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mercoledì 20 gennaio 2016

SAN SEBASTIANO



San Sebastian ga la viola in man (detto veneto per significare che, usualmente, il giorno di San Sebastiano si respira un clima primaverile)

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Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione del suo cesare Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.
Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.
A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da papa s. Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.
Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova del già citato s. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.
Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.
Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.
La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.
Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.
Sulla Via Appia si costruì un’altra basilica costantiniana la “Basilica Apostolorum”, in memoria dei due apostoli.
Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ di s. Pietro e s. Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di S. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.



Dato storico certo, che ne testimonia il culto sin dai primi secoli, è l'inserimento del nome di Sebastiano nella Depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa di Roma e risalente al 354.

San Sebastiano è invocato come patrono delle Confraternite di Misericordia italiane, poiché si rileva in lui l'aspetto del soccorritore che interviene in favore dei martirizzati, dei sofferenti (l'agiografia vuole che fosse proprio lui a soccorrere i suoi colleghi uccisi in odio alla fede cristiana e/o a provvedere almeno alla loro sepoltura). Questo tipo di confraternita infatti ha tuttora un preciso carisma assistenziale e gestisce direttamente, con l'opera dei propri volontari, una fitta e variegata rete di servizi socio-sanitari di precisa ispirazione e collocazione cristiana e cattolica. San Sebastiano è anche patrono degli Agenti di Polizia Locale e dei loro comandanti, ufficiali e sottufficiali (Breve apostolico del 3 maggio 1957 di sua santità Pio XII, di venerata memoria).

Come si può facilmente intuire dalla lettura del suo profilo biografico (sua esperienza lavorativa, sua testimonianza di fede, ecc.), si capisce perché un "miliziano" sia stato individuato, appunto, come patrono dei suoi "commilitoni" e non solo, data l'affinità simbolica tra categorie e/o strumenti (gli arcieri ad es. scagliano frecce, come quelle che colpirono il santo durante il suo martirio, ecc.). L'esempio più attinente è, simbolicamente, costituito dalle frecce quali prefigurazioni di punizioni (la malattia in senso lato): come il santo riuscì ad evitare che le frecce lo uccidessero, così egli viene invocato come intercessore che riesce a scansare possibili cause di sofferenza. Se si considera che la malattia può essere vista nell'accezione di "punizione", si comprende perché il santo abbia tra i suoi patronati pure quello di essere invocato contro le malattie (specie quelle contagiose, viste come frecciate), per esserne preservati. In questo senso, se San Rocco viene considerato il taumaturgo che cura le pestilenze, san Sebastiano viene considerato il santo taumaturgo che ne costituisce la "profilassi".

San Sebastiano ha un'importanza particolare per la comunità LGBT, all'interno della quale numerosi omosessuali lo rivendicano come santo patrono e come intercessore, senza che però questo culto sia riconosciuto dalla Chiesa Cattolica. Il suo ruolo di santo protettore contro le epidemie è stato talvolta esteso alla più grave epidemia della contemporaneità, l'AIDS.

Spesso, in passato, Sebastiano veniva invocato come protettore contro la peste. Attualmente, in Italia, è il santo patrono della polizia municipale. Oggi è anche invocato contro le epidemie in generale, insieme a san Rocco.

San Sebastiano è particolarmente venerato in Sicilia fin dal 1575, anno in cui infuriò la peste e in molte città veniva invocato contro la terribile epidemia.
Ma il culto si diffonde sin dal 1414 anno in cui, secondo un antichissimo documento custodito negli archivi della Basilica in Melilli, una statua del Santo martire sarebbe stata ritrovata presso il luogo denominato Stentinello a circa tre km a sud di Thapsos, l'attuale isola Magnisi in provincia di Siracusa. Sempre secondo questo documento alcuni marinai sostennero di essersi salvati da un naufragio grazie alla protezione di quella statua. Subito accorsero in quel luogo centinaia di persone incuriosite da tutta la provincia. Nessuno riuscì a sollevare la cassa contenente il simulacro del santo, nemmeno il vescovo di Siracusa accompagnato dal clero e dai fedeli della città. Ma i cittadini di Melilli il 1º maggio 1414 giunti sul posto riuscirono a risollevare la cassa che entrata in paese tra invocazioni e preghiere divenne di nuovo pesante: segno che San Sebastiano voleva fermarsi lì. All'ingresso del paese si sarebbe verificato il primo miracolo: un lebbroso venne guarito. Da allora ogni anno (la festa è stata spostata al 4 maggio per motivi di ordine pubblico da quando fu istituita la festa del lavoro) San Sebastiano viene festeggiato solennemente. Il 4 maggio alle ore 04.00 del mattino viene aperto il santuario per accogliere i pellegrini provenienti da ogni parte invocando il santo: "semu vinuti di tantu luntanu, Primu Diu e Sammastianu! E chiamamulu ca n'ajuta!" Melilli si popola di tantissimi fedeli provenienti da tutta la Sicilia orientale e oltre. Anche all'estero gli emigrati hanno diffuso la devozione. Commovente l'arrivo dei nuri di Melilli e di Solarino. Questi pellegrini sono chiamati nuri perché in passato facevano il pellegrinaggio quasi nudi, con pantaloncini o mutande e a torso scoperto, con in mano fiori in omaggio al Santo. Oggi, invece, i nuri di San Sebastiano indossano vestiti bianchi e fascia rossa, camminando sempre scalzi. Affrontano chilometri di strada, offrendo torce e ceri votivi (ex voto) rappresentanti parti di corpo guarite miracolosamente o per le quali si chiede la grazia. Dopo il 4 maggio segue il solenne ottavario che si conclude il giorno 11 maggio quando tra grida di invocazione e richieste di intercessione il simulacro viene velato e conservato. Ritornerà ai fedeli il 20 gennaio giorno della sua festa liturgica.
San Sebastiano è poi particolarmente venerato ad Acireale perché, durante la seconda guerra mondiale, sotto la minaccia di un bombardamento, gli Acesi fecero voto affinché la città non fosse bombardata e così fu. San Sebastiano è quindi, assieme a santa Venera, patrono di Acireale: il 20 gennaio si svolge una festa a lui dedicata.

Ad Accadia, in provincia di Foggia, il 20 gennaio si svolge la festa patronale di San Sebastiano animata da tipici falò rionali. Dopo la solenne processione del santo e la benedizione di tutti i falò si tiene il palio di San Sebastiano giunto nel 2013 alla XXX edizione a cui partecipano i vari rioni e le frazioni del comune.

È santo patrono di Mistretta e la festa si svolge due volte all'anno: il 20 gennaio e il 18 agosto. È pure santo patrono di Tortorici e la festa si svolge due volte l'anno: il 20 gennaio con replica la prima domenica successiva (l'ottava) e la prima domenica di maggio. San Sebastiano è anche santo protettore di Cerami e la festa si svolge ogni anno il 28 agosto.

In Calabria, venerato e festeggiato a Pernocari (VV) il 20 gennaio e la terza domenica di agosto. È inoltre festeggiato come patrono a Fagnano Castello e Orsomarso, in provincia di Cosenza e ad Anoia Superiore il 20 di gennaio in provincia di RC, dove viene acceso un grande falò in suo onore e durante la festa viene baciata la reliquia.

San Sebastiano è festeggiato anche a Termoli (CB) il 20 gennaio, quando gruppi di persone intonano un brano dedicato al Santo per le strade della città ricevendo in dono soldi o leccornie. Lo spettacolo viene riproposto anche durante il periodo estivo, precisamente il 7 agosto, per permettere a coloro che vivono fuori città di potervi assistere.

San Sebastiano è venerato nella cittadina di Barcellona Pozzo di Gotto di cui ne è anche il santo patrono cittadino. Qui, nella basilica minore di S.Sebastiano sita in piazza duomo, nel centro città, è custodita un inestimabile reliquia che consiste nell'osso dell'avambraccio del santo martire detto ivi "Brazzu di San Bastianu", spesso citato in detti del luogo come "Ci voli u brazzu di san Bastianu!", il quale si invoca in un momento dove sarebbe propizio un ausilio.

A Cassaro (Siracusa) si festeggia il 20 gennaio con l'uscita di "san mastianeddu" una piccola statua che viene portata in processione di corsa per le vie del piccolo comune dai "nudi". L'ultima domenica di luglio di ogni 3 anni, dalla chiesa a lui dedicata, esce alle 12:00 in processione solenne la cinquecentesca statua di San Sebastiano

Il culto di San Sebastiano è presente anche a Berchidda e ad Ulassai in Sardegna. La sua festività ricorre il 20 gennaio, data in cui tradizionalmente viene realizzato un grande fuoco e si offrono arance in un grande banchetto. La notte di San Sebastiano apre le porte ai riti dell'antico carnevale denominato su Maimulu.

Anche in Liguria è presente il culto del santo da lungo tempo. A Costarainera si trova una chiesa dedicata a San Sebastiano, edificata probabilmente del XIV secolo e attualmente in degrado. Fu probabilmente edificata sull'antico tracciato della via Aurelia che in quel tratto passava nell'entroterra e non sulla costa ligure, a causa delle frequenti incursioni di pirati.

Bellissima struttura è il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri (Frosinone), dove, secondo diversi documenti, avrebbe avuto origine la Regula Magistri.

Anche ad Ales (OR), viene festeggiato il Santo con il tipico falò, detto in "abaresu" (lingua Sarda locale) "su fogadoni" dall'altezza di svariati metri. Il 20 di gennaio, la sera, il falò ("sa tuva") viene benedetto dal vescovo prima di essere acceso, una volta dato alle fiamme, su sonadori (il musicista di organetto/fisarmonica-launeddas) inizia a suonare balli tipici del luogo e della Sardegna intera, i tipici "ballus sardus" (balli sardi), nel frattempo viene distribuita la cena, composta da specialità del luogo come cixiri, brobei a buddiu, proceddu e druccis, tottu isciustu de 'inu bellu (ceci, pecora bollita, maialetto e dolci (tipici sardi), tutto bagnato da del buon vino. Il giorno dopo si ha la processione per riportare il Santo nella sua chiesa dalla cattedrale e, subito dopo la messa si ha il tipico rinfresco "su cumbidu", a base di dolci sardi e "crannaccia" (vernaccia).

La leggenda del soldato martire dal corpo efebico e glabro ha interessato pittori e scultori di ogni era, il che ha portato a concentrare gli artisti sull'iconografia del santo nudo dalla bella anatomia a discapito di quella del militare maturo. Il santo era tra l'altro una delle poche figure nude che avevano il diritto di stare in una chiesa. Emblematico è l'episodio tramandato da Giorgio Vasari nelle Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori in merito al pittore Fra Bartolomeo.
Sicché il suo stato di santo ha cristallizzato per secoli le raffigurazioni del giovane ignudo col corpo bello e virile trafitto da frecce, o dal fisico nudo che si abbandona languidamente alle cure di angeli.

La rappresentazione più antica del santo è nel mosaico della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna, datato tra 527 e il 565. La parete laterale sulla destra contiene grandi mosaici che raffigurano la processione di 26 martiri, condotta da san Martino e presieduta, tra gli altri, dallo stesso Sebastiano, ma i martiri sono rappresentati nello stile bizantino e non sono individualizzati, per cui hanno un'espressione identica.

Un'altra raffigurazione antica di Sebastiano è in un mosaico nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, che si fa risalire al 682 e rappresenta un uomo barbuto rivestito da un'armatura ma che non reca l'attributo della freccia.

Il soggetto del santo ignudo e disteso dal viso languido risanato dopo il martirio da un gruppo di pie donne riscuote particolare fortuna nella pittura del XVII secolo, con schizzi di luce irradiati da una candela che rischiarano il corpo incorrotto del soldato, in lotta tra la vita e la morte, in una scena notturna e intima. Testimoniano gli effetti luminosi che si dipanano sul corpo nudo del santo gli esempi di Georges de La Tour e Jusepe de Ribera.




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sabato 18 luglio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CONSOLAZIONE A ALMENNO SAN SALVATORE



La chiesa di San Nicola, sorta nel 1488 per un voto della popolazione e affidata all'ordine degli Agostiniani. La chiesa, a pianta rettangolare con navata unica, termina in un ampio presbiterio. Le pareti laterali sono occupate da sei cappelle per lato, nelle quali è possibile ammirare affreschi di Boselli e tele di Cifrondi, Previtali e Bassano. All'interno, un rarissimo esempio di organo Antegnati (1588) fa della chiesa un prestigioso luogo di concerti barocchi.

La nascita di questo complesso monastico agostiniano è dovuta principalmente alla peste degli anni 1484-86, a motivo della quale gli abitanti di Almenno avevano fatto il voto di costruire una cappella in onore dei SS. Sebastiano e Rocco. Passata l’epidemia, fra Pasquale da Gazzaniga, con la promessa di garantire alla popolazione la necessaria assistenza religiosa (il paese era senza clero), riuscì a convincere la popolazione a costruire una chiesa in onore di S. Maria della Consolazione e un convento per i frati agostiniani. La chiesa, in forme gotiche contiene numerosi capolavori pittorici a fresco e ad olio. Da segnalare anche il quattrocentesco organo Antegnati, il più antico della bergamasca. Gli Almennesi, grazie a donazioni (il Comune offrì il terreno e ben 1.000 ducati d’oro) ed elemosine, provvidero alle principali spese. Gli agostiniani vennero ad Almenno nell’estate del 1487. Dapprima costruirono una casa con una cappella provvisoria che venne in seguito chiamata il conventino (poi abbandonato) e solo l’anno seguente avviarono i lavori per la chiesa di S. Maria della Consolazione. La prima pietra fu posta il 10 agosto 1488. Grazie ai capitali iniziali e all’abbondanza delle elemosine, le strutture principali della chiesa (presbiterio, navata, matroneo, tetto) furono ultimate nel giro di alcuni anni. Già nel 1492 si avviarono i lavori di abbellimento delle cappelle laterali, che furono assegnate ad alcune delle famiglie più ricche del paese. Queste, in cambio della tomba di famiglia e di celebrazioni funebri per i loro defunti, dotarono i diversi altari di affreschi, quadri e suppellettili sacre. La chiesa fu consacrata nel 1517. Contemporaneamente si costruiva il convento, concluso nei suoi elementi principali nei primi anni del Cinquecento. E’ piuttosto piccolo, perché fu progettato per accogliere non più di dodici frati. Sta addossato al lato sud della chiesa ed ha una corte centrale quadrata, racchiusa entro un porticato formato su ogni lato da cinque eleganti archi in cotto a sesto acuto. Al piano superiore del convento, lungo due corridoi sui lati est e sud, sono disposte le celle dei frati, ciascuna dotata di camino e finestra, perché destinata ad accogliere un solo frate agostiniano eremitano. Sopra il porticato del lato nord, contro la chiesa è addossato un bel loggiato con archi in cotto a tutto sesto, impostati su pilastrini pure in cotto.

La chiesa di S. Maria della Consolazione è in stile gotico-rinascimentale. Ha una pianta rettangolare, con presbiterio quadrato meno ampio e abside semicircolare. La navata è costituita da sei campate divise da cinque archi gotici. Il soffitto ha travi in legno su cui poggiano formelle in cotto affrescate prevalentemente con motivi floreali. Nelle pareti laterali sono inserite sei cappelle per lato, aventi archi a tutto sesto e volte a botte. Sopra di esse corre un matroneo (in Bergamasca è l’unico esempio rimasto) che, in corrispondenza di ogni campata, si affaccia sulla navata con eleganti bifore. Il pavimento è ancora quello originale in cotto, con lastre tombali, alcune delle quali finemente scolpite (1503). Gli altari laterali, ricchi di opere d’arte (polittici, tavole e tele della fine del Quattrocento e dei primi decenni del Cinquecento), conservano ancora gran parte della dotazione decorativa originaria, opera di artisti di grande livello qualitativo. Si ricordano in particolare: la Trinità (1517) di Andrea Previtali; due polittici (1504 e 1515) di Antonio Boselli, oggi in deposito presso l’Accademia Carrara di Bergamo, e numerosi suoi affreschi; la Sacra Famiglia (1580 circa) di Francesco da Ponte detto il Bassano; i tanti affreschi della bottega degli Scipioni di Averara, in particolare di Iacopino Scipioni, che ornano le cappelle e la sacrestia; l’Annunciazione (inizi del XVI sec.) di autore ignoto di scuola fiorentina. Notevole infine è l’organo, il più antico della Bergamasca, inserito nel matroneo sopra la cappella dell’Annunciazione. Fu costruito nel 1588 da Costanzo Antegnati, uno dei più abili organari del suo tempo.

La chiesa nel corso dei secoli ha subito alcune modifiche non sostanziali, ma tali da offuscare il suo aspetto originario. Ciò avvenne a metà del Seicento, quando, con la convinzione di abbellire l’edificio, si è intervenuti a stuccare cinque delle cappelle laterali e parte del presbiterio. Qui, cancellati quasi del tutto gli antichi affreschi, al centro dell’abside fu collocata una tela dell’Assunzione, opera di Antonio Cifrondi (1705 circa). Alla prima metà del Settecento sarebbero da attribuire anche tutti gli altri affreschi del coro e del presbiterio: S. Monica piange la partenza del figlio Agostino; S. Ambrogio scaccia gli eretici, mentre il Papa distribuisce l’acqua della dottrina agli ordini religiosi; Ester davanti ad Assuero e Giuditta con la testa di Oloferne. Ignoti gli autori. Bello il coro ligneo, i cui diciassette stalli con colonnine tortili in alto e braccioli con cariatidi a figura di donna, furono costruiti nel 1626 da un mastro Angelo. Nella navata, poi, nel 1721 la cappella dedicata a S. Nicola fu rifatta per volontà della confraternita dei cinturati. La volta fu alzata fino ad occupare parte del matroneo e la precedente decorazione ad affresco, opera di Iacopino Scipioni, fu distrutta e sostituita da angioletti nella volta e da motivi floreali. Venne costruito un nuovo altare con ancona in stucco, angeli e nicchia dove collocare un’antica statua vestita della Madonna della Cintura (metà del XVII sec.). Anche la vicina cappella di S. Sebastiano nel 1740 cambiò intitolazione, quando fu dedicata alla Madonna del Buon Consiglio e dotata di tela sotto vetro raffigurante il miracoloso trasporto da parte degli angeli di un affresco della Vergine col Bambino.



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venerdì 19 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : ORZINUOVI



Orzinuovi è un comune della provincia di Brescia.
Non ci sono risposte certe sull'origine del nome di Orzinuovi, ma soltanto risposte attendibili, il Codagli nella sua opera Historia Orceana narra che durante le invasioni barbariche del V-VI secolo d.C., i barbari avrebbero costruito in questo territorio due rocche fortissime che in latino, la lingua dei romani, sarebbero definite Arces, appunto da questa parola sarebbero arrivati a Orci, ma Codagli si rese conto dalle storie degli anziani del paese che il nome non sarebbe potuto derivare dalle Rocche, bensì dai vasi che i Romani chiamavano Orzi ritrovati dal fondo di quelle. Sempre Codagli ipotizza che sia stato S.Ursicino, Vescovo di Brescia dal 347 al 380 d.C., a dare il nome alla città. Inoltre, ipotizza che possa essere stata Oritia moglie di Borea e figlia di Eritteo, re di Atene. Oritia avendo fatto edificare il tempio dedicato a Giove nei pressi della località spettava lei dare il nome alla città.

Monsignor Guerrini, l'arciprete della Curia di Brescia presuppone che il nome della città derivi dall'aggettivo Arsus che tradotto dal latino all'italiano significa latifondi, che Orzinuovi possedeva prima che il Comune di Brescia nell'XI secolo vi bonificasse. Lo stesso Guerrini dice che l'origine del nome deriva da J-urs, che potrebbe essere una ricostruzione dialettale di San Giorgio, poiché, Orzinuovi, fondata nel XII secolo, è stata chiamata castrum San Georgi o San Jorii quindi a risalire a J-ursus. Però Monsignor Guerrini smentisce questa sua ipotesi, per due ragioni una fonetica e una storica:

Nel dialetto bresciano il nome Giorgio si pronuncia Zors e perciò si dice Sant'Zors, che non può essere tanto facilmente trasformato in J-urs. (Ragione fonetica)
Il nome Orzi spetta prima a Orzivecchi e non a Orzinuovi, perché il primo è più antico del secondo. A Orzivecchi il culto di San Giorgio non viene praticato, mentre è tuttora vivo a Orzinuovi (congiuntamente con quello di San Bartolomeo), in quanto sotto la protezione e il nome di San Giorgio venne dal comune di Brescia, che come già detto in precedenza, edificò il territorio chiamando il paese San Georgi a difesa del confine con la provincia di Cremona. È ciò accadde quando il castello di Orzivecchi aveva già più di un secolo di vita e il nome esclusivo De Urceis.
Carlo Antonio Mor sostiene, invece, che ricostruendo il nome Orci viene da Urcei la cui probabilissima radice vuol dire acqua, Orci vuol perciò denotare che il significato del nome è abitato vicino all'acqua.

Orzinuovi, situato a Sud Ovest di Brescia a pochi chilometri dal fiume Oglio, fu fondato l’11 luglio del 1193 (data certa e documentatata) per espressa volontà della città di Brescia, al fine di perfezionare le proprie difese rispetto ai cremonesi lungo la delicata linea dell’Oglio: l’intero centro storico conserva ancora, nella regolare suddivisione in strade ortogonali disposte attorno all’asse centrale della lunga piazza orientata Nord – Sud, l’antica organizzazione urbanistica castrense; l’intervento avvenne su un unico antico dosso fluviale dell’Oglio, in una località già occupata dall’ antica chiesa di S. Giorgio cui verrà dedicato l’intero centro.

L’atto di fondazione di cui si conservano solo delle trascrizioni, pone fine alle discussioni sorte in passato, anche a seguito di una certa confusione fatta dal Codagli, il primo storico oceano. Questi infatti citando altri storici, sembra far risalire al 1191, con due anni di anticipo, la decisione del Comune di Brescia di costruire un nuovo castello per gli antichi Urcei.

E’ opportuno ricordare che gli storici successivi commisero un altro errore in conseguenza a quello fatto dal Codagli nel descrivere la fondazione di Orci Novi, cioè che l’antico castello al Bigollio fu distrutto per utilizzare il materiale per la costruzione del nuovo castello, chiamato S. Giorgio al Theze. Questa sarà, infatti, la prima denominazione di Orzinuovi: Castrum Sancti Georgi. Solo successivamente verrà chiamato Orci Novi per diventare, più tardi ancora, Orzinuovi.

Le vicende storiche di Orzinuovi si ricollegano, ovviamente a quelle di Brescia; nei primi 250 anni Urcei conosce la dittatura di Ezzelino da Romano, di Oberto Pelavicino, dei Torrianio, degli Angiò, degli Scaligeri, dei Visconti e dei Malatesta, con un breve intervallo per i Gonzaga; in ultimo passa quasi definitivamente sotto Venezia, dal 1426 al 1797.

Gli episodi salienti del periodo pre-veneto sono trattati con dovizia di particolari e secondo un’interpretazione a volte drammatica dal Codagli e in parte riesumati anche dal Mor.

Basti ricordare la breve sosta in Orzinuovi di Ezzelino da Romano, il quale nel 1258, il primo settembre, occupa Brescia, costringendo alcune famiglie guelfe ad uscire dalla città e a rifugiarsi nelle roccheforti della provincia.

Il truce tiranno l’anno successivo seguendo i consigli del Dovera, traditore di Milano, tenta di impossessarsi della città e per eludere le sue manovre militari, finge di attaccare Orzinuovi, che assedia devastandone le campagne; si dirige poi verso il milanese ad incontrare la definitiva sconfitta del suo esercito e la morte sul ponte di Cassano d’Adda.

Nel 1282, stranamente, data l’antichissima rivalità con i Soncinesi, gli Orceani inviano aiuti alla città di Cremona, impegnata a difendersi dal marchese di Monferrato.

Nel 1341 Azzone Visconti emette gli statuti, una raccolta, cioè, di disposizioni che regolano la vita politica amministrativa e sociale del comune. (In essi, per esempio, sta scritto come si debbano mantenere le strade, le condizioni igieniche da rispettare da parte dei mugnai e dei fornitori da farina, come debba comportarsi il podestà, quando il capitano del popolo può incontrare i residenti….ecc.).

Nel 1383 è consacrata la chiesa principale detta “Il Duomo”, già intitolata a S. Lorenzo ed ora a Santa Maria della Pieve, con la facciata rivolta verso ovest, stretta ed alta, col battistero esterno. Nello stesso periodo ad Orzinuovi capita a predicare San Bernardino, ed in occasione della sua venuta si fonda l’ordine dei Francescani zoccolanti, con residenza al convento dell’Aguzzano.

Nel 1421 il duca Filippo Visconti rinforza le fortificazioni ed ordina la costruzione di una torre con murata all’ingresso della contrada Navagera, ora via Roma.

Il Codagli cita anche lo spaventoso episodio del passaggio delle cavallette “che avendo rovinato insino le fronde cagionassero una crudel fame, dalla corrottione delle quali, n’uscì una sì esecrabile peste che per tre anni continuosi”.

Orci, comunque, passa i guai più grossi della sua storia tra il 1427 ed il 1454, dopo la relativa tranquillità di circa un ventennio.

Galeazzo Visconti lascia un buon ricordo di sé; gli succede Pandolfo Malatesta, messo fuori da Brescia nel 1420; i suoi rappresentanti in Orci sono scacciati dal Carmagnola, al servizio di Filippo Visconti, nello stesso anno. Il Carmagnola, restituisce alla comunità orceana i vecchi statuti soppressi dal Malatesta, riporta il numero dei consiglieri a 48, esenta i residenti dai dazi e dalle gabelle per cinque anni, aggiunge agli Orci le terre di Villachiara e di Rudiano, ma si ripaga di tanta generosità, prendendosi come ostaggi, da conservare sotto chiave in prigione, due della famiglia Zenucchi antighibellini ed esige la partecipazione dei locali alla spesa di 30.000 ducati per la costruzione delle difese, con una imposizione dell’esborso in sei anni dei due terzi della somma.

Per consolare i cittadini della gravosa tassa, decide di renderli autonomi da Brescia e con un atto di somma fiducia consegna ai maggiorenti l’amministrazione delle munizioni.

Nel 1426 i guelfi bresciani tramano contro il Visconti a favore di Venezia e la repubblica coglie l’occasione per mettere le mani sulla città; a cosa fatta, vuol imbastire, per l’ennesima volta, la pace con Milano. E’ stipulata, ma non rispettata; di conseguenza la repubblica invia nel contado ed a Orci, ghibellina, guidata dai Corniani, Trezzi, Angoli, Barbari, Rodenghi, una enorme quantità di truppe, al comando del Carmagnola, passato al servizio di Venezia. L’assedio dura 16 giorni, le artiglierie venete smantellano parte delle mura e molte torri; alcune palle arrivano in piazza e colpiscono la chiesa centrale. Intorno alla fortezza si muovono più di trentamila soldati, con una quantità enorme di cavalli. Finalmente la fortezza si arrende; Caramagnola proibisce con i proclami l’applicazione dei diritti del vincitore, ma alcuni rapaci ufficiali sequestrano le persone più facoltose e le costringono alla consegna di somme enormi.

Il privilegio del doge Foscari riporta tutto alle condizioni di prima, ma offre la possibilità di perseguitare i ghibellini ed impone a tutti nuove taglie.

Decapitato il Carmagnola in Venezia, viene agli Orci Francesco Gonzaga, che guerreggia contro Filippo Visconti attestato nel cremonese; segue un brevissimo periodo di pace, rotta di nuovo nel 1437.

Questa volta si porta sotto le mura per conto di Filippo Visconti, il Piccinino; egli stringe d’assedio la fortezza, che è presa per il tradimento di un certo Pietro da Lucca, armigero inviato sul posto con 200 soldati dal Gattamelata, per dare man forte a Dandolo, comandante della piazza. Ovviamente, per l’occasione si verificano le devastazioni, le taglie, i sequestri e altre brutture collegati a fenomeni del genere.

Nel 1440 Filippo Visconti cede Orci al comandante Ludovico Gonzaga, ma questi non si interessa della faccenda; subito Francesco Sforza, ora al servizio di Venezia, scaccia i viscontei dal paese e li batte sulla strada vecchia per Soncino. Segue una nuova breve pace; ad Orci si reca anche Muzio Attendolo, per svernare. Nella nuova guerra Francesco Sforza, ora al servizio di Milano, smantella le mura della fortezza con le artiglierie, ed invano attenta alla sua vita un certo Giorgio Zenucca.

Con la pace di Lodi del 1454, Orci non è più disturbato dagli eventi della guerriglia tra Venezia e Milano.

Segue un periodo di grandiosità: la repubblica veneta ordina la ricostruzione delle mura e dei bastioni, sostituisce le torri alte e merlate con i torroncelli più atti alla difesa, costruisce la rocca.

I civili iniziano le costruzioni murarie, fabbricano anche palazzi di una certa pretesa, a ridosso della piazza centrale, le organizzazioni religiose aumentano il proprio prestigio, fondano il monastero di S. Francesco della Pace, con relativa chiesa, molto bella e riccamente ornata, e quello di S. Chiara.

Sono pure istituite associazioni culturali ed assistenziali di ogni genere, come la compagnia dei Disciplini, il monte di Pietà e la prima congregazione di carità. Alcuni privati cittadini mettono a dsposizione del pubblico i loro capitali per iniziative sociali.

Questo si può definire il periodo del primo rinascimento orceano, che, dopo la parentesi paurosa della calata di Carlo VIII, del passaggio di Gastone di Foix, dei lanzichenecchi e della micidiale peste, viene rappresentato da illustri personalità operanti nei vari campi dell’attività umana.

Nasce in Orci la magnifica Stefana Quinzani, più tardi beatificata, fondatrice del monastero delle donne di Soncino. Per le scienze e le lettere, acquistano fama l’oriundo orceano Condro, insegnante presso l’Università di Bologna, celebre latinista e grecista, che sembra abbia avuto tra gli alunni Niccolò Copernico; Giovanni Braccesco, latinista, scienziato, filosofo.

Illustrano le arti figurative Bagnadore e Montagna, celebrati pittori e architetti, mentre arriva in Orci il Sanmicheli, a disegnare le costruzioni dei bastioni e delle porte della fortezza.

La società locale è sostanzialmente povera, o appena benestante; non conta famiglie patrizie e nemmeno eccessivamente facoltose, perché nel trambusto dei secoli e specie nel ‘400 e ‘500, i fatti d’arme piuttosto frequenti e la indisponibilità di terre da comperare, il succedersi dei privilegi che garantiscono soprattutto il mantenimento della situazione, impediscono l’inserimento o l’attecchimento dei potentati, sia militari che civili.

Il centro è abitato da qualche famiglia danarosa, che esercita le attività professionali o gode dei benefici delle piccole proprietà terriere; vi si installano i bottegai, ai quali si aggiungono in buon numero gli artigiani dei mestieri inerenti ai bisogni della campagna (sellai, fabbri, ecc.) ed alle richieste degli abitanti in generale.

Ai margini s’incontra una piccola folla di lavoratori occasionali, di pescatori e cacciatori meno esigenti degli altri e viventi alla giornata, fiduciosi nella generosità delle opere caritative e dei conventi per gli anni magri.

Nel contado le piccole proprietà terriere dei professionisti e dei “ricchi” del centro sono condotte dagli affittuali e dai massari, con l’aiuto dei poveri braccianti e con un patrimonio zootecnico ridottissimo, con prodotti miseri, salvati a stento tra un’epidemia e l’altra. La proprietà terriera è ammassata nelle mani del comune, della Chiesa, e di monasteri delle opere di beneficenza.

La potestà amministrativa, tranne la parte che riguarda le fortificazioni militari, è affidata al consiglio comunale, composto da oceani genuini e retto da consoli.

Sulla popolazione non gravano eccessivi pesi fiscali, se non per motivi occasionali, quali le malattie, carestie, fatti d’arme per i quali si richiede il pagamento di dazi a favore del Comune.

I fatti straordinari della vita sociale provengono dalle liti tra civili e militari, per la solita prepotenza dei componenti il presidio e fra agricoltori per i diritti di irrigazione e la manutenzione delle strade, dalle feste pubbliche di carattere religioso e civile, dai contrasti fra le confraternite e gli ordini monasteriali ed ecclesiali.

Orzi è agricolo, artigianale, proletario; gli intellettuali tendono ad abbandonare la terra d’origine per trasferirsi in città.

Nella comunità il fervore generale e la speranza si annunciano pieni, dopo lo smarrimento conseguente ai disastri bellici ed alla peste tra il 1509 e d il 1530 circa.

Nel ‘600 e ‘700 nella fortezza la vita è monotona e stantia, eccezion fatta per la peste del 1630-31 e per qualche traversia collegata alla guerra di successione spagnola (1701-1713), fenomeni innestati nelle vicende comuni a tutta l’Alta Italia.

Nei primi decenni del ‘600 opera l’artista Cossali, autore generoso e laborioso, detto “il pittore di S. Carlo”, chiamato a dipingere dai reggenti delle chiese di un largo territorio, dai domenicani di Soncino e da qualche privato.

Nel 1779 l’ordine dei domenicani chiude il monastero di Orzinuovi, i cui beni sono ceduti ad un Corniani, che li passa successivamente all’ospedale Tribandi.

Le novità arrivano con la rivoluzione francese e la soppressione della Repubblica di Venezia.

Si istituisce il Governo provvisorio, si pianta l’albero della libertà, si organizza il comitato per la valutazione dei beni espropriabili, con interventi dei giovani liberali e del popolo minuto, ma senza la convinta partecipazione della massa. La fortezza ed i suoi abitanti sono tenuti sotto controllo da Brescia, i cui rappresentanti pregano gli Orceani di adeguarsi alle novità e di essere degni patrioti e nel contempo fanno trasferire in città le armi e le munizioni.

Sono espropriati i beni dei monasteri, della chiesa e delle opere ecclesiali, si unificano le entrate dei vari enti caritativi locali in una organizzazione assistenziale civile ed unica, si aprono scuole pubbliche per l’istruzione primaria.

La successiva pubblica Cisalpina ed il Regno Italico di Napoleone intraprendono alcune opere pubbliche, fra le quali la costruzione di una strada per Soncino e del cimitero centrale nel campo “Foppa”; legiferano anche in materia di riti religiosi, sopprimono i conventi di S. Francesco della Pace, dei francescani di S. Maria dell’Aguzzano e cancellano l’ordine della scuola di S. Pietro.

Il comune è indebitato per le antiche ruberie dei francesi e per gli oneri imposti dagli Austriaci vittoriosi su Napoleone. Le idee rivoluzionarie della comunità diminuiscono di interesse e la società locale ritorna pressoché uguale a 50 anni prima, con i vertici rappresentati dagli aristocratici, provenienti dalle solite famiglie ricche e dai militari, con l’aggiunta di qualche liberale che ha allargato la proprietà e si è costituito un lignaggio con l’acquisto dei beni espropriati nel decennio d’oro.

Nel 1828 il governo austriaco ordina l’abbattimento della fortezza a carico del comune; l’opera di demolizione è appaltata ad un impresario privato, con una decisione di massima; la spesa supera di gran lunga il preventivo e la comunità ricorre al prestito di un privato, sempre un Martinengo; il paese è privato della decorosa e storica corona delle mura, invidiata dai vicini e si obbliga a vendere qualche proprietà per affrontare il brutto momento economico e finanziario.

Verso il 1839 il Comune dona agli Orceani il teatro, ricavandolo dallo svuotamento dell’ex chiesa di S. Giuseppe, già affittata a privati, nel 1797.

Nel 1848, l’anno dei fasti d’Italia e delle illusioni, Orzinuovi brinda ai Piemontesi, ai patrioti, con l’intervento delle rappresentanze religiose; l’anno dopo ritorna nella quiete di prima, con l’arresto e l’imprigionamento di Don Giuseppe Perini e con il controllo della Famiglia Pavoni, troppo scopertamente antiaustriacante ed indiziata di sovversivismo.

Nel 1859, dopo l’ennesima definitiva liberazione del comune è eletto sindaco l’Avvocato Maestrazzi. La nuova strutturazione politica coincide con l’inizio del rinnovamento sociale e civile delle campagne della bassa, lento se si vuole, ma massiccio.

Nelle campagne appaiono i primi coltivatori proprietari, e in larga misura i cosiddetti mandriani nomadi, i quali, qualche decennio dopo, divengono acquirenti dei fondi lasciati dai signori di prima.

Alcune leggi sociali costringono gli agricoltori tradizionalisti ad abbandonare le proprietà od a rinnovarsi con grossi sacrifici; nel centro i bottegai si organizzano in iniziative varie, come sollecitati da nuova fiducia.

Compiuto il primo decennio della costituzione del Regno d’Italia (1861-1871), gli entusiasmi si smorzano ed il paese ritorna alla solita routine, anche se qualcosa di nuovo sembra essere impostato da alcune iniziative sociali.

Nell’ultimo decennio del secolo, si realizzano i primi investimenti pubblici, per i quali è costruito il nuovo edificio delle scuole elementari, sono sistemate alcune strade interne e si compiono i primi sparuti tentativi dell’iniziativa privata in materia edilizia. Il comune è servito con una linea tranviaria elettrica e con una ferrovia per la Valle Camonica e Cremona; il centro viene illuminato.

Nei primi anni del secolo nuovo e fino al 1925 circa, tralasciata la parentesi della prima guerra mondiale, si realizza l’espansione dell’edilizia privata, che ricopre molte aree a ridosso delle mura, in ogni direzione, facendo sparire o riducendo a pochi spazi i resti dell’antica fortezza.

Sono pure modificate alcune case della piazza o dei quartieri centrali, secondo un impulso economico che riguarda in modo particolare commercianti e professionisti.

Nel periodo cruciale dell’avvento del fascismo, la comunità orceana accetta senza eccessive rimostranze la nuova situazione, sia per la sua naturale propensione al pacifismo, sia per l’alto numero dei piccoli imprenditori e degli agricoltori tradizionalmente disponibili alla quiete.

Nessun avvenimento degno di nota s’incontra nel ventennio; solo la figura di Mor, direttore didattico, che pubblica due volumi ricchi di notizie particolari sulla vita del comune.

Dopo la seconda guerra mondiale, Orzinuovi conta 12.000 abitanti, la stragrande maggioranza dei quali vive di agricoltura. La ripresa economica e nazionale in un decennio prepara il campo per l’esodo della campagna e per la trasformazione sociale dei paesi agricoli lombardi, in cui i primi aspetti riguardano il generale aumento del tenore di vita, l’espansione edilizia pubblica e privata, l’aumento della scolarità e del numero di tecnici, l’industrializzazione delle campagne e del centro, l’allargamento dei servizi sociali di ogni genere.

In un ventennio la popolazione diminuisce di circa 3.000 abitanti, ma il paese si raddoppia per il numero di case, funzionalmente distribuite intorno all’abitato centrale, secondo l’adozione di un relativo piano regolatore; si arricchisce di giardini e di aree verdi e di ampie strade.

Gli occupati in agricoltura passano dal 60 per cento di prima al 20 per cento e si triplicano al numero degli addetti all’industria e ai servizi terziari.

A Orzinuovi nel 1223 ci fu un terremoto,nel 1380 ci fu peste, con l'apertura di un piccolo lazzaretto, divenuto poi ospedale di San Bartolomeo fuori porta, a nord dell'abitato, gestito dall'Ordine degli Umiliati,nel 1471 un altro terremoto nella bassa bresciana e nel cremonese: la gente, impaurita, uscì nei campi circostanti la fortezza e vi sostò per vari giorni.
Nel 1474 ci fu un'invasione di locuste, con devastazione dei raccolti e conseguente carestia; moria di bestiame e nel 1481 un'altra epidemia di peste o malattia simile; definita dagli autori "mal del zucchetto" e pare abbia mietuto 2000 vittime a Orzinuovi e 400 a Orzivecchi.
Negli anni 1512-1513 ci fu la più dura peste che abbia mai colpito il paese: 3500 morti (su 3900 abitanti) a Orzinuovi, 1000 (su 1100) a Orzivecchi, 450 (su 1000) a Soncino, 1000 nei comuni limitrofi. Descritta con toni angosciosi dal Codagli.
Nel 1570 la carestia e pestilenza ha provocato centinaia di morti che sono sepolti nell'orto della canonica.
Tra il 1576-1577 una nuova minaccia di peste e venne eretta la cappella di San Rocco e un presunto miracolo ferma quindi l'epidemia.
Nel 1630 ci fu la grande peste descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi esteso a tutto il Nord Italia. Dei 2200 cittadini, solo 900 sopravvissuti. I morti sono sepolti nella chiesa di San Giacomo e Filippo.
Nel 1712 Orzinuovi fu colpita da carbonchio e afta epizootica con grande moria di bestiame.
Tra il 1735 e il 1763 ci furono morie di bestiame e pollame praticamente totali.
Il 27 giugno 1783 comincia un pauroso temporale; per tre giorni cadono fulmini ovunque con danni gravi ad abitazioni e raccolti. Per fortuna non ci furono vittime.
Il 12 maggio 1802 un terremoto danneggia la fiancata destra del Duomo.
Nel 1816 Orzinuovi fu investita da carestia e diffusione della febbre petecchiale: 183 morti nel 1816, 198 nel '17
Tra aprile e luglio del 1836 ci fu una violenta epidemia di colera
A dicembre del 1850 ci fu una breve epidemia di colera.
Nel 1866 a seguito di una nuova epidemia di colera fu istituito un lazzaretto pubblico nei pressi dell'ospedale vecchio detto El pasterù'. In occasione dell'epidemia, furono emesse decreti che punivano le famiglie che non denunciavano di avere dei malati.
Negli anni 1885-1886 ci fu una nuova ondata di colera seguito dal vaiolo.
Negli anni 1918-1919 la violenta influenza spagnola uccide 200 persone.
Nel 1978 a Coniolo ci fu una moria di pollame.
Nel 2001 a causa dello scarico di liquami nel lago, viene isolata una parte del piccolo laghetto artificiale presso la città.
Nel 2008 le cavallette devastano i raccolti.
Il 26 luglio e l'11 ottobre del 2014 a causa di fortissime precipitazioni (il solo evento di luglio ha riversato 187 mm di pioggia in poche ore) vengono allagate diverse zone della città con gravi danni ad attività e case private.



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martedì 2 giugno 2015

IL SANTO DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE : SAN LUIGI GONZAGA

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Luigi Gonzaga è stato un religioso italiano gesuita; venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Era figlio primogenito di Ferrante Gonzaga I marchese di Castiglione delle Stiviere e di Marta Tana di Santena.

I suoi genitori, Ferrante Gonzaga e Marta Tana di Sàntena, piemontese si conoscono alla corte di Filippo II e si sposano a Madrid il 15 novembre 1566, secondo le norme del concilio di Trento. Luigi nasce il 9 marzo 1568, con un parto difficile; è battezzato il 20 aprile a Castiglione. Ferrante è fiero del suo erede. La madre, donna di cultura e di fede, lo educa alla preghiera e alla carità. Luigi cresce vispo e birichino. Il padre gli regala un'armaturina leggera e lui nel 1573, a Casalmaggiore, fa l'ufficiale e spara il cannone.
Lontano da mamma Marta, Luigi prega di meno e dice "parolacce militari".
Nel 1577-78, insieme al fratello Rodolfo, Luigi passa col padre a Bagni di Lucca ed è poi accolto alla corte di Francesco de' Medici a Firenze. Fa progressi in latino e spagnolo. Nel giardino di Palazzo Pitti gioca con le principessine Eleonora, Anna e Maria.
Ma Firenze matura Luigi: davanti alla santissima Annunziata si consacra alla Madonna. Il precettore lo conduce da un confessore gesuita.
Nel 1579 Ferrante, eletto principe del Sacro Romano Impero, preferisce che i figli rientrino a Castiglione, ove Luigi, il 22 luglio 1580 riceve la prima comunione dal cardinale Carlo Borromeo. Ormai la vita di Luigi segue gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio.
Intanto Ferrante è incaricato da Filippo II di accompagnare a Lisbona sua sorella Maria d'Austria, vedova di Massimiliano II. Dal 1581 Luigi vive a Madrid. La sua vocazione si precisa. Il 29 marzo 1583 terrà un suo discorsetto in latino davanti al re. Ma il 15 agosto 1583, davanti alla Madonna del Buon Consiglio nella chiesa del collegio della Compagnia di Gesù, Luigi è certo che il Signore lo vuole gesuita.
Marta è contenta. Ferrante oppone grosse difficoltà. Luigi è convinto, ma accetta di rimandare la decisione al ritorno in Italia. Nel 1584 a Castiglione, Luigi scappa da casa, scrive al Padre generale Acquaviva. Finalmente Ferrante cede, e il 2 novembre 1585, Luigi firma a Mantova l'atto di rinunzia al marchesato.
Lunedì 4 novembre dalla bruma mattutina spunta il sole, la carrozza attraversa il Po a San Niccolò, l'esodo di Luigi è segnato da "grande allegrezza".
Luigi arriva a Roma forse il 20 novembre 1585. Suo cugino, monsignor Scipione Gonzaga, lo ospita nel palazzetto di via della Scrofa 117 (dal 9 novembre 1991, una lapide ne ricorda il passaggio). Da una lettera di Ferrante, sappiamo che Luigi il 23 novembre fu ricevuto da Sisto V, domenica 24 passò al Gesù per la messa, poi lunedì 25 entrò nel noviziato di Sant'Andrea al Quirinale.
Dopo un breve soggiorno a Napoli per ragioni di salute, Luigi è trasferito al Collegio Romano per concludere gli studi di filosofia. Il 25 novembre 1587, nella cappella del quarto piano, pronuncia i primi voti religiosi. Spesso pregherà nella chiesa dell'Annunziata (poi assorbita nella vasta chiesa di Sant'Ignazio).
Luigi passa alla teologia, domanda le missioni dell'India. Nel 1588 riceve gli ordini minori in San Giovanni in Laterano. Il 12 settembre 1589, su consiglio del Padre Bellarmino e del Padre Acquaviva, Luigi va a riappacificare suo fratello Rodolfo con il duca di Mantova. Un suo discorso sull'eucarestia porta molta gente alla confessione. Nel ritorno, entusiasma gli studenti di Siena parlando della sequela generosa di Cristo-Re. Nel febbraio 1591 scoppia a Roma un'epidemia di tifo petecchiale e Luigi è fra i primi volontari. Il 3 marzo trasporta un appestato all'ospedale della Consolazione.
Subito un febbrone lo avvolge e lo avvia alla morte, vero "martire di carità".L'ultima lettera alla madre lo rivela carico di fede.Il 21 giugno 1591, Luigi ha maturato un grande ideale, "giunge a riva di tutte le sue speranze".

Ricordiamo inoltre il Comune di Castiglione delle Stiviere, per i quattro cortei storici in costume (1988-1991), con cinquecento comparse. L'anno 1991 fu coronato dalla visita carismatica di Giovanni Paolo II.

"Luigi è passato dall'egoismo alla protesta, dalla protesta alla proposta, dalla proposta alla socialità, dalla socialità alla carità".

Di lui Paolo VI disse nel marzo 1968: "Luigi concepì la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri"; infine le parole di Giovanni Paolo II nel giugno 1991: "Il Padre misericordioso ha concesso a Luigi d'immolare la sua giovinezza in un servizio eroico di carità fraterna".

Un contributo determinante nel fornire schemi iconografici per la devozione a questo santo è attribuibile al pittore bresciano Pietro Scalvini, che nella sua vita ricevette numerosissime commissioni per riprodurre aspetti della vita e immagini del santo.

Come santo protettore della gioventù studiosa, san Luigi Gonzaga è titolare di numerose congregazioni religiose dedite particolarmente all'istruzione e all'educazione cristiana della gioventù: i Fratelli di San Luigi Gonzaga, sorti nei Paesi Bassi nel 1840; le Suore oblate di San Luigi Gonzaga, fondate in diocesi di Alba nel 1815; le Maestre Luigine di Parma, confluite nelle Suore domenicane della Beata Imelda nel 2002.




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venerdì 22 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN ROCCO A BUSTO ARSIZIO

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La chiesa di San Rocco si trova in via Lualdi in quella che, un tempo, era appunto chiamata contrada San Rocco, in prossimità della porta Sciornago, sita sul lato sud occidentale dell’antico borgo che conduceva verso l’attuale quartiere Sacconago. Originariamente l’edificio constava di un’angusta cappella eretta a fine Quattrocento, sistemata sul lato opposto della strada rispetto alla posizione odierna. La chiesetta si caratterizzava di una struttura piccola e modesta, sprovvista di campanile e addossata a case private. Sembra che fosse stata eretta intorno al 1488 in ricordo al morbo pestilenziale divampato tre anni prima. Tuttavia presto l’opera sacra versò in pessime condizioni di mantenimento, tanto che tra il XVI e il XVII secolo a seguito di ripetute visite pastorali, molti vescovi ne lamentarono lo stato di oblio. Fu così che nel corso del primo Settecento si decise di abbatterla e di ricostruirla sul versante antistante all’antica collocazione. I lavori di edificazione furono completati tra il 1706 e il 1713 dando vita a una chiesa caratterizzata del tipico prolungamento settecentesco: al corpo centrale a pianta quadrata sormontato da volta a vela, seguono e precedono due estensioni con volte a botte. La facciata, effettivamente terminata solo nel 1895, presenta un impianto cinquecentesco caratterizzato da un arco cieco completato ai lati da grandi lesene, in prossimità delle quali sono poste le statue dei Santi Giuseppe e Rocco di Montpellier. Quest’ultimo è rappresentato nella tipica iconografia religiosa a lui attribuita; in abiti poveri è in atto di sollevare la veste per mostrare la ferita lasciata dalla peste sulla sua gamba, con la mano sinistra impugna un bastone alla cui estremità è annodata la zucca del pellegrino - piccola sacca contenente le vivande - mentre ai suoi piedi torna l’immagine del cane che stringe tra le fauci un tozzo di pane.

Tra il 1731 e il 1732 fu affrescata da Salvatore e Francesco Maria Bianchi. Nel 1895 fu compiuta la facciata, di disegno cinquecentesco, con le statue di San Rocco e San Francesco. Nel 1909, grazie al decisivo contributo delle sorelle Bottigelli Pajàscia, la chiesa venne allungata e l'altare retrocesso di 7-8 metri. L’abside fu spostata di circa otto metri verso sud sviluppando un nuovo presbiterio provvisto di due vani laterali e transetto. All’interno l’apparato decorativo, ultimato negli anni ’30 del Settecento, si forma di numerose opere pittoriche frutto della mano degli artisti Salvatore e Francesco Maria Bianchi con la collaborazione del quadraturista Giuseppe Ober. A questi ultimi spetta la paternità delle due cappelle laterali, dedicate rispettivamente all’Angelo Custode e alla Madonna del Carmine. La prima, oltre all’affresco dell’Angelo, contiene il Cristo morto, opera originaria della demolita Chiesa di Sant’Alò sita un tempo lungo la strada per Lonate Pozzolo, sopra la quale è sistemata la settecentesca statua in legno di Sant’Antonio da Padova. La seconda cappella, detta anche della Madonna del Carmelo presenta una scultura lignea e pitture illustranti la consegna dello scapolare a San Simone Stock, due figure di Elia e alcuni episodi della regola dell’ordine carmelitano. Opera dei Bianchi sono anche i due affreschi che propongono vicende della vita di Rocco di Montpellier. Un primo, posto nell’ex presbiterio, racconta del Santo taumaturga che, durante un pellegrinaggio nella città di Roma, si presta alla cura degli appestati; un secondo affresco propone il momento in cui Rocco, contagiato dal morbo, viene curato da un angelo con il tocco di una piuma. Tra le altre opere dei sopra citati pittori, Gloria di San Rocco nella volta centrale, Fede, Umiltà, Carità e Obbedienza nei pennacchi, storie di Raffaele e Tobia nella cappella dell’Angelo. Degna di attenzione è la pala posta sopra l’altare maggiore, raffigurante in colori vivaci San Rocco. Di autore lombardo ignoto, la pala fu realizzata nel primo Settecento.

La chiesa dedicata a San Rocco, Santo protettore della peste e degli animali, tanto che la vicina piazza Manzoni aveva nome originario di piazza della Fiera, è oggi destinata al culto Cristiano Ortodosso.

Un tempo i contadini portavano tutto il bestiame bovino ed equino alla chiesa di San Rocco per la benedizione. La Sagra di San Rocco viene celebrata nel mese di settembre e in tale contesto è possibile assaggiare il tradizionale pane di San Rocco.




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mercoledì 20 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : BUSTO ARSIZIO



Tra le città della pianura padana troviamo Busto Arsizio che si trova in provincia di Varese e cominciamo a conoscerne la storia.

La Città di Busto Arsizio si presenta come un moderno centro industriale e commerciale, così profondamente caratterizzato dallo sviluppo del suo apparato produttivo, che è difficile immaginare la vita, la storia ed il paesaggio urbano nel periodo precedente la rivoluzione industriale.
Tuttavia un'attenta passeggiata per le strade del centro e l'osservazione di alcune del passato più antico, ci fanno capire che questa città ha un'identità e tradizioni precedenti l'avvento dell'industria.

Secondo l'ISTAT, è il comune più popolato della provincia e supera il capoluogo di quasi duemila abitanti. Busto Arsizio supera Varese anche per densità di popolazione. I santi patroni sono San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo, a cui erano devoti i Longobardi.

L'area era abitata anche in età romana, come dimostrano l'andamento regolare delle vie del centro storico e il ritrovamento di alcuni oggetti di epoca tardo-romana, risalenti probabilmente al periodo che va dal II secolo al IV secolo d.C.. Busto Arsizio è oggi un moderno centro industriale e commerciale, ed è considerata una città economicamente strategica grazie alla sua posizione al centro di un virtuale "quadrilatero" che ha come diagonale l'asse del Sempione e come vertici opposti Novara e Como.

Il nome dialettale locale Büsti Gràndi (Busto Grande) la distingue da Büst Picul (letteralmente Busto Piccola, che indica la città di Busto Garolfo) e da Büsti Cava (ora Buscate/Büscàa). Alcuni studi sul dialetto bustocco hanno avanzato l'ipotesi che Busto Arsizio abbia origini liguri.

Il territorio di Busto Arsizio è al limite settentrionale della pianura Padana, nella zona alluvionale dell'alta pianura, a sud delle Prealpi Varesine. È situato nella zona interessata dai pianalti morenici della Valle Olona.

La collocazione del primo insediamento non è casuale: si trovava infatti su un percorso alternativo alla strada del Sempione, detto "strada di Milano", che metteva in comunicazione Milano con il Lago Maggiore.

Il terreno del territorio di Busto Arsizio è costituito da materiali staccatisi dalle Alpi a causa delle glaciazioni. Si tratta principalmente di ciottoli, ghiaia, sabbia e argilla. Un tempo era coperto da uno sottile strato di humus poco adatto alla crescita di boschi e successivamente alla coltivazione agricola, così da essere in gran parte brughiera, nome che indica quel paesaggio nel quale domina una vegetazione che riesce a svilupparsi in un ambiente arido (il brugo, l'erica, il rovo e la robinia). Infatti, a causa della presenza di strati argillosi, il terreno fatica ad assorbire e trattenere l'acqua piovana, che cade abbondante in questa zona. La falda acquifera sotterranea si trova a parecchi metri di profondità: la sua soggiacenza media è di circa 35 m.. Nel territorio di Busto Arsizio sono presenti numerosi pozzi, interconnessi tra loro. Sotto il livello stradale scorrono anche due torrenti, il Tenore e il Rile, un suo affluente.

Non è chiara l'origine del nome "Busto Arsizio". Si ipotizza che "Busto" derivi dal latino ambustum ("bruciato"), attraverso una divisione popolare delle sillabe in am-bustum invece di quella corretta amb-ustum; questa origine potrebbe essere riferita ad un terreno piuttosto secco o ad un incendio che avrebbe colpito anticamente l'abitato.

La seconda parte del nome, "Arsizio", aggiunta solo verso il XIII secolo, potrebbe essere una duplicazione del precedente (richiama infatti l'aggettivo "arso"), oppure potrebbe derivare dal latino ars, con allusione all'operosità degli abitanti, o ancora dal greco arsi, "sollevare". Si farebbe probabilmente riferimento alla rivolta degli Insubri contro i Romani ai tempi della costruzione del Castrum di Seprio, quando durante una sommossa un incendio bruciò l'allora avamposto gallo-romano, oppure al periodo dell'invasione di Federico Barbarossa del 1176, il quale rase al suolo e bruciò Milano e i territori nei pressi della città che provvedevano al suo approvvigionamento.

Secondo un'altra ipotesi, il termine "Arsizio" deriverebbe invece dal germanico hard (termine legato alla metallurgia), poi traslato, attraverso il tardo latino ardicium, arsitium, al volgare arsitio. Il toponimo si riferirebbe alla principale attività degli abitanti del borgo, la produzione del filo di ferro, ancora oggi chiamato in dialetto bustocco "ardìa", e alle numerose fucine presenti nel borgo e ai loro fuochi, che sarebbero richiamati anche dalla fiammella posta nella parte inferiore dello stemma cittadino.

Anticamente, accanto a "Busto Arsizio", era comune l'indicazione della città come "Busto Grande" al fine di distinguerla dalla più piccola Busto Garolfo (Büst Picul) nonché da Buscate (Büst(i) Cava). Tale indicazione è rimasta nel dialetto: il nome dialettale della città è infatti Büsti Gràndi e non esiste un termine dialettale per "Arsizio".

Il toponimo "Busto" compare anche nei nomi di comuni spagnoli, come ad esempio Busto de Bureba, mentre il toponimo "Arsizio" compare anche nel nome del comune ticinese di Brusino Arsizio.

Busto Arsizio, secondo alcune ipotesi, ha origini liguri. I Liguri, allo scopo di ricavare spazio per la coltivazione della vite e di alcuni cereali, oltreché per la costruzione di capanne di sassi ricoperte da tetti di paglie, utilizzavano la tecnica dell'addebbiatura: appiccavano cioè il fuoco alla foresta che allora ricopriva l'intera Pianura Padana. Anche in quella che venne successivamente chiamata Silva longa, realizzarono un Bustum, ovvero un nuovo insediamento, che fu l'incipit di quella che oggi è la città di Busto Arsizio. Tale insediamento si sviluppò nei pressi del torrente Tenore, un corso d'acqua che, anticamente, aveva una portata idrica maggiore e più costante di quella attuale. Il torrente, proveniente dalle colline moreniche del basso Varesotto, scendeva lungo le attuali vie Bellini e Montebello.

Grazie allo studio del dialetto bustocco che ci si accorge che Busto Arsizio costituisce un'isola ligure fossile in terra lombarda. I fatti risalgono alla preistoria, quando le terre dal Rodano alla val Camonica erano abitate da tribù liguri. Il loro linguaggio nella seconda metà del primo millennio a.C. fu trasformato prima dalla dominazione gallica, che però non penetrò dappertutto in egual misura (nel caso di Busto Arsizio le tracce sono scarse), e poi da quella più profonda ed incisiva dei Romani. Busto Arsizio, dunque, costituì per lungo tempo un'enclave ligure immersa nella terra insubre ed ebbe pertanto solo un modesto contatto con quelle popolazioni celtiche che arrivavano a varie ondate dal centro Europa attraversando le Alpi. Ciononostante, alcune antiche contrade della città, come quella di Sciornago, presentano le tipiche terminazioni celtiche. Lo stesso si può dire di Sacconago e Borsano, i cui suffissi "-ago" e "-ano", insieme ad "-ate" (riscontrabile nella vicina città di Gallarate), erano proprie degli Insubri.

Il fatto che l'area fosse abitata in età romana è indicato dall'andamento regolare delle vie del centro storico e dal ritrovamento di alcuni oggetti di epoca tardo-romana, probabilmente dell'epoca tra il II e il IV secolo d.C..

Nota nell'Alto Medioevo per la concia delle pelli, la prima menzione della città risale al 922, anno in cui il nome del locus viene citato in alcuni documenti di notai. Altre citazioni sono del XII secolo, in due documenti del 1119 e del 1140.

In questo periodo il locus Busti seguì le vicende dell'odierna Castelseprio, centro che conobbe un periodo di notevole splendore dopo le invasioni barbariche. I Longobardi, a partire dal VI secolo, ne fecero la roccaforte più importante della regione a nord di Milano. Il dominio longobardo diede il colpo di grazia alle superstiti istituzioni romane ed instaurò un nuovo ordinamento politico, civile ed economico già di tipo quasi feudale.

La dominazione longobarda cessò quando Carlo Magno sconfisse il re Desiderio, la cui caduta si ebbe nel 774. Alle istituzioni longobarde si sostituirono quelle dei Franchi: ai duchi si opponevano i conti ed i marchesi, ed il feudalesimo era alle porte.

Per quanto riguarda il periodo carolingio e quello successivo dei regni d'Italia si assiste ad una mancanza, per quanto riguarda Busto Arsizio, di documentazione. Il locus Busti continuò a far parte del contado del Seprio, che divenne così potente da avere una propria zecca. Per quanto riguarda le istituzioni ecclesiastiche, Busto Arsizio dipendeva da Olgiate Olona, capo pieve.

La più antica costruzione tuttora esistente nella città è costituita dalla base del campanile della chiesa di San Michele Arcangelo, risalente al IX secolo o X secolo. La dedica della chiesa a san Michele Arcangelo, il cui culto era particolarmente diffuso presso i Longobardi, ha fatto supporre un originario insediamento di quella popolazione nei pressi della chiesa, che nella sua fase attuale dovette sostituire un più antico edificio di culto di minori dimensioni. La presenza di una fortificazione concorda con la posizione del sito, che si trova nel punto più alto dell'antico territorio comunale e con l'appellativo di borgo, assunto di epoca medievale dall'antico locus Busti.

Verso l'anno Mille il locus Busti era un feudo di una famiglia di Capitani di Milano, aveva un castello e cominciava influenzare le lotte tra il popolo, i feudatari minori e i militi. Il cronista milanese Galvaneo Fiamma dichiarò che tra i sostenitori dell'arcivescovo Ariberto d'Intimiano nelle lotte contro i nobili minori, vi erano i capitani di Busto Arsizio, che come tutti i capitani erano contro le libertà comunali.

L'autonomia del contado del Seprio venne minacciata dalla crescente potenza del comune di Milano. Questa situazione favorì i tentativi di sottrarsi alla giurisdizione del conte da parte di Busto Arsizio. Era il periodo appena precedente alla formazione della Lega Lombarda, fondata nel 1167 per contrastare Federico I detto il Barbarossa nel suo tentativo di allargare l'influenza imperiale nella regione padana. Infatti, tre anni prima, 9 giugno 1164 Federico I concesse a Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia e arcicancelliere del Sacro Romano Impero un feudo che comprendeva la pieve di Dairago (con l'antico comune di Capopieve e ampi territori nella zona), Busto Arsizio, (facente parte della pieve di Olgiate Olona) e Bernate. Federico I fu sconfitto nella celebre battaglia di Legnano, combattuta il 29 maggio 1176. Le prime fasi dello scontro ebbero come teatro le campagne tra Busto Arsizio e Borsano oppure, secondo altre fonti, la zona tra Borsano e Legnano.

Il XII secolo bustocco fu caratterizzato dalla crescita del borgo, che vedeva svolgersi al suo interno il fenomeno, comune a buona parte dell'Italia, della formazione del gruppo sociale della borghesia. Forte della loro condizione economica, i borghesi (mercanti, proprietari terrieri e proprietari di case) volevano partecipare attivamente alla vita pubblica.

Il borgo fu fortificato, venendo dotato di mura difensive e fossato. Il Tenore fu deviato e condotto nel fossato orientale (attuale piazza Manzoni), dove si trovava il castello. All'altezza di Porta Piscina, una delle quattro porte bustesi (le altre erano Porta Savico, Porta Basilica e Porta Sciornago), venne creato un piccolo canale, che costeggiava la contrada Piscina (attuale via Matteotti). Questo con portata regolare andava ad alimentare una vasca al centro di Piazza Santa Maria, chiamata Piscina, fondamentale per l'approvvigionamento idrico della popolazione. La Piscina aveva anche un emissario, che raccoglieva gli scoli del mercato-macello pubblico (la beccaria). Questo percorreva l'attuale via Bambaia (che fino all'Ottocento aveva il nome di contrada del Riale) e si andava infine a disperdere in alcuni campi a sud-est del borgo, che venivano così irrigati.

Alla fine del XII secolo e al principio del successivo, come si legge negli Statuti della compartizione delle strade e delle fagie, il locus aveva in carico 1526 braccia sulla strada di Rho, una delle sei strade che facevano capo alle sei porte principali di Milano e lungo le quali erano state aggregate le sei circoscrizioni (dette "fagge"). Nel 1212 furono creati i consoli delle fagge e Busto Arsizio fu assegnata al I Consolato di Porta Ticinese e Vercellina, che comprendeva il territorio dell'Alto Milanese tra il Ticino e l'Olona.

All'inizio del XIII secolo viene creata a San Giovanni la prima porzione curata del borgo. Della prima metà del secolo è la notizia di una comunità monastica di Suore Umiliate situata nella Contrada Basilica, mentre il borgo si sviluppa economicamente grazie alla produzione tessile del fustagno e della bombasina. A questa casa, nel 1278 se ne aggiunse un'altra, collocata in Contrada Platea.

Nel 1287, dopo un'ennesima riconquista, l'arcivescovo di Milano Ottone Visconti ordinò la distruzione di Castel Seprio e Busto Arsizio assurse così a borgo, appellativo che indicava i paesi dotati di un mercato e di una fortificazione.

Il favore dei Visconti, divenuti vicari imperiali, contribuì al miglioramento delle condizioni e alla presa di vigore del borgo con la ricostruzione ad opera di Alberto Confalonieri del castello e delle mura. I borghigiani costruirono fortini, porte e ponti levatoi. Data la generosità e la religiosità del popolo di Busto Arsizio, parte della crescente ricchezza del borgo fu consacrata, attraverso dei benefici, alle chiese di San Giovanni Battista, San Michele Arcangelo e Santa Maria di Piazza.

Nel 1343 anche San Michele venne dotata di un curato porzionario, per la cura delle anime delle contrade di Pessina e Sciornago. Di fatto, San Michele diventò parrocchia indipendente. Della metà del secolo è la notizia della creazione di una seconda porzione curata a San Giovanni.

Nel 1375 "quasi in ogni casa batte un telaio", come testimoniato qualche secolo più tardi dallo storico Crespi Castoldi nella sua storia di Busto Arsizio (De Oppido Busti Relationes).

Nel 1402 morì Gian Galeazzo Visconti, il quale, nel 1395, aveva ottenuto l'elevazione al rango di Duca di Milano. Il titolo e la signoria sui vasti possedimenti viscontei passarono al primogenito Giovanni Maria Visconti, tredicenne, motivo per cui lo Stato venne governato dalla vedova duchessa Caterina. In quel periodo il borgo, che era suddiviso nelle quattro contrade (Pessina, Sciornago, Basilica, e Savico), fu oggetto di gravi minacce da parte di Facino Cane che voleva saccheggiarlo. Gli abitanti, nel pomeriggio del 4 aprile 1408 vennero richiamati dal suono delle campane ed accorsero alle mura con la volontà di respingere l'aggressore. Dopo aver chiuso le quattro porte del borgo, venne costruito un secondo terrapieno. Un messo, che chiese di parlare col comandante del castello, venne messo in fuga da una scarica di frecce degli assediati. Dopo altri stratagemmi andati a vuoto, Facino Cane si allontanò da Busto Arsizio pensando che fosse meglio rivolgere i suoi assalti a popolazioni meno fiere. Gli abitanti del borgo attribuirono la vittoria all'intervento dei Santi Re Magi, ai quali dedicarono la porta settentrionale di Busto Arsizio.

Nel 1427 nacque in territorio bustese, cioè alla Cascina Verghera, poi Cascina dei Poveri, Giuliana Puricelli, dichiarata beata da Papa Benedetto XIV e ricordata anche in un sonetto di Giuseppe Parini.

La creazione della terza porzione curata di San Giovanni è datata 1434. Sei anni dopo, nel 1440 venne istituito il primo tribunale, con la concessione al primo podestà in loco del borgo del potere di "dirimere qualsiasi questione o lite civile e criminale, somma o valore e di sentenziare e di applicare pene pecuniarie e corporali fino all'estremo supplizio compreso".

Dopo la parentesi tumultuosa, tra il 1447 e il 1449, della Repubblica Ambrosiana, Busto Arsizio pattuì il passaggio sotto Francesco Sforza procurandosi i favori dello stesso Duca, il quale confermò ai borghigiani il privilegio del podestà in loco e si oppose alla richiesta avanzata dai gallaratesi che chiedevano che Busto Arsizio tornasse sotto il loro vicariato. Il borgo attraversò così un periodo di intenso splendore anche sotto la dominazione degli Sforza, soprattutto dal punto di vista artistico e culturale, nonostante le guerre, le devastazioni, i saccheggi, le carestie e le pestilenze che accompagnarono la Lombardia nel corso del XVI secolo. Per quanto riguarda la peste, si ebbero altre epidemie nel 1451 e nel 1468. Inoltre, secondo il Crespi Castoldi, morirono a Busto Arsizio 1100 persone nel tra il 1484 e il 1485.

Nel 1488 Ludovico Sforza detto "il Moro", vista l'importanza che aveva conquistato il borgo di Busto Arsizio, lo elevò al rango di Contea, subordinando politicamente e giuridicamente Legnano a Busto ed istituendo il tribunale nel Borgo bustocco. Praticamente Busto Arsizio diventò capoluogo dell'area. Si venne formando così, verso la fine del secolo, un ambiente culturale umanistico, sull'esempio della corte Sforzesca di Milano. Si può dire che a Busto Arsizio, il Medioevo terminò con 4 anni di anticipo.

L'arcivescovo San Carlo Borromeo nel 1583 ordinò il trasporto della sede plebana da Olgiate Olona a Busto Arsizio, a seguito della sua visita pastorale.
Nel XVI secolo, Busto Arsizio era rinomata per la produzione del fustagno ma l'occupazione principale degli abitanti restava l'agricoltura; i raccolti erano soprattutto di cereali e vino.

Nel 1512 venne creata la seconda porzione curata di San Michele, la quinta del borgo. Il primo curato porzionario fu Crespolo Crespi.

Nel 1524 ebbe luogo una forte epidemia di peste sul territorio, che causò la morte di 5000 abitanti del borgo. Nel 1535 Francesco II Sforza morì senza lasciare discendenza e il casato si estinse. Terminò così il periodo delle dominazioni nostrane e iniziò quello della soggezione allo straniero. Nel 1540, sotto la dominazione spagnola, iniziata già sotto l'ultimo Sforza, ci fu una nuova epidemia di peste, che causò gravi danni alla popolazione.

Dopo la morte, avvenuta a Lione, del conte Luigi Visconti di Busto Arsizio senza lasciare eredi maschi, la Contea di Busto Arsizio tornò alla Camera ducale milanese e venne richiesta nel 1568 da Pietro Antonio Marliani. Nel 1569 venne eseguita una ricognizione diretta sul territorio per stimare i beni del borgo, leggendo la quale si viene a sapere che esso era circondato da un fossato e da un bastione di terra e che contava "focholari quattrocentoventi" (circa 3500 abitanti). Nel 1573, quando era "console" di Busto Arsizio Gabriele de' Turati, il senatore Pietro Antonio Marliani tornò ad interessarsi del borgo e superò le offerte dei concorrenti presso la Regia Camera. Solo dopo la conclusione di varie liti con alcuni nobili che non volevano prestare fedeltà ai Marliani, sei anni dopo la richiesta il Regio Senato poté approvare l'infeudazione e Paolo Camillo Marliani divenne il nuovo feudatario di Busto Arsizio.

Quanto alla popolazione, nel 1574 viene fornita la cifra di 3007 abitanti divisi in 515 nuclei familiari, di cui parecchi ad impianto patriarcale, cifra che faceva di Busto Arsizio il centro più popoloso dell'Alto Milanese.

Nel 1576, l'arcivescovo Carlo Borromeo aggregò le monache del monastero vecchio o di Santa Maria Maddalena di Busto Arsizio, di regola benedettina, con le religiose del monastero nuovo o di San Girolamo, di regola agostiniana, fondato da Orsina Caniani a metà del XV secolo. Al momento dell'aggregazione l'arcivescovo impose al nuovo monastero la regola benedettina. Lo stesso anno è ricordato anche per la peste di San Carlo, che però a Busto Arsizio fu meno forte che nel milanese.

Con decreto del cardinale Carlo Borromeo, il 4 aprile 1583 Busto Arsizio, allora sotto il dominio del duca Visconte Filippo Maria, venne staccata dal Vicariato del Seprio e messa a capo di quella che fino a quel momento era la Pieve di Olgiate Olona con un podestà proprio. L'arcivescovo, durante una visita pastorale, aveva constatato la decadenza irrimediabile di Olgiate Olona, che contava allora circa 600 abitanti, in contrasto con la rigogliosa vita religiosa e civile di Busto Arsizio e dei suoi oltre 3000 abitanti. La pieve di Busto Arsizio comprendeva i comuni di: Cairate, Fagnano Olona, Solbiate Olona, Olgiate Olona, Castellanza, Sacconago e Villa Cortese sulla sponda ovest dell'Olona e Gorla Maggiore, Gorla Minore, Prospiano, Marnate, Castegnate, Rescalda e Cislago sulla sponda est. Nel 1594 si ebbero dati ufficiali sugli abitanti che si aggiravano sulle 5400 unità. L'età media era di poco più di 26 anni.

La prefetta del monastero di Busto Arsizio fece demolire la chiesa di Santa Maria Maddalena, eretta nel XV secolo ad uso delle monache e, grazie alle offerte dei contadini, ne fece innalzare un'altra, la cui prima pietra fu posta il 6 gennaio 1591.

Nella Busto Arsizio del Seicento il terrapieno e il fossato che circondavano il borgo medievale erano ormai inutili e per questo motivo erano stati parzialmente livellati o comunque abbandonati. Restavano le quattro porte antiche, con i relativi ponti di scavalcamento del fossato: la porta di Basilica ad est (che dava accesso alla contrada più vasta e popolata), la porta di Pessina (o Piscina) ad ovest, la porta di Savico a nord e la porta di Sciornago anche lei a ovest all'altezza della Chiesa di S. Rocco.

In corrispondenza delle porte, superato il fossato, si aprivano ampi spazi ad utilizzo pubblico, detti "prati". Le quattro contrade convergevano nella piazza di Santa Maria, con i portici del mercato settimanale, denominata platea magna. Nel 1602 vivevano a Busto Arsizio 2945 abitanti, suddivisi in 585 fuochi (l'unità fiscale per i versamenti dei tributi, corrispondente alla famiglia in senso esteso).

L'abbandono del fossato fu dovuto anche alla notevole riduzione della portata idrica del torrente Tenore, che ormai era ricco d'acque soltanto in periodi di piogge copiose. La diminuzione della portata idrica del Tenore fu causata da un mutamento climatico. Alla fine del '500 iniziò, infatti, la cosiddetta "piccola era glaciale", che vide una diminuzione della temperatura con il conseguente aumento dei ghiacci sui monti e la diminuzione delle acque in pianura. Le magre portate del Tenore, vengono così inghiottite dai permeabilissimi terreni ciottolosi delle brughiere a nord del borgo. A Busto, l'alveo, quasi sempre asciutto del Tenore, diventò la via dei sassi (attuali vie Galvani e Bellini).

Durante il Seicento furono attuati interventi in quasi tutti i luoghi di culto esistenti di Busto Arsizio: le ricostruzioni delle chiese di San Giovanni Battista (1609-1635) e San Michele Arcangelo (1652-1679), la costruzione della chiesa Madonna in Veroncora (prima del 1630), della chiesa di San Gregorio in Camposanto(1657-1659), dell'oratorio della Cascina dei Poveri (1665-1668), del mortorio presso san Giovanni (1689-1692), dei campanili di santa Croce e di santa Maria Maddalena (1603), poi entrambi distrutti, l'ampliamento di Madonna in Prato (1605 circa) e di Sant'Antonio (1670) e i restauri nella primitiva chiesa di San Rocco (1603-1614).

Intorno al 1625 il cosiddetto Codice di Busto, un evangelistario risalente al IX secolo, e che pertanto costituisce il più antico documento completo sulla liturgia ambrosiana, passò dalla canonica di Olgiate Olona a quella di Busto Arsizio ed in seguito alla biblioteca capitolare di san Giovanni Battista.

Per quanto riguarda l'amministrazione della contea di Busto Arsizio, nel 1613 il conte Paolo Camillo abdicò in favore del primogenito Luigi Marliani. Nel 1630 Luigi morì di peste a Milano e gli successe il nipote Carlo Mariani, di soli ventiquattro anni, il quale mantenne la carica fino al 1653.

Anche se nessuna chiesa di Busto Arsizio, al tempo, poteva vantare il titolo di sede prepositurale, il borgo poteva vantare ben cinque curati porzionari. Ciascuno di essi costituiva la guida spirituale di una frazione di Busto Arsizio ed era titolare di una prebenda specifica. Tre di essi risiedevano presso la chiesa di San Giovanni Battista ed altri due erano residenti presso la chiesa di San Michele Arcangelo.

Nei primi trent'anni del XVII secolo venne realizzata nel borgo un'opera idraulica di notevole rilievo: la copertura del Tenore. Nel 1631, in seguito alla riduzione della portata d'acqua del torrente, dovuta alla piccola glaciazione, la Piscina di Piazza Santa Maria si era trasformata in uno stagno maleodorante e di conseguenza si decise l'interramento.

Nel 1621 sul territorio infuriò una nuova epidemia di peste. Inoltre, Busto Arsizio subì gravi danni nel 1629, a causa delle scorribande di soldati mercenari tedeschi e polacchi. Nel febbraio dell'anno successivo si scatenò sul borgo l'ennesima tremenda epidemia di peste. Nel corso di quello stesso anno furono uccisi 1000 dei 3000 abitanti ed altri 500 morirono l'anno successivo a causa del contagio. L'evento fu raccontato dal canonico Giovanni Battista Lupi in un manoscritto che si trova ora a Copenaghen ed immortalato in due tele conservate nel Museo d'Arte Sacra di San Michele Arcangelo. Le contrade afferenti a San Michele Arcangelo, Pessina e Sciornago, ebbero un numero di vittime inferiore.

Quando l'epidemia cessò, nel 1631, i superstiti manifestarono la loro gioia con solenni processioni. In quell'occasione fu portato il simulacro miracoloso della Madonna di Santa Maria di Piazza, al cui Aiuto si attribuisce la grazia della cessazione del flagello. La Vergine viene detta per questo Madonna dell'Aiuto. Dopo tale esperienza gli abitanti del borgo sentirono il bisogno di avere un servizio sanitario permanente e comunale. Tale desiderio si espresse nei voleri scritti nei testamenti dei più generosi e umani tra i borghigiani, che lasciarono a tale scopo i propri beni ad un'associazione laica chiamata la Scuola dei Poveri di Cristo. Ancora oggi, il simbolo dell'Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio è la Madonna dell'Aiuto venerata dai cittadini bustocchi.

A partire dal 1657 si passò dalla ripartizione del borgo nelle quattro contrade alla suddivisione amministrativa nei cinque comunetti, che prendevano il nome da alcune famiglie locali. Il comune Arconati fu il primo ad essere costituito, seguito da Mizzaferro nel 1664. L'anno successivo si formarono i comuni Pasquali e Visconti (unito dal 1683 con il nuovo comune di Pozzo, con la denominazione "Pozzo e Visconti"). Da ultimo si creò il comune Dominante.

La dominazione spagnola, ottusa e formalistica, lasciò il Bustese in una profonda crisi che stremò le strutture produttive dei centri urbani. Si crearono inoltre un'intricata confusione istituzionale e un grande disordine amministrativo. Tutta l'economia, con industria e artigianato in primis, entrò in una fase di stagnamento.

Nel 1706, durante la guerra di successione spagnola, il territorio venne occupato dagli austriaci col loro sovrano Giuseppe I. All'inizio del Settecento, il borgo contava circa 6000 abitanti. Il periodo austriaco (1714-1796) apportò alla società modificazioni lente e durevoli. Il fervore religioso rinnovatosi nel Settecento stimolò una rilevante produzione artistica: Busto Arsizio si arricchì di edifici religiosi come la Madonna delle Grazie (oggi Sant'Anna), la Madonna in Prato (che venne ampliata e completamente decorata di affreschi) ed i Mortori delle chiese di San Michele Arcangelo e San Giovanni Battista.

Nel 1722, il geometra Carlo Giuseppe Ronzio, con l'assistenza di alcuni periti, iniziò e portò a termine le misure del borgo, raccolte nel Catasto Tiresiano. Il clero ammontava ad 88 unità, su una popolazione suddivisa in circa 500 famiglie. Inoltre, su un totale di 27 625 pertiche, quasi 10 000 (calcolando i carichi personali in capo ai singoli ecclesiastici) erano intestati a benefici, canonicati, cappellanie e simili.

Ancora nel 1751 Busto Arsizio era divisa in cinque comuni. Durante il governo austriaco il potere dei feudatari venne radicalmente ridimensionato. Il 23 giugno 1757, l'imperatrice Maria Teresa d'Austria emanò un regolamento sull’amministrazione della comunità di Busto Arsizio il quale ne istituiva un consiglio che rappresentava l’intero comune. Vennero pertanto soppresse tutte le divisioni precedenti, cioè i "comunetti" formatisi durante il secolo precedente e denominati Arconati, Mizzaferro, Pasquali, Pozzo e Visconti, e vietata qualsiasi divisione futura. Nel borgo ricomposto si ebbe una ripresa dell'agricoltura, il cui valore veniva aumentato tramite la manifattura, la quale, attraverso la trasformazione dei prodotti agricoli, creava valore aggiunto. All'agricoltura è collegato lo sviluppo delle industrie tessili e in particolar modo la manifattura della seta, del lino, della lana e delle fibre, alcune delle quali erano prodotte in loco.

Nel 1753, il cardinale Giuseppe Pozzobonelli giunse alla Pieve di Busto, nel corso di una dettagliata visita pastorale di tutta la diocesi ambrosiana iniziata nel 1744 e portata a termine nel 1764. Dopo aver incontrato il clero locale e vergato i registri, consacrò solennemente gli altari maggiori delle due chiese principali del borgo. Intanto la popolazione del comune di Busto Arsizio era salita a 5487 unità (1770).

Nel 1778 si estinse la famiglia dei conti Marliani, e nel 1779 il feudo di Busto Arsizio passò al conte Giuseppe Gambarana, primogenito di Gerolamo. La famiglia Gambarana era ben vista alla corte di Vienna. Il 26 settembre 1786 il comune fu incluso nella provincia di Gallarate, con le altre località della Pievi milanesi, in seguito alla suddivisione del territorio lombardo in otto province. Dalla fine del 1787 la sede dell'intendenza politica fu spostata da Gallarate a Varese. Nel 1791 i comuni della pieve di Gallarate risultavano inseriti nel distretto XXXIII della provincia di Milano.

Durante il regno di Giuseppe II, figlio di Maria Teresa, si manifestò una resistenza della popolazione di Busto Arsizio alle riforme radicali, soprattutto di fronte alle leggi che soppressero le congregazioni religiose con finalità devozionali e contemplative. Tale contrapposizione fra la società e il governo si accentuò con il trascorrere del tempo e raggiunse anche le caratteristiche della vera e propria rivolta, durante il periodo della dominazione francese. Il 29 gennaio 1797, una parte della popolazione di Busto Arsizio si ribellò contro l'esercito di Napoleone per liberare alcuni prigionieri austriaci. Due anni dopo, il 28 aprile 1799, al grido della folla festante "Viva la religione! Viva Francesco II che ce la rende!", gli austriaci rientrarono a Milano trionfalmente. L'anno seguente però, Napoleone riprese il possesso dei territori della città.

Nel 1796 i conti di Busto Arsizio furono esautorati del loro Feudo in seguito all'editto del 22 pratile anno IV (10 giugno 1796) nel quale venivano abolite le autorità feudali nei territori occupati dai francesi. Nel 1799 Busto Arsizio passò ai conti Cicogna, che mantennero il dominio sul borgo fino al 1822.

Il periodo francese (1796-1814) apportò alla società trasformazioni rapide e violente, ma non sempre durature. L'industria locale, che aveva avuto un promettente sviluppo sotto la dominazione austriaca, fu gravemente ostacolata dalla politica economica di Napoleone Bonaparte, che proibiva l'importazione di materiali e intralciava l'esportazione dei tessuti per favorire il commercio francese. Nel 1806 il blocco continentale impedì l'entrata delle navi inglesi nei porti della penisola e tolse la possibilità di importare il cotone. Nel 1813 il Regno d'Italia finì con la sconfitta di Napoleone a Lipsia.

Dal punto di vista amministrativo, nel 1801 Busto Arsizio divenne parte del IV distretto del dipartimento d'Olona. Il capoluogo del Dipartimento era Milano, mentre quello del distretto era Gallarate. A partire dal 1805, Busto fu inserita nel nuovo compartimento territoriale del Cantone I di Gallarate, nel distretto sopracitato.

Nel 1815 Busto Arsizio, insieme al resto della Lombardia e al Veneto, venne annessa al territorio asburgico. I due territori furono uniti nel Regno Lombardo Veneto. Nel 1816 il territorio soggetto al governo di Milano venne ripartito in nove province. La provincia di Milano venne suddivisa in sedici distretti e Busto Arsizio venne nominata capoluogo del XV distretto, che comprendeva anche Legnano.

Il progetto dell'Ospedale giunse nel 1825 ad un inizio di attuazione per opera del canonico Giuseppe Candiani. La Congregazione di Carità (ex-Scuola dei Poveri) incaricò l'architetto Pietro Gilardoni di redigere il progetto e successivamente fu iniziata la costruzione. L'inaugurazione avvenne 28 anni dopo, nel 1853. L'Ospedale funzionò per oltre mezzo secolo fino a rivelarsi insufficiente alla fine del secolo.

Nel periodo tra il 1830 e il 1850 la popolazione salì da 8 300 a 11 139 abitanti. Questo aumento fu reso possibile da una immigrazione sensibile e costante, presumibilmente dalle zone vicine, di famiglie in cerca di lavoro. In questo ventennio venne introdotta l'illuminazione pubblica a petrolio (1842).

Risulta che nel 1854 quasi la metà della produzione tessile lombarda era concentrata nella zona di Busto Arsizio (150 000 pezze su 338 000) anche se tale zona avesse meno di un terzo dei telai lombardi (5 000 su 16 900). Questi dati evidenziano la resa nettamente più favorevole per i telai della zona di Busto Arsizio.

Nella seconda metà dell'Ottocento iniziò lo sviluppo del borgo al di fuori della cinta difensiva, lungo la strà Balon (attuale corso XX settembre) e la strada Garottola (attuale via Mameli). La popolazione infatti continuava a crescere e raggiunse nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, le 15.720 unità. In quell'anno iniziarono una serie di trasformazioni che cancellarono l'aspetto ancora seicentesco del borgo e gettano le basi per quello attuale. Dal dicembre dell'anno precedente venne attivato anche il collegamento ferroviario con Milano: entrò in funzione la prima stazione del comune e venne fondato l'asilo Sant'Anna.

Dalla metà del XIX secolo la moderna industria cominciò ad avere un ruolo sempre più importante, tanto che in poche decadi Busto Arsizio diventò la cosiddetta "Manchester d'Italia" (nel 1862 contava già 51 ditte, in gran parte filature o tessiture). Infatti, quando la prima industria trovò nelle acque del fiume Olona un fondamentale mezzo per il suo sviluppo, il borgo, la cui fama nel campo tessile risaliva al Medioevo, gettò le basi per trasformarsi in una città all'avanguardia nel campo industriale, grazie alla dedizione al lavoro radicata nei suoi abitanti. Tra le altre nacquero: il Cotonificio Ercole Bossi(1875), il Cotonificio Giovanni Milani & Nipoti (1880), la meccanica Ercole Comerio (1885), il Cotonificio Bustese (1887), il Calzaturificio Giuseppe Borri (1892), la Tessitura Airoldi & Pozzi (1896), la tessitura Lissoni & Castiglioni, il Cotonificio Enrico Candiani.

Il 30 ottobre del 1864 Busto Arsizio ottenne nel Regno d'Italia il titolo di città e, in base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865, il comune dovette essere amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Da quell'anno fu istituito anche il Tribunale civile e penale di Busto Arsizio (il quale acquisì per un periodo le competenze del Tribunale di Varese). Accanto alla crescita di prestigio della città, si ebbe un aumento demografico, che permisero di proporre il progetto di suddividere nuovamente Busto Arsizio in due parrocchie. La richiesta venne inviata alla Prefettura di Milano nel 1869, che la girò alla Curia Arcivescovile.

L'espansione della città ebbe grossi effetti anche sull'economia. Nel 1873, quindici anni dopo l'apertura della filiale bustese della Cassa di Risparmio, venne fondata la Banca di Busto Arsizio. Sette anni dopo, nel 1880, venne abbattuta la porta dei Re Magi (la porta Milano era stata demolita negli anni sessanta). Nel 1882 vennero completati i lavori iniziati due anni prima per la linea ferroviaria delle Ferrovie Nord ed entrò in funzione la seconda stazione di Busto Arsizio.

Il 15 settembre 1880 venne inaugurata la linea tranviaria interurbana Milano-Gallarate con trazione a vapore. Il tram, proveniente dall'allora Porta Tenaglia a Milano (attuale Porta Volta), entrava a Busto Arsizio attraverso la Stra' Balon, odierna via XX settembre. A cominciare dalla metà della via, siccome entrava nel centro abitato, riduceva la sua velocità (la massima concessa dalla Provincia di Milano era di 15 km/h) e veniva accompagnato, a passo d'uomo, dal trombettiere. Una volta raggiunta la piazza Garibaldi, costeggiava quello che anticamente era il perimetro del vecchio borgo attraverso la piazza Trento e Trieste, la via Mazzini e la piazza Manzoni. Una volta arrivato in corrispondenza della chiesa di Madonna in Prato, il trombettiere lasciava il tram, il quale riprendeva la sua corsa con destinazione Gallarate attraverso via Quintino Sella e viale della Repubblica. La linea venne chiusa definitivamente il 18 gennaio 1966 anche se il tratto tra Legnano e Gallarate non funzionava più già dal 1951.

Negli ultimi 15 anni del XIX secolo iniziò l'attività di Enrico dell'Acqua, pioniere italiano dell'esportazione cotoniera nel mondo, ed in particolare in Africa, in Asia minore e in America del Sud, dove la presenza di masse compatte ed agiate di italiani poteva garantire il buon esito dell'impresa, che si concluse nel primo decennio del secolo successivo. Busto Arsizio acquistò così la duplice natura di città cotoniera e meccanica, situazione che le assicurò a lungo fortuna e benessere.

A fine secolo, nel 1891 entrò in funzione il Teatro Sociale, progettato dall'architetto Achille Sfondrini (1836-1900, già autore nel 1872 del Carcano di Milano e nel 1880 del Costanzi di Roma). Il primo spettacolo fu La forza del destino di Giuseppe Verdi e F.M. Fiori (27 settembre). Due anni dopo, nel 1893, venne aperto il nuovo Cimitero Monumentale, che sostituiva quello nel prato di San Gregorio, appena fuori dal perimetro dell'antico borgo. Del 1894 fu il primo progetto del Macello Civico, di Camillo Crespi Balbi.

Nel 1897 fu inaugurato l'acquedotto pubblico, costituito da un enorme pozzo serbatoio issato su una torre alta 25 metri, che domina ancora oggi Via Monte Rosa. Il serbatoio funzionò fino al 1978. A progettare la torre fu l'ingegner Eugenio Villoresi, ideatore anche del famoso canale. A gestire l'acquedotto era la Società Condotta d'Acqua di Busto Arsizio, fondata nel 1896.

I primi anni del Novecento furono un periodo di grandi fermento e trasformazione per la città. Le novità tecnologiche e i nuovi mezzi di trasporto indussero molti imprenditori a riorganizzare o ampliare i propri stabilimenti. Il notevole incremento demografico (Busto Arsizio nel 1901 aveva oltre 24 000 abitanti ed era cresciuta all'incirca del 40% in soli vent'anni) rese precario l'assetto urbanistico della città e per questo motivo si stesero diversi progetti per Piano Regolatore. Inoltre, nuove industrie si affiancarono a quelle fondate nel secolo precedente: il Cotonificio Venzaghi (1906), i Molini Marzoli Massari (1906), la meccanica Luigi Grampa e Figli (1913), il Cotonificio Benigno Crespi (1914). Le residenze degli imprenditori bustocchi, simbolo del potere economico della città, furono costruite nelle vicinanze dei capannoni industriali dando luogo a isolati con una commistione d'uso produttivo e residenziale.

In questi anni di espansione della città e di incremento demografico, si riaccesero le speranze di suddividere nuovamente il territorio in due parrocchie. Inizialmente si voleva procedere ad una suddivisione attraverso la direttrice nord-sud che passa per piazza Santa Maria, ottenendo due zone quasi omogenee per estensione e numero di abitanti. Nel luglio del 1901, il cardinal Andrea Carlo Ferrari giunse a Busto Arsizio in una visita pastorale che nella Pieve non si svolgeva dal 1753, ma non si espresse in merito alla questione. Finalmente, nel 1906, tre anni dopo l'inaugurazione della prima scuola rionale sorta proprio nei pressi della chiesa, il secondo beneficio curato di San Michele venne eretto a parrocchia.

Per quanto riguarda l'architettura bustese, nei primi anni del nuovo secolo cominciarono a sorgere le prime ville in stile Liberty, le cui caratteristiche principale sono la rottura della rigida simmetria del passato e l'utilizzo dell'ornamento geometrico o floreale come espressione della libertà compositiva. Le prime avvisaglie bustocche del nuovo stile si incontrano nei ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli nelle ville Ottolini-Tosi (1902) e Ottolini-Tovaglieri (1903). Successivamente, Silvio Gambini progettò diversi edifici in stile Liberty, come quello dei Molini Marzoli Massari (1906) e la sontuosa villa Leone (1910).

Nel 1915 a Busto Arsizio venne fondata la Società Anonima Ferrovie Meridionali Sarde con lo scopo di costruire una ferrovia a scartamento ridotto (950 millimetri) nel sud ovest della Sardegna, secondo un progetto approvato dal Governo e risalente al 1911.

Il primo dopoguerra coincise con un momento difficile per l'industria. La ferrovia, da fattore incentivante, diventò ostacolo all'espansione della città. Per questo venne spostata nel 1924 sul suo attuale sedime, a est del centro abitato. Al posto dell'antico tracciato, quasi confinante col limite dell'antico borgo dal quale lo divideva solo il vecchio Ospedale cittadino, sorsero i viali A. Diaz, Duca d'Aosta, L. Cadorna e G. Borri. Il censimento industriale del 1927 mise in rilievo il ritorno ad una la situazione favorevole per l'industria. Nacquero, negli anni venti e trenta, altre importanti fabbriche come la meccanica Mario Crosta (1925) o la Fonderia Tovaglieri (1938).

Nel 1927 venne inaugurato lo Stadio Carlo Speroni, nel quale tutt'oggi gioca la Pro Patria. In quello stesso anno, Busto Arsizio non venne scelta come capoluogo pur essendo la città più grande della nuova provincia istituita unendo comuni già appartenenti alle province di Milano, Novara e Como. Un fattore che contribuì fortemente a questa decisione fu il comportamento dei bustocchi nel giorno della visita di Benito Mussolini alla città in occasione dell'inaugurazione della nuova stazione ferroviaria, nell'ottobre del 1924. Il 6 aprile dello stesso anno ebbero luogo le elezioni generali, che si svolsero sotto il controllo dei fascisti. Nonostante l'incitamento al dovere, votò solo il 73% degli aventi diritto e il successo della lista di destra fu meno ampio del previsto e ben al di sotto della percentuale nazionale del 64%. Dal 21 aprile (e fino al 1945) gli organi democratici di Busto Arsizio, come quelli di tutti comuni italiani, furono soppressi e tutte le funzioni in precedenza svolte dal sindaco, dalla giunta e dal consiglio comunale furono trasferite ad un podestà, nominato con Regio decreto.

Nel 1928 a Busto Arsizio vennero aggregati i comuni di Borsano e di Sacconago che al censimento del 1931 contavano rispettivamente 2 413 e 4 435 abitanti, su un totale della città di 39 841 abitanti, che la confermavano la città più popolosa della provincia.

Sempre nel 1928 fu costruita la centrale del latte, una delle opere pubbliche realizzate in quel periodo fuori dal centro storico. Le altre sono la Colonia Elioterapica (del 1929), la scuole Pontida (del 1933), il mercato coperto (del 1935) e la piscina comunale (del 1938).

Durante il ventennio, è indubbio che due preti furono tra i promotori dello sviluppo della città: don Paolo Cairoli per il quartiere dei Santi Apostoli (ancor oggi si dice popolarmente quartiere "don Paolo") e don Ambrogio Gianotti per il quartiere di Sant'Edoardo.

Busto Arsizio partecipò attivamente alla lotta armata di Resistenza sulle montagne e al lavoro clandestino di supporto, che si svolgeva in città. Gli operai organizzarono diversi scioperi fin dalla primavera del 1943. Si formarono alcune brigate partigiane: la Raimondi, la 102ª brigata Garibaldi e la Lupi, che agiva a Sacconago. Anche i sacerdoti della città parteciparono silenziosamente alla Resistenza.

Busto Arsizio, a differenza delle zone limitrofe e di Milano, fu risparmiata dai bombardamenti in quanto sede, dall'autunno 1944, della cosiddetta missione Chrysler, che manteneva i contatti tra partigiani e Alleati.

L'ordine di insurrezione finale partì la mattina del 25 aprile 1945, dalla chiesa di Sant'Edoardo, nella quale si era stabilito un nucleo partigiano. In serata, dopo che i fascisti e i tedeschi ebbero accettato la resa, Radio Busto Libera fu la prima emittente del Nord Italia ad annunciare la liberazione dai nazi-fascisti in tutto il Nord Italia. Busto Arsizio fa parte delle città decorate ed è stata insignita della Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta partigiana nel corso della seconda guerra mondiale.

Nel frattempo, a poco a poco, furono create tutte le nuove parrocchie che si sommarono alle quattro storiche. La prima fu quella dei Santi Apostoli in via Genova (1930). Successivamente vennero create Sant'Edoardo (1947), San Luigi nel rione Beata Giuliana (1958), Sant'Anna nel villaggio omonimo (1961) e Santa Maria Regina (1964). La parrocchia del Redentore fu istituita nel 1973, seguita dieci anni più tardi da quella del Sacro Cuore (1983), conosciuta come parrocchia dei Frati. Le ultime due parrocchie create furono quella di San Giuseppe (1990) e di Santa Croce di Brughetto (1991).

Nel secondo dopoguerra, lo sviluppo riprese e numerose furono le iniziative sostenute finanziariamente dai bustocchi e dai bustesi. Una delle più importanti fu la costruzione dell'aeroporto intercontinentale della Malpensa, già Aeroporto Città di Busto Arsizio. Il 22 maggio 1948, infatti, venne fondata in città la SEA con il nome di Società Aeroporto di Busto Arsizio. Giovanni Rossini, imprenditore e sindaco di Busto Arsizio fu eletto presidente del consiglio di amministrazione. In alcuni mesi furono riqualificati gli edifici e gli impianti, e il 21 novembre di quello stesso anno, alla presenza del cardinal Ildefonso Schuster, di ministri e sottosegretari, il nuovo aeroporto di Malpensa cominciò a funzionare con l'atterraggio di un quadrimotore.

Una seconda importante iniziativa fu promossa nel 1951 dal banchiere Benigno Airoldi, dagli industriali Antonio Tognella, Carlo Schapira, Enrico Candiani, dal sindaco Giovanni Rossini e dai parlamentari Facchinetti, Morelli, Tosi, i quali crearono la Mostra Internazionale del Tessile, demolita nel 2009. La progettazione dell'edificio fu affidata a Enrico Castiglioni, Luigi Crespi, Carlo Fontana ed Eugenio Prandina. La zona scelta si trova sul territorio di Castellanza, ma il progetto fu sviluppato da un consorzio in cui Busto Arsizio ebbe una parte dominante.

In quegli anni si assistette ad un nuovo periodo di crescita demografica. Gli abitanti, che nel 1949 erano 49 200, salirono a 55 930 nel 1955 e a 78 601 nel 1971, anche grazie alla forte immigrazione, molto accentuata soprattutto negli anni tra il 1960 e il 1964, quando il saldo migratorio superò i 1 500 abitanti ogni anno. Proprio in previsione di tale crescita demografica, l'Amministrazione Comunale decise la costruzione del "Villaggio Sant'Anna", realizzato tra il 1958 e il 1960 da un gruppo di architetti coordinati da Enrico Castiglioni. Parallelamente, negli anni cinquanta e sessanta fu costruito, vicino a Borsano, il quartiere "Giuliani e Dalmati", così denominato in quanto destinato all'accoglienza da parte della città dei numerosi italiani esuli delle terre dell'Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia nel secondo dopoguerra.

Nel 1970, i comuni di Busto Arsizio, Gallarate, Legnano, Nerviano e Samarate fondarono l'ACCAM (Associazione Consortile dei Comuni dell'Alto Milanese) per progettare, organizzare e fabbricare impianti di smaltimento rifiuti. L'azienda ha sede a Busto Arsizio. Le due linee dell'impianto, aperte il 21 agosto 2000 smaltiscono centodiecimila tonnellate di rifiuti all'anno (400 tonnellate al giorno).

Durante gli anni ottanta un'altra figura di sacerdote fu intrinsecamente legata alla città di Busto Arsizio e ai bustocchi: quella del "un martire della carità e dell'amore" don Isidoro. Già docente del Liceo Classico Daniele Crespi e direttore dell'edizione dell'Altomilanese del settimanale "Luce", fu tra i fondatori dell'associazione "Marco Riva" di Busto Arsizio, che nacque come centro di ascolto e divenne, nel 1987, una comunità per tossicodipendenti. Nel 1990 fu nominato coadiutore della neonata parrocchia di San Giuseppe, e sarebbe succeduto al parroco don Giuseppe Ravazzani se la sua breve ma intensissima vita terrena non fosse stata interrotta prematuramente. Infatti, il 14 febbraio 1991, venne accoltellato e ucciso da Maurizio Debiaggi, un giovane tossicodipendente con gravi problemi psichici, in cura presso il centro "Marco Riva". Al suo funerale l'allora cardinale della diocesi di Milano Carlo Maria Martini lo ricordò paragonandolo ad un santo. Ogni anno, in occasione di san Valentino, si tiene un concerto in sua memoria in città.

Sul finire degli anni ottanta, l'amministrazione comunale decise di interrare la linea delle Ferrovie Nord Milano che tagliava in due la città e partecipò alle spese con un esborso pari a 22 miliardi di lire (circa 15 milioni di euro), su un costo totale di circa 80 miliardi (circa 40 milioni di euro). La vecchia stazione, situata in fondo alla via Ugo Foscolo, fu rasa al suolo per lasciare spazio a parcheggi e ne fu costrutita una nuova. Furono eliminati i due passaggi a livello di via Magenta e via Milazzo, sulle due principali arterie che mettono in comunicazione il centro di Busto Arsizio coi quartieri di Sant'Edoardo, Sacconago e Borsano. Nel giugno del 1996 riprese il servizio ferroviario sulla tratta tra Milano e Novara. Con l'interramento della linea si rese inutilizzabile il raccordo tra la stazione FS di Busto e quella FNME di Busto (chiamato raccordo X). Nel 2009 sono stati ultimati i lavori per il suo ripristino.

Nel 1992 fu costruito il Terminal Hupac di Busto Arsizio, destinato al trasporto intermodale ferrovia-strada. In quell'anno la società svizzera Hupac introdusse i primi treni shuttle tra tale terminal di quello di Colonia, in Germania. Il terminal di Busto Arsizio, ampliato nel 2005, costituisce uno dei più grandi scali europei di questo tipo e il più grande scalo di trasbordo per il traffico combinato sulla direttrice nord-sud Europa attraverso la Svizzera.

Nel 1997, al termine della ristrutturazione del parallelepipedo anteriore dell'edificio della filatura dell'ex-Cotonificio Bustese, venne allestito il Museo del Tessile e della Tradizione Industriale di Busto Arsizio nel quale sono raccolti vecchi telai e altri macchinari.

L'industria bustocca si è comunque molto diversificata, anche a causa della crisi che ha investito il settore tessile. La città ha saputo far fronte al declino del tessile in due modi: incentivando altri campi del settore secondario (l'industria meccanica, la lavorazione della plastica e l'edilizia) e sviluppando costantemente il settore commerciale e del terziario.



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