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giovedì 2 luglio 2015

IL PARCO LUINE



La collina di Luine-Crape-Simoni (su cui è collocato il parco di Luine) è tagliata da un lato dal fiume Dezzo e dall'altra è delimitata dal fiume Oglio, mentre ad Ovest un leggero avvallamento la separa dalla collina su cui sorge il castello di Gorzone.

Sul pianoro, numerose sono le superfici rocciose affioranti che morfologicamente ne caratterizzano l'ambiente, creando piccole valli e segnandone gli spazi.
E' su queste grandi pagine rocciose che sono impresse le Incisioni Rupestri Preistoriche.

La collina di Luine si viene delineando in Epoca Paleozoica in seguito al deposito di sedimenti permiani (soprattutto arenarie) che si accumulano in questa fase; successivamente, vennero coperti, durante il Triassico-Giurassico, da un alto strato di carbonati.

I grandi movimenti vulcanico-plutonici del Terziario, lambirono anche la Valcamonica generando l'innalzamento del massiccio dell'Adamello e portando localmente, a Luine, limitati canali eruttivi.

La morfologia generale del luogo era già abbozzata nel Miocene: si deve tuttavia attendere il Quaternario, con il veloce scioglimento dei ghiacci, perché l'irruenza dei corsi d'acqua configurasse il corso vallivo ed anche l'attuale, spigolosa morfologia della collina, con "tagli" che i due fiumi determinano tuttora alle sue fiancate.

E' solo a partire dal XII-X millennio a.C. che si viene definendo l'attuale solco vallivo, con la flora che gradatamente ricoprì le pareti rocciose, ammorbidendole.

Poi, a partire dal XII-X millennio a.C., gruppi di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici seminomadi penetrarono la Valle lasciando qui, a Luine, le prime istoriazioni rupestri.

Successivamente la zona fu momentaneamente abbandonata, per divenire nuovamente luogo istoriativo con la fine dell'epoca Neolitica (IV millennio a.C.) e soprattutto con l'età del Bronzo (II millennio a.C.) e del Ferro.

Questi ritorni successivi dell'Uomo in un medesimo contesto a distanza di millenni, porta ad ipotizzare che Luine rispondesse ad una serie di "requisiti" morfologici richiesti alle aree destinate ai riti istoriativi.

Luine divenne quindi, nella preistoria, una sorta di "collina sacra" per le popolazioni locali.

Le prime segnalazioni di istoriazioni rupestri risalgono agli anni 50 (Süss e Laeng) anche se si deve al Prof. Anati (Centro Camuno di Studi Preistorici) lo studio sistematico dell'area e la sua scoperta scientifica negli anni 70-80.
Sugli affioramenti di pietra Simona, dal caratteristico colore viola, si contano più di 100 pannelli istoriati.
A Luine si possono vedere le più antiche incisioni rupestri del ciclo camuno, risalenti al periodo mesolitico, forse eseguite da cacciatori seminomadi che hanno utilizzato la valle come territorio di caccia sul finire delle grandi glaciazioni. Successivamente la zona fu abbandonata per diventare nuovamente luogo di culto e incisione verso la fine del Neolitico e soprattutto nell’età del Bronzo e del Ferro.
Le rocce principali sono dotate di cartellonistica esplicativa e tutti i percorsi sono ben segnalati e mantenuti. La grande roccia 34 è un’enorme superficie inclinata che le incisioni ricoprono quasi completamente, abbracciando l’intero ciclo artistico camuno: dalla grande sagoma di animale databile a circa 10.000 anni fa, ai guerrieri di età del Ferro del I millennio a.C.
Quasi tutto il repertorio camuno si concentra su questa roccia, considerata fra le più belle della Valle Camonica. Nella parte alta si leggono le grandi sagome di guerrieri a corpo quadrato (alte quasi un metro) risalenti alla fine dell’età del Ferro; sotto, si trovano grandi reticoli affiancati da figure di duellanti più piccole. Si leggono chiaramente figure più enigmatiche: un meandro, un labirinto e una rosa camuna, mentre un mammellone sporgente ospita una composizione di armi di età del Bronzo. Nelle limpide giornate invernali, la vista dal basso di questa roccia emoziona e toglie il respiro.
Sempre a Luine è documentata un’importante fase neolitica, ma soprattutto una quantità eccezionale di raffigurazioni di armi e composizioni geometriche di età del Rame e del Bronzo. Fra queste ultime spiccano senza dubbio le non comuni rappresentazioni di alabarde, oggetti di prestigio rimasti in uso non oltre l’antica età del Bronzo (inizi del II millennio a.C.).

L’area del masso dei Corni Freschi, sulla riva destra dell’Oglio alla base della collina del Monticolo, fa parte del complesso di siti di culto che nel corso dell’età del Rame (III millennio a.C.) caratterizzano diverse località della Valle Camonica.
Il masso, segnalato nel 1961 da Emmanuel Anati, è un grande blocco di arenaria precipitato dal versante roccioso alle sue spalle: al centro della parete verticale è stata incisa una composizione di nove alabarde, dalla quale deriva l’altro nome con il quale viene indicato: “Roccia delle alabarde”. Le armi sono state incise a grandezza pressoché naturale, con lame che vanno da 25 a 30 cm di lunghezza circa.
Simili contesti, nei quali grandi massi staccatisi da pareti sono stati incisi e sono divenuti parte integrante di aree sacre, sono noti anche in altre località della Valle Camonica: a Cemmo di Capo di Ponte e presso la roccia 30 di Foppe di Nadro, nel comune di Ceto. I confronti tipologici ed iconografici, sia con analoghe armi rinvenute in contesti di scavo (Villafranca – VR) sia con raffigurazioni simili incise su altri massi della Valle Camonica (la stele Cemmo 3), hanno permesso di datare le istoriazioni dei Corni Freschi alla fine dell’età del Rame (seconda metà del III millennio a.C.).

Nel 2002, prima di iniziare i lavori di restauro conservativo, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha effettuato un saggio di scavo alla base del masso, per verificare l’esistenza di un eventuale piano di calpestio coevo alle incisioni e ottenere informazioni sulle caratteristiche del sito.
Il sondaggio, scavato in corrispondenza della porzione incisa, non ha permesso di rinvenire indizi legati alla frequentazione del sito poiché l’area, prossima al corso del fiume, era lambita dall’acqua che ha irrimediabilmente asportato qualsiasi traccia. Tuttavia è stato effettuato un importante ritrovamento. A circa 30 cm di profondità dall’attuale piano di campagna, all’interno di un gradino naturale della roccia che definisce una sorta di cornice ovale, è stata scoperta una seconda composizione di figure incise: quindici pugnali affrontati (lunghi da 20 a 25 cm), con le lame rivolte verso il basso, disposti in modo da riprendere lo schema della soprastante composizione di alabarde. I pugnali, con pomolo tondo e lama triangolare a lati rettilinei con spalle oblique, sono cronologicamente coevi alle alabarde e quindi anch’essi riferibili alla tarda età del Rame.
Uno scavo più esteso condotto davanti al masso, preventivo all’allestimento del sito, ha mostrato residue presenze archeologiche (un focolare ed un buco di palo) ed ha permesso di notare che le due composizioni di armi sono state incise in posizione centrale rispetto alla superficie del masso, quasi a volerne sottolineare l’importanza. Oltre allo scavo archeologico sono state effettuate anche analisi dei resti pollinici, che hanno consentito di ipotizzare la presenza, di fronte al masso, di una sorta di piccolo bacino con piante lacustri.


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domenica 19 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A CASTELVECCANA

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La chiesetta di San Giorgio, databile entro la prima metà del secolo XII, sorge su un’altura poco fuori dall’abitato di Sarigo. Pur avendo subito alcuni rifacimenti nel corpo centrale, conserva intatti l’abside e il campanile. La parte migliore dell’edificio è l’abside dal bel paramento a grandi conci di pietra , ritmata da due semicolonnine che terminano in graziosi capitelli scolpiti con semplici motivi di foglie stilizzate e conclusa da un fregio di archetti ricavati a coppie in singoli blocchi di pietra. Gli archetti si reggono su mensole ben lavorate, dietro le quali corre una striscia di conci di tufo biondo. Il tipo di decorazione dell’abside si può ricondurre ad un dominante influsso comasco, sia per la cornice di archetti monoblocchi, che si trovano in molte chiese di Como e dintorni della fine del XI e della prima metà del XII secolo. Nell’area Varesina non si conoscono altri esempi di questo motivo. Il leggiadro campanile si accomuna a tutte le torri campanarie della Valtravaglia e risponde anche alla predilezione tipica di tutta la Regione Varesina per tutte le strutture alte e massicce, dalle rade e strette aperture. Qui tuttavia il risultato di particolare eleganza delle ghiere falcate, disegnate con tanta leggerezza, della pianta insolita ideata per sfruttare il pendio e la visuale sulla valle e sul lago Maggiore, è indubbiamente il segno dell’opera di una personalità che emerge per sensibilità e ingegno più che un diffuso evoluto gusto architettonico. Nell’interno, scomparsi o coperti in modo irreparabile gli antichi affreschi, si conserva integro il fonte battesimale di granito che, ritenuto miracoloso, fu per secoli e sino a qualche decennio fa, meta di pellegrinaggio per tutte le zone limitrofe e dall’altra sponda del Verbano. In pochi casi dunque, come nel San Giorgio di Sarigo, ci è offerta l’occasione di ammirare quel Romanico che fu propriamente definito “lombardo” in forme così pure ben conservate.

Nel Medioevo la chiesetta esercitava una potente attrazione sugli abitanti delle Valli circostanti che attribuivano miracolosi poteri di guarigione al suo fonte battesimale.

La prima caratteristica che colpisce anche l’occhio del visitatore meno attento è l’originale ubicazione dell’entrata, situata sul lato lungo e non, come accade solitamente, su quello corto: l’inconsueta scelta è in realtà dovuta alla necessità di adattamento al territorio circostante. La costruzione, interamente in pietra accuratamente lavorata, presenta due elementi di particolare importanza che mantengono ancora l’aspetto originario: il massiccio campanile, arricchito da archetti ciechi, lesene e bifore, e l’abside.

L’abside, pregevolmente decorata e incorniciata da archetti pensili ricavati da blocchi di pietra, testimonia l’influenza dei maestri comacini. Al di sotto degli archetti monoblocco si trovano due monofore, ciascuna divisa in due da una piccola colonna. Situata in posizione asimmetrica rispetto al corpo di fabbrica, rivela l’esistenza di una struttura precedente.

Semicolonnine impreziosite da interessanti capitelli girano intorno alle pareti creando armonia e contrasto con il cromatismo delle diverse pietre. La struttura, originariamente ad una navata, subì delle modifiche nel XVII secolo che portarono alla trasformazione in seconda navata di un preesistente porticato.



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