna, affiancato dalla strada statale Varesina (SS 233), ha come affluente sotterraneo il torrente Margorabbia, che diviene emissario per poi sfociare, sempre sotterraneamente, nell'adiacente lago di Ghirla. È interamente compreso nella frazione di Ganna.

Circondato da canneti di Phragmites, la superficie è coperta da ninfee, castagne d'acqua e lenticchie d'acqua, cresciute spontaneamente, mentre sulla sponda crescono salici e ontani.

Ricca la presenza nelle acque di lucci e tinche, mentre sulle sponde si individuano uccelli quali il germano reale e il migliarino di palude.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html


http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

Post più popolari

Elenco blog AMICI