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lunedì 6 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : DESENZANO DEL GARDA

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Desenzano del Garda (Dezensà in dialetto bresciano) è un comune italiano della provincia di Brescia, nel basso Lago di Garda, in Lombardia.

Nel 1873, gli scavi condotti da Pietro Polotti in località Polada al confine con Lonato rinvennero una stazione palafitticola risalente all'Età del Bronzo e che ha preso il nome di Cultura di Polada. Presso la località Lavagnone, Renato Perini rinvenne un altro insediamento coevo che nel 2011 è entrato a far parte del Patrimonio dell'umanità secondo l'Unesco.

Tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., nei pressi di Desenzano sorse un fundus abitato da un centinaio di persone. La Villa romana, i cui resti si possono scorgere presso Borgo Regio, fu costruita tra il II e il III secolo lungo la via Gallica come residenza per ricchi cittadini.

L'area di Desenzano e della Selva Lugana fu teatro di diversi combattimenti dell'Anarchia militare e della Tarda antichità: l'Imperatore Decio sconfisse Filippo l'Arabo nel 249 e l'anno successivo sostò in riva al Lago di Garda prima di dirigersi in Tracia per combattere i Goti. Nel 312 le truppe di Costantino incalzarono quelle del Prefetto del Pretorio Ruricio Pompeiano, fedele a Massenzio, in fuga da Brescia e dirette a Verona.

Il cristianesimo giunse da Verona, grazie a predicatori di quella Diocesi: risale a quel periodo il legame fra la chiesa veronese e il basso lago. Il territorio della Pieve si estendeva fra il fiume Chiese e la Lugana. Il nucleo desenzanese si sviluppò attorno a Borgo Regio probabilmente sulla preesistente villa romana. Fu costruito un castrum vetus, per difendere la popolazione dalle invasioni barbariche.

Stando ad un documento di discussa autenticità, il 6 ottobre 878, il Re d'Italia Carlomanno di Baviera avrebbe donato il feudo di Desenzano al monastero di San Zeno di Verona riconoscendo all'istituzione religiosa il diritto di caccia nella Selva Lugana e di pesca nel Lago.

All'inizio XII secolo è attestato che il feudo fosse in mano al signore del Castrum, Ugo della famiglia dei conti di Sabbioneta. La consorte Matilde, figlia di Reginaldo conte di Treviso, nel 1107 donò alcune terre al monastero di Acquanegra. Il XII secolo vide l'edificazione del nuovo castello, detto Castrum novum, e fu ribadita l'aggregazione del territorio alla diocesi veronese, sia per mano del Papa Eugenio III (1145) sia dall'Imperatore Federico I detto il Barbarossa (1154).

Dal punto di vista del potere civile, Desenzano fu sottoposta al potere del comune di Brescia, grazie all'investitura concessa dall'Imperatore Enrico VI. Nel 1220 è attestato che il feudo era gestito dalla famiglia dei Confalonieri la cui giurisdizione si estendeva presso Rivoltella, San Martino, Solferino, Castiglione e Medole.

Il XIII secolo fu l'epoca in cui si sviluppò l'eresia catara sia nel centro gardesano sia nella vicina Sirmione. Giovanni Bello fu ordinato vescovo in Tracia e fu posto a capo della comunità di Desenzano. Suo successore, fra il 1250 e il 1260, fu Giovanni di Lugio, autore del principale testo di teologia catara fino ad oggi sopravvissuto, il Liber de duobus principiis. L'eresia terminò il 12 novembre 1276 con l'arresto da parte dei Della Scala di 166 eretici i quali furono messi al rogo a Verona poco tempo dopo.

Nel 1426 la città entrò a far parte della Repubblica di Venezia. Fu assegnata alla Riviera di Salò divenendo capoluogo della cosiddetta Quadra di Campagna, la quale comprendeva i territori di Calvagese, Muscoline, Rivoltella, Pozzolengo, Carzago, Padenghe e Bedizzole.

Nel Catastico Bresciano del Da Lezze (1610), Desenzano è indicata come sede del mercato del grano, punto di riferimento commerciale non solo della Riviera, ma di tutto il Lago, della Valsabbia e del mantovano.

Desenzano conobbe un crescita economica nel corso del XV secolo che favorì gli investimenti nel campo delle costruzioni comprese sia quelle religiose, come la parrocchiale dedicata a Santa Maria Maddalena, sia quelle private, come la dimora dei Gialdi. Fu edificata una scuola (1449) e fu fortificato il Castello (1480). La guerra fra la Serenissima e gli stati di Ferrara, Milano, Firenze e Napoli si segnala per l'assedio al fortilizio desenzanese operato dalle truppe comandate dal Duca di Calabria Alfonso.

Il Cinquecento fu contrassegnato dal ripetersi dei saccheggi ad opera delle truppe mercenarie (1512, 1516 e 1527), dalla peste (1567) e dai tentativi di guadagnarsi autonomia sia dalla Repubblica di Venezia sia da Salò e dalla sua Riviera. Per un breve periodo all'inizio del XVI secolo, Desenzano e Pozzolengo passarono al Ducato di Mantova, ma poi ritornarono alla Serenissima su ordine di Luigi XII di Francia. Nonostante le difficoltà, in questo secolo fu fondata l'Accademia e furono ampliati il porto, la dogana e il magazzino dei cereali.

Nel 1568, gli amministratori del comune furono scomunicati a causa dei contrasti con la Santa Sede. Negli anni precedenti, infatti, questa aveva assegnato il beneficio parrocchiale al Monastero di San Salvatore di Brescia provocando i malumori del notabilato locale. Quattro anni dopo, la decisione fu sospesa e l'assemblea dei capifamiglia in cambio finanziò l'ampliamento della Parrocchiale.

Il primo decennio del XVII secolo fu caratterizzato dalla risistemazione del Castello da parte del Consiglio Generale e da altre opere pubbliche, come la riparazione dell'orologio, un nuovo ampliamento del porto e la ristrutturazione delle case del Vaccarolo. I decenni successivi furono caratterizzati tuttavia dallo sviluppo dell'edilizia privata. Nel 1630, Desenzano fu colpita dalla peste.

Il Settecento desenzanese iniziò con le devastazioni apportate dalla guerra di successione spagnola. Il 30 luglio 1701 le truppe dell'esercito imperiale entrarono in città saccheggiandola; due anni dopo, fu la volta dell'esercito francese. I due eserciti si scontrarono il 29 novembre 1704 presso monte Corno. Solo l'anno seguente Venezia decise di inviare due reggimenti a difesa della popolazione del lago.

Nel 1792 il Consiglio Generale accettò la proposta del poeta Angelo Anelli, professore presso i ginnasi di Brescia e Milano, di istituire una Scuola pubblica di latino, grammatica e retorica: fu il primo nucleo di quello che nel 1816 diventerà il Liceo.

Nel marzo 1797, Desenzano entrò a far parte dell'effimera Repubblica Bresciana, mentre sul finire dello stesso anno, divenne sede del Dipartimento del Benaco della Repubblica Cisalpina, costituendosi come comune autonomo. Tuttavia, già a partire dal 1º settembre dell'anno seguente, il dipartimento fu soppresso e Desenzano fu assegnato al Dipartimento del Mella.

Nel 1799 fu occupato brevemente dalle forze austro-russe e poi riassegnato alla Cisalpina con il ritorno delle truppe napoleoniche (1800). Con il riassetto del Regno d'Italia, stabilito con Decreto 8 giugno 1805, la città entrò a far parte del cantone VII di Lonato a sua volta appartenente al distretto I di Brescia. Fu inoltre definito comune di seconda classe a motivo dei suoi 3421 abitanti.

Il periodo napoleonico fu caratterizzato da investimenti in opere pubbliche come il nuovo molo su progetto di Carlo Bagatta (1805-1806) e il riadattamento a teatro della chiesa dei carmelitani.

Entrato a far parte del Regno Lombardo-Veneto, stato dipendente dell'Impero austriaco (1814), Desenzano fu elevato al rango di comune di prima classe (1815) e ricevette visita da parte dell'Imperatore Francesco I d'Austria nel (1816) e cinque anni dopo. Durante la prima visita, constatò l'efficienza dell'allora Collegio Bagatta, e ordinò che il diploma conseguito in esso fosse equiparato a quelli dei "Regi Licei". Testimonianza ne è la lapide conservata ancora oggi nell'atrio della scuola.

Dal punto di vista organizzativo, nel 1816 il comune fu assegnato al Distretto V di Lonato della provincia di Brescia. Nel 1853 fu inserito nel Distretto VIII di Lonato.

Nel 1830 nacque la Società del Casino punto di ritrovo della classe borghese ed intellettuale risorgimentale. Dopo gli eventi del 1848 e del 1849 a cui partecipò il comune, nel 1851 l'Imperatore Francesco Giuseppe fece visita alla cittadina desenzanese allo scopo di rinsaldare la fiducia con la popolazione. Tre anni dopo fu aperta la strada ferrata Coccaglio – Verona con la stazione e l'originario viadotto in mattoni con archi a sesto acuto.

La battaglia di Solferino e San Martino della seconda guerra di indipendenza italiana coinvolse anche Desenzano che fu trasformata in un grande ospedale per il soccorso dei feriti.

A seguito della Pace di Zurigo, Desenzano entrò a far parte del Regno di Sardegna (poi Regno d'Italia) e fu incluso nel Mandamento X di Lonato a sua volta appartenente al circondario I di Brescia dell'omonima provincia. Nel 1862, con regio decreto 7 settembre 1862, n. 830, fu ribattezzato con il nome di Desenzano sul Lago.

I primi decenni post-risorgimentali furono caratterizzati dalla nascita della Società Operaia (1862), della Banca Mutua Popolare, dell'Osservatorio Meteorologico (1882), dal Museo Preistorico (1890).

Nel 1883, il comune cedette il Castello al Demanio allo scopo di tenerci un presidio militare.

Nel 1909 fu aperta all'esercizio la breve linea ferroviaria fra la stazione e il porto. Due anni dopo fu la volta della tranvia interurbana a vapore per Castiglione delle Stiviere la quale si innestava sulla Brescia – Mantova permettendo un servizio viaggiatori diretto fra la cittadina gardesana e il capoluogo mantovano. Il servizio tranviario fu soppresso nel 1935, mentre la linea ferroviaria fu impiegata anche dopo la seconda guerra mondiale e fu chiusa solo nel 1969.

Nel 1926 il comune ricevette il territorio del soppresso comune di Rivoltella e fu ribattezzato Desenzano del Garda. Nel 1934 fu aperta la Scuola d'Alta Velocità per idrovolanti.

Durante la seconda guerra mondiale, Desenzano fu bombardata dalle forze alleate sia il 12 aprile sia il 15 luglio 1944. Quest'ultimo bombardamento provocò la distruzione del viadotto ferroviario in mattoni rossi che fu ricostruito nel 1947 in cemento armato e con sagoma architettonica differente.

Il patrono della sede municipale, Sant'Angela Merici è festeggiato il 27 gennaio.

Il porto è stato alla base della millenaria attività dei desenzanesi, grandi commercianti di cereali e di granaglie.

Considerato il più importante mercato di grani della Lombardia, intorno alla piazza principale ed al porto erano stati costruiti capaci magazzini per l'ammasso delle granaglie.

Grande e fortificato era in grado di accogliere le imbarcazioni dei mercanti che dalla parte settentrionale della Riviera trasportavano a Desenzano olio, agrumi, vini, tessuti e attrezzi in ferro, ritornandosene alle terre di partenza con i navigli carichi di cereali.

Perdendo l'importanza commerciale con l'avvento dei trasporti su gomma e ferrovia, il porto abbellito e reso fruibile dai turisti che possiedono una imbarcazione o che desiderano noleggiarla, è fiancheggiato da una bella passeggiata a lago con un panorama splendido ed ampio, quasi marino.

Da vedere c'è il Castello, il Duomo, il Museo Archeologico nell'ex Monastero dei Carmelitani, i mosaici e gli scavi della Villa romana.

A pochi minuti dal centro merita di essere vista la Torre di San Martino e la frazione di Rivoltella con il suo lungolago e la chiesetta di San Biagio.

Chi ama fare giri in moto, può da Desenzano seguire diversi itinerari per motociclisti appassionati, seguendo le strade verso il nord del Lago risalendo verso la parte orientale o quella orientale.

Gli appassionati della vita all'aria aperta possono godere del piacere di una giornata in mezzo alla natura rilassandosi facendo magari un pic nic in uno dei veri parchi, come il Parco Le Ninfee o il Parco tre Stelle.

Al turista o al cittadino residente non risulta difficile ripercorrere, seppur a grandi linee, i momenti cruciali della storia di questa ridente città gardesana, se solo provi a rivolgere lo sguardo su alcuni edifici, monumenti e complessi archeologici, che ancor oggi ci ricordano la vita del passato.
Cominciamo il nostro viaggio entrando dalla porta orientale dell'antico borgo. A pochi passi dal lago, in quello che fu il chiostro di S. Maria de Senioribus, è ubicato il Museo archeologico, la cui visita ci consente di risalire alle origini. Esso è intitolato a Giovanni Rambotti, studioso a cui si deve la scoperta dell'insediamento preistorico della cultura di Polada (2000 a.C.). Osservando i reperti gelosamente custoditi in teche di vetro, si deduce che i primi insediamenti umani della regione benacense risalgono ad un'epoca compresa tra l'etmesolitica (8000 a.C.) e quella del bronzo (II millennio a.C.). A quest'ultima età appartiene il reperto più importante lì conservato, il “gioiellino” dell'intera esposizione archeologica: l'aratro in legno più antico del mondo, risalente al 2000 circa a.C., estratto in buono stato nella zona del Lavagnone (a sud di Desenzano), grazie all'ambiente privo di ossigeno, caratteristico delle torbiere, in cui fu rinvenuto.
Se proseguiamo per il lungolago verso la parte occidentale del centro storico, in prossimità del lago, d'obbligo una visita al complesso archeologico della Villa romana, il cui proprietario “Decentius” avrebbe con molta probabilità dato il nome alla nostra città. I resti della villa, che ebbe più epoche costruttive, tra la fine dell'età repubblicana (I sec a.C.) e la fine dell'età imperiale (V sec. D.C.), si estendono per circa un ettaro e rappresentano la più iportante testimonianza in Italia settentrionale di grande villa tardo-antica romana. Si tratta indubbiamente di un edificio complesso, di grande estensione, con orientamento unitario, i cui settori residenziali si alternavano a strutture rustiche. La grande villa si affacciava sul lago, anzi questo dovette essere l'elemento determinante nella distribuzione dei diversi ambienti, concepiti per offrire dal loro interno molteplici punti di veduta verso l'acqua e insieme per essere visti dal lago. I percorsi principali della villa erano organizzati in sequenza dal lago verso l'interno e orientati ortogonalmente alla riva. La villa aveva poi senza dubbio le sue propaggini sul lago, costituite da moli, attracchi e banchine e forse da peschiere (piscinae) per l'allevamento ittico, che completavano le possibilità di godimento e di sfruttamento dell'ambiente lacustre. Osservando i pavimenti a mosaico rappresentanti diverse scene a carattere pagano, si viene rapiti dalla loro bellezza per la varietà di colori delle pietre musive impiegate: amorini vendemmianti, amorini su bighe in corsa; menadi e satiri; belve che assalgono animali selvatici, allegorie delle quattro stagioni; un personaggio (Orfeo o il Buon Pastore) con un cane e una pecora in un paesaggio bucolico.
L'età romana ebbe termine con le invasioni di popolazioni germaniche e orientali, che distrussero anche la villa. Per far fronte ai saccheggi e alle devastazioni di una di esse, gli Ungari, venne costruito intorno al X secolo il Castello, posto sulla cima della collina che domina il porto e larga parte del territorio circostante, sulle fondazioni di un “castrum” romano di forma quadrangolare; l'interno dell'edificio era occupato da un vero e proprio piccolo borgo con le sue strade, la piazza, la torre campanaria, e la sua chiesa dedicata a S. Ambrogio. Di questa struttura difensiva oggi rimane il solo recinto fortificato e un fabbricato ad uso di caserma militare realizzato nel 1883.

Scendendo lungo la via Castello, la via piida e piida che collega la parte alta con quella bassa della città sbocchiamo nella piazza centrale di Desenzano: Piazza Malvezzi. Qui tutto ci parla dell'epoca del dominio veneto. In questa piazza per secoli si svolgeva prima ogni lunedì poi ogni martedì quello che era considerato il più importante mercato di grani della Lombardia, sotto il più stretto controllo delle autorità venete. Per l'economia desenzanese, strettamente connesso con la piazza era il porto, oggi detto “vecchio”, realizzato sul finire del XV secolo con il riporto di enormi masse di roccia e sassi, rifatto ed ampliato dal doge Andrea Gritti nella prima metà del XVI secolo, durante il quale sui terrapieni risultanti sorsero alcuni fabbricati ad uso abitativo con capaci fondachi per l'ammasso delle granaglie. Questo porto capiente e fortificato era in grado di accogliere le imbarcazioni dei mercanti che dalla parte settentrionale della Riviera trasportavano a Desenzano olio, agrumi, vini, pannilana, drappi e ferrarezze, ritornandosene alle terre di partenza con i navigli carichi di cereali.
A sud del porto, a metà circa dei portici, fa bella mostra di sè l'incompiuto Palazzo del Provveditore, prospiciente la piazza principale, a lato dell'inizio di via Castello, a testimonianza dell'aspro contrasto sorto tra cinque comuni della Riviera (Desenzano, Rivoltella, Padenghe, Pozzolengo e Bedizzole) e Salò città ove risiedeva il Provveditore veneto inviato ogni sedici mesi da Venezia. Essi chiesero a più riprese alla Dominante tra il 1532 e il 1588 di potersi sottrarre alla giurisdizione dei salodiani e di ottenere un proprio Provveditore indipendente da quello di Salò, per questo motivo la comunità di Desenzano, evidentemente fiduciosa nell'accoglimento della richiesta, commission progetto per la dimora di tale autorità all'architetto Todeschini e fece iniziare i lavori di costruzione. Ma il Senato veneto non acconsentì così il palazzo non fu mai completato, rimanendo mutilo della terza arcata, mai realizzata.
Sempre durante la seconda metà del XVI secolo si pose mano alla costruzione del “granarolo”, un ampio porticato che circonda su due lati una serie di fondachi prospicienti il porto ed al cui piano superiore avrebbe dovuto trovare posto la “Casa del Comune”, che invece non fu mai eretta. Anche questo progetto fu realizzato dal Todeschini, e corrisponde all'odierno Palazzo del Turismo. La dominazione veneta terminn l'invasione napoleonica del 1796 ed ufficialmente decadde il 18 marzo 1797. Il 20 maggio di quell'anno i giacobini locali abbatterono la statua della Beata Angela Merici, innalzata al centro della piazza principale nel 1782, e la portarono nella parrocchiale. Al suo posto collocarono “l'albero della libertà che altro non era che un palo dipinto con i colori nazionali francesi, sormontato da un berretto frigio, simbolo della rivoluzione. Comunque la statua fu ricollocata in piazza tre anni più tardi, il 1° maggio 1800, quando gli austriaci, approfittando dell'assenza di Napoleone Bonaparte, occupato nella campagna d'Egitto, riconquistarono tutto il territorio ex-veneto.
Il nostro breve viaggio si conclude a San Martino, località posta a sud del territorio del Comune di Desenzano. Proprio i Francesi diedero il loro tributo di sangue all'indipendenza del nostro Paese. La torre alta oltre 65 metri che venne innalzata nel 1893 ci ricorda quella drammatica giornata del 24 giugno 1859, in cui per ben 15 ore (dalle sei del mattino alle nove di sera) si scontrarono gli eserciti franco-piemontese da una parte e quello austriaco dall'altra. La battaglia fu assai cruenta e cost vita ad oltre 25.000 soldati; 15.000 furono i feriti. Essa fu combattuta in due settori: quello nord attorno a S.Martino, dove i piemontesi agli ordini di Vittorio Emanuele II respinsero gli austriaci; quello sud, attorno alla rocca di Solferino, quando Napoleone III vi gette quattro divisioni della sua Guardia fra i corpi d'Armata comandati da Baraguay D'Hilliers e da Mac Mahon.
Oggi, se durante una giornata nitida si sale sull'alto della torre, si offre alla vista uno spettacolo affascinante: il lago, i monti che lo cingono ai lati, le colline moreniche coltivate a vigneto e ad uliveto, e la pianura sembrano abbracciarsi con un effetto indimenticabile.

I personaggi storici di Desenzano del Garda

Sant'Angela Merici
Angelo Anelli
Giuseppe Bonatti
Gino Benedetti
Achille Papa
Ulisse Papa
Luigi Bazoli
Giuseppe Malvezzi
Giovanni Rambotti
Tommaso Dal Molin







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sabato 28 marzo 2015

IL SANTUARIO DEL FRASSINO

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Al confine fra Lombardia e Veneto, fra le colline moreniche, vicino al laghetto di origine glaciale del Frassino, il Convento e il Santuario furono eretti nel 1514. Furono chiamati i Frati Francescani Minori. Il suo nome deriva dalla miracolosa apparizione della Madonna, una statuina in terracotta di fattura francese, luminosa, dimenticata su un frassino da un soldato francese, a Bartolomeo Broglia, aggredito da un serpente mentre stava potando le viti (1510).

La Chiesa ha la facciata preceduta da un portico con affreschi del Seicento. L'interno ad una navata conserva: alcune tele di Paolo Farinati; affreschi del Muttoni nel presbiterio; l'altare maggiore ed un coro in noce del 1652 con in alto un grande organo "callido"; nel quarto altare di sinistra la pala San Pietro e San Giovanni Battista, del Quattrocento, di Zeno da Verona; nella cappella della Madonna la statuetta in terracotta dell'apparizione, collocata dentro ad un pezzo dell'antico frassino. Il Convento, unito al Santuario, ha due Chiostri: il Chiostro degli Uccelli, con al centro una voliera; il Chiostro Interno con al centro la vasca dei pesci rossi e delle tartarughe marine, con affreschi del Seicento che narrano le Storie di San Francesco e di S. Antonio del Muttoni. Nel 1960 è stata costruita la Cappella Penitenziale, adiacente al Santuario.

Al luogo sacro fece visita, nel 1514, anche Isabella d'Este, che in una lettera al marito Francesco II Gonzaga, malato da tempo, scrisse:

« Hozi sono stata a Peschiera, smontando prima alla chiesa de la Madonna del Frassino, che si dice far tanti miraculi. Et ben ghi sono molte imagine de voti et principio di una bella chiesa. La ho pregata cordialmente per la sanità de Vostra Excellenzia. »
(Isabella d'Este)
Si decise quindi di costruire intorno alla cappella una chiesa più grande: la posa della prima pietra avvenne il 18 giugno 1515, mentre il 14 gennaio 1518, papa Leone X concesse l'autorizzazione per la costruzione di un convento dove potessero alloggiare i monaci.

Nel corso dei secoli successivi il santuario si abbellì di numerose opere d'arte e si arricchì economicamente tramite le donazioni dei fedeli: nel 1610 il semplice stile francescano fu rifinito con stucchi in stile barocco, così come fu abbellita la cappella della Madonna. Nel 1652 fu aggiunto il coro ligneo sull'altare principale, mentre nel corso del XVIII secolo fu posto l'organo.

Nel 1810 a seguito dell'invasione napoleonica il santuario subì una grave battuta d'arresto: i monaci furono allontananti dal convento ed una serie di profanazioni interessarono la chiesa; nel 1848 il borgo che era sorto intorno al santuario venne completamente raso a suolo in seguito ad un bombardamento, ma la chiesa riuscì miracolosamente a rimanere intatta. In seguito il convento fu adibito ad usi civili e militari, diventando quartier generale dell'esercito piemontese e poi ospedale comunale anche fin dopo il 1860, data di riapertura riapertura della chiesa, continuando a svolgere la funzione di accoglienza per persone senza fissa dimora e anziani. Nel 1898 sia il convento che la chiesa ritornarono nelle mani dei francescani: la chiesa fu completamente restaurata con il rifacimento sia della facciata che del pavimento e si provvide al restauro delle diverse opere d'arte contenute. Nel 1929 Pio XI concesse l'incoronazione della statua della Madonna del Frassino, avvenuta poi il 24 settembre 1930. Nel 1969 fu realizzata la cappella penitenziale, di stampo moderno, ad opera dell'architetto Avesani, mentre lavori di restauro sono stati effettuati dal 1996 al 1998. La facciata esterna della chiesa ha la caratteristica di avere la zona del portale d'ingresso protetta da una sorta di tetto a spiovente che poggia su 4 colonne che formano tre archi frontali e due laterali e che si chiudono con delle volte a crociera: ai lati e nella zona superiore del portale sono realizzati diversi affreschi di Domenico Muttoni che rievocano scene dell'apparizione della Madonna del Frassino. Sulla facciata è presente un rosone con vetri policromi.

L'interno la chiesa è a navata unica con dieci cappelle laterali, cinque per ogni lato, tutte della stessa dimensione eccetto le ultime due quelle poste ai lati dell'altare maggiore che invece risultano essere più ampie: si tratta della cappella di San Francesco d'Assisi o del Santissimo Sacramento e quella della Madonna del Frassino. La prima è protetta da un cancello in ferro battuto ed ha sull'altare una raffigurazione di San Francesco mentre riceve le stigmate, opera di Francesco Astolfi, risalente al XVIII secolo; nella cappella nel 1639 fu posto il sepolcro della Congregazione dei Cordigeri.

Quella dedicata alla Madonna è anch'essa protetta da un cancello in ferro battuto: sull'altare una tela del Farinati raffigurante il Padre Eterno tra una corona di angeli e San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio Abate; ai piedi di queste raffigurazioni, in un tabernacolo in marmo è posta la piccola statua in terracotta della Madonna miracolosa che reca in braccio Gesù bambino: intorno sono stati posti alcuni ex voto. Sempre in questa cappella è presente l'affresco della Madonna del Frassino con Sant'Antonio Abate, risalente al XVI secolo e l'affresco della Madonna col Bambino in trono e San Bernardino da Siena, attribuito a Domenico Morone, scoperto da Carlo Zanfrognini durante i lavori di restauro del 1931 che dovrebbe essere la prima raffigurazione del miracolo. L'arco di ingresso, così come le pareti laterali sono interamente rivestiti da stucchi e fregi, opera di Giambattista Reti, tra cui spiccano le raffigurazioni dei profeti Geremia ed Isaia; altre tele di Bertanza da Salò raffigurano i misteri del Rosario ed i santi Giovanni, Francesco e Bernardino. Le cappelle minori del lato sinistro sono decorate rispettivamente con un dipinto della Natività coi santi Francesco e Bernardino da Siena del 1560, della Madonna col Bambino tra Sant'Anna, San Gioacchino e San Giovannino del 1586, della Madonna in Gloria del 1576, tutte opere di Paolo Farinati, mentre la quarta è adornata con una tela di Zeno da Verona del 1541 raffigurante San Pietro e Giovanni.

Nelle cappelle di destra si trovano invece il dipinto della Madonna con ai piedi Sant'Antonio, Valentino vescovo, Isidoro Agricola e San Domenico di Guzman, una statua del Sacro Cuore di Gesù, una statua di Gesù in croce ed un'altra tela sempre raffiguranti personaggi della chiesa.

L'altare principale ha una mensa in marmo e l'organo posto alle sue spalle; sulle mura laterali quattro affreschi del Muttoni che rappresentano Sant'Antonio da Padova che fa inginocchiare la mula davanti all'Ostensorio, Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni con l'Ostensorio, San Bonaventura che riceve la comunione da un angelo e Gesù Bambino che appare a Giovanni Duns Scoto inginocchiato dinanzi al tabernacolo. La volta non presenta elementi artistici di rilievo.

Sul lato destro della chiesa è poto un piccolo cimitero riservato ai monaci francescani ed un corridoio, dove è possibile tra l'altro osservare il luogo in cui ebbe origine il miracolo, che conduce ai due chiostri del convento, i quali furono affrescati nel 1653 sempre dal Muttoni con scene della vita di San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio da Padova: nei chiostri inoltre si trovano opere pittore più recenti, precisamente del XIX secolo, del pittore Salesio Pegrassi che raffigurano le vicende storiche del santuario ed una serie di ex voto. Al centro dei chiostri sono posti rispettivamente una gabbia per colombi ed una fontana sormontata da una statua di Sant'Antonio. Alle spalle della chiesa il campanile.


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LA CHIESA DI SANT' ANNA



La chiesa, che si trova all'entrata del borgo di fronte alla Rocca, risale al 1300. All'interno vi sono decorazioni e affreschi anche quattrocenteschi. Gli stucchi sono in stile barocco. Sull'altare vi è l'effige della Madonna dipinta su una pietra con lo stemma scaligero.

La Chiesa di S. Anna è situata in piazza Castello e fiancheggia il ponte levatoio di ingresso al paese, è una piccola  chiesetta del Quattrocento costruita per la guarnigione del castello; è formata da un presbiterio e da un piccolo spazio  coperto da volta a botte; al suo interno si trovano degli affreschi del XVI secolo e stucchi del XVII secolo. Una parte di affresco del Trecento sovrasta l'altare
 
E’ una piccola ma particolarissima Chiesa della metà del XIV secolo adiacente all’ingresso principale dell’abitato di Sirmione del Garda. In origine era costituita solo da una piccola cappella,l'attuale abside, adibita al servizio religioso della guarnigione del castello del quale ha inglobato alcuni merli difensivi ancor’oggi visibili lungo il prospetto Sud. In quell’epoca la chiesa si chiamava “S.Maria in Castro”, poi Beata Vergine al Ponte ed infine S.Anna. Nel XV secolo il presbiterio viene riccamente decorato con volta a crociera e nel XVII secolo si realizza la navata oggi coperta con volta a botte coevo è il ciclo degli affreschi poi coperti da scialbi e riscoperti nel 1919 in seguito ad interventi di restauro.

Le sue fondamenta appoggiano nei fondali fangosi del porticciolo sirmionese, mentre uno dei suoi lati costituisce un corpo unico con l’arco d’ingresso. L’edificio risale al Trecento ed inizialmente era la cappella in cui si recavano a pregare le guardie del castello. Nel corso dei secoli subì diversi interventi ed una seconda parte dell’edificio fu realizzata nel 1700. Fu chiamata la chiesa di S. Maria del Ponte, poi divenne S. Anna ed era meta di pellegrinaggio per chi desiderava avere un figlio, tradizione che si tramanda anche oggi. La chiesetta ha un volto affrescato e all’interno recentemente è stata posizionata l’icona di S. Anna. Sono in molti i residenti o i gestori delle attività del centro storico che iniziano o finiscono la loro giornata con un breve passaggio di fronte alla chiesetta. In estate ad affollarla sono i turisti, che trovano in quel piccolo, ma prezioso spazio sacro un attimo di tranquillità, riflessione e di preghiera.


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LA CHIESA DI SANT' ORSOLA

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L'edificio religioso dedicato a Sant'Orsola è situato in Località Rovizza, antica tenuta dei conti Rovizzi compresa nella più ampia frazione di Lugana, insediamento che si raccoglie a sua volta in particolare intorno alla chiesa. La chiesa di Sant'Orsola, un tempo cappella nobiliare, venne fatta edificare dal conte cremonese Francesco Rovizzi, il quale stabilì nella zona una nobile dimora.

La chiesetta di S. Orsola in Rovizza fu edificata nel 1795 a lato della casa padronale dei Conti Rovizzi, originari di Cremona. Nel 1980 i sig.ri Pierluigi e Bernardino Bay e le sig.re Maria Bay e Giancarla Torricella, in qualità di proprietari, donarono la chiesa di S. Orsola fu alla parrocchia di S. Maria di Lugana, a cui tuttora appartiene. Esternamente l’edificio si presenta con facciata a capanna rivolta ad oriente. Campanile a vela posto al di sopra del fianco meridionale della chiesa. Impianto planimetrico ad unica aula rettangolare di modeste dimensioni, con presbiterio quadrangolare emergente rialzato di un gradino. Le pareti interne sono scandite da sottili lesene su cui si imposta la cornice modanata sommitale; al centro del presbiterio si colloca l’altare maggiore in marmi policromi; nella parete absidale è posta la pala settecentesca raffigurante l’Incoronazione della Madonna, S. Orsola. S. Francesco d’Assisi, S. Dorotea e le anime del Purgatorio”. L’aula è coperta dalla sovrapposta copertura a capanna con travature lignee a vista e manto in tavelle di cotto con decorazioni policrome; il presbiterio è chiuso da una volta a crociera decorata. Copertura a due falde con manto in coppi di laterizio. La pavimentazione è realizzata in quadrotte e pianelle rettangolari in cotto.


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IL CASTELLO SCALIGERO

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Il castello di Sirmione (XIII secolo), dotato di torri e di mura merlate, fu base strategica per il controllo del lago.
Il famoso castello sirmionese è di epoca scaligera e la sua darsena - ancora in perfetto stato di conservazione - rappresenta un raro caso di fortificazione destinata ad uso portuale. Il mastio viene costruito nel XIII secolo ad opera, verosimilmente, di Mastino I della Scala.
Possente maniero completamente circondato dalle acque possiede un portico interno dove è allestito un lapidario romano e medievale; una scala del secondo recinto, cui si accede da un ponte levatoio, sale ai camminamenti sulle mura: di qui si ammira la suggestiva darsena, antico rifugio della flotta scaligera.

La costruzione della rocca ebbe inizio intorno alla metà del XIII secolo, probabilmente sui resti di una fortificazione romana. La sua realizzazione venne ordinata dal podestà di Verona Leonardino della Scala, meglio conosciuto come Mastino I della Scala. La funzione del castello era quella difensiva e di controllo portuale, poiché la città di Sirmione, trovandosi in una posizione di confine, era maggiormente esposta ad aggressioni.

Circa un secolo dopo sono stati aggiunti due cortili e una fortificazione indipendente, unita tramite barbacane a quella principale, per aumentare le difese della fortezza. Nel 1405 Sirmione passò sotto il controllo della Repubblica di Venezia durante la cui dominio iniziò un'opera di rafforzamento delle strutture difensive. Fu in questo periodo che venne realizzata la darsena oggi visibile, anche se si suppone che fosse già presente una darsena scaligera, probabilmente lignea. Sirmione mantenne il primato di postazione difensiva fino al XVI secolo, quando, per motivi politici, la fortezza di Peschiera del Garda venne modernizzata.

La prima parte del Castello, costruito sui resti di una fortificazione romana, il Mastio, il cortile principale, le tre torri angolari e i due ingressi con ponte levatoio, venne costruito verso la fine del XIII secolo (1277–1278) ad opera di Mastino I della Scala.
Il secolo dopo venne costruita la darsena e la recinzione del borgo, di cui rimangono una torre angolare nelle vicinanze della chiesa di S. Maria Maggiore e la porta merlata che si affaccia su piazza Flaminia.

Nel 1405 Sirmione passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia mantenendo la funzione di controllo e di difesa del basso Garda.

Nel XVI secolo cominciò un lento ma inesorabile declino della rocca in concomitanza dell'aumentata  importanza assunto dalla vicina cittadella di Peschiera.

Il Castello rimase sede della guarnigione militare, fino alla caduta di Venezia nel 1797. poi caserma dei francesi e  degli austriaci, sino all'Unità d'Italia.

Entrati nel castello si accede al cortile principale,  rettangolare, circondato da alte mura e dalle torri angolari.

A sinistra nel cortile si erge la torre di avvistamento.

Osservando le possenti mura si osserva la tecnica costruttiva, dall'utilizzo dei mattoni, cotti nelle vicinanze, e la pietra proveniente dalla vicina collina di Cortine.

Il castello ebbe il massimo splendore verso la fine del 1300, pur essendo fortezza di estrema importanza non fu mai sede di corte.

Oltre all’ingresso dei sotterranei ci sono dei resti murari del Monasteriolo di S. Salvatore di epoca longobarda.

Un gran portale ad arco introduce ad un primo rivellino e ad un primo ponte levatoio, entrambi sono collegati da un corridoio che conduce al secondo ponte levatoio.

Ai lati del corridoio si aprono gli ingressi del cortile della darsena e del secondo cortile, dove una scala  di 146 gradini, conduce ad un lungo camminamento di ronda, fino ad una postazione di guardia.

La rocca non aveva funzione residenziale perciò gli unici elementi decorativi esistenti sono picche o pigne in pietra poste sui camminamenti.

Proseguendo si arriva all’interno della Torre Angolare che conduce ai camminamenti, con i tipici merli ghibellini a coda di rondine.

La darsena odierna è probabile sia quella costruita dalla Repubblica di Venezia, sul modello dell’Arsenale di Venezia. In sostituzione della vecchia darsena in legno.

Un portico interno custodisce un lapidario romano e medievale; una scala del secondo recinto, cui si accede da un ponte levatoio, sale ai camminamenti sulle mura da dove si ammira la suggestiva darsena, antico rifugio della flotta scaligera.

All'interno dell'ampio portico interno del castello è stato allestito un lapidario romano e medievale, oltre che una breve mostra in cui su alcuni pannelli sono riportate le informazioni più importanti sulla rocca. Si può accedere inoltre ai camminamenti di ronda delle mura e, tramite delle rampe di scale in legno restaurate recentemente, si può giungere fino in cima al mastio, la torre più alta della fortezza.

Come ogni castello che si rispetti, anche la Rocca di Sirmione ha il suo fantasma che si aggira tra le sale del castello nelle notti di tempesta.

Leggenda vuole che Ebengardo che viveva tranquillo nel castello con la sua sposa Arice, una notte  di pioggia e vento ospitò un cavaliere presentatosi come Elaberto, Marchese del Feltrino.

L'ospite, invaghitosi di Arice e deciso ad averla ad ogni costo, durante la notte, si introdusse nella stanza di lei per usarle violenza.

Le grida della donna svegliano Ebengardo che si precipita nella stanza di Arice, ma quando arriva nella stanza, la trova già morta uccisa dal pugnale del maligno Elaberto.

Dopo una violenta colluttazione Elaberto muore trafitto dal suo stesso pugnale, e Ebengardo, disperato per non aver protetto l'amata è condannato a rimanere tra i viventi sotto forma di fantasma per sempre separato da lei.

La leggenda vuole che ancora oggi, nelle notti di tempesta, si possa vedere l'anima di Ebengardo vagare per il castello alla ricerca di Arice.


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LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA NEVE

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La chiesa di santa Maria della Neve, detta anche santa Maria Maggiore, è la parrocchiale di Sirmione. Fu edificata nel Quattrocento sopra i resti della chiesa di san Martino in castro dalla quale proviene parte del materiale utilizzato nella costruzione.

La facciata settentrionale poggia sull'antico muro che cingeva la cittadina. La facciata d'ingresso è decorata in terracotta ed è caratterizzata da un portico a cinque arcate, in origine facente parte del cimitero come dimostrano alcune tombe poste sul pavimento dello stesso. Per una colonna del porticato è stata riutilizzata una pietra miliare dedicata al terzo anno consolare dell'imperatore Giuliano l'Apostata.

L'interno è a un'unica navata e presenta cinque altari. Gli affreschi votivi sono del Quattrocento come dello stesso periodo è la statua lignea che rappresenta una "Madonna in trono". Il crocifisso è del Cinquecento ed è attribuito a Domenico Brusasorzi, mentre l'organo risale al Settecento. Vi si accede da un portico a cinque arcate, un tempo parte del cimitero adiacente alla chiesa: sul pavimento sono infatti visibili cinque tombe.
Spesso, nel passato, i materiali più antichi venivano riutilizzati per nuove costruzioni. Ne possiamo vedere qui due esempi. L'ultima colonna del portico, alla sinistra di chi entra, infatti una pietra miliare dedicata all'imperatore Giuliano l'Apostata, vissuto nel IV secolo dopo Cristo. Su sagrato si trova inoltre un cippo dedicato a Giove utilizzato come cassetta delle elemosine.


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LA CHIESA SI SAN PIETRO IN MAVINO

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La chiesa di San Pietro in Mavino, a Sirmione, ha origini molto antiche, secondo la tradizione venne costruita dai pescatori del luogo.
I primi documenti che citano la chiesa di S. Pietro in Mavino risalgono all’VIII secolo, in un manoscritto del 756.

L’edificio subì diversi rifacimenti, sia nel periodo romanico, di cui rimane  il campanile risalente al 1070,  che nel 1300.
Altri interventi sulla chiesa avvennero nei secoli XVII e XVIII, quando furono aperte le due finestre ogivali di facciata e la porta inserita sul longitudinale sud.

La tessitura muraria dell’edificio è composta da elementi di vario tipo: ciottoli di lago, conci appena squadrati, mattoni e laterizi.
Nelle parti alte della muratura dell’edificio si possono notare i rifacimenti dovuti al restauro del XIV secolo, con la sopraelevazione delle coperture, intervento che probabilmente determinò anche l’occlusione delle finestre.

La chiesa è a pianta rettangolare, con un'unica navata terminante con tre absidi semicircolari, di cui quella centrale più grande delle altre, animate da monofore con doppia strombatura e caratterizzate da lacerti di affreschi.

All'interno si possono ammirare affreschi dei sec. XII-XVI.

Sulla parete a sinistra dell’ingresso si può ammirare un affresco staccato con raffigurata una serie di santi apostoli, tra cui San Simone.

Nella cappella dedicata ai caduti si può ammirare un affresco ripartito in tre sezioni con S. Michele, che con la lancia trafigge un drago o il diavolo, un santo con la palma del martirio in mano che, sotto il braccio sinistro, tiene un libro e un nobiluomo identificabile con S. Rocco.

L’emiciclo dell’absidiola nord è completamente dipinto: vi sono raffigurati una Madonna con Bambino e figure di santi.
Nell’abside centrale la decorazione si sviluppa su due livelli: in quello superiore si trovano dipinte le anime dei dannati e quelle dei beati oranti con il Cristo Pantocratore in mandorla, la Vergine e il Battista e angeli, mentre nel registro inferiore ci sono sei figure di santi all’interno di cornici, tra cui San Giacomo e San Paolo.

Nell’abside sud la parete affrescata è divisa in due settori, in cui si ha la raffigurazione di una Crocifissione, con Maria e le donne piangenti e una figura di santa in preghiera.
Nei rimanenti affreschi si riconoscono S. Antonio Abate, San Pietro, Maria Maddalena, una Madonna in trono con Bambino

La chiesa di S. Pietro è visibile dall’esterno solo su tre lati, infatti il lato nord, ampliato con l’aggiunta di ambienti residenziali recenti, non è visitabile, in quanto rimane all’interno di una proprietà privata. L'edificio sorge sul punto più alto della penisola di Sirmione, fuori dal centro abitato, poco lontano dalle rovine delle cosiddette Grotte di Catullo.

L'edificio si presenta oggi a pianta rettangolare a navata unica con tre absidi semicircolari a est, e richiama edifici di derivazione carolingia dell'VIII-IX secolo, anche se bisogna dire che le sole affinità stilistiche non bastano certo a determinare una cronologia attendibile.
L'attuale edificio di S. Pietro rimane visibile all'esterno per tre quarti; solo il lato nord, ampliato con l'aggiunta di ambienti residenziali recenti, non è visitabile, rimanendo all'interno di una proprietà privata. La terminazione orientale a tre absidi semicircolari, ha la centrale di dimensioni maggiori delle laterali, che hanno emicicli poco sporgenti dalla pianta. Un consistente strato di intonaco ricopre la quasi totalità dell'apparato murario della zona est, con scrostature nelle parti basse che permettono di intravedere i conci in opera nella muratura, formata da pietre tenere di color rosato e di color ocra o grigie, mischiate a ciottoli e a mattoni color rosso e ocra, il tutto allestito in abbondante malta.
Le absidi sono prive di decorazione esterna, animate solo da strette monofore a doppio strombo liscio (oggi murate), tre nell'abside centrale, una in ciascuna delle laterali: solo al culmine dell'abside maggiore, meno marcatamente nell'abside nord e in modo irrilevante in quella sud, l'allineamento della muratura si fa irregolare e prominente (l'intonacatura non permette di valutare se tale sporgenza muraria sia dovuta all'eccesso di intonaco - dato che le parti del sottotetto delle absidi minori presentano solo parzialmente questa particolarità - o alla presenza sotto l'intonaco di assetti decorativi che provocano l'aggetto). La copertura delle absidi è realizzata con tegole di tipo romano e coppi. Poco sopra il livello di questo tetto è visibile una specie di profilo in laterizio appena sporgente, a delineare la forma degli spioventi, forse indizio del livello dell'antica copertura, che corre sotto il rialzamento, di un metro e mezzo circa, realizzato nel XIV secolo. I sottogronda di questa parte dell'edificio sono marcati da una doppia cornice scalare di mattoni rossi. L'aspetto austero ed essenziale di questa sezione della chiesa, con l'abside centrale molto più grande rispetto alle due laterali, indicherebbe origini preromaniche, anche se è innegabile che questi caratteri strutturali di gusto arcaico debbano essere considerati semplici indizi per una collocazione cronologica dell'edificazione del S. Pietro, soprattutto perchè questo modello architettonico, in territorio bresciano, si manterrà anche nell'XI, e addirittura, nel XII secolo. Tuttavia secondo alcuni studiosi, in questo caso la coincidenza col tipo di pianta, di muratura, a ciottoli, mattoni e conci in spessa malta, e l'assenza di decorazione fanno propendere ragionevolmente per una datazione anteriore al Mille.
Questa considerazione troverebbe credibilità anche attraverso l'analisi delle murature del vicino campanile, le cui parti basse, realizzate poco dopo la metà del XI secolo (l'edificazione risalirebbe all'anno 1070), sono chiaramente diverse da quelle della chiesa, sia per quanto riguarda l'apparecchiatura muraria, a conci disposti regolarmente e inquadrata da larghe lesene angolari, che per la presenza di una serie di archetti realizzati in cotto, nonchè di finestre a bifora.
In generale, comunque, la muratura si presenta estremamente stratificata, con ampio impiego dei più svariati materiali edilizi: dai ciottoli di lago non lavorati ai conci appena squadrati o altri ancora meglio lisciati, oltre a mattoni e laterizi di varie dimensioni e di diverse epoche (romana, altomedievali e tardogotica).
Gli studiosi, in base anche a recenti ricerche sulle complesse strutture murarie del S. Pietro, leggerebbero in alcune di queste tracce abbastanza significative della prima fase costruttiva, risalente al VIII secolo, in particolare nelle due pareti laterali e nella facciata.
La vista dal fianco sud della chiesa mostra una piccola anomalia costruttiva: la linea sommitale di spiovente del tetto è infatti leggermente inclinata verso la facciata. Il muro longitudinale sud conserva parzialmente uno strato di intonaco anche se, nelle parti basse, rimangono scoperti alcuni tratti che permettono una seppur parziale lettura della composizione muraria.
La muratura, per quasi la totalità della lunghezza dell'edificio e per un consistente tratto dell'alzato, è realizzata in piccole pietre bianche e rosate di materiale tenero, di diversa dimensione e di basso spessore inserite in consistente malta (livelli dello spessore di 2-3 centimetri), poste in opera tentando di collocarle ordinatamente, a corsi orizzontali intercalati da fasce con conci inseriti a spina di pesce. La già ricordata presenza dell'intonacatura non permette di verificare se la diversa applicazione dei conci a livelli orizzontali volesse avere carattere omogeneo e decorativo.
Tale fase edilizia arriva a un'altezza di circa tre metri. comprendendo la traccia di quattro monofore ad arco a tutto sesto piuttosto grandi (i contorni di una di queste finestre, con arco terminale ribassato in mattoncini, sempre murata, sono ancora individuabili), mentre un quinto finestrone rettangolare aperto in tempi più recenti vicino al campanile, s'inserisce in questa fase edilizia. La realizzazione di aperture di questo tipo sui longitudinali ricorda assetti architettonici arcaici caratteristici delle basiliche paleocristiane e altomedievali, come le finestre a doppia cornice aperte nei muri longitudinali del S. Salvatore di Brescia.
Evidenti, nelle parti alte, i rifacimenti dovuti al restauro del XIV secolo, con la sopraelevazione delle coperture, intervento che probabilmente determinò l'occlusione delle finestre e la realizzazione del ciclo affrescato all'interno.
Nella muratura prossima allo spigolo di facciata, per tutto l'alzato, il tipo di materiale in uso cambia rispetto al resto dell'edificio: qui vengono usati conci più grandi e la messa in opera diviene più approssimativa; le malte impiegate sono diverse, anche se l'intonaco attenua le differenze.
Sempre nel longitudinale meridionale, il tratto murario tra l'area absidale e il campanile presenta un consistente strato di intonaco che non permette un confronto con le restanti murature verso ovest. Certamente epoche recenti hanno visto in questa settore dell'edificio la realizzazione sia della porta, sia della finestra rettangolare.
Secondo gli studiosi la chiesa subì una consistente opera di riammodernamento già durante il XIV secolo (questo intervento è attestato dalla presenza di una incisione in numeri romani MCCCXX, su un mattone murato alla sinistra del portale d'ingresso). A questa fase si devono le modifiche in facciata, con la costruzione di un nuovo portale ad arco ribassato, tuttora in opera. In occasione del medesimo restauro, nella facciata, poco sopra il portale, venivano murati due lacerti di marmo bianco di epoca altomedievale: l'uno decorato con un motivo a graticcio, l'altro, messo di traverso, con scolpito un vaso dal quale fuoriesce un tralcio terminante in un fiore con una colomba che si abbevera. Nel XV secolo, venivano realizzati il rosone al centro della facciata e la finestra quadrata a sinistra del portale. Altri interventi nei secoli XVII e XVIII interessarono l'edificio del S. Pietro e portarono all'apertura delle due finestre ogivali di facciata e della porta inserita sul longitudinale sud.
Nell'odierna facciata a capanna, pertanto, tutta le aperture, dall'oculo alle due finestre ad arco ribassato, dalla finestra squadrata sulla sinistra del portale al portale stesso, sono integralmente frutto di ricostruzioni recenti, che hanno alterato notevolmente l'aspetto originario. Gli stessi due lacerti d'epoca preromanica, murati sopra l'ingresso, rimarcano quali profonde modifiche ebbero a interessare le strutture che caratterizzavano l'antico edificio di S. Pietro. Uno strato di intonaco (a questo punto, certamente necessario date le consistenti manipolazioni degli assetti murari), omogeneizza architettonicamente l'aspetto della facciata.
Solo nelle parti basse la caduta dell'intonacatura permette una parziale lettura della composizione muraria: anche qui sono assemblate pietre di svariata qualità e forma, in abbondante malta. A delineare i fianchi della facciata sono state inserite delle pietre piuttosto grosse e lisciate nelle parti a vista che, per lavorazione ed allestimento, si differenziano notevolmente dal resto dei materiali impiegati nella muratura.
Il campanile quadrangolare, collocato sul lato sud della chiesa, è univocamente riconosciuto come costruzione pienamente romanica e realizzato probabilmente in due fasi edilizie risalenti ai secoli XI (1070) e XII, più almeno una terza fase nel secolo XIV che vedeva l'occlusione delle bifore sommitali e la creazione, un piano sopra, della nuova cella campanaria con al culmine un pinnacolo piramidale. La torre presenta un allestimento murario realizzato con i più svariati materiali, anche se non manca un tentativo di organizzazione omogenea dei conci, sia per corsi orizzontali, sia per tipologia di materiale (questo aspetto è meglio individuabile nell'alzato del lato est da un'altezza di circa tre metri fino alla linea degli archetti pensili). Nel lato est, le parti basse della torre sono composte da pietre assemblate in maniera grossolana, probabilmente anche a causa di restauri, sono difatti ancora visibili i resti dell'arco in mattoni di una porta, ora murata. Gli altri lati presentano ancora la varietà dei materiali in opera, ciottoli, pietre squadrate, scaglie e mattoni; nel lato ovest, nelle parti basse vicine al muro longitudinale dell'edificio, sono addirittura murati dei conci di forma rotonda che sembrerebbero la sezione di colonne di epoca romana (uno di questi pezzi è incavo al centro). A partire invece da un'altezza di circa tre metri, l'allestimento si fa più curato e i conci, appena lavorati, riescono a seguire linee regolari orizzontali anche per più di un filare: qui sono in opera su tutti i lati ciottoli di lago arrotondati, inseriti a corsi orizzontali e in spessa malta in alternanza a fasce di mattoni rossi e ocra, con tratti di muratura interamente realizzati con pietre chiare e squadrate.
Due larghe lesene angolari di pietre abbastanza grandi, lisciate nelle parti a vista, inquadrano su tre lati (quello nord, di cui si può vedere solo la parte sommitale, ne è privo) questi tratti murari con la sezione centrale conclusa da una cornice di archetti rampanti compositi in cotto, sostenuti da mensoline prive di decorazioni sempre in cotto (alla moda veronese). Nel lato orientale, la cornice di archetti è rovinata per un tratto, mentre è ben conservata nei lati sud e ovest (il lato nord del campanile non presenta nessun particolar decorativo: la monofora è stata occlusa e le murature non presentano particolari distintivi, oltre ad un'approssimativa messa in opera di conci irregolari di diverso materiale). Tutto sommato, il campanile non raggiunge una grande altezza; l'attuale cella campanaria è stata interamente realizzata in mattoni e su ogni suo lato sono aperte delle monofore (eccetto, come detto, quella a nord che è murata). Una cornice con un filare di mattoni rossi inseriti a dente di sega corre lungo il profilo sommitale della torre.
Le differenze costruttive tra le sezioni più basse e la sezioni mediana della torre fino all'altezza degli archetti ciechi sarebbero attribuibili alle due differenti fasi edificatorie dei secoli XI e XII.
Il tratto del longitudinale nord d'epoca medievale, visibile nel tratto prossimo all'area absidale, mostra un restringimento rilevabile in pianta e percepibile anche in alzato: a partire dallo spigolo absidale, il muro, dopo pochi metri in lunghezza, sembra patire un rigonfiamento o un allargamento fino al livello della facciata. Il tratto in alzato di questa parte dell'edificio è quasi completamente ricoperto dall'edera e non è possibile osservare il tipo di muratura che lo compone, mentre il restante longitudinale è occupato dagli edifici residenziali moderni.

Lo scavo interno ha portato alla luce un notevole numero di tombe, di diverso formato e prestigio. In alcune erano presenti elementi di abbigliamento e ornamenti, come fibule di cinture e crocette dorate. Sono emersi anche frammenti di arredo scultoreo, una teca per reliquie in muratura e un’area presbiteriale del V secolo, riconoscibile per la sua forma semicircolare. Sotto l’altare è stato poi rinvenuto un frammento di architrave, con inciso il verbo latino cogitate (pensate). Mentre gli scavi esterni, dopo opportuna catalogazione, sono stati ricoperti, l’interno della chiesa aspetta ancora il ripristino del pavimento originale e la messa in evidenza dell’area presbiteriale.


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IL MONASTERO DI SAN SALVATORE

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Le origini del monastero di S. Salvatore a Sirmione scaturirono da un grave fatto di sangue che aveva coinvolto il re dei Longobardi Desiderio, e la moglie Ansa, e un potente nobile longobardo, tale Cunimondo, il quale, per risarcire i regnanti dell'uccisione di uno dei favoriti della regina, Maniperto, donò tutti i suoi beni al monastero di S. Giulia a Brescia e alle tre chiese allora esistenti a Sirmione: S. Pietro in Mavino, S. Martino e S. Vito.
Nell'anno 762-765, la regina Ansa faceva erigere a Sirmione un monasteriolo alle dirette dipendenze di S. Giulia. Purtroppo, tutto ciò che resta della costruzione è la parete di fondo dell'area absidale della chiesetta di S. Salvatore, che si può intravvedere dai giardini pubblici, proprio tra la scuola materna e quella elementare. Nell'anno 774, il monastero sirmionese veniva ceduto a Carlo Magno e in particolare al monastero imperiale di S. Martino di Tours. La comunità monastica di Sirmione tornò però presto ad essere una succursale del monastero di S. Giulia di Brescia.
Come detto, dell'antica fondazione monastica della regina Ansa, rimangono oggi solo i resti dell'area est, con le tre absidi semicircolari di diversa dimensione (l'abside centrale è più grande rispetto alle laterali) e un breve tratto dei muri longitudinali a livello di fondazione. La sezione occupata dall'abside centrale è quella che presenta le parti più consistenti di muratura, degradando in percentuale all'abside nord, fino a raggiungere la percentuale minima nell'absidiola sud. Scavi e lavori di recupero sono ancora in corso, anche perchè nella zona a sud dei ruderi si sta costruendo un grande edificio moderno. L'area archeologica è ora chiusa e non visitabile; le poche informazioni che si riportano sono frutto di osservazioni carpite attraverso le recinzioni che circondano il sito di S. Salvatore.
Nell'emiciclo esterno dell'abside maggiore, inserita nello spessore delle murature alte, è ricavata una sorta di nicchia squadrata. Non è possibile valutare se questa sia stata realizzata in epoche recenti o appartenga invece alle strutture più antiche, visto che il S. Salvatore ha avuto una frequentazione e una continuità di culto protrattesi per lungo tempo (la chiesa era infatti ancora visibile alla metà del XIX secolo).
La poca consistenza dei resti non permette, da lontano, un'analisi architettonica attendibile; resta, ad avvallare l'antichità delle origini di questo monumento, quanto è leggibile della planimetria a pianta rettangolare con tre absidi semicircolari poco sporgenti.
Osservando l'area archeologica da ovest, si osserva un tratto delle fondamenta dei muri longitudinali dell'edificio, ciò che permette di rilevare anche per l'interno la scarsa profondità degli emicicli. Per quanto si può vedere, i materiali impiegati sono pietre poco lavorate e di diversa dimensione e provenienza; prevalgono i ciottoli di lago alternati ad altri conci poco rifiniti e allestiti in spessi strati di malta. Le murature dell'absidiola sud sono composte in maggioranza da ciottoli di lago allestiti in spessa malta con altri conci di diverso materiale, poco lavorati e organizzati in corsi approssimativamente orizzontali raggiungendo l'altezza di poco più di un metro.
Le parti basse delle murature dell'abside centrale non sono diverse da quelle dell'abside sud, almeno per un'altezza pari a quella conservata in quest'absidiola, eccetto per la presenza di una finestrella squadrata; sopra, l'assetto murario cambia e la varietà dei materiali, come la messa in opera, si fa più confusa, con l'inserimento di una cornice rettangolare, in leggero aggetto, a inquadrare una nicchia creata nello spessore del muro.
L'absidiola nord conserva invece un tratto di intonacatura che ricopre la muratura. In questo tratto di intonaco si conservano tracce di affresco ormai illeggibili. Il tratto murario superiore presenta lo stesso disordine edilizio che caratterizza i tratti alti dell'abside centrale.

Le ragioni dell'abbandono del monastero da parte delle monache possono essere diverse: pestilenze, carestie, invasioni barbariche, comunità eretiche. La fine delle memorie monastiche della penisola giunse nel XV sec. quando S Giulia liquidò tutti i beni sul Lago di Garda, ormai troppo lontani e poco redditizi.

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CUNIMONDO

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Personaggio fortemente legato alla corte regia longobarda del suo tempo (seconda metà dell’VIII sec. d.C.), aveva delle proprietà concentrate nella Giudicaria di Sirmione. Nel 765 donò diversi suoi beni alle tre chiese di San Martino, San Vito e San Pietro in Mavinas. Le restanti proprietà del nobile sirmionese gli verranno confiscate e assegnate al monastero di S.Salvatore di Brescia, fondato da Desiderio, dopo che questi uccise il gasindio (uomo di fiducia) regio Manifret.

Succedette al padre Turisindo, fiero e coraggioso guerriero si impegnò nelle guerre contro i Longobardi ma fu sconfitto e ucciso in battaglia dal loro re, Alboino, che ne sposò la figlia Rosmunda. Secondo la tradizione, Rosmunda, nel corso di un banchetto, fu costretta da Alboino a bere dal cranio del padre Cunimondo, conservato, secondo tradizione barbarica, come trofeo ed utilizzato come coppa dai vincitori. In seguito, per vendicarsi, la regina istigò lo scudiero Elmichi ad uccidere il marito nel 572.

Nella prima metà del secolo VIII a Sirmione dominava in maniera assoluta un potente signorotto longobardo, Cunimondo, che era in lotta aperta con la corte longobarda ed in particolare con il cortigiano prediletto della regina Ansa, tale Maniperto. L'ostilità giunse a un punto tale che Cunimondo assassinò Maniperto, probabilmente alla presenza della sovrana stessa. Il crimine di lesa maestà doveva essere punito con la morte, ma Ansa, regina piissima, intercedette per Cunimondo cosicché egli poté espiare alle sue colpe donando tutti i suoi beni al monastero di S. Giulia, eretto nel 759 a Brescia da Ansa a Desiderio, e alle tre Chiese longobarde esistente all'epoca in Sirmione: S. Pietro in Mavinas, S. Martino e S. Vito. Inoltre, nel 762-765, la regina Ansa fece erigere a Sirmione un monasteriolo alle dirette dipendenze di S. Giulia. Purtroppo tutto ciò che resta della costruzione non è che un triste relitto, la parete di sfondo dell'abside della Chiesetta di S. Salvatore, che si può vedere ai giardini pubblici, proprio tra l'asilo e le scuole elementari.


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LUGANA DI SIRMIONE

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A sud della penisola di Sirmione, in un territorio oggi densamente urbanizzato, si estendeva l'antica selva Lugana o Ligana o Lucana o Litana. A causa della sua posizione strategica, essa fu teatro di numerosi fatti d'armi, tra i quali lo scontro tra Costantino e Massenzio nel 312 d. C. Forse proprio qui nella selva, in un luogo imprecisato, il papa Leone Magno nel 452 d. C. avrebbe convinto Attila, condottiero degli Unni, a ritornare al nord. I toponimi presenti in questa zona, quali san Benedetto, san Vigilio e san Martino, ricordano l'opera di bonifica agraria svolta anche qui dai monaci. La selva era però quasi sparita all'inizio del XVI secolo, poichè fu colonizzata e sfruttata come terreno agricolo. I terreni argillosi delle zone ancora coltivate producono il celebre vino Lugana.
Nel territorio che faceva parte dell'antica selva Lugana sorgono ora due centri fittamente abitati che costituiscono due frazioni di Sirmione: Lugana e Colombare. Lugana è un insediamento che si raccoglie in particolare intorno alla chiesa, sorta tra il 1910 e il 1912, ma si estende sul territorio sino a comprendere il borgo di Rovizza, l'antica tenuta dei conti Rovizzi. La chiesetta dedicata a sant'Orsola, un tempo cappella nobiliare, e il Monumento all'Alpino, testimonianza del sacrificio di molti Sirmionesi che militarono in questo Corpo.
La località Colombare prende il nome da un'antica cascina oggi scomparsa e consisteva, fino al secondo dopoguerra, in una distesa di campi punteggiata da poche abitazioni rurali. Negli anni Sessanta la popolazione in forte espansione volle la propria chiesa che, intitolata a san Francesco, fu inaugurata nel 1969. L'edificio, che interpreta le novità degli anni del Concilio Vaticano II, si presenta come una grande tenda a pianta circolare, costruita con pietra, cemento, rame e vetro colorato.
Nel 2012 in via XXV Aprile, all'inizio della passeggiata lungolago è stata installata "Pietra Madre: il Menhir dell’amicizia e della pace" una scultura in pietra del Maestro Giuseppe Bongiorno.

L'unico punto di interesse da visitare nella piccola e vicina frazione di Santa Maria di Lugana è la chiesa parrocchiale. Sfortunatamente le informazioni riguardo l'edificio religioso sono davvero poche. L'unica notizia certa sembra essere la data di costruzione. Pare infatti che questo luogo sacro sia stato edificato tra il 1910 e il 1913.


Il Vino Lugana viene prodotto nella zona del basso Garda, su un particolare terreno molto argilloso, residuo delle ultime glaciazioni, ossia la base di quello che era il ghiacciaio che formò il lago di Garda. Questa parte dell'area gardesana è famosa anche per i resti dell'età del bronzo, con reperti tuttora visibili che vanno dal bronzo antico al bronzo moderno. Area molto importante anche durante il periodo romano, in quanto era il passaggio naturale tra est ed ovest. Resti romani un po' in tutta l'area. Il periodo delle Signorie vede in particolare la signoria della Scala primeggiare, resti importanti a Sirmione (il castello) e a Peschiera del Garda (resti del castello e della Rocca fortificata su base romana). Periodo veneziano (1440 - 1797) (città fortificata di Peschiera del Garda e altro), periodo francese e poi regno absburgico fino al 1860 circa. L'area passa al regno d'Italia definitivamente dopo la prima guerra d'indipendenza. È controverso che da Lugana derivi il nome della tipica salsiccia fresca lombarda la luganega che altri vuole invece che derivi da Lucania.

Il Lugana è indicato come aperitivo, con la pizza, il pesce di lago, trota, persico e lavarello. Ottimo con gli antipasti. Il Lugana superiore può essere abbinato a primi piatti di pasta con sughi elaborati (4 formaggi ad esempio), con la scaloppina di vitello, con formaggi tipo robiola. Il Lugana riserva è ottimo con il formaggio alla piastra, il manzo di Rovato. Il Lugana spumante charmat è indicato come aperitivo. Quello prodotto con il metodo classico si può degustare con i casoncelli bresciani. Il Lugana vendemmia tardiva è perfetto con il gorgonzola, ma anche con la bruschetta di alici nonché con i biscotti di farina gialla (poco dolci).

Il nome della denominazione deriva dalla frazione omonima sita nel comune di Sirmione in Provincia di Brescia.

Il colore è paglierino o verdolino con tendenza al giallo leggermente dorato con l'affinamento
l'odore è delicato, gradevole e caratteristico
il sapore è fresco, morbido, armonico, con eventuale leggera percezione di legno.

Lugana superiore:
il colore è paglierino o verdolino, con tendenza al giallo dorato con l'invecchiamento
l'odore è delicato, gradevole, caratteristico
il sapore è morbido, da secco all'abboccato, armonico, corposo, con eventuale leggera percezione di legno.

Lugana riserva
colore: paglierino, con tendenza al giallo dorato con l'invecchiamento
odore: delicato, gradevole, caratteristico
sapore: secco, morbido, da secco all'abboccato, armonico, corposo, con eventuale percezione di legno.

Lugana Vendemmia Tardiva
colore: giallo dorato con tendenza all'ambrato all'invecchiamento
odore: intenso, gradevole, caratteristico
sapore: armonico, vellutato, dall'amabile al dolce, di corpo, con eventuale percezione di legno.

Lugana spumante
spuma: fine e persistente;
colore: paglierino più o meno intenso con eventuali riflessi dorati
odore: fragrante con sentore di fruttato quando è spumantizzato con il metodo Charmat; bouquet fine composto proprio della fermentazione in bottiglia quando è spumantizzato con il metodo classico
sapore: fresco, sapido, fine ed armonico

La base ampelografica della denominazione Lugana è il Turbiana ovvero il Trebbiano di Lugana (appellativo locale del Trebbiano di Soave).

La revisione 2011 del disciplinare ha introdotto, oltre alle già esistenti tipologie Lugana spumante e Lugana superiore, anche le nuove versioni:

Lugana Riserva (due anni di invecchiamento, a differenza di un anno del superiore);
Lugana Vendemmia Tardiva (a differenza di un passito le uve appassiscono leggermente e naturalmente in pianta; l'affinamento è di 12 mesi).
Fin dalla nascita, la versione base del Lugana (il Lugana senza altre menzioni) è concepito per essere il vino dell'annata ovvero quello che si beve già a partire da pochi mesi l'ultima vendemmia.

Mentre quasi tutte le interpretazioni del Lugana base giocano sulla freschezza e immediatezza, il Lugana superiore ha doti di grande vino bianco morbido, minerale, agrumato e persistente. Il riserva è "cremoso", con netti ricordi di tostature e finale sapido. Lo spumante charmat è solitamente semplice ma assai piacevole, mentre le migliori versioni di quello a metodo classico spesso non hanno niente da invidiare al "cugino" Franciacorta. Il vendemmia tardiva, nonostante la sua componente alcolica e la consistenza, è davvero una perla in fatto di aromaticità unita a facilità di beva. Un vino che può ricordare alcuni Alsace Pinot gris Vendage Tardive.

Il Lugana, grazie alla naturale alta acidità del Turbiana unita alla mineralità del Terroir del basso Garda, è un vino bianco con ottime doti di invecchiamento.



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L' ACQUA DI SIRMIONE

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Sin dal Rinascimento era nota la presenza di una fonte termale calda e solfurosa, la Bojola, che zampilla dal fondale a 250 metri dalla riva orientale.
Il tentativo di canalizzare e sfruttare l'acqua, conservandone la temperatura originaria, ebbe però buon esito solo nel 1896. A partire da quaesta data, l'attività termale di Sirmione si ampliò successivamente e divenne nota in tutta Europa. Dopo la battuta d'arresto subita dall'economia a causa della Grande Guerra, la proprietà e la concessione passarono alla Società Terme e Grandi Alberghi Sirmione, nata nel 1921, che ancora le detiene. L'attività subì un'altra interruzione a causa della seconda guerra mondiale, nel corso della quale le truppe di occupazione danneggiarono sia le strutture alberghiere che le attrezzature termali. A partire dalla fine della guerra, tuttavia, le Terme conobbero un grande impulso, decisivo per l'occupazione e l'economia di Sirmione. La ripresa ebbe una tappa importante già nel 1948 con la costruzione del nuovo Stabilimento Termale e con la creazione di un Centro Cura della Sordità Rinogena. Attualmente gli stabilimenti sono due: il Catullo, nel centro storico, e, dal 1987, il Virgilio, a Colombare.
L'acqua termale trova applicazione nella cura e prevenzione di disturbi, otorinolaringoiatrici, broncopneumologici, reumatologici, ortopedici, dermatologici e ginecologici. Nel 2003 è stato inaugurato al Catullo il centro Aquaria che, riprendendo le antiche tradizioni romane, propone la piscina termale come fonte di benessere.

L’acqua di Terme di Sirmione è di origine meteorica e, prima di sgorgare dalla sorgente Boiola, segue un lungo percorso che si compie in più di 20 anni. Nasce dal bacino del Monte Baldo, a più di 800 metri di quota, e scende fino a più di 2.100 metri sotto il livello del mare, dove si arricchisce di minerali e aumenta la sua temperatura fino a 69°. Finalmente si riversa nella sorgente Boiola, dove un complesso sistema di tubature di acciaio la incanala ai due pozzi, Catullo e Virgilio, situati sulla sponda orientale della penisola di Sirmione. L’acqua di Terme di Sirmione è classificata un’acqua minerale e ipertermale, in quanto sorgiva, batteriologicamente pura, con un residuo fisso maggiore di 0,50 g/l (precisamente di 2,542 g/l) e sgorga a una temperatura di 69° C. Le acque minerali sono uniche poiché esistono solo in natura e sono praticamente irriproducibili.

I tentativi effettuati in tal senso, infatti, hanno dimostrato che le acque minerali artificiali presentano attività biologiche diverse da quelle naturali. In base alle sue caratteristiche chimico-fisiche, l’acqua di Terme di Sirmione viene classificata come sulfurea salsobromoiodica: contiene infatti una rilevante quantità di zolfo, sotto forma di idrogeno solforato, sodio, bromo e iodio.
Gli oligoelementi presenti, litio, potassio, ferro, arsenico, cadmio, cromo, nichel, selenio e zinco, fanno da catalizzatori e attivano quindi reazioni chimiche. La letteratura medica dimostra un’attenzione peculiare verso le acque sulfuree salsobromoiodiche, di cui, quindi, si conoscono a fondo le azioni biologiche. In generale, le acque termali determinano sia un’azione locale, sia un’azione sull’intero organismo (tonico-sedativa sul sistema endocrino, antiallergica sul metabolismo). L’acqua di Terme di Sirmione si rivela salutare per l’assorbimento dello zolfo attraverso la cute e il trofismo per le cartilagini articolari, le mucose delle vie respiratorie, dell’orecchio medio e delle mucose vaginali. Inoltre stimola il sistema nervoso parasimpatico, con un aumento della permeabilità vasale e una riduzione della pressione arteriosa sistemica. Infine, è molto importante l’effetto analgesico del calore che, producendo un immediato incremento della beta-endorfina plasmatica, è responsabile dell’effetto analgesico e miorilassante.



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