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venerdì 20 novembre 2015

VISITARE VIGEVANO



Il comune è il simbolo del Rinascimento lombardo, centro ideale per chi ama la natura e l'arte, da scoprire e visitare. La città di Leonardo Da Vinci ma anche la patria del tacco a spillo che fu inventato proprio in questa cittadina a due passi da Milano.

La possibilità, inoltre, di immergersi nei tesori naturali e nella ricca biodiversità del territorio del Parco naturale del Ticino. La città si trova, infatti, nel territorio del più antico Parco Regionale d'Italia, vero “tempio” della flora e della fauna locali, meta ricercata da chi desidera stare a contatto con la natura.

Il Parco è visitato ogni anno da più di 800 mila persone, attirate dalla facilità di accesso e, soprattutto, dalla possibilità di trascorrere qualche ora in mezzo alla natura a pochi chilometri da Milano. Per favorire e diversificare la fruizione dell’area, nel corso degli anni sono state realizzate diverse infrastrutture e una rete di percorsi riservati al transito ciclo-pedonale e più di 50 itinerari, 800 chilometri in totale, per il trekking e il mountain biking, mostre, musei e osservatori naturali.

La cattedrale di Sant'Ambrogio, consacrata il 24 aprile 1612, fu iniziata da Francesco II Sforza nel 1532, su progetto di Antonio da Lonate dopo aver demolito in gran parte quella precedente (della quale fu salvata la parte absidale) risalente alla seconda metà del Trecento, ma edificata su fondamenta ben più antiche. Sono presenti infatti documenti del 963 e del 967 che parlano della basilica di Sant'Ambrogio in Vigevano e pertanto le origini della chiesa primitiva affondano a prima dell'anno mille. Del precedente edificio si conservano alcuni frammenti degli archetti decorativi del cornicione di stile gotico-lombardo, appartenenti all'antica basilica. Francesco II morì poco dopo aver intrapreso la costruzione della cattedrale.

Venuta meno la munificenza del duca, essa poté avere compimento con le offerte dei fedeli, del Comune e dei vescovi, giungendo al tetto nel 1553 e venendo ultimata solo nel 1606 allo stato rustico, sotto la guida del vescovo Giorgio Odescalchi, per poi essere definitivamente terminata alla fine del seicento, allorché fu compiuta la grandiosa facciata barocca ideata dal grande poligrafo Juan Caramuel y Lobkowitz, che fu vescovo della città dal 1673 al 1682. Poiché gli assi del duomo e della piazza Ducale sono differenti (la piazza era infatti scenografico ingresso al castello, e non alla cattedrale), il Caramuel, fece erigere la nuova facciata in forma concava e fece eliminare l'originale rampa d'accesso al castello, completando il porticato sotto la torre del Bramante. L'espediente architettonico rendeva simmetrico il duomo rispetto alla piazza e mutava la "funzione politica" di quest'ultima: da "ingresso" del castello (potere civile) ad "anticamera nobile" del duomo (potere ecclesiastico). Il campanile sfrutta come base una torre trecentesca (probabilmente l'antica torre civica) su cui è stato realizzato un primo sopralzo nel 1450, e un secondo nel 1818 con la costruzione dell'attuale cella campanaria sormontata da merli. Nel 1716 venne completata la cupola con la copertura in rame e nel 1753 venne terminata la sacrestia capitolare.

Durante tutto l'Ottocento si susseguirono numerosi lavori di restauro tra cui la costruzione dell'altare maggiore (1828-1830), a opera di Alessandro Sanquirico, e la decorazione del grandioso e luminoso interno a tre navate a opera di Francesco Gonin, Mauro Conconi, Vitale Sala, Cesare Ferrari e del pittore vigevanese Giovan Battista Garberini.

La seconda cappella della navata sinistra, dedicata ai santi Giacomo e Cristoforo, oltre a un pregevole altare seicentesco ospita il Polittico Biffignandi', di Bernardo Ferrari, mentre nella cappella di San Carlo o del santissimo Sacramento sono conservate altre due opere recentemente restaurate del pittore vigevanese: il Trittico Gusberti e un San Tommaso di Canterbury tra le sante Elena ed Agata. Nelle altre cappelle laterali si conservano interessanti dipinti del '500 lombardo opera di Cesare Magni e Ferdinando Gatti (detto il Soiaro).

Di grande interesse è anche l'organo a canne che si trova in presbiterio, nella cantoria di destra, costruito nel 1782 dai Serassi di Bergamo e recentemente restaurato.
Il duomo di Vigevano è anche divenuto famoso per il tesoro della cattedrale, che in parte risale alle donazioni elargite al capitolo da Francesco II Sforza. Oltre a notevoli calici, pissidi e paramentali, esso conserva anche manoscritti di grande valore miniati da Giovan Giacomo Decio, un pastorale vescovile in avorio di narvalo e "La Pace", una preziosa suppellettile in argento dorato di scuola lombarda. Nella seconda sezione del museo sono conservati una serie di arazzi fiamminghi di Bruxelles (1520) e Auderaarde (seconda metà del XVII secolo) con raffigurazioni sacre e profane, e due pregevoli stendardi cinquecenteschi delle antiche confraternite di Santa Maria del Popolo e dell'Annunziata. Nel tesoro della cattedrale è conservato inoltre un prezioso paramentale ricamato con fili d'oro, utilizzato dal papa per incoronare Napoleone Bonaparte re d'Italia nel duomo di Milano nel 1805.

La chiesa di San Pietro Martire fu eretta nel 1445 con l'annesso convento dei frati domenicani come attestato dalla bolla pontificia conservata presso l'archivio storico di Vigevano, venne consacrata nel 1480. In puro stile gotico lombardo con campanile a base ottagonale, si presenta a croce latina imperfetta con pilastri polistili, terminante con coro poligonale alto con sottostante cripta il cui accesso è dato da due ingressi ai lati del presbiterio rialzato. Nella cripta è conservato il corpo del beato Matteo Carreri, patrono di Vigevano, che visse e morì (1470) nell'attiguo convento.
Nel 1645, durante l'assedio francese alla Rocca Nuova, il campanile viene demolito a metà, in senso verticale, per essere poi ricomposto pochi anni dopo. La facciata, divisa in tre parti corrispondenti alle navate e sormontata nella parte centrale da tre pinnacoli, ha un portale gotico ad anelli racchiuso da una cornice in cotto con un bassorilievo collocato nel 1969. Sul fianco sinistro una scalinata porta all'ingresso secondario posto in testa al transetto, mentre in corrispondenza della navata si trova la traccia di un portale, oggi murato, simile a quello di facciata che, secondo la tradizione locale, era riservato alla corte sforzesca. Fino alla fine dell'Ottocento lungo il lato sinistro si trovava un terrapieno che collegava il livello della piazza antistante con l'ingresso laterale.
Nel 1840 un intervento di costruzione delle false volte, in stile neogotico, ha determinato la modifica dell'aspetto interno. Le volte, realizzate staccate dall'originale tetto a capriate a vista, hanno di fatto nascosto gli affreschi del 1447-50 posti nella parte alta dell'arcone del transetto. Tali affreschi, situati oggi nell'intercapedine tra le volte e il tetto, raffigurano al centro il busto di san Domenico di Guzman, a sinistra un paesaggio con un castello e una chiesa e a destra vari militari con lance e bandiere tra cui un cartiglio con la scritta “britanii”; gli affreschi rappresenterebbero un ex voto fatto dai vigevanesi per la minaccia di scorreria di mercenari allo sbando dopo la dissoluzione del ducato visconteo il cui passaggio venne impedito dalla piena eccezionale del Ticino.

La Chiesa di San Francesco fu edificata fuori dalle mura cittadine nel 1379, un anno dopo la costruzione del convento dei Frati Minori. Era più piccola, orientata diversamente e occupava lo spazio dell'attuale transetto. Ampliata nel 1447, subì una radicale trasformazione con la totale ricostruzione e il cambio di asse tra il 1465 e il 1470. Nel 1475 viene terminato il campanile la cui costruzione era iniziata nel 1448. Nel 1836 furono rifatte le cappelle. Nel 1847, per ampliare la via S. Francesco, venne demolita la cappella dell'Immacolata Concezione, edificata nel 1494 su disegno di Donato Bramante. Tra il 1847 e il 1856 subì un "restauro" che trasformò l'interno in stile neogotico, con la realizzazione delle volte in sostituzione delle capriate a vista e il rialzo del tetto, conseguente al sopralzo di un metro del pavimento che fu portato a livello strada. Tra il 1891 e il 1903, ad opera dell'architetto Moretti, fu ripristinato il disegno gotico lombardo della facciata con il rialzo di alcuni metri, per allinearsi al tetto sopralzato con gli interventi ottocenteschi; inoltre vennero eliminati i piccoli ingressi ai lati del portale di facciata realizzati nel corso del Settecento, allungate le due finestre gotiche e completata la cornice del finestrone tondo rifatto più grande di quello quattrocentesco. A completamento della facciata furono rifatti i pinnacoli. Nel 1931 anche i lati vengono restaurati, riportando all'antica forma la facciata del transetto. Sulla via S. Francesco, dopo il portale del lato destro, si trova un ossario di fattura barocca chiamato "chiesetta dei morti".

La Chiesa di San Giorgio in Strata è situata in via Cairoli, oggi stretta tra le case adiacenti, di origine antica (citata in un documento del 1090), l’edificio fu ricostruito per volere della famiglia Colli nella metà del XV secolo; attualmente si presenta con facciata romanica a capanna di linee molto semplici. l’interno, a pianta rettangolare e navata unica, termina con l’abside semicircolare, coperto da una volta a catino.
Sulla parete destra è conservato un affresco quattrocentesco, raffigurante S. Giorgio che uccide il drago.
L’aspetto attuale è frutto di un delicato lavoro di restauro avvenuto nel corso del ‘900.

Piazza Ducale è una vasta piazza in stile rinascimentale. La sua costruzione iniziò nel 1492 per volere di Ludovico il Moro come anticamera del castello ormai trasformato in palazzo ducale, e fu ultimata nel 1494.

Lunga 134 metri e larga 48, è edificata su tre lati (il quarto è occupato dalla Chiesa Cattedrale di Sant'Ambrogio) con edifici omogenei con facciata e portici uniformi a contorno di un forum che ricalca il modello romano descritto da Vitruvio.

In origine la zona era caratterizzata da una larga strada contornata dagli edifici in gran parte porticati, tra cui quello del Comune, frutto dell’espansione trecentesca sviluppatasi a nord del promontorio fortificato dell’antico borgo scomparso con le trasformazioni viscontee e sforzesche che hanno portato alla realizzazione dell'attuale "castello". Al borgo e al primitivo castello annesso, situati in posizione sopraelevata, si accedeva per mezzo di una rampa o forse di una scalinata posta in corrispondenza dell'attuale torre che funge da ingresso al castello.

La nuova piazza venne realizzata sotto la direzione dell'ingegnere ducale Ambrogio da Corte con la demolizione delle case situate verso la scarpata su cui sorge il castello e il riuso degli edifici a nord e ad ovest, allineandoli con il rifacimento delle facciate. La realizzazione sforzesca aveva il lato sud interrotto, in corrispondenza con la torre, da un’ampia rampa di collegamento tra la piazza e il castello; il lato ovest si prolungava fino alla scarpata del castello (alcune arcate con le colonne originali si trovano inserite nel caffè Commercio) ed era diviso in due parti unite da un arco trionfale posto all’imbocco della via del Popolo, mentre sul lato nord, in corrispondenza dell'aggancio con quello ovest, proprio di fronte alla rampa, si apriva un arco trionfale a tre fornici corrispondente all'imbocco di via Giorgio Silva. Le facciate si presentavano totalmente decorate con affreschi.
La forma attuale è frutto dell’intervento del 1680, realizzato dal vescovo Juan Caramuel y Lobkowitz, in cui viene demolita la rampa e costruito uno scalone inserito nel completamento del tratto mancante del lato sud, parte del lato ovest (verso il castello) viene inglobato nel corpo sud. L’assetto della piazza viene definitivamente modificato dal Caramuel con la costruzione della nuova facciata della cattedrale: una facciata concava, addossata alla chiesa come una quinta teatrale, che abbraccia e accoglie il recinto della piazza ribaltando il rapporto sforzesco piazza-castello trasformandolo in piazza-chiesa.
In epoca sconosciuta, forse nella metà del XVIII secolo, si sostituiscono gli archi trionfali, completando il ritmo delle arcate, con nuove colonne di materiale e fattura diversa da quelle quattrocentesche. Nella prima metà del Settecento gli occupanti austriaci collocano una statua di San Giovanni Nepomuceno, che ancora oggi caratterizza il lato occidentale della piazza.
La pavimentazione con ciottoli e lastre di serizzo risale alla metà dell’Ottocento, quando viene sostituita anche la pavimentazione dei portici, originariamente in mattoni a spina di pesce, con quella attuale. Nel 1911, a opera dell'architetto Moretti, viene realizzato il disegno con ciottoli bianchi e inseriti i lampioni. Tra il 1905 e il 1910 viene realizzato un ampio restauro che riporta alla luce i lacerti degli affreschi sforzeschi, nascosti dalle pitture settecentesche, a opera del pittore vigevanese Casimiro Ottone, che integra i lacerti con una nuova decorazione pittorica in stile rinascimentale; durante i lavori si rifanno i tetti con la realizzazione degli eclettici camini e vengono installati i lampioni attuali. In occasione del 500° della sua costruzione, tra il 1992 e il 1996, viene eseguita la ripittura della decorazione di inizio secolo e il restauro di ciò che resta degli affreschi sforzeschi originari.
Attualmente la piazza è meta di incontro e ritrovo, certamente la preferita dei vigevanesi, e il principale punto di riferimento per i turisti. Accoglie negozi di vario tipo e anche la fermata del trenino turistico della città.

Palazzo Sanseverino, situato ad ovest del centro storico, in fondo al corso della Repubblica che si diparte dall'ingresso neo gotico del castello. Il complesso si presenta fortemente alterato nelle facciate esterne, tanto che non se ne riconoscono le origini rinascimentali e si fatica a coglierne l'aspetto monumentale conservato invece nel cortile interno caratterizzato sul lato nord da un ampio porticato ed un loggiato aereo sorretto da mensole in granito sugli altri lati. In origine gli accessi erano due, uno verso la campagna ad ovest e un altro verso la città ad est, mentre l'attuale ingresso era occupato da uno scalone; un ulteriore passaggio posto sul lato nord conduceva al giardino dove si trovava una scuderia. Costruito nel 1492 sotto la direzione di Sebastiano Altavilla di Alba come abitazione di Galeazzo Sanseverino comandante la guarnigione sforzesca e sposo di una figlia naturale di Ludovico il Moro, nel 1496 viene trasformato dal Moro in fortezza, con la costruzione di una cinta muraria con quattro torri tonde ed un fossato a circuito del palazzo e del suo giardino, che viene quindi chiamata "Rocca Nuova" in contrapposizione alla rocca edificata da Luchino Visconti, situata ad est dell'abitato che viene così denominata "Rocca Vecchia".
All'inizio del Cinquecento, sotto il marchesato di Giangiacomo Trivulzio, si rinforzano gli accessi con la costruzione dei rivellini. Nel 1535, poco prima della sua morte, il Duca Francesco II Sforza fa costruire il porticato con il piano sovrastante e decorare i prospetti sulla corte. Nel 1543, per volontà di Alfonso D'Avalos viene realizzato un terrapieno di difesa esterna che comporta la demolizione di 42 case, soprattutto verso il castello. Nel 1646, dopo la conquista francese dell'anno prima, la rocca viene presa dagli spagnoli che ne demoliscono le strutture difensive. Si salva dalla distruzione il palazzo e parte della muratura edificata da Ludovico il Moro sul lato ovest, di tale muratura ne rimane un ampio tratto con l'originale accesso verso la campagna. Nel 1655 Giovanna Eustachia della Santa Croce riceve in dono dal Re di Spagna il palazzo e le macerie delle fortificazione, che vengono vendute, quindi trasforma l'edificio in un monastero dedicato a S. Chiara con la costruzione di una chiesa addossata al lato sud e consacrata nel 1680, sul sito dell'attuale strada. Nel 1805 il monastero viene soppresso quindi il palazzo viene lottizzato e acquistato da privati che lo trasformano in abitazioni, demoliscono la chiesa e realizzano a loro spese l'attuale strada. Con la costruzione della strada odierna gli ingressi originali vengono chiusi e si realizza quello attuale con la ricostruzione della parte su cui addossava la chiesa e il rimaneggiamento della facciata della parte sud-ovest che viene occupata dall'albergo "della Corona". Verso la fine dell'Ottocento vengono costruiti i due edifici situati tra il palazzo e la superstite muratura della rocca, edifici che fino a pochi decenni fa, insieme a parte del palazzo, hanno ospitato l'albergo "dei Tre Re". Nel 1937 viene ristrutturata la parte sud-est del corpo su strada con il rifacimento della facciata nella forma attuale.
Parte delle mura superstiti della rocca voluta dal Moro vengono ulteriormente demolite con la costruzione di un edificio negli anni sessanta.

Palazzo Crespi è la sede della Civica Biblioteca.
Eretto nel 1893 da Giuseppe Crespi, fondatore dell'omonimo cotonificio, fu acquistato dai signori Gagliardone e poi dai Biffignandi; successivamente venne ceduto al PNF come Casa del Fascio. Nel dopoguerra passò al Comune che, dal 1966, vi ospita la Biblioteca, intitolata nel 1983 allo scrittore vigevanese Lucio Mastronardi. I Musei Civici, che comprendono la Pinacoteca Civica e il Museo della Calzatura, prima situati presso questo Palazzo, sono stati trasferiti dal 2009 presso il Castello Sforzesco.
Le facciate mostrano paraste e tamponamenti a bugnato liscio al primo piano, mentre i piani superiori restano decorati con le sole paraste; le finestre sono incorniciate con timpano a motivi geometrici e si alternano a balconate in pietra con pilastrini al primo piano e in ferro battuto decorato al secondo piano. All'interno lo scalone d'onore si articola in quattro rampe ad andamento ottagonale con gradini in marmo. Alcune delle sale conservano affreschi ai soffitti con temi decorativi e figurativi in stile liberty. Adiacente al palazzo, un giardino cintato conserva antichi alberi ad alto fusto.

Il Castello Sforzesco di Vigevano è un complesso di edifici, inseriti in un perimetro comune, che occupano un’area di più di due ettari sul terrazzo naturale della valle del Ticino, nel punto più alto della città, dove la conformazione orografica del luogo, di altura modesta ma egualmente dominante nella pianura lombarda, ne ha favorito la fondazione. Visibile esternamente solo in alcune parti, totalmente separato dalla città e occultato alla vista dalle case che vi si addossano, appare nel suo insieme grandioso e molto suggestivo solo salendo lo scalone, posto sotto il porticato sud della piazza, e passando oltre l’arco d'ingresso principale della torre visibile dalla piazza, oppure entrando dal portone d'ingresso carraio di corso della Repubblica.
Il complesso è costituito da:
la torre d'ingresso detta del Bramante,
Tre grandi scuderie, di cui quella vicina alla torre detta "di Ludovico",
Un atrio d'ingresso neogotico,
Un corpo con loggiato detto falconiera,
Un ponte con loggia aerea,
L'edificio principale detto maschio,
Due corpi ottocenteschi posti tra il maschio e la torre,
Il grande edificio della strada sopraelevata coperta,
La rocca vecchia posta ad est che racchiude una grandiosa cavallerizza;
edifici tutti legati tra di loro in modo tale da apparire come una struttura unica con molte articolazioni.
La storia del castello collima per alcuni secoli con quella del borgo di Vigevano, chiamato anticamente "Vicogebuin". Fino alla metà del Quattrocento infatti l’area del promontorio, racchiusa dagli edifici che compongono l’attuale castello, era il sito dove sorgevano le case dell’antico borgo con il primo palazzo comunale e le primitive chiese. Il borgo circondato in origine da un rudimentale impianto di difesa in terra e legno, sostituito poi da una muraglia, aveva sul lato est un castello o recetto di forma quadrata, costituito inizialmente da una struttura in legno, sostituita prima del X secolo da muri in mattoni e separato dall’abitato da un fossato. Tale struttura, corrispondente all’attuale maschio, all’inizio svolse le funzioni di ricovero di foraggi e animali e di estrema difesa in caso di pericolo, ma con il passare del tempo e con i continui aggiustamenti e trasformazioni divenne, tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, sede e dimora signorile dei Visconti, i quali cominciarono a prendere possesso anche delle case dell'antico borgo, iniziandone la demolizione. Svuotamento e demolizione proseguiti e conclusi poi dagli Sforza nella seconda metà del XV secolo, quando il maschio, ulteriormente ampliato e abbellito, diventa un palazzo ducale circondato da scuderie ed edifici di servizio.
Luchino Visconti, podestà di Vigevano nel 1319 e nel 1337, inserisce il villaggio nel suo piano di dominio territoriale, decidendo di farne una roccaforte difensiva inserita nello scacchiere territoriale dei castelli posti lungo l’Adda e il Ticino a difesa del ducato di Milano. In quest’ottica, nel 1341, realizza una rocca di difesa (in origine detta inferiore, prende l'attuale nome di rocca vecchia in contrapposizione alla rocca nuova edificata alla fine del XV sec.), posta ad una certa distanza dal castello, sul limite est del borgo che si stava ormai allargando fuori dal perimetro originale. Nel contempo inizia l’opera di trasformazione del vecchio castello in nuovo fortilizio sede e dimora ducale, edificio che nella nuova conformazione si presenta con pianta quadrangolare formata da muri merlati con tre corpi di fabbrica, torri agli angoli e una torre d'ingresso al centro della cortina anteriore. I lavori di ampliamento ed abbellimento del maschio proseguono poi per tutto il dominio visconteo. Nel 1347 i due fortilizi vengono uniti dalla cosiddetta "strada coperta", un grande edificio fortificato lungo 164 metri e largo 7,50 che, stagliandosi nel panorama cittadino, permetteva un rapido collegamento tra il castello e le campagne circostanti.
Nel 1447, alla fine del dominio visconteo, la stessa popolazione di Vigevano, conquista la libertà comunale e distrugge la rocca esterna. Libertà che finisce già nel 1449, quando Vigevano viene cinta d’assedio da Bartolomeo Colleoni e Francesco I Sforza, marito di Bianca Maria figlia di Filippo Maria Visconti, e nuovo signore di Milano. Dopo la conquista lo Sforza ripara i danni dell'assedio e raddoppia la parte centrale del maschio verso l'esterno inglobando i resti della torre di sud-est distrutta proprio durante l'assedio.
Galeazzo Maria Sforza nel 1466, appena succeduto al padre Francesco, ordina nuovi interventi che trasformano definitivamente il maschio in palazzo ducale e, prendendo atto della cessata funzione difensiva delle mura dell'antico borgo, concede la costruzione di case nel fossato esterno, di altezza non superiore al muro. Nel 1472 il nuovo Duca interviene su due antichi edifici, posti lungo la muratura sud dell'antico borgo e utilizzati a stalla, sopralzandoli e modificandone il piano terra con l'inserimento di un doppio colonnato con volte a crociera e nuove finestre. Nel 1475 realizza il ponte con loggiato, posto a sud del maschio, mentre poco prima della morte dà l'inizio alla costruzione dell'edificio della falconiera , completato poi da Ludovico il Moro, reggente il ducato a nome del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza.
Con Ludovico il Moro, nato proprio a Vigevano, il progetto sforzesco si attua in interventi di proporzioni e qualità rilevanti, completando il processo di trasformazione del castello in residenza dinastica. Il cortile, occupato in origine dall'antico borgo, viene svuotato dalle residue costruzioni, si costruiscono la terza scuderia, detta per questo di Ludovico, e l’edificio delle cucine, realizzato con la demolizione dell’antica chiesa di S. Ambrogio e collegato al maschio da un edificio a ponte, chiudendo così il circuito di edifici a contorno dell’ampio cortile. Il maschio viene ampliato sul lato est con la realizzazione di un giardino pensile racchiuso da due edifici porticati progettati dal Bramante e aperto verso est. Del complesso bramantesco rimane oggi, dopo il crollo del loggiato addossato alla strada coperta e lo svuotamento del giardino con l’abbassamento al livello attuale, solo l'edificio sud chiamato “loggia delle dame”. Ad opera del Bramante si deve anche parte della decorazione pittorica che abbelliva il complesso di edifici prospiciente il cortile, di cui oggi rimangono tracce sulle pareti della scuderia di Ludovico, e il sopralzo dell'antica torre comunale, che verso il 1476 era già stata rialzata con nuovi merli e beccatelli per ospitare le campane della demolita chiesa di S. Maria, realizzato in tre parti di cui la seconda con una cella campanaria e la terza con un corpo ottagonale coperto da una guglia. I fasti del dominio sforzesco terminano con Francesco II Sforza il quale completa le decorazioni pittoriche del palazzo ducale.
Dalla prima metà dell'Ottocento si compiono le modifiche più consistenti. Prima del 1824 avviene l’interramento del lato ovest del fossato e la demolizione della cortina muraria del maschio con il rivellino, mentre nel 1824 viene chiusa e soppressa la porta che apriva verso la chiesa di S. Pietro Martire. Nel 1855, a seguito di un crollo di parte del corpo centrale del maschio e dell’antico scalone posto a ridosso della manica sinistra (che non fu più ricostruito), viene riedificata, ad opera dell'ing. Inverardi, la parte crollata con la modifica della parte verso la corte che ha comportato il rifacimento della facciata in stile Tudor, lo spostamento dell'accesso ai piani cantinati da destra a sinistra e la realizzazione di un nuovo scalone posto all'interno; lo stesso ingegnere progetta in stile neo-gotico l'ingresso da corso della Repubblica con un atrio che ingloba una campata della scuderia est. Nella seconda metà del secolo si completa l'interramento del fossato e si attua lo sterramento del giardino pensile, oggi chiamato cortile della duchessa con la ricostruzione del corpo a ridosso della strada coperta, ricostruzione che ha determinato la scomparsa della cappella ducale di epoca sforzesca e il trasferimento di nove affreschi (di cui otto attribuiti a Bernardo Ferrari) nel Municipio.
Altri interventi vengono compiuti per adattare il complesso alle nuove funzioni militari dotandolo di nuove strutture. Nel 1836 nella parte sud della rocca vecchia viene realizzato un grande edificio ad uso maneggio coperto oggi chiamato “cavallerizza”, una seconda cavallerizza (demolita a seguito di un crollo verificatosi nel 1979) di dimensioni minori venne costruita nella parte nord della rocca alla fine dell’Ottocento. Nel corso della seconda metà del secolo i locali del “prestino” (antico forno comunale situato ad est della torre e acquistato dall'amministrazione militare nel 1837) e quelli delle cucine ducali vengono ristrutturati, sopralzati di un piano e adibiti a circolo ufficiali; vengono interrate le parti rimaste del fossato; totalmente trasformato in portico terrazzato il ponte verso le ex cucine, mentre quello verso la falconiera viene rimaneggiato con la realizzazione di tre arconi al posto della muratura; svuotato fino alla quota attuale il giardino pensile, già parzialmente sterrato all'inizio del secolo; ricostruito il corpo addossato alla strada coperta e rimaneggiati gli interni delle scuderie.
Nel 1980, dopo un decennio di abbandono a seguito del cessato uso da parte dei militari, iniziano i lavori di restauro e recupero del grande complesso di edifici chiamato castello.

L'origine della Torre del Bramante, situata nel punto più alto della città, presso il castello, risale al 1198 e fu terminata dal Bramante alla fine del XV secolo, mentre nel XVII secolo venne aggiunto il cupolino barocco "a cipolla" in sostituzione dell'originaria guglia conica. La Torre ha una forma originale che, nell'800, fu il modello per la torre del Filarete nel Castello Sforzesco di Milano; è costituita da sezioni che si restringono avvicinandosi alla cima. DaI terrazzi è possibile ammirare un'ottima visuale della Piazza Ducale, del Castello e di tutta la città.
La cella campanaria, inaccessibile al pubblico, ospita "il campanone", una grande campana seicentesca "fessa" per necessità. Infatti nell'Ottocento non esistevano i moderni sistemi elettronici per controllare le campane, e l'orologio della Torre, all'epoca meccanico, batteva ogni mezz'ora anche di notte. Pare che il suono del "campanone" fosse così forte, che gli abitanti delle case addossate al Castello e alla Piazza fossero praticamente impossibilitati a prendere sonno. Così presentarono in Comune una petizione in cui si chiedeva di "zittire" il bronzeo disturbatore! Alla fine si raggiunse un compromesso: dalla campana, con precisione quasi chirurgica, venne asportato uno spicchio in modo da renderla fessa ed attutire il suono. Ed è così che ancora oggi la si può ascoltare battere i rintocchi ogni quarto d'ora.
Alta ben 75 metri dal livello della piazza, la Torre del Bramante è l'attuale Torre Civica della città di Vigevano, di cui da sempre è il simbolo.

All'interno del Castello Sforzesco sono presenti il Museo internazionale della calzatura e la Pinacoteca Civica. Il Museo dell'Imprenditoria vigevanese è invece ubicato presso le sale dell'ex orfanatrofio Merula, in via Merula 40. L’intero nucleo dei Musei Civici è stato dedicato a Luigi Barni (1º ottobre 1877 – 28 maggio 1952), uomo di grande lungimiranza e passione che contribuì significativamente alla nascita e alla crescita delle collezioni d’Arte esposte.

La stagione della grande pittura italiana ed europea del XIX secolo costituisce il cuore pulsante della Pinacoteca Civica. Una stagione che a Vigevano si apre con la figura di Giovanni Battista Garberini, (1819-1896) maestro riconosciuto della pittura vigevanese moderna ed autore di una imponente galleria di ritratti di esponenti della borghesia cittadina. L’impetuoso sviluppo industriale di Vigevano seguito all’unità nazionale porta alla ribalta una nuova classe imprenditoriale che manifesta uno spiccato gusto per l’arte pittorica: appartengono a quell’epoca gli acquisiti della “Marina” di Pompeo Mariani e della monumentale composizione storica “La morte di Carlo Emanuele II” di Francesco Valaperta. Gli anni settanta dell’Ottocento segnano un rinnovamento formale per la pittura lombarda e quindi, di riflesso, per la pittura vigevanese. Gli esponenti di punta della nuova stagione sono Ambrogio Raffele (1845-1928) e Casimiro Ottone (1856-1942) che suscitarono l’interesse e la menzione di Federico Zeri in occasione di una mostra organizzata nel 1997. Se Raffele si dedica quasi esclusivamente al paesaggio privilegiando le vedute di località alpestri (specialmente della Valle d’Aosta), Ottone si rivolge alla figura come dimostra la folta sequenza di intensi volti femminili che richiamano stilemi tardo scapigliati. La generazione di pittori a cavallo dei due secoli è bene rappresentata da Luigi Bocca (1872-1930), Luigi Barni (1877-1952) e dai fratelli Cesare e Ferdinando Villa. Luigi Bocca è il personaggio di maggior spessore, come testimonia la sua produzione incentrata sul ritratto e sulla composizione con figure umane bene esemplificata nel delicato “Per tua dote”. La stagione del Novecento pittorico ha invece in Mario Ornati (1887-1955) e Carlo Zanoletti (1898-1981) i protagonisti principali. In particolare Zanoletti si distingue per la sua particolare lettura dei paesaggi del fiume Ticino e dei suoi frequentatori (barcaioli, ma anche gente comune). Tra i rappresentanti della scultura di Otto e Novecento a Vigevano, che trovano spazio nel percorso di visita, in un dialogo perfetto tra pittura e scultura, troviamo Pasquale Miglioretti, Alfredo Berengario Ubezio, Giovan Battista Ricci e Cesare Villa.

Il primato di Vigevano quale capitale della calzatura, è un primato che arrivava da lontano per poi emergere in modo significativo a livello industriale nel corso del ‘900, quando a Vigevano si era arrivati a produrre addirittura 20 milioni di paia di scarpe l’anno.
Nel 1866 due fratelli, Luigi e Pietro Bocca, diedero vita al primo calzaturificio modernamente inteso per divisione e specializzazione delle fasi lavorative. Nel 1929 Vigevano fu la prima città italiana ad avviare la produzione di calzature in gomma.
Questa tradizione si trova oggi documentata nel Museo Internazionale della Calzatura, la prima ed unica istituzione pubblica in Italia dedicata alla storia e all’evoluzione della scarpa intesa come indumento e come oggetto di design e moda.
Il Museo della Calzatura, inaugurato nel 1972 per volontà dello storico locale Luigi Barni e dell’imprenditore Pietro Bertolini, cui é dedicato, dopo un’iniziale collocazione presso Palazzo Crespi, a partire dal 2003 si trova all’interno del Castello, al piano primo della seconda scuderia.

Il museo dell’Imprenditoria Vigevanese presenta all’interno delle sue sale, un percorso storico attraverso i due secoli ('800/'900) in cui si è sviluppato il processo di industrializzazione della città e del territorio, con uno sguardo sul futuro, ipotecato dall’utilizzo delle nuove tecnologie.

Da segnalare anche il teatro Cagnoni inaugurato nel 1873, sede ogni anno di una stagione teatrale ricca di eventi e manifestazione.

Tra le svariate proposte di piatti e delizie gastronomiche che impreziosiscono Vigevano e la Lomellina, spiccano insaccati, formaggi e i piatti a base di riso, questi ultimi presenti in tutti i tipi di portate, dagli antipasti ai dolci.

Si dice che il Dolceriso sia stato sfornato per la prima volta nelle cucine del Castello Sforzesco di Vigevano. Era la primavera del 1491, Beatrice d'Este, la raffinata, giovane moglie di Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, voleva un dolce speciale da offrire al "signor suo consorte" e agli ospiti che qui trascorrevano "tutto il die et persino a mezza nocte passata in zoghi e feste". E il dolce è vera espressione rinascimentale. Legato al territorio, perché ripieno di quel riso la cui coltivazione si andava affermando nelle terre del Vigevanasco, e ricercato, perché profumato dall'acqua di rose e ricco di cedri canditi dei confettieri genovesi. Lo stampo inciso con l'impresa araldica dello "scovino", caro al Moro, ne impreziosisce la forma.

Le maggiori realtà calcistiche cittadine sono il Vigevano Calcio e la Pro Vigevano Suardese (militante nel girone A dell'Eccellenza Lombardia e con un fiorente settore giovanile, con il quale partecipa ai campionati regionali con Juniores, Allievi e Giovanissimi, è inoltre un Centro Pilota FIGC e una "Scuola di Calcio Specializzata").

Le altre realtà calcistiche ducali sono:

A.C.D. Gambolò Gifra: frutto dell'unione della vigevanese GiFra Vigor e dell'A.C. Gambolo', milita nel campionato di Seconda Categoria;
G.S. Superga, militante in terza categoria;
Accademia Lomellina, società satellite della Pro Vigevano Suardese di esclusivo settore giovanile.
Vigevano è città dalla grande tradizione cestistica, arrivando con la società Pallacanestro Vigevano, sponsorizzata Mecap, alla Serie A1 nella seconda metà degli anni settanta, annoverando negli anni campioni di grande prestigio come Albanese, Malagoli, Solman, Mayes, Iellini, Polesello, Franzin, Crippa, Delle Vedove, Thomas, Urga, Zanatta, Boni, Dellavalle, Premier e molti altri. Negli anni più recenti la principale realtà cestistica cittadina è stata la Nuova Pallacanestro Vigevano, che nella stagione 2008/2009 è tornata nel basket professionistico (Lega2) dopo 25 anni, passati per la maggior parte in A dilettanti (ex-B1). Nel 2010, a causa di problemi fiscali, la squadra è stata retrocessa dalla Lega Nazionale in Prima Divisione e successivamente non si è iscritta al campionato. Da segnalare tuttavia, nell'estate del 2013, la nascita del progetto Nuova Pallacanestro Vigevano 1955, la cui prima squadra militerà nel campionato di serie C Gold. Esistono molte altre realtà minori, quali la C.A.T. (Congregatio Altae Turris), che dopo aver disputato molti campionati in serie C e D, è ora di puro settore giovanile, fornendo giovani atleti alle maggiori realtà della zona, quindi la Pro Vigevano Parona, la Junior Basket, e il Nuovo Basket Vigevano militanti nel campionato di Promozione, e altre squadre militanti in Prima Divisione e campionati U.I.S.P.

Il team sportivo lomellino che sia arrivato più in alto in qualsiasi disciplina sportiva è la Paolo Bonomi, squadra di hockey vigevanese ma giocante a Castel d'Agogna, la quale ha vinto due scudetti, nel 1972/1973 sponsorizzata dalla ditta vigevanese Co.Ge.Ca, e nella stagione1979/1980. È ritornata nel 2009 in serie A1, lega alla quale è ancora scritta alla stagione 2015/16

La tradizionale gara podistica internazionale denominata "Scarpa d'Oro" si svolge all'inizio della stagione primaverile.
È una corsa di mezzofondo, su strada, nata nel 1980 da un'idea di Lord Sebastian Coe, ex atleta, Pari d'Inghilterra e presidente della candidatura olimpica di Londra per i Giochi organizzati nel 2012.
Il percorso, di circa 8 km, si snoda tra le vie storiche della città con arrivo nella Piazza Ducale.
Dal 2006 la corsa ha ottenuto la denominazione di Half Marathon: in programma tradizionalmente l'ultima domenica di marzo e affiancata alla Family Run, corsa a passo libero per le famiglie, ha negli anni visto un incremento dei partecipanti.

Hip-Hop Zema Contest si svolge tutti gli anni al Teatro Civico Cagnoni di Vigevano

È un concorso di danza Hip-Hop riservato a gruppi di ballerini nata nel 2009 fondata e gestita da un gruppo di amici di Daniele Conversa, ballerino di Vigevano scomparso in un tragico incidente stradale. Il concorso viene gestito dall'Associazione culturale sportiva dilettantistica Art On Stage fondata dagli amici di Daniele al fine di poter ripetere l'evento nell'anno e di conservarne il ricordo. Hip-Hop zema contest riceve ogni anno numerosi gruppi di ballerini provenienti da tutta Italia che si sfidano sul lussuoso palco del Teatro Cagnoni.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/11/vigevano.html



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domenica 8 novembre 2015

MORTARA

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Mortara è un comune situato nella Lomellina centro-settentrionale, nella pianura tra l'Agogna e il Terdoppio.
È attraversata completamente dal torrente Arbogna-Erbognone e dal Cavo Panizzina.

I primi insediamenti documentabili nel territorio di Mortara risalgono al 1600 a.C. ad opera dei Levi Liguri; dopo una probabile invasione etrusca, della quale non si hanno ritrovamenti, essi subirono una sconfitta ad opera del popolo Gallo-Celtico dei Sallii, che si insediarono nel luogo della loro vittoria, imponendogli il nome di Montier. Nome latinizzato poi in Mortara dai successivi dominatori, i Romani.

Nel I secolo a.C. ha inizio la romanizzazione del territorio, favorita dalla costruzione della strada che da Roma conduceva alle Gallie e che attraversava tutta la zona, da Pavia a Cozzo. Testimonianza di questo periodo è un miliare romano di epoca costantiniana sito nel centro cittadino, presso la parete esterna della basilica di San Lorenzo.

Dopo la caduta dell'Impero Romano, la regione passa sotto il dominio dei Longobardi che fondarono, nei pressi di Mortara, una residenza di caccia denominata Pulchra Silva: presso questa residenza, situata nei dintorni dell'attuale Abbazia di Sant'Albino, il 12 ottobre 773, Carlo Magno, re dei Franchi, sconfisse Desiderio, ultimo sovrano longobardo, in una sanguinosissima battaglia. Secondo la tradizione poetica i morti furono ben 70.000 e il luogo della battaglia prese il nome di Mortis Ara (altare della morte). A questo avvenimento si riferisce anche la vicenda di Amico e Amelio, due cavalieri franchi periti nella battaglia e seppelliti in due chiese diverse, ma ritrovati il giorno successivo nello stesso sepolcro: uniti nella morte, com'erano stati uniti nella vita. Il luogo della loro sepoltura, divenuto in seguito Abbazia di Sant'Albino, era considerato un santuario, frequentato soprattutto da pellegrini francesi che venivano a pregare sulle tombe di Amico e Amelio, di cui parlavano le de geste, favoriti dal fatto che Sant'Albino si trovava sul percorso della via Fracigena.

Sempre a Mortara si trovava anche un'altra importante Abbazia, anch'essa visitata dai pellegrini diretti verso Roma e la Terra Santa, quella di Santa Croce: sorta per donazione di un certo Adamo, nobile del posto, consacrata da Papa Urbano II, divenne sede dell'ordine Mortariense, che per 350 anni fu uno dei più famosi d'Italia, estendendo la propria giurisdizione su numerose chiese, compresa la celebre San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia.

La tomba dei due cavalieri, santificati dalla Chiesa, diviene meta di pellegrini che percorrono la via Francigena e che trovano ospitalità presso il monastero dei Mortariensi di Santa Croce. Quest’ordine è uno dei più importanti nel Medioevo e controlla numerose chiese, tra cui la celebre San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. Nel Rinascimento Mortara attraversa una fase di sviluppo: luogo di caccia e di svago per i Visconti prima e gli Sforza poi, si arricchisce di edifici artisticamente importanti, come la basilica di San Lorenzo e il santuario della Madonna del Campo.

Dopo le invasioni Ungare e l'affermarsi del sistema feudale, Mortara si trasformò in un borgo fortificato, difeso da mura e da un fossato; il suo territorio, agli inizi del dodicesimo secolo, appare ai confini tra il comitato di Lomello e quello di Novara ed anche la comunità ecclesiastica appare divisa tra due diverse diocesi, quella di Pavia e quella di Novara.

Nel '400 fu residenza di svago e caccia con i Visconti e gli Sforza.

Tra il 1525 e il 1713 la Lomellina è sottoposta al dominio spagnolo: una guarnigione presidia la città, che viene cinta da un nuovo sistema murario. Conquistata nel 1706 dai Savoia, viene annessa allo Stato Sabaudo e l’anno successivo è elevata al rango di Città capoluogo della provincia di Lomellina, titolo che mantenne fino all'unità d'Italia.

Nel 1818 diviene capoluogo della Provincia di Lomellina e fino all’unità d’Italia conosce un periodo di notevole sviluppo. Vengono costruite nuove strade, il teatro, numerosi palazzi; la città diventa un punto di riferimento per le attività economiche dell’area, in particolare agricole. Durante il Risorgimento italiano Mortara è luogo di scontri tra Piemontesi e Austriaci e molti sono i cittadini che prendono parte alla lotta per l’indipendenza. Dopo l’Unità d’Italia, Mortara diviene un importante nodo di comunicazione e continua il suo sviluppo agricolo e commerciale, anche se perde la funzione di capoluogo di Provincia. I primi anni del Novecento sono caratterizzati da dure lotte sociali, che attraversano le campagne, e che vedono la formazione di forze politiche e sindacali ispirate prima al socialismo, poi al fascismo, infine al comunismo.

L'originale Chiesa di Santa Croce fu fondata nel 1080: eretta fuori dalle mura del borgo di Mortara, fu deciso in un secondo momento di riedificarla totalmente e di portarla all'interno della cinta urbana della città. Sotto l'auspicio di Papa Gregorio VII, l'Abbazia di Santa Croce venne ricostruita nel 1596 (progetto di Pellegrino Tibaldi). Il monumento negli anni è stato molto modificato, a causa soprattutto dei pesanti restauri degli Anni Sessanta che ne hanno mutato la facciata e anche l'interno. Della costruzione antica è giunta fino a noi una preziosa reliquia che la tradizione racconta risalente al tempo delle Crociate; la reliquia si può trovare nella lesena che divide le due cappelle sinistre: sulla lesena, in marmo di Carrara, è infisso quello che si pensa essere nientemeno che lo stampo del piede di Gesù. Una festività legata all'Abbazia è la festa patronale di Santa Croce, che si celebra il primo lunedì di maggio e che a Mortara è sempre festeggiata con la tradizionale fiera.

La Basilica di San Lorenzo è il Duomo della città di Mortara. La chiesa venne costruita tra il 1375 e il 1380 in stile gotico lombardo da Bernardino da Novara e subì nel tempo diverse restaurazioni: una nel 1840 e una nel 1916. L'esterno del monumento presenta una facciata rossa in cotto, molto ampia e decorata. Di epoca quattrocentesca sono i due tondi esterni posti sulla porta principale. L'interno è assolutamente da visitare, perché ricco di opere d'arte e di pregevoli dipinti, che si dividono tra opere originali e riproduzioni di tele conservate in altri musei. Entrando nella Basilica di San Lorenzo, le quattro cappelle (due per lato) ospitano veri capolavori: a destra si può ammirare un affresco della Madonna col Bambino che risale al XV secolo e la tavola di Bernardino Lanino della Madonna col Rosario (1578); a sinistra è conservato un presepe in legno con 80 figurine in bassorilievo di Lorenzo da Mortara (XV secolo), una ricostruzione davvero di pregio, ricca di dettagli intagliati.

Il Santuario di Santa Maria del Campo si trova nel centro di una piazzetta rurale nella città di Mortara. I documenti storici che parlano della chiesa ne attestano l'esistenza già dal 1145, ma dell'edificio originario non rimangono molte tracce: sono giunti fino a noi solo le colonne del tiburio e tratti dell'antica muratura. La facciata del Santuario di Santa Maria del Campo presenta le tipiche linee lombardo-gotiche delle chiese strutturate a sala, comuni nella Lomellina. L'interno, invece, si prospetta molto semplice ed essenziale, ma di un'eleganza davvero suggestiva. Le linee pure dell'unica navata della chiesa vengono movimentate grazie alle otto grandi nicchie (quattro per ogni lato). In queste cappelle si possono trovare affreschi provenienti da diverse epoche, tra cui da vedere e ammirare è certamente la Madonna del Rosario con San Rocco e San Domenico, che risale al XV secolo. Un po' deteriorata ma ancora splendida è la Pietà del Cerano. La pala che funge dal altare maggiore è un affresco della Madonna del Latte di Tommasino da Mortara (1514 ca).

A Mortara troviamo vari palazzi storici:
Teatro comunale Vittorio Emanuele II, edificato nel 1846 ad opera dell'architetto Celestino Braccio
Palazzo Cambieri, storico edificio oggi sede di numerosi servizio al cittadino
Palazzo Laternanese, un tempo convento, oggi sede della scuola alberghiera presente in città. La struttura conserva ancora la sua forma originaria con il cortile interno a pianta quadrata e ad arcate
L'auditorium Città di Mortara, di recente costruzione, che ospita la rassegna musicale "Mortara on Stage"

Il parco Nuovi Nati è sito nella zona periferica della città nel quartiere San Pio X e comprende una grande area verde, un sistema di laghetti e un'area giochi attrezzata per i bambini. È dotato anche di una pista da ballo all'aperto.
La Lea Longa, viale alberato tipico della passeggiata cittadina, collega il Rondò della Battaglia e il Rondò Carlo Magno costeggiando Corso Ariosto.
L'area di Piazza Italia è un piccolo lembo verde dedicato principalmente a parco giochi per i bambini. È situato sull'omonima piazza nei pressi delle scuole elementari
Il parco di Piazza Istria, area di recente costruzione, consta di un percorso circolare a pendenze variabili immerso nel verde. Il parchetto è situato nelle vicinanze della piscina comunale e del palazzetto dello sport.
Il parco di Via Mirabelli, area attrezzata per lo svago dei più piccoli.
Il parchetto di Piazza Guida.
Il dog park di Via Mirabelli interamente dedicato ai cani.

Il 14 luglio 2011 è stata inaugurata una nuova struttura culturale, il Civico.17, vera e propria piazza del sapere del Comune di Mortara, che al suo interno riunisce la Biblioteca Francesco Pezza, il fondo storico del Comune di Mortara e ampie aree dove è possibile svolgere le più disparate attività. Il luogo, fortemente voluto dall'Amministrazione guidata dall'allora sindaco Roberto Robecchi e dall'assessore alla cultura Fabio Rubini, è adatto soprattutto per i giovani studenti e non che, grazie al wi-fi gratuito su tutta l'area (interna ed esterna) possono essere collegati in rete con il mondo intero. Il Civico.17, grazie alla preziosa consulenza di Antonella Agnoli è subito balzato agli onori delle cronache: indicato dai principali quotidiani italiani come uno degli esempi da seguire per il rinnovo delle biblioteche, il "Civico" ha ben presto racchiuso in sé la fantasia delle biblioteche italiane unita al pragmatismo degli Idea Store londinesi. Il Civico.17 si trova in Via Vittorio Veneto 17.

A Mortara si tiene l'ultima domenica di settembre la "Sagra del salame d'oca" con eventi che si svolgono durante tutta la seconda metà del mese e con un corteo storico seguito dal Palio disputato dalle sette contrade storiche.

La festa patronale di Santa Croce, con la tradizionale fiera, ha luogo il primo lunedì del mese di maggio.

La festa rionale del quartiere San Pio X è celebrata la prima domenica di settembre.

Nel periodo estivo, da maggio a settembre, l'ultimo venerdì di ogni mese si tiene il Tri pas in piasä: notte bianca mortarese organizzata dall'associazione commercianti e dal comune. La manifestazione prevede una grande isola pedonale nel centro della città, negozi aperti, concerti ed eventi a tema nelle varie piazze. Il programma dell'anno 2011, ad esempio, vede le seguenti tematiche: arte, sport, artigianato, motori e sapori.

Oggi, la città è un moderno centro agricolo: nelle campagne circostanti si coltiva prevalentemente riso e mais. Per l'allevamento, particolare rilevanza ha quello delle oche, la cui carne è utilizzata per il salame d'oca di Mortara I.G.P e per prosciutti e paté di fegato, realizzati da un consorzio che riunisce i salumai cittadini.

Nel settore industriale sono presenti stabilimenti che operano nel settore chimico, dei truciolati e meccanico.

Il turismo è favorito dal fatto che Mortara si trovi sulla via Francigena e dalle specialità culinarie a base d'oca.





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venerdì 4 settembre 2015

UNO SGUARDO A VOGHERA

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Voghera, grazie alla sua favorevole posizione geografica, è facilmente raggiungibile sia via strada sia via ferrovia.

La città è attraversata dalla Strada statale 10 Padana Inferiore, dalla Strada statale 35 dei Giovi ed è origine della Strada statale 461 del Passo del Penice. Nel territorio comunale si trova il casello autostradale di Voghera, sull'Autostrada A21 Torino-Piacenza-Brescia mentre nel limitrofo comune di Casei Gerola si trova l'omonimo casello sull'Autostrada A7 Milano-Genova.

La città dispone anche di un piccolo aeroporto turistico situato a 5 km a sud, nel territorio comunale di Rivanazzano.

A causa dell'aumento del traffico automobilistico, ed in particolare dell'aumento del numero di pendolari, si è provveduto alla costruzione di un autoporto, entrato in funzione nel 1986, dove una volta passava la ferrovia Voghera-Varzi. L'autoporto può contenere fino a 700 vetture, di cui 100 nel piazzale situato ai lati dell'ingresso ed altre 109 auto sul terrazzo, al 6º piano. Inoltre, al piano seminterrato, è presente un parcheggio per autobus, di cui 13 posteggi all'esterno.

Il centro storico è caratterizzato da chiese e palazzi di interesse storico, che testimoniano un passato ricco di arte e cultura. Tra i personaggi illustri della città: il famoso stilista Valentino ed il pianista e compositore Pino Calvi.

La Chiesa di San Giuseppe (XVIII secolo) è dotata di una pregevole facciata barocca; la
Chiesa del Carmine (XVII secolo), rappresenta una transizione tra il rinascimentale ed il barocco; la Chiesa di San Sebastiano (XVI secolo), costruita come Oratorio, dove un tempo sorgeva la Chiesa annessa alla Confraternita della Misericordia (che si occupava dei condannati a morte); la Chiesa di San Rocco (XVI secolo), custodisce un braccio e due snodi di dita di San Rocco, compatrono della città.

Il duomo di Voghera è dedicato a san Lorenzo ed eretto dove già in tempi precedenti sorgeva una chiesa parrocchiale. Oggi è accessibile da via Cavour e visibile nella piazza principale della città. Dell'antica chiesa è sopravvissuta soltanto la base del campanile.

Il duomo fu ricostruito a partire dal 1605 e riprogettato da Antonio Maria Corbetta che si ispirò all'impianto bramantesco del duomo di Pavia. La facciata, per mancanza di fondi rimase incompiuta per molti anni. Finalmente tra il 1874 e il 1881 su progetto dell'architetto Carlo Maciachini si costruì un'ultima campata all'interno dell'edificio e si realizzò la facciata definitiva con due spazi laterali rispetto all'ingresso maggiore, gestiti come cappelle: a destra la cappella di Maria Bambina e della Madonna Immacolata ed a sinistra la cappella del fonte battesimale. L'interno è costituito da una navata centrale e due laterali. Nella navata centrale troviamo un affresco della Madonna del Soccorso, mentre conservato in un altare del Collegio Notarile è un dipinto raffigurante la visita di Scipione Crespi (XVI-XVII secolo). I pittori Gambarini e Morgari riaffrescarono l'altare, il coro e la cupola. Di recente è stato ristrutturato.

Nel centro della chiesa si innalza una cupola semisferica, alta più di 47 metri, poggiante su quattro piloni, in ciascuno dei quali è ricavata una nicchia dov'è possibile ammirare una statua colossale di Evangelista con alla base lo stemma della città e l'aquila romana. La cupola, sormontata da una lanterna e arricchita da un tiburio ottagonale, è stata progettata dall'architetto Corbetta e affrescata tra il 1906 e il 1908 dal torinese Luigi Morgari e da Rodolfo Gambini.

Esternamente il tiburio, di forma ottagonale, è il simbolo più caratteristico del profilo urbanistico vogherese.

Una delle più antiche opere che testimonia gli splendori del passato è un piccolo reliquiario contenente un frammento della Sacra Spina. Si tratta della spina della corona di Cristo depositata in cassaforte e custodita a Voghera da circa 700 anni; oggi proprietà della parrocchia e riconducibile all'oreficeria gotica d'Oltralpe. Si dice che la reliquia sia giunta a Voghera con i Cavalieri crociati, in seguito alle guerre in Terra Santa, attraverso un marchingegno sofisticato, un carrello elevatore chiamato la "Nuvola" e spinto a mano da una lunga serie d'ingranaggi. Sul basamento del reliquiario visconteo un dipinto ricorda la figura di san Giovanni, patrono del Sovrano militare ordine ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta. Durante la festa di san Bovo veniva mostrata al popolo dal Vescovo e migliaia di persone si inginocchiavano per ottenere una benedizione.

La navata sinistra presenta tre altari: l'altare di sant'Antonio Abate, originariamente in cotto e successivamente ricostruito nel 1953 in marmo e legno dorato, l'altare del Collegio notarile e della Visitazione di Maria a sant'Elisabetta anch’esso in marmo e con impostazione rinascimentale e l'altare del Crocifisso detto anche altare del Suffragio, realizzato in marmi policromi nella seconda metà del Settecento. Nella navata di destra sono presenti tre altari: l'altare di santa Caterina da Siena, l'altare della Madonna del soccorso e l'altare di san Michele arcangelo. Tutti sono stati realizzati in marmo policromo e risalgono alla fine dell'Ottocento. Raffigurano tutti e tre delle scene religiose: nel primo è raffigurata santa Caterina a piedi nudi in abito monacale, nel secondo san Taddeo con la Vergine e nel terzo il trionfo di san Michele.

L'Organo attuale è stato installato dalla ditta Mascioni nel 2013, ma si tratta di fatto della ricostruzione dell'organo Balbiani acquistato dal duomo di Pavia. L'organo è tutto nuovo, dalla trasmissione al prospetto, mentre tutto il materiale fonico è stato recuperato e restaurato. Trasmissione elettrica, ha tre tastiere di 61 note e pedaliera 32 note. Le canne sono più di 5000, distribuite su 74 registri

Parte non molto conosciuta e di sicuro grande interesse artistico e culturale in possesso del duomo di Voghera, sono gli Antifonari medioevali. Si tratta di grossi libri conservati all'interno del Duomo e contenenti le partiture del contro canto alla voce principale, riservata al celebrante durante le messe cantate. I capilettera degli antifonari del duomo di Voghera sono attribuiti al famoso Maestro delle Vitae Imperatorum che ha operato negli anni trenta del XV secolo e donati al duomo di Voghera dalla famiglia Visconti di Milano. All'inizio dei versi di questi canti, vi sono queste raffigurazioni, dette capilettera, nella quali è presente la rappresentazione di un tema relativo ai vangeli, o alla vita dei santi(es rappresentazione di profeti o degli apostoli). Le miniature dei capilettera sebbene resi più realistici dalla presenza di barbe e rughe, mantengono in tutti i volti la stessa espressione immutata anche al variare del personaggio e del tema trattato. Come in tutti gli altri dipinti dell’Oltrepo’ Pavese è interessante notare che negli antifonari del Duomo di Voghera si preferisce utilizzare colori accesi, vivaci e non realistici, non solo nel realizzare sfondi o architetture per gli affreschi, ma anche per i motivi decorativi e in questo caso per i volti dai colori molto forti ma con un effetto di chiaroscuro abbastanza efficace. Purtroppo dei capilettera sono rimasti soltanto una piccola parte degli originali, poiché molti furono rubati durante la seconda guerra mondiale, probabilmente da un ufficiale tedesco, intento a reperire tutto ciò che avesse un minimo di valore, come per esempio, gli sfondi oro delle miniature.

La chiesa dell'Arma di Cavalleria Italiana è la più antica di Voghera. Questa chiesa, sorta in epoca longobarda nell'VIII secolo per opera dei monaci colombaniani dell'abbazia di San Colombano di Bobbio, presenta una storia molto singolare: dopo essere stata sconsacrata nel 1805, diventò deposito delle polveri per i militari e successivamente fu abbandonata e quasi distrutta. Dopo i necessari lavori di restauro, resi possibili solamente grazie ai contributi di enti e di privati, è divenuta il tempio sacrario della Cavalleria Italiana con intitolazione ai santi Ilario (titolare originario della chiesa) e Giorgio (patrono dell'Arma di cavalleria italiana). Essa, inoltre, venne chiamata "chiesa rossa" per via del colore dei suoi mattoni.

L'edificio viene fatto risalire al XII secolo, anche se vi è chi ha proposto l'anno 732 attribuendone la fondazione al re dei Longobardi Liutprando, mentre alcuni studiosi locali hanno voluto proporre suggestivi rimandi a epoche precedenti. La costruzione sorgeva entro proprietà terriere del monastero di Santa Maria e Aureliano di Pavia, volgarmente detto del Senatore, che aveva succursale in Voghera con propri edifici in porta Sant'Ilario.

I primi documenti, risalenti al XII secolo, testimoniano che la chiesa di Sant'Ilario fu indipendente dall'ingerenza temporale e spirituale della curia di Tortona e della pieve di San Lorenzo di Voghera. Dalla seconda metà del XII secolo la chiesa viene citata in documenti che riguardano, per lo più, controversie tra la badessa e il vescovo di Tortona, a proposito dell'indipendenza del rettore di Sant'Ilario, lite che si protrasse sino al 1195 e che vide l'interesse di tre papi: papa Alessandro II, papa Lucio III e papa Celestino III. La lite riesplose nel periodo 1205-1208 tra gli stessi soggetti, con l'aggravante in questo caso della scomunica comminata dal vescovo Opizzone ai parrocchiani di Sant'Ilario.

La composizione della nuova vertenza riconfermò il diritto all'autonomia della cappella sottoposta al dominio monastico. Va detto che la presenza del monastero a Porta Sant'Ilario fu determinante per lo sviluppo urbanistico della zona, che ebbe nei possedimenti delle suore tutte quelle strutture produttive (forni, mulini, torchio ecc.) che ne fecero un centro di potere finanziario, determinando così anche diatribe con il comune di Voghera. Dai documenti contabili sappiamo del ruolo avuto dai rettori in campo amministrativo, mentre non ci viene fornita alcuna notizia sull'insieme della chiesa. Solo in due casi abbiamo informazioni, anche se indirette, sullo stato dell'edificio:
1243, con la nomina, da parte della badessa, del rettore Giovanni Anguissola, si evince una situazione abbastanza florida, per cui è lecito dedurre che alla cappella furono certamente riservate particolari cure;
1327, in tale anno il rettore (di nuova nomina) Ottone si impegnava alla cura e manutenzione dell'edificio.
L'ultimo atto di nomina a noi pervenuto è del 1478.

Scarsissime le testimonianze riguardanti i secoli XV-XVI-XVII; per lo più trattasi dei rapporti intrattenuti dal cenobio con il comune di Voghera a proposito di diritti, doveri e affitti (tracce nell'archivio civico - notarile). Tra il 1445 e il 1533 si trovano annotazioni relative al pagamento di somme spettanti al sacerdote concelebrante la messa in occasione dell'anniversario di sant'Ilario, per cui la chiesa era certamente adibita ad attività religiose. Altra conferma di attività religiose nell'edificio riguarda l'invito rivolto dal sindaco Bonamici, su istanza della badessa, al consiglio comunale a che questi doni all'oratorio, nel 1543, una campana di piccole dimensioni necessaria per l'uffizio divino che si celebra nei giorni festivi. Situazione del tutto mutata nel 1561. In questo anno, infatti, dai documenti di una visita pastorale si legge: "La cappella è stata abbandonata", cosa che viene anche confermata negli scritti relativi alla diatriba con la curia di Tortona a proposito di decime. Quanto sopra ci induce a credere che l'edificio fosse in decadenza e che probabilmente in quegli anni le mura presentassero lesioni e crepe. Durante la peste detta di san Carlo - 1630 - nel cimitero annesso e nella stessa chiesa trovarono riposo i borghigiani deceduti a seguito del morbo. Dai registri di natalità, mortalità e matrimoni, conservati presso il duomo cittadino, si deduce che sino al 1736 la "chiesa rossa" è stata testimone dei relativi riti. Nel 1685 la chiesa viene menzionata, a proposito della visita del vescovo di Ceva, come intitolata a sant'Enrico, ma nulla sappiamo del cambio di denominazione; nella relazione si parla anche d'un recente e pregevole restauro. Nello scritto che ricorda la visita del vescovo di Resta, avvenuta nel 1742, si precisa che la cura della cappella è affidata alla signora Angelica Richini, affittuaria degli annessi terreni agricoli, e che vi si officia oltreché alla festa di sant'Ilario anche in altre rare occasioni. È molto dettagliata la relazione sull'edificio redatta a seguito della visita del vescovo Andujar (1754) contenente un'accurata descrizione, corredata di misurazioni di ogni porzione dell'edificio.

Dal 1798 al 1799 le monache del monastero del Senatore avanzano insistenti e ripetute proteste per il sequestro dei frutti dei loro possedimenti in Voghera. È questo il definitivo segnale della dissoluzione del dominio monastico, a cui si accompagnerà l'oblio non solo del prestigio, ma anche della struttura materiale della chiesa.

Nel 1821 il "locale detto la Chiesa Rossa", divenuto di proprietà comunale, è soggetto a quelle riparazioni che si ritengono indispensabili per consentirne l'utilizzo come magazzino, vale a dire: restauro del tetto e della porta ed otturamento in pieno di cinque finestre necessario per le difese di pericolo d'incendio. Da alcuni scritti del 1841 e 1848 emerge che l'edificio è affittato alle Regie Gabelle e che è molto trascurato: l'edificio è fatiscente, «...con una porta di legno assai vecchia e malferma ed il tetto rotto vecchio e forato».

Lamentele si hanno ancora nel 1857 e anche nel consiglio comunale si comincia a discutere della pericolosità dell'edificio; c'è chi propone di non affittarlo più e di costruire per le polveri un altro magazzino fuori città. Non essendoci però in Voghera altro luogo adatto all'utilizzo come magazzino, la città riceverebbe un grave danno economico. Pertanto si istituisce un corpo di guardia e si eseguono alcuni lavori intorno alla polveriera, allo scopo di garantire una maggiore sicurezza. Anche se con qualche problema di insolvenza, la Chiesa Rossa resta affidata alle Regie Gabelle fino al 1871. Dal 1878 Sant'Ilario diventa polveriera del Distretto Militare e, per adattarla a questo uso, sono necessari nuovi lavori che la modificano e la devastano.

Solamente nel 1916 ci si rese conto dello scempio fatto e che era necessario salvaguardare il monumento da ulteriore degrado; le vicende belliche non consentirono di porre mano al progetto. Al termine della prima guerra mondiale iniziarono i lavori per il recupero della struttura originaria; infatti, a causa delle piene dello Staffora, era stato giocoforza rialzare i pavimenti e di conseguenza i muri perimetrali, la copertura inoltre era stata trasformata a volte rinascimentali. Il 27 gennaio 1933 la Soprintendenza, dopo un sopralluogo, dette il beneplacito ai lavori per il restauro analogico, lavori che si protrassero sino al 1938. Le vicende belliche connesse al secondo conflitto mondiale determinarono, purtroppo, una sosta forzosa ma, quando la situazione economica generale lo consentì, si tornò di nuovo ad interessarsi al monumento. A seguito di un'iniziativa della sezione culturale dell'Ente pro Oltrepò d'intesa con la Presidenza Nazionale dell'Associazione Nazionale dell'Arma di Cavalleria, il consiglio comunale - con delibera del 24 giugno 1952 - destinava la "Chiesa Rossa" a Tempio Sacrario col titolo di sant'Ilario, l'antico patrono, e di san Giorgio celeste, patrono dei cavalieri italiani.

Con le prime offerte, provenienti dai cavalieri di tutta Italia, si dava inizio nella primavera del 1953, sotto il controllo della Soprintendenza ai Monumenti della Lombardia, all'opera paziente di restauro; iniziavano così i definitivi lavori di restauro al cui termine la chiesa si presentava così come oggi appare. Il 21 aprile 1956 il Tempio venne riconsacrato ed il 22, presenti i sette Stendardi dei Reggimenti ricostituiti nel dopoguerra, celebrante il cardinale Piazza, già cappellano militare dei "Cavalleggeri di Padova", venne inaugurato dal Capo dello Stato Giovanni Gronchi.

Sulla parete vicina all'arco trionfale vi sono ancora tracce di decorazioni, come il motivo a "pelte" o quello a semicerchi, ma tutti molto rovinati e di difficile osservazione. Sull'arco trionfale vi sono ancora alcuni frammenti di affreschi; in uno, sebbene piuttosto danneggiato dal tempo, è rappresentato il volto di un vescovo, forse lo stesso sant’Ilario, con fattezze e proporzioni già incontrate nelle altre chiese dell’Oltrepò Pavese, soprattutto per la forma degli occhi e del viso. Per caratteristiche del tratto, molto morbido e sinuoso, e il cromatismo acceso, questi frammenti sembrano risalire al XII-XIII secolo.

Alla chiesa, oggi tempio sacrario della Cavalleria Italiana, anticamente dedicata a sant'Ilario, si può giungere da via Verdi o via Garibaldi, imboccando la strada trasversale che deriva il proprio nome dall'intitolazione moderna dell'edificio. La Chiesa Rossa si presenta come un tetto che si intravede oltre le siepi e gli alberi di un giardino pubblico. Avvicinandosi si possono vedere una porzione del lato sud e la parte superiore della facciata. Essa si trova infatti per circa un terzo della sua altezza al di sotto del livello della strada attuale. Solo scendendo i gradini del moderno sagrato possiamo esaminare con attenzione la facciata nella sua interezza: due contrafforti di sezione rettangolare, in grandi blocchi di pietra, che sporgono solo lievemente dal piano di facciata, si legano senza soluzione di continuità alla fascia di coronamento ad archetti pensili, che segue l'andamento del tetto, ed in cui sono contenuti bacini ceramici di restauro, collocati secondo una scansione che rispetta quella originaria. Sopra questi una fascia a dente di sega, contenuta entro due cornici piane, di cui l'inferiore è sostenuta da mensoline, sottolinea i due spioventi. Il partito decorativo attua così un inquadramento della facciata, ed il suo valore di "cornice" è ribadito fortemente proprio dal legame diretto dell'ultimo archetto di ogni lato con il margine interno dei contrafforti, oltre che dall'ovvia coincidenza della fine della fascia a dente di sega con il loro margine esterno. Inoltre una zoccolatura modanata in arenaria delimita alla base l'intero prospetto.

Al limite superiore di ciò che resta del portale, una cornice marcapiano ripartisce orizzontalmente la facciata in due parti. Quella superiore è divisa in tre parti uguali da due piccoli salienti di sezione grosso modo semicircolare, dei quali uno ha perduto il suo coronamento, l'altro conserva le tracce di un capitellino. La porzione centrale così individuata è quella su cui più hanno pesato gli interventi di restauro svoltisi dagli anni trenta fino alla metà del XX secolo, che vi hanno realizzato una piccola apertura a croce greca e una bifora; una fonte della metà del XVIII secolo, nel descrivere l'edificio, parla invece di una trifora proprio in quella posizione. L'abside, semicircolare, scandita da due semicolonnine laterizie, è stata ricostruita sulla base dei pochi resti di quella antica.

L'interno è ad aula unica con copertura a capriate; nel settore superiore della parete sono murate due file di grosse formelle in ceramica, raffiguranti gli stemmi dei reggimenti di cavalleria. Meritano di essere osservati, inoltre, i lacerti di affreschi nell'intradosso dell'arcata trionfale (prima metà del XIII secolo), unici resti di una decorazione pittorica di cui non siamo in grado di precisare l'estensione originaria. I tre frammenti più significativi si trovano nel sottarco dell'arcata trionfale, uno verso il lato nord e due poco più in alto delle reni. Nel primo si riconosce il volto di un santo vescovo, forse sant'Ilario, circondato da un'ampia aureola rossa con una sottile fascia di contorno bianca.

Il tempio dalla sua costituzione, è retto da un priorato, diretto da un priore, nominato dal presidente nazionale dell'Associazione arma di cavalleria su indicazione del suo consiglio nazionale. Il priore, nell'ordinaria amministrazione, è assistito da un vice priore e da un cancelliere /tesoriere, di nomina diretta del priore, nonché dai patroni, cioè i sostenitori di questa istituzione, presenti nel direttivo (giunta esecutiva) con un loro rappresentante. Le decisioni che esulano la normale attività del tempio, sono adottate da un consiglio generale composto dai membri della predetta giunta, nonché dal presidente nazionale dell'Arma di cavalleria, dal consigliere nazionale ANAC per la Lombardia e dal sindaco della città di Voghera.

Santa Maria delle Grazie è una delle più antiche chiese di Voghera, inizialmente sorta come monastero di monaci benedettini, ricostruita come luogo di culto e convento domenicano, e ora appartenente all’ordine francescano, insediatosi nel 1820.

La storia di questa chiesa trova una prima testimonianza nel 1153 in una bolla di Anastasio IV che cita un insediamento di monaci benedettini. La chiesa attuale, intitolata a Santa Maria della Pietà si deve alla congregazione dei frati domenicani, e deve essere attribuita in particolare a un intervento di Vincenzo Bandello (1435-1506). L’edificio fu consacrato nel 1511 con la dedicazione a Santa Maria del Rosario. L'ordine dei predicatori rimase stabilmente in questa sede fino alla soppressione napoleonica (1805). Seguì un periodo in cui la chiesa venne utilizzata come abitazione dei carabinieri e successivamente come stalla e magazzino, ma dopo molteplici trasferimenti tra questa e altre sedi vogheresi i religiosi francescani riuscirono a ottenere definitivamente il convento nel 1927.
Il santuario di Santa Maria delle Grazie, situato nelle vicinanze dell’ex Caserma della Cavalleria, ha un orientamento singolare: l’ingresso è rivolto a nord-est, verso la città, anziché ad ovest come impone un’antica e radicata simbologia liturgica. L’edificio ecclesiale espone solo il fianco sinistro, inglobando nel convento l’abside e l’altro lato. È edificato secondo uno stile gotico - lombardo, che si può notare soprattutto nella facciata.
La facciata, presentando un partito decorativo in cotto, fa presumere una sua realizzazione nella prima metà del XV secolo. Questa è scandita da quattro contrafforti, dei quali i due centrali non corrispondono ad un'effettiva scansione interna, ma sembrano avere il compito di contenere, anche dal punto di vista visivo, il rosone e il portale.

L’interno è costituito da un’unica navata scandita da ampie arcate a sesto acuto che si aprono a loro volta sulle 15 cappelle, sette per lato, più il presbiterio, che ricordano i quindici misteri del rosario, in coerenza con l'originaria dedicazione della chiesa. Entrando lo sguardo è colpito dall'affresco sull’arcata trionfale, realizzato da C. Secchi nel 1941, che fa da cornice all’altare maggiore, il quale in forme di aspra essenzialità, richiama le figure del pane spezzato e della lucerna. L’organo posto sulla controfacciata fu costruito nel 1927, con le sue 1500 canne e 25 registri reali.

Nel 1445 il comune di Voghera ottenne dal capitolo di San Lorenzo la chiesa di San Michele in Albofassio, nei dintorni dell'ex-manicomio, ed il terreno circostante per fondarvi il convento dei frati minori dell'Osservanza. I frati dimorarono in questo luogo dal 1459 al 1802 e qui ebbe la sua prima sede l'immagine che oggi possiamo venerare nel coro della chiesa. La tradizione vuole che si tratti di un'immagine miracolosa e sacra che, quando nel 1876 iniziarono gli scavi per la costruzione del manicomio provinciale, siano state le suppliche e le lacrime di un'umile donna, figlia dell'ortolano di Santa Maria, a salvare l'immagine sacra dalla distruzione, garantendo che venisse trasferita in un altro edificio religioso. Nella chiesa attuale l'immagine si trova dal 1927.

I primi indispensabili restauri del locale furono curati dal padre guardiano Pier Girolamo Cavagna da Cervesina e dai suoi confratelli personalmente (1818-1819). Vari benefattori consentirono il rifacimento dell'altar maggiore e dei vari altari laterali, ma non tutti i quindici altari furono rifatti: due cappelle furono adibite a stanze, due a confessionali e due rimasero vuote. Seguirono poi lavori, durante l’occupazione dei militari, che portarono alla trasformazione della chiesa in un edificio adibito ad un uso esclusivo della Cavalleria e infine si ebbero solo operazioni di ordinaria manutenzione. Con il ritorno dei frati, nel 1927, la chiesa riacquistò la sua funzione liturgica. Il progetto di restauro attuato in quelle circostanze mirava al ripristino dei tratti originali dell’edificio, che a causa della manomissioni avvenute durante i numerosi cambi di proprietà e d'uso, risultava tutt’altro che facile. La chiesa mostrava ancora una buona consistenza statica e architettonica, quindi, fu ritenuto sufficiente sostituire i mattoni deteriorati e rifare gli intonaci. Appartiene a questa campagna di restauro anche la costruzione del campanile. A partire dal 1989, fu attuata la ristrutturazione dell’intera area presbiteriale: la linea, come si può notare nel nuovo altare, che ricorda le figure simboliche del pane spezzato, diventa scabra e semplice, e le figure sono caratterizzate da un volume compatto e da tagli netti. Il progetto di padre Costantino Ruggeri (1925-2007) prevede un'opera in cui lo spazio sacro viene riscoperto e riorganizzato, al fine di valorizzare gli elementi più semplici e simbolici, riscoprendone così la forza “sacramentale”. Dal 1992 ad oggi, sono stati attuati lavori di manutenzione e di restauro, sia della struttura architettonica sia degli arredi, e quest’opera di valorizzazione è ancora in corso.


Casa Nava è stata ricostruita nel 1903 in stile tardo medievale; il Palazzo della Tela (ex Albergo Reale d'ltalia), costruito dai Conti Della Tela nel XVII secolo e restaurato nel secolo successivo; Palazzo Baldi, fu fatto costruire nel 1824 da Francesco Porta su disegni dell'architetto Gaetano Cattaneo; la Casa del Fascio, costruita negli anni trenta del XX secolo in stile razionalista; il Palazzo dell'ex Banca d'ltalia, è un ottimo esempio di architettura Liberty, costruito dal 1906 al 1911. Attualmente è sede dell'Archivio storico e di alcuni uffici comunali;il Palazzo Dattili, realizzato nel Settecento e restaurato nel secolo successivo, ha ospitato personaggi famosi come Napoleone Bonaparte, Papa Pio VII e Napoleone III;il Quartier grande, costruito nel 1749 e ampliato nel XIX secolo, ospitava fino a quattrocento cavalli e quattro compagnie di fanti, attualmente ospita gli uffici del Giudice di pace; l'ex Manicomio Provinciale, edificio di 24.000 m² costruito su un'area di 50.000 m² dagli ingegneri architetti Vincenzo Monti e Angelo Savoldi.

Il castello Visconteo di Voghera è una struttura fortificata particolarmente suggestiva situata nella cittadina lombarda. Alcune fonti ritengono che il castello sia sorto all’epoca dei Berengari ovvero in un periodo compreso fra l’888 e il 950; in ogni caso la presenza nell’antico borgo di una fortificazione munita di mura e torrioni sembra plausibile già al tempo delle invasioni barbariche. Considerata una delle roccaforti più robuste dell’Oltrepò, venne ulteriormente rinforzata per volere dei due podestà di Voghera nel 1330 per poi diventare dimora di Galeazzo Visconti nel 1372. In seguito, su iniziativa di Galeazzo II Visconti il castello fu sottoposto ad ulteriore potenziamento e poi ad altre modifiche nel 1361 per contrastare gli intenti di conquista del marchese di Monferrato. Nel XV secolo, oltre ad accogliere l’Imperatore d’Oriente in visita, si ha notizia che il maniero fu dimora prima di Filippo Maria Visconti poi del signore e conte di Voghera da lui nominato. Successivamente nel corso dei secoli divenne residenza di diverse famiglie nobili, dagli Sforza ai Gonzaga; nel XVII secolo venne occupato dalle truppe francesi mentre nel XVIII secolo la città subisce la dominazione austriaca. Sotto Carlo Emanuele III, la città diviene provincia e il castello viene trasformato anche in ufficio fiscale e sede della magistratura. Comincia poi un periodo di degrado e nel XIX secolo viene adibito a penitenziario. I vari tentativi di recupero nel Novecento culminano, infine, nel 1952 quando viene presa la decisione di utilizzarlo come sede del Museo Civico e di altri Enti Culturali dell’Oltrepò.

Storicamente importante per la cittadina di Voghera è il Palazzo Municipale, situato nella centralissima piazza del Duomo. Eretto nell’area dove precedentemente era collocato l’antico pretorio, il palazzo comunale nel suo maestoso stile neoclassico assume un ruolo centrale nella piazza distinguendosi per le quattro massicce colonne del prospetto. Il progetto dell’edificio venne commissionato nel 1829 direttamente dall’amministrazione comunale all’architetto milanese Giacomo Maraglia ma venne poi portato avanti, con qualche aggiustamento al disegno originale, dall’architetto torinese Gioacchino dell’Isola Del Borghetto che lo realizzò tra il 1844 al 1847. Questo palazzo è anche famoso alla cittadinanza con l’appellativo di Palazzo Gounela che sembra derivargli dalla folcloristica personalità di Giuseppe Gonnella, il noto civico furiere eminente figura della società vogherese del XIX secolo. Le pareti della sala consiliare sono abbellite dalle decorazioni del pittore Angelo Moia mentre sul soffitto spicca l’affresco raffigurante la celebrazione della nomina di Voghera a città realizzata dal pittore torinese Paolo Emilio Morgari.

La caserma Vittorio Emanuele II è un complesso monumentale di natura militare, edificato tra il 1857 e il 1864.

Dopo la dichiarazione di guerra all'Impero austriaco da parte del Regno di Sardegna nella prima guerra di indipendenza italiana, sull'onda dell'entusiasmo l'amministrazione comunale di Voghera (piccola porzione dell'ex Ducato di Milano all'epoca appartenente appunto al Regno di Sardegna) il 4 aprile 1849 rivolse un'istanza al governo piemontese perché fosse restituita in pianta stabile alla città la già assegnata guarnigione del 1º Reggimento "Nizza Cavalleria". In seguito si occupò del reperimento delle terre da adibire alla costruzione di una nuova e ampia caserma, in modo da disporre di spazi adeguati in cui alloggiare in modo permanente le truppe, in precedenza ospitate in vari e vetusti edifici militari. Si sperava in tal modo di favorire una risposta positiva da parte delle autorità preposte ed evitare che località concorrenti potessero ottenere l'assegnazione della guarnigione. Poiché per casa Savoia il vogherese era una provincia relativamente recente (acquisita con il trattato di Worms del 1743 e recuperata con il congresso di Vienna del 1815), "calda" e strategicamente rilevante in quanto a ridosso del confine austro-ungarico, la richiesta fu accolta senza particolari difficoltà.

Nel 1850 venne scelto l'ampio appezzamento di terreno (circa 45 000 m²) di proprietà di Domenico Pezzi ubicato ad ovest della città, fuori della cinta muraria, poco distante da porta Rossella dove confluivano le strade provenienti da Mortara a nord e da Piacenza a sud. In seguito si passò alla formazione di una commissione per il reperimento dei fondi necessari all'impresa. Il progetto ottenne un ottimo consenso popolare facendo sì che i cittadini partecipassero alla spesa attraverso una sottoscrizione di offerte: 600 000 lire in cartelle, oltre a 100 000 lire da parte dell'Ospedale di Voghera e un mutuo di 150 000 lire della Cassa depositi e prestiti. Il costo definitivo dell'opera, però, supererà alla fine il milione di lire.

Nel 1854 vennero presentati dall'ingegnere vogherese Paolo Cornaro (vincitore tre anni prima del relativo concorso) i progetti che, dopo la dichiarazione ministeriale di "opera di pubblica utilità" (3 ottobre 1855), furono approvati dal re nel 1856. In quello stesso anno venne posta la prima pietra, anche se i lavori veri e propri ebbero inizio nel 1857. Il 26 maggio 1858, durante una visita alla città, re Vittorio Emanuele II ne inaugurò i locali già pronti insieme a Cavour e accettò l'intitolazione al suo nome della caserma nella quale, alla vigilia della seconda guerra di indipendenza italiana, si era stanziato il reggimento dei "Cavalleggeri di Alessandria". La prima parte dell'edificio (il maneggio) fu collaudata nel 1860 e la seconda, conclusiva, nel 1864.[

Al 1880 risale il primo ampliamento della caserma, cui ne seguirono altri compresa la costruzione di una nuova ala (la casermetta Montebello) sul lato meridionale (via Marsala) nel 1929-1931. Durante la prima guerra mondiale l'ampia struttura vogherese fu utilizzata come deposito militare dei "Cavalleggeri Guide" e dei "Cavalleggeri di Roma"; i "Cavalleggeri del Monferrato" furono invece l'ultimo reggimento di cavalleria di guarnigione a Voghera e vennero sciolti dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Durante la successiva Repubblica Sociale Italiana, il 4 febbraio 1944 la caserma cambiò denominazione venendo intitolata al tenente Attilio Bonfiglio Zanardi, medaglia d'oro al valor militare. Otto mesi dopo, la ribattezzata caserma fu teatro di una clamorosa azione dei partigiani che, nella notte del 5 ottobre 1944, vi penetrarono in una ventina travestiti da tedeschi, sorpresero nel sonno i militi del battaglione San Marco e, senza colpo ferire, nel giro di tre ore se ne andarono portando con sé alcuni automezzi carichi di prigionieri (76 in tutto, compresi 9 ufficiali), armi pesanti e leggere, munizioni d'ogni genere, medicinali, uniformi e coperte.

Terminata la seconda guerra mondiale, cominciò la riconversione a uso civile del vasto immobile ormai pressoché inutilizzato e dal 1948 la casermetta Montebello ospitò la Scuola media governativa, intitolata dal 1951 al poeta Giovanni Pascoli. Dismesso ufficialmente dai militari nel 1964, il "grandioso complesso monumentale" divenne monumento vincolato dalla Sopraintendenza nel 1966 e venne parzialmente e progressivamente ristrutturato dal comune che adibì il lato orientale, con ingresso da via Gramsci, a sede della Biblioteca Civica Ricottiana, del Museo storico militare "Giuseppe Beccari" e del Museo di scienze naturali. Nel lato settentrionale, con ingresso da corso Rosselli, col tempo hanno invece trovato posto numerosi uffici comunali (Polizia Locale, Servizi Sociali, Lavori Pubblici, Commercio, Economato ecc.). In attesa di un imponente intervento di ristrutturazione che consenta il trasferimento di tutti gli uffici comunali nell'ex caserma e la realizzazione di un parcheggio interrato, attualmente i suoi ampi piazzali ospitano ogni anno, oltre a vari concerti di musica leggera, i padiglioni e le attrazioni della Sensia, la Fiera dell'Ascensione che, risalendo al 1382, è la più antica di tutta la Lombardia.

La caserma Vittorio Emanuele II presenta alcune differenze peculiari rispetto a quelle delle zone limitrofe. Fin dall'inizio, infatti, venne concepita specificatamente come alloggio per le truppe e non subì quindi alcuna "riconversione" a tale scopo, com'era invece accaduto in precedenza anche nella stessa città di Voghera. Inoltre era l'unica caserma di proprietà e di costruzione interamente comunale.

Venne edificata sull'esempio del Quartier Grande di Venezia, ovvero con una grande piazza d'armi centrale racchiusa da un numero variabile di corpi di fabbrica. Il complesso venne infatti progettato in modo da alloggiare un intero reggimento di cavalleria (quattro squadroni); pertanto doveva ospitare 600 cavalli e altrettanti soldati, senza tralasciare le camere per gli ufficiali di sorveglianza, magazzini per foraggi, corpi di guardia, camerini di disciplina, maneggio coperto e porticati. Grazie alla vasta estensione dell'area messa a disposizione e all'ubicazione fuori città, quindi senza particolari vincoli urbanistici da rispettare per il progettista, la caserma di Voghera risultò infine la più ampia di tutto il regno sardo.

Come detto, il complesso si sviluppa su una vasta superficie che ha consentito un'organizzazione spaziale di grande respiro anche se rispettosa delle diverse esigenze funzionali delle sue parti, secondo gli stilemi "razionalistici" del Neoclassicismo; nella fattispecie, il piano terra era ovviamente destinato alle stalle per i cavalli e alle diverse attività legate alla loro presenza, con una inusuale attenzione agli aspetti igienici (ad esempio, l'utilizzo dei ciottoli di fiume per la pavimentazione delle scuderie o l'accorpamento dei servizi igienici nelle torrette cilindriche interne, ben distinte da camerate, uffici e locali di uso collettivo). I principi dell'architettura neoclassica sono rispecchiati sia nella pianta, caratterizzata da una linearità rigorosa e dalla corrispondenza simmetrica dei corpi di fabbrica, sia negli alzati in cui predomina lo sviluppo orizzontale delle composizioni volumetriche con modestissime concessioni agli elementi decorativi.

La facciata principale (su via Gramsci), racchiusa fra due delle quattro torrette quadrangolari esterne, presenta una muratura bugnata al pian terreno scandita da finestre ad arco e una muratura liscia ritmata da finestre rettangolari incorniciate al piano superiore; al centro, l'avancorpo con l'ingresso è leggermente sporgente, qualificato da sette arcate, di cui solo le tre mediane aperte, e sormontato, al di sopra del cornicione a mensole, da un grande fastigio marmoreo con stemma, stendardi e cavalli in posa araldica cui è conferito il compito di visualizzare la destinazione dell'edificio. La spaziosa corte interna è caratterizzata da una serie di ampi loggiati a due ordini sovrapposti, aperti con archi a tutto sesto voltati su pilastri.

Piazza Duomo, la piazza principale della città, è circondata da portici per tre lati. Su di essa, oltre al Duomo, si affacciano Palazzo Gounela e Casa Nava. È luogo in cui si svolge il mercato cittadino ogni martedì e venerdì.
Piazza della Liberazione, a nord del castello, e per questo comunemente chiamata "Piazza Castello", è una piazza quadrangolare decorata con giardini all'italiana.
Via Emilia, il "salotto buono" della città, in cui, insieme con numerose attività commerciali, si trovano alcuni tra i palazzi più significativi della città.

Il Museo Storico di Voghera “Giuseppe Beccari” conserva cimeli, documenti, armi, medaglie, uniformi militari, dal periodo napoleonico ad oggi. Tra le collezioni del Museo, il bene più famoso è la pistola Beretta 34 calibro 9, che fu impiegata a Dongo il 28 aprile 1945 per uccidere Benito Mussolini e Claretta Petacci.
Celeberrima anche l‘automobile A112 su cui trovarono la morte in un agguato di mafia, nel 1982, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro.
Sono conservate, e in buona parte esposte, uniformi italiane e di Forze Armate straniere, con centinaia di armi da fuoco e bianche, leggere e pesanti; la biblioteca di storia militare ha un patrimonio di migliaia di volumi, diari, numeri unici di reparti militari. Nell’archivio dei documenti cartacei si conservano lettere di soldati e Ufficiali dal fronte, diari e memorie di combattenti, migliaia di cartoline militari e civili. Molte cartoline conservano l’affrancatura, per cui si deve tener conto anche del valore filatelico della raccolta.
Per l’aspetto iconografico bellissimi i calendari militari e le centinaia di stampe e manifesti. Unico è l’archivio di fotografie di momenti e di protagonisti delle guerre della storia italiana. Unica è la collezione di tempere originali di Tino Vescovo, una delle firme più prestigiose della grafica militare e una quadreria di pittori locali di spessore nazionale, su tutti Mario Maserati. E ancora, vi è un’eccezionale collezione di medaglie, tra cui una raccolta rarissima di distintivi militari dell’Impero Austro–Ungarico. Completano il patrimonio museale migliaia di oggetti di varia natura: stampe, quadri, manufatti, strumenti di lavoro, equipaggiamento e oggettistica di valore civile e militare, legati alla storia di Voghera, dell’Oltrepò, dell’Italia intera.

Il museo di scienze naturali di Voghera nacque nel 1971 da un gruppo di amici appassionati di paleontologia e mineralogia. Il museo fu completamente terminato nel 1978 e la prima sezione ad essere attivata fu quella di paleontologia. In seguito furono allestite altre sale, dedicate ad esempio alla mineralogia, collezione incrementata recentemente da una cospicua donazione di materiale. Solamente agli inizi degli anni ’80 il museo divenne civico dato che tutto il materiale venne donato al Comune di Voghera.
Dall’anno di fondazione del museo, annualmente viene pubblicata la rivista "Quaderni", raccolta di articoli scientifici riguardanti il territorio locale.

La sala dedicata alla zoologia possiede una considerevole collezione ornitologica. Si possono osservare vari esemplari, tra cui volatili diurni e notturni, anatidi, rapaci e numerosi limicoli. In questa sala si possono osservare altri vertebrati come pesci, anfibi e rettili conservati sotto alcool e mammiferi imbalsamati; parte di questa sala è dedicata agli invertebrati tra cui molluschi ed insetti.

La sezione di paleontologia fu la prima ad essere attivata. Comprende una parte introduttiva e altre due dove sono esposti i resti fossili di invertebrati e di vertebrati provenienti dal territorio. Anche se non mancano reperti provenienti da tutto il mondo. Per esempio l’omero di plesiosauro trovato nelle vicinanze di Zavattarello (PV); si tratta dell’unico resto appartenente a questi grandi rettili marini mesozoici, trovato In Italia. Altro resto importante è il cranio femminile di megacero proveniente dalle alluvioni padane. Oltre questi reperti archeologici sono presenti altri fossili sempre provenienti dal territorio locale.

Molto ricche sono le raccolte di mineralogia e litologia composte oltre che da 221 esemplari esposti, valorizzati grazie ad un allestimento essenziale, anche da circa 1800 campioni conservati nei depositi del museo. Tutte le classi sistematiche sono ben rappresentate da minerali provenienti da diverse località giacimentologiche sparse in tutto il mondo, in parte acquisiti grazie a donazioni di importanti collezionisti.

La sezione dedicata alla botanica è stata allestita con la nuova inaugurazione del museo. Per ora presenta una ricca raccolta micologica in cui si possono osservare una numerosa varietà di specie dalle più familiari, come il Boletus edulis, detto comunemente porcino, o la famosissima Amanita muscaria conosciuta per il caratteristico colore rosso con macchie bianche; a quelle più rare e particolari come il Clathrus ruber. La collezione può essere usata anche come punto di riferimento per tutti coloro che sono interessati a conoscere quali funghi sono commestibili e quali invece sono tossici.

Il Cinema Teatro Arlecchino, inaugurato dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso (S.O.M.S) nel 1914 come Teatro Cinema Popolare, è l'unica sala cinematografica ancora attiva in città. Oltre alla proiezione di film, ha curato la stagione teatrale "A porte aperte" per conto del Comune.

In passato erano attivi anche il "Cinema Roma", in via Agostino Depretis, e il "Cinema Galvani", situato nel tratto orientale della via Emilia.

Il Teatro sociale fu adibito a opere liriche, operette, rappresentazioni teatrali, sede di conferenze e cinema.

Lunghi ed infruttuosi si sono dimostrati nel corso degli ultimi decenni i tentativi, più volte messi in atto sia dalla Società del Teatro sia dal Municipio di Voghera per un opportuno recupero strutturale dell’immobile, al fine di fermare il progressivo degrado di questo monumento della città di Voghera.

Per la storia del teatro sociale di Voghera è fondamentale il fondo archivistico della società che gestiva l’immobile contenente gli atti amministrativi, contabili e tecnici di progettazione dal 1845 al 1960 circa. Tale fondo è stato donato dalla stessa società al Dott. Giuseppe Mazza, direttore della biblioteca civica. Con la costituzione dell’archivio di Voghera negli anni 90 del Novecento, tale fondo è passato a quest’ ultimo ente che ha provveduto all’inventariazione a cura del Dott. Montagna.

La storia del teatro è abbastanza conosciuta perché ad essa hanno messo mano numerosi studiosi, primo fra tutti Alessandro Maragliano, che scrisse un saggio su I Teatri di Voghera nel 1901.

Il Teatro Sociale di Voghera sorse tra il 1842 e il 1845 sull'area delimitata da piazza Duomo e via Emilia, tra la casa Boccardi e l’attuale via Gioacchino Dell’Isola, dopo un’iniziale proposta di collocarlo nell'area di piazza San Bovo, avanzata dall'ingegner Vincenzo Pozzone, al quale la Società del Teatro aveva affidato l’incarico di studiare la miglior soluzione. Una seconda proposta di erigerlo in contrada San Bernardino, sostenuta da Francesco Porta, fu causa nel 1829 dell’abbandono di ogni proposizione per la sua realizzazione, forse per evitare i contrasti tra i soci azionisti.

Ripreso il progetto sette anni dopo, si decise di scegliere l’area di via Emilia, affidando il progetto all'architetto Felice Moraglia di Lodi. Sull'elaborato del Moraglia intervennero criticamente alcuni azionisti che indussero il Consiglio di Amministrazione a modificare il progetto, affidandone l’incarico all'architetto Gioacchino dell’Isola Molo del Borghetto, che volle collocare l’ingresso sul lato di via Emilia.

L’opera fu finanziata con un sussidio di 25.000 lire, messe a disposizione dal Comune di Voghera, che si sommò al guadagno proveniente dalla vendita dei palchi, mediante estrazione a sorte tra gli azionisti. Negli anni seguenti il Municipio vogherese s’impegnò nell'ampliamento dello stabile attraverso l’acquisto delle case ad esso adiacenti.

La sala teatrale, progettata per circa 1200 persone, presenta un triplice ordine di palchi, con sovrastante loggione e platea. Il piano di platea era originariamente mobile e molto inclinato, e in occasione delle esibizioni di danza era rialzato a livello. Le decorazioni della sala a rilievi dorati sono in legno e cartapesta, come pure le membrature attorno ai cassettoni del proscenio, molto simili a quello del Teatro alla Scala.

La maggior rappresentante del calcio cittadino è stata, fino al fallimento nell'estate 2013, l'Associazione Calcio Voghera, che vantava un passato fra i professionisti avendo militato in Serie C2 negli anni ottanta e novanta. Oggi il calcio vogherese è rappresentato dall'Associazione Sportiva Dilettantistica OltrepoVoghera, che milita in Serie D. La squadra si allena nello Stadio Comunale, dedicato al pugile Giovanni Parisi.

Tra le principali strutture sportive cittadine ci sono un palazzetto dello sport da 1007 posti ("Palaoltrepò"); il centro natatorio comunale "Riccardo Dagradi" che, con due vasche interne e tre esterne, ospita gli allenamenti dell'ASD Iria Pallanuoto; la palestra dell'Associazione Pugilistica Voghera, in cui si allenò il campione olimpico e campione del mondo Giovanni Parisi; il "Campo Giovani", sede della Società Atletica Iriense; il "Centro Adoloscere", sede di una polisportiva attiva nel settore della pallavolo.

Diverse associazioni sportive, principalmente di calcetto e tennis, varie palestre di arti marziali, l'associazione ASD Rugby Voghera e lo Sci Club arricchiscono il patrimonio sportivo vogherese.

Voghera è stata sede di partenza di tre tappe del Giro d'Italia (1956, 1977 e 1989), per una volta arrivo di tappa (1979) ed è inclusa nel percorso della classica Milano-Sanremo.



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