Visualizzazione post con etichetta organo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta organo. Mostra tutti i post

domenica 26 luglio 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE A ARDESIO



Il santuario della Madonna delle Grazie, situato nel centro di Ardesio, risale al XVII secolo.

Il santuario fu edificato nel luogo in cui la tradizione vuole essere avvenuta, il 23 giugno 1607, un'apparizione mariana.

La sera del venerdì 23 giugno si era scatenato sul paese un furioso temporale che lasciava prevedere una tempesta distruttrice d'ogni coltivazione. Di fronte all'imminente pericolo la madre chiamò le due figlie e le mandò nella stanza delle immagini a pregare affinchè venisse scongiurata la bufera. Infatti l'Apparizione avvenne mentre era in pieno ritmo la stagione della raccolta del fieno e l'invito alle bambine era in rispondenza alle necessità di quella famiglia contadina e di tutta la popolazione. Mentre pregavano le bambine videro ai piedi del Crocifisso uno splendore con accanto un trono d'oro dove era seduta la Vergine Maria con in braccio il Figlio. Il fatto rimane isolato e non si ripetè in successive apparizioni della Vergine.
Ella si mostrò una sola volta ai piedi del quadro nella stanza dei Santi, seguirono invece fenomeni inspiegabili per tutto il mese di giugno, luglio e parte di agosto del 1607. La notizia si diffuse in un baleno e fu un accorrere di gente nel luogo privilegiato. Ci si invitava a vicenda dicendo: " E' comparsa la Madonna nella casa dei Salera in Ardesio, andiamo a vedere".
Propagandosi sempre più la fama della prodigiosa apparizione ed accorrendo da varie parti molta gente a visitare quelle immagini, il Parroco di Ardesio, don Giacomo Gaffuri, stimò suo dovere fare relazione alla Curia di Bergamo e per questo scopo mandò due persone di piena fiducia con lettera accompagnatoria al Vicario Generale della diocesi Mons. Giacomo Carrara. Questi diede ordine che si chiudesse la stanza e venisse vietato l'ingresso.
Intanto i fatti prodigiosi si rinnovavano per cui il Parroco sollecitò con lettera Mons. Vicario perché si volesse decidere sul da farsi. Mons. Carrara delegò con lettera del 25 agosto 1607 l'Arciprete di Clusone, don Decio Berlendis, perché si portasse sul luogo per prendere tutte le informazioni ed istruisse un processo giuridico in merito all'avvenimento accaduto. L'Arciprete venne immediatamente ad Ardesio e con il Parroco del paese si recò nella casa di Marco Salera ed esaminò ogni cosa. Nello stesso ambiente costituì il tribunale canonico composto, oltre che dai due Sacerdoti, da un pubblico Notaio Sig. Marco Maria Gaffuri ed altre ragguardevoli persone in funzione di giurati.
Furono interrogati diciannove testimoni che rilasciarono deposizioni giurate sulla autenticità della Apparizione. (Testimonianze conservate nell'archivio del Santuario).
Accertata la verità dei fatti, il Vicario Generale ordinò di coprire con un velo le Sacre Immagini e permise il libero accesso alla stanza.
Nel frattempo, in Ardesio cominciarono a verificarsi guarigioni improvvise e inspiegabili. Di questi fatti furono ascoltati altri diciotto testimoni del paese e cinque di Songavazzo. La lettura di questi atti convinse Mons. Carrara a portarsi in Ardesio per un sopralluogo personale. Giunse in Ardesio l'11 novembre e lì interrogò sia i primi che i secondi testimoni. Constatata la realtà dei fatti, il continuo flusso di pellegrini e l'ardente brama della popolazione, permise che si fabbricasse un Santuario con il titolo di Madonna delle Grazie.

L'apparizione di Ardesio avvenne in un periodo in cui l'eresia protestante, giunta dalla Svizzera e penetrata in Valtellina, zone con le quali molti valligiani avevano rapporti commerciali o professionali, stava tentando di propagarsi anche nelle valli orobiche, in parte facilitata dal governo della Serenissima che all'epoca era in contrasto con il papa e aveva espresso toni di condanna nei confronti dell'editto del cardinale Borromeo contro le dottrine "erronee".



La delibera per la costruzione della chiesa risale al 13 gennaio 1608, mentre la posa della prima pietra è del 24 giugno dello stesso anno. Successiva è invece la costruzione del campanile, iniziato nel 1645.
Il 24 giugno 1608, in solenne processione , con il Parroco don Gaffuri, fu collocata la prima pietra.
Incorporata ad essa, una lastra di piombo recava questa iscrizione latina:
« nel giorno 24 giugno 1608, essendo Papa Paolo V e Doge in Venezia Leonardo Donati , Vescovo di Bergamo Giovanni Battista Milani, la prima pietra di questa Chiesa è posta per mano del Sacerdote Andrea Gaffuri, Parroco ».
I lavori di costruzione procedettero con solerzia. Il Comune mise a disposizione i suoi boschi ed altre somme per pagare la manodopera degli operai. A più riprese si susseguirono delibere consiliari per molteplici concessioni. La motivazione era sempre all'unanimità , così formulata:
« à questo acciò detta Vergine Maria interceda presso Dio per questo Comune ».
La popolazione prestò la sua collaborazione offrendo una giornata a turno per lavorare. La fabbrica fu accelerata in modo tale che il 5 agosto 1608, finita la cappella dell'altare maggiore, vi fu celebrata la prima Messa e quindi con solennità una seconda dall'Arciprete di Clusone. Tale ricorrenza fu la solennità più grande del Santuario fino al 1691, anno in cui con pubblica delibera, si stabilì di festeggiare la data del 23 giugno di ogni anno, anniversario dell'Apparizione, essendo tra l'altro terminati i lavori di costruzione. Il Sommo Pontefice Paolo V con Breve del 27 gennaio 1609 concesse l'indulgenza plenaria a chi visitava il Santuario nel giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine Maria (non era ancora fissata la celebrazione per il 23 giugno) e pregava per la concordia dei principi cristiani, l'estinzione delle eresie e l'esaltazione della Santa madre Chiesa. Con un altro Breve del 29 luglio 1617 lo stesso Pontefice Paolo V ordinò che la Chiesa del miracolo avesse una sua amministrazione autonoma, non venisse mai vincolata a commenda o beneficio ecclesiastico alcuno; l'amministrazione di tutti i beni, di qualunque natura e da qualsiasi parte provenissero, rimanesse sempre in mano agli uomini di quella terra. Solo ne dovevano rendere conto al Vescovo Ordinario ogni anno. (i due brevi sono conservati, in originale , nell’archivio del Santuario). Questi documenti non solo dimostrano il sollecito intervento dell'autorità ecclesiastica, ma sono anche la prova della veridicità storica dei fatti narrati.

Nel 1645 iniziò la costruzione del campanile conclusasi circa vent'anni dopo con la spesa di ventimila scudi. Si adoperò marmo locale fornito dalla cava che ancor oggi è chiamata la «Corna della Madonna». Raggiunge l'altezza di 68 metri con una elegante linea architettonica che lo rende uno dei più ammirati della diocesi.La costruzione della struttura venne affidata all'Arch. Giovmaria Bettera da Gandino che era anche l'autore del disegno approvato all'unanimità.
Si assicura che il Card. Carrara alla vista del campanile, affermasse alla presenza del Vescovo di Bergamo Mons. Paolo Dolfin: « non ho visto cosa più solida né più elegante fuori delle porte di Roma». Le otto campane in-Re Bemolle maggiore classico che salutano i pellegrini furono fuse nella Fonderia Crespi da Crema nel 1780.

L'organo, opera di sommo rilievo, fu eseguito dal Sig. Giovanni Rogantino da Morbegno che con contratto autenticato dal notaio Bernardino Baldi di Clusone, nell'anno 1636 si obbligava a « costruirlo perfettissimo quanto sia possibile, con peltro del più fino ».

Nello stesso anno i tre intagliatori Battista Chinetti da Gandino, Paolo Luino e Andrea Facchinetti di Bergamo approntavano la grandiosa cassa e la Cantoria con pregevoli rilievi.
Fino alla metà del secolo scorso l'organo occupava gran parte della parete laterale sud del Santuario e la sua mole, avanzando nell'interno della navata centrale, impediva la linea architettonica e quindi la visuale armoniosa del tempio. Nel 1862 si pensa di collocarlo sulla facciata di fondo. La sistemazione con il rifacimento di tutta la meccanica, mantenendo le antiche canne, fu affidata ai fratelli Carlo e Francesco Perolini di Bergamo e lo spostamento della cassa al Sig. Giacomo Angelini detto Cristina sotto la direzione dell'architetto Cattò, pure di Bergamo. L'opera fu ultimata per il giugno 1863. Nel frattempo i pittori Maironi procedevano con gli affreschi in genere e il Bergametti ricavava leggeri dipinti nel 1864 e il Dolcini, più tardi nel 1884 rivestiva la volta di vivaci e abbondanti stucchi. Inizialmente il Santuario risultava di solamente 3 arcate; in seguito ne fu aggiunta una quarta nel 1718 e questo permise più tardi lo spostamento, come s'è detto, dell'organo e della cantoria.

Venne conservata la parete di fondo ovest e gli affreschi vennero incorniciati da una grande ancona in legno scolpito, dorato e dipinto, suddivisa in quattro scomparti. In alto sempre in legno scolpito dorato e dipinto, in rilievo cartelle raffiguranti: la Visitazione, lo Sposalizio e la fuga in Egitto. Dette opere sono dei Fantoni. Nella volta campeggia la tela dell'Immacolata tra un coro di Angeli, dipinta da Domenico Carpinoni. Negli angoli e nei vani intermedi ci sono opere affrescate dal pittore Cesare Maironi. Sulle pareti di fianco sono due ovali molto belli con la deposizione della Croce e la reposizione al sepolcro. Le due opere sono attribuite ad Antonio Guadagnini. Ci sono poi due cappelle laterali una dedicata a S. Anna e l’altra a S. Giuseppe con i rispettivi altari abbelliti da quadri del Guadagnini. Le volte abbellite dagli stucchi sono completate da numerosi ovali che glorificano la Madonna.

Ai piedi della stupenda ancona dell'affresco è collocato l'Altare Maggiore. Si presenta in bella armonia di marmi policromi con sculture e intarsi. La mensa è arricchita sulla fronte di un bel paliotto decorato da formella in marmo bianco ad alto rilievo che rappresenta il fatto dell'Apparizione, coronata da due angioletti quasi a tutto tondo. Seduti sui modiglioni ai lati del palio altri due angioletti. I gradini per i candelieri sono due con intarsi di marmi a girali, uccelletti e madreperle coronano ai lati il tabernacolo a tempietto ottagonale riccamente decorato. Tutto il lavoro delle opere descritte è dei Fantoni.

Sull'arco trionfale che chiude il presbiterio è il grande affresco della scena dell'Apparizione eseguito da Cesare Maironi.
Al centro della volta quattro belle grandi tele di autore ignoto. Sui fianchi della volta una bella sequenza di 6 affreschi che commentano le varie invocazioni contenute nella " Salve Regina ". L'autore più probabile è Francesco Bergametti discepolo del Guadagnini. Lungo la navata, sui due lati sono state affrescate dal pittore Cesare Maironi figure dell'antico testamento. Nella volta sono riportate in quattro lunette scene di altre quattro apparizioni, tra le più ricordate, della Vergine Santa: Quella della Madonna del miracolo di Desenzano, quella del Santuario di Tirano in Valtellina, quella della Madonna della fontana in Caravaggio, e quella di Lourdes. Lungo le navate laterali sono raffigurati nelle volte due teorie di Santi. Sono opera di Alberto Maironi , fratello di Cesare. Le due navate sono arricchite da due dipinti ad olio su tela del pittore Antonio Guadagnini raffiguranti una l'adorazione dei Magi e l'altro le Nozze di Cana. Sono grandiosi e molto belli, vengono ritenuti tra le opere migliori di questo pittore. Sul lato della navata laterale è stato posto un affresco del XV secolo donato da un privato di Ardesio al Santuario. Rappresenta il Mistero dell'Annunciazione di Maria Vergine. Tra i quadri e dipinti del Santuario, non va dimenticato L'incoronazione della Vergine con S. Carlo Borromeo in preghiera, un dipinto ad olio, del XVII secolo. La maniera dell'esecuzione è quella di Palma il Giovane.

La volta è sorretta da cornicione con aggetto decorato, appoggiato a sua volta su archi in muratura, sostenuti da colonne in marmo grigio locale in stile composito classico. Le navate laterali sono coperte da serie di volte a botte in muratura, gravati su piattabande, sorrette da colonne e paraste in marmo, in stile composito, incastonate nelle mura esterne. Il presbiterio, diviso dalle navate da un poderoso arco trionfale, sorretto da paraste scanalate in stile composito, rialzato da quattro gradini rispetto alla quota delle navate (non ha il coro), coperto da cupola a tazza sorretta da mensole arcuate. Completano il transetto due edifici coperti da cupola a tazza e lunotto a lanterna.La cripta, sotto il presbiterio è a pianta quadrata, coperta da cupola in muratura a tazza, ampliata dalla parte sotto la Sacrestia, a pianta rettangolare, su due possenti pilastri che ergono una serie di volte a crociera. La facciata est, è una struttura architettonica eseguita in pietra locale e marmo rosso a fronte in stile ionico settecentesco, riproduce la forma interna dell'edificio a tre navate. Le parti laterali sono ornate da due grandi paraste in stile ionico con sovrastante ricco cornicione marmoreo. Nella parte centrale, alla base ha sede l'entrata principale, affiancata da due ampie finestre con abbondanti decorazioni marmoree. In alto vi sono due finestre cieche a forma di edicola. La parte centrale termina con decoroso cornicione marmoreo. La parete sud è ornata da un elegante portichetto, eseguito a ricordo della Consacrazione del Santuario del 1919. E' costituito da una serie di archi a tutto sesto, sorretti da colonne in pietra locale in stile tuscano classico. Tra queste ed il muro della Chiesa si ergono leggere volte a vela in muratura. Il campanile nell'imponenza dei suoi 68 metri di altezza, eseguito in pietra locale a base quadrata fino alla cella campanaria, è completato in forma ottagonale ed arricchito da decorazioni in marmo rosso con capitelli e mascheroni stile barocco e cupola a cipolla.

Il pulpito, proveniente dalla bottega dei Fantoni, I due Angeli con Crocifisso donati dallo Scultore Andrea Fantoni.
Nello scurolo del Santuario è stato allocato il cosiddetto Sepolcro Fantoniano, composto da sette statue a grandezza più che naturale: il Cristo Morto posto sul trono-letto, la Vergine Addolorata seduta ai piedi della Croce, la Maddalena, Giovanni Evangelista, Maria di Cleofa, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Nel Santuario esiste anche una ricca raccolta di quadri/tavolette "ex voto".



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/ardesio.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



domenica 14 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA A BRESCIA



La chiesa ha origini antichissime, presumibilmente risale al IV secolo. Intorno al 1440 venne riedificata una seconda volta, la prima fu agli inizi del XIII secolo.
La facciata presenta un portale in pietra di forme rinascimentali affiancato da due archi, tracce di antiche tombe nobiliari. L'interno è organizzato in tre navate divise da pilastri imponenti.
E' forse la più importante chiesa di Brescia dal punto di vista artistico, infatti al suo interno si possono ammirare delle opere di straordinaria bellezza dei massimi esponenti della pittura bresciana del cinquecento: il Moretto e il Romanino.
L'elegante chiostro - risalente al 1487 - si trova sulla destra della chiesa.

La chiesa, fondata nel IV secolo da san Gaudenzio, vescovo di Brescia, fu ricostruita fra il 1440 e il 1447 e rimaneggiata nel XVII secolo. La facciata, di severa struttura quattrocentesca, ha un portale in pietra con arco sorretto da due colonne del primo Cinquecento, affiancato da archi ogivali, resti delle tombe Maggi e Paitone. L’interno, a croce latina con tre navate, è stato totalmente rimaneggiato nella prima metà del Seicento da Girolamo Quadrio, che incorporò gli antichi pilastri in cotto in altri imponenti in pietra; dell’originaria struttura Quattrocentesca rimangono solamente la cappella del Santissimo Sacramento, quella di Santa Maria, con affreschi di scuola foppesca, e l’abside poligonale.

La chiesa conserva importanti opere d’arte: sul primo altare a destra Assunta di Francesco Paglia, sul terzo Strage degli innocenti di Moretto (1531), nella cappella dopo il quarto altare Madonna col Bambino, tavola ridipinta da Moretto, incorniciata da un ricco rivestimento marmoreo di Alessandro Callegari. Nel presbiterio Crocefisso ligneo di scuola bresciana (1480) con, dietro, numerose opere del Moretto. Sulla destra si apre la sagrestia, ricca di numerose tele.

Accanto alla cappella di Santa Maria, nel transetto sinistro, si apre la cappella del Santissimo Sacramento, che ospita al suo interno un notevole complesso pittorico, formato da dipinti di Romanino e di Moretto con cui i canonici della chiesa stipularono un contratto nel 1521 affidando a ciascuno una delle due pareti. Moretto dipinse a destra: La raccolta della manna, Elia destato da un  angelo, San Luca e San Marco, Ultima cena, e sei Profeti. Romanino dipinse a sinistra: Resurrezione di Lazzaro, San Matteo e San Giovanni evangelista, Cena in casa del fariseo, Profeti. Entrambi i cicli di dipinti sono caratterizzati da un forte senso plastico, da una luminosità particolare, e da un’iconografia antiretorica delle figure, inserite in paesaggi dalle tonalità composte. Nella chiesa sono conservate altre due opere di Romanino: l’opera giovanile Madonna con Bambino e Santi, sopra il quarto altare a sinistra e Sposalizio della Vergine nella parete sinistra del battistero.

La Cappella del Santissimo Sacramento è l'opera pittorica più prestigiosa qui conservata e forse la più importante in Brescia assieme al Polittico Averoldi di Tiziano nella collegiata dei Santi Nazaro e Celso. Sicuramente, comunque, è il più importante ciclo di pittura del Rinascimento bresciano. La cappella del SS. Sacramento, costruita nel 1509, rimase per lo più priva di decorazioni per circa un decennio, fino a che la Confraternita del SS. Sacramento, il 21 marzo 1521, chiamò i due importanti autori Romanino e Moretto per realizzare un ciclo pittorico di qualità unica. il "duello" artistico durò fino alla metà del secolo e il risultato fu la rappresentazione dell'interno senso dell'arte bresciana del periodo. La cappella si compone di tre nicchie, una di fondo e due laterali, sormontate da tre rispettive lunette al di sotto della volta di copertura. I dipinti del Moretto sono quelli sulla parete destra: la Raccolta della Manna, Elia confortato dall'angelo, i due evangelisti Luca e Marco, L'ultima cena nella lunetta e sei Profeti nel sottarco. Le opere del Romanino occupano invece il lato sinistro: la Resurrezione di Lazzaro, la Cena in casa del Fariseo, gli evangelisti Matteo e Giovanni, la Messa di san Gregorio nella lunetta e nuovamente sei Profeti nel sottarco. Le scene del Moretto appartengono all'Antico Testamento, mentre quelle del Romanino sono episodi del Nuovo Testamento. Nell'insieme, le varie opere sono legate fra loro da una scelta comune di fondo di tipo catechetico: si ha la rappresentazione del dialogo fra Dio e gli uomini attraverso i profeti, della testimonianza della sua esistenza grazie agli Evangelisti e di alcuni episodi centrati sul mistero eucaristico. La parete di fondo è occupata dall'altare del SS. Sacramento ospitante la preesistente Deposizione di Bernardo Zenale, anch'essa opera di notevole valore. La cornice in legno è di Stefano Lamberti, mentre la lunetta soprastante ospita un'Incoronazione della Vergine del Moretto.

L'altare della Madonna del Tabarrino di Antonio Callegari fu costruito all'inizio del Seicento da Agostino Avanzo, nacque per ospitare la tela del Moretto riproducente una Madonna che allatta il Bambino, fedele copia della miracolosa immagine conservata nella Cappella di Santa Maria. La tela veniva sovente portata in processione per scongiurare la siccità e si tramanda che, ancor prima del rientro in chiesa, cominciasse a piovere, obbligando così i partecipanti alla processione a indossare il tabarro, un lungo mantello. L'immagine è venerata il 2 febbraio, il giorno della Purificazione di Maria o Candelora. La cappella fu rimodernata nel Settecento da Antonio Calegari che affrescò la volta e realizzò lo scenografico altare decorato da un fondale di angeli e nuvole poggianti su un sontuoso panno di marmo giallo. In alto è posta la colomba del Santo Spirito, mentre sotto il quadro è posto un bassorilievo rappresentante la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. I vari putti e lo stesso bassorilievo sono opera del fratello di Antonio Calegari, Alessandro Calegari. A sinistra, nel lunettone, si ha una Natività di Maria di Francesco Paglia, mentre il lunettone di destra è decorato dalla Presentazione di Gesù al Tempio di Giuseppe Nuvoloni, opera notevole e ricca di luce.

La Cappella di Santa Maria ha avuto diverse denominazioni e utilizzi nel corso dei secoli. Originariamente non nacque certo come tale e si può forse ricollegare alla primitiva basilica paleocristiana fondata da San Gaudenzio nel V secolo, come già accennato. Nel Quattrocento lo spazio era utilizzato dalla Confraternita dei Devoti alla Vergine, che lo fece affrescare con un ciclo di scene tratte dalla vita di Maria. Si trova qui, sulla parete nord, la miracolosa immagine della Madonna copiata dal Moretto sulla sua tela della Madonna del Tabarrino, anche se resta indefinito l'autore dell'affresco originale. L'immagine, fra l'altro, era considerata perduta e fu ritrovata solo nel corso dei restauri degli anni sessanta del Novecento. Le pitture più antiche, due Madonne in Trono e due gruppi di Santi con devoti, sono datate 1486 e sono opera di Paolo Caylina il Vecchio, mentre i riquadri su due ordini con scene della vita di Maria e le due lunette dell'abside sono di Paolo Caylina il Giovane, databili alla prima metà del Cinquecento. Opera di inizio Cinquecento di Floriano Ferramola è invece l'affresco della volta, con i quattro Evangelisti, i loro simboli e i Padri della Chiesa Latina: Gregorio Magno, Sant'Ambrogio, San Girolamo e Sant'Agostino.

Nella chiesa si trova un organo a canne costruito nel 1940 da Armando Maccarinelli ed ampliato nel 1994 da Inzoli-Bonizzi. Esso, a trasmissione elettrica, sostituisce una serie di strumenti, il più antico dei quali risaliva al 1571. Lo strumento attuale, è collocato entro una cassa barocca dipinta a finto marmo situata sulla parete sinistra del presbiterio; la consolle, invece, è situata nel transetto di destra. L'organo ha due tastiere di 61 tasti ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32 pedali.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-chiese-di-brescia.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



IL DUOMO NUOVO DI BRESCIA

.


La nuova Cattedrale dedicata all’Assunta, la cui costruzione occupò circa due secoli, venne realizzata sull’area della chiesa paleocristiana di San Pietro de Dom della quale rimangono pochissime testimonianze. La vecchia cattedrale aveva sviluppo longitudinale, divisa in tre navate da ventotto colonne forse provenienti da edifici romani. Quattro di queste colonne furono riutilizzate, dopo la demolizione della chiesa, due per il portale del Broletto che si affaccia sulla piazza e due per il portale della chiesa di Santa Maria della Carità in via Musei. Più volte rimaneggiata durante i secoli la Cattedrale di San Pietro nel XVI secolo minacciava rovina al punto che nel 1599 Brescia ne decretò la demolizione La posa della prima pietra venne compiuta dal vescovo Marino Giorgi (o Zorzi) il 12 maggio 1604. La nuova Cattedrale mutato il titolo in Santa Maria Assunta, fu costruita - cominciando dal pilore est del lato nord - su progetto del bresciano Giovan Battista Lantana, presto sostituito da quello del barnabita milanese Lorenzo Binago che mutò profondamente il disegno primitivo. I lavori procedettero con una certa alacrità nel primo trentennio del Seicento per poi rallentare dalla metà del secolo. Col Settecento un rinnovato impulso viene dato alla fabbrica dal cardinale Angelo Maria Querini che, insieme ai lavori murari, dotò la chiesa di suppellettili e dipinti di grande pregio fatti eseguire a Roma. In questo periodo, in una girandola di consulenze affidate a nomi celebri come Andrea Pozzo, Giorgio Massari e Filippo Juvarra, il tempio fu portato a compimento (ad eccezione della cupola) seguendo i disegni prima di Giovan Battista e Antonio Marchetti, che si succedettero nel corso del secolo alla direzione dei lavori. Il compimento della cupola nel 1825 segna la conclusione della fabbrica che fu consacrata quasi un secolo dopo, il 4 luglio 1914 dal vescovo Giacinto Gaggia. Durante il secondo conflitto mondiale, il 13 luglio 1944, la copertura in rame e la struttura lignea della cupola, colpiti da uno spezzone incendiario, presero fuoco diventando uno dei simboli più drammatici dei bombardamenti che martoriarono la città. I necessari lavori di restauro furono compiuti nell’immediato dopoguerra.

L’esterno in marmo bianco di Botticino, è scandito da alte paraste corinzie che ripropongono lo stesso ritmo dell’interno. La zona dell’abside è decorata con due nicchie entro le quali sono poste le statue dei Santi Faustino e Giovita patroni di Brescia, scolpite da Antonio e Carlo Carra (1673) che hanno eseguito anche la statua di San Giovanni Battista, posta sopra la porta laterale del fianco nord. L’imponente mole della cupola (la terza per grandezza in Italia dopo quella di San Pietro e di Santa Maria del Fiore) fu realizzata su disegno dell’architetto milanese Luigi Cagnola tra il 1815 e il 1825, riprendendo, semplificata nelle sue forme neoclassiche, l’idea già proposta da Antonio Marchetti. Otto alte finestre con timpano triangolare si aprono nel tamburo, scompartito da colonne binate che, avanzando, fungono da punti di forza per i costoloni della calotta. La lanterna presenta la stessa alternanza di finestre (qui arcuate) e di colonne che concludono il movimento ascensionale della struttura nella doppia croce posta all’apice. La realizzazione della facciata occupò gran parte del XVIII secolo. La parte inferiore fu realizzata su disegno di Giovanni Antonio Biasio, mentre il registro superiore, con il coronamento del timpano si deve ad Antonio Marchetti. Il portale, invece, realizzato su disegno di Giovan Battista Marchetti, accoglie nel timpano ricurvo spezzato, entro un ovato, il Busto del cardinale Angelo Maria Querini, opera di Antonio Calegari (Brescia 1699-1777) autore anche delle figure della Fede e della Carità, poste sul frontone della finestra del registro superiore. Le statue che ornano il timpano raffigurano: al centro il gruppo della Vergine portata in cielo dagli Angeli fiancheggiato a sinistra da San Pietro e a destra da San Paolo, opere modellate da Giovan Battista Carboni (Brescia 1723ca-1790) ma eseguite dal bergamasco Pier Giuseppe Possenti (Bergamo 1750- Milano 1828) nel 1792; le due statue estreme, a sinistra San Giovanni evangelista e a destra San Giacomo apostolo, sono invece opera di un non meglio noto Citerio di Como.

L’interno, a pianta quadrata nella quale è iscritta una croce greca che si prolunga in un braccio nel profondo presbiterio, è aggregato attorno all’ampio volume della cupola. Domina un’impressione di spoglia solennità: alti pilastri scanalati in stile corinzio ritmano tutta la struttura della chiesa e otto colonne binate sostengono la cupola, aggiungendo profonde variazioni chiaroscurali al sottile gioco alternato della pietra di Botticino e dei setti murari intonacati di bianco. Sull’alto cornicione con fregio a girali vegetali si impostano le volte a pieno centro marcate da archi in pietra decorati con motivi a cassettoni e si aprono le grandi finestre che conferiscono grande luminosità all’interno del tempio. I pennacchi della cupola sono decorati con medaglioni ovali entro i quali trovano posto le figure dei quattro evangelisti con i loro simboli: Matteo e Marco sono opera di Giovan Battista Carboni, mentre Luca e Giovanni sono opera di Santo Calegari il giovane (Brescia 1722-1780) e furono realizzati nel corso degli anni Settanta del Settecento. Al di sopra del cornicione si imposta il tamburo scompartito da pilastri corinzi binati e da otto grandi finestre.La calotta, infine, è decorata con cassettoni ottagoni centrati da rosette che, degradando verso l’alto, aumentano il senso di verticalità della struttura.
Nella cattedrale si trovano due organi a canne monumentali: l'organo Mascioni Opus 898 (1968) e l'organo Tonoli-Porro (1855), collocati rispettivamente nella cantoria in cornu Evangeli e in cornu Epistulæ, entrambi entro delle casse in stile neoclassico.

L'organo Tonoli fu costruito nel 1855 ad unico manuale (il secondo fu aggiunto nel 1880) in sostituzione di un organo precedente del 1750; lo strumento fu notevolmente ampliato nel 1906 da Diego Porro ed è stato oggetto di un accurato restauro di Gianluca Chiminelli nel 2005-2006.









FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



sabato 13 giugno 2015

IL DUOMO VECCHIO DI BRESCIA

.


Rappresenta un esempio di straordinaria bellezza di architettura romanica in Italia.
E' noto a tutti, in ragione della sua forma, come "La Rotonda".
Venne incominciato dai maestri comacini alla fine dell' XI secolo sopra le rovine di quella che fu la basilica (invernale) di S. Maria Maggiore del VII sec.
La Rotonda in origine era dotata di due ingressi (nord - sud), ora però non più utilizzati;
l'attuale ingresso principale fu invece creato nel 1571.
L'esterno del Duomo Vecchio presenta un corpo a pianta circolare mentre l'interno è caratterizzato da una cupola emisferica appoggiata su otto grandi archi sostenuti da pilastri e sovrastante l'ampio spazio centrale.
Di fronte alla porta d'ingresso è posizionato il sarcofago (in marmo rosso di Verona) di Berardo Maggi, mentre dal presbiterio - attraverso due scale - si accede alla Cripta di S. Filastrio, che faceva parte dell'antica basilica di cui sono rimasti alcuni resti di mosaici.
Il Duomo Vecchio ospita alcune importanti opere del Moretto, tra cui: l'Assunta, gli evangelisti Luca e Marco, la Cena dell'agnello pasquale, Elia e l'Angelo; due tele del Romanino e una di Franco Maffei (pittore vicentino).
Degno di nota è pure il grandioso organo risalente al 1536 realizzato dall'Antegnati.
Nella Rotonda è custodito il Tesoro delle SS. Croci e la Croce del Campo che un tempo veniva issata sul Carroccio.
La storia del Duomo vecchio ha inizio con la demolizione dell'ormai vecchia e inadeguata Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, un edificio paleocristiano costruito forse nel VII secolo e approssimativamente coevo alla Basilica di San Pietro de Dom, oggi sostituita dal Duomo nuovo. La basilica, di pianta longitudinale, senza transetto, coperta da un semplice tetto di capriate a vista e arricchita nell'VIII secolo dalla "Cripta di San Filastrio", doveva inoltre essere uscita verosimilmente distrutta o molto danneggiata dall'incendio che devastò la città nel 1095. Studi compiuti negli ultimi anni del Novecento hanno concluso che il cantiere della nuova cattedrale dovette essere già avviato, più o meno largamente, prima del grande incendio e che quest'ultimo, pertanto, si limitò a confermare definitivamente la sorte della basilica paleocristiana. Nella prima metà del XII secolo la nuova cattedrale doveva essere compiuta, conservando di Santa Maria Maggiore solamente la cripta sottostante.

Verso la fine del Duecento, Berardo Maggi, vescovo e primo signore di Brescia, opera un ampliamento del presbiterio e fa decorare gli interni, ma non si è certi se l'intervento riguardò le sole volte di copertura del deambulatorio oppure anche le pareti e la cupola centrale. Lavori più imponenti vengono messi in pratica nella stessa zona fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento per mano di Bernardino da Martinengo, che prolunga notevolmente il presbiterio a est (1490), coprendolo con volte a crociera di carattere ancora gotico. Al cantiere partecipa anche Filippo Grassi, futuro direttore del cantiere di palazzo della Loggia. Nella stessa circostanza viene inoltre aggiunto il transetto, completandolo con la cappella delle Sante Croci sul lato sinistro (1495). Il nuovo presbiterio vede la partecipazione di Gasparo Cairano nella realizzazione delle chiavi di volta, mentre Vincenzo Civerchio ne affresca le pareti con le Storie della Vergine, in seguito perdute. All'indomani del tragico sacco di Brescia per opera dell'esercito di Gaston de Foix-Nemours, nel 1512, il Comune di Brescia decide di dedicare maggiori sforzi all'abbellimento della cattedrale: nel 1518 viene installato l'organo di Giovanni da Pinerolo, decorato con ante dipinte da Floriano Ferramola e dal Moretto oggi conservate nella chiesa di Santa Maria in Valvendra a Lovere. Nel 1536 lo strumento è già sostituito da quello ancora presente, opera monumentale di Giangiacomo Antegnati, che viene arricchito da ante realizzate dal Romanino, oggi nel Duomo nuovo.

Dal 1571 ha inizio il riordino degli interni secondo le direttive della Controriforma, affidato all'architetto Giovanni Maria Piantavigna. È stata inoltre appena vinta, il 7 ottobre, la Battaglia di Lepanto dalle forze della Repubblica di Venezia, dominante sulla città: era il giorno dedicato a Santa Giustina di Padova e la costruzione di cappelle a lei dedicate si diffonde velocemente in tutti i territori della Repubblica. Il Piantavigna, per ragioni di simmetria con la già presente cappella delle Sante Croci, posiziona la nuova cappella di Santa Giustina sul lato destro del transetto, che cambierà poi intitolazione come cappella del Santissimo Sacramento. Inoltre, ristruttura la cappella delle Sante Croci e fa ridipingere il transetto da Tommaso Sandrini e Francesco Giugno, la cui opera è giunta fino a noi a tratti. La cappella delle Sante Croci, fra l'altro, subirà un ulteriore e definitivo restauro nei primi anni il Seicento. Infine, sposta l'ingresso originario della cattedrale e lo pone dov'è tuttora.

Gli interni della cattedrale passano indisturbati sia il Settecento, sia l'Ottocento, fino alla fine di quest'ultimo quando, in seguito a preoccupanti problemi statici manifestatisi, il Duomo viene sottoposto a un radicale e generalizzato intervento di restauro e consolidamento delle strutture, diretto da Luigi Arcioni. Il restauro porta all'eliminazione di molte aggiunte e sovrastrutture barocche, ridonando all'imponente mole romanica parte del suo essenziale aspetto originario.

Alla fine del Novecento gli affreschi del transetto vengono ripuliti e restaurati, soprattutto per rimediare ai costanti problemi di umidità che affliggono l'edificio. Nei primi mesi il 2010, inoltre, dopo una serie di piogge abbondanti, il problema ha raggiunto l'apice con l'inondazione della cripta, rimasta sommersa sotto una decina di centimetri d'acqua per alcune settimane. Una certa soluzione sembra essere stata fornita da opere di coibentazione dei muri interrati, messe in pratica durante l'estate del 2010.

Per le sue caratteristiche e per l'altissimo grado di conservazione delle strutture originarie, il Duomo vecchio di Brescia si posiziona fra i più tradizionali e importanti esempi di rotonde romaniche in Italia. L'aspetto attuale è frutto di due ampliamenti: uno della fine del Quattrocento, che aggiunse l'attuale presbiterio e l'abside sul fondo, e uno praticato durante la seconda metà del Cinquecento, che completò il transetto e praticò altri interventi. Di grande importanza è anche la sottostante cripta, risalente al VI secolo ma restaurata nell'VIII secolo.

L'esterno del Duomo vecchio non è pienamente apprezzabile a causa del considerevole innalzamento della Piazza del Duomo. La grande struttura cilindrica di epoca romanica è composta di blocchi regolari di medolo, una pietra biancastra locale, interrotti da monofore con archi a tutto sesto disposte su tre diversi livelli: il primo sulle pareti del deambulatorio, il secondo alla base del cilindro centrale, il terzo, molto fitto, sulla sommità di quest'ultimo, dove le monofore sono sostituite, in direzione nord, sud e est, da oculi circolari. In questa fascia, le monofore presentano anche una tripla strombatura degradante verso l'interno. Il cilindro centrale, inoltre, è decorato da leggere e sottili lesene disposte a intervalli regolari e coronato da un fregio in cotto con archetti, tipico dell'arte decorativa del periodo.

Sul fronte principale, in asse con il presbiterio interno, si trova l'ingresso alla cattedrale, che fu aperto nel 1571 in sostituzione a quello inferiore all'epoca ormai definitivamente interrato, che si può ancora vedere dall'interno. Al di sopra dell'ingresso si alzava il campanile del duomo, ma un malaugurato ingrandimento del portale, effettuato nel Seicento, portò al crollo della torre nel 1708. Il campanile, ad oggi, è ben visibile in solamente due raffigurazioni: un dipinto di Francesco Maffei, conservato all'interno della basilica, e la miniatura in copertina all'Estimo della città di Brescia del 1588, che raffigura il lato est di Piazza del Duomo con il Broletto, la Basilica di San Pietro de Dom e appunto il Duomo vecchio con il campanile. Dalle immagini si evince che si trattasse di una tradizionale torre campanaria romanica, approssimativamente molto simile al campanile della chiesa di San Giorgio, sebbene molto più alta. L'attuale ingresso è decorato da un portale in marmo in moderato gusto barocco, con timpano semicircolare sul portale e cimasa a coronamento del corpo d'ingresso.

Sul lato destro del Duomo si apre un'area dove, attraverso uno sterro, è stato riproposto il livello originario che aveva la piazza al momento della costruzione della cattedrale. In questa zona si può osservare un'arcata decorata da conci di pietra e mattoni alternati: si tratta dell'ingresso destro del nartece originario che fungeva da accesso al Duomo, il quale era, pertanto, privo di ingresso frontale. L'altro ingresso del nartece, posto simmetricamente a quello oggi visibile, rimane attualmente interrato sotto la piazza.

La parte retrostante del duomo, difficile da osservare dall'esterno a causa degli edifici addossati attorno all'edificio, mostra l'evoluzione della fabbrica nel corso dei secoli con i vari ampliamenti praticati, in particolare quelli cinquecenteschi. Dalla Piazza del Duomo, in particolare, è visibile l'intervento del Piantavigna, con il corpo della cappella del Santissimo Sacramento e le due piccole cupole con lanterna, una posta sopra la cappella e una sull'estremità del transetto. Altri particolari del retro del duomo sono visibili dalla retrostante Via Mazzini, sul fondo di una breve rientranza immediatamente di fianco alla parete del Duomo nuovo, dove il profilo murario degli edifici residenziali medievali è assente ed è pertanto possibile vedere molto chiaramente il lato sinistro del transetto, il retro della cappella delle Sante Croci e l'odierno campanile della cattedrale. Quest'ultimo, molto piccolo e quasi incoerente con l'importanza dell'edificio, fu costruito nel Settecento dopo il crollo della torre originaria. L'area non è accessibile al pubblico ma solo visibile dall'esterno, essendo un cortile di servizio alla cattedrale direttamente connesso con la sacrestia interna.

L'aspetto esterno della cattedrale, in più punti, ha un aspetto rabberciato o, comunque, di fattura successiva: è il caso, ad esempio, delle grandi monofore alla base del cilindro centrale, le quali più d'una sono circondate da un "alone" murario visibilmente ricostruito. Si tratta degli interventi di restauro operati alla fine dell'Ottocento da Luigi Arcioni, che si adoperò per ridare alla struttura l'originale aspetto romanico. Gli interventi furono vari e molto diffusi, all'esterno e all'interno: nel caso citato, Arcioni fece ricostruire le originali monofore in sostituzione dei grandi finestroni aperti alla fine del Cinquecento.

L'interno del Duomo vecchio risulta suddiviso in varie zone poste a più livelli. Caratterizzato dalla sobria solennità dell'architettura romanica, deve il suo aspetto attuale ai lavori di restauro ottocenteschi di Luigi Arcioni, che hanno eliminato tutte la stratificazione successiva e riportato alla luce la base originale.

L'attuale ingresso permette ad un unico sguardo di abbracciare la platea inferiore, gli ambulacri e il presbiterio quattrocentesco: questa visuale privilegiata, che non corrisponde a quella originaria, venne aperta nel 1571 da Giovanni Maria Piantavigna, che in quel punto rialzò il pavimento dell'ambulacro sottostante fino al livello del nuovo ingresso, mentre ai due lati del rialzo pose due scalinate che riportano al livello originario.

Ai lati dell'attuale portale si scorgono le due scale che conducevano al campanile crollato nel 1708. Anche queste scalette, con colonne romaniche, sono state riportate alla luce dal restauro ottocentesco.

L'interno del Duomo vecchio si può riassumere nel seguente schema: dall'ingresso rialzato, tramite le scale costruite dal Piantavigna si può scendere, sia da destra sia da sinistra, nell'ambulacro circolare che fa da perimetro esterno alla cattedrale. L'ambulacro è separato dal nucleo centrale, detto "Platea di Santa Maria", da otto imponenti pilastri che, mediante archi a tutto sesto, sostengono la grande cupola superiore. Alla platea si può accedere attraverso scalette in metallo di moderna installazione, poste immediatamente a lato del punto d'arrivo sull'ambulacro delle scale del Piantavigna; procedendo invece sull'ambulacro, si arriva all'intersezione fra questo e il corpo del presbiterio dove, scesa una breve scalinata che conclude sia l'ambulacro destro sia il sinistro, si possono risalire alcuni grandini per raggiungere il presbiterio, oppure scendere nella "Cripta di San Filastrio" attraverso i due cunicoli laterali. Saliti i gradini del presbiterio si arriva nel transetto, prolungato su entrambi i lati, mentre procedendo ancora si salgono nuovamente dei gradini e si arriva nel coro, e da lì all'abside.

La Platea di Santa Maria, nucleo centrale circolare del duomo è posto al livello più basso (non considerando la cripta) e si raggiunge mediante scalette metalliche di moderna installazione; solo da qui si può apprezzare appieno l'imponenza della struttura romanica, con gli otto pilastri di contorno, gli arconi, le dieci monofore che illuminano l'interno e la grande cupola centrale. Nella zona della platea in direzione opposta al presbiterio si nota l'arco dell'ingresso antico, al quale si giungeva attraverso due porte congiunte da un nartece, viste all'esterno. Chiusi i due ingressi, il nartece è stato trasformato in cappella battesimale e vi si trova un fonte in marmo del Quattrocento.

Di particolare interesse nella platea sono i resti della precedente Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, emersi durante gli scavi del 1894. Sul pavimento della platea, utilizzando delle piastrelle nere, è evidenziato il profilo delle fondazioni della basilica, scoperte in quell'occasione: si tratta di muri di modesto spessore e privi di particolari contrafforti, il che, unito al periodo di costruzione della basilica, ha portato a credere che essa fosse di struttura molto semplice, con tetto in capriate a vista e oltretutto a navata unica, poiché non sono state trovate tracce di pilastri interni. Dell'antica basilica, in questa zona, rimangono anche lacerti degli originali mosaici che ricoprivano i pavimenti, posti sotto le due scalette d'accesso in metallo: si tratta di mosaici a motivi geometrici risalenti al V secolo o al VI secolo, periodo di fondazione della basilica.

La cripta del Duomo vecchio, raggiungibile mediante scale ai lati dei gradini che salgono al presbiterio, faceva parte della precedente Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom e, in quanto tale, è il luogo più antico a noi giunto riguardante la cristianità bresciana. La cripta è composta da tre navate da quattro campate ciascuna, separate da due colonnati e coperte da una serie di volte a crociera. Il colonnato, sotto forma di lesene, ricorre anche lungo le pareti, dove sostiene l'imposta delle volte. Le tre navate sono concluse, sul fondo, da tre absidi, mentre nicchie rettangolari e rientranze nei muri movimentano i muri laterali, soprattutto nella zona d'ingresso, dove arrivano le due scale provenienti dal presbiterio.

La cripta risale almeno al VI secolo, cioè quando fu costruita la basilica, ma non ha mantenuto l'originale assetto, rivisto forse nell'VIII secolo. La cripta è denominata "di San Filastrio" poiché, il 9 aprile 838, il vescovo San Ramperto collocò qui le reliquie del santo vescovo bresciano vissuto nel IV secolo, traslandole dalla Basilica di Sant'Andrea, prima cattedrale di Brescia e già distrutta a quel tempo. Non è inverosimile, quindi, che la cripta sia stata restaurata, assumendo il nuovo e attuale aspetto, proprio in quell'importante occasione. Dell'ambiente, pertanto, sono originali del VI secolo solamente i muri perimentrali, mentre le volte a crociera delle campate e, comunque, la posizione delle colonne risalgono almeno all'VIII secolo. Quasi tutte le colonne e i capitelli utilizzati nella cripta sono di epoca romana: è tutto materiale di spoglio, tratto da edifici romani ormai abbandonati o in decadenza. Molti capitelli sono invece bizantini, risalenti all'VIII secolo o al IX secolo, posizionati dunque durante il restauro della cripta, e per la maggior parte sono rozze copie dei più raffinati capitelli di ordine corinzio romani. Sebbene gli elementi utilizzati siano in gran parte di spoglio, si può comunque apprezzare un certo ordine nel loro posizionamento: quasi tutte le colonne sono accoppiate e poste simmetricamente, oppure i capitelli fra loro simmetrici, se non uguali, sono simili o con gli stessi motivi decorativi.

A parte i capitelli e le colonne, l'ambiente appare completamente spoglio: di tutto ciò che un tempo, sicuramente, doveva occupare la cripta, nulla è giunto fino a noi quanto ad altari, sculture, sarcofagi o arredi. Ultimo, degradatissimo lacerto di una qualche decorazione resta nell'abside della navatella centrale: qui, molto sbiadito, è posto un affresco raffigurante forse Cristo in gloria fra angeli e i Santi Filastrio e Apollonio. La figura di quello che dovrebbe essere Gesù è posta al centro e se ne distinguono, molto in alto vicino alla cornice della semicalotta di copertura, i tratti del volto. Ai lati di questa figura, si notano in basso due figure umane riccamente vestite, sormontate da un angelo a sinistra e da quella che appare un'aquila a destra. Sui bordi dell'abside appaiono, più conservati, motivi decorativi quali cornici e un vaso contenente vegetali, mentre la fascia di base, alta poco più di mezzo metro, è decorata con un motivo a panneggi, purtroppo anch'esso molto vago. Gli affreschi, resi in questo stato da secoli di umidità, risalgono all'XI o al XII secolo, probabilmente apposti al momento della costruzione del duomo. Della stessa epoca, ma molto meglio conservati, sono Sant'Apollonio, San Gaudenzio, San Filastro e l'Arcangelo Michele raffigurati nelle vele della volta a crociera dell'ultima campata centrale, proprio davanti all'abside.

Nel Duomo vecchio sono custodite numerosissime opere di vario tipo, collocate in più punti nella cattedrale ma concentrate nella zona del transetto e del presbiterio.

La prima opera custodita nel Duomo vecchio che accoglie chiunque vi entri dall'ingresso principale è il grande sarcofago in marmo rosso di Verona dove è sepolto Berardo Maggi, vescovo e primo signore di Brescia, vissuto nella seconda metà del Duecento e vera pietra miliare nella storia della città. Il 25 marzo 1298, Berardo Maggi impone infatti la pace fra le fazioni che dilaniavano la vita del Comune, i tradizionali guelfi e ghibellini, ponendosi come Signore della città e, essendo già vescovo, unificando il potere civile e temporale sotto una sola figura. Si tratta di un grande parallelepipedo monoblocco di marmo rosso di Verona, quasi privo di decorazioni, chiuso da un coperchio a doppio spiovente invece riccamente decorato. L'opera, di finissima fattura ed elevato pregio artistico, risale ai primi anni del Trecento (Berardo Maggi morì nel 1308).
Lo spiovente anteriore, rivolto verso l'ingresso del duomo, è decorato con il Giuramento di pace e fedeltà al vescovo, la cosiddetta "Pace di Berardo Maggi" con la quale fu sancita la concordia fra le fazioni. La scena raffigura due cortei di persone che escono uno dal Broletto, posto all'estremità destra, e dalla Basilica di San Pietro de Dom a sinistra, dunque dai due edifici simbolo delle fazioni, e si incontrano in un'arcata centrale. Qui, ai lati di un altare, i rappresentanti dei due cortei sono raffigurati nell'atto del giuramento con la mano sopra un libro, verosimilmente la Bibbia, mentre Berardo Maggi, in piedi fra i due, tiene fra le mani una lunga pergamena recante gli accordi fra le fazioni. Curiosamente, il corteo dei ghibellini che proviene da destra è più lungo di quello dei guelfi, uscente da sinistra, e pertanto la scena centrale con il Giuramento risulta essere di poco spostata verso sinistra. Evidentemente, la fazione ghibellina contava molti più membri e difatti era proprio così, essendo Brescia fondamentalmente ghibellina. Il fatto è anche testimoniato dal coronamento della scena sul margine superiore dello spiovente, costituito infatti da una merlatura ghibellina.
Sullo spiovente posteriore, invece, è posto Berardo Maggi raffigurato a grandezza naturale, disteso su un lenzuolo fittamente drappeggiato, vestito con la tunica vescovile e la mitria. Nella mano sinistra tiene il pastorale, mentre la destra è in gesto di benedizione. Sullo sfondo è raffigurato il corteo dei Funerali di Berardo Maggi, mentre sui quattro angoli del lenzuolo dove è disteso il vescovo sono posti i quattro animali dell'Apocalisse di Giovanni, simbolo degli Evangelisti. Ai quattro angoli del coperchio, sul fianco di cubi sporgenti dallo spiovente, sono raffigurati i Santi Pietro e Paolo sul lato della Pace e, sul lato dei Funerali, i Santi Filastrio e Gaudenzio a sinistra e i Santi Faustino e Giovita a destra. I due frontoni laterali del coperchio, di forma trapezoidale, recano da un lato una semplice croce greca e dell'altro l'episodio di San Giorgio che trafigge il Drago. L'unica incisione sul sarcofago sottostante, invece, è posta sul lato dei Funerali ed è l'iscrizione dedicatoria del sepolcro: "BERARDI MADII EPISC AC PRINCIP UR BRI", cioè "A Berardo Maggi Vescovo e Principe della Città di Brescia". Il sarcofago, in origine, era collocato dietro o a fianco dell'altare maggiore: da lì, nel 1571, fu trasferito nella testata sinistra del transetto e trasportato nel luogo attuale solo nel 1896.

A destra dell'ingresso, sotto la rampa di scale che anticamente portava al campanile, è posta una lastra marmorea del Duecento scolpita a bassorilievo, recante la figura e l'effigie di Sant'Apollonio. La figura è posta entro un contesto architettonico di colonne e archi e, molto probabilmente, faceva parte di un'opera maggiore, forse un dittico, essendo la colonna scolpita a sinistra troncata a metà.
Il lato sinistro del deambulatorio ospita, in un'arcata ricavata dentro il muro perimetrale, la cappella dell'Angelo Custode, chiusa da un cancello in ferro con bronzi dorati. L'altare della cappella risale al Seicento, è in marmo botticino e breccia rosata ed è caratterizzato da eleganti forme classiche. L'altare è adornato da una tela ottagonale opera di inizio Seicento di Antonio Gandino, raffigurante l'Angelo Custode che indica a un bimbo la via del Cielo.

Accanto alla cappella, entro una nicchia a metà altezza sul muro, è collocato in monumento funebre al vescovo bolognese Balduino Lambertini, che resse la diocesi di Brescia fra il 1344 e il 1349. Il sepolcro è opera di Bonino da Campione, importante scultore nell'arte gotica di fine Trecento. Il fronte è decorato con un altorilievo raffigurante, al centro, la Vergine Maria con il Bambin Gesù: quest'ultimo sta benedicendo il vescovo Lambertini che, inginocchiato, è presentato da San Lorenzo al cospetto di altri santi, fra i quali Sant'Ambrogio che tiene nella destra un flagello. Ai lati della cassa, in due ricettacoli rettangolari aggettanti, sono invece raffigurati San Pietro e San Paolo a mezzo busto. Sopra il sepolcro è posta una struttura a piramide tronca che culmina con la statua del Christus patiens e simula un baldacchino dalle cortine aperte, dietro le quali è distesa la figura del vescovo in abiti pontificali e mani incrociate.

L'odierno presbiterio della cattedrale è il risultato di ben due ampliamenti: il primo consiste dalla grande volta a crociera affrescata che costituisce oggi il centro del transetto, mentre il secondo consiste nel coro che procede lungo l'asse centrale dell'edificio, concluso dall'abside di fondo. Il primo è opera della ricostruzione operata nella seconda metà del Duecento per volontà di Berardo Maggi, mentre il secondo fa parte del più esteso ampliamento di fine Quattrocento. Sul pavimento, invece, proprio come nella Platea di Santa Maria, sono visibili i resti delle pavimentazioni a mosaico della Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom. In particolare, proprio in cima ai gradini che salgono al presbiterio, è visibile un mosaico databile al VI secolo che reca la scritta dedicatoria di un diacono di nome Siro il quale, a quanto pare, aveva offerto le decorazioni a mosaico della basilica. La scritta è poi circondata dai Dodici Agnelli, simbolo apostolico. Il mosaico è visibile a un livello più basso dell'odierna pavimento tramite l'utilizzo di un vetro. Nella zona, lungo il transetto, sono visibili altri mosaici dello stesso tipo, visibili allo stesso modo sotto il pavimento, sia appartenuti alla basilica, sia di epoca romana.

La grande volta a crociera che copriva il presbiterio duecentesco, come detto, è ancora completamente affrescata e le pitture, scoperte e restaurate solo nel 1957, si sono ottimamente conservate fino a noi. Nelle quattro vele, entro tondi, sono posti i simboli dei quattro Evangelisti, mentre nelle lunette di imposta sono raffigurati un Arcangelo e l'Albero della Vita. Il resto della volta è fittamente decorato da cornici, rosoni e motivi geometrici, così come i costoloni. Nella chiave di volta è raffigurato l'Agnus Dei. L'immagine della Vergine orante incensata dagli angeli è dipinta sulla lunetta che immette nella platea e, come il Cristo benedicente posto di fronte, presenta caratteri notevolmente bizantini. Frammenti di pitture dello stesso periodo, rappresentanti una Teoria di angeli entro clipei, si scorgono al di sotto della decorazione a racemi quattrocentesca dell'arcone d'ingresso al nuovo presbiterio.

Quest'ultimo, realizzato da Bernardino da Martinengo alla fine del Quattrocento, è composto da una campata quadrata coperta da volta a crociera che costituisce il coro, chiusa sul fondo da un'abside poligonale coperto da una volta a ombrello, il tutto molto sviluppato in altezza e attinente alle direttive dell'architettura gotica, sebbene si fosse già alle soglie del Cinquecento. Le pareti sono illuminate solamente da due alte bifore e le uniche decorazioni presenti sono quelle sui costoloni delle volte, a motivi vegetali. Le due chiavi di volta in marmo policromato sono opera di Gasparo Cairano e raffigurano Sant'Anatalone, primo vescovo di Brescia, e Santa Maria Assunta. Perdute, invece, sono le Storie della Vergine di Vincenzo Civerchio che ornavano le pareti. Al centro del presbiterio si trova il grande altare maggiore in marmo rosso di Verona, costruito forse al tempo di Berardo Maggi, pertanto alla fine del Duecento, ma consacrato solo nel 1342. Al di sopra, come ultimo sfondo di tutta la cattedrale, campeggia l'enorme Assunzione della Vergine, dipinta dal Moretto tra il 1524 e il 1526 e racchiusa entro un'elegante cornice in legno dorato, opera di arte rinascimentale. La tela, dalle raffinate cromie di gusto veneziano, è da considerarsi il vertice della produzione giovanile del pittore.

Sotto la grande pala è posto un busto marmoreo raffigurante Papa Alessandro VIII, che fu cardinale a Brescia dal 1664 al 1674, opera di Orazio Marinali del 1690. Ai lati della pala del Moretto sono poste due tele del Romanino provenienti dalla cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica di San Pietro de Dom, che furono qui trasferite alla demolizione della chiesa. Le tele raffigurano la Caduta della manna nel deserto e l'Acqua che sgorga dalla roccia. La loro sistemazione in questo punto deve considerarsi provvisoria. Gli stalli del coro sono opera di più autori che vi hanno lavorato a varie riprese: iniziati da Antonio da Soresina nel 1524, sono stati da lui curati fino al 1529, dopodiché l'incarico è passato a Giovanni Maria Zampedris da Martinengo il quale, operando su disegno di Stefano Lamberti, li completa nel 1534.

Di grande importanza è lo storico organo conservato sulla parete destra del presbiterio, monumentale opera di Giangiacomo Antegnati del 1536. Nel 1826, l'organo viene rimontato e ampliato dalla ditta Serassi, fortunatamente mantenendo tutto il materiale fonico; l'ultimo restauro risale al 1959 per opera di Armando Maccarinelli. Il disegno di gusto rinascimentale e la realizzazione della cassa si devono al bolognese Battista Piantavigna. L'organo possedeva due ante dipinte dal Romanino con le Storie della Vergine, oggi conservate nel Duomo nuovo. La consolle e di tipo a finestra, con unica tastiera di 61 tasti e pedaliera retta di 22 pedali.

Il transetto fa parte dell'ampliamento cinquecentesco del Duomo vecchio, ma l'aspetto attuale è dato dai numerosi restauri praticati nei secoli successivi. Gli affreschi che lo ricoprono, in particolare, sono opera di Tommaso Sandrini e Francesco Giugno e risalgono agli inizi del Seicento. Sulla testata di fondo di questo lato del transetto si trova un altare di legno dorato dalle esuberati forme barocche, probabilmente realizzato alla fine del Seicento. In questa zona, oltretutto, la forte umidità proveniente dalle pareti ha rovinato molto gli affreschi, mettendo alla luce lacerti del sottostante strato decorativo cinquecentesco, purtroppo altrettanto degradato.

Sulla parete destra, di fronte alla cappella del Santissimo Sacramento, è collocato un grande dipinto eseguito nel 1656 dal vicentino Francesco Maffei, raffigurante la Traslazione dei corpi dei vescovi Dominatore, Paolo e Anastasio. L'evento avvenne nel 1581: San Carlo Borromeo, visitando la chiesa di Santo Stefano in Arce (oggi non più esistente), trovò le reliquie in cattivo stato di conservazione e ne ordinò la traslazione in più degna sede. Il dipinto, con grande sfarzo coloristico, raffigura la solenne processione del clero bresciano, presente anche San Carlo Borromeo in abito pontificale rosso, che accompagna il baldacchino contenente un sarcofago con le reliquie dei santi verso il Duomo vecchio, il tutto sovrastato da gruppi di angeli in gloria. Il dipinto, solitamente, è ricordato per il fatto di raffigurare il crollato campanile della cattedrale, visibile all'estrema destra. Poco più in là, seminascosta da un gruppo di angeli, è collocata anche la Basilica di San Pietro de Dom, della quale sono visibili un fianco e, vagamente, il rosone di facciata. Quella basilica, al tempo della realizzazione del dipinto, era già stata abbattuta da più di cinquant'anni (nel 1601), ancora prima della nascita di Francesco Maffei, avvenuta nel 1605 circa. All'epoca della realizzazione del dipinto, però, il cantiere della nuova cattedrale era ben lungi dall'essere completato e neppure si conosceva l'aspetto che avrebbe avuto il nuovo duomo, su cui ancora si discuteva; di conseguenza, non potendo lasciare il vuoto in quel tratto della piazza, Maffei vi dipinse una sommaria riproduzione di San Pietro de Dom, probabilmente ottenuta attraverso le descrizioni di qualche cittadino che era riuscito a vederla, oppure traendo spunto da altre riproduzioni. Non è un caso, quindi, che il profilo sia così vago, nascosto in gran parte dal gruppo di angeli che vi sta davanti: Francesco Maffei non conosceva nulla della basilica ormai demolita e si limitò a tratteggiarne il rosone e il tetto a doppio spiovente, unici tratti distintivi dell'edificio di cui poteva essere certo.

La costruzione della cappella del Santissimo Sacramento risale al 1572 e, come già detto, era inizialmente dedicata a Santa Giustina di Padova, poiché nel giorno a lei dedicato era stata vinta, pochi mesi prima, la Battaglia di Lepanto. Alla demolizione della Basilica di San Pietro de Dom, che avvenne circa trent'anni dopo, tutte le tele presenti nella cappella del Santissimo Sacramento di quella chiesa furono trasferite qui e il titolo della cappella fu cambiato. Le tele erano state commissionate verso la metà del Cinquecento al Romanino e al Moretto per decorarne le pareti. Attualmente, quelle del Moretto sono ancora presenti nella cappella, mentre le due del Romanino sono provvisoriamente poste nell'abside della cattedrale, ai lati della pala centrale. Un'ultima tela del Moretto, facente parte del medesimo ciclo, si trova sulla testata sinistra del transetto.

La struttura della cappella, a pianta quadrata con una piccola cupola di copertura, è dominata dall'altare maggiore in marmi pregiati e decorato da statue in pietra dei Carra, famiglia di importanti scultori rinascimentali del Cinquecento bresciano. Queste opere, in particolare, così come le balaustre poste all'ingresso della cappella, provengono dalla mano dei fratelli Giovanni e Carlo Carra e sono dei primi del Seicento. Serve da pala d'altare un Cristo flagellato, affresco del tardo Quattrocento attribuito a Paolo Caylina il Vecchio, staccato nel 1603 dal passaggio che, dal Duomo vecchio, portava a San Pietro de Dom. I dipinti alle pareti, opera del Moretto, fanno parte della maturità e attività estrema dell'autore e sono Elia confortato dall'angelo sulla parete sinistra, il Convitto dell'agnello pasquale sulla destra, l'Evangelista Marco e l'Evangelista Luca sulla parete di fondo. Ai lati della cancellata, invece, sono posti gli Evangelisti Matteo e Giovanni, opera della metà del Seicento di Francesco Barbieri da Legnago, detto "lo Sfrisato".

Tutta la zona del transetto sinistro, come detto, è stata aggiunta alla cattedrale alla fine del Quattrocento, ma l'assetto attuale della sua metà sinistra è quello conferito da Giovanni Maria Piantavigna nel 1571. Gli affreschi, invece, esattamente come il transetto destro ma molto meglio conservati, sono opera di Tommaso Sandrini e Francesco Giugno e risalgono agli inizi del Seicento. Sulla parete sinistra, davanti alla cappella delle Sante Croci, è posta la tomba monumentale del cardinale Francesco Morosini, vescovo di Brescia dal 1585 al 1596. Il sepolcro, dalle linee imponenti e di gusto tardo-manieristico, è opera di Antonio Carra e risale ai primi del Seicento. Sulla testata del transetto, invece, è addossata una lastra funeraria risalente all'inizio del Cinquecento di un non meglio noto Battista L., mentre in alto è appesa una tela raffigurante Melchisedech offre pane e vino al patriarca Abramo, opera estrema del Moretto con apporto dell'allievo Luca Mombello, già parte del ciclo di tele realizzato per la cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica di San Pietro de Dom.

La cappella delle Sante Croci, costruita nel 1495 da Bernardino da Martinengo al posto della vecchia sacrestia della cattedrale, deve l'aspetto attuale ai lavori di ristrutturazione effettuati nel 1596: in quell'anno, il decoratore Andrea Colomba opera gli stucchi della cupola. Nel 1605 si decide di completare il lavoro commissionando a vari autori un ciclo di cinque tele da appendere alle pareti, delle quali solo due vengono realizzate. Quella a sinistra è l'Apparizione della Croce a Costantino, dipinta da Grazio Cossali nel 1606, mentre quella a destra raffigura la Donazione di Namo di Baviera, realizzata da Antonio Gandino nello stesso periodo. La balaustra e l'altare in marmi pregiati, decorati con putti in marmo botticino, sono opera dello scultore Carlo Carra. La cappella contiene il tesoro delle Sante Croci, custodito nel cassone in ferro dorato visibile sulla sommità dell'altare. Si tratta di quattro importanti pezzi, fra i quali spicca la Reliquia Insigne, cioè tre frammenti della Vera Croce. Il tesoro è amministrato e salvaguardato dalla storica compagnia dei Custodi delle Sante Croci, fondata ufficialmente nel 1520.

L'ambulacro sinistro della cattedrale, simmetricamente con il destro, ospita incastonato nella parete il monumento funebre di Domenico de Dominici, che resse la diocesi cittadina fra il 1464 e il 1478, anno della sua morte. Si tratta di uno splendido esempio di scultura rinascimentale quattrocentesca a Brescia, in un'epoca in cui l'arte gotica era ancora assolutamente radicata e utilizzata. Caratterizzata da una forte impronta classicista, l'opera è concepita in forme rigorose e sobrie, con due lesene laterali decorate con candelabre. Festoni e clipei arricchiscono il tutto: in questi ultimi, inoltre, sono effigiati busti di personaggi dell'antichità visti di profilo. Le due lesene sostengono un architrave e come coronamento è posto un timpano triangolare: all'interno del profondo vano centrale è quindi posta la cassa, sulla quale è scolpita la figura del vescovo giacente a mani incrociate. Una lunga iscrizione in latino ricorda e celebra la cultura umanistica, la dottrina e l'attività di politico e di diplomatico che portarono il de Dominici fino alla corte ungherese di Mattia Corvino.

Poco più in là si apre la cappella della Madonna, chiusa da una cancellata in ferro simile a quella dell'opposta altare dell'Angelo Custode. L'altare, in legno dorato molto elaborato, è collocabile tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento e ripropone elementi classici come le colonne di ordine corinzio scanalate e il doppio timpano arcuato e spezzato, senza risparmiare inserti e motivi tipici dell'arte barocca. Il centro dell'ancona, di linee rococò e databile quindi al Settecento, racchiude la preziosa tela della Madonna col Bambino o Madonna della tenerezza, opera di Pietro Marone, importante artista bresciano fra il Cinquecento e il Seicento.

In prossimità della scala che riconduce all'ingresso, addossata alla parete ma originariamente pavimentale, è collocata la lastra tombale di Aurelio Duranti, arcidiacono del Capitolo della Cattedrale morto nel 1541. La volta a crociera superiore, oltretutto, è l'unica fra tutte quelle che coprono il deambulatorio ad aver mantenuto il manto pittorico apposto nel Duecento, al pari della grande volta del vecchio presbiterio. In questo caso, però, l'affresco è più rovinato e i toni cromatici sono notevolmente più spenti.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-chiese-di-brescia.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



giovedì 11 giugno 2015

IL DUOMO DI MANTOVA

.


La cattedrale di San Pietro apostolo è di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro.
Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Nicolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.

La facciata della cattedrale è a salienti, con la parte centrale, in cui si aprono i tre portali, scandita da quattro paraste corinzie e sormontata da un frontone triangolare. Lungo il fianco destro, si possono ancora vedere le cuspidi e le guglie di coronamento quattrocentesche; il campanile romanico ospita un concerto di sette campane accordate secondo la scala di Si2 maggiore. La più grande è ottima opera dell'insuperato maestro settecentesco Giuseppe Ruffini. Le restanti furono fuse dalla ditta Cavadini di Verona nella prima metà del XIX secolo.

La forte impronta di Giulio Romano si nota soprattutto all’interno. Nel 1546, alla morte di Giulio, l’edificio è già strutturato nelle sette navate attuali, con quelle più esterne scandite da cappelle e le cinque centrali definite da quattro file di colonne marmoree scanalate e rudentate, con capitello corinzio. La navata principale - molto ispirata alla basilica romana di San Pietro - è in due ordini e si chiude in un ricco soffitto di legno a lacunari e rosoni dall'intaglio squisito, dalle dorature delicate. L'architrave, sovrastante una fuga di ricche colonne scannellate, reca festoni in stucco con putti e medaglie del Briziano di bella fattura. II battistero è un tempietto costruito nella parte inferiore della torre e contiene un'antichissima e grandiosa vasca di marmo lavorata ad arabeschi . Le navate adiacenti hanno copertura a botte, con lacunare a stucco dal complesso disegno geometrico, forse dovuto al successore di Giulio, il Bertani. La fabbrica viene completata da G.B. Bertani per quanto riguarda il transetto, già progettato da Giulio Romano, e probabilmente per la cupola centrale. Il vano absidale, di accentuata profondità, fu costruito alla fine del Cinquecento e decorato con affreschi di Antonio Maria Viani.
La navata trasversale è ornata di affreschi dell'Andreasino e del Ghisi che dipinsero pure il magnifico affresco della cupola. La volta del coro è dipinta da Domenico Feti. Meraviglioso nell'insieme armonico il sacello del SS. Sacramento, ottagonale, ad archi, su pilastri arabescati e colonne di marmo scannellate. La Fede affrescata nel centro della volta è opera di Felice Campi, autore anche delle tele che rappresentano i quattro Dottori della Chiesa. La S. Margherita è bellissimo lavoro del Brusasorci. Notevoli il San Gerolamo del Campi, nella cappellina della corsia laterale.
Nella cappella dell'Incoronata, tempietto prezioso, un’iscrizione del 1052 ricorda Bonifacio di Canossa. Il grande sarcofago in marmo istoriato in fondo alla corsia di destra è il monumento più insigne dell'antichità cristiana rimasto in Mantova, lavoro del V o del VI secolo. Nella sagrestia le casse mortuarie murate nelle pareti racchiudono le spoglie del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferdinando Gonzaga, principe di Molfetta. Sotto la mensa dell'altar maggiore giace il corpo di S. Anselmo vescovo di Lucca, protettore della diocesi di Mantova.

Sulla cantoria del braccio di destra del transetto, si trova l'organo a canne della cattedrale, costruito dalla ditta organaria cremasca Benzi-Franceschini nel 1915 ed in seguito più volte restaurato ed ampliato.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-chiese-di-mantova.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 8 giugno 2015

LA BASILICA DI SAN MARTINO A MAGENTA

.


La basilica di San Martino è la Chiesa principale della città di Magenta.

Nella basilica di San Martino, ha attualmente sede il Decanato di Magenta che a livello di gestione dell'Arcidiocesi di Milano, costituisce uno dei moderni compartimenti territoriali del milanese, che va a sostituire alcune antiche funzioni della vicina Pieve di Corbetta.

I membri del consiglio decanale sono costituiti dai parroci e dai sacerdoti del decanato.

L'idea di costruire un nuovo tempio per Magenta fu avanzata da don Cesare Tragella (prevosto vicario foraneo del paese dal 1885 al 1910) per assolvere a due doveri: la necessità di dare alla cittadinanza, in continua crescita, un nuovo tempio e la commemorazione dei caduti per la gloriosa battaglia del 4 giugno 1859, il cui successo coinvolgeva ancora attivamente i magentini.

Il progetto della chiesa, dedicata a san Martino di Tours e san Gioacchino, fu affidato all'architetto Alfonso Parrocchetti che ne fece un'opera neorinascimentale, impostata su una navata centrale più ampia e due laterali più strette e più basse, con una lunghezza di 87 metri, una lunghezza al transetto di 30 metri e l'altezza del tiburio di 57 metri, dimensioni che la rendono la più ampia della diocesi dopo il duomo di Milano.

La prima pietra venne posata nel 1893 e, superate le difficoltà tecniche ed economiche grazie alla manovalanza gratuita fornita dai parrocchiani, i lavori di costruzione della struttura furono terminati nel 1901, permettendo la celebrazione della prima messa su un altare improvvisato. La monumentale opera venne consacrata il 24 ottobre 1903 dal Cardinale Andrea Ferrari il quale tuttavia vietò il trasporto delle ossa dei caduti della battaglia all'interno della chiesa, facendo così venire a meno uno dei motivi principali che avevano portato all'edificazione della struttura.

Il complesso architettonico fu dotato di una torre campanaria alta 72 metri anch'essa in stile neorinascimentale italiano, opera di Benedetti per la parte artistica e dell'ingegner Monti per la parte strutturale, inaugurata il 15 novembre 1913 dall'arcivescovo di Milano cardinal Andrea Ferrari.

I lavori di costruzione della facciata, progettata dall'architetto Mariani, iniziarono nel 1932 e terminarono solo nel 1959 per le difficoltà economiche derivate dalla mancanza di fondi e dagli eventi bellici. La facciata venne inaugurata il 4 giugno dello stesso anno dall'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI); il 3 marzo 1948 arrivò il riconoscimento ecclesiastico da parte del papa Pio XII con l'elevazione della chiesa a basilica romana minore.

In questa chiesa, nel 1955, si è svolto il matrimonio tra Santa Gianna Beretta Molla e il marito Pietro.

Il 30 settembre 2012, il cardinale Angelo Scola ha celebrato una messa con tutto il decanato di Magenta, in occasione della memoria del 90º anniversario dalla nascita di santa Gianna Beretta Molla (patrona della famiglia).

La facciata della basilica è stata costruita fra il 1932 e il 1959 su progetto dell'architetto Mariani. Con struttura a salienti, è decorata con bassorilievi raffiguranti Scene della vita di san Martino. Al centro, vi è il grande portale centrale, dotato di un protiro ad arco poggiante su quattro colonne in stile corinzio; nella lunetta che le sovrasta trova posto un bassorilievo raffigurante il Battesimo di san Martino, mentre ai lati delle stesse sono collocate nelle rispettive nicchie le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Sopra il portale vi è il rosone circolare scolpito. Questo raffigura la Gloria di san Martino e presenta la figura del santo più grande rispetto alle altre che lo circondano. Sopra le due navate laterali, più basse rispetto a quella centrale e dotate di una trifora e un portale con lunetta ciascuna, vi sono due statue raffiguranti i due vescovi milanesi Sant'Ambrogio (sulla navata di sinistra) e San Carlo Borromeo (sulla navata di destra).

All'incrocio con il transetto, si eleva il tiburio con tamburo illuminato da ampie bifore e sormontato dalla statua del Cristo Redentore realizzata in lamina di rame sbalzato e dorato . Di fianco all'abside si trova la torre campanaria.

L'interno della basilica, a croce latina, è suddiviso in tre navate da due file di colonne corinzie marmoree.

L'altare maggiore, progettato dall'architetto Parrocchetti, è un'importante opera realizzata con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, tra le quali si trova un bassorilievo di metallo raffigurante l'ultima cena ed il ciborio, sormontato da una statua del Cristo risorto.

Negli anni sessanta del XX secolo è stato realizzato il nuovo pavimento in marmi policromi.

L'interno della basilica ha trovato definitivo compimento negli anni novanta del XX secolo con l'ampliamento, fin sotto la cupola, del presbiterio costituito dalla sede presidenziale, dall'ambone e dall' altare basilicale realizzati in marmo bianco e bassorilievi in bronzo.

Nel braccio sinistro del transetto si trova la cappella dedicata alla Madonna del Rosario progettata sempre dal Parrocchetti; l'altare fu realizzato in legno dall'artigiano Galli. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, minori, dedicate a San Francesco ed a San Giuseppe.

Nel braccio destro del transetto è situata la cappella di Santa Crescenzia, opera del Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Miramonti in legno dipinto, come pure l'urna contenente i resti della martire. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, più piccole, dedicate al Sacro Cuore ed al Santo Crocifisso.

Tra i numerosi affreschi che arricchiscono la basilica, si ricordano quelli realizzati all'inizio del XX secoelo da Valtorta e dai suoi discepoli. La cupola viene affrescata invece da Conconi di Como negli anni '60 con profeti maggiori e minori e con i quattro evangelisti.

Sulla cantoria in controfacciata, in una monumentale cassa realizzata dall'artigiano magentino Corneo, si trova l'organo a canne costruito nel 1860 dalla casa organaria Prestinari per la vecchia chiesa e collocato in quella nuova nel 1904; in tale occasione lo strumento venne completamente revisionato e ampliato dal milanese Giovanni Bressani, che vi aggiunse l'Organo Eco. La mostra d'organo è di 35 canne divise in 3 campate e disposte a cuspide in ogni rispettiva campata, la canna maggiore corrisponde al Fa-1 (12') Principale 8' Bassi del Grand'Organo. L'organo, ripristinato con un restauro concluso nel 1991, è a trasmissione meccanica e dispone di due tastiere: la prima, corrispondente all'Organo Eco, di 61 note reali con estensione dal Do1 al Do6; la seconda, corrispondente al Grand'Organo, di 68 note reali con estensione dal Fa-1 al Do6 con la spezzatura fra i registri di basso ed i registri di soprano tra Si2 e Do3. Pedaliera retta di 27 note reali con estensione dal Do1 al Re3. Le manette che comandano i vari registri sono collocate in tre colonne, due alla destra della consolle e una alla sinistra, pedaloni per la Combinazione Libera alla Lombarda al Grand'Organo, per il Tiratutti del Ripieno al Grand'Organo e per il Tiratutti del Ripieno all'Organo Eco. Frontalmente, sopra la pedaliera, si trovano la staffa per l'espressione all' Organo Eco e tre pedaletti rispettivamente per l'unione delle tastiere, l'unione della seconda tastiera al pedale, ed il Rullante.

Nell'abside maggiore, sopra un'apposita cantoria lignea, si trova un secondo organo a canne, utilizzato per l'accompagnamento durante la liturgia. Lo strumento, costruito nel 1903 a trasmissione meccanica da Giovanni Bressani, è stato elettrificato e dotato di una nuova consolle negli anni novanta del XX secolo.

L'antico altare Maggiore, ricco di marmi e di bronzi cesellati e dorati (un'Ultima Cena, alla Leonardo da Vinci; la profezia di Malachia 1, 10-11, con l'abrogazione del culto antico). Sulla parete poi dirimpetto a S. Martino, è affrescato Papa Leone XIII (1878-1903) che in­dica, avendone parlato in diversi suoi scritti, la santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Il nuovo altare Maggiore, usato per le celebrazioni (mentre quello antico è usato per la conservazione dell'Eucaristia), altrettanto ricco di marmi e bronzi cesellati e dorati: riportano le rappresentazioni della morte e resurrezione di Gesù Cristo sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento (agnello pasquale, offerta in sacrificio di Isacco, offerta di pane da parte di Melchisedech). L'angelo che si vede all'ambone dove si proclama la Parola di Dio è invece quello, appunto, che al sepolcro di Cristo, vuoto, ne annuncia la resurrezione.

Partendo dalle porte delle sacrestie, prima a Est, poi a Ovest ci sono i seguenti altari: S. Francesco, S. Maria, S. Giuseppe, Sacro Cuore, S. Crescenzia, Santissimo Crocifisso. Sono gli elementi che più direttamente si ricollegano all'antica chiesa parrocchiale di S. Martino, un tempo collocata in piazza Kennedy. In particolare quello di S. Crescenzia, con le reliquie della compatrona (con S. Martino, patrono principale di Magenta), arrivate da Roma il 7 gennaio 1817. L'Altare di S. Maria, Madre di Dio, Nostra Signora della Vittoria (del bene sul male) e Regina della Pace: contiene una statua della Madonna del 1838 c.a che, col Bambino, non porge il Rosario, ma dei collari con medaglie asburgiche della metà del Settecento con le quali la Madonna è invocata come Regina della Pace. Quello del Crocifisso, che tale e quale si trovava nell'antica S. Martino. Contiene il Crocifisso un tempo collocato sopra l'altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino. Quando agli inizi dell'Ottocento lo fecero, in quella chiesa, di marmo, salvarono il Crocifisso, al quale costruirono un apposito altare (che è quello che vediamo ancora oggi in Basilica). Dell'antico altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino ci sono arrivate anche le statue cinquecentesche, raffiguranti degli angeli, che ora si trovano sull'altare di Santa Crescenzia.

Partendo dal pavimento della facciata, si presentano, magnifici tondi con il ritratto a bassorilievo dei seguenti santi: Luigi Gonzaga, Giovanna d'Arco, Rosa da Lima, Agnese, Filippo Neri, Giuseppe, Caterina da Siena, Vincenzo de' Paoli, Madonnina del Monte Grappa, Teresa del Bambin Gesù, Teresa d'Avila, Fran­cesco d'Assisi, Crescenzia, Sebastiano.
Di fianco alla porta centrale, le due statue con S. Pietro e S. Paolo.
Ai lati delle statue partono due lesene con motivi ornamentali, tra i quali, in quella di sinistra, una volta saliti di fianco alla lunetta col battesimo di S. Martino, lo stemma della famiglia Crivelli, legata a Magenta, che ha dato alla Chiesa Papa Urbano III; in quella di destra lo stemma dei Mazenta, diventato stemma comunale, che ha dato i natali a illustri personaggi ecclesiastici, tra i quali Faustino Mazenta, e non, tutti benemeriti della Città, per esempio nella costruzione della chiesa di S. Biagio prima e nella fondazione dell'istituto delle Madri Canossiane poi.
Due grandi tondi, ai lati esterni del cartiglio con "Basilica Romana Minore": a sinistra, San Giuseppe Cafasso, a destra San Giovanni Bo­sco. Sopra ci sono le statue di Sant'Ambrogio e di San Carlo: sono i due patroni della diocesi di Milano. Infine nei due tondi ai lati del rosone, a sinistra, il Prevosto Luigi Crespi, ideatore della facciata e di buona parte delle pitture interne; a destra, il Prevosto Cesare Tragella, ideatore della chiesa parrocchiale e dell'ornamentazione dell'antico altare Maggiore.


La basilica possiede un concerto di 8 campane in La2 Maggiore, fuso nel 1964 da Paolo Capanni di Castelnovo ne' Monti (RE). Le campane suonano a sistema ambrosiano.

Nel 1858 il campanile della vecchia chiesa di San Martino venne dotato di un concerto di sei campane in Sib2 Maggiore, fuse da Felice Bizzozero di Varese, interamente donato dall'arciduca Massimiliano d’Austria, al quale era dedicata la campana maggiore, del peso di 2420 kg. All’inizio del XX secolo, consacrata la nuova prepositurale di San Martino e San Gioacchino ed abbattuta la vecchia chiesa, si decise per la costruzione di una nuova torre campanaria. Le sei campane del campanile della vecchia chiesa di San Martino vennero trasferite sulla nuova torre campanaria ed il concerto venne esteso da sei ad otto campane, con l’aggiunta di due campane minori. Nel 1943, durante la requisizione bellica della seconda guerra mondiale, vennero asportate le due campane maggiori e la campana minore. Al termine del conflitto venne rifuso l’intero concerto da Carlo Ottolina e figli di Seregno (MB), ed inaugurato 12 ottobre 1947 in occasione dell'attribuzione a Magenta del titolo di città. Il nuovo concerto non soddisfava le aspettative e nel 1964 si decise per una sua nuova rifusione, in tonalità La2 Maggiore.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/i-monumenti-di-magenta.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI