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sabato 25 giugno 2016

LA PROVINCIA DI BRESCIA

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La provincia di Brescia è  seconda per numero di abitanti fra le dodici province lombarde, settima in Italia. È la provincia più estesa della Lombardia, con una superficie di 4.784,36 km² e una densità abitativa di circa 264 abitanti per km², e al suo interno sono compresi 205 comuni.

Confina a nord e a nord-ovest con la provincia di Sondrio, a ovest con la provincia di Bergamo, a sud-ovest con la provincia di Cremona, a sud con la provincia di Mantova, a est con il Veneto (provincia di Verona) e con il Trentino-Alto Adige (provincia di Trento).

La provincia fu istituita nel 1859, quando il Regno di Sardegna definì la propria ripartizione amministrativa tramite il Regio decreto 23 ottobre 1859, n. 3702. La provincia ereditava le funzioni dell'omonimo ente territoriale del regno Lombardo-Veneto e assunse pressappoco l'attuale estensione, compresa parte della Val Camonica, comprendente anche Ostiano, Volongo e alcuni comuni dell'attuale provincia di Mantova posti sulla riva destra del Mincio (Alto Mantovano).

Con il Decreto Rattazzi fu introdotta una nuova organizzazione amministrativa, caratterizzata dalla suddivisione della provincia in cinque circondari, questi ultimi a sua volta divisi in mandamenti. Essi erano:

circondario I di Brescia: mandamenti di Brescia (I - III), Rezzato (IV), Bagnolo Mella (V), Ospitaletto (VI), Gardone (VII), Bovegno (VIII), Iseo (IX), Lonato (X);
circondario II di Chiari: mandamenti di Chiari (I), Adro (II), Orzinuovi (III);
circondario III di Breno: mandamenti di Breno (I), Edolo (II);
circondario IV di Salò: mandamenti di Salò (I), Gargnano (II), Vestone (III), Preseglie (IV);
circondario V di Castiglione: mandamenti di Castiglione (I), Montechiaro (II), Asola (III), Volta (IV), Canneto (V);
circondario VI di Verolanuova: mandamenti di Verolanuova (I), Leno (II).
Nel 1868 il comune di Ostiano fu aggregato alla provincia di Cremona, mentre con la ricostituzione della provincia di Mantova, il Circondario di Castiglione fu scorporato e passarono all'ente mantovano i mandamenti di Castiglione, di Asola e di Canneto, comprensivi di Acquanegra sul Chiese e Asola, che nel Medioevo fecero parte del territorio bresciano (nel caso di Asola, anche nel periodo veneto). Montechiaro e i comuni limitrofi furono aggregati al circondario di Brescia come XI mandamento. Furono aggiunti contestualmente nuovi mandamenti al circondario di Chiari (Rovato come II, facendo scalare Adro e Orzinuovi di un ordinale, rispettivamente a III e IV), Breno (II di Pisogne, con Edolo che diventava III) e Salò (Bagolino come IV, con Preseglie che diventava V).

Nel 1871 anche il comune di Volongo fu aggregato alla provincia cremonese.

Nel 1934 il comune di Turano fu staccato dalla provincia di Trento e aggregato alla provincia bresciana con il nome di Valvestino.

Lo stemma della provincia di Brescia è costituito dall'unione di cinque arme civiche: quella di Brescia al centro, quella del comune di Chiari, di Breno, di Verolanuova e di Salò; esso fu concesso con regio decreto del 10 marzo 1904, la sua blasonatura è la seguente:

« Inquartato: al 1º di Chiari che è troncato, sopra: d'oro all'aquila di nero, col volo abbassato; sotto: di rosso a tre stelle di sei raggi d'argento; al 2º di Breno che è d'azzurro al cervo d'argento, accosciato sopra un ristretto di terra erbosa al naturale con un'aquila al naturale, volante ed afferrante il cervo; al 3º di Verolanuova che è di azzurro alla figura di donna di carnagione, sostenuta da una mezzaluna d'argento, montante, colla destra in alto e la sinistra al fianco, cinta, a due giri, da un breve d'argento, svolazzante in fascia e scritto col motto: nec fide infirma nec amoris vinculo capta; al 4º di Salò che è d'azzurro al leon d'argento tenente un ramoscello d'olivo, di verde e sul tutto di Brescia che è d'argento al leone d'azzurro, linguato e armato di rosso »

Molti sono i popoli che hanno abitato nel territorio di Brescia. Camuni, celti, longobardi e romani hanno lasciato il segno del loro passaggio. Dalle montagne ai laghi, fino alla pianura tutto parla di un passato storico ricco di fascino e di mistero. Tutto da scoprire.

La provincia di Brescia vanta tre laghi principali, Lago di Garda, Lago d'Iseo ed il Lago d'Idro, più altri numerosi laghi minori di montagna, tre valli, Val Camonica, Valtrompia e Valle Sabbia, più altre valli minori, oltre che ad un'ampia zona pianeggiante a sud del territorio cittadino, conosciuta come la Bassa Bresciana, e varie zone collinari che circondano il panorama cittadino e si estendono ad est verso il veronese e ad ovest verso la Franciacorta.

Grazie alla varietà altitudinale e morfologica, nonché della presenza di grandi laghi, la Provincia di Brescia comprende tutti i tipi di biomi dell'Europa: da qualcosa di simile alla macchia mediterranea fino alle nevi perenni dell'Adamello (col più grande ghiacciaio delle Alpi italiane).

Le tre valli principali presenti sul territorio bresciano sono la Val Camonica, percorsa dal fiume Oglio ed inserita nel territorio nord-occidentale della provincia che va dal massiccio dell'Adamello al lago d'Iseo, e costituisce circa il 25% della superficie totale della provincia, la Val Trompia, bacino montano del fiume Mella, compreso tra i comuni di Concesio e Collio, la Valle Sabbia, seconda in termini di grandezza, che comprende i comuni da Serle a Bagolino lungo il corso del fiume Chiese.

Tutte e tre le valli hanno come punto d'unione il Passo di Crocedomini, che prende appunto il nome dalla "croce" formata dall'unione dei tre bacini, e l'arteria stradale che ne permette il collegamento è la ex-Strada statale 345 delle Tre Valli.

Altra zona di confine tra le tre valli è il Maniva poco distante dal passo Crocedomini.

Sono inoltre presenti numerose piccole valli sul territorio provinciale, circa 26, spesso tributarie di una maggiore, come nel caso della nebulosa di valli comprese nel bacino della Valle Camonica e dell'Adamello.

La geomorfologia e la geologia, per via della vastità territoriale della provincia, sono differenti da valle a valle, e spesso è possibile riconoscere all'interno dello stesso bacino caratteristiche differenti delle pareti rocciose. Nella maggior parte dei casi la conformazione del territorio è di origine calcarea.

Il territorio provinciale comprende:

quasi tutta la Val Camonica (il 27% della provincia),
la Val Trompia,
la Val Sabbia, percorsa dal fiume Chiese e comprendente il lago d'Idro (Eridio), tranne la porzione più settentrionale (Valle del Chiese, trentina);
gran parte della sponda occidentale e di quella meridionale del lago di Garda (Benaco); la Val Vestino;
la fascia pedemontana tra i laghi di Garda e d'Iseo e le aree collinari della Franciacorta e di parte dei colli morenici del Garda;
un'area di pianura in gran parte compresa tra l'Oglio e il Chiese denominata Bassa Bresciana.
Laghi[modifica | modifica wikitesto]

All'interno della provincia di Brescia sono presenti 8 laghi, di cui tre maggiori e gli altri di carattere minore.

Il bacino lacustre principale sia in termini dimensionali che di importanza climatica e culturale è sicuramente il Lago di Garda, condiviso con le provincie di Trento e Verona, che con i suoi 370 km² di superficie può ritenersi il maggiore lago italiano. Per via delle sue dimensioni il lago esercita un influsso considerevole sul clima e sull'ambiente circostante, creando in generale una micro-area geografica dal clima più mitigato sia nei periodi estivi che in quelli invernali.

Il lago d'Iseo è il secondo bacino d'acqua dolce presente in terra bresciana, ed è situato a circa 180 m di quota sopra il livello del mare, nel territorio detto "Sebino", compreso tra la Val Camonica (a nord) e la Franciacorta (a sud), che divide le province di Bergamo e di Brescia.

Il lago d'Idro, terzo bacino in ordine di superficie all'interno del territorio provinciale, è situato in piena valle Sabbia al confine tra il bresciano e la provincia autonoma di Trento, e si differenzia dai precedenti bacini lacustri per le modeste dimensioni. Le acque del lago vengono principalmente sfruttate per l'irrigazione delle coltivazioni nei territori contigui, oltre che per la produzione di energia mediante una piccola centrale elettrica situata a valle nella frazione Carpeneda del comune di Vobarno.

Sono circa 45 i corsi d'acqua che attraversano il territorio della provincia bresciana, quasi tutti a carattere torrentizio e quindi di lunghezza molto limitata.

Gli unici corsi d'acqua che si possono definire veri e propri fiumi sono 3, ovvero il fiume Oglio, il fiume Chiese ed il fiume Mella; divisi nelle tre valli principali.

Il fiume Oglio nasce dal Corno dei Tre Signori, località tra le province di Brescia, Trento e Sondrio e scorre attraversando tutta la Val Camonica formando ed alimentando il lago d'Iseo. Sfociando nel bergamasco nei pressi di Sarnico, il fiume prosegue toccando tutti i comuni a ridosso tra le province di Brescia e Bergamo inglobando i principali affluenti, Cherio, Mella e Chiese lungo la bassa Bresciana e cremonese.

Il fiume Chiese nasce nel gruppo dell'Adamello in territorio trentino e percorrendo la valle del Chiese entra in territorio bresciano andando a formare il lago d'Idro. Sfociando nei pressi del comune di Idro percorre tutta la valle Sabbia e parte della bassa Bresciana orientale (fino a Carpenedolo) entrando in territorio mantovano.

Il fiume Mella è il più piccolo tra i tre corsi d'acqua principali bresciani vantando 96 km di lunghezza e una portata d'acqua di circa 11 m³/s). Nasce al passo del Maniva e percorre tutta la Valtrompia, raggiungendo e attraversando tangenzialmente il territorio cittadino di Brescia. Prosegue il proprio corso in alcuni comuni della bassa occidentale prima di sfociare nel fiume Oglio al confine con la provincia di Cremona nel territorio di Ostiano.

I torrenti presenti sul territorio provinciale sono concentrati maggiormente in Val Camonica, spesso come affluenti dell'Oglio, o di altri torrenti maggiori, ma il principale corso d'acqua a carattere torrenziale, con i suoi 42 km di lunghezza, è il Garza, che nasce a Lumezzane in Valtrompia e attraversando il comune di Agnosine crea la cosiddetta Valle del Garza, nei comuni di Caino e Nave, prima di attraversare il territorio cittadino di Brescia e sfociare nel Mella a Capriano del Colle.

Altri torrenti o canali artificiali che percorrono buona parte del territorio provinciale sono:

la Roggia Trenzana, diretta derivazione dell'Oglio;
il Naviglio di Brescia, che nasce a Gavardo dal fiume Chiese e bagna i comuni della bassa Valle Sabbia, di Brescia e della bassa Bresciana orientale, prima di sfociare nell'Oglio all'altezza di Canneto, nel mantovano;
il complesso del Gandovere/Mandolossa che scorre nella valle di Ome e nei pressi del confine fra Castegnato e Gussago si divide in due rami di cui uno sfocia nel Mella, mentre l'altro spaglia a Travagliato.
il Redone, che nasce in località Lavagnone a Desenzano del Garda e, attraversando tutti i comuni del basso Garda, sfocia nel Mincio all'altezza di Monzambano, in provincia di Mantova;
lo Strone che bagna la campagna della bassa bresciana fra San Paolo e Pontevico.

Secondo la classificazione dei climi di Köppen, la provincia gode del clima tipicamente temperato delle medie latitudini (Cfa). È quindi piovoso o generalmente umido per tutte le stagioni, mentre le estati sono molto calde. La varietà orografica e la vastità territoriale comportano la presenza di piccole differenze climatiche a seconda della zona territoriale considerata. Solitamente le macro aree di riferimento sono: la Bassa Bresciana, l'area cittadina di Brescia, la zona del Lago di Garda e le tre valli principali.

Nella zona della Bassa la piovosità è in genere moderata e ben distribuita nel corso dell'anno. Una media dei rilevamenti del trentennio 1971-2000, registrati nella stazione meteorologica di Ghedi, abbastanza indicativa per tutto il territorio a sud del capoluogo lombardo, ha indicato che i giorni in cui la piovosità si è registrata nell'arco di anno siano circa 84, circa il 25%, equamente distribuita nel corso dell'anno, con dei naturali picchi nella stagione primaverile. Stesso ragionamento segue la misura quantitativa delle precipitazioni, che registrano un leggero aumento in autunno toccando il picco di 274,9 mm.

Vero fattore caratterizzante della zona è l'umidità relativa che mediamente si attesta intorno al 75,1% nel corso dell'anno, registrando il valore massimo in inverno con 82,3%, rispetto ad un più modesto, ma comunque elevato 69,3% di umidità nel periodo estivo. L'elevata presenza di umidità nell'aria fa sì che durante i mesi invernali ed autunnali si verifichi frequentemente il fenomeno della nebbia, come del resto di tutta la pianura Padana.

Le temperature sono solitamente in linea con quelle delle zone limitrofe nel mantovano e nel cremonese, e presentano una uniformità tra il periodo autunnale e primaverile, con temperature che si attestano intorno ai 15 °C, mentre si ha una moderata curvatura delle rilevazioni verso l'alto e verso il basso, rispettivamente nei periodi estivi, con punte di 39 °C, ed invernali, dove si sono registrati picchi negativi fino a 20 °C sotto lo zero.

La zona del territorio bresciano che costeggia ad est il lago di Garda gode di un clima fortemente influenzato dal bacino lacustre che, rispetto ai territori circostanti, mitiga gli effetti del clima temperato continentale. Dai dati rilevati dalla stazione meteorologica posta nel comune di Salò, situato nella metà della costa est del lago, si rileva un significativo innalzamento delle temperature medie di tutte le stagioni con inverni non troppo rigidi e delle estati calde. Il numero di giorni di pioggia è leggermente maggiore rispetto al resto del territorio provinciale, così come la quantità media in millimetri delle precipitazioni.

L'area urbana che comprende i territori di Brescia e dell'hinterland sono caratterizzati da temperature solitamente superiori di 1-2 °C in tutte le stagioni, rispetto ad aree rurali o montuose come quelle della bassa Bresciana o della zona nord della provincia. Le precipitazioni sono in linea con quelli della provincia, con 70-80 giorni e circa 850 mm di pioggia in media nell'arco annuale ed equamente distribuito lungo le quattro stagioni, con un leggero calo nel periodo invernale. Anche il fenomeno della nebbia è presente, anche se in misura nettamente minore rispetto ai territori meridionali della provincia.

La provincia di Brescia è ben rappresentata in diversi sport.
Nella pallamano la società Handball Leno e la A.S. Pallamano Cologne, nel calcio la squadra del Brescia milita nel campionato di Serie B. Altre squadre calcistiche sono il Lumezzane e la Feralpi Salò iscritti alla Prima Divisione, il Carpenedolo, militante nella Seconda Divisione. Nella pallavolo la città di Brescia è rappresentata dall'Atlantide Pallavolo Brescia militante in serie A2 maschile (2014 - 2015) mentre nella provincia, la città di Montichiari, è nota per la sua squadra di pallavolo, Promoball Metallerghe Sanitars Montichiari, in serie A1 femminile. Seguitissimo è anche il rugby: la squadra del Rugby Calvisano è stata campione d'Italia dopo essere giunta seconda per ben 4 anni consecutivi, mentre hanno sede nel capoluogo due società, il Rugby Leonessa e il Brescia Rugby, entrambi militanti nella seconda divisione nazionale.

Altro sport cittadino è la pallanuoto grazie alle recenti imprese della Systema Pompea. Anche il basket è presente con Centrale del Latte Basket Brescia Leonessa, squadra rifondata nel 2009, passata in breve dal campionato dilettantesco alla Legadue, con discreto successo di pubblico.

Importanti sono anche la ginnastica artistica femminile, con la squadra del Brixia più volte campione d'Italia negli ultimi anni e i motori, grazie alla Mille Miglia.

Nel 2011, a Lonato del Garda, si è svolta la 13ª edizione di Coppa del Mondo di Scherma Paralimpica organizzata dalla Associazione Villa Dei Colli Lonato Onlus dalla World Cup ASD Onlus. La competizione è riconosciuta da anni quale appuntamento più ambito nel mondo della scherma e vede mediamente la partecipazione di 20 nazioni.

La provincia di Brescia conta molti piatti tipici, tra cui:
lo spiedo bresciano, costituito da uccellini, carne, patate, salvia ed accompagnato con polenta;
il manzo all'olio di Rovato;
la marronata di Gottolengo;
i Casoncelli di Barbariga, Castelcovati e Longhena (preparazioni Deco); i casoncelli sono la pasta ripiena per eccellenza in provincia di Brescia, preparati con salvia, burro fuso e grana grattugiato;
la Travagliatina;
Bossolà bresciano;
la tinca al forno con polenta (soprattutto a Clusane);
il salame cotto di Quinzano.
Altri piatti della gastronomia bresciana, serviti con i molti vini DOC della provincia, sono: la grigliata, la gallina ripiena, l'uovo al tegamino (con molto burro "nero"), la bistecca di cavallo, il panino con salamina, lo spezzatino ai funghi, la cacciagione, la trota, la minestra di riso con le erbe, la pastasciutta al salmì (di lepre o di cinghiale), le ossa di maiale (lessate), l'onnipresente polenta in accompagnamento.

Non si può omettere la produzione e consumo di diversi formaggi, alcuni molto famosi: Bagòss, Nostrano Valtrompia, Silter, Tombea, le formaggelle delle valli, i caprini della Val Camonica, la robiola (tipo di formaggio assai diffuso a Brescia), lo stracchino e, per finire, il gorgonzola e il Grana Padano.

Pur non essendo un piatto, è doveroso segnalare l'aperitivo bresciano per antonomasia: il pirlo.

La provincia è attraversata da ovest a est dall'autostrada A4 che interseca nei pressi del capoluogo l'autostrada A21 proveniente da sud. Per via della geografia locale, le strade si allontanano dal capoluogo verso la periferia (laghi, valli, pianura) tramite una struttura a raggiera che converge sul capoluogo. L'asse viario portante è la ex strada statale 11 Padana Superiore che attraversa la provincia da Chiari a Sirmione passando per Brescia. Dalla ex SS 11 si staccano la ex strada statale 510 Sebina Orientale che rappresenta la porta d'accesso per il lago d'Iseo e Valcamonica, e la strada statale 45 bis Gardesana Occidentale che collega il capoluogo bresciano a Cremona ed a Trento. La ex strada statale 236 Goitese permette il collegamento della città con Mantova mentre la Val Sabbia e la Val Trompia possono essere raggiunte percorrendo rispettivamente la ex strada statale 237 del Caffaro e la ex strada statale 345 delle Tre Valli. Da luglio 2014, dalla SP19 nei pressi di Travagliato si stacca la A35-BreBeMi che, tramite 4 nuovi caselli, serve la zona sud-ovest della provincia (la bassa occidentale).

La Provincia di Brescia possiede inoltre una rete ciclopedonale di circa 300 km.

L'attuale patrimonio stradale della provincia, comprese le strade ex statali in applicazione del decreto legislativo n. 112 del 1998, conta un totale di 130 strade.

Il principale nodo ferroviario è la stazione di Brescia, posta sulla direttrice Milano-Venezia, da cui dipartono anche le tratte verso Cremona, verso Parma e verso Lecco. Dalla stazione si diparte anche la ferrovia Brescia-Iseo-Edolo che serve la zona del Sebino e della Valcamonica.

Dal 2013 è presente nel capoluogo una linea di metropolitana leggera.

In passato, in provincia erano attive una rete tranviaria urbana ed una extraurbana dismesse negli anni quaranta e cinquanta del XX secolo.

In ottemperanza alla Legge Regionale n. 22 del 29 ottobre 1998 sulla riforma del Trasporto Pubblico Locale, l'amministrazione provinciale ha provveduto a suddividere la Provincia in quattro sottoreti, o comparti, di trasporti pubblici automobilistici:

sottorete urbana: comprendente il capoluogo e 14 comuni dell'Hinterland;
sottorete "Val Trompia, Garda e Valle Sabbia";
sottorete "Bassa Pianura Bresciana e Franciacorta";
sottorete "Sebino e Valle Camonica.
Le prime tre sottoreti sono state attribuite dagli enti locali (comune di Brescia, per la prima sottorete, e amministrazione provinciale per le altre due) tramite gara d'appalto. In particolare:

un'Associazione Temporanea d'Imprese fra Brescia Trasporti S.p.A. e SIA Autoservizi S.p.A. gestisce il servizio della rete dell'hinterland cittadino dal 4 luglio 2005;
il Consorzio Brescia Nord, composto da SIA Autoservizi, mandataria della società consortile, SAIA Trasporti, Brescia Trasporti e ATV gestisce il servizio nella sottorete "Val Trompia, Garda e Val Sabbia" dal 1º gennaio 2005;
il Consorzio Brescia Sud, formato da SAIA Trasporti, mandataria della società consortile, SIA Autoservizi e APAM, esercisce il servizio nel comparto Bassa Bresciana e Franciacorta dal 1º gennaio 2005.
La quarta sottorete attualmente non è stata ancora attribuita, in quanto è stato sospeso il bando di assegnazione. Il servizio automobilistico della zona viene attualmente esercitato dalla Ferrovie Nord Milano Autoservizi in regime provvisorio di proroga della concessione precedente.

In provincia si trova anche l'aeroporto di Brescia-Montichiari, utilizzato solamente per voli postali e cargo.

Sul lago di Garda e sul lago d'Iseo è attivo un sistema di trasporti lacustre che si avvale di traghetti, aliscafi e catamarani.


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lunedì 10 agosto 2015

LE FRAZIONI DI VALVESTINO

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Armo fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 305 abitanti.

Diverse sono le ipotesi avanzate sull'origine del nome e secondo il linguista Carlo Battisti che studiò il dialetto della Val Vestino e di Armo agli inizi del XX secolo, il toponimo del villaggio è di probabile origine retica, analogamente a quello di Dermulo, un antico comune della Val di Non oggi frazione di Taio, che nel 1218, era chiamato "Armulo" mentre per lo storico Luigi Dalrì la voce deriverebbe da un antico idioma tedesco e sarebbe riconducibile al dominio longobardo con il significato di ala dell'esercito.

Altri ricercatori invece sostengono che il nome Armo derivi dalla parola prelatina "barma" che indica una sommità rocciosa o una grotta, ovvero ipotizzano una derivazione dal nome personale celtico "Aramo" o dal germanico "Armo" col significato quindi di "terreno di Aramo o Armo", così come è stato ipotizzato per il borgo di Armo in provincia di Imperia, per Armarolo una località di Godiasco in provincia di Pavia o per la frazione di Armio di Veddasca in provincia di Varese. Un'ultima ipotesi si rifà alla parola latina "armentum" col significato di "luogo ove salgono gli armenti" al pascolo.

Il ritrovamento di tombe definite "etrusche" alla fine del XIX secolo, i cui materiali sono in seguito andati dispersi, ha permesso di ipotizzare una origine retico-etrusca per l'insediamento.

Il paese di Armo, come gli altri paesi della Valvestino ha una forma compatta, in cui i percorsi destinati all'uso pubblico non si distinguono nettamente da quelli che, fra casa e casa, gli abitanti usavano non solo come vie di transito ma anche come spazio per alcuni lavori domestici. I principali fra questi percorsi, lungo i quali si distinguono i fabbricati, seguono le linee di livello del terreno e sono spesso collegati da ripide viottole, che a volte alcuni gradini permettono di risalire più agevolmente. La morfologia del terreno influenza sensibilmente anche la struttura delle abitazioni, la cui tipologia è in molti casi quella della casa a pendìo, dotata di un accesso a valle, per la stalla, e di un altro a monte per il fienile e l'abitazione. Rampe di scale esterne mettono in comunicazione il piano seminterrato con quello superiore, ma il collegamento e a volte reso possibile anche da passaggi, spesso voltati (e perciò detto "involt"), che si aprono nella facciata della casa e sveltiscono la comunicazione la comunicazione fra i due livelli.
Fra le case dei paesi di montagna si distinguono quelle che riuniscono in un solo edificio gli spazi di abitazione e quelli riservati agli animali e al lavoro. Un esempio di questa organizzazione è data dal "Vaticano", così detto perché abitato un tempo da parecchie famiglie. Al piano terra, una volta si trovava anche un forno per il pane, si trovava la stalla e lo spazio destinato alla casera e alla cantina; al primo piano la cucina, al secondo le camere e nel sottotetto il fienile. Mentre la stalla rappresentava un luogo di uso comune, anche per trascorrere le lunghe serate invernali, gli spazi di abitazione erano suddivisi fra le famiglie secondo una linea verticale, in modo da creare lotti speculari.

La chiesa parrocchiale è dedicata al culto dei santi Simone e Giuda che si festeggiano il 28 ottobre. La chiesa è stata rimaneggiata più volte e il presbiterio, che è la parte più antica dell'edificio, reca sull'avvolto la data del 1117. Fu consacrata da monsignor Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, principe vescovo di Trento, il 12 agosto del 1837.

Bollone deriverebbe, per alcuni, da una parola di origine celtica non più decifrabile mentre per altri dal celtico "beola", betulla, con riferimento agli alberi di tale specie che ancora al giorno d'oggi sono presenti in parte sul suo territorio o da "bou-", "bouo-" che significa vacca, bue. Un'altra interpretazione fa invece risalire il toponimo al termine di derivazione latina "bula", pozza d'acqua, con riferimento ad una sorgente risorgiva.

Secondo Natale Bottazzi l'origine del toponimo è altresì da ricercarsi in un gentilizio barbarico, il che significherebbe "terreno di Bollone" dal nome dell'antico proprietario. Il suffisso che in origine era anus ovvero acus si è ridotto alla vocale u. Sempre per lo stesso autore, deriverebbe dal medesimo nome o da nome simile a quello che diede origine a Bollone i villaggi di Bogliaco a Gargnano, Bolano a La Spezia, Bollate a Milano, Bollengo a Torino e infine Pollone un comune a 622 m di altezza in provincia di Biella.

Un'ultima ipotesi, avanzata pure per il toponimo del comune di Vobarno, rimanda alla radice celtica "Bö" "By", nel senso di legno o capanna, col significato quindi di riparo in legno. Nel 1240 l'abitato è attestato come "Bolono".

Bollone trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 235 abitanti ed era amministrato da un podestà.

Il centro è nominato per la prima volta in un documento del 1186 ed è il paese natale di Bonifacino, ghibellino e vassallo dell'imperatore, che nel XIII secolo fortificò l'abitato minacciato dalle incursioni dei guelfi bresciani.

Situato sul confine meridionale della Val Vestino, Bollone nei secoli passati, vista la sua posizione strategica tra il Principato vescovile di Trento e la Repubblica di Venezia, fu luogo di passaggio di banditi e truppe. Nell'ottobre del 1754 il bandito Giovanni Maria Ceschi detto Schiopettino di Vestone e la sua banda assaliva l'abitato imponendo con violenza e insulti la consegna da parte dei "Giurati" del Comune di 2.738 tron e di tre mule per il trasporto della refurtiva. Nell'aprile del 1796 a seguito della guerra della Prima coalizione, il villaggio fu presidiato da reparti austriaci della Brigata del generale austriaco Josef Philipp Vukassovich che avevano il compito di collegamento e supporto degli avamposti istituiti nella Riviera di Salò a Gardola e alla Costa per controllare i movimenti delle truppe rivoluzionarie francesi.

Cinquant'anni circa dopo, il 7 luglio 1866, durante la terza guerra di indipendenza, Giuseppe Garibaldi dal quartier generale della Rocca d'Anfo ordinava a Enrico Guastalla di "far vedere la camicia rossa" a Bollone, Moerna e a Magasa per mezzo della 9ª compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani.

Bollone fino alla metà del secolo scorso era noto per la professionalità dei suoi carbonai che operarono sia in Italia che all'estero.

Bollone, terra di confine tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Austria, nel 1800 fu un crocevia strategico per il contrabbando di merci tra il territorio della Riviera di Salò e il Trentino attraverso la Val Vestino. Lo storico toscolanese Claudio Fossati (1838-1895) scriveva nel 1894 che il contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi in quanto era fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanti.

Donato Fossati (1870-1949) raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchelli detto "Astrologo" di Gaino, un ex milite della Regia Guardia di Finanza, in servizio nella zona di confine tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il quale affermava che "i contrabbandieri due volte la settimana in poche ore, sorpassata la montagna di Vesta allora linea di confine coll'Austria e calati a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, di zucchero e specialmente di alcool, che rivendevano ai produttori d'acqua di cedro specialmente".

La chiesa di San Michele arcangelo fu riedificata nel 1875 e possiede oggetti di valore artistico. Fu riconsacrata il 14 agosto 1960 dal vescovo ausiliare di Trento mons. Oreste Rauzi. Dal 1863 al 1870 fu curato di Bollone don Pietro Porta.

Moerna fu comune indipendente fino al 1931, anno in cui fu aggregato a Valvestino. Dal censimento del 1921 risultava avere 250 abitanti.

La frazione è il luogo natale di don Pietro Porta, botanico, a cui è dedicato il locale Museo botanico; il paesino inoltre da il nome ad una delle prove speciali del famoso Rally 1000 Miglia, che da ormai 40 anni si disputa tra marzo ed aprile sulle strade delle prealpi bresciane.

L'etimologia è ignota e secondo Natale Bottazzi la terminazione in -erna è uguale a quella dell'antico nome del vicino comune di Vobarno che al tempo dei romani, nel I secolo a.C., era chiamato "Voberna" o a quella del comune svizzero di Balerna. Secondo i ricercatori il suffisso -erna è piuttosto comune nei luoghi e nelle parole di derivazione etrusca e nel linguaggio celtico verna, verno, sberna indicava la pianta dell'ontano, arbusto che notoriamente predilige vegetare in zone umide, come ad indicare un luogo boscoso di quella specie. Sull'origine etrusca della desinenza -erna concorda anche il linguista Carlo Battisti.

Per altri il toponimo deriverebbe da Moierna, una imprecisata divinità retico-etrusca o dal latino mollis o molliana che significa terreno umido ad indicare la tipologia dell'ambiente in cui sorge la località. Quest'ultima tesi potrebbe essere sostenuta dal fatto che a un centinaio di metri a nord dell'abitato vi è una zona acquitrinosa chiamata Paù.

Moerna trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Il 7 luglio 1866, durante la terza guerra di indipendenza, Giuseppe Garibaldi dal quartier generale della Rocca d'Anfo ordinava a Enrico Guastalla di "far vedere la camicia rossa" a Bollone, Moerna e a Magasa per mezzo della 9ª Compagnia del 2º Reggimento Volontari Italiani mentre Giuseppe Avezzana, generale comandante del settore del lago di Garda, stabilì un magazzino di viveri e munizioni a Gargnano per rifornire i garibaldini dei distaccamenti operanti a Moerna, Magasa, Tignale, Tremosine e sul monte Nota.

Il 25 maggio 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, Moerna fu occupata dalla fanteria del Regio Esercito italiano e al seguito della truppa vi era il noto scrittore Mario Mariani, corrispondente di guerra del quotidiano Il Secolo che scriveva: "Quando il sole era già alto la batteria raggiungeva la frontiera. I pali austriaci erano già stati rovesciati. Un bersagliere ciclista che tornana d'oltre confine gridava passando e pedalando a rotta di collo per salite ripide e voltate al ginocchio: "Il mio plotone è a Moerna, gli austriaci scappano". La colonna rispondeva: "Viva l'Italia!". Nel dicembre 1916 vi transitò, proveniente da Capovalle, anche il re Vittorio Emanuele III in ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

La chiesa di San Bartolomeo fu consacrata il 30 agosto 1867 dal principe vescovo di Trento Benedetto Riccabona. Fu restaurata nel 1907 e decorata nel 1947 dai pittori trentini Bruno Colorio e Marco Bertoldi. Poco distante dall'abitato sorge sull'omino colle l'oratorio di San Rocco che fu edificato prima del 1750, ampliato tra il 1902 e il 1907 e visitato da Cesare Battisti e dall'arciduca Eugenio Ferdinando Pio d'Asburgo-Teschen nel maggio del 1910.

Persone fu comune indipendente fino al 1928, anno in cui fu aggregato a quello di Turano. Dal censimento del 1921 risultava avere 95 abitanti, mentre all'inizio del Ventunesimo secolo vi abitano stabilmente le 40 e le 50 persone.

Il toponimo deriverebbe per alcuni da una parola di origine celtica non più decifrabile mentre per il noto linguista Carlo Battisti il toponimo è da ricercarsi invece nella radice prelatina "bars" che significa altura, quindi si indicava un villaggio costruito su un'altura, e in seguito sulla radice "bars" si sarebbe sovrapposto la parola latina medioevale "bersa" che indicava un recinto o una siepe di selva per rinchiudervi di notte gli animali. Uguale è il toponimo del comune trentino di Bersone.

Persone trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Fu dal 1100 circa al 1826 comune della Contea di Lodrone, territorio soggetto alla podestà della nobile famiglia dei conti Lodron, feudatari dei principi-vescovi di Trento.

La zona è conosciuta per la ricchezza della sua flora e il 5 luglio 1853 il botanico bavarese Friedrich Leybold rinvenne su uno spuntone dolomitico una rara Scabiosa Vestina.

È il luogo ove si condussero tra il 25 giugno e il 10 agosto 1866 le operazioni in Valvestino, della terza guerra di indipendenza tra le forze garibaldine e austriache.

Sorta in una vallecola, dal 1861 al 1918 qui vi passava il confine tra Regno d'Italia e Austria Ungheria, dopo che per secoli era stato il punto di confine tra Repubblica di Venezia, a cui fu sempre fedele e Contea principesca del Tirolo, dopo la parentesi napoleonica fu confine tra il Lombardo Veneto e l'Impero d'Austria.

Nel dicembre 1916, nel corso della prima guerra mondiale, vi transitò proveniente da Capovalle il re Vittorio Emanuele III di ispezione alle linee fortificate della Val Vestino.

Il piccolo nucleo abitato di Persone presenta, come gli altri paesi della valle, una forma compatta: l'assenza di case sparse lo distingue nettamente dal territorio che lo attornia, meno ripido dell'area su cui sorgono le case e quindi riservato al pascolo e al coltivo. Di questo restano piccoli appezzamenti ancora curati e tracce di terrazzamenti, ultimi segni di un'economia di sussistenza. Da Persone si stacca l'antica mulattiera che attraverso la Bocca di Val portava alla Valle del Chiese. Veniva utilizzata per la transumanza dei capi di bestiame (diretti a Storo e Bagolino) e percorsa dal postino e dai messi comunali che scendevano fino a Storo e risalendo portavano la posta e le ultime notizie. La sua importanza ben evidenziata da una carta del 1883, che ne tratteggia il percorso fino a Bondone. Nei periodi di guerra questa mulattiera fu utilizzata dagli eserciti che dovevano scendere verso Brescia evitando la sponda occidentale del lago d'Idro, dominata dalla temibile Rocca d'Anfo.

La  data di edificazione della chiesa di San Matteo è incerta. Le quattro campane, fuse a Trento, furono collocate sulla torre nel 1909 e fu ridipinta nel 1951. La curazia di Persone fu istituita il 7 febbraio 1729.

Turano è il capoluogo comunale, sede del municipio e il comune ebbe nome Turano fino a quando nel 1931 cambiò il nome con l'attuale.

Diverse le ipotesi avanzate sull'origine del nome e secondo alcuni storici il toponimo deriverebbe da Turan, tradotto in "la Signora", la divinità etrusca dell'amore e della fertilità mentre per altri è di epoca romana riconducibile alle parole latine "Tres amnes" (tre fiumi), data la confluenza dei tre torrenti che scorrono ai suoi piedi, il Magasino, il Personcino e l'Armarolo o dal gentilizio latino "Tur(r)ius" o "Turus" col suffisso aggettivale -anus che indica una proprietà fondiaria o ancora da "Turris amnis" che significa letteralmente "torre del fiume". Quest'ultima ipotesi, è suffragata anche da un'antica tradizione popolare locale, trascritta anche da Claudio Fossati (1838-1895) in una pubblicazione del 1894 e dal figlio Donato nel 1931, che ha sempre indicato sul Dosso di Turano la presenza di ruderi di una torre fortificata di origine romana che dominava appunto la Valle e i cui materiali furono usati nel 1240 dal ghibellino Bonifacino da Bollone per edificare, sempre nello stesso luogo, un fortilizio e nei primi anni del 1900 per l'erezione della casa Andreoli, oggi ex ufficio postale.

Due ultime ipotesi sono avanzate da Carlo Battisti, secondo il quale l'origine è invece da ricercarsi in un gentilizio barbarico, col significato quindi di "terreno di Turano", poiché "il suffisso -anum permette di pensare con una certa probabilità a un fundus appartenente ad un indigeno romanizzato" e da Lino Franceschini per il quale il toponimo Turano conservando l'etimo di base indoeuropeo di "tir" (che corrisponde a "terra" in latino), un riferimento alla sfera della proprietà terriera, sarebbe una variante, come Tirano, Tirolo (località a sud del lago di Garda e del comune di Bolano, in provincia della Spezia), Terlago e Terento, del termine lituano "tyrulia" (vasto e profondo pantano) e del lettone "tirelis", "tirulis" (zona ricca di pantani e acquitrinosa) da cui prende il nome Tyrole, un vasto territorio acquitrinoso in Curlandia, regione della Lettonia.

Il toponimo di Turano è attestato per la prima volta il 15 novembre 928, quando Nokterio, vescovo di Verona, cedeva, con testamento, la giurisdizione e la proprietà della chiesa di santa Maria "de Turano", unitamente ad altre trentine di Bondo, Breguzzo e Bolbeno, al Capitolo stesso.

Turano trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: Stoni o Galli Cenomani.

Nella frazione si trova la pieve di San Giovanni Battista, le cui prime notizie risalgono al 928. Secondo una tradizione locale trascritta dallo storico padre Cipriano Gnesotti, frate cappuccino di Storo, nel 1166 vi sostò, esule da Roma, papa Alessandro III che concesse alla popolazione della Val Vestino l'indulgenza plenaria del "Perdono" nell'ultima domenica di agosto.

La Val Vestino non fu immune al fenomeno del terrorismo politico che negli anni settanta imperversò in Italia. Nel 1979, nel corso di un'operazione di polizia, fu scoperto a Turano un covo dell'organizzazione Prima Linea che portò all'arresto di quattro esponenti e al sequestro di esplosivo e materiale documentario.

Il ruolo di capoluogo svolto da Turano è testimoniato anche dalla presenza, nel piccolo paese, di due chiese. Quella più antica, esistente già prima dell'anno 1000, è dedicata a San Giovanni Battista. A lungo affiliata alla Parrocchia di S. Maria di Tignale, divenne in seguito Pieve della Valle e tra il 1570 e il 1585 venne riedificata. La leggenda vuole che in questa chiesa abbia celebrato la messa, nel 1186, Papa Alessandro III, inseguito da Federico Barbarossa. Il Pontefice avrebbe in tale occasione concesso l'indulgenza del "Perdono", ai tempi assai rara. Per la penultima domenica di agosto, giorno nel quale ancor oggi si ricorda l'avvenimento con una festa che riunisce tutti gli abitanti. L'altra chiesa, eretta fra il 1580 e il 1599, è dedicata a San Rocco e sorge su un dosso ai limiti del paese denominato "castello" per la sua posizione strategica che, secondo un'altra leggenda avrebbe portato nel XIII secolo alla costruzione di una fortezza in difesa della valle. Al di là della loro valenza storica, evidente è il valore simbolico di questi edifici religiosi: la chiesa ed il cimitero, ad essa strettamente collegato, concludono i percorsi che attraversano il villaggio, come a rappresentare il passaggio della vita terrena alla redenzione.



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sabato 20 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : PONTEVICO

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Pontevico è un comune italiano della provincia di Brescia.

Il nome di Pontevico deriva da Pons Vici, mentre i nomi delle frazioni derivano:
Bettegno dal romano Betutius;
Campazzo, probabilmente, da campaccio.

Il fiume Oglio fu per Pontevico un notevole porto militare e commerciale sin dalla preistoria, numerosi sono i ritrovamenti di piroghe conservate per secoli nel suo letto di sabbia. Con la “barbotta” (tipiche barche di fiume con la chiglia piatta) si trasportava la sabbia e la ghiaia che i cavatori estraevano dal fiume, ammucchiata sulla riva e poi venduta ai costruttori di fabbricati.

Abitato fin dall’antichità, è posto in posizione strategica sul fiume Oglio, naturale confine con Cremona. I bresciani, dopo l’anno Mille, vi costruirono un castello che inizialmente appartenne ai Martinengo, i quali, nel 1127 lo promisero al vescovo e ai consoli di Brescia. Nel 1208 i fuoriusciti bresciani cercarono di impossessarsene per consegnarlo ai cremonesi.
Si ritiene che Pontevico fosse il "portus brixianus" punto di arrivo delle merci provenienti dal Po e dirette a Brescia. Fin dal sec. VI l'importanza della navigazione era tale che Teodorico aveva imposto di togliere le attrezzature da pesca lungo il corso d’acqua affinchè non impedissero il passaggio dei natanti.

Antichi documenti risalenti al 1255 narrano di undici mulini funzionanti sull'Oglio in territorio di Pontevico, a testimonianza della rilevanza economica della zona.
Il borgo antico era in realtà costituito da due nuclei distinti, ciascuno caratterizzato da una chiesa e una rocca; l’attuale Pontevico si è sviluppata a partire da uno dei due, crescendo intorno alla pieve di Sant'Andrea.

Il 1° novembre 1237 l'imperatore Federico II, prima dell'assedio di Brescia, marciò verso la propria alleata Cremona e incendiò Pontevico. Tuttavia, dopo la sconfitta dell'imperatore a Parma nel 1248, i bresciani riconquistarono la rocca che, alcuni anni più tardi (1260) subì la devastazione da parte di Oberto Pallavicino.
Nel 1308 gli abitanti di Pontevico fecero prigioniero il vescovo di Butrinto (Albania), inviato dall'imperatore Enrico VII. Il vescovo ottenne il permesso di recarsi a Soncino ad acquistare del vino, sorvegliato da un religioso di fiducia dei pontevichesi. Ma, appena giunto a Robecco, finse di essere stato fatto prigioniero dal castellano cremonese e rispedì a Pontevico il religioso col vino.
Nel 1362 Pontevico fu occupata dalla lega anti-viscontea, salvo la rocca, che resistette.
Ai primi del 400 Pandolfo Malatesta, diventato signore di Brescia, usò il castello come base per osteggiare la nemica Cremona.
Il periodo seguente al passaggio sotto il dominio veneziano fu caratterizzato da anni avventurosi, ma anche di prosperità per il paese che godette da parte della Serenissima di privilegi ed esenzioni.
Nel 1438 Iacopo Piccinino, diretto all'assedio di Brescia, conquistò Pontevico senza violenza.
Nel 1452 lo Sforza, che al servizio di Venezia aveva rioccupato il castello nel 1440 ed era nel frattempo diventato duca di Milano, attaccò Pontevico e la prese in due giorni. Nuovo assedio l'anno successivo da parte dello stesso Piccinino: dopo un lungo bombardamento occupò il paese e ne potenziò le fortificazioni. Nell'autunno dello stesso anno nuovo bombardamento, questa volta da parte dello Sforza, che concesse ai suoi soldati il saccheggio, particolarmente spietato soprattutto da parte dei mercenari francesi. Solo dopo la pace di Lodi del 1454 gli abitanti tornarono in paese e ricostruirono la fortezza, innalzando tre anni più tardi due nuovi torrioni, col munifico contributo di Venezia.
Nel '500 alcuni monaci agostiniani collocarono a Torchiera dei torchi da lino, dando inizio a un'attività che durò fino all'800.
Nel 1509 la rocca fu occupata dall'esercito francese (vi sostò il re Luigi XII). L'anno seguente la popolazione si rivoltò contro gli oppressori, provocando il tempestivo intervento di Giangiacomo Trivulzio, il quale vinse la pur strenua difesa consentendo ai propri soldati il saccheggio. Dopo queste vicissitudini ebbe inizio un'intensa vita culturale che portò alla nascita, nel corso del '500, di accademie-scuole.
Il castello dei Martinengo rimase agli spagnoli fino al 1519; nella seconda metà del 500 la sua importanza strategica cominciò a declinare. Il capitano veneto di Brescia, Giovanni da Lezze, scrive nel suo Catastico del 1610: "Con grandissimo disordine vi è permesso la distrutione delle case che vi son dentro". Restava una guarnigione: il "ponte è guardato da una fortissima rocca con guardia di soldati, bombardieri". Il perimetro della rocca era di 800 passi e gli abitanti del paese erano 5 mila. Pontevico contava all'epoca undici frazioni o fienili alle proprie dipendenze.
Nel 1630, la peste manzoniana falcidiò duemila persone tra la guarnigione e gli abitanti.
Durante la guerra di successione spagnola, nel 1701 il generale austriaco Eugenio di Savoia fece del castello la sede del proprio stato maggiore.
Nel lungo periodo di pace che seguì fiorirono iniziative economiche e benefiche. L'estimo del 1750 conta numerosi mulini, due dei quali con quattro ruote, e un maglio.
Nel 1816-18 fu costruito il teatro.
Nel 1880 divenne parroco e abate di Pontevico don Bassano Cremonesini, originario di Lodi, che suddivise le proprietà della parrocchia affidandole a un forte gruppo di piccoli conduttori agricoli, che ne aumentarono la redditività. Costituì una società operaia cattolica, una latteria sociale (1903) e una cantina sociale.
Nel 1898, in clima di repressione contro il proletariato, la società "San Giuseppe", che organizzava oltre 300 tra contadini e operai, fu tra le prime a essere sciolte dall'autorità militare.
Nell'estate 1882 dieci braccianti agricoli furono condannati a diversi mesi di carcere perché colpevoli di aver chiesto di essere pagati per il taglio del frumento e una retribuzione durante l'inverno.
Tra gli avvenimenti recenti si ricorda, nel 1977, il crollo del ponte sull'Oglio.

Il castello edificio glorioso, fu fondato poco dopo il mille e vide succedersi nel suo interno personaggi di altissimo rango. Con la caduta della Repubblica Veneta (che l'ebbe in dominio dal 1426 al 1797) perse qualsiasi importanza militare e strategica e, dopo alcuni anni di abbandono nelle mani del Demanio, venne acquistato dall'industriale cremonese Pietro Cadolini per collocarvi una fonderia.

Con cinque forni a riverbero, la fonderia funzionò una trentina d'anni, in collegamento con l'altra che da molti più anni era attiva nella parte bassa del paese, poco distante dal cimitero. Ritiratosi dall'attività industriale il Cadolini vendette il Castello ad un principe tedesco, certo Kewmuller, che era intenzionato a ricostruirlo dalle fondamenta per un'abitazione signorile e per varie attività industriali.

Nel 1844, su progetto dell'Ing. Emilio Brilli, iniziarono i lavori di demolizione e di inalzamento dei nuovi edifici, ma dopo quattro anni erano state innalzate soltanto due ali del grande quadrilatero.

Quando Mons. Cremonesini acquistò il complesso il 6 febbraio 1900 dalla nobile contessa Costanzina Borromeo D'Adda, cui era pervenuto per eredità dal Kewmuller per dote matrimoniale, godette della raccomandazione fraterna dell'Eccellentissimo Mons. Geremia Bonomelli, intimo dei Borromeo.

L'abate che non era solito perdere tempo nell'affrontare i problemi che riteneva pressanti per la loro gravità, si affrettò appena perfezionato l'atto di acquisto del castello e la sua liberazione da parte dell'affittuale Casarotti, a predisporre i locali per l'accoglienza delle ammalate che, per natura dei loro disturbi e la speciale sorveglianza di cui avevano bisogno, erano rifiutate dagli altri istituti. La casa venne ufficialmente aperta il 18 marzo 1901, con l'accoglienza di due ricoverate da parte del fondatore e di tre suore Ancelle della Carità che la Rev.ma Madre Generale Felice Passi fu lieta di accordare al Cremonesini avendo compreso l'importanza dell'opera che stava sorgendo a Pontevico.

Nei primi tempi nella Casa regnò sovrana la povertà. Tuttavia per la nuova Opera l'Abate seppe attivare in molti abitanti del paese una catena di cordiale carità che contribuì ad attenuare i disagi della prima ora e, in pochi mesi, a garantire alle ospiti dell'Istituto una vita decorosa.

Nel 1910 fu emanato il Decreto Reale di riconoscimento con il titolo di "Casa di ricovero per Frenasteniche ed Epilettiche" in Pontevico. Contemporaneamente venivano approvati lo Statuto Organico ed il regolamento Interno. L'assestamento giuridico della fondazione parve porre le ali al suo cammino, tanto che il fondatore decise di completare in breve tempo il quadrilatero del castello: nel 1911 fece innalzare l'ala a sera e nel 1912  quella a mattina.

La morte improvvisa dell'Abate Cremonesini nel pomeriggio del 29 dicembre del 1917 non interruppe il cammino dell'opera da lui fondata. Nel 1926 la Comunità pontevichese celebrò con gran pompa il XXV di fondazione dell'Istituto, presente il Vescovo diocesano Mons. Giacinto Gaggia.

Un serio incidente capitò nel 1929 allorquando scoppiò un incendio nel III reparto, che provocò la caduta di una trave. Il bilancio del malaugurato incidente fu di una ragazza morta e di una ventina di ferite. Nello stesso periodo si dovette provvedere d'urgenza alla demolizione della grande torre centrale del corpo sud del castello perchè minacciava rovina.

Nonostante la richiesta di ricostruzione da parte di molti pontevichesi che la ritenevano un elemento tipico del paesaggio di Pontevico, non se ne fece nulla fino agli anni settanta. Un evento gravissimo fu lo scoppio della seconda guerra mondiale che, nell'ultimo periodo di belligeranza arrecò danni ingentissimi alle strutture murarie del castello.

Agli inizi degli anni sessanta si presentò come indilazionabile la soluzione di due grossi problemi: quello attinente il personale in servizio all'Istituto e quello attinente il personale in servizio all'Istituto e quello riguardante il rifacimento dell'antica struttura del quadrilatero del castello.
Al piano terra troviamo i soggiorni, i refettori, le sale per le visite alle ospiti, la portineria, la sala consigliare e gli uffici amministrativi. Al I e al II piano furono sistemati i vari dormitori. Un reparto venne allestito per le Suore e quattro sale vennero destinate per la scuola. Ogni reparto ebbe a disposizione un proprio cortile.

Ai grandi cambiamenti strutturali si pensò di far seguire anche il cambiamento del nome dell'Istituto: da "Casa di ricovero per Frenasteniche ed Epilettiche" si passò a "Istituto Neuropsichiatrico Abate Cremonesini". L'approvazione arrivò l'8 novembre 1966 col Decreto Presidenziale della Repubblica Giuseppe Saragat.

La chiesa Parrocchiale dei Santi Tommaso e Andrea apostoli fu edificata nel '500, per essere poi ricostruita nel 1700.
Essa contiene dipinti di Grazio Cossali, Antonio Gandino, Angelo Paglia.
La chiesa subì danni in un incendio nel 1959.

Il territorio di Pontevico è situato all’interno del “Parco del fiume Oglio” e fa parte con la verde oasi delle Vincellate, insieme con Verolanuova, Verolavecchia e S.Paolo, del “Parco sovvraccomunale del fiume Strone” ultimo lembo esistente delle zone umide della bassa bresciana.

Poco fuori dell'abitato, nei pressi del cimitero, sorge la Palazzina, una delle più notevoli case signorili della Bassa.

Cinquecentesca, oggi ridotta a cascina, fatta con mattoni rossi provenienti dalle fornaci cremonesi. Le tre atipiche arcate della facciata giungono fino alla gronda del tetto e sono sostenute da grosse colonne in muratura. A nord e a sud due grandi portali consentivano il passaggio dei carri, mentre su uno spigolo vi è anche una guardiola.

All'interno vi sono belle sale decorate con stucchi e numerosi affreschi.
La volta più bella è quella di una piccola sala a nord, con affreschi, forse di scuola cremonese, di storie ed episodi biblici.

Villa Martinoni costruzione di mole massiccia risalente alla prima metà del 700, con un originale cornicione ad archetti sotto la gronda. Sopra il tetto una specie di torretta con quattro finestre. Nel muro di cinta un grande arco monumentale in pietra chiara.

Il portale d'ingresso al salone è in bel stile rococò. Antistante il portale prospicente la contrada vi è una bella cancellata in ferro, di puro stile settecentesco, che immette nel brolo. E' la classica vista di gusto barocco: il cono ottico fra Palazzo e giardino. Qua siamo in campagna e allora la vista si perde su uno spazio più utile del gaio giardino di città: il brolo.

Il complesso subì vari ritocchi e aggiunte nelle case a mattina dove sono presenti edifici ottocenteschi tra i quali una torretta passeraia in stile neogotico visibile fiancheggiando la strada che immette sulla strada statale.

Il portale di villa Simonelli è molto semplice, se non addirittura povero, non fa presagire invece quale notevole corte e scenari architettonici racchiuda all'interno. Infatti si presenta con una splendida aia, ancora parzialmente pavimentata in cotto, delimitata da barchesse e porticato con loggiato in legno, quest'ultimo per nulla tipico della Bassa.

Interessante il locale della scuderia nella porzione rustica. Esaminando la facciata del Palazzo ci si trova di fronte ad un bel esempio di architettura del seicento bresciano. Comignoli ben disposti, gronda rigorasamente a mensoloni (anche se nella versione già leggermente aggraziata), portale massiccio a forti bugne assai diffuso nel XVII secolo anche in città.

Le finestre sono adeguate alla sua epoca. L'interno dei locali a piano terra è a volta a carena. al piano superiore i soffitti sono piani con travetti in legno non decorati. Si menzionano due bei camini. Proseguendo l'itinerario verso est, merita attenzione la canna fumaria e relativo comignolo sul lato sinistro.

Di fronte, un edificio, probabilmente una casa a torre, con tracce di una finestra ogivale tamponata. Le banchine sono in cotto, e se originarie, sono tra le poche rimaste a documentarci il passaggio dalla cultura del cotto a quella della pietra, avvenuto in terra bresciana intorno alla metà del '400.

L'edificio di fronte, con le finestre quadrangolari leggermente arcuate, doveva fungere da magazzino alla proprietà dei nobili Archetti. Le finestre originarie si intravedevano appena sopra gli archivolti di quelle esistenti. le iniziali di Carlo Archetti sono riportate sulla chiave di volta del portale settecentesco al civico n° 21, unitamente ai due archetti che ne erano lo stemma di famiglia.

A lato del portale una finestra di forma quadrangolare riquadrata in pietra, che, se superstite originaria, contribuirebbe a comunicarci che questa porzione di edificio esisteva già fra XIV e XV secolo. Anche le volte nell'androne ed i pilastri in pietra del cascinale interno fanno pensare a quel periodo.



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venerdì 19 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : ORZINUOVI



Orzinuovi è un comune della provincia di Brescia.
Non ci sono risposte certe sull'origine del nome di Orzinuovi, ma soltanto risposte attendibili, il Codagli nella sua opera Historia Orceana narra che durante le invasioni barbariche del V-VI secolo d.C., i barbari avrebbero costruito in questo territorio due rocche fortissime che in latino, la lingua dei romani, sarebbero definite Arces, appunto da questa parola sarebbero arrivati a Orci, ma Codagli si rese conto dalle storie degli anziani del paese che il nome non sarebbe potuto derivare dalle Rocche, bensì dai vasi che i Romani chiamavano Orzi ritrovati dal fondo di quelle. Sempre Codagli ipotizza che sia stato S.Ursicino, Vescovo di Brescia dal 347 al 380 d.C., a dare il nome alla città. Inoltre, ipotizza che possa essere stata Oritia moglie di Borea e figlia di Eritteo, re di Atene. Oritia avendo fatto edificare il tempio dedicato a Giove nei pressi della località spettava lei dare il nome alla città.

Monsignor Guerrini, l'arciprete della Curia di Brescia presuppone che il nome della città derivi dall'aggettivo Arsus che tradotto dal latino all'italiano significa latifondi, che Orzinuovi possedeva prima che il Comune di Brescia nell'XI secolo vi bonificasse. Lo stesso Guerrini dice che l'origine del nome deriva da J-urs, che potrebbe essere una ricostruzione dialettale di San Giorgio, poiché, Orzinuovi, fondata nel XII secolo, è stata chiamata castrum San Georgi o San Jorii quindi a risalire a J-ursus. Però Monsignor Guerrini smentisce questa sua ipotesi, per due ragioni una fonetica e una storica:

Nel dialetto bresciano il nome Giorgio si pronuncia Zors e perciò si dice Sant'Zors, che non può essere tanto facilmente trasformato in J-urs. (Ragione fonetica)
Il nome Orzi spetta prima a Orzivecchi e non a Orzinuovi, perché il primo è più antico del secondo. A Orzivecchi il culto di San Giorgio non viene praticato, mentre è tuttora vivo a Orzinuovi (congiuntamente con quello di San Bartolomeo), in quanto sotto la protezione e il nome di San Giorgio venne dal comune di Brescia, che come già detto in precedenza, edificò il territorio chiamando il paese San Georgi a difesa del confine con la provincia di Cremona. È ciò accadde quando il castello di Orzivecchi aveva già più di un secolo di vita e il nome esclusivo De Urceis.
Carlo Antonio Mor sostiene, invece, che ricostruendo il nome Orci viene da Urcei la cui probabilissima radice vuol dire acqua, Orci vuol perciò denotare che il significato del nome è abitato vicino all'acqua.

Orzinuovi, situato a Sud Ovest di Brescia a pochi chilometri dal fiume Oglio, fu fondato l’11 luglio del 1193 (data certa e documentatata) per espressa volontà della città di Brescia, al fine di perfezionare le proprie difese rispetto ai cremonesi lungo la delicata linea dell’Oglio: l’intero centro storico conserva ancora, nella regolare suddivisione in strade ortogonali disposte attorno all’asse centrale della lunga piazza orientata Nord – Sud, l’antica organizzazione urbanistica castrense; l’intervento avvenne su un unico antico dosso fluviale dell’Oglio, in una località già occupata dall’ antica chiesa di S. Giorgio cui verrà dedicato l’intero centro.

L’atto di fondazione di cui si conservano solo delle trascrizioni, pone fine alle discussioni sorte in passato, anche a seguito di una certa confusione fatta dal Codagli, il primo storico oceano. Questi infatti citando altri storici, sembra far risalire al 1191, con due anni di anticipo, la decisione del Comune di Brescia di costruire un nuovo castello per gli antichi Urcei.

E’ opportuno ricordare che gli storici successivi commisero un altro errore in conseguenza a quello fatto dal Codagli nel descrivere la fondazione di Orci Novi, cioè che l’antico castello al Bigollio fu distrutto per utilizzare il materiale per la costruzione del nuovo castello, chiamato S. Giorgio al Theze. Questa sarà, infatti, la prima denominazione di Orzinuovi: Castrum Sancti Georgi. Solo successivamente verrà chiamato Orci Novi per diventare, più tardi ancora, Orzinuovi.

Le vicende storiche di Orzinuovi si ricollegano, ovviamente a quelle di Brescia; nei primi 250 anni Urcei conosce la dittatura di Ezzelino da Romano, di Oberto Pelavicino, dei Torrianio, degli Angiò, degli Scaligeri, dei Visconti e dei Malatesta, con un breve intervallo per i Gonzaga; in ultimo passa quasi definitivamente sotto Venezia, dal 1426 al 1797.

Gli episodi salienti del periodo pre-veneto sono trattati con dovizia di particolari e secondo un’interpretazione a volte drammatica dal Codagli e in parte riesumati anche dal Mor.

Basti ricordare la breve sosta in Orzinuovi di Ezzelino da Romano, il quale nel 1258, il primo settembre, occupa Brescia, costringendo alcune famiglie guelfe ad uscire dalla città e a rifugiarsi nelle roccheforti della provincia.

Il truce tiranno l’anno successivo seguendo i consigli del Dovera, traditore di Milano, tenta di impossessarsi della città e per eludere le sue manovre militari, finge di attaccare Orzinuovi, che assedia devastandone le campagne; si dirige poi verso il milanese ad incontrare la definitiva sconfitta del suo esercito e la morte sul ponte di Cassano d’Adda.

Nel 1282, stranamente, data l’antichissima rivalità con i Soncinesi, gli Orceani inviano aiuti alla città di Cremona, impegnata a difendersi dal marchese di Monferrato.

Nel 1341 Azzone Visconti emette gli statuti, una raccolta, cioè, di disposizioni che regolano la vita politica amministrativa e sociale del comune. (In essi, per esempio, sta scritto come si debbano mantenere le strade, le condizioni igieniche da rispettare da parte dei mugnai e dei fornitori da farina, come debba comportarsi il podestà, quando il capitano del popolo può incontrare i residenti….ecc.).

Nel 1383 è consacrata la chiesa principale detta “Il Duomo”, già intitolata a S. Lorenzo ed ora a Santa Maria della Pieve, con la facciata rivolta verso ovest, stretta ed alta, col battistero esterno. Nello stesso periodo ad Orzinuovi capita a predicare San Bernardino, ed in occasione della sua venuta si fonda l’ordine dei Francescani zoccolanti, con residenza al convento dell’Aguzzano.

Nel 1421 il duca Filippo Visconti rinforza le fortificazioni ed ordina la costruzione di una torre con murata all’ingresso della contrada Navagera, ora via Roma.

Il Codagli cita anche lo spaventoso episodio del passaggio delle cavallette “che avendo rovinato insino le fronde cagionassero una crudel fame, dalla corrottione delle quali, n’uscì una sì esecrabile peste che per tre anni continuosi”.

Orci, comunque, passa i guai più grossi della sua storia tra il 1427 ed il 1454, dopo la relativa tranquillità di circa un ventennio.

Galeazzo Visconti lascia un buon ricordo di sé; gli succede Pandolfo Malatesta, messo fuori da Brescia nel 1420; i suoi rappresentanti in Orci sono scacciati dal Carmagnola, al servizio di Filippo Visconti, nello stesso anno. Il Carmagnola, restituisce alla comunità orceana i vecchi statuti soppressi dal Malatesta, riporta il numero dei consiglieri a 48, esenta i residenti dai dazi e dalle gabelle per cinque anni, aggiunge agli Orci le terre di Villachiara e di Rudiano, ma si ripaga di tanta generosità, prendendosi come ostaggi, da conservare sotto chiave in prigione, due della famiglia Zenucchi antighibellini ed esige la partecipazione dei locali alla spesa di 30.000 ducati per la costruzione delle difese, con una imposizione dell’esborso in sei anni dei due terzi della somma.

Per consolare i cittadini della gravosa tassa, decide di renderli autonomi da Brescia e con un atto di somma fiducia consegna ai maggiorenti l’amministrazione delle munizioni.

Nel 1426 i guelfi bresciani tramano contro il Visconti a favore di Venezia e la repubblica coglie l’occasione per mettere le mani sulla città; a cosa fatta, vuol imbastire, per l’ennesima volta, la pace con Milano. E’ stipulata, ma non rispettata; di conseguenza la repubblica invia nel contado ed a Orci, ghibellina, guidata dai Corniani, Trezzi, Angoli, Barbari, Rodenghi, una enorme quantità di truppe, al comando del Carmagnola, passato al servizio di Venezia. L’assedio dura 16 giorni, le artiglierie venete smantellano parte delle mura e molte torri; alcune palle arrivano in piazza e colpiscono la chiesa centrale. Intorno alla fortezza si muovono più di trentamila soldati, con una quantità enorme di cavalli. Finalmente la fortezza si arrende; Caramagnola proibisce con i proclami l’applicazione dei diritti del vincitore, ma alcuni rapaci ufficiali sequestrano le persone più facoltose e le costringono alla consegna di somme enormi.

Il privilegio del doge Foscari riporta tutto alle condizioni di prima, ma offre la possibilità di perseguitare i ghibellini ed impone a tutti nuove taglie.

Decapitato il Carmagnola in Venezia, viene agli Orci Francesco Gonzaga, che guerreggia contro Filippo Visconti attestato nel cremonese; segue un brevissimo periodo di pace, rotta di nuovo nel 1437.

Questa volta si porta sotto le mura per conto di Filippo Visconti, il Piccinino; egli stringe d’assedio la fortezza, che è presa per il tradimento di un certo Pietro da Lucca, armigero inviato sul posto con 200 soldati dal Gattamelata, per dare man forte a Dandolo, comandante della piazza. Ovviamente, per l’occasione si verificano le devastazioni, le taglie, i sequestri e altre brutture collegati a fenomeni del genere.

Nel 1440 Filippo Visconti cede Orci al comandante Ludovico Gonzaga, ma questi non si interessa della faccenda; subito Francesco Sforza, ora al servizio di Venezia, scaccia i viscontei dal paese e li batte sulla strada vecchia per Soncino. Segue una nuova breve pace; ad Orci si reca anche Muzio Attendolo, per svernare. Nella nuova guerra Francesco Sforza, ora al servizio di Milano, smantella le mura della fortezza con le artiglierie, ed invano attenta alla sua vita un certo Giorgio Zenucca.

Con la pace di Lodi del 1454, Orci non è più disturbato dagli eventi della guerriglia tra Venezia e Milano.

Segue un periodo di grandiosità: la repubblica veneta ordina la ricostruzione delle mura e dei bastioni, sostituisce le torri alte e merlate con i torroncelli più atti alla difesa, costruisce la rocca.

I civili iniziano le costruzioni murarie, fabbricano anche palazzi di una certa pretesa, a ridosso della piazza centrale, le organizzazioni religiose aumentano il proprio prestigio, fondano il monastero di S. Francesco della Pace, con relativa chiesa, molto bella e riccamente ornata, e quello di S. Chiara.

Sono pure istituite associazioni culturali ed assistenziali di ogni genere, come la compagnia dei Disciplini, il monte di Pietà e la prima congregazione di carità. Alcuni privati cittadini mettono a dsposizione del pubblico i loro capitali per iniziative sociali.

Questo si può definire il periodo del primo rinascimento orceano, che, dopo la parentesi paurosa della calata di Carlo VIII, del passaggio di Gastone di Foix, dei lanzichenecchi e della micidiale peste, viene rappresentato da illustri personalità operanti nei vari campi dell’attività umana.

Nasce in Orci la magnifica Stefana Quinzani, più tardi beatificata, fondatrice del monastero delle donne di Soncino. Per le scienze e le lettere, acquistano fama l’oriundo orceano Condro, insegnante presso l’Università di Bologna, celebre latinista e grecista, che sembra abbia avuto tra gli alunni Niccolò Copernico; Giovanni Braccesco, latinista, scienziato, filosofo.

Illustrano le arti figurative Bagnadore e Montagna, celebrati pittori e architetti, mentre arriva in Orci il Sanmicheli, a disegnare le costruzioni dei bastioni e delle porte della fortezza.

La società locale è sostanzialmente povera, o appena benestante; non conta famiglie patrizie e nemmeno eccessivamente facoltose, perché nel trambusto dei secoli e specie nel ‘400 e ‘500, i fatti d’arme piuttosto frequenti e la indisponibilità di terre da comperare, il succedersi dei privilegi che garantiscono soprattutto il mantenimento della situazione, impediscono l’inserimento o l’attecchimento dei potentati, sia militari che civili.

Il centro è abitato da qualche famiglia danarosa, che esercita le attività professionali o gode dei benefici delle piccole proprietà terriere; vi si installano i bottegai, ai quali si aggiungono in buon numero gli artigiani dei mestieri inerenti ai bisogni della campagna (sellai, fabbri, ecc.) ed alle richieste degli abitanti in generale.

Ai margini s’incontra una piccola folla di lavoratori occasionali, di pescatori e cacciatori meno esigenti degli altri e viventi alla giornata, fiduciosi nella generosità delle opere caritative e dei conventi per gli anni magri.

Nel contado le piccole proprietà terriere dei professionisti e dei “ricchi” del centro sono condotte dagli affittuali e dai massari, con l’aiuto dei poveri braccianti e con un patrimonio zootecnico ridottissimo, con prodotti miseri, salvati a stento tra un’epidemia e l’altra. La proprietà terriera è ammassata nelle mani del comune, della Chiesa, e di monasteri delle opere di beneficenza.

La potestà amministrativa, tranne la parte che riguarda le fortificazioni militari, è affidata al consiglio comunale, composto da oceani genuini e retto da consoli.

Sulla popolazione non gravano eccessivi pesi fiscali, se non per motivi occasionali, quali le malattie, carestie, fatti d’arme per i quali si richiede il pagamento di dazi a favore del Comune.

I fatti straordinari della vita sociale provengono dalle liti tra civili e militari, per la solita prepotenza dei componenti il presidio e fra agricoltori per i diritti di irrigazione e la manutenzione delle strade, dalle feste pubbliche di carattere religioso e civile, dai contrasti fra le confraternite e gli ordini monasteriali ed ecclesiali.

Orzi è agricolo, artigianale, proletario; gli intellettuali tendono ad abbandonare la terra d’origine per trasferirsi in città.

Nella comunità il fervore generale e la speranza si annunciano pieni, dopo lo smarrimento conseguente ai disastri bellici ed alla peste tra il 1509 e d il 1530 circa.

Nel ‘600 e ‘700 nella fortezza la vita è monotona e stantia, eccezion fatta per la peste del 1630-31 e per qualche traversia collegata alla guerra di successione spagnola (1701-1713), fenomeni innestati nelle vicende comuni a tutta l’Alta Italia.

Nei primi decenni del ‘600 opera l’artista Cossali, autore generoso e laborioso, detto “il pittore di S. Carlo”, chiamato a dipingere dai reggenti delle chiese di un largo territorio, dai domenicani di Soncino e da qualche privato.

Nel 1779 l’ordine dei domenicani chiude il monastero di Orzinuovi, i cui beni sono ceduti ad un Corniani, che li passa successivamente all’ospedale Tribandi.

Le novità arrivano con la rivoluzione francese e la soppressione della Repubblica di Venezia.

Si istituisce il Governo provvisorio, si pianta l’albero della libertà, si organizza il comitato per la valutazione dei beni espropriabili, con interventi dei giovani liberali e del popolo minuto, ma senza la convinta partecipazione della massa. La fortezza ed i suoi abitanti sono tenuti sotto controllo da Brescia, i cui rappresentanti pregano gli Orceani di adeguarsi alle novità e di essere degni patrioti e nel contempo fanno trasferire in città le armi e le munizioni.

Sono espropriati i beni dei monasteri, della chiesa e delle opere ecclesiali, si unificano le entrate dei vari enti caritativi locali in una organizzazione assistenziale civile ed unica, si aprono scuole pubbliche per l’istruzione primaria.

La successiva pubblica Cisalpina ed il Regno Italico di Napoleone intraprendono alcune opere pubbliche, fra le quali la costruzione di una strada per Soncino e del cimitero centrale nel campo “Foppa”; legiferano anche in materia di riti religiosi, sopprimono i conventi di S. Francesco della Pace, dei francescani di S. Maria dell’Aguzzano e cancellano l’ordine della scuola di S. Pietro.

Il comune è indebitato per le antiche ruberie dei francesi e per gli oneri imposti dagli Austriaci vittoriosi su Napoleone. Le idee rivoluzionarie della comunità diminuiscono di interesse e la società locale ritorna pressoché uguale a 50 anni prima, con i vertici rappresentati dagli aristocratici, provenienti dalle solite famiglie ricche e dai militari, con l’aggiunta di qualche liberale che ha allargato la proprietà e si è costituito un lignaggio con l’acquisto dei beni espropriati nel decennio d’oro.

Nel 1828 il governo austriaco ordina l’abbattimento della fortezza a carico del comune; l’opera di demolizione è appaltata ad un impresario privato, con una decisione di massima; la spesa supera di gran lunga il preventivo e la comunità ricorre al prestito di un privato, sempre un Martinengo; il paese è privato della decorosa e storica corona delle mura, invidiata dai vicini e si obbliga a vendere qualche proprietà per affrontare il brutto momento economico e finanziario.

Verso il 1839 il Comune dona agli Orceani il teatro, ricavandolo dallo svuotamento dell’ex chiesa di S. Giuseppe, già affittata a privati, nel 1797.

Nel 1848, l’anno dei fasti d’Italia e delle illusioni, Orzinuovi brinda ai Piemontesi, ai patrioti, con l’intervento delle rappresentanze religiose; l’anno dopo ritorna nella quiete di prima, con l’arresto e l’imprigionamento di Don Giuseppe Perini e con il controllo della Famiglia Pavoni, troppo scopertamente antiaustriacante ed indiziata di sovversivismo.

Nel 1859, dopo l’ennesima definitiva liberazione del comune è eletto sindaco l’Avvocato Maestrazzi. La nuova strutturazione politica coincide con l’inizio del rinnovamento sociale e civile delle campagne della bassa, lento se si vuole, ma massiccio.

Nelle campagne appaiono i primi coltivatori proprietari, e in larga misura i cosiddetti mandriani nomadi, i quali, qualche decennio dopo, divengono acquirenti dei fondi lasciati dai signori di prima.

Alcune leggi sociali costringono gli agricoltori tradizionalisti ad abbandonare le proprietà od a rinnovarsi con grossi sacrifici; nel centro i bottegai si organizzano in iniziative varie, come sollecitati da nuova fiducia.

Compiuto il primo decennio della costituzione del Regno d’Italia (1861-1871), gli entusiasmi si smorzano ed il paese ritorna alla solita routine, anche se qualcosa di nuovo sembra essere impostato da alcune iniziative sociali.

Nell’ultimo decennio del secolo, si realizzano i primi investimenti pubblici, per i quali è costruito il nuovo edificio delle scuole elementari, sono sistemate alcune strade interne e si compiono i primi sparuti tentativi dell’iniziativa privata in materia edilizia. Il comune è servito con una linea tranviaria elettrica e con una ferrovia per la Valle Camonica e Cremona; il centro viene illuminato.

Nei primi anni del secolo nuovo e fino al 1925 circa, tralasciata la parentesi della prima guerra mondiale, si realizza l’espansione dell’edilizia privata, che ricopre molte aree a ridosso delle mura, in ogni direzione, facendo sparire o riducendo a pochi spazi i resti dell’antica fortezza.

Sono pure modificate alcune case della piazza o dei quartieri centrali, secondo un impulso economico che riguarda in modo particolare commercianti e professionisti.

Nel periodo cruciale dell’avvento del fascismo, la comunità orceana accetta senza eccessive rimostranze la nuova situazione, sia per la sua naturale propensione al pacifismo, sia per l’alto numero dei piccoli imprenditori e degli agricoltori tradizionalmente disponibili alla quiete.

Nessun avvenimento degno di nota s’incontra nel ventennio; solo la figura di Mor, direttore didattico, che pubblica due volumi ricchi di notizie particolari sulla vita del comune.

Dopo la seconda guerra mondiale, Orzinuovi conta 12.000 abitanti, la stragrande maggioranza dei quali vive di agricoltura. La ripresa economica e nazionale in un decennio prepara il campo per l’esodo della campagna e per la trasformazione sociale dei paesi agricoli lombardi, in cui i primi aspetti riguardano il generale aumento del tenore di vita, l’espansione edilizia pubblica e privata, l’aumento della scolarità e del numero di tecnici, l’industrializzazione delle campagne e del centro, l’allargamento dei servizi sociali di ogni genere.

In un ventennio la popolazione diminuisce di circa 3.000 abitanti, ma il paese si raddoppia per il numero di case, funzionalmente distribuite intorno all’abitato centrale, secondo l’adozione di un relativo piano regolatore; si arricchisce di giardini e di aree verdi e di ampie strade.

Gli occupati in agricoltura passano dal 60 per cento di prima al 20 per cento e si triplicano al numero degli addetti all’industria e ai servizi terziari.

A Orzinuovi nel 1223 ci fu un terremoto,nel 1380 ci fu peste, con l'apertura di un piccolo lazzaretto, divenuto poi ospedale di San Bartolomeo fuori porta, a nord dell'abitato, gestito dall'Ordine degli Umiliati,nel 1471 un altro terremoto nella bassa bresciana e nel cremonese: la gente, impaurita, uscì nei campi circostanti la fortezza e vi sostò per vari giorni.
Nel 1474 ci fu un'invasione di locuste, con devastazione dei raccolti e conseguente carestia; moria di bestiame e nel 1481 un'altra epidemia di peste o malattia simile; definita dagli autori "mal del zucchetto" e pare abbia mietuto 2000 vittime a Orzinuovi e 400 a Orzivecchi.
Negli anni 1512-1513 ci fu la più dura peste che abbia mai colpito il paese: 3500 morti (su 3900 abitanti) a Orzinuovi, 1000 (su 1100) a Orzivecchi, 450 (su 1000) a Soncino, 1000 nei comuni limitrofi. Descritta con toni angosciosi dal Codagli.
Nel 1570 la carestia e pestilenza ha provocato centinaia di morti che sono sepolti nell'orto della canonica.
Tra il 1576-1577 una nuova minaccia di peste e venne eretta la cappella di San Rocco e un presunto miracolo ferma quindi l'epidemia.
Nel 1630 ci fu la grande peste descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi esteso a tutto il Nord Italia. Dei 2200 cittadini, solo 900 sopravvissuti. I morti sono sepolti nella chiesa di San Giacomo e Filippo.
Nel 1712 Orzinuovi fu colpita da carbonchio e afta epizootica con grande moria di bestiame.
Tra il 1735 e il 1763 ci furono morie di bestiame e pollame praticamente totali.
Il 27 giugno 1783 comincia un pauroso temporale; per tre giorni cadono fulmini ovunque con danni gravi ad abitazioni e raccolti. Per fortuna non ci furono vittime.
Il 12 maggio 1802 un terremoto danneggia la fiancata destra del Duomo.
Nel 1816 Orzinuovi fu investita da carestia e diffusione della febbre petecchiale: 183 morti nel 1816, 198 nel '17
Tra aprile e luglio del 1836 ci fu una violenta epidemia di colera
A dicembre del 1850 ci fu una breve epidemia di colera.
Nel 1866 a seguito di una nuova epidemia di colera fu istituito un lazzaretto pubblico nei pressi dell'ospedale vecchio detto El pasterù'. In occasione dell'epidemia, furono emesse decreti che punivano le famiglie che non denunciavano di avere dei malati.
Negli anni 1885-1886 ci fu una nuova ondata di colera seguito dal vaiolo.
Negli anni 1918-1919 la violenta influenza spagnola uccide 200 persone.
Nel 1978 a Coniolo ci fu una moria di pollame.
Nel 2001 a causa dello scarico di liquami nel lago, viene isolata una parte del piccolo laghetto artificiale presso la città.
Nel 2008 le cavallette devastano i raccolti.
Il 26 luglio e l'11 ottobre del 2014 a causa di fortissime precipitazioni (il solo evento di luglio ha riversato 187 mm di pioggia in poche ore) vengono allagate diverse zone della città con gravi danni ad attività e case private.



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martedì 16 giugno 2015

PERSONE DI BRESCIA : PAPA PAOLO VI


“Dite ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro, e ricordate ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro.”

Papa Paolo VI è stato il 262º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, primate d'Italia e 4º sovrano dello Stato della Città del Vaticano a partire dal 21 giugno 1963 fino alla morte. Venerabile dal 20 dicembre 2012, dopo che papa Benedetto XVI ne aveva riconosciuto le virtù eroiche, è stato beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco.

Giovanni Battista Montini nacque il 26 settembre 1897 a Concesio, un piccolo paese all'imbocco della Val Trompia, a nord di Brescia, dove la famiglia Montini, di estrazione borghese, aveva una casa per le ferie estive.
La famiglia Montini, originaria della provincia bresciana, contò tra Settecento e Ottocento numerosi medici. Medico fu anche Lodovico (1830-1871), che nel 1848 s'arruolò tra i volontari bresciani insorti contro l'esercito austriaco e fu poi pioniere del locale movimento cattolico; nel 1857 sposò la bresciana Francesca Buffali (1835-1921), di rigorosa religiosità, che ricordava d'esser stata elogiata dal generale garibaldino N. Bixio per l'aiuto prestato ai feriti della seconda guerra d'indipendenza e che fu l'unica tra i nonni conosciuta da Battista (com'era chiamato in famiglia e come sempre si firmò nelle lettere ai familiari). Il maggiore dei loro figli fu Giorgio (1860-1943), laureato in legge all'Università di Padova e dal 1881 al 1911 direttore del piccolo quotidiano dei cattolici "Il Cittadino di Brescia", fondato nel 1878. Di fronte alla linea intransigente, che dopo la traumatica fine del potere temporale del papa nel 1870 mirava a impedire ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica con la parola d'ordine "né eletti né elettori", il giornale cattolico bresciano s'era fatto già dal 1879 sostenitore di un atteggiamento possibilista, riassunto nella più morbida formula "preparazione nell'astensione". A Brescia questa lunga evoluzione del cattolicesimo, diviso sull'opportunità di entrare nella lotta politica ma fecondo d'iniziative e opere religiose, culturali, sociali ed economiche, portò a un'alleanza con i liberali moderati, e questa coalizione nelle elezioni amministrative del maggio 1895 risultò vittoriosa sui radicali che si rifacevano a G. Zanardelli.

Poche settimane dopo Giorgio Montini sposò Giuditta Alghisi (1874-1943), anch'essa di famiglia bresciana; rimasta molto presto orfana d'entrambi i genitori, fu educata a Milano nella cultura e nella spiritualità del cattolicesimo francese ed ebbe come tutore il sindaco radicale di Brescia, G. Bonardi, vecchio garibaldino. Questi le negò il consenso a sposare il cattolico Montini, che nelle elezioni del 1895 fu eletto consigliere comunale e provinciale, e solo il raggiungimento della maggiore età della giovane pupilla, poche settimane dopo la sconfitta politica del sindaco suo tutore, permise le nozze. Dopo la morte prematura nel 1897 di G. Tovini, che era stato l'animatore del movimento cattolico bresciano, l'avvocato Montini ne divenne la guida riconosciuta, dedicandosi sempre più alla vita pubblica: assessore al Comune nel 1914, nel 1917-1918 presidente dell'Unione elettorale cattolica e quindi tra i fondatori a Brescia del Partito Popolare Italiano, nelle prime elezioni politiche del dopoguerra tenutesi nel 1919 fu eletto alla Camera dei deputati e vi venne confermato nel 1921 e poi nel 1924, finché nel 1926, per la sua appartenenza al gruppo secessionista dell'Aventino opposto alla dittatura fascista, fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Oltre a Battista, dal matrimonio nacquero altri due figli: il primogenito Lodovico (1896-1990), anch'egli avvocato, poi membro dell'Assemblea costituente, deputato dal 1948 al 1963 e senatore dal 1963 al 1968, sempre eletto per la Democrazia Cristiana, e il terzogenito Francesco (1900-1971), medico. Tra il 1903 e il 1915 Battista frequentò come esterno, con interruzioni dovute alla salute precaria, le scuole elementari, il ginnasio e parte del liceo nel collegio Cesare Arici, tenuto a Brescia dai Gesuiti, e negli stessi anni partecipò ai gruppi giovanili animati dagli Oratoriani di S. Maria della Pace, uno dei luoghi socialmente più avanzati e dal punto di vista religioso più aperti del cattolicesimo bresciano. Nell'aprile 1907 compì con la famiglia per la prima volta un viaggio a Roma (dove i Montini furono ricevuti in udienza privata da Pio X) e nel giugno successivo, a Brescia, ricevette il 6 la prima comunione e il 21 la cresima. Tra i preti oratoriani incontrati in quegli anni alla Pace, due figure incisero soprattutto nella vita di Battista, G. Bevilacqua e P. Caresana, e anzi quest'ultimo fu dal 1913 suo direttore di coscienza e confessore. In quello stesso anno, se non addirittura prima, l'adolescente prese a frequentare a Chiari, nella provincia bresciana, una comunità di monaci benedettini lì trasferitisi dalla Francia a causa delle leggi antireligiose, rimanendo affascinato dalla maniera di vita e dalle liturgie monastiche. Fu allora che iniziò a maturare in lui l'idea di prepararsi al sacerdozio. Nel 1915 l'Italia entrava in guerra e il fratello Lodovico, ufficiale d'artiglieria, venne mandato al fronte, mentre Battista, dichiarato inabile al servizio militare per la debole costituzione fisica, concludeva nel 1916 gli studi secondari conseguendo la licenza presso il liceo classico statale di Brescia.

Nell'autunno del 1916 Battista iniziò a seguire le lezioni del Seminario di Brescia come uditore esterno, obbligato dal suo fragile stato fisico ad altre ripetute sospensioni degli studi. Le tristezze degli anni di guerra e le difficoltà di salute si sommarono nell'animo del giovane seminarista, opprimendolo ma anche abituandolo a riflettere sulla sofferenza, come appare in lettere indirizzate in quel tempo ad alcuni giovani amici. Con uno di questi, A. Trebeschi, concepì nella primavera del 1918 il progetto d'un periodico studentesco, che iniziò a uscire il 15 giugno dello stesso anno e fu pubblicato a Brescia senza regolarità, con frequenza mensile o quindicinale, fino agli inizi del 1926; il suo senso fu riassunto poco più tardi dallo stesso Montini (che vi pubblicò una cinquantina di scritti) in una bozza di lettera, senza data, a Pio XI: "Il giornale 'La Fionda' è nato durante la guerra, traendo da essa in un'ora terribile non meno per le nazioni che per l'anima delle giovani generazioni, l'ispirazione appassionata di un rinnovamento spirituale. Pochi giovani, senza molto pensare ma coll'intuito e il proposito d'incominciare una nuova e non piccola opera, iniziarono la pubblicazione del periodico, che voleva esprimere la voce dello spirito nuovo ai fratelli della scuola. Sorreggeva quest'umile tentativo un grande desiderio di portare la parola cristiana nell'anima studentesca moderna, con sincerità audace ma insieme con serenità alta e gioiosa, di confortare con giovanile ardore la purezza insidiata dei giovani, di preparare con palestra elementare le coscienze degli studenti secondari ai futuri doveri religiosi e civili. Questa fu l'anima fiondista" (il testo è citato nell'introduzione alle Lettere ai familiari, p. XXI). Intanto il 21 novembre 1919 Battista, che nel settembre precedente aveva partecipato a Montecassino a un convegno della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, aveva ricevuto a Brescia la veste ecclesiastica, quindi nelle settimane successive ebbe la tonsura, poi gli ordini minori e maggiori fino al diaconato, accolto con la coscienza di dover predicare il messaggio cristiano "a una società che tutto ha inventato e scoperto fuorché il Vangelo", come scrisse a un prete amico (ibid., p. XXIII), e finalmente il 29 maggio 1920 nella cattedrale di Brescia ricevette l'ordinazione sacerdotale dal vescovo G. Gaggia. Pochi giorni dopo don Battista si recò a Roma, dove il padre si trovava per i lavori parlamentari e il fratello Lodovico stava terminando gli studi all'Università, disse messa a S. Pietro e nelle catacombe, fu ricevuto in udienza privata da Benedetto XV (che aveva visto in un precedente viaggio nell'autunno del 1917, quando incontrò per la prima volta anche A. Ratti, il futuro Pio XI, allora prefetto della Biblioteca Vaticana) e assistette il 9 giugno alla tempestosa seduta della Camera dei deputati durante la quale il presidente del Consiglio F.S. Nitti annunciò le dimissioni del governo, ricavandone amare impressioni comunicate lo stesso giorno in una lettera ai familiari. A Roma don Battista tornò dopo l'estate ed entrò il 10 novembre 1920 come alunno nel Seminario Lombardo, iscrivendosi alla facoltà di filosofia della Pontificia Università Gregoriana e, con permesso speciale del vescovo, in quella di lettere dell'Università di Roma. Abbandonato il desiderio di restare in diocesi come parroco o professore in seminario, l'idea era quella di seguire studi umanistici e in particolare storici; il progetto, rettificato in un indirizzo piuttosto filosofico e teologico, fu però completamente mutato da un intervento presso il cardinale segretario di Stato P. Gasparri dell'amico di famiglia G.M. Longinotti (uomo politico bresciano, tra i fondatori del Partito Popolare): il giovane prete, dopo un decisivo incontro con il sostituto della Segreteria di Stato G. Pizzardo, avvenuto il 26 ottobre 1921 e narrato nella lettera del 29 ai familiari (mentre in due precedenti a padre Caresana aveva espresso il turbamento e il dispiacere per la prospettiva d'essere allontanato dall'attività strettamente pastorale), fu così destinato al servizio diplomatico e il 20 novembre successivo entrò nella Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici, l'istituto preposto a questo tipo di formazione; negli anni seguenti, interrotti con grande dispiacere gli studi di lettere, seguì quelli di diritto, laureandosi poi in sedi diverse, tra il 1922 e il 1924, in filosofia, diritto canonico e diritto civile (cfr. Anni e opere, p. 19). Nel frattempo, mentre a Benedetto XV era succeduto Pio XI (che il più giovane alunno dell'Accademia incontrò per la prima volta come papa il 6 marzo 1922) e in Italia la situazione politica evolveva rapidamente verso l'instaurazione e il consolidamento del regime fascista, tra il giugno e l'inizio d'ottobre del 1923 don Battista fu improvvisamente mandato in Polonia come addetto alla Nunziatura apostolica di Varsavia per un periodo quasi di prova, dal quale fu richiamato a Roma. Poche settimane dopo il suo rientro a Roma, verso la fine di novembre del 1923, Montini fu nominato assistente ecclesiastico del Circolo universitario cattolico romano, inserito nella FUCI, e per circa un anno si dedicò quasi esclusivamente a un incarico che avrebbe poi combinato con quello al servizio diretto della Santa Sede. Il 24 ottobre 1924, dopo un viaggio estivo in Francia, che durante quasi tutto l'agosto comprese un soggiorno parigino per lo studio della lingua e della letteratura, il giovane prete bresciano entrò infatti in Segreteria di Stato e nell'aprile successivo vi fu promosso minutante (ricevendo nell'ottobre seguente il titolo curiale di cameriere segreto soprannumerario, che comportava anche l'appellativo di monsignore, poi seguito l'8 luglio 1931 dal titolo di prelato domestico); nell'ottobre del 1925, infine, all'impegno in Vaticano s'aggiunse la nomina ad assistente ecclesiastico nazionale della FUCI. L'incertezza sul suo destino, caratteristica dei primi anni sacerdotali lontani dalla famiglia e dalla diocesi, sembrava così dissolversi e ricomporsi in un doppio gravoso impegno, nella coscienza tuttavia di continue deviazioni dalle sue aspirazioni più profonde a una vita di raccoglimento e di studio avvertita con lucidità in una lettera da Parigi del 9 agosto 1924: "E se così fosse la linea spezzata, ch'è la traccia della mia vita, avrebbe il suo nuovo svolto, imprevisto e improvviso; quando dopo una lunga ginnastica cominciavo ad assuefarmi al pensiero della vita romana, ricercandone con l'aiuto divino la parte mistica ed evangelica; e riuscivo a persuadermi e della vanità, dura talvolta, del suo lato umano, e dell'universalità unica e divina della sua concezione cristiana; così che non saprò dolermi degli anni ora passati come se fossero, nella deviazione, perduti" (Lettere ai familiari, p. 330).

L'occasione della riflessione era un'offerta ad assumere l'incarico di assistente spirituale degli studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, da tre anni costituita a Milano, che tuttavia gli apparve non "conforme né al dovere d'obbedienza, né all'interesse d'un buon nome e d'una qualsiasi collocazione". Il nuovo indirizzo di vita, pur assorbente per le crescenti responsabilità dell'ufficio vaticano e l'estensione dell'impegno con gli universitari, si rivelò comunque fecondo: "Per un decennio visse tra i giovani, avviati agli studi e alle professioni. Era giovane anch'egli, di ventisei anni, ma la sua vita precedente era stata per le circostanze ristretta e concentrata, e ne fu come riscosso, per contatti e relazioni che si allargarono rapidamente, con il carattere genuino dell'amicizia. L'animo sacerdotale trovò il primo campo di ministero e la gioia di dispensare i suoi carismi in una dilatazione ancora non provata. Tornò, così, in altro modo al mondo della cultura, e la condizione di guida e di maestro spirituale gli fece anche riprendere la penna, con più lucidità e concretezza" (ibid., p. XXVII). L'incarico con gli universitari lo portò, soprattutto dopo la nomina del 1925, a moltiplicare viaggi faticosi per tutta l'Italia, in una situazione per più d'un motivo complessa e difficile. La FUCI stava vivendo un momento critico perché la dirigenza precedente era stata sostituita d'autorità dalla Santa Sede con l'intento di un controllo più saldo dell'associazione, e i nuovi capi, l'assistente Montini e il presidente I. Righetti, furono per lungo tempo guardati con sospetto dai fucini di cui dovettero lentamente conquistarsi la fiducia attraverso un programma che mirava a "fare per prima, per massima cosa, azione interiore, culturale e spirituale", come sottolineò lo stesso Montini. La riorganizzazione della FUCI passò anche attraverso lo sviluppo della stampa: della rivista "Studium", pubblicata in precedenza fuori Roma, e dei nuovi periodici "La Sapienza" (dal 1926) e "Azione Fucina" (dal 1928); su questi, in particolare su "Studium", l'assistente ecclesiastico pubblicò quasi duecento scritti, tra articoli e recensioni, alcuni dei quali furono raccolti e pubblicati nel volumetto Coscienza universitaria (1930) dalla Società Editrice Studium, fondata nel 1927. La stessa editrice stampò poi di Montini tre volumi di "schemi di lezioni": La via di Cristo, sui "precetti della morale cattolica" (1931), Introduzione allo studio di Cristo (1934) e Introduzione al dogma cattolico (1935), frutto quest'ultimo di un corso tenuto nel primo semestre dell'anno accademico 1934-1935 alla facoltà giuridica del Pontificio Istituto Utriusque Iuris della Pontificia Università Lateranense; nella stessa facoltà già nel 1931 aveva assunto l'insegnamento di storia della diplomazia pontificia, che mantenne fino al 1937. Nell'attività di formazione principalmente rivolta ai giovani vanno inquadrate anche le versioni di due opere francesi che Montini pubblicò con sue introduzioni presso l'editrice Morcelliana di Brescia: nel 1928 i Tre riformatori: Lutero Cartesio Rousseau di J. Maritain (al quale restò sempre legato) e nel 1934 La religione personale del gesuita L. de Grandmaison; diverse tra loro, entrambe le opere sono però significative nel porre il problema della fede all'interno della modernità e delle sue contraddizioni. Altrettanto emblematici della sensibilità culturale dell'assistente Montini appaiono nel 1931 la sua sottoscrizione al programma della nuova rivista "Arte Sacra", come appartenente al comitato di redazione, e un suo articolo Su l'arte sacra futura pubblicato sul primo numero del periodico.

Il clima politico e culturale imposto dal fascismo s'era intanto fatto asfissiante per un'associazione estranea al regime come la FUCI e per altre organizzazioni cattoliche. Già nel corso del 1925 si ebbero ripetute e gravi violenze fasciste contro i cattolici in diverse città italiane, e nel 1926 il congresso nazionale della FUCI, aperto a Macerata il 27 agosto e subito trasferito ad Assisi, fu turbato da violente provocazioni; benché poi fossero stati avviati colloqui per la soluzione della "questione romana", che si ebbe l'11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi, le ostilità e le pressioni si moltiplicarono nel quadro di ricorrenti polemiche e tensioni fino alla crisi del 1931, quando il 29 maggio il capo del governo B. Mussolini diede ordine ai prefetti di sciogliere in tutta Italia le associazioni giovanili cattoliche. La reazione di Pio XI fu molto energica e arrivò il 29 giugno alla pubblicazione di un'enciclica, intitolata Non abbiamo bisogno, fortemente polemica contro la decisione governativa: nei giorni immediatamente precedenti, per divulgarla fuori d'Italia nel timore che ne fosse impedita la pubblicazione all'interno, monsignor Montini ebbe l'incarico di portarne in incognito il testo alle Nunziature di Monaco e di Berna (cfr. Lettere ai familiari, pp. 690-91 n. 2). Verso la fine di luglio tuttavia l'avvio da parte vaticana di una trattativa con il governo italiano iniziò a placare la polemica che aveva raggiunto toni violentissimi, nonostante che solo due anni prima fosse stata chiusa la questione romana. Nell'imminenza della sua soluzione don Battista aveva manifestato ai familiari, in una lettera del 19 gennaio 1929, interrogativi e preoccupazioni: "Se la libertà del Papa non è garantita dalla forte e libera fede del popolo, e specialmente di quello italiano, quale territorio e quale trattato lo potrà?"; e concludeva: "Bisogna indubbiamente pregare molto perché il Signore assista la Chiesa di Roma in questi frangenti e non permetta al Suo Capo di acquistare una terrena libertà con la perdita di quella spirituale, sua e dei suoi figli". Antifascista per formazione familiare e per convinzione, Montini aveva espresso già nel 1926, in una lettera scritta ai familiari il 4 novembre, un duro giudizio sul regime che aveva propiziato eccessi e violenze: "I governi precedenti avevano la paura del coraggio; questo ha il coraggio di mostrarsi pauroso; è la propaganda del sospetto; è la smania d'individuare avversari; è la logica della rivoluzione. Il fascismo morirà d'indigestione, se così continuerà, e sarà vinto dalla propria prepotenza. Quello che è doloroso è che il popolo italiano venga così a ricevere la esiziale educazione della volubilità e dell'avventura e che sia continuamente eccitato non a contenersi nell'ambito del diritto ma a sfrenarsi nella brutalità improvvisa degli odi di parte". Il cammino della FUCI, già non facile per motivi politici, fu reso ancor più difficile da alcuni ambienti ecclesiastici in un contesto cattolico italiano comunque non univoco e anzi diviso non solo sul giudizio a proposito del regime fascista ma anche su indirizzi e scelte d'ordine culturale e spirituale. A essere preso di mira fu in particolare l'assistente Montini, che già nel maggio 1925 dovette difendersi con il cardinale vicario di Roma B. Pompilj dall'accusa, proveniente dal vicecamerlengo U. Boncompagni Ludovisi, che il circolo universitario fosse asservito alla linea del Partito Popolare. L'accusa si sommava all'ostilità dei Gesuiti, che dirigevano alcune opere rivolte al mondo studentesco romano con metodi educativi tradizionalistici dai quali la FUCI si distingueva nettamente per una linea formativa molto più aperta. La situazione si aggravò quando nel 1931 a Pompilj succedette il cardinale F. Marchetti Selvaggiani, deciso fautore dei Gesuiti: al nuovo vicario di Roma Montini fu denunciato nel maggio 1932 e quindi all'inizio del 1933 fu lo stesso cardinale vicario ad accusare l'assistente nazionale della FUCI presso i suoi superiori della Segreteria di Stato; fattasi insostenibile la situazione "in una Curia preoccupata di mantenere la quiete concordataria" (ibid., p. XXVIII), in febbraio Montini (al quale tuttavia Pio XI attestò la sua stima) con amarezza presentò le dimissioni, che in marzo furono accettate e pubblicate, adducendo come spiegazione i suoi impegni in Segreteria di Stato, di fatto crescenti e che inoltre furono vissuti dal giovane prete bresciano "nel disagio intimamente avvertito di essere condotto, per rigorosa fedeltà di esecutore, ad assumere comportamenti e a compiere atti alieni dai suoi convincimenti e vedute" (ibid., p. XXIX). Pur tra difficoltà (e nel 1935 una lunga interruzione dal lavoro per motivi di salute), avido di conoscenze e intellettualmente curioso, Montini riuscì a mantenersi dopo le dimissioni forzate, la cui vicenda ricostruì in una ampia lettera del 19 marzo 1933 al vescovo Gaggia (cfr. ibid., pp. 726-27 n. 2 e 747 n. 1), in contatto con molti giovani amici e anche a partecipare alle iniziative del Movimento Laureati di Azione Cattolica nato in quegli anni dalla FUCI; in alcune vacanze estive aveva poi sempre continuato a viaggiare, anche fuori d'Italia (nel 1926 e nel 1930 tornò in Francia, nel 1928 si recò in Belgio e Germania, e nel 1934 fu nelle isole britanniche); in ragione dell'ufficio si moltiplicavano poi le occasioni d'incontro con persone e personalità di diversi Paesi.

Agli inizi di febbraio del 1930 vi era stato un cambiamento importante ai vertici della Santa Sede perché era stato nominato segretario di Stato il cardinale E. Pacelli in sostituzione del cardinale Gasparri, che aveva lasciato l'incarico, assunto nel 1914, per divergenze personali con Pio XI. E del nuovo segretario di Stato Pacelli monsignor Montini, che dal 1932 si trasferì nella Città del Vaticano assumendone anche la cittadinanza, divenne progressivamente uno dei più stretti collaboratori finché il 16 dicembre 1937 fu pubblicata la sua nomina a sostituto della Segreteria di Stato e segretario della Cifra; la sua candidatura a questa importante carica, che lo poneva ai vertici della Santa Sede, fu sostenuta dal cardinale Pacelli, prevalendo su quella del segretario personale del papa, C. Confalonieri, che Pio XI avrebbe preferito; nell'ufficio Montini succedeva a D. Tardini, che lo stesso giorno fu nominato segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari. Nelle settimane e nei mesi successivi s'aggiunsero le nomine di Montini a consultore delle Congregazioni del Sant'Uffizio e Concistoriale e quella a protonotario apostolico (cfr. Anni e opere, pp. 32-3) e nel settembre 1939 avvenne il suo trasloco in un appartamento del Palazzo Apostolico, spettante alla sua carica ma nello stesso tempo espressivo della crescita del ruolo personale di Montini, tra l'altro sempre più al centro di incontri, relazioni e amicizie. Come voleva il suo ruolo istituzionale, nel maggio 1938 il nuovo sostituto accompagnò a Budapest il segretario di Stato, legato pontificio al trentaquattresimo congresso eucaristico internazionale, e all'alba del 10 febbraio 1939 fu il primo a essere chiamato al capezzale del papa morente. Eletto come suo successore Pacelli, Montini restò sostituto anche con il nuovo cardinale segretario di Stato L. Maglione e soprattutto continuò a godere della fiducia e dell'amicizia del suo antico superiore divenuto Pio XII; la sua importanza anzi s'accrebbe dopo l'agosto del 1944 quando, morto Maglione, il papa non nominò un suo successore e decise di governare direttamente la Segreteria di Stato attraverso i suoi due più stretti collaboratori, e cioè Montini e Tardini, che il 29 novembre 1952 vennero nominati entrambi prosegretari di Stato (in continuità con le cariche precedenti, rispettivamente per gli Affari Ordinari e per gli Affari Straordinari). La promozione avrebbe dovuto essere seguita secondo la prassi dalla creazione cardinalizia dei due ecclesiastici (e dall'eventuale scelta di uno dei due come segretario di Stato), ma questi non vennero compresi tra i cardinali creati nel Concistoro del gennaio 1953. La decisione papale fu tanto inconsueta che Pio XII si sentì in dovere di giustificarla, affermando nell'allocuzione concistoriale che erano stati i suoi due vicinissimi collaboratori a declinare l'offerta del cappello cardinalizio, ma con ogni probabilità l'offerta di papa Pacelli era stata solo un gesto di cortesia di fronte al quale Pio XII si aspettava appunto una rinuncia, non avendo intenzione di creare cardinali i due responsabili della Segreteria di Stato; questi mantennero così le loro cariche, sino alla fine del 1954 Montini e per tutto il pontificato Tardini.

La lunga permanenza di monsignor Montini ai vertici della Segreteria di Stato (quindici anni come sostituto e altri due come prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari, preceduti da tredici anni di gavetta come minutante) è il periodo meno conosciuto della sua vita. Nelle lettere ai familiari molto sobri e contenuti sono gli accenni al suo ufficio e anzi questi si fanno più rari con il passare degli anni e il crescere parallelo delle responsabilità e della riservatezza. Questa fonte, molto preziosa ma particolare e certo non esaustiva, viene poi meno nei primi mesi del 1943, con il dissolversi del nucleo centrale della famiglia alla morte dei genitori (il 12 gennaio quella del padre, seguita il 17 maggio dalla scomparsa della madre), mentre rimangono tuttora inaccessibili i documenti conservati negli archivi vaticani (con l'eccezione di quelli pubblicati relativamente al periodo della seconda guerra mondiale). Se poi in definitiva abbondanti sono altre fonti, di carattere sia pubblico (soprattutto diplomatico) sia privato, che vengono progressivamente rese note, difficile resta però valutare la componente personale dell'azione del sostituto e poi del prosegretario di Stato, figura centrale nell'elaborazione ed esecuzione di una politica e di decisioni comunque complesse e condizionate da elementi e agenti diversi. Sullo sfondo chiara risulta la fiducia riposta da Pacelli, prima come cardinale segretario di Stato e quindi come papa, nel suo stretto collaboratore, e innegabile appare la lealtà di Montini nei confronti dei superiori, in particolare di Pio XII, anche al di là d'eventuali divergenti convinzioni personali, all'interno tuttavia d'un atteggiamento d'apertura e disponibilità nei confronti d'interlocutori e problemi generalmente riconosciutogli. L'orizzonte internazionale andava oscurandosi: nulla sembrava poter contrastare la crescita dei totalitarismi e del razzismo, mentre la Spagna era devastata da una lunga e sanguinosa guerra civile accompagnata, soprattutto da parte repubblicana, da ripetuti, violenti e feroci episodi di vera e propria persecuzione religiosa, finché la guerra travolse l'Europa estendendosi poi all'intero scenario mondiale. La catastrofe bellica fu poi seguita dalle tensioni minacciose della guerra fredda, mentre nei Paesi dell'Europa orientale e centrale caduti sotto l'egemonia sovietica s'apriva un lungo e difficile periodo anche per la Chiesa cattolica, sottoposta a un'oppressione soffocante e spesso spietata. In questo contesto il nuovo sostituto nel giugno 1938 manifestò meraviglia a un interlocutore francese per l'atteggiamento di Maritain, che pure conosceva e stimava, a proposito della guerra di Spagna e per la sua decisione "di non rilevare i crimini che dalla parte di Franco" (Montini, Journet, Maritain, p. 240); nell'aprile 1947 però, mutata la situazione, Montini confidò allo stesso Maritain, allora ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, d'aver ispirato su "Il Quotidiano", giornale cattolico romano, un articolo che esprimeva "pesanti riserve sulle pretese del generale Franco di erigere il suo paese in Stato ufficialmente cattolico" (ibid., p. 222). Alla vigilia del conflitto mondiale fu proprio il sostituto a preparare nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1939 l'abbozzo dell'estremo ma inutile appello di pace che Pio XII lanciò per radio il 24: "Nulla è perduto con la pace! Tutto può esserlo con la guerra" (Anni e opere, p. 34). Negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra l'opera del sostituto fu in buona parte assorbita dall'opera umanitaria svolta dalla Santa Sede, anche nei confronti di perseguitati d'ogni parte (durante la guerra, antifascisti, comunisti, ebrei e, dopo la guerra, anche fascisti e nazisti), e da quella di ricerca e diffusione d'informazioni e notizie su militari e civili travolti dalle vicende belliche: a questo scopo venne organizzato un apposito Ufficio Informazioni e dal 1940 al 1946 la Radio Vaticana trasmise un milione e duecentomila messaggi. Ripetutamente attaccato dalla stampa fascista più estrema ma sempre difeso dalle gerarchie vaticane, Montini fu tramite nell'autunno 1942 di un'iniziativa della principessa Maria José di Savoia presso gli Statunitensi per verificare la possibilità di una pace separata dell'Italia. Poche settimane dopo, il 12 gennaio 1943, il ministro degli Esteri G. Ciano annotò nel suo diario la sintesi di un incontro con il sostituto, considerato come "il vero e intimo collaboratore" del papa e definito "prudente, misurato, e italiano", sottolineando in particolare la disponibilità di Montini: "Ha aggiunto che qualunque cosa sia possibile fare in favore del nostro Paese, egli è a nostra disposizione. Gli ho parlato sull'importanza che, in ogni evenienza, bisogna attribuire all'ordine interno del Paese, ed egli è stato d'accordo. La Chiesa opererà sempre in tal senso. Nettamente antibolscevico, pur esprimendo ammirazione e meraviglia per quanto Stalin ha saputo realizzare. Ha detto: 'Una cosa è importante: qualunque sia il futuro, questo nostro popolo ha dato prova di qualità singolari di forza, di fede, di disciplina, di coraggio. Sono qualità che permettono tutte le risurrezioni'". Legato da antica amicizia con A. De Gasperi, amico del padre e di famiglia, il sostituto Montini ne appoggiò con discrezione ed efficacia la linea politica e l'azione, dagli anni della guerra a quelli che videro l'avvio della ricostruzione, in un contesto curiale ed ecclesiastico non univoco nemmeno da questo punto di vista (discussa era anche l'opportunità di riunire i cattolici italiani in un unico partito) e anzi in genere piuttosto diffidente nei confronti dell'impronta d'apertura, pur nella lealtà al papa, dimostrata da Montini in diversi ambiti e questioni: costante fu il suo appoggio alla guida di De Gasperi della Democrazia Cristiana, anche quando allo statista venne meno la fiducia di alcuni ambienti vaticani che gli rimproveravano un'eccessiva autonomia, e cauta simpatia espresse il sostituto per l'esperimento francese dei preti operai e nei confronti degli esponenti laici più responsabili e aperti dell'Azione Cattolica, anch'essi osteggiati da settori curiali che ritenevano invece indispensabile una netta subordinazione dell'organizzazione alla gerarchia ecclesiastica. Parallele all'importanza di monsignor Montini, che nell'agosto 1951 compì un viaggio in America settentrionale visitando una mezza dozzina di città negli Stati Uniti e Québec nel Canada, crebbero così in Curia l'ostilità e l'opposizione alla sua linea e alla sua persona, non attenuate dalla promozione a prosegretario di Stato ma comunque tenute a freno dalla fiducia personale di Pio XII. La benevolenza e la stima personale del papa non furono però sufficienti a impedire che il 1° novembre del 1954 s'arrivasse all'inattesa nomina di Montini ad arcivescovo di Milano, pubblicata il 3, vissuta dall'interessato e generalmente interpretata come una rimozione dal suo ufficio di vicinissimo collaboratore del papa. La decisione poneva tuttavia il prelato cinquantasettenne alla testa della più importante diocesi del mondo, anche se non venne accompagnata dal cappello cardinalizio, tradizionalmente assegnato agli arcivescovi di Milano, né in seguito Pio XII tenne più Concistori per creare nuovi cardinali. Il nuovo arcivescovo di Milano fu consacrato il 12 dicembre successivo nella basilica di S. Pietro dal cardinale decano E. Tisserant (durante il rito fu trasmesso per via radiofonica un saluto del papa che, malato, non aveva potuto ordinarlo).

Il 6 gennaio 1955, in una fredda giornata di pioggia, l'arcivescovo Montini, che aveva scelto il motto "In nomine Domini" ("Nel nome del Signore"), fece il suo ingresso nella diocesi di Milano, inginocchiandosi a baciare l'asfalto bagnato presso Melegnano, appena entrato nel territorio ambrosiano. Fino a quel momento Montini aveva esercitato il suo ministero sacerdotale dapprima solo negli ambienti studenteschi della FUCI, riuscendo in seguito a mantenerlo, nonostante il crescere delle responsabilità in Vaticano, nei confronti di una relativamente ristretta cerchia di amici, in prevalenza intellettuali e professionisti. Così, dopo aver percorso, spesso con sofferenza ma senza risparmio d'energie, tutta la carriera curiale fino al suo vertice, il prelato bresciano si trovava di colpo proiettato a guidare la più grande diocesi cattolica per numero di preti, di parrocchie e d'istituzioni e ad affrontare i complessi problemi della città che dal punto di vista economico e sociale più rappresentava la ricostruzione e la crescita tumultuosa del Paese, in un contesto caratterizzato da massicce immigrazioni dalle regioni meridionali, dalla costituzione di enormi periferie intorno alla città e dal punto di vista religioso da una sempre più rapida e radicale secolarizzazione.

Fin dal discorso per l'ingresso in diocesi l'arcivescovo affermò la necessità di "un cristianesimo vero, adeguato al tempo moderno" in una città che gli apparve subito presentare in modo unico ricchezza di tradizione religiosa e di modernità, auspicando poi la pacificazione "della tradizione cattolica italiana con l'umanesimo buono della vita moderna". Montini affrontò con risolutezza il nuovo compito e già il 15 febbraio 1955 pubblicò la sua prima lettera pastorale per la Quaresima, inaugurando così una consuetudine poi mantenuta durante tutto il suo episcopato; l'8 settembre successivo iniziò poi la visita pastorale della diocesi, che in meno di otto anni coinvolse ottocentoventi parrocchie su un totale di novecentosessantotto, mentre cominciarono a moltiplicarsi gli impegni e gli incontri con gruppi e con singoli, quasi sempre occasione per scritti, omelie e discorsi: tra questi, annuali e importanti furono fin dal 1955 quelli per le feste dei due santi milanesi, s. Carlo Borromeo, il 4 novembre, e soprattutto s. Ambrogio, il 7 dicembre. Tra i problemi posti dalla crescita della città l'arcivescovo dovette misurarsi con quello della costruzione di nuove chiese, che trattò il 25 dicembre 1956 in una lettera aperta a "un sacerdote della periferia", e durante il suo episcopato benedisse e consacrò trentaquattro edifici di culto mentre altri ottantanove lasciò in costruzione o con progettazioni ultimate. Dopo una preparazione di quasi due anni, dal 5 al 24 novembre 1957 si tenne una capillare "missione di Milano", proposta dai parroci della città e definita da Montini uno "sforzo pastorale per richiamare alla vita religiosa, sincera, autentica, una intera città": per l'occasione l'arcivescovo sottoscrisse un "invito ai lontani" e fece pubblicare Il rituale della famiglia, una raccolta di "preghiere che la famiglia può da sé, e per sé recitare". Fin dall'inizio dell'episcopato una speciale attenzione fu riservata al mondo del lavoro dal presule subito definito "l'arcivescovo dei lavoratori"; già negli anni Quaranta infatti Montini aveva avuto parte nella fondazione delle ACLI, le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, e proprio nei confronti di questa organizzazione ebbe un interesse continuato e poi preoccupato della sua evoluzione a sinistra.

Accanto all'impegno in diocesi, frequenti furono le manifestazioni o celebrazioni a cui l'arcivescovo di Milano partecipò al di fuori della sua diocesi, in Lombardia e nel resto d'Italia, in Svizzera, Francia e Irlanda: tra i suoi discorsi risonanza ebbe in particolare quello pronunciato a Roma il 9 ottobre 1957 al secondo congresso mondiale per l'apostolato dei laici, mentre progressivamente la sua figura assunse i contorni di papabile nonostante la difficoltà, teoricamente non insormontabile ma di fatto decisiva, costituita dal non essere rivestito della porpora cardinalizia. All'alba del 9 ottobre 1958 morì Pio XII, alla cui salma Montini rese omaggio lo stesso giorno a Castelgandolfo rientrando alla sera in aereo nella sua sede e commemorando il papa scomparso, di cui più volte aveva parlato in pubblico, in una celebrazione tenutasi il 12 in duomo. Il nome dell'arcivescovo di Milano risuonò più volte nei preparativi del conclave, e durante le votazioni Montini ebbe alcuni voti dimostrativi.

In ogni modo il nuovo papa Giovanni XXIII, eletto il 28 ottobre, non esitò a promuovere subito Montini, che conosceva fin dagli anni Venti e con cui aveva intensificato le relazioni dopo essere divenuto cardinale patriarca di Venezia, e già il 4 novembre gli comunicò, in una lettera scritta poco prima dell'incoronazione, la sua intenzione di crearlo cardinale insieme a Tardini, che nominò poi suo segretario di Stato. Papa Roncalli collocò anzi l'arcivescovo di Milano, con il titolo presbiterale dei SS. Silvestro e Martino ai Monti, al primo posto della lista dei cardinali creati nel suo primo Concistoro il 15 dicembre, testimoniandogli poi in molteplici modi quella che lo stesso Montini definì, ormai divenuto papa, "l'affezione, che egli sempre ci dimostrò e che nei rari e discreti contatti, avuti con lui, durante i brevi anni del suo pontificato, parve a noi essere da parte di lui intenzionalmente effusiva e piena di particolare confidenza e forse di profetica predilezione" (Insegnamenti, XI, pp. 565-66). Di questo rapporto certamente privilegiato il cardinale Montini non abusò, dimostrando una discrezione e una riservatezza (in parte connaturali, in parte imposte dalle circostanze e dalla prudenza in un conoscitore del complesso ambiente curiale) che potevano anzi apparire ritrosia. Il 25 gennaio 1959 a sorpresa Giovanni XXIII annunciò l'intenzione di convocare un concilio ecumenico, anticipata qualche giorno prima al segretario di Stato Tardini, e subito il giorno seguente il cardinale arcivescovo di Milano, probabilmente anche lui preavvertito dal papa (cfr. Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano, p. 204 n. 5, e P. Hebblethwaite, pp. 283-84), reagì con un messaggio alla diocesi in cui sottolineò l'importanza dell'evento; l'8 maggio 1960 Montini espresse poi in una lettera al segretario di Stato Tardini i suoi pareri e auspici sul concilio, insistendo tra l'altro sulla necessità di promuovere il dialogo ecumenico per ricomporre l'unità tra i cristiani, primo di una fitta serie di iniziative e interventi sul concilio che si moltiplicarono soprattutto in seno alla Commissione centrale preparatoria, della quale il cardinale di Milano fu nominato membro il 6 novembre 1961. Due lunghi viaggi portarono ancora Montini fuori d'Europa: dal 3 al 16 giugno 1960 di nuovo negli Stati Uniti e poi in Brasile, e dal 19 luglio al 20 agosto 1962 in sei Paesi africani.

L'11 ottobre 1962 Giovanni XXIII inaugurò il concilio ecumenico Vaticano II, alla cui prima confusa e difficile fase il cardinale Montini partecipò assiduamente, sostenendo con cautela ma anche con decisione la linea della maggioranza riformatrice che andava formandosi: in questo senso il 18 indirizzò al cardinale segretario di Stato A.G. Cicognani (succeduto da poco più d'un anno allo scomparso Tardini) una lettera per sottolineare la mancanza "d'un disegno organico, ideale e logico, del Concilio" insieme alla necessità di riorganizzare i dibattiti conciliari "intorno ad un solo tema: la santa Chiesa" (Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano, p. 420), quindi intervenne in aula il 22 ottobre a sostegno della necessità di una riforma liturgica e soprattutto il 5 dicembre, tre giorni prima della chiusura del primo periodo del concilio, ribadendo quanto aveva anticipato nella lettera al segretario di Stato e appoggiando l'intervento pronunciato il giorno prima dal cardinale arcivescovo di Malines-Bruxelles L.J. Suenens, uno degli esponenti più autorevoli della maggioranza conciliare; con questa Montini apparve quindi apertamente schierato, approfittando nei primi mesi del 1963 d'ogni occasione per confermare la sua adesione al concilio e all'indirizzo che vi si era delineato come prevalente. In primavera andò progressivamente aggravandosi la malattia del papa, al quale nell'autunno precedente era stato diagnosticato un tumore maligno e che morì, dopo un'agonia di tre giorni, la sera del 3 giugno. L'agonia e la morte di Giovanni XXIII segnarono la sua apoteosi e rivelarono i consensi senza precedenti che la sua figura aveva suscitato in tutto il mondo ben al di là dei fedeli cattolici. Celebrando il 7 in duomo per la morte del papa, il cardinale arcivescovo di Milano affermò chiaramente la necessità di proseguire la linea del suo pontificato identificata con alcuni punti qualificanti, e cioè lo sviluppo dell'"internazionalizzazione della Chiesa", la convocazione del concilio, la partecipazione dei vescovi "non certo all'esercizio (che resterà personale ed unitario), ma alla responsabilità del governo della Chiesa", l'ecumenismo e la predicazione della pace: "Potremo noi mai lasciare strade così magistralmente tracciate, anche per l'avvenire, da Papa Giovanni? È da credere che no! E sarà questa fedeltà ai grandi canoni del suo Pontificato ciò che ne perpetuerà la memoria e la gloria, e ciò che ce lo farà sentire ancora a noi paterno e vicino". Il conclave, che cominciò la sera del 19 e in cui entrarono ottanta cardinali (un numero senza precedenti), durante la sua preparazione fu naturalmente dominato dalla questione del concilio e alla fine Montini apparve il candidato in grado di assicurare la continuità con Roncalli e di sostenere la maggioranza conciliare non soltanto agli elettori a questa vicini. Nonostante questi consensi più larghi della sua base elettorale, il cardinale arcivescovo di Milano dovette comunque superare con ogni probabilità antiche e tenaci opposizioni, riuscendo alla fine eletto papa al quinto scrutinio nell'assolata mattina del 21 giugno 1963. L'annuncio dell'elezione fu immediatamente seguito, secondo la consuetudine, da quello del nome scelto dal nuovo papa, che aveva deciso di chiamarsi Paolo VI ispirandosi all'apostolo che era stato il più grande annunciatore di Cristo, e poco dopo dalla sua prima benedizione dalla loggia centrale della basilica di S. Pietro.

Nei primi atti del suo pontificato Paolo VI volle sottolineare la continuità con il suo predecessore: nello stesso giorno della sua elezione confermò come segretario di Stato il cardinale Cicognani (che rinunziò alla carica il 30 aprile 1969 ormai ottantaseienne) e quindi nelle loro rispettive cariche gli altri cardinali di Curia, ma soprattutto il 27 giugno stabilì per il 29 settembre successivo la ripresa del concilio, alla morte del papa sospeso a norma del canone 229 del Codex iuris canonici; quindi il 30 giugno ebbe luogo sul sagrato in piazza S. Pietro la solenne cerimonia dell'incoronazione. Poche settimane dopo, il 5 agosto, iniziando un ritiro spirituale appena giunto per il suo primo soggiorno estivo nella residenza papale di Castelgandolfo, Montini scrisse alcune riflessioni sul suo nuovo ruolo: "Bisogna che mi renda conto della posizione e della funzione, che ormai mi sono proprie, mi caratterizzano, mi rendono inesorabilmente responsabile davanti a Dio, alla Chiesa, all'umanità. La posizione è unica. Vale a dire che mi costituisce in un'estrema solitudine. Era già grande prima, ora è totale e tremenda. Niente e nessuno mi è vicino. Devo stare da me, fare da me, conversare con me stesso, deliberare e pensare nel foro intimo della mia coscienza. Anzi io devo accentuare questa solitudine: non devo avere paura, non devo cercare appoggio esteriore, che mi esoneri dal mio dovere, ch'è quello di volere, di decidere, di assumere ogni responsabilità, di guidare gli altri, anche se ciò sembra illogico e forse assurdo. E soffrire solo.  La lucerna sopra il candelabro arde e si consuma da sola. Ma ha una funzione, quella di illuminare gli altri; tutti, se può. Posizione unica e solitaria; funzione pubblica e comunitaria. Nessun ufficio è pari al mio impegnato nella comunione con gli altri" (Meditazioni inedite, pp. 28-9). L'acuta coscienza della responsabilità e dell'unicità del ruolo papale s'accompagnò in Paolo VI a quella dell'importanza della continuità con Giovanni XXIII, nella situazione delicatissima costituita dalla celebrazione del concilio che con tutta evidenza esigeva da parte del papa un atteggiamento più attivo, come già aveva avvertito Roncalli alla fine del primo periodo dei lavori conciliari. La questione si complicò a causa della successiva crescente contrapposizione che in alcuni ambienti progressisti radicali si volle stabilire tra Roncalli e Montini e che indusse quest'ultimo, probabilmente dopo il 1964, a un'esplicita riflessione sul predecessore consegnata in alcuni appunti autografi forse preparatori di un discorso ed esordienti sull'irripetibilità di Giovanni XXIII: "Ma si deve osservare: 1) Che la diversità delle persone in un dato ufficio, estremamente caratterizzato, come questo, può comportare identità di funzioni, di sentimenti, di programmi (cf. la continuité...). L'affezione ch'Egli ebbe per colui a cui è toccato di succedergli e la venerazione di questi per Lui sono già prova e non ultima della fedeltà sostanziale alla linea ecc. Prova confermata nella continuazione del programma e nella conservazione delle persone ai loro rispettivi uffici. Se mai, sarebbe più fondata l'osservazione di mancata iniziativa propria ecc. 2) Che è far torto, e torto grave alla memoria di Papa Giovanni XXIII attribuendogli idee e atteggiamenti ch'Egli non ebbe. Che Egli fosse buono sì, che fosse indifferente no. Quanto Egli tenesse alla dottrina, quanto temesse i pericoli, ecc.. Quanto alla comprensione e all'accostamento col 'mondo moderno', ci pare d'essere sulle orme di Papa Giovanni, come è possibile alla nostra pochezza. Forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definizione dell'amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero" (Paolo VI e i problemi ecclesiologici al Concilio, pp. 32-3). In questo contesto maturò in alcuni ambienti conciliari l'inconsueta proposta di canonizzare Giovanni XXIII al di fuori delle procedure ordinarie: a questa iniziativa, i cui prodromi si delinearono fin dall'autunno del 1963 e che venne da più parti interpretata come un'implicita contrapposizione alla figura e al pontificato di Pio XII, proprio mentre quest'ultimo era divenuto obiettivo di crescenti critiche per la sua azione durante la guerra, Paolo VI reagì annunciando il 18 novembre 1965 in concilio l'avvio secondo le norme delle cause di entrambi i suoi predecessori: "Sarà così assecondato il desiderio, che per l'uno e per l'altro è stato in tal senso espresso da innumerevoli voci; sarà così assicurato alla storia il patrimonio della loro eredità spirituale; sarà evitato che alcun altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l'edificazione della sua Chiesa, ricomponga le loro autentiche e care figure per la nostra venerazione e per quella dei secoli futuri" (Insegnamenti, III, p. 638). Da parte sua Montini, fin da quando era arcivescovo di Milano, in tutti i suoi ripetuti e articolati interventi sui due papi difese sempre la memoria di Pio XII (disponendo tra l'altro dal 1965 la pubblicazione degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale) e rievocando Giovanni XXIII contrastò sistematicamente la contrapposizione simbolica tra i due predecessori, non trascurando mai di evidenziare complessità e limiti di due figure alle quali si sentì legato anche se non del tutto affine, come mostrò, al momento d'accettare l'elezione papale, la scelta di non assumere né il nome di Pio né quello di Giovanni. In una contingenza storica preparata da decenni di movimenti culturali, religiosi e sociali che all'inizio del Novecento avevano attraversato la crisi modernista, il concilio rappresentò la prima e più urgente preoccupazione del papa che subito dopo essere stato eletto l'aveva riconvocato. Paolo VI fece così suo il Vaticano II, anche se con ogni probabilità non avrebbe mai preso l'iniziativa di convocare un concilio (che il suo predecessore per qualche momento aveva pensato persino di poter concludere rapidamente), essendo soprattutto ben consapevole dei problemi che ne sarebbero sorti e per le opposizioni che da varie parti avrebbe prevedibilmente suscitato. Per questo papa Montini avvertì tutta la responsabilità di condurre la maggiore assemblea episcopale mai riunita nella storia verso un rinnovamento profondo del cattolicesimo e ne guidò i lavori con pazienti mediazioni e talvolta con decisioni personali alla ricerca comunque del maggior consenso possibile, attentissimo e sensibile agli orientamenti conciliari di cui fu scrupolosamente rispettoso, ma anche fermo nell'avocare alla competenza e all'autorità papali alcune questioni cruciali. Così il 21 settembre 1963, poco prima della ripresa dei lavori dell'assemblea, P. affrontò il nodo fondamentale della Curia romana in un discorso ai suoi membri in cui si dichiarò sicuro del loro consenso e annunciò l'intenzione di riformarla, giocando così d'anticipo su eventuali iniziative del concilio in proposito ma anche offrendo un inequivocabile segnale di disponibilità nei confronti delle critiche che da più parti erano state rivolte agli organismi curiali durante la preparazione e l'avvio del Vaticano II. Aprendo poi il 29 settembre i lavori del secondo periodo, il papa espose in un discorso, che presentò come un'anticipazione della sua enciclica programmatica, gli obiettivi del concilio: l'approfondimento della nozione di Chiesa, il rinnovamento del cattolicesimo, l'unità tra i cristiani e il dialogo con gli uomini contemporanei. Da sempre sensibile al dialogo ecumenico, a proposito della divisione tra i cristiani Montini ebbe accenti del tutto nuovi: "Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi ne chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo perdono anche ai fratelli che si sentissero da noi offesi". Il 10 novembre Paolo VI (che il 13 ottobre aveva proceduto alla prima beatificazione del suo pontificato, durante il quale in una sessantina di cerimonie proclamò sessantuno beati e ottantaquattro santi) fece l'ingresso nella sua cattedrale di S. Giovanni in Laterano, completando così gli atti iniziali del pontificato, e il 4 dicembre chiuse il secondo periodo conciliare: durante la sessione conclusiva di questa fase dei lavori venne tra l'altro approvata quasi all'unanimità e promulgata la costituzione Sacrosanctum concilium, che avviò la riforma liturgica, e il papa annunciò a sorpresa un suo imminente viaggio in Palestina, dove nessun successore di Pietro era mai tornato, mentre da un secolo e mezzo nessun papa aveva più lasciato l'Italia. Il viaggio, che come il suo annuncio ebbe un'ampia risonanza internazionale, fu brevissimo, dal 4 al 6 gennaio 1964: Paolo VI arrivò ad Amman, in Giordania, e in Israele toccò i principali luoghi santi (Gerusalemme, Nazaret e la Galilea, Betlemme), ripartendo ancora da Amman. A Gerusalemme il papa s'incontrò con diversi esponenti cristiani e per due volte con la massima autorità ortodossa, il patriarca di Costantinopoli Atenagora, accentuando così l'intenzione di dialogo ecumenico a cui più volte, già negli anni della Segreteria di Stato e quindi durante l'episcopato milanese, s'era dimostrato molto sensibile. Durante l'incontro di congedo con il presidente israeliano, papa Montini riservò alcune parole alla difesa della memoria di Pio XII, di nuovo attaccato per la sua azione durante la guerra.

Al complesso procedere conciliare, anche durante l'intervallo dei lavori veri e propri, s'intrecciarono nuove iniziative papali. Seguendo il modello dell'organismo conciliare voluto nel 1960 da Giovanni XXIII per favorire l'unione dei cristiani, il 19 maggio 1964 Paolo VI costituì un Segretariato per i non cristiani (già preannunciato in una lettera del 12 settembre 1963 al cardinale Tisserant) al fine di favorire relazioni amichevoli con i seguaci delle altre religioni. La scelta del dialogo venne poi confermata autorevolmente dalla prima enciclica del papa: scritto per intero in italiano e terminato nell'originale autografo l'11 luglio, il testo, intitolato Ecclesiam suam, fu datato e firmato da P. il 6 agosto 1964, festa liturgica della Trasfigurazione del Signore. Con l'intenzione d'incoraggiare l'opera del concilio sul dovere e sulla necessità per la Chiesa di "approfondire la coscienza di se stessa", di riflettere sul suo necessario rinnovamento e di dialogare con il mondo moderno, il papa delineò nel manifesto programmatico del suo pontificato l'apertura della Chiesa cattolica nei confronti di tre cerchi concentrici intorno a essa, il primo costituito da "tutto ciò ch'è umano", compresi quanti si professano atei, il secondo dai credenti delle religioni non cristiane, e il terzo dagli altri cristiani, nella convinzione profonda del suo ruolo: "La Chiesa avverte la sbalorditiva novità del tempo moderno; ma con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate. Non promette così la felicità terrena, ma offre qualche cosa - la sua luce, la sua grazia - per poterla, come meglio possibile, conseguire; e poi parla agli uomini del loro trascendente destino. E intanto ragiona ad essi di verità, di giustizia, di libertà, di progresso, di concordia, di pace, di civiltà. Sono parole queste, di cui la Chiesa conosce il segreto; Cristo glielo ha confidato". Aperto il 14 settembre 1964 il terzo periodo dei lavori conciliari a cui vennero ammesse per la prima volta un gruppo di uditrici sia religiose sia laiche (esponenti del laicato cattolico erano stati invitati già nel settembre 1963, mentre nell'ottobre 1964 furono invitati anche alcuni parroci), durante una liturgia in rito bizantino celebrata a S. Pietro il 13 novembre Paolo VI con un gesto simbolico depose sull'altare la sua tiara, simbolo dei poteri papali, offrendola per i poveri. La tiara, regalo dei milanesi al loro antico arcivescovo, fu poi donata ai cattolici statunitensi in segno di riconoscimento del loro aiuto ai Paesi poveri e collocata nel santuario dell'Immacolata Concezione di Washington, mentre da allora il papa non fece più uso di nessun'altra tiara. Il concilio conobbe proprio dopo la metà di novembre, a ridosso della conclusione del terzo periodo, uno dei suoi momenti più critici, percorso da tensioni fortissime a proposito dei nodi cruciali ormai sul tappeto, la libertà religiosa, le relazioni con gli ebrei, l'ecumenismo e la collegialità episcopale: questa doveva in certo modo bilanciare la definizione dogmatica dell'infallibilità papale sancita nel 1870 dal concilio Vaticano I e proprio a suo proposito P. fece aggiungere un testo interpretativo ("nota explicativa praevia") al terzo capitolo del documento sulla Chiesa nell'imminenza della sua approvazione. Senza intervenire sul testo conciliare che non fu toccato, l'iniziativa del papa, criticata dai più progressisti, volle rassicurare la minoranza ostile alla collegialità con un'interpretazione in parte limitativa di quest'ultima e spianò la strada all'approvazione quasi unanime di uno dei documenti più importanti del Vaticano II, la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, promulgata insieme al decreto sull'ecumenismo Unitatis redintegratio il 21 novembre, ultimo giorno del terzo periodo. Nel discorso di chiusura il papa volle poi proclamare Maria "madre della Chiesa", suscitando con questa ulteriore iniziativa personale molti consensi ma anche nuove critiche. Dal 2 al 5 dicembre Paolo VI compì il secondo viaggio internazionale del suo pontificato, recandosi a Bombay, con scalo a Beirut, per partecipare al trentottesimo congresso eucaristico internazionale, e dall'India, dove l'accoglienza fu molto calorosa, il papa lanciò un "grido angosciato" alle nazioni del mondo perché destinassero parte della spesa per gli armamenti a un fondo mondiale costituito per soccorrere alle necessità dei popoli più poveri.

Il 4 gennaio 1965 Paolo VI stabilì, insieme alla data d'inizio del quarto periodo dei lavori conciliari, che questo avrebbe dovuto anche concluderli; il 24 poi annunciò il suo primo Concistoro per la creazione di ventisette nuovi cardinali, tenutosi il 22 febbraio: tra loro, ricevettero la porpora tre patriarchi cattolici orientali, tre esponenti della Chiesa perseguitata nei Paesi comunisti dell'Europa orientale e centrale (l'arcivescovo ucraino J. Slipyj, incarcerato per quasi trent'anni dal regime sovietico e liberato due anni prima, l'arcivescovo di Praga J. Beran, confinato e per molti anni impedito d'esercitare le sue funzioni, e l'arcivescovo di Zagabria F. ŠSeper), l'arcivescovo di Lione J. Villot (dal 30 aprile 1969 suo segretario di Stato) e tre figure alle quali papa Montini si sentiva legato (i teologi J. Cardijn e Ch. Journet e l'oratoriano Bevilacqua, che non volle lasciare la parrocchia di S. Antonio a Brescia e morì poche settimane dopo come "cardinale parroco"). Tra il dicembre 1964 e i primi mesi del 1965 si moltiplicarono altri segni simbolici prediletti da Paolo VI: fu disposta e avviata la restituzione ad alcune Chiese ortodosse di venerande reliquie (di s. Andrea a Patrasso, di s. Saba a Gerusalemme, di s. Tito a Creta, di s. Marco ad Alessandria) trasportate in passato in Occidente e il 5 marzo venne riconsegnato alla Turchia uno dei vessilli conquistati il 7 ottobre 1571 dalla flotta cristiana nella battaglia di Lepanto e conservato a S. Maria Maggiore. Il 7 aprile il papa completò, con l'istituzione del Segretariato per i non credenti, il trittico degli organismi curiali deputati al dialogo, secondo la prospettiva disegnata nell'enciclica programmatica Ecclesiam suam. Il 29 aprile venne pubblicata la seconda enciclica del pontificato, Mense maio, al fine di sollecitare preghiere per la conclusione del concilio e la pace nel mondo, seguita il 3 settembre dalla terza, Mysterium fidei, sull'eucarestia. Il 14 settembre s'aprì il quarto e ultimo periodo del Vaticano II e il giorno seguente il papa promulgò, in apertura dei lavori conciliari, il "motu proprio" Apostolica sollicitudo con cui venne istituito il sinodo dei vescovi, un'assemblea rappresentativa dell'episcopato mondiale: ideato con funzione consultiva in applicazione del principio di collegialità stabilito dal concilio, il nuovo organismo tenne durante il pontificato di P., tra il 1967 e il 1977, quattro assemblee ordinarie e una straordinaria. Mentre l'accelerazione dei lavori conciliari s'accentuava, il papa ebbe il 24 settembre un inconsueto colloquio con il giornalista A. Cavallari che fu pubblicato sul "Corriere della Sera", il maggiore quotidiano italiano, il 3 ottobre. Lo stesso giorno il papa partì per New York, dove visitò l'assemblea generale dell'ONU, l'Organizzazione delle Nazioni Unite, accompagnato da otto cardinali rappresentanti i cinque continenti, rivolgendo a nome del concilio un discorso dai toni semplici e solenni: "È da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con noi una lunga storia; noi celebriamo qui l'epilogo d'un faticoso pellegrinaggio in cerca d'un colloquio con il mondo intero, da quando ci è stato comandato: 'Andate e portate la buona novella a tutte le genti'. Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti. Voi attendete da noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili, specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli" (Insegnamenti, III, pp. 517-20). Rientrato a Roma il 5, Paolo VI si recò subito nell'aula conciliare, accolto dall'applauso dell'assemblea e dalla richiesta che il suo discorso all'ONU venisse inserito negli atti del concilio.

Seguì l'ultima intensissima fase del Vaticano II durante la quale vennero tra gli altri approvati e promulgati, a larghissima maggioranza, i seguenti testi: il 28 ottobre la dichiarazione Nostra aetate sui rapporti con le religioni non cristiane (incluso l'ebraismo, a proposito del quale il concilio deplorò "gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque"), il 18 novembre la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei verbum e il 7 dicembre, vigilia della chiusura, la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae e la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, dall'inizio inequivocabile: "La gioia e la speranza, la tristezza e l'angoscia degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l'angoscia dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore". Tre giorni prima, il 4, v'era stato nella basilica di S. Paolo il congedo dai numerosi osservatori non cattolici ai quali nell'omelia P. aveva rivolto un saluto toccante: "La vostra partenza produce attorno a noi una solitudine che prima del Concilio noi non conoscevamo e che ora ci rattrista; noi vorremmo vedervi sempre con noi!" (ibid., p. 696). Proprio dal punto di vista ecumenico la sessione del 7 dicembre segnò l'apice del concilio con l'eliminazione dalla memoria della Chiesa di Roma e di quella di Costantinopoli delle scomuniche intercorse nel 1054: l'avvenimento, senza precedenti, fu sancito nello stesso tempo dal breve pontificio Ambulate in dilectione e da un "thomos" patriarcale letti, insieme a una dichiarazione comune, a Roma e a Costantinopoli, e diede inizio a un'epoca nuova in cui le due Chiese tornarono a riconoscersi "sorelle".

Nell'omelia del 7 dicembre la visione montiniana dell'incontro tra la Chiesa e il mondo si dispiegò in tutta la sua ampiezza: "La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell'uomo, dell'uomo quale oggi in realtà si presenta. Tutto l'uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi.  L'umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s'è incontrata con la religione (perché tale è) dell'uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell'uomo" (ibid., p. 729).

Lo stesso 7 dicembre fu anche pubblicato il "motu proprio" Integrae servandae con il quale Paolo VI riformò il Sant'Uffizio che diveniva Congregazione per la Dottrina della Fede nella convinzione, secondo il testo del documento, che "alla difesa della fede ora si provvede meglio col promuovere la dottrina". Il gesto papale intese così venire incontro, proprio alla vigilia della chiusura del Vaticano II, ai sentimenti della maggioranza conciliare dalla quale erano più volte venute critiche alla Curia e in particolare ai metodi, considerati non più sostenibili, del Sant'Uffizio, e la decisione, senza dubbio non solo simbolica, rappresentò anche un'anticipazione della riforma della Curia che Paolo VI fin dal 1963 aveva riservato alla competenza del papa. L'8 dicembre 1965, a quasi sette anni dal suo annuncio e a poco più di tre dal suo inizio, si concludeva il concilio ecumenico Vaticano II con una liturgia solenne celebrata in piazza S. Pietro e presieduta da Paolo VI che nell'omelia ripeté ancora la sua visione del dialogo, saldandosi con i sette messaggi che lo stesso giorno il concilio volle inviare ai governanti, agli intellettuali, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri e malati, ai giovani e che il papa stesso consegnò ad altrettanti rappresentanti di queste categorie: "Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! E noi, specialmente in questo momento, in virtù del nostro universale mandato pastorale ed apostolico, tutti, tutti noi amiamo!" (ibid., p. 744).

Concluso il Vaticano II, il pontificato di Paolo VI, nel suo esordio assorbito anche se non appiattito dal concilio, si trovò di fronte al compito d'applicare un insieme di documenti ampio e ricco quanto nessun'altra assemblea conciliare, se non forse quella di Trento quattro secoli prima, aveva prodotto e alla necessità d'avviare e governare le conseguenti riforme, destinate a incidere complessivamente sulla Chiesa cattolica (e di riflesso, soprattutto per i risvolti ecumenici, in certa misura anche sulle altre Chiese cristiane) e a mutarne in profondità il volto per adeguarlo, come già aveva indicato Giovanni XXIII, al mondo moderno: la parola chiave di questa transizione dalla fisionomia del cattolicesimo delineata dai concili Tridentino e Vaticano I fu così, sin dagli anni della preparazione del Vaticano II, l'"aggiornamento", e la responsabilità di governarlo in prima persona da parte del papa fu avvertita da Montini come il dovere principale del suo pontificato. Già durante il concilio Paolo VI con la sua volontà di allargare il consenso alla linea riformatrice della maggioranza era apparso ai suoi esponenti più radicali troppo remissivo nei confronti delle richieste di una minoranza spesso accesamente aggressiva proprio perché cosciente della sua posizione, difficile e destinata alla sconfitta, mentre quest'ultima restava molto critica nei confronti d'un papa che avvertiva comunque lontanissimo dalle proprie aspirazioni. Negli anni successivi alla chiusura del Vaticano II, e alle decisioni che Montini progressivamente prese assumendone in pieno iniziativa e responsabilità, questa duplice opposta insoddisfazione s'acuì e il papa si trovò tra due fuochi, esposto tra l'altro al confronto inesorabilmente ricorrente con le figure, sempre più presentate come contrapposte, dei suoi due immediati predecessori e a una fatale conseguente impopolarità nell'immagine pubblica, dovuta in parte ai suoi tratti fini e riservati, e comunque di non facile comprensione, ma anche e soprattutto creata da interessate semplificazioni degli organi d'informazione. Concluso il concilio, il cattolicesimo posto nei diversi Paesi di fronte alla sua applicazione, necessariamente lunga e laboriosa, si divise così tra conservatori e progressisti estremi, posizioni opposte ed entrambe di fatto estranee alla prevalente linea riformatrice del Vaticano II, mentre si manifestò il fenomeno di larghe defezioni tra le file del clero e la massa dei fedeli venne a trovarsi quasi senza riferimenti culturali di fronte a una secolarizzazione sempre più massiccia e al fenomeno generale della contestazione, con la conseguente crisi d'autorità, che presto s'estese alle strutture ecclesiali coinvolgendo la stessa figura di Paolo VI. La critica al papa divenne anzi aspra e gli fu rivolta da destra e da sinistra, con accentuazioni fortemente polemiche e addirittura ignobilmente denigratorie: di volta in volta papa Montini fu così accusato d'essere massone, filocomunista, omosessuale, oppure debole, restauratore, conservatore. L'accelerazione impressa al dialogo ecumenico tra le Chiese cristiane dal concilio e dalle iniziative del papa trovò conferma già nel marzo 1966, quando il papa ricevette l'arcivescovo di Canterbury M. Ramsey, sottoscrivendo con il primate anglicano una dichiarazione comune: questa inaugurò un dialogo teologico bilaterale che durante il pontificato di Paolo VI portò alla pubblicazione di documenti sulla dottrina eucaristica (1971), sul sacerdozio (1974) e sull'autorità nella Chiesa (1976), anche se l'ammissione delle donne all'ordinazione sacerdotale, decisa dalla Comunione anglicana e non considerata possibile dalla Chiesa cattolica, creò un nuovo ostacolo al dialogo, come apparve tra il luglio 1975 e il marzo 1976 dallo scambio di lettere tra il nuovo primate anglicano D. Coggan e il papa, e nell'ottobre 1976 dalla dichiarazione Inter insigniores della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nonostante queste difficoltà, nell'aprile 1977 una nuova dichiarazione comune venne firmata a Roma da P. e da Coggan. Le iniziative rinnovatrici si moltiplicarono e dopo la riforma del Sant'Uffizio il 14 giugno 1966 una notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede dichiarò che l'Indice dei libri proibiti non aveva più valore di legge ecclesiastica e nel 1967 i provvedimenti papali coinvolsero progressivamente gli organismi curiali: il 6 gennaio vennero istituiti il Consiglio dei laici, con il quale per la prima volta due laici (uno dei quali era donna), nominati sottosegretari, entrarono nella Curia romana con mansioni direttive, e la Pontificia Commissione "Iustitia et Pax"; quindi il 6 agosto con il "motu proprio" Pro comperto sane fu decisa l'immissione nelle Congregazioni romane dei vescovi diocesani come membri di pieno diritto, e infine il 15 agosto, meno di quattro anni dopo l'annuncio nel discorso del 21 settembre 1963, la costituzione apostolica Regimini ecclesiae universae riformò l'intera Curia, introducendo i criteri dell'internazionalizzazione, dell'avvicendamento nelle cariche, del collegamento con i vescovi e con le conferenze episcopali dei diversi Paesi, integrandovi gli organismi più recenti (in particolare, i tre Segretariati nati nel periodo di preparazione e svolgimento del concilio) e istituendone altri nuovi (come la Prefettura degli affari economici della Santa Sede), in un riordinamento complessivo che soprattutto riservò un ruolo centrale alla Segreteria di Stato. La riforma della Curia, che negli anni successivi del pontificato venne integrata con altri provvedimenti e fu portata avanti soprattutto dall'arcivescovo G. Benelli (dal 1967 sostituto della Segreteria di Stato e dal 1977 cardinale di Firenze), fu seguita il 28 marzo 1968 dall'abolizione della Corte pontificia e il 14 settembre 1970 (alla vigilia del centenario del 20 settembre 1870, che segnò la fine del potere temporale della Chiesa) dallo scioglimento dei corpi armati pontifici, con eccezione della Guardia svizzera. Infine, il 21 novembre 1970 Paolo VI, con il "motu proprio" Ingravescentem aetatem, anticipò la misura più rivoluzionaria della riforma dell'elezione papale, poi completata dalla costituzione apostolica Romano pontifici eligendo del 1° ottobre 1975 (che sancì tra l'altro l'innalzamento del numero degli elettori fino a un massimo di centoventi, già deciso due anni prima: cfr. "Acta Apostolicae Sedis", 65, 1973, p. 163), escludendo dall'elettorato attivo in conclave (e da ogni carica curiale) i cardinali ultraottantenni. La decisione, legata (sulla base di raccomandazioni del concilio) all'introduzione del limite di settantacinque anni per il governo di diocesi e parrocchie con il "motu proprio" Ecclesiae sanctae (6 agosto 1966) e poi di limiti analoghi per gli uffici curiali e motivata dall'intento d'evitare tra gli elettori inconvenienti connessi con il crescere dell'età, ebbe comunque il chiaro effetto di ridurre considerevolmente il peso elettorale dei cardinali italiani di Curia, in genere non consenzienti con la linea di Paolo VI, e causò l'aperto dissenso del più noto di questi, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede A. Ottaviani, che rilasciò una polemica intervista pubblicata su "Il Messaggero" del 26 novembre 1970. La decisione senza precedenti del papa fu elemento importante di una politica che rimodellò il Collegio cardinalizio con la creazione di un totale di centoquarantaquattro nuovi cardinali, in grande maggioranza non italiani, in sei Concistori (compreso quello del 22 febbraio 1965) tenuti il 26 giugno 1967 (fu creato cardinale tra gli altri l'arcivescovo di Cracovia K. Wojtyl´a, poi Giovanni Paolo II), il 28 aprile 1969, il 5 marzo 1973 (aprì la lista dei nuovi cardinali il patriarca di Venezia A. Luciani, divenuto Giovanni Paolo I), il 24 maggio 1976 e il 27 giugno 1977. Altri progetti di riforma dell'elezione papale, tra l'altro con l'introduzione tra gli elettori di rappresentanti dell'episcopato mondiale e dei patriarchi cattolici orientali, non ebbero seguito, così come cadde il disegno di realizzare una legge generale ("lex ecclesiae fundamentalis") per integrare in una normativa giuridica complessiva le novità ecclesiologiche conciliari.

Negli anni appena successivi alla conclusione del Vaticano II si concentrarono le ultime encicliche di Paolo VI: Christi matri, "epistola enciclica" per la pace nel mondo (15 settembre 1966), Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli (26 marzo 1967), che ebbe un'enorme risonanza per l'aperto sostegno alla necessità di un forte riequilibrio delle ricchezze e delle risorse mondiali a beneficio dei Paesi più poveri, Sacerdotalis caelibatus in favore del mantenimento del celibato ecclesiastico nella Chiesa latina (24 giugno 1967), preceduta di pochi giorni dal "motu proprio" Sacrum diaconatus ordinem del 18 giugno con cui fu ripristinato, nella Chiesa latina, il diaconato permanente, aperto anche a uomini sposati, e infine Humanae vitae per il controllo naturale delle nascite (25 luglio 1968). Il problema della pianificazione demografica aveva indotto già Giovanni XXIII a istituire nel marzo 1963 un'apposita commissione, allargata poi da Paolo VI; nel 1966 l'organismo pontificio concluse a maggioranza in favore della liceità della contraccezione anche non naturale nel quadro di una "paternità responsabile", ma il papa non accettò queste conclusioni e tra il 1967 e il 1968 fu elaborato il testo dell'enciclica: in linea con l'abituale magistero pontificio, ma coerente con le novità conciliari sul concetto di matrimonio, il documento papale si dichiarò contrario alla pratica della contraccezione se non con metodi naturali, in opposizione all'edonismo e alle politiche di pianificazione familiare, spesso imposte ai Paesi poveri da quelli più ricchi. L'Humanae vitae sollevò tuttavia una tale bufera di critiche e di attacchi personali al papa anche in moltissimi ambienti cattolici che Paolo VI non utilizzò più il genere dell'enciclica nei suoi documenti successivi, forse per non esporre a ulteriori critiche una forma così impegnativa e solenne del magistero pontificio e per evitare così di logorare inutilmente l'autorità del papa. L'enciclica era infatti stata pubblicata mentre in tutto l'Occidente s'accentuavano il fenomeno della contestazione e la crisi generale dell'autorità, e le reazioni fortemente negative all'Humanae vitae, per la prima volta in misura rilevante anche tra il clero e persino nell'episcopato, si sommarono alle critiche che nei confronti di Paolo VI si moltiplicavano ormai da sinistra come da destra. L'accoglienza dell'enciclica fu comunque diversa nei Paesi più poveri, dove il suo appello a una maggiore giustizia nella distribuzione delle ricchezze fu letto come logica continuazione della Populorum progressio, tanto che nella conferenza mondiale della popolazione tenutasi nel 1974 a Bucarest la Santa Sede si schierò sulle posizioni dei Paesi comunisti e di quelli non allineati. Poche settimane prima della pubblicazione dell'Humanae vitae il papa recitò il 30 giugno 1968, a conclusione dell'"anno della fede" indetto per il diciannovesimo centenario del martirio dei ss. Pietro e Paolo, il "Credo del popolo di Dio", professione di fede composta sulla base di testi tratti da concili anteriori ma interpretata negli ambienti più progressisti come un arretramento rispetto alle aperture del Vaticano II. Il 30 novembre successivo fu pubblicata una dichiarazione della commissione cardinalizia incaricata nel 1967 d'esaminare il "nuovo catechismo" olandese per gli adulti (De nieuwe katechismus), pubblicato nel 1966 e sostanzialmente approvato, ma al quale furono imposte alcune chiarificazioni e aggiunte. In seguito a questa vicenda i rapporti tra Roma e la Chiesa olandese, già tesi per le posizioni radicalmente innovatrici di quest'ultima, s'inasprirono e poco più tardi s'aggravarono ancora per le divergenze sul celibato ecclesiastico, in favore del quale Paolo VI intervenne con una lettera al cardinale primate d'Olanda B. Alfrink, arcivescovo di Utrecht, il 24 dicembre 1969. Il caso olandese fu comunque solo l'aspetto più clamoroso di un fenomeno diffusosi largamente nei diversi Paesi cattolici nella seconda metà degli anni Sessanta e che in più occasioni pose Roma di fronte a episodi di dissenso e contestazione. Negli ambienti progressisti furono così interpretate come sconfessione di uno degli esponenti più importanti della maggioranza conciliare le dimissioni del settantaseienne arcivescovo di Bologna, cardinale G. Lercaro, rese note il 12 febbraio 1968 ma presentate da oltre un anno e fino ad allora non accolte, episodio probabilmente molto più complesso di un semplice contrasto di tendenze. Questa successione d'eventi indusse a parlare di una svolta di Paolo VI nell'abbandonare la linea sostenuta dagli anni del concilio; se l'interpretazione ebbe il merito di sottolineare il ruolo del papa nell'affrontare gli eventi, essa però non tenne sufficiente conto della profonda crisi venuta alla luce nel cattolicesimo dopo il concilio e della polarizzazione delle tendenze affrontatesi già durante il Vaticano II nei confronti delle quali Paolo VI espresse sempre una coscienza lucida e preoccupata. Inoltre questa tesi, troppo legata alla contingenza, influì sulla valutazione successiva del pontificato che si volle così bipartito tra una prima fase di apertura fiduciosa e una seconda di pessimistico quando non angosciato ripiegamento, minimizzando o trascurando il significato, coerente con i primi anni, di discorsi, gesti, iniziative e documenti posteriori al 1968 e la continuità sostanziale nell'applicazione delle riforme conciliari, su una linea di costante apertura tra le opposte tendenze di fughe in avanti e di resistenze risorgenti e tenaci. Proprio tra il 1967 e il 1970 infatti iniziarono a trovare attuazione i cambiamenti annunciati e disegnati negli anni precedenti. Si ebbero così le prime due assemblee, ordinaria e straordinaria, del sinodo dei vescovi, il rinnovamento della Curia e la soppressione dell'antica Corte pontificia, con un ricambio esteso di uomini avviato nel 1968 (e accelerato poi dall'entrata in vigore all'inizio del 1971 dell'Ingravescentem aetatem), e infine la lunga e difficile applicazione della riforma liturgica, probabilmente quella di maggiore impatto sui fedeli e certo quella che più opposizioni suscitò: furono così pubblicati tra il 1968 e il 1973 tutti i nuovi libri liturgici, tra cui nel 1970 il messale che sostituì quello di Pio V, pubblicato nel 1570 e più volte rivisto. Con una decisione senza precedenti poi il papa, che per la prima volta aveva introdotto delle donne come uditrici al concilio e in posti di responsabilità della Curia romana, proclamò nel 1970 due donne dottori della Chiesa, il 27 settembre s. Teresa d'Ávila e il 4 ottobre s. Caterina da Siena.

Tra il 1967 e il 1970 il papa completò anche il disegno simbolico dei nove viaggi internazionali che lo portarono, per la prima volta nella storia del papato, nei cinque continenti. Dopo essersi recato durante il concilio in Terra Santa, a Bombay e a New York, il 13 maggio 1967 Paolo VI visitò in forma privata il santuario portoghese di Fátima nel cinquantenario della prima delle apparizioni mariane, a cui riservò solo un breve cenno nell'omelia quasi interamente dedicata alla pace. L'intento ecumenico fu prevalente nel viaggio in Turchia, dove il 25 luglio successivo il papa incontrò a Istanbul, nella residenza del Fanar, il patriarca Atenagora (che aveva già incontrato a Gerusalemme e il quale a sua volta dal 26 al 28 ottobre 1967 ricambiò, ospite in Vaticano, la visita a Paolo VI), recandosi il giorno seguente a Smirne ed Efeso. Poco dopo il breve soggiorno di Atenagora a Roma, il papa subì in Vaticano, il 4 novembre, un intervento chirurgico, risolto positivamente e che non ebbe comunque conseguenze sulla sua attività successiva. Meta del sesto viaggio fu la Colombia, in occasione del trentanovesimo congresso eucaristico internazionale e della seconda conferenza generale dell'episcopato latinoamericano, riunito a Medellín, e dal 22 al 25 agosto 1968 il papa si recò a Bogotá (toccando al rientro, per uno scalo, Hamilton nelle Bermude), dove tra l'altro ripeté la dura condanna delle ingiustizie sociali già espressa nella Populorum progressio, ma affermando al tempo stesso la necessità d'evitare la violenza. Il 10 giugno 1969 Paolo VI si recò a Ginevra per visitare, nel cinquantesimo di fondazione, l'Organizzazione internazionale del lavoro, e quindi il Consiglio ecumenico delle Chiese; presentandosi all'organismo rappresentante la maggioranza delle confessioni cristiane esclusa quella cattolica, il papa esordì con un'affermazione che andava direttamente al cuore del problema: "Il nostro nome è Pietro" (Insegnamenti, VIII, p. 399). Poche settimane dopo, dal 31 luglio al 2 agosto, fu la volta dell'Uganda, a Entebbe, a Kampala e a Namugongo, dove Paolo VI pregò davanti ai luoghi consacrati alla memoria dei martiri, cattolici (da lui stesso proclamati santi nella sua prima canonizzazione, il 18 ottobre 1964) e anglicani. L'ultimo viaggio infine, dal 26 novembre al 5 dicembre 1970, fece toccare al papa ben otto Paesi: Iran (per uno scalo a Teheran), Pakistan orientale (all'areoporto di Dacca, con una sosta voluta in segno di solidarietà per le alluvioni che avevano devastato il Paese), Filippine (a Manila, dove appena arrivato subì un attentato da parte di un fanatico boliviano, che lo ferì con un'arma da taglio, e dove poi volle visitare Tondo, uno dei quartieri più diseredati), Samoa orientali (a Pago Pago e Apia), Australia (a Sydney, dove consacrò il primo vescovo indigeno), Indonesia (a Giacarta), Hong Kong (da dove Paolo VI rivolse un accenno alla Cina, che già nella sua visita all'ONU aveva auspicato venisse ammessa nell'organizzazione) e Sri Lanka (a Colombo). Ai nove viaggi compiuti s'aggiunsero due mete che al papa fu impossibile raggiungere per l'insormontabile opposizione dei rispettivi governi: nel 1966 la Polonia, come denunciò lo stesso Paolo VI che avrebbe voluto recarvisi per il millenario del cristianesimo, e nel 1968 in Spagna, dove il papa non poté recarsi per il rifiuto di F. Franco a rinunciare al diritto di presentazione dei vescovi che permetteva il controllo governativo sulle nomine episcopali (la Spagna vi rinunciò solo nel 1976, dopo la morte di Franco). Dieci furono poi i viaggi del papa in Italia e frequenti le visite a parrocchie della sua diocesi; tra i primi, significativi appaiono quelli compiuti per celebrare la messa nella notte di Natale: nel 1966 nella cattedrale di Firenze devastata dall'alluvione del 4 novembre, nel 1968 tra i lavoratori del centro siderurgico di Taranto e nel 1972 tra i minatori di un cantiere al monte Soratte nei pressi di Roma; il 24 ottobre 1964 Paolo VI fu a Montecassino per consacrare la chiesa ricostruita dell'abbazia e nell'occasione proclamò s. Benedetto patrono principale d'Europa; infine il 17 settembre 1977, alla vigilia dell'ottantesimo compleanno, Paolo VI compì il suo ultimo viaggio recandosi a Pescara per partecipare al diciannovesimo congresso eucaristico nazionale italiano. Durante il pontificato di un papa che per trent'anni aveva prestato servizio nella Segreteria di Stato l'attività diplomatica e la politica internazionale della Santa Sede ebbero uno sviluppo considerevole: il numero di Stati con cui furono stabilite relazioni diplomatiche quasi raddoppiò, passando da quarantanove a ottantanove, mentre si moltiplicarono i rapporti con le grandi organizzazioni internazionali governative, a partire dalla missione con rango di osservatore permanente istituita presso l'ONU fin dal 1964. Accanto poi a nuove forme di rapporti diplomatici messe in atto soprattutto con i Paesi comunisti dell'Europa centrale e orientale, venne continuata la tradizionale politica concordataria mediante la firma di trenta diversi accordi, mentre molto sviluppate risultarono la partecipazione a riunioni e conferenze internazionali e l'attività diplomatica personale del papa attraverso centinaia d'incontri e iniziative. Tra le costanti di una politica multiforme e complessa vi furono la promozione della pace e la difesa dei diritti umani, in primo luogo della libertà religiosa. Dal 1968 P. fece celebrare il primo giorno dell'anno in tutta la Chiesa cattolica una "giornata della pace" per la quale pubblicò ogni volta uno speciale messaggio e ripetuti furono i suoi interventi in favore di soluzioni negoziali dei conflitti, come avvenne soprattutto per la guerra in Vietnam, anche in contrasto con il governo statunitense. Altrettanto difficili furono i rapporti con diversi regimi dittatoriali o autoritari, spesso sedicenti cattolici, per gli appelli papali in favore di una maggiore giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani soprattutto in America Latina ma anche in Europa, come mostrò il caso della Spagna franchista: questa non perdonò mai al papa un suo intervento umanitario quando ancora era cardinale e i rapporti tra i governi spagnoli (nei quali figurarono anche ministri membri dell'Opus Dei) e la Santa Sede furono sempre molto difficili, culminando nel settembre 1975 con il rifiuto di Franco di concedere la grazia, richiesta da Paolo VI, a cinque condannati a morte. Il papa decise anche di proseguire, nonostante i dubbi personali, la politica di apertura e di dialogo con i governi comunisti dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, che ebbe il fine principale d'ottenere condizioni minime di sopravvivenza per le comunità cattoliche oppresse e soffocate dai regimi totalitari dei singoli Paesi. Avviata da Giovanni XXIII negli ultimi mesi del suo pontificato, quella che venne chiamata l'Ostpolitik ("politica orientale") vaticana fu assunta, fatta propria e difesa da P., con decisioni drammatiche come nel 1974 la rimozione dalla sede di Esztergom del cardinale primate ungherese J. Mindszenty e anche di fronte a critiche che arrivarono ad accusare di filocomunismo e di tradimento nei confronti delle "Chiese del silenzio" il papa, e portata avanti con pazienti e interminabili trattative soprattutto da A. Casaroli, nel 1967 nominato segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari (dal 1968 denominata Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa) e consacrato arcivescovo dallo stesso Paolo VI. S'arrivò così a una serie d'accordi, a iniziare dalla prima parziale intesa (15 settembre 1964) con l'Ungheria, e a numerosi incontri del papa con diversi esponenti dei regimi comunisti, compreso quello sovietico.

Notevole importanza da un punto di vista politico più generale assunse la lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971), indirizzata per l'ottantesimo della Rerum novarum al cardinale M. Roy con la quale vennero aperte le porte al pluralismo politico e sociale dei cattolici. Estremamente sensibile alla politica per una formazione e una storia personali vicine alla tradizione politica dei cattolici più aperti, Montini fu il papa che più contribuì a distanziare la Chiesa cattolica, e in particolare la Santa Sede, dalla politica diretta: questa tendenza si riscontrò soprattutto in Italia, nel rispetto dell'ambito di responsabilità propria dei laici cattolici impegnati e con la fine della contiguità tra l'Azione Cattolica e la Democrazia Cristiana, anche se P. intervenne e sollecitò l'intervento dei vescovi (e della Conferenza Episcopale Italiana, di cui promosse la crescita e una certa autonomia) ogni volta che gli apparve necessario, come nel caso dell'introduzione del divorzio nella legislazione civile e del successivo referendum abrogativo che suscitò divisioni anche nel mondo cattolico. Le riforme auspicate dal Vaticano II ricevettero ulteriore impulso nel corso degli anni Settanta da altri documenti papali, in particolare da tre esortazioni apostoliche per il rinnovamento in diversi ambiti: l'Evangelica testificatio (29 giugno 1971) sulla vita di religiose e religiosi (anche se P. s'oppose fermissimamente nel dicembre 1974 a qualsiasi modifica dello speciale voto d'obbedienza al papa dei Gesuiti); la Marialis cultus (2 febbraio 1974) sul culto mariano; l'Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), ampia e innovatrice trattazione sui molteplici problemi dell'evangelizzazione nel mondo contemporaneo pubblicata in seguito alla terza assemblea generale del sinodo dei vescovi che nel 1974 aveva affrontato lo stesso tema. Il 9 maggio 1973 il papa (che già aveva indetto subito dopo il Vaticano II un giubileo straordinario tenutosi tra il 1° gennaio e il 29 maggio 1966) annunciò l'Anno santo del 1975, al di là d'interrogativi sulla sua opportunità pubblicamente dichiarati: "Ci siamo domandati se una simile tradizione meriti d'essere mantenuta nel tempo nostro, tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dall'altro, dal disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali d'altri secoli" (Insegnamenti, XI, p. 450). Paolo VI indisse così l'Anno santo nella linea conciliare, mettendo al suo centro la riconciliazione (tema dell'esortazione apostolica Paterna cum benevolentia dell'8 dicembre 1974) e facendo precedere, per la prima volta nella storia dei giubilei, le celebrazioni romane del 1975 da quelle tenute nel 1974 in tutto il mondo. Nel corso poi dell'Anno santo il papa pubblicò il 9 maggio l'esortazione apostolica Gaudete in Domino, unico documento pontificio sulla gioia cristiana, e il 14 dicembre compì nella Cappella Sistina un gesto simbolico senza precedenti ed espressivo del primato romano, baciando i piedi del metropolita ortodosso Melitone, capo della delegazione del patriarcato di Costantinopoli presente alla messa papale per il decimo anniversario della cancellazione delle scomuniche tra le due Chiese. Poco dopo aver annunciato l'Anno santo, quasi a sigillo di un'attenzione e di una sensibilità costantemente rivolte fin dagli anni giovanili alle diverse espressioni artistiche contemporanee, il 23 giugno 1973 P. inaugurò la nuova collezione d'arte religiosa moderna dei Musei Vaticani. Il 26 luglio 1976 il papa, per l'opposizione tenace e irriducibile al Vaticano II, sospese "a divinis" l'arcivescovo francese M. Lefebvre, uno degli esponenti più duri della minoranza conciliare. Drammatica fu poi la partecipazione di Paolo VI all'oscuro sequestro e all'assassinio di Aldo Moro, per il quale il 21 aprile 1978 indirizzò un appello autografo agli "uomini delle Brigate Rosse" in favore della sua liberazione, presiedendo poi il 13 maggio in S. Giovanni in Laterano una messa in suo suffragio dopo la quale pronunciò una preghiera da lui composta: "Chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro  ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale" (ibid., XVI, p. 362). Il 29 giugno il papa celebrò a S. Pietro per il quindicesimo anniversario del pontificato e tracciò nell'omelia, quando "il corso naturale della nostra vita volge al tramonto", un bilancio del suo pontificato che riconobbe rivolto alla "tutela della fede" e "a difesa della vita umana" (ibid., pp. 519-25). Alla sera del 6 agosto 1978, nella residenza di Castelgandolfo, quasi improvvisamente, dopo un giorno di permanenza a letto, Paolo VI morì e l'11 fu reso pubblico il suo testamento (scritto il 30 giugno 1965, con due brevi aggiunte successive): "Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara.  Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d'amore  ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore" (ibid., pp. 590-92). Dopo il funerale celebrato in piazza S. Pietro, il 12 agosto, Paolo VI fu sepolto nella basilica vaticana.



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