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venerdì 3 luglio 2015

CAPO DI MONTE

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Capo di Ponte è un comune della Val Camonica si inserisce nel sistema delle incisioni rupestri della Valle in quanto possiede sul suo territorio ben tre parchi rientranti nel sito segnalato dall'UNESCO.

Capo di Ponte deve il suo nome alla posizione geografica di alcune case antiche poste ad occidente del ponte sul fiume Oglio verso la frazione Cemmo. L'attuale paese copre invece l'altra sponda del fiume, espandendosi ad est.

Il comune è attraversato da nord a sud dal fiume Oglio, nel quale su immettono il torrente Clegna, proveniente da ovest ed il torrente Re proveniente da est.

Il Comune di Capo di Ponte comprende le Frazioni di Cemmo e Pescarzo; è circondato da montagne tra le quali il Pizzo Badile (m 2435) a sud-est e la Concarena (m 2549) a sud-ovest.

Tra il XI secolo ed il XIV Capo di ponte non era comune a sé stante, ma periferia di Cemmo; il suo territorio faceva parte del priorato di San Salvatore delle Tezze.

Nel 1315 la palude di Imesigo, che si estendeva nella piana di Capo di Ponte fino a Sellero, venne coperta dalle alluvioni del torrente Re.

Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.

Nel 1698 Padre Gregorio Brunelli afferma che l'abitato di Zero (o Serio), che sorgeva lungo le sponde del torrente Re, ad oriente del paese odierno, venne spazzato via da un'inondazione dello stesso. Zero è ricordato l'ultima volta nel 1374, quando i suoi territori vengono affidati come decima ai Botelli di Nadro.

Con la caduta della Repubblica di Venezia nasce il "comune di Capo di Ponte" (1797-1798), che cambierà nome precocemente in "comune di Cemmo e Capo di Ponte" (1798 - 1815) e sotto il Regno Lombardo Veneto in "comune di Capo di Ponte e Cemmo" (1816 - 1859). Sotto il Regno d'Italia assumerà definitivamente il nome di comune di Capo di Ponte (dal 1859).

Cemmo è situata a destra del Fiume Oglio, ai piedi del Monte Concarena.
Fu uno dei primi centri abitati della Val Camonica, come dimostrano le numerose incisioni rupestri presenti sul territorio; attualmente è popolato da circa 600 abitanti. È sede della Pieve di San Siro, parrocchiale fino al secolo XVI.
La Chiesa Parrocchiale, dedicata a Santo Stefano e posta nel centro dell’abitato, fu eretta nel secolo XVI.
Buona parte del nucleo centrale di Cemmo è occupato dal Convento e dagli spazi scolastici delle Suore Dorotee da Cemmo, che qui hanno la loro Casa-Madre. L’originario nucleo monastico ebbe origine nel XVII secolo e nei tempi successivi si è ingrandito fino a inglobare quasi completamente la parte alta del Paese.
Il 6 marzo 1206 la famiglia Avogadro riceve dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo l'investituta della corte di Cemmo, Mù, Pisogne e Gratacasolo.
Sabato 4 aprile 1299 Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi, si trasferisce da Edolo a Cemmo per continuare la stesura dei beni vescovili in Val Camonica. I consoli ed i vicini di Cemmo e di Pescarzo giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. A breve saranno chiamati a far lo stesso atto le comunità di Cerveno, Cimbergo, Paspardo, Paisco Loveno, Nadro, Saviore, Berzo Demo, Grevo e Sellero. Il castello di Cemmo era affidato alla custodia degli uomini di Pescarzo e Sellero. Sono enumerati 40 manenti.
Il 14 ottobre 1336 il vescovo di Brescia Jacopo de Atti investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Incudine, Cortenedolo, Mù, Cemmo, Zero, Viviano e Capo di Ponte a Maffeo e Giroldo Botelli di Nadro.
Alla pace di Breno del 31 dicembre 1397 i rappresentanti della comunità di Cemmo, Tonerio Bonfadini e il notaio Giorgio Orsatti, si schierarono sulla sponda ghibellina.
Il 17 settembre 1423 il vescovo di Brescia Francesco Marerio investe iure feudi dei diritti di decima nei territori di Monno, Cevo, Andrista, Grumello, Saviore, Cemmo, Ono, Sonico, Astrio, Malegno, Cortenedolo, Vione, Incudine e Berzo Demo a Bertolino della Torre di Cemmo.
Cemmo nel XIV secolo era chiuso dalle porte Nosedema, Azema e Nosmola sul Clegna.
Il centro storico di Cemmo è uno dei più belli della Val Camonica, presentando numerosi edifici antichi addossati l'uno all'altro, con portali, tetti a spioventi, cortili. Ogni anno a giugno si svolge la manifestazione "4 Porte 4 Piazze", che porta a scoprire l'antico paese sviluppandosi su un percorso attraverso i quattro antichi portali e le quattro piazze principali del borgo. Una di queste è Piazza Morciuolo nella quale, circondata da antichi caseggiati, domina la scena un'antica fontana coperta tradizionale con lavatoio. La piazza più grande e centrale è antistante alla chiesa parrocchiale dedicata a Santo Stefano, e presenta anch'essa una grossa fontana in pietra. Da qui si raggiunge velocemente l'istituto scolastico delle suore Dorotee che col convento ad esso affiancato occupa gran parte della zona alta del paese. A strapiombo sul torrente Clegna si trova la chiesa di Santa Maria, davanti alla quale si trova una altra piazzetta con fontana e lavatoio, mentre dal parcheggio accanto si può ammirare un panorama sulla contrada "Furen": un gruppo di antiche case poste nelle vicinanze dei resti di un antico forno fusorio. Questa contrada è una viva testimonianza dell'architettura rurale tradizionale Camuna. Lungo via Santa Maria Vecchia sorge invece lo Spiazzo della Berlina, piccola piazza così chiamata perché vi si svolgevano un tempo i processi pubblici, e in cui aveva sede l'antico municipio di Cemmo. Sulla sponda opposta del torrente Clegna si estende una verde zona di campagna, chiamata Inimara, ricca di sentieri e stradine con "broli".
La Parrocchiale di Santo Stefano è di originaria struttura romanico-lombarda, rimaneggiata a partire dalla visita di San Carlo nel XVI secolo.
La Chiesetta di Santa Maria ed Elisabetta, posta su un dirupo sul torrente Clegna, è del XII-XIII secolo. Vi sono tele attribuite al Bate e numerosi ex voto.
Chiesa degli umiliati, del secolo XIII, riportata in un documento del 1344. Venne alienata con la soppressione dell'ordine nel 1570.
La Pieve di San Siro, di età romanica è a strapiombo sul fiume Oglio.
A Cemmo troviamo il Parco archeologico comunale di Seradina-Bedolina e il Parco archeologico nazionale dei Massi di Cemmo.
Pescarzo sorge sulla sponda nord della valletta del Clegna, in posizione dominante sulla media Valle Camonica, a ridosso di un piccolo altipiano. Il borgo medioevale di Pescarzo è il luogo che sa farci riconoscere la nostra identità. Camminando tra i vicoli, qualcosa di straordinario pervade l’anima del visitatore: un’armonia tra luogo ed espressione, nei semplici gesti degli artigiani, tra i sorrisi dei bimbi e gli sguardi pieni di storia degli anziani. Pescarzo è rimasta a testimoniare per secoli il senso della nostra storia e continua a darci la possibilità di immergerci in tanta purezza.
Sabato 4 aprile 1299 i consoli della vicinia di Pescarzo si recano ad Cemmo dove è presente Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi. Qui giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. Assieme agli uomini di Sellero dovevano far da guardia al castello di Cemmo.
Il borgo attuale è di struttura medievale, ma è stata rinvenuta una abitazione alpina dell'età del ferro che conferma l'antropizzazione della zona già a quel tempo. I reperti sono conservati al Museo di Cividate Camuno.
Nel 1987 si è proceduti in un progetto pilota di restauro conservativo, al fine di valorizzare il centro storico del paese.
La Parrocchiale di San Vito, Crescenzio e Modesto è una costruzione seicentesca fatta erigire su consiglio di San Carlo Borromeo.
L'Oratorio di San Rocco è ormai diroccato.
Il paese era famoso per l'estrazione di ardesia (piòda in dialetto camuno), un tempo usata per i tetti delle case. Alla fine del seicento Gregorio Brunelli cita la copiosità di questa pietra predona.

Il monastero di S. Salvatore sorge sulle pendici di un monte, dalla parte sinistra del fiume Oglio, seminascosto dagli alberi, in un luogo dal fascino misterioso, considerato sacro fin dall’antichità. Del secolo XI-XII, è un gioiello del romanico borgognone in Italia, con decorazioni che denunciano l’influenza francese: equilibratissimo nelle forme, con il tiburio ottogonale che si erge con la severità di una torre ingentilito da bifore. L’interno, a tre navate con transetto e cupola a pennacchi, ha un abside centrale affiancata da due più piccole e basse. La copertura originaria è rimasta solo nelle navate laterali, mentre quella centrale è con volte a crociera. L’apparato decorativo è molto ricco: si possono ancora ammirare le sculture del portale e dei capitelli interni su cui sono incisi rapaci, ippogrifi, sirene e motivi vegetali; le decorazioni pittoriche purtroppo sono andate perdute. Il monastero è di proprietà privata a partire dalla fine del ‘700.

La Pieve di San Siro è posta su uno stretto ripiano a strapiombo sul fiume Oglio, in una posizione dominante la Valle. E’ la chiesa più antica della Valcamonica: studi recenti la fanno risalire al periodo tra l’XI e il XII secolo, come felice espressione di un romanico lombardo ormai maturo. La chiesa ha subito alcune trasformazioni durante il XV secolo, quando è stato costruito anche il possente campanile. La costruzione, compiuta con conci di pietra locale talvolta decorati, comprendeva anche un tetto ormai andato perduto (quello attuale è un rifacimento dei primi del Novecento).

L’entrata principale è posta sul lato sud, perché la facciata è completamente addossata alla parete rocciosa; le tre absidi sporgono maestosamente sul precipizio sottostante. Il portale monumentale è ampiamente decorato con motivi faunistici e vegetali mentre sui due lati, ai piedi delle mura, sono posti un leone ed un agnello, simboli di forza e di misericordia. L’impianto interno è a tre navate, separate da colonne in marmo di Vezza, e terminanti in tre absidi affiancate, con una cripta sotterranea. La parete opposta è occupata da un’imponente gradinata, che serve a coprire la roccia sottostante. La chiesa era decorata con affreschi ormai quasi completamente perduti, a parte il meraviglioso “Crocifisso” del XIV–XV secolo sulla controfacciata. Addossata alla chiesa c’è una piccola abitazione, forse dimora di un eremita, chiamata “Cà del Rumit”, dalla quale si può accedere al campanile.

La chiesa delle sante Faustina e Liberata (anche semplicemente delle Sante) si trova sul versante sinistro del fiume Oglio.
L'attuale struttura risalente al Seicento poggia su una precedente cappella romanica, ora scomparsa tranne per un frammento di abside contenente alcuni affreschi.
L'interno si presenta a navata singola con volta a botte; contiene delle cappelle laterali con pale attribuite a Lorenzo Marbello. Presso l'altare maggiore vi è un paliotto in cuoio rappresentante le due Sante, mentre sopra l'altare vi è una pala raffigurante l'ascensione, che è attribuita a Palma il Giovane.
All'esterno della chiesa, in una cappella, vi è un grande masso riportante sei impronte di mano incise. Secondo la tradizione esse rappresentano le mani delle Sante Faustina e Liberata e di San Marcello che impedirono alla pietra di franare sul villaggio di Serio. Secondo gli studiosi queste impronte sono invece di origine preistorica, facenti parte del contesto delle incisioni rupestri della Valle Camonica.

Il Museo didattico di arte e vita preistorica di Capo di Ponte viene fondato dall'archeologo Ausilio Priuli al fine di far conoscere la storia e la vita delle genti alpine e camune preistoriche.
Il museo contiene una ricca collezione di calchi e rilievi delle rocce istoriate della zona, un laboratorio archeologico didattico sperimentale ed una ricostruzione di un villaggio preistorico del neolitico sulla sommità di una collina rocciosa dominante la media Val Camonica.

Tra Capo di Ponte e Cemmo, in una piccola radura sulla strada che porta al cimitero, si trova il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo aperto nell’ottobre del 2005.
Al suo interno sono collocati due grandi massi incisi dagli antichi uomini della Valle Camonica nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.), probabilmente dopo aver assistito alla frana della parete rocciosa che ha comportato il distacco di questi due grandi massi.
Il sito, già segnalato dal geografo Laeng nel 1914 nella Guida su Piemonte del Touring Club Italiano, è stato oggetto per molti anni di scavi e ricerche che hanno portato alla scoperta di frammenti di stele e,negli scavi condotti dal 2000 al 2005, è stato portato alla luce un santuario megalitico, costituito da un imponente recinto murario semicircolare che chiude l’area dei Massi connotata da numerose altre stele istoriate, alcune integre, altre frammentarie.

La manifestazione 4 Porte 4 Piazze si svolge ogni anno all’inizio del mese di Giugno ed è nata per riscoprire e valorizzare la storia e le tradizioni di Cemmo, uno dei più antichi paesi della valle.
Attraverso un percorso di circa due km che si snoda per la vie del paese il visitatore rivive il passato del borgo e può gustare alcuni piatti preparati con metodi tradizionali e accompagnati dai vini della vallecamonica.
L’ingresso è libero e gratuito. E' possibile assaggiare nelle singole piazze i piatti proposti.
L’inizio della passeggiata, presso l’ex convento dei frati Umiliati e l’annessa chiesa di San Bartolomeo, è caratterizzato dalla ricostruzione di una delle quattro porte che in epoca medievale consentivano l’accesso al borgo fortificato, e quattro sono le piazze in cui è possibile assaggiare i piatti tipici proposti.
Case antiche abitate un tempo da nobili famiglie (Belotti, Visnenza, Zitti), sono aperte per l’occasione e offrono piccoli tesori di arte e architettura rurale, una di queste, casa Zitti, ospita la Fondazione Annunciata Cocchetti, attiva da molti anni nel campo dello studio e della promozione culturale del territorio.
Le 5 chiese del paese sono aperte e visitabili, così come il convento delle suore Dorotee, che ospita anche un ricco museo etnografico.
Lungo il percorso si possono visitare ambienti dove le botteghe e le officine di un tempo sono ricostruite seguendo le tradizionali attività delle famiglie cemmesi.
Nel corso delle serate spettacoli di rievocazione storica, di musica e folclore, accompagnano i visitatori lungo il percorso, segnalato dalla luce naturale di fiaccole in cera e da bandiere dei colori che distinguono i quartieri.
Appena fuori il borgo è possibile visitare i Massi di Cemmo, prime rocce incise scoperte 100 anni fa, per le quali la Vallecamonica è stata insignita dall’Unesco del riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità.
Nei tre giorni è possibile anche visitare la Pieve di San Siro, vero gioiello dell’architettura romanica lombarda, costruita nel XI-XII secolo su uno sperone roccioso a picco sul fiume Oglio.

Quaranta giorni dopo Pasqua si tiene la fiera del giovedì dell'Ascensione (fiéra della Sensa, forse ispirata alla veneziana Festa della Sensa): tradizionalmente era una fiera del bestiame, oggi è un giorno di mercato che occupa tutte le vie del paese.



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giovedì 2 luglio 2015

IL PARCO LUINE



La collina di Luine-Crape-Simoni (su cui è collocato il parco di Luine) è tagliata da un lato dal fiume Dezzo e dall'altra è delimitata dal fiume Oglio, mentre ad Ovest un leggero avvallamento la separa dalla collina su cui sorge il castello di Gorzone.

Sul pianoro, numerose sono le superfici rocciose affioranti che morfologicamente ne caratterizzano l'ambiente, creando piccole valli e segnandone gli spazi.
E' su queste grandi pagine rocciose che sono impresse le Incisioni Rupestri Preistoriche.

La collina di Luine si viene delineando in Epoca Paleozoica in seguito al deposito di sedimenti permiani (soprattutto arenarie) che si accumulano in questa fase; successivamente, vennero coperti, durante il Triassico-Giurassico, da un alto strato di carbonati.

I grandi movimenti vulcanico-plutonici del Terziario, lambirono anche la Valcamonica generando l'innalzamento del massiccio dell'Adamello e portando localmente, a Luine, limitati canali eruttivi.

La morfologia generale del luogo era già abbozzata nel Miocene: si deve tuttavia attendere il Quaternario, con il veloce scioglimento dei ghiacci, perché l'irruenza dei corsi d'acqua configurasse il corso vallivo ed anche l'attuale, spigolosa morfologia della collina, con "tagli" che i due fiumi determinano tuttora alle sue fiancate.

E' solo a partire dal XII-X millennio a.C. che si viene definendo l'attuale solco vallivo, con la flora che gradatamente ricoprì le pareti rocciose, ammorbidendole.

Poi, a partire dal XII-X millennio a.C., gruppi di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici seminomadi penetrarono la Valle lasciando qui, a Luine, le prime istoriazioni rupestri.

Successivamente la zona fu momentaneamente abbandonata, per divenire nuovamente luogo istoriativo con la fine dell'epoca Neolitica (IV millennio a.C.) e soprattutto con l'età del Bronzo (II millennio a.C.) e del Ferro.

Questi ritorni successivi dell'Uomo in un medesimo contesto a distanza di millenni, porta ad ipotizzare che Luine rispondesse ad una serie di "requisiti" morfologici richiesti alle aree destinate ai riti istoriativi.

Luine divenne quindi, nella preistoria, una sorta di "collina sacra" per le popolazioni locali.

Le prime segnalazioni di istoriazioni rupestri risalgono agli anni 50 (Süss e Laeng) anche se si deve al Prof. Anati (Centro Camuno di Studi Preistorici) lo studio sistematico dell'area e la sua scoperta scientifica negli anni 70-80.
Sugli affioramenti di pietra Simona, dal caratteristico colore viola, si contano più di 100 pannelli istoriati.
A Luine si possono vedere le più antiche incisioni rupestri del ciclo camuno, risalenti al periodo mesolitico, forse eseguite da cacciatori seminomadi che hanno utilizzato la valle come territorio di caccia sul finire delle grandi glaciazioni. Successivamente la zona fu abbandonata per diventare nuovamente luogo di culto e incisione verso la fine del Neolitico e soprattutto nell’età del Bronzo e del Ferro.
Le rocce principali sono dotate di cartellonistica esplicativa e tutti i percorsi sono ben segnalati e mantenuti. La grande roccia 34 è un’enorme superficie inclinata che le incisioni ricoprono quasi completamente, abbracciando l’intero ciclo artistico camuno: dalla grande sagoma di animale databile a circa 10.000 anni fa, ai guerrieri di età del Ferro del I millennio a.C.
Quasi tutto il repertorio camuno si concentra su questa roccia, considerata fra le più belle della Valle Camonica. Nella parte alta si leggono le grandi sagome di guerrieri a corpo quadrato (alte quasi un metro) risalenti alla fine dell’età del Ferro; sotto, si trovano grandi reticoli affiancati da figure di duellanti più piccole. Si leggono chiaramente figure più enigmatiche: un meandro, un labirinto e una rosa camuna, mentre un mammellone sporgente ospita una composizione di armi di età del Bronzo. Nelle limpide giornate invernali, la vista dal basso di questa roccia emoziona e toglie il respiro.
Sempre a Luine è documentata un’importante fase neolitica, ma soprattutto una quantità eccezionale di raffigurazioni di armi e composizioni geometriche di età del Rame e del Bronzo. Fra queste ultime spiccano senza dubbio le non comuni rappresentazioni di alabarde, oggetti di prestigio rimasti in uso non oltre l’antica età del Bronzo (inizi del II millennio a.C.).

L’area del masso dei Corni Freschi, sulla riva destra dell’Oglio alla base della collina del Monticolo, fa parte del complesso di siti di culto che nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.) caratterizzano diverse località della Valle Camonica.
Il masso, segnalato nel 1961 da Emmanuel Anati, è un grande blocco di arenaria precipitato dal versante roccioso alle sue spalle: al centro della parete verticale è stata incisa una composizione di nove alabarde, dalla quale deriva l’altro nome con il quale viene indicato: “Roccia delle alabarde”. Le armi sono state incise a grandezza pressoché naturale, con lame che vanno da 25 a 30 cm di lunghezza circa.
Simili contesti, nei quali grandi massi staccatisi da pareti sono stati incisi e sono divenuti parte integrante di aree sacre, sono noti anche in altre località della Valle Camonica: a Cemmo di Capo di Ponte e presso la roccia 30 di Foppe di Nadro, nel comune di Ceto. I confronti tipologici ed iconografici, sia con analoghe armi rinvenute in contesti di scavo (Villafranca – VR) sia con raffigurazioni simili incise su altri massi della Valle Camonica (la stele Cemmo 3), hanno permesso di datare le istoriazioni dei Corni Freschi alla fine dell’età del Rame (seconda metà del III millennio a.C.).

Nel 2002, prima di iniziare i lavori di restauro conservativo, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha effettuato un saggio di scavo alla base del masso, per verificare l’esistenza di un eventuale piano di calpestio coevo alle incisioni e ottenere informazioni sulle caratteristiche del sito.
Il sondaggio, scavato in corrispondenza della porzione incisa, non ha permesso di rinvenire indizi legati alla frequentazione del sito poiché l’area, prossima al corso del fiume, era lambita dall’acqua che ha irrimediabilmente asportato qualsiasi traccia. Tuttavia è stato effettuato un importante ritrovamento. A circa 30 cm di profondità dall’attuale piano di campagna, all’interno di un gradino naturale della roccia che definisce una sorta di cornice ovale, è stata scoperta una seconda composizione di figure incise: quindici pugnali affrontati (lunghi da 20 a 25 cm), con le lame rivolte verso il basso, disposti in modo da riprendere lo schema della soprastante composizione di alabarde. I pugnali, con pomolo tondo e lama triangolare a lati rettilinei con spalle oblique, sono cronologicamente coevi alle alabarde e quindi anch’essi riferibili alla tarda età del Rame.
Uno scavo più esteso condotto davanti al masso, preventivo all’allestimento del sito, ha mostrato residue presenze archeologiche (un focolare ed un buco di palo) ed ha permesso di notare che le due composizioni di armi sono state incise in posizione centrale rispetto alla superficie del masso, quasi a volerne sottolineare l’importanza. Oltre allo scavo archeologico sono state effettuate anche analisi dei resti pollinici, che hanno consentito di ipotizzare la presenza, di fronte al masso, di una sorta di piccolo bacino con piante lacustri.


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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : LANZO D' INTELVI

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Lanzo d'Intelvi è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

La non spettacolare e pur antichissima storia della Valle d’Intelvi inizia con le tracce dei Cacciatori/Raccoglitori del Mesolitico recente (6000 a.C.) rinvenute nel paese di Erbonne.

Alla Protostoria appartengono invece i misteriosi Massi Cupelliformi; questi grossi ed enigmatici sassi con bacinetti scavati nel granito hanno forme varie e sono posti in molteplici facce del masso; fanno discutere storici ed archeologi da molto tempo.

I resti del castelliere del Caslè, probabilmente legati a etnia celtica, sono databili intorno al 1000 a .C.; del successivo periodo gallo romano sono le tombe di Schignano, Erbonne e Pellio Superiore (I sec a. C.). In epoca romana la Valle fu posta sotto il Municipium di Como.

Subì in seguito l’invasione Longobarda, di questa epoca sono gli orecchini d’oro, a cestello, di fabbricazione romanico bizantina rinvenuti a Laino (loc. San Vittore). Durante l’età Comunale, sorsero i primi comuni rustici, cui seguirono governi tirannici e nefasti, con dispotici feudatari quali i Rusca, i Vittani, i Mariani e i Riva Andreotti fino ad arrivare all’epoca di Maria Teresa.

Particolari sofferenze, con stanziamento di numerose truppe straniere, compresi i cosacchi, furono subite dai valligiani come ripercussione della sanguinosa guerra dei trent’anni (1618-1648).

Nell’800 si svolgono fatti storici rilevanti e chiaramente documentati: “L’insurrezione della Valle d’Intelvi” capitanata da Andrea Brenta e ispirata da Giuseppe Mazzini, che soggiornò lungamente a Lanzo.

Una lapide sotto il paese di Dizzasco ricorda ancora le “Termopili Intelvesi”, dove quattrocento austriaci furono eroicamente fermati dai rivoltosi. La rivolta fu sedata e in seguito Andrea Brenta fucilato a Camerlata l’11 Aprile 1849.

Il “comune de Lanzio” figura nella “Determinatio stratarum et pontium …” annessa agli Statuti di Como del 1335, tra i comuni cui spetta la manutenzione di ”… totam stratam de Valmare a … loco de Aronio usque in plano de Lanzio” (Statuti di Como 1335, Determinatio stratarum). Il “comune de Lancio” apparteneva nel 1335 alla pieve d’Intelvi (Statuti di Como 1335, Determinatio mensurarum) che già la ripartizione territoriale del 1240 attribuiva al quartiere di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como (Ripartizione pievi comasche, 1240). La terra di Lanzo, sempre appartenente alla pieve d’Intelvi, compare negli atti delle visite pastorali del vescovo Ninguarda del 1593 composta da 50 fuochi per un totale di 300 abitanti (Lazzati 1986). Il comune era compreso nel feudo della Valle Intelvi di cui seguì le vicende passando dalle mani della famiglia Rusca, investita del feudo dal 1451 al 1570, della famiglia Marliani, dal 1583 al 1713, ed infine della famiglia Riva Andreotti (Casanova 1904). Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento del 1751 emerge che il comune, che contava 302 abitanti, era infeudato al conte Melchiorre Riva Andreotti al quale veniva versato da tutta la valle un censo annuale, di cui lire 35.4.6 a carico di Lanzo. Il comune non disponeva di un consiglio generale ma partecipava con propri rappresentanti al consiglio generale di valle. Aveva invece un consiglio particolare costituito da tutti i capi di famiglia oltre che dal sindaco, dal console e dal cancelliere. L’amministrazione del patrimonio pubblico e la custodia delle pubbliche scritture, che venivano conservate in una apposita cassa nella casa del sindaco, era demandata allo stesso sindaco e al cancelliere, eletti periodicamente dai capi di famiglia a maggioranza dei voti e che percepivano un salario annuale. L’elezione del console avveniva invece a rotazione ogni mese. Per l’esazione dei tributi ed il pagamento delle spese il comune si avvaleva di un esattore eletto con scrittura privata. Egli doveva prestare idonea “sigurtà”. Lanzo era sottoposto alla giurisdizione del podestà di valle per i servizi del quale pagava una quota di lire 26.10.6 e al quale il console non prestava alcun giuramento (Risposte ai 45 quesiti, 1751; cart. 3029). Sia nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 (Compartimento Ducato di Milano, 1751) che nell’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” (Indice pievi Stato di Milano, 1753) il comune di Lanzo era sempre inserito nella Vall’Intelvi. Nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano (editto 10 giugno 1757), pubblicato dopo la “Riforma al governo della città e contado di Como” (editto 19 giugno 1756), il comune di Lanzo venne inserito nel compartimento della Valle Intelvi. Nel 1771 il comune contava 325 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Con la successiva suddivisione della Lombardia austriaca in province (editto 26 settembre 1786 c), il comune di Lanzo venne confermato facente parte della Valle Intelvi ed inserito nella Provincia di Como. In forza del nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791, la Vall’Intelvi, di cui faceva parte il comune di Lanzo, venne inclusa nel V distretto censuario della provincia di Como (Compartimento Lombardia, 1791). A seguito della suddivisione del territorio in dipartimenti, prevista dalla costituzione della Repubblica Cisalpina dell’8 luglio 1797 (Costituzione 20 messidoro anno V), con legge del 27 marzo 1798 il comune di Lanzo venne inserito nel dipartimento del Lario, distretto di Porlezza (legge 7 germinale anno VI). Con successiva legge del 26 settembre 1798 il comune venne trasportato nel dipartimento dell’Olona, distretto XXIV di Porlezza (legge 5 vendemmiale anno VII). Nel gennaio del 1799 contava 385 abitanti (determinazione 20 nevoso anno VII). Secondo quanto disposto dalla legge 13 maggio 1801, il comune, inserito nel distretto primo di Como, tornò a far parte del ricostituito dipartimento del Lario (legge 23 fiorile anno IX). Con la riorganizzazione del dipartimento, avviata a seguito della legge di riordino delle autorità amministrative (legge 24 luglio 1802) e resa definitivamente esecutiva durante il Regno d’Italia, Lanzo venne in un primo tempo inserito nel distretto V ex comasco di San Fedele Vall’Intelvi (Quadro distretti dipartimento del Lario, 1802), classificato comune di III classe (Elenco comuni dipartimento del Lario, 1803), e successivamente collocato nel distretto I di Como, Cantone III di San Fedele. Il comune nel 1805 contava 420 abitanti (decreto 8 giugno 1805 a). Il successivo intervento di concentrazione disposto per i comuni di II e III classe (decreto 14 luglio 1807), vide l’aggregazione del comune di Lanzo al comune di Scaria, che fu inserito nel distretto I di Como, Cantone III di San Fedele. Prima della aggregazione il comune contava 413 abitanti (decreto 4 novembre 1809 b). Tale aggregazione venne confermata con la successiva compartimentazione del 1812 (decreto 30 luglio 1812). Con l’attivazione dei comuni della provincia di Como, in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il ricostituito comune di Lanzo venne inserito nel distretto V di San Fedele. Il comune, dotato di consiglio comunale, fu confermato nel distretto V di San Fedele in forza del successivo compartimento delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). Col compartimento territoriale della Lombardia (notificazione 23 giugno 1853), il comune di Lanzo venne inserito nella provincia di Como, distretto IX di San Fedele. La popolazione era costituita da 655 abitanti. In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Lanzo d’Intelvi con 641 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VI di Castiglione, circondario I di Como, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 648 abitanti (Censimento 1861). Sino al 1862 il comune mantenne la denominazione di Lanzo e successivamente a tale data assunse la denominazione di Lanzo d’Intelvi (R.D. 14 dicembre 1862, n. 1059). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 588 (Censimento 1871); abitanti 748 (Censimento 1881); abitanti 887 (Censimento 1901); abitanti 1.025 (Censimento 1911); abitanti 1.021 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Como della provincia di Como. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1928 al comune di Lanzo d’Intelvi venne aggregato il soppresso comune di Scaria (R.D. 18 marzo 1928, n. 660). Popolazione residente nel comune: abitanti 1.462 (Censimento 1931); abitanti 1.434 (Censimento 1936). Nel 1936 al comune di Lanzo d’Intelvi venne aggregata una zona di territorio, staccata dai comuni di Ramponio Verna e Valsolda. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1946 il comune di Lanzo d’Intelvi veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.460 (Censimento 1951); abitanti 1.459 (Censimento 1961); abitanti 1.499 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Lanzo d’Intelvi aveva una superficie di ettari 1.000.

Il mistero dei massi cupelliferi avvolge l’Alta Valle e ne sono presenti numerosi, sparsi sul territorio di Lanzo e dei paesi limitrofi.
Al fine di una facile identificazione ricordiamo quelli di: “Pian d’Orano”, “Verceia” e quello contenuto all’interno del Golf Club.
Sono presenze importanti ed enigmatiche.
Testimonianze di un misterioso passato databile a periodi preistorici e protostorici: sono i massi erratici recanti scolpite, dalla mano dell’uomo e con strumenti rudimentali di pietra, delle fossette o bacinetti (cupelle) spesso tra loro comunicanti attraverso piccoli canali.
L’origine ed il significato di tali manufatti è da tempo oggetto di un appassionato  dibattito tra esperti.
Massi analoghi sono presenti in India ed in altre aree Europee.
Interessanti sono pure le “Tombe” di probabile epoca romano-barbarica dette “Massi Avelli”  visitabili nei pressi del cimitero di Scaria; da non perdere la  visione dell’ascia di pietra preistorica esposta al Museo Diocesano d’Arte Sacra.

Il giacimento di Osteno fu casualmente scoperto nel 1954 ad opera di un collezionista privato, il quale informò della scoperta il Museo di Milano.
Dopo una prima campagna di ricerca, gli scavi furono interrotti e ripresero dopo il 1960.
Ora il giacimento viene regolarmente scavato dai paleontologi del museo milanese.
Sul giacimento è posto il vincolo di tutela, per salvaguardare questo importante patrimonio dagli scavi abusivi.

Emersa dai fondali di un ramo della Tetide durante il terziario, la Val d’Intelvi fu erosa e scavata da immensi ghiacciai che vi depositarono una copertura morenica e massi erratici.
Il grande ghiacciaio lariano lasciò la Valle diecimila anni fa nell’attuale conformazione morfologica, divisa in due tronchi: quello del Ceresio da Osteno a Lanzo e quello del Lario da Argegno a San Fedele.

Ciascun tronco è percorso da un torrente e ambedue portano enigmaticamente lo stesso nome: Telo. E’ forse questa l’origine del nome, cioè “In Teluis”, ma altri storici la vedono in “Inter lacus” (tra il Ceresio e il Lario).
Lanzo con la frazione Scaria (un tempo comune autonomo), è l’ultimo paese della Valle e si estende in una dolce conca denominata “La Conca di Smeraldo”, molto boscosa, è circondata da monti imponenti e pittoreschi quali: Orimento (1391), Greggio (1165), Sighignola (1302), Caslè (1034), Generoso (1701) e Galbiga (1698).

La parrocchiale di S. Maria nel centro dell'abitato di Scaria introduce in una delle chiese più belle della Val d'Intelvi, un ambiente in cui architettura, scultura e pittura si fondono in una perfetta armonia. La chiesa di origine rinascimentale, come ci ricorda il campanile, è opera di un totale rinnovamento voluto dai fratelli Diego Francesco e Carlo Innocenzo Carloni. Discendenti da una famiglia di artisti essi eseguirono i lavori di ristrutturazione e restauro per circa 50 anni. La chiesa di S. Maria ha un'unica navata fiancheggiata da quattro cappelle che termina con un presbiterio ricco di affreschi dedicato alla Vergine. Una fastosa e scenografica macchina decorativa tardobarocca.

Fuori paese la chiesa dei Santi Nazaro e Celso d'antichissima origine nella frazione di Scaria conserva una decorazione pittorica cinquecentesca. L'abside è abbellita da una "Madonna in trono" verso la quale confluisce una schiera di santi e d'apostoli, affreschi di Giovanni Andrea De Magistris e di Giovanni Battista Tarilli di Cureglia Sul lato meridionale all'esterno affreschi seicenteschi ornano la parete verso il cimitero dove erano sepolti i fratelli Carloni, illustri figli di Scaria.
Lanzo d'Intelvi, la vista su Lugano e la Valsolda, la chiesa dei Santi Nazaro e Celso, sono mirabilmente descritti nella prima parte del romanzo "Il Mistero del Poeta" (1888) di Antonio Fogazzaro.
Fino agli anni settanta era in funzione la Funicolare di Lanzo d'Intelvi che la univa alla frazione Santa Margherita di Valsolda.
Il territorio di Lanzo conserva anche antiche tradizioni, le tradizioni è quanto di meglio si possa tramandare. Fra queste la Festa della Madonna Nera. Dopo le pestilenze preservate dalla Madonna Nera (1469) il Papa Paolo II fece erigere santuari lauretani ovunque. Dopo la metà del Cinquecento a Lanzo si costruì una cappella lauretana, ampliata nel 1673 ad opera dell'architetto lanzese Pietro Spazzi ed elevata a Santuario con decreto del vescovo di Como Monsignor Alessandro Macchi il 23 agosto del 1942, l'edificio ripropone la santa casa della Madonna e fu eletto luogo di ritrovo per i lanzesi emigrati. La statua viene esposta l'ultimo sabato di gennaio e la domenica viene portata in processione a spalla dagli alpini del gruppo di Lanzo. La festa con addobbi, ceri accesi, falò, l'incanto dei canestri regala lo spettacolo finale di giorni dedicati alla fede, alle tradizioni e ai ricordi.
La buona viabilità e la diffusione delle automobili facilitano i contatti: un tempo questa era terra d’agricoltura difficile! Il fieno per gli animali,  le castagne e poco più; abitata da boscaioli e intagliatori di pietra “Picapreda” che hanno lasciato tradizioni che si ritrovano ancor oggi  vive più che mai.
I festeggiamenti in onore della Beata Vergine di Loreto, l’ultimo fine settimana di gennaio, è l’appuntamento più importante che si svolge sul territorio. Tre giorni di celebrazioni con processione solenne, bande musicali e vendite all’incanto, richiamano a Lanzo concittadini e villeggianti anche da luoghi lontani.
 
Il Palio delle contrade “Chempura”, ”Nisciuree”, “Piandurs” e “Sanazee”  vede la popolazione sfilare in abiti medievali, sfidarsi in competizioni di vario genere.
Le caratteristiche: “Festa dei Cuurt” a Scaria e “Lanz cume serum” a Lanzo, nei mesi estivi, ripropongono nelle suggestive corti le arti ed i mestieri d’un tempo.
In valle, non  si può non ricordare, lo storico e famosissimo “Carnevale di Schignano” con i caratteristici personaggi “dei Belli e dei Brutti”, che si rincorrono festosi, avvolti in storici costumi tipici con maschere intagliate.

Gli sport praticabili a Lanzo e Scaria sono numerosi, sorretti da efficienti strutture ed organismi sportivi e si possono praticare tutto l'anno secondo la tipologia.

Durante la stagione invernale lo Sci trova casa in Valle d’Intelvi grazie alle piste del monte Sighignola ove è possibile praticare sci alpino.
D’estate vi si svolgono manifestazioni di Sci d’erba di livello internazionale.
Non mancano in loco  i maneggi, è possibile praticare equitazione.

Nell’anello omologato di 5  km, con possibili varianti segnalate, si pratica lo sci di fondo.
La mountain bike trova sulle mulattiere della linea Cadorna (fortificazioni effettuate dall’esercito italiano in concomitanza con il I^ Conflitto Mondiale) il suo habitat naturale.

Si possono effettuare passeggiate ed escursioni lungo i sentieri contrassegnati,  si snodano sulle pendici dei monti circostanti; la flora di queste cime è caratterizzata dalla convivenza di elementi di origine alpina e mediterranea,non è insolito incontrare cervi, caprioli, camosci e cinghiali che si sono ormai ristabiliti sul territorio.



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