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venerdì 25 marzo 2016

L'ANNUNCIAZIONE DI MARIA



« E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. »
(Vangelo secondo Giovanni, I,14)
L'Annunciazione della Beata Vergine Maria è l'annuncio del concepimento verginale e della nascita verginale di Gesù che viene fatto a sua madre Maria (per il Vangelo secondo Luca) e a suo padre Giuseppe (per il Vangelo secondo Matteo) dall'arcangelo Gabriele.

La tradizione della Chiesa è unanime nel riconoscere nell'annuncio dell'angelo a Maria, e nella sua docile accoglienza, l'inizio della storia della definitiva ed eterna alleanza in quanto momento in cui "il Verbo si fece carne". L'Eterno attraversa le soglie del tempo e si fa storia. La missione di Gesù comincia già nel grembo della madre, come testimonia il vangelo della Visitazione in cui il bambino nel grembo di Elisabetta, la cugina di Maria, sussulta di gioia e la stessa Maria si lancia nel canto del Magnificat, che è un canto di vittoria.

Il distacco del cristianesimo dalle altre religioni avviene infatti proprio nel mistero dell'Incarnazione: in nessun altro credo è concepito un Dio che assume in sé la natura umana e la fa propria, con l'unica differenza della assenza di ogni forma di peccato. La nascita e poi la vita pubblica di Gesù daranno piena attuazione alla sua missione, fino al suo compimento nelle vicende pasquali. Ma tutto nacque dal 'fiat' di Maria; ne è dimostrazione che il Gesù risorto è lo stesso di quello pre-pasquale, come Egli stesso tiene a dimostrare nelle apparizioni agli apostoli. È al momento dell'Annunciazione, e non nella Risurrezione, che si verifica l'unione ipostatica definitiva tra natura umana e natura divina in Gesù Cristo.

Nell'Antico Testamento, Dio aveva parlato ai patriarchi, ai profeti e ai sapienti; con l'Annunciazione si rivolge ad una giovane donna. Il breve passo evangelico di Luca è un condensato di testimonianze: l'umiltà della scena, una giovane e povera fanciulla in una città secondaria di una terra di provincia, la Galilea, fa da contrasto alle promesse dell'angelo, espressioni della forza e della manifestazione di Dio. Contrasto che sarà compreso dalla stessa Maria, e di lì a poco esaltato nel canto del Magnificat. Espressioni e manifestazioni di Dio peraltro tutte care alla teologia dell'Antico Testamento; in questo modo, l'autore vuole evidenziare che la vicenda di Gesù si inserisce fin dall'inizio in quella storia di salvezza già cominciata con l'antico Israele, e lo fa considerandola nella sua interezza: dai patriarchi (Giacobbe), all'esperienza dell'Esodo (l'ombra che richiama la nube quale segno della presenza di Dio nel deserto), all'epoca dei re (il trono di Davide), fino alla recente, per quel tempo, tradizione apocalittica (con la tipica espressione 'Figlio di Dio').

Alcuni autori hanno visto un parallelo tra il racconto della nascita di Samuele nell'Antico Testamento (raccontata nel Primo libro di Samuele) e il racconto dell'annunciazione e della nascita di Gesù elaborato da Luca.

Il 'fiat' di Maria richiama l'"eccomi" delle figure più importanti dell'Antico Testamento: Abramo, Mosè, Samuele, ed altri; Profeti e uomini di Dio che seppero riconoscere la volontà e il piano di Dio, e poi perseguirlo. La docilità alla parola del Signore era diventata un messaggio fondamentale nella predicazione dei Profeti, i quali denunciarono una religione basata sulla pratica dei soli sacrifici prescritti.

Gesù stesso riprenderà questa istanza nella sua predicazione: "Non chiunque mi dice 'Signore, Signore' entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" (Mt 7,21), e la interpreterà personalmente fino alle estreme conseguenze.

I Padri della Chiesa e i grandi maestri spirituali di tutti i tempi hanno così visto in Maria non solo la persona che ha permesso il concreto iniziare della definitiva alleanza, ma anche un modello di fede per ogni credente. Come Abramo era stato il padre della fede per l'AT, credendo alla promessa del Signore di riservargli una discendenza numerosa nonostante la tarda età, è ora Maria a credere ad una discendenza benedetta nonostante una sua esperienza personale e contesto sociale che contrasti con questo, anche se per motivi opposti a quelli di Abramo. E come il sì di Maria ha permesso a lei di generare Gesù nella carne, così il sì di ogni credente dovrà condurre Cristo nella sua vita, anche fisica e concreta. Il cristianesimo non è la religione dei pensieri, ma delle scelte di vita che determinano cambiamenti nella dimensione sia della mentalità che della conduzione materiale dell'esistenza.

L'opinione che la fa risalire all'età apostolica si può scartare senz'altro (elle ne s'appuie sur aucun argument sérieux, Cabrol); e si possono scartare allo stesso modo, perché apocrifi, altri testi dal sec. III al IV, mentre anche nei secoli IV e V non ne troviamo menzione esplicita anche là dove sarebbe stato naturale parlarne. Eppure alcuni fatti, alcune fonti letterarie e induzioni plausibili da altre testimonianze e documenti permettono di affermare che la festa dell'Incarnazione, almeno in alcune località, era celebrata fin da quel tempo. A renderla popolare contribuì senza dubbio la condanna di Nestorio e l'esaltazione della Vergine come madre di Dio (ϑεοτόκος) fatta nel concilio di Efeso nel 431. Ma, poiché la festa cadeva in Quaresima, ed essendovi divergenze circa la data precisa, nella Spagna il decimo concilio nazionale di Toledo trasportò la festa all'epoca dell'Avvento, il 18 dicembre. E la concezione rigida, secondo la quale non si dovevano celebrare feste in Quaresima, perdurò, oltre che nella liturgia mozarabica della Spagna, anche nel rito ambrosiano, che dedica alla Vergine la sesta domenica del proprio Avvento, forse nei riti di Aquileia e di Napoli; nella liturgia nestoriana. Anche varî testi liturgici dimostrano che anticamente tra la festa dell'Annunciazione e l'Avvento i rapporti furono assai stretti. Ma già il concilio in Trullo (Costantinopoli 692) aveva stabilito che l'Annunciazione si celebrasse in Quaresima: papa Sergio (687-701) dispose che nelle quattro feste della Vergine si compisse una processione solenne.



La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano questo evento il 25 marzo (per la Chiesa ortodossa il 25 marzo del calendario giuliano cade il 7 aprile del calendario gregoriano) di ogni anno. La liturgia che celebra la solennità dell'Annunciazione del Signore viene rinviata se coincide con una domenica di Quaresima o altre solennità del tempo pasquale.

In molte nazioni (per esempio in Toscana fino al XVIII secolo) al giorno dell'Annunciazione era fissato il capodanno, per cui il sistema di calcolo degli anni era detto Stile dell'Incarnazione).

Come ogni data relativa agli eventi dell'infanzia di Gesù, anche quella del 25 marzo per l'Annunciazione è stata stabilita in riferimento a quella del Natale, e quindi, come questa, è stata indicata solamente dalla tradizione della Chiesa, mancando al riguardo riferimenti precisi nei Vangeli. Quale momento del concepimento, l'Annunciazione è stata simbolicamente collocata nel giorno al 9º mese prima del Natale, e questo avvenne presto dopo l'istituzione della festa del Natale e la sua collocazione al 25 dicembre, che avvenne in Occidente intorno alla metà del IV secolo d.C. (in Oriente alla fine dello stesso secolo).

Tale collocazione ha anche però un valore teologico e liturgico: l'Annunciazione, quale momento storico dell'inizio dell'Incarnazione e quindi della storia della salvezza, viene così a cadere nello stesso periodo in cui la tradizione ebraica poneva l'inizio del suo anno religioso, cioè nel mese di nisan (marzo/aprile), e fino all'Alto Medioevo proprio il 25 marzo segnava l'inizio del ciclo liturgico annuale del cristianesimo, poi spostato allo stesso Natale ed infine all'Avvento, ma anche l'inizio del calendario civico (come ad esempio in Firenze). Questo fatto fu favorito anche dalla coincidenza con importanti ciclicità astronomiche: infatti, se la collocazione del Natale fu volutamente fatta coincidere con il periodo del solstizio invernale, l'Annunciazione viene così a cadere in quello dell'equinozio primaverile.

Dal punto di vista liturgico, la ricorrenza dell'Annunciazione è una solennità, e contrariamente a quanto comunemente si reputa, è una festa del Signore, e non di sua madre Maria. Secondo il calendario liturgico cattolico occidentale, il 25 marzo cade spesso nel tempo di Quaresima; in alcuni anni, invece cade nella Settimana santa o nell'Ottava di Pasqua. Succede quindi non di rado che la solennità dell'Annunciazione sia rinviata, o perché deve cedere il posto a una domenica di Quaresima (e in tal caso, è spostata al giorno successivo, lunedì 26 marzo, come è accaduto nel 2007 e nel 2012), o perché, dato che la Settimana Santa e l'Ottava di Pasqua prevalgono sull'Annunciazione, la solennità viene rimandata al lunedì dopo la Domenica in albis (come nel 2008, spostata a lunedì 31 marzo, o nel 2002 e 2013, spostata a lunedì 8 aprile).

Forse nessun altro passo biblico o altra verità teologica ha trovato tanta eco nella tradizione di preghiera del popolo cristiano, almeno nella sua componente cattolica.

Il dialogo e la storia dell'Annunciazione costituiscono l'inizio e il motivo di fondo dell'Ave Maria, da quasi un millennio tanto diffusa nel cristianesimo cattolico quanto lo stesso Padre nostro.

L'Annunciazione è anche il primo dei 20 misteri che costituiscono la preghiera del Rosario, nel quale sono meditati, attraverso la preghiera alla SS. Madre, i Misteri della vita di Gesù Cristo, principalmente, e della stessa Maria, a cominciare, appunto, dall'Annunciazione.

L'Annunciazione costituisce invece completamente da sé la preghiera dell'Angelus, tradizionalmente recitata allo scoccare del mezzogiorno, ormai assunta a forma di preghiera pubblica dagli stessi Pontefici la domenica mattina in Piazza San Pietro a Roma, preceduta da brevi meditazioni sui fatti di cronaca e vita contemporanea.

L'annunciazione è stato nei secoli un soggetto molto utilizzato dai pittori. Tipicamente vi sono rappresentati Maria e l'angelo alle due estremità dello spazio della rappresentazione, rivolti l'uno verso l'altro. L'angelo può essere ancora in volo, o appena atterrato (Leonardo da Vinci lo dipinse mentre ripiega le ali), oppure essere stante davanti a Maria, o inginocchiato o al passo. Talvolta ha una mano sollevata col gesto della benedizione, che nella tradizione bizantina più antica significava invece il gesto di prendere la parola. In ogni caso è tipico l'attributo del giglio bianco, simbolo di purezza verginale, portato a Maria. Talvolta sono rappresentate anche le parole dell'Ave Maria, come lettere che gli escono dalla bocca o come cartiglio scritto che l'angelo regge in mano.

Maria è spesso rappresentata seduta, magari interrotta dalla lettura, talvolta con le braccia incrociate in senso di accettazione e umiltà, talvolta inginocchiata o in piedi, talvolta mentre si protende verso l'angelo, magari a raccogliere il giglio che le viene porto, simboleggiando quindi ancora l'accettazione. Più raro, ma non inconsueto, è invece un moto di sorpresa e magari di ritrosia della Vergine, colta all'improvviso dall'annuncio divino.

Spesso viene rappresentata alle spalle di Maria la sua stanza da letto, magari visibile da una porta socchiusa: le lenzuole sono sempre ben tese e tutto è in ordine, a simboleggiare la purezza virginale delle abitudini di vita della donna, mai funestate da "incontri" nella sua camera da letto. A tale contingenza di vita si può riferire anche la rappresentazione di un piccolo giardino recintato, l'hortus conclusus.

Un terzo elemento ricorrente, ma non sempre presente è quello della colomba dello Spirito Santo che può irrompere nella stanza, diretta verso Maria, e che simboleggia l'arrivo dello Spirito e quindi il concepimento di Gesù. A volte dietro la colomba sta Dio, che la invia,o più raramente egli invia lo stesso arcangelo. Rara è la preparazione dell'angelo prima del suo invio sulla terra, che compare ad esempio in una tavola di Paolo Uccello. Tra le altre rappresentazioni simboliche accessorie può esserci la presenza, magari sullo sfondo, magari in un elemento decorativo della stanza, di Adamo ed Eva, il cui peccato si avvia ad essere lavato tramite l'accettazione di Maria e il futuro sacrificio di Cristo.

A partire dal Cinquecento l'allineamento classico delle figure inizia ad essere scompaginato verso rappresentazioni più nuove e dinamiche. Originalissima, in questo senso, appare l'Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto, dove la Vergine è rivolta allo spettatore e l'angelo appare alle sue spalle, in profondità: aprirà la strada a tutte le originali soluzioni del Seicento.

In epoca più moderna si è giunti a rappresentazioni anche più complesse: per Dante Gabriele Rossetti Maria è un'adolescente impaurita dall'apparizione luminosa di un angelo che non è raffigurato direttamente sulla tela.

L'annunciazione non va confusa con una rappresentazione simile, ma di significato diverso, quale l'annuncio di morte a Maria. Gabriele in quel caso si trova a tornare dalla Vergine, questa volta però non le porge un giglio, ma una palma del martirio. Presente solo nei cicli mariani più estesi, questa scena si differenzia dunque per la diversa offerta a Maria e non va confusa con la vera e propria "annunciazione".

Di frequente l'Annunciazione si svolge sotto un portico, chiuso nel fondo da una balaustrata marmorea, oppure aperto per mezzo di arcate su giardini fioriti o su interni architettonici sontuosi. E libera circola l'aria e la luce nell'Annunciazione di Leonardo da Vinci, senza architetture superflue alla vita misteriosa della natura. Ma dal Quattrocento in poi è inutile classificare, per tipi a cui gli artisti si attengano, questa e altre rappresentazioni, mentre ogni grande maestro vi adatta al proprio genio e al proprio temperamento i dati iconografici trasfigurandoli nella propria arte. Lo provano alcune fra le tante rappresentazioni più celebri e più diverse tra loro: l'Annunciazione di Donatello in S. Croce a Firenze; quelle del Pinturicchio nella Collegiata di Spello, del Tiziano in S. Salvatore a Venezia, di Orazio Gentileschi nella Pinacoteca di Torino. Citiamo poi tra le più note annunciazioni di maestri stranieri, quelle dei fratelli Van Eyck a Gand, di Stephan Lochner nel duomo di Colonia, del maestro di Flémalle al Prado di Madrid, di Ruggero van der Weyden al Metropolitan Museum di New York e, tra le Annunciazioni di pittori moderni, quelle di D.G. Rossetti alla Tate Gallery di Londra e di M. Denis. (V. tavole C I - CX).

Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazaret. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazaret fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.

Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.



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sabato 18 luglio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CONSOLAZIONE A ALMENNO SAN SALVATORE



La chiesa di San Nicola, sorta nel 1488 per un voto della popolazione e affidata all'ordine degli Agostiniani. La chiesa, a pianta rettangolare con navata unica, termina in un ampio presbiterio. Le pareti laterali sono occupate da sei cappelle per lato, nelle quali è possibile ammirare affreschi di Boselli e tele di Cifrondi, Previtali e Bassano. All'interno, un rarissimo esempio di organo Antegnati (1588) fa della chiesa un prestigioso luogo di concerti barocchi.

La nascita di questo complesso monastico agostiniano è dovuta principalmente alla peste degli anni 1484-86, a motivo della quale gli abitanti di Almenno avevano fatto il voto di costruire una cappella in onore dei SS. Sebastiano e Rocco. Passata l’epidemia, fra Pasquale da Gazzaniga, con la promessa di garantire alla popolazione la necessaria assistenza religiosa (il paese era senza clero), riuscì a convincere la popolazione a costruire una chiesa in onore di S. Maria della Consolazione e un convento per i frati agostiniani. La chiesa, in forme gotiche contiene numerosi capolavori pittorici a fresco e ad olio. Da segnalare anche il quattrocentesco organo Antegnati, il più antico della bergamasca. Gli Almennesi, grazie a donazioni (il Comune offrì il terreno e ben 1.000 ducati d’oro) ed elemosine, provvidero alle principali spese. Gli agostiniani vennero ad Almenno nell’estate del 1487. Dapprima costruirono una casa con una cappella provvisoria che venne in seguito chiamata il conventino (poi abbandonato) e solo l’anno seguente avviarono i lavori per la chiesa di S. Maria della Consolazione. La prima pietra fu posta il 10 agosto 1488. Grazie ai capitali iniziali e all’abbondanza delle elemosine, le strutture principali della chiesa (presbiterio, navata, matroneo, tetto) furono ultimate nel giro di alcuni anni. Già nel 1492 si avviarono i lavori di abbellimento delle cappelle laterali, che furono assegnate ad alcune delle famiglie più ricche del paese. Queste, in cambio della tomba di famiglia e di celebrazioni funebri per i loro defunti, dotarono i diversi altari di affreschi, quadri e suppellettili sacre. La chiesa fu consacrata nel 1517. Contemporaneamente si costruiva il convento, concluso nei suoi elementi principali nei primi anni del Cinquecento. E’ piuttosto piccolo, perché fu progettato per accogliere non più di dodici frati. Sta addossato al lato sud della chiesa ed ha una corte centrale quadrata, racchiusa entro un porticato formato su ogni lato da cinque eleganti archi in cotto a sesto acuto. Al piano superiore del convento, lungo due corridoi sui lati est e sud, sono disposte le celle dei frati, ciascuna dotata di camino e finestra, perché destinata ad accogliere un solo frate agostiniano eremitano. Sopra il porticato del lato nord, contro la chiesa è addossato un bel loggiato con archi in cotto a tutto sesto, impostati su pilastrini pure in cotto.

La chiesa di S. Maria della Consolazione è in stile gotico-rinascimentale. Ha una pianta rettangolare, con presbiterio quadrato meno ampio e abside semicircolare. La navata è costituita da sei campate divise da cinque archi gotici. Il soffitto ha travi in legno su cui poggiano formelle in cotto affrescate prevalentemente con motivi floreali. Nelle pareti laterali sono inserite sei cappelle per lato, aventi archi a tutto sesto e volte a botte. Sopra di esse corre un matroneo (in Bergamasca è l’unico esempio rimasto) che, in corrispondenza di ogni campata, si affaccia sulla navata con eleganti bifore. Il pavimento è ancora quello originale in cotto, con lastre tombali, alcune delle quali finemente scolpite (1503). Gli altari laterali, ricchi di opere d’arte (polittici, tavole e tele della fine del Quattrocento e dei primi decenni del Cinquecento), conservano ancora gran parte della dotazione decorativa originaria, opera di artisti di grande livello qualitativo. Si ricordano in particolare: la Trinità (1517) di Andrea Previtali; due polittici (1504 e 1515) di Antonio Boselli, oggi in deposito presso l’Accademia Carrara di Bergamo, e numerosi suoi affreschi; la Sacra Famiglia (1580 circa) di Francesco da Ponte detto il Bassano; i tanti affreschi della bottega degli Scipioni di Averara, in particolare di Iacopino Scipioni, che ornano le cappelle e la sacrestia; l’Annunciazione (inizi del XVI sec.) di autore ignoto di scuola fiorentina. Notevole infine è l’organo, il più antico della Bergamasca, inserito nel matroneo sopra la cappella dell’Annunciazione. Fu costruito nel 1588 da Costanzo Antegnati, uno dei più abili organari del suo tempo.

La chiesa nel corso dei secoli ha subito alcune modifiche non sostanziali, ma tali da offuscare il suo aspetto originario. Ciò avvenne a metà del Seicento, quando, con la convinzione di abbellire l’edificio, si è intervenuti a stuccare cinque delle cappelle laterali e parte del presbiterio. Qui, cancellati quasi del tutto gli antichi affreschi, al centro dell’abside fu collocata una tela dell’Assunzione, opera di Antonio Cifrondi (1705 circa). Alla prima metà del Settecento sarebbero da attribuire anche tutti gli altri affreschi del coro e del presbiterio: S. Monica piange la partenza del figlio Agostino; S. Ambrogio scaccia gli eretici, mentre il Papa distribuisce l’acqua della dottrina agli ordini religiosi; Ester davanti ad Assuero e Giuditta con la testa di Oloferne. Ignoti gli autori. Bello il coro ligneo, i cui diciassette stalli con colonnine tortili in alto e braccioli con cariatidi a figura di donna, furono costruiti nel 1626 da un mastro Angelo. Nella navata, poi, nel 1721 la cappella dedicata a S. Nicola fu rifatta per volontà della confraternita dei cinturati. La volta fu alzata fino ad occupare parte del matroneo e la precedente decorazione ad affresco, opera di Iacopino Scipioni, fu distrutta e sostituita da angioletti nella volta e da motivi floreali. Venne costruito un nuovo altare con ancona in stucco, angeli e nicchia dove collocare un’antica statua vestita della Madonna della Cintura (metà del XVII sec.). Anche la vicina cappella di S. Sebastiano nel 1740 cambiò intitolazione, quando fu dedicata alla Madonna del Buon Consiglio e dotata di tela sotto vetro raffigurante il miracoloso trasporto da parte degli angeli di un affresco della Vergine col Bambino.



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domenica 14 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CARITA' A BRESCIA

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La chiesa di Santa Maria della Carità, pregevole esempio del barocco bresciano, più conosciuta come «chiesa del Buon Pastore» per la vicinanza con l’omonimo monastero abitato dalle suore di clausura fino al 1998 e oggi occupato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore, fu edificata a partire dal 1640 su progetto dell'architetto Agostino Avanzo: il cantiere terminò nel 1655. Successivamente un nuovo edificio si sovrappose al precedente e la struttura subì importanti rifacimenti dal 1730.
La pianta dell’edificio è ottagonale con un asse principale favorito dall’allineamento dell'ingresso e del grande altare maggiore. Sulle pareti, diametralmente opposti e in linea ortogonale con l'asse centrale, si trovano i due altari laterali in legno, già presenti nella precedente chiesa e qui ricollocati.
Esternamente la facciata della chiesa è di genere tradizionale e non tradisce la conformazione ottagonale interna. Il colore dominante è l'ocra, che diventa giallo chiaro in corrispondenza delle lesene, che dividono la facciata in due ordini: lesene doriche su quello inferiore e corinzie su quello superiore. La muratura, a paramento unico con più di un metro di spessore, è costituita da elementi in pietra di calcare compatto di grandi dimensioni con interposto pietrame di piccola taglia, con lavorazione a spacco; l’apparecchiatura della muratura è irregolare, senza ricorsi e con vuoti distribuiti.

L'altare maggiore viene sostituito da uno molto ricco e fastoso dei Calegari, in marmo, adornato da una elaborata balaustra sul davanti e, lateralmente, da due statue di Dionigi Cignaroli. Al centro fu posto l'affresco della Madonna della Carità. L'interno viene anche totalmente ridipinto: nel 1731 Giuseppe Orsoni affresca le pareti, mentre nel 1733 Bernardino Boni dipinge a olio le lunette sotto la cupola con i principali episodi della vita della Madonna. Anche la cupola, nel corso del secolo, sarà affrescata da Ferdinando Cairo e Luigi Vernazal. Nel 1744 viene eretto il portale d'ingresso e, poco dopo, vengono posizionate, ai lati della facciata, le due statue di Antonio Ferretti e Alessandro Calegari. Altre opera di rilievo è la posa del pavimento ad elaborati e complicati intarsi marmorei, conservatosi pressoché intatto. Nell'Ottocento verrà installato, sulla cantoria in controfacciata, un organo Tonoli.

Alla fine dell'Ottocento la giurisdizione della chiesa passò alle suore del vicino monastero del Buon Pastore, dal quale la chiesa prese il nome che tuttora l'accompagna accanto a quello originale. Nel 1998 le suore si trasferirono a Mompiano e, su disposizione del vescovo Bruno Foresti, l'amministrazione della chiesa fu trasferita alla parrocchia del Duomo.

Dal 1567 nel santuario si pratica la Santa Messa quotidiana, mentre la tradizione del Rosario risale al 1693.

Il portale della chiesa di Santa Maria della Carità è, di solito, l'unico particolare per cui questo edificio è ricordato frequentemente. Le due colonne libere color ferro che lo compongono, difatti, provengono dall'antica Basilica di San Pietro de Dom, demolita nel 1603 per realizzare il Duomo nuovo: si tratta, perciò, di due delle sole dieci colonne giunte fino a noi delle ventotto originali che ne costituivano il colonnato interno. Il materiale che le compone è marmo egiziano scuro ed erano, a loro volta, già colonne di spoglio di epoca romana, probabilmente estratte nei pressi del foro romano della città. I capitelli ionici in sommità, ovviamente, sono successivi.

L'interno è impostato su una pianta ottagonale, dove è comunque favorito un asse principale grazie all'allineamento dell'ingresso e del grande altare maggiore, che si presenta come un grande involucro cubico in legno e marmo dentro il quale è custodita la riproduzione della Santa Casa. Sulle pareti, diametralmente opposti e in linea ortogonale con l'asse centrale, si trovano i due altari laterali in legno, già contenuti nella precedente chiesa e qui ricollocati. In quello di sinistra è posta una pala raffigurante la Maria Maddalena di Antonio Gandino, a destra i Santi Sebastiano, Antonio e Rocco di Francesco Paglia, entrambe opere seicentesche. Sull'altare maggiore, invece, è conservato l'affresco staccato della Madonna della Carità.

Alla chiesa è annesso un piccolo santuario e la canonica dove sono custodite altre opere degne di interesse, fra cui lapidi, affreschi del Cinquecento facenti parte della precedente struttura e tele di vari autori.





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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL PRIORATO A LEGNANO



E' la chiesa di un antico monastero, il Convento degli Umiliati, ora non più esistente. L’edificio di culto fu eretto nei pressi di un fossato costruito si pensa per proteggere la curia e le sue proprietà. Nel XIV secolo, la chiesa fu citata nell’elenco delle chiese stilato ogni anno ed era definita come ausiliari della Chiesa di San Salvatore, anticamente centro religioso della cittadina. Verso la fine del Cinquecento, il monumento crollò e i religiosi si spostarono in alloggi che danno su via Monastero rotto, attualmente denominata via Lega Lombarda. Nel 1618 il cardinale Federico Borromeo, viste le crepe della cappella, ordinò una ristrutturazione della chiesa entro i due anni successivi con finestre più alte e dotate di vetro e reti. Nel 1825 la Chiesa di Santa Maria del Priorato cessò le funzioni religiose e fu demolita nel 1953 per lasciare spazio alla costruzione della Galleria della città.

Fu edificata poco oltre alla "braida arcivescovile", ossia a quell'isola naturale formata dall'Olona e dall'Olonella che un tempo si trovava dietro la basilica di San Magno e che venne interrata a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. L'edificio religioso era situato in via Santa Maria, oggi conosciuta come via Palestro. La facciata era di fronte all'ingresso principale degli odierni ex-stabilimenti della Manifattura di Legnano.

La chiesa di Santa Maria del Priorato compare nel Notitie Cleri Mediolanensi del 1398 (ossia nell'elenco degli edifici religiosi che puntualmente veniva compilato dalla Chiesa cattolica) insieme alle chiese di San Salvatore, Sant'Ambrogio e San Martino. Nel Medioevo i monaci dell'annesso convento degli Umiliati la utilizzavano come ausiliaria di San Salvatore. Beneficiò del patrocinio della famiglia Lampugnani, e come si può leggere da alcune note d'archivio del 1650 scritte dal prevosto di Legnano Agostino Pozzo, ad un certo punto, la chiesa, il monastero ed i terreni adiacenti furono incorporati dall'arcivescovo Carlo Borromeo per mancanza di eredi diretti della citata famiglia nobiliare.

Le dimensioni della chiesa di Santa Maria del Priorato erano 18 metri di lunghezza e 8 di larghezza, dimensioni ragguardevoli per l'epoca. La spaziosa abside rettangolare misurava invece 5,8 x 5,9 metri. La facciata era costituita da un porticato sormontato da quattro archi a semicerchio che erano sostenuti da tre colonne in marmo bianco. Le tre colonne erano poi completate da capitelli in stile rinascimentale.

All'interno della chiesa erano dipinti un affresco del XV secolo raffigurante San Girolamo ed un altro affresco rappresentate la Crocifissione di Gesù Cristo.



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LA CHIESA DI MARIA MADDALENA A LEGNANO



L'edificio religioso si trova nella contrada San Bernardino.
Eretta nel 1728 per legato di Carlo Francesco Fassi allo scopo di dotare la cascina di una sua aula religiosa, per quasi due secoli e mezzo fu l'unico luogo di culto per la cascina e l'intero rione della Ponzella. Nel 1779 la chiesa divenne oratorio di Gesù Crocifisso e l'altare fu dotato di una bella raffigurazione su tela della Croce col Cristo morto, la Madonna con San Giovanni e Santa Maria Maddalena. Questa pala d'altare, attribuita dal Pirovano al pittore Carlo Francesco Nuvolone, detto "il panfilo" (1581-1651), è contornata da pregevoli affreschi della stessa epoca in cui la tela pervenne all'oratorio della Ponzella. In origine sull'altare vi era un pregiato Crocifisso ligneo del XVI secolo, oggi non più esistente. Nell'auletta laterale destra vi è un Cristo deposto, in gesso, attorniato da una Via crucis in quadretti dipinti su legno. Un'altra Via crucis, di buona fattura in ceramica, orna la navata centrale. Il soffitto della chiesetta, anticamente in legno, era stato successivamente rifatto in intonaco ed ornato con quattro vele affrescate raffiguranti gli evangelisti. Nel 1979 la chiesa fu interessata da una completa ristrutturazione, con opere di rifacimento anche del tetto, dell'intonaco della facciata, che era in mattoni a vista come gli altri muri esterni, questi ultimi rimasti nelle condizioni originarie. Sono stati conservati i due finestrini reniformi a fianco della porta d'ingresso. E' molto caratteristico il campanile della chiesetta, in stile veneziano e con la cuspide lavorata in mattoni scalati, che ha sostituito nel 1930 il precedente più piccolo. Le tre campane, che originariamente erano destinate alla chiesa dei Santi Martiri, sono state dedicate a San Magno, ai Santi Martiri e alla Vergine Immacolata. Nello spazio tra il campanile e il corpo della chiesetta è ancora visibile la volta in mattoni di un antico forno comune nel quale le famiglie dei contadini della cascina Ponzella (che anticamente si chiamava "Poncena") portavano a cuocere il pane.

L'edificio ha pianta a "T" ed ha dimensioni 9 m x 5,4 m. Con la successiva aggiunta di due cappellette laterali arrivò ad avere capienza di 100 persone. In origine la chiesa era in mattoni a vista.







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sabato 25 aprile 2015

SANTA MARIA DEL MONTE

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Santa Maria del Monte è una frazione del comune di Varese.

Santa Maria del Monte è un piccolo borgo di antica origine, posto sul Sacro Monte di Varese; nel borgo è presente un santuario, detto anch'esso Santa Maria del Monte, che costituisce l'ultima delle 15 cappelle del rosario della Via Sacra del Sacro Monte.

Amministrativamente, il borgo costituiva un comune autonomo, parte della pieve di Varese, le cui prime notizie risalgono al 1574 quando aveva 230 abitanti. Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 270 anime, nel 1786 Santa Maria del Monte entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 452 abitanti.

Nel 1809 il comune fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Velate, ma l'autonomia municipale di Santa Maria del Monte fu poi ripristinata con il ritorno degli austriaci. Nel XIX secolo l'abitato cominciò a risentire pesantemente della sua condizione montanara che ne impediva l'industrializzazione e favoriva conseguentemente l'emigrazione, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 328 anime, scese a 311 nel 1871. La timida inversione di tendenza dell'inizio del XX secolo non cambiò la situazione, tanto che nel 1927 il comune di Santa Maria del Monte venne aggregato al comune di Varese.




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martedì 7 aprile 2015

IL DUOMO DI DESENZANO DEL GARDA

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Costruito su un precedente edificio religioso il Duomo di Desenzano tra il 1586 e il 1611 su progetto dell'architetto bresciano Giulio Todeschini è dedicato a Santa Maria Maddalena, come la vecchia Pieve.

La facciata del 1702, in stile Barocco, è ornata da statue di Lorenzo Muttoni e Sante Calegari il Giovane e richiama la Chiesa del Gesù di Roma.

L'interno, a tre navate, è uno degli esempi più belli del tardo rinascimento nella provincia di Brescia.

Le sedici colonne di stile dorico in marmo di Botticino sostengono la volta a botte unite fra loro da belle arcate.

Nella sacrestia è conservata una pregevole "Deposizione" e una serie di piccole tele illustranti "I misteri del Rosario".

All'interno del Duomo si trovano altre opere di pittori, tra cui Giovanni Andrea Bertanza di Padenghe, Donato Zenone, Domenico Cignaroli.

La costruzione del duomo di Desenzano del Garda dedicato a S. Maria Maddalena iniziò con la posa della prima pietra il 1° novembre 1586. L'anno precedente il Comune ne aveva commissionato il progetto all'architetto bresciano Giulio Todeschini, che già aveva ideato i portici del palazzo comunale (oggi Palazzo del Turismo) nel 1566. Il 6 dicembre 1611, a 25 anni dall'inizio dei lavori, la chiesa fu consacrata dal vescovo di Verona Alberto Valier. Della precedente costruzione demolita per far posto all'attuale, non restarono che il campanile "ultimato nel 1504", tre pale d'altare e la statua di legno dorato raffigurante S. Maria Maddalena. L'aula della chiesa, a tre navate, misura circa 35 metri di lunghezza e 20 di larghezza;l'abside, rettangolare, misura circa 16 metri di profondità e 10 di larghezza. L'altezza massima della navata centrale è di circa 15 metri. La facciata principale è di chiaro impianto settecentesco, mentre il portale, in pietra di Bottoncino, era stato collocato già nel 1696. La statua di S. Maria Maddalena che lo sovrasta opera di Santo Callegari di Brescia, fu collocata il 15 ottobre di quello stesso anno. Al semplice impianto basilicale della chiesa furono poi aggiunte due cappelle laterali, una destinata alla custodia del SS.mo Sacramento nel 1738, ed un'altra dedicata alla santa concittadina Angela Merici nel 1884. La navata centrale offre una discreta prospettiva con colonnato di stile dorico concluso con un elegantissimo cornicione in stucco, opera di specialisti probabilmente mantovani, nella classica disposizione a metope e triglifi. Vi sono raffigurati arredi per il culto, figure geometriche, cherubini e santi di speciale devozione: S. Maria Maddalena, i SS. Vincenzo, Benigno e Anastasio, S. Angela Merici e S. Carlo Borromeo. Queste ultime raffigurazione consentono di far risalire la composizione dell'opera agli anni compresi tra il 1619 ed il 1628.

Negli spazi tra le arcate ed il cornicione il pittore secentista veneziano Andrea Celesti dipinse sedici tele raffiguranti gli apostoli ed i simboli degli evangelisti. Sono dello stesso autore la grande tela raffigurante " LA RISURREZIONE", sopra la porta principale e le due raffiguranti forse i SS. Pietro Paolo, ai lati della medesima porta. Passando alla navata sinistra nella prima cappella si trova l'antichissima statua di S. Maria Maddalena (1525 ca.) collocata qui nel 1958 dopo varie peregrinazioni. Segue poi l'altare dei SS. Nicola da Tolentino, Pietro e Andrea. La parte superiore dell'altare è opera dell'intagliatore bresciano Giovanni Battista Lancini (1610) mentre la pala è di Zenone Veronese che l'ebbe commissionata nel 1536 ma non la realizzò che dopo il 1541. La parte inferiore dell'altare è un'imitazione recente, sotto la mensa è venerato un bellissimo Cristo Morto di grandezza naturale, opera di fattura bresciana del primo '600. Segue la cappella dedicata nel 1884 a S. Angela Merici. E' sicuramente l'aggiunta meno felice apportata all'armoniosa classicità del duomo, vi si respira già un'aria di Liberty - Belle Epoque che poco si integra con il resto dell'edificio. La modesta pala di Giuseppe Sereni di Roma (1882), oggi in sacrestia è stata sostituita da una fattura moderna. Nel tabernacolo dell'altare sono conservate le reliquie di S. Angela Merici un tempo custodite in una bellissima arca di legno ricoperta di lamina d'argento (rubata nel 1983), opera dell'argentiere bresciano Pietro Arici (1771); il reliquiario attuale ne è un blando ed infelice tentativo di imitazione. Nel nicchione sinistro della cappella si trova la la bella pala d'altare anch'essa proveniente dalla soppressa chiesa di S. aria de Seniorbus, raffigurante i Santi Rocco e Sebastiano che insieme alla Vergine implorano la SS. Trinità, opera del veronese Giovanni Ceschini che la dipinse nel 164. Ai fianchi dell'arco d'ingresso sei piccole tele raffigurano altrettanti momenti della vita della Santa. Sono opera del desenzanese Pietro Rizieri Calcinardi eseguite nel 1841. Dello stesso Calcinardi è il disegno dell'altare seguente dedicato alla Madonna del Rosario. Fu collocato nel 1840 al posto dell'altare barocco precedente. La freddezza del neoclassicismo e del bianco marmo di Carrara non sono per nulla attenuati dai successivi tentativi di modificare l'effetto. Resta la straordinaria bellezza della statua secentesca della Madonna, statua che era stata incoronata nella piazza principale nel gennaio 1618. Nell'ampia e maestosa cappella dedicata alla conversazione del SS. Sacramento, fu edificata nel 1738 grazie alla munificenza del desenzanese Pietro Panizza , sull'altare si può ammirare "L'ultima cena" di Giambattista Tiepolo, eseguita tra il 1738 ed il 1743. La volta del piccolo presbitero ed i pennacchi della cupola sono opere del veronese Giogio Anselmi, mentre di Lorenzo Muttoni sono le quattro statue in stucco raffigurante le virtù. La pala di S. Antonio di Padova è è di Costantino Borti, ignoti sono gli autori dell due belle lunette laterali con "la Samaritana al pozzo - e il Cristo che cammina sulle acque" e delle quattro piccole e mediocre tele con scene della passione di Gesù. I confessionali, costruiti nel 1668, modificati da recenti restauri che ne hanno modificato la struttura secentesca. Nella sesta cappella un altare modesto rifatto nel 1885 racchiude le reliquie dei SS. Vincenzo, Begnino ed Anastasio, patroni secondari della città, che sono raffiguranti nella, opera di Zenone Veronese, eseguita tra 1536 ed il 1543.
Al termine della navata sinistra si apre la sacrestia,sopra la cui porta d'ingresso è collocata una pala d'altare di notevoli dimensioni,rafigurante S. Michele Arcangelo, con la spada fiammeggiante nell'atto di scacciare all'inferno Lucifero e gli angeli ribelli, in alto il Padre Eterno è supplicato da S. Francesco d'Assisi e da S. Maria Maddalena, opera eseguita nel 1595 dal pittore Andrea Bertanza. All'interno della sacrestia sono conservati e ammirare: un "Crocefisso seicentesco", i "Misteri del Rosario" di Andrea Bertanza tratti da una originale di Jacopo Palma il giovane (1610), un ritratto di "S. Angela Merici del Moreto" (1540), un'"Annuciazione" probabile scuola di Pier Maria Bagnatore di Brescia (fine sec. XVI),due "ovali raffiguranti S. Antonio da Padova e Gaetano da Thiene" sec. XVIII, una "Deposizione" con S. Maria Maddalena e S. Angela Merici, del bresciano Francesco Zugno (1608), che la esegui per la sala consigliare del municipio, due ritratti di vescovi Veronesi (Giovanni Avogadro 1790 - 1805 e Innocenzo Liruti 1807 - 11827). Sopra la porta d'uscita della sacrestia si trova una pala d'altare raffigurante "la Vergine venerata da S. Agostino e da S. Monica" opera del veronese Domenico Riccio detto "il Brusasorzi" (1565). Il presbiterio dominato dal maestoso altare maggiore, edificato nel 1702 dal rezzatese Pietro Bonbastone con statue di Santo Callegari.
A sinistra l'organo in cassa di legno barocca è opera della Fabbrica dei Fratelli Serassi di Bergamo, realizzato nel 1826 e ampliato nel 1884, di fronte a questo una pala raffigura S. Cecilia con uno stormo d'angeli musicanti, opera del pittore gardesano Antonio Campi allievo di Andrea Celesti. Del Celesti sono le imponenti tele del coro, quello centrali raffigura "S. Maria Maddalena consolata dagli angeli" la tela di sinistra raffigura la "resurrezione di Lazzaro", mentre a destra un lussuoso banchetto ricostruisce "la cena in casa di Simone il fariseo" dove una donna peccatrice, erroneamente identificata con la Maddalena " bagna di lacrime i piedi di Gesù. Sulle finestre due piccole tele con due momenti della visita di Maria Maddalena al sepolcro del Cristo. Scendendo nella navata di destra sopra la porta del campanile una pala di " Andrea Celesti" raffigura "le nozze mistiche di S. Caterina d'Alessandria" , la successiva cappella è dedicata alla SS.ma Trinità l'altare in marmo risale al 1602, la pala opera di un anonimo del XVIII sec. raffigura la "Trinità con Maria Assunta, S. Giuseppe e S. Giovanni Battista. Segue la porta laterale, aperta nel 1607, con i battenti opera dei F.lli Benedetti del 1858. Il pulpito in legno di noce fu eseguito nel 1623 da maestranze locali. L'altare successivo è il vecchio altare di S. Angela Merici, dedicatole nel 1770, due anni dopo la sua beatificazione, la pala opera di Giandomenico Cignaroli, rappresenta S. Angela Merici, e S. Antonio di Padova e S. Luigi Gonzaga. Accanto si trova il banco della congregazione della Compagnia del SS.mo Sacramento. Successivamente un bellissimo altare in legno dorato accoglie la pala raffigurante il" Cristo che da la pace ai discepoli dopo la resurrezione", opera datata e firmata da Andrea Bertanza (1614), l'altare era di proprietà della nobile famiglia Pace. Nell'ultima cappella vi è raffigurato " il Battesimo di Gesù nel Giordano" anchessa opera di A.Celesti (1696), la vasca del battistero, è un monoblocco di marmo rosso di Verona, fu commissionato dal comune nel 1620, le due acquasantiere ai lati della porta sono opere dei marmorini realizzatesi nel 1694.



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lunedì 30 marzo 2015

LUNEDI' SANTO

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Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Giovanni (12,1-11)



La liturgia del Lunedì Santo ci fa uscire da Gerusalemme ancora tutta in agitazione per gli avvenimenti del giorno precedente e ci conduce nella calma atmosfera di Betània, in casa degli amici Marta, Maria e Lazzaro, presso i quali Gesù, per l'ultima volta, va a cercare un po' di ristoro fisico e morale.
Qui, in questo familiare incontro, possiamo ulteriormente scoprire le ricchezze di umana sensibilità del cuore di Cristo Signore.

Maria compie il gesto dell'unzione per intuizione d'amore, quasi presagendo la sorte cui il Maestro stava per andare incontro.
La donna sa quanto sia preziosa - ben più del nardo - la presenza del Signore tra di noi. Quello che a Giuda sembra troppo, per lei è ancora poco: il profumo versato vuole significare il dono di sé che ella nel profondo del cuore ricambia al suo Signore che va a morire per lei, per tutti.
La presenza di un discepolo ladro e traditore viene a turbare le ore ristoratrici dell'amicizia diffondendo diffidenza e aria di congiura. Al profumo di Maria che ha riempito la casa, al profumo dell'amicizia fedele viene a mescolarsi il cattivo odore dei pensieri del discepolo infedele.
Per Gesù è già iniziata la Passione e questa può essere considerata la prima stazione della sua Via Crucis.
Ancora più che per le sofferenze fisiche, infatti, egli patì per le sofferenze morali e spirituali.
Se già per qualsiasi uomo che abbia il vero senso dell'amicizia non c'è ferita più dolorosa del tradimento di coloro in cui poneva la propria fiducia e confidenza, tanto più ciò è vero per il Cristo, in cui ogni umano sentimento si trova al sommo grado di intensità.

Noi siamo tutti un po' carenti, se non anche traditori, nei confronti di Gesù, eppure si può dire che egli viene continuamente da noi in cerca di una Betània dove riposare tra amici, accettando il rischio di essere rifiutato o tradito.
E ciò egli lo fa per un unico, essenziale motivo: perché tutto quanto viene dal Padre - anche il tradimento permesso, anche la croce - è non solo accettabile, ma persino adorabile.Questo atteggiamento, come ogni altro comportamento del Figlio di Dio, diventa norma di vita per ogni uomo che, entrando in comunione con lui, ritrova la propria relazione filiale nei confronti di Dio.

Siamo dunque stimolati a rientrare in noi stessi per fare un coraggioso e leale esame di coscienza, mediante il quale ci avverrà forse di scoprire che oggi, nella nostra Betània, Gesù si trova circondato da più di un amico infido e che forse proprio noi, nei suoi confronti, non facciamo sempre la nobile parte di Maria.



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domenica 22 marzo 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA

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Il gotico campanile dello Xenodochio di Santa Maria Maddalena che viene considerato il simbolo stesso del lago, ed il Sacro Monte di Ossuccio con il santuario della Madonna del Soccorso sono stati inseriti dall'UNESCO nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Ossuccio (Ausacium in latino), campanile santa Maria Maddalena in Ospedaletto. Chiesa romanica, celebre per il singolare campanile che presenta una "guglia" in cotto, di stile gotico, avente funzione di cella campanaria, edificata sopra il vecchio campanile romanico in pietra.
 
La chiesa romanica di Santa Maria Maddalena, in Ospedaletto, è celebre per il singolare campanile che presenta una "guglia" in cotto, di stile gotico, avente funzione di cella campanaria, edificata sopra il vecchio campanile romanico in pietra.

Ossuccio, località del comune di Tremezzina, sul lago di Como, è un territorio ricco e vario, segnato da molteplici testimonianze di storia, arte e fede. E tra i suoi tanti luoghi d’interesse, oltre al Sacro Monte, patrimonio Unesco dal 2003, c’è il singolare campanile della chiesa di Santa Maria Maddalena in Ospedaletto, celebre per la sua guglia in stile gotico-moresca sovrapposta in un secondo momento al campanile romanico in pietra, che originariamente terminava sopra l'attuale bifora.

Il campanile di Ossuccio, assurto da tempo a simbolo del Lario per la sua particolarità, è situato sul lato settentrionale della chiesa. Si sviluppa con pianta quadrata ed è costruito in muratura continua di bozze di pietra di Moltrasio. La cella campanaria è sporgente rispetto al fusto ed è arricchita da decorazioni ad archetti pensili e bassorilievi tondi figurati, realizzati probabilmente in terracotta e altri materiali. La costruzione del campanile risale al XII secolo, mentre la cella venne aggiunta tra il XIV e il XV secolo. Nel 2006 si è dovuto sottoporre ad un accurato restauro, resosi necessario per riparare i danni causati da una potentissima tromba d’aria estiva abbattutasi un paio di anni prima.

All’interno della chiesa di Santa Maria Maddalena si trovano porzioni di dipinti, alcuni dei quali purtroppo molto deteriorati: si intravedono tra gli altri l’affresco del catino absidale che raffigura le costellazioni, e un altro in cui sono rappresentati alcuni membri della famiglia Giovio che si offrono alla Vergine circondata da Santi, risalente al XVI secolo. L’altare raffigurante Santa Maria Maddalena penitente e lo stemma della famiglia Giovio sono entrambi in scagliola, una lavorazione tipica dei maestri Intelvesi.

Maria Maddalena o di Magdala è stata, secondo il Nuovo Testamento, una donna discepola di Gesù; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica, che celebra la sua festa il 22 luglio.

La sua figura viene descritta sia nel Nuovo Testamento che nei Vangeli apocrifi, ma non è citata in altre fonti. Il nome Maddalena deriva da Magdala, una piccola cittadina sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade, detto anche di Genezaret.

Le narrazioni evangeliche ne delineano la figura attraverso pochi versi, facendoci constatare quanto ella fosse una delle più importanti e devote discepole di Gesù. Fu tra le poche a poter assistere alla crocifissione e, secondo alcuni vangeli, divenne la prima testimone oculare dell'avvenuta resurrezione.


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LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL TIGLIO

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Imponente sulle acque del Lario, Santa Maria del Tiglio è un "pezzo" più unico che raro nel panorama dell'architettura religiosa lombarda.

Edificata nel XII secolo, deve il nome a una leggenda secondo la quale una pianta di tiglio sarebbe cresciuta sul campanile a fine costruzione. La cornice paesaggistica in cui s'inserisce l'edificio – a fasce alternate di marmo bianco e pietra scura –, con alle spalle il fondale turchese del lago, accresce intensamente il fascino del luogo. È questa la cosiddetta "area sacra" di Gravedona, dove si trovano oggi le chiese di Santa Maria del Tiglio, per l'appunto, e di San Vincenzo (XVII sec.).

La chiesa di S. Maria del Tiglio fu eretta come battistero delle pieve in sostituzione di un antico battistero paleocristiano, risalente al V-VI secolo, di cui furono trovati i resti nel corso degli scavi eseguiti nel 1953 in occasione del restauro dell'edificio. L'antico battistero era stato edificato su un'area sacra in età romana, come sembra testimoniare la presenza di un'ara romana murata nell'interno della chiesa. Questo primo edificio, dedicato a S. Giovanni Battista, fu probabilmente oggetto di interventi in epoca carolingia e conservava un affresco raffigurante l'Adorazione dei Magi oggetto nell'anno 823 di un evento miracoloso, ricordato in cronache coeve, che avrebbe richiamato a Gravedona anche l'Imperatore Ludovico il Pio. Nel XII secolo ebbe inizio la costruzione del nuovo battistero a pianta centrale nella quale si innestavano le absidi ed il vestibolo di ingresso. Il primo documento che testimonia la presenza del nuovo edificio risale al 1154 e l'analisi delle murature e degli elementi decorativi sembra confermare la realizzazione della costruzione nella prima metà del XII secolo. Il battistero fu quindi arricchito da una decorazione pittorica realizzata in varie fasi a cavallo fra il XIII secolo, al quale sembra riferibile il Giudizio Universale in controfacciata, ed il XV secolo durante il quale fu realizzato probabilmente l'affresco con l'Adorazione dei Magi sopra l'absidiola destra.
La torre campanaria in facciata, che presenta un andamento singolare, venne realizzata in più fasi e fu oggetto di vari interventi di riparazione. Sopra la prima porzione a base quadrata, eseguita nel XIV secolo, fu aggiunta la porzione superiore a pianta ottagonale in forma romaniche ma completata solamente nel corso del XVI secolo, come documentano le carte d'archivio messe in luce da recenti studi. Le visite pastorali testimoniano anche la seconda denominazione, oltre alla dedicazione a S. Giovanni Battista, come chiesa della Beata Vergine del Tiglio, in relazione alla presenza secolare di un albero di tiglio, e confermano la destinazione dell'edificio come chiesa battesimale. Nel corso del XVII secolo nel battistero furono aggiunti due altari: uno nella cappella laterale destra, dedicato a Santa Marta, ed uno nella cappella laterale sinistra, dedicato alla Vergine del Carmine. Un ulteriore altare sul lato destro, dedicato alla Beata Vergine del Tiglio, risulta documentato nelle visite pastorali del XVIII secolo. Già nella seconda metà del XIX secolo la chiesa venne fatta oggetto di indagini legate agli studi sull'architettura romanica lombarda che auspicavano l'esecuzione di interventi di restauro dell'edificio. Il primo intervento fu avviato nel 1875 e comprese lo scavo dell'area circostante, per mettere in luce il basamento delle murature e cercare i resti del battistero paleocristiano, e il rifacimento della copertura, del cornicione e dello zoccolo. tetto. Nel 1925 e nel 1937 furono effettuati interventi anche sugli affreschi ma nel 1953 fu avviato un restauro radicale dell'edificio che comportò la rimozione delle aggiunte barocche al fine di recuperare l'assetto romanico. Sulla parete dietro l'altare sinistro, dedicato alla Beata Vergine, fu messo in luce un ciclo di affreschi ignorato fino a quella data dagli studiosi. In questa occasione furono compiuti anche gli scavi sotto la pavimentazione che consentirono di individuare i resti del fonte battesimale paleocristiano, utilizzato probabilmente fino al XVI secolo.

La chiesa come la vediamo oggi risale al XII secolo: il nome deriverebbe da una pianta di tiglio cresciuta sul campanile a fine costruzione. È un esempio chiaro di stile romanico, costruita utilizzando la pietra locale: il marmo bianco di Musso e la pietra nera di Olcio.

La pianta è centrale, nella tradizione dei battisteri, e presenta tre absidi semicircolari sui tre lati, mentre la facciata è caratterizzata dal campanile aggettante, un unicum nell'architettura lombarda, derivato da modelli renani e borgognoni; il campanile ha base quadrata, mentre la parte superiore è ottagonale, e probabilmente venne costruito in epoca più tarda. Alla base si trova il portale d'ingresso, lievemente strombato; un secondo portale si trova sul fianco destro. Lungo tutta la base del tetto corre una decorazione ad archetti pensili, tipica dello stile romanico, che si trova anche sopra la prima monofora del campanile. Accanto e sopra a questa finestra ci sono dei blocchi di marmo scolpiti, probabilmente materiali di recupero dal precedente edificio. Infatti, si nota una testina umana di età tardo-romana, incastonata come chiave di volta nella monofora: forse apparteneva ad una stele funeraria. Ai fianchi della monofora, conci in marmo, scolpiti a bassorilievo: sono datati al periodo altomedievale e raffigurano soggetti vari con valore simbolico, come un centauro con l'arco, un serpente e un nodo gordiano. Sul retro della chiesa, un altro marmo scolpito inserito nel muro esterno: appena sotto il primo ordine di archetti, un bassorilievo raffigurante due rilievi tondeggianti, chiamati "le mammelle della regina Teodolinda", che allude al tema della fertilità.

L'interno è un ampio ambiente caratterizzato dalle due absidi laterali, dal presbiterio in cui sono state ricavate tre nicchie e dal loggiato che corre sopra le absidi. Il pavimento è recente, ma nell'angolo nord-est si trova un frammento del mosaico pavimentale del V secolo: si riconoscono motivi geometrici formati da tessere bianche, nere e rosse, tipiche del periodo romano. Un tempo i muri dovevano essere decorati da un ricco ciclo di affreschi, di cui oggi restano poche testimonianze. Nel presbiterio si vedono ancora lacerti delle Storie di San Giovanni Battista, risalenti al XV secolo, e figure di Santi, tra cui Santo Stefano e San Gottardo, patrono dei passi alpini. Sopra la nicchia centrale di destra si trova un'Adorazione dei Magi, che venne realizzato al posto del fatiscente affresco miracoloso, citato negli Annali di Fulda.

Al centro dell'abside meridionale si vedono i resti di un affresco devozionale raffigurante la Vergine in trono col Bambino e Santi, mentre, in controfacciata si trova quello che è l'affresco più antico della chiesa: il Giudizio Universale. Quest'affresco risale alla prima metà del XIV secolo: vi si vede raffigurato il Cristo Redentore in mandorla, circondato dalle file dei beati e dei dannati; sullo sfondo, il paesaggio della Gerusalemme celeste, dove si notano campanili molto simili a quello della stessa chiesa di Santa Maria del Tiglio e della vicina Abbazia di Piona, prima del suo rifacimento nel XVIII secolo.

L'abside settentrionale è decorata dai resti di affreschi devozionali risalenti alla seconda metà del XIV secolo, raffiguranti Sant'Anna, Santa Susanna, San Giovanni Battista, San Lucio e San Giuliano l'ospitaliere nell'atto di uccidere i propri genitori. La presenza di santi come , Gottardo, Lucio e San Cristoforo, affrescati vicino all'arcone dell'ingresso, richiama la funzione di Gravedona come nodo di traffico dei commerci provenienti e direttismo verso l'area transalpina: sono infatti i santi invocati dai viaggiatori e Santa Maria del Tiglio era probabilmente una tappa per i commercianti che si incamminavano verso la difficile via delle Alpi. La parete nord ospita anche un capolavoro della scultura romanica lombarda: un "Crocifisso" ligneo scolpito nel XII secolo. La scultura, in legno di pioppo e ontano, raffigura un Cristo dai tratti del volto molto allungati, che richiamano la scultura dell'area renana e nordeuropea.



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giovedì 19 marzo 2015

LA BASILICA DI SANTA MARIA ASSUNTA (Clusone)

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La basilica di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista a Clusone è sorta, secondo la tradizione, sulle rovine di un antico tempio romano dedicato alla dea Diana. La chiesa venne costruita su disegno di Giovan Battista Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano, tra il 1688 e il 1698. Venne consacrata il 6 luglio 1711 e, lo stesso giorno, elevata alla dignità di basilica minore. Nel 1887 venne realizzata la nuova pavimentazione in marmo nero.

La basilica di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista sorge nel centro dell'abitato di Clusone.

L'esterno dell'edificio di culto è caratterizzato dal portico, posto lungo la fiancata destra della chiesa e preceduto dall'ampio sagrato. Quest'ultimo è rialzato ed è cinto da una balaustra decorata con alte statue marmoree di santi. Il piazzale è raccordato a via Pier Antonio Brasi, che si trova ad una quota inferiore, tramite tre scalinate, due frontali ed una laterale; la scalinata di sinistra è caratterizzata da un andamento curvilineo.

Il portico è coperto con volta a crociera e si compone di cinque campate centrali e due avancorpi alle estremità. Quest'ultimi e la campata di mezzo sono costituiti da un arco a tutto sesto poggiante su semipilastri ionici e affiancato da due lesene composite; le restanti quattro campate si aprono sull'esterno con una bifora ciascuna sorretta al centro da una colonne ionica liscia. Sotto il portico vi sono tre portali.

La facciata della chiesa è leggermente a salienti ed è priva di particolari decorazioni. Al centro, in alto, vi è un finestrone rettangolare mentre, in basso, si apre il portale.

L'interno della basilica è costituito da un'unica navata lungo la quale si aprono otto cappelle laterali delimitate da archi ribassati poggianti su colonne corinzie alte 8,30 metri ciascuna. La navata termina con una profonda abside semicircolare

La volta nella navata, che è a crociera, e quella dell'abside, che è a botte lunettata, sono state affrescate da Bernardo Brignoli. Sono invece di Antonio Cifrondi le tele delle medaglie, raffiguranti il Giudizio Universale, l'Incoronazione della Vergine, Angeli musicanti e Gesù nel Getsemani. Sempre del Cifrondi sono le due tele in controfacciata, raffiguranti il Battesimo di Gesù (a sinistra) e la Predicazione del Battista (a destra). La via Crucis, in rilievo, risale al 1909 ed è un'opera dello sculore di Treviolo Cesare Zonca.

Ai due lati dell'abside, sono collocate, ciascuna entro la propria nicchia, due statue raffiguranti la Madonna del Rosario (1730), di Andrea Fantoni, e San Giuseppe (1870), di Gianmaria Benzoni.

L'altare maggiore venne diseganato da Andrea Fantoni, e fu eseguito dai Corbarelli di Brescia, che hanno realizzato le quadrature e gli intrarsi marmorei, mentre ai Fantoni di Rovetta si devono la tribuna e le statue. Andrea Fantoni realizzò personalmente i due angeli laterali e il paliotto raffigurante il Trasporto dell'Arca dell'Alleanza. L'altare è anche ornato dalle statue della Fede, della Carità e della Fortezza; sulle colonne laterali, vi sono le statue di San Giovanni Battista e San Sebastiano.

Alle spalle dell'altare, vi è la pala che raffigura l'Assunzione di Maria. Essa è opera di Sebastiano Ricci e venne da lui dipinta tra il 1711 e il 1713. Alla destra della pala si trova la Nascita di San Giovanni Battista, di Domenico Carpinoni, e, alla sua destra, il Martirio di San Giovanni Battista, di Andrea Vicentino.

Gli stalli lignei del coro, in radica, vennero realizzati da Domenico Visinoni e completati nel 1699 dalla bottega fantoniana.

La prima cappella di destra è dedicata alla Natività di Gesù e il suo altare venne realizzato nel 1754 da Fantoni junior. La pala d'altare, di Gaspare Diziani, è affiancata dalle statue di Santo Stefano (1702) e di Sant'Antonio da Padova (1732), entrambe di scuola fantoniana. Sulla parete di destra si trova la statua di San Valentino, di Antonio Cifrondi. Nella cappella è custodita una reliquia della Vera Croce.

La seconda cappella di destra è dedicata ai defunti e il suo altare venne realizzato nel 1720 da Domenico Corbarelli con statue di Andrea Fantoni. La pala raffigura la Santissima Trinità con la Madonna, San Giuseppe e San Gregorio che intercedono per i defunti ed è opera di Domenico Carpinoni, alla quale si deve anche il dipinto sulla parete destra che raffigura San Carlo e Sant'Ambrogio in preghiera davanti alla Madonna di Loreto.

La terza cappella di destra è dedicata all'Angelo Custode. L'altare venne realizzato nel 1759 da Grazioso Fantoni, mentre la pala è precedente e venne dipinta nel 1659 da Pietro Ricchi e raffigura la Vergine che appare a Santa Orsola con due sue monache e all'Angelo con il bambino; dietro il quadro, sono custodite le reliquie della basilica. Alla parete sinistra dell'altare è appesa la tela di Antonio Cifrondi con la Madonna e Sant'Antonio da Padova.

La quarta cappella di destra è dedicata al Crocifisso e, sull'altare, realizzato nel 1698 dalla bottega di Andrea Fantoni, si trova un gruppo scultoreo in legno raffigurante San Gaetano e San Carlo in adorazione del Crocifisso, sormontato da un angelo con le insegne vescovili. A destra dell'altare si trova un quadro del XVIII secolo, di Domenico Caretti, con Maria Addolorata con le sette spade dei dolori che le trafiggono il cuore. A sinistra, invece, vi è un quadro con i Santi Filippo Benzi e Giuliana Falconieri.

La prima cappella di sinistra è dedicata alla Deposizione di Gesù ed era, un tempo, sede dei Disciplini. Il paliotto dell'altare è decorato con le statue di San Cristoforo e San Rocco e del Redentore tra la Preghiera e la Penitenza, realizzate tra il 1725 e il 1730. Nell'ancona vi è la Deposizione di Gesù dalla Croce di Domenico Carpinoni, affiancata dalle statue di San Giorgio e del Beato Alberto da Villa d'Ogna. Sulla sinistra, vi è una tela di autore sconosciuto raffigurante Maria Maddalena che assiste alla risurrezione di Lazzaro.

La seconda cappella di sinistra è dedicata a San Lorenzo e l'altare venne realizzato nel 1629 dalla bottega di Giovanni Antonio Carra su commissione della famiglia Gromelli. Esso è affiancato dalle statue lignee secentesche di San Rocco e Sant'Antonio Abate.

Sulle due cantorie dell'abside, entro delle casse lignee con prospetto a tre campate e mostra di canne di Principale, si trova l'organo a canne, costruito nel 1960 dai Fratelli Ruffatti e restaurato dagli stessi nel 1994.

La consolle, mobile indipendente, è situata nella navata, lungo la parete di sinistra, ha tre tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32 note. Lo strumento è a trasmissione elettronica ed ha un totale di 65 registri.


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SAN GIUSEPPE

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San Giuseppe è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Il nome Giuseppe è la versione italiana dell'ebraico Yosef, attraverso il latino Iosephus.

I Vangeli e la dottrina cristiana affermano che il vero padre di Gesù fu Dio stesso: Maria lo concepì miracolosamente, senza aver avuto rapporti matrimoniali con alcuno, per intervento dello Spirito Santo. Giuseppe, messo al corrente di quanto era accaduto da una visione avuta in sogno, accettò di sposarla e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Perciò la tradizione lo chiama padre putativo di Gesù (dal latino puto, "credo"), cioè colui "che era creduto" suo padre (sulla scorta di Luca 3,23).

Nel primo Medioevo cominciava lentamente a fiorire una devozione a san Giuseppe. Gli scritti dei monaci benedettini costituiscono un valido contributo per arrivare a un inizio del culto giuseppino, rimasto però legato ai loro ambiti religiosi, dove si cominciò a inserire il nome di Giuseppe nei loro calendari liturgici o nel loro martirologio.

Testi importanti sulla posizione di Giuseppe nell'opera della salvezza, si incontrano nei due grandi mistici benedettini: Ruperto di Deutz (†1130) e san Bernardo di Chiaravalle (†1153). Entrambi hanno tentato di chiamare i fedeli a una vera devozione a Giuseppe: san Bernardo di Chiaravalle ha cercato di descrivere con devoto impegno la sua umile e nascosta figura. Nei suoi Sermoni "In laudibus Virginis Mariae", composte per le feste della Madonna si trovano brani sul santo in cui è espresso che "la fama della Vergine Maria non sarebbe integra senza la presenza di Giuseppe". Sul santo, avverte Bernardo, non esiste "nessun dubbio che sia stato sempre un uomo buono e fedele. La sua sposa era la Madre del Salvatore. Servo fedele e saggio, scelto dal Signore per confortare la Madre sua e provvedere al sostentamento di suo figlio, il solo coadiutore fedelissimo, sulla terra, del grande disegno di Dio".

L'influsso di Bernardo si manifesta anche nella letteratura e poesia medioevale, è interessante pensare qui a Dante Alighieri che degnamente invoca il nome di san Giuseppe al vertice della Divina Commedia.

Tra i teologi san Bonaventura è stato il primo a ripensare al santo come protettore di Maria e Gesù Bambino nella povera grotta. Un altro francescano, il teologo Duns Scoto, sceglie alcune questioni intitolate "De matrimonio inter B.V. Mariam et sanctum Joseph". Propone una nuova spiegazione del loro sposalizio, ricorrendo alla distinzione tra il diritto sui corpi e il loro uso nel matrimonio che, secondo il teologo, è stato perfetto, sotto tutti gli aspetti, ed è da considerare una "questione divina regolata dallo Spirito Santo".

Secondo san Tommaso d'Aquino la presenza di Giuseppe era necessaria nel piano dell'Incarnazione poiché senza di lui la gente avrebbe potuto dire che Gesù era un figlio illegittimo, frutto di una relazione illecita. Cristo aveva bisogno del nome, delle cure e della protezione di un padre umano, se Maria non fosse stata sposata, i Giudei l'avrebbero considerata un'adultera e l'avrebbero lapidata. Il teologo medievale continua dicendo che il matrimonio di Maria e di Giuseppe fu un vero matrimonio: "essi erano uniti l'uno all'altro dall'amore reciproco, un amore spirituale. Si scambiarono quei diritti coniugali che sono inerenti al matrimonio, anche se, per il loro voto di verginità, non ne fecero uso".

Il 15 agosto 1989, nel centenario dell'enciclica di Leone XIII, intitolata Quamquam Pluries, Giovanni Paolo II ha scritto un'esortazione apostolica sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa; essa inizia con le parole Redemptoris Custos (Il Custode del Redentore), che definiscono il rapporto esistente tra Giuseppe e Gesù.

Questo importante documento pontificio, deve essere considerato come la “magna carta” della teologia di san Giuseppe, proposta ufficialmente a tutta la Chiesa, a cominciare dai Vescovi fino a tutti i fedeli. L'esortazione Redemptoris Custos è strettamente collegata con l'enciclica La Madre del Redentore, preceduta dall'enciclica Redemptor Hominis e seguita da un'altra enciclica, intitolata Redemptoris Missio, che si riferisce alla Chiesa. Appare così chiaro che il Magistero della Chiesa considera san Giuseppe inserito direttamente nel mistero della Redenzione, in stretta relazione con Gesù, verso il quale adempie la funzione di padre, con Maria, la Madre di Gesù, della quale egli è sposo, e con la Chiesa stessa, affidata alla sua protezione. Si tratta di un ruolo eccezionale, che fa da supporto alla devozione della quale san Giuseppe ampiamente gode nel cuore dei credenti e che la teologia non deve trascurare.

La lode di san Giuseppe è nel Vangelo. Matteo stima talmente san Giuseppe da farne l'introduttore al suo Vangelo, che inizia appunto con la genealogia, la quale ha lo scopo di agganciare Gesù a Davide e ad Abramo proprio attraverso Giuseppe; lo presenta, inoltre, come sposo di Maria, la persona certamente più in vista nella Chiesa apostolica; lo qualifica, infine, come uomo giusto, che comporta l'approvazione della sua condotta. Per questo san Bernardo dice candidamente che la lode di san Giuseppe è nel Vangelo. Nessun santo, eccetto Maria, occupa nel Vangelo un posto così distinto.

Eppure incontriamo ancora oggi chi ripete che il Vangelo ci riferisce poco o nulla di san Giuseppe e che, in ogni caso, la sua figura è marginale; di qui lo scarso interesse negli studi teologici, dove egli è del tutto ignorato.

C'è da aggiungere che, fin dai primi secoli, una letteratura che la Chiesa considera apocrifa, perché romanzesca, ha strumentalizzato la figura di san Giuseppe, attribuendogli figli avuti da un precedente matrimonio e un'età veneranda al momento del matrimonio con Maria. Evidentemente lo scopo degli apocrifi era quello di attribuire a lui “i fratelli di Gesù”, nominati nei Vangeli, e garantire la verginità di Maria, sposata da un “vecchio” Giuseppe in seconde nozze. Contro questa letteratura sempre emergente bisogna già predicava san Girolamo, affermando che queste cose non sono “scritte” nei Vangeli e che si tratta solo di “deliri”. Le tante opere letterarie e artistiche che rappresentano san Giuseppe vecchio e quasi marginalmente sono il frutto di questa mentalità. Ecco allora la necessità di conoscere bene san Giuseppe, seguendo il Vangelo e quanto il magistero insegna su di lui attraverso la dottrina e il culto.

A Betlemme, nella basilica della Natività, che risale all'imperatore Costantino, sulle pareti ci sono due genealogie di Gesù, denominate albero di Iesse e lì rappresentate nel 1169. Se la genealogia di Gesù ci viene tramandata da due evangelisti, Matteo e Luca, è chiaro che doveva essere ritenuta importante nell'annuncio del Vangelo. Nonostante le loro divergenze, che rivelano scopi differenti, in entrambe le genealogie occupano un posto rilevante il re Davide e Giuseppe. Nella Chiesa apostolica interessava, infatti, che Gesù fosse riconosciuto come figlio di Davide, titolo con il quale le folle già si rivolgevano a Gesù, nella convinzione che Egli fosse il Messia, termine che in greco si traduce con Cristo. D'altra parte, con la Pentecoste Gesù si era rivelato Figlio di Dio e ai cristiani era ormai noto che Gesù era stato concepito per opera dello Spirito Santo. Come conciliare, allora, l'origine divina di Gesù, “Figlio di Dio”, con quella umana, “figlio di Davide”? Ci troviamo qui nel mistero dell'Incarnazione, che evidentemente aveva superato i confini delle attese umane. Comprendiamo così perché l'evangelista Matteo, dopo aver collegato tutti gli antenati di Gesù con il verbo “generò”, arrivato a Giuseppe non lo usa più, ma si limita a scrivere: “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (1,16).

La Chiesa crede che Maria ha concepito Gesù in modo miracoloso per opera dello Spirito Santo e la onora come “Madre di Dio”. Se gli evangelisti, dunque, presentano Maria anche come “sposa di Giuseppe” non dovevano certamente mancare i motivi. Tra questi, ossia perché Gesù abbia dovuto nascere da una donna “sposata”, san Tommaso d'Aquino ne indica alcuni non trascurabili: ad esempio, perché gli infedeli non avessero motivo di rifiutarlo, se apparentemente illegittimo; perché Maria fosse liberata dall’infamia e dalla lapidazione; perché la testimonianza di Giuseppe garantisse la nascita di Gesù da una vergine. Matteo, tuttavia, è più interessato al motivo cristologico, che si fonda sulla discendenza di Gesù da Davide. La sua garanzia dipende appunto dal fatto che Giuseppe, “figlio di Davide”, era riconosciuto da tutti come “sposo di Maria”. I figli della moglie, infatti, non sono giuridicamente figli del marito? La legge matrimoniale sta lì proprio per questo, a difesa dell'onore della donna e della prole. Ecco perché Giovanni Paolo II scrive: “Ed anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe” (RC, n.7).

Accanto alla testimonianza circa l'origine divina di Gesù, incontriamo nei Vangeli anche quella che Gesù era ritenuto il figlio di Giuseppe. Filippo  dice a Natanaele: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Giovanni 1,45). Bisogna anzi apertamente dire che il matrimonio di Giuseppe con Maria aveva talmente affermato la paternità di Giuseppe da nascondere la sua filiazione divina, ossia il Padre celeste. È stato scritto che Giuseppe è l'ombra del Padre, ma in realtà, secondo il piano di Dio, è invece, Giuseppe che ha messo in ombra il Padre. L'esortazione di Giovanni Paolo II afferma apertamente che nella santa Famiglia “Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è ‘apparente’, o soltanto ‘sostitutiva’, ma possiede in pieno l'autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia”. Ciò comporta che “con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente, quell’amore che ha la sua sorgente nel Padre”.

Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la conseguente legittimazione della sua paternità all’interno della famiglia sono orientate verso l’incarnazione, ossia verso Gesù che ha voluto inserirsi nel mondo in modo “ordinato”. Origene definisce Giuseppe appunto come “l'ordinatore della nascita del Signore”. Il suo matrimonio onora la maternità di Maria e garantisce a Gesù l’inserimento nella genealogia di Davide, come abbiamo visto. Ma la teologia che fa da chiave a tutta l'esortazione apostolica va ben oltre, come richiede l'unità “organica e indissolubile” tra l'incarnazione e la redenzione. Di qui l'affermazione che “san Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l'esercizio della sua paternità: proprio in tale modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’”. La definizione “Ministro della salvezza” descrive perfettamente la grandezza di san Giuseppe, che ha avuto il singolare privilegio di servire direttamente Gesù e la sua missione, ossia la sua opera salvifica. Tutti gli Angeli e i Santi servono Gesù, ma san Giuseppe, insieme con Maria, lo ha servito “direttamente” come padre. Ciò vuol dire che molte delle opere salvifiche di Gesù, definite come “misteri della vita di Cristo”, hanno avuto bisogno della “cooperazione” di san Giuseppe. Il riferimento riguarda tutti quei “misteri della vita nascosta di Gesù”, nei quali era indispensabile l’intervento paterno. Toccava al padre, infatti, iscrivere il bambino all'anagrafe, provvedere al rito della circoncisione, imporgli il nome, presentare il primogenito a Dio e pagare il relativo riscatto, proteggere il Bambino e la madre nei pericoli della fuga in Egitto. È ancora il padre Giuseppe che ha introdotto Gesù nella terra di Israele e lo ha domiciliato a Nazaret, qualificando Gesù come “Nazareno”; è Giuseppe che ha provveduto a mantenerlo, a educarlo e a farlo crescere, procurandogli cibo e vestito; da Giuseppe Gesù ha imparato il mestiere, che lo ha qualificato come “il figlio del falegname”. Non ci vuole molto sforzo a comprendere quante cose deve fare un padre dal punto umano, civile e religioso. Ebbene, tutto questo lo ha fatto anche Giuseppe.

Nel Vangelo di Matteo leggiamo che a Giuseppe viene attribuito il titolo di “giusto”. Esso qualifica Giuseppe, che aveva deciso di separarsi da Maria quando aveva conosciuto che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tale decisione non era dettata da un sospetto, come spesso si legge, ma esprimeva, invece, il “rispetto” verso l’azione e la Presenza di Dio, tale da spiegare la fiducia che gli venne conseguentemente accordata, per mezzo dell'angelo, di tenere con sé la sua sposa e di fare da padre a Gesù. La giustizia di san Giuseppe suppone in lui un'adeguata preparazione dello Spirito Santo. Allo stesso modo che Maria non si è trovata per caso a fare da madre a Gesù, ma era stata “progettata” allo scopo, come si ricava dal dogma dell'Immacolata Concezione, così si può logicamente ritenere che “Dio nel suo amore ha predestinato Maria per san Giuseppe, san Giuseppe per Maria, tutti e due per Gesù. Se Dio ha pensato con tanto amore a Maria come madre del Redentore, ciò non fu mai indipendentemente dal suo matrimonio verginale con Giuseppe; egli non ha mai pensato a Giuseppe se non per Maria e per il suo divin Figlio, che doveva nascere verginalmente in quel matrimonio” (C. Sauvé). Ciò è in perfetto accordo con quanto Leone XIII scrive nella sua enciclica Quamquam Pluries: «È certo che la Madre di Dio poggia così in lato, che nulla vi può essere di più sublime; ma poiché tra la beatissima Vergine e Giuseppe fu stretto un nodo coniugale, non c'è dubbio che a quell'altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto mai nessun altro. Poiché il matrimonio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni, ne deriva che, se Dio ha dato come sposo Giuseppe alla Vergine, glielo ha dato non solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell'onestà, ma anche perché partecipasse, per mezzo del patto coniugale, all'eccelsa grandezza di lei».

Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo di umiltà e dedizione, nella Chiesa d’Oriente era praticato già attorno al IV secolo: intorno al VII secolo la chiesa Copta ricordava la sua morte il 20 luglio. In Occidente il culto ha avuto una marcata risonanza solo attorno all'anno Mille.

La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. In alcuni luoghi, come in Vaticano e in Canton Ticino, ma non in Italia, è festa di precetto. I primi a celebrarla furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399. Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV. Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa cattolica celebra san Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili ma con legge 5 marzo 1977 n. 54, questo riconoscimento fu abolito e da allora il 19 marzo divenne un giorno feriale. In Canton Ticino, in altri cantoni della Svizzera e in alcune province della Spagna, questo giorno è considerato festivo agli effetti civili. In Italia sono stati presentati (2008), alla Camera e al Senato, alcuni disegni di legge per il ripristino delle festività soppresse agli effetti civili (San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, SS. Pietro e Paolo e lunedì di Pentecoste).


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