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giovedì 13 agosto 2015

CAZZAGO SAN MARTINO



Cazzago San Martino è un comune situato in Franciacorta.

Il comune ebbe la denominazione di Cazzago fino al 1863, quando il Regio Decreto 8 febbraio 1863, n. 1192, stabilì quella attualmente in vigore. Nel 1927, con Regio Decreto 18 ottobre 1927, n. 2018 alla municipalità furono annessi i comuni soppressi di Bornato e Calino.

Dal punto di vista orografico, il territorio di Cazzago San Martino è caratterizzato sia dai territori pianeggianti dell'Alta pianura padana, presenti nella frazione Pedrocca, sia da quelli collinari franciacortini delle borgate di Calino e di Bornato.

Stando al Mazza, il nome di Cazzago deriverebbe da un supposto Cattiacus, aggettivo del nome personale romano Cattius. A dimostrazione dell'uso di questo nome durante l'epoca romana nella provincia di Brescia sono state rinvenute tre lapidi dedicate ad altrettante personalità. Secondo il Guerrini, il termine deriverebbe da Cassiciacus.
Stando a documenti del XI secolo, il comune è chiamato Casiago, mentre in quelli del XIII secolo è tramutato in Casago e nel XV Cazagum.

L’attuale comune nasce dall’unione, avvenuta nel 1927, di tre precedenti comuni: Cazzago, Bornato e Calino, ciascuno con una sua storia.

Il periodo romano è attestato dal ritrovamento di lapidi a Cazzago e a Bornato, oltre che dai resti di una villa romana individuata in località “Tre Mur”. Il culto di San Martino avvalora l’ipotesi di una dominazione dei Franchi a Cazzago, dove ebbe forse beni il monastero bresciano di San Salvatore.

Le terre passarono poi ai Cluniacensi e al vescovo di Brescia, che ne infeudò la famiglia che, prendendo nome dal paese (già munito di castello intorno al 1050), si chiamò Cazzago e, attraverso acquisti successi divenne nel ‘700 proprietaria di tutte le case dentro il castello.

Da documenti dell'archivio vescovile di Brescia si attesta l'esistenza del Castello (Castrum) nel 1050. A quell'epoca il borgo di Cazzago fu feudo del Vescovo bresciano che nominò come suo valvassore un rappresentante della famiglia dei Cazzago, i quali presero appunto il nome dal paese. I Cazzago possedevano la casa più grande posta del castrum; grazie a precedenti acquisizioni, nel XIII secolo essi divennero proprietari di tutti gli edifici posti all'interno della struttura fortilizia.

Stando al Cocchetti (1859), il castello fu ricostruito nel 1312 dopo essere stato distrutto da una contesa tra Guelfi e Ghibellini. Otto anni dopo fu espugnato dalle famiglie degli Oldofredi e dei Camuni.

Fra il Trecento e il Quattrocento, in mezzo alle lotte fra i Visconti e la Repubblica di Venezia per il dominio sui territori della repubblica comunale di Brescia, il castello si mantenne rifugio per la popolazione e si edificò la chiesa che due secoli dopo diventerà la parrocchiale della Natività. L'estimo visconteo del 1385 attesta che il comune faceva parte della Quadra di Rovato.

Durante il dominio della Serenissima, il comune rimase all'interno della Quadra di Rovato.

Il 23 gennaio 1438 Nicolò Piccinino, mentre poneva l'assedio a Bornato, tentò di conquistare anche il castello di Cazzago, senza esito.

Il Da Lezze, nel suo Catastico Bresciano (1610), testimonia la scomparsa del borgo fortificato, sostituito da un palazzo di proprietà dei Cazzago, l'attuale Villa Bettoni-Cazzago. A metà del Settecento si rifece la chiesa parrocchiale, mentre alla fine dello stesso secolo fu edificata Villa Guarneri.

A seguito degli eventi della repubblica bresciana (1797) il luogo di Cazzago rientrò nel cantone dell'Alto Oglio e quindi, con la riorganizzazione della Repubblica cisalpina del 21 vendemmiale anno VII, fece parte del distretto del Sebino del Dipartimento del Mella.

Nel riassetto definitivo della seconda repubblica cisalpina (1801) fu poi inserito nel distretto II di Chiari e, nel 1805, nel cantone III di Adro a sua volta appartenente al distretto già citato. In virtù del suo numero di abitanti, 1121, la municipalità di Cazzago si mantenne autonoma e fu classificata tra i comuni della terza classe. Nel 1810, ricevette i territori dei comuni di Bornato e di "Calino con Torbiato".

Con l'ingresso dei territori lombardi nel Regno Lombardo-Veneto dipendente dall'Impero Austriaco, il paese fu privato delle annessioni ricevute durante il dominio napoleonico e fu inserito nel distretto IX di Adro della provincia di Brescia (1816). A seguito della notificazione del 23 giugno 1853 fu spostato nel distretto XIII di Iseo.

Entrato a far parte del Regno di Sardegna, dopo la pace di Zurigo, il comune fu riorganizzato all'interno del Mandamento II di Adro facente parte del Circondario II di Chiari della Provincia di Brescia. Nel 1863, ormai parte del Regno d'Italia, ottenne la denominazione di Cazzago San Martino.

Nel 1911 il paese fu interessato dalla costruzione della ferrovia Iseo – Rovato ad opera della Società Nazionale Ferrovie e Tramvie (SNFT).

Nel 1927, durante la riorganizzazione degli enti locali operata dal regime fascista, il comune di Cazzago San Martino ricevette i territori dei soppressi comuni di Bornato e Calino.

Il comune di Cazzago San Martino è ricco di testimonianze storico artistiche che meritano una piacevole pausa per una visita. La frazione di Calino si estende su di un’area che comprende, poco distante, gli splendidi Palazzi Maggi costruiti nel Cinquecento dalla famiglia Calini e poi passati nelle mani della famiglia Maggi, oggi purtroppo non visitabili.

La residenza maggiore, il Palazzo grande Calini – Maggi, spicca per la sua struttura imponente, realizzata sulle mura difensive di un edificio trecentesco preesistente. Si presenta come una struttura disomogenea all’intero della quale si possono individuare blocchi di diversa origine e funzione: strutture difensive risalenti al XIV secolo e il vero e proprio palazzo del XV secolo con cortile del XVI secolo. L’interno è decorato con soffitti a cassettoni e affreschi ottocenteschi di Teosa.

Nel centro del paese il Palazzo piccolo Calini – Maggi, è una sontuosa residenza rinascimentale riccamente decorata e finemente arredata, costruita nella metà del Cinquecento per iniziativa dei nobili Calini.
La residenza fu realizzata in cotto di cui un esempio è il porticato colonnato. 
Le sale e i saloni interni sono tutti decorati da soffitti lignei e affrescati dall’artista Lattanzio Gambara.
Palazzo del Cedro, costruito nel Cinquecento su richiesta dei Calini, è oggi sede dell’oratorio parrocchiale. Il salone al piano terra è decorato con raffigurazioni delle scene della vita di Cleopatra, realizzate dal pittore Pietro Marone agli inizi del 1600.

La Chiesa della Natività di Maria Vergine è parrocchiale della borgata di Cazzago.

Fu costituita in parrocchia con Decreto da San Carlo Borromeo il 10 dicembre 1580 che fu poi sancito da un Breve emesso da Papa Gregorio XIII il 31 marzo dell'anno seguente. L'edificio, le cui origini risalgono al XIV secolo o al XV secolo, fu poi consacrato dal Vescovo di Brescia Marco Dolfin alla fine di quell'anno. Dopo la peste del 1630 fu elevato l'attuale altare di San Rocco, mentre risale al 1732 quello dedicato a San Francesco di Paola.

La chiesa parrocchiale fu completamente rifatta alla fine del XVII secolo. Nel 1744 fu dotata di un organo costruito da Cesare Bolognini e nel 1747 fu consacrata dal Cardinale Lodovico Calini.

Nel primo decennio del XXI secolo è stata sottoposta nuovamente a lavori di restauro i quali sono stati benedetti dal vescovo Luciano Monari il 15 giugno 2008.

Tra le opere d'arte presenti si annoverano la pala dell'Altare Maggiore, attribuita a Jacopo Palma il Giovane, gli affreschi ad opera del Trainini e del Calda e una statua della Madonna del XV secolo, alla quale la tradizione popolare del tempo attribuì poteri miracolosi.

La Chiesa di san Bartolomeo apostolo è la chiesa parrocchiale di Bornato.

Fu edificata dopo il 1630 e consacrata dal cardinale Pietro Ottoboni, il futuro papa Alessandro VIII, la seconda domenica di ottobre del 1666. È stata risistemata nel 1888 sulla base di un progetto redatto dall'architetto Angelo Bianchini.

La struttura è ad un'unica navata. All'interno erano presenti i seguiti dipinti ormai andati dispersi:

una rappresentazione del martirio di San Bartolomeo apostolo del 1656, opera del pittore napoletano Pietro Mango;
una raffigurazione della Passione di Gesù, ad opera di Gian Giacomo Barbello (1654);
tela sul Battesimo di Gesù, ad opera di Antonio Gandino.
La Pieve di san Bartolomeo apostolo è una chiesa di tipo plebano posta ai piedi del colle. Abbandonata nel corso del Settecento, di essa sopravvivono oggi alcuni ruderi.

Fu costruita nel Quattrocento sopra un edificio ecclesiastico preesistente, quest'ultimo edificato probabilmente nell'XI secolo poiché avente pianta in stile romanico. La struttura dell'edificio rinascimentale è composta da una navata principale e da una laterale a quattro campate. I resti degli affreschi sono databili tra il Quattrocento e il Cinquecento.

Nel 2009 il comune di Cazzago San Martino e la parrocchia di Bornato hanno costituito la Fondazione Antica Pieve di San Bartolomeo-Bornato, nata con il compito di conservare, manutenere e valorizzare il sito della Pieve.

Nei pressi del cimitero, lungo la strada che dal centro del paese va verso la frazione Barco, sorge il santuario della Madonna della Zucchella.

È stato costruito nel secondo dopoguerra per inglobare e proteggere un'edicola con l'affresco della Madonna della Zucchella. Negli anni sessanta tale affresco è stato strappato dalla sede originaria ed è stato collocato all'interno di una cornice.

Ogni cinque anni, a metà settembre, sono celebrate le Feste Quinquennali della Madonna della Zucchella, durante le quali l'effigie viene traslata dal Santuario alla Chiesa Parrocchiale per una intera settimana. In tale occasione, le vie del paese sono decorate con fiori di carta preparati dalle donne del paese.

La Chiesa di San Michele Arcangelo è la chiesa parrocchiale di Calino.

Ha una struttura settecentesca su disegno di Bernardo Fedrighini ed è stata consacrata il 25 settembre 1768 dal Cardinale Ludovico Calini. All'interno sono presenti una soasa lignea e l'altare, entrambe opera di Gaspare Bianchi, l'Ultima Cena, opera di Sante Cattaneo, affreschi del Teosa e una tela raffigurante San Pietro di chiara scuola tizianesca.

Il Santuario di Santo Stefano è nato come cappella privata dei conti Calini e poi è divenuto loro mausoleo funerario. Si presenta oggi come un edificio a due navate orientate a meridione con una cella campanaria; sul lato sinistro è presente un fabbricato aggiuntivo a pianta rettangolare avente scopo abitativo.

La struttura attuale è di origine cinquecentesca allargata sul finire del XVIII secolo per seguire le disposizioni che San Carlo Borromeo diede durante la sua visita pastorale del 1580 e per permettere ai Calini di avere uno spazio funerario. In origine il santuario era orientato verso est e possedeva due altari oltre a quello maggiore, dedicato al martirio di Santo Stefano. Dopo la ristrutturazione, quest'ultimo è sopravvissuto, ma è stato messo in secondo piano dal nuovo altare dedicato alla Presentazione al Tempio di Maria.

Gli interni presentano delle opere di metà Cinquecento che furono create da un artista locale, Giovanni Tommaso Pagnoni di Bornato: un dipinto raffigurante il martirio di Santo Stefano e due affreschi. Il primo raffigura la Madonna del Latte, mentre il secondo San Giacomo, sebbene in precedenza si ritenesse fosse ritratto San Rocco. Al centro della cappella funeraria si trova la lapide sepolcrale di Vincenzo Calini, datata 1574.

La Villa Bettoni-Cazzago fu costruita nel XVII secolo dai nobili Cazzago, quando decisero di abbandonare il castello per un edificio più adatto ai tempi e al loro rango.

Si tratta di un edificio con un corpo principale a pianta quadrata ai quali sono affiancati due corpi laterali. Il percorso per accedere alla villa dal portico-giardino è a doppia scala, di stile seicentesco. L'interno è caratterizzato da una galleria a soffitto ligneo e da sale affrescate in diverse epoche.

Palazzo Oldofredi prende il nome dalla nobile famiglia d'origine iseana che ne prese possesso fra il Seicento e il Settecento.

Il palazzo, costruito nel Seicento dai Bornati, è caratterizzato a meridione da un portico e da stipi alle finestre di stile rinascimentale. Il brolo, posto sul lato nord-est, è di aspetto severo; ad esso si affianca una torre a pianta quadrata.

Il Castello fu costruito negli anni sessanta del XIII secolo dalla famiglia Bornati in sostituzione del precedente castrum. È stato profondamente trasformato dalla famiglia Gandini, che ne diventò proprietaria nel 1562. Nel 1937 fu acquistato dall'armatore livornese Luigi Orlando dal quale deriva l'attuale denominazione alternativa di Villa Orlando.

La cinta muraria è in pietra grezza, circondata da un fossato e difesa da torri. All'interno è presente il palazzo voluto dai Gandini di chiaro stile rinascimentale che risulta essere stato costruito sul nucleo centrale del vecchio forte. Di questa struttura alto medioevale sono rimasti i resti in tre locali del piano terra.

Gli interni presentano affreschi del Sorisene e del Ghitti di origine settecentesca.

Il Palazzo Bornati secondo il Mazza (1986) sorse nella parte alta del paese sul finire del Settecento su terreni di proprietà della famiglia Bornati. Ha la tipica struttura da villa presente in numerose altre parti della Franciacorta con un portico alto retto da colonne in pietra di Sarnico. È inoltre sede della farmacia comunale, degli ambulatori e della sala civica. Secondo Vincenzo Peroni, il palazzo risale al Cinquecento e fu acquistato dall'arciprete Giambattista Beccarelli nel 1680.
La Villa Bornati-Secco d'Aragona fu eretta da Marco Antonio Bornati alla metà del XVI secolo. La sua proprietà passò ai Pulusella, e quindi ai Secco d'Aragona, tramite matrimoni. La villa è formata da due corpi uniti da un androne. Il più antico dei due corpi fu costruito nel Cinquecento ed è dotato di un portico a sei archi. Lo scalone fu aggiunto nel Settecento. Era presente un collegamento con il vicino castello, di cui oggi rimane traccia in alcuni frammenti di mura merlate.
La Villa Rossa si trova su un rilievo a nord del paese. Fu costruita nel Cinquecento da Ottavio Bornati e nei secoli successivi passò in eredità a diverse famiglie nobiliari. È dotata di ampio giardino, di uno scalone scenografico e di una torre cilindrica.

Detto anche Palazzo Piccolo, il Palazzo Calini-Maggi fu costruito nella metà del Cinquecento per iniziativa dei nobili Calini.

Il concetto fu quello di dare alla famiglia un edificio alto e massiccio, privo di ornamenti. Il risultato fu quello di non utilizzare la pietra, come avveniva per gli altri palazzi del periodo, ma il cotto: un esempio è il porticato colonnato. La costruzione dell'edificio fu abbandonata nei decenni successivi e ripresa dal conte Vincenzo Calini solamente nel 1697. I lavori terminarono nel 1706. Nel 1900 fu assegnata alla famiglia Maggi, imparentata coi Calini.

Gli affreschi del salone di rappresentanza sono opera di Lattanzio Gambara. I soffitti lignei degli interni sono tutti decorati.

Palazzo Calini detto anche Palazzo Grande, fu edificato sul finire del Cinquecento reimpiegando le strutture di un edificio più antico.

Si presenta con una struttura disomogenea che rivela le sue diverse origini. Nella parte rivolta ad oriente, si possono rilevare strutture di tipo difensivo costruite nel XIV secolo. I locali della parte centrale, rivolta a meridione, formano il vero palazzo e furono costruiti tra il XV e XVI secolo. La parte occidentale, infine, è composta dalle strutture costruite nel XVI secolo che racchiudono il cortile e conferiscono all'insieme l'aspetto attuale.

L'esterno si presenta privo di strutture architettoniche particolari, ad eccezione del cornicione posto sotto il tetto. Gli interni presentano affreschi del Teosa.

Palazzo del Cedro, fu costruito nel Cinquecento su richiesta dei Calini ed è divenuto proprietà della locale parrocchia nel 1952 che lo ha impiegato come sede dell'oratorio San Domenico Savio. Presenta un salone affrescato nel 1601 da Pietro Marone.
Casa Salonni, già Palazzo dei Lantieri di Paratico, è ora sede del Centro Oreb.

Nelle aree attorno alle borgate collinari di Calino e Bornato sono presenti le aziende vitivinicole produttrici del Franciacorta DOGC.

L'area di pianura, attorno a Pedrocca, Pedrocchetta e a meridione dell'abitato di Cazzago è invece caratterizzata dalla presenza di aziende agricole orientate alla coltivazione di cereali, principalmente mais.




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CASTEGNATO



Castegnato è un comune nella parte meridionale della Franciacorta in un contesto sostanzialmente pianeggiante.
Dal punto di vista idrografico, il territorio comunale viene attraversato ad est dal torrente Gandovere e ad ovest dal canale della Seriola nuova di Chiari che per un certo tratto del suo percorso funge da linea di confine con il comune di Rodengo Saiano.

Il nome deriva da "castinea", a indicare un bosco di castagni che si trovava a sud dell’abitato. Nella zona erano anticamente proprietà dei monasteri di Santa Giulia e di Rodengo, in seguito fece parte del territorio di Brescia.

L’opera di disboscamento intrapresa nel corso del X secolo non si conclude che sette secoli circa più tardi. Ancora alla fine del secolo XVI la parte del Nord confinante con Gussago, era per la massima parte sterile ed i pochi pascoli esistenti erano spesso teatro di sanguinose liti fra acerrimi contendenti decisi ad entrarne in possesso.
Pare che nel periodo del Medioevo anche Castegnato avesse un suo castello. Si narra infatti che in contrada Torre ne esistesse uno, sia pur modesto, dal quale si ergeva una poderosa torre. E’ ignoto ancora a chi appartenesse. Non è da escludere che la sua costruzione debba attribuirsi al noto Biemino da Manerba, il quale ebbe Castegnato in feudo all’imperatore Federico II; così come non si deve trascurare l’ipotesi che la località abbia avuto il nome dalla dimora di un discendente di Filippo Della Torre di cui sono ricordate nella storia le gesta da lui compiute nella seconda metà del secolo XIII.
Dal 1426 al 1797 il paese appartenne a Venezia. Secondo il nuovo ordinamento della Serenissima esso faceva parte della quadra di Gussago e del quartiere di Rovato. La comunità era amministrata da un console coadiuvato da tre sindaci assistiti a loro volta da un cancelliere.
Il console ogni anno era solito convocare i rappresentanti delle famiglie in piazza. Solitamente durante tali adunanze si procedeva anche alla selezione di tre galeotti (marinai addetti alle "galere" veneziane), quattro guastatori e dodici fanti, che venivano messi a disposizione del Governo centrale: inoltre si determinavano le imposte che dovevano essere corrisposte dai possidenti. Come ricorda il Lezze, nel 1600 la maggior parte delle imposte si introitavano dai tre mulini esistenti sul territorio. Tutte queste deliberazioni venivano poi sottoposte alla approvazione del Capitano o Prefetto di Brescia.
In quel tempo la comunità amministrava anche i beni della chiesa e di solito lo faceva delegando due o tre reggenti per ogni scuola o confraternita. Nel 1654 sorsero alcune scuole e nel 1700 aprì un collegio femminile. La suddetta forma di amministrazione si protrasse fino al 18 marzo 1797, anno in cui Venezia perdeva la sua indipendenza. Ad essa fece seguito la dominazione napoleonica; sotto la quale, in forza del decreto 8 giugno 1805 che regolava la pubblica amministrazione, Castegnato era considerato frazione di Ospitaletto. Questa unione ebbe termine nel 1816 allorchè il governo austriaco instaurò una nuova organizzazione comunale.
Nel 1809 le frazione "Barco" e "Pianera", le quali appartenevano a Rogengo, furono incorporate nel comune di Travagliato. Ma con un Decreto Reale del 9 gennaio 1879 queste frazioni vennero aggregate a Castegnato. Con un precedente decreto, del 23 maggio 1869, già erano state unite a Castegnato le contrade denominate "Borbone" e "Case", che precedentemente appartenevano a Rodengo.
Sotto il governo Lombardo-Veneto il paese dipendeva dalla Pretura urbana di Brescia e dal Commissario distrettuale e di Polizia di Ospitaletto. L’amministrazione interna era in mano a deputati politici i cui due ultimi rappresentanti furono i sigg. Giovanni Mainetti e Francesco Rosola delluogo.
Anche per la dittatura austriaca suonò l’ultima campana, infatti gli eserciti di Vittorio Emanuale II e di Napoleone III entrarono trionfalmente in paese all’alba del 14 giugno 1859. Toccò al sig. Lorenzo Panzerini l’onore di offrire il proprio palazzo alla residenza del "Padre della Patria". Il Re vi pose il suo Quartier Generale. Ne rimangono tangibili tracce nella attuale dimora dei signori De Leone, in località Case.

La Chiesa di Santa Maria (1300-1400) all'interno contiene alcune sculture di Nazareno Panzeri e Costantino Ruggeri. La Parrocchiale di San Giovanni Battista (1685) eretta per ospitare le spoglie di San Vitale, il patrono del paese. Contiene preziosi dipinti di Giacomo Ferraboschi, Sante Cattaneo e Angelo Paglia. Interessanti le ville ed i palazzi: Baitella (1700), Calini, Rodengo, Camadini, Panzerini.

Villa Baitella è una grande tenuta agricola con nucleo centrale costituito da una villa settecentesca e dalle abitazioni seicentesche. Si trova al confine tra Castegnato e Ospitaletto.

Il nome è derivato da quello dei Baitelli, una ricca famiglia bergamasca di commercianti di stoffe, che nel Trecento si trasferirono in Franciacorta, acquisendo delle terre facendo costruire il primo nucleo edilizio del complesso. Nel 1670 la proprietà passò alla famiglia Martinengo, che diede inizio alla costruzione della villa. Dal 1838, estintosi l'ultimo dei discendenti, la tenuta passo varie volte di mano, iniziando una fase di decadenza, che, alla fine della seconda guerra mondiale, durante la quale la struttura fu occupata, si trasformò in abbandono.

Oggi la Baitella è stata completamente ristrutturata dall’architetto Gianfranco Cominelli. Il restauro ha portato la villa ma anche gli edifici circostanti alla riconduzione del loro aspetto originario. Nella villa padronale sono stati ricavati degli alloggi esclusivi, dove sono stati conservati e restaurati gli elementi caratterizzanti dell'edificio. Nella cascina sono stati invece ricavati degli alloggi rustici. Il complesso è circondato da un parco di 30.000 m2.

I lavori di restauro della villa padronale, facciate, sale interne, elementi in pietra, dipinti murali e quanto di competenza sono stati condotti dal Restauratore Tucci Stefano.

La Chiesa di San Giovanni Battista sorse nel Quattrocento su una cappella precedente. I resti di questa cappella sono incorporati nella casa canonica e nel campanile. Nella seconda metà del XVII secolo si impose la necessità della costruzione di una nuova Chiesa a causa dell'aumento demografico. La costruzione iniziò nel 1682 sotto la direzione, e forse anche su progetto, di Bartolomeo Spazio. Dopo due anni fu sospesa e si riprese poi definitivamente la costruzione nel 1685. Fu consacrata il 17 settembre 1693.

All'esterno il portale è composto da una statua di San Giovanni Battista sorretta da cherubini e da due colonne a tutto tondo in Marmo di Botticino. La navata risulta del XVII secolo, mentre transetto, cupola e presbiterio sono ben più recenti a causa degli ampliamenti degli Anni '40 e '90 del 1900. Sull'altare maggiore vi è una pala (olio su tela) di Santo Cattaneo raffigurante la Sacra Famiglia con San Vitale, San Giovanni Battista e Sant'Antonio da Padova in una fastosa cornice barocca. Lungo tutta la navata sono presenti i ritratti dei Dodici Apostoli del 1714. A destra, nel primo altare detto "di Sant'Anna", vi è una tela raffigurante la Madonna tra i santi Angelo, Anna e Gioacchino. Sul secondo altare a destra vi è una statua della Beata Vergine del Rosario affiancata dai misteri dal rosario e da due statue di evangelisti; sotto alla statua della Madonna è presente la teca contenente i resti mortali del Patrono, San Vitale. Sul lato sinistro il primo altare detto "dei Santi Filippo Neri e Francesco di Sales" ospita un dipinto di Sante Cattaneo. Sopra il portale centrale vi è una grande tela (450 x 280 cm) raffigurante la decollazione di San Giovanni Battista. Maestosa è anche la tela (390 x 340 cm) raffigurante l'Imposizione del nome del Battista collocata nel transetto destro.

Corte San Camillo, chiamata così perché Camillo Benso Conte di Cavour pernottò qui per una notte. La via si chiama proprio via Cavour in localitá Case, che confina con il comune di Rodengo-Saiano e bagnata dalla Seriola Nuova. La localitá conta circa 180 abitanti ed è formata da 12-13 abitazioni. Dietro le abitazioni più a sud della localitá è presente un campo da calcio dove giocano le giovanili del Brescia Calcio.


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domenica 2 agosto 2015

MONUMENTI A GARDONE VAL TROMPIA

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Il Monumento a Giuseppe Zanardelli è una statua fusa in bronzo e realizzata a grandezza naturale dallo scultore Salvatore Buemi e collocata su un alto basamento, in pietra di Rezzato e Collio, progettato dall'ing. Giovanni Carminati. Le colonne e le catene metalliche di delimitazione sono fuse e offerte dalla ditta Glisenti di Villa Carcina. Sul basamento è applicata una lapide che reca la seguente scritta: "A Giuseppe Zanardelli la Valle Trompia 1911".
I Medaglioni di Giuseppe Garibaldi: il primo, realizzato in terracotta, è appeso sulla parete destra nella sala del Consiglio comunale, nel palazzo municipale. Il secondo medaglione, fuso in bronzo, è applicato ad una lapide visibile su un’abitazione privata che si affaccia sulla piazza Garibaldi. È stato realizzato nel 1911 utilizzando quanto era avanzato dalla cifra raccolta per erigere il monumento a Zanardelli.
Il Monumento alla libertà e alla pace si compone di tre formelle di bronzo accostate che svolgono il tema. Nella prima formella l'albero rinsecchito e la larva umana dietro la grata significano la condizione di servitù spirituale e di oppressione morale e fisica che umilia l'uomo quando è soffocata la libertà. La lotta partigiana efficacemente richiamata nella formella centrale, è mezzo per il qual si è riscattata la libertà. L'abbraccio fraterno degli uomini, presentano nella terza sezione di questa scultura l'universale anelito umano alla concordia e alla pace.
Il Monumento al marinaio è collocato nel piazzale centrale dei portici Beretta. La scultura, in bronzo, è opera di Francesco Medici da Ome ed è stata inaugurata il 12 giugno 1983. Un basamento in porfido reca incisi i nomi dei marinai gardonesi caduti nell'ultimo conflitto mondiale. Da questo sporgono parzialmente un'ancora e la bocca di un cannone, che, quale relitto che le onde rimandano verso la terraferma, rappresenta un severo ammonimento rivolto a ogni uomo perché rifiuti la guerra. Al centro del basamento innalza un'onda sulla quale poggia un gabbiano con un'ala drizzata verso il cielo.
I Monumenti e busti Beretta sono posti al centro di un giardinetto che sorge a lato della via dedicata all'imprenditore gardonese, sorge il monumento a Pietro Beretta costituito da un busto bronzeo opera dell'affermato scultore bresciano Claudio Botta, collocato su un basamento marmoreo che reca la seguente dedica: "A Pietro Beretta la gente di Gardone - collaboratori e amici- XXIX-VI-MCMLIX". L'industriale è ancora effigiato da A.Righetti in un medaglione in bronzo posto nel 1960 nella sede del Banco Nazionale di Prova delle armi da fuoco portatili che ospita un altro medaglione bronzeo con l'effigie di Carlo Beretta, figlio di Pietro, posta nel 1986.
L'Altorilievo della maternità si trova nell'atrio dell'Ospedale vecchio di zona. Il pannello si deve allo scultore Tommaso Lazzari di Grosseto che lo esegue nel 1972.

La casa gotica sorge all’interno di un cortile prospiciente l’odierna via Mazzini, poco oltre il settecentesco palazzo Chinelli-Rampinelli, oggi sede comunale. La costruzione in bella muratura esterna a conci di pietra scoperti, si articola su tre piani. Il portichetto del piano terra è formato da due archi a lieve sesto acuto che poggiano su una rustica colonna in pietra. Notevoli le finestrelle monofore, quelle dell’ordine inferiore sono anche trilobate. La copertura è stata rifatta negli anni ottanta.
Il palazzo dello della loggetta fu costruito su disegno dell’architetto bresciano Faustino Soncinelli da Cadignano. Il palazzo, sede antica del Comune di Gardone, presenta una facciata che nell’ordine inferiore è caratterizzata da tre archi leggermente ribassati che si impostano su pilastri di sezione cruciforme. L’ordine superiore riprende la scansione spaziale di quello inferiore disponendo tre finestre in corrispondenza ai tre archi. Le modificazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli hanno cancellato in larga parte il disegno primitivo della costruzione del quale si conservava fino all’ultima ristrutturazione, fra gli elementi più interessanti il grande salone del piano nobile, oggi adibito ad uffici. Il complesso è oggi proprietà della società S. Filippo Neri e parzialmente della parrocchia.
La palazzina di Aveno sorge in località omonima, a circa 900 m. di altitudine in una posizione che si colloca tra la Valle di Gardone e quella d' Inzino. La costruzione che ha l’aspetto di un fortino militare, si raggiunge attraverso la mulattiera che porta alla Croce di Pezzolo. E’ collocabile tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Sfrutta l’andamento a terrazzo del terreno ed è costituita da un ampio piazzale rettangolare sostenuta da un terrapieno recintato da muraglioni a lieve scarpata ottenuti con conci di pietra. Questa scarpata si conclude con una cordonatura in pietra grigia. Nell’angolo di sud-est e di sud-ovest si osservano due torrette quadrate, lievemente sporgenti, anch’esse con muro a scarpata. Sul lato est sono oggi la casa colonica e la casa padronale e nell’angolo a sud-est si innalza la chiesetta, di eleganti forme settecentesche, dedicata alla Beata Vergine Madre di Dio e fatta costruire da Apollonio Chinelli con licenza del 29 marzo 1721. La cappella è ora completamente abbandonata. Le due case d'abitazione presentano un aspetto seicentesco; quella padronale ha subito interventi e trasformazioni tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

Palazzo Chimelli già di proprietà dell’omonima famiglia e quindi dei Rampinelli, in ragione d’un vincolo matrimoniale, il palazzo è sicuramente già abitato nel 1735 poiché in quell’anno vi viene ospitato il vescovo di Brescia, cardinal Angelo Maria Querini con il suo seguito, durante la visita pastorale compiuta a Gardone. Non si conosce al presente il nome dell’architetto al quale si deve il progetto dell’edificio, disposto ad angolo tra le attuali vie Mazzini e Costa. La costruzione, con pianta a L presenta finestre con fregi a conchiglia. Un cancello si apre sulla via Mazzini dà accesso al cortile, abbastanza ampio, che presenta, addossata al muro di cinta una monumentale fontana. Di fronte si disegna la facciata del palazzo: si compone di un ristretto portico, a due arcate, soprastate da una bella loggetta cui si accede per uno scalone marmoreo, scandito in due rampe e fiancheggiato da una balaustra che ripete lo stile del piccolo loggiato. La volta del medesimo è ornata da un medaglione affrescato, raffigurante il mitologico Nettuno, dio del mare. Alla sinistra di chi si affacci alla loggetta, si apre il salone del consiglio comunale con volta a spicchi e medaglione centrale, affrescato nel 1937 dal pittore gardonese Giuseppe Mozzoni che vi raffigura la fucina di Vulcano. Secondo un bozzetto conservato nel palazzo municipale, l’artista avrebbe dovuto completare la decorazione dell’aula consiliare con altri dipinti da eseguire a fresco nelle diverse specchiature. I lavori di ristrutturazione dell’antico palazzo, compiuti nel 1986 sotto la direzione dell’ing. Carlo Giorgio Pedercini hanno consentito di dare sistemazione più conveniente a tutti gli uffici comunali e di ricavare in particolare, al piano nobile dell’edificio un altro ampio salone – detto della Giunta – con soffitto che presenta due affreschi di discreto interesse. Alle pareti di questo salone sono appese tele provenienti dalle chiese della frazione di Magno. Degno d' annotazione, nello studio del sindaco, il medaglione raffigurante La caccia di Diana opera di Giuseppe Mozzoni datata 1937.

Tra le più antiche residenze private si segnala a Gardone la villa già dei Mutti Bernardelli ed ora di proprietà comunale con ingressi in via Matteotti e XX Settembre. La costruzione comprende ambienti che spaziano dal XV al XVIII secolo. Interessante il portico seicentesco, ad archi ribassati, sul lato di via XX Settembre e in particolare, alcuni locali del piano terra: un’ampia sala con camino in pietra, datato 1749 e fregiato dallo stemma dei Mutti; un salone attiguo di impostazione quattrocentesca con volta scandita a vele sotto le quali sono sistemati alcuni lunettoni dipinti su tela da Battista Mozzoni; un salotto con soffitto a cassettoni sui quali compaiono i simboli zodiacali accompagnati dallo stemma di Valtrompia.

Da questo ambiente chiamato il "salottino rosso" si accede all’ex cappella privata della villa. Sulla parete destra del piccolo oratorio, dove probabilmente era l’altare con il tabernacolo, è tuttora visibile una pregevole scultura in bassorilievo assegnabile al sec. XVI e raffigurante una Madonna in trono con il Bambino. Sotto questa scultura, scolpito ancora in bassorilievo, si veda il busto di un prelato, probabilmente discendente dagli antichi proprietari. Percorrendo la via Costa, la via Gramsci, la via Mazzini e la via Zanardelli non è infrequente osservare la persistenza nelle abitazioni private di strutture edilizie che spaziano dal secolo XV al secolo XVIII. Notevoli le case signorili con cortile interno e fra queste suscita speciale interesse la casa Beccalossi-Biussa con bel porticato, pozzetto cinquecentesco in un angolo del cortiletto e monumentale fontana a doppia tazza. Degni di nota anche i balconcini dell’edificio di chiara impronta veneta, riferibili al Settecento.
Singolare segnalazione merita fra le abitazioni private costruite nel secolo XX, la villa BERETTA, fatta costruire nel 1925 su progetto dell’ingegner Egidio Dabbeni, professionista affermato cui si devono altre notevoli opere in Brescia e in Provincia. Preceduta da un ampio parco disegnato all’italiana che affianca per un lungo tratto l’odierna via Matteotti; questa villa è caratterizzata architettonicamente dall’ecclettismo del suo progettista ed è decorata esternamente da Eliodoro Coccoli. Il pittore che opera nel 1927, distribuisce sulle strutture lignee dell’ampia gronda e del cornicione vari motivi geometrici e fiori stilizzati mentre, nei riquadri tra le mensole di sostegno, raffigura guerrieri e scudi a forti accenti cromatici. Degli ambienti interni, merita attenzione specifica il salone al primo piano, affrescato dal Coccoli e da Gaetano Cresseri. Tra le attuali via Moretto e S. Maria si dispone la villa Bonomi ora Alberti, costruita nel biennio 1927-28, su progetto dell’ingegner Gennaro Stefanini per Arturo Bonomi, podestà di Gardone dal 1930 al 1938. L’edificio conserva pregevoli dipinti firmati da Giuseppe Mozzoni e saloni affrescati con gusto liberty. A questo stile può ricondursi anche la Beretta ora Stefanini con ingressi in Via Mazzini e via Convento preceduti da un piccolo parco all’inglese. Lungo la citata via Convento si nota infine la villa Fausti-Gardoncini con ingresso anche in via Diaz.

Il Museo delle Armi e della tradizione Armiera è visitabile presso la Villa Mutti Bernardelli, disponibile anche visita guidata e laboratorio per gruppi e scuole.

Il percorso museale si snoda su due livelli. La prima parte è dedicata all’evoluzione storica delle armi, rappresentata mediante significativi esemplari delle più importanti tipologie di manufatti.
Una rassegna che, senza dimenticare esempi di armi bianche ed armature, si concentra sulle armi da fuoco, a partire dal ‘500. Il percorso illustra e testimonia, in un ricco excursus di esemplari, le armi da difesa, da caccia, d’impiego militare ed il loro funzionamento.
Una particolare attenzione è riservata ai prototipi ed ai modelli che hanno costituito momenti di profonde innovazioni tecnologiche.
Il secondo livello contiene una significativa sezione didattica che, con l’ausilio di modelli e filmati, rende accessibile la storia dei processi tecnologici inerenti la lavorazione delle armi, la riscoperta di antiche tecniche e dimenticati processi di lavoro, affinati da esperienze secolari.
Il laboratorio didattico, allestito in modo da ricordare gli arredi di un’officina, è collocato nell’ampio sottotetto.

È sede della famosa casa produttrice di armi Beretta. In tutta la valle la produzione armiera è consistente, tanto da rendere la Valtrompia famosa per essere una grande produttrice di armi da fuoco che vanta numerose aziende, dalle dimensioni variabili: aziende di ragguardevoli dimensioni si affiancano a piccoli laboratori artigianali, spesso a conduzione familiare, dove la produzione delle armi vede pochi pezzi prodotti interamente a mano.

È sede anche della ditta Redaelli che ha realizzato le funi per gli stadi degli europei di calcio di Polonia 2012 e i mondiali di Brasile 2014.


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giovedì 23 luglio 2015

VISITANDO ZOGNO



Zogno è posto a 16 chilometri da Bergamo sulla sponda destra del fiume Brembo. Raggruppa intorno alla chiesa e allinea lungo i bordi della strada provinciale i nuclei principali delle sue abitazioni. Il resto è disseminato qua e là sui fianchi dei monti che lo cingono, come un arco di cerchio che comincia ai Ponti di Sedrina e va fin oltre la località di Ambria.

Il Museo di S. Lorenzo viene fondato nel 1985 da Mons. Giulio Gabanelli e da un gruppo di cultori di storia locale. Disposto su tre piani in un edificio di proprietà della Parrocchia, raccoglie materiale relativo alle varie fasi della religiosità popolare zognese nel corso dei secoli. Si tratta di affreschi, quadri, sculture, crocefissi, calici, pissidi, ostensori, candelabri, baldacchini, para¬menti, indumenti sacri, pizzi e ricami, mobili, libretti di preghiere, immaginette e tanti altri oggetti devozionali di grande valore artistico e storico. Nel cortiletto esterno sono esposte sculture e manufatti in pietra.

Nell’anno 2002 il gruppo Alpini di Zogno guidato dal capogruppo Luigi Garofano, tramite una convenzione con l’Amministrazione Comunale, ristrutturava lo stabile e lasciava la vecchia sede in affitto per una più spaziosa e moderna.
Avendo in magazzino del materiale militare molto importante si decideva di esporlo in una apposita sala, chiamandola “Museo dell’Alpino” (Anche se all’inizio poteva sembrare una definizione esagerata).
Col passare del tempo, grazie al lavoro di tante persone, del consiglio direttivo e del segretario Renato Gherardi, con varie ricerche il museo si ampliava con nuovo materiale, non solo alpino ma di tutti i corpi militari.
Nel giro di pochi mesi venne ribattezzato “Museo del Soldato”.
Il materiale è vario, dalle armi alle divise, dai cappelli ai distintivi, alle fotografie e lettere dal fronte. Il fiore all’occhiello –precisa Garofano- sono gli attestati con Croce di guerra dei nostri reduci di tutte le guerre.

Il museo della Valle è un museo etnografico e archeologico fondato nel 1979 dal Comm. Vittorio Polli in collaborazione con un gruppo di amici protagonisti della cultura vallare bergamasca. La sede è la Casa del Cardinal Furietti, disposta su due piani in via Mazzini, e la raccolta è costituita da un lato da reperti archeologici di notevole importanza, preziose testimonianze della vita nella nostra Valle in tempi remotissimi, e dall'altro da oggetti di epoche più recenti. Il ritrovamento di tale materiale risale al 1975, quando Onorato Pesenti scopre nella Buca di S. Andrea, nei pressi delle Grotte delle Meraviglie, numerosi resti di sepolture collettive (veri e propri ossari, corredi funerari, oggetti d'ornamento, ecc.) relativi ad un arco di tempo che partiva dalla metà del III millennio fino al XIX secolo a.C.. Per quanto riguarda i tempi a noi più vicini, invece, il museo raccoglie attrezzi degli antichi mestieri (fabbro, maniscalco, arrotino, tessitrice, fabbricante di zoccoli e di chiodi, contadino ecc....), oggetti d'uso domestico, arredi, indumenti e pizzi, antichi divertimenti (roulette paesana e baracca dei burattini) che permettono al visitatore di ricostruire le immagini di vita dei propri antenati.

Esplorate per la prima volta nel 1932 dal Gruppo di speleologi guidato da Ermenegildo Zanchi, furono in breve tempo fra le prime grotte turistiche d'Italia (1939). Il complesso delle Grotte delle Meraviglie, pur nella sua modesta estensione, presenta spunti di notevole interesse sia per la comprensione delle vicende geologiche legate alla formazione della cavità, sia per i fenomeni carsici che vi sono riccamente rappresentati. Un complesso di gallerie di antica formazione, irregolarmente circolari che confluiscono in stupende grotte. Fra queste, la zona più spettacolare è quella del "Labirinto" (Büs de la Marta), che si sviluppa prevalentemente in una sala di ampie dimensioni e dalla volta altissima arricchita dalle più svariate decorazioni calcaree. Stalagmiti di varie forme e dimensioni vanno ad incontrare le stalattiti, costruendo una serie interessante di colonne. Il contesto ricco di fascino e debitamente illuminato, rende la visita stimolante e piacevole. Da alcuni anni la gestione è affidata al gruppo speleologico "Grotte delle Meraviglie" che, oltre ad un continuo studio dell'interno, ne segue anche il comportamento e ne gestisce le visite.

La villa zognese, che dal 1985 ospita la Biblioteca Comunale "B. Belotti", venne realizzata nel 1906 per il notaio Ulisse Cacciamali dall'architetto bergamasco Giovanni Barboglio, autore a Zogno anche di edifici pubblici e della vecchia scalinata alla parrocchiale, ma più famoso in Lombardia per la costruzione o il restauro di chiese. Nel 1913 la acquistò Bortolo Belotti, che era interessato ad avere un punto d'appoggio per affrontare l'impegnativa campagna elettorale per il seggio parlamentare, che lo vedeva contrapposto al deputato uscente Egildo Carugati, appoggiato dai liberali di Giolitti e dai cattolici. Su richiesta del Belotti, il Barboglio trasfomò l'abitazione da civile in signorile, con il recupero del seminterrato e la costruzione di uno studio esterno e di un portichetto. Contemporaneamente, l'ampio prato a sud dell'abitazione veniva trasformato in giardino con alberi pregiati, vialetti e gradinate. La cura della villa e del giardino accompagnò il successo politico di Bortolo Belotti che, da giovanissimo deputato, divenne sottosegretario, ministro e leader della destra liberale. L'opposizione al fascismo ne determinò l'allontanamento dalla politica attiva e, quasi come compensazione, Belotti iniziò ad intervenire sul giardino e ad arricchirlo di opere d'arte particolarmente significative. Gli interventi si susseguirono in tre fasi principali: 1928 - 29,1931 - 33 e 1937 - 40. Particolarmente ricca è la prima fase con l'ideazione del Convito dei Grandi Brembani, undici busti di uomini di grande fama di famiglia originaria della Val Brembana, eseguiti dallo scultore bergamasco Nino Galizzi. Di questi nove sono raccolti a semicerchio nella parte pianeggiante del parco: sono i grandi vissuti tra il 1500 e il 1700, tra i quali campeggia il busto di Jacopo Palma il Vecchio, che probabilmente è l'autoritratto dello scultore; altri tre (Calvi, Cattaneo e Ruggeri), sono collocati a monte di questi e appaiono rivolti verso di loro. L'insieme è completato dalla stele del Saluto all'ospite, opera sempre del Galizzi e con testo del Belotti. Con questa operazione, il giardino diviene luogo di rifugio adatto all’otium umanistico e specchio di un animo profondamente turbato dalle sorti della nazione. Dello stesso periodo sono il gioco delle bocce (con la caccia, una delle passioni del Belotti) con la famosa sestina S'ha da Tegn ol balì, basata su un'efficace relazione tra sport e vita e che appare anche come un esame di coscienza. Il secondo periodo segue immediatamente la breve ma triste esperienza del confino a Cava dei Tirreni ed è contrassegnato dall'edificazione dell'edicola della Madonna, dalle statue dei leoni e del busto del Gioppino. L'edicola, probabilmente un ex voto, segno della profonda fede del Belotti, racchiude un quadretto in marmo della Natività, interessante opera del giovane scultore cremonese Dante Ruffini; completano la cappellina due terzine tratte dalla Divina Commedia di Dante Alighieri che richiamano la necessità di una fede assoluta nel disegno provvidenziale di un Dio misericordioso. I leoni, opera dell'artista veronese Bragantin, rappresentano gli stemmi di Venezia e di Bortolo Belotti: particolarmente significativo è quello posto accanto alla stele del Saluto dell'ospite con l'emblema della quercia sradicata o il motto Non col vento, così spiegati da un amico: "la bufera non potè schiantare rami né strappare fronde, ma l'albero intero fu divelto dalla furia della tempesta e nel saldo terreno apparvero le forti radici spez-zate come membra ferite e lacerate", in cui la bufera è la violenza del regime fascista e le forti radici nel saldo terreno sono la tempra e la fedeltà di Belotti nei confronti della civiltà millenaria italiana e del popolo brembano. Il Gioppino, infine, opera dell'artista Alfredo Faino e dono degli amici del Ducato di Piazza Pontida, dovrebbe rappresentare il carattere dell'uomo bergamasco, a cui Belotti e i suoi amici aderivano, cioè "un onest'uomo, bonario, leale, pacifico", contrapposto all'ideale di uomo fascista, vendicatore, violento, prevaricatore e ambizioso. Poche, ma sempre interessanti, sono le realizzazioni dell'ultimo periodo: la statua della Fede, l'epigrafe Hyeme et aestate e la lapide tassesca. La prima, che conserva nel basamento una pergamena, è copia tratta da una statua della cattedrale francese di Reims e rappresenta la fede religiosa e la fedeltà alle scelte politiche e di vita, in quanto "simbolo di un ideale che non tramonti e che illumini ogni giorno della tua vita". La parola incisa sul basamento, "Sempre", esprime un concetto, l'assoluta coerenza di vita, che viene ribadito anche in una piccola stele con l'epigrafe Hyeme et aestate. Infine, la lapide tassesca con l'iscrizione "hinc discessit nobilissima tassorum gens…", presentata dal Belotti stesso come lapide settecentesca ritrovata nella sua casa natale zognese (abitata nel Seicento da Maffeo Tasso) e poi collocata nel giardino della villa. Probabilmente, però, si tratta di un'epigrafe dettata dallo stesso Belotti: l'operazione è di difficile interpretazione, forse richiama il senso della stele del Saluto dell’ospite e può essere intesa come sintesi delle realizzazioni artistiche del giardino, con riferimento alla civiltà brembana, bergamasca e italiana nel momento in cui veniva messa in crisi dallo scoppio devastante della Seconda Guerra Mondiale. E' quindi, forse un ultimo messaggio ai posteri di Bortolo Belotti, che nello stesso periodo si accingeva a completare la Storia di Bergamo e la Storia di Zogno e che sarebbe morto poco dopo in esilio, nel 1944, senza vedere la resurrezione della Patria.

La Chiesa di San Lorenzo Martire, costruita sui ruderi dell'antico castello nel 1431, prendeva il posto della vecchia chiesa dell'Annunciazione di S. Maria. Nel 1458 l'edificio è già murato, sebbene non del tutto completato. I decori interni, infatti, oltre al campanile, al cimitero e allo scalone, furono realizzati in un secondo tempo. Il 10 agosto 1472 si procedette all’inaugurazione. Ulteriori trasformazioni e restauri operati nel corso dei secoli la porteranno poi ad assumere l'aspetto attuale. Sul campanile si trova la statua di S. Lorenzo, opera dello scultore Francesco Albera di Milano che eseguì anche le statue dei dodici apostoli poste all'interno. Oltre alle decorazioni neoclassiche, l’interno racchiude numerosi dipinti e opere di nomi famosi, tra cui si ricordano Vincenzo Angelo Orelli, Palma il Vecchio, Enrico Albricci, Cavagna e Rillosi. Di particolare valore anche i quindici Misteri del S. Rosario ritenuti sino ad ora di Francesco Zucco. Una moderna vasca battesimale in bronzo, il leggio del presbiterio e l'altare comunitario sono opere dello scultore con-temporaneo Alberto Meli. Il coro è dell'abilissimo artista zognese Giuseppe Lazzaroni.

Le vicende architettoniche del Palazzo Rimani devono essere ancora chiarite nelle sue principali trasformazioni mentre, al punto attuale della ricerca, si dovrà ampliare la sua denominazione da Palazzo Rimani  a  Palazzo Zambelli Rimani.
Il rilevamento catastale, rappresentato in una mappa del 1812, ci descrive una casa di abitazione con corte intestata a Bernardo Zambelli.
L'edificio, già completato nelle sue parti architettoniche e decorative, prospettava sul tracciato della "via Priula" ed era presumibilmente racchiuso da un muro di cinta che lo delimitava dai campi retrostanti coltivati ad aratorio e a prato con moroni. Di pertinenza al Palazzo, ed accostati da un viale che conduceva alla via allora detta "strada delle   muracche", si estendevano un piccolo orto e il brolo. Il diverso contesto urbano illustrato dalla mappa era costituito, nel sito attualmente occupato dalla piazza, da campi arati e orti e, in prossimità ad essa, da alcune case periferiche al nucleo storico e disposte lungo la Priula. La posizione e il disegno architettonico del palazzo conferivano così importanza e prestigio sia al manufatto che al proprietario.
Fino ad ora non è possibile datare l'edificio anche se si potrebbe supporre la costruzione, o un suo adattamento, nell’ultimo quarto del XVIII  secolo. Alcuni particolari sono riscontrabili con quelli della chiesa parrocchiale, trasformata tra il 1770 ed il 1789 da Giuseppe Damiani. Neanche sulla famiglia promotrice vi sono precise certezze. Il   ritrovamento di un atto di vendita datato 27 Luglio 1800 tra Francesco Maffei (figlio di Carlo) e Bernardino Zambelli di un "corpo di case consistenti in sette fondi terranei in parte cilterati e superiori ... con una pezza di terra broliva cinta di muro attaccata alla suddetta  casa posta in principio della contrada di Foppa e confinante a nord con la Priula, a est con lo Zimbelli, a sud con la strada delle muracche”, suggerisce forse l’esistenza di una certa attività nella stessa proprietà della quale però non vi sono notizie.
In seguito la proprietà venne ereditata da Barnaba Vincenzo, sindaco di Zogno nel 1828 professore all'università di Padova tra gli anni quaranta e cinquanta, e primo deputato del distretto al Parlamento Italiano negli anni 1860 e 1861.

Il paese di Zogno, centro principale della valle inferiore, attivo nell'industria tessile, era già noto nel '600 per la lavorazione della carta da stracci. Alla sinistra della statale, ancora oggi si notano lungo il fiume, oltre a tessiture del primo '900, alcuni edifici a loggiato usati un tempo per asciugare la carta.

Fanno corona al capoluogo, nel verde delle sue alture, numerose frazioni come Poscante, luogo d'origine del bandito Paci' Paciana, Endenna, Stabello, dove nacque il poeta dialettale Pietro Ruggeri, Grumello de' Zanchi, patria degli omonimi pittori, Miragolo e Spino al Brembo.

Molte di queste contrade furono comuni autonomi fino all'inizio di questo secolo e conservano tuttora testimonianze artistiche e architettoniche di notevole importanza. Di rilievo il convento di Romacolo (XV secolo) che mantiene evidenti, nel chiostro e nel campanile a cuspide conica le linee originarie. Da vedere anche la chiesa dell'Assunta a Grumello de' Zanchi, con tele di Antonio Zanchi e un polittico di Francesco Rizzo da Santa Croce.

Rinomato a Zogno e' anche l'aspetto culinario con ristoranti e trattorie che servono piatti locali della tradizione bergamasca.
La sagra del paese di Zogno si svolge ad Agosto (San Lorenzo).

Uno degli elementi più belli e caratteristici del paesaggio in Valle Brembana è quello costituito dai roccoli.

Nati in epoca medievale come fonte integrativa di sostentamento della magra economia rurale, essi rappresentano un importante capitolo dell'architettura spontanea e della cultura rurale della Valle Brembana.
Utilizzati per la cattura degli uccelli, sono il risultato della sinergia tra una secolare passione venatoria, assai diffusa nei nostri paesi, la grande conoscenza dell'avifauna e una raffinata tecnica silvicolturale, proprie delle popolazioni di montagna. Malgrado molti siano andati perduti per abbandono, ve ne sono ancora decine che si stagliano con il loro profili sulle dorsali, sui poggi e sui crinali, lungo le linee migratorie dell'avifauna.
Tutti i roccoli sono infatti posti su punti dominanti, con ampio campo visivo, soprattutto verso est, per poter scorgere tempestivamente gli stormi in avvicinamento.
L'impianto fondamentale consiste in una costruzione realizzata in murature e legno (il casello), a forma di torretta e avvolta da specie rampicanti o da alberi addossati alla parete che mascherano la costruzione.
Sul casello, solitamente dotato di un piccolo ballatoio, si apposta l'uccellatore a sorvegliare l'arrivo dei migratori. Dal casello si sviluppa un doppio filare di alberi a semicerchio (il tondo o il cerchio) con la parte aperta in corrispondenza del casello.
Il tondo costituisce la parte fondamentale per la cattura degli uccelli: le cime degli alberi si fanno congiungere così da formare una galleria all'interno della quale è posta un'intelaiatura che regge delle reti.
La funzione del roccolo è quella appunto di attrarre gli stormi degli uccelli in volo e catturarli mediante le reti. Nel tondo vi sono degli uccelli (richiami) disposti in gabbie che con il loro canto richiamano l'attenzione dello stormo.
Quando lo stormo si posa, l'uccellatore dal casello lancia gli spauracchi, formati da rametti con penne di un rapace, che spingono gli uccelli a infilarsi nel tondo, rimanendo intrappolati nelle reti. Naturalmente oggi esiste una coscienza ecologica che ha portato già da anni al divieto di questa forma di caccia e i roccoli ancora funzionanti sono utilizzati per importanti studi sui flussi migratori dell'avifauna.
Di certo essi rimangono ancora oggi veri e propri monumenti architettonici, rappresentazione di una grande cultura naturalistica che ha permeato per secoli generazioni di montanari. Delle centinaia di roccoli esistenti un tempo sui passi e sulle creste della Valle Brembana, molti sono oggi andati perduti per abbandono e perché ricoperti e ormai nascosti dalla vegetazione. Ne rimangono tuttavia diverse decine che possiamo ancora oggi ammirare in tutta la loro bellezza.
Partendo dalla bassa valle troviamo sul Canto Alto, raggiungibili da Sorisole, Sedrina o Zogno, il Fontanù, o Fontanone, il Prat tònd e il Prati Parini.
Una magnifica zona di passaggio era Miragolo San Marco, sopra Zogno, che conta ancora diversi roccoli: il Colombèr, il Prato Rosso, il roccolo al colle e quello del Flin.



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lunedì 13 luglio 2015

VARENNA





Varenna è un comune italiano provincia di Lecco, posto sulle rive del lago di Como, fronteggia Bellagio a cui è collegata tramite traghetto.

Nominata come villaggio di pescatori nel 769 fu alleata nell'epoca dei Comuni a Milano, venne distrutta dai comaschi nel 1126. Accolse gli esuli dall'Isola Comacina, che subì simili sorte nel 1169: venne devastata, il suo castello e le sue chiese distrutte.

Il quartiere dove si rifugiarono venne chiamato Insula nova, nome che poi venne esteso all'intero borgo, che in poco tempo divenne uno dei più ricchi del lago.

L'insediamento di Varenna,risale al tempo dei Celto-Liguri e fu forticato dai Romani.il legionario romano Vescinus costrui il castrum di Vezio,quando Roma per conquistare l'Europa voleva consolidare il controllo della sponda orientale del Lario.I Longobardi innalzarono la torre di Vezio,alla cui ombra sembra trascorresse gli ultimi suoi anni la regina Teodolinda.in eta comunale.Varenna si schiero' con Milano nella guerra contro Como e il Barbarossa,sconfitta e saccheggiata dai comaschi nel 1126,fu la destinazione dei profughi dell'Isola Comacina,distrutta dagli imperiali nel 1169.Gli scampati furono accolti amichevolmente e contribuirono all'aumento della popolazione,cui si fece fronte con un'espansione verso nord e con la costruzione della nuova chiesa dedicata a San Giorgio.Per non dimenticare la loro gloriosa isola,aggiunsero a quello di Varenna il nome di Insula Nova.

Sentinella del crocevia del lago,e' costruita su un promontorio roccioso e sovrestato da un monte,sulla cui vetta si staglia la sagoma inconfondibile della torre di un antico castello.Felicissima e' la sua posizione su questo promontorio soleggiato ed esposto a mezzogiorno,una culla accogliente su cui alita il respiro dolce del Lago di Como.E' una localita' inconsueta Varenna:da una parte si propone come un vivace e attrattivo centro turistico con numerose strutture ricettive,importante nodo della navigazione lacustre,dall'altra custodisce un passato medioevale che si offre oggi come uno dei meglio conservati della zona del Lago.La chiesa di San Giovanni Battista del X/XI secolo e' una delle piu' antiche del Lario e la chiesa prepositurale di S.Giorgio,del XII secolo,conserva importanti arredi dell'epoca, oltre alle due chiese seicentesche di S.Marta e di S.Maria delle Grazie affacciate entrambe sulla bella piazza principale.Arrivando da Lecco s'incontrano i giardini di Villa Monastero,che ornano in modo splendido la sponda del lago con terrazzamenti e aiuole fiorite,filari di cipressi e numerose specie esotiche fra elementi architettonici negli stili più vari,dal barocco al classico al moresco.Villa Monastero,un tempo convento femminile cistercense,e' un importante centro internazionale di studi e manifestazioni culturali conosciuto in tutto il mondo;qui soggiorno' e studio' Enrico Fermi al quale e' dedicata una bellissima sala all'ingresso.Interessante anche il percorso espositivo alla Casa Museo,per realizzare il quale sono state restaurate e reintegrate degli arredi originali,quattordici stanze.Subito accanto incontriamo Villa Cipressi,un complesso architettonico cinquecentesco con un bellissimo giardino degradante verso il lago e terrazzamenti mozzafiato. nell'antico palazzo che ospitava l'asilo,si trova il Museo Ornitologico "Luigi Scanagatta",raro esempio di raccolta di uccelli stanziali,rimodernato nelle bellissime sale con ampia documentazione e visitato da numerose scolaresche. Alzando lo sguardo,trovate la sagoma imponente del Castello di Vezio,centro metri a picco sulla piazza. Dall'alto della torre potrete abbracciare il lago e godere di un panorama unico,lo stesso,si dice,vedesse la Regina Teodolinda.La splendida passeggiata a lago si snoda lungo case,ville,giardini e botteghe dal grazioso molo fino all'imbarcadero di Olivedo,sospesa sull'acqua,suggestiva e romantica.

Anche il piccolo borgo di Fiumelatte merita una visita per osservare la spumeggiante discesa d'acqua del fiume più corto d'Italia,il Fiumelatte, che scorre per 250 metri e solo per sei mesi all'anno,le cui misteriose origini furono studiate da Leonardo da Vinci. Una breve e piacevole passeggiata vi porterà alla sorgente del fiume e a uno spazio attrezzato per pic-nic.

San Giovanni Battista è una delle più antiche Chiese del Lario ed è la Chiesa madre di Varenna.
Risalente all’ XI secolo, conserva al suo interno successivi affreschi del XVI secolo che decorano l’abside e l’arcata trionfale; sul muro rivolto verso meridione, procedendo da ovest verso est, si notano le tracce di tre raffigurazioni di Santi: Cristoforo con il piccolo Gesù, Giorgio a cavallo, Giovanni Battista. Sul muro settentrionale si dispiega una grande Epifania.
Conservato qui anche un trittico da pala d’altare in cui vengono raffigurati al centro la Madonna con il Bambino, alla destra S. Giorgio e sulla sinistra San Martino Vescovo.
Il campanile romanico è , infine, costruito verso lago, come era consuetudine anticamente, mentre le campane  sono quelle del 1730 donate dai nobili Serponti.

Chiesa di San Giorgio, costruita nel XII sec. e rimaneggiata nel XIV sec., fiancheggiata dall'alto campanile. L'interno a tre navate conserva notevoli opere di varie epoche tra cui una preziosa Deposizione della Croce in sasso colorato, dove le braccia del Signore fanno da diagonale ad un quadro formato da personaggi armoniosamente disposti. Un polittico di San Giorgio, XV sec., di Giov. Pietro De Brentanis, raffigurante San Giorgio, La Vergine e S. Pietro da Verona.
Una pala d'altare raffigurante Il Battesimo di Gesù XVI sec., il polittico per pala d'altare, del 1450 di autore ignoto, raffiguranti i santi di Varenna su 15 tavolette, due della quali vennero trafugate negli anni'70.

Villa Monastero eretta sul luogo dove sorgeva un antico convento cistercense. La storia narra che le monache del convento di Santa Maria Maddalena, non fossero proprio dedite ad una vita religiosa ma che fossero più vocate ai peccati della carne. Col passare del tempo, per dar fine alle voci che si erano fatte troppo insistenti nell'area di Varenna, papa Pio V sciolse, nel '500, l'ordine convento.
L'edificio fu acquistato da Paolo Mornico nel 1569.
Fu Lelio, figlio del nuovo proprietario, a trasformare, all’inizio del Seicento, con lavori di ampliamento e abbellimento, il convento in una signorile residenza e, come dicono le cronache, fece giardino ove prima era lago.
Nell'ottocento la villa passò ai Genazzini, al tedesco Walter Kees, a Marco De Marchi e nel 1936 allo stato italiano per la sede dell’Istituto Italiano di Idrobiologia e Limnologia.
Di particolare fascino e interesse troviamo la scalinata centrale cinta da balaustra scolpita culminante, al sommo, in un tempietto neoclassico, una fontanella, copia dell’originale di Villa Borghese a Roma, e il belvedere ceramicato, sulla amplissima distesa del lago e dei suoi monti.
Il giardino, aperto al pubblico, è ricco di statue, sculture e di specie vegetali mediterranee e tropicali che, nel mese di maggio, regalano al turista un’incantevole spettacolo.
Attualmente la villa è di proprietà del CNR ed è concessa in comodato alla Provincia di Lecco, che la gestisce per il tramite dell'istituzione Villa Monastero ente strumentale della Provincia medesima. Nella stagione estiva, ma non solo, numerose sono le attività organizzate dall'ente.
Villa dei Cipressi, un complesso architettonico cinquecentesco composto da edifici e giardini.

Il Museo Civico di Ornitologia e di scienze naturali “Luigi Scanagatta” ha importanza culturale e storica, grazie ai numerosi esemplari raccolti negli anni e dalla sua storia.
Fu fondato nel 1962 dal maestro Luigi Scanagatta,  famoso ornitologo, botanico e malacologo. In breve la collezione assunse un’enorme importanza, oltre che per le sue dimensioni, per alcuni esemplari rari e difficili da rinvenire in quest’area e qui conservati.
La biblioteca, inoltre, contiene più di 1500 volumi, dei quali alcuni antichi, suddivisi in diverse sezioni: ornitologia, zoologia, malacologia, botanica e micologia.
Grazie alla sua ricca collezione di volatili, il museo aiuta a comprendere molto bene l’importanza degli ambienti che si osservano nei dintorni di Varenna ed in generale nelle province di Lecco e Como.

Ancora oggi ogni anno si celebra l'esodo dei comacini e l'accoglienza dei varennesi, il sabato e la domenica della settimana in cui cade il 24 giugno, festa di San Giovanni. Il lago viene illuminato a giorno con migliaia di lumaghitt, lumini galleggianti abbandonati sulle acque, come a ricordare le anime derelitte che navigarono da una sponda all'altra, scappando dalle proprie case in fiamme.



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sabato 11 luglio 2015

BARZIO



Barzio è un comune della Valsassina. Sorge in posizione privilegiata sul cosiddetto Altopiano Valsassina, immersa nel verde e di fronte alle Grigne, anticamente era anche conosciuto coi nomi di Barzo, Barso, Barsio. Nel XVI secolo contava solo poco più di trecento abitanti che vivevano in semplici case di legno con loggiati, verso la fine dell'Ottocento, con il miglioramento economico e sociale della popolazione, apparvero le prime ville e successivamente, con l'avvento del turismo di massa, numerosi condomini. Il paese è considerato capoluogo turistico della Valsassina e offre numerose opportunità agli sportivi; da qui parte infatti una funivia, attiva già dagli anni ’60, che conduce agli impianti di risalita dei Piani di Bobbio e della Valtorta costituendo il comprensorio sciistico più vicino a Milano ed alla Brianza.

La famiglia di origine dello scrittore Alessandro Manzoni si trasferì infatti a Barzio, dalla confinante bergamasca, nel corso del XVI secolo ed è ancor oggi possibile ammirare alcune delle casi padronali edificate durante i secoli dai vari rami della famiglia tra le quali "Palazzo Manzoni", palazzo tardo seicentesco ora sede comunale e della Biblioteca, dove vissero proprio i Manzoni.

Barzio ha dato i natali a Medardo Rosso scultore impressionista, del quale il paese ospita un museo.

Da sempre legata alle vicende storiche della Valle, conobbe una significativa presenza di stanziamenti celtici. Molti e di notevole importanza sono i ritrovamenti archeologici rinvenuti, tra i quali un corredo funebre di un guerriero celtico risalente al IV sec. A.C. (ora conservati presso il Museo Archeologico di Lecco). In tempi più recenti Barzio ha visto l'ascesa dell'antica e nobile famiglia Manzoni che si trasferì a Barzio dalla confinante bergamasca nel corso del XVI secolo. Oggi è possibile ammirare alcune delle casi padronali edificate durante i secoli dai vari rami della famiglia tra le quali "Palazzo Manzoni", palazzo tardo seicentesco ora sede comunale e della Biblioteca, dove vissero proprio i Manzoni dai quali si ricorda è disceso il grande scrittore Alessandro.
Lo sviluppo economico del paese nel corso dei secoli si ebbe grazie alla sua particolare posizione essendo situato nel punto di convergenza di gran parte della produzione di formaggi della Valtorta e della Valtaleggio. Nel corso dei secoli a Barzio assunsero importanza anche gli allevamenti di mandrie, grazie ai numerosi e ricchi pascoli che incorniciavano il paese ed ai pendii erbosi, che tuttora caratterizzano i Piani di Bobbio. Il piccolo villaggio contadino agli inizi del '900 ha poi conosciuto una evoluzione socio-economica improntata principalmente sul turismo.

Cuore pulsante del paese è Piazza Garibaldi, recentemente rinnovata nel suo aspetto, al centro della quale fa bella mostra di se il monumento dedicato ai caduti della I guerra mondiale raffigurante un leone, simbolo della Valsassina.

Protetta a monte dal rilievo dei Piani di Bobbio e rivolta a Valle verso il maestoso gruppo delle Grigne, rappresenta un attraente ed accogliente punto di incontro. Intorno alla piazza si sviluppa il centro storico, dove sono ancora ben conservate nella loro struttura originaria ville e case d'epoca, e che si può visitare percorrendo una delle diverse vie che si diramano partendo dalla piazza, anch'esse da poco rinnovate ed impreziosite nella pavimentazione in porfido e nell'arredo.Oltre alla piazza ed al centro storico di rilevante importanza si segnalano la Chiesa Parrocchiale, Palazzo Manzoni, sede comunale e della locale biblioteca, l'Oratorio di San Giovanni Battista ora Museo Privato "Medardo Rosso".

La chiesa Parrocchiale dedicata al Santo patrono Alessandro Martire sorge al centro della parte più antica del paese. Alcuni scavi al suo interno hanno portato alla luce resti di una primitiva chiesetta risalenti al periodo tardo medievale. Intorno al XV secolo la chiesa subì una profonda e radicale trasformazione tanto da divenire una delle più grandi e maestose della valle, anche per la raffinatezza delle decorazioni e dei paramenti. Questo si spiega, forse, con il fatto che proprio nel 1490 Barzio divenne Parrocchia autonoma.
Intorno agli anni trenta l'edificio fu nuovamente rimodernato con il ribaltamento dell'ingresso e ingrandito fino ad assumere l'aspetto odierno. Numerose e di pregio sono le opere in essa conservate. All'ingresso si può ammirare un portale Bronzeo a formelle di recente fattura, opera del Maestro Pietro Maggioni, raffiguranti brani tratti dai Promessi Sposi con tema le opere della Provvidenza. Presso le varie cappelle laterali e altari sono esposte la pregevole tavola raffigurante "I Misteri del Rosario" dipinti da Luigi Reali risalente al 1634, una "Decollazione di San Giovanni Battista" tela del Montalto del 1656, la statua lignea della Madonna del Rosario benedetta nel 1715, portata in processione ogni prima domenica d'agosto, la pala di San Carlo (1640), la Pala con lo Sposalizio della Vergine. Non si può poi tralasciare la maestosità dell'organo costruito dai Maestri Fratelli Mascioni e inaugurato nel 1978, opera unica per grandezza e potenza.

I Misteri del Rosario, lasciati nell'oratorio di San Giovanni Battista, sono stati riportati alla luce e restaurati nel 1989; benedetti nel 1991, si trovano sul lato sinistro della cappella dedicata alla Madonna del Suffragio. Luigi Reali lavorò in Valsassina fra il 1643 e il 1660 (troviamo le sue opere in diversi paesi del valsassinese, in particolare a Pasturo) trasferendo nei suoi quadri visioni grandiose e spettacolari, volutamente create per colpire l'immaginazione del popolo. Diversamente da questi affreschi, i Misteri del Rosario sono caratterizzati da bozzetti di piccole dimensioni, assai semplici e privi di artificiosità, visto che, in origine, erano stati commissionati per mettere in risalto soprattutto la più importante e venerata statua della Maria Vergine.

Luogo di preghiera e raccoglimento dedicato alla Madonna di Lourdes, sito nei pressi del Cimitero. E' stato realizzato nel 1935 in prossimità di una grotta naturale all'interno della quale è collocata la statua della Madonna, scolpita nel marmo, e risalente al 1959. Ai piedi della Grotta è posta un'altra statua raffigurante la Santa Bernadette in preghiera.

La chiesa di Santa Maria Assunta a Concenedo, realizzata nel XVIII secolo è una Chiesa con una semplice navata a botte decorata con opere tra le quali si segnala un dipinto raffigurante San Carlo in preghiera, risalente al '600. Sempre di questo periodo è la porta lignea, mentre l'altare maggiore è caratterizzato da un'ancona marmorea contenente una statua della Madonna Assunta del 1857. Ma l'opera di maggior pregio presente è il grandioso crocifisso ligneo del primo '400 donato dalla Beta Guarisca Arrigoni all'Ospizio del Cantello. Della stessa Beata è presente un ritratto settecentesco. Il portico fu aggiunto negli venti del secolo scorso.

In posizione incantevole per il panorama ed esposizione al sole, sorge la Casa "Paolo VI", costruita nel 1977 nei luoghi dove sorgeva l'antico Monastero del Cantello. Tale edifico fu fondato all'inizio del 1400 dalla Beata Guarisca Arrigoni ed adibito ad ospedale per gli ammalati e ricovero per i pellegrini. L'ospizio subì numerosi cambiamenti nel corso degli anni; divenuto Monastero di clausura per ordine di San Carlo Borromeo, venne soppresso nel 1784 ed utilizzato come ospedale nel 1817 in seguito allo scoppio di un'epidemia di tifo petecchiale. L'attuale Casa del Clero dedicata a Papa Paolo VI per volontà dello stesso Montini rappresenta luogo di preghiera e riposo per il clero ambrosiano.

La  Chiesa dedicata a S. Giorgio martire venne ricostruita intorno al seicento su di una precedente costruzione romanica di cui si conserva ancora oggi l'alta torre campanaria. Venne consacrata nel 1746.
E' caratterizzata da un portico con fornici arcuati, scandito da pilastri ai quali sono addossate lesene con capitelli di varia fattura; alla chiesa si accede da una gradinata di sottoportico e da una strada laterale, dalla quale il complesso architettonico appare di una certa maestosità.
Le cappelle al suo interno sono ricche di opere d'arte tra cui la cappella di San Giorgio posta a destra di chi entra che accoglie il famoso polittico del Bergognone.
L'opera di compone di sei riquadri: in basso al centro e' la Madonna con Bambino con ai lati i S.S. Giovanni Battista, Caterina, Lucia e Pietro; in alto S. Giorgio e il drago con ai lati i S.S. Bernardino e Ambrogio; a sinistra e a destra S.S. Pietro e Antonio abate.
Esternamente, protette da un muro quasi a formare un solo complesso con la chiesa, sono le Cappellette della Via Crucis risalenti alla fine del 700.

Il noto e prestigioso Palazzo Manzoni, dal 1930 monumento nazionale, è ora sede del Comune e della Biblioteca. Si tratta di un Palazzo tardo seicentesco che fu di proprietà del ramo della famiglia Manzoni dalla quale discese il grande scrittore e poeta Alessandro. Sulla facciata esterna è presente una lapide con medaglione bronzeo dedicato a Tranquillo Baruffaldi, nobile barziese, volontario tra i mille di Garibaldi e discendente della famiglia Baruffali che divenne proprietaria dell'edificio nell'800.
Dal portone ligneo principale, contornato da un pregevole portale settecentesco in pietra, si accede al cortiletto padronale in cui si trovano lo stemma della famiglia, un pozzo con timpano in stile classico e un porticato a crociera su pilastri.
Di particolare interesse è anche la Sala Civica, situata a sinistra dell'entrata con la volta decorata con affreschi in stile tardo barocco e lo stemma inciso nel cammino marmoreo.

L'antico oratorio di San Giovanni Battista era il luogo destinato alla somministrazione del S.Sacramento della Cresima prima che la Chiesa di S. Alessandro divenisse parrocchia. Già noto in documenti del '200 come canonica, alla fine del '500 entrò in declino. Ricostruito agli inizi del '600, divenne sede della locale confraternita del Santissimo Sacramento e più tardi nel 1930, una volta sconsacrato, fu venduto alla famiglia di Francesco Rosso, figlio del famoso scultore Medardo che vi ha raccolto la collezione privata delle opere dell'artista. In questo periodo l'edificio è stato accorciato nella parte frontale con una riduzione della navata , ma conservando il portale in pietra che chiude la facciata posticcia e che reca ancora la scritta "1605".

Il Museo Medardo Rosso, inaugurato nel 1928 e situato nell'antico oratorio di San Giovanni Battista a Barzio (XVII secolo), conserva le opere dello scultore impressionista Medardo Rosso (1858-1928), tra queste si segnalano l'Uomo che legge e Malato all'ospedale, la Femme à la voilette (1893), l'Ecce Puer (1906), la Conversazione in giardino (1896) e il Bambino al seno. Sono inoltre custoditi documenti, fotografie e disegni.
Il museo Medardo Rosso è stato reclamato dal figlio dello scultore, il quale, in seguito alla morte del padre (1928), volle recuperare e riunire tutte le opere rimaste nello studio di Parigi e in quello di Milano.
La scelta della piccola chiesa seicentesca (sconsacrata in quell'occasione) fu giustificata dal desiderio di Francesco di preservare le opere del padre a Barzio, che era la località di villeggiatura amata da lui e dalla madre: nello stesso giardino decise di costruirvi anche la sua casa.
Nel museo aleggia un’intima atmosfera che permette alla scultura di Rosso di esprimere tutta la sua forza e universalità. Questi pensieri confidava Medardo Rosso ad un amico: “L'arte non deve essere legata all'architettura o servire ad abbellire un salone, non deve essere fatta per piacere”. La sua è una scultura immateriale, dove l'atmosfera si fa messaggera dei sentimenti umani e delle pieghe intime dell'anima.

Posta al secondo piano della villa Manzoni, la Galleria Comunale d’Arte espone al pubblico una selezione di opere facenti parte delle collezioni artistiche dei Musei Civici, ricche di quattrocento dipinti e di duemila incisioni. Il percorso espositivo è strutturato per ambiti tematici e periodi cronologici e tutti i dipinti sono stati esposti con cornici coeve. La sala I espone una selezione di opere di scuola lombarda del XVIII e XVIIII secolo. Nella sala II sono presentate nature morte e pitture di genere del XVIII secolo. La sala III espone una selezione di ritratti dell’Ottocento con i consueti soggetti borghesi. Nella sala IV il tema è il paesaggio dell’Ottocento, con interessanti immagini lecchesi di Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866), genero di Alessandro Manzoni, Carlo Pizzi (1842-1909), e Giovan Battista Todeschini (1857 - 1938). Il paesaggio lecchese del Novecento è presentato nella sala V, dove sono esposte le opere premiate alla IV Quinquennale di Lecco (Donato Frisia, Raffaele De Grada, Ugo Bernasconi, Angelo Del Bon, Cesare Breviglieri, Umberto Lilloni, Orlando Sora) e “La forgiatura” di Arturo Colombo. Nella sala VI sono raccolti lavori dei più rappresentativi pittori lecchesi contemporanei. La prima galleria che corre intorno al portico espone invece le opere di importanti artisti italiani contemporanei, donate nella manifestazione “Città di Lecco per l’Arte”: Enrico Castellani, Emilio Scanavino, Giò Pomodoro, Enrico Baj, Piero Dorazio, Emilio Sangregorio, Alik Cavaliere, Gianni Bertini, Jiri Kolar. Nella successiva sala VII è esposta una collezione di pizzi dell’800 e dei primi 900 donata dai club di servizio cittadini Inner Wheel e Soroptimist.

Concenedo è una piccola e caratteristica frazione, raggiungibile a piedi dal capoluogo percorrendo una breve mulattiera, ha mantenuto l'aspetto di un borgo ancora contadino, ben rappresentato dal centro storico dove abitazioni e vecchi casolari, lasciati in gran parte intatti, si raccolgono intorno alla piccola Chiesa dedicata a Santa Maria Assunta. E' stato comune fino al 1928, quando è stato assorbito da Barzio divenendone la frazione.
Particolarità di Concenedo è la presenza sul suo territorio di molteplici testimonianze di fede tali da definirla vera e propria terra consacrata.
Qui si trovano il Monastero del Carmelo, luogo di preghiera e ritiro, la Casa Paolo VI in località Cantello casa di accoglienza del clero ambrosiano. Presso la suddetta località sorgeva all'inizio del 1400 un antico monastero ospedale ricovero per gli ammalati e i pellegrini fondato dalla Beata Guarisca Arrigoni, originaria di Barzio, la "Via Lucis", serie di piccole cappelle votive che accompagnano il viandante che dal capoluogo sale verso Concenedo.
Il paesaggio è caratterizzato dall'incantevole e suggestivo panorama dei monti, mete di numerose passeggiate e di arrampicate più o meno impegnative.

Una moderna funivia a cabine multiple collega Barzio ai Piani di Bobbio.
Qui il paesaggio è caratterizzato dagli incantevoli panorami dei monti, che nella stagione estiva diventano mete di numerose passeggiate ed escursioni più o meno impegnative. Per gli alpinisti più esperti c'è la possibilità inoltre di affrontare le vie ferrate tracciate sul Gruppo dei Campelli recentemente ripristinate. Nei mesi invernali la località si trasforma in un comprensorio sciistico con piste di discesa di ogni grado di difficoltà, un tracciato per lo sci di fondo con vari anelli e un attrezzato centro per l'accoglienza degli sciatori.

Regina delle tavole valsassinesi, la polenta è normalmente servita con latte, formaggio e "cagiada": ottima anche la polenta con funghi trifolati ma nei locali tipici la specialità più richiesta però la polenta taragna, condita con formaggi grassi, diversi da località a località. Tra i primi ricordiamo il risotto con funghi ed i pizzoccheri preparati con le verdure ed il formaggio locale.
Fra i secondi ricordiamo i piatti di selvaggina, di solito lepre o capriolo, accompagnati dalla polenta, oppure i bocconcini di vitello preparati con un ricco sugo di funghi.
Chi preferisce il pesce potrà optare per la trota preparata in bianco, al burro oppure in carpione.
Un cenno a parte meritano gli ottimi formaggi locali, ormai conosciuti a livello internazionale: taleggio, robiola e caprini che possono essere acquistati direttamente dai produttori e costituiscono una sana e golosa "ricchezza" della Valsassina.

Come dolce ricordiamo le crostate ai piccoli frutti, il semplice dessert fatto di panna e frutti di bosco, lo scapinasc ed i tanti, tradizionali biscotti: i sassetti, i pazientini e gli ottimi caviadini.

I Cabiadini sono particolari biscotti tipici di Barzio, conosciuti e commercializzati nel resto della Valle con il nome di Caviadini. Sono preparati sulla base di un'antica ricetta data alle sorelle 'Pelegatta', che gestivano a Barzio prestino e posteria, da una cuoca di una famiglia dotata di una ricca dispensa.
Il segreto della loro bontà sta negli ingredienti che non bisogna mettere nell'impasto e soprattutto nell'indicazione che fossero usati esclusivamente ingredienti di massima qualità, dal burro alle uova, per i quali non bisogna lesinare sulla quantità.

La maggior località di soggiorno estivo e di sport invernali della Valsassina. Barzio, già nota come "Perla della Valsassina", oggi è in grado di offrire ai turisti in ogni periodo dell'anno ottime opportunità di svago per il tempo libero. Ampio è il ventaglio di proposte che spaziano dalla possibilità di praticare qualsiasi tipo di sport, invernali e non, di fare passeggiate, rilassarsi nel verde della natura, all'opportunità di assistere a eventi sportivi, culturali o spettacoli di intrattenimento, molti dei quali di una certa risonanza, che vengono organizzati per rendere piacevole ed attraente il soggiorno a Barzio.







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