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giovedì 3 dicembre 2015

LA BASILICA DI SAN PIETRO

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La Basilica di San Pietro in Vaticano sorge nel luogo dove secondo la tradizione era stato sepolto l'apostolo Pietro (un cimitero a breve distanza dal circo di Nerone in cui era avvenuto il martirio): qui l'imperatore Costantino fece erigere intorno al 320 la primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all'attuale, costituito da cinque navate precedute da un grande atrio con quadriportico e cantharos per le abluzioni.
Con il pontificato di Niccolò V Parentucelli (1447-1455) ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti, avrebbe portato al completo rifacimento della vetusta basilica costantiniana. La svolta si ebbe con Giulio II Della Rovere (1503-1513), che nel 1505 decise la ricostruzione completa del tempio affidandone i lavori a Donato Bramante; questi progettò, ed iniziò, un grandioso edificio a croce greca con cupola rimasto tuttavia incompiuto per la scomparsa tanto del papa committente che del Bramante stesso (1514).
Seguì un periodo di incertezze e ripensamenti in cui alla guida del cantiere si succedettero Raffaello, Baldassarre Peruzzi e Antonio da San Gallo. Quest'ultimo in particolare si discostò dal progetto originario proponendo una più tradizionale pianta a croce latina. Nel 1547 Paolo III Farnese dette l'incarico di proseguire i lavori a Michelangelo.
L'anziano maestro - aveva più di settant'anni - recuperò subito la centralità del progetto bramantesco proiettandola però verso l'alto con la possente eppur slanciata cupola, eseguita dal Buonarroti fino al tamburo e  portata a termine, con qualche variante, da Giacomo della Porta tra il 1588 eil 1590. Sotto il pontificato di Paolo V Borghese (1605-1621), Carlo Maderno, incaricato del completamento dei lavori, aggiunse tre cappelle laterali -reintroducendo in tal modo la pianta a croce latina - ed eseguì la tanto discussa facciata, terminata nel 1614. Nel 1626 la basilica fu finalmente consacrata da papa Urbano VIII Barberini (1623-1644).
A partire dal 1629 la direzione del cantiere fu affidata a Gian Lorenzo Bernini, che realizzò gran parte dell'apparato decorativo e, tra il 1656 e il 1665, sistemò definitivamente la piazza antistante la basilica erigendo il celeberrimo colonnato.
L’imponente facciata, lunga 115 metri e preceduta dalla scalinata a tre ripiani progettata dal Bernini, presenta lesene e colonne corinzie ed è sormontata da un attico coronato da tredici colossali statue. Al centro si trova la Loggia delle Benedizioni: da qui il papa benedice i fedeli nelle occasioni più solenni e viene annunciata al mondo l’elezione di ogni nuovo pontefice. Entrando nel grande atrio progettato dal Maderno si può ammirare sulla destra, dietro una porta a vetri, la statua equestre diCostantino opera del Bernini. Delle cinque porte d’accesso notevole è quella mediana, i cui battenti sono opera quattrocentesca del Filarete (già nella vecchia basilica). La Porta Santa, la cui apertura dà ufficialmente inizio all’Anno Santo, è l’ultima sulla destra. L’interno, di dimensioni davvero grandiose, presenta una navata centrale e due navate laterali minori. Sul pavimento della navata mediana, a pochi metri dall’ingresso, c’è la Rota Porphyretica, un disco di porfido (già presso l’altare dell’antica basilica) su cui Carlo Magno s’inginocchiò, per ricevere da Leone III la corona imperiale, nella notte di Natale dell’anno 800. Procedendo verso l’altare si possono notare, sempre sul pavimento, le lettere bronzee con cui sono segnate le lunghezze delle più grandi chiese del mondo. Sull’ultimo pilastro di destra, una celebre statua di bronzo raffigurante San Pietro seduto e benedicente - a lungo creduta del V secolo ma ora assegnata con certezza al XIII secolo e forse ad Arnolfo di Cambio - introduce alla cupola, il cui luminoso interno fu decorato a mosaico dal Cavalier d’Arpino nel 1605. Sotto la cupola, sorretta dai quattro colossali pilastri bramanteschi decorati alla base con statue di santi (notevole, sotto il primo pilastro di destra, il San Longino del Bernini), spiccano le colonne tortili del grande baldacchino bronzeo eseguito tra il 1624 ed il 1633 da Gian Lorenzo Bernini in collaborazione con altri esecutori tra cui Francesco Borromini. Sotto al baldacchino è l’altare papale, che si affaccia sulla confessione edificata dal Maderno sull’asse della sottostante tomba di San Pietro. Sempre del Bernini è la scenografica Cattedra di San Pietro al centro dell’abside, fiancheggiata dai monumenti funerari ad Urbano VIII, anch’esso del Bernini, e a Paolo III, opera insigne di Guglielmo della Porta. Nella prima cappella della navata destra, dietro un cristallo di protezione, si può ammirare la Pietà, famosissimo gruppo marmoreo firmato da Michelangelo, che lo eseguì appena ventitreenne (1498-99) per un cardinale francese. Proseguendo lungo la navata destra si oltrepassano altre cappelle tutte con decorazioni ed opere di altissimo livello (nella terza, detta"del Sacramento", inferriata disegnata dal Borromini e ciborio del Bernini ispirato a S. Pietro in Montorio); nel transetto destro monumento di Clemente XIII, una delle opere più celebri di Antonio Canova (1784-92). Nella navata sinistra si segnalano la tomba di Innocenzo VIII del Pollaiolo (1498), il più antico dei monumenti funebri presenti nella basilica, e la stele funeraria nota come monumento Stuart, di Antonio Canova.




La basilica di San Pietro è uno dei più grandi edifici del mondo: lunga ben 218 metri e alta fino alla cupola 133,30 metri, la superficie totale è di circa 23 000 metri quadrati e può contenere 60.000 fedeli (secondo altre fonti 20.000).

L'edificio è interamente percorribile lungo il suo perimetro, benché sia collegato ai Palazzi Vaticani mediante un corridoio sopraelevato disposto lungo la navata destra e dalla Scala Regia a margine della facciata su Piazza San Pietro; due corridoi invece lo uniscono all'adiacente Sacrestia. Nonostante questo aspetto tradisca l'idea di una costruzione isolata al centro di una vasta piazza, come probabilmente l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti, la presenza di passaggi sopraelevati, che non interferiscono con il perimetro della basilica, permette ugualmente di cogliere la complessa articolazione del tempio. L'esterno, in travertino, è caratterizzato dall'uso di un ordine gigante oltre il quale è impostato l'attico. Questa configurazione si deve sostanzialmente a Michelangelo Buonarroti e fu mantenuta anche nel corpo longitudinale aggiunto da Carlo Maderno.

Invece, lungo le navate, presso i 45 altari e nelle 11 cappelle che si aprono all'interno della basilica, sono ospitati diversi capolavori di inestimabile valore storico e artistico, come diverse opere di Gian Lorenzo Bernini e altre provenienti dalla chiesa paleocristiana, come la statua bronzea di san Pietro, attribuita ad Arnolfo di Cambio.

La facciata larga circa 114,69 metri e alta 45,44 metri, venne innalzata da Carlo Maderno fra il 1607 e il 1614, ed è articolata mediante l'uso di colonne d'ordine gigante che inquadrano gli ingressi e la Loggia delle Benedizioni, il luogo dove viene annunziata ai fedeli l'elezione del nuovo papa; al di sotto si trova un altorilievo di Ambrogio Buonvicino, intitolato Consegna delle Chiavi, del 1614 circa. Nella trabeazione, al di sotto del frontone centrale, è impressa l'iscrizione

« IN HONOREM PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII »

(In onore del principe degli apostoli; Paolo V Borghese Pontefice Massimo Romano anno 1612 settimo anno del pontificato )
La facciata è preceduta da due statue raffiguranti san Pietro e san Paolo, scolpite rispettivamente da Giuseppe De Fabris e Adamo Tadolini nel 1847 per sostituire quelle precedenti, compiute da Paolo Taccone e Mino del Reame nel 1461. Sulla sommità sono disposte le statue, alte anche oltre 5,7 m, di Gesù, Giovanni Battista e di undici dei dodici apostoli (manca san Pietro). Ai lati della medesima sono collocati due orologi realizzati nel 1785 da Giuseppe Valadier.

Sotto l'orologio di sinistra si trova la cella campanaria al cui interno sono ospitate le 6 campane: al centro del finestrone la campana maggiore realizzata dal Valadier nel 1785, ai lati superiori le due campane minori; all'interno, dietro al campanone, il "Campanoncino" del 1725 e dietro la "Rota" del XIII secolo; sopra a queste la "Predica" del XIX sececolo.

La facciata è stata restaurata in occasione del giubileo del 2000, e riportata ai colori originariamente voluti da Maderno.

Varcato il cancello centrale, si accede a un portico che si estende per tutta la larghezza della facciata e sul quale si aprono i cinque accessi alla basilica.

L'atrio è fiancheggiato da due statue equestri: Carlo Magno, a sinistra, di Agostino Cornacchini (1725) e, sul lato opposto, Costantino, creata dal Bernini nel 1670 e che sottolinea l'ingresso ai Palazzi Vaticani attraverso la Scala Regia. Alcuni stucchi arricchiscono tutta la volta sovrastante, ideati da Martino Ferrabosco ma realizzati da Ambrogio Buonvicino, a cui appartengono anche le trentadue statue di papi collocate ai lati delle lunette.

Sulla parete sopra l'accesso principale alla basilica è riportato un importante frammento del mosaico della Navicella degli Apostoli, eseguito da Giotto per la primitiva basilica e collocato nell'attuale sede solo nel 1674.

Per entrare nella basilica, oltrepassata la facciata principale, vi sono cinque porte.

La porta all'estrema sinistra è stata realizzata da Giacomo Manzù nel 1964, ed è nota come Porta della Morte: venne commissionata da Giovanni XXIII e prende questo nome poiché da questa porta escono i cortei funebri dei Pontefici. È strutturata in quattro riquadri; nel principale vi è la raffigurazione della deposizione di Cristo e della assunzione al cielo di Maria. Nel secondo sono rappresentati i simboli dell'Eucaristia: pane e vino, richiamati simbolicamente da tralci di vite e da spighe tagliate. Nel terzo riquadro viene richiamato il tema della morte. Sono raffigurati l'uccisione di Abele, la morte di Giuseppe, il martirio di san Pietro, la morte dello stesso Giovanni XXIII che non visse abbastanza per vederla (in un angolo è richiamata l'enciclica "Pacem in Terris"), la morte in esilio di Gregorio VII e sei animali nell'atto della morte. Dal lato interno alla basilica vi è l'impronta della mano dello scultore e un momento del Concilio Vaticano II, quello in cui il cardinale Rugambwa, primo cardinale africano, rende omaggio al papa.

Segue la Porta del Bene e del Male, opera di Luciano Minguzzi che vi ha lavorato dal 1970 al 1977.

La Porta Centrale, o Porta del Filarete, fu ordinata da papa Eugenio IV ad Antonio Averulino detto appunto il Filarete e venne eseguita tra il 1439 e il 1445 per l'accesso alla basilica costantiniana. È realizzata in due battenti di bronzo e ogni battente è diviso in tre riquadri sovrapposti. Nei riquadri in alto sono rappresentati a sinistra Cristo in trono a destra Madonna in trono; nei riquadri centrali sono rappresentati san Pietro e san Paolo, il primo mentre consegna le chiavi a papa Eugenio IV, il secondo rappresentato con la spada e un vaso di fiori. I riquadri inferiori rappresentano il martirio dei due santi. A sinistra la decapitazione di san Paolo, a destra la crocifissione capovolta di san Pietro. I riquadri sono incorniciati da girali animati con profili di imperatori e nell'intercapedine fra questi vi sono fregi con episodi del pontificato di Eugenio IV. Dal lato interno vi è l'insolita firma dell'artista. Questo ha rappresentato i suoi allievi al seguito di un mulo che lui stesso cavalca.

A destra rispetto alla precedente si trova la Porta dei Sacramenti. È stata realizzata da Venanzo Crocetti e inaugurata da papa Paolo VI il 12 settembre 1965. Sulla porta è rappresentato un angelo che annuncia i sette sacramenti.

La porta più a destra è la Porta Santa realizzata da Vico Consorti, fusa in bronzo dalla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli nel 1950 e donata a papa Pio XII. Nelle sedici formelle che la costituiscono si può vedere lo stesso Pio XII e la bolla di Bonifacio VIII che indisse il primo Giubileo nel 1300. Al di sopra sono presenti alcune iscrizioni: PAVLVS V PONT MAX ANNO XIII, mentre quella appena sopra la porta recita GREGORIVS XIII PONT MAX. In mezzo a queste due scritte sono presenti alcune lastre che commemorano le recenti aperture.

Nel giubileo dell'anno 1983 - 1984 dall'umana redenzione, Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa, chiusa e sigillata da papa Paolo VI nel 1976. Giovanni Paolo II, Pontefice Massimo, nuovamente aprì e chiuse la porta santa nell'anno del Grande Giubileo dall'incarnazione del Signore 2000 - 2001. Paolo VI, Pontefice Massimo, aprì e chiuse la porta santa di questa basilica patriarcale vaticana nell'anno del Giubileo del 1975.



L'immenso spazio interno, lungo 187,36 metri (la scritta all'ingresso riporta 837 P.R. che sta per palmi romani), è articolato in tre navate per mezzo di robusti pilastri sui quali si aprono grandi archi a tutto sesto, alti 23 metri e larghi 13. La superficie calpestabile è di 15 160 metri quadrati. La navata centrale è lunga 90 metri (dalla controfacciata ai primi pilastri della cupola), larga 26 metri e alta circa 45 metri e da sola copre circa 2 500 metri quadrati di superficie. È coperta da un'ampia volta a botte e culmina, dietro al colossale Baldacchino di San Pietro, nella monumentale Cattedra.

Particolarmente ricercato è il disegno del pavimento marmoreo, in cui sono presenti elementi provenienti dalla precedente basilica, come il disco in porfido rosso egiziano sul quale si inginocchiò Carlo Magno il giorno della sua incoronazione (la cosiddetta Rota Porphyretica). Il pavimento marmoreo sostituisce quello precedenti in mattoni (quest'ultimo inizialmente presente solo nel corpo aggiunto da Maderno) e fu realizzato da Gian Lorenzo Bernini per il giubileo del 1650, assieme alle decorazioni della navata. Diecimila metri quadrati di mosaici rivestono poi le superfici interne e si devono all'opera di numerosi artisti che operarono soprattutto tra il Seicento e il Settecento, come Pietro da Cortona, Giovanni De Vecchi, Cavalier d'Arpino e Francesco Trevisani.

Fino all'intersezione col transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri posti sulla destra dell'ingresso, si trovano le statue di: Santa Teresa di Gesù (1754), Santa Maddalena Sofia Barat (1934), San Vincenzo de' Paoli (di Pietro Bracci, 1754), San Giovanni Eudes (1932), San Filippo Neri (di Giovanni Battista Maino, 1737), San Giovanni Battista de La Salle (1904), l'antica statua bronzea di san Pietro (Arnolfo di Cambio) e San Giovanni Bosco (1936). Sui pilastri di sinistra: San Pietro d'Alcántara (1713), Santa Lucia Filippini (1949), San Camillo de Lellis (1753), San Luigi Maria Grignion de Montfort (1948), Sant'Ignazio di Loyola (1733, di Camillo Rusconi), Sant'Antonio Maria Zaccaria (1909), San Francesco di Paola (di Giovanni Battista Maino, 1732) e San Pietro Fourier (1899).

Le acquasantiere, alte quasi due metri, furono realizzate tra il 1722 e il 1725 su disegno di Agostino Cornacchini. Constano di due conche in giallo di Siena, opera di Giuseppe Lironi, e due coppie di putti di Francesco Moderati e Giovanni Battista de Rossi.

Nella prima cappella a destra è collocata la celebre Pietà di Michelangelo, opera degli anni giovanili del maestro (1499) e che colpisce per l'armonia e il candore delle superfici; la scultura è protetta da una teca di cristallo a seguito dei danneggiamenti subiti nel 1972, quando un folle vi si avventò contro, colpendola in più punti con un martello.

Oltrepassati il monumento a Leone XII (1835-36) e il seicentesco monumento a Cristina di Svezia, rispettivamente di Giuseppe de Fabris e Carlo Fontana, segue quindi la Cappella di San Sebastiano, ove è collocato il grande mosaico del Martirio di san Sebastiano, realizzato sulla base di un dipinto del Domenichino da Pier Paolo Cristofari; nella cappella, coperta da una volta decorata con mosaici di Pietro da Cortona, sono conservati anche i monumenti realizzati nel corso del Novecento per Pio XI e Pio XII. Nell'altare della cappella è collocata la tomba del santo Giovanni Paolo II, ivi posta dopo l'esposizione in occasione della Beatificazione.

Procedendo oltre, si trovano i monumenti a Innocenzo XII (di Filippo della Valle, 1746) e a Matilde di Canossa (di Gian Lorenzo Bernini, 1633-37), che precedono l'ingresso alla Cappella del Santissimo Sacramento, schermata da una cancellata ideata da Francesco Borromini. La cappella fu progettata da Carlo Maderno per raccordare la basilica michelangiolesca con il corpo longitudinale seicentesco. All'interno si trova il tabernacolo del Santissimo Sacramento, realizzato in bronzo dorato da Gian Lorenzo Bernini nel 1674, prendendo a modello il tempietto bramantesco di San Pietro in Montorio. La pala d'altare, raffigurante la Trinità, è opera di Pietro da Cortona. All'esterno, la cappella, caratterizzata da un soffitto più basso rispetto al corpo della basilica, è chiusa da un alto attico, così da celare, a una vista dal basso, la differenza di quota della copertura. Nella cappella del Santissimo Sacramento avveniva il rituale del "bacio del piede" della salma del papa defunto, vale a dire l'ostensione ai fedeli delle spoglie mortali dei pontefici defunti, prima delle esequie. Tale prassi sarà interrotta da Pio XII, per il quale l'ostensione avvenne nella navata centrale.

Due monumenti, rispettivamente a Gregorio XIII (Camillo Rusconi, 1723) e a Gregorio XIV , chiudono la navata destra prima dell'ambulacro che corre intorno alla cupola.

La navata di sinistra si apre con la Cappella del Battesimo, progetta da Carlo Fontana e decorata con mosaici del Baciccio completati poi da Francesco Trevisani; il mosaico che troneggia dietro l'altare fu composto a imitazione di un dipinto di Carlo Maratta, ora collocato nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

Subito oltre è situata la tomba di Maria Clementina Sobieski (Pietro Bracci, 1742) e quindi il Monumento agli Stuart (Antonio Canova, 1829). Nell'adiacente Cappella della Presentazione  è conservato il corpo di Pio X, mentre lungo le pareti sono sistemati i monumenti a Giovanni XXIII e Benedetto XV, realizzati nel corso del XX secolo.

Nello spazio delimitato dal pilastro della navata si trovano quindi il monumento a Pio X (1923) e la tomba di Innocenzo VIII, eseguita da Antonio Pollaiolo (XV secolo).

Un'altra cancellata del Borromini delimita la Cappella del Coro, speculare proprio a quella del Santissimo Sacramento, di cui riprende anche la suddetta configurazione esterna. In corrispondenza dell'ultimo pilastro che precede l'ambulacro sono situati i monumenti a Leone XI (Alessandro Algardi, 1644) e a papa Innocenzo XI.



L'ambulacro, ovvero lo spazio che circonda i quattro pilastri che sorreggono la cupola, introduce verso il cuore della basilica così come l'aveva pensata Michelangelo Buonarroti.

Sul pilastro posto in corrispondenza con la navata destra si erge l'altare di San Girolamo, con la tomba di papa Giovanni XXIII posta alla base di un grande mosaico riproducente un dipinto del Domenichino.

La cappella compresa tra quella del Santissimo Sacramento e il transetto è quella Gregoriana. Essa è chiusa da una cupola incastonata all'interno della cortina muraria della basilica, ma all'esterno è sormontata da una delle due cupole ornamentali che circondano quella maggiore. Qui è situata la tomba di Gregorio XVI (Luigi Amici, 1848-57). La parete nord è delimitata dall'altare della Madonna del Soccorso , accanto al quale si trovano la tomba di Benedetto XIV e l'altare di San Basilio, impreziosito da un mosaico settecentesco.

Oltrepassando il transetto si trova il monumento a Clemente XIII (Antonio Canova (1787-92), di fronte al quale è posto l'altare della Navicella. Seguono gli altari di San Michele Arcangelo, Santa Petronilla e San Pietro che risuscita Tabita; la parete ovest ospita il monumento a Clemente X, opera tardoseicentesca di Mattia de Rossi.

Il lato sud dell'ambulacro è caratterizzato da una riproduzione in mosaico della celebre Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, collocata sul pilastro posto a chiusura della navata sinistra. L'adiacente cappella, analoga alla Gregoriana, è detta Clementina, e qui riposano i resti di Gregorio Magno e Pio VII (Bertel Thorvaldsen, 1831, unico artista non cattolico ad aver lavorato per la basilica). L'altare della Bugia, ornato ancora con un mosaico settecentesco, si trova dinnanzi al monumento a Pio VIII (Pietro Tenerani, 1866); da qui, un corridoio conduce alla grande Sacrestia della basilica vaticana, posta all'esterno della chiesa stessa.

Invece, oltrepassato il transetto meridionale, si osserva il monumento a papa Alessandro VII, notevole opera di Gian Lorenzo Bernini, in cui il papa è mostrato assorto in preghiera, con la morte, raffigurata da uno scheletro che sorregge una clessidra, che precede una porta, il simbolico passaggio verso all'aldilà.

Seguono l'altare del Sacro Cuore di Gesù ( con il suo mosaico risalente solo agli anni trenta del XX secolo) e quindi la Cappella della Vergine della Colonna, ove si trovano l'omonimo altare e quello dedicato a san Leone Magno, con una grandiosa pala d'altare marmorea di Alessandro Algardi (1645-53) L'ambulacro si chiude con il settecentesco altare di San Pietro che guarisce un paralitico e il monumento a papa Alessandro VIII.

Il transetto settentrionale, verso i Palazzi Vaticani, fu costruito su progetto di Michelangelo Buonarroti, che eliminò il deambulatorio previsto dai suoi predecessori, murando gli accessi al corridoio esterno, non realizzato, e ricavandovi alcune nicchie sormontate da ampi finestroni rettangolari. Le nicchie ospitano tre altari, dedicati a san Venceslao, sant'Erasmo e, al centro, ai santi Processo e Martiniano.

Il transetto meridionale, analogo al precedente, è caratterizzato da altrettanti altari, intitolati a san Giuseppe (al centro), alla crocefissione di Pietro e a san Tommaso.

Lungo il transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri, sono collocate statue di santi; nel transetto destro: San Bonfiglio Monaldi (1906), San Giuseppe Calasanzio (1755), San Paolo della Croce (1876) e San Bruno (1744); nel transetto sinistro: San Guglielmo da Vercelli (1878), San Norberto (1767), Sant'Angela Merici (1866) e Santa Giuliana Falconieri (1740).

Con oltre 133 metri di altezza, 41,50 metri di diametro (di poco inferiore però a quello del Pantheon di Roma) e 537 scalini dalla base dell'edificio fino alla lanterna, la cupola è l'emblema della stessa basilica e uno dei simboli dell'intera città di Roma.

Poggia su un alto tamburo (costruito sotto la direzione di Michelangelo), definito all'esterno da una teoria di colonne binate e aperto da sedici finestroni rettangolari, separati da altrettanti costoloni. Quattro immensi pilastri, di 71 metri di perimetro, sorreggono l'intera struttura, il cui peso è stimato in 14 000 tonnellate.
La cupola fu costruita in soli due anni da Giacomo Della Porta, seguendo i disegni di Michelangelo, il quale però forse aveva previsto una cupola perfettamente sferica, almeno secondo quanto attestato dalle incisioni di Stefano Dupérac pubblicate poco dopo la morte dell'artista. Neanche il modello ligneo della cupola, conservato all'interno della basilica, aiuta a rivelare le vere intenzioni di Michelangelo. Il modello fu realizzato tra il 1558 e il 1561, quando i lavori del tamburo erano già stati cominciati, ma fu successivamente modificato e presenta alcune sostanziali differenze nella concezione della calotta e degli altri dettagli ornamentali. Del resto, Michelangelo si era riservato per sé il diritto di apportare modifiche alla struttura dell'intera basilica, per la quale non è giunto sino a noi nessun progetto definitivo, quindi la presenza di un modello non era da considerarsi strettamente vincolante ai fini della realizzazione dell'opera. Lo dimostrano, ad esempio, i timpani dei sedici finestroni che segnano il perimetro del tamburo: nel modello sono tutti di forma triangolare, mentre nella cupola vera e propria presentano forme curve e triangolari alternate.

In ogni caso, l'attuale configurazione della cupola si deve a Della Porta, che per prevenire dissesti strutturali la realizzò, tra il 1588 e il 1593, a sesto rialzato, circa 7 metri più alta rispetto a quella michelangiolesca, e cinse la base con catene di ferro. Ciò nonostante, nel corso dei secoli, a causa del manifestarsi di pericolose lesioni, soprattutto nel tamburo, si resero necessari altri interventi di consolidamento, a opera dell'ingegnere Giovanni Poleni, con l'inserimento nella struttura del tamburo e della cupola di altre catene.

Dal punto di vista strutturale è costituita da due calotte sovrapposte, secondo quanto già realizzato a Firenze dal Brunelleschi: la calotta interna, più spessa, è quella portante, mentre quella esterna, rivestita in lastre di piombo ed esposta agli agenti atmosferici, è di protezione alla prima. Ottocento uomini lavorarono al completamento della cupola che, nel 1593, fu chiusa con la svettante lanterna dotata di colonne binate.

Secondo l'incisione di Dupérac, altre quattro cupole minori, puramente ornamentali, avrebbero dovuto sorgere attorno alla maggiore per esaltarne la centralità, tuttavia furono portate a termine solo quelle sovrastanti le cappelle Gregoriana e Clementina.

La decorazione interna fu realizzata secondo la tecnica del mosaico, come la maggior parte delle raffigurazioni presenti in basilica: eseguita dai citati Cavalier d'Arpino e Giovanni De Vecchi per volontà di papa Clemente VIII, presenta scene col Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi. La scalinata che permette di salire in cima alla cupola ha un particolare disegno a listoni a sbalzo ed è realizzata in cotto ferentinate.

Lo spazio sottostante la cupola è segnato dal monumentale Baldacchino di San Pietro, ideato dal genio di Gian Lorenzo Bernini e innalzato tra il 1624 e il 1633. Realizzato col bronzo prelevato dal Pantheon, è alto quasi 30 metri ed è sorretto da quattro colonne tortili a imitazione del Tempio di Salomone e del ciborio della vecchia basilica costantiniana, le cui colonne erano state recuperate e inserite come ornamento nei pilastri della cupola michelangiolesca. Al centro, all'ombra del Baldacchino, avvolto dall'immenso spazio della cupola, sorge l'Altare papale, detto di Clemente VIII (che lo consacrò nel 1594), collocato sulla verticale esatta del Sepolcro di San Pietro.

Lungo i quattro immensi pilastri che circondano l'invaso della cupola si trovano le sculture ordinate da Urbano VIII: sono San Longino di Gian Lorenzo Bernini (1639), Sant'Elena realizzata da Andrea Bolgi nel 1646, Santa Veronica di Francesco Mochi (1632), e infine Sant'Andrea di François Duquesnoy (1640).

La struttura del coro è analoga a quella del transetto ed è dominata, al centro della parete che chiude la basilica, la Cattedra di San Pietro, un monumentale reliquiario opera di Gian Lorenzo Bernini e contenente la cattedra dell'epoca paleocristiana, sorretta dalle statue dei quattro Padri della Chiesa e illuminata dalla sfolgorante apparizione della colomba.



A sinistra della cattedra si trova il monumento a Paolo III, realizzato da Guglielmo Della Porta. Alla destra invece sorge il Sepolcro di Urbano VIII, eseguito ancora dal Bernini, che vi lavorò a partire dal 1627: il complesso è dominato dalla statua del papa in atto di benedire, con ai lati del sarcofago le figure allegoriche della Carità e della Giustizia. Al centro uno scheletro scrive l'epitaffio.

Sui pilastri sono collocate le statue di San Domenico (1706), San Francesco Caracciolo (1834), San Francesco d'Assisi (1727) e Sant'Alfonso Maria de' Liguori (1839).

Le cosiddette Grotte Vaticane, ricavate nel dislivello tra la nuova e la vecchia basilica e attraversate dalle fondazioni di sostegno delle strutture superiori, hanno forma di una chiesa sotterranea a tre navate, e sono usate per luogo di sepoltura di molti pontefici. Dal piano della basilica superiore, proprio di fronte all’altare papale che è sovrastato dal Baldacchino del Bernini, scende al piano inferiore una doppia scalinata, recinta da un’elegante balaustra sulla quale ardono 99 lampade votive. Ci si trova così nella cosiddetta Confessione di San Pietro, opera di Carlo Maderno. Qui si trova la nicchia dei pallii, splendente per il mosaico del Cristo Pantocratore. Sotto l'icona, la preziosa cassetta contiene i pallii (ossia stole di lana con ricami di croci) che il papa conferisce ai neoeletti vescovi metropoliti per segnare il loro legame con lo stesso apostolo. Dietro la cassetta, si vede un residuo della parete marmorea del sepolcro eretto dall’imperatore Costantino per il Principe degli Apostoli. Infatti sul fondo della nicchia dei Pallii si apre la botola bronzea (cataracta o billicus confessionis) che, fin dalla costruzione della prima basilica, dava accesso alla sepoltura di Pietro. Normalmente si scende alle Grotte non dalla scalinata centrale, ma da scale a chiocciola ricavate nello spessore dei quattro pilastri che sorreggono la cupola. Nelle ore di maggiore affluenza, l'accesso avviene dall'esterno, lungo il fianco destro della basilica.

Il papa Pio XII, appena eletto (1939), promosse la ricerca archeologica con i nuovi scavi, che nell'arco di dieci anni, dapprima, riportarono alla luce il pavimento dell'antica basilica costantiniana e, successivamente, i resti di una necropoli romana, che occupava il pendio del colle Vaticano, e che fu interrata (come solo l’imperatore poteva ordinare) dai costruttori della prima basilica. La presenza di questo spazio cimiteriale confermerebbe così la convinzione che il luogo di sepoltura di San Pietro si trovasse proprio nel luogo in cui gli fu eretto dapprima un sepolcro e poi la basilica.

A seguito della campagna di scavi, nel 1953 furono rinvenute alcune ossa avvolte in un prezioso panno di porpora; esse provenivano con attendibilità da un loculo della stessa necropoli in cui si riconosceva una scritta incompleta in greco con il nome di Pietro. Questo ritrovamento dette al papa Paolo VI la convinzione che doveva trattarsi con ogni probabilità dei resti del corpo di san Pietro; i resti furono quindi ricollocati nella posizione sotterranea originaria, la quale corrisponde esattamente alla verticale dei tre successivi altari papali, del baldacchino bronzeo che li sovrasta, e della cupola che tutti li avvolge.

Nello spazio compreso tra le volte delle navate minori e il tetto si aprono una serie di vasti locali. Quelli situati sulla verticale del nucleo cinquecentesco sono a pianta ottagonale e gravitano al di sopra degli archi che separano l'ambulacro dalla navata principale. Sono denominati: ottagono di Sant'Andrea, di Simon Mago (oggi altare del Sacro Cuore), dello Storpio, della Navicella, di San Basilio, di San Girolamo, di San Sebastiano e della Trasfigurazione. Furono realizzati sotto la direzione di Antonio da Sangallo il Giovane, ma un disegno conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze lascia supporre la presenza sul cantiere dell'architetto Guidetto Guidetti. Nell'ottagono di Simon Mago, che si apre a margine della cupola della Madonna della Colonna, sul lato sud-ovest della basilica, è ospitato l'archivio storico della Fabbrica di San Pietro. Le altre sale conservano numerosi modelli dei progetti allestiti per la basilica: si ricordano il celebre modello ligneo per il completamento del tempio vaticano costruito dal Sangallo in scala 1:30, quello della cupola di Michelangelo, quello della sagrestia progettata da Filippo Juvarra e quello in scala 1:10 dell'imponente organo, mai realizzato, ideato da Aristide Cavaillé-Coll.

Lungo il corpo longitudinale della basilica si trovano invece alcuni ambienti a pianta rettangolare. Quelli posti lungo il lato meridionale sono denominati uno "Stanza degli Architetti" e l'altro "Stanza dei Vetri"; occupano un volume di oltre mille metri cubi e la loro altezza originaria variava rispettivamente da 11,50 a 15,50 metri. Erano utilizzati come ambiente di lavoro dal Vanvitelli e i suoi collaboratori, chiamati a decidere sul restauro della cupola di Michelangelo. Le due sale furono restaurate alla fine degli anni ottanta del Novecento, con la realizzazione di solai intermedi in ferro; questo permise di aumentare lo spazio a disposizione (da 135 a oltre 400 metri quadri), al fine di soddisfare le crescenti necessità della Fabbrica di San Pietro.

L'organo maggiore della basilica, che trova posto tra il baldacchino e la cattedra di San Pietro, è stato costruito da Tamburini nel 1962. I corpi d'organo sono due, situati nei transetti di coro della basilica rispettivamente in Cornu Epistulae e in Cornu Evangelii, e corrispondono ai due organi costruiti all'inizio del XX secolo dagli organari Carlo Vegezzi Bossi e Walcker. Il primo corpo d'organo comprende i registri della seconda e terza tastiera, il secondo quelli della prima e della quarta. I registri di pedale sono ripartiti nei due corpi come da necessità foniche. La consolle è posta accanto al corpo d'organo di sinistra all'interno degli stalli destinati alle cantorie. Un'altra consolle, utilizzata per le celebrazioni che si svolgono in piazza San Pietro, è stata costruita nel 1999 dall'organaro Mascioni. La trasmissione è elettrica.

La disposizione fonica rivela che si tratta di un normale, e neppur tanto grande, organo sinfonico tipico dell'epoca in cui è stato concepito.

Nella basilica, oltre a questo strumento, ce ne sono altri tre:

l'organo Morettini della cappella del Coro (1887), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Tamburini della cappella del Coro (1974), a due tastiere e pedaliera;
l'organo Morettini della cappella del Santissimo Sacramento (1914), a unica tastiera e pedaliera, con cassa riccamente intagliata di Giacomo della Porta.

La Basilica possiede un concerto di sei campane fuse in epoche e fonditori differenti incastellate con sistema a slancio veloce su un castello ligneo risalente alla fine del XVIII secolo.

Dal conclave del 2005 le campane di San Pietro hanno un importante ruolo: il loro suono è il segnale definitivo dell'esito positivo del conclave. Questo provvedimento è stato attuato per fugare ogni dubbio sul colore della fumata che precede l'Habemus Papam.

Originariamente la sagrestia era situata presso la Rotonda di Sant'Andrea (o chiesa di Santa Maria della Febbre), un edificio a pianta centrale posto sul lato sud della basilica; esso era sorto come mausoleo funebre d'epoca imperiale e sopravvisse fino alla seconda metà del XVIII secolo.

Dopo vari tentativi non concretizzati, il concorso per la costruzione della nuova sagrestia fu indetto intorno al 1715 e tra i vari partecipanti primeggiò il progetto di Filippo Juvara, che presentò un modello ligneo oggi conservato presso i depositi della basilica. Tuttavia, i costi elevati dell'opera ne impedirono la realizzazione.

Solo nel 1776, papa Pio VI commissionò a Carlo Marchionni l'attuale edificio, i cui lavori furono conclusi nel 1784. La Sagrestia disegnata da Marchionni si inserisce tra le principali architetture romane di fine Settecento, ma non risulta particolarmente innovativa, tentando di armonizzarsi con lo stile della basilica. All'epoca della costruzione essa fu criticata persino dallo studioso Francesco Milizia (1725 - 1798), che per questo motivo fu costretto ad abbandonare la città.

Si tratta di un edificio esterno alla basilica, posto sulla sinistra della medesima; due corridoi sostenuti da arcate a sesto ribassato, la collegano alla navata di San Pietro, in corrispondenza della tomba di Pio VIII e della Cappella del Coro. All'interno di questo articolato volume, che in pianta e in alzato si presenta come l'aggregazione di diversi corpi di fabbrica, si apre la sala ottagonale della Sagrestia Comune, coperta da una grande cupola e affiancata dalle sacrestie dei Canonici e dei Beneficiati, dalla Sala del Capitolo e dalle stanze del Tesoro di San Pietro, dove sono conservati numerosi oggetti sacri. Nella sagrestia dei Beneficiati si trovava il Tabernacolo del Sacramento di Donatello e Michelozzo (1432-1433), ora esposto nell'adiacente Museo del Tesoro.

All'insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile e artistica, fu preposto un ente, la Reverenda Fabrica Sancti Petri, del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L'ente è tuttora operante per la gestione del complesso.

È da segnalare che l'immenso cantiere della basilica non passò inosservato alla cultura popolare romana: per far passare i materiali per il cantiere alle dogane senza che essi pagassero il dazio si incideva su ogni singolo collo l'acronimo A.U.FA. (Ad Usum FAbricae: destinato ad essere utilizzato nella fabbrica di San Pietro). Nella tradizione popolare romana nacque subito la forma verbale "auffo" o "auffa", tuttora utilizzata a Roma, per indicare qualcuno che vuole ottenere servigi o beni in modo gratuito. Sempre a Roma, ancora oggi, quando si parla di un lavoro perennemente in cantiere si è soliti paragonarlo alla Fabbrica di San Pietro.

La basilica di San Pietro è la più grande chiesa cattolica. Sul pavimento della navata centrale, muovendo dall'ingresso verso l'abside, si vedono inserite nel marmo delle stelle dorate: esse indicano la lunghezza totale (misurata dall'abside di San Pietro) di parecchie grandi chiese sparse nel mondo.

Il primato solo apparentemente le era stato tolto nel 1989 dalla basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro, nella Costa d'Avorio, edificio ispirato proprio alle forme della basilica romana e propagandisticamente definito la "basilica più grande del mondo": in realtà si tratta solo della "basilica più alta del mondo" (158 m), mentre l'edificio è notevolmente più piccolo di quello di San Pietro.

Le forme della basilica di San Pietro, e in particolare quella della sua cupola, hanno fortemente influenzato l'architettura delle chiese cristiane occidentali. Ad esempio, il modello di San Pietro fu ripreso, già nel corso del Seicento, nella cupola della basilica romana di Sant'Andrea della Valle. Si ritiene che da San Pietro, oltre che dalla cupola di Santa Maria della Salute a Venezia, derivino anche le cupole a calotte separate che trovano nella cattedrale di St. Paul a Londra (1675) e nel Pantheon di Parigi (di Jacques-Germain Soufflot) due dei massimi esempi, e anche se costruita in modo tecnicamente diverso, la cupola di Les Invalides a Parigi (1680-1691). Il revival dell'architettura, che caratterizzò il periodo compreso tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, portarono alla costruzione di un gran numero di chiese ispirate, in maniera più o meno consistente, alla basilica petrina, tra cui la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Chicago (dal 1899), la basilica di San Giosafat a Milwaukee (1901), la chiesa del Cuore Immacolato di Maria a Pittsburgh (1904), la basilica di Oudenbosch (1865-1892), e la Cattedrale di Maria Regina del Mondo di Montreal (1875-1894), che replica molti aspetti di San Pietro su una scala più piccola. La seconda metà del Novecento ha visto adattamenti liberi di San Pietro nella Basilica di Nostra Signora di Lichen, la Basilica di Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro e la Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Napoli.

L'arciprete è il decano fra i presbiteri di una parrocchia, responsabile per la corretta esecuzione dei doveri ecclesiastici e per lo stile di vita dei curati a lui sottoposti.

Nel caso della Basilica Vaticana è il massimo responsabile dell'attività cultuale e pastorale della basilica. La carica dell'arciprete è antichissima ed è riservata ad un cardinale; attualmente mantiene l'incarico, dal 31 ottobre 2006, il cardinale Angelo Comastri.

Dal 1991, abolita la figura del Vescovo Sacrista di Sua Santità, che dalla creazione dello Stato Vaticano nel febbraio del 1929 era anche Vicario Generale dello Stato della Città del Vaticano, i suoi compiti sono stati assegnati all'arciprete della Basilica Vaticana.
L’imponenza della facciata seicentesca di Carlo Maderno rende l’idea delle mastodontiche dimensioni della Basilica di San Pietro, ancora oggi una delle chiese più grandi al mondo.
La primitiva Basilica di San Pietro, un edificio di dimensioni paragonabili all’attuale, fu eretta intorno al 320 dall’imperatore Costantino nel luogo dove, secondo la tradizione, era stato sepolto l’apostolo Pietro.
Nel corso dei secoli e sotto svariati pontificati ebbe inizio quel lungo processo che, in circa duecento anni e con il concorso di moltissimi artisti (Bramante, Michelangelo, Bernini), avrebbe portato al completo rifacimento della primitiva basilica costantiniana.
La cupola ideata da Michelangelo sorprende per dimensioni e armonia, caratteristiche che si apprezzano nell’impegnativa ma gratificante salita che permette di ammirarne da vicino sia l’interno che l’esterno.
Tra i tanti capolavori, assolutamente da non perdere la Pietà di Michelangelo, l’opera che stupisce da secoli per tecnica ed emotività.

Uno splendido colonnato di 284 colonne di ordine dorico e ottantotto pilastri in travertino di Tivoli circonda la Basilica di San Pietro, come volesse accogliere in un simbolico abbraccio i fedeli in visita.

La splendida architettura del colonnato fu commissionata da Papa Alessandro VII Chigi a Bernini, il quale dispose radialmente le quattro file di 284 colonne, di cui aumentò gradualmente il diametro, riuscendo così a mantenere invariate le relazioni proporzionali tra gli spazi e le colonne anche nelle file esterne.

Grazie a questo accorgimento, lo spettatore raggiungendo i dischi di porfido ai lati dell’obelisco vede il colonnato come composto da un’unica fila di colonne.


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giovedì 11 giugno 2015

IL DUOMO DI MANTOVA

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La cattedrale di San Pietro apostolo è di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro.
Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Nicolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.

La facciata della cattedrale è a salienti, con la parte centrale, in cui si aprono i tre portali, scandita da quattro paraste corinzie e sormontata da un frontone triangolare. Lungo il fianco destro, si possono ancora vedere le cuspidi e le guglie di coronamento quattrocentesche; il campanile romanico ospita un concerto di sette campane accordate secondo la scala di Si2 maggiore. La più grande è ottima opera dell'insuperato maestro settecentesco Giuseppe Ruffini. Le restanti furono fuse dalla ditta Cavadini di Verona nella prima metà del XIX secolo.

La forte impronta di Giulio Romano si nota soprattutto all’interno. Nel 1546, alla morte di Giulio, l’edificio è già strutturato nelle sette navate attuali, con quelle più esterne scandite da cappelle e le cinque centrali definite da quattro file di colonne marmoree scanalate e rudentate, con capitello corinzio. La navata principale - molto ispirata alla basilica romana di San Pietro - è in due ordini e si chiude in un ricco soffitto di legno a lacunari e rosoni dall'intaglio squisito, dalle dorature delicate. L'architrave, sovrastante una fuga di ricche colonne scannellate, reca festoni in stucco con putti e medaglie del Briziano di bella fattura. II battistero è un tempietto costruito nella parte inferiore della torre e contiene un'antichissima e grandiosa vasca di marmo lavorata ad arabeschi . Le navate adiacenti hanno copertura a botte, con lacunare a stucco dal complesso disegno geometrico, forse dovuto al successore di Giulio, il Bertani. La fabbrica viene completata da G.B. Bertani per quanto riguarda il transetto, già progettato da Giulio Romano, e probabilmente per la cupola centrale. Il vano absidale, di accentuata profondità, fu costruito alla fine del Cinquecento e decorato con affreschi di Antonio Maria Viani.
La navata trasversale è ornata di affreschi dell'Andreasino e del Ghisi che dipinsero pure il magnifico affresco della cupola. La volta del coro è dipinta da Domenico Feti. Meraviglioso nell'insieme armonico il sacello del SS. Sacramento, ottagonale, ad archi, su pilastri arabescati e colonne di marmo scannellate. La Fede affrescata nel centro della volta è opera di Felice Campi, autore anche delle tele che rappresentano i quattro Dottori della Chiesa. La S. Margherita è bellissimo lavoro del Brusasorci. Notevoli il San Gerolamo del Campi, nella cappellina della corsia laterale.
Nella cappella dell'Incoronata, tempietto prezioso, un’iscrizione del 1052 ricorda Bonifacio di Canossa. Il grande sarcofago in marmo istoriato in fondo alla corsia di destra è il monumento più insigne dell'antichità cristiana rimasto in Mantova, lavoro del V o del VI secolo. Nella sagrestia le casse mortuarie murate nelle pareti racchiudono le spoglie del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta. Sotto la mensa dell'altar maggiore giace il corpo di S. Anselmo vescovo di Lucca, protettore della diocesi di Mantova.

Sulla cantoria del braccio di destra del transetto, si trova l'organo a canne della cattedrale, costruito dalla ditta organaria cremasca Benzi-Franceschini nel 1915 ed in seguito più volte restaurato ed ampliato.




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lunedì 11 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A BAGOLINO

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Chiesa parrocchiale e monumento principale del paese per la sua mole, ma soprattutto perché racchiude le maggiori testimonianze della storia di Bagolino.

Edificata nel ‘600 in soli tre anni dall’architetto G. Battista Lantana (1561-1627), risulta essere terza per grandezza della provincia bresciana, tanto che fu chiamata Cattedrale in Montagna.
Al suo interno vi sono opere di grandi artisti come: Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, Torbido, Pietro Mera lì raccolti per testimoniare la grandezza della Repubblica di Bagolino.

I lavori subirono un rallentamento durante la peste del 1630, così la chiesa, nonostante fosse affrescata da Palma il Giovane in alcune parti della navata e certi altari fossero già collocati, presentava ancora la volta del presbiterio e il catino absidale incompiuti. I lavori proseguirono dopo la peste, usando del materiale che doveva essere trasportato da Condino, e nel 1636 la chiesa fu completamente terminata. Ripresero così a lavorarvi pittori e affrescatori per completare la decorazione. Il "Duomo" di Bagolino sovrasta dall'alto il paese che sembra tutto raccolto ai suoi piedi a semicerchio (le due estremità del cerchio si ingrossano e formano i due quartieri: Visnà dalla parte destra della chiesa e Cevril dalla parte sinistra). La facciata, massiccia, è a capanna adornata da semplici graffiti, interrotta solo da una semplicissima trifora e scandita da un elegante pronao formato da sette archi che danno un suggestivo effetto di pieno nella parte alta e di vuoto nell'inferiore. Probabilmente si risente nel gusto l'influenza di Venezia. Il materiale e la mano d'opera per la costruzione del portico sono stati forniti dalla famiglia Versa. Si legge sul basamento della lesena dell'arco di accesso di sinistra del pronao: MARTI + VERSA - F. SVO - FILIOL? - DA - B. Gli stessi Versa donarono contemporaneamente il portale di sinistra. Il campanile innalzato nel 1681 ne sostituisce uno precedente che sorgeva a fianco dell'entrata di destra e termina con una cupola che appoggia sopra un tamburo ottagonale. Da dipinti anonimi e del Moreschi si vede che la cima terminava con un'alta guglia, distrutta probabilmente dall'incendio del 1779.

L'interno si presenta come un grande vano a botte liscia illuminato da otto finestroni semicircolari corrispondenti alle otto cappelle laterali, quattro per lato, intervallate da doppie lesene che contribuiscono a dare una sensazione di maggiore altezza, ciò che altrimenti mancherebbe in una chiesa a vano-unico con volta a botte. Il presbiterio anch'esso coperto a botte, ma più basso, si conclude con un'abside semicilindrica che all'esterno si presenta poligonale. Si hanno contemporaneamente una sensazione di vasto e monumentale, accentuata anche dalle quadrature architettoniche di Sandrini e Viviani, e una sensazione di raccoglimento e sacro, creata dall'unica navata e dagli alti nicchioni laterali. Sensazioni tipiche di centralità e di maestosità post tridentine e secentesche. Infatti la prepositurale di Bagolino rientra nelle numerose chiese costruite nella provincia bresciana nel '600 che seguono lo schema composito e strutturale delle chiese del tardo '500 cioè a vano unico e volta a botte, diffusosi dopo il Concilio di Trento.
La volta è affrescata, secondo il gusto e le strutture tipiche del XVII sec., di cui Tommaso Sandrini (1575 - 1630), caposcuola delle quadrature in Brescia, è l'autore. Con straordinaria bravura egli riuscì a creare una perfetta illusione ottica così da raddoppiare l'altezza della navata incorporando gli otto finestroni. Le colonne delle logge appoggiate su mensole sembrano continuare le lesene delle pareti e aumentano così la sensazione verticale della navata. Camillo Rama (1585 - 1630) è l'autore degli affreschi inseriti nelle quadrature. Nella prima è raffigurato il martirio di S. Virgilio vescovo di Trento; nella seconda la gloria della Vergine Maria. Queste due, affollate di personaggi bloccati in atteggiamenti stereotipati, non sono preferibili al terzo medaglione, sempre dello stesso autore dove la tragica e semplice scena di S. Giorgio che uccide il drago è, al contrario, dinamica. L'ultima scena: la Sacra Famiglia, fu aggiunta da Gaetano Cresseri durante i restauri del 1898. Sempre il rama, alunno di Palma il Giovane, continuò l'opera affrescando i restanti nicchioni e le scene dell'esodo situate tra le doppie lesene. Nel primo nicchione di destra troviamo l'altare di legno più sobrio di tutta la chiesa, formato da tre piani; la mensa vera e propria, un'alzata che incorpora due quadri di piccole dimensioni (S. Angela Merici e la beata Versa Da Lumi) e un altro basamento sul quale poggiano due colonne tortili che sostengono una trabeazione adornata da tre angioletti; la soasa, come la tela, doveva essere senz'altro già nella chiesa precedente, la tela, S. Agostino e S. Monica con la Vergine e il Bambino, è sempre stata attribuita a Pietro Ricchi, detto il Lucchese, però da un serio confronto con le opere di questo autore presenti a Bagolino e nella provincia, l'attribuzione risulta insostenibile. Fappani l'attribuisce a Pietro Marone, al quale rimandano parecchie caratteristiche: il manierismo, tipico nel bresciano a cavallo tra il XVI e XVII sec., e i colori di gusto veneto. Nel secondo nicchione di destra, in un altare ligneo barocco, troviamo inserito un quadro: S. Lorenzo tra S. Giovanni battista e S. Pietro, attribuito a Francesco Torbido. L'altare testimonia in maniera chiara il gusto per secentesco dell'"horror vacui"; infatti non esiste un piano liscio ma tutta la composizione e persino le colonne sono arricchite di motivi floreali (nastri, ghirigori), tanto che a malapena si intravedono i tre angioletti che fingono di sorreggere il quadro e gli altri nove e le tre testine inseriti nell'esuberanza soasa. Deliziose figure negli intrecci sono l'omino con le larghe "braghe" secentesche, a destra, e la donna con la collanina di coralli rossi (tipica tra le nostre contadine) a sinistra, nella parte bassa della soasa. In una scritta posta in alto si leggono l'anno 1662, e il nome del committente. L'attribuzione a Torbido non fu molto facile, anche se già il Vasari ne parlava: "... e fece (Torbido) una tavola che fu portata a Bagolino, terra delle montagne di Brescia". In seguito, forse per un errore di trascrizione, e confondendolo con il soprannome del pittore, il Da Pozzo lo assegnò a Battista del Moro, genero e allievo del Torbido soprannominato, appunto, il Moro. Ma il volto di S. Pietro assorto nella lettura è tra gli esempi più felici della ritrattistica del Torbido, una specialità nella quale era particolarmente aprezzato. Questo dipinto, caldo e luminoso nel colore, è databile tra il 1525 e il 1530; non è ancora rotto infatti dalle cadenze manieristiche di Giulio Romano, che influenzò più tardi il pittore. Il Torbido fu eclettico, aperto alle più varie suggestioni; in questo quadro si riscontra l'influsso del latti negli angeli e del Giorgione nella calma tranquillità dei personaggi, sottolineata dai colori tipici della scuola veneta, ma qui il gusto, il canone delle figure è un pò rozzo, più provinciale. Ai lati dell'altare, sulle pareti del nicchione, spiccano le figure affrescate di S. Geronimo e S. Ilarione e le allegorie della Carità, Fede e Speranza, sicuramente attribuibili a Palma il Giovane che lavorò pure agli affreschi del nicchione di sinistra (S. Anna e S. Gioacchino, le storie di Giuditta e Oloferne). Purtroppo l'artista non potè completare la sua opera dato che morì un anno dopo il termine della costruzione della chiesa e venne sostituito da Camillo Rama. Le belle figure dei Santi, proporzionate e illuminate dalla tipica luce di Palma il Giovane, non possono minimamente essere accostate alle goffe e bloccate figure affrescate nei restanti nicchioni.
Tra il secondo e terzo nicchione si trova un pulpito con bassorilievo raffigurante Cristo che predica alla folla, opera di un anonimo intagliatore del '600. L'opera anche se criticabile per la sproporzione delle figure, il groviglio dei personaggi, le loro teste grosse, ricorda l'ingenua freschezza dell'opera dei Naifs. La tradizione vuole che il viso del Cristo sia il ritratto del padre Borra che predicò nella Quaresima del 1624.
Nel 3° nicchione vediamo una soasa barocca: in alto campeggiano quattro angioletti che terminano la soasa formata da due robuste e ricche colonne. La tela centrale, trasportata dalla chiesa di S. Lorenzo nel 1804 e adattata all'altare (perdendo la sua forma centinata con l'aggiunta di due strisce ai lati) rappresenta la Sacra Famiglia con S. Rocco, S. Aniano, S. Marco e S. Sebastiano. L'autore è Pietro Rosa, allievo del Tiziano ma per il suo eclettismo questo quadro fu per parecchio tempo attribuito a diversi pittori. Nel dipinto si vede S. Marco che chiama dal dischetto di calzolaio S. Aniano; da notare la semplice ma efficace natura morta del dischetto, raffigurato con tutti gli attrezzi che mostra una tipica impronta di pittura bresciana. Affiancano la scena S. Sebastiano a destra e S. Rocco a sinistra. In alto la Sacra Famiglia è di impronta tizianesca. Nella base delle due colonne due quadretti: a sinistra S. Gaetano, a destra la B. Orsola che non hanno un grande valore artistico e probabilmente sono opera di Bernardino Boni, pittore bresciano del '700.
L'altare di stucco e marmo del 4° nicchione è semplice, arricchito nella parte superiore da due angioletti che indicano la lapide posta al centro del timpano. Vi campeggia la tela che raffigura Cristo risorto tra Santi, opera di Giacomo Barbello (sul cartiglio che esce dal libro in basso a sinistra si legge: "G. JACOBUS BARBELLUS CREMENSIS PINGEBAT 1643"). La luce è particolarissima e si differenzia da quella che abbiamo visto nelle altre tele: qui è protagonista; cadendo dall'alto forma i panneggi e le figure e mette in risalto i colori tenui ma efficaci dei manti. Questi dimostra la provenienza dell'artista dalla scuola bolognese.
L'organo, posto in cantoria "in cornu epistolae", è opera dei fratelli Serassi, la più importante famiglia di organi lombardi operanti nel XVIII e XIX sec. e sostituì quello degli Antegnati (fine '500) che fu gravemente rovinato dall'ncendio del 1779.
Le quadrature della volta dell'abside e del presbiterio furono eseguite da Ottavio Viviani, dopo la morte dei precedenti artisti a causa della peste del 1630. L'incoronazione di Maria Vergine è del Lucchese ed è ben inserita nelle quadrature barocche. Anche questi affreschi furono danneggiati dall'incendio dell'organo e, nel restauro del 1890 hanno perso in gravità e solennità.
L'altare maggiore, opera dell'abate Gaspare Turbini, è maestoso ed elegante grazie al verde antico del marmo sottolineato da quello bianco e impreziosito dai bronzi dorati (1794 - 99). La pala fu, come si legge in basso, donata nel 1703 dal rev. Andrea buccio al pittore Andrea Celesti; rappresenta in alto la SS: Trinità e sotto S. Giorgio che uccide il drago. Interessante il confronto fra questa scena e quella affrescata da C. Rama nella volta. Nell'affresco secentesco vi è movimento, i colori sono cupi ed oltre i personaggi essenziali vi è solo un tocco macabro negli scheletri sparsi sul terreno. Nel quadro del Celesti i personaggi sono più numerosi: in alto la SS. Trinità, in basso S. Giorgio che non si cura più del drago, già ferito, la tipica dama del '700 non è molto turbata dalla presenza del mostro e un putto regge lo scudo. Sullo sfondo un arioso e bel paesaggio, crea un'aria quasi irreale e gioiosa.
Non sempre esposto è un paliotto con 8 Santi, la Vergine con S. Rocco e S. Antonio tra motivi floreali. L'opera è formata da rettangoli di cuoio cuciti assieme. L'autore è probabilmente del posto, visto il materiale grezzo usato e l'ingenuità della composizione, però si tratta di una valida testimonianza di arte popolare.
Nel 4° nicchione di sinistra perfettamente inserita in un altare di stucco e marmo, c'è una crocifissione lignea. Al centro, su un cielo cupo, spicca una croce con la bella e proporzionata figura del Cristo. Il Crocifisso composto e curato nei particolari contrasta con le altre statue che stanno ai piedi della croce; qui i visi sono gonfi, deformi, bloccati in una smorfia di dolore, forse per sottolineare la differenza tra la pace del Cristo e la perturbabilità e la passione degli uomini. Tale differenza è probabilmente casuale dato che gli autori sono diversi: infatti le figure tozze, le mani grosse, i capelli molto più mossi dei tre fedeli, ricordano le figure trentine, non si avvicinano alla perfezione del corpo del Cristo, modellato con gusto e armonia rinascimentali.
Nella cimasa troviamo un quadretto del Lucchese raffigurante S. Michele che libera le anime del Purgatorio.
Il 3° nicchione di sinistra racchiude più opere: vi è collocata la Madonna di S. Luca, l'altare è detto anche del S. Rosario perché la pala è circondata dai 15 misteri. Le pareti affrescate da Palma il Giovae. La soasa è il capolavoro di Giacomo Faustini, intagliatore della bassa bresciana e non può reggere il confronto con i Boscaì, più validi e famosi suoi contemporanei. Due eleganti statue che reggono senza sforzo una ricca e elaborata cimasa, sono appoggiate su alti plinti, affiancati da due angeli; il tutto è sostenuto da altre cariatidi in posa sforzata oppure inginocchiate, accostate da due figurette danzanti in bassorilievo, rivolte verso l'immagine della Madonna di S. Luca. Al centro c'è la tela del Gandino, inserita in quadretti dipinti sulla stessa tela, ognun con la sua cornice, raffiguranti i misteri del rosario. Nella parte bassa un affollamento di personaggi nella processione che si snoda tra le due figure di S. Domenico e S. Caterina. La leggenda racconta che il quadro della Madona di S. Luca fu preso nel castello dei conti di Lodrone, distrutto durante una ribellione dei bagossi, ma il quadro continuava a tornare al suo posto primitivo e solo dopo una solenne processione rimase nella chiesa di S. Giorgio. La tavola è opera di uno dei "madonnari" che stabilitisi, a Venezia, tramandarono per parecchi secoli questo tipo di pittura (dal XIV al XIX sec.). G. Panazza colloca questo quadro tra la fine del XV sec. e l'inizio del XVI, definendo l'opera "uno dei più raffinati esemplari prodotti in questo campo". La tavola originale comunque viene scoperta ogni cinque anni con solenni cerimomie e quella che si vede è solo una copia.
Nel secondo nicchione di sinistra, trasportato nel 1804 da S. Rocco e inserito in una semplice soasa secentesca, troviamo una tela, attribuita al Tintoretto, che rappresenta in alto la SS. Trinità, al centro S. Basilio attorniato da S. Sebastiano, S. Bernardo, S. Marco e S. Rocco, tutti illuminati dalla luce emanata dalla SS. Trinità. Il quadro è discusso: dallo Zenucchini è attribuito al Tintoretto (gli fu commissionato nel 1585 dai massari di S. Rocco di Bagolino);, la Zanetti invece lo fa iniziare dal Tintoretto e concludere da Marco Pellegrino, suo migliore allievo; il Panazza nomina solo Marco Pellegrino. Probabilmente il quadro è nato sotto la direzione del maestro e suoi dovrebbero essere i bozzetti prepartori.
Nel 1° nicchione di sinistra, sempre in una soasa secentesca, troviamo una tela di Camillo Rama. Le tre figure, S. Carlo, S. Domenico e S. Lorenzo, vivono in forma propria su uno sfondo unicolore che sottolinea maggiormente la loro solitudine.
Nella parete di fondo, sopra la porta principale, c'è un enorme quadro (60mq), di Pietro Marone, che originariamente si trivava nel refettorio dei canonici regolari della parrocchia di S. Giovanni a Brescia, e venne portata qui nel 1804 (il monastero era stato soppresso nel 1784). In questa tela è chiarissima l'influenza del Veronese; a lui rimandano la scena del convito inserita in un ambiente architettonico, la concezione gioiosa, il colore limpido, l'accostamento delle tinte semplici e naturali.

Nella chiesa di San Giorgio di Bagolino viene custodita un'antica immagine della Madonna, ritenuta taumaturgica, che la tradizione vuole dipinta dall'evangelista San Luca.
La leggenda narra che il quadro fu trasportato in Italia nel 1093 dai Conti di Lodrone (Signori di Bagolino) reduci dalle crociate.

Essi collocarono l'effigie nel loro Castello e nel 1444, quando l'edificio fu distrutto da una sommossa popolare, l'icona, rinvenuta dai Bagossi, venne portata nella Parrocchiale. Di lì, poco dopo, per ben due volte il quadro misteriosamente sparì e fu sempre ritrovato presso le macerie del castello. I Bagossi per tenere al sicuro questa immagine sacra costruirono un'arca dorata, chiusa da cinque serrature (le cui chiavi sono ora affidate al Prevosto e ai rappresentanti delle 4 Diaconie in cui è suddiviso il paese), e la posero sull'altare del Rosario nella chiesa di San Giorgio.

Ogni quinquennio o in occasioni particolari la Madonna di San Luca viene con grande solennità pubblicamente esposta alla venerazione dei fedeli ed è portata in processione per le vie del paese.

La Vergine effigiata nel quadro regge sul braccio il Bambin Gesù che con la mano destra impartisce la benedizione e con la sinistra tiene un cartiglio.

L'immagine sacra è dipinta a tempera con fondo oro su una tavola di legno di cedro incurvata. Gli esperti hanno attribuito quest'opera a un anonimo “madonnaro” del XIV secolo, ma la credenza popolare continua a ritenerla eseguita da San Luca e le assegna un grande valore protettivo per l'intera comunità.

I Bagossi ricordano ancora, ad esempio, la processione pubblica con la Madonna di San Luca che ebbe luogo nel lontano 1623: Bagolino in quell'anno era tormentato dalla siccità. Gli abitanti pregarono la loro protettrice e finalmente piovve. Voti a quest'immagine sacra furono rivolti dagli abitanti del paese in occasione di guerre (1859, 1866, 1915-18, 1940-45), di epidemie che colpirono uomini (colera 1855) e animali (afta 1902), per scongiurare inondazioni (1882, 1890) o invocare il bel tempo (1901).

Nel 1926, in segno di devozione popolare, ottenuto il consenso del Pontefice, alle teste della Madonna e del Bambino furono applicate due preziose corone d'oro, offerte dai fedeli. Anche in quell'occasione i festeggiamenti in onore della Madonna di San Luca durarono più giorni (dal 19 al 21 settembre).




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giovedì 19 marzo 2015

LA BASILICA DI SANTA MARIA ASSUNTA (Gandino)

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La chiesa prepositurale, assurta a ruolo di basilica, dedicata a santa Maria Assunta è posta nel cuore del vecchio centro storico e da sempre ha ricoperto grande importanza per i propri abitanti, come testimoniato dalle numerose elargizione che, fin dall'epoca medievale, le hanno permesso di dotarsi di importanti opere d’arte. Risalente al 1180, subì numerose trasformazioni fino alla fine del XVII secolo, operata dal gandinese Paolo Micheli, rimase poi tale fino ai nostri giorni. Costituita da una sala interna a tre navate, presenta la copertura con una successione di spioventi posti a differenti altezze (detta facciata a saliente), composta in pietra locale con intensità calda che fanno risaltare lesene e cornicioni di tonalità chiara. Sempre sulla facciata si trovano i portali, realizzati dai veneziani Domenico Rossi ed Antonio Cavalleri, nonché statue di figure zoomorfe eseguite in pietra di Rovigno da Paolo Callolo e Paolo Groppelli. Sulla struttura svetta la torre campanaria alta 74 metri con cupola a cipolla, di derivazione mitteleuropea, dotata di una cuspide in rame alta 13 metri, ed eseguita dal bolzanino Francesco Shgraffer e dal trentino Paolo Sterzl. Il campanile possiede inoltre un concerto di 10 campane datate dal 1706 al 1822. All'interno sono custodite numerose opere di indubbio valore.

I primi documenti che ne attestano l'esistenza risalgono all'anno 1180, mentre nel 1223 venne menzionata negli atti che sancirono l'emancipazione comunale del paese, a dimostrazione dell'importanza ricoperta già in quel tempo. Per venire incontro alle mutate esigenze della popolazione in costante crescita, nel 1421 il primitivo edificio lasciò il posto ad una nuova struttura più grande, che già nel 1469 venne ulteriormente ampliata verso sud con l'aggiunta di una seconda navata. Quella struttura, di poco più corta dell'attuale, venne ristrutturata nei primi anni del XVII secolo, come testimoniato dalla lapide che, tuttora presente, fu murata nel lato sud dell'edificio all'inizio dei lavori. Il progetto fu affidato al gandinese Paolo Micheli, che lasciò le pareti nord ed ovest della precedente struttura, aggiungendo una terza navata. Dopo un rallentamento della costruzione, a causa dell'ondata di peste del 1630, che uccise anche il progettista, la chiesa fu inaugurata nel 1640.

La struttura, rimasta sostanzialmente invariata fino ai giorni nostri, presenta una copertura costituita da una successione di spioventi posti a differenti altezze (detta facciata a saliente), composta in pietra locale con intensità calda che fanno risaltare lesene e cornicioni di tonalità chiara. Sempre sulla facciata si trovano i portali, realizzati dai veneziani Domenico Rossi ed Antonio Cavalleri, nonché statue di figure zoomorfe eseguite in pietra di Rovigno da Paolo Callolo e Paolo Groppelli. Sulla struttura svetta la torre campanaria alta 74 metri con cupola a cipolla, di derivazione mitteleuropea, dotata di una cuspide in rame alta 13 metri, ed eseguita dal bolzanino Francesco Shgraffer e dal trentino Paolo Sterzl. Il campanile possiede inoltre un concerto di 10 campane datate dal 1706 al 1822.

L'interno è a tre navate e vi sono custodite numerose opere d'indubbio valore. Tra queste vi sono la barocca cupola ad ombrello dipinta da Giovanni Battista Lambranzi, con Cristo, san Pietro, san Giacomo Maggiore e san Bartolomeo posti ai quattro punti cardinali, ed il presbiterio, con volta a botte affrescato da Ottaviano Viviani. Presso gli altari dei santi patroni e di san Pietro vi è il ciclo pittorico di Giacomo Ceruti (detto il Pitocchetto), mentre presso quelli laterali sono poste le tele di Simone Cantarini (Incoronazione della Vergine), Domenico Carpinoni, Vincenzo Dandini, Bernardo Luca Sanz, Gian Giacomo Barbello e Gian Cristoforo Storer. Sopra le bussole d'ingresso si trovano inoltre le opere di Paolo Zimengoli (Il diluvio universale), Antonio Balestra (Fuga in Egitto), Sante Prunati (Adorazione dei Magi) , mentre presso l'ancona è collocato il dipinto Maria Assunta con i santi Patroni, eseguito dal gandinese Ponziano Loverini.

Numerosi sono gli intarsi che ornano l'edificio, tra i quali spiccano i confessionali di Giovan Battista Caniana e di Andrea Fantoni, del quale si segnalano anche l'abside in marmi policromi e le sculture della Vergine e degli angeli, l'organo di Ignazio Hillepront, la balaustra in bronzo di Francesco Lagostino, le sculture dei Carra, del Marengo e dello Schmeidel.

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