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domenica 10 maggio 2015

I FATTI DI SARNICO

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I Fatti di Sarnico furono una sommossa mazziniana organizzata nella primavera del 1862 nella località bergamasca, da un centinaio di insorti, capitanati dal patriota Francesco Nullo e con l'appoggio di Giuseppe Garibaldi, coll'intento di penetrare armati in Trentino e provocare l'insurrezione di quelle popolazioni contro gli Austriaci.

In questa località situata sul lago d'Iseo, fu sventato da parte del governo di Urbano Rattazzi il piano mazziniano che prevedeva la sollevazione del Trentino mediante un’infiltrazione armata di una colonna di insorti.

Alla spedizione dei Mille parteciparono 432 lombardi di cui ben 180 provenienti da Bergamo, che ottenne così il titolo di “città dei mille”. Tra loro anche due sarnicesi: Febo ed Isacco Arcangeli. Quest’ultimo in particolare mostrò grande sentimento patriottico dapprima arruolandosi nel 1859 con i “Cacciatori delle Alpi”, cioè al corpo di volontari organizzato da Giuseppe Garibaldi a Torino nel 1859, per poi partire da Quarto con i Mille la notte tra il 5-6 maggio 1860. Conclusa l’impresa e ancora animato da spirito guerriero raggiunse nel 1863 la “Legione Italiana” in Polonia, dove ferito fu condannato a morte. La pena fu però commutata in dodici anni di reclusione e fu deportato in Siberia. Qui rimase 3 anni sopravvivendo a stento e, liberato grazie all’amnistia concessa dallo zar, tornò a Bergamo. Isacco è uno dei fondamentali volontari che contribuirono a formare la nazione italiana, non solo unificandola territorialmente, ma soprattutto costruendo un tassello importante della nostra tradizione. Fu in questo periodo infatti che nacque l’Italia come soggetto politico partecipe alle questioni internazionali e fondamentale personaggio degli eventi mondiali successivi. Il nuovo stato non coinvolse però i cittadini solo come soldati di un paese indipendente, anzi la funzione principale di ognuno fu quella di membro costruttore dell’identità nazionale nella quale si riconobbero le generazioni successive. Il risorgimento è dunque un movimento politico di massa. Ne sono esempio gli eventi che accaddero nel 1862 a Sarnico. Garibaldi, consapevole del grande contributo militare della  provincia di Bergamo, pensò infatti di smuovere ancora una volta l’animo dei nazionalisti per organizzare l’annessione del Trentino, in mano austriaca. Arrivò dunque a Trescore con la scusa di curarsi alle terme e raccolse i primi favori di volontari che si riunirono a Sarnico pronti a partire per il 30 maggio, come annunciato dalla “Gazzetta di Bergamo” e da altri quotidiani. Erano centinaia pronti a risalire la valle Camonica e calare su Trento sollevando le popolazioni locali, ma le decisioni di governo cambiarono e il fervore patriottico fu represso da numerosi sequestri. Il 14 maggio venne sequestrato dai Carabinieri, a Grumello del Monte, un carro carico di materiale esplosivo diretto verso il lago e lo stesso giorno a Sarnico furono arrestate 60 persone, trasferite alla cittadella militare di Alessandria. L’Eroe dei due mondi, nel frattempo soggiornò nella villa di Parigi Andrea, primo sindaco del paese, che, appoggiando la pressione popolare spedì una lettera alla procura di Bergamo per prosciogliere gli imputati e risolvere l’imbarazzante situazione. Pur uscendo vittima della repressione, il paese dimostrò un forte sentimento patriottico ancora ricordato dalla lapide affissa su Palazzo Orgnieri, di fronte a piazza Umberto I. Negli atti processuali tali avvenimenti sono citati come “fatti di Sarnico” e con questo nome restano alla storia.
Appare evidente nell’aneddoto narrato quale fu l’emozione istintiva che coinvolse l’opinione pubblica, allora mossa da un fervore patriottico puro e non influenzato da allegorie, simboli e riflessioni. Tutto questo e i numerosi errori della politica successiva sono parte del lemma “italiano”. Per ricordarci di essere tali, in un periodo nel quale il patriottismo sta scomparendo, è sufficiente guardarsi intorno e cogliere i ricordi nei luoghi di tutti i giorni, pensando alla storia come fatti concreti compiuti dai nostri compaesani che credevano veramente ai loro ideali.

Nullo Francesco nacque a Bergamo il 1° marzo 1820, primogenito di Arcangelo, commerciante di tessuti e possidente, e di Angela Magno, che aveva sposato Arcangelo in seconde nozze. La coppia ebbe altri cinque figli, Carlo, Giuseppe, Ludovico, Giovanni e Pietro, e una figlia, Giulia, morta a soli quattro mesi di età.
Dopo aver frequentato le scuole comunali, nel 1837 entrò come convittore nel ginnasio vescovile di Celana, dove rimase sino al 1840, per poi continuare gli studi tecnici e commerciali a Milano. La sua iniziazione patriottica e politica avvenne probabilmente proprio negli ambienti studenteschi e artigiani che frequentò in quegli anni, ma come per gran parte dei giovani patrioti della sua generazione l'autentico spartiacque nella sua esperienza politica e personale fu il 1848.

Dopo aver partecipato attivamente alle Cinque Giornate, distinguendosi nella presa di Porta Tosa, insieme ai fratelli Giuseppe e Ludovico, che rimase ferito, allo scoppio della prima guerra d'Indipendenza si arruolò nei Corpi di volontari lombardi che affiancavano l'esercito regolare sardo. Dopo l'armistizio Salasco seguì il proprio reparto che, venuta meno la possibilità di unirsi ai volontari guidati da Garibaldi, ripiegò in Piemonte, andando a costituire la Divisione lombarda dell'esercito sardo. Nel settembre 1848 fu ammesso nell'artiglieria sarda con il grado di sottotenente, ma dopo la sconfitta di Novara ottenne la dispensa dal servizio e accorse a Roma.

L'esperienza della Repubblica Romana fu fondamentale per la sua maturazione politica in senso democratico radicale e repubblicano, ma soprattutto fu allora che in lui si precisò un'interpretazione estrema dell'adesione al volontariato patriottico in senso 'eroico' e 'sacrificale'. Arruolatosi tra i 'lancieri della morte' comandati dal colonnello bolognese Angelo Masina, dopo la capitolazione di Roma rifiutò la resa e seguì Garibaldi nel tentativo di raggiungere Venezia. Il riferimento a Garibaldi come modello paradigmatico dell’azione patriottica, interpretata innanzitutto come attivismo militare, e la dedizione personale al Generale furono una costante di tutta la sua vita.

Nel corso del ripiegamento garibaldino si distinse rapidamente tra i volontari, ricevendo a Cetona l'incarico di 'tenente quartiermastro', addetto agli alloggiamenti, e venendo poi scelto da Garibaldi come 'ambasciatore' per trattare con i capitani della Repubblica di S. Marino l'attraversamento del loro territorio. Dopo lo scioglimento della colonna, seguì Garibaldi fino allo sbarco forzato a Piallazza sul lido delle Nazioni. Costretto poi a dividersi dagli altri, riuscì a raggiugere a Genova e a rientrare in Lombardia, dove passò alcuni mesi in semiclandestinità a Caprino Bergamasco. L'11 novembre 1849 fu arrestato, ma non essendo emersi elementi gravi a suo carico fu condannato a soli tre mesi di carcere, ridotti, in seguito al suo appello, a pochi giorni.

Rilasciato, sembrò almeno momentaneamente abbandonare l'attività politica e patriottica per riprendere gli studi tecnici e commerciali e collaborare all'azienda di famiglia. Negli anni Cinquanta si recò spesso all'estero per affari e sviluppò una vasta rete di contatti anche al di là dei confini lombardo-veneti. Dopo l'apertura nel 1853 di una filanda, dotata di 40 telai a mano, a Clusone, nel 1857 costituì la ditta Francesco Nullo & C., di cui era il gerente responsabile e che si affermò rapidamente, come dimostrano la medaglia d'argento e la menzione onorevole ottenute nello stesso 1857 all'esposizione provinciale della Società industriale bergamasca. In quegli stessi anni Nullo consolidò il rapporto affettivo e sentimentale con Celestina Belotti, cui restò legato per tutta la vita.

Allo scoppio della seconda guerra d'indipendenza la passione patriottica riprese il sopravvento e si arruolò volontario nella Compagnia guide dei Cacciatori delle Alpi, il reparto meno soggetto alla pur blanda disciplina dei corpi volontari, a conferma della sua interpretazione attivistica ed 'eroica' del garibaldinismo. Nel corso della campagna, sul cui svolgimento lasciò un taccuino di appunti, si distinse, insieme ad Antonio Curò e Silvio Contro, nella liberazione di Bergamo: penetratovi in abiti borghesi, raccolse le informazioni di carattere militare che consentirono a Garibaldi di conquistare la città la mattina dell'8 giugno 1859.

In agosto, ormai svanita ogni speranza di riprendere le ostilità contro l'Austria, ottenne il congedo dall'esercito sardo e seguì Garibaldi in Romagna. Quando, alla metà del novembre 1859, divenne chiaro che anche in Italia centrale era venuta meno ogni possibilità di azione contro lo Stato Pontificio, rientrò a Bergamo e riprese la conduzione degli affari. Tuttavia, malgrado gli ottimi risultati dell'azienda, che nel 1861 fu premiata alla prima esposizione nazionale tenutasi a Firenze, concentrò le proprie energie nell'attività patriottica e militare, divenendo uno dei principali e più intimi collaboratori di Garibaldi.

Con l'amico e conterraneo Francesco Cucchi si impegnò a Bergamo nell'opera di arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia, riuscendo a reclutare il contingente più numeroso. Nel corso della spedizione, che Nullo descrisse in un altro taccuino di appunti, emerse un altro degli elementi caratterizzanti della sua azione: il richiamo all'identità bergamasca come strumento di mobilitazione e di motivazione di un vasto seguito di concittadini pronti a seguire il suo esempio. Così durante la battaglia di Calatafimi, facendo appello al comune legame 'civico' dei bergamaschi che costituivano la quasi totalità del reparto, esautorò di fatto il comandante dell'VIII compagnia, il pavese Angelo Bassini, assumendo sostanzialmente la guida dell'azione. Allo stesso orgoglio civico dei bergamaschi, combinato con il proprio esempio personale, fece appello durante la battaglia per la liberazione di Palermo.

Garibaldi lo promosse prima luogotenente delle Guide e poi capitano, ma, soprattutto lo inviò nuovamente a Bergamo nel luglio 1860, per procedere a nuovi arruolamenti. Al suo rientro in Sicilia, agli inizi di agosto, fece parte dell'avanguardia, guidata da Giuseppe Missori, inviata in Calabria per preparare lo sbarco sul continente del grosso delle truppe. Il tentativo fallì e il reparto fu costretto a una faticosa azione di guerriglia nell'interno della Calabria in attesa dell’arrivo di Garibaldi. Successivamente Nullo si distinse nella presa di Reggio Calabria e nella resa del generale Fileno Briganti, ottenendo la promozione a maggiore e l’onore di far parte della scorta personale che accompagnò Garibaldi nel suo ingresso trionfale a Napoli il 7 settembre.

Aggregato allo Stato Maggiore, grazie al coraggio mostrato nella battaglia del Volturno, ottenne la nomina a tenente colonnello delle Guide. Nella fase di incertezza seguita alla battaglia fu inviato nel Sannio, dotato di pieni poteri, per reprimere la nascente insorgenza borbonica, ma a causa della scarsa conoscenza del territorio, del numero limitato di forze a disposizione e del carattere generalizzato della rivolta, la missione si risolse in un insuccesso. Il fallimento tuttavia non compromise i rapporti con Garibaldi, che lo scelse per consegnare al re Vittorio Emanuele II il dispaccio con cui deponeva nelle mani del sovrano i poteri dittatoriali. Fece inoltre parte della ristretta cerchia dei collaboratori più intimi che accompagnarono Garibaldi la mattina del 9 novembre 1860 alla nave che lo avrebbe condotto a Caprera. Dopo un breve soggiorno a Bergamo, fu reintegrato nell'Esercito italiano ed entrò a far parte della Commissione per la Medaglia della prima spedizione di Sicilia; nominato cavaliere dell'ordine militare di Savoia, nell'agosto 1861 ebbe il grado di luogotenente-colonnello di cavalleria.

Tra l'autunno del 1861 e la primavera del 1862 svolse una funzione di collegamento tra il governo Rattazzi e Garibaldi in previsione di una futura missione di questo. In seguito al definitivo scioglimento dell'Esercito meridionale (marzo 1862) presentò le dimissioni dall'esercito e affiancò Garibaldi nell'azione di propaganda per la diffusione delle società di tiro a segno nel Nord Italia. Contestualmente divenne il referente militare per l’invasione del Tirolo italiano che il Generale stava progettando, contando sull'ambigua condotta del governo italiano.

Arrestato insieme a un primo nucleo di volontari nei pressi di Sarnico, il 14 maggio 1862 venne individuato dal governo, ben intenzionato a misconoscere il suo ruolo e quello di Garibaldi nella vicenda, come potenziale capro espiatorio. In favore di Nullo si sviluppò tuttavia un'ampia campagna di opinione pubblica, guidata dalla Sinistra democratica e garibaldina, a partire da Garibaldi e da Francesco Crispi il quale assunse la difesa legale, e caratterizzata da petizioni al ministero dell'Interno, attestazioni di solidarietà e manifestazioni popolari (che a Bergamo e Brescia sfociarono in veri e propri tumulti).

La sfortunata esperienza di Sarnico e la vigilanza della polizia non impedirono a Nullo, scarcerato in attesa del processo, di seguire Garibaldi nel suo nuovo viaggio in Sicilia, di cui fu anzi, probabilmente, uno dei promotori nella riunione tenuta a Belgirate in casa dei Cairoli. A causa della vigilanza della polizia riuscì a raggiungere Garibaldi solo a spedizione iniziata, ma gli fu accanto e lo sostenne sino allo scontro finale di Aspromonte, al termine del quale fu lui a trattare la resa con il colonnello Emilio Pallavicino, per poi accompagnare Garibaldi prima in Sicilia e poi a bordo del Duca di Genova fino a La Spezia.

Internato nel carcere militare di Fenestrelle, poi scarcerato il 5 ottobre in seguito all'amnistia per le nozze di Maria Pia di Savoia con il re del Portogallo, rinunciò alle decorazioni onorifiche e tornò occuparsi dei suoi affari commerciali e industriali. Fu però, nuovamente, una breve pausa. Si gettò infatti a capofitto nell'attività cospirativa patriottica e repubblicana che faceva capo a Mazzini e all'ala più intransigente e radicale del Partito d'azione, mentre incominciava ad affacciarsi l'idea di una spedizione nei Balcani che portasse lo scontro nel cuore stesso degli imperi autocratici, l'austriaco, ma anche il russo e l'ottomano.

L'occasione giusta, svanita l'effimera ipotesi di una rivoluzione repubblicana in Grecia, fu offerta dal divampare della rivolta antizarista in Polonia che, scatenata dall'imposizione della leva militare da parte delle autorità russe, suscitò una fortissima ondata di simpatie in tutto il mondo democratico e liberale europeo. In particolare Mazzini vi vide l'opportunità di riprendere su vasta scala la rivoluzione europea e assestare il colpo di grazia all'impero austriaco. La rete cospirativa mazziniana e più generalmente democratica in Italia si mise così in moto. Nullo e Cucchi nei primi mesi del 1863 fecero da tramite tra Mazzini e Garibaldi con l'obiettivo di farli accordare su una spedizione in Veneto che avrebbe al contempo allentato la pressione sugli insorti polacchi, garantito Venezia all'Italia e dato il via a una nuova ondata di rivolte europee in particolare in Ungheria e nei Balcani. Tuttavia l'intesa tra Mazzini e Garibaldi stentò a decollare per il rifiuto del primo di rinunciare pregiudizialmente alla propria opzione repubblicana e per il timore del secondo di una riedizione di Aspromonte.

Poiché l'intenso lavorio dei comitati democratici sparsi in tutta Italia, e in particolare in Lombardia, rischiava di vanificarsi a causa dei dissidi tra i due leader, Nullo decise di sfuggire alla contrapposizione paralizzante tra Mazzini e Garibaldi e prese contatti direttamente con il Comitato rivoluzionario polacco, impegnandosi a organizzare un corpo di spedizione volontario e accantonando così la 'questione italiana' e la sua difficile soluzione. Il 19 aprile 1863 lasciò per l'ultima volta Bergamo. Diretto ufficialmente in Austria per ragioni commerciali, si recò prima a Vienna e poi a Cracovia, dove lo raggiunsero gli altri volontari italiani. Nella città polacca tuttavia l'affluire massiccio di tanti stranieri suscitò i sospetti della polizia che procedette a retate e a rimpatri forzati, cui lo stesso Nullo si sottrasse a stento. Obbligato a stringere i tempi, il 2 maggio Nullo, che aveva il comando effettivo della colonna di insorti e volontari stranieri, formalmente guidata dal generale Józef Miniewski, abbandonò la città e varcò il confine russo, puntando a ricongiungersi con il grosso delle truppe degli insorti. Passato il confine, con la dozzina di volontari italiani sfuggiti agli arresti della polizia austriaca, cui si erano uniti alcuni volontari francesi e polacchi provenienti dall'emigrazione, fu costituita formalmente in Legione straniera e a Nullo fu assegnato dal governo rivoluzionario polacco il grado di generale.

Dopo una breve scaramuccia vittoriosa il giorno precedente, il 5 maggio 1863, la Legione si scontrò con un reparto russo nettamente superiore, nei pressi della località di Krzykawka, non molto distante da Olkusz. Rimasto in prima fila nonostante fosse stato ferito, Nullo fu nuovamente colpito, questa volta a morte.  Subito dopo i russi ebbero la meglio sui ribelli ormai sbandati che cercavano di riconquistare il confine austriaco.

Il giorno successivo, per ordine del principe Szachowskoi, comandante del reparto cosacco contro cui si era battuto, ordinò di recuperare il corpo di Nullo e di assicurarne la sepoltura nel cimitero di Olkusz.




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martedì 21 aprile 2015

PERSONE DI BESOZZO : GIULIO ADAMOLI

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Adamoli  Giulio è nato a Besozzo il 29 febbr. 1840 da Domenico, nel 1857 si era iscritto alla facoltà di matematica dell'università di Pavia: di qui datano l'affettuosa amicizia che sempre lo legò alla famiglia Cairoli, particolarmente a Benedetto, e le sue prime esperienze patriottiche.

Nel 1857 si iscrisse alla facoltà di matematica dell'Università di Pavia, e in quegli anni nacque l'amicizia con Benedetto Cairoli. Partecipò alla Seconda guerra di indipendenza italiana del 1859 come volontario nel 1º Reggimento "Granatieri di Sardegna".

Sottotenente, nel gennaio 1860 rassegnò le dimissioni dall'esercito raggiungendo nel maggio Giuseppe Garibaldi in Sicilia, con la spedizione organizzata da Agostino Bertani e guidata da Carmelo Agnetta; fece tutta la campagna, distinguendosi negli scontri di San Leucio e Sant'Angelo. Finita la spedizione si dedicò all'ingegneria, entrando nell'impresa costruttrice della ferrovia Milano-Pavia.

Ma nel 1862 fu di nuovo con Garibaldi ad Aspromonte (Giornata dell'Aspromonte) e nel 1866, col II Battaglione dei bersaglieri milanesi, combatté a Vezza d'Oglio, guadagnando una medaglia d'argento. Appena finito il conflitto, compì un breve viaggio politico negli Stati Uniti con le lettere di presentazione di Giuseppe Mazzini e di Garibaldi.

Nel settembre 1867 fu a Ginevra con Garibaldi al congresso della pace; e, nello stesso anno, partecipò alla battaglia di Mentana. Dal giugno 1869 all'ottobre 1870 compì un viaggio nelle steppe dei Kirghisi e nel Turkestan, per studiare i sistemi di allevamento del baco da seta. Nel 1876 si recò in Marocco, sotto gli auspici della Società geografica italiana, per lo studio della situazione economica di quel paese e l'eventuale impianto di fattorie commerciali sulla costa atlantica.

Eletto deputato nello stesso anno, fu sottosegretario agli Esteri nel Governo Crispi IV (dal 21 giugno 1894) e nominato senatore il 19 novembre 1898. Dal 1907, per un ventennio, fu commissario della Cassa del debito pubblico in Egitto, favorendo gli interessi della colonia italiana e compiendo viaggi lungo il Nilo e nel vicino Oriente. Si dedicò anche a studi di ingegneria portuale.

Morì al Cairo il 25 dic. 1926.




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venerdì 6 marzo 2015

LA BATTAGLIA DI GOITO

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La Battaglia di Goito fu un episodio della prima guerra di indipendenza. Ebbe luogo il 30 maggio 1848, quando l'esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky tentò di sloggiare il 1° Corpo d'armata dell'esercito sardo dalle posizioni che teneva a protezione dei ponti sul Mincio, circa 20 km a nord di Mantova, e venne invece respinto.

Il 18 marzo 1848 ebbero inizio le cinque giornate di Milano. Il comandante dell'esercito del Lombardo-Veneto, il feldmaresciallo Josef Radetzky, prima eccitò la rivolta, poi non seppe domarla, vedendosi costretto ad abbandonare la città dopo cinque giorni di furiosi scontri. Contemporaneamente manifestazioni si ebbero in diverse città del Lombardo-Veneto e a Como l'intera guarnigione si consegnò agli insorti.
Il giorno dopo l'evacuazione di Radetzky da Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all'Austria e attraversò il Ticino. Il suo esercito era organizzato su due corpi d'armata: il 1º affidato al generale Eusebio Bava e il 2º al generale Ettore de Sonnaz.

L'esercito piemontese attraversò il Ticino il 25 marzo. L'8-9 aprile forzò il passaggio del Mincio al ponte di Goito e a Monzambano. I passaggi conquistati sul Mincio erano segnati da due grandi fortezze: a sud Mantova e a nord Peschiera, il cui assedio venne cominciato il 13 aprile, dal lato meridionale.

Il 26 aprile i piemontesi mossero in forze oltre il Mincio, con movimento verso nord-est. Il 30 spezzarono le forti posizioni austriache sui colli di Bussolengo e Pastrengo, giusto a occidente dell'Adige, a monte di Verona. Ciò costrinse Radetzky a chiudersi dentro le nuove mura di Verona per attendere tempi migliori.

Qui Carlo Alberto condusse, il 6 maggio, una energica ricognizione che si tradusse nella battaglia di Santa Lucia: essa permise di occupare due delle quattro posizioni fortificate del rideau, un "campo trincerato" che cingeva Verona verso la pianura a sud-sud ovest. Non disponendo di attrezzature d'assedio (tutte impegnate a Peschiera del Garda), Carlo Alberto commise l'errore di comandare il ripiegamento alle posizioni di partenza, in attesa della caduta della fortezza di Peschiera.

Tale inopinata decisione rese del tutto sterile l'ultima vittoria e segnò anzi la fine dell'iniziativa sarda, consentendo invece all'esercito asburgico di riprendere a manovrare.

Nel frattempo, Carlo Alberto aveva ricevuto le grosse artiglierie d'assedio necessarie alla azione su Peschiera. La cui conduzione venne affidata al Duca di Genova, assistito dai comandanti del genio e dell'artiglieria, generali Chiodo e Rossi, nonché, ovviamente, dal generale della divisione che teneva l'assedio, il Federici. I nuovi cannoni avevano cominciato a battere la fortezza il 18, e, il 21 messo fuori combattimento il forte Mandella. Ciò permise, il 26 di proporre la capitolazione al comandante austriaco generale Josef von Rath. Questi tergiversò 24 ore, inviò messaggeri al Radetzky, eppoi la respinse. Ma al suo comandante aveva comunicato di non poter resistere oltre la fine del mese.

Ciò non distolse l'attenzione dello stato maggiore sardo che, anzi, dispose l'intera armata a protezione dell'assedio: in quel mese lo schieramento piemontese si estendeva lungo un semicerchio di circa 70 km da Curtatone, a sud, attraverso Villafranca, sino a Pastrengo, con, a tergo, l'assediata Peschiera.

Dopo il ritiro di Verona, i sardi restano per tre settimane in attesa della caduta di Peschiera, dando così modo al feldmaresciallo Josef Radetzky di ricevere i rinforzi tanto attesi. Il corpo d'armata di Laval Nugent entrò in Veneto il 5, occupando Belluno e Feltre. L'8-9 maggio disarticolò a Cornuda, sul Piave il corpo pontificio di Giacomo Durando, che, però, lo sconfisse nel successivo tentativo di occupare Vicenza.

Malgrado ciò, Radetzky poté unire a Verona il corpo d'armata di Nugent ai due già presenti.

Scopo della operazione era aggirare le truppe piemontesi impegnate nell'assedio di Peschiera. Traversare il Mincio a Mantova e sfondare la estrema destra dello schieramento sardo, affidata al piccolo esercito toscano. Di lì risalire la riva destra del Mincio, distruggendo per via, i ponti e tagliando le linee di approvvigionamento dalla Lombardia. A quel punto il grosso dell'esercito sardo si sarebbe trovato obbligato a cercare battaglia, nei luoghi e nelle condizioni che il feldmaresciallo avesse preferito e, per giunta, non rifornito. Al minimo, Carlo Alberto avrebbe dovuto lasciare la morsa su Peschiera, permettendo alle non innumerevoli forze del von Zobel di approvvigionarla, scendere da Trento.

Il piano di marcia era estremamente ambizioso, specie in quanto esso contava su una sostanziale inazione di Carlo Alberto che avrebbe dovuto consentire al feldmaresciallo di marciare per almeno 50 km in territorio ostile, senza offrire adeguata resistenza.

L'unica possibilità di riuscita era offerta dalla estrema dispersione in cui era stato disposto l'esercito sardo (come succederà poi ancora a Custoza): il comando sardo, in effetti, si aspettava piuttosto un attacco sulla direttrice più diretta, la Verona-Peschiera. In un simile schema, l'ala destra, all'estremità meridionale del lungo fronte, doveva solo tenere a bada la guarnigione di Mantova, limitata a 7 battaglioni e 17 cannoni da campagna (da aggiungere a quelli di fortezza), affidate a Eugen Wratislaw. Per tenere a bada una simile forza, bastava ed avanzava la divisione toscana, completata da tre battaglioni napoletani (1° - 2° del 10º Reggimento fanteria "Abruzzi" e 1 di volontari), in totale circa 6.000 uomini, tra effettivi e volontari, inclusi moltissimi studenti delle Università di Pisa e Siena, tutti agli ordini del generale Cesare De Laugier, oltretutto ben barricati nel borgo di Curtatone e nella vicina frazione di Montanara, capisaldi della linea tra Goito e il lago di Mantova. Ma queste forze non sarebbero state in alcun modo sufficienti per opporsi al grosso dell'esercito austriaco, come era nei piani di Radetzky.

In subordine, anche se Carlo Alberto avesse reagito velocemente, non avrebbe potuto comunque richiamare più di una parte dell'esercito sardo, e ciò avrebbe naturalmente accresciuto le possibilità di vittoria austriache.

In ogni caso, tuttavia, Josef Radetzky avrebbe dovuto condurre la sua prima battaglia campale.

Il limite principale di tale situazione era che non avrebbe potuto appoggiarsi ad una delle fortezze del Quadrilatero, con le relative numerose artiglierie. Tenuto conto della qualità delle piazzeforti di cui il feldmaresciallo disponeva, si trattava, chiaramente, di un azzardo, talmente elevato da non poter essere portato alle estreme conseguenze: ragionevolmente Radetzky avrebbe tentato la fortuna in battaglia ma, posto di fronte ad una eventuale accanita resistenza sarda, non avrebbe potuto che ripiegare. L'unico errore che egli non poteva commettere era essere tagliato fuori da Mantova o da Verona.

Così rafforzato, la sera del 27 uscì da Verona (ove lasciò il Thurn, di guarnigione) diretto verso Mantova. Per raggiungere la città-fortezza fece un giro largo, marciando a sud, sulla strada di per Isola della Scala, in modo da aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunse a Mantova la sera del 28. Si accampò a San Giorgio, poco prima delle mura della città.

Il 29 fece avanzare 19 battaglioni, 2 squadroni e 52 cannoni verso le posizioni fortificate di Curtatone e Montanara: 20.000 uomini contro 6.000 ma, soprattutto, 3 cannoni contro 52. Toscani e napoletani offrirono una inaspettata resistenza (166 morti, 510 feriti e 1.186 prigionieri), che costò agli austriaci ben 1.000 fra morti e feriti e, soprattutto, diede il tempo all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito.

Era accaduto che il comandante del 1º Corpo sardo, generale Bava, che teneva la parte meridionale del lungo fronte, aveva avuto notizia della ‘grande manovra' austriaca già a mezzogiorno del 28, da patrioti veneti, ma non vi prestò attenzione sino all'alba del 29, con diciassette ore di ritardo. E solo a quel punto richiamò la divisione toscana, ma l'ordine giunse quando la battaglia stava già per iniziare. Ed il De Laugier ritenne preferibile difendersi dalle forti posizioni già possedute.

Nelle battaglie di Curtatone e Montanara, prima, e Goito, poi, caddero 183 tra soldati e volontari napoletani con il conferimento di numerose onorificenze sabaude.

Dopo Curtatone e Montanara, l'esercito austriaco rallentò la marcia e si fece prudente. Radetzky commise due fondamentali errori: inviò 12.000 uomini del II Corpo in una lunghissima manovra aggirante, per Rodigo sino alla lontana Ceresara, talmente lontano da non poter poi partecipare in alcun modo alla battaglia; non proseguì che il giorno seguente, 30 maggio, formando il I Corpo in schieramento di battaglia di fronte a Goito solo alle tre del pomeriggio, dove però i Sardi lo aspettavano a piè fermo.

Il ritardo aveva, infatti, permesso a Carlo Alberto di prepararsi alla manovra aggirante preparata dal Radetzky, concentrando su Goito ventitremila uomini.
La difesa di Goito era un imperativo per i Sardi, tenuto conto che un eventuale arretramento avrebbe compromesso i passaggi sul Mincio di Goito, appunto, della vicina Pozzolo, nonché, poco più a nord, di Valeggio-Borghetto e Monzambano. Una sconfitta avrebbe, quindi, tagliato fuori l'intera metà dell'esercito sulla sinistra del Mincio ovvero, nella migliore delle ipotesi, tutte le conquiste dell'ultimo mese.

Lo schieramento era stato completato a mezzogiorno, ed andava da Goito, a sud-est, alla frazione di Cerlongo, a nord-ovest, lungo la strada dal ponte di Goito verso Brescia, con alle spalle il nodo viario di Volta, circa 7 km più indietro:

Il ritardo nel riconoscimento del pericolo, tuttavia, aveva permesso di raccogliere solo una parte delle truppe potenzialmente a disposizione. Bava mise insieme 21 battaglioni, 23 squadroni e 56 cannoni. Ovvero poco più di 23'000 uomini, tutti del 1º corpo, e della divisione di riserva. Mancava all'appello la Brigata Regina, 2 dei 5 battaglioni della Brigata Cuneo, tre dei cinque battaglioni della Brigata Acqui, che non fecero in tempo a raggiungere il campo di battaglia. Mancava, inoltre, l'intero 2º corpo del De Sonnaz, schierato all'assedio di Peschiera e a protezione del fronte settentrionale. Si trattava, insomma, di poco più della metà dell'esercito che Carlo Alberto aveva portato nella campagna di guerra.

La truppa venne fatta marciare da nord verso Goito, man mano che le esplorazioni confermavano l'assenza di avanguardie austriache, attardate, come si è visto, a Curtatone. Giunta in loco, venne divisa in cinque gruppi principali:

all'estrema destra due dei tre reggimenti di cavalleria, insieme a molti bersaglieri, ad evitare eventuali tentativi di aggiramento
a destra, su Cerlongo, stava la Brigata Cuneo, (solo 3 dei 5 battaglioni)
a sinistra, sino a Goito, stava la Brigata Casale, sostenuta dalla Brigata Acqui (solo 2 dei 5 battaglioni) un piccolo battaglione napoletano (1º battaglione del 10º Reggimento fanteria "Abruzzi")
all'estrema sinistra Goito era occupata da due battaglioni, fortificata e protetta da numerosa artiglieria, e veniva ad appoggiarsi al fiume.
in seconda linea, sulle alture dette ‘dei Somenzari', la Brigata Aosta, la brigata Guardie e una forte riserva d'artiglieria.
Si trattava di tutto ciò che il Bava era riuscito a richiamare. Ma non sarebbe stato sufficiente se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l'intero esercito che si era trascinato da Verona, aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova: in totale fuori Mantova aveva a disposizione 37 battaglioni, 27 squadroni ed 88 cannoni: sino a 44.000 uomini contro 23.000. Si trattava, insomma, di circa i 2/3 dell'esercito del feldmaresciallo, contro poco più della metà dell'esercito di cui disponeva Carlo Alberto.

Ciò che non accadde: l'esercito austriaco che si presentò di fronte al Bava ed a Carlo Alberto era composto solo dal I Corpo del Wratislaw, rinforzato di alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29.000 uomini.

Il resto, 12.000 uomini, affidati al d'Aspre, si erano incamminato sulla lunga strada per Rodigo - Ceresara, mirando ad aggirare le linee sarde sulla direttrice Ceresara – Guidizzolo. Che non avrebbe mai raggiunto. Senza nemmeno entrare in battaglia.

Il 30 maggio Carlo Alberto, dal suo punto di osservazione sulla collina detta "dei Somenzari", vide arrivare le truppe di Eugen Wratislaw che marciavano lungo la direttrice Sacca-Goito, per l'esistente strada. Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si arrestarono, furono raggiunte dalla retrovia d'artiglieria e cavalleria ed impiegarono molto tempo per schierarsi sul terreno intricato di colline e coltivazioni.

L'assalto austriaco iniziò molto tardi, verso le 15:00, contro la sinistra di Eusebio Bava appoggiata su Goito, e fu annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria, ben risposto dai 14 pezzi dei difensori. Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi per prendere il nemico di fianco: in tal modo l'attacco austriaco fu cinque volte ripetuto e cinque volte respinto.

Poco dopo cominciò anche l'assalto delle brigate Wohlgemuth e Strassoldo alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della Brigata Cuneo presero a ripiegare. Gli austriaci giunsero quindi ad impadronirsi delle prime case di Cerlongo. A quel punto l'artiglieria sarda, dalle retrovie, fu posta in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento, arrestando l'avanzata austriaca. La Brigata Aosta, posta in seconda linea, fu mandata a tappare la falla e recuperò terreno; intervennero anche l'Aosta Cavalleria ed il Nizza Cavalleria, all'inizio della battaglia schierate sul centrale poggio "dei Somenzari", accanto ai Carabinieri a cavallo; l'azione consentì di interrompere il tentativo di aggiramento di Radetzky, e porne le avanguardie sulla difensiva.

Venne, quindi, l'ora del contrattacco; Vittorio Emanuele, erede al trono e Duca di Savoia, condusse la Brigata Guardie (l'ultima riserva) verso il fronte: quella marcia intercettò la fuga della brigata Cuneo, che fu arrestata e riorganizzata. Riannodate le file, le due brigate, verso le 18:00, contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo e li fecero indietreggiare per poi caricarli alla baionetta, gettarli nello scompiglio e costringerli ad un precipitoso dietro-front. Vittorio Emanuele guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo lievemente ferito.

Verso le 18:30, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky contemplava la sconfitta: nessuna notizia da Costantino d'Aspre perso per la strada di Ceresara, la destra sfondata, il tentativo di aggiramento della linea Goito-Cerlongo definitivamente fallito; ed ordinò la ritirata.

Radetzky aveva perso la battaglia, poiché aveva commesso un grave errore di condotta strategica: pur disponendo di forze sovrabbondanti, ne aveva impiegato una parte rilevante distraendole in una fallimentare, quanto ridondante, diversione.

Carlo Alberto aveva vinto la terza battaglia, su tre combattute. Bava aveva confermato il successo di Santa Lucia, come il di Sonnaz aveva vinto a Pastrengo. I Toscani a Curtatone avevano dimostrato significative volontà belliche.

Radetzky seppe far tesoro degli insegnamenti e, da quel momento, operò sempre in condizioni di forte superiorità numerica.

I Sardi ebbero 43 morti e 253 feriti. Gli austriaci 68 morti, 331 feriti e 223 dispersi (in gran parte disertori di un reggimento italiano). Fra le vittime Augusto Cavour, ventenne, figlio di Gustavo, il fratello di Camillo.

Di fronte alla ritirata, il contrattacco non venne portato a termine. Salvo che per limitate azioni della cavalleria, sostenuta da qualche battaglione di fanti.
Tale atteggiamento, a volte molto criticato, deve essere fatto risalire a tre fattori determinanti:

tutti i reparti sardi a disposizione erano stati impegnati in combattimento e, quindi, non necessariamente in condizione di condurre una decisa azione offensiva;
Radetzky aveva impegnato in combattimento solo 14 dei circa 22 battaglioni a disposizione, ciò che gli consentiva discreti margini di difesa;
del corpo del d'Aspre avevano perso le tracce non solo il feldmaresciallo, ma anche il Bava.

In effetti, ciò che Carlo Alberto poteva osservare era che l'esercito sconfitto si riformava le file circa quattro chilometri a sud, tra Sacca e Rivalta.

La reazione, quindi, fu conseguente: Entro la sera del 2 giugno vennero concentrati sino a 48 battaglioni, ovvero la grande massa dell'esercito sardo, e predisposto un piano per cercare battaglia verso Mantova.

La battaglia di Goito ebbe una assai rilevante conseguenza strategica: Carlo Alberto aveva interrotto la ‘grande manovra del Radetzky: la liberazione di Peschiera dall'assedio era fallita.

Non solo il grosso dell'esercito non era riuscito a risalire il Mincio, ma, pure, una colonna di soccorso (colma di vettovaglie) scesa da Rivoli Veronese e forte di ben 6.000 uomini era stata bloccata dai Sardi dal Bes (del corpo del di Sonnaz) a Calmasino. Il fatto che tale combattimento sia avvenuto il 29, in coincidenza con gli scontri di Curtatone, testimonia sia della fretta del Radetzky, sia di una certa disarticolazione dei comandi.

In ogni caso, prima ancora che si cominciasse a sparare a Goito, quel giorno stesso la guarnigione di Peschiera si arrese. Si consegnarono 1.600 uomini, 150 cannoni e una gran quantità di polvere e di proiettili. Ciò che portava il saldo generale della ‘grande manovra' decisamente all'attivo di Carlo Alberto.
Per soprannumero, sul campo di Goito, mentre cominciava la ritirata austriaca, un corriere inviato dal Duca di Genova recò la notizia della resa di Peschiera, e per tutto il campo i soldati presero a gridare: ‘Viva il re d'Italia'.

Il punto cruciale, tuttavia, era che Radetzky disponeva ancora di un notevole esercito di manovra, e di tre grandi fortezze. Quando l'armata raccolta a Goito si mosse, il 3 giugno, Radetzky aveva già cominciato un deciso cambio di fronte, spostandosi prima a Mantova, lasciata, poi, il 5 per Legnago e, di lì, per Vicenza, ove gli 11.000 volontari veneti e l'esercito romano del Durando vennero investiti il 10 da forze preponderanti e costretti, all'indomani, alla resa.
Ciò che gli era reso possibile dal mancato sfruttamento sardo della brillante ed insperata vittoria di Goito.


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giovedì 5 marzo 2015

LA BATTAGLIA DI SOLFERINO

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La Battaglia di Solferino (24 giugno 1859) fu combattuta fra l'esercito austriaco e quello francese durante la seconda guerra di indipendenza italiana nel contesto della Battaglia di Solferino e San Martino, che fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 1813, avendovi partecipato complessivamente più di 230.000 soldati.

Dopo la sconfitta a Magenta, l'esercito austriaco si ritirava verso est, inseguito dall'esercito franco-piemontese. Lo stesso Francesco Giuseppe venne personalmente in Italia per prendere il comando delle truppe, rimuovendo dall'incarico il generale Gyulai, considerato colpevole della sconfitta precedente.

Il mattino del 23 giugno le armate austriache fecero dietro front per contrattaccare lungo il fiume Chiese. Allo stesso tempo Napoleone III ordinò l'avanzata delle sue truppe e così gli eserciti avversari vennero a scontrarsi in luoghi del tutto imprevisti. Mentre a nord, sui colli di San Martino, le truppe piemontesi combattevano con l'ala destra dell'esercito austriaco, l'esercito francese si scontrò a sud, più precisamente a Solferino (a metà strada fra Mantova e Brescia), con il grosso delle truppe nemiche: entrambe le parti non si aspettavano assolutamente di trovarsi di fronte l'intero esercito nemico.

La battaglia si sviluppò caoticamente lungo un fronte di 15 km, finché, nel primo pomeriggio, le truppe francesi sfondarono il centro di quelle austriache. I combattimenti proseguirono ancora nel pomeriggio inoltrato attorno a Solferino, Cavriana e Guidizzolo, sino a quando un violento temporale interruppe la lotta (iniziata alle prime luci del giorno), nei pressi di Cavriana, ma non sui colli di San Martino, ove la battaglia cessò soltanto a sera. Lo scontro fu così feroce e cruento che l'esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto in fuga, il quale riparò oltre il Mincio.

La battaglia di Solferino e San Martino fu la più lunga (dalle 12 alle 14 ore di combattimento) e la più sanguinosa combattuta per l'indipendenza e l'unità d'Italia e superò in proporzione le perdite della pur cruenta battaglia di Waterloo. Gli austriaci persero 14000 uomini e 8000 vennero presi prigionieri, i franco-piemontesi 15000 e 2000 prigionieri; questa carneficina sembra aver indotto Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca, con questo atto concludendo di fatto la seconda guerra d'indipendenza.

L'Austria fu costretta a cedere la Lombardia, eccetto Mantova, alla Francia che, come prevedeva l'armistizio e il successivo trattato di Pace di Zurigo, la cedette a sua volta al Regno di Sardegna. Testimone d'eccezione della battaglia fu Henry Dunant ideatore, promulgatore e primo segretario della Croce Rossa.

Assolutamente contrario all'armistizio era Cavour, che dopo un'acerrima discussione con il Re, si dimise dalla carica di presidente del Consiglio.

Lo svizzero evangelico Henry Dunant giunto il giorno della battaglia, vista la terribile carneficina e l'impotenza di fronte alla disorganizzazione con cui furono portati i soccorsi, rimase fortemente impressionato.
Agì quindi per organizzare un minimo di attività di assistenza, che venne data mediante il trasporto dei feriti presso il Duomo di Castiglione delle Stiviere e lì, con l'aiuto della popolazione, specialmente femminile, vennero prestati soccorsi a tutti, senza riguardo alla divisa indossata, avendo come riferimento il motto "Tutti Fratelli".
In seguito scrisse e pubblicò a sue spese il libro Un souvenir de Solférino e fondò la Croce Rossa Internazionale.
Per la sua attività e le sue idee venne insignito del primo Premio Nobel per la Pace, nell'anno 1901.


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