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giovedì 3 dicembre 2015

LA BASILICA DI SAN PIETRO

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La Basilica di San Pietro in Vaticano sorge nel luogo dove secondo la tradizione era stato sepolto l'apostolo Pietro (un cimitero a breve distanza dal circo di Nerone in cui era avvenuto il martirio): qui l'imperatore Costantino fece erigere intorno al 320 la primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all'attuale, costituito da cinque navate precedute da un grande atrio con quadriportico e cantharos per le abluzioni.
Con il pontificato di Niccolò V Parentucelli (1447-1455) ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti, avrebbe portato al completo rifacimento della vetusta basilica costantiniana. La svolta si ebbe con Giulio II Della Rovere (1503-1513), che nel 1505 decise la ricostruzione completa del tempio affidandone i lavori a Donato Bramante; questi progettò, ed iniziò, un grandioso edificio a croce greca con cupola rimasto tuttavia incompiuto per la scomparsa tanto del papa committente che del Bramante stesso (1514).
Seguì un periodo di incertezze e ripensamenti in cui alla guida del cantiere si succedettero Raffaello, Baldassarre Peruzzi e Antonio da San Gallo. Quest'ultimo in particolare si discostò dal progetto originario proponendo una più tradizionale pianta a croce latina. Nel 1547 Paolo III Farnese dette l'incarico di proseguire i lavori a Michelangelo.
L'anziano maestro - aveva più di settant'anni - recuperò subito la centralità del progetto bramantesco proiettandola però verso l'alto con la possente eppur slanciata cupola, eseguita dal Buonarroti fino al tamburo e  portata a termine, con qualche variante, da Giacomo della Porta tra il 1588 eil 1590. Sotto il pontificato di Paolo V Borghese (1605-1621), Carlo Maderno, incaricato del completamento dei lavori, aggiunse tre cappelle laterali -reintroducendo in tal modo la pianta a croce latina - ed eseguì la tanto discussa facciata, terminata nel 1614. Nel 1626 la basilica fu finalmente consacrata da papa Urbano VIII Barberini (1623-1644).
A partire dal 1629 la direzione del cantiere fu affidata a Gian Lorenzo Bernini, che realizzò gran parte dell'apparato decorativo e, tra il 1656 e il 1665, sistemò definitivamente la piazza antistante la basilica erigendo il celeberrimo colonnato.
L’imponente facciata, lunga 115 metri e preceduta dalla scalinata a tre ripiani progettata dal Bernini, presenta lesene e colonne corinzie ed è sormontata da un attico coronato da tredici colossali statue. Al centro si trova la Loggia delle Benedizioni: da qui il papa benedice i fedeli nelle occasioni più solenni e viene annunciata al mondo l’elezione di ogni nuovo pontefice. Entrando nel grande atrio progettato dal Maderno si può ammirare sulla destra, dietro una porta a vetri, la statua equestre diCostantino opera del Bernini. Delle cinque porte d’accesso notevole è quella mediana, i cui battenti sono opera quattrocentesca del Filarete (già nella vecchia basilica). La Porta Santa, la cui apertura dà ufficialmente inizio all’Anno Santo, è l’ultima sulla destra. L’interno, di dimensioni davvero grandiose, presenta una navata centrale e due navate laterali minori. Sul pavimento della navata mediana, a pochi metri dall’ingresso, c’è la Rota Porphyretica, un disco di porfido (già presso l’altare dell’antica basilica) su cui Carlo Magno s’inginocchiò, per ricevere da Leone III la corona imperiale, nella notte di Natale dell’anno 800. Procedendo verso l’altare si possono notare, sempre sul pavimento, le lettere bronzee con cui sono segnate le lunghezze delle più grandi chiese del mondo. Sull’ultimo pilastro di destra, una celebre statua di bronzo raffigurante San Pietro seduto e benedicente - a lungo creduta del V secolo ma ora assegnata con certezza al XIII secolo e forse ad Arnolfo di Cambio - introduce alla cupola, il cui luminoso interno fu decorato a mosaico dal Cavalier d’Arpino nel 1605. Sotto la cupola, sorretta dai quattro colossali pilastri bramanteschi decorati alla base con statue di santi (notevole, sotto il primo pilastro di destra, il San Longino del Bernini), spiccano le colonne tortili del grande baldacchino bronzeo eseguito tra il 1624 ed il 1633 da Gian Lorenzo Bernini in collaborazione con altri esecutori tra cui Francesco Borromini. Sotto al baldacchino è l’altare papale, che si affaccia sulla confessione edificata dal Maderno sull’asse della sottostante tomba di San Pietro. Sempre del Bernini è la scenografica Cattedra di San Pietro al centro dell’abside, fiancheggiata dai monumenti funerari ad Urbano VIII, anch’esso del Bernini, e a Paolo III, opera insigne di Guglielmo della Porta. Nella prima cappella della navata destra, dietro un cristallo di protezione, si può ammirare la Pietà, famosissimo gruppo marmoreo firmato da Michelangelo, che lo eseguì appena ventitreenne (1498-99) per un cardinale francese. Proseguendo lungo la navata destra si oltrepassano altre cappelle tutte con decorazioni ed opere di altissimo livello (nella terza, detta"del Sacramento", inferriata disegnata dal Borromini e ciborio del Bernini ispirato a S. Pietro in Montorio); nel transetto destro monumento di Clemente XIII, una delle opere più celebri di Antonio Canova (1784-92). Nella navata sinistra si segnalano la tomba di Innocenzo VIII del Pollaiolo (1498), il più antico dei monumenti funebri presenti nella basilica, e la stele funeraria nota come monumento Stuart, di Antonio Canova.




La basilica di San Pietro è uno dei più grandi edifici del mondo: lunga ben 218 metri e alta fino alla cupola 133,30 metri, la superficie totale è di circa 23 000 metri quadrati e può contenere 60.000 fedeli (secondo altre fonti 20.000).

L'edificio è interamente percorribile lungo il suo perimetro, benché sia collegato ai Palazzi Vaticani mediante un corridoio sopraelevato disposto lungo la navata destra e dalla Scala Regia a margine della facciata su Piazza San Pietro; due corridoi invece lo uniscono all'adiacente Sacrestia. Nonostante questo aspetto tradisca l'idea di una costruzione isolata al centro di una vasta piazza, come probabilmente l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti, la presenza di passaggi sopraelevati, che non interferiscono con il perimetro della basilica, permette ugualmente di cogliere la complessa articolazione del tempio. L'esterno, in travertino, è caratterizzato dall'uso di un ordine gigante oltre il quale è impostato l'attico. Questa configurazione si deve sostanzialmente a Michelangelo Buonarroti e fu mantenuta anche nel corpo longitudinale aggiunto da Carlo Maderno.

Invece, lungo le navate, presso i 45 altari e nelle 11 cappelle che si aprono all'interno della basilica, sono ospitati diversi capolavori di inestimabile valore storico e artistico, come diverse opere di Gian Lorenzo Bernini e altre provenienti dalla chiesa paleocristiana, come la statua bronzea di san Pietro, attribuita ad Arnolfo di Cambio.

La facciata larga circa 114,69 metri e alta 45,44 metri, venne innalzata da Carlo Maderno fra il 1607 e il 1614, ed è articolata mediante l'uso di colonne d'ordine gigante che inquadrano gli ingressi e la Loggia delle Benedizioni, il luogo dove viene annunziata ai fedeli l'elezione del nuovo papa; al di sotto si trova un altorilievo di Ambrogio Buonvicino, intitolato Consegna delle Chiavi, del 1614 circa. Nella trabeazione, al di sotto del frontone centrale, è impressa l'iscrizione

« IN HONOREM PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII »

(In onore del principe degli apostoli; Paolo V Borghese Pontefice Massimo Romano anno 1612 settimo anno del pontificato )
La facciata è preceduta da due statue raffiguranti san Pietro e san Paolo, scolpite rispettivamente da Giuseppe De Fabris e Adamo Tadolini nel 1847 per sostituire quelle precedenti, compiute da Paolo Taccone e Mino del Reame nel 1461. Sulla sommità sono disposte le statue, alte anche oltre 5,7 m, di Gesù, Giovanni Battista e di undici dei dodici apostoli (manca san Pietro). Ai lati della medesima sono collocati due orologi realizzati nel 1785 da Giuseppe Valadier.

Sotto l'orologio di sinistra si trova la cella campanaria al cui interno sono ospitate le 6 campane: al centro del finestrone la campana maggiore realizzata dal Valadier nel 1785, ai lati superiori le due campane minori; all'interno, dietro al campanone, il "Campanoncino" del 1725 e dietro la "Rota" del XIII secolo; sopra a queste la "Predica" del XIX sececolo.

La facciata è stata restaurata in occasione del giubileo del 2000, e riportata ai colori originariamente voluti da Maderno.

Varcato il cancello centrale, si accede a un portico che si estende per tutta la larghezza della facciata e sul quale si aprono i cinque accessi alla basilica.

L'atrio è fiancheggiato da due statue equestri: Carlo Magno, a sinistra, di Agostino Cornacchini (1725) e, sul lato opposto, Costantino, creata dal Bernini nel 1670 e che sottolinea l'ingresso ai Palazzi Vaticani attraverso la Scala Regia. Alcuni stucchi arricchiscono tutta la volta sovrastante, ideati da Martino Ferrabosco ma realizzati da Ambrogio Buonvicino, a cui appartengono anche le trentadue statue di papi collocate ai lati delle lunette.

Sulla parete sopra l'accesso principale alla basilica è riportato un importante frammento del mosaico della Navicella degli Apostoli, eseguito da Giotto per la primitiva basilica e collocato nell'attuale sede solo nel 1674.

Per entrare nella basilica, oltrepassata la facciata principale, vi sono cinque porte.

La porta all'estrema sinistra è stata realizzata da Giacomo Manzù nel 1964, ed è nota come Porta della Morte: venne commissionata da Giovanni XXIII e prende questo nome poiché da questa porta escono i cortei funebri dei Pontefici. È strutturata in quattro riquadri; nel principale vi è la raffigurazione della deposizione di Cristo e della assunzione al cielo di Maria. Nel secondo sono rappresentati i simboli dell'Eucaristia: pane e vino, richiamati simbolicamente da tralci di vite e da spighe tagliate. Nel terzo riquadro viene richiamato il tema della morte. Sono raffigurati l'uccisione di Abele, la morte di Giuseppe, il martirio di san Pietro, la morte dello stesso Giovanni XXIII che non visse abbastanza per vederla (in un angolo è richiamata l'enciclica "Pacem in Terris"), la morte in esilio di Gregorio VII e sei animali nell'atto della morte. Dal lato interno alla basilica vi è l'impronta della mano dello scultore e un momento del Concilio Vaticano II, quello in cui il cardinale Rugambwa, primo cardinale africano, rende omaggio al papa.

Segue la Porta del Bene e del Male, opera di Luciano Minguzzi che vi ha lavorato dal 1970 al 1977.

La Porta Centrale, o Porta del Filarete, fu ordinata da papa Eugenio IV ad Antonio Averulino detto appunto il Filarete e venne eseguita tra il 1439 e il 1445 per l'accesso alla basilica costantiniana. È realizzata in due battenti di bronzo e ogni battente è diviso in tre riquadri sovrapposti. Nei riquadri in alto sono rappresentati a sinistra Cristo in trono a destra Madonna in trono; nei riquadri centrali sono rappresentati san Pietro e san Paolo, il primo mentre consegna le chiavi a papa Eugenio IV, il secondo rappresentato con la spada e un vaso di fiori. I riquadri inferiori rappresentano il martirio dei due santi. A sinistra la decapitazione di san Paolo, a destra la crocifissione capovolta di san Pietro. I riquadri sono incorniciati da girali animati con profili di imperatori e nell'intercapedine fra questi vi sono fregi con episodi del pontificato di Eugenio IV. Dal lato interno vi è l'insolita firma dell'artista. Questo ha rappresentato i suoi allievi al seguito di un mulo che lui stesso cavalca.

A destra rispetto alla precedente si trova la Porta dei Sacramenti. È stata realizzata da Venanzo Crocetti e inaugurata da papa Paolo VI il 12 settembre 1965. Sulla porta è rappresentato un angelo che annuncia i sette sacramenti.

La porta più a destra è la Porta Santa realizzata da Vico Consorti, fusa in bronzo dalla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli nel 1950 e donata a papa Pio XII. Nelle sedici formelle che la costituiscono si può vedere lo stesso Pio XII e la bolla di Bonifacio VIII che indisse il primo Giubileo nel 1300. Al di sopra sono presenti alcune iscrizioni: PAVLVS V PONT MAX ANNO XIII, mentre quella appena sopra la porta recita GREGORIVS XIII PONT MAX. In mezzo a queste due scritte sono presenti alcune lastre che commemorano le recenti aperture.

Nel giubileo dell'anno 1983 - 1984 dall'umana redenzione, Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa, chiusa e sigillata da papa Paolo VI nel 1976. Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, nuovamente aprì e chiuse la porta santa nell'anno del Grande Giubileo dall'incarnazione del Signore 2000 - 2001. Paolo VI, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa di questa basilica patriarcale vaticana nell'anno del Giubileo del 1975.



L'immenso spazio interno, lungo 187,36 metri (la scritta all'ingresso riporta 837 P.R. che sta per palmi romani), è articolato in tre navate per mezzo di robusti pilastri sui quali si aprono grandi archi a tutto sesto, alti 23 metri e larghi 13. La superficie calpestabile è di 15 160 metri quadrati. La navata centrale è lunga 90 metri (dalla controfacciata ai primi pilastri della cupola), larga 26 metri e alta circa 45 metri e da sola copre circa 2 500 metri quadrati di superficie. È coperta da un'ampia volta a botte e culmina, dietro al colossale Baldacchino di San Pietro, nella monumentale Cattedra.

Particolarmente ricercato è il disegno del pavimento marmoreo, in cui sono presenti elementi provenienti dalla precedente basilica, come il disco in porfido rosso egiziano sul quale si inginocchiò Carlo Magno il giorno della sua incoronazione (la cosiddetta Rota Porphyretica). Il pavimento marmoreo sostituisce quello precedenti in mattoni (quest'ultimo inizialmente presente solo nel corpo aggiunto da Maderno) e fu realizzato da Gian Lorenzo Bernini per il giubileo del 1650, assieme alle decorazioni della navata. Diecimila metri quadrati di mosaici rivestono poi le superfici interne e si devono all'opera di numerosi artisti che operarono soprattutto tra il Seicento e il Settecento, come Pietro da Cortona, Giovanni De Vecchi, Cavalier d'Arpino e Francesco Trevisani.

Fino all'intersezione col transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri posti sulla destra dell'ingresso, si trovano le statue di: Santa Teresa di Gesù (1754), Santa Maddalena Sofia Barat (1934), San Vincenzo de' Paoli (di Pietro Bracci, 1754), San Giovanni Eudes (1932), San Filippo Neri (di Giovanni Battista Maino, 1737), San Giovanni Battista de La Salle (1904), l'antica statua bronzea di san Pietro (Arnolfo di Cambio) e San Giovanni Bosco (1936). Sui pilastri di sinistra: San Pietro d'Alcántara (1713), Santa Lucia Filippini (1949), San Camillo de Lellis (1753), San Luigi Maria Grignion de Montfort (1948), Sant'Ignazio di Loyola (1733, di Camillo Rusconi), Sant'Antonio Maria Zaccaria (1909), San Francesco di Paola (di Giovanni Battista Maino, 1732) e San Pietro Fourier (1899).

Le acquasantiere, alte quasi due metri, furono realizzate tra il 1722 e il 1725 su disegno di Agostino Cornacchini. Constano di due conche in giallo di Siena, opera di Giuseppe Lironi, e due coppie di putti di Francesco Moderati e Giovanni Battista de Rossi.

Nella prima cappella a destra è collocata la celebre Pietà di Michelangelo, opera degli anni giovanili del maestro (1499) e che colpisce per l'armonia e il candore delle superfici; la scultura è protetta da una teca di cristallo a seguito dei danneggiamenti subiti nel 1972, quando un folle vi si avventò contro, colpendola in più punti con un martello.

Oltrepassati il monumento a Leone XII (1835-36) e il seicentesco monumento a Cristina di Svezia, rispettivamente di Giuseppe de Fabris e Carlo Fontana, segue quindi la Cappella di San Sebastiano, ove è collocato il grande mosaico del Martirio di san Sebastiano, realizzato sulla base di un dipinto del Domenichino da Pier Paolo Cristofari; nella cappella, coperta da una volta decorata con mosaici di Pietro da Cortona, sono conservati anche i monumenti realizzati nel corso del Novecento per Pio XI e Pio XII. Nell'altare della cappella è collocata la tomba del santo Giovanni Paolo II, ivi posta dopo l'esposizione in occasione della Beatificazione.

Procedendo oltre, si trovano i monumenti a Innocenzo XII (di Filippo della Valle, 1746) e a Matilde di Canossa (di Gian Lorenzo Bernini, 1633-37), che precedono l'ingresso alla Cappella del Santissimo Sacramento, schermata da una cancellata ideata da Francesco Borromini. La cappella fu progettata da Carlo Maderno per raccordare la basilica michelangiolesca con il corpo longitudinale seicentesco. All'interno si trova il tabernacolo del Santissimo Sacramento, realizzato in bronzo dorato da Gian Lorenzo Bernini nel 1674, prendendo a modello il tempietto bramantesco di San Pietro in Montorio. La pala d'altare, raffigurante la Trinità, è opera di Pietro da Cortona. All'esterno, la cappella, caratterizzata da un soffitto più basso rispetto al corpo della basilica, è chiusa da un alto attico, così da celare, a una vista dal basso, la differenza di quota della copertura. Nella cappella del Santissimo Sacramento avveniva il rituale del "bacio del piede" della salma del papa defunto, vale a dire l'ostensione ai fedeli delle spoglie mortali dei pontefici defunti, prima delle esequie. Tale prassi sarà interrotta da Pio XII, per il quale l'ostensione avvenne nella navata centrale.

Due monumenti, rispettivamente a Gregorio XIII (Camillo Rusconi, 1723) e a Gregorio XIV , chiudono la navata destra prima dell'ambulacro che corre intorno alla cupola.

La navata di sinistra si apre con la Cappella del Battesimo, progetta da Carlo Fontana e decorata con mosaici del Baciccio completati poi da Francesco Trevisani; il mosaico che troneggia dietro l'altare fu composto a imitazione di un dipinto di Carlo Maratta, ora collocato nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

Subito oltre è situata la tomba di Maria Clementina Sobieski (Pietro Bracci, 1742) e quindi il Monumento agli Stuart (Antonio Canova, 1829). Nell'adiacente Cappella della Presentazione  è conservato il corpo di Pio X, mentre lungo le pareti sono sistemati i monumenti a Giovanni XXIII e Benedetto XV, realizzati nel corso del XX secolo.

Nello spazio delimitato dal pilastro della navata si trovano quindi il monumento a Pio X (1923) e la tomba di Innocenzo VIII, eseguita da Antonio Pollaiolo (XV secolo).

Un'altra cancellata del Borromini delimita la Cappella del Coro, speculare proprio a quella del Santissimo Sacramento, di cui riprende anche la suddetta configurazione esterna. In corrispondenza dell'ultimo pilastro che precede l'ambulacro sono situati i monumenti a Leone XI (Alessandro Algardi, 1644) e a papa Innocenzo XI.



L'ambulacro, ovvero lo spazio che circonda i quattro pilastri che sorreggono la cupola, introduce verso il cuore della basilica così come l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti.

Sul pilastro posto in corrispondenza con la navata destra si erge l'altare di San Girolamo, con la tomba di papa Giovanni XXIII posta alla base di un grande mosaico riproducente un dipinto del Domenichino.

La cappella compresa tra quella del Santissimo Sacramento e il transetto è quella Gregoriana. Essa è chiusa da una cupola incastonata all'interno della cortina muraria della basilica, ma all'esterno è sormontata da una delle due cupole ornamentali che circondano quella maggiore. Qui è situata la tomba di Gregorio XVI (Luigi Amici, 1848-57). La parete nord è delimitata dall'altare della Madonna del Soccorso , accanto al quale si trovano la tomba di Benedetto XIV e l'altare di San Basilio, impreziosito da un mosaico settecentesco.

Oltrepassando il transetto si trova il monumento a Clemente XIII (Antonio Canova (1787-92), di fronte al quale è posto l'altare della Navicella. Seguono gli altari di San Michele Arcangelo, Santa Petronilla e San Pietro che risuscita Tabita; la parete ovest ospita il monumento a Clemente X, opera tardoseicentesca di Mattia de Rossi.

Il lato sud dell'ambulacro è caratterizzato da una riproduzione in mosaico della celebre Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, collocata sul pilastro posto a chiusura della navata sinistra. L'adiacente cappella, analoga alla Gregoriana, è detta Clementina, e qui riposano i resti di Gregorio Magno e Pio VII (Bertel Thorvaldsen, 1831, unico artista non cattolico ad aver lavorato per la basilica). L'altare della Bugia, ornato ancora con un mosaico settecentesco, si trova dinnanzi al monumento a Pio VIII (Pietro Tenerani, 1866); da qui, un corridoio conduce alla grande Sacrestia della basilica vaticana, posta all'esterno della chiesa stessa.

Invece, oltrepassato il transetto meridionale, si osserva il monumento a papa Alessandro VII, notevole opera di Gian Lorenzo Bernini, in cui il papa è mostrato assorto in preghiera, con la morte, raffigurata da uno scheletro che sorregge una clessidra, che precede una porta, il simbolico passaggio verso all'aldilà.

Seguono l'altare del Sacro Cuore di Gesù ( con il suo mosaico risalente solo agli anni trenta del XX secolo) e quindi la Cappella della Vergine della Colonna, ove si trovano l'omonimo altare e quello dedicato a san Leone Magno, con una grandiosa pala d'altare marmorea di Alessandro Algardi (1645-53) L'ambulacro si chiude con il settecentesco altare di San Pietro che guarisce un paralitico e il monumento a papa Alessandro VIII.

Il transetto settentrionale, verso i Palazzi Vaticani, fu costruito su progetto di Michelangelo Buonarroti, che eliminò il deambulatorio previsto dai suoi predecessori, murando gli accessi al corridoio esterno, non realizzato, e ricavandovi alcune nicchie sormontate da ampi finestroni rettangolari. Le nicchie ospitano tre altari, dedicati a san Venceslao, sant'Erasmo e, al centro, ai santi Processo e Martiniano.

Il transetto meridionale, analogo al precedente, è caratterizzato da altrettanti altari, intitolati a san Giuseppe (al centro), alla crocefissione di Pietro e a san Tommaso.

Lungo il transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri, sono collocate statue di santi; nel transetto destro: San Bonfiglio Monaldi (1906), San Giuseppe Calasanzio (1755), San Paolo della Croce (1876) e San Bruno (1744); nel transetto sinistro: San Guglielmo da Vercelli (1878), San Norberto (1767), Sant'Angela Merici (1866) e Santa Giuliana Falconieri (1740).

Con oltre 133 metri di altezza, 41,50 metri di diametro (di poco inferiore però a quello del Pantheon di Roma) e 537 scalini dalla base dell'edificio fino alla lanterna, la cupola è l'emblema della stessa basilica e uno dei simboli dell'intera città di Roma.

Poggia su un alto tamburo (costruito sotto la direzione di Michelangelo), definito all'esterno da una teoria di colonne binate e aperto da sedici finestroni rettangolari, separati da altrettanti costoloni. Quattro immensi pilastri, di 71 metri di perimetro, sorreggono l'intera struttura, il cui peso è stimato in 14 000 tonnellate.
La cupola fu costruita in soli due anni da Giacomo Della Porta, seguendo i disegni di Michelangelo, il quale però forse aveva previsto una cupola perfettamente sferica, almeno secondo quanto attestato dalle incisioni di Stefano Dupérac pubblicate poco dopo la morte dell'artista. Neanche il modello ligneo della cupola, conservato all'interno della basilica, aiuta a rivelare le vere intenzioni di Michelangelo. Il modello fu realizzato tra il 1558 e il 1561, quando i lavori del tamburo erano già stati cominciati, ma fu successivamente modificato e presenta alcune sostanziali differenze nella concezione della calotta e degli altri dettagli ornamentali. Del resto, Michelangelo si era riservato per sé il diritto di apportare modifiche alla struttura dell'intera basilica, per la quale non è giunto sino a noi nessun progetto definitivo, quindi la presenza di un modello non era da considerarsi strettamente vincolante ai fini della realizzazione dell'opera. Lo dimostrano, ad esempio, i timpani dei sedici finestroni che segnano il perimetro del tamburo: nel modello sono tutti di forma triangolare, mentre nella cupola vera e propria presentano forme curve e triangolari alternate.

In ogni caso, l'attuale configurazione della cupola si deve a Della Porta, che per prevenire dissesti strutturali la realizzò, tra il 1588 e il 1593, a sesto rialzato, circa 7 metri più alta rispetto a quella michelangiolesca, e cinse la base con catene di ferro. Ciò nonostante, nel corso dei secoli, a causa del manifestarsi di pericolose lesioni, soprattutto nel tamburo, si resero necessari altri interventi di consolidamento, a opera dell'ingegnere Giovanni Poleni, con l'inserimento nella struttura del tamburo e della cupola di altre catene.

Dal punto di vista strutturale è costituita da due calotte sovrapposte, secondo quanto già realizzato a Firenze dal Brunelleschi: la calotta interna, più spessa, è quella portante, mentre quella esterna, rivestita in lastre di piombo ed esposta agli agenti atmosferici, è di protezione alla prima. Ottocento uomini lavorarono al completamento della cupola che, nel 1593, fu chiusa con la svettante lanterna dotata di colonne binate.

Secondo l'incisione di Dupérac, altre quattro cupole minori, puramente ornamentali, avrebbero dovuto sorgere attorno alla maggiore per esaltarne la centralità, tuttavia furono portate a termine solo quelle sovrastanti le cappelle Gregoriana e Clementina.

La decorazione interna fu realizzata secondo la tecnica del mosaico, come la maggior parte delle raffigurazioni presenti in basilica: eseguita dai citati Cavalier d'Arpino e Giovanni De Vecchi per volontà di papa Clemente VIII, presenta scene col Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi. La scalinata che permette di salire in cima alla cupola ha un particolare disegno a listoni a sbalzo ed è realizzata in cotto ferentinate.

Lo spazio sottostante la cupola è segnato dal monumentale Baldacchino di San Pietro, ideato dal genio di Gian Lorenzo Bernini e innalzato tra il 1624 e il 1633. Realizzato col bronzo prelevato dal Pantheon, è alto quasi 30 metri ed è sorretto da quattro colonne tortili a imitazione del Tempio di Salomone e del ciborio della vecchia basilica costantiniana, le cui colonne erano state recuperate e inserite come ornamento nei pilastri della cupola michelangiolesca. Al centro, all'ombra del Baldacchino, avvolto dall'immenso spazio della cupola, sorge l'Altare papale, detto di Clemente VIII (che lo consacrò nel 1594), collocato sulla verticale esatta del Sepolcro di San Pietro.

Lungo i quattro immensi pilastri che circondano l'invaso della cupola si trovano le sculture ordinate da Urbano VIII: sono San Longino di Gian Lorenzo Bernini (1639), Sant'Elena realizzata da Andrea Bolgi nel 1646, Santa Veronica di Francesco Mochi (1632), e infine Sant'Andrea di François Duquesnoy (1640).

La struttura del coro è analoga a quella del transetto ed è dominata, al centro della parete che chiude la basilica, la Cattedra di San Pietro, un monumentale reliquiario opera di Gian Lorenzo Bernini e contenente la cattedra dell'epoca paleocristiana, sorretta dalle statue dei quattro Padri della Chiesa e illuminata dalla sfolgorante apparizione della colomba.



A sinistra della cattedra si trova il monumento a Paolo III, realizzato da Guglielmo Della Porta. Alla destra invece sorge il Sepolcro di Urbano VIII, eseguito ancora dal Bernini, che vi lavorò a partire dal 1627: il complesso è dominato dalla statua del papa in atto di benedire, con ai lati del sarcofago le figure allegoriche della Carità e della Giustizia. Al centro uno scheletro scrive l'epitaffio.

Sui pilastri sono collocate le statue di San Domenico (1706), San Francesco Caracciolo (1834), San Francesco d'Assisi (1727) e Sant'Alfonso Maria de' Liguori (1839).

Le cosiddette Grotte Vaticane, ricavate nel dislivello tra la nuova e la vecchia basilica e attraversate dalle fondazioni di sostegno delle strutture superiori, hanno forma di una chiesa sotterranea a tre navate, e sono usate per luogo di sepoltura di molti pontefici. Dal piano della basilica superiore, proprio di fronte all’altare papale che è sovrastato dal Baldacchino del Bernini, scende al piano inferiore una doppia scalinata, recinta da un’elegante balaustra sulla quale ardono 99 lampade votive. Ci si trova così nella cosiddetta Confessione di San Pietro, opera di Carlo Maderno. Qui si trova la nicchia dei pallii, splendente per il mosaico del Cristo Pantocratore. Sotto l'icona, la preziosa cassetta contiene i pallii (ossia stole di lana con ricami di croci) che il papa conferisce ai neoeletti vescovi metropoliti per segnare il loro legame con lo stesso apostolo. Dietro la cassetta, si vede un residuo della parete marmorea del sepolcro eretto dall’imperatore Costantino per il Principe degli Apostoli. Infatti sul fondo della nicchia dei Pallii si apre la botola bronzea (cataracta o billicus confessionis) che, fin dalla costruzione della prima basilica, dava accesso alla sepoltura di Pietro. Normalmente si scende alle Grotte non dalla scalinata centrale, ma da scale a chiocciola ricavate nello spessore dei quattro pilastri che sorreggono la cupola. Nelle ore di maggiore affluenza, l'accesso avviene dall'esterno, lungo il fianco destro della basilica.

Il papa Pio XII, appena eletto (1939), promosse la ricerca archeologica con i nuovi scavi, che nell'arco di dieci anni, dapprima, riportarono alla luce il pavimento dell'antica basilica costantiniana e, successivamente, i resti di una necropoli romana, che occupava il pendio del colle Vaticano, e che fu interrata (come solo l’imperatore poteva ordinare) dai costruttori della prima basilica. La presenza di questo spazio cimiteriale confermerebbe così la convinzione che il luogo di sepoltura di San Pietro si trovasse proprio nel luogo in cui gli fu eretto dapprima un sepolcro e poi la basilica.

A seguito della campagna di scavi, nel 1953 furono rinvenute alcune ossa avvolte in un prezioso panno di porpora; esse provenivano con attendibilità da un loculo della stessa necropoli in cui si riconosceva una scritta incompleta in greco con il nome di Pietro. Questo ritrovamento dette al papa Paolo VI la convinzione che doveva trattarsi con ogni probabilità dei resti del corpo di san Pietro; i resti furono quindi ricollocati nella posizione sotterranea originaria, la quale corrisponde esattamente alla verticale dei tre successivi altari papali, del baldacchino bronzeo che li sovrasta, e della cupola che tutti li avvolge.

Nello spazio compreso tra le volte delle navate minori e il tetto si aprono una serie di vasti locali. Quelli situati sulla verticale del nucleo cinquecentesco sono a pianta ottagonale e gravitano al di sopra degli archi che separano l'ambulacro dalla navata principale. Sono denominati: ottagono di Sant'Andrea, di Simon Mago (oggi altare del Sacro Cuore), dello Storpio, della Navicella, di San Basilio, di San Girolamo, di San Sebastiano e della Trasfigurazione. Furono realizzati sotto la direzione di Antonio da Sangallo il Giovane, ma un disegno conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze lascia supporre la presenza sul cantiere dell'architetto Guidetto Guidetti. Nell'ottagono di Simon Mago, che si apre a margine della cupola della Madonna della Colonna, sul lato sud-ovest della basilica, è ospitato l'archivio storico della Fabbrica di San Pietro. Le altre sale conservano numerosi modelli dei progetti allestiti per la basilica: si ricordano il celebre modello ligneo per il completamento del tempio vaticano costruito dal Sangallo in scala 1:30, quello della cupola di Michelangelo, quello della sagrestia progettata da Filippo Juvarra e quello in scala 1:10 dell'imponente organo, mai realizzato, ideato da Aristide Cavaillé-Coll.

Lungo il corpo longitudinale della basilica si trovano invece alcuni ambienti a pianta rettangolare. Quelli posti lungo il lato meridionale sono denominati uno "Stanza degli Architetti" e l'altro "Stanza dei Vetri"; occupano un volume di oltre mille metri cubi e la loro altezza originaria variava rispettivamente da 11,50 a 15,50 metri. Erano utilizzati come ambiente di lavoro dal Vanvitelli e i suoi collaboratori, chiamati a decidere sul restauro della cupola di Michelangelo. Le due sale furono restaurate alla fine degli anni ottanta del Novecento, con la realizzazione di solai intermedi in ferro; questo permise di aumentare lo spazio a disposizione (da 135 a oltre 400 metri quadri), al fine di soddisfare le crescenti necessità della Fabbrica di San Pietro.

L'organo maggiore della basilica, che trova posto tra il baldacchino e la cattedra di San Pietro, è stato costruito da Tamburini nel 1962. I corpi d'organo sono due, situati nei transetti di coro della basilica rispettivamente in Cornu Epistulae e in Cornu Evangelii, e corrispondono ai due organi costruiti all'inizio del XX secolo dagli organari Carlo Vegezzi Bossi e Walcker. Il primo corpo d'organo comprende i registri della seconda e terza tastiera, il secondo quelli della prima e della quarta. I registri di pedale sono ripartiti nei due corpi come da necessità foniche. La consolle è posta accanto al corpo d'organo di sinistra all'interno degli stalli destinati alle cantorie. Un'altra consolle, utilizzata per le celebrazioni che si svolgono in piazza San Pietro, è stata costruita nel 1999 dall'organaro Mascioni. La trasmissione è elettrica.

La disposizione fonica rivela che si tratta di un normale, e neppur tanto grande, organo sinfonico tipico dell'epoca in cui è stato concepito.

Nella basilica, oltre a questo strumento, ce ne sono altri tre:

l'organo Morettini della cappella del Coro (1887), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Tamburini della cappella del Coro (1974), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Morettini della cappella del Santissimo Sacramento (1914), a unica tastiera e pedaliera, con cassa riccamente intagliata di Giacomo della Porta.

La Basilica possiede un concerto di sei campane fuse in epoche e fonditori differenti incastellate con sistema a slancio veloce su un castello ligneo risalente alla fine del XVIII secolo.

Dal conclave del 2005 le campane di San Pietro hanno un importante ruolo: il loro suono è il segnale definitivo dell'esito positivo del conclave. Questo provvedimento è stato attuato per fugare ogni dubbio sul colore della fumata che precede l'Habemus Papam.

Originariamente la sagrestia era situata presso la Rotonda di Sant'Andrea (o chiesa di Santa Maria della Febbre), un edificio a pianta centrale posto sul lato sud della basilica; esso era sorto come mausoleo funebre d'epoca imperiale e sopravvisse fino alla seconda metà del XVIII secolo.

Dopo vari tentativi non concretizzati, il concorso per la costruzione della nuova sagrestia fu indetto intorno al 1715 e tra i vari partecipanti primeggiò il progetto di Filippo Juvara, che presentò un modello ligneo oggi conservato presso i depositi della basilica. Tuttavia, i costi elevati dell'opera ne impedirono la realizzazione.

Solo nel 1776, papa Pio VI commissionò a Carlo Marchionni l'attuale edificio, i cui lavori furono conclusi nel 1784. La Sagrestia disegnata da Marchionni si inserisce tra le principali architetture romane di fine Settecento, ma non risulta particolarmente innovativa, tentando di armonizzarsi con lo stile della basilica. All'epoca della costruzione essa fu criticata persino dallo studioso Francesco Milizia (1725 - 1798), che per questo motivo fu costretto ad abbandonare la città.

Si tratta di un edificio esterno alla basilica, posto sulla sinistra della medesima; due corridoi sostenuti da arcate a sesto ribassato, la collegano alla navata di San Pietro, in corrispondenza della tomba di Pio VIII e della Cappella del Coro. All'interno di questo articolato volume, che in pianta e in alzato si presenta come l'aggregazione di diversi corpi di fabbrica, si apre la sala ottagonale della Sagrestia Comune, coperta da una grande cupola e affiancata dalle sacrestie dei Canonici e dei Beneficiati, dalla Sala del Capitolo e dalle stanze del Tesoro di San Pietro, dove sono conservati numerosi oggetti sacri. Nella sagrestia dei Beneficiati si trovava il Tabernacolo del Sacramento di Donatello e Michelozzo (1432-1433), ora esposto nell'adiacente Museo del Tesoro.

All'insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile e artistica, fu preposto un ente, la Reverenda Fabrica Sancti Petri, del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L'ente è tuttora operante per la gestione del complesso.

È da segnalare che l'immenso cantiere della basilica non passò inosservato alla cultura popolare romana: per far passare i materiali per il cantiere alle dogane senza che essi pagassero il dazio si incideva su ogni singolo collo l'acronimo A.U.FA. (Ad Usum FAbricae: destinato ad essere utilizzato nella fabbrica di San Pietro). Nella tradizione popolare romana nacque subito la forma verbale "auffo" o "auffa", tuttora utilizzata a Roma, per indicare qualcuno che vuole ottenere servigi o beni in modo gratuito. Sempre a Roma, ancora oggi, quando si parla di un lavoro perennemente in cantiere si è soliti paragonarlo alla Fabbrica di San Pietro.

La basilica di San Pietro è la più grande chiesa cattolica. Sul pavimento della navata centrale, muovendo dall'ingresso verso l'abside, si vedono inserite nel marmo delle stelle dorate: esse indicano la lunghezza totale (misurata dall'abside di San Pietro) di parecchie grandi chiese sparse nel mondo.

Il primato solo apparentemente le era stato tolto nel 1989 dalla basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro, nella Costa d'Avorio, edificio ispirato proprio alle forme della basilica romana e propagandisticamente definito la "basilica più grande del mondo": in realtà si tratta solo della "basilica più alta del mondo" (158 m), mentre l'edificio è notevolmente più piccolo di quello di San Pietro.

Le forme della basilica di San Pietro, e in particolare quella della sua cupola, hanno fortemente influenzato l'architettura delle chiese cristiane occidentali. Ad esempio, il modello di San Pietro fu ripreso, già nel corso del Seicento, nella cupola della basilica romana di Sant'Andrea della Valle. Si ritiene che da San Pietro, oltre che dalla cupola di Santa Maria della Salute a Venezia, derivino anche le cupole a calotte separate che trovano nella cattedrale di St. Paul a Londra (1675) e nel Pantheon di Parigi (di Jacques-Germain Soufflot) due dei massimi esempi, e anche se costruita in modo tecnicamente diverso, la cupola di Les Invalides a Parigi (1680-1691). Il revival dell'architettura, che caratterizzò il periodo compreso tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, portarono alla costruzione di un gran numero di chiese ispirate, in maniera più o meno consistente, alla basilica petrina, tra cui la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Chicago (dal 1899), la basilica di San Giosafat a Milwaukee (1901), la chiesa del Cuore Immacolato di Maria a Pittsburgh (1904), la basilica di Oudenbosch (1865-1892), e la Cattedrale di Maria Regina del Mondo di Montreal (1875-1894), che replica molti aspetti di San Pietro su una scala più piccola. La seconda metà del Novecento ha visto adattamenti liberi di San Pietro nella Basilica di Nostra Signora di Lichen, la Basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro e la Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Napoli.

L'arciprete è il decano fra i presbiteri di una parrocchia, responsabile per la corretta esecuzione dei doveri ecclesiastici e per lo stile di vita dei curati a lui sottoposti.

Nel caso della Basilica Vaticana è il massimo responsabile dell'attività cultuale e pastorale della basilica. La carica dell'arciprete è antichissima ed è riservata ad un cardinale; attualmente mantiene l'incarico, dal 31 ottobre 2006, il cardinale Angelo Comastri.

Dal 1991, abolita la figura del Vescovo Sacrista di Sua Santità, che dalla creazione dello Stato Vaticano nel febbraio del 1929 era anche Vicario Generale dello Stato della Città del Vaticano, i suoi compiti sono stati assegnati all'arciprete della Basilica Vaticana.
L’imponenza della facciata seicentesca di Carlo Maderno rende l’idea delle mastodontiche dimensioni della Basilica di San Pietro, ancora oggi una delle chiese più grandi al mondo.
La primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all’attuale, fu eretta intorno al 320 dall’imperatore Costantino nel luogo dove, secondo la tradizione, era stato sepolto l’apostolo Pietro.
Nel corso dei secoli e sotto svariati pontificati ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti (Bramante, Michelangelo, Bernini), avrebbe portato al completo rifacimento della primitiva basilica costantiniana.
La cupola ideata da Michelangelo sorprende per dimensioni e armonia, caratteristiche che si apprezzano nell’impegnativa ma gratificante salita che permette di ammirarne da vicino sia l’interno che l’esterno.
Tra i tanti capolavori, assolutamente da non perdere la Pietà di Michelangelo, l’opera che stupisce da secoli per tecnica ed emotività.

Uno splendido colonnato di 284 colonne di ordine dorico e ottantotto pilastri in travertino di Tivoli circonda la Basilica di San Pietro, come volesse accogliere in un simbolico abbraccio i fedeli in visita.

La splendida architettura del colonnato fu commissionata da Papa Alessandro VII Chigi a Bernini, il quale dispose radialmente le quattro file di 284 colonne, di cui aumentò gradualmente il diametro, riuscendo così a mantenere invariate le relazioni proporzionali tra gli spazi e le colonne anche nelle file esterne.

Grazie a questo accorgimento, lo spettatore raggiungendo i dischi di porfido ai lati dell’obelisco vede il colonnato come composto da un’unica fila di colonne.


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domenica 7 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A ABBIATEGRASSO

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La chiesa di San Pietro con annessa cappella della Madonna, battistero e locali deposito, e a destra dell'abside, dall'alto campanile barocco. I muri perimetrali sono in laterizio a mattoni pieni a vista nella chiesa e intonacati esternamente nel campanile. Le strutture orizzontali nella chiesa sono costituite da volte e cupole in muratura e da solai in laterocemento, mentre nel campanile vi sono alcuni solai in legno e altri in laterocemento. La copertura della chiesa è mista a falde e a padiglione con colmi differenziati e manto in coppi di laterizio; il cupolone è coperto da tetto a pianta circolare con forma a cono in lastre di rame. Elemento caratteristico del campanile è la copertura a bulbo in rame.

Costruita negli anni 1753/1763 su disegno dell'architetto Francesco Croce l'esterno si presenta in mattoni a vista,alla fine del 1800 la cupola fu intonacata e nel 1927 furono posti i portali in cemento ai quattro ingressi.

L'attuale chiesa fu costruita sull'area di una precedente e di epoca medievale, la quale a sua volta aveva rimpiazzato, molto probabilmente, una piccola cappella che era servita per il culto cristiano durante il periodo longobardo. Lo rivela la stessa denominazione di S. Pietro Apostolo, che insieme a S. Andrea di Casterno, S. Giovanni Battista di Robecco, S. Michele di Besate tutti Santi venerati in modo speciale dai Longobardi, sono un sicuro riferimento a quel popolo.

Anticamente l'assistenza religiosa della popolazione con il culto domenicale era assicurato da un canonico dell'antica chiesa plebana di Corbetta dedicata al martire Vittore, presso la quale esisteva l'unico fonte battesimale, finché nel 1340 divenne rettoria autonoma pur facendo parte della pieve di Corbetta.

Questa situazione. è durata fino al 1578 quando, in seguito alla Visita Pastorale di S. Carlo Borromeo, la porzione di abitato entro la fossa viscontea venne stralciata dalla parrocchia di S. Pietro ed eretta in parrocchia autonoma destinando come sede della cura d'anime la chiesa di S. Maria Nuova fatta costruire dalla confraternita della Misericordia nel 1365, elevandola in pari tempo a prepositurale staccandola dalla pieve di Corbetta.

Il provvedimento si era reso necessario per il fatto che, da quando si era costruita S. Maria Nuova, la popolazione conveniva tutta a quella chiesa, trascurando completamente S. Pietro. San Carlo, con quel provvedimento, richiamò fortemente la presenza dell'antica primitiva sede parrocchiale, destinando ad essa la cura d'anime del sobborgo e le numerosissime cascine della vallata del Ticino.

Un altro smembramento subì la parrocchia di S. Pietro alla morte del parroco don Ottavio Paronzini nel 1942 quando tutta la parte sud della città venne assegnata a S. Maria Nuova. Un'ulteriore riduzione della Parrocchia di San Pietro avvenne nel 1972 in seguito alla formazione della Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù comprendente il rione della Riva con la chiesa sussidiaria di S. Rocco e una parte della Parrocchia di S. Maria.

L'interno dell'edificio, a croce greca, è in stile barocco abbastanza sobrio, comprende tre navate con quattro pilastri che sorreggono la cupola centrale, mentre sopra il presbiterio e nella parte alta della controfacciata e agli angoli delle navate laterali la copertura è formata da cupolette abbassate,o tazze,che conferiscono all'insieme un senso di leggerezza e di armonia.

Nel 1889, dopo un radicale restauro conservativo, la chiesa venne decorata e affrescata: sono ben 22 gli affreschi eseguiti dal pittore Davide Beghè di Milano, allievo del Valtorta che aveva affrescato in precedenza la chiesa di S. Maria Nuova. Le decorazioni, specie nei sottoarchi, molto delicate, quasi color pastello, conferiscono a tutto l'ambiente una visione piacevole e riposante, le pareti ai lati del presbiterio hanno due affreschi del pittore Fumagalli di Lecco eseguiti nel 1935.

Alle pareti sono appesi grandi quadri che raffigurano episodi della vita di S. Pietro. Si tratta di dipinti ad olio su tela del secolo XVII e quindi trasferiti dalla vecchia chiesa. Vi si possono ammirare anche quadri del pittore Guido Bertuzzi di Milano e in particolare i 14 quadri della Via Crucis. Si tratta di una interpretazione in chiave moderna, come è nello stile del pittore, ma che non mancano di suscitare ammirazione e devota contemplazione.

Gli altari sono tre: quello maggiore costruito in marmo nel 1805 su disegno del cavalier Giudici di Milano, eseguito dal marmorino Davide Argenti di Viggiù e gli ornati sono del ramaro Galletti di Milano. Nel 1983 il presbiterio fu adeguato alle nuove norme liturgiche, e l'altare, insieme a tutta la chiesa, fu consacrato  il 30 ottobre 1994 dall'Arcivescovo di Milano Cardinale Carlo Maria Martini.

Al fondo della navata di destra c'è l'altare della Madonna della Neve. Si tratta di una ancona di legno. pregevole che racchiude il dipinto raffigurante il miracolo della caduta della neve a Roma il 5 di agosto del IV secolo.

Questo avrebbe dato origine alla costruzione di S. Maria Maggiore in Roma. La pala in oggetto è olio su tela con la firma e la data dell'autore: Giambattista Discepoli, detto "lo zoppo di Lugano", 1645.

Al fondo della navata di sinistra c'è un altare in marmo, opera dei marmorini di Viggiù. La pala, olio su tela, raffigurante la Madonna con i santi Sebastiano e Carlo è firmata con Fr. Bernardino e datata 1628.

Entrando in chiesa subito a sinistra si trova la cella con la statua lignea del santo Patrono, opera della Val Gardena del 1950 circa.

Le vetrate dell'abside, della cupola e del battistero furono realizzate dalla ditta Taragni di Bergamo su disegno del pittore Trento Longaretti negli anni '70.

Il pavimento marmoreo, con il sottostante impianto di riscaldamento, fu voluto dal Parroco Ercole Tettamanzi nel 1963.

Un ultimo sguardo all'organo a canne. Questo strumento è situato nella controfacciata sopra l'ingresso principale, costruito nel 1821 è opera 391 dei famosi organari Fratelli Serassi di Bergamo. Venne restaurato nel 1996 dalla ditta Mascioni di Cuvio.
Il Battistero venne ricavato nel 1975 da un precedente ripostiglio delle sedie che era stato trasformato in altare del S. Cuore. L'attuale Battistero si compone di una vasca a forma di sarcofago raffigurante il sepolcro da cui esce il Cristo risorto, che dà origine al popolo dei salvati.

Il mosaico della volta raffigura il paradiso, al quale sono destinati i battezzati. Il disegno e le sculture in bronzo sono del prof. Giovanni Magenti. A lui si deve anche il porta-cero pasquale. Vi è collocata anche la penitenzieria e vi si possono ammirare quadri del pittore Bertuzzi.

Accanto alla chiesa l'architetto Croce ha progettato anche l'oratorio della Confraternita. Originariamente indipendente, con accesso proprio, dalla vecchia strada per Robecco, adesso comunica con l'aula ecclesiale ed è stato trasformate in cappella delle devozioni.





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sabato 23 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A GALLARATE

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La chiesa San Pietro è situata nel centro di Gallarate, in piena zona pedonale, si trova questo gioiello di arte lombarda in stile romanico (con elementi gotici).

Fu costruita tra il XI secolo e il XIII secolo dai maestri comacini, il suo stile architettonico è romanico con elementi gotici, il suo interno è a navata unica.

Nel XVI secolo era stata adibita a piccola fortificazione ed al suo interno trovavano posto un macellaio ed un fabbro. Al punto tale da suscitare le ire del Cardinal Borromeo, che ne prescrisse il totale ripristino a edificio religioso.

A cavallo fra Ottocento e Novecento ebbe inizio il restauro dell'edificio, con il ripristino della sua immagine originaria, medievale, in un momento storico molto positivo per la città di Gallarate, che in quegli anni viveva una florida stagione. Un restauro architettonico che assume un forte valore simbolico, costituendo il recupero del valore di antichità della chiesa.

Nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche come la costruzione di un campanile, la costruzione di absidi laterali, l'allargamento di quello centrale, l'apertura di finestre barocche, la trasposizione della porta di ingresso ed altre modifiche che ne hanno rovinato la primitiva bellezza. Nel XV secolo fu trasformata in fortilizio e successivamente fu adibita ad altri usi come luogo per riunioni, locale per falegnami e macelleria.

Nel 1844 fu dichiarato monumento nazionale, dal 1897 al 1911 furono eseguiti lavoro di restauro che consistettero nella demolizione del campanile e delle case addossate alla chiesa, nella ricostruzione dell'antico tetto in legno e dell'abside originario e nella decorazione delle pareti interne. Il 28 ottobre 1911 venne nuovamente consacrata.



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venerdì 15 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO MARTIRE A MONZA

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Eretta nella prima metà del Trecento in sobrie forme di matrice cistercense, la chiesa domenicana di San Pietro Martire era annessa a un convento, già fondato nel 1280, che fu sede del tribunale dell’Inquisizione. Sia l’esterno, sia l’interno a tre navate sono stati restaurati all’inizio del Novecento per recuperarne l’assetto originario. Vi si conservano numerosi frammenti di affreschi della prima metà del XIV secolo, riferibili a pittori lombardi influenzati dal linguaggio di Giotto.
Dalla parete esterna dell’abside, dov’erano stati murati forse nel 1817, provengono i resti di un polittico in terracotta di pregevole fattura posto ora al Museo e Tesoro del Duomo di Monza, probabilmente destinato in origine a uno degli altari posti all’interno. Accanto a tre frammenti della cornice e a due formelle con busti di santi, vi compaiono quattro elementi di maggiori dimensioni, identificabili con altrettanti scomparti dell’unico ordine dell’ancona. Entro nicchie coronate da conchiglie classicheggianti, vi sono modellati ad alto rilievo i santi Giorgio (o Michele), Paolo, Giovanni e un santo monaco (forse Pietro Martire), che pur nella diversità dei tipi, risultano accomunati dalla resa fortemente contrastata dei panneggi, dalla nervosa incisione dei tratti fisionomici e dalla ricca, straripante decorazione delle cornici. Caratteri, questi, che permettono di datarli al sesto decennio del Quattrocento e di attribuirli a un maestro lombardo non ancora identificato, autore anche di altri pregevoli pezzi, tra cui un polittico conservato nella chiesa parrocchiale di Mozzanica.
Allo stesso autore, ma non allo stesso gruppo, appartiene anche una bella Madonna inginocchiata. Pertinente forse a un altro polittico del medesimo edificio, si segnala per l’eleganza della posa e l’evidenza data alla cintura, che anche qui potrebbe rimandare al culto della Madonna della Cintola.

Le prime notizie della chiesa risalgono al 1369, ma è molto probabile che l’edificio sia ancora più antico, essendo l’ordine domenicano documentato in Monza dall'anno 1288. La chiesa è dedicata al santo monaco domenicano Pietro, ucciso nel 1252 dai patarini mentre si recava da Como a Milano.

L'originale abside viene rifatta nel 1645. Nel 1776 l'annesso convento venne soppresso. L'abside fu nuovamente modificata nel 1817 e nello stesso anno fu rimaneggiato anche il campanile. L’edificio subì ulteriori modifiche nel corso degli anni venti del XX secolo.

L'interno conserva frammenti di pitture trecentesche, recuperati negli ultimi lavori di restauro (anni sessanta del XX secolo). Il coro ligneo è del XVII secolo.

Sotto l'altare è l'urna che custodisce il corpo di san Prospero martire, traslato a Monza dalle catacombe romane di Sant'Agnese.

Dalla navata sinistra una porta immette nel chiostro del XV secolo.

Sulla piazza antistante la facciata si trova il monumento a Mosè Bianchi, pittore monzese.




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sabato 9 maggio 2015

IL MONASTERO DI SAN PIETRO IN LAMOSA

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Il monastero di San Pietro in Lamosa si trova presso Provaglio d'Iseo in provincia di Brescia e si erge sopra le torbiere del Sebino, a cui è dovuto il nome San Pietro "in Lamosa".

Bella chiesa romanica è in posizione elevata e dominante a occidente del paese sulla distesa delle torbiere, da sempre chiamate "lame" e ciò spiega perché si dice "in Lamosa". Furono due fratelli, Ambrogio e Oprando, di nazione Longobarda, come essi dichiararono, a donare nel Dicembre 1083 al monastero benedettino di Cluny una chiesetta con tutti i beni di cui la dotarono a suffragio delle loro anime.
Dodici anni dopo era già sorto contiguo il monastero che, nel 1147, divenne priorato cluniacense. La chiesetta originaria era già stata ampliata. Lo attestano le diverse murature esterne. Accanto alla primitiva absidiola del XI secolo si era aggiunta la navatella laterale romanica. Nuovi ampliamenti si eseguirono nel XIII secolo nella parte che risulta oggi incorniciata in cotto e altri ancora nel cinquecento con l'elevazione dell'abside centrale e dell'ultima cappella. Una lapide in latino ricorda il passaggio, avvenuto nel 1536, della chiesa ai canonici regolari di San Salvatore che officiavano a San Giovanni in Brescia. Oggi il complesso religioso è costituito dalla navata centrale, da quella laterale a nord con quattro cappelle e dal campanile. A sud della chiesa si apre il chiostro. La navata maggiore termina con un coro ad abside fiancheggiato da due altari barocchi insediati in due absidiole. I pilastri e le pareti sono parzialmente coperti di affreschi in buono stato. Negli anni sessanta e settanta del nostro secolo il complesso ha subito gravi danni oltre per le intemperie anche per atti vandalici. Nel 1983 l'antica chiesa e l'antistante cappella fu donata alla parrocchia. Dopo aver provveduto al risanamento del tetto, è nata l'associazione "Amici di San Pietro" che si è già impegnata a restaurare e valorizzare il monastero. Restauri recenti avrebbero messo in mostra opere lignee del Fantoni.

La Fondazione culturale San Pietro il Lamosa Onlus, sorta per iniziativa del Comune di Provaglio d'Iseo ma soggetto autonomo a tutti gli effetti, ha lo scopo di valorizzare l’omonimo monastero medievale di San Pietro il Lamosa, sito nel citato comune di Provaglio d'Iseo, nel quadro di una valorizzazione dell’intero territorio della Franciacorta e del Sebino, secondo un’ottica di sviluppo sostenibile.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/torbiere-d-iseo.html



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mercoledì 22 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A LUINO

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La chiesa è stata edificata in stile barocco nel XVII ed è un rifacimento di un precedente edificio romanico dell'XI secolo. San Pietro è stata parrocchiale di Luino fino al XVII secolo, quando san Carlo Borromeo trasferì la sede della parrocchia all'interno della cittadina.

San Pietro in Campagna spicca per la sua preziosa antichità. Era la parrocchiale di Luino prima che tutto il nucleo urbano si trasferisse nell'attuale centro storico. Fulcro della vita dei luinesi di un tempo, oggi la chiesa è un punto di riferimento per i cultori di arte e di architettura. Un gioiello di cultura che può vantare un campanile romanico dell'undicesimo secolo dalla bellezza suggestiva, due affreschi attribuiti a Bernardino Luini e le spoglie del carmelitano Beato Jacopino che fondò il Convento del Carmine nel 1477. Gli scavi del 1968/1969 hanno portato alla luce non solo la fondazione della chiesa romanica ma anche la presenza di un abside. In profondità sono state ritrovate delle strutture murarie non ben identificate che avvalorano l'origine antica della chiesa e la sua ubicazione nel centro storico di un tempo.
E' il campanile il fiore all'occhiello dell'antica parrocchiale; secondo i critici risale all'ultimo quarto dell'anno mille o ai primi decenni del secolo successivo. E' l'esempio più bello di campanile romanico della Valtravaglia dove si possono ritrovare anche delle influenze comasche..
I veri tesori di San Pietro in Campagna sono gli affreschi di Sant'Ambrogio e Sant' Agostino e l'Adorazione dei Magi che l'illustre critico Bernard Berenson attribuì a Bernardino Luini.



 LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-luino.html





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domenica 19 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A CASTELVECCANA



L'imponente facciata della chiesa parrocchiale, edificata sopra un luogo di culto più antico, si ha notizia che risalga circa al 1200.
La leggenda narra che il campanile in stile romanico fù edificato con le pietre di riporto provenienti dalla Rocca di Caldè, che una volta sorgeva sulla sommità del monte.
Passando l'arco alla sinistra della chiesa ci si addentra nel borgo antico percorrendo la caratteristica via Martiri Zampori, tra alte mura e pietre a vista, si può scendere a livello della strada provinciale per Laveno.

Non è possibile fissare una data di origine della più grande chiesa di Castelveccana, popolarmente chiamata San Pietro. Dall’archivio parrocchiale e dall’archivio della Curia milanese risulta che le notizie più remote risalgono al 1250. E’ comunque certo che nel 1455 la chiesa di San Pietro fu visitata da Gabriele Sforza, nel 1569 da un delegato di Carlo Borromeo, nel 1578 e 1580 da San Carlo in persona che la eresse a parrocchia staccandola da Porto. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito varie modifiche di cui la più sostanziale nel 1800: la facciata, che in origine era rivolta a lago, venne portata a levante, dove prima esisteva l’abside. Lo stile della chiesa è tardo rinascimentale con espressioni di barocco sia nell’interno che nella facciata. Un magnifico esemplare è l’altare del Settecento, stupendo per una gamma policroma di marmi intarsiati. Le pitture sono recenti e pregevoli, opere di Rivetta, eseguite tra il 1945 e il 1953, mentre le decorazioni sono dei cugini milanesi Monti. Uno di questi altari, dedicato alla Madonna, è molto antico: secondo la tradizione sarebbe stato trasportato dalla chiesa del castello che si ergeva sulla Rocca. Nota come “San Celso in Arce”, quella chiesa fu fatta demolire per abbandono del Cardinale Federico Borromeo nel 1596. La chiesa deve il suo nome dalla dedica ai SS. Apostoli Pietro e Paolo.



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domenica 12 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO A LIMONE SUL GARDA

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La chiesa di San Pietro in Oliveto di trova a Limone sul Garda, sulla strada per Tremosine ed è tra le più antiche chiese romaniche del territorio, in quanto ad essa si accenna in una Bolla del 1186 del papa Urbano III come cappella dipendente dalla pieve di Tremosine.

La chiesa di S. Pietro in Oliveto è citata per la prima volta, tra le cappelle dipendenti dalla pieve di Tremosine, nella bolla di papa Urbano III dell'anno 1187.
Nel 1532 la comunità cattolica lacustre di Limone si separava da Tremosine per costituirsi in parrocchia autonoma, con un proprio nuovo edificio ecclesiastico, lasciando la piccola cappella campestre sotto la giurisdizione della chiesa plebana di Tremosine almeno fino al 1578. Nel 1580, durante una visita pastorale, il presule Carlo Borromeo definiva il complesso religioso di S. Pietro come "ecclesia campestri set vetus". Con gli anni, e per l'ubicazione molto decentrata rispetto ai centri abitati di Tremosine e di Limone, la chiesa andò progressivamente perdendo le sue funzioni di centro religioso primario, patendo di una frequentazione saltuaria e di parziale abbandono, anche se, nel corso dei secoli post-medievali, l'edificio non mancò di essere soggetto a interventi di manutenzione e di restauro.
Il piccolo tempio è generalmente visitabile solo all'esterno. Si può accedere all'interno solo in rare e particolari occasioni.
L'impressione globale odierna è quella di trovarsi di fronte a un complesso architettonico di modeste dimensioni e rustica fattura, immerso tra gli ulivi, formato dalla chiesa, con pianta a navata unica e profonda abside quadrata, alla quale, secondo gli studiosi, si sono aggiunti nei vari periodi storici (segno comunque di continuità nella frequentazione del sito), il campanile tronco sul lato nord (genericamente ascritto al periodo post-romanico - XIII secolo), la sacrestia, alla congiunzione tra la navata e l'abside (cronologicamente indicata come del XIV secolo), e il portico, che sembrerebbe la costruzione più recente, del XVI-XVII secolo, oltre al rifacimento della copertura con volte, che comportò il sopralzo di tutto l'edificio ecclesiale. Le murature sono totalmente ricoperte da intonaco di recente stesura. La facciata a ovest è a spioventi semplici, con portale rifatto, sormontato da un finestrone rettangolare, pure opera post-medievale.
Nonostante non manchino studi e rilevamenti da parte di studiosi contemporanei, rimane opera ardua individuare negli attuali assetti architettonici uno spunto per la datazione certa di questo piccolo complesso religioso.
Vi sono però parecchi indizi, suffragati anche da recenti indagini archeologiche, che rimandano le origini di questa chiesa all'alto medioevo; soprattutto alcuni reperti scultorei, i più, disgraziatamente, andati dispersi (restano solamente alcune fotografie dei primi decenni del XX secolo), come i resti di due plutei e le ghiere traforate che, agli inizi del XX secolo, erano ancora inserite nelle due finestre del laterale sud, o ancora visibili, come l'acquasantiera murata all'interno dell'edificio, sempre nella parete sud, e la composizione della copertura, che conserva tuttora in opera tegole piane di epoca romana.
La chiesa è la parte più antica del complesso religioso di S. Pietro e, se anche l'intonaco ricopre quasi interamente le murature, un più attento esame permette di individuare almeno due diverse fasi edilizie, meglio rilevabili nella parete settentrionale rimasta scoperta dall'aggiunta del campanile e della sacrestia, e nel tratto di abside quadrangolare sempre nel muro nord. In questi tratti perimetrali, la parte più antica (corrispondente alle sezioni murarie basse), è realizzata con piccoli ciottoli posti in opera piuttosto disordinatamente in abbondante malta, coperta poi da un intonaco irregolare di calce tirato a cazzuola. Ad un certo livello in altezza, la muratura presenta disomogeneità costruttive: l'intonaco segue quello che doveva essere lo spiovente del tetto, a un livello più basso rispetto all'attuale. Le stesse caratteristiche edificatorie si ritrovano anche nelle murature dell'abside, con la sopraelevazione in aggetto rispetto alle parti basse. Gli studiosi imputano questo dislivello ai lavori intercorsi in epoca tardo-medievale, quando si rifecero le coperture, sostituendo quella originaria con una a volte (all'interno, gli archi delle volte s'innestano direttamente sui muri laterali, sovrapponendosi agli affreschi). E' probabile che questo intervento abbia modificato anche le aperture; originale potrebbe essere la monofora, ora murata, al centro dell'abside: a fatica se ne percepiscono i contorni, per la pesante intonacatura che ricopre quasi tutte le parti esterne dell'edificio, ma è ancora individuabile a sinistra dei resti dell'affresco di S. Cristoforo, con uno spigolo, quello destro, che conserva resti di affresco verso lo strombo.
All'interno, al centro dell'abside, è invece molto evidente la recente muratura che ha occluso la finestra (l'affresco della crocifissione di epoca rinascimentale ne rispettava ancora i contorni: le diverse misure, maggiori all'interno che all'esterno, indicano l'ampiezza e la profondità dello strombo). Come già osservato all'esterno, anche all'interno si conservano i resti di un'altra apertura, che dal lato sud dell'abside dava sull'area del portico, posta sotto l'attuale finestra; anche questa doveva probabilmente essere una delle aperture antiche. Le due finestre che si aprono adesso sul fianco longitudinale sud della navata, secondo gli studiosi, mancano dell'antica decorazione in pietra traforata.
In pratica, la chiesa tardo-medievale andò a innestarsi sui perimetrali di un edificio preesistente, del quale sono state utilizzate le parti basse, mentre si è provveduto al completo rifacimento delle parti alte.
Per poter meglio conoscere e interpretare l'architettura di questi piccoli edifici secondari di origine così antica, è necessaria l'analisi degli storici dell'arte che puntualizzano, soprattutto per merito dei resti scultorei sopravvissuti, come l'acquasantiera, o perduti, come i frammenti di pluteo, ma anche per la planimetria della chiesa di S. Pietro in Uliveto, una cronologia altomedievale oscillante tra il IX e il X secolo; essa, costituita da un edificio con pianta a navata unica e abside rettangolare, ricorda piante in uso ancora nel VII secolo e presenti nell' area alpina e prealpina quali il S. Pietro a Stabio (con sepoltura di VII secolo), il S. Martino a Trezzo d'Adda, (fondazione pure di VII secolo), e altre, sempre di area lombarda, oltre che a modelli di VIII e IX secolo come la chiesa di S. Maria alla Novalesa o, più vicina, la chiesa di S. Eufemia di Nigoline a Cortefranca (BS).
Il portico, aperto su tre lati, con arconi a fungo a est a sud, ha le murature parzialmente intonacate, dove si conservano varie e curiose iscrizioni incise dei secoli dal XVI al XVIII e facenti riferimento a carestie o episodi avvenuti localmente e per questo molto interessanti sotto l'aspetto antropologico.

Ai primi di luglio del 2004, per operare una bonifica dalle infiltrazioni di umidità che stavano compromettendo alcune strutture dell'edificio, è stato tolto il pavimento in opera dal 1920. Poco sotto è stato trovato un pavimento in malta probabilmente del IX secolo. Questo livello è incompleto ed è stato intaccato dall'apertura di due buche in prossimità del presbiterio (ancora s'ignorano i fini di queste escavazioni). Poco prima dell'area presbiteriale, questo piano in malta presenta una canaletta, dove si innestava probabilmente un cancello presbiteriale. E' stato rilevato che i muri perimetrali non hanno fondazioni profonde, da ciò si dovrebbe dedurre che il S. Pietro potesse essere una chiesa del tipo cosiddetto seminterrato.
All'interno, sulla parete nord, si nota la rappresentazione di un'Ultima Cena, affresco del secolo XIV. Nella zona absidale, sotto l'altare è stata trovata una pietra monolitica di epoca romana che fungeva da base di un torchio di vino. Il principio di scavo ha permesso di recuperare molti frammenti ceramici (ancora da collocare cronologicamente) e un pezzo di colonnina con basamento.
In esterno, gran parte del sagrato era adibito ad area cimiteriale, visti gli abbondanti reperti ossei ritrovati a pochi centimetri di profondità dal livello attuale di calpestio. Un particolare interessante è offerto dal tratto di muro esterno all'edificio ecclesiastico e in asse con il lato sud del portico, che, per tecnica costruttiva, disposizione e taglio delle pietre e per il tipo di malta, indica una cronologia medievale d'epoca romanica (dell'altezza di un paio di metri degradanti fino a poco meno di un metro), lungo cui si conservano i resti di un ingresso o finestra con soglia alta circa un metro dall'attuale livello di calpestio.



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sabato 28 marzo 2015

LA CHIESA SI SAN PIETRO IN MAVINO

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La chiesa di San Pietro in Mavino, a Sirmione, ha origini molto antiche, secondo la tradizione venne costruita dai pescatori del luogo.
I primi documenti che citano la chiesa di S. Pietro in Mavino risalgono all’VIII secolo, in un manoscritto del 756.

L’edificio subì diversi rifacimenti, sia nel periodo romanico, di cui rimane  il campanile risalente al 1070,  che nel 1300.
Altri interventi sulla chiesa avvennero nei secoli XVII e XVIII, quando furono aperte le due finestre ogivali di facciata e la porta inserita sul longitudinale sud.

La tessitura muraria dell’edificio è composta da elementi di vario tipo: ciottoli di lago, conci appena squadrati, mattoni e laterizi.
Nelle parti alte della muratura dell’edificio si possono notare i rifacimenti dovuti al restauro del XIV secolo, con la sopraelevazione delle coperture, intervento che probabilmente determinò anche l’occlusione delle finestre.

La chiesa è a pianta rettangolare, con un'unica navata terminante con tre absidi semicircolari, di cui quella centrale più grande delle altre, animate da monofore con doppia strombatura e caratterizzate da lacerti di affreschi.

All'interno si possono ammirare affreschi dei sec. XII-XVI.

Sulla parete a sinistra dell’ingresso si può ammirare un affresco staccato con raffigurata una serie di santi apostoli, tra cui San Simone.

Nella cappella dedicata ai caduti si può ammirare un affresco ripartito in tre sezioni con S. Michele, che con la lancia trafigge un drago o il diavolo, un santo con la palma del martirio in mano che, sotto il braccio sinistro, tiene un libro e un nobiluomo identificabile con S. Rocco.

L’emiciclo dell’absidiola nord è completamente dipinto: vi sono raffigurati una Madonna con Bambino e figure di santi.
Nell’abside centrale la decorazione si sviluppa su due livelli: in quello superiore si trovano dipinte le anime dei dannati e quelle dei beati oranti con il Cristo Pantocratore in mandorla, la Vergine e il Battista e angeli, mentre nel registro inferiore ci sono sei figure di santi all’interno di cornici, tra cui San Giacomo e San Paolo.

Nell’abside sud la parete affrescata è divisa in due settori, in cui si ha la raffigurazione di una Crocifissione, con Maria e le donne piangenti e una figura di santa in preghiera.
Nei rimanenti affreschi si riconoscono S. Antonio Abate, San Pietro, Maria Maddalena, una Madonna in trono con Bambino

La chiesa di S. Pietro è visibile dall’esterno solo su tre lati, infatti il lato nord, ampliato con l’aggiunta di ambienti residenziali recenti, non è visitabile, in quanto rimane all’interno di una proprietà privata. L'edificio sorge sul punto più alto della penisola di Sirmione, fuori dal centro abitato, poco lontano dalle rovine delle cosiddette Grotte di Catullo.

L'edificio si presenta oggi a pianta rettangolare a navata unica con tre absidi semicircolari a est, e richiama edifici di derivazione carolingia dell'VIII-IX secolo, anche se bisogna dire che le sole affinità stilistiche non bastano certo a determinare una cronologia attendibile.
L'attuale edificio di S. Pietro rimane visibile all'esterno per tre quarti; solo il lato nord, ampliato con l'aggiunta di ambienti residenziali recenti, non è visitabile, rimanendo all'interno di una proprietà privata. La terminazione orientale a tre absidi semicircolari, ha la centrale di dimensioni maggiori delle laterali, che hanno emicicli poco sporgenti dalla pianta. Un consistente strato di intonaco ricopre la quasi totalità dell'apparato murario della zona est, con scrostature nelle parti basse che permettono di intravedere i conci in opera nella muratura, formata da pietre tenere di color rosato e di color ocra o grigie, mischiate a ciottoli e a mattoni color rosso e ocra, il tutto allestito in abbondante malta.
Le absidi sono prive di decorazione esterna, animate solo da strette monofore a doppio strombo liscio (oggi murate), tre nell'abside centrale, una in ciascuna delle laterali: solo al culmine dell'abside maggiore, meno marcatamente nell'abside nord e in modo irrilevante in quella sud, l'allineamento della muratura si fa irregolare e prominente (l'intonacatura non permette di valutare se tale sporgenza muraria sia dovuta all'eccesso di intonaco - dato che le parti del sottotetto delle absidi minori presentano solo parzialmente questa particolarità - o alla presenza sotto l'intonaco di assetti decorativi che provocano l'aggetto). La copertura delle absidi è realizzata con tegole di tipo romano e coppi. Poco sopra il livello di questo tetto è visibile una specie di profilo in laterizio appena sporgente, a delineare la forma degli spioventi, forse indizio del livello dell'antica copertura, che corre sotto il rialzamento, di un metro e mezzo circa, realizzato nel XIV secolo. I sottogronda di questa parte dell'edificio sono marcati da una doppia cornice scalare di mattoni rossi. L'aspetto austero ed essenziale di questa sezione della chiesa, con l'abside centrale molto più grande rispetto alle due laterali, indicherebbe origini preromaniche, anche se è innegabile che questi caratteri strutturali di gusto arcaico debbano essere considerati semplici indizi per una collocazione cronologica dell'edificazione del S. Pietro, soprattutto perchè questo modello architettonico, in territorio bresciano, si manterrà anche nell'XI, e addirittura, nel XII secolo. Tuttavia secondo alcuni studiosi, in questo caso la coincidenza col tipo di pianta, di muratura, a ciottoli, mattoni e conci in spessa malta, e l'assenza di decorazione fanno propendere ragionevolmente per una datazione anteriore al Mille.
Questa considerazione troverebbe credibilità anche attraverso l'analisi delle murature del vicino campanile, le cui parti basse, realizzate poco dopo la metà del XI secolo (l'edificazione risalirebbe all'anno 1070), sono chiaramente diverse da quelle della chiesa, sia per quanto riguarda l'apparecchiatura muraria, a conci disposti regolarmente e inquadrata da larghe lesene angolari, che per la presenza di una serie di archetti realizzati in cotto, nonchè di finestre a bifora.
In generale, comunque, la muratura si presenta estremamente stratificata, con ampio impiego dei più svariati materiali edilizi: dai ciottoli di lago non lavorati ai conci appena squadrati o altri ancora meglio lisciati, oltre a mattoni e laterizi di varie dimensioni e di diverse epoche (romana, altomedievali e tardogotica).
Gli studiosi, in base anche a recenti ricerche sulle complesse strutture murarie del S. Pietro, leggerebbero in alcune di queste tracce abbastanza significative della prima fase costruttiva, risalente al VIII secolo, in particolare nelle due pareti laterali e nella facciata.
La vista dal fianco sud della chiesa mostra una piccola anomalia costruttiva: la linea sommitale di spiovente del tetto è infatti leggermente inclinata verso la facciata. Il muro longitudinale sud conserva parzialmente uno strato di intonaco anche se, nelle parti basse, rimangono scoperti alcuni tratti che permettono una seppur parziale lettura della composizione muraria.
La muratura, per quasi la totalità della lunghezza dell'edificio e per un consistente tratto dell'alzato, è realizzata in piccole pietre bianche e rosate di materiale tenero, di diversa dimensione e di basso spessore inserite in consistente malta (livelli dello spessore di 2-3 centimetri), poste in opera tentando di collocarle ordinatamente, a corsi orizzontali intercalati da fasce con conci inseriti a spina di pesce. La già ricordata presenza dell'intonacatura non permette di verificare se la diversa applicazione dei conci a livelli orizzontali volesse avere carattere omogeneo e decorativo.
Tale fase edilizia arriva a un'altezza di circa tre metri. comprendendo la traccia di quattro monofore ad arco a tutto sesto piuttosto grandi (i contorni di una di queste finestre, con arco terminale ribassato in mattoncini, sempre murata, sono ancora individuabili), mentre un quinto finestrone rettangolare aperto in tempi più recenti vicino al campanile, s'inserisce in questa fase edilizia. La realizzazione di aperture di questo tipo sui longitudinali ricorda assetti architettonici arcaici caratteristici delle basiliche paleocristiane e altomedievali, come le finestre a doppia cornice aperte nei muri longitudinali del S. Salvatore di Brescia.
Evidenti, nelle parti alte, i rifacimenti dovuti al restauro del XIV secolo, con la sopraelevazione delle coperture, intervento che probabilmente determinò l'occlusione delle finestre e la realizzazione del ciclo affrescato all'interno.
Nella muratura prossima allo spigolo di facciata, per tutto l'alzato, il tipo di materiale in uso cambia rispetto al resto dell'edificio: qui vengono usati conci più grandi e la messa in opera diviene più approssimativa; le malte impiegate sono diverse, anche se l'intonaco attenua le differenze.
Sempre nel longitudinale meridionale, il tratto murario tra l'area absidale e il campanile presenta un consistente strato di intonaco che non permette un confronto con le restanti murature verso ovest. Certamente epoche recenti hanno visto in questa settore dell'edificio la realizzazione sia della porta, sia della finestra rettangolare.
Secondo gli studiosi la chiesa subì una consistente opera di riammodernamento già durante il XIV secolo (questo intervento è attestato dalla presenza di una incisione in numeri romani MCCCXX, su un mattone murato alla sinistra del portale d'ingresso). A questa fase si devono le modifiche in facciata, con la costruzione di un nuovo portale ad arco ribassato, tuttora in opera. In occasione del medesimo restauro, nella facciata, poco sopra il portale, venivano murati due lacerti di marmo bianco di epoca altomedievale: l'uno decorato con un motivo a graticcio, l'altro, messo di traverso, con scolpito un vaso dal quale fuoriesce un tralcio terminante in un fiore con una colomba che si abbevera. Nel XV secolo, venivano realizzati il rosone al centro della facciata e la finestra quadrata a sinistra del portale. Altri interventi nei secoli XVII e XVIII interessarono l'edificio del S. Pietro e portarono all'apertura delle due finestre ogivali di facciata e della porta inserita sul longitudinale sud.
Nell'odierna facciata a capanna, pertanto, tutta le aperture, dall'oculo alle due finestre ad arco ribassato, dalla finestra squadrata sulla sinistra del portale al portale stesso, sono integralmente frutto di ricostruzioni recenti, che hanno alterato notevolmente l'aspetto originario. Gli stessi due lacerti d'epoca preromanica, murati sopra l'ingresso, rimarcano quali profonde modifiche ebbero a interessare le strutture che caratterizzavano l'antico edificio di S. Pietro. Uno strato di intonaco (a questo punto, certamente necessario date le consistenti manipolazioni degli assetti murari), omogeneizza architettonicamente l'aspetto della facciata.
Solo nelle parti basse la caduta dell'intonacatura permette una parziale lettura della composizione muraria: anche qui sono assemblate pietre di svariata qualità e forma, in abbondante malta. A delineare i fianchi della facciata sono state inserite delle pietre piuttosto grosse e lisciate nelle parti a vista che, per lavorazione ed allestimento, si differenziano notevolmente dal resto dei materiali impiegati nella muratura.
Il campanile quadrangolare, collocato sul lato sud della chiesa, è univocamente riconosciuto come costruzione pienamente romanica e realizzato probabilmente in due fasi edilizie risalenti ai secoli XI (1070) e XII, più almeno una terza fase nel secolo XIV che vedeva l'occlusione delle bifore sommitali e la creazione, un piano sopra, della nuova cella campanaria con al culmine un pinnacolo piramidale. La torre presenta un allestimento murario realizzato con i più svariati materiali, anche se non manca un tentativo di organizzazione omogenea dei conci, sia per corsi orizzontali, sia per tipologia di materiale (questo aspetto è meglio individuabile nell'alzato del lato est da un'altezza di circa tre metri fino alla linea degli archetti pensili). Nel lato est, le parti basse della torre sono composte da pietre assemblate in maniera grossolana, probabilmente anche a causa di restauri, sono difatti ancora visibili i resti dell'arco in mattoni di una porta, ora murata. Gli altri lati presentano ancora la varietà dei materiali in opera, ciottoli, pietre squadrate, scaglie e mattoni; nel lato ovest, nelle parti basse vicine al muro longitudinale dell'edificio, sono addirittura murati dei conci di forma rotonda che sembrerebbero la sezione di colonne di epoca romana (uno di questi pezzi è incavo al centro). A partire invece da un'altezza di circa tre metri, l'allestimento si fa più curato e i conci, appena lavorati, riescono a seguire linee regolari orizzontali anche per più di un filare: qui sono in opera su tutti i lati ciottoli di lago arrotondati, inseriti a corsi orizzontali e in spessa malta in alternanza a fasce di mattoni rossi e ocra, con tratti di muratura interamente realizzati con pietre chiare e squadrate.
Due larghe lesene angolari di pietre abbastanza grandi, lisciate nelle parti a vista, inquadrano su tre lati (quello nord, di cui si può vedere solo la parte sommitale, ne è privo) questi tratti murari con la sezione centrale conclusa da una cornice di archetti rampanti compositi in cotto, sostenuti da mensoline prive di decorazioni sempre in cotto (alla moda veronese). Nel lato orientale, la cornice di archetti è rovinata per un tratto, mentre è ben conservata nei lati sud e ovest (il lato nord del campanile non presenta nessun particolar decorativo: la monofora è stata occlusa e le murature non presentano particolari distintivi, oltre ad un'approssimativa messa in opera di conci irregolari di diverso materiale). Tutto sommato, il campanile non raggiunge una grande altezza; l'attuale cella campanaria è stata interamente realizzata in mattoni e su ogni suo lato sono aperte delle monofore (eccetto, come detto, quella a nord che è murata). Una cornice con un filare di mattoni rossi inseriti a dente di sega corre lungo il profilo sommitale della torre.
Le differenze costruttive tra le sezioni più basse e la sezioni mediana della torre fino all'altezza degli archetti ciechi sarebbero attribuibili alle due differenti fasi edificatorie dei secoli XI e XII.
Il tratto del longitudinale nord d'epoca medievale, visibile nel tratto prossimo all'area absidale, mostra un restringimento rilevabile in pianta e percepibile anche in alzato: a partire dallo spigolo absidale, il muro, dopo pochi metri in lunghezza, sembra patire un rigonfiamento o un allargamento fino al livello della facciata. Il tratto in alzato di questa parte dell'edificio è quasi completamente ricoperto dall'edera e non è possibile osservare il tipo di muratura che lo compone, mentre il restante longitudinale è occupato dagli edifici residenziali moderni.

Lo scavo interno ha portato alla luce un notevole numero di tombe, di diverso formato e prestigio. In alcune erano presenti elementi di abbigliamento e ornamenti, come fibule di cinture e crocette dorate. Sono emersi anche frammenti di arredo scultoreo, una teca per reliquie in muratura e un’area presbiteriale del V secolo, riconoscibile per la sua forma semicircolare. Sotto l’altare è stato poi rinvenuto un frammento di architrave, con inciso il verbo latino cogitate (pensate). Mentre gli scavi esterni, dopo opportuna catalogazione, sono stati ricoperti, l’interno della chiesa aspetta ancora il ripristino del pavimento originale e la messa in evidenza dell’area presbiteriale.


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