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venerdì 7 agosto 2015

VALLE DEL CAFFARO



La Valle del Caffaro è percorsa dall'omonimo fiume che nasce nel territorio di Breno dal Cornone di Blumone e si immette nel Chiese.

Attraversa l'intero territorio di Bagolino fino al lago d'Idro. Una parte del territorio montano della valle, nel comune di Bagolino, appartiene al comprensorio del Maniva.

Dal punto di vista orografico separa le Alpi Retiche meridionali, a nord, dalle Prealpi Bresciane e Gardesane, a sud.

Quando il clima glaciale lascia posto a quello temperato, che da origine a foreste di conifere, betulle e querce, le valli cominciano a coprirsi di boschi e gli animali assumono l’aspetto attuale.
L’ambiente, così trasformato e migliorato, è pronto ad accogliere l’uomo che si dedica alla caccia e alla raccolta di frutti.

La raccolta di cereali spontanei induce l’uomo alla loro coltivazione e di conseguenza al primo addomesticamento di animali.
In Italia questo processo di sviluppo tarda a venire cosicché l’uomo specialmente nell’arco alpino mantiene ancora, sino al quinto-terzo millennio a.C., il suo arcaico stato di raccoglitore di frutti e di cacciatore.
Nella valle si hanno tracce dell’esistenza dell’uomo dall’era paleolitica.
A questo punto la ricerca di una collocazione delle genti che abitavano il territorio di Bagolino, mancando al riguardo notizie attendibili, può ricalcare le orme di un popolo che, sin dalla preistoria, documenta l’esistenza di una civiltà che va organizzandosi in una valle vicina: la Valle Camonica.
Questo popolo infatti potrebbe aver dato i natali al primo nucleo di uomini, cacciatori e pastori, che si fermeranno poi stabilmente nella valle di Bagolino.

I graffiti camuni che dagli esperti sono fatti risalire al 6000-5000 a.C. raffigurano solo animali. Non è ancora possibile sapere se in questa epoca l’uomo si sia già stabilito in Valle Camonica o vi arrivi sporadicamente per battute di caccia.

Con il passare del tempo le incisioni rupestri diventano sempre più complesse. Con l’avvento in Italia delle colonie greche e romane ha inizio per la civiltà camuna il lento decadimento, che culminerà con la conquista e la sottomissione di questo popolo da parte dei dominatori romani.

Verso il 170 a.C. i Romani arrivano anche in territorio bresciano e sottomettono i Galli Cenomani, probabili fondatori di Brescia, che da tempo (360 a.C. circa) sono diventati i signori dei luoghi.
Questi avevano vinta la popolazione bresciana, non tutta, poiché alcune tribù al comando di Reto si erano ribellate. Codeste, inferiori di forza devono ritirarsi sulle Alpi, da loro chiamate Retiche, dove Finirono per l’unirsi alle genti che già abitavano i nostri monti. Trascorsi alcuni decenni, verso l’89 a.C., i Galli Cenomani completano la loro fusione con i conquistatori ottenendo così la cittadinanza romana. Nel territorio bresciano vi sono però alcune popolazioni montane, i Camuni i Triumplini e i Vennoni, abitatori questi ultimi della Valle Sabbia, che fedeli alle loro antiche tradizioni non vogliono sottostare al dominio romano.
Valorosa e tenace è la difesa dei valligiani che, dopo anni di durissime battaglie, devono piegare il capo davanti alle aquile romane dei generali Livio Druso e Tiberio mandati dall’Imperatore a conquistare le Valli bresciane.
I Romani, seppure vincitori, rendono onore a queste popolazioni alpine incidendo anche i loro nomi sul trofeo di Turbia, presso Monaco, eretto in onore dell’Imperatore Augusto.
Su questo trofeo compaiono i 44 nomi dei popoli vinti e tra questi sono annoverati i Triumplini ed i Camuni. Non compaiono i Sabini.

Fra gli dei adorati nella vallata del Caffaro si ricordano, Tunol, Saturno, Tor, Bergino, il dio Pane, cui venivano sacrificati i più bei capi d’agnello, la dea Cerere, alla quale venivano offerti i frutti della terra e il dio Termine. A quest’ultima divinità si dice che fossero consacrate le montagne e le vette; questo dio proteggeva anche i confini delle proprietà. Si racconta come le vittime, a lui immolate, venissero legate a grossi anelli fissati su altissime rupi e che uno di questi anelli fosse stato ritrovato presso la Berga (cima Caldoline).

Con l’instaurazione del potere ecclesiastico la chiesa trasforma gli usi dei tempi fino a sostituirsi all’Impero Romano in decadenza.

Gli antichi Pagi romani diventavano Pievi, chiese plebane, circoscrizioni territoriali con il compito di sovraintendere la vita religiosa ed amministrativa dei paesi sotto la loro giurisdizione, mentre i Municipi mutano in Diocesi.
I primitivi dei adorati nelle vallate sono così “sostituiti” dal Dio di Gesù Cristo e dai Santi che vengono a prendere, in certo qual modo, le difese del Paese.

Il territorio italiano nel frattempo è diviso da lotte interne fra i guelfi ed i ghibellini.

La città di Brescia ed i suoi territori vengono conquistati dalla casa Viscontea il cui dominio dura fino all’anno 1404 quando subentra al potere il ghibellino Pandolfo Malatesta.

Bagolino che ha combattuto al fianco di Galvano da Nozza passa dopo la pace di Ferrara avvenuta nel 1443, in cui i Visconti riconoscono a Venezia il territorio bresciano, sotto il governo veneto.

I Conti di Lodrone riprendono il loro potere su Bagolino (1441 e segg.)
Nonostante che parecchi bagossi abbiano preso parte alle battaglie in favore della Repubblica Veneta, il Doge F. Foscari vuole ricompensare i Lodroni, suoi valenti alleati, donando loro il feudo di Muslone, la contea di Cimbergo, il Passo di Baremone e, esaudendo le aspettative dei Conti, la tanto ambita terra di Bagolino (ducale 11-41441).
La Serenissima però si riserva la piena sovranità sul paese e quindi anche il diritto di una eventuale revoca del feudo ai Lodroni.

Bagolino passa nuovamente alla Repubblica Veneta (1472 e segg.)
Il Doge Nicolò Tron poichè i Signori di Lodron, che nel frattempo con il Diploma Comitale del 6 aprile 1452 erano stati insigniti del titolo di Conti, vengono meno ai loro impegni, ascoltando le ragioni dei bagolinesi revoca loro, nel luglio del 1472, il dominio del paese restituendo così a Bagolino la sua indipendenza.
Ai Lodroni la Repubblica di Venezia, come riconoscimento dei servigi resi, dona la Valle di Vestino.

I Tedeschi calano in Italia attraverso il Piano d’Oneda (1509 e segg.)
Dal 1509 al 1517 la Repubblica di Venezia entra in guerra contro i Francesi e gli Spagnoli e subisce delle sconfitte.

Bagolino si ribella ad un ennesimo sopruso dei Conti di Lodrone (1540 e segg.)
L’astio ed i bocconi amari ingoiati nel tempo, uniti all’ennesima angheria dei Conti di Lodrone, porta i bagossi ad una sanguinosa rivolta (1554).
Il sopruso è fatto dai Conti ai danni di alcuni mercanti del paese, Battista e Bese Benini e Vincenzo Gogella, per questioni finanziarie.

In quei secoli il paese non ha pace; oltre alle innumerevoli guerre nelle quali viene coinvolto in seguito ai mutamenti politici, Bagolino è stremata anche da terribili epidemie (1347-1478-1577-1630) e dalla grande carestia in cui perdono la vita migliaia di persone.

I Conti nel 1673 tentano di reimpossessarsi di Bagolino e tanto maneggiano e brogliano che riescono temporaneamente a riottenerne la signoria. La Serenissima informata dal Comune su particolari maneggi che i Conti vogliono in danno del paese, restituisce a Bagolino la sua indipendenza.
I Conti per reazione fanno bandire tutti i bagossi dal territorio trentino con un editto imperiale che viene letto nella piazza di Lodrone.

Con la decadenza della Repubblica di Venezia della quale il trattato di Campoformio del 7 ottobre 1797 decreta la fine, i territori del bresciano passano sotto il dominio di Napoleone che, combattendo contro gli austriaci, conquista la Lombardia.
Il 26 maggio 1796 Napoleone è a Brescia. Parte dei bresciani e dei bergamaschi ribelli, segretamente appoggiati dai francesi, costituiscono la Repubblica Provvisoria Bresciana aggregata nel 1801 alla Cisalpina. Le Valli e la Riviera che parteggiano per la Repubblica di Venezia sono costrette ad arrendersi alle truppe dei generale Chevallier che mettono a ferro e fuoco i paesi di Barghe e Vestone.

Durante le alterne vicende e le lotte tra franco-austriaci, in una delle tante battaglie, una compagnia di croati in ritirata si ferma a Bagolino per circa una mese, presso il ponte Prada. 1 soldati si uniscono poi al loro generale, il Wunser, che con altri 30.000 sta attraversando il Pian d’Oneda per combattere contro i francesi.
Nelle battaglie di Lonato, di Castiglione e Montichiari i tedeschi vengono sconfitti.
Durante la ritirata, una compagnia alemanna si ferma in paese e fissa il campo nella chiesa di S. Rocco e nel prato del Consiglio (Riva dei Bus). La compagnia rimane fino a che le truppe francesi giunte a Storo, non la obbligano a ritirarsi.
Partiti i tedeschi arrivano in paese i francesi. Gli ufficiali trovano alloggio presso case benestanti mentre la truppa si ferma a palazzo Stagnoli, (che allora era del Comune), nella Chiesa di S. Rocco, dell’Adamino e nei prati vicini.

La Cisalpina è sostituita dal Regno Italico, nato il 7 marzo 1805, e i territori bresciani conoscono un periodo di relativa pace.
Durante il Regno Italico la provincia viene divisa in dipartimenti; Bagolino fa parte del distretto di Vestone compreso nel dipartimento del Mella.

Quando Napoleone I è costretto ad abdicare la Lombardia passa sotto l’impero austro-ungarico. Bagolino viene presidiata dai tedeschi sino al 1815.
Sotto la dominazione austriaca vengono costituite le province divise in distretti ed in comuni. Le strade della valle che durante l’ultimo periodo della dominazione veneta erano rimaste pressoché abbandonate, vengono restaurate.
La strada che da Monte Suello porta a Bagolino viene assunta a totale carico dello Stato con decreto del Vicerè Ranieri. In occasione della venuta in Valle Sabbia dell’arciduca Ranieri viene posta, nel 1823, la prima pietra per la costruzione del ponte Prada di Bagolino.
Di questi anni è anche un originale progetto per l’ampliamento della mulattiera che da Bagolino porta al Maniva.

Il territorio bresciano è percorso da una ventata di idee liberali e patriottiche.
I patrioti continuano a cospirare ed a fomentare la popolazione fino alla rivoluzione del 1848. Anche i valligiani si armano, pronti a difendere la patria.
Il 5 aprile si diramò l’ordine di “cancellare ogni stemma o segnale che alluda all’espulsa tirannide” e che “su tutte le torri abbia a sventolare la bandiera nazionale” (U. Vaglia).
Arrivati i Sardo-Piemontesi in Provincia, sul Caffaro si deve proteggere, alle spalle l’esercito impegnato sul Mincio.
Al comando del colonnello piemontese Allemandi partono numerosi valsabbini che il 9 aprile varcano il confine trentino; occupano Condino e arrivano a Stenico. Qui le truppe ricevono l’ordine di retrocedere ed i soldati, come continua il Vaglia: “stanchi e logori, stremati dalla fame, privi d’ogni materiale bellico, consci d’essere usati in movimenti d’azione senza ordine e senza un piano minimamente studiato”, vanno all’attacco ma vengono costretti, dagli austriaci, a piegare sino a Ponte Caffaro dove un battaglione, al comando del Beretta, occupa Prada e Bagolino.

A pochi anni dall’armistizio di Salasco dell’agosto 1848 Bagolino, alla ripresa delle ostilità (1859), si trova ad essere sulla linea di demarcazione dei due eserciti. La linea” passa dal paese, continua per Idro e Lavenone e, attraverso la cresta che separa la Valle Degana dalla valle di Toscolano finisce a Maderno.
I valligiani, provati dalla triste esperienza del 1848 e dalle dure condizioni economiche, accolgono la ripresa delle ostilità con entusiasmo e responsabilità; si sperano, sotto le patrie bandiere, tempi migliori.
I “Cacciatori delle Alpi” al comando del generale Cialdini combattono per conquistare la Rocca d’Anfo ed il presidio dei confini tirolesi.
Una colonna della divisione Cialdini dopo aver espugnato alla baionetta il Maniva discende alle spalle della Rocca dove, unendosi alle altre truppe che arrivano per la strada di Anfo, occupa parte della fortezza.

Dopo la costituzione del Regno d’Italia del 1861 si vuole liberare il Veneto dal dominio asburgico. I valligiani superato lo scoraggiamento, il ricordo delle battaglie e i disagi economici, finiscono con ben accogliere i combattenti garibaldini.
Nella zona del Caffaro le operazioni militari iniziano il 25 giugno e si protraggono sino al 4 luglio, giorno della battaglia di Montesuello.

Non sono ancora spenti gli echi delle battaglie del Caffaro che i valligiani devono partire per la guerra “d’Africa” combattuta tra Italia e Abissinia.
I nostri vengono reclutati per lo più nel Corpo degli Alpini, istituito con legge 12 ottobre 1872, che riuniva 15 compagnie reclutate in zone montagnose con il compito di guardia ai valichi e, assegnati al quinto reggimento, come battaglioni Vestone, Edolo, Tirano, Morbegno.

Le vicende degli ultimi anni hanno provato duramente i bagolinesi che hanno visto i loro territori, specialmente quelli di Ponte Caffaro, interamente devastati. Ma non basta.
L’Italia, reduce dalla conquista libica, viene coinvolta nella prima guerra mondiale. Gli italiani, prima neutrali, cedono agli interventisti: Partito Repubblicano, Partito Socialista, Fascio d’Azione Rivoluzionaria, Partito Radicale, Movimento Futurista ecc..
Il 23 maggio 1915 a mezzanotte l’Italia si schiera contro l’Austria.
I monti di Bagolino e la zona del Caffaro che si trovano sulla linea di confine sono i primi teatri di combattimenti.
La guerra, in prevalenza di trincea, attua il principio ‘Ai fare l’aquila” cioè di conquistare e tenere le vette per essere padroni delle valli.
Verso il Passo Termine, al confine con il territorio trentino, ancora oggi sono visibili i resti di costruzioni militari, di trincee e di reticolati arrugginiti muti testimoni di una lunga guerra di logoramento.
La frazione di Ponte Caffaro nella notte dei 24 maggio 1915 vede passare sul suo ponte, posto a confine con l’Austria, i bersaglieri seguiti dagli alpini (5 battaglione) e dal fanti (62 reggimento) che si avviano alla conquista dei trentino.
Gli abitanti del Piano sono costretti a rifugiarsi, quando le battaglie si fanno più cruente, nel capoluogo.
Come quella volta che sono obbligati a rientrare a Bagolino per evitare il fuoco incrociato dei cannoni austriaci piazzati sul Forte Cariola, sul Forte Lardaro e sul Forte Corno, e dei “pezzi” italiani che tirano dal Forte Baremone e dalla Rocca d’Anfo.
Il 1918 è un anno tragico per gli abitanti di Ponte Caffaro. 1 cannoni dislocati su Forte Por vomitano un fuoco continuato sulla piccola frazione posta a confine.
La gente è svelta a fuggire ed a rifugiarsi in aperta campagna, nelle cantine, a Bagolino.
Le case vengono distrutte, la chiesa ed il paese bersagliati dal fuoco; miracolosamente tra gli abitanti non si contano vittime.
Dopo i “caldi” giorni dell’estate del 1918, finita la guerra, la gente di Ponte Caffaro può tornare a varcare il ponte che questa volta congiunge le sponde in uno stesso Stato che, come scrive il Biati “aveva sì rivendicato la sua frontiera, ma allo stesso tempo, aveva ingigantito i suoi problemi, portando la popolazione ad un esasperato malcontento, preparatore di nuove, deleterie avventure”.

Tra le due guerre l’Italia conosce il regime dittatoriale fascista di Benito Mussolini

Dopo vent’anni di pace relativa inizia un’altra terribile guerra: la Seconda Guerra Mondiale il cui ricordo è ancora vivo e bruciante nei superstiti. A Bagolino la popolazione soffre i dolori, i disagi e le privazioni che sempre accompagnano tristi eventi.

Il territorio ecomuseale  della valle del Caffaro corrisponde all’intera estensione territoriale del Comune di Bagolino, comprendendo anche la frazione Ponte Caffaro.

Dominato dall’imponente corno del Blumone, il territorio di Bagolino è attraversato dal fiume Caffaro, che nasce al Passo del Termine e, scendendo nella conca del Gaver in un alternarsi di ripidi pendii e falsi piani, giunge al paese, per poi affluire nel fiume Chiese nei pressi del Lago d’Idro.

Caratteristica peculiare del centro storico di Bagolino è la disposizione delle case, di notevole altezza, addossate una all’altra con portici, sottopassaggi, piccole terrazze, ballatoi, inferriate in ferro battuto, affreschi murali, solai in legno.
Le vie che percorrono il borgo sono strette, selciate con acciottolato e porfido, interrotte da numerose scalinate che conducono alla parte alta del paese.

Elementi del patrimonio culturale immateriale di Bagolino sono il Carnevale, il Bagoss (formaggio locale) e il dialetto.


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martedì 30 giugno 2015

COSTA VOLPINO

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Costa Volpino è un comune situato al termine della Val Camonica, dove il fiume Oglio confluisce nel Lago d'Iseo, al confine tra le province di Brescia e Bergamo.

In territorio comunale è interamente contenuto il torrente Supine, che confluisce nell'Oglio.

Dal nome di questo luogo deriva quello della roccia qui estratta chiamata volpinite.

Secondo il Lorenzi, il nome "Costa Volpino" deriva da castra Wulpinii, nome che ne indicava un'antica zona fortificata.

Il territorio comunale di Costa Volpino fu interessato da primitivi insediamenti già in periodo neolitico da parte degli antichi Camuni.

Vi furono in seguito, nel III secolo a.C., influenze dei Galli Cenomani che occuparono alcune località, tra cui l’attuale frazione Branico, come si evince dal toponimo stesso, di derivazione celtica.

Anche l’epoca romana lasciò segni della propria presenza, tra i quali spiccano i toponimi di Flaccanico e Qualino.  In questo periodo il territorio era conosciuto anche per la presenza di attività estrattive di un particolare tipo di gesso chiamato appunto volpinite.

Il principale castello del XII secolo, di proprietà della famiglia dei Brusati, si trovava nella frazione Volpino. In un successivo trattato di pace stipulato tra Bergamo e Brescia, ne venne decisa la demolizione, avvenuta nel 1198.

Nel 1415 Andreolo Ronchi infeudava Volpino per parte del vescovo di Brescia Guglielmo Pusterla.

Nel 1428, il paese passò, unitamente ai comuni limitrofi, alla Repubblica di Venezia, sotto il cui controllo rimase fino all’avvento della Repubblica Cisalpina.

Tra il 1488 ed il 1751 annualmente si formava il consiglio di vicinia, che aveva sei ragionatori, un console ed un cancelliere. Essi erano scelti con un procedimento elettivo incrociato di rappresentanti delle varie contrade: due per gli abitati di Branico, Flaccanico, Qualino e Ceratello, uno per Corti e tre per Volpino. I membri nominati sopra eleggevano a loro volta venti rappresentanti delle sei contrade.

Nel 1751 si istituì il consiglio di credenza, che era formato da 18 membri: 6 sindaci e dodici consiglieri, provenienti due da Branico, Qualino, Flaccanico, Ceratello, uno da Volpino e tre da Corti.

Con l'arrivo della rivoluzione francese, tra il 1798 ed il 1804 i comuni di Volpino e di La Costa presero il nome di Terre della Costa di Lovere; tra il 1805 ed il 1812 di Costa di Volpino. Nel regno d'Italia dal 1859 ebbe il nome di Costa Volpino.

Il 21 agosto 1884 il re Umberto I concede al Comune di Volpino di mutare il nome in Comune di Costa Volpino. Già nel cinquecento era ricordata la denominazione "Comune della Costa, di Corte, di Volpino".

L’economia locale è tipicamente industriale e commerciale, sviluppatasi durante la fase del boom economico italiano di metà ’900. Le cave antiche del pregiato marmo volpinite, del gesso di Volpino e del marmo statuario sono ancora oggi in uso.
Il territorio del comune di Costa Volpino è suddiviso in sette piccoli centri storici, che vanno a comporre altrettante frazioni.

Branico
La terminazione in "ico" denota la indubbia origine celtica, mentre la radice può derivare dal nome proprio gentilizio di persona, Branius. Si stende sul versante sud del monte detto della Costa a 319 metri s.l.m. La chiesa parrocchiale, che sorge su un poggio roccioso dedicata a S. Bartolomeo Apostolo, fu edificata intorno al 400 e successivamente ampliata nel 700.
Nel 1975 durante lavori di restauro, sono stati scoperti affreschi del 400, raffiguranti l'ultima cena e una crocifissione, opere di scuola locale. Il centro abitato è in notevole espansione grazie alla realizzazione di complessi edilizi sorti negli ultimi anni.
E' sorto inoltre un centro sportivo assai moderno ed efficiente grazie alla realizzazione di un nuovo campo polivalente (tennis-pallavolo-pallacanestro) sorto a fianco dell'esistente campo di calcio; completa la struttura ricreativo-sportiva della frazione, il bocciodromo coperto.
Ceratello
Posto a dominare le sottostanti frazioni dai suoi 813 mt. slm., aveva anticamente nei pressi dei ruderi di un castello, una semplice cappella per la pietà dei mandriani.
Sulla stessa area sorse nel 1737 l' attuale chiesa dedicata a S.Giorgio martire. Nell'impianto architettonico essa ripropone lo schema consueto alle chiese della zona: facciata a due ordini sovrapposti con timpano curvilineo e portico a tutta ampiezza. Nel suo interno, rinnovato nella decorazione generale del 1965, si distingue nettamente la tavola centrale con la Madonna e il Bambino tra i santi Giorgio e Rocco di ignoti esecutori del 500, racchiusa in una bella ancona lignea con colonne riccamente intagliate.
Pure di ignoto ma presumibilmente del 700 la pala del Madonna col Bambino ed i santi Fermo ed Antonio di Padova. Assai pregevole il settecentesco altare del Rosario in marmi scelti intarsiati con medaglia incisa al paliotto. Ceratello dette i suoi natali all'inizio di marzo 1850 a don Alessio Amichetti, nobile figura di sacerdote e di illustre naturalista, grande cultore della geologia del Sebino. Pubblicà numerosi scritti, ma l'opera che più lo rese famoso fu "Una gemma subalpina", pubblicata a Lovere nel 1896, in cui l'Amighetti mette in risalto le meraviglie geologiche della zona del Sebino. Per le sue benemerenze e per le sue doti fu membro della Società Geologica Italiana, socio dell'Ateneo di Bergamo e Brescia e venne insignito della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì a Branico il 27 gennaio 1937. E' tra le frazioni, data la posizione ambientale, che vanta una discreta affluenza turistica. Attività ricreative stanno sorgendo come supporto al turismo.
Corti
Frazione il cui nome viene fatto risalire alla "Curtis" medievale, complesso di edifici-castello-fattoria. Il patrono è S. Antonio Abate a cui fu dedicata la prima chiesa parrocchiale, ricostruita in forme più ampie nel 1848 dal capomastro Giuseppe Pellini di Como. Durante recenti lavori di restauro dell'ancona a soasa maggiore, si è scoperto che la stessa risale al primo cinquecento e che la decorazione originaria è per la maggior parte in oro zecchino.
La vecchia parrocchiale, nella quale fra l'altro, fin dal 1896 venne esposta una statua raffigurante la Madonna di Lourdes, risultò del tutto inadeguata alle esigenze di una comunità in continua espansione, per cui nel 1960 fu dato incarico all'arch. Luigi Cottinelli di progettare una nuova chiesa i cui lavori furono ultimati nel 1973.
La nuova parrocchiale sfruttando un suggestivo scenario ambientale, si affida ad un moderato movimento di masse orizzontali, articolate da un telaio strutturale a paraste abbinate in cemento armato. In essa si inseriscono, secondo un ritmo modulare, pannelli prefabbricati in calcestruzzo contenenti vetrate istoriate, realizzate su disegno di Franca Ghitti e ispiratesi ai temi della Genesi, dell'Apocalisse ed ecclesiali.
A Corti dal 1925/1926 è sistemata la sede municipale ed è la zona che ha conosciuto intorno agli anni '60 il maggiore sviluppo demografico ed edilizio; vi hanno sede inoltre la scuola Media Statale, la Biblioteca Civica, il pensionato per anziani "F. Contessi", palestra - campo da tennis e scuola professionale.
Flaccanico
Deriva dal nome proprio di persona di origine romana "Flaccanius". Si stende sul versante della Costa ed era abitato, nel passato, prevalentemente da contadini e pastori. Lungo il corso dei secoli seguì le vicende di Qualino da cui dipendeva sia come territorio che come parrocchia. E' la frazione di Costa Volpino che ha subito ultimamente una diminuzione per la presenza di nuove industrie ed attività commerciali a valle del paese.
Agli inizi del novecento venne costituita una specie di "cassa mutua" da parte dei capofamiglia locali per aiutare i più bisognosi. L'istituzione svolse la sua opera fino all'avvento di nuove forme socio assistenziali.
Piano
E' la zona piana compresa tra il fiume Oglio, il lago e il comune di Bisogne. Frazione che si è sviluppata negli anni '60 con l'insediamento in zona dello stabilimento Dal mine.
Nel 1952 vi è stata costruita la nuova chiesa dedicata alla Beata Vergine della Mercede. Nel 1962 la frazione è stata eretta canonicamente e civilmente a Parrocchia.
Costruzione di un certo interesse storico è il Palazzo Baglioni, da cui prende nome la via che gli passa vicino: Via Ca' Baglioni. Ora è in condizioni fatiscenti, se non pericolanti. Annesso vi è un caseggiato in cui è inserita la chiesina che era dedicata a S. Fermo, ora sconsacrata.
Degni di nota i nomi di alcune vie che vogliono rievocare un po' di passato remoto: Ca' Poeta, Ca' Nistol, Ca' S.Martina, Ca' Ronchi ecc.
Caratteristico il gruppetto di case denominato Pizzo: un insieme di antico e di nuovo, di passato e di recente. Nel territorio di Piano vi operano parecchie industrie ed alcuni laboratori di confezioni che occupano buona parte del posto. E' di recente costituzione un'area da attrezzare ad attività artigianale denominata P.I.P.
Qualino
Frazione che deve il nome dal latino "Aqualinus", luogo ricco di acqua posta a 438 mt. slm. La chiesa di S. Ambrogio fu costruita nel 400 nelle vicinanze delle rovine di un castello, ricostruita nel 600 e prolungata dall'ing. Pellini nel 1902. Un portico rinascimentale in facciata, retto da colonne scanalate in arenaria, protegge uno splendido portale seicentesco in marmo nero con svecchiature policrome, che incornicia un portale in legno con pannelli finemente intagliati.
All'interno campeggia la grande tribuna absidale, in legno intarsiato e dorato, a forma di tempietto a due ordini, con edicola e cupoletta del 600. La sovrasta una stupenda ancona di bottega Fantoniana (1736) che fa da cornice alla pala della Madonna in gloria con i santi Ambrogio, Antonio abate, Giorgio e Bartolomeo di ignoto dell'epoca.
Altre due ancone con colonne tortili in legno intagliato e dorato sono agli altari laterali: una del 600 di artigianato locale e l'altra del 1730 di bottega Fantoniana. La pala della Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena è del clusonese Domenico Carpinoni (XVII secolo). Sulla parete destra dell'aula è una bellissima Madonna col Bambino, residuo affresco della fine 400.
Sulla volta, affreschi del 6-700 mostrano episodi della vita di S. Ambrogio. L'organo recentemente restaurato, è del Serassi, celebri costruttori del 700.
E' di recente costruzione un centro sportivo ricreativo comprendente un campo di calcio, un campo di tennis e uno di pallavolo il tutto gestito a livello oratoriale.
Volpino
Già conosciuto al tempo della dominazione Romana, indicava zona abitata da numerose volpi. Il gesso chiamato "volpinite", non ha dato il nome al paese, come erroneamente taluni ritengono, ma dal paese lo ha assunto. Per salire alla frazione di Volpino si devia al km. 45 della statale del Tonale, subito dopo Ponte Barcotto e si va verso monte tenendo la destra. Più alta, quasi arroccata a vigilare, si leva la parrocchiale del paese, ampia e solenne, intitolata a S. Stefano Martire, che ha come elemento più appariscente la grandiosa ancona lignea di scuola Fantoniana con le statue di S. Giovanni Battista e S. Michele. La pala raffigura la Madonna con il bambino in gloria, coi santi Stefano e Girolamo. Poco distante dalla chiesa si erge la cappella S. Carlo Borromeo, a lui intitolata a memoria del passaggio a Volpino. Questa cappelletta degna di menzione fu restaurata nel 1186. Negli ultimi anni sono sorte una serie di iniziative sportivo-ricreative sullo spunto di una attività oratoriale assai dinamica.


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lunedì 1 giugno 2015

LA CHIESA DEL TINAZZO A SONCINO

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Lasciata Soncino dalla porta orientale e dirigendo verso nord, si risale il terrazzo alluvionale dell'Oglio. Dopo un paio di chilometri, mentre lo scoscendimento verdeggiante verso il fiume scorre a destra della strada, sulla sinistra si raggiunge un complesso noto come Il Tinazzo. Dalla strada, l'elemento immediatamente percepibile è una chiesetta con semplice facciata a capanna risalente probabilmente alla fine del XIV sec., Santa Maria della Neve. Essa costituisce con gli edifici dellazienda agricola, che gestisce i terreni circostanti, ed un ampio parco di circa due ettari il complesso noto come il Tinazzo, probabilmente a ricordare un qualche piccolo avvallamento, che procurava ristagno di acque. La piccola chiesa è interamente affrescata con immagini della Vergine (in buona parte certamente ex-voto) espressione di una cultura religiosa assai pervasiva in un contesto agricolo non prospero, ma dignitoso. Accedendo al Parco dal cancello immediatamente a sinistra si viene immessi in uno spazio probabilmente concepito per il diletto almeno dal XVI sec., che venne arricchito con l'impianto di numerose essenze esotiche, tuttora pienamente conservate, probabilmente nel XVIII sec. Un completo, ulteriore rimaneggiamento - pur rispettoso dei caratteri esistenti - fu eseguito secondo canoni romantici nella prima parte del XIX sec. A quest'epoca si deve anche un piccolo edificio con torre in stile neo-gotico, utilizzata forse anche come punto di osservazione dell'avifauna, specialmente di passo. Oggi il Parco è aperto al pubblico ed è integrato da un apprezzato ristorante, che serve qualificati cibi della cucina locale.

La chiesa denominata inzialmente  "Madonna della Rosa" posta nella contrada del Tinazzo, venne successivamente rinominata "Beata vergine del Tinazzo.

L'ampliamento della chiesa avvenne nel 1519- 1520. L'attuale facciata  presenta  un'impostazione a capanna, impaginata da due massicce lesene con solidi contrafforti di spigolo  con funzione portante e decoartiva, nella quale si apre un portale a tutto sesto con sguancio a tre cordonature in latreizio con sovrapposto un gocciolatoio. Sopra l'occhio anzichè un rosone si trova un riquadro rettangolare leggermenti incassato nella muratura, e ospita un affresco di madonna col bambino più vo,lte rinnovato nel corso dei secoli.
Le due finestre laterali della nuova campata si aprono dsimmetricamente a metà parete e ripetono la struttura delle due assimetriche ospitate nella campèata originaria. Il pavimento completa quello pre-esistente con piastrelle rettangolari in latrizio disposte a giunti alternati.

Un Oratorio costeggia la parte nord-ovest della chiesetta e al suo interno antichi dipinti e volte lo rendono ricco di particolari.

Il complesso naturalistico e monumentale del Tinazzo sorge sul ciglione settentrionale dell'antica strada che collegava Cremona a Bergamo.
Il toponimo Tinazzo prese origine dalla distesa acquitrinosa che per secoli coprì l'area golenale del fiume Oglio, alimentata dalle periodiche esondazioni del fiume e dal costante afflusso delle acque risorgive.
Del Parco si hanno notizie fin dal primo '500, ma è nel '700 che fu avviata la sistematica organizzazione secondo criteri moderni con l'introduzione di essenze estranee alla tradizione locale. Recentemente riportato all'antico decoro, il parco ospita interessanti specie vegetali che vanno dagli indigeni acero, corniolo, e biancospino ai maestosi tasso, ippocastano, magnolia e bagolaro.
             
Parco romanico dell'800 riportato a nuova vita, è attraversato da un canale alimentato da risorgive formanti un laghetto. Accanto alle piante autoctone e caratteristiche dell'antico habitat padano (come il Noce, l'Avero, il Biancospino),vi sono numerose essenze non spontanee.

Il Tinazzo riveste un grande interesse naturalistico per le sue piante secolari e costituisce inoltre un continuo ambientale con il Parco Regionale dell'Oglio.




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sabato 30 maggio 2015

IL PARCO DEL TORMO

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Il Fiume Tormo trae origine dai fontanili che lo alimentano durante il suo corso, è un fiume atipico, sorge infatti in pianura e le sue acque provengono per intero da fontanili e risorgive (già citato in periodo medievale  come "flumen Turmum"). Proprio grazie alla sua origine sorgiva l’acqua del fiume Tormo è sempre limpida e cristallina, fresca d’estate e temperata d’inverno. Queste caratteristiche fanno si che la vita acquatica prosperi nelle acque del fiume.
E' considerato tale perché ne possiede le caratteristiche peculiari e morfologiche: sorgenti naturali, regime d'acqua perenne, alveo a profondità e larghezza variabili, fondo piatto e ghiaioso, con tratti ricchi di depositi sabbiosi, simili a quelli presenti nel Fiume Adda.
Lungo il suo corso, nei tratti più ampi, la corrente deposita materiale di sedimentazione su cui si sviluppa una rigogliosa vegetazione palustre. Un altro aspetto importante è l'andamento sinuoso con numerosi meandri, alcuni dei quali abbandonati
Dal fiume si dipartono numerose le rogge che vanno ad alimentare una moltitudine di canali di irrigazione mentre, più a valle, parte della stessa acqua torna nell'alveo del fiume. La campagna attraversata dal lento scorrere del  fiume Tormo è certamente fra le più fertili delle provincie attraversate. Fa da riparo al suo percorso l'antica scarpata di quello che anticamente era denominato Lago Gerundo, ormai addolcita nel suo aspetto.
Il Parco Interprovinciale del Fiume Tormo è un parco di 4.406 ettari che si estende lungo le rive del fiume Tormo. La Provincia di Cremona ha riconosciuto il parco con Delibera di Giunta n. 375 del 28 giugno 2004 e n. 405 dell'8 agosto 2006. La Provincia di Lodi ha riconosciuto il parco con Delibere di Giunta n° 254 del 9 dicembre 2004 e n. 184 del 12 ottobre 2005. La Provincia di Bergamo ha riconosciuto l'area protetta con Delibera di Giunta n° 338 del 16 maggio 2005.

Si tratta di un'area di pianura caratterizzata dalle antiche scarpate del fiume Adda. Il Tormo, infatti, è un fiume di origine risorgiva lungo oltre 30 km che scorre interamente nella piana alluvionale dell'Adda.

Rappresenta la caratteristica primaria del Parco: all'asta del fiume si somma una fitta rete idrografica con rogge e canali, taluni artificiali, altri di origine risorgiva.

Il territorio del Parco ha una forte valenza agricola, soprattutto per la produzione di foraggio e per la presenza di numerosi allevamenti bovini.

Elementi di interesse storico, artistico e religioso nei comuni del Parco sono: la Madonna della Vittoria e l'oratorio di san Bernardino ad Agnadello, il castello Visconteo a Pandino, la pieve di Palazzo Pignano e il sito archeologico della villa romana nel medesimo comune, il Santuario della Beata Vergine del Pilastrello a Dovera, villa Barni a Roncadello, l'ex chiesa abbaziale (ora parrocchiale) di Abbadia Cerreto.

Il territorio percorso dal fiume Tormo, che attraversa il terrazzo fluviale della valle dell'Adda, prevalentemente utilizzato per attività agricole, è caratterizzato da diversi fenomeni di risorgenza idrica, con la presenza di numerose teste di fontanile. Questo diffuso sistema idrico (che trae origine dai fontanili Tormo-Murata, Renga, Renghelletto, Lazzi e Signora) viene finalizzato all'irrigazione, alla raccolta e alla distribuzione delle acque; basti considerare che il Fiume Tormo, lungo solamente 34 chilometri, interessa una rete idrografica di ben 166 chilometri di lunghezza, che viene compresa all'interno del territorio del Parco.

Questo nuovo Parco riveste, nella sua complessità una notevole importanza come possibile nodo di congiunzione di corridoi ecologici, collegandosi al Parco Adda Sud nella sua parte più meridionale, al Parco Agricolo del Moso e, per conseguenza, al Parco del Serio nel territorio cremasco. In un futuro il Parco potrà interessare anche il territorio Comunale di Casirate d'Adda, creando un collegamento anche con il Parco Adda Nord. Non è da sottovalutare il fatto che il Parco è attraversato dal Canale Vacchelli (già dotato di piste ciclabili di notevole ampiezza) il quale collega il Fiume Adda, al Fiume Oglio.

Il Tormo è considerato un fiume perché ne possiede le caratteristiche peculiari e morfologiche: sorgenti naturali, regime d'acqua perenne, alveo a profondità e larghezza variabili, fondo piatto e ghiaioso, con tratti ricchi di depositi sabbiosi, simili a quelli presenti nel Fiume Adda.

Lungo il suo corso, nei tratti più ampi, la corrente deposita materiale di sedimentazione su cui si sviluppa una rigogliosa vegetazione palustre.

Un altro aspetto importante è l'andamento sinuoso del suo corso con numerosi meandri, molti dei quali ormai abbandonati. Alcuni brevi tratti del fiume sono stati invece canalizzati e rettificati per motivi irrigui in tempi più recenti, mentre altre canalizzazioni, eseguite nel secolo XVII erano servite al risanamento delle aree paludose.

Fa da riparo al suo percorso l'antica (e ormai addolcita nel suo aspetto), scarpata di quello che anticamente era denominato Lago Gerundo.

La zona compresa nel Parco è essenzialmente dedicata alla produzione di foraggio, essendo l'attività principale dell'area l'allevamento zootecnico e in particolare la produzione di latte.

La presenza di boschi è attualmente assai modesta anche se il Parco intende ricreare in queste piccole aree relitte delle zone di ripopolamento per la flora e la fauna. Il paesaggio è in prevalenza una distesa di prati permanenti e avvicendati, tipo quelli a erba medica, intercalati da campi coltivati in prevalenza a mais.
Il perimetro comprende anche la zona archeologica di Palazzo Pignano.

Il parco del fiume è contraddistinto da un carattere interprovinciale in quanto si estende a nord in Comune di Arzago d'Adda (Bg) e a sud nei Comuni di Crespiatica, Abbadia Cerreto e Corte Palasio (Lo).






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lunedì 18 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : CORNATE D' ADDA

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Cornate d'Adda  è un comune italiano della provincia di Monza e della Brianza, dal cui capoluogo Monza dista 21 chilometri. Fa parte del territorio del Vimercatese e del Parco Adda Nord.

Nel 1870 furono aggregati a Cornate i comuni di Colnago e Porto d'Adda.

Nel 1924 il comune di Cornate assunse la denominazione di "Cornate d'Adda".

Nel 2009 passò dalla provincia di Milano alla provincia di Monza e della Brianza.

E' assai probabile che il toponimo Cornate sia stato mutuato da Paolo Diacono il quale, nel suo libro Historia Langobardorum, afferma che gli eserciti di Alachi (usurpatore del trono) e Cuniberto, re legittimo alla fine del VII secolo, vennero a tenzone in campo cui Coronate nomen est. In seguito alla battaglia che lo vide prevalere, il re Cuniberto avrebbe edificato nella campagna un monastero in onore del beato Giorgio martire, di cui tuttavia non si sono trovate tracce.
La presenza longobarda sul territorio è corroborata da ritrovamenti archeologici che due diverse equipe di ricercatori hanno eseguito sul territorio.

L'equipe del Prof. Brogiolo, della facoltà di Archeologia dell'Università di Padova, ha eseguito prospezioni in località Rocchetta, ove ha messo in luce la presenza di vari reperti fra cui una cospicua cisterna, probabilmente risa lente al V secolo dell'era volgare, ed alcune tombe e fortificazioni probabilmente coeve, oltre ad abbondanti materiali ed oggetti di uso comune quali olle e ceramiche. Essendo collo cata in posizione strategica su uno sperone di roccia, la località era probabilmente fortificata sia per controllare il porto sottostante che il fiume in generale.
In località Villa Paradiso ha operato un gruppo di ricerca diretto dal Prof. Lampugnani, della Società Lombarda di Archeologia, che ha messo in luce la presenza di una decina di tombe longobarde del VII - VIII secolo, ricavate in una preesistente villa rustica romana, risalente con ogni probabilità al I secolo della nostra era. Sono evidenti una pavimentazione in ciottoli rustici ed alcuni muri perimetrali, per un complesso di almeno nove ambienti. Possiamo quindi in via ipotetica desumere che il nostro centro sia stato abitato dai Romani, che lasciarono sul nostro territorio sia segni di una strada che attraversava l'Adda in località della centrale Bertini, che la villa rustica cui sopra si è accennato. Sono poi intervenuti i Longobardi che, a partire dal 569, occuparono tutta l'Italia del Nord.

Non vi sono riscontri storici significativi fino al 1538, anno in cui Carlo V diede Cornate, con altre terre, al marchese Pagano D'Adda. Alcuni dati demografici successivi ci informa no che Cornate contava 317 persone nel 1583, che raggiunsero la cifra di 715 alla fine del Seicento, ed erano per la maggior parte dedite all'agricoltura; tale situazione non cambiò in maniera significativa fino agli inizi del secolo scorso, quando furono costruite due centrali idroelettriche (Bertini ed Esterle) e si sviluppò l'industria a Milano, permettendo a molti di diventare operai.

Un cenno a parte merita la località di Villa Paradiso (probabilmente dal nome del proprietario delle terre, tale Paradixi), che è posta in una suggestiva posizione a dominare la valle dell'Adda, più propriamente della Bagna e del fiume sottostante. Fu fabbricata alla fine del XVI secolo dai Gesuiti e da loro gestita fino al 1773, quando la compagnia venne soppressa dall'imperatore d'Austria Giuseppe II. Oggi il vecchio caseggiato storico è stato rimaneggiato e l'unica vestigia di quei tempi è una piccola chiesa dedicata a Sant'Ignazio di Loyola.
La frazione più cospicua del Comune è Colnago, che fu anche Comune autonomo prima del regio decreto del 1870. In questa località due torri testimoniano i tempi feudali e, dopo opportuni restauri, si presentano in ottimo stato. Un altro monumento cospicuo è la Villa Sandroni, oggi ristrutturata e sede della Biblioteca Civica.
Più significativa appare la storia di Porto d'Adda, che già nel XII - XIII secolo si chiama va Portus de Coronatae. Col passare del tempo il guado acquisì maggiore importanza strategica e commerciale, dato che l'Adda segnò, dal 1428 al 1797, il confine tra il ducato di Milano (occupato prima dagli Spagnoli e poi dagli Austriaci) e la Repubblica di Venezia. Proprio durante il periodo della dominazione austriaca furono resi operativi gli studi per la costruzione di un canale navigabile, incominciati fin dai tempi di Leonardo, e nel 1777 vi fu l'inaugurazione del naviglio di Paderno, che permetteva il superamento delle rapide dell'Adda fra i Tre Corni e la località Rocchetta.

Tale opera consentì il collegamento del lago di Como con Milano, utilizzando, da Vaprio, il canale della Martesana. Oggi il canale è fatiscente, pur se studi ed interessamenti a livello europeo potrebbero permetterne una significativa ristrutturazione per finalità turistiche. Già dai prossimi anni tuttavia vi saranno interventi per recuperare ad uso culturale vecchi edifici lungo il canale.
A livello della conca grande del Naviglio sorge, su uno sperone di roccia incombente sul fiume, il santuario della Madonna della Rocchetta, il cui toponimo rimanda ad un uso militare del manufatto. La chiesa fu eretta al tempo della costruzione del Duomo di Milano (1386) dal fisico Beltrando Cornatese, che vi chiamò i frati eremiti dell'ordine religioso di Sant'Agostino, i quali occuparono la località per pochi decenni, poiché all'inizio del XVI secolo Filippo Maria Sforza trasformò l'altura rocciosa in un fortilizio, pur lasciando intatta la chiesa. Oggi il santuario è stato restaurato ed è utilizzato per funzioni religiose.

I siti di interesse turistico nel territorio di Cornate d'Adda sono legati a filo doppio alla presenza del fiume che, oltre ad avere influenzato in modo evidente i toponimi, ha condizionato gli insediamenti umani nel corso del tempo.
Detto delle ville patrizie disseminate nelle frazioni (Villa Biffi Sormani a Cornate, Villa Sandroni con il suo parco pubblico a Colnago e Villa Monzini a Porto, nonché la zona di Villa Paradiso) bisogna però riconoscere che l'attrattiva maggiore é costituita dalle magnifiche centrali idroelettriche "Bertini" ed "Esterle", gestite dalla Società Edison S.p.A.. Le due centrali sono ovviamente poste sulla sponda destra dell'Adda, lungo l'alzaia, per sfruttare il naturale movimento delle acque. La Bertini, attivata nel 1898 tramite una derivazione presa all'altezza della prima conca del Naviglio di Paderno, rappresenta un prezioso repertorio di ricerca stilistica fra richiami neo-classicheggianti e citazioni decorative desunte dalla tradizione locale; per le sue particolarità costruttive fu a lungo annoverata fra le prime in Europa.

Seguendo il canale di restituzione delle acque si raggiunge, a poco più di un chilometro verso sud, la centrale elettrica Esterle, funzionante dal 1914 in parallelo con la Bertini. Anche in questo secondo caso l'applicazione del tema neoclassico é tale da dissimulare la reale funzione dell'edificio, che si avvicina al carattere di una residenza signorile di stile liberty.
Peraltro quello che può essere definito il "percorso dell'energia elettrica" non si limita al territorio di Cornate, ma va esteso fino a comprendere almeno i Comuni di Paderno d'Adda e di Trezzo. E' qui infatti, a pochi chilometri da Cornate, che si trovano due tra i maggiori esempi di quella civiltà industriale di cui dicevamo sopra: a nord le prese dei canali sull'Adda che alimentano le centrali Bertini ed Esterle, in prossimità del magnifico ponte in ferro (costruito verso la fine dell'ottocento) che unisce la sponda milanese a quella bergamasca, e a sud la centrale Taccani che con la sua imponenza forma un complesso inscindibile con il Castello e con il villaggio di Crespi d'Adda, un sito che è stato recentemente dichiarato patrimonio mondiale dall'UNESCO e che risulta come uno degli insediamenti operai di inizio novecento meglio conservati d'Europa.

Non si possono dimenticare, a fianco degli insediamenti industriali, i luoghi che ricordano la presenza di una civiltà contadina che per lungo tempo é stata l'attività predominante della zona: é quindi obbligatorio citare alcune cascine che si rifanno alla tipica architettura rurale lombarda. Loggiati, portici, ballatoi, pozzi, scale in legno, camini dalle forme curiose: tutti elementi che si ritrovano ancora, spesso ben conservati quando non addirittura ristrutturati, nella Cascina Fugazza, nella Cascina Pozzona o nella Curt di Sa'natt, nella Curt del Gugia o nella Cascina Borina. Impossibile nominarle tutte, ciascuna immersa dentro le proprie peculiarità costruttive, nei propri linguaggi che mescolano i dialetti e lasciano quasi sdrucciolare le parole fino a renderle differenti a distanza di poche centinaia di metri.
Al centro dell'abitato di Colnago, in via Castello, si erge poi la Torre, un imponente quadrilatero che spicca tra una cornice di edifici nuovi come un elemento estraneo, quasi calato da una mano gigantesca. In effetti la prima impressione è che la torre sia stata rubata di peso ad un castello, e che ora le manchi la protezione delle mura amiche. Alcune testimonianze storiche sono peraltro propense ad affermare che una fortificazione fosse davvero presente nel territorio comunale, ma gli scarsi resti rinvenuti costringono a pensare quest'eventualità come una semplice ipotesi.
Un restauro della torre é stato eseguito negli scorsi anni a cura di uno studio privato, ed ora il piano terreno dalla struttura é adibito all'esposizione di mostre artistiche o viene utilizzato come sede di concerti di musiche antiche.




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lunedì 11 maggio 2015

IL FIUME CAFFARO



Il Caffaro è un fiume della provincia di Brescia, appartenente al bacino del Lago d'Idro. Nasce dal Cornone di Blumone, presso il Passo del Termine nel territorio di Breno, all'interno del Parco regionale dell'Adamello. Percorre la Valle del Caffaro bagnando Bagolino ed alcune frazioni e si immette nel Chiese poco prima che quest'ultimo entri nel lago d'Idro, in località Ponte Caffaro. Segna per un breve tratto il confine con la provincia di Trento (comune di Storo).

Affluenti principali sono il Riccomassimo, il Rio Frèi, il Dazare, il Bruffione, il Lajone, il Sanguinera, il Vaia, il Dasdanè, il Racigande, il Berga ed il Leprazzo.

Le acque del Caffaro vengono sfruttate per la produzione di energia idroelettrica.

Torrente molto acquatico con tuffi possibili vista la grande quantità di acqua e profondità delle vasche. Alcuni tuffi li troviamo sul percorso mentre altri si possono creare arrampicandosi sui lati del canyon, l' acqua è abbastanza pulita mentre il greto del torrente un po' meno, non troppo fredda. Torrente fisicamente impegnativo per i lunghi tratti nel letto del torrente e qualche nuotata. Non ha molti passaggi divertenti, le calate sono quasi inesistenti se non un paio obbligatorie, per il resto si riesce a fare quasi tutto senza corda. Arrivati alla diga dove ci aspetta un bel tuffo da una decina di metri siamo quasi arrivati alla fine del canyon. Proseguiamo sul greto e seguiamo il torrente che gira verso destra e sorpassiamo la centrale elettrica, dopo di che ci ritroveremo sotto al ponte in ferro.



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LE FRAZIONI DI BAGOLINO : PONTE CAFFARO

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Ponte Caffaro è una frazione del comune di Bagolino ed è posta a nord del Lago d'Idro nella piccola piana chiamata Pian d'Oneda, dove i fiumi Chiese e Caffaro si immettono nel lago. È il luogo dove si combatté il 25 giugno 1866 la battaglia di Ponte Caffaro tra le forze garibaldine e austriache.

Il Caffaro che dà nome alla frazione fa da confine con la frazione di Lodrone di Storo (TN) in Trentino-Alto Adige.

I primi documenti scritti che riguardano Bagolino risalgono al 1.000 d.C. e "parlano" di un territorio posto a sud del paese chiamato Pian d'Oneda in località Ponte Caffaro. Questo piano, che in seguito entrerà a far parte dei territorio di Bagolino, era un luogo paludoso ed insalubre formato dal delta dei fiume Caffaro e le acque del lago d'Idro.
Verso l'anno 1100, è incerto il momento preciso, e più d'una sono le versioni, sembra che queste terre siano state donate al Monastero di S. Pietro in Monte di Serle da re franchi o longobardi che, sotto il loro dominio, rafforzarono il culto cristiano.
I Monaci ebbero il compito di bonificare il territorio e di costruirvi un ostello per i viandanti che passavano numerosi su quella strada.
Anche i bagolinesi dovevano transitare per quel luogo. Prima di costruire il ponte di Prada, l'unica via per andare a Brescia - in alternativa a quella che passava per il valico del Maniva - era rappresentata dal ponte di Romanterra; si costeggiava a destra il Caffaro sino al bivio delle Armadure, dove per la strada detta "Bagozzina" si giungeva in Pian d'Oneda.
Un'altra versione vuole che queste terre siano state affidate ai Benedettini dagli Uomini di Storo, Darzo, Lodrone; Bovile e Villa di Ponte, antichi paesi scomparsi in seguito ad inondazioni, che nell'anno mille all'incirca avrebbero incaricato i Monaci di sanare l'intero Piano e di costruirvi un Ostello ed una Chiesa in onore di S. Giacomo.
A comprova di ciò il Panelli asserisce che la notizia era riportata in una lettera da lui trovata, scritta da un certo G. Bonardelli, il 20 marzo 1597, al parroco Manzoni.
L'unico brano di questo invito, che si data intorno all'anno 1000 è quello trascritto dal Panelli nel suo manoscritto:
"... rogamus vos domine Pater Abbas de Monte, ut veniatis in locus nostri de casalis et ibi edificetis ecclesia et Monasterum in onore sti Jacopi apostoli Majori, et ibi permaneatis laborando in honore Dei... "
Un altra testimonianza dice che i Monaci subentrarono solo verso il 1213 poiché sino a quell'anno l'intero piano era affittato ad un certo Petro de Tosino ed altri di Anfo, con un canone di 8 libre d'argento in moneta milanese (Odorici).
Di fatto i Benedettini iniziano la bonifica cercando di risanare tutta la zona con ampie piantagioni di ontani (ones) che daranno poi il nome a quella terra: Pian d'Oneda. I Benedettini costruiscono anche una chiesa che viene dedicata a S. Giacomo patrono dei pellegrini, ed un ospizio gratuito ("Xenodochio'9 per dare rifugio e ristoro ai tanti viandanti che transitavano per quella strada.
I contadini che aiutano i Monaci a coltivare il Piano abitano in piccole cascine dette "caselle" che sorgono vicino alla Chiesa.

Dal 1861 al 1918 qui vi passava il confine tra Regno d'Italia e Austria Ungheria, dopo che per secoli era stato il punto di confine tra Repubblica di Venezia, a cui fu sempre fedele e Contea principesca del Tirolo, dopo la parentesi napoleonica fu confine tra il Lombardo Veneto e l'Impero d'Austria.

A Ponte Caffaro ogni anno si svolge una nuotata di 2 km nel lago d'Idro e una manifestazione velistica nazionale. Nella frazione si trova la Chiesa di San Giacomo di cui si hanno notizie dall'IX secolo.

Nei pressi si trova il sacrario militare di Monte Suello che ricorda il luogo della battaglia fra garibaldini e austriaci.

Dopo la bonifica del Pian d'Oneda completata nel 1863 si rende necessaria, causa l'aumento dell apopolazione stabile, la costruzione di una nuova chiesa in luogo del millenario eremo di San Giacomo ormai insufficiente e situato fuori muro rispetto al nucleo del paese.
La decisione viene presa nell'inverno del 1873 da un gruppo di padri di famiglia riuniti in casa del curato.
A donare il terreno su cui sorgerà la parrocchiale è la signora Bignota ved. Scalvini mentre il progetto viene affidato all'architetto Pellini di Varese che disegna la chiesa su copia del duomo di Breno. Alla costruzione concorre il popolo che offe calce e sabbia in misura sufficiente anche per le murature dell'anno dopo. Manovali e muratori, a titolo gratuito, scavano le fondamenta; in meno di due mesi i muri della parrocchiale sono già alti m. 1.20 con una minima spesa di L 830. Sopravvengono difficoltà finanziarie talchè viene organizzata una questua in loco e nei paesi vicini che porta i suoi frutti: la Fabbriceria di Bagolino offre un assegno di L 1.100; i f.lli Fenoli raccolgono offerte in piante di larice e abete necessarie per i lavori; il parroco di San Giacomo rinuncia al suo stipendio che versa al Comitato, al suo vitto provvedono a turno le famiglie del paese. Nel limite della loro disponibilità le donne donano le uova che in quei tempi difficili costituiscono preziosa moneta di scambio per piccoli acquisti (bottoni, refe, ecc.); seguono altre offerte anche dai paesi vicini.
Grazie ai numerosi contributi la Parrocchiale viene portata a termine nell'anno 1880:
A ricordo dei lavori resta un'epigrafe scritta sull'arcata del volto:

ERECTIONI PERVENIT
OPTATIS AUSPICATISQUE
DIEBUS JIUBILEI EPISCOPALIS
PII PAPAE IX

La nuova chiesa è ancora congiunta con la Parrocchiale di Bagolino da cui dipende e bisognerà attendere sino all'anno 1958 quando, con il decreto ufficiale del Vescovo Giacinto Tredici, la chiesa di Ponte Caffaro viene eletta a parrocchia indipendente e divisa dalla Parrocchiale di San Giorgio in Bagolino.

All'erigenda chiesa di Ponte Caffaro che prende il titolo di Parrocchiale di san Giuseppe, informa il Dionisi, vengono assegnati beni mobili per l'importo di di L 1.200.000 e beni immobili quali: casa di canonica abitazione mapp. n. 8376; terreno al mapp. n. 3995 prato arborato di Ea. 023.90; mapp. n. 9625 (fabbr. acc. urbano Ea. 0.0010 R.D - R.A..) ceduto dalla fabbriceria parrocchiale di Bagolino.

A ricordo di questo avvenimento il decreto vescovile recita: "in memoria di questo dismembramento ed erezione ed in segno di riconoscenza verso la chiesa matrice di San giorgio in Bagolino, quello che sarà il Parroco di San giuseppe in Ponte Caffaro inviterà il Parroco di Bagolino nel giorno del titolare o in altra festa solenne a celebrare la S. Messa ed a cantare i Vespri".

Conserva gli affreschi del Trainini che adornano il presbiterio ed i medaglioni della volta ed una tela di Josephus Salviatus (G. Porta) che rappresenta la Madonna col Bambino.

E' documentato che a Ponte Caffaro, in cima alla strada dei Palus, vi era una chiesetta dedicata a San Valentino, protettore contro le febbri maligne che infestavano la zona.
La chiesetta era ancora esistente nella seconda metà del secolo XVII. Un estimo sel Pian d'Oneda del 1674 da le misure e la pianta della chiesa, braccia 11x6, e della sacrestia, braccia 7x6".
Fappani cita anche il testamento di Francesco q. Vincenzo Fanzoni detto Gogella (luglio 1705) dove si legge che vengano disposti 100 troni per San Valentino "che si va fabbricando".
Dopo che un'inondazione del Caffaro avvenuta nel 1840 distrugge la chiesetta, il culto di San Valentino viene trasferito in una cappella di San Giacomo ora adibita a sacrestia.

L'Eremo di San Giacomo situato sull'antica strada reale che conduce nel Trentino si presenta, oggi, come un insolito quadro d'altri tempi.
Fondato verso il decimo secolo, unitamente ad un ostello per pellegrini, dai monaci Benedettini di San Pietro in Monte Orsino di Serle che avevano il compito di bonificare la zona.
La chiesa è ricca di storia data la sua ubicazione: costruita su terra di confine fu spesso il centro di violente contese tra il Comune di Bagolino ed i Conti di Lodrone che, come signori dei luoghi, rivendicavano il possesso del Pian d'Oneda, terra su cui sorge la chiesa.
San Giacomo rivestì sempre una grande importanza per la diocesi di Trento che già nel tredicesimo secolo, in persona del Vescovo Vanga, sollecitava i fedeli con indulgenze per ottenere elemosine ed aiuti per restaurare la chiesa e l'ostello. I bagolinesi si occupavano del mantenimento della chiesa e pagavano ogni domenica un curato perché celebrasse una messa in San Giacomo; il Comune si faceva carico di nominare un "massaro" che provvedeva ad amministrare la chiesa ed i beni annessi, compresa l'osteria.
Si elencano di seguito alcuni eventi nei quali fu coinvolta questa chiesa:

24 LUGLIO 1475: i Lodrini portano un loro sacerdote a celebrare la messa e i bagolinesi vengono presi ad Archibugiate. Il giorno dopo, festa di San giacomo, i bagossi si presentano armi alla mano e i Conti devono allontanarsi.

25 LUGLIO 1476: i Conti di Lodrone tentano di impedire la celebrazione della festa del patrono: i bagossi scendono nel Piano con 300 uomini armati, ma i Lodroni se ne sono già andati.

16 APRILE 1477: la Serenissima intima, pena una multa di mille ducati a Bagolino e di duemila ai Lodroni, la cessazione di lotte e uccisioni tra i contendenti.

ANNO 1520: per permettere la festa del patrono i Conti di Lodrone pretendono dal Comune la somma di 60 ducati; Bagolino si oppone. I Lodroni allora si portano in San Giacomo e ivi feriscono un oste e la moglie. La repubblica di Venezia, informata dell'accaduto, attua l'embargo e vieta il passaggio sul suo territorio delle vettovaglie dirette ai Lodroni. I Conti sono costretti a patteggiare con i bagossi.

28 LUGLIO 1535: il Comune, rimarcando l'importanza politica e religiosa che aveva la chiesa di San Giacomo, arriva addirittura ad imporre multe salate ai paesani che non partecipano alla festa del Patrono.

5 AGOSTO 1535: i Conti di Lodrone pugnalano nell'ostello di San Giacomo, un certo Giovanni Ambrosi di Bagolino.

ANNO 1569: non solo i rappresentanti di ogni famiglia devono portare armi proprie, ma il Comune stesso elegge annualmente i "capi per la festa di San Giacomo" e altri uomini a quali vengono date delle armi che nell'anno 1569 erano: tre armi d'asta, cinque archibugi, uno schioppo. In più venivano eletti appositi incaricati con il compito di potare le bandiere e "sonar li tamburi".

16 FEBBRAIO 1636: viene tolto l'interdetto voluto per motivi politico-amministrativi dal Vescovo di Trento E. Madruzzo, nel 1633, che impediva di celebrare la messa in San Giacomo.

I bagolinesi continuarono a frequentare la loro antica chiesa che ancora nella seconda metà dl diciannovesimo secolo ospitava stabilmente fino alla costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe in Ponte Caffaro, un coadiutore parrocchiale dedito a celebrar messa, alle confessioni, ai battesimi, alla predicazione cristiana e all'insegnamento scolastico.

La chiesa millenaria si presenta con la facciata a capanna ed un pronao a tre arcate, aggiunto nel 1600, che reca ancora tracce di antichi affreschi; all'esterno del portico, sulla destra, compare un grande San Cristoforo mentre, al centro, vi era il leone alato simbolo di Venezia. Il campanile, della seconda metà del diciannovesimo secolo, alto sei metri, sostituisce quello più vecchio, alto solo tre metri, che non permetteva al suono delle campane di raggiungere tutti gli abitanti del Piano. L'antico ostello posto accanto alla chiesa reca impresso, sulla porta, lo stemma di Bagolino.

Della primitiva costruzione la chiesa, a navata unica, conserva l'abside ed i gradini che discendono nell'ex cappella dedicata al culto di San Valentino, oggi sacrestia.

La navata, con le capriate del tetto sostenute da due archi, riceve una pioggia di luce dalle finestre che corrono alte lungo le pareti della chiesa. L'interno spoglio e suggestivo nella sua semplicità, conservava chiusa nella soasa lignea dell'abside una preziosa tela, ora nella parrocchia di Ponte Caffaro, unica opera rimasta in territorio bresciano del pittore Josephus Salviatus (G. Porta). Il quadro che raffigura la Madonna col Bambino ed i Santi marco, Filippo Valentino e Jacopo è stato acquistato dal Comune di Bagolino nell'anno 1568.

L'altare di sinistra era dedicato alla Madonna di San Luca e conservava un dipinto, oggi collocato sull'altare maggiore, che raffigurava in copia la taumaturga Madonna di Bagolino. La coppia dipinta agli inizi del diciasettesimo secolo per il Cpnvento di bagolino, è opera del Raminca (pittore locale). Questo quadro sfuggito al saccheggio del Convento avvenuto durante il tempo della Cisalpina, dopo alterne vicende, viene donato alla chiesa di San Giacomo nel 1860 dai discendenti di M. Dagani detto "Scagn" che, nel frattempo, ne erano venuti in possesso.

Sotto la sacrestia di sinistra si può vedere la cappella dedicata ai santi Filippo Neri e Antonio da Padova.
Interessanti sono gli affreschi della volta.
Ricca e armonica è la soasa dell'unico altare che racchiude una tela con i due Santi e la Vergine.




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domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : SARNICO



Un piccolo borgo affacciato sul lago, un paese con una lunga tradizione, un nome conosciuto in tutto il mondo grazie al legame con i grandi motoscafi.
E’ questo e molto di più Sarnico, cittadina dai quasi 7.000 abitanti che sorge e si affaccia sul Lago d’Iseo, a metà tra la provincia di Bergamo e quella di Brescia: la cittadina è stata costruita proprio nel punto in cui le acque del Lago d’Iseo defluiscono verso la pianura attraverso il fiume Oglio.

Il suo territorio, occupato in gran parte da edifici residenziali, è stato solo leggermente contaminato da insediamenti industriali i quali hanno sempre preferito il comune limitrofo di Villongo dal quale la ricchezza prodotta confluiva cospicua. I recenti insediamenti residenziali hanno occupato gran parte delle rimanenti aree inutilizzate e anche le residue attività industriali hanno cambiato sede.

Alla spalle dell'abitato si vedono i resti di una cava, pressoché abbandonata, della famosa "pietra di Sarnico", dominata sulla cime del colle dalla Rocca. Queste lastre verticali, che arricchiscono il paesaggio senza mortificarlo, sono visibili da molti chilometri di distanza e indicano la via direttrice per raggiungere il lago stesso.

I primi insediamenti umani hanno un’origine databile tra il neolitico e l’età del bronzo, come testimoniano i resti, rinvenuti sul fondo del lago, di un primitivo villaggio strutturato su palafitte.

Con il passare del tempo gli abitanti si trasferirono sulla terraferma, tanto che in epoca romana sulle rive lacustri erano presenti stanziamenti fissi, dovuti soprattutto all’esistenza di importanti strade di collegamento con le città di Bergamo e Brescia, nonché con la Val Camonica, che favorirono il commercio nella zona.

I primi documenti che attestano l’esistenza del paese risalgono invece all’anno 862, quando con una concessione l’imperatore Ludovico II autorizzò lo sfruttamento ittico del lago in favore di alcuni monasteri presenti in territorio bresciano.

Altri documenti attestano che, nell’anno 1081, qui venne costruito un monastero dell’ordine dei cluniacensi, di cui però oggi non resta alcuna traccia.

Il medioevo non vide il paese al centro delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, rimanendo in una posizione più tranquilla e defilata rispetto ai centri limitrofi. Ciononostante il paese venne abbellito da numerosi edifici caratteristici del tempo, quali castelli e torri, in previsione di eventuali attacchi.

Con l’avvento della repubblica di Venezia, il paese acquisì un certo prestigio sia a livello economico, per via dei commerci sviluppati dai veneti, ma soprattutto amministrativo, dato che la Serenissima lo eresse a capoluogo del circondario, denominato Contea della Valcalepio.

In epoca più recente, precisamente nel risorgimento, il paese fu al centro di una sommossa mazziniana contro il dominatori asburgici, promossa da patrioti bergamaschi, che però non riuscì a dare i risultati sperati e passata alla storia con il nome di "fatti di Sarnico".

Il lago d’Iseo, garantisce a Sarnico notevoli e suggestivi paesaggi, nonché la possibilità di svolgere attività sportive quali wind-surf, canottaggio, sci nautico e numerose altre attività da svolgersi sullo specchio d’acqua che bagna il paese. Esiste anche la possibilità di effettuare gite a bordo delle motonavi, che permettono di raggiungere le altre località lacustri, nonché di degustare le prelibatezze eno-gastronomiche della zona.

Anche sotto il punto di vista artistico il paese non ha nulla da invidiare ad altri centri: già noto in epoche lontane, conserva una torre medievale e la rocca dei Zucchellis, risalente al XIII secolo della quale si possono ammirare parti della cinta muraria e della torre. Di tale periodo sono anche i resti dei castelli di Castione e dei Marenzi, comprendente una torre ora adibita a campanile nella chiesetta di San Paolo..

La Torre di San Paolo svetta fiera come fausto simbolo della medioevale origine: appartenuta alle antiche mura, oggi è adibita a campanile. Il centro storico è salotto della vita urbana: la prinicipale via Lantieri mostra colorate vetrine e ristoranti, le piazze ospitano esposizioni d’arte, eventi canori ed il famoso Festival degli artisti di strada. La sera il lungolago di Sarnico, spavaldamente da libero sfogo al mondano passeggio di centinaia di giovani in cerca di ritrovi dove abbandonarsi al ventaglio di passioni e spensieratezze, tipiche di una magica notte d’estate. Di giorno invece, è una soleggiata e ariosa passeggiata con porticciolo turistico e bar dove rinfrescarsi sorseggiando una fresca bevanda o un gustoso gelato. Bellissime dimore come Villa Faccanoni, Villa Surre, Villa Passeri , presentano facciate con decorazioni liberty sinonimo di opulenza. E’ affascinante passeggiare per le viuzze del centro storico e addentrarsi in vicoli silenziosi che custodiscono gelosamente tesori di architettura quattrocentesca come la piccola Chiesa di San Paolo, costruita sulle vestigia del Castello dei Marenzi nel 1428 , si trova nell’anonima piazzetta. L’ingresso, sormontato da un portale in pietra di Sarnico, si trova sul lato lungo della costruzione . All’interno affreschi del ‘400 .
Poco distante si trova la Pinacoteca Gianni Bellini nata grazie alla donazione da parte di Don Gianni Bellini di circa 150 opere per la maggior parte quadri d’epoca compressa tra il 1500 e il 1700. La pinacoteca è collocata nella parte più antica di Palazzo Gervasoni, uno stabile del XV sec. sito nel punto più alto del centro storico di Sarnico. Un tempo convento di suore, divenuto poi residenza, “Palazzo Gervasoni”. Poco a Monte del centro Storico, in Piazza Redentore, si trova la Parrocchiale del ‘700 dedicata a San Martino di Tours, ricca di decorazioni e dipinti tra cui il pregevole quadro che rappresenta “ San Martino e l’imperatore Valentiniano”. A pochi metri dalla Parrocchiale si trova la Cappella di San Rocco dove anticamente cioè fino al 1809, prima della costruzione del cimitero, venivano seppelliti i morti. La chiesetta dei Santi Nazario e Rocco in frazione Castione del 1300, internamente ed esternamente ci sono pregevoli affreschi.
Alle spalle del centro abitato di Sarnico a circa 400mt quota, in posizione panoramica sul lago, si sviluppa il sentiero Forcella-Molere. Dal Parcheggio delle Poste, in corso Europa, si percorre la via Faletto, per poi proseguire sul sentiero denominato “Percorso della Madonna”. In poco tempo si raggiunge il Bivio della Forcella, il percorso prosegue svoltando a sinistra. Il paesaggio circostante è incantevole e la vegetazione conferisce al luogo la tipica atmosfera mediterranea. Durante il tragitto si incontra la Cappelletta consacrata alla Vergine, la Chiesetta degli Alpini, La Rocca de’ Zucchellis e verso la fine del sentiero la Chiesetta dei Santi Nazario e Rocco.

La chiesa parrocchiale è un imponente edificio religioso poco a monte del nucleo medievale costruito nel ‘700, dove si trovava l’antica parrocchiale quasi totalmente abbattuta, e dedicata a San Martino di Tours. La facciata è arricchita da statue dedicate ai Santi: S. Martino, S. Carlo e S.Maria Assunta. Il campanile costruito con conci di pietra regolari a pianta quadrata risale al XV sec., nel 1869 fu sopraelevato. L’interno a navata centrale presenta lesene e capitelli corinzi. Pregevoli quadri raffigurano “San Martino e l’Imperatore Valentiniano”.
La Chiesa di San Paolo la si raggiunge seguendo la via S.Paolo, dalla via Lantieri del centro storico. Costruita nel 1429 sulle vestigia del castello di Sarnico. I restauri avvenuti nel XVII e ne XVIII hanno compromesso lo stile originario. La zona adibita ad altare si trova davanti l’ingresso. L’interno a una navata conserva interessanti affreschi del ‘400.
La chiesa di San Nazario e Rocco è  del 1627; si trova sulla riva sinistra del torrente Guerra. Poco è rimasto dell’originale struttura dopo gli interventi del ‘400. Sono di notevole rilevanza gli affreschi dell’esterno come la “Madonna con Bambino” e quelli antichissimi dell’interno “Madonna con Bambino e S. Giovanni Battista” , “S. Giacomo il Maggiore” e “S. Nazario Vescovo”.

La Pinacoteca Bellini nasce da una donazione di circa 150 opere per la maggior parte quadri, d’epoca compresa tra il 1500 e il 1700, che un grande estimatore e amante dell’arte, Don Gianni Bellini, ha raccolto nella sua vita per donarli poi alla Comunità di Sarnico, di cui fa parte. Si tratta di 128 tra tele e tavole tra le quali spiccano opere di Palma il Giovane, Alessandro Magnasco, Antonio Cifrondi, Carlo Ceresa, Nicolas Regnier, Francesco Cairo. Oltre ai dipinti fanno parte della donazione pregiati mobili d’epoca, alcune importanti statue marmoree e lignee e 4 crocifissi “processionali”, uno in legno e tre in rame argentato. La pinacoteca è collocata nella parte più antica di Palazzo Gervasoni, uno stabile del XV sec. sito nel punto più alto del centro storico di Sarnico.

La torre medievale si trova su un lato della piazzetta della chiesa di San Paolo (sec XII-XIII), nel cuore del centro storico. E’ conosciuta anche con il nome ” Torre dell’orologio”. E’ quanto resta del castello di Sarnico. E’ formato da grossi conci di pietra squadrati e una apertura visibile dalla piazzetta. La torre è sormontata da un campanile a due livelli: il primo contiene cella campanaria, nel secondo si trova l’orologio a cui deve il nome.
La torre civica si trova all’inizio della via Buelli nel centro storico di Sarnico. La torre appartenuta alle mura antiche risale al XII sec. all’interno vi sono tre sale su tre livelli comunicanti tramite scala in legno.Attualmente viene usata per mostre ed eventi culturali.
La villa Faccanoni è stata costruita nel 1907 su progetto dell’architetto Giuseppe Sommaruga ed é uno degli esempi di architettura liberty lombardi. L’interno comprende vari ambienti a più livelli ricchi di decorazioni finemente curati. Di notevole effetto la decorazione dell’esterno e lo splendido giardino. La villa si trova in prossimità del lago, quindi è ben visibile avvicinandosi alla costa con una imbarcazione

Il sentiero “Forcella Molere” si sviluppa lungo il crinale del colle alle spalle del centro urbano di Sarnico, a circa 400 mt di quota, in una posizione panoramica sul lago d’Iseo. Il sentiero inizia dalla via Falletto, vicino l’ufficio delle Poste di Sarnico. Proseguendo oltre, il sentiero si fa strada tra olivi e cipressi fino ad raggiungere una cappelletta. Da qui si può ammirare un bellissimo panorama sull’abitato. Ancora oltre fino alla Chiesetta degli alpini. Ancora più avanti ed il percorso raggiungerà la “Rocca dè Zucchellis” antico avamposto di difesa del territorio, costruito nella seconda metà del XIII secolo. Il percorso termina nei pressi della Chiesetta di San Nazario e San Rocco.

Il lido Più vicino al centro storico è il “Lido Fontani”, un’area verde pubblica di 8000 mq che ospita la chiesetta Stella Maris. E’ ritrovo di molti giovani e di praticanti di sport acquatici. Il “Lido Fosio” si trova invece in zona diga, si tratta di un’area verde pubblica di 10.000 mq ideale per rilassarsi e prendere il sole.
Il più grande e frequentato è il “Lido Nettuno” che si trova sulla strada per Predore ed è collegato al centro storico grazie ad una pista ciclopedonale . L’area alberata di 22.000 mq è ben servita da Bar, Pizzeria, groglieria, area pic-nic, noleggio sdraio, campo calcetto, campo beach volley, bocce, parco giochi, parcheggio. E’ vietato l'accesso ai cani, è vietato accendere fuochi, è vietata la pesca.

Sarnico diventa teatro, con le migliaia persone che richiama lo spettacolo di “Scior, Picaprede e Pescadur”, una grande rappresentazione teatrale itinerante che racconta attraverso il narrare di gente comune mille anni di storia. Storia del lago e delle tradizioni sarnicesi.
Ma è teatro anche per il Busker Festival, la rassegna che porta in tre giorni oltre 200 spettacoli ed esibizioni ad opera di artisti di strada internazionali.
Senza dimenticare la grande musica, con il “Sebino Summer Festival” che ogni anno, nel mese di luglio, porta a Sarnico e su tutto il lago d’Iseo una Master Class di alto perfezionamento musicale svolta da docenti di fama internazionale per giovani musicisti italiani e stranieri.

Per molti anni Sarnico è stato uno dei poli d'eccellenza della cantieristica sportiva con i cantieri Riva.
La Sarneghera è gara podistica non competitiva che si svolge l'ultima domenica del mese di giugno.
la processione della Madonna di Stella Maris accompagnata da Barche illuminate e spettacolo pirotecnico si svolge il 3º sabato di luglio.
Il Sarnico Busker Festival - Il Festival degli artisti di strada si svolge ogni anno nell'ultimo week end di luglio.
La Fiera degli uccelli e Mostra canina si svolge il 15 agosto.
La festa dello Sport - 3 giorni di sport con 40 associazioni sportive - 40 discipline
Rock'n Sarnek, presso il Lido Nettuno si svolge ogni anno nel primo weekend estivo.

Le Ferrovie Turistiche Italiane, tramite la sezione FBS – Ferrovia del Basso Sebino, dal 1994 organizza percorsi con treni turistici in collaborazione con Trenitalia, RFI, Le Nord, Navigazione Lago d’Iseo e Parco Regionale dell’Oglio con destinazione privilegiata il lago d’Iseo, la Franciacorta, la Valcalepio e la Valcamonica.
L’iniziativa denominata TrenoBlu si svolge secondo un calendario d’esercizio consolidato, ma è anche possibile organizzare escursioni per gruppi, aziende, associazioni, con programmi personalizzati su richiesta. Il viaggio in treno, spesso abbinato poi ad un’escursione in battello sul lago d’Iseo o ad un pranzo a base di prodotti tipici, è solitamente effettuato con automotrici diesel d’epoca.
Numerose sono anche le giornate in cui, lungo la linea che costeggia il Fiume Oglio, in un contesto ambientale a tratti particolarmente suggestivo (dal 1988 tutelato come Parco Regionale), torna a sbuffare una storica locomotiva a vapore con le sue carrozze d’epoca e tutto il suo fascino antico, capace di riportare indietro nel tempo.

Circa cinque secoli fa, un singolare frate, Teofilo Folengo, scrisse un poema comico, nel quale le muse ispiratrici della sua arte vivevano fra monti di formaggio, fiumi di brodo, laghi di zuppa, mari di guazzetto, e così via… Questo frate soggiornò a lungo presso il santuario di S. Maria del Giogo, in una località panoramica sui monti sovrastanti Sulzano.
Non ci è dato di sapere se il goloso fra’ Teofilo, osservando dall’alto il lago d’Iseo, abbia fantasticato sulle sue prelibatezze gastronomiche. Le pescose acque ospitano pesci deliziosi al palato: sardine, cavedani, tinche, coregoni, pesci persici e tante altre varietà.
Alcune (sardine e cavedani) a Monte Isola vengono messe ad essiccare al sole, per poi essere conservate sott’olio. Volgendo lo sguardo verso le pendici delle alture digradanti verso il lago, ci sono numerosi uliveti, dalle cui olive si trae, nei frantoi di Marone e Sulzano, un olio dal sapore delicato.
E più in alto, verso i monti che circondano il lago, ci sono le zone di produzione dei formaggi di montagna. Il monte Bronzone, che sovrasta Predore e Tavernola, da’ il nome ad un gradevole formaggio “stracchino” a pasta molle.  I monti sopra Marone ospitano le malghe dove si produce un formaggio a pasta dura, il Casolet.
Verso le alture di Monte Isola, ci sono i luoghi dove si trova un raro salame leggermente affumicato. Nelle valli prossime al lago si raccolgono in autunno abbondanti castagne, ci si dedica all’apicoltura ed alla coltivazione di piccoli frutti di bosco. Apprezzate acque minerali sgorgano da sorgenti poco distanti (a Gaverina ed a Boario Terme).
Volgendo lo sguardo verso la parte meridionale del Sebino,si trova una corona di colli assolati dove maturano le uve che danno grandi vini bianchi e rossi, nella aree della Franciacorta e della Valcalepio ed un prezioso spumante rinomato a livello internazionale (il Franciacorta docg). I colli bergamaschi sono invece un tradizionale luogo di produzione di grappa. Famosa è la “tinca al forno” di Clusane.
Potremo gustare la tradizionale polenta (a base di farina di mais) accompagnata da cacciagione, funghi oppure amalgamata con il formaggio (polenta taragna); potremo gustare i casoncelli (ravioli ripieni di carne, formaggio, verdure), gustosi salumi di produzione locale e tanti altri piatti che utilizzano carne bovina o di animali da cortile.



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