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domenica 8 novembre 2015

MORTARA

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Mortara è un comune situato nella Lomellina centro-settentrionale, nella pianura tra l'Agogna e il Terdoppio.
È attraversata completamente dal torrente Arbogna-Erbognone e dal Cavo Panizzina.

I primi insediamenti documentabili nel territorio di Mortara risalgono al 1600 a.C. ad opera dei Levi Liguri; dopo una probabile invasione etrusca, della quale non si hanno ritrovamenti, essi subirono una sconfitta ad opera del popolo Gallo-Celtico dei Sallii, che si insediarono nel luogo della loro vittoria, imponendogli il nome di Montier. Nome latinizzato poi in Mortara dai successivi dominatori, i Romani.

Nel I secolo a.C. ha inizio la romanizzazione del territorio, favorita dalla costruzione della strada che da Roma conduceva alle Gallie e che attraversava tutta la zona, da Pavia a Cozzo. Testimonianza di questo periodo è un miliare romano di epoca costantiniana sito nel centro cittadino, presso la parete esterna della basilica di San Lorenzo.

Dopo la caduta dell'Impero Romano, la regione passa sotto il dominio dei Longobardi che fondarono, nei pressi di Mortara, una residenza di caccia denominata Pulchra Silva: presso questa residenza, situata nei dintorni dell'attuale Abbazia di Sant'Albino, il 12 ottobre 773, Carlo Magno, re dei Franchi, sconfisse Desiderio, ultimo sovrano longobardo, in una sanguinosissima battaglia. Secondo la tradizione poetica i morti furono ben 70.000 e il luogo della battaglia prese il nome di Mortis Ara (altare della morte). A questo avvenimento si riferisce anche la vicenda di Amico e Amelio, due cavalieri franchi periti nella battaglia e seppelliti in due chiese diverse, ma ritrovati il giorno successivo nello stesso sepolcro: uniti nella morte, com'erano stati uniti nella vita. Il luogo della loro sepoltura, divenuto in seguito Abbazia di Sant'Albino, era considerato un santuario, frequentato soprattutto da pellegrini francesi che venivano a pregare sulle tombe di Amico e Amelio, di cui parlavano le de geste, favoriti dal fatto che Sant'Albino si trovava sul percorso della via Fracigena.

Sempre a Mortara si trovava anche un'altra importante Abbazia, anch'essa visitata dai pellegrini diretti verso Roma e la Terra Santa, quella di Santa Croce: sorta per donazione di un certo Adamo, nobile del posto, consacrata da Papa Urbano II, divenne sede dell'ordine Mortariense, che per 350 anni fu uno dei più famosi d'Italia, estendendo la propria giurisdizione su numerose chiese, compresa la celebre San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia.

La tomba dei due cavalieri, santificati dalla Chiesa, diviene meta di pellegrini che percorrono la via Francigena e che trovano ospitalità presso il monastero dei Mortariensi di Santa Croce. Quest’ordine è uno dei più importanti nel Medioevo e controlla numerose chiese, tra cui la celebre San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. Nel Rinascimento Mortara attraversa una fase di sviluppo: luogo di caccia e di svago per i Visconti prima e gli Sforza poi, si arricchisce di edifici artisticamente importanti, come la basilica di San Lorenzo e il santuario della Madonna del Campo.

Dopo le invasioni Ungare e l'affermarsi del sistema feudale, Mortara si trasformò in un borgo fortificato, difeso da mura e da un fossato; il suo territorio, agli inizi del dodicesimo secolo, appare ai confini tra il comitato di Lomello e quello di Novara ed anche la comunità ecclesiastica appare divisa tra due diverse diocesi, quella di Pavia e quella di Novara.

Nel '400 fu residenza di svago e caccia con i Visconti e gli Sforza.

Tra il 1525 e il 1713 la Lomellina è sottoposta al dominio spagnolo: una guarnigione presidia la città, che viene cinta da un nuovo sistema murario. Conquistata nel 1706 dai Savoia, viene annessa allo Stato Sabaudo e l’anno successivo è elevata al rango di Città capoluogo della provincia di Lomellina, titolo che mantenne fino all'unità d'Italia.

Nel 1818 diviene capoluogo della Provincia di Lomellina e fino all’unità d’Italia conosce un periodo di notevole sviluppo. Vengono costruite nuove strade, il teatro, numerosi palazzi; la città diventa un punto di riferimento per le attività economiche dell’area, in particolare agricole. Durante il Risorgimento italiano Mortara è luogo di scontri tra Piemontesi e Austriaci e molti sono i cittadini che prendono parte alla lotta per l’indipendenza. Dopo l’Unità d’Italia, Mortara diviene un importante nodo di comunicazione e continua il suo sviluppo agricolo e commerciale, anche se perde la funzione di capoluogo di Provincia. I primi anni del Novecento sono caratterizzati da dure lotte sociali, che attraversano le campagne, e che vedono la formazione di forze politiche e sindacali ispirate prima al socialismo, poi al fascismo, infine al comunismo.

L'originale Chiesa di Santa Croce fu fondata nel 1080: eretta fuori dalle mura del borgo di Mortara, fu deciso in un secondo momento di riedificarla totalmente e di portarla all'interno della cinta urbana della città. Sotto l'auspicio di Papa Gregorio VII, l'Abbazia di Santa Croce venne ricostruita nel 1596 (progetto di Pellegrino Tibaldi). Il monumento negli anni è stato molto modificato, a causa soprattutto dei pesanti restauri degli Anni Sessanta che ne hanno mutato la facciata e anche l'interno. Della costruzione antica è giunta fino a noi una preziosa reliquia che la tradizione racconta risalente al tempo delle Crociate; la reliquia si può trovare nella lesena che divide le due cappelle sinistre: sulla lesena, in marmo di Carrara, è infisso quello che si pensa essere nientemeno che lo stampo del piede di Gesù. Una festività legata all'Abbazia è la festa patronale di Santa Croce, che si celebra il primo lunedì di maggio e che a Mortara è sempre festeggiata con la tradizionale fiera.

La Basilica di San Lorenzo è il Duomo della città di Mortara. La chiesa venne costruita tra il 1375 e il 1380 in stile gotico lombardo da Bernardino da Novara e subì nel tempo diverse restaurazioni: una nel 1840 e una nel 1916. L'esterno del monumento presenta una facciata rossa in cotto, molto ampia e decorata. Di epoca quattrocentesca sono i due tondi esterni posti sulla porta principale. L'interno è assolutamente da visitare, perché ricco di opere d'arte e di pregevoli dipinti, che si dividono tra opere originali e riproduzioni di tele conservate in altri musei. Entrando nella Basilica di San Lorenzo, le quattro cappelle (due per lato) ospitano veri capolavori: a destra si può ammirare un affresco della Madonna col Bambino che risale al XV secolo e la tavola di Bernardino Lanino della Madonna col Rosario (1578); a sinistra è conservato un presepe in legno con 80 figurine in bassorilievo di Lorenzo da Mortara (XV secolo), una ricostruzione davvero di pregio, ricca di dettagli intagliati.

Il Santuario di Santa Maria del Campo si trova nel centro di una piazzetta rurale nella città di Mortara. I documenti storici che parlano della chiesa ne attestano l'esistenza già dal 1145, ma dell'edificio originario non rimangono molte tracce: sono giunti fino a noi solo le colonne del tiburio e tratti dell'antica muratura. La facciata del Santuario di Santa Maria del Campo presenta le tipiche linee lombardo-gotiche delle chiese strutturate a sala, comuni nella Lomellina. L'interno, invece, si prospetta molto semplice ed essenziale, ma di un'eleganza davvero suggestiva. Le linee pure dell'unica navata della chiesa vengono movimentate grazie alle otto grandi nicchie (quattro per ogni lato). In queste cappelle si possono trovare affreschi provenienti da diverse epoche, tra cui da vedere e ammirare è certamente la Madonna del Rosario con San Rocco e San Domenico, che risale al XV secolo. Un po' deteriorata ma ancora splendida è la Pietà del Cerano. La pala che funge dal altare maggiore è un affresco della Madonna del Latte di Tommasino da Mortara (1514 ca).

A Mortara troviamo vari palazzi storici:
Teatro comunale Vittorio Emanuele II, edificato nel 1846 ad opera dell'architetto Celestino Braccio
Palazzo Cambieri, storico edificio oggi sede di numerosi servizio al cittadino
Palazzo Laternanese, un tempo convento, oggi sede della scuola alberghiera presente in città. La struttura conserva ancora la sua forma originaria con il cortile interno a pianta quadrata e ad arcate
L'auditorium Città di Mortara, di recente costruzione, che ospita la rassegna musicale "Mortara on Stage"

Il parco Nuovi Nati è sito nella zona periferica della città nel quartiere San Pio X e comprende una grande area verde, un sistema di laghetti e un'area giochi attrezzata per i bambini. È dotato anche di una pista da ballo all'aperto.
La Lea Longa, viale alberato tipico della passeggiata cittadina, collega il Rondò della Battaglia e il Rondò Carlo Magno costeggiando Corso Ariosto.
L'area di Piazza Italia è un piccolo lembo verde dedicato principalmente a parco giochi per i bambini. È situato sull'omonima piazza nei pressi delle scuole elementari
Il parco di Piazza Istria, area di recente costruzione, consta di un percorso circolare a pendenze variabili immerso nel verde. Il parchetto è situato nelle vicinanze della piscina comunale e del palazzetto dello sport.
Il parco di Via Mirabelli, area attrezzata per lo svago dei più piccoli.
Il parchetto di Piazza Guida.
Il dog park di Via Mirabelli interamente dedicato ai cani.

Il 14 luglio 2011 è stata inaugurata una nuova struttura culturale, il Civico.17, vera e propria piazza del sapere del Comune di Mortara, che al suo interno riunisce la Biblioteca Francesco Pezza, il fondo storico del Comune di Mortara e ampie aree dove è possibile svolgere le più disparate attività. Il luogo, fortemente voluto dall'Amministrazione guidata dall'allora sindaco Roberto Robecchi e dall'assessore alla cultura Fabio Rubini, è adatto soprattutto per i giovani studenti e non che, grazie al wi-fi gratuito su tutta l'area (interna ed esterna) possono essere collegati in rete con il mondo intero. Il Civico.17, grazie alla preziosa consulenza di Antonella Agnoli è subito balzato agli onori delle cronache: indicato dai principali quotidiani italiani come uno degli esempi da seguire per il rinnovo delle biblioteche, il "Civico" ha ben presto racchiuso in sé la fantasia delle biblioteche italiane unita al pragmatismo degli Idea Store londinesi. Il Civico.17 si trova in Via Vittorio Veneto 17.

A Mortara si tiene l'ultima domenica di settembre la "Sagra del salame d'oca" con eventi che si svolgono durante tutta la seconda metà del mese e con un corteo storico seguito dal Palio disputato dalle sette contrade storiche.

La festa patronale di Santa Croce, con la tradizionale fiera, ha luogo il primo lunedì del mese di maggio.

La festa rionale del quartiere San Pio X è celebrata la prima domenica di settembre.

Nel periodo estivo, da maggio a settembre, l'ultimo venerdì di ogni mese si tiene il Tri pas in piasä: notte bianca mortarese organizzata dall'associazione commercianti e dal comune. La manifestazione prevede una grande isola pedonale nel centro della città, negozi aperti, concerti ed eventi a tema nelle varie piazze. Il programma dell'anno 2011, ad esempio, vede le seguenti tematiche: arte, sport, artigianato, motori e sapori.

Oggi, la città è un moderno centro agricolo: nelle campagne circostanti si coltiva prevalentemente riso e mais. Per l'allevamento, particolare rilevanza ha quello delle oche, la cui carne è utilizzata per il salame d'oca di Mortara I.G.P e per prosciutti e paté di fegato, realizzati da un consorzio che riunisce i salumai cittadini.

Nel settore industriale sono presenti stabilimenti che operano nel settore chimico, dei truciolati e meccanico.

Il turismo è favorito dal fatto che Mortara si trovi sulla via Francigena e dalle specialità culinarie a base d'oca.





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sabato 4 luglio 2015

ESPLORANDO BORNO

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Borno è situato su di un altopiano, in una conca montana di formazione glaciale.
È limitato a nord dal gruppo del Pizzo Camino, a sud dal Monte Altissimo, mentre si apre ad ovest sulla Val di Scalve, dominata dalla Presolana, e ad est sul paese di Ossimo e sulla Media Valcamonica con ampia vista sulla catena del Tredenus, il Pizzo Badile, il Frerone ed il colle di San Glisente.
Le montagne che circondano l'abitato sono in maggioranza costituite da formazioni sedimentarie del Trirassico. Gli sconvolgimenti delle stratificazioni hanno avuto luogo ad intersecazioni di strati di ere diverse: marne, argilliti mesozoiche, calcari e calcari dolomitici fessurati, con terreni di media profondità, che si rivelano aridi a causa dell'eccessivo drenaggio. Nelle aree al solivo prevalgono formazioni mesozoiche con marne nerastre, arenarie e calcari marnosi, determinanti la formazione di terreni di media o buona profondità e tendenzialmente fertili. È presente in un'area il fenomeno geologico delle doline.
L'altopiano funge da punto di comunicazione tra la Valcamonica e la Val di Scalve attraverso il passo di Croce di Salven.

Dal punto di vista idrografico l'altopiano è percorso da numerosi corsi d'acqua. I due laghi presenti sono entranbi artificiali: il Lago di Lova, situato a nord di Borno, e il Lago Giallo, che si trova tra il passo di Croce Salven e la frazione di Paline.

L'area di Borno è prevalentemente a carattere boschivo, principalmente costituita da conifere. Si tratta di estese peccete di abete rosso con limitate aree di abete bianco e pino silvestre. È presente, anche se in parte minima, il larice puro. Tra le latifoglie troviamo il tiglio, il faggio, la betulla, il sorbo, la robinia, il noce, il castagno e il ciliegio.
Il sottobosco è caratterizzato dalla presenza di edera, mirtillo, fragola, lampone, mora, ginepro, felce, ontano, sambuco, nocciolo, rovo, e di numerose specie di fiori: la rosa di Natale, il bucaneve, la genzianella, il ciclamino, il mughetto, per citarne solo alcuni. In alta montagna prevale la presenza del rododendro e della stella alpina.

Le doline sono le forme superficiali (o epigee) più caratteristiche del paesaggio carsico, costituito da rocce calcaree. Si tratta di depressioni ad imbuto, a calice, a scodella, con pianta circolare o allungata, il cui diametro può variare da pochi a 500/600 metri.
Il parco delle doline di Croce di Salven si caratterizza per la presenza di depressioni carsiche (dette doline) formatesi in seguito allo scioglimento della roccia calcarea per reazione chimica con l’acqua piovana, resa acida dall’anidride carbonica presente nel terreno e dall’humus. Un fenomeno d’interesse scientifico che certamente merita d’essere osservato: i periodi migliori per visitare il parco sono la primavera e l’estate, quando la neve, ormai sciolta, rende nuovamente visibili le formazioni carsiche.
La vegetazione all’interno delle doline è particolarmente rigogliosa proprio per la presenza di abbondanti sali minerali e la protezione offerta ai semi dalla tipica concavità.

Il percorso dei frutti di bosco è rilassante in primavera per il tepore che fa sbocciare i primi fiori, dirompente in estate quando il forte profumo del fieno ci accompagna col frinire dei grilli; in autunno i colori accecano contro il blu del cielo e avvolgente come abbraccio in inverno.
Il tragitto è ricco di piante da frutto tipiche delle latitudini: troviamo piante di noce, cespugli di nocciole, nespole, lamponi e more.
Il percorso inizia all’inizio del paese. Si incontra subito l’opus quadratum, un’urna cineraria di epoca romana, e si imbocca una stradicciola semipianeggiante che lascia le ultime case del paese e si inoltra tra i prati verso la valle del Pànzen.
Lungo tutto il percorso si possono osservare numerose piantine di fragole, more, lamponi.

Il Percorso della memoria inizia la dalla Chiesetta della Dassa, al cui interno si trova un affresco raffigurante l’incendio di Borno avvenuto alla fine del XV secolo.

Il “percorso dell’acqua” è un itinerario sentieristico che si sviluppa nella zona a sud-ovest dell’abitato di Borno, nell’Altopiano del Sole.

Il Montanarium è un polo espositivo e dimostrativo sui mestieri e sui saperi innovativi delle Alpi ubicato a Borno, presso le superfici dell’ex vivaio forestale, integrato con il centro visitatori della vicina Riserva Naturale del Giovetto, dove è possibile approfondire le tematiche relative alle attività produttive e della cultura rurale caratteristiche del territorio alpino.

La Biblioteca del bosco è una piccolissima struttura situata in punto suggestivo e panoramico del bosco, sempre aperta, che raccoglie un’antologia di brani letterari che narrano di boschi e degli uomini che ci vivono, “per leggere di boschi, stando nel bosco”.

La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica. Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300. L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema. La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

La facciata della Torre dei Re, posta a nord del lungo caseggiato, si presenta come una serie di muri contigui che, per l'utilizzo dello stesso tipo di pietrame e della medesima tecnica costruttiva, appare come un muraglione uniforme. Soltanto nella parte centrale della muraglia, prima della facciata che presenta un ridotto barbacane alla base, si scorgono file di pietre più grosse e ben allineate, disposte all'incirca fino a metà altezza della facciata, che fanno supporre si trattasse di una costruzione più solida e più antica rispetto alle porzioni di caseggiato antecedenti e susseguenti.
È ipotizzabile che questa parte centrale costituisse una torre difensiva visto che è posta su un dosso roccioso sottostante lo spiazzo che, prima dell'attuale parrocchiale, ospitava la cappella di S. Martino da cui dominava tutta la vallata sud d'ingresso al paese.

La Torre dei Pagà è collocata in prossimità della Piazza, nel tratto iniziale di Via Vittorio Veneto, un tempo Via Toresela (toponimo derivato dalla torre stessa), nella seconda metà degli anni '80, dopo una completa demolizione e rifacimento ex novo, si è tramutata in un falso storico e architettonico.
Misurava circa 8 m. in altezza e m. 8 x 8 alla base, mentre lo spessore dei muri raggiungeva il metro. La sua denominazione deriva dal cognome della famiglia Pagani, una delle ultime proprietarie della torre.
Il lato nord, che si affaccia su Via Veneto, presenta a piano terra una vetrina espositiva, al primo piano due finestre e una terza finestra al secondo piano. Un'altra vetrina e due finestre, una per piano, sono state ricavate anche sul lato sud, opposto a quello stradale.

La Torre dei Barète è inserita in un isolato di caseggiati, un tempo estrema periferia ovest dell'abitato bornese.
In origine la struttura sorgeva isolata, solo più tardi si sono addossati altri corpi di fabbrica, tuttavia trovandosi proprio di fronte alla torre dei Sagrestà poteva costituire parte del sistema difensivo all'ingresso del paese. Si distingue dai caseggiati attigui per la diversa dimensione delle pietre impiegate nella costruzione.
All'interno le pietre sono squadrate, grandi e l'angolo è a bisello, mentre all'esterno il muro che si affaccia su via Vittorio Veneto, ha pietre grezze e sbozzate con il metodo a ribassino solo agli angoli.
Attualmente la torre supera i 5 m. d'altezza, ma viste le misure della base di m. 7 x 7 si suppone che in origine fosse più elevata.

I resti della Torre dei Sagrestà non sono visibili dall'esterno della via omonima, ma solo dalla corte interna, dalla quale si scorge solo la facciata posta ad oriente che, a sud, è contigua alla casa e, a nord, fa angolo con il muro di un'altra abitazione.
La torre misura oltre 5 m. in altezza e m. 6 x 6 alla base. Non si conosce la data di costruzione, tuttavia se fosse coeva alla torre dirimpettaia dei Barète risulterebbe assai probabile che le due torri costituissero l'ingresso fortificato del paese.

Torrione Montanari è ubicato nel centro storico, in una posizione strategicamente importante poiché controlla il transito di Via S. Fermo e di Via Trieste, attualmente è inglobato nell'edificio denominato "Casa delle Suore". Dato che i muri delle facciate sud ed est (costruiti con conci di arenaria, granito e pietre calcaree di grandezza decrescente man mano che si sale nelle parti più alte) presentano uno spessore doppio rispetto a quelli delle rimanenti, si pensa che anche in passato doveva avere un edificio adiacente che proteggeva i due lati più deboli.
In origine, dunque, poteva essere sorto come casa-torre o come fortilizio appartenente a signorotti locali. Il torrione è alto circa 8 m. e misura m. 6 x 6 alla base. Sia il portone d'ingresso sia il balconcino del secondo piano sono realizzazioni più recenti (XVII-XVIII sec.) e sicuramente in origine tale ingresso non esisteva.
Quasi certamente il torrione era in comunicazione visiva con le altre torri del centro storico. Databile intorno ai secoli XII-XIII ha subito notevoli rimaneggiamenti nei secoli successivi. Dapprima di proprietà della famiglia Montanari, nei primi decenni del secolo XIX venne utilizzato dai frati francescani, poi divenne di proprietà della famiglia Dabeni che, trasferitasi nel Piano di Borno, lo affittò. Verso la fine dell'800 fu adibito ad albergo e dopo un periodo di abbandono (in cui secondo la tradizione bornese divenne la Casa degli Spiriti), nell'anno 1909 venne recuperato dalle suore Dorotee di Cemmo che, unitamente all'edificio adiacente, ne fecero una nuova sede della loro congregazione.

La torre detta degli Agnellini è ubicata nel centro storico in una posizione di mezza costa e su terreno in declivio. È incorporata nella casa dei Romalge che si trova anch'essa in posizione strategica in quanto controlla le due vie sopra menzionate.
Misura 8 m. in altezza, 7 m, di fronte e quasi 8 di lato. Dall'interno è visibile parte della facciata ovest. La muratura esterna è costituita da grossi conci in calcare e granito lavorati grossolanamente a bugnato. Dalle dimensioni dei conci all'estremo superiore è ipotizzabile che la torre fosse più alta.
Costruita in epoca medioevale XII-XIII secolo, faceva parte del sistema difensivo del paese (baluardo verso la Valle di Scalve) e si collegava al borgo del "castello".

La Torre dei Michéi è inglobata in un piccolo isolato costituito da più edifici di proprietà della famiglia Miorini soprannominati appunto "Michéi". La posizione non sembra strategicamente importante, la via però si trova sulla direttrice per il Lago di Lova.
Misura più di 4 metri in altezza e metri 5 per 5 alla base: è la più piccola delle torri del paese. Non si hanno notizie storiche specifiche sulla torre, tuttavia sulla spalla del portale d'ingresso della cantina adiacente si trova scolpita un'aquila imperiale che richiama il dominio milanese sulla Valcamonica.

Villa  Guidetti è circondata da due splendidi parchi in cui, accanto a specie botaniche di elevato interesse naturalistico, è facile imbattersi in colonne, fregi e capitelli, testimonianza della vivacità culturale che, fin dalla sua fondazione, contraddistingue questo luogo.
Il visitatore che giunge a Borno, percorrendo la strada provinciale nonché crono-scalata Malegno-Ossimo-Borno, al bivio per Ossimo superiore volgendo lo sguardo verso Borno alla sua sinistra, potrà osservare meravigliato e compiaciuto l’eccezionale e unico polmone verde ubicato all’interno dell’abitato.
Questa macchia verde imponente e rigogliosa è il parco inferiore di “Villa Guidetti” che sviluppa, su un’area di circa 12.000 mq., alberi e arbusti cresciuti folti ed austeri grazie ad un naturale habitat di clima e di esposizione alla luce del sole, che li ha arricchiti per varietà di specie e di colore.
Appena si varca la soglia d’ingresso alla “Villa Guidetti”, di pregevole gusto architettonico edificata tra il 1927 e il 1937 da Piero Guidetti nativo di Brescia, il parco superiore vasto circa 5.000mq. e diviso per mezzo di Via Creppi di sotto dal parco inferiore, accoglie l’ospite con la piacevole ombra e protezione dei suoi alberi centenari, alpini e non oltre che da frutto.

Passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato: stele con incisioni dell’età del Rame, resti di necropoli romane, fortilizzi e torrioni medievali, palazzi e caseggiati sei-settecenteschi; e ancora, chiese ed edicole, testimoni della religiosità popolare locale ed espressione artistica di tutto rispetto.
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Casa Rivadossi è del XV secolo e seguenti con loggiato ornato da eleganti decorazioni e riportante una meridiana a numerazione araba, presenta una struttura portante in muratura continua in pietra e malta, pilastri intonacata completamente. Orizzontamenti in muratura legno, solaio piano a volta a botte copertura con struttura lignea e manto in coppi, pavimentazioni interne cotto legno pietra e ceramica, pavimentazioni esterne in pietra.

Nel centro storico, Borno, conserva ancora intatti edifici di antica origine e pregiati particolari architettonici, testimonianza di un’arte antica che aveva raggiunto alti livelli.
Tra questi, si affaccia sulla Piazza Giovanni Paolo II, il bel Palazzo Franzoni, con la data 1690 incisa su un pilastro del portico e dal bel portale seicentesco con lo stemma della nobile casata dei Federici.
In realtà, si tratta di un’abitazione rustica, probabilmente edificata sui resti di un’antica fortificazione. Al suo interno, di particolare pregio sono la fontana esagonale in pietra di Sarnico con maschera per il doccione, databile XVI-XVII secolo, e la colonnina in pietra calcarea raffigurante una maschera di fattura popolaresca.
Ballatoi in legno, antiche loggette, portali che, socchiusi, fanno intravedere fontane e cortili dal fascino antico; passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato.
Oggi palazzo Franzoni, riporta nella chiave d’arco del portale (del XVII secolo) uno stemma con camoscio rampante.

L'Ex Albergo Franzoni è decorato da moderni affreschi (che ricordano la leggenda di S. Fermo) e da una meridiana con motto. Le graziose loggette ed il portico della facciata retrostante sono del XV secolo.

Casa Bassi con affaccio sia sulla Piazza che sulle vie Don Pinotti e Fonte Pizzoli, il cui portale d’accesso al cortile reca la data 1503.

La piazza si allarga attorno alla fontana, del XVII secolo, realizzata in pietra di Sarnico e caratterizzata da una vasca principale a forma ottagonale che raccoglie gli zampilli che scendono dalle bocche di mascheroni posti a decorare le due vasche minori.

Nella Valle Camonica romana, l’abitato di Borno era uno dei centri più importanti, anche grazie alla posizione strategica, a controllo della via di collegamento con la Val di Scalve. Le restituzioni più importanti sono una necropoli ed un edificio di culto nell’area dell’ex Villa Baioni, in via Marconi, da cui derivano numerosi e preziosi oggetti di corredo (anche in oro ed argento) oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno); a Borno, del periodo romano, restano oggi visibili alcuni elementi architettonici murati all’esterno della Chiesa di S. Fiorino e un’epigrafe funeraria sulla facciata di una casa privata nel centro storico. Nella località Laghetto Giallo infine le tracce di un imponente scarico di laterizi romani testimoniano la pratica di attività artigianali, forse legate ad una fornace produttiva.

Borno rivela le sue origini più antiche nei ritrovamenti di siti cerimoniali con stele e massi incisi che si distinguono per importanza nell’intero arco alpino.
Si tratta di reperti provenienti da siti cerimoniali dell’età del Rame (IV/III millennio a.C.) oggi esposti presso il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte).
Di tali testimonianze, a Borno, resta solo il frammento di stele incastonato nel muro esterno di un’abitazione.

La Chiesa parrocchiale santi Giovanni Battista e Martino fu realizzata fra il 1771 ed il 1781, le volte e l’altare maggiore sono decorate da dipinti di Sante Cattaneo di Salò (1780-1781). Pregevoli le tele di Lattanzio Quarena (1829) collocate su due altari laterali, il ligneo settecentesco Cristo morto della bottega dei Fantoni e il paliotto, pure settecentesco, dello scalvino Giuseppe Piccini.

L’edificio attuale della Canonica, ristrutturato alcuni decenni fa, presenta un porticato realizzato con colonne quattrocentesche in pietra di Sarnico, provenienti da un edificio demolito in piazza Roma. Inoltre nel lato che si affaccia sulla Chiesa Parrocchiale è stata inserita una lapide che riporta la data 1347.

La Chiesa di S. Antonio da Padova è l’edificio più antico presente sul sagrato, costituito da un insieme di strutture, erette e modificate in diversi periodi storici. All’interno della graziosa Chiesa di S. Antonio di Padova (XV secolo) si conservano testimonianze pittoriche fra le più antiche di Borno: le raffigurazioni cinque-seicentesche di Santi e la suggestiva lunetta affrescata da Callisto Piazza da Lodi (“Sacra Conversazione”, Madonna e Bambino tra i Santi, 1528 circa ).

In estate è possibile praticare numerosi sport all'aria aperta, tra cui il tennis, la pesca sportiva, il nuoto in piscina, il pattinaggio su rotelle, il calcio, l'equitazione, il deltaplano e il parapendio. Possibilità di effettuare anche gite in famiglia ed escursioni attraverso i numerosi sentieri vicini al comune.

Gli ospiti di Borno in inverno hanno la possibilità di praticare lo sci alpino, da discesa e di fondo, nonché il pattinaggio su ghiaccio.

A Borno si trova una piccola stazione sciistica, situata sul versante nord del Monte Altissimo. Nonostante la quota non elevata (950-1700 metri) l'esposizione nord delle piste permette alla neve di conservarsi per tutta la stagione, anche grazie ad un impianto di innevamento programmato. Caratteristica principale della località è di essere interamente immersa in un bosco di abeti, ciò favorisce la sciabilità anche in caso di brutto tempo e scarsa visibilità.

La gastronomia del territorio della Vallecamonica è ricca e varia: sono sapori antichi quelli proposti da trattorie e ristoranti locali; elaborazioni culinarie semplici e genuine che attingono alla tradizione.
Tra i primi piatti gli immancabili “casoncelli”, ravioli ripieni di carne e verdure e altri ingredienti, tagliatelle, maltagliati, talvolta con farina di castagne, gnocchi, minestre d’orzo e trippa.
Tra le carni lo stracotto d’asino, la carne salata, le salsicce dette “strinù” e i salumi di puro suino. Non mancano conigli, pollame e selvaggina, lepri e cinghiali.
Oltre alla carne, il pesce di fiume di lago, talvolta essiccato secondo metodi tradizionali. La polenta di mais o di grano saraceno è il contorno per eccellenza di molti secondi piatti così come i funghi, porcini e finferli su tutti, che si trovano in abbondanza nei boschi dell’Altopiano.
L’allevamento di bovini, caprini e ovini garantisce la produzione di ottimi formaggi. La varietà è davvero sorprendente: formagelle, “silter”, “casolet”, ricotte, “fatulì”, “bagoss” e caprini, naturali o aromatizzato con erbe.
Nelle zona del lago Sebino, ad una quota ideale, viene prodotto un olio dalle importanti caratteristiche così come nella zona dell’Annunciata, poco distante da Borno.
Da apprezzare i diversi tipi di pane, bianco o di segale, e i dolci, semplici e genuini; “spongade”, biscotti e torte con farina di castagne. Una menzione particolare va fatta per i due dolci tipici di Borno, il Bosolà e la Chisòla, che sono gli unici due prodotti ad aver ottenuto la De.C.O. (denominazione di origine comunale) a Borno.
Non mancano vini IGT, liquori e grappe, classiche o aromatizzate con bacche, frutti di bosco, erbe alpine o miele.

L'8 agosto vigilia di San Fermo si tiene festa con falò e fiaccolata;la leggenda dei tre fratelli eremiti Fermo, San Glisente e Cristina. Pellegrinaggio al santuario sul monte con discesa in notturna con fiaccole. Protezione del bestiame.



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venerdì 3 luglio 2015

CAPO DI MONTE

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Capo di Ponte è un comune della Val Camonica si inserisce nel sistema delle incisioni rupestri della Valle in quanto possiede sul suo territorio ben tre parchi rientranti nel sito segnalato dall'UNESCO.

Capo di Ponte deve il suo nome alla posizione geografica di alcune case antiche poste ad occidente del ponte sul fiume Oglio verso la frazione Cemmo. L'attuale paese copre invece l'altra sponda del fiume, espandendosi ad est.

Il comune è attraversato da nord a sud dal fiume Oglio, nel quale su immettono il torrente Clegna, proveniente da ovest ed il torrente Re proveniente da est.

Il Comune di Capo di Ponte comprende le Frazioni di Cemmo e Pescarzo; è circondato da montagne tra le quali il Pizzo Badile (m 2435) a sud-est e la Concarena (m 2549) a sud-ovest.

Tra il XI secolo ed il XIV Capo di ponte non era comune a sé stante, ma periferia di Cemmo; il suo territorio faceva parte del priorato di San Salvatore delle Tezze.

Nel 1315 la palude di Imesigo, che si estendeva nella piana di Capo di Ponte fino a Sellero, venne coperta dalle alluvioni del torrente Re.

Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.

Nel 1698 Padre Gregorio Brunelli afferma che l'abitato di Zero (o Serio), che sorgeva lungo le sponde del torrente Re, ad oriente del paese odierno, venne spazzato via da un'inondazione dello stesso. Zero è ricordato l'ultima volta nel 1374, quando i suoi territori vengono affidati come decima ai Botelli di Nadro.

Con la caduta della Repubblica di Venezia nasce il "comune di Capo di Ponte" (1797-1798), che cambierà nome precocemente in "comune di Cemmo e Capo di Ponte" (1798 - 1815) e sotto il Regno Lombardo Veneto in "comune di Capo di Ponte e Cemmo" (1816 - 1859). Sotto il Regno d'Italia assumerà definitivamente il nome di comune di Capo di Ponte (dal 1859).

Cemmo è situata a destra del Fiume Oglio, ai piedi del Monte Concarena.
Fu uno dei primi centri abitati della Val Camonica, come dimostrano le numerose incisioni rupestri presenti sul territorio; attualmente è popolato da circa 600 abitanti. È sede della Pieve di San Siro, parrocchiale fino al secolo XVI.
La Chiesa Parrocchiale, dedicata a Santo Stefano e posta nel centro dell’abitato, fu eretta nel secolo XVI.
Buona parte del nucleo centrale di Cemmo è occupato dal Convento e dagli spazi scolastici delle Suore Dorotee da Cemmo, che qui hanno la loro Casa-Madre. L’originario nucleo monastico ebbe origine nel XVII secolo e nei tempi successivi si è ingrandito fino a inglobare quasi completamente la parte alta del Paese.
Il 6 marzo 1206 la famiglia Avogadro riceve dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo l'investituta della corte di Cemmo, Mù, Pisogne e Gratacasolo.
Sabato 4 aprile 1299 Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi, si trasferisce da Edolo a Cemmo per continuare la stesura dei beni vescovili in Val Camonica. I consoli ed i vicini di Cemmo e di Pescarzo giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. A breve saranno chiamati a far lo stesso atto le comunità di Cerveno, Cimbergo, Paspardo, Paisco Loveno, Nadro, Saviore, Berzo Demo, Grevo e Sellero. Il castello di Cemmo era affidato alla custodia degli uomini di Pescarzo e Sellero. Sono enumerati 40 manenti.
Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.
Alla pace di Breno del 31 dicembre 1397 i rappresentanti della comunità di Cemmo, Tonerio Bonfadini e il notaio Giorgio Orsatti, si schierarono sulla sponda ghibellina.
Il 17 settembre 1423 il vescovo di Brescia Francesco Marerio investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Monno, Cevo, Andrista, Grumello, Saviore, Cemmo, Ono, Sonico, Astrio, Malegno, Cortenedolo, Vione, Incudine e Berzo Demo a Bertolino della Torre di Cemmo.
Cemmo nel XIV secolo era chiuso dalle porte Nosedema, Azema e Nosmola sul Clegna.
Il centro storico di Cemmo è uno dei più belli della Val Camonica, presentando numerosi edifici antichi addossati l'uno all'altro, con portali, tetti a spioventi, cortili. Ogni anno a giugno si svolge la manifestazione "4 Porte 4 Piazze", che porta a scoprire l'antico paese sviluppandosi su un percorso attraverso i quattro antichi portali e le quattro piazze principali del borgo. Una di queste è Piazza Morciuolo nella quale, circondata da antichi caseggiati, domina la scena un'antica fontana coperta tradizionale con lavatoio. La piazza più grande e centrale è antistante alla chiesa parrocchiale dedicata a Santo Stefano, e presenta anch'essa una grossa fontana in pietra. Da qui si raggiunge velocemente l'istituto scolastico delle suore Dorotee che col convento ad esso affiancato occupa gran parte della zona alta del paese. A strapiombo sul torrente Clegna si trova la chiesa di Santa Maria, davanti alla quale si trova una altra piazzetta con fontana e lavatoio, mentre dal parcheggio accanto si può ammirare un panorama sulla contrada "Furen": un gruppo di antiche case poste nelle vicinanze dei resti di un antico forno fusorio. Questa contrada è una viva testimonianza dell'architettura rurale tradizionale Camuna. Lungo via Santa Maria Vecchia sorge invece lo Spiazzo della Berlina, piccola piazza così chiamata perché vi si svolgevano un tempo i processi pubblici, e in cui aveva sede l'antico municipio di Cemmo. Sulla sponda opposta del torrente Clegna si estende una verde zona di campagna, chiamata Inimara, ricca di sentieri e stradine con "broli".
La Parrocchiale di Santo Stefano è di originaria struttura romanico-lombarda, rimaneggiata a partire dalla visita di San Carlo nel XVI secolo.
La Chiesetta di Santa Maria ed Elisabetta, posta su un dirupo sul torrente Clegna, è del XII-XIII secolo. Vi sono tele attribuite al Bate e numerosi ex voto.
Chiesa degli umiliati, del secolo XIII, riportata in un documento del 1344. Venne alienata con la soppressione dell'ordine nel 1570.
La Pieve di San Siro, di età romanica è a strapiombo sul fiume Oglio.
A Cemmo troviamo il Parco archeologico comunale di Seradina-Bedolina e il Parco archeologico nazionale dei Massi di Cemmo.
Pescarzo sorge sulla sponda nord della valletta del Clegna, in posizione dominante sulla media Valle Camonica, a ridosso di un piccolo altipiano. Il borgo medioevale di Pescarzo è il luogo che sa farci riconoscere la nostra identità. Camminando tra i vicoli, qualcosa di straordinario pervade l’anima del visitatore: un’armonia tra luogo ed espressione, nei semplici gesti degli artigiani, tra i sorrisi dei bimbi e gli sguardi pieni di storia degli anziani. Pescarzo è rimasta a testimoniare per secoli il senso della nostra storia e continua a darci la possibilità di immergerci in tanta purezza.
Sabato 4 aprile 1299 i consoli della vicinia di Pescarzo si recano ad Cemmo dove è presente Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi. Qui giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. Assieme agli uomini di Sellero dovevano far da guardia al castello di Cemmo.
Il borgo attuale è di struttura medievale, ma è stata rinvenuta una abitazione alpina dell'età del ferro che conferma l'antropizzazione della zona già a quel tempo. I reperti sono conservati al Museo di Cividate Camuno.
Nel 1987 si è proceduti in un progetto pilota di restauro conservativo, al fine di valorizzare il centro storico del paese.
La Parrocchiale di San Vito, Crescenzio e Modesto è una costruzione seicentesca fatta erigire su consiglio di San Carlo Borromeo.
L'Oratorio di San Rocco è ormai diroccato.
Il paese era famoso per l'estrazione di ardesia (piòda in dialetto camuno), un tempo usata per i tetti delle case. Alla fine del seicento Gregorio Brunelli cita la copiosità di questa pietra predona.

Il monastero di S. Salvatore sorge sulle pendici di un monte, dalla parte sinistra del fiume Oglio, seminascosto dagli alberi, in un luogo dal fascino misterioso, considerato sacro fin dall’antichità. Del secolo XI-XII, è un gioiello del romanico borgognone in Italia, con decorazioni che denunciano l’influenza francese: equilibratissimo nelle forme, con il tiburio ottogonale che si erge con la severità di una torre ingentilito da bifore. L’interno, a tre navate con transetto e cupola a pennacchi, ha un abside centrale affiancata da due più piccole e basse. La copertura originaria è rimasta solo nelle navate laterali, mentre quella centrale è con volte a crociera. L’apparato decorativo è molto ricco: si possono ancora ammirare le sculture del portale e dei capitelli interni su cui sono incisi rapaci, ippogrifi, sirene e motivi vegetali; le decorazioni pittoriche purtroppo sono andate perdute. Il monastero è di proprietà privata a partire dalla fine del ‘700.

La Pieve di San Siro è posta su uno stretto ripiano a strapiombo sul fiume Oglio, in una posizione dominante la Valle. E’ la chiesa più antica della Valcamonica: studi recenti la fanno risalire al periodo tra l’XI e il XII secolo, come felice espressione di un romanico lombardo ormai maturo. La chiesa ha subito alcune trasformazioni durante il XV secolo, quando è stato costruito anche il possente campanile. La costruzione, compiuta con conci di pietra locale talvolta decorati, comprendeva anche un tetto ormai andato perduto (quello attuale è un rifacimento dei primi del Novecento).

L’entrata principale è posta sul lato sud, perché la facciata è completamente addossata alla parete rocciosa; le tre absidi sporgono maestosamente sul precipizio sottostante. Il portale monumentale è ampiamente decorato con motivi faunistici e vegetali mentre sui due lati, ai piedi delle mura, sono posti un leone ed un agnello, simboli di forza e di misericordia. L’impianto interno è a tre navate, separate da colonne in marmo di Vezza, e terminanti in tre absidi affiancate, con una cripta sotterranea. La parete opposta è occupata da un’imponente gradinata, che serve a coprire la roccia sottostante. La chiesa era decorata con affreschi ormai quasi completamente perduti, a parte il meraviglioso “Crocifisso” del XIV–XV secolo sulla controfacciata. Addossata alla chiesa c’è una piccola abitazione, forse dimora di un eremita, chiamata “Cà del Rumit”, dalla quale si può accedere al campanile.

La chiesa delle sante Faustina e Liberata (anche semplicemente delle Sante) si trova sul versante sinistro del fiume Oglio.
L'attuale struttura risalente al Seicento poggia su una precedente cappella romanica, ora scomparsa tranne per un frammento di abside contenente alcuni affreschi.
L'interno si presenta a navata singola con volta a botte; contiene delle cappelle laterali con pale attribuite a Lorenzo Marbello. Presso l'altare maggiore vi è un paliotto in cuoio rappresentante le due Sante, mentre sopra l'altare vi è una pala raffigurante l'ascensione, che è attribuita a Palma il Giovane.
All'esterno della chiesa, in una cappella, vi è un grande masso riportante sei impronte di mano incise. Secondo la tradizione esse rappresentano le mani delle Sante Faustina e Liberata e di San Marcello che impedirono alla pietra di franare sul villaggio di Serio. Secondo gli studiosi queste impronte sono invece di origine preistorica, facenti parte del contesto delle incisioni rupestri della Valle Camonica.

Il Museo didattico di arte e vita preistorica di Capo di Ponte viene fondato dall'archeologo Ausilio Priuli al fine di far conoscere la storia e la vita delle genti alpine e camune preistoriche.
Il museo contiene una ricca collezione di calchi e rilievi delle rocce istoriate della zona, un laboratorio archeologico didattico sperimentale ed una ricostruzione di un villaggio preistorico del neolitico sulla sommità di una collina rocciosa dominante la media Val Camonica.

Tra Capo di Ponte e Cemmo, in una piccola radura sulla strada che porta al cimitero, si trova il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo aperto nell’ottobre del 2005.
Al suo interno sono collocati due grandi massi incisi dagli antichi uomini della Valle Camonica nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.), probabilmente dopo aver assistito alla frana della parete rocciosa che ha comportato il distacco di questi due grandi massi.
Il sito, già segnalato dal geografo Laeng nel 1914 nella Guida su Piemonte del Touring Club Italiano, è stato oggetto per molti anni di scavi e ricerche che hanno portato alla scoperta di frammenti di stele e,negli scavi condotti dal 2000 al 2005, è stato portato alla luce un santuario megalitico, costituito da un imponente recinto murario semicircolare che chiude l’area dei Massi connotata da numerose altre stele istoriate, alcune integre, altre frammentarie.

La manifestazione 4 Porte 4 Piazze si svolge ogni anno all’inizio del mese di Giugno ed è nata per riscoprire e valorizzare la storia e le tradizioni di Cemmo, uno dei più antichi paesi della valle.
Attraverso un percorso di circa due km che si snoda per la vie del paese il visitatore rivive il passato del borgo e può gustare alcuni piatti preparati con metodi tradizionali e accompagnati dai vini della vallecamonica.
L’ingresso è libero e gratuito. E' possibile assaggiare nelle singole piazze i piatti proposti.
L’inizio della passeggiata, presso l’ex convento dei frati Umiliati e l’annessa chiesa di San Bartolomeo, è caratterizzato dalla ricostruzione di una delle quattro porte che in epoca medievale consentivano l’accesso al borgo fortificato, e quattro sono le piazze in cui è possibile assaggiare i piatti tipici proposti.
Case antiche abitate un tempo da nobili famiglie (Belotti, Visnenza, Zitti), sono aperte per l’occasione e offrono piccoli tesori di arte e architettura rurale, una di queste, casa Zitti, ospita la Fondazione Annunciata Cocchetti, attiva da molti anni nel campo dello studio e della promozione culturale del territorio.
Le 5 chiese del paese sono aperte e visitabili, così come il convento delle suore Dorotee, che ospita anche un ricco museo etnografico.
Lungo il percorso si possono visitare ambienti dove le botteghe e le officine di un tempo sono ricostruite seguendo le tradizionali attività delle famiglie cemmesi.
Nel corso delle serate spettacoli di rievocazione storica, di musica e folclore, accompagnano i visitatori lungo il percorso, segnalato dalla luce naturale di fiaccole in cera e da bandiere dei colori che distinguono i quartieri.
Appena fuori il borgo è possibile visitare i Massi di Cemmo, prime rocce incise scoperte 100 anni fa, per le quali la Vallecamonica è stata insignita dall’Unesco del riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità.
Nei tre giorni è possibile anche visitare la Pieve di San Siro, vero gioiello dell’architettura romanica lombarda, costruita nel XI-XII secolo su uno sperone roccioso a picco sul fiume Oglio.

Quaranta giorni dopo Pasqua si tiene la fiera del giovedì dell'Ascensione (fiéra della Sensa, forse ispirata alla veneziana Festa della Sensa): tradizionalmente era una fiera del bestiame, oggi è un giorno di mercato che occupa tutte le vie del paese.



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mercoledì 1 luglio 2015

LE FRAZIONI DI DARFO BOARIO TERME



Boario è centro turistico e termale.
La prima menzione di "polle medicinali" è da attribuire a Padre Gregorio Brunelli (Valle Camonica - 1698), ma le proprietà terapeutiche delle fonti termali sono note sin dal XV secolo e segnalate da medici illustri.
Con il trionfo della moda di "passare le acque", nella seconda metà dell'Ottocento Boario Terme divenne un "salotto all'aperto", luogo di cura e ritrovo mondano per la ricca borghesia cittadina: proprio in questo scorcio di secolo, l'acqua Antica Fonte compare nei negozi degli speziali milanesi, accolta come un vero e proprio toccasana.
Uno dei suoi più noti estimatori fu Alessandro Manzoni, che ne ordinò - tramite una lettera oggi conservata negli archivi delle Terme - più di cento bottiglie, per trattare un'affezione epatica. Anche la sua seconda moglie, Teresa Stampa, ebbe modo di apprezzare personalmente la straordinaria efficacia di queste acque termali, come testimonia una sua lettera datata 16 dicembre 1845: "...avevo poi anche desiderato e stabilito tante volte di volerle dir io, di mia mano, che la mia totale guarigione l'ho dovuta alle acque di Boario".
Risale invece al 1913 la costruzione della cupola Liberty di marmo bianco, con balconata sostenuta da colonne a capitelli ionici: un tempo sede di orchestre, oggi emblema e simbolo delle nuove Terme di Boario.
Le quattro acque di Terme di Boario sono vere fonti di benessere, i cui benefici si apprezzano giorno dopo giorno, per tutto l'anno. Le preziose qualità risiedono naturalmente nelle alpi che circondano la Valle Camonica.
Queste acque di tipo solfato – bicarbonato – calciche - magnesiche fredde (13-15°C), si purificano e si arricchiscono dei preziosi elementi minerali con cui entrano in contatto, determinando così l’insieme di proprietà terapeutiche.
Le fonti si differenziano per concentrazione di sali, caratteristica che permette diversi impieghi terapeutici di prevenzione, cura e riabilitazione.
Le acque delle Terme di Boario sono note per la loro azione benefica nell'alleviare i disturbi dell'apparato digerente ed epatico, disturbi da ricondurre allo stress e alle tensioni della vita quotidiana.
Bere queste acque e godere della natura del Parco termale che circonda le fonti è ideale per chi conduce un’esistenza intensa e ritmata.
Fra gli ospiti illustri dei primi anni di apertura delle terme, si riporta la frequentazione abituale di Alessandro Manzoni. A partire dai primi anni del XX secolo, le terme diventeranno un luogo di villeggiatura mondano, in seguito all'apertura dell'allora Grand Hotel des Thermes.
Da allora le attività termali hanno costituito la principale attrazione turistica attorno alla quale ruota la vita della cittadina. Dopo una fase di calo strutturale e di crisi delle attività termali avvenuta durante gli anni novanta, a partire dalla ristrutturazione del 2007 le terme hanno ripreso a essere un polo di attrazione, soprattutto per le cure estetiche e per i centri benessere. Le attività e le cure termali sono praticabili nel parco delle terme, nell'attiguo Centro Cure Violati, oltre che nei centri benessere dei numerosi hotel della zona.
Il parco comunale delle incisioni rupestri di Luine si trova in posizione rialzata rispetto al centro di Boario, sulla destra orografica della valle, ed è raggiungibile a piedi dalla strada che collega Boario Alta a Gorzone.
Si tratta di un luogo ricco di numerose rocce d'arenaria rossa recanti le caratteristiche incisioni rupestri della Val Camonica, oltre a un piccolo stagno e a sbalzi erbosi. Nel parco sono visibili anche alcune marmitte glaciali, testimonianza dell'ultima glaciazione.
Fra le incisioni visibili nel territorio di Boario, va menzionato il megalite con figure di alabarde, chiamato Masso dei Corni Freschi. Il megalite e i suoi petroglifi sono visibili al di là della piccola collina di arenaria rossa detta "Monticolo", che si trova a est del centro di Boario Terme. Le incisioni raffigurate sul megalite risultano essere isolate, dato che nella stessa area non sono stati rinvenuti altri petroglifi.
Dal punto di vista stilistico, queste raffigurazioni sono assimilabili alle molte statue stele rinvenute in Valle Camonica e attribuite al periodo del Calcolitico Camuno, come del resto i più noti Massi di Cemmo e il Capitello dei Due Pini, considerati anche dello stesso periodo.
L'Archeopark sorge in prossimità del megalite, un parco tematico dedicato alla preistoria alpina, costruito attorno ad un laghetto artificiale. Il parco mostra le condizioni e le tecniche di vita dei popoli della preistoria alpina. Ospita inoltre numerosi laboratori archeodidattici e di archeologia sperimentale. Vi si trova anche un piccolo labirinto di rocce che, secondo alcuni archeologi, venne usato come prova di coraggio per far diventare adulti i ragazzini. Inoltre, dalle incisioni esaminate dagli studiosi, si pensa che essi, alla fine del labirinto, combattessero con scudo e spada.
Il Santuario della Madonna degli Alpini è stato inaugurato nel 1957 per commemorare i caduti della Battaglia di Nikolaevka.
Oltre alle cure termali e di benessere e alle escursioni al Parco delle Terme e alle Incisioni rupestri, è agevole praticare una serie di sport.
Nel periodo invernale, gli impianti sciistici di risalita di Borno e di Monte Campione sono raggiungibili con 40 minuti circa di automobile.
Nel 1982 Boario Terme fu sede di arrivo di una tappa del Giro d'Italia.

Montecchio è costruito in un punto strategico della valle, a ridosso del Monticolo una collina presente nel fondovalle della Valle Camonica: a causa di tale rilievo il fondo valle in quel punto ha una strettoia naturale, da cui è facile controllare l'accesso alla media e alta valle.
Anticamente chiamato Monticulus, in seguito Montegio o Montigio.
La storia di Montecchio è strettamente legata al castello.
Il castello di Montecchio fu un'importante rocca di costruita in posizione strategica per il controllo della bassa Valle Camonica, in un punto dove un ponte congiungeva le due sponde del fiume Oglio, nel comune di Darfo Boario Terme in frazione Montecchio.
Sorgeva sul dosso a sud del Monticolo, monticello di arenaria posizionato nel centro della vallata, luogo già frequentato in epoca antica come mostrano le incisioni preistoriche dei "Corni freschi".
Un importante documento storico del 21 maggio 1200 si ricorda un accordo effettuato tra i signori di Montecchio (tra i quali è citato "Lanfranco capo dei Federici") e Vicini della corte di Darfo riguardo alla spartizione di alcune isole create probabilmente da un'esondazione del fiume Oglio che divideva le due comunità.
Nel 1249 Giovanni e Teutaldo figli di Saporito, e Teutaldo Pagnono di Montecchio ricevono privilegi da Brescia, per la quale avevano recuperato l' "arcem et locum de Montegio", presumibilmente caduto in mano alla fazione antibresciana camuna.
Negli "Statuti contro i ribelli di Valcamonica" emessi dal Comune di Brescia nel 1288 si vede come il castello fosse stato nuovamente riconquistato dalla parte antibresciana (a quel tempo legata alla famiglia Federici) e la città in cambio della cattura del "Castro, rocha et terra de Montegio" prometteva mille libbre imperiali.
A seguito della Transictio del 1291 il castello rimase sei anni sotto il controllo di un podestà scelto dal Capitano del Popolo di Milano, Matteo Visconti (il quale era intervenuto come arbitro tra le due parti), per poi passare allo scadere dei sei anni nelle mani del Comune di Brescia.
Nel 1415 il castello è sotto il controllo di Pandolfo III Malatesta, e ne fa castellano di rocca tale Ziletto de Londres, sostituito nel 1416 da Maimosio Foresti.
Nel 1427 Francesco da Bussone, detto il Carmagnola, occupa la rocca per la Repubblica di Venezia e decreta la distruzione del castello. Forse una ulteriore distruzione si ebbe nel 1455 quando la Serenissima decretò l'abbattimento di tutte le rocche della Valle Camonica.
All'inizio del XX secolo rimaneva il basamento di una torre ed un sotterraneo con volta a botte e tracce di affreschi (chiamato bus dei pagà).
Il paese fu quasi integralmente distrutto nel 1471 da una frana alluvionale.
Importante in passato per le comunicazioni: vi si riscuotevano le gabelle e vi era presente l'unico ponte esistente tra Cividate Camuno e Pisogne. Il ponte costruito nel 1686 sostituì un più antico ponte in legno. Nei pressi del ponte si teneva il mercato franco. Probabilmente aveva anche un porto (esiste ancora la Piazza del Porto).
La parrocchiale di Santa Maria Assunta, ricorda l'esondazione del torrente Rovinazza abbattutasi sull'abitato nel 1471, che cancellò quasi del tutto l'antica parrocchiale. L'attuale venne edificata nel 1623, ed ampliata nel 1911.

Erbanno si trova ai piedi del Monte Altissimo. Sorge sulle sponde del torrente Budrio. Prima di diventare frazione fu comune autonomo.
La Chiesa di Santa Maria del Restello si trova all'ingresso settentrionale del centro storico. costruita dai Federici nel '500, contiene affreschi di Callisto Piazza. San Carlo, pur lasciando alla chiesa il titolo di parrocchiale, consigliava l'amministrazione dei sacramenti in Santa Maria, poiché più adatta e posta in luogo più decente.
La Chiesa di San Martino ha sul portale la data 1465 e l'autore: Bartolomeo da Erbanno. Contiene affreschi del XIII secolo. All'esterno una lapide che ricorda come Abramo Federici deviò il corso dell'Oglio a Montecchio.
La parrocchiale di San Rocco fu iniziata nel '600 e ultimata nel 1844.
La chiesetta di Santa Caterina e Gottardo si trova tra la torre ed il palazzo Federici, è del secolo XVI (rimaneggiata nel XVII).
La chiesetta di San Valentino con annesso Eremo si erge lungo il sentiero che da Erbanno porta alla cima del Monte Altissimo.
Il borgo medievale è ricco di cortili e portali in pietra intagliata.
Erbanno si trova nella bassa Val Camonica. Il nucleo storico del paese è stato edificato alle pendici dei monti che circondano il lato occidentale delle valle, in particolare alle pendici del monte Altissimo e dell'omonimo monte Erbanno, leggermente al di sopra del fondovalle. Molti sono i sentieri che partendo dal paese raggiungono le vette, in particolare è doveroso citare il sentiero CAI n. 155 che parte dalla piazza del paese passa per il santuario di S. Valentino (663 m s.l.m.) e raggiunge la vetta del monte Altissimo a quota 1.703.
Tra il 1545 ed il 1549 Esine ed Erbanno si contendono il bosco delle Toroselle.
Nel 1610 Giovanni da Lezze sostiene che i migliori vini della Val Camonica provengano da Erbanno.

Gorzone sorge alle pendici del Monte Altissimo. Fino al 1929 fu comune a sé stante.
Risalendo la Val Camonica verso nord est lungo il fondovalle, giunti a Boario Terme i massicci montuosi che compongono il lato ovest della valle si aprono: tra i monti Pora e Altissimo preannunciano l'inizio della Val di Scalve. Poco prima di Angolo Terme, lungo la strade che da Boario si avvia alla Val di Scalve, si trova Gorzone. Il paese è arroccato sulle pendici meridionali del Monte Altissimo, qualche decina di metri al di sopra del fiume Dezzo. Da Gorzone è possibile giungere alla cima del monte Altissimo seguendo una strada sterrata che passa da Terzano (in territorio di Angolo Terme).
La zona di Gorzone è probabilmente una delle prime località ad avere una presenza umana stabile in Valle Camonica, come dimostrano le incisioni rupestri presenti nel Parco archeologico comunale di Luine.
Alla confluenza con la Valle di Scalve fu un centro nodale tra gli scambi alpini.
Il 3 agosto 1198 Brescia stipulò un patto con Bergamo dando 400 lire imperiali in compenso di quanto i bergamaschi avevano pagato ai Brusati per il feudo di Gorzone, chiamato curte Gorzolli e dopo castrum Gorzoni.
Il castello di Gorzone appartenne alla nobile famiglia dei Federici.
Il castello sorge su uno sperone roccioso compreso tra Gorzone ed il fiume Dezzo, è una costruzione spoglia, austera, con finestre ad arco acuto, senza più torri. In una foto del 1920 si vedono i resti di almeno una torre.
All'esterno un ampio parco orientato verso est, mentre sui lati meridionale e occidentale è presente una scoscesa scarpata che scende nel fiume Dezzo.
La struttura risalirebbe al 1160, ad opera della famiglia Brusati, poi divenuta Federici, ghibellini, alleati di Federico Barbarossa.
Nel 1287, a seguito della grande ribellione camuna, il comune di Brescia, emette un bando contro la famiglia Federici con una ricompensa per la distruzione delle sue rocche. Il castello venne distrutto e saccheggiato nel 1288, ma grazie alla riappacificazione tra la famiglia ghibellina ed il Comune bresciano, grazie all'arbitrato di Matteo Visconti, la rocca venne ricostruita tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo.
Negli anni 1490-1495, grazie alla pax veneta, il castello perde la sua funzione di rocca e si trasforma in residenza signorile, ampliandosi e costruendo un loggiato interno in stile veneziano.
Inciso sulla pietra simona del portale d'ingresso, oltre allo stemma dei Federici (scacchi d'argento trasversali in campo azzurro) c'è quello dei signori veronesi Della Scala.
Il giardino interno, sul quale si affaccia un loggiato con archi e colonne ricchi di stemmi, presenta un pozzo di raccolta d'acqua piovana.
All'interno sono presenti sale, pareti finemente decorate, soffitti a cassettone con pregevoli decorazioni.
Al di sotto del castello vi erano delle gallerie, oggi parzialmente crollate, che comunicavano con l'esterno, verso il Dezzo e la Casa Caffi, che apparteneva ai Federici del ramo cadetto.
L'importante complesso artistico gorzonese è l'unico castello in Valcamonica rimasto integro in tutta la sua struttura.
Il castello è separato dal gruppo di case della contrada da un muraglione in pietra viva che ha inizio dal portale d'ingresso e prosegue collegandosi con il fianco esterno della chiesa di S. Giovanni Battista. L'ampio portale trecentesco d'entrata è formato da conci in arenaria rossa. Sul muro di cinta alla destra del portale, si trova un concio di pietra disposto orizzontalmente che reca incisa l'iscrizione: 1.6 / 4 / GB.
Superato il portale, concluso il tratto di rampa a selciato è presente sulla destra un secondo muro di cinta, basso e terminato da merli che immette nella spianata antistante al lato sud-est del castello.
Il lato sud-est è costituito a destra da una porzione in pietra viva, una centrale dove è presente la porta di accesso al cortile principale e a sinistra un corpo su due livelli con l'entrata al cortile minore.
Il lato sud-ovest si affaccia sulla forra del fiume Dezzo, presenta le facciate dei due corpi di fabbrica che costituiscono i blocchi formanti il cortile minore del castello. Un muro di cinta a terminazione orizzontale più basso che chiude il cortile minore del castello e che presenta nel mezzo un ampio arco a pieno centro oggi murato, chiude lo spazio fra i due corpi di fabbrica.
La parete destra può essere divisa in tre fasce cronologiche: quella centrale è databile tra la fine del XIII e il primo quarto del XIV; l'estremo lato destro e il lato sinistro possono essere correlate al periodo a cavallo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo XVI.
Il muro della facciata del corpo di fabbrica di sinistra non presenta aperture di particolare rilievo ma nell'angolo in basso a sinistra, è presente una piccola apertura trecentesca che immette su una terrazza esterna.
Il lato nord-ovest è diviso in tre settori con differenti altezze, è fissato su una scarpata di arenaria rossa e si presenta nella sua totalità composto da varie successioni architettoniche tutte riferibili al XIV secolo.
Il lato nord-est è a tre livelli e mostra anch'esso una successione di varie fasi evolutive susseguitesi nel corso del Trecento. Nell'angolo in basso a destra è presente una scaletta con rampa che porta attraverso un pianerottolo ad una porta.
Il paese è ricordato (Ghorzò) nel 1509 nella mappa della Valle Camonica disegnata da Leonardo da Vinci e conservata a Windsor.
Nel 1929 viene aggregato al comune di Darfo Boario Terme.

Nel mese di agosto ad Angone si tiene una sagra con punto di ristoro dove viene servita l'anatra ripiena con verza e polenta, una specialità tipica.
Confina a nord con Pian di Borno a est con Sacca a sud con Erbanno e a ovest con il comune di Borno

Capo di Lago, costituita da un borgo di poche decine di abitanti, è sorto sulle sponde del lago Moro tra le colline delle Sorline e di Rodino alle pendici del Monte Pora.
Presso Capo di Lago passavano antiche strade di comunicazione, tra cui un troncone della via Valeriana costruita dai Romani, che ricalcava in gran parte antichi sentieri battuti da millenni dalle popolazioni autoctone.
Fino al 1959 ha fatto parte del comune di Angolo Terme.
La chiesetta di Sant'Apollonia fu costruita nel Settecento su una cappella preesistente.
Il paese ha una piccolo, ma significativo, indotto dovuto al turismo legato al vicino lago.



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DARFO BOARIO TERME

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Darfo Boario Terme è il più popoloso ed importante centro industriale, commerciale e termale della Valle Camonica. Si sviluppa lungo le due rive del fiume Oglio, alla confluenza di questo con il torrente Dezzo, in un’ampia pianura alluvionale, ai piedi di un imponente massiccio roccioso che culmina con il monte Altissimo.
La collocazione geografica di Darfo Boario Terme alla confluenza del torrente Dezzo, proveniente dalla Val di Scalve, nell’ Oglio e la presenza dei Monticoli a sbarrare il passo fra la media e la bassa Val Camonica ne hanno fatto, fin dall’antichità, un importante centro militare e commerciale.

Attorno al centro, cioè Darfo, Boario Terme, Corna, Montecchio, si sviluppano a raggiera: Erbanno, Gorzone, Sciano, Angone, Fucine, Pellalepre, Bessimo sup. e Capodilago.
I quattro più importanti rioni della città (Darfo, Boario Terme, Corna e Montecchio) sono compatti fra loro e formano una specie di quadrilatero, al centro del quale si trova la località "Isola", che prende il nome dal fatto che è situata in un'ansa del flume Oglio.

Il nome potrebbe derivare da "garf" (terreno franoso), o "dorf", nelle lingue germaniche "villaggio".

La zona era abitata già in epoca preistorica: sono presenti incisioni rupestri presso la località dei Corni Freschi (Attola), ai piedi del Monticolo, e nel Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine.

Sempre a Luine sono state rinvenute terrecotte dell'età del bronzo (1969), mentre altre incisioni rupestri sono state trovate nei pressi del Lago Moro. Sul Monticolo è stata rinvenuta invece un'ascia in bronzo nel 1897.

Scarse sono le notizie in età romana, sebbene si supponga che il fondo valle sia stato a quel tempo disabitato a causa di alluvioni dell'Oglio e la presenza di zone paludose. Di età barbarica è probabilmente la necropoli scoperta nel 1808 presso Corna e le tombe scoperte nel 1939 e nel 1958 presso il Municipio.

Divenne centro importante in età medievale in quanto sede di un porto (presso Montecchio) e del Castello di Montecchio. Nel 1200 è ricordato come burgus fornito di castrum, dove risiedeva la curia, che aveva preso il posto dell'ormai decaduta pieve di Rogno.

Nel 1047 Enrico III elegge Darfo a Corte Regia, e permette che gli abitanti della Val di Scalve continuino l'antica usanza di portare annualmente 1000 libbre di ferro, con la pena per i trasgressori di 100 libbre di oro. In tal modo dovette essere residenza di un rappresentante o vicario imperiale.

Nel 1508 Darfo (Darf) compare nella mappa della Valle Camonica disegnata da Leonardo da Vinci e conservata al Castello di Windsor.

Nel 1591 vi è una contesa con Bovegno circa alcuni pascoli in quota.

Nel XVI secolo il porto venne fortemente danneggiato da una serie di alluvioni.

Dopo la metà del XVII secolo si distacca da Darfo la municipalità di Gianico.

Nel 1830 è eretto il ponte sull'Oglio, a sei arcate, in legno, tra Darfo e Corna.

Nel 1834 una rivolta dei popolani di Darfo si oppose al dominio austro-ungarico, ma venne subito stroncata.

Il 1º dicembre 1923 il disastro del Gleno comportò ingenti danni al paese e la morte di 150 persone. Anche re Vittorio Emanuele III visitò il paese devastato.

Il 15 aprile 1929 al comune vennero aggregati i soppressi comuni di Erbanno e Gorzone. Nel 1959 vennero aggregate la frazioni di Bessimo Superiore e Capo di Lago, staccate dal comune di Angolo Terme.

L'8 maggio 1968 il consiglio comunale cambiò la denominazione del comune in Darfo Boario Terme, ed il 28 gennaio 1969, con decreto del Presidente della Repubblica n.38 venne insignita del titolo di "Città".

Nel 1980 nasce il Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine.

Scendendo lungo i tornanti che da Angolo Terme conducono fino nei pressi delle Terme di Boario si nota Castello Federici, edificato intorno al 1160 su un nucleo edilizio preesistente. Nel castello sono assenti mura difensive e torri, a causa dei numerosi lavori di manutenzione apportati dalla famiglia Federici, e ciò rende la struttura molto più somigliante ad un palazzo signorile che ad una fortezza tradizionale anche se ebbe notevole importanza anche militare vista la sua collocazione a difesa delle strette via d’accesso alla Val di Scalve e alle Valle Camonica. Al momento restano visibili soltanto il basamento di una torre, il sotterraneo a volta ed i presunti imbocchi di due strade sotterranee. All’interno vi sono invece sale decorate con soffitti a cassettone e caminetti artistici. Nel primo cortile un loggiato, un pozzo, una scala in pietra simona e una porta di forma ogivale. Nel secondo cortile due loggiati che si contrappongono sui due lati. In una sala è conserva una galleria di ritratti dei Federici. Nel parco, che circonda l’edificio principale vi è una chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, cappella privata dei Federici, con affreschi, una Natività del ’600 e un paliotto d’altare di Giuseppe Picini.

Il parco del lago Moro si trova nella media-bassa Valle Camonica, tra i comuni di Darfo Boario Terme, nella frazione di Capo di Lago e Angolo Terme nella zona delle Sorline. Esso si trova all’incrocio di due corso del fiume Oglio e del torrente Dezzo, che si immette nel fiume Oglio.
Il lago è lungo 820 m, largo 320 m, profondità di 42,20 m.La sua genesi si deve sia a una base strettamente geologica, di tipo strutturale, sulla quale i processi erosivi dell’ultima glaciazione hanno dato origine al Lago Moro.
Nel Lago Moro si specchiano fantastici boschi formati da diverse tipologie di piante tra cui il castagno, il rovere, la betulla, il ceduo, l’orniello. I boschi ospitano molte specie di animali come la volpe, la biscia, il ragno, gli scoiattoli, i girini, le rane, le talpe; tra i pesci che vivono il lago ci sono il cavedano, la tinca, l’alborella e l’anguilla.
L'Archeopark è un parco tematico polifunzionale. I visitatori, i gruppi, le scolaresche possono svolgere, guidati da animatori, una serie di attività nei laboratori didattici: battere il rame, macinare il grano, cuocere il pane, tirare con l’arco, percorrere ritualmente il labirinto… Il parco State è un grande museo interattivo all’aperto, creato per rivivere il passato attraverso ricostruzioni di insediamenti preistorici realizzate su base scientifica.Si possono rivivere le varie fasi evolutive: dal paleolitico all’età romana attraversando il corso di 15.000 anni di storia. L’intero parco che si sviluppa su uno spazio di circa 100.000 mq, è immerso nella natura, tra boschi di castagni ai piedi e lungo le pendici del Monticolo di Boario Terme.

I centri storici delle numerose frazioni che circondano la cittadina di Darfo Boario Terme conservano un patrimonio artistico davvero importante. Per quanto riguarda Darfo sono da vedere: il convento Queriniano (XVIII sec.) di grande bellezza architettonica con il giardino ed il chiostro interno e con l'ex chiesa di Santa Maria della Visitazione che conserva affreschi dell'Inganni; la chiesa dei Santi Faustino e Giovita ricostruita nel 1656 in stile barocco sulle vestigia della chiesa esistente nel XV sec. contenente numerose opere d'arte: affreschi di G. Teosa, una pala ad olio su tela del Guadagnini e una Deposizione del 1612 o del 1649 attribuibile al Tintoretto, al Paglia, a Palma il Giovane.
A Boario Terme si segnala il santuario della Madonna degli Alpini (ultimato nel 1957) sulla cui facciata campeggia la gigantesca statua, in bronzo dorato, della Madonna col Bambino.
Da visitare a Pellalepre è la chiesa dei Santi Bernardo e Defendente ricostruita all'inizio del XVIII sec. sulla chiesetta quattrocentesca dedicata a San Defendente. L'interno, a navata unica, è ricco di affreschi alcuni dei quali attribuiti al Teosa; la Madonna in trono col Bambino del 1498 è attribuita al Foppa.
A Fucine si segnala la parrocchiale, ultimata nel 1646, dedicata alla Visitazione al cui interno, in stile barocco, sono conservate due statue del Ramus ed un palliotto attribuito al Fantoni; gli affreschi sono invece di G. Teosa.
Montecchio è famoso per il Castello Rocca Federici, di cui restano soltanto la base, alta circa 4 mt., di una torre a pianta quadrata, un ambiente sotterraneo a volte e gli imbocchi di due strade sotteranee. Il Ponte di Montecchio, ultimato nel 1686 su progetto di Francesco Cifrondi, è monumento nazionale. La parrocchiale di Santa Maria Assunta venne edificata nel 1623 sulle vestigia dell'antica parrocchiale distrutta nel 1471 da una frana. Altro monumento nazionale è la chiesa detta dell'"Oratorio" sulla cui parete laterale esterna si possono notare le tracce di un grande affresco del Giudizio Universale mentre all'interno è conservata una Crocifissione attribuita alla scuola del Da Cemmo.
Erbanno, antico borgo medievale, conserva un importante patrimonio artistico. Palazzo Federici conserva alcuni affreschi quattrocenteschi attribuiti alla scuola del Da Cemmo, un camino rinascimentale ed il soffitto composto da 36 tavolette di legno dipinte con figure allegoriche e profili di personaggi maschili e femminili. Casa Ballardini ( XVI sec.) con il suo loggiato con capitelli riccamente decorati; al suo interno vi è la famosa stanza con affreschi del 1600.
Ad Angone è da visitare la parrocchiale dedicata a San Matteo, ultimata nel 1646, sui resti di una chiesa precedente forse del '400. la chiesa è piccola ma contiene opere preziose come il palliotto in legno attribuito allo Zotti e il ciborio e la cornice dell'altare maggiore attribuiti al Ramus.
Il centro storico di Gorzone, nota nei secoli per le cave di pietra Simona, è ricco di opere d'arte custodite in quattro belle chiese e nelle dimore signorili, tra le quali ricordiamo l'imponente Castello Federici. La rocca (ultimata nel 1160) è circondata da un bel parco e da una cinta murata a strapiombo sulla profonda e stretta valle del Dezzo. All'interno vi sono sale affrescate, soffitti a cassettoni e una collezione di ritratti dei Federici. Nel parco sorge una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista. La facciata è in stile tardo romanico mentre l'interno è arricchito da affreschi secenteschi. Un'altra testimonianza viene da Palazzo Minini, ex Federici, al cui interno troviamo una sala con soffitto ligneo a tavolette, antichi affreschi ed un camino del 1520. Fu residenza dei Federici anche Palazzo Rizzonelli (XIV sec.). Situata poco oltre il cimitero la chiesetta di San Rocco fu edificata nel 1522 in onore del santo patrono degli appestati; accanto ad essa furono sepolti i moltissimi morti di peste durante le epidemie scoppiate nel 1575-77 e nel 1630; durante gli ultimi restauri sono riapparsi alcuni ex-voto. La parrocchiale di Sant'Ambrogio, eretta sulle vestigia della chiesa medievale di cui sono ancora visibili un affresco (Madonna che allatta il Bambino) del '400 e il portale laterale in arenaria rossa. Un'altra importante opera è il Sarcofago di Isonno Federici, eretto dopo il 1336, in stile gotico lombardo in ottimo stato di conservazione.
A Corna si può vedere la parrocchiale di San Giuseppe, terminata nel 1926, che conserva affreschi del Longaretti ed una pala del 1611 del Gasparini. Da ricordare anche la chiesetta del Sacro Cuore di Gesù (XVII sec.), detta "Cappellino".
A Capo di Lago, piccolo paese sul lago Moro, si trova la chiesetta di Sant'Apollonia.
A Bessimo Inferiore si segnala la chiesa di San Giuseppe Operaio che custodisce alcuni affreschi del 1700.

Ai piedi del nucleo storico di Erbanno si estende la pianura alluvionale del fiume, oggi densa di abitazioni e di industrie, ma fino a pochi decenni fa destinata a colture agricole. Alcuni millenni fa tale pianura era sede di un bacino lacustre, che si estendeva dall'attuale lago d'Iseo fino a Cividate Camuno. Ciò è accertato, oltre che dalla natura del sottosuolo, anche dalla presenza nelle incisioni rupestri della zona di inequivocabili strumenti di pesca, quali rudimentali reti e gabbie.
Le rocce affioranti che formano i caratteristici Monticoli sono di arenaria rossa, detta anche "pietra Simona", dalla località Simoni di Gorzone dove viene cavata dai tempi remoti. La pietra Simona, elemento fondamentale e caratteristico della natura e del paesaggio della bassa Valcamonica (e di Darfo Boario Terme in particolare) è stata, per la sua naturale disponibilità, di base per 1'arte rupestre. La stessa pietra, che ci ha conservato i messaggi del passato, è stata usata anche per costruire castelli, torri, abitazioni, muri a secco e, tutt'oggi, continua ad essere utilizzata nell'architettura minore, nelle panchine, nelle aiuole, negli oggetti artistici di produzione artigianale e nei monumenti.

I Monticoli hanno più volte protetto la piana di Boario dalle piene del fiume Oglio. II più alto raggiunge m 394.
Il territorio del Comune di Darfo Boario Terme è percorso, oltre che dal fiume Oglio, dal torrente Dezzo, dal Rovinazza, dal Budrio, dal Re, dall' Ogliolo e dal canale idroelettrico Italsider. Fiumi e torrenti hanno causato, fin dai tempi antichi, seri danni con le loro inondazioni. E sufficiente ricordare i gravissimi disastri provocati dal crollo della diga del Gleno (1 dicembre 1923) e dall'alluvione del 16 settembre 1960.

Il Museo degli Alpini nasca negli anni 2001-2002, quando le Truppe Alpine erano comandate dal Gen.C.A. Roberto Scaranari (attuale Presidente del Museo), si fece largo l'idea di trasformare quella raccolta, importante ma un po' disordinata ed a carattere pressoché familiare, in un Museo vero e proprio, regolarmente riconosciuto e costituito con atto notarile depositato.
Oggi il Museo è una realtà, anche se in crescita e abbisognevole di tanto lavoro. I progressi sono quotidiani, grazie alla dedizione di tanti amici volenterosi e degli Alpini in congedo dei Gruppi di Fucine, Darfo-Boario Terme ed Angone e, soprattutto, grazie agli stanziamenti ottenuti dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Brescia e dal Comune di Darfo-Boario Terme.

La squadra di calcio del paese, l'Unione Sportiva Darfo Boario, nata nel 1937 è una delle prime società calcistiche della Val Camonica.


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mercoledì 3 giugno 2015

CURIOSANDO PER SESTO SAN GIOVANNI

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« O beato di Sesto aer sincero,
O tranquilli recessi ove l'orrende
Sue nebbie il turbo cittadin non sente,
E franco brilla il cor, franco il pensier! »


« Arrivò a Sesto, sulla sera; nè pareva che l’acqua volesse cessare. Ma, sentendosi più in gambe che mai, e con tante difficoltà di trovar dove alloggiare, e così inzuppato, non ci pensò neppure. La sola cosa che l’incomodasse, era un grand’appetito; chè una consolazione come quella gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del cappuccino. Guardò se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe due pani con le molle, e con quell’altre cerimonie. Uno in tasca e l’altro alla bocca, e avanti. »
(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Cap. XXXVII)


Il Monastero di San Nicolao, denominato anche Monastero di San Nicolò, era un monastero presente a Sesto San Giovanni, risalente alla fine dell'XI secolo. Si trattava di un monastero cistercense femminile e dipendeva, come altre chiese di Sesto, dalla Basilica di San Giovanni in Monza; nel XII secolo le monache intrapresero una dura battaglia contro le decime imposte dalla chiesa monzese. Nel 1511 Papa Giulio II sopprime il preesistente convento e lo unisce al monastero della S.S. Annunziata di Milano, retto dalle Canonichesse Lateranensi. Nel 1797, con la Repubblica Cisalpina, Napoleone ne ordinò l'alienazione, che avvenne nel 1802.

La tradizione popolare per molti secoli ha attribuito la fondazione del monastero di San Nicolao a Santa Marcellina, sorella di Sant'Ambrogio.

Nei secoli l'edificio del monastero ha subito gravi danni causati da incuria e da diversi cambi di destinazione d'uso; nel 1962 è stata demolita la piccola chiesetta romanica presente nel complesso del monastero e nel 2010 la struttura muraria ancora esistente è stata oggetto di un intervento di risanamento e riqualificazione.

A Sesto San Giovanni troviamo le seguenti chiese :
Chiesa di Santa Maria Assunta
Chiesa di San Giuseppe
Chiesa di Santa Maria Nascente e Beato Giovanni Mazzucconi
Chiesa di San Giorgio alle Ferriere
Chiesa della Resurrezione di Gesù
Chiesa di San Giovanni Battista
Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice
Chiesa di San Giovanni Bosco
Chiesa del Ss. Redentore e San Francesco

Chiesa di San Carlo Borromeo

Sesto San Giovanni è la sede del Campo Nord-Italia della Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno.

Oltre al caratteristico centro storico, a Sesto San Giovanni è possibile ammirare:
Villa Visconti d'Aragona, originaria del XVI secolo e attualmente utilizzata dai servizi comunali come biblioteca. La Villa conserva pregevoli sale con affreschi.
La Chiesa Parrocchiale, di antica fondazione, al cui interno è possibile ammirare interessanti opere d'arte.
Villa Pelucca, risalente al XVI Secolo, che vanta una Capella completamente affrescata da Bernardino Luini, l'allievo prediletto di Leonardo da Vinci.
Villa Puricelli Guerra, sede della prima filanda della città.


La Villa Torretta (origini medievali), di proprietà, nel corso dei secoli, di nobili famiglie milanesi, nel 1903 viene acquistata dalla Società Breda; conserva interessanti affreschi; oggi è sede di un importante e rinomato hotel di lusso.

Villa Mylius è una villa nobiliare del XVIII secolo. Si tratta della tipica villa di delizia, nobile dimora suburbana per soggiorni e villeggiature. La costruzione è orientata verso canoni neoclassici ed è costituita da un lungo corpo rettangolare a due piani. Dell'originario schema tradizionale a "U" è rimasto il solo corpo centrale, mentre delle due ali non è rimasta alcuna traccia. Nel tempo, accanto al corpo centrale, sono stati costruiti due edifici laterali perfettamente inseriti nell'architettura generale. Su uno di questi edifici è costruita una piccola torre, utilizzata, nei suoi ultimi anni di vita, dall'astronomo Barnaba Oriani per i suoi studi. Il complesso comprende anche un piccolo giardino botanico, il Giardino di Villa Mylius.

Verso la metà del XVIII secolo la villa sorse su un vasto appezzamento agricolo nel centro dell'allora borgo di Sesto. Non si conosce il nome della famiglia che commissionò la costruzione della villa. All'inizio del XIX secolo, Enrico Mylius divenne il proprietario della villa, dove decise di stabilirsi con la famiglia. Enrico Mylius era solito ricevere nella villa esponenti della cultura del periodo, la stessa attenzione filantropica caratterizzò anche la vita degli eredi di Mylius, in particolare della nuora Sophie che fece della villa il centro di veri e propri salotti intellettuali.

Nel 1921 la villa venne acquistata dal comune di Sesto San Giovanni e divenne la sede del municipio. Negli anni del fascismo sulla balconata della villa venne installata una mitragliatrice: un cambiamento brutale, non solo per la società, ma per la villa stessa. In quegli anni infatti molti degli affreschi, delle decorazioni floreali, degli stucchi e dei rosoni dorati finirono sotto una strato di calce. Nel 1954 l'allora sindaco Abramo Oldrini lesse, dalla balconata della villa, il documento ufficiale che proclamava Sesto San Giovanni città. In seguito, villa Mylius divenne prima sede dei vigili urbani e poi sede dell'ISEC.

Villa Puricelli Guerra è una villa del XVIII secolo con aggiunte del secolo successivo in stile neogotico e si sviluppa attorno a due cortili: il primo rappresenta la corte nobile, dove si articola la villa con tipica disposizione a "U", il secondo è invece delimitato da un corpo settecentesco e da un edificio neogotico. Sono conservati all'interno della villa delle tracce di affreschi, in quanto molti sono perduti, così come altri elementi decorativi, a causa dei diversi riadattamenti che nel XX secolo hanno trasformato parte della struttura originaria in abitazioni private.

Le prime notizie della villa Puricelli Guerra si riscontrano nella mappa catastale del 1721, nel periodo di Carlo VI, da dove risulta che la villa apparteneva all’ordine dei Gesuiti (come anche altri edifici storici di Sesto come la cascina Baraggia e la cascina Parpagliona) e sorgeva sui resti di una costruzione datata intorno all’anno mille. Nel 1773, tutti i possedimenti passarono a Maria Teresa d'Austria e a suo figlio Ferdinando. Nel 1797, dopo la venuta di Napoleone nel nord Italia, Giuseppe Manara divenne il proprietario della villa. Alla morte di Manara, la proprietà passa, nel 1812 a Giuseppe Puricelli Guerra che non si limitò ad amministrare i propri possedimenti, ma li rese innovativi e produttivi: nel 1832 infatti, nella corte della villa venne aperta una filanda, in seguito ammodernata nel 1840. La filanda chiuse nel 1890, dopo circa sessant'anni di attività, a causa della crisi generale del settore.

Nel 1923 la villa fu venduta alla Ercole Marelli, che l’adibì ad abitazione per operai e come dopolavoro aziendale. Nel 1970 il comune di Sesto San Giovanni acquista la villa e ne destina una parte ai servizi sociali e un'altra parte a una comunità di intervento sociale. Con i lavori di ristrutturazione, nel 1995, vengono individuati muri databili attorno all’anno mille e parti di un pavimento stradale del XIV e XV secolo.

Villa Campari, conosciuta anche come Casa Alta, è una villa nobiliare del XIX secolo. L’edificio, originariamente con mattoni a vista, ha uno stile vagamente neoclassico che rimanda alla fine del XVIII secolo. Accanto all’edificio principale venne costruito un sopralzo con alcune colonne in stile romanico. I diversi ambienti interni della villa sono ben distribuiti e comunicanti tra loro; la pavimentazione presenta molti disegni geometrici e colori. Ai lati della villa, verso il parco, i vecchi proprietari collocarono tredici effigi degli imperatori che governarono su Roma e Bisanzio, scolpite su marmo.

Il corpo centrale della villa è su due piani, con due ali poco più basse che formano una corte a "U" chiusa dalla cancellata in ferro battuto. Al centro del corpo centrale sorge una torretta che permetteva di liberare lo sguardo sino alle colline brianzole.

La villa Campari venne costruita nel 1826 dall'illustre famiglia patrizia milanese degli Arese-Lucini. Da subito viene chiamata Casa Alta. Nel 1903 la villa diventa proprietà di Davide e Guido Campari, che stabiliscono qui la loro abitazione, mentre nell'area del parco costruiscono la nuova e moderna fabbrica di liquori.

La Campari compie negli anni ottanta un primo attento e particolareggiato restauro. La villa conserva all’esterno il suo aspetto originario e al suo interno è ancora arredata con mobili, quadri e oggetti già presenti nel 1903, all’atto dell’acquisto, o successivamente aggiunti dalla famiglia Campari.

Nel XXI secolo, la sede storica e l'aria circostante la villa, sono state oggetto di un intervento urbanistico omogeneo a cura dell'architetto Mario Botta e dell'architetto sestese Giancarlo Marzorati. La villa, completamente ristrutturata sia negli esterni che negli interni e negli arredi, è sede di un ristorante e al suo interno sono ospitati eventi e corsi enogastronomici.

Villa Zorn fu costruita nei primi dell’ottocento dalla famiglia Marzorati che vi visse per oltre cinquant'anni. Nel 1870 venne ceduta agli Zorn, una ricca famiglia austriaca che viveva a Milano e che arricchì il parco antistante la villa di varietà rare e pregiate di piante. Sul lato nord del parco fece allestire un montagnetta dalla quale si poteva contemplare il paesaggio agricolo circostante.

Villa Zorn ha una foggia neoclassica e la sua struttura è un impianto a blocco lineare con la parte centrale più elevata. Il salone da ballo, cuore della villa, si trova al piano terra. Il parco, noto un tempo per la varietà di piante, conserva ancora alcune tracce dell’originario impianto romantico, come la fontana all'estremità sud. Attualmente è stato trasformato in un giardino pubblico.

La Villa Vigoni-Zoffa fu costruita agli inizi  del XVII secolo, oggi si possono ammirare solamente alcuni ruderi in un giardino pubblico.
La Villa Gaslini fu costruita all'inizio XIX secolo, di proprietà della nobile famiglia dei Gaslini, oggi è scomparsa.
Il Villaggio Falck è un villaggio operaio costruito dall'omonima fabbrica su un preesistente villaggio industriale, il Villaggio Attilio Franco del 1906.
Il Municipio (1961-67) e il Monumento alla Resistenza sono opere di Piero Bottoni.
La sede storica della Campari, di cui rimane la sola facciata, è stata ammodernata a partire dalla seconda metà degli anni novanta, su progetto dell'architetto Mario Botta.
Il Monumento al Deportato, opera dell'architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso presso il Parco Nord Milano.
Il Parco archeologico industriale ex-Breda, un museo diffuso sul territorio che un tempo ospitava gli stabilimenti tra Sesto e Milano. Ne fanno parte il Museo dell’Industria e del Lavoro, l'Archivio Giovanni Sacchi, il Carroponte, una Locomotiva Breda 830 e lo Spazio MIL, al cui interno è collocato un maglio a vapore della Breda dalla potenza di 1500 kg/m.

Al confine con i comuni di Bresso, Cinisello Balsamo e Milano sorge il Parco Nord Milano, vasto parco (circa 600 ettari), dal 1975 parco regionale della regione Lombardia. Lungo l'asta del Lambro, che scende da Monza toccando Brugherio e Cologno Monzese è situato il Parco Media Valle del Lambro, di rilevanti contenuti naturalistici ma soprattutto di archeologia industriale. Sesto è il comune capofila del consorzio che lo gestisce.

A Sesto San Giovanni ha sede la società Pro Sesto, fondata nel 1913, militante in serie D.

Le Società di pallacanestro che hanno sede nel Comune sono: la POSAL, fondata nel 1955 che partecipa al campionato regionale di serie C2 e la Rondinella Basket, fondata nel 1963 che dalla stagione 2015/2016 disputa anch'essa il campionato di serie C regionale. Nel basket femminile Sesto è rappresentata dalla Geas Basket che milita in serie A3, dopo aver giocato molti anni in serie A1.

Il primo maggio si disputa la gara di marcia Coppa Città di Sesto San Giovanni, in cui gareggiano molti dei migliori marciatori internazionali.




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