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domenica 10 maggio 2015

I FATTI DI SARNICO

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I Fatti di Sarnico furono una sommossa mazziniana organizzata nella primavera del 1862 nella località bergamasca, da un centinaio di insorti, capitanati dal patriota Francesco Nullo e con l'appoggio di Giuseppe Garibaldi, coll'intento di penetrare armati in Trentino e provocare l'insurrezione di quelle popolazioni contro gli Austriaci.

In questa località situata sul lago d'Iseo, fu sventato da parte del governo di Urbano Rattazzi il piano mazziniano che prevedeva la sollevazione del Trentino mediante un’infiltrazione armata di una colonna di insorti.

Alla spedizione dei Mille parteciparono 432 lombardi di cui ben 180 provenienti da Bergamo, che ottenne così il titolo di “città dei mille”. Tra loro anche due sarnicesi: Febo ed Isacco Arcangeli. Quest’ultimo in particolare mostrò grande sentimento patriottico dapprima arruolandosi nel 1859 con i “Cacciatori delle Alpi”, cioè al corpo di volontari organizzato da Giuseppe Garibaldi a Torino nel 1859, per poi partire da Quarto con i Mille la notte tra il 5-6 maggio 1860. Conclusa l’impresa e ancora animato da spirito guerriero raggiunse nel 1863 la “Legione Italiana” in Polonia, dove ferito fu condannato a morte. La pena fu però commutata in dodici anni di reclusione e fu deportato in Siberia. Qui rimase 3 anni sopravvivendo a stento e, liberato grazie all’amnistia concessa dallo zar, tornò a Bergamo. Isacco è uno dei fondamentali volontari che contribuirono a formare la nazione italiana, non solo unificandola territorialmente, ma soprattutto costruendo un tassello importante della nostra tradizione. Fu in questo periodo infatti che nacque l’Italia come soggetto politico partecipe alle questioni internazionali e fondamentale personaggio degli eventi mondiali successivi. Il nuovo stato non coinvolse però i cittadini solo come soldati di un paese indipendente, anzi la funzione principale di ognuno fu quella di membro costruttore dell’identità nazionale nella quale si riconobbero le generazioni successive. Il risorgimento è dunque un movimento politico di massa. Ne sono esempio gli eventi che accaddero nel 1862 a Sarnico. Garibaldi, consapevole del grande contributo militare della  provincia di Bergamo, pensò infatti di smuovere ancora una volta l’animo dei nazionalisti per organizzare l’annessione del Trentino, in mano austriaca. Arrivò dunque a Trescore con la scusa di curarsi alle terme e raccolse i primi favori di volontari che si riunirono a Sarnico pronti a partire per il 30 maggio, come annunciato dalla “Gazzetta di Bergamo” e da altri quotidiani. Erano centinaia pronti a risalire la valle Camonica e calare su Trento sollevando le popolazioni locali, ma le decisioni di governo cambiarono e il fervore patriottico fu represso da numerosi sequestri. Il 14 maggio venne sequestrato dai Carabinieri, a Grumello del Monte, un carro carico di materiale esplosivo diretto verso il lago e lo stesso giorno a Sarnico furono arrestate 60 persone, trasferite alla cittadella militare di Alessandria. L’Eroe dei due mondi, nel frattempo soggiornò nella villa di Parigi Andrea, primo sindaco del paese, che, appoggiando la pressione popolare spedì una lettera alla procura di Bergamo per prosciogliere gli imputati e risolvere l’imbarazzante situazione. Pur uscendo vittima della repressione, il paese dimostrò un forte sentimento patriottico ancora ricordato dalla lapide affissa su Palazzo Orgnieri, di fronte a piazza Umberto I. Negli atti processuali tali avvenimenti sono citati come “fatti di Sarnico” e con questo nome restano alla storia.
Appare evidente nell’aneddoto narrato quale fu l’emozione istintiva che coinvolse l’opinione pubblica, allora mossa da un fervore patriottico puro e non influenzato da allegorie, simboli e riflessioni. Tutto questo e i numerosi errori della politica successiva sono parte del lemma “italiano”. Per ricordarci di essere tali, in un periodo nel quale il patriottismo sta scomparendo, è sufficiente guardarsi intorno e cogliere i ricordi nei luoghi di tutti i giorni, pensando alla storia come fatti concreti compiuti dai nostri compaesani che credevano veramente ai loro ideali.

Nullo Francesco nacque a Bergamo il 1° marzo 1820, primogenito di Arcangelo, commerciante di tessuti e possidente, e di Angela Magno, che aveva sposato Arcangelo in seconde nozze. La coppia ebbe altri cinque figli, Carlo, Giuseppe, Ludovico, Giovanni e Pietro, e una figlia, Giulia, morta a soli quattro mesi di età.
Dopo aver frequentato le scuole comunali, nel 1837 entrò come convittore nel ginnasio vescovile di Celana, dove rimase sino al 1840, per poi continuare gli studi tecnici e commerciali a Milano. La sua iniziazione patriottica e politica avvenne probabilmente proprio negli ambienti studenteschi e artigiani che frequentò in quegli anni, ma come per gran parte dei giovani patrioti della sua generazione l'autentico spartiacque nella sua esperienza politica e personale fu il 1848.

Dopo aver partecipato attivamente alle Cinque Giornate, distinguendosi nella presa di Porta Tosa, insieme ai fratelli Giuseppe e Ludovico, che rimase ferito, allo scoppio della prima guerra d'Indipendenza si arruolò nei Corpi di volontari lombardi che affiancavano l'esercito regolare sardo. Dopo l'armistizio Salasco seguì il proprio reparto che, venuta meno la possibilità di unirsi ai volontari guidati da Garibaldi, ripiegò in Piemonte, andando a costituire la Divisione lombarda dell'esercito sardo. Nel settembre 1848 fu ammesso nell'artiglieria sarda con il grado di sottotenente, ma dopo la sconfitta di Novara ottenne la dispensa dal servizio e accorse a Roma.

L'esperienza della Repubblica Romana fu fondamentale per la sua maturazione politica in senso democratico radicale e repubblicano, ma soprattutto fu allora che in lui si precisò un'interpretazione estrema dell'adesione al volontariato patriottico in senso 'eroico' e 'sacrificale'. Arruolatosi tra i 'lancieri della morte' comandati dal colonnello bolognese Angelo Masina, dopo la capitolazione di Roma rifiutò la resa e seguì Garibaldi nel tentativo di raggiungere Venezia. Il riferimento a Garibaldi come modello paradigmatico dell’azione patriottica, interpretata innanzitutto come attivismo militare, e la dedizione personale al Generale furono una costante di tutta la sua vita.

Nel corso del ripiegamento garibaldino si distinse rapidamente tra i volontari, ricevendo a Cetona l'incarico di 'tenente quartiermastro', addetto agli alloggiamenti, e venendo poi scelto da Garibaldi come 'ambasciatore' per trattare con i capitani della Repubblica di S. Marino l'attraversamento del loro territorio. Dopo lo scioglimento della colonna, seguì Garibaldi fino allo sbarco forzato a Piallazza sul lido delle Nazioni. Costretto poi a dividersi dagli altri, riuscì a raggiugere a Genova e a rientrare in Lombardia, dove passò alcuni mesi in semiclandestinità a Caprino Bergamasco. L'11 novembre 1849 fu arrestato, ma non essendo emersi elementi gravi a suo carico fu condannato a soli tre mesi di carcere, ridotti, in seguito al suo appello, a pochi giorni.

Rilasciato, sembrò almeno momentaneamente abbandonare l'attività politica e patriottica per riprendere gli studi tecnici e commerciali e collaborare all'azienda di famiglia. Negli anni Cinquanta si recò spesso all'estero per affari e sviluppò una vasta rete di contatti anche al di là dei confini lombardo-veneti. Dopo l'apertura nel 1853 di una filanda, dotata di 40 telai a mano, a Clusone, nel 1857 costituì la ditta Francesco Nullo & C., di cui era il gerente responsabile e che si affermò rapidamente, come dimostrano la medaglia d'argento e la menzione onorevole ottenute nello stesso 1857 all'esposizione provinciale della Società industriale bergamasca. In quegli stessi anni Nullo consolidò il rapporto affettivo e sentimentale con Celestina Belotti, cui restò legato per tutta la vita.

Allo scoppio della seconda guerra d'indipendenza la passione patriottica riprese il sopravvento e si arruolò volontario nella Compagnia guide dei Cacciatori delle Alpi, il reparto meno soggetto alla pur blanda disciplina dei corpi volontari, a conferma della sua interpretazione attivistica ed 'eroica' del garibaldinismo. Nel corso della campagna, sul cui svolgimento lasciò un taccuino di appunti, si distinse, insieme ad Antonio Curò e Silvio Contro, nella liberazione di Bergamo: penetratovi in abiti borghesi, raccolse le informazioni di carattere militare che consentirono a Garibaldi di conquistare la città la mattina dell'8 giugno 1859.

In agosto, ormai svanita ogni speranza di riprendere le ostilità contro l'Austria, ottenne il congedo dall'esercito sardo e seguì Garibaldi in Romagna. Quando, alla metà del novembre 1859, divenne chiaro che anche in Italia centrale era venuta meno ogni possibilità di azione contro lo Stato Pontificio, rientrò a Bergamo e riprese la conduzione degli affari. Tuttavia, malgrado gli ottimi risultati dell'azienda, che nel 1861 fu premiata alla prima esposizione nazionale tenutasi a Firenze, concentrò le proprie energie nell'attività patriottica e militare, divenendo uno dei principali e più intimi collaboratori di Garibaldi.

Con l'amico e conterraneo Francesco Cucchi si impegnò a Bergamo nell'opera di arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia, riuscendo a reclutare il contingente più numeroso. Nel corso della spedizione, che Nullo descrisse in un altro taccuino di appunti, emerse un altro degli elementi caratterizzanti della sua azione: il richiamo all'identità bergamasca come strumento di mobilitazione e di motivazione di un vasto seguito di concittadini pronti a seguire il suo esempio. Così durante la battaglia di Calatafimi, facendo appello al comune legame 'civico' dei bergamaschi che costituivano la quasi totalità del reparto, esautorò di fatto il comandante dell'VIII compagnia, il pavese Angelo Bassini, assumendo sostanzialmente la guida dell'azione. Allo stesso orgoglio civico dei bergamaschi, combinato con il proprio esempio personale, fece appello durante la battaglia per la liberazione di Palermo.

Garibaldi lo promosse prima luogotenente delle Guide e poi capitano, ma, soprattutto lo inviò nuovamente a Bergamo nel luglio 1860, per procedere a nuovi arruolamenti. Al suo rientro in Sicilia, agli inizi di agosto, fece parte dell'avanguardia, guidata da Giuseppe Missori, inviata in Calabria per preparare lo sbarco sul continente del grosso delle truppe. Il tentativo fallì e il reparto fu costretto a una faticosa azione di guerriglia nell'interno della Calabria in attesa dell’arrivo di Garibaldi. Successivamente Nullo si distinse nella presa di Reggio Calabria e nella resa del generale Fileno Briganti, ottenendo la promozione a maggiore e l’onore di far parte della scorta personale che accompagnò Garibaldi nel suo ingresso trionfale a Napoli il 7 settembre.

Aggregato allo Stato Maggiore, grazie al coraggio mostrato nella battaglia del Volturno, ottenne la nomina a tenente colonnello delle Guide. Nella fase di incertezza seguita alla battaglia fu inviato nel Sannio, dotato di pieni poteri, per reprimere la nascente insorgenza borbonica, ma a causa della scarsa conoscenza del territorio, del numero limitato di forze a disposizione e del carattere generalizzato della rivolta, la missione si risolse in un insuccesso. Il fallimento tuttavia non compromise i rapporti con Garibaldi, che lo scelse per consegnare al re Vittorio Emanuele II il dispaccio con cui deponeva nelle mani del sovrano i poteri dittatoriali. Fece inoltre parte della ristretta cerchia dei collaboratori più intimi che accompagnarono Garibaldi la mattina del 9 novembre 1860 alla nave che lo avrebbe condotto a Caprera. Dopo un breve soggiorno a Bergamo, fu reintegrato nell'Esercito italiano ed entrò a far parte della Commissione per la Medaglia della prima spedizione di Sicilia; nominato cavaliere dell'ordine militare di Savoia, nell'agosto 1861 ebbe il grado di luogotenente-colonnello di cavalleria.

Tra l'autunno del 1861 e la primavera del 1862 svolse una funzione di collegamento tra il governo Rattazzi e Garibaldi in previsione di una futura missione di questo. In seguito al definitivo scioglimento dell'Esercito meridionale (marzo 1862) presentò le dimissioni dall'esercito e affiancò Garibaldi nell'azione di propaganda per la diffusione delle società di tiro a segno nel Nord Italia. Contestualmente divenne il referente militare per l’invasione del Tirolo italiano che il Generale stava progettando, contando sull'ambigua condotta del governo italiano.

Arrestato insieme a un primo nucleo di volontari nei pressi di Sarnico, il 14 maggio 1862 venne individuato dal governo, ben intenzionato a misconoscere il suo ruolo e quello di Garibaldi nella vicenda, come potenziale capro espiatorio. In favore di Nullo si sviluppò tuttavia un'ampia campagna di opinione pubblica, guidata dalla Sinistra democratica e garibaldina, a partire da Garibaldi e da Francesco Crispi il quale assunse la difesa legale, e caratterizzata da petizioni al ministero dell'Interno, attestazioni di solidarietà e manifestazioni popolari (che a Bergamo e Brescia sfociarono in veri e propri tumulti).

La sfortunata esperienza di Sarnico e la vigilanza della polizia non impedirono a Nullo, scarcerato in attesa del processo, di seguire Garibaldi nel suo nuovo viaggio in Sicilia, di cui fu anzi, probabilmente, uno dei promotori nella riunione tenuta a Belgirate in casa dei Cairoli. A causa della vigilanza della polizia riuscì a raggiungere Garibaldi solo a spedizione iniziata, ma gli fu accanto e lo sostenne sino allo scontro finale di Aspromonte, al termine del quale fu lui a trattare la resa con il colonnello Emilio Pallavicino, per poi accompagnare Garibaldi prima in Sicilia e poi a bordo del Duca di Genova fino a La Spezia.

Internato nel carcere militare di Fenestrelle, poi scarcerato il 5 ottobre in seguito all'amnistia per le nozze di Maria Pia di Savoia con il re del Portogallo, rinunciò alle decorazioni onorifiche e tornò occuparsi dei suoi affari commerciali e industriali. Fu però, nuovamente, una breve pausa. Si gettò infatti a capofitto nell'attività cospirativa patriottica e repubblicana che faceva capo a Mazzini e all'ala più intransigente e radicale del Partito d'azione, mentre incominciava ad affacciarsi l'idea di una spedizione nei Balcani che portasse lo scontro nel cuore stesso degli imperi autocratici, l'austriaco, ma anche il russo e l'ottomano.

L'occasione giusta, svanita l'effimera ipotesi di una rivoluzione repubblicana in Grecia, fu offerta dal divampare della rivolta antizarista in Polonia che, scatenata dall'imposizione della leva militare da parte delle autorità russe, suscitò una fortissima ondata di simpatie in tutto il mondo democratico e liberale europeo. In particolare Mazzini vi vide l'opportunità di riprendere su vasta scala la rivoluzione europea e assestare il colpo di grazia all'impero austriaco. La rete cospirativa mazziniana e più generalmente democratica in Italia si mise così in moto. Nullo e Cucchi nei primi mesi del 1863 fecero da tramite tra Mazzini e Garibaldi con l'obiettivo di farli accordare su una spedizione in Veneto che avrebbe al contempo allentato la pressione sugli insorti polacchi, garantito Venezia all'Italia e dato il via a una nuova ondata di rivolte europee in particolare in Ungheria e nei Balcani. Tuttavia l'intesa tra Mazzini e Garibaldi stentò a decollare per il rifiuto del primo di rinunciare pregiudizialmente alla propria opzione repubblicana e per il timore del secondo di una riedizione di Aspromonte.

Poiché l'intenso lavorio dei comitati democratici sparsi in tutta Italia, e in particolare in Lombardia, rischiava di vanificarsi a causa dei dissidi tra i due leader, Nullo decise di sfuggire alla contrapposizione paralizzante tra Mazzini e Garibaldi e prese contatti direttamente con il Comitato rivoluzionario polacco, impegnandosi a organizzare un corpo di spedizione volontario e accantonando così la 'questione italiana' e la sua difficile soluzione. Il 19 aprile 1863 lasciò per l'ultima volta Bergamo. Diretto ufficialmente in Austria per ragioni commerciali, si recò prima a Vienna e poi a Cracovia, dove lo raggiunsero gli altri volontari italiani. Nella città polacca tuttavia l'affluire massiccio di tanti stranieri suscitò i sospetti della polizia che procedette a retate e a rimpatri forzati, cui lo stesso Nullo si sottrasse a stento. Obbligato a stringere i tempi, il 2 maggio Nullo, che aveva il comando effettivo della colonna di insorti e volontari stranieri, formalmente guidata dal generale Józef Miniewski, abbandonò la città e varcò il confine russo, puntando a ricongiungersi con il grosso delle truppe degli insorti. Passato il confine, con la dozzina di volontari italiani sfuggiti agli arresti della polizia austriaca, cui si erano uniti alcuni volontari francesi e polacchi provenienti dall'emigrazione, fu costituita formalmente in Legione straniera e a Nullo fu assegnato dal governo rivoluzionario polacco il grado di generale.

Dopo una breve scaramuccia vittoriosa il giorno precedente, il 5 maggio 1863, la Legione si scontrò con un reparto russo nettamente superiore, nei pressi della località di Krzykawka, non molto distante da Olkusz. Rimasto in prima fila nonostante fosse stato ferito, Nullo fu nuovamente colpito, questa volta a morte.  Subito dopo i russi ebbero la meglio sui ribelli ormai sbandati che cercavano di riconquistare il confine austriaco.

Il giorno successivo, per ordine del principe Szachowskoi, comandante del reparto cosacco contro cui si era battuto, ordinò di recuperare il corpo di Nullo e di assicurarne la sepoltura nel cimitero di Olkusz.




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martedì 5 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : LANZO D' INTELVI

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Lanzo d'Intelvi è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

La non spettacolare e pur antichissima storia della Valle d’Intelvi inizia con le tracce dei Cacciatori/Raccoglitori del Mesolitico recente (6000 a.C.) rinvenute nel paese di Erbonne.

Alla Protostoria appartengono invece i misteriosi Massi Cupelliformi; questi grossi ed enigmatici sassi con bacinetti scavati nel granito hanno forme varie e sono posti in molteplici facce del masso; fanno discutere storici ed archeologi da molto tempo.

I resti del castelliere del Caslè, probabilmente legati a etnia celtica, sono databili intorno al 1000 a .C.; del successivo periodo gallo romano sono le tombe di Schignano, Erbonne e Pellio Superiore (I sec a. C.). In epoca romana la Valle fu posta sotto il Municipium di Como.

Subì in seguito l’invasione Longobarda, di questa epoca sono gli orecchini d’oro, a cestello, di fabbricazione romanico bizantina rinvenuti a Laino (loc. San Vittore). Durante l’età Comunale, sorsero i primi comuni rustici, cui seguirono governi tirannici e nefasti, con dispotici feudatari quali i Rusca, i Vittani, i Mariani e i Riva Andreotti fino ad arrivare all’epoca di Maria Teresa.

Particolari sofferenze, con stanziamento di numerose truppe straniere, compresi i cosacchi, furono subite dai valligiani come ripercussione della sanguinosa guerra dei trent’anni (1618-1648).

Nell’800 si svolgono fatti storici rilevanti e chiaramente documentati: “L’insurrezione della Valle d’Intelvi” capitanata da Andrea Brenta e ispirata da Giuseppe Mazzini, che soggiornò lungamente a Lanzo.

Una lapide sotto il paese di Dizzasco ricorda ancora le “Termopili Intelvesi”, dove quattrocento austriaci furono eroicamente fermati dai rivoltosi. La rivolta fu sedata e in seguito Andrea Brenta fucilato a Camerlata l’11 Aprile 1849.

Il “comune de Lanzio” figura nella “Determinatio stratarum et pontium …” annessa agli Statuti di Como del 1335, tra i comuni cui spetta la manutenzione di ”… totam stratam de Valmare a … loco de Aronio usque in plano de Lanzio” (Statuti di Como 1335, Determinatio stratarum). Il “comune de Lancio” apparteneva nel 1335 alla pieve d’Intelvi (Statuti di Como 1335, Determinatio mensurarum) che già la ripartizione territoriale del 1240 attribuiva al quartiere di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como (Ripartizione pievi comasche, 1240). La terra di Lanzo, sempre appartenente alla pieve d’Intelvi, compare negli atti delle visite pastorali del vescovo Ninguarda del 1593 composta da 50 fuochi per un totale di 300 abitanti (Lazzati 1986). Il comune era compreso nel feudo della Valle Intelvi di cui seguì le vicende passando dalle mani della famiglia Rusca, investita del feudo dal 1451 al 1570, della famiglia Marliani, dal 1583 al 1713, ed infine della famiglia Riva Andreotti (Casanova 1904). Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento del 1751 emerge che il comune, che contava 302 abitanti, era infeudato al conte Melchiorre Riva Andreotti al quale veniva versato da tutta la valle un censo annuale, di cui lire 35.4.6 a carico di Lanzo. Il comune non disponeva di un consiglio generale ma partecipava con propri rappresentanti al consiglio generale di valle. Aveva invece un consiglio particolare costituito da tutti i capi di famiglia oltre che dal sindaco, dal console e dal cancelliere. L’amministrazione del patrimonio pubblico e la custodia delle pubbliche scritture, che venivano conservate in una apposita cassa nella casa del sindaco, era demandata allo stesso sindaco e al cancelliere, eletti periodicamente dai capi di famiglia a maggioranza dei voti e che percepivano un salario annuale. L’elezione del console avveniva invece a rotazione ogni mese. Per l’esazione dei tributi ed il pagamento delle spese il comune si avvaleva di un esattore eletto con scrittura privata. Egli doveva prestare idonea “sigurtà”. Lanzo era sottoposto alla giurisdizione del podestà di valle per i servizi del quale pagava una quota di lire 26.10.6 e al quale il console non prestava alcun giuramento (Risposte ai 45 quesiti, 1751; cart. 3029). Sia nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 (Compartimento Ducato di Milano, 1751) che nell’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” (Indice pievi Stato di Milano, 1753) il comune di Lanzo era sempre inserito nella Vall’Intelvi. Nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano (editto 10 giugno 1757), pubblicato dopo la “Riforma al governo della città e contado di Como” (editto 19 giugno 1756), il comune di Lanzo venne inserito nel compartimento della Valle Intelvi. Nel 1771 il comune contava 325 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Con la successiva suddivisione della Lombardia austriaca in province (editto 26 settembre 1786 c), il comune di Lanzo venne confermato facente parte della Valle Intelvi ed inserito nella Provincia di Como. In forza del nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791, la Vall’Intelvi, di cui faceva parte il comune di Lanzo, venne inclusa nel V distretto censuario della provincia di Como (Compartimento Lombardia, 1791). A seguito della suddivisione del territorio in dipartimenti, prevista dalla costituzione della Repubblica Cisalpina dell’8 luglio 1797 (Costituzione 20 messidoro anno V), con legge del 27 marzo 1798 il comune di Lanzo venne inserito nel dipartimento del Lario, distretto di Porlezza (legge 7 germinale anno VI). Con successiva legge del 26 settembre 1798 il comune venne trasportato nel dipartimento dell’Olona, distretto XXIV di Porlezza (legge 5 vendemmiale anno VII). Nel gennaio del 1799 contava 385 abitanti (determinazione 20 nevoso anno VII). Secondo quanto disposto dalla legge 13 maggio 1801, il comune, inserito nel distretto primo di Como, tornò a far parte del ricostituito dipartimento del Lario (legge 23 fiorile anno IX). Con la riorganizzazione del dipartimento, avviata a seguito della legge di riordino delle autorità amministrative (legge 24 luglio 1802) e resa definitivamente esecutiva durante il Regno d’Italia, Lanzo venne in un primo tempo inserito nel distretto V ex comasco di San Fedele Vall’Intelvi (Quadro distretti dipartimento del Lario, 1802), classificato comune di III classe (Elenco comuni dipartimento del Lario, 1803), e successivamente collocato nel distretto I di Como, Cantone III di San Fedele. Il comune nel 1805 contava 420 abitanti (decreto 8 giugno 1805 a). Il successivo intervento di concentrazione disposto per i comuni di II e III classe (decreto 14 luglio 1807), vide l’aggregazione del comune di Lanzo al comune di Scaria, che fu inserito nel distretto I di Como, Cantone III di San Fedele. Prima della aggregazione il comune contava 413 abitanti (decreto 4 novembre 1809 b). Tale aggregazione venne confermata con la successiva compartimentazione del 1812 (decreto 30 luglio 1812). Con l’attivazione dei comuni della provincia di Como, in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il ricostituito comune di Lanzo venne inserito nel distretto V di San Fedele. Il comune, dotato di consiglio comunale, fu confermato nel distretto V di San Fedele in forza del successivo compartimento delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). Col compartimento territoriale della Lombardia (notificazione 23 giugno 1853), il comune di Lanzo venne inserito nella provincia di Como, distretto IX di San Fedele. La popolazione era costituita da 655 abitanti. In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Lanzo d’Intelvi con 641 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VI di Castiglione, circondario I di Como, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 648 abitanti (Censimento 1861). Sino al 1862 il comune mantenne la denominazione di Lanzo e successivamente a tale data assunse la denominazione di Lanzo d’Intelvi (R.D. 14 dicembre 1862, n. 1059). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 588 (Censimento 1871); abitanti 748 (Censimento 1881); abitanti 887 (Censimento 1901); abitanti 1.025 (Censimento 1911); abitanti 1.021 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Como della provincia di Como. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1928 al comune di Lanzo d’Intelvi venne aggregato il soppresso comune di Scaria (R.D. 18 marzo 1928, n. 660). Popolazione residente nel comune: abitanti 1.462 (Censimento 1931); abitanti 1.434 (Censimento 1936). Nel 1936 al comune di Lanzo d’Intelvi venne aggregata una zona di territorio, staccata dai comuni di Ramponio Verna e Valsolda. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1946 il comune di Lanzo d’Intelvi veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.460 (Censimento 1951); abitanti 1.459 (Censimento 1961); abitanti 1.499 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Lanzo d’Intelvi aveva una superficie di ettari 1.000.

Il mistero dei massi cupelliferi avvolge l’Alta Valle e ne sono presenti numerosi, sparsi sul territorio di Lanzo e dei paesi limitrofi.
Al fine di una facile identificazione ricordiamo quelli di: “Pian d’Orano”, “Verceia” e quello contenuto all’interno del Golf Club.
Sono presenze importanti ed enigmatiche.
Testimonianze di un misterioso passato databile a periodi preistorici e protostorici: sono i massi erratici recanti scolpite, dalla mano dell’uomo e con strumenti rudimentali di pietra, delle fossette o bacinetti (cupelle) spesso tra loro comunicanti attraverso piccoli canali.
L’origine ed il significato di tali manufatti è da tempo oggetto di un appassionato  dibattito tra esperti.
Massi analoghi sono presenti in India ed in altre aree Europee.
Interessanti sono pure le “Tombe” di probabile epoca romano-barbarica dette “Massi Avelli”  visitabili nei pressi del cimitero di Scaria; da non perdere la  visione dell’ascia di pietra preistorica esposta al Museo Diocesano d’Arte Sacra.

Il giacimento di Osteno fu casualmente scoperto nel 1954 ad opera di un collezionista privato, il quale informò della scoperta il Museo di Milano.
Dopo una prima campagna di ricerca, gli scavi furono interrotti e ripresero dopo il 1960.
Ora il giacimento viene regolarmente scavato dai paleontologi del museo milanese.
Sul giacimento è posto il vincolo di tutela, per salvaguardare questo importante patrimonio dagli scavi abusivi.

Emersa dai fondali di un ramo della Tetide durante il terziario, la Val d’Intelvi fu erosa e scavata da immensi ghiacciai che vi depositarono una copertura morenica e massi erratici.
Il grande ghiacciaio lariano lasciò la Valle diecimila anni fa nell’attuale conformazione morfologica, divisa in due tronchi: quello del Ceresio da Osteno a Lanzo e quello del Lario da Argegno a San Fedele.

Ciascun tronco è percorso da un torrente e ambedue portano enigmaticamente lo stesso nome: Telo. E’ forse questa l’origine del nome, cioè “In Teluis”, ma altri storici la vedono in “Inter lacus” (tra il Ceresio e il Lario).
Lanzo con la frazione Scaria (un tempo comune autonomo), è l’ultimo paese della Valle e si estende in una dolce conca denominata “La Conca di Smeraldo”, molto boscosa, è circondata da monti imponenti e pittoreschi quali: Orimento (1391), Greggio (1165), Sighignola (1302), Caslè (1034), Generoso (1701) e Galbiga (1698).

La parrocchiale di S. Maria nel centro dell'abitato di Scaria introduce in una delle chiese più belle della Val d'Intelvi, un ambiente in cui architettura, scultura e pittura si fondono in una perfetta armonia. La chiesa di origine rinascimentale, come ci ricorda il campanile, è opera di un totale rinnovamento voluto dai fratelli Diego Francesco e Carlo Innocenzo Carloni. Discendenti da una famiglia di artisti essi eseguirono i lavori di ristrutturazione e restauro per circa 50 anni. La chiesa di S. Maria ha un'unica navata fiancheggiata da quattro cappelle che termina con un presbiterio ricco di affreschi dedicato alla Vergine. Una fastosa e scenografica macchina decorativa tardobarocca.

Fuori paese la chiesa dei Santi Nazaro e Celso d'antichissima origine nella frazione di Scaria conserva una decorazione pittorica cinquecentesca. L'abside è abbellita da una "Madonna in trono" verso la quale confluisce una schiera di santi e d'apostoli, affreschi di Giovanni Andrea De Magistris e di Giovanni Battista Tarilli di Cureglia Sul lato meridionale all'esterno affreschi seicenteschi ornano la parete verso il cimitero dove erano sepolti i fratelli Carloni, illustri figli di Scaria.
Lanzo d'Intelvi, la vista su Lugano e la Valsolda, la chiesa dei Santi Nazaro e Celso, sono mirabilmente descritti nella prima parte del romanzo "Il Mistero del Poeta" (1888) di Antonio Fogazzaro.
Fino agli anni settanta era in funzione la Funicolare di Lanzo d'Intelvi che la univa alla frazione Santa Margherita di Valsolda.
Il territorio di Lanzo conserva anche antiche tradizioni, le tradizioni è quanto di meglio si possa tramandare. Fra queste la Festa della Madonna Nera. Dopo le pestilenze preservate dalla Madonna Nera (1469) il Papa Paolo II fece erigere santuari lauretani ovunque. Dopo la metà del Cinquecento a Lanzo si costruì una cappella lauretana, ampliata nel 1673 ad opera dell'architetto lanzese Pietro Spazzi ed elevata a Santuario con decreto del vescovo di Como Monsignor Alessandro Macchi il 23 agosto del 1942, l'edificio ripropone la santa casa della Madonna e fu eletto luogo di ritrovo per i lanzesi emigrati. La statua viene esposta l'ultimo sabato di gennaio e la domenica viene portata in processione a spalla dagli alpini del gruppo di Lanzo. La festa con addobbi, ceri accesi, falò, l'incanto dei canestri regala lo spettacolo finale di giorni dedicati alla fede, alle tradizioni e ai ricordi.
La buona viabilità e la diffusione delle automobili facilitano i contatti: un tempo questa era terra d’agricoltura difficile! Il fieno per gli animali,  le castagne e poco più; abitata da boscaioli e intagliatori di pietra “Picapreda” che hanno lasciato tradizioni che si ritrovano ancor oggi  vive più che mai.
I festeggiamenti in onore della Beata Vergine di Loreto, l’ultimo fine settimana di gennaio, è l’appuntamento più importante che si svolge sul territorio. Tre giorni di celebrazioni con processione solenne, bande musicali e vendite all’incanto, richiamano a Lanzo concittadini e villeggianti anche da luoghi lontani.
 
Il Palio delle contrade “Chempura”, ”Nisciuree”, “Piandurs” e “Sanazee”  vede la popolazione sfilare in abiti medievali, sfidarsi in competizioni di vario genere.
Le caratteristiche: “Festa dei Cuurt” a Scaria e “Lanz cume serum” a Lanzo, nei mesi estivi, ripropongono nelle suggestive corti le arti ed i mestieri d’un tempo.
In valle, non  si può non ricordare, lo storico e famosissimo “Carnevale di Schignano” con i caratteristici personaggi “dei Belli e dei Brutti”, che si rincorrono festosi, avvolti in storici costumi tipici con maschere intagliate.

Gli sport praticabili a Lanzo e Scaria sono numerosi, sorretti da efficienti strutture ed organismi sportivi e si possono praticare tutto l'anno secondo la tipologia.

Durante la stagione invernale lo Sci trova casa in Valle d’Intelvi grazie alle piste del monte Sighignola ove è possibile praticare sci alpino.
D’estate vi si svolgono manifestazioni di Sci d’erba di livello internazionale.
Non mancano in loco  i maneggi, è possibile praticare equitazione.

Nell’anello omologato di 5  km, con possibili varianti segnalate, si pratica lo sci di fondo.
La mountain bike trova sulle mulattiere della linea Cadorna (fortificazioni effettuate dall’esercito italiano in concomitanza con il I^ Conflitto Mondiale) il suo habitat naturale.

Si possono effettuare passeggiate ed escursioni lungo i sentieri contrassegnati,  si snodano sulle pendici dei monti circostanti; la flora di queste cime è caratterizzata dalla convivenza di elementi di origine alpina e mediterranea,non è insolito incontrare cervi, caprioli, camosci e cinghiali che si sono ormai ristabiliti sul territorio.



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martedì 21 aprile 2015

IL CASTELLO DI BESOZZO

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Il complesso dell’antico castello di Besozzo, situato nella parte sopraelevata del borgo in una posizione che domina la parte bassa e più moderna del paese, è attualmente occupato da abitazioni private ed è composto da due edifici distinti, palazzo Cadario e palazzo Adamoli, che nel corso del XV secolo furono sovrapposti al nucleo fortificato originario. Ciò che resta di questo primitivo castello medievale è visibile nel giardino interno: si tratta di una torre datata al Duecento in massiccia muratura in pietra a vista. Posto a settentrione, il palazzo Cadario è contraddistinto da una torre d’ingresso rinascimentale coronata da beccatelli e da una leggera loggia, e presenta una portale fiancheggiato da due colonne e profilato da una decorazione a bugnato che caratterizza l’intero edificio. Accedendo al cortile, è possibile osservare un elegante portico cinquecentesco formato da colonne in pietra d’Angera. In posizione contigua si trova il palazzo Adamoli, i cui elementi di maggior richiamo sono rappresentati dal portale in serizzo di fattura rinascimentale, ornato di fiori stilizzati, e dal cortile interno aperto sul lato orientale, che reca tracce di decorazioni a graffito di età rinascimentale e balconcini risalenti con probabilità a modifiche settecentesche.

Il castello di Besozzo rappresenta la testimonianza più significativa del nucleo antico del borgo di Besozzo, sorto nei secoli centrali del Medioevo sulla sommità della collina che domina la valle del fiume Bardello. Lo sviluppo dell’abitato fu legato indissolubilmente all’affermazione del casato nobiliare dei Besozzi, radicato nel territorio fin dall’età precomunale. L’area dell’attuale Besozzo superiore reca infatti numerose tracce architettoniche, inserite nel tessuto abitativo odierno, delle decorazioni che caratterizzavano gli edifici di pregio abitati nel corso del Medioevo e del Rinascimento dai diversi rami nobiliari della famiglia Besozzi. In questo contesto, il castello che ospitò la dimora principale dei Besozzi documenta nella sua attuale configurazione sia la fase più antica della storia di Besozzo, con la torre di epoca duecentesca che era parte della fortificazione originaria, sia il momento della maggiore affermazione politica dei Besozzi. I due edifici principali della costruzione sono infatti di impianto quattrocentesco, e risalgono all’età in cui i Besozzi, anche grazie a una rete di relazioni parentali strette con altre importanti famiglie aristocratiche del territorio, ottennero direttamente dai Visconti di Milano l’investitura feudale su Besozzo e l’intera circoscrizione pievana di Brebbia. Secoli più tardi il castello, divenuto proprietà della famiglia Adamoli, ospitò a distanza di breve tempo sia Giuseppe Garibaldi che Giuseppe Mazzini, ospiti del generale e uomo politico Giulio Adamoli, che si distinse per la sua partecipazione alle vicende del Risorgimento.


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