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sabato 5 settembre 2015

MONTEBELLO DELLA BATTAGLIA

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Montebello della Battaglia è un comune  situato nell'Oltrepò Pavese, al limite della pianura, presso la ex statale Padana Inferiore e presso lo sbocco in pianura della valle del torrente Coppa. Oltre al centro abitato, Montebello comprende otto frazioni: Borra, Casalino, Cerreto, Fogliarina, Genestrello, Molinara, Pantaleone e Sgarbina.

A Montebello si trovava un insediamento romano, probabilmente una villa dipendente dalla vicina città di Clastidium (Casteggio). Nell'alto medioevo vi fu fondato un monastero benedettino dedicato ai santi Gervaso e Protaso, attorno al quale si andò formando il paese, che assunse presto notevole importanza. Il monastero ricevette ampie donazioni nei secoli seguenti, divenendo il maggior possidente locale.

Nel 1164 fu assegnato da Federico I (Barbarossa) alla città di Pavia. Nel 1175 gli eserciti della Lega Lombarda e di Federico si stavano per scontrare nei pressi di Montebello, ma si addivenne ad un momentaneo armistizio (pace di Montebello) che rinviava il confronto all'anno dopo (Battaglia di Legnano). Nel XIV secolo cominciò a prevalere la signoria dei Beccaria di Pavia, che nel 1469 ottennero il titolo di Conti di Montebello. La contea di Montebello comprendeva anche Verretto, Castelletto Po, Cantalupo e Regalia presso Bressana Bottarone, Torre del Monte (fraz. di Borgo Priolo) e Barisonzo (fraz. di Torrazza Coste).

Nel XVI secolo, nel Monastero di Montebello ai Benedettini si sostituirono i padri Gerolamini; il monastero fu soppresso nel 1782.

Nel 1631, estinti i Beccaria di Montebello, il feudo fu acquistato dallo spagnolo Rodrigo Orozco de Rivera, marchese di Mortara, da cui per eredità a Felice Machado de Silva, che nel 1638 divenne Marchese di Montebello. Nel 1682 il figlio Antonio vendette il marchesato a Paulo Spinola Doria de los Balbassos, che fu governatore di Milano, genovese naturalizzato spagnolo come i suoi discendenti, che tennero il feudo di Montebello fino all'abolizione del feudalesimo (1797).

Nella battaglia, avvenuta a Montebello il 9 giugno 1800, i Francesi al comando del generale Jean Lannes vi sconfissero gli Austriaci guidati dal generale Ott.

Nel 1859 vi fu combattuta un'altra celebre battaglia, preludio dell'unificazione d'Italia. In ricordo di ciò, nel 1958 il comune di Montebello ricevette il nome attuale.

Nel 1818 a Montebello era stato aggregato il piccolo comune di Canova Ghiringhelli, all'estremità settentrionale del territorio, che non aveva mai fatto parte in precedenza del feudo di Montebello.

In ricordo della Battaglia di Montebello del 1859, con Decreto del presidente della Repubblica 21 gennaio 1958, n. 145 il comune di Montebello ricevette la nuova denominazione di "Montebello della Battaglia".

Nel luogo dove si svolse la battaglia si trova ora un ossario; è possibile visitarlo tutti gli anni la domenica prima del 20 maggio, quando per ricordare lo scontro si svolge un corteo al quale partecipano anche i Lancieri di Montebello.

La chiesa e il monastero dei Santi Gervasio e Protasio ad essa associato secondo gli storici sono stati donati, assieme ad altri terreni circostanti, dalla Famiglia Delconte ai frati Benedettini che ne hanno avuto il controllo fino 1484. Si crede che la chiesa esistesse già prima dell'arrivo dei Benedettini, poiché grazie alla torre del campanile si potevano avvistare i nemici, data la vicinanza alla cittadina Romana di Clastidium. Ma dal 1484, anno dell'arrivo dei Gerolamini, il monastero subì delle ricostruzioni che furono concluse nel 1666. A questa data risale il cedimento strutturale di una parte dell'edificio che ha portato alla costruzione di una nuova chiesa grazie ai fondi trovati dal generale dell'ordine dei Gerolamini, padre Marcellini Floriano, il quale assegnò il lavoro all'architetto Martino Taddei. Si possono notare alcune differenze rispetto alla chiesa antica, più piccola e provvista di due cappelle per ogni lato, ciascuna dotata di un altare in laterizio. Dal punto di vista storico, due sono le date da ricordare come fondamentali per l'edificio: il giorno 20 ottobre del 1647, durante il quale le truppe del principe Tommaso di Savoia saccheggiarono la cittadina, e l'anno 1686, quando fu portata la reliquia di San Felicissimo da Roma. L'inaugurazione ufficiale della chiesa avvenne nell'estate del 1675, ma i lavori di restauro si protrassero anche dopo il 1680.

La cappella Lomellini fu fatta erigere nel 1890 dal Marchese Giò Batta Lomellini, quando il precedente cimitero che si trovava dietro all'ossario Bell'Italia fu trasferito nella posizione attuale. Per la realizzazione della cappella furono utilizzate parti provenienti dal Lazzaretto di Milano, quali le decorazioni in cotto presenti lungo gli archi, attorno al portale con timpano e sotto la copertura a cassettoni in legno, come testimoniato da una lastra di marmo del pavimento.

Nel territorio comunale sono presenti anche interessanti nuclei rurali e cascine storiche, alcune in avanzate condizioni di degrado. Interessanti dal punto di vista storico e ambientale sono in particolare le cascine Ca' Nuova Ghiringhelli, Monticelli e Genestrello.

L'ossario, eretto a memoria dei caduti della battaglia di Montebello del 20 maggio 1859 presso l'antico cimitero, trasferito nel 1890 e al cui posto è stato poi realizzato il "Parco Lancieri di Montebello", dove ebbe luogo lo scontro, contiene le spoglie dei soldati morti nel conflitto. Il monumento fu progettato dallo scultore milanese Egidio Pozzi in forma di tempietto greco di stile dorico e realizzato in pietra di Verona. Venne inaugurato il 20 maggio 1882 da Tommaso di Savoia, allora Duca di Genova, e completato nel 1906 con l'aggiunta di ulteriori gradoni a quello preesistente alla base. Soprannominato "Bell'Italia" dagli abitanti del paese con riferimento alla statua posta in cima raffigurante l'Italia, la leggenda vuole che il volto della scultura riproduca le fattezze della moglie dell'artista, la montebellese Severina Minoprio. Fu restaurato nel 2009 in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia.

La statua del Cavalleggero, inaugurata il 20 maggio 1868, fu realizzata dallo scultore milanese Bellora per commemorare i cavalleggeri che presero parte allo scontro del 1859. Il monumento, realizzato in marmo di Carrara, sorge in Piazza Indipendenza e raffigura un alfiere di cavalleria che impugna una sciabola e uno stendardo.

Il territorio di Montebello della Battaglia è ricompreso per circa metà della sua superficie nella pianura e per l’altra metà nella prima collina dell’Oltrepò, ossia fra le aree più fertili della Lombardia e con alto valore economico dei suoli agricoli. Ciò consente all'agricoltura (in particolare alla viticoltura) di mantenere un'importanza strategica nell'economia locale.

A partire dagli anni '50 l'attività agricola ha visto comunque una progressiva perdita di peso assoluto e relativo, compensata solo in parte, dal punto di vista occupazionale, dallo sviluppo di diverse attività produttive, soprattutto a carattere artigianale, nella valle del Coppa e lungo la strada Padana Inferiore.

Di notevole rilevanza il settore terziario: nel suo territorio è localizzato infatti un grande centro commerciale con ipermercato di livello regionale.


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lunedì 8 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : MAGENTA



Magenta è un comune italiano della città metropolitana di Milano
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A metà strada tra Milano e Novara, placidamente adagiata in una pianura ricca di storia, di capannoni e di campi coltivati, c’è Magenta, grosso centro industriale passato alla storia per la famosa battaglia combattuta in epoca risorgimentale.   L’originario villaggio gallico fortificato sul Ticino, successivamente assoggettato dai romani, subì tutte le invasioni barbariche che nei secoli transitarono nel territorio, fu rasa al suolo, ricostruita e saccheggiata più volte.   La presenza di conventi, chiese e pievi sul suo territorio è secolare; i monaci della potente Certosa di Pavia cui nel ‘300 il feudo apparteneva ne migliorarono l’agricoltura e lo sfruttamento del terreno mentre il secolo successivo vi venne istituito un mercato che si svolge ancora oggi. Le origini della città di Magenta risalgono con tutta probabilità all’impero romano. Qui infatti, secondo la tradizione, Massimiano Erculeo fece costruire nel 297 alcune fortificazioni a difesa dalle scorribande barbariche provenienti da nord.
Il nome della città risale invece al X secolo. Ne abbiamo per la prima volta traccia in alcuni scritti di Bertari da Lodi del 1079 in cui si parla “de loco Mazenta” appunto. Durante il periodo medioevale la città dipendeva dalla Pieve di Corbetta, dove i magentini portavano i figlio per il battesimo.
Nel 1279 Magenta fu teatro di una battaglia fra la dinastia dei Torriani e quella dei Visconti che solo due anni prima si erano insediati alla guida di Milano. Al termine di feroci combattimenti in cui trovò la morte il generale visconteo Guglielmo Posterla, i Torriani furono respinti e i Visconti ebbero modo di mantenere inalterato il controllo su queste terre.
Nel 1310 l’imperatore di Lussemburgo Enrico (Arrigo) VII dopo aver visitato Torino, Asti e Vercelli durante il suo viaggio in direzione di Milano, sostò a Magenta, conferendole il titolo di Borgo. Durante tutto il medioevo Magenta rappresentò un feudo demaniale in alcuni casi dimenticato dai centri di potere, pertanto il suo sviluppo fu assai limitato e, come possiamo apprendere da alcuni scritti di visitatori ecclesiastici, anche la manutenzione di chiese e altri beni non fu priva di difficoltà. Nei secoli successivi Magenta fu principalmente centro agricolo abitato da contadini, ma anche residenza estiva per ricche famiglie milanesi che avevano possedimenti territoriali nelle campagne circostanti.

Prima del termine dell’epoca feudale Magenta passa da una signoria all’altra, ognuna delle quali ha lasciato tracce del proprio passaggio: opere pubbliche, palazzi, chiese e conventi, molte delle quali giunte in buono stato fino ai giorni nostri.

Durante la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, la città ed il territorio circostante fu teatro di una grande battaglia che vide i piemontesi e gli alleati francesi combattere contro le truppe austro-ungariche, vinta dai primi che si aprirono così la strada verso la conquista del lombardo-veneto.   A questa vittoria è stata anche dedicata la scoperta di un’anilina, un colore, avvenuta nello stesso periodo della battaglia, che il suo inventore chiamerà appunto Magenta, uno dei colori primari della quadricromia.

Pur non essendo stato un confronto di grande portata, la battaglia di Magenta è commemorata come il primo scontro che diede inizio al processo di unificazione dell'Italia che in tre anni di campagne militari condotte dai franco-piemontesi porterà alla riunione degli stati della penisola sotto il dominio dei Savoia, ma anche come il primo grande successo militare che mise in risalto la forza dell'accordo della Francia col Piemonte e l'ormai debolezza del grande apparato costituito dall'Impero austriaco che era sul punto di collassare sotto le insofferenti spinte rivoluzionarie italiane.

Nel luglio 1858 Cavour incontra segretamente Napoleone III a Plombières-les-Bains: secondo gli accordi stipulati, la Francia aiuterà il Piemonte in caso di attacco austriaco e, a guerra vinta, l'Italia dovrà essere divisa in tre regni organizzati in una confederazione sotto la presidenza onoraria del Papa (progetto poi non attuato). La cessione di Nizza e della Savoia sarà il prezzo territoriale dell'aiuto francese. Il 10 dicembre Francia e Piemonte stringono un formale trattato d'alleanza.

Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II, nel discorso di apertura del parlamento piemontese (il cui testo viene concordato da Cavour e Napoleone III), afferma:

« ...Noi non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di Noi... »
(Vittorio Emanuele II)
Gli echi sono immensi in tutta la penisola: i lombardi manifestano il loro entusiasmo, mentre i volontari passano il Ticino per unirsi ai piemontesi. Il 23 aprile l'Austria invia un ultimatum al Piemonte intimandone il disarmo entro tre giorni: è l'occasione pazientemente attesa da Cavour per iniziare la guerra.

Scaduto il tempo previsto, gli austriaci invadono il Piemonte con l'intenzione di sconfiggere l'esercito sabaudo prima dell'arrivo dell'alleato francese. I piemontesi ostacolano l'avanzata del generale di artiglieria (Feldzeugmeister) Ferencz Gyulai allagando le risaie della Lomellina e del vercellese; i francesi, attraverso il colle del Moncenisio e da Genova raggiungono rapidamente il campo di battaglia. Il 20 maggio gli austriaci sono battuti a Montebello.

Mentre Gyulai attende con il grosso delle truppe intorno a Piacenza, Napoleone III lo trae in inganno oltrepassando il Po a Casale Monferrato e spostando velocemente l'armata francese dalla zona di Alessandria a quella di Novara per puntare verso Milano. Solo dopo le sconfitte subite il 30 e il 31 maggio a Vinzaglio e a Palestro, il comando austroungarico si accorge del tranello e ordina che il grosso dell'esercito sia spostato, attraverso Vigevano e Abbiategrasso, dalla Lomellina a Magenta. Gli austriaci retrocedono stabilendo così una linea difensiva tra il Naviglio Grande ed il Ticino; facendo saltare il grande ponte napoleonico di Boffalora sopra Ticino, tra Magenta e Trecate, che però resiste ed in parte rimane transitabile.

La notte tra il 2 ed il 3 giugno il genio francese, protetto dall'artiglieria, getta un ponte di barche di 180 metri di fronte a Turbigo: inizia così il passaggio del II Corpo d'armata che sostiene i primi scontri a Turbigo e Robecchetto. La mattina del 4 il generale Mac Mahon divide le sue truppe in due colonne dirigendo la Seconda Divisione guidata dal generale Espinasse verso Marcallo con Casone e la Prima Divisione di De La Moutterouge verso Boffalora sopra Ticino. Intanto le truppe austroungariche tardano ad arrivare ed il generale austriaco Clam-Gallas dispone le sue forze a triangolo con i vertici a Magenta, Marcallo e Boffalora.

Non appena Napoleone III sente tuonare il cannone, dal suo osservatorio nella torre di San Martino di Trecate, convinto che l'attacco di Mac Mahon sia in atto, ordina alle truppe in attesa presso il Ticino di muoversi verso i ponti del Naviglio di Boffalora, Ponte Vecchio e Ponte Nuovo. Gli austriaci fanno saltare i primi due; il ponte della dogana con quello della ferrovia, poco più a valle, rimangono così l'unico passaggio per raggiungere la sponda sinistra del canale. Ma Mac Mahon è fermo in attesa di coordinare i movimenti delle sue colonne e il III Corpo d'Armata francese tarda a giungere da Novara sul campo di battaglia.

Comincia, intanto, ad arrivare da Abbiategrasso il grosso delle truppe austriache il cui ingresso in linea rende la situazione critica per i francesi a tal punto che a Vienna viene inviato un telegramma che annuncia una schiacciante vittoria. Dopo accaniti combattimenti dall'esito incerto i francesi riescono a passare sul Ponte Nuovo solo quando gli austriaci, minacciati sul fianco destro da Mac Mahon, che ha risposto all'attacco a Boffalora, si ritirano attestandosi a Magenta. Nei combattimenti cade il generale francese Cler.

La battaglia divampa anche attorno alla stazione ferroviaria di Magenta; gli austriaci si ritirano nelle abitazioni civili sperando di difendere il territorio metro a metro. Il generale Espinasse viene colpito nei pressi di Casa Giacobbe, ma la sua colonna e quella di Mac Mahon, con una manovra "a tenaglia", attaccano il nemico trincerato nella cittadina. Verso sera i bersaglieri della Divisione del generale Fanti giungono a coprire il lato sinistro degli alleati. Gyulaj decide di optare per la ritirata strategica meditando su un contrattacco che non avverrà. Alla sera del 4 giugno, dopo la vittoriosa battaglia, l'imperatore Napoleone III nomina Mac Mahon Maresciallo di Francia e Duca di Magenta. L'8 giugno gli alleati con Vittorio Emanuele II e l'imperatore francese entrano vincitori in Milano, sfilando sotto l'Arco della Pace in corso Sempione.

Ogni anno, tradizionalmente, una ricostruzione storica con figuranti ricorda gli avvenimenti della Battaglia di Magenta.

In occasione del 150º anniversario dello scontro, la battaglia è stata spostata in campo aperto presso un'area periferica della città (e non più nel centro ove tradizionalmente la sfilata storica aveva luogo) per consentire agli oltre 300 figuranti di avere maggior manovrabilità nelle posizioni.

Casa Giacobbe, monumento ancora presente coi segni e le testimonianze dello scontro, è divenuto ad oggi un centro congressi e luogo espositivo del museo sulla battaglia.

Lo scontro di Magenta ha lasciato segni importanti anche nella cultura odierna, come ad esempio il color magenta, una mistura prodotta per la prima volta nel 1859 e che deve il proprio nome proprio all'omonima battaglia in ricordo secondo la tradizione del sangue versato sul campo dagli zuavi francesi.

Nella Parigi del secondo impero e in piena espansione, inoltre, venne realizzato il Boulevard de Magenta proprio per commemorare la grande vittoria dell'armata francese in Italia.

L'area del magentino venne rivalutata dal 1836 quando, con la costruzione di una dogana sul fiume Ticino, in prossimità del ponte napoleonico, nacque l'agglomerato urbano di Pontenuovo che venne ad unirsi a Magenta. Fu questo uno dei periodi di rinascita del comune di Magenta che sostituì gradatamente ma progressivamente gran parte dell'agricoltura con le prime industrie tessili ed alimentari. L'unico scontento degli abitanti fu quello di essere inclusi dal governo austriaco nella provincia di Pavia, anziché con la vicina Milano con cui il borgo aveva rapporti secolari. Alla fine del XIX sec. Magenta comprendeva già un ospedale locale costruito con la munificenza dei benefattori Giovanni Giacobbe e Giuseppe Fornaroli, a cui la struttura venne intitolata. Il 1947 vide Magenta elevata al rango di città, con decreto del capo dello Stato Enrico De Nicola.

Durante la seconda guerra mondiale, nel periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana, la famiglia ebrea milanese dei Molho, proprietaria di una fabbrica di minuterie metalliche a Magenta, fu salvata dai propri dipendenti, membri delle famiglie Cerioli e Vaiani. Dapprima fu trovato un alloggio in una cascina isolata, quindi una stanza segreta fu ricavata nel vasto magazzino al primo piano della fabbrica, ove i Molho (genitori e due bambini) poterono rimanere nascosti fino alla Liberazione. Per questo loro impegno di solidarietà, il 22 dicembre 1997, l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito l'alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni a Angelo Cerioli, alla figlia Dina Cerioli, ai generi Antonio Garbini e Battista Magna e alla cognata Caterina Vaiani. Il 20 luglio 2000, il Parlamento Italiano ha istituito il Giorno della Memoria a ricordo sia delle vittime dell'Olocausto sia di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Nei primi decenni del XX secolo la crescita della città proseguì in virtù della nascita di industrie tessili e chimiche che diedero lavoro e sviluppo anche ai paesi limitrofi. Nel secondo dopoguerra Magenta conobbe il suo massimo sviluppo passando dai 15.000 abitanti del 1951 ai 24.000 del 1971. La crisi economica degli anni ’70 portò alla scomparsa di alcune grandi industrie come la Plodari, prima azienda italiana nel settore delle serrature, della Laminati Plastici e della Snia, sostituita dalla Novaceta. Anche la Saffa fu costretta ad estendere la propria attività a nuovi settori

La Saffa (Società per Azioni Fabriche Riunite Fiammiferi) è stata un'azienda produttrice di fiammiferi tra le più importanti d'Italia e d'Europa. Attiva per 130 anni, dal 1871 al 2001, ha prodotto, oltre a fiammiferi di ogni tipologia, una linea di mobili disegnati da Giò Ponti e accendini per Cartier. È stata a lungo diretta dall'ingegner Pietro Molla, marito di santa Gianna Beretta Molla. Dopo la dismissione definitiva dello stabilimento, nel 2001, parte dell'archivio della SAFFA è stato recuperato e salvato dal macero grazie ad un ex dipendente.

Persone legate a Magenta:
Marco Balzarotti (2 marzo 1957) Doppiatore italiano, nato a Magenta
Gianna Beretta Molla (4 ottobre 1922 - 28 aprile 1962) è venerata come santa dalla Chiesa cattolica, nata a Magenta
Fabio Calcaterra (n. 1965) calciatore ed allenatore, nato a Magenta
Giulia Calcaterra (3 novembre 1991), ex ginnasta, modella e showgirl, nata a Magenta
Giovanni Cattaneo (3 agosto 1916 - 31 luglio 1943), sergente d'esercito, Medaglia d'Oro al Valor Militare, nato a Magenta
Patrice de Mac Mahon, generale francese che combatté nella battaglia di Magenta, divenuto in seguito presidente della Repubblica francese
Andrea Noè (15 gennaio 1969) è un ex ciclista professionista, nato a Magenta
Carlo Ponti (1912 - 2007), produttore cinematografico, nato a Magenta
Alessio Rimoldi (4 luglio 1976), atleta vincitore della medaglia d'oro ai mondiali militari di Beirut del 2001, nato a Magenta
Roberto Salvadori (29 luglio 1950) ex calciatore, nato a Magenta
Cesare Tragella (4 gennaio 1852 – 8 maggio 1934), prevosto di Magenta dal 1889 al 1910
Francesco Bertoglio (15 febbraio 1900 – 6 luglio 1977), vescovo titolare di Paro, nato a Magenta



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martedì 2 giugno 2015

PERSONE DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE : HENRY DUNANT

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Jean Henri Dunant, più noto come Henry Dunant (Ginevra, 8 maggio 1828 – Heiden, 30 ottobre 1910), è stato un umanista, imprenditore e filantropo svizzero. Premio Nobel per la pace nel 1901 per aver fondato la Croce Rossa di cui erano già da alcuni decenni membri attivi molti paesi di tutto il mondo, tra cui anche l'Impero ottomano.

Dunant, discendente da una fervente famiglia calvinista con grande influenza nella società ginevrina, nacque a Ginevra l'8 maggio 1828; fu educato ai valori dell'aiuto nel sociale: il padre era attivo nell'aiuto di orfani, mentre la madre lavorò con i malati e i poveri.

Dunant crebbe durante il periodo di risveglio religioso chiamato appunto Risveglio, movimento di ritorno alla pura dottrina della Riforma. Circa vent'anni dopo scrisse un libretto di adulazione su Napoleone III, l'unico che poteva risollevarlo dai suoi problemi finanziari, adulato come colui che aveva ristabilito il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.

La madre, come in tutte le famiglie della nuova Chiesa risvegliata, ebbe una sua cerchia di famiglie in difficoltà, che visitava portando il conforto della parola e modesti contributi finanziari. Nelle sue visite, Nancy portò con sé il figlio Henry, che imparò, dalla pratica della madre, l'amore per il prossimo ed il dono di sé, valori che terrà a mente per tutta la sua vita e nelle sue innumerevoli opere umanitarie.

La sua formazione adolescenziale non fu brillante: iscritto al college a dieci anni, a dodici ripeterà la classe e più tardi non terminerà gli studi. La materia in cui si esprimeva pienamente era la religione, cui lo spingeva la sua formazione familiare e comunitaria. Il suo ulteriore bagaglio culturale si basò su letture personali da autodidatta, che gli consentirono in seguito di entrare in numerose società geografiche. Henry eccelse soprattutto nell'azione: seguendo la tradizione calvinista della sua famiglia, aderì formalmente al movimento evangelico all'età di 18 anni e si dedicò al tema dell'abolizione della schiavitù. Prima dei venti anni fu membro della Societè D'Aumònes, che gestiva opere di carità. In quegli anni faceva visita alle case di infelici caduti in miseria. La domenica pomeriggio si recava dai detenuti della prigione dell'Eveché, presentando loro, nella cappella del carcere, conversazioni scientifiche, racconti d'avventura e viaggi e soprattutto la Bibbia.

Dunant ripose grande fiducia in quei carcerati, da cui venne considerato una persona di buon cuore, distinguendosi per la sua grande capacità di coinvolgere e organizzare coloro con cui veniva a contatto. Nell'estate del 1847 fece una gita di alcuni giorni nelle Alpi in compagnia di due amici, tra escursioni e letture evangeliche; continuarono a vedersi una volta a settimana a casa dell'uno o dell'altro per leggere la Bibbia o pregare. Nella Riunione del Giovedì chiamò altri invitati, troppi per riunirsi nelle case private, così nell'autunno del 1851, nacque un'organizzazione ben strutturata chiamata l'Union Chretienne de Genève, di cui Dunant divenne il segretario. In quegli anni erano nate in Inghilterra le Young Men's Christian Association, poi in Francia le Union Chretienne de Jeunes Gens ed infine in Italia le Associazioni Cristiane dei Giovani. La sezione svizzera fu costituita nel 1852 e Dunant ne fu il segretario sino al 1860.

Nel 1855, dopo aver raggiunto la vetta della sua impresa giovanile, la sua fede risvegliata sembrò avere una flessione. Forse i due viaggi in Algeria dirottarono i suoi interessi e Max Perrot, primo presidente dell'UCJC, scrisse di lui che, sebbene fosse una gran brava persona, stava subendo una pericolosa involuzione, anche se in passato era stato un animatore instancabile.

Per la Compagnie genevoise des colonies suisses, che ha ricevuto dal governo francese un terreno a Sétif in Algeria, Dunant compie viaggi in Algeria, Tunisia e Sicilia. Nel 1858 pubblica il suo primo libro ispirato alle sue esperienze di viaggio, le Notice sur la Régence de Tunis; il libro gli permette l'accesso a numerose società scientifiche.

Nel 1856 fonda una società coloniale che due anni più tardi, dopo aver ottenuto una concessione di terreno in Algeria, diventa la Société financière et industrielle des moulins de Mons-Djémila à Saint-Arnaud (l'attuale El Eulma). In collaborazione con il suo socio Henry Nick ottiene l'autorizzazione a costruire un primo mulino. Dei dieci villaggi da costruire ne viene realizzato solo uno ed i coloni immigrati, vivono in condizione sanitarie insostenibili, tali da esporli a epidemie di colera e di tifo.

D'altra parte si sviluppa una rete di speculazioni all'ombra dell'organizzazione ginevrina e Dunant si mostra molto imprudente:installa il più moderno mulino alla cascata sul torrente Deheb, spende parecchio per la costruzione di una strada di accesso ed aspetta la concessione francese per risanare il suo investimento. La coessione si rivela però di soli sette ettari, insufficiente ad ammortizzare le spese. Dunant si ritrova così più che mai a mal partito, non solo perché non sono in vista nuove concessioni, ma anche perché le perdite sono ormai rilevanti. Tenta di costruire una società per azioni che possa contenere l'impresa originaria assorbendone i debiti e coglie nel 1858 la possibilità di cambiare cittadinanza; Dunant non ha vantaggi immediati di questo suo cambio, ma decide di rivolgersi a Parigi direttamente a Napoleone III per sollecitare le concessioni di cui la sua società ha bisogno per sopravvivere.

L'imperatore, impegnato nella guerra franco-austriaca, è partito per l'Italia, dove Dunant comincerà a inseguirlo tra le battaglie che si svolgono nella Pianura padana.
Il Dunant arriva così a Solferino il 24 giugno del 1859, immediatamente prima di quella che fu una delle battaglie più sanguinose che l’Europa abbia mai vissuto.
Il Dunant rimane sconvolto dalle condizioni in cui versano i feriti, abbandonati a loro stessi e ricorrere alla buona volontà della popolazione per organizzare un servizio di assistenza sanitaria ai feriti.
Dopo la battaglia il Dunant torna a Ginevra, trasferisce tutta la sua amarezza, le emozioni, l’angoscia e l’impotenza provate durante quella strage in un libro, “Souvenir de Solferino”, che pubblica nel 1862, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica per la realizzazione del progetto che ha maturato dopo l’esperienza vissuta a Solferino: creare una Società di soccorso volontario in ogni Stato, con il compito di organizzare ed addestrare squadre per assicurare l’assistenza dei feriti in guerra. Propone inoltre che i feriti ed il personale sanitario vengano ritenuti neutrali dalle Parti belligeranti e che siano identificati e protetti da un segno distintivo comune.
Nel 1862 il Dunant aderisce alla “Società ginevrina di Utilità Pubblica”
Il 26 ottobre 1863, unitamente ai membri del cd. “Comitato dei 5” organizza a Ginevra una Conferenza Internazionale ch porta, il 29 ottobre dello stesso anno, alla firma dell’atto di nascita della Croce Rossa, dieci risoluzioni che contenute definiscono ruolo, funzioni e mezzi delle associazioni volontarie di soccorso.
Successivamnete gli affari del Dunant precipitano ed è ridotto al fallimento e viene escluso dal movimento. Il Dunant si trasferisce a Parigi dove è costretto a vivere in condizioni di estrema povertà, ma le sue condizioni economiche non gli impediscono però di portare avanti gli obiettivi per i quali tanto ha lottato, partecipando a diverse conferenze in Inghilterra.
Nel 1877 il Dunant si ritira a Heiden (piccolo villaggio a sud del lago di Costanza) nel cantone di Appenzell dove nel 1895 un giornalista riconoscerà in lui il fondatore della Croce Rossa. Grazie a questo incontro il Dunant sarà onorato pubblicamente ed ufficialmente tanto che nel 1901 gli verrà riconosciuto il premio Nobel per la Pace.
Il 30 ottobre 1910 il Dunant muore ed ora riposa nel cimitero di Zurigo.





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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DEI SANTI MARTIRI A LEGNANO

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Dedicata ai santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro (noti come i "Santi Martiri"). Il territorio della parrocchia potrebbe essere stato teatro della prima fase della battaglia di Legnano.

L'idea di costruire una chiesa parrocchiale nella zona dell'Oltrestazione nacque nel 1890. Tra le varie localizzazioni possibili, alla fine la scelta cadde sul quartiere Mazzafame (il nome deriva dalla fertilità del terreno, che "ammazzava la fame" nei periodi di carestia). All'epoca, questo rione, ad esclusione della zona lungo la via Novara, non era molto abitato, anche se era in costante espansione. I lavori di costruzione iniziarono nel 1904.

Il rione Mazzafame non era ancora molto popolato, come lo erano invece già le due fasce di territorio laterali alla via Novara e l'ubicazione in questa zona era quindi scontata. Nel 1990 l'inaugurazione del monumento di Enrico Butti, celebrativo della battaglia dei lombardi contro il Barbarossa, rinfocolò nei legnanesi l'amore e l'orgoglio di memorie storiche legate al Medioevo. Nacque così l'idea di dedicare ai Santi Martiri cristiani: Sisino, Martirio, Alessandro, le cui reliquie erano custodite nella chiesa milanese di S. Simpliciano, dove era sepolto l'arcivescovo Ariberto da Intimiano, che stando alla leggenda donò ai milanesi la croce lobata del Carroccio, incitandoli alla rivolta contro Federico I. La proposta della dedicazione ai Santi Martiri della nuova chiesa sarà più tardi caldeggiata dallo stesso arcivescovo Cardinale Andrea Ferrari. Nel realizzare l'edificio religioso, ultimato nel 1910, si cercò quindi di legarlo alle memorie connesse con la battaglia contro il Barbarossa.
Fu così che nell'altare di destra il pittore Matteo Meneghini affrescò una pala che raffigura i tre santi martiri con un'ambientazione paesaggistica che richiama la Valle di Non dove furono uccisi e un volo d'angeli in un cielo plumbeo. Questo altare fu inaugurato il 29 maggio 1919, anniversario del martirio dei santi patroni della parrocchia. Ai lati dell'altare spiccano anche due lapidi con i nomi dei parrocchiani morti nelle ultime due grandi guerre e i nomi delle città aderenti all'antica Lega Lombarda.
Sisinio, Martirio e Alessandro erano nati in Cappadocia e, ancora giovinetti nel IV secolo vennero mandati a Milano per essere istruiti nella fede dal vescovo S. Ambrogio. Attratti dall'ideale missionario furono inviati al vescovo di Trento, San Virgilio che li destinò nel 387 ad evangelizzare l'antica regione Anaunia, l'attuale Valle di Non. Dopo dieci anni a servizio della gente della Valle, il 29 maggio del 397, furono trucidati in un rito, detto degli Ambarvali, durante una festa pagana di carattere agreste nella località di Mecla, ora Sanzeno, dove era stata eretta una basilica a loro dedicata. Le reliquie dei tre martiri furono successivamente trasferite a Milano e custodite nella chiesa di S. Simpliciano.
A Sisinio, Martirio e Alessandro è legata una leggenda popolare, nata anche dalla coincidenza della loro morte con la battaglia di Legnano nel 1176. All'intercessione dei Santi Martiri le genti lombarde attribuiscono la vittoria di Legnano. Si narra infatti che nel giorno dello scontro tra le milizie milanesi e quelle del Barbarossa, tre colombe uscirono dalla chiesa di S. Simpliciano, dove erano custodite le loro reliquie, e andarono a posarsi sulla croce del Carroccio rimanendovi fino al termine della battaglia.

La facciata dell'edificio religioso, che è stata completata negli anni cinquanta del XX secolo, è in cotto con elementi in marmo bianco. La chiesa è a tre navate divise da una fila di colonne. Le due navate laterali sono più piccole di quella centrale. Il campanile è in stile moderno.

Di pregevole fattura sono la croce in ferro dell'altare maggiore, il coro e l'organo a canne di stagno. Alla destra del transetto sono presenti dei quadri raffiguranti la Via Crucis. Nell'altare di destra Matteo Meneghini ha affrescato una pala che rappresenta i tre santi collocati su uno sfondo raffigurante un volo di angeli in un cielo nuvoloso. Il paesaggio dello sfondo ricorda la val di Non, dove furono martirizzati i tre santi. Ai fianchi di questo altare altare sono collocate due lastre in pietra dove sono elencati i fedeli della parrocchia deceduti al fronte della prima e della seconda guerra mondiale, oltre che le municipalità coalizzate nella Lega Lombarda.



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lunedì 11 maggio 2015

IL MONTE SUELLO

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Posto sul lungo crinale che separa la Valle della Berga dal Lago d’Idro, il Monte Suello diede il proprio nome a una famosa battaglia della terza guerra d’indipendenza che vide contrapposti fra loro due reggimenti dei Volontari Italiani di Garibaldi e gli austriaci dell’8° Divisione del generale Von Kuhn.

Il generale von Kuhn aveva predisposto un piano offensivo per espugnare la Rocca d'Anfo in tre direttrici d'attacco ordinando al tenente colonnello Heribert Höffern von Saalfeld di occupare il 30 giugno Riccomassimo, Monte Macao, Vessil e Col Bruffione e di proseguire il 1º luglio a Bagolino, facendo delle diversioni verso il Passo del Maniva e Passo di Crocedomini sopra Breno; al centro dello schieramento, al capitano Ludwig von Gredler con quattro compagnie della brigata di Bruno Freiherr von Montluisant e una compagnia di volontari viennesi-tirolesi, di attestarsi, per la giornata del 2, nella Valle del Chiese a Monte Suello con il compito di sbarrare il passo alla fortezza di Rocca d'Anfo e infine a sud, al tenente colonnello Hermann Thour von Fernburg con la sua mezza brigata, dopo essersi assicurato il controllo di tutti i passi della Valle di Ledro (Passo Nota e Tremalzo), di occupare Magasa, Turano e la Val Vestino, il 1º luglio, e il 2, per il monte Vesta e Manos, rispettivamente sopra Bollone e Capovalle, di procedere al completo accerchiamento della Rocca d'Anfo scendendo a Treviso e a Idro. L'operazione in Val Camonica fu invece affidata alla mezza brigata del maggiore Alexander von Metz.

Il generale Giuseppe Garibaldi, la mattina del 3 luglio, osservando da Rocca d'Anfo i movimenti degli austriaci che occupavano la chiesetta di Sant'Antonio nei pressi di Ponte Caffaro ordinò perentoriamente al colonnello Clemente Corte, comandante della 4ª Brigata Volontari Italiani, composta dal 1º e dal 3º Reggimento, supportata dal 1º Battaglione Bersaglieri genovesi del maggiore Antonio Mosto e una Batteria di artiglieria da montagna del Regio esercito, di “cacciare quei mosconi” dalle loro posizioni.

Alle 14.00 del pomeriggio si accesero i primi violenti scontri. Il colonnello Corte avanzò con sei compagnie del 1º Reggimento in colonna per quattro sulla strada che sale a Bagolino fiancheggiato a sinistra, sulle falde del monte, dalla compagnia di Bersaglieri genovesi, e sostenuto alle spalle da una sezione di artiglieria e dalla riserva del 3º Reggimento di Giacinto Bruzzesi. Gli austriaci, circa 868 uomini, inquadrati in quattro compagnie di Kaiserjäger, la 31ª, 32ª, 35ª e 36ª, del VI Battaglione della mezza Brigata del colonnello Heribert Höffern von Saalfeld comandati dal capitano Ludwig von Gredler, appostati strategicamente sulle falde del monte e distesi lungo la strada cominciarono a sparare all'avanzata delle camicie rosse.

Alcuni ufficiali furono subito uccisi o colpiti, lo stesso generale Garibaldi accorso sul posto fu ferito alla coscia sinistra da un maldestro suo soldato e, sostenuto dal capitano Ergisto Bezzi, fu immediatamente trasportato nei pressi di un casolare di San'Antonio per essere curato dal medico palermitano Enrico Albanese e da Jessie White Mario e successivamente trasferito all'interno della Rocca d'Anfo.

Gli austriaci imbaldanziti, credendo di avere la vittoria a portata di mano, iniziarono ad avanzare minacciosamente lungo le pendici del monte con tutte le loro forze, cinque compagnie di 7-800 uomini, costringendo i garibaldini a mettersi “al coperto dai fuochi troppo micidiali del nemico ed a cui era impossibile di rispondere”. Poco prima, alle ore 13.00, una colonna austriaca al comando del capitano Schiffler era avanzata minacciosamente sulla strada di Ponte Caffaro fino alla chiesa di San Giacomo, ove era caduta sotto il tiro di due cannoncini delle due imbarcazioni della Dogana di confine operante in prossimità delle sponde del lago d'Idro. Alle 15.00 gli austriaci furono fermati da il contrassalto di una Compagnia dei Bersaglieri genovesi con il concorso di quattro pezzi di artiglieria.

Tutto sembrava perso per gli italiani premuti dall'ultimo assalto nemico, anche se tra le file degli austriaci si annoveravano caduti e feriti tra cui il capitano Spagnoli, comandante della 31ª e 32ª Compagnia, che ferito ad un occhio dovette ritirarsi dal combattimento cedendo il comando al capitano Walter. La giornata fu salvata, come ebbe a dichiarare Giuseppe Garibaldi, per “il sangue freddo e il coraggio” del colonnello Giacinto Bruzzesi che occupate le alture di Sant'Antonio vi posizionò due cannoni della Batteria da montagna del Regio esercito iniziando un tiro micidiale sulla colonna degli austriaci e infine lanciò un ultimo risolutivo assalto con sette compagnie. Gli austriaci cedettero all'impeto e in breve furono costretti, verso le 19.00, a ritirarsi sul dosso del Monte Suello che poi abbandonarono furtivamente nel corso della notte, coperti in retroguardia dal capitano Schiffler e dalla 1ª Compagnia Tiragliatori volontari viennesi-tirolesi (Wien-Tiroler Scharfschützen), riparando a Ponte Caffaro e Lodrone e poi successivamente una parte nei forti di Lardaro, l'altra in quello d'Ampola.

Più a nord anche il colonnello Heribert Höffern von Saalfeld, che aveva tentato inutilmente da Bagolino di raggiungere la Valle di Levrazzo per piombare alle spalle degli italiani, aveva cominciato la ritirata su posizioni più arretrate, azione completata il 4 luglio sulla malga di Bruffione e la retrocessione successiva verso Roncone e i Forti di Lardaro.

Lo stesso generale Giuseppe Garibaldi descrisse così nelle sue "Memorie" i fatti accaduti in quella giornata: "Per un pezzo tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla bravura dei nostri; ma essendo esso rinforzato dalle riserve che coronavano le alture di monte Suello, e trovando i nostri militi posizioni sempre più formidabili, furono alla fine fermati nel loro slancio. Infine la giornata restò indecisa, e si rimase nelle posizioni sotto monte Suello. Ferito alla coscia sinistra, fui obbligato a ritirarmi".

L’esito della battaglia rimase in ogni modo incerto per molte ore e il Corte, temendo un contrassalto della mezza brigata del colonnello Hermann Thour von Fernburg a Moerna, ordinò l’immediata ritirata di tutti reparti operanti nella Val Vestino al comando del maggiore Luigi Castellazzo e quella dei suoi uomini nella Rocca d'Anfo.

Durante la notte dal 3 al 4 arrivarono di rinforzo ad Anfo i primi reparti del 9º Reggimento di Menotti Garibaldi, e nel giorno successivo, il 1º Battaglione di questo comandato dal maggiore Enrico Cairoli, occupò la vetta di Monte Suello, mentre il 2º Battaglione si stabilì a presidio di Bagolino.

Con quest'ultima operazione si concludeva quasi completamente il piano predisposto dal generale Von Kuhn che non raggiungeva gli obiettivi preventivati, ossia la cacciata degli italiani dal Trentino mediante l'accerchiamento della Rocca d'Anfo, mentre l'unica azione austriaca ancora in atto e di una certa entità rimaneva quella in Valcamonica. Gli italiani con la vittoria occupavano la piana del fiume Chiese, la Val Vestino apprestandosi a porre l'Assedio del Forte d'Ampola e la marcia di avvicinamento verso i forti di Lardaro.

Le truppe volontarie italiane accusarono 70 morti (3 ufficiali), 266 feriti (14 ufficiali), 22 dispersi. I dati sono discordanti per quanto riguarda le perdite nemiche che, secondo fonti italiane, furono di 15 morti (1 ufficiale) e 43 (2 ufficiali) feriti mentre le relazioni militari austriache riportano 10 morti e 18 feriti.

Il sacrario di Monte Suello venne eretto a ricordo dei caduti garibaldini.

Il 19 marzo 1879 per iniziativa di alcuni patrioti e veterani della battaglia si teneva un’adunanza nel teatro di Vestone al fine di pianificare l’edificazione di un sacrario per raccogliere le spoglia dei volontari che non avevano ancora ricevuto degna sepoltura: infatti i caduti vennero seppelliti all’indomani dello scontro del 3 luglio frettolosamente sotto pochi centimetri di terra in nove fosse comuni contrassegnate da croci di legno a lato della strada per Bagolino e li rimasero fino al 1879 quando i poveri resti furono portati nella chiesa di San Giacomo posta sulla strada per Ponte Caffaro e ricomposti grazie all’interessamento del dott. Luigi Riccobelli di Vestone. Nella chiesa di San Giacomo per un certo periodo si celebrò messa per commemorare la battaglia, la cui data “3 luglio 1866” è dipinta sul campanile della stessa.

Nell’adunanza del 1879 venne deciso di creare due comitati, uno onorario a Firenze presieduto dal generale Clemente Corte ed uno esecutivo a Vestone presieduto dal ex maggiore Giuseppe Guarnieri, anima del progetto. Nel 1883 dopo regolare bando vinse il progetto dell’architetto Armano Pagnoni, tecnico del comune di Bagolino e cominciarono i lavori di costruzione dell’Ossario che terminarono nel 1884.

L’imperversare di una epidemia di colera fece slittare l’inaugurazione al 5 luglio 1885, giornata nella quale i feretri furono traslati dalla chiesetta di Sant’Antonio, (lì portati nella precedente giornata del 4 luglio dalla chiesa di San Giacomo) fino all’ossario e con atto notarile lo stesso giorno la proprietà passava alla Deputazione provinciale di Brescia, la quale ne assumeva la custodia e relativa manutenzione. Nel 1907 il monumento venne dotato di una cancellata su tre lati che fu completata sul lato a lago nel 1914.

L’ossario di Monte Suello sorge sul luogo dove l’architetto Armanno Pagnoni venne catturato dagli austriaci proprio nella battaglia del 3 luglio 1866. Infatti ancora giovanissimo e all’insaputa della famiglia prese parte alle operazioni belliche e fatto prigioniero. Dopo un anno di detenzione nel castello del Buon Consiglio a Trento venne liberato in uno scambio di prigionieri e poté rientrare in patria.

Il monumento in stile bizantino si presenta esternamente in pianta quadrata rivestito di graniti e piastre in calcare, sormontato da un tetto conico di forma piramidale, ricoperto di piastre in piombo. Sono presenti una serie di lapidi che ricordano gli scontri avvenuti a Monte Suello nel 1848 e nel 1866. La sala interna o edicola è di forma ottagonale con intercolonne in lavagna e avelli riportanti i nomi dei caduti in marmo di botticino. Al centro dell’edicola campeggia un busto in marmo di carrara raffigurante Giuseppe Garibaldi, interessante opera dello scultore rezzatese Pietro Faitini. Il cancello di entrata in ferro e ghisa fu disegnato e donato da Francesco Glisenti. Nella parte semi-interrata è presente una cripta con volta a botte che racchiude i resti dei caduti.




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mercoledì 8 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : SOLFERINO

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Solferino è un comune italiano di 2.579 abitanti della provincia di Mantova in Lombardia.

È situato nella pianura padana, sui colli morenici del Lago di Garda, nell'Alto Mantovano al confine con la provincia di Brescia.

È particolarmente conosciuto per la battaglia (24 giugno 1859) che ne prese il nome, combattuta fra l'esercito austriaco e quello franco-sardo come atto finale e conclusivo della seconda guerra d'indipendenza. La battaglia si concluse a Solferino con la presa della Rocca, più conosciuta come la "Spia d'Italia" per la sua posizione dominante.

E’ questo l’anfiteatro morenico del Garda, originato nel Quaternario, dal ghiacciaio Retico che nelle sue fasi di ritiro lasciò lungo i suoi bordi i detriti che nel corso dei millenni aveva asportato alle Alpi.

In questo verde scenario di dolci colline, coltivate a vite, qua e là interrotto dalle macchie azzurre delle torbiere, si erge la medievale rocca di Solferino, simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana.

I primi insediamenti umani nella zone di Solferino si fanno risalire al III millennio A.C.; lo testimonia il tipo di reperti portati alla luce, in località Barche di Solferino, ove fu ritrovata una palafitta ed interessante materiale in pietra, legno, osso. Dopo queste testimonianze, si può solo supporre un’eventuale occupazione etrusca, seguita nel V secolo A.C. dall’invasione di popolazioni celtiche (Galli Cenomani) e provata dal rinvenimento nei comuni limitrofi di necropoli e tombe. A loro volta, ai Galli, seguirono i Romani, che lasciarono a testimonianza alcuni resti di una strada in località Pozzo Catena. Dopo di ché, come buona parte della penisola, Solferino subì i saccheggi delle popolazioni barbariche.
Passato il periodo medievale e dei Comuni senza particolare storia, fu la volta del dominio dei Gonzaga, che sotto la guida di Orazio (1547-1587), riedificarono il castello e successivamente, con Cristierno (1580-1630), restaurarono la rocca.

Caduti i Gonzaga, Solferino fu direttamente interessata dalla battaglia di Castiglione (1796) che vide contrapporsi gli stessi due eserciti che sessantatré anni più tardi diedero luogo alla battaglia di Solferino, episodio decisivo, con quello di San Martino, della II guerra d’Indipendenza.

Visitare i luoghi compresi nell’ anfiteatro morenico del Garda è bello; farlo camminando, in bicicletta o a cavallo è ancora meglio.
Ci si immerge in un territorio unico nel suo genere, caratterizzato da dolci colline segnate a tramontana da strette strisce di boschi di roverella, di cerro, di carpino nero, a volte sormontate da un gruppo di cipressi, introdotti in epoca romana

Ci si riposa dopo una salita ammirando il panorama colorato da campi di mais, soia ed orzo ed interrotto nelle valli, da piccoli laghetti ove l’acqua ristagna trattenuta dai più profondi strati argillosi.

Il Museo Storico allestito nel 1931 dalla Società Solferino e San Martino e situato ai margini del parco dell’Ossario, è custode non solo di numerosi cimeli, armamenti e ricordi degli eserciti francese ed austriaco che qui combatterono nel 1859, ma anche di parte della storia italiana dal 1796 al 1870.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.

Immersa nel verde del parco, alla sommità di Solferino (m.206 s.l.m.), si erge la poderosa torre quadrata detta, durante il Risorgimento, Spia d’Italia per la sua posizione strategica rivolta al confine del veneto, allora austriaco.
La costruzione, eretta nel 1022, alta 23 metri, contiene al piano terra i busti dei generali francesi Auger e Dieu, caduti nella battaglia; nelle vetrine laterali e centrali, oltre a cimeli ed armi, sono esposti documenti relativi alla storia della Rocca ed alla Zecca dei Gonzaga di Solferino.
Una comoda rampa in legno porta alla Sala dei Sovrani (ritratti di Napoleone III e V.Emanuele II) e più in alto, alla terrazza panoramica dove grazie a tavole di orientamento, si possono riconoscere, quando la visibilità lo consente, i campanili e le torri di luoghi situati a parecchie decine di chilometri.

Attraverso un viale di cipressi, detto di San Luigi Gonzaga, si arriva al Memoriale della Croce Rossa, eretto nel 1959, in ricordo del premio Nobel per la pace Jean Henry Dunant (1828-1910), che dal pietoso spettacolo seguito alla battaglia di Solferino, trasse l’idea della Croce Rossa.
Sul lato destro, il monumento è composto dai marmi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

Piazza castello sicuramente una delle più belle piazze del mantovano, è l’area su cui sorgeva l’antico castello, eretto nel sec. XI e sostanzialmente modificato dal principe Orazio Gonzaga nel XVI secolo, che lo trasformò nella propria residenza.
Vi si accede passando sotto un arco (un tempo sormontato da una torre con ponte levatoio); di forma rettangolare, cinta ancora in parte da mura merlate, la piazza è chiusa a destra da una cortina di case, mentre a sinistra, una bassa muraglia permette di godere dell’ampio panorama che arriva, nebbia permettendo, sino oltre il lago di Garda.
Del vecchio castello sono rimaste, sopravvissute al tempo. ma soprattutto alle battaglie del 1796 e 1859, la Torre di Guardia, con la caratteristica cupola ogivale di gusto orientaleggiante, sede di numerose esposizioni durante il periodo estivo, e la Chiesa di San Nicola, al centro, che ha subito negli anni radicali trasformazioni.
E’ in questa piazza che tutti gli anni, durante le manifestazioni commemorative della battaglia, si svolge il tradizionale concerto all’aperto.


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martedì 7 aprile 2015

LA TORRE DI SAN MARTINO

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La parte più alta del colle di San Martino, da secoli chiamato "il roccolo", è il luogo ove più accaniti e cruenti si svolsero i combattimenti fra l'Armata Sarda, comandata da Vittorio Emanuele II e l'VIII Corpo d'Armata austriaco, agli ordini del Luogotenente Maresciallo di Campo Ludwig von Benedek (1840 - 1881).

Iniziata nell'anno 1880, fu inaugurata il 15 Ottobre 1893 alla presenza di re Umberto I, della regina Margherita, ministri, i membri del Parlamento e di una grande folla accorsa da tutte le province di Italia

Alla base ha un tamburo cilindrico rastremato, coronato da merli e misura mm 22,80 mt di diametro e mt 19,80 di altezza. Da questo tamburo spicca il maschio della torre che è pure cilindrico rastremato ed ha 13 metri di diametro al basso ed 11,40 in alto.
Con i medaglioni che sostengono i merli la torre torna poi ad allargarsi in modo che il diametro del terrazzo è di mt. 13,90.
Il percorso che si snoda dalla sala di ingresso fino alla piattaforma superiore è impreziosito da statue di bronzo ed affreschi di pregio che rievocano fatti e protagonisti del periodo risorgimentale.
La Torre ha uno sviluppo interno di 490 metri, è alta 64 e nel centro della sua eccelsa piattaforma superiore, difesa da una mura merlata, si alza l'asta per la bandiera, trovandovi altresi' posto un grande faro che nella notte irradia i colori della bandiera italiana.

Dall'alto del monumento si possono ammirare magnifici panorami sulla sottostante pianura.
Quasi ai piedi della torre vi è la villa Contracagna , in passato di proprietà dei Conti Tracagni, che il giorno della battaglia fu obiettivo di ben sette assalti dell'armata sarda contro le truppe austriache.
Il monumento era molto vicino all’Ossario, una torre realizzata per celebrare le vicende del Risorgimento italiano. È possibile salire in cima alla torre attraverso una scala a spirale, a piano inclinato. Nell’atrio d’ingresso è possibile ammirare una statua in bronzo raffigurante Vittorio Emanuele II, realizzata da Dal Zotto. La decorazione delle pareti è stata effettuata da Vittorio Bressanin di Venezia. Ciascuna delle sale della Torre di San Martino della Battaglia è dedicata ad un diverso evento delle guerre risorgimentali. Molto interessanti sono gli affreschi che decorano le pareti, affini allo stile che Hayez, Gerolamo e Induno stavano definendo. Gli affreschi della Torre di San Martino della Battaglia sono enfatici e vedono prevalere il descrittivismo epico-celebrativo.


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sabato 28 marzo 2015

SIRMIONE

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Sirmione è un piccolo gioiello sospeso in mezzo al basso lago di Garda.

Sirmione è posta lungo la penisola omonima che si protende all'interno del lago di Garda per circa quattro chilometri e che divide in due parti la riva lacuale meridionale. Parte del territorio comunale si estende ad est rispetto alla penisola per includere quella di Punta Grò.

L'entroterra si estende in direzione delle colline moreniche che cingono la parte meridionale del lago stesso e comprende una parte della zona di produzione del Lugana.

Il comune confina a sud-est con Peschiera del Garda e a sud-ovest con Desenzano del Garda. La sezione sul lago confina ad est con Lazise e Castelnuovo del Garda e a nord con Padenghe sul Garda.

Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa).

L'origine del nome in base al toponimo, Mazza (1986) riporta due tesi:
dal greco syrma, quindi coda o strascico;
dal gallico sirm, albergo od ospizio, ed one, acquatico.

Sono state rinvenute tracce di antropizzazione risalenti al neolitico e Sirmione fu centro urbano rilevante in epoca romana. La via Gallica seguiva la sponda meridionale del lago tagliando poi per l'istmo della penisola sirmionese. Vi sorse dunque la Sermione Mansio menzionata nell'Itinerarium Antonini.

Secondo un'ipotesi di Elisabetta Roffia, la mansio non solo corrisponderebbe a una trattoria del luogo, documentata come "Osteria" o "Bettola" fin dal XV secolo, ma anche alla Mansio ad Flexum riportata nell'Itinerarium Burdigalense.

Gaio Valerio Catullo menzionò Sirmio fra i luoghi in cui soggiornò. Tradizionalmente, a partire da Marin Sanudo il giovane, i resti della villa romana sirmionese sono a lui attribuiti, ma non c'è alcuna certezza in merito. Le parti più antiche della villa risalgono al I secolo a.C. con estensioni nel secolo seguente.

Nel III secolo, per l'Orti Manara, la Lugana di Sirmione fu teatro di diversi scontri. Nel 249, fra gli eserciti di Decio Traiano e Filippo l'Arabo, mentre nel 268 vi fu la Battaglia del lago Benaco fra l'imperatore Claudio il Gotico e la federazione degli Alamanni. Nel 312, il primo scontro tra le truppe di Costantino I e quelle di Massenzio, preludio della Battaglia di Verona, avvenne nei pressi di Sirmione.

Sempre secondo l'Orti Manara, nel 463 Ritmiro, capitano dell'imperatore Libio Severo, sconfisse gli Alani nei terreni della Lugana

Nella prima metà dell'VIII secolo, Sirmione fu possedimento del longobardo Cunimondo. Nel 762 questi entrò in contrasto con un cortigiano della regina Ansa, moglie di Desiderio, uccidendolo in seguito ad una rissa. Fu di conseguenza privato dei suoi beni e imprigionato. Le proprietà del signore decaduto furono assegnate al Monastero di san Salvatore, fondato in quegli anni dai monarchi longobardi.

La regina Ansa costituì una succursale del monastero, restaurando la mansio romana e costruendo la basilica di san Salvatore in Cortine. Nella stessa epoca sorsero anche la prima chiesa di san Pietro in Mavino e la chiesa di san Martino in castro Sermioni ovvero situata all'interno del castrum romano.

Carlo Magno con un diploma del 16 luglio 774 cedette l'isola, il castrum e il monasteriolo di san Salvatore al monastero francese di san Martino di Tours a favore degli abiti dei monaci (in latino, causa vestimentorum). Tuttavia, dopo pochi anni, le proprietà tornarono al Monastero bresciano insieme con tutte le pertinenze, come il porto, le chiese della penisola e le rendite fondiarie dei dintorni. L'Imperatore Carlo il Grosso diede al Monastero la pescheria.

Nei secoli successivi il dominio del monastero di san Salvatore presso Sirmione andò attenuandosi. Nel 1158 è attestato un dominio, almeno nominale, da parte imperiale: Federico Barbarossa concesse ampia autonomia nell'ambito di una soggezione diretta al potere dell'Imperatore.

Nel 1197, il podestà sirmionese giurò fedeltà al comune di Verona, legando con quest'atto la cittadina gardesana alla città sull'Adige.

Nel XIII secolo sia Federico II, nel 1220, sia Corradino di Svevia, nel 1267, confermarono ed estesero i privilegi fiscali e le concessioni rilasciate al Comune. I medesimi atti furono compiuti dagli Scaligeri dopo che ebbero ottenuto il giuspatronato sul castrum.

La presenza di una comunità di patarini, eretici secondo la Chiesa Cattolica, spinse all'azione gli Scaligeri, che pochi anni prima avevano assunto la signoria veronese. Nel 1276, Mastino della Scala ottenne dal Consiglio di Verona la possibilità di istituire due compagnie di soldati per combattere i patarini sirmionesi. Il controllo delle stesse fu affidato ad un fratello di Mastino, Alberto, che assediò la cittadina gardesana e dopo poco tempo imprigionò diversi eretici. Due anni dopo, coloro che non si erano pentiti furono bruciati sul rogo a Verona.

Secondo Mazza (1986), il Castello Scaligero fu completato durante la signoria di Cangrande I e probabilmente fu costruito sui resti del castrum romano nel punto più stretto della penisola.

Nel 1378, Sirmione fu conquistata da Gian Galeazzo Visconti, che rinnovò i privilegi feudali del Comune sirmionese. Agli inizi del XV secolo fu occupata da Francesco Novello da Carrara, a quel tempo signore di Verona, per poi passare, nel 1405, sotto il controllo della repubblica di Venezia.

Sotto la Serenissima, Sirmione rimase legata al distretto veronese. Durante la riorganizzazione delle fortificazioni del Basso Garda, il fortilizio perse di importanza a vantaggio della vicina Peschiera. Rimase comunque avamposto militare come dimostra la costruzione della chiesetta di Sant'Anna, all'interno del castello, per il servizio religioso della guarnigione.

Nel corso del XV secolo fu edificata la chiesa di santa Maria Maggiore, sopra i resti di quella di san Martino in Castro. Nel XVII secolo, il nobile Francesco Rovizzi edificò una dimora e la chiesetta dedicata a sant'Orsola presso la località in seguito nota come Rovizza.

Nel corso del 1797, Sirmione fu dapprima occupata dalle forze francesi e, in seguito alla caduta della Repubblica di Venezia (16 maggio), fu sottoposta al controllo formale della Municipalità provvisoria veneta.

Il trattato di Campoformio stabilì che tutta la sponda meridionale del Garda passasse alla Repubblica cisalpina. Il 3 novembre fu istituito il dipartimento del Benaco comprendente anche Sirmione. Solo il 1º marzo dell'anno seguente fu creato il distretto, suddivisione amministrativa intermedia fra comuni e dipartimento, della penisola di Catullo all'interno del quale fu inclusa anche la municipalità sirmionese.

Dopo la soppressione del dipartimento benacense (1º settembre 1798), seguirono diverse riorganizzazioni amministrative che coinvolsero il comune di Sirmione: il 26 settembre fu associato al distretto VI di Villafranca del dipartimento del Mincio, mentre il 12 ottobre fu assegnato al distretto delle Vigne del dipartimento del Mella.

Dopo la parentesi dell'occupazione austro-russa (1799), fece seguito la riorganizzazione amministrativa della seconda repubblica cisalpina nella quale Sirmione entrò a far parte del distretto IV di Salò (maggio 1801). L'anno seguente la repubblica cisalpina cambiò denominazione in repubblica italiana.

Nel giugno 1805, con l'istituzione del napoleonico regno d'Italia, si procedette ad un nuovo riassetto amministrativo. Sirmione fu considerato di terza classe ed assegnato al cantone VII di Lonato a sua volta facente parte del distretto I di Brescia del dipartimento del Mella.

Nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna e l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto sotto l'amministrazione degli Asburgo d'Austria, Sirmione fu assegnato al distretto V di Lonato della provincia di Brescia. Nel 1853, con una revisione dell'assetto amministrativo, la cittadina entrò a far parte del distretto VIII, sempre con capoluogo Lonato.

Il 25 giugno 1859, durante la seconda guerra di indipendenza italiana, Sirmione fu occupata dalle truppe franco-piemontesi, vittoriose sull'esercito austriaco dopo la battaglia di Solferino e San Martino. Nello stesso tempo, parte dei feriti fu accolta presso la cascina Todeschini, a Colombare.

L'esito della seconda guerra di indipendenza conseguì il passaggio del comune sirmionese, come buona parte del territorio della Lombardia e della riva destra del Mincio, al regno di Sardegna (dal 1861 Regno d'Italia). Con il Decreto Rattazzi fu assegnato al mandamento X di Lonato appartenente al circondario I di Brescia della nuova provincia di Brescia. Fino al 1866, in cui a seguito della terza guerra di indipendenza italiana il Veneto fu annesso all'Italia, il confine con il territorio sotto il dominio asburgico correva da Rovizza fino a Lugana, nei pressi del quale si trovava la dogana.

Sul finire del XIX secolo si svolsero i lavori di intubazione delle acque termali. La sorgente termale era nota già nel Cinquecento, ma la profondità dalla quale sgorgava, 19 metri sotto il livello del lago, ne aveva impedito un qualsiasi uso fino a quel momento. Grazie alla tubazione fu possibile attivare il primo stabilimento termale e procedere alle prime analisi sulle qualità dell'acqua.

Con regio decreto 20 gennaio 1930, n. 53, il comune assunse la denominazione di Sirmione, dato che in precedenza era noto come Sermione.

A Sirmione nelle sere delle bella stagione ci sono le rondini; il mattino, specie nelle aree contigue a parchi o a giardini, come quelli di alcuni Alberghi, si può sentire il canto di numerosi uccelli (numerosi soprattutto i passeri, ma anche fringuelli, pettirossi, merli). germano reale. Altri abitatori dell'habitat sirmionese sono i gabbiani, come pure varie specie di uccelli acquatici, tra cui i germani reali e i cigni, divenuti ormai una popolosa colonia.

Attualmente la fauna terrestre della regione gardesana è costituita da qualche raro esemplare di mammifero selvatico (caprioli, volpi, lepri) e da alcuni uccelli rapaci provenienti dalle montagne circostanti.

Le acque del Lago di Garda sono inoltre ricche di numerose specie ittiche; fra le più conosciute il pregiato Carpione (Salmo Carpio) trota la cui presenza sulle mense era apprezzata da personaggi storici quali l'imperatore romano Tiberio, Galeazzo Visconti, Federico III, Maria d'Austria e Giuseppe II.

Altri rappresentanti dei salmonidi sono la trota ed il salmerino. Anche il persico reale, l'anguilla, il coregone ed il luccio sono presenti nel lago. Altri pesci presenti nelle acque del bacino sono la tinca, l'alborella, il cavedano, il barbo, la carpa ed il vairone, della famiglia dei ciprinidi.

L'ittiofauna del lago comprende anche l'agone, altro endemismo del Benaco, la bottatrice, molto ricercata per la bontà delle sue carni senza lische, e il lavarello.

Due sono le piante predominanti a Sirmione: l'olivo e il cipresso, piante tipicamente mediterranee, attecchite grazie al clima tradizionalmente mite.

Altro elemento caratteristico sono i canneti, che si ritrovano in buona parte della costa non antropizzata.

La chiesa parrocchiale: S.Maria Maggiore bella e armonicamente sobria costruzione della fine del XV secolo. Contiene opere attribuite al Brusasorci (1516/67), allievo di Paolo Veronese, e ad altri artisti di età barocca, benchè il suo stile complessivo la avvicini alle semplicità di linee del romanico.
Recente il Battistero, a sinistra subito dopo l'entrata.

La chiesa di S.Pietro in Mavino è la più antica chiesa (tra quelle rimaste, almeno) del centro storico di Sirmione.

La chiesa si Sant'Anna è una piccola chiesetta; la sua costruzione è fatta risalire al XIV secolo. È stata recentemente restaurata.

S.Salvatore è ritenuta la chiesa del complesso monastico di S.Salvatore, che fiorì in età altomedioevale; ciò che ora ne resta, come evidenziato da recenti lavori di valorizzazione sono solo tre absidi. La chiesa sembra sia stata fatta costruire dalla regina Ansa nel 765-774, ricostruita poi nel sec.XI.

Il Santuario mariano del Frassino, tenuto dai frati francescani, si trova nell'entroterra di Peschiera, a circa 11 km dal centro di Sirmione.

Le Grotte di Catullo sono una meta turistica decisamente gettonata, e ne vale la pena.

Il comune è zona di produzione sia del Lugana sia dell'olio Garda bresciano DOP.

La principale industria è quella turistica: sia perché in riva al lago di Garda, sia per il sito archeologico delle Grotte di Catullo, sia per la presenza di una sorgente termale. Quest'ultima si tratta di acqua sulfurea salsobromoiodica di origine vulcanica e serve due stabilimenti: "Catullo", in prossimità delle omonime grotte, e "Virgilio", in località Colombare.
L'"Acqua di Sirmione" viene commercializzata in boccette per spray nasale.



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giovedì 5 marzo 2015

LA BATTAGLIA DI SAN MARTINO

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La battaglia di San Martino avvenne contemporaneamente alla battaglia di Solferino, ma viene ricordata con il nome del centro di San Martino, nei dintorni del quale si svolse, in quanto quella parte del fronte era completamente affidata all'esercito del regno di Sardegna, sotto il comando del re Vittorio Emanuele II.

L'esercito franco-sardo, dopo la battaglia di Magenta, superò un breve scontro a Melegnano e continuò l'inseguimento. Lo scontro sulle alture moreniche a sud del lago di Garda fu quasi casuale, senza un piano ben determinato: non c'era soprattutto l'avvertenza di trovarsi di fronte al grosso dell'esercito austriaco. L'esercito francese si scontrò a Solferino (a metà strada fra Mantova e Brescia), mentre quello sardo incontrò il contingente austriaco presso San Martino. Due divisioni dell'esercito sardo, quella di Mollard e quella di Cucchiari, vennero ad impattare con il VIII Corpo d'armata del generale Benedek, il quale respinse le avanguardie di Mollard e si schierarono sul bordo esterno dell'altipiano di San Martino.

Le colline a nord di Pozzolengo non formano una cresta collinare, ma un vasto altipiano il cui punto dominante è costituito da un gruppetto di case denominate Casette Citera. Sul bordo esterno dell'altipiano edifici colonici quali la Cascina Contraccania, il Roccolo e la chiesetta di San Martino formavano eccellenti appigli tattici per le truppe austriache. Vale la pena notare che la perdita di uno di questi punti non comprometteva la tenuta dell'altipiano, in quanto solo la conquista di Casette Citera, circa cinquecento metri a sud, garantiva la tenuta delle nuove posizioni. Senza ricognizioni e senza concertare manovre di più vasto respiro Mollard decise di prendere d'assalto le posizioni avversarie.

In breve i comandanti di divisione persero la visione d'insieme della battaglia e le Brigate sarde furono lanciate in assalti frontali senza il necessario appoggio d'artiglieria. Mancò inoltre non solo una buona coordinazione interarma, ma anche i reparti di Bersaglieri e di fanteria di linea non riuscirono a manovrare gli uni in appoggio degli altri. Infine l'assenza di una catena di comando fece sì che i comandanti di divisione dell'armata sarda si ostacolassero tra loro, non accettando ordini da altri parigrado. Mentre a Solferino i combattimenti proseguirono fino a quando un violento temporale interruppe la lotta (iniziata alle prime luci del giorno), sui colli di San Martino, la battaglia cessò soltanto a sera. Lo scontro fu così feroce e cruento che l'esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto in fuga, il quale riparò oltre il Mincio.

La tradizione sabauda esaltò la battaglia di San Martino, anche perché combattuta con grande animo, anche dopo la fine dei combattimenti a Solferino. Celebre la frase attribuita a Vittorio Emanuele: «Fioeui, ò i pioma San Martin ò i'aoti an fan fé San Martin a noi!» (Figlioli, o prendiamo San Martino, o i nostri avversari ci obbligheranno a "fare San Martino").

Nonostante il contingente sardo fosse numericamente superiore a quello austriaco (22.000 Sardi contro 20.000 Austriaci), un divario in buona parte compensato, tuttavia, dalla forte posizione difensiva austriaca, le truppe dell'imperatore Francesco Giuseppe respinsero con fermezza gli attacchi dell'esercito di Vittorio Emanuele II, favoriti da una migliore conoscenza del terreno di battaglia, del quale Benedek seppe ben avvalersi. L'attacco, per quanto audace - le fanterie sarde attaccarono per un'intera giornata con grande coraggio e spirito di sacrificio sotto un fuoco micidiale - fu condotto in modo rigidamente frontale e senza determinanti tentativi di aggiramento della fortissima posizione austriaca. Gli austriaci abbandonarono le posizioni di San Martino solamente dopo aver ricevuto l'ordine dell'imperatore di ripiegare, ritirandosi in relativo buon ordine oltre il Mincio e nella fortezza di Peschiera, lasciando l'Armata Sarda padrona del campo di battaglia.

Nella giornata che aveva visto contrapporsi ferocemente l'armata sarda all'VIII Corpo d'armata austriaco, quest'ultimo ebbe 2.536 uomini fuori combattimento (tra morti, feriti, dispersi o prigionieri), mentre i sardi accusarono la perdita di 5.572 uomini fra morti e feriti. Un bilancio solo apparentemente incongruente per quella che venne propagandata dalla retorica risorgimentale come una grande vittoria, ma chiaramente spiegabile, com'è stato recentemente dimostrato, proprio in funzione della tipologia di attacco adottata, che trova numerosi confronti, in particolare in termini di perdite, con altre numerose azioni di questo tipo documentate in vari conflitti coevi, soprattutto nel corso della di poco posteriore Guerra Civile Americana.

Il desiderio di Cavour di continuare da solo la lotta si scontrò contro la dura realtà e il Regno di Sardegna fu costretto ad accettare l'Armistizio di Villafranca dell'8 luglio, trattato da Napoleone III in plateale violazione degli accordi franco-piemontesi precedenti la guerra. I preliminari di pace furono stabiliti fra Napoleone III e Francesco Giuseppe l'11 luglio, e sulla base di questi il Regno di Sardegna riceveva la Lombardia attraverso le mani francesi.


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LA BATTAGLIA DI SOLFERINO

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La Battaglia di Solferino (24 giugno 1859) fu combattuta fra l'esercito austriaco e quello francese durante la seconda guerra di indipendenza italiana nel contesto della Battaglia di Solferino e San Martino, che fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 1813, avendovi partecipato complessivamente più di 230.000 soldati.

Dopo la sconfitta a Magenta, l'esercito austriaco si ritirava verso est, inseguito dall'esercito franco-piemontese. Lo stesso Francesco Giuseppe venne personalmente in Italia per prendere il comando delle truppe, rimuovendo dall'incarico il generale Gyulai, considerato colpevole della sconfitta precedente.

Il mattino del 23 giugno le armate austriache fecero dietro front per contrattaccare lungo il fiume Chiese. Allo stesso tempo Napoleone III ordinò l'avanzata delle sue truppe e così gli eserciti avversari vennero a scontrarsi in luoghi del tutto imprevisti. Mentre a nord, sui colli di San Martino, le truppe piemontesi combattevano con l'ala destra dell'esercito austriaco, l'esercito francese si scontrò a sud, più precisamente a Solferino (a metà strada fra Mantova e Brescia), con il grosso delle truppe nemiche: entrambe le parti non si aspettavano assolutamente di trovarsi di fronte l'intero esercito nemico.

La battaglia si sviluppò caoticamente lungo un fronte di 15 km, finché, nel primo pomeriggio, le truppe francesi sfondarono il centro di quelle austriache. I combattimenti proseguirono ancora nel pomeriggio inoltrato attorno a Solferino, Cavriana e Guidizzolo, sino a quando un violento temporale interruppe la lotta (iniziata alle prime luci del giorno), nei pressi di Cavriana, ma non sui colli di San Martino, ove la battaglia cessò soltanto a sera. Lo scontro fu così feroce e cruento che l'esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto in fuga, il quale riparò oltre il Mincio.

La battaglia di Solferino e San Martino fu la più lunga (dalle 12 alle 14 ore di combattimento) e la più sanguinosa combattuta per l'indipendenza e l'unità d'Italia e superò in proporzione le perdite della pur cruenta battaglia di Waterloo. Gli austriaci persero 14000 uomini e 8000 vennero presi prigionieri, i franco-piemontesi 15000 e 2000 prigionieri; questa carneficina sembra aver indotto Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca, con questo atto concludendo di fatto la seconda guerra d'indipendenza.

L'Austria fu costretta a cedere la Lombardia, eccetto Mantova, alla Francia che, come prevedeva l'armistizio e il successivo trattato di Pace di Zurigo, la cedette a sua volta al Regno di Sardegna. Testimone d'eccezione della battaglia fu Henry Dunant ideatore, promulgatore e primo segretario della Croce Rossa.

Assolutamente contrario all'armistizio era Cavour, che dopo un'acerrima discussione con il Re, si dimise dalla carica di presidente del Consiglio.

Lo svizzero evangelico Henry Dunant giunto il giorno della battaglia, vista la terribile carneficina e l'impotenza di fronte alla disorganizzazione con cui furono portati i soccorsi, rimase fortemente impressionato.
Agì quindi per organizzare un minimo di attività di assistenza, che venne data mediante il trasporto dei feriti presso il Duomo di Castiglione delle Stiviere e lì, con l'aiuto della popolazione, specialmente femminile, vennero prestati soccorsi a tutti, senza riguardo alla divisa indossata, avendo come riferimento il motto "Tutti Fratelli".
In seguito scrisse e pubblicò a sue spese il libro Un souvenir de Solférino e fondò la Croce Rossa Internazionale.
Per la sua attività e le sue idee venne insignito del primo Premio Nobel per la Pace, nell'anno 1901.


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