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mercoledì 23 dicembre 2015

LA STRAGE DEL RAPIDO 904



Erano le 19 dell'antivigilia di Natale. Il treno, in arrivo da Napoli, era pieno zeppo di persone in viaggio per raggiungere le famiglie ed era da poco ripartito dalla stazione fiorentina di S. Maria Novella. E' stato qui, in stazione, che qualcuno è salito a bordo del rapido e ha piazzato una valigia piena di esplosivo sulla griglia portabagagli della carrozza 9. L'esplosione avverrà, non a caso, nella galleria denominata "Direttissima", lunga 18 km.

Quel treno non giunse a destinazione. Nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro una volontà criminale, politico mafiosa, eversiva delle Istituzioni, volle un massacro di cittadini innocenti. Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo, il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria, in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Solo il tempismo del conducente che prontamente bloccò la linea evitò una strage maggiore.

In quella galleria sono rimasti i corpi di 15 persone e centinaia ne sono usciti feriti in maniera anche gravissima, alcuni morendone a distanza di anni.

Al contrario del caso dell'Italicus, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte.

Venne attivato il freno di emergenza, e il treno si fermò a circa 8 chilometri dall'ingresso sud e 10 da quello nord. I passeggeri erano spaventati, e a questo si affiancava il freddo dell'inverno appenninico. Il controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio in servizio, chiamò i soccorsi da un telefono di servizio presente in galleria e, sebbene ferito, sopravvisse all'esplosione.

Bianconcini, sebbene anch'egli ferito da alcune schegge nella nuca, organizzò anche i primi soccorsi con l'aiuto di altri passeggeri, nonostante il freddo e il buio, dato che i neon di emergenza della galleria, isolata elettricamente, avevano poca autonomia. Oltre al sopracitato Bianconcini, organizzarono i primi soccorsi il capotreno Paolo Masina e il restante personale come Vittorio Buccinnà e Francesco Bosi (al personale venne conferito un Encomio Solenne e una medaglia d'oro). I soccorsi ebbero difficoltà ad arrivare, dato che l'esplosione aveva danneggiato la linea elettrica e parte della tratta era isolata, inoltre il fumo dell'esplosione bloccava l'accesso dall'ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi, che impiegarono oltre un'ora e mezza ad arrivare. I primi veicoli di servizio arrivarono tra le venti e trenta e le ventuno: non sapevano cosa fosse successo, non avevano un contatto radio con il veicolo fermo e non disponevano di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. I soccorsi una volta sul posto parlarono di un "fortissimo odore di polvere da sparo".

Venne impiegata una locomotiva diesel-elettrica, guidata a vista nel tunnel, che fu per prima cosa usata per agganciare le carrozze di testa rimaste intatte, su cui furono caricati i feriti. Un solo medico era stato assegnato alla spedizione. L'uso della motrice Diesel rese però l'aria del tunnel irrespirabile, per cui servirono bombole di ossigeno per i passeggeri in attesa di soccorsi. Con l'aiuto della macchina di soccorso i feriti vennero portati alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, seguiti subito dopo dagli altri passeggeri. Uno dei feriti, una donna, venne trovata in stato di choc in una nicchia della galleria, e fu portata a braccia fino alla stazione di Precedenze (stazione che infatti si trova circa a metà della galleria). Arrivati alla stazione di San Benedetto, ai feriti vennero offerte le prime cure, e quelli più gravi furono portati a Bologna da una quindicina di ambulanze predisposte per il compito, che viaggiavano scortate da polizia e carabinieri. Le cure ai feriti leggeri durarono fino alle cinque di mattina. Venne allestito rapidamente un ponte radio, e la Società Autostrade fece in modo di mettere a disposizione un casello riservato al servizio di emergenza. I feriti vennero portati all'Ospedale Maggiore di Bologna, facendosi largo nel traffico cittadino grazie a una razionalizzazione delle vie di accesso studiata proprio per i casi di emergenza. Per ultimi furono trasportati i morti: fortunatamente la neve cominciò a cadere solo durante questa ultima fase.

Il piano di emergenza era frutto delle misure predisposte dopo la strage del 2 agosto 1980, e questa operazione fu la prima sperimentazione del sistema centralizzato di gestione emergenze costituito a Bologna. Nonostante le condizioni ambientali estremamente avverse, l'opera di soccorso e l'operato dei soccorritori furono ammirevoli per l'efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna Soccorso sarebbe diventato il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118. Alla grande abilità e organizzazione delle forze dell'ordine e dei soccorritori si aggiunse anche una certa fortuna: cominciò a nevicare solo dopo la conclusione delle operazioni di trasporto, e il vento soffiò i fumi dell'esplosione verso sud, rendendo possibile l'accesso dal lato bolognese da cui arrivavano i soccorsi. Le attrezzature dei vigili del fuoco prevedevano solo bombole con mezz'ora di autonomia, che altrimenti sarebbero state insufficienti.



Venne predisposta una perizia chimico-balistica da parte della Procura della Repubblica di Bologna, per capire le dinamiche dell'esplosione e il materiale utilizzato. Emerse che un testimone aveva visto una persona sistemare due borsoni in quel punto presso la stazione di Firenze, per cui l'inchiesta fu trasmessa alla Procura della Repubblica di Firenze.

Nel marzo 1985 vennero arrestati a Roma, per altri reati (tra cui traffico di stupefacenti), Guido Cercola e il pregiudicato Giuseppe Calò, noto mafioso palermitano più comunemente conosciuto come Pippo Calò. L'11 maggio 1985 venne identificato il covo dei due arrestati, in un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo di Rieti: nella perquisizione vennero rinvenuti alcuni chili di eroina e un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi ed esplosivi. Le perizie condotte prima a Roma e poi a Firenze dimostrarono come quel tipo di materiale fosse compatibile con quello usato nell'attentato al treno: anche l'esplosivo era del medesimo tipo, con la stessa composizione chimica.

Il 9 gennaio 1986 il Pubblico Ministero Pierluigi Vigna imputa formalmente la strage a Calò e a Cercola, che l'avrebbero compiuta:

« ...con lo scopo pratico di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l'immagine del terrorismo come l'unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato »
Emersero dei rapporti tra Cercola e un tedesco, Friedrich Schaudinn, che sarebbe stato incaricato di produrre alcuni dispositivi elettronici da usarsi per attentati. Questi vennero trovati in casa di Pippo Calò.

Vennero a galla diverse linee di collegamento tra Calò, mafia, camorra napoletana, gli ambienti del terrorismo eversivo neofascista, la Loggia P2 e persino con la Banda della Magliana: questi rapporti vennero chiariti da diversi personaggi vicini a questi ambienti, tra cui Cristiano e Valerio Fioravanti, Massimo Carminati e Walter Sordi. Le deposizioni che spiegavano i legami tra questi tre ambienti della criminalità emersero al maxiprocesso dell'8 novembre 1985, di fronte al giudice istruttore Giovanni Falcone.

La Corte di Assise di Firenze, il 25 febbraio 1989, condannò alla pena dell'ergastolo Pippo Calò, Cercola e altri imputati legati ai due (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso, boss della Camorra detto Il Boss del Rione Sanità), con l'accusa di strage. Inoltre, condannò a 28 anni di detenzione Franco Di Agostino e a 25 anni Schaudinn; condannò inoltre altri imputati nel processo per il reato di banda armata.

Il secondo grado venne celebrato dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, presieduta dal giudice Giulio Catelani, con sentenza emessa il 15 marzo 1990. Le condanne all'ergastolo per Calò e Cercola furono confermate, e anche la pena di Di Agostino fu riformata in ergastolo. Misso, Pirozzi e Galeota vennero invece assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo. Il tedesco Schaudinn venne invece assolto dal reato di banda armata, ma fu confermata la sua condanna per strage; la sua pena fu ridotta a 22 anni.

Il 5 marzo 1991 la 1ª sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza di appello. Il sostituto Procuratore generale Antonino Scopelliti era contrario e mise in guardia i giudici dal far prevalere l'impunità del crimine. La Suprema Corte di Cassazione annullò con rinvio la sentenza d'appello, disponendo quindi un nuovo giudizio dinnanzi ad altra sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze. Quest'ultima il 14 marzo 1992 confermò gli ergastoli per Calò e Cercola, condannò Di Agostino a 24 anni e Schaudinn a 22. Misso si vide la condanna ridotta a tre soli anni per detenzione di esplosivo, mentre le condanne di Galeota e Pirozzi furono ridotte a un anno e sei mesi; tutti e tre furono assolti dai reati di strage.

Quello stesso giorno Galeota e Pirozzi, insieme alla moglie Rita Casolaro ed alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, stavano ritornando a Napoli quando, durante il viaggio, incorsero in un agguato: la loro auto (una Ford Fiesta XR2) fu speronata e mandata fuori strada da alcuni killer della camorra che li seguivano sull'autostrada A1, all'altezza del casello di Afragola/Acerra, alle porte di Napoli. Le armi da fuoco dei killer lasciarono sul terreno i corpi di Galeota e della Sarno, quest'ultima addirittura con un colpo di pistola in bocca. Soltanto Giulio Pirozzi e sua moglie riuscirono miracolosamente a uscire vivi da quella che fu una vera e propria mattanza di camorra, anche grazie al sopraggiungere di un’auto della polizia stradale dal senso inverso di marcia, che impedì ai killer di completare il lavoro. Pirozzi, benché ferito gravemente, si salvò anche perché si finse morto nel corso della sparatoria. L'auto usata dagli assassini, una Lancia Delta HF, fu poi abbandonata nei pressi dell'aeroporto di Capodichino e data alle fiamme.

La 5ª sezione penale della Cassazione il 24 novembre 1992 confermò la sentenza, riconoscendo la "matrice terroristico-mafiosa" dell'attentato.

Il 18 febbraio 1994 la Corte di Assise di Appello di Firenze concluse il giudizio anche per il parlamentare dell'MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Abbatangelo fu assolto dal reato di strage, ma venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato dell'esplosivo a Giuseppe Misso, nella primavera del 1984. Le famiglie delle vittime fecero ricorso in Cassazione contro quest'ultima sentenza, ma persero e dovettero rifondere le spese processuali.

Guido Cercola si suicidò in carcere a Sulmona il 3 gennaio 2005, soffocandosi con dei lacci di scarpe. Rinvenuto agonizzante in cella, morì durante il trasporto in ospedale.

Il 27 aprile 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emise un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Totò Riina per la strage, precisando che Riina è considerato il mandante della strage. Il 25 novembre 2014, si apre a Firenze il processo a Totò Riina. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia napoletana l'attentato si inserì in un disegno strategico di Riina per far apparire l'attentato come un fatto politico e come risposta al maxi processo a Cosa Nostra.

Il 14 aprile 2015 Totò Riina fu assolto per mancanza di prove.

Le vittime della strage del treno 904 non avranno alcun risarcimento. La decisione del Viminale viene contestata dall'Associazione dei familiari delle vittime del 904 perché "si pone in grave contraddizione con le sentenze di merito a carico degli imputati".

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti da classifiche si segretezza e sono perciò liberamente consultabili da tutti.

Nel 2006, grazie a un progetto di ricerca promosso dall'Associazione tra i familiari delle vittime della strage sul treno rapido 904 col patrocinio della Regione Campania, è stato pubblicato un primo volume sulla strage, il successivo iter giudiziario e la memoria dell'evento nella città di Napoli: si tratta del libro di Alexander Höbel e Gianpaolo Iannicelli La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (Ipermedium, 2006). Il musicologo, giornalista e scrittore Leoncarlo Settimelli ha composto una canzone, Il sogno spezzato di Federica, dedicata a Federica Taglialatela, vittima dodicenne perita nella strage. Il narratore Daniele Biacchessi, racconta la strage sul rapido 904 nello spettacolo di teatro civile La storia e la memoria.
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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL PRIORATO A LEGNANO



E' la chiesa di un antico monastero, il Convento degli Umiliati, ora non più esistente. L’edificio di culto fu eretto nei pressi di un fossato costruito si pensa per proteggere la curia e le sue proprietà. Nel XIV secolo, la chiesa fu citata nell’elenco delle chiese stilato ogni anno ed era definita come ausiliari della Chiesa di San Salvatore, anticamente centro religioso della cittadina. Verso la fine del Cinquecento, il monumento crollò e i religiosi si spostarono in alloggi che danno su via Monastero rotto, attualmente denominata via Lega Lombarda. Nel 1618 il cardinale Federico Borromeo, viste le crepe della cappella, ordinò una ristrutturazione della chiesa entro i due anni successivi con finestre più alte e dotate di vetro e reti. Nel 1825 la Chiesa di Santa Maria del Priorato cessò le funzioni religiose e fu demolita nel 1953 per lasciare spazio alla costruzione della Galleria della città.

Fu edificata poco oltre alla "braida arcivescovile", ossia a quell'isola naturale formata dall'Olona e dall'Olonella che un tempo si trovava dietro la basilica di San Magno e che venne interrata a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. L'edificio religioso era situato in via Santa Maria, oggi conosciuta come via Palestro. La facciata era di fronte all'ingresso principale degli odierni ex-stabilimenti della Manifattura di Legnano.

La chiesa di Santa Maria del Priorato compare nel Notitie Cleri Mediolanensi del 1398 (ossia nell'elenco degli edifici religiosi che puntualmente veniva compilato dalla Chiesa cattolica) insieme alle chiese di San Salvatore, Sant'Ambrogio e San Martino. Nel Medioevo i monaci dell'annesso convento degli Umiliati la utilizzavano come ausiliaria di San Salvatore. Beneficiò del patrocinio della famiglia Lampugnani, e come si può leggere da alcune note d'archivio del 1650 scritte dal prevosto di Legnano Agostino Pozzo, ad un certo punto, la chiesa, il monastero ed i terreni adiacenti furono incorporati dall'arcivescovo Carlo Borromeo per mancanza di eredi diretti della citata famiglia nobiliare.

Le dimensioni della chiesa di Santa Maria del Priorato erano 18 metri di lunghezza e 8 di larghezza, dimensioni ragguardevoli per l'epoca. La spaziosa abside rettangolare misurava invece 5,8 x 5,9 metri. La facciata era costituita da un porticato sormontato da quattro archi a semicerchio che erano sostenuti da tre colonne in marmo bianco. Le tre colonne erano poi completate da capitelli in stile rinascimentale.

All'interno della chiesa erano dipinti un affresco del XV secolo raffigurante San Girolamo ed un altro affresco rappresentate la Crocifissione di Gesù Cristo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-legnano.html


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domenica 24 maggio 2015

VISITARE LEGNANO

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La chiesa principale della città è la basilica romana minore intitolata a San Magno. Venne realizzata nei primi decenni del XVI secolo probabilmente da Giovanni Amadeo o da suoi seguaci, grazie al patrocinio delle famiglie Lampugnani e Vismara. Prima della Basilica, la comunità legnanese faceva riferimento alla chiesa di San Salvatore. Tra gli arredi della Basilica si segnala un altare di Bernardino Luini abbozzato, probabilmente, dal Bramante, ma più verosimilmente da Giovanni Amadeo.

Il Santuario fu intitolato alla Madonna delle Grazie nel 1610 per un miracolo nei confronti di tre ragazzi sordomuti. Sorge dove un tempo c'era una piccola cappella del XVI secolo.

Il Santuario di Santa Teresa del Bambin Gesù è una chiesa-santuario dei Carmelitani Scalzi. Posata la prima pietra il 2 ottobre 1931, fu consacrata il 13 settembre 1933 dal Cardinale Schuster. È parrocchiale dal 1964.
La Chiesa del Beato Cardinale Ferrari ultimata nel 1989 serve la decima parrocchia della città, e sorge nel quartiere Mazzafame. È dedicata all’Arcivescovo di Milano Andrea Ferrari.
La Chiesa di Sant'Ambrogio è la più antica chiesa della città. La cappella su cui fu poi costruito l'edificio era dedicato a San Nazaro. È stata dedicata a Sant'Ambrogio Arcivescovo di Milano, tra il 374 e il 397. La prima citazione di una chiesa dedicata a Sant'Ambrogio a Legnano è contenuta in un documento del 1389 scritto da Goffredo da Bussero.

La Chiesa dedicata a San Bernardino da Siena consacrata nel XVII secolo, è stata costruita sui rovine di un antico oratorio su proposta di Carlo Borromeo. Le prime tracce su documenti risalgono al 1650.
La Chiesa della Madonnina dei Ronchi fu costruita nel 1641 dopo che un discendente di Oldrado Lampugnani diede il permesso di trasformare la cappella di famiglia in chiesa. Si trova in corso Sempione.
La Chiesa di San Domenico:l’idea originale prevedeva la costruzione, sull’area dove sorge la chiesa, di una conceria. Un sacerdote si oppose al piano e fece cominciare i lavori nell'aprile del 1900. È stata dedicata a San Domenico di Guzmán.

La storia della chiesa di Sant’Erasmo è legata all'ospizio probabilmente fondato da Bonvesin de la Riva, poeta e scrittore lombardo del XIII secolo. È stata consacrata a Sant'Erasmo e aperta al culto nel 1490.

La chiesa dedicata ai Re Magi, è riferimento del quartiere della Olmina e la sua costruzione risale all’inizio del XVIII secolo. Sorge nei pressi di cascine conosciute in dialetto legnanese come casina dul Mina, dal nome del padrone, in seguito diventate in italiano "Cascina Olmina".
La Chiesa di Santa Maria Maddalena è stata costruita nel 1728 per dare al quartiere della Ponzella una chiesa. Fu l’edificio religioso di riferimento della comunità fino al 1975 quando fu consacrata la Chiesa di San Giovanni Battista.
La Chiesa di Santa Maria del Priorato era la chiesa di un monastero ora non più esistente, il Convento degli Umiliati. È stata aperta al culto fino al XVII secolo. Cessò le sue funzioni nel 1825, e fu demolita nel 1953 per la costruzione della Galleria della città, prospiciente piazza San Magno.

L’odierna chiesa di San Martino è del XV secolo, ma un edificio intitolato allo stesso Santo era presente nell'elenco lasciato dallo storico Goffredo da Bussero, datato 1389. La chiesa è quindi un edificio rifacimento di un altro ben più antico.
La Chiesa dei Santi Martiri ultimata nel 1910 è diventata chiesa parrocchiale nel 1912 ed è dedicata ai Santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro. È anche legata al palio dato che la contrada ”La Flora” fa riferimento a questo edificio.
La Parrocchia di San Paolo si trova in un recente quartiere della città del Carroccio. Fu costruita con un prefabbricato provvisorio nel 1970 e completata successivamente. La sua costruzione fu resa necessaria per l’espansione urbanistica del rione Ponzella.

La Chiesa di San Pietro consacrata e intitolata il 27 settembre 1997 è riferimento del quartiere della Canazza, e fa capo ad una parrocchia della città.

Le prime notizie documentate della chiesa di Santa Rita (o "della prificazione") risalgono al 1584, quando il cardinal Carlo Borromeo la elevò a edificio religioso di riferimento per il quartiere di Legnarello. Il 13 agosto 1898 il cardinal Ferrari la eresse a parrocchiale, funzione che ebbe fino al 1902, quando fu inaugurata la nuova Chiesa del Santo Redentore.

La Chiesa del SS. Redentore è stata inaugurata nel 1902 a Legnarello, quartiere della città. Prima di questa chiesa la comunità religiosa del rione fece riferimento dal 1603 alla piccola chiesa di Santa Maria della Purificazione (oggi conosciuta come chiesa di Santa Rita).

Il Santuario della Vergine degli orfani è annesso al villaggio dell'Opera Mater Orphanorum. Il 20 settembre 1951 poteva infatti essere inaugurata la prima costruzione del villaggio dell'Opera Mater Orphanorum istituita, che si prefigge di ospitare ed aiutare le fanciulle orfane. La prima pietra fu posta il 26 settembre 1954. È stato la prima una chiesa in Italia dedicata alla Beata Vergine madre degli orfani.

La Chiesa di San Giuseppe fu costruita, oltre per le esigenza della comunità, anche dare una chiesa ad un vicino convento di suore carmelitane scalze. Nel 1950 iniziarono i lavori e due anni dopo fu consacrata.

La Chiesa di San Giovanni Battista è la chiesa più recente della città del Carroccio ed ha stile architettonico moderno. La prima pietra è stata posta nel 1971, ma i lavori non sono mai stati portati a termine. La prima messa è stata celebrata il 5 ottobre 1975. Il campanile è stato costruito nel 1985.

La Chiesa Santa Teresa d'Avila si trova nel quartiere Mazzafame fu edificata insieme con quella della Ponzella e dell’Olmina negli anni che vanno dal 1728 al 1779. È un oratorio di piccole dimensioni (m.11 x 5,5), e gli esterni sono a semplice intonaco, per nascondere il sasso misto ai mattoni. Unica opera degna di menzione conservata all'interno è un crocifisso ligneo, opera di artigianato tirolese dell’inizio ‘800. Un altro crocifisso processionale vi è conservato,serviva per le Rogazioni (le processioni nei campi alla fine della Primavera). Riporta sul retro una serie di date e di firme: evidentemente le date delle processioni e le firme di chi lo portò in processione.

Il convento di Sant'Angelo fu costruito tra il 1468 ed il 1471 ed ospitava 27 frati francescani. Il nome originario del convento era "Santa Maria degli Angioli", in seguito modificato in convento di Sant'Angelo. Fu soppresso all'inizio del XIX secolo da Napoleone Bonaparte. Ad esso era connessa una chiesa, che venne costruita tra il 1668 ed 1689 in stile medioevale. Il tempio fu poi arricchito con opere in stile barocco. La chiesa fu abbattuta alla fine del XIX secolo. Successivamente il monastero fu arricchito da una scuola di filosofia, da una ricca biblioteca e da un refettorio. Nel 1896 il monastero di Sant'Angelo fu convertito in scuola elementare. Il plesso scolastico fu poi demolito e ricostruito nel 1967.

La prima citazione documentata del convento degli Umiliati risale al 1398. Nel complesso fu edificato anche un piccolo ospedale che serviva come infermeria per i meno abbienti. Era conosciuto come Ospedale di Santa Maria ed è citato nel Liber Seminarii Mediolanensi, che è un documento che descrive la situazione religiosa della diocesi di Milano alla fine XV secolo . Ospitava da cinque ad otto religiosi della confraternita degli Umiliati. Annessa al monastero era stata costruita la chiesa di Santa Maria del Priorato. Il convento e gli edifici annessi furono demoliti nel 1953 per poter permettere la costruzione della Galleria di piazza San Magno.

Le tracce più antiche di sepolture trovate a Legnano sono delle necropoli di epoca preistorica. I resti di un primo vero e proprio cimitero, inteso nel senso moderno del termine, sono però di epoca romana, e si tratta di inumazioni rinvenute nella periferia ovest della città.
Con la costruzione dei primi edifici cristiani, si iniziò a seppellire i morti nei pressi dei templi. Più precisamente i nobili erano inumati all'interno del perimetro delle chiese, mentre defunti del popolo erano sepolti in fosse comuni al di fuori degli edifici. Nel medioevo i templi legnanesi che erano maggiormente interessati al fenomeno erano la chiesa di San Martino, la chiesa di Sant'Ambrogio e soprattutto la chiesa di San Salvatore, cioè l'edificio religioso che si trovava dove ora sorge la basilica di San Magno ed a cui la comunità legnanese faceva riferimento prima della costruzione della Basilica. Quest'ultimo camposanto era ubicato nell'odierna piazza San Magno, e continuò ad essere adoperato anche dopo la costruzione della Basilica. Successivamente fu realizzata una grande stanza sotterranea dove venivano inumati i defunti. Era conosciuto come "il foppone" e fu utilizzato fino al 1808.

Infatti, dopo una disposizione dell'imperatore Giuseppe II emanata nel 1786 che vietava l'uso delle fosse comuni, la comunità legnanesi fu obbligata a dotarsi di un nuovo cimitero fuori dal centro abitato. Questo camposanto aveva una superficie iniziale di 3.000 m², successivamente aumentati a 5.500 m², e si trovava nell'area ora occupata dalle scuole Bonvesin della Riva, vicino al Santuario della Madonna delle Grazie. Tra il 1808 ed il 1898 accolse le spoglie di 21.896 legnanesi.

A causa dell'incremento di popolazione di fine XIX secolo, l'Amministrazione comunale di Legnano decise di costruire un nuovo cimitero, poiché quello vecchio non poteva più essere ingrandito per via delle strade e delle abitazioni che sorgevano intorno. L'odierno cimitero monumentale fu inaugurato il 24 luglio 1898, ed aveva una superficie di 18.942 m². Fu successivamente ampliato nel 1907 fino ad una superficie di 50.000 m². In esso riposano, tra le altre, le spoglie di Mauro Venegoni, un esponente della resistenza legnanese vittima dei nazi-fascisti, e Gianfranco Ferré, uno dei più famosi stilisti italiani.

Legnano è anche dotata di un cimitero parco, di epoca più recente, che si trova alle porte della città. La sua costruzione fu decisa negli anni sessanta poiché il cimitero monumentale era divenuto insufficiente per le esigenze della comunità. È stato inaugurato il 15 luglio 1979, ed ha una superficie di 60.000 m².
La maggioranza della popolazione è cattolica. L'immigrazione di cittadini comunitari ed extra-comunitari ha portato all'insediamento di minoranze di musulmane e ortodosse.

Nel comune sono presenti 9 parrocchie cattoliche che appartengono all'Arcidiocesi di Milano. Quelle che hanno le più antiche chiese parrocchiali sono San Magno e Sant'Ambrogio. In quest'ultima si celebra una delle poche messe in rito ambrosiano antico.

Vi è in città una piccola comunità protestante pentecostale.

Il castello Visconteo (o "castello di San Giorgio") è conosciuto come Castrum Sancti Georgi (Castello di San Giorgio) fin dal XIII secolo, e sorge su un'isola del fiume Olona. La fortificazione è sorta su un convento di Regolari Agostiniani e comprende una chiesetta dedicata a San Giorgio, la cui presenza è documentata fin dal 1231. Tra il 1261 e il 1273 i Torriani costruirono le due ali a destra e a sinistra della torre originaria, che furono inglobate successivamente nella fortificazione. Il castello di San Giorgio è stato di proprietà dei Visconti fino al 1437, quando l'ultimo signore della dinastia che dominava Milano, Filippo Maria, lo assegnò in dono al fedele Oldrado Lampugnani. Nel 1445 Oldrado ottenne il permesso per la fortificazione dell'edificio con torri, mura, fossato e ponte levatoio. Il castello di San Giorgio è stato di proprietà di varie famiglie nobiliari fino al 1973, quando è stato acquistato dal comune di Legnano. Dopo secoli di degrado ed incuria, è stato ristrutturato e riaperto al pubblico nel 2005. La presenza di un castello a Legnano è collegata alla funzione strategica che ebbe la città del Carroccio dal Medioevo al XVI secolo. Legnano si trovava infatti lungo un'importante via di comunicazione che proveniva dalla valle Olona e che collegava Milano al nord ovest della Lombardia. La difesa di Legnano era importante perché una sua eventuale conquista poteva consentire ai nemici di Milano di accedere al contado milanese nord-occidentale e di puntare sul capoluogo meneghino. Fino al XIII secolo il bastione militare a difesa del contado era il castello dei Cotta, che sorgeva nella stessa area dove ora sono situati palazzo Leone da Perego e la Galleria INA.

Il museo civico "Guido Sutermeister" è in corso Garibaldi, 225. Conserva, in particolare, materiale archeologico frutto del lavoro eseguito dall'ing. Guido Sutermeister tra il 1925 e il 1964. Le collezioni si sono poi arricchite con materiale giunto al Museo da scavi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e da donazioni di privati. I reperti provano la presenza di una civiltà nella lungo le sponde dell'Olona fin dall'età del bronzo. L'edificio che ospita il museo, costruito nel 1928, si rifà ad una villa del XV secolo appartenuta ad una delle famiglie nobili di Legnano, i Lampugnani. Il palazzo originale, che si trovava tra la statale del Sempione e l'Olona, più o meno presso Largo Tosi, è stato demolito nel 1927.


Palazzo Leone da Perego è a pochi passi dalla Basilica dedicata a San Magno e possiede due entrate, una in via Magenta e l'altra in via Girardelli. È sorto sui resti di un precedente edificio medioevale. All'inizio del XIII secolo diventò nobile residenza estiva e conobbe un periodo di splendore che si protrarrà sino alla fine del XV secolo. Riedificato nel 1897, nel 1973 la parte conosciuta come palazzo Visconti fu trasformata prima in sala conferenze e successivamente in cinema. La restante parte, dopo essere stata adibita a scuola materna, è dal 2001 area espositiva e rappresenta uno dei cuori pulsanti della cultura legnanese.

Di grande interesse storico è anche la Torre Colombera, che è l'unica costruzione giunta sino a noi della Legnano quattrocentesca.Si trova in corso Garibaldi angolo via Gigante ed è inglobata in una corte lombarda che sorge tra corso Garibaldi e via Del Gigante, nei pressi della chiesa di San Domenico. Conosciuta anche come "La Colombera", deve il suo nome ad uno degli impieghi che nel passato erano svolti in strutture simili, vale a dire l'allevamento dei colombi. Venne edificata a metà del XV secolo come casa di caccia della famiglia nobiliare dei Lampugnani

Rilevante da un punto di vista storico ed artistico è anche palazzo Malinverni, che è la sede del municipio. Costruito tra il 1908 ed il 1909, coniuga allo stile medioevale a elementi liberty e neorinascimentali. Di notevole interesse storico è anche Palazzo Italia, che originariamente era destinato a Casa del Littorio e che venne costruito nel 1929 su progetto di Cesare Giulini.

In via Giovanni Giolitti è presente un palazzo conosciuto come "grattacielo di Legnano", che venne disegnato nei primi anni sessanta dall'architetto Luigi Caccia Dominioni.

Il Cotonificio Cantoni è stato uno stabilimento appartenente all'omonima azienda tessile italiana attiva fra il 1830 ed il 2004. Fu il primo cotonificio ad avere la ragione sociale di S.p.A. (1872).

Il primo nucleo della futura azienda è stata una filatura aperta il 2 ottobre 1830 da Camillo Borgomanero. Nel 1855 la Cantoni fu la sola impresa della Lombardia a prendere parte all'Esposizione Universale di Parigi. L'opificio legnanese chiuse l'attività nel 1985.

I padiglioni sono stati demoliti all'inizio del XXI secolo per la realizzazione di un parco pubblico, di un centro commerciale e di abitazioni. Le uniche parti conservate sono le facciate dei padiglioni per la lavorazione dei velluti, inaugurati nel 1931, che si affacciano su corso Sempione. Importanti dal punto di vista storico ed architettonico sono anche l'ex Cotonificio Bernocchi, la Manifattura di Legnano e la palazzina uffici della De Angeli-Frua. Di interesse è anche in nucleo originario delle Officine Meccaniche Franco Tosi, che è stato realizzato a inizio Novecento.

In piazza Monumento (vicino alla stazione ferroviaria) è situata la statua dedicata al Guerriero di Legnano, che è stata inaugurata nel 1900. L'iconografia del monumento è stata in seguito utilizzata come logo dalle biciclette Legnano, dalla squadra di calcio della città, dal Corpo Bandistico Legnanese e dal partito politico Lega Nord.

Il monumento Ai Caduti sul lavoro realizzato da Gianluigi Bennati per l'Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro venne posizionato nel 1984 in Corso Italia a Legnano.

Il monumento a Felice Musazzi, uno dei fondatori della storica compagnia teatrale I Legnanesi si trova invece in via Gilardelli e ritrae il volto della Teresa, il personaggio da lui interpretato, e alcune citazioni celebri dei suoi spettacoli.

Nel 2009 sono state collocate in diversi punti della città alcune opere dell'artista Aligi Sassu. Le statue sono quattro: Cavalli innamorati (in bronzo), Cavallo imbizzarrito (in bronzo), Grande cavallo impennato (in vetroresina) e Nuredduna (in vetroresina).
In origine il Legnanese era caratterizzato dalla crescita spontanea soltanto di cespugli, data la bassa fertilità del terreno (in Lombardia questo tipo di habitat è conosciuto come groana). Nel corso dei secoli, grazie al lavoro di fertilizzazione ad opera dei contadini e alla costruzione di canali artificiali, è stato possibile rendere coltivabile il terreno. Un tempo, infatti, vaste aree erano coltivate e la flora delle zone boscose era composta prevalentemente da farnie, carpini, castagni, noccioli, platani, frassini, querce, pioppi, olmi, aceri ed ontani.

Per l'allevamento dei bachi da seta fu introdotto il gelso anche se oggi, a causa di malattie che falcidiarono la pianta, la specie risulta praticamente scomparsa. Tra il XIX ed il XX secolo fu introdotta la robinia per consolidare le massicciate stradali e ferroviarie[111]. Grazie alla sua rapida velocità di crescita, la pianta risolse anche il problema, soprattutto durante le guerre, della legna da ardere. Oggi questa pianta infestante caratterizza la natura legnanese.

Il più grande parco legnanese è il Parco dei mulini, che occupa una superficie di 500 ettari distribuiti nei comuni di Legnano, Canegrate, San Vittore Olona, Parabiago e Nerviano. Nell'area interessata, lungo il fiume, sorgono ancora oggi sei mulini. Si tratta dei mulini Meraviglia (già Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia (lungo l'Olona, adiacente al Parco comunale del castello di Legnano), De Toffol, Montoli di San Vittore Olona, Galletto di Canegrate ed un altro a valle di Nerviano. L'unico ancora funzionante è il mulino Meraviglia a San Vittore Olona, che è anche il più antico tra quelli che sono giunti sino a noi, dato che sarebbe stato costruito nel XIV secolo.

Parte integrante del Parco dei mulini è il Parco locale del bosco di Legnano o Parco Castello: nato negli anni settanta, è situato accanto al Castello di San Giorgio, al confine con i comuni di Canegrate e San Vittore Olona. Nel periodo della sua costituzione, i rimboschimenti non erano effettuati basandosi su criteri specifici di salvaguardia del paesaggio locale e dunque l'area protetta annovera perlopiù piante non autoctone; per questa ragione, il parco è ricco di conifere. A partire dal 1981 è stato creato all'interno del parco un sistema di laghetti e paludi di circa mezzo ettaro di superficie, che sono alimentati da acque di falda con lo scopo di fornire un ambiente favorevole alla vita di pesci e uccelli acquatici. Tra i pesci sono presenti lucci e carpe, oltre ad altre specie.

Il Parco Alto Milanese è situato a nord del comune al confine con Castellanza e Busto Arsizio. È sorto per la salvaguardia degli aspetti naturali (flora e fauna) e lavorativi (agricoltura e allevamento) tipici della zona in questione. Ha anche funzione di polmone verde per la popolazione. Con i suoi 178 ettari, si tratta della più grande area verde del territorio comunale.

Da segnalare anche il parco Bosco dei Ronchi, che si estende interamente all'interno dei confini cittadini per circa 26 ettari, al cui interno si trova anche il Parco ex-ILA. Istituito nel 1992, è situato nel quartiere Canazza, a est della città. Degno di nota è anche il Bosco 1993, che si trova all'angolo tra via Sabotino e via Massimo D'Azeglio. Tale area verde, che è stata creata 18 dicembre 1994 in conformità alla legge 113/92, ha la particolarità di avere un albero per ognuno dei 469 bambini nati nell'anno 1993.

Nel comune ha sede l'associazione culturale senza fini di lucro Famiglia Legnanese. Uno dei primi e più importanti scopi raggiunti dall'associazione fu quello di ripristinare, a partire dal mese di maggio del 1952, il Palio di Legnano. Infatti, la manifestazione, creata nel 1935, era stata interrotta dopo l'edizione del 1939 a causa degli eventi bellici.

La più antica scuola pubblica a Legnano venne fondata presso la chiesa di Sant'Ambrogio nel 1570 per volere di Carlo Borromeo. Fino alla prima metà del XVIII secolo l'istruzione fu praticata da privati, principalmente religiosi, che la esercitavano su un'esigua minoranza di legnanesi senza dipendere dall'autorità comunale. Era comunque un'istruzione che forniva solamente i rudimenti del sapere, infatti chi avesse voluto approfondire le proprie conoscenze era obbligato a rivolgersi a centri più grandi di Legnano.

La situazione iniziò a mutare nella seconda metà del XVIII secolo con un editto imperiale emanato durante la dominazione austriaca e datato 31 ottobre 1787, che imponeva l'apertura di scuole gratuite in Lombardia. Però, a Legnano, esisteva già, prima di questo editto, una scuola gratuita sorta grazie ad un lascito testamentario del canonico Paolo Gerolamo Monti, datato 15 settembre 1749. Fu organizzata presso la Collegiata di San Magno, ma poteva accogliere solo poche decine di scolari legnanesi.

Il primo intervento dell'Amministrazione comunale legnanese riguardo alla pubblica istruzione è dell'inizio del XIX secolo, quando il governo cittadino affidò a due maestri la gestione di due classi di scolari, una maschile ed una femminile. È però solamente dal 1832 che furono allestiti dei locali ad uso esclusivo della scuola; precedentemente infatti le lezioni si tenevano in ambienti di fortuna. In un documento del 1848 è riportato che il numero di studenti che frequentavano questa scuola, la cui ubicazione era in via Verdi: 470 per la classe maschile e 475 per quella femminile. Nel 1852 suddetta scuola fu trasferita nell'odierno corso Magenta.

Di questi anni è la fondazione dell'istituto privato Barbara Melzi (1854), con l'allestimento della scuola materna e della scuola elementare. Di rilevanza storica è l'edificio che ospita questo istituto, appartenuto all'omonima famiglia nobiliare. Un forte impulso alla pubblica istruzione si ebbe con la promulgazione della legge Casati (1859), a seguito della quale il comune di Legnano affittò dal marchese Cornaggia uno stabile da adibire a sede scolastica permanente. Nel 1896 l'Amministrazione comunale di Legnano acquistò il convento di Sant'Angelo convertendolo in scuole elementari, le odierne Mazzini, riedificate poi nel 1967.

Lo sviluppo più importante della pubblica istruzione a Legnano si ebbe però nel XX secolo, con la fondazione della stragrande maggioranza dei plessi scolastici che sono giunti sino a noi, cioè le scuole elementari, le scuole medie e gli istituti superiori. Del 1904 è la Scuola Tecnica comunale, diventata nel 1963 "Scuola media Franco Tosi". Della prima parte di questo secolo fu la fondazione di istituti tecnici e professionali che si rivolgevano alle future maestranze delle aziende locali. In questa epoca a Legnano era infatti presente la necessità di formare da un punto di vista professionale i futuri impiegati, tecnici e commerciali, e gli operai specializzati. Furono quindi fondati l'Istituto tecnico commerciale "Carlo Dell’Acqua" (1917-1918) e l'Istituto professionale "Antonio Bernocchi" (1917). A quest'ultimo si aggiunse, nel 1959, l'Istituto tecnico industriale, sempre intitolato a Bernocchi. Nel 1943 fu fondato il Liceo scientifico, seguito nel 1960 da quello classico con ginnasio.

Il Teatro Galleria è situato nella Galleria di Legnano, ovvero in un passaggio coperto inserito all'interno di un edificio che collega piazza San Magno con via XXV aprile. Edificata dall'INA, è stata costruita nel 1954 e ristrutturata nel 1991; sorge dove un tempo c'era un monastero, il convento degli Umiliati.

Per quanto riguarda le compagnie teatrali, la città annovera "I Legnanesi", compagnia fondata da Felice Musazzi e Tony Barlocco, che recita commedie in dialetto lombardo occidentale nella variante legnanese. È l'esempio più celebre di teatro en travesti in Italia. Fondata a Legnano nel 1949, è tra le compagnie più note nel panorama teatrale dialettale europeo.

Tra gli eventi annuali tradizionali si segnala: il Palio di Legnano, la manifestazione più importante della Sagra del Carroccio. L'organizzazione della Sagra è gestita dall'amministrazione comunale e dal Collegio dei Capitani delle Contrade e alla Famiglia Legnanese. Prima del Palio si tiene per le strade una sfilata storica che rievoca scrupolosamente usi e costumi del XII secolo. L'evento ha luogo l'ultima domenica di maggio.
La famosa competizione ciclistica Coppa Bernocchi fa parte del "Trittico Lombardo". E' una classica che si svolge in agosto e prevede la partecipazione di atleti provenienti da ogni parte del mondo.




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giovedì 2 aprile 2015

IL PALAZZO MARTINENGO A SALO'

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Il palazzo Martinengo a Barbarano fu costruito su incarico del marchese Sforza Pallavicino capitano della Repubblica di Venezia. Possiede un grande parco con stupende fontane. Il palazzo è proprietà privata, quindi non visitabile.

Questo palazzo in riva al lago è stato costruito circa nel 1560 circa, ed è classificato come monumento nazionale. Questa casa è dotata di bellissimi pavimenti originali, di soffitti alti da sei ai nove metri, grandi saloni e camere da letto, una loggia imponente, con statue, fontane, giardini ornati con magnolie giapponesi e cipressi, e spiagge.

Il grande palazzo ricorda una fortezza, senza ornamenti e funzionale alla sicurezza dei suoi abitanti.
Dalla strada, la facciata si presenta bassa e possente, con il susseguirsi quasi monotono delle finestrature e il torrione squadrato, forse il più antico di tutto l’insieme, privo di caditoie e merlature, ormai inutili alla difesa dopo l’avvento delle armi da fuoco. Più bassa vi è una garitta pensile, dotata di feritoie, sufficiente per le operazioni di avvistamento e per la prima difesa al tempi degli archibugi. Suggestivi sono i due parchi adiacenti il palazzo. Verso oriente troviamo tutte le essenze tipiche del clima mediterraneo, dagli ulivi al lauro, dal leccio al cipresso e, nascosta nel verde, una fontana con al centro la statuta di Diana che sorge da una grande conchiglia. Al di là della strada Gardesana, abbiamo il giardino di cipressi, animato da una monumentale fontana alimentata da una piccola sorgente che, un tempo, serviva per irrigare le piante di aranci e limoni coltivate nelle serre. Visto dal lago, il palazzo presenta la sua struttura complessiva, organizzata su quattro corpi di fabbricati collegati tra loro. All’interno, il salone di rappresentanza, che occupa, in lunghezza, quasi la metà del primo  edificio, si caratterizza per il ricco soffitto a cassettoni, dove si susseguono ampi lacunari quadrati entro i quali sono circoscritti lacunari ottagonali. Alla parete di fondo, troviamo il grande camino in marmo di Rezzato, dove due cariatidi sostengono il potente architrave. Sulla bella galleria con soffitto a travetti, si affacciano varie stanze da letto e la biblioteca, tutte con soffitto a cassettoni, sempre di forma diversa e di rara bellezza. Le tre sale più belle dell’intero complesso sono nella parte che, partendo dalla torre si protende verso il lago. Nella torre vi è la sala da pranzo col soffitto ligneo che ne denota l’origine più antica rispettop al resto. Tutto attorno alle pareti della grande sala che segue corre una fascia affrescata, raffigurante gli animali più strani e mostri marini. Infine, l’ultima sala si affaccia direttamente sul lago.


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giovedì 12 marzo 2015

COTONIFICIO CANTONI

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Il Cotonificio Cantoni (Cantunificiu in dialetto legnanese) è stata un'azienda tessile attiva fra il 1830 ed il 2004. È stata per lungo tempo la maggiore società cotoniera italiana.

Il nucleo originario del Cotonificio Cantoni è stata una filatura aperta il 2 ottobre 1830 a Legnano. Si trattava di un'attività pre-industriale sorta lungo le rive del fiume Olona che era di proprietà di Camillo Borgomanero. Da un documento del 1835 risulta che era socio dell'impresa Costanzo Cantoni. Nella metà del XIX secolo, durante la seconda rivoluzione industriale, l'attività artigianale si trasformò in un'azienda vera e propria.

Nel 1855 la Cantoni fu la sola impresa della Lombardia a prendere parte all'Esposizione Universale di Parigi, mentre nel 1872 la ditta cambiò denominazione in "Società Anonima Cotonificio Cantoni", divenendo così la prima impresa cotoniera italiana a trasformarsi in società per azioni ed a venire quotata alla Borsa di Milano, dove vi rimase fino al 1998. Andrea Ponti ne fu il primo presidente. Anche dopo la quotazione in Borsa il controllo dei cotonifici rimase sotto il controllo della famiglia Cantoni. Infatti, grazie ad un'accorta politica con la restante parte degli azionisti, la famiglia continuò ad avere un controllo assoluto sull'azienda. La famiglia Cantoni possedeva comunque la maggioranza azionaria, dato che Costanzo Cantoni aveva azioni per 1 milione di lire, mentre suo figlio Eugenio per 2 milioni e 750 000 lire a fronte di un capitale totale di 7 milioni di lire. Eugenio Cantoni era la reale guida della società, essendo stato eletto direttore generale. Nel 1877 Eugenio Cantoni si dimise da tale carica in seguito ad una crisi societaria interna ed esterna. Dal 1880 l'azienda tornò a crescere dopo un periodo di crisi. Nel 1887 in Italia furono istituite delle tariffe doganali e queste misure protezioniste, pensate principalmente per le piccole aziende, portarono benefici anche alla Cantoni. Lo sviluppo del cotonificio continuò anche negli anni di crisi del settore cotoniero italiano, che avvenne tra il 1891 ed il 1893. Tale crescita fu dovuta principalmente al fatto che l'azienda avesse rivolto l'attenzione anche all'esportazione.

La massima espansione del cotonificio si ebbe all'inizio del XX secolo. Nel periodo compreso tra il 1906 e il 1907 il Cotonificio Cantoni fu una delle aziende italiane ad avere l'aumento di capitale più cospicuo. Alla fine del primo decennio del XX secolo il Cotonificio Cantoni raggiunse i 1.500 operai ed i 1.350 telai. Nel 1908 iniziò l'edificazione delle prime case operaie. Gli edifici furono costruiti in via Pontida a Legnano. Furono inoltre realizzate delle scuole elementari riconosciute dallo Stato italiano che erano destinate alla prole dei lavoratori. La famiglia Cantoni abbandonò il Consiglio di amministrazione del cotonificio nel 1910 con le dimissioni di Costanzo Cantoni, figlio di Eugenio e quindi nipote dell'omonimo cofondatore dell'azienda. Nel 1912 l'azienda toccò un picco produttivo registrando una differenza, nei confronti dell'anno precedente, di un milione e mezzo di chili di tessuti.

Durante la prima guerra mondiale il cotonificio era in difficoltà per il blocco delle materie prime, che provenivano principalmente dalla Germania. Durante il conflitto l'azienda convertì i suoi impianti alla produzione di forniture belliche. Dopo la fine della guerra furono realizzate altre abitazioni. Fino al 1925 il cotonificio fabbricò a Legnano 114 abitazioni tra via Pontida, via Volta, Galvani e via Monte Grappa. In via Galvani, nel 1928, furono realizzate una palestra ed una scuola materna. Vicino a queste ultime fu costruito il dopolavoro.

Anche allo scoppio della seconda guerra mondiale (1940) l'azienda fu costretta a destinare gli impianti alla produzione bellica. Come per il primo conflitto mondiale, la Cantoni fu in difficoltà per l'approvvigionamento di materie prime. Nonostante gli eventi bellici, il cotonificio continuò comunque a crescere anche durante questo decennio.

L'espansione proseguì fino al 1951, quando fu registrato un periodo di flessione che spinse l'azienda a investire. La tendenza fu poi ancora positiva a partire dal 1954. Negli anni sessanta iniziò la decadenza dovuta alla progressiva industrializzazione dei paesi in via di sviluppo. La profonda crisi continuò e si acuì negli anni settanta. Nel 1981 l'indebitamento del Cotonificio Cantoni toccò i 160 miliardi di lire. All'inizio degli anni ottanta la società proprietaria dell'azienda era la Montedison. In seguito, nel 1984, la maggioranza azionaria del cotonificio fu acquisita da Fabio Inghirami. La Cantoni avviò quindi un progetto di risanamento ma le operazioni non raggiunsero i risultati sperati. Ciò portò ad una situazione finanziaria insostenibile che causò la chiusura graduale di tutti gli stabilimenti. L'ultima fabbrica a terminare le attività fu quella legnanese del quartiere Olmina, che chiuse i battenti nel 2004.

Agli albori della storia dello stabilimento di Legnano la forza motrice che azionava i macchinari derivava dal fiume Olona. All'epoca per aprire una nuova attività che sfruttasse le correnti del corso d'acqua oppure per installare una nuova ruota idraulica, occorreva chiedere un permesso preventivo all'"Amministrazione del fiume Olona". In caso di permesso accordato, si doveva versare una somma di denaro all'ente citato. L'attività di filatura del futuro cotonificio Cantoni sfruttava i mulini ad acqua già esistenti sul fiume. Infatti, grazie ad essi, la Cantoni e le altre attività sorte lungo il fiume ricavano l'energia necessaria per far muovere i macchinari. Per renderli adatti allo scopo, la Cantoni modificò opportunamente questi impianti molinatori, che originariamente erano destinati alla macinazione dei prodotti agricoli. Borgomenero e Cantoni, agli albori della storia del cotonificio, acquistarono diversi mulini. Come preludio alla fondazione della Cantoni, Camillo Borgomanero acquistò nel 1819 il mulino Isacco (già della famiglia Lampugnani) e nel 1828 il mulino Melzi. Il collaudo dei primi impianti del futuro cotonificio avvenne il 2 ottobre 1830. Costanzo Cantoni acquisì invece il mulino Cornaggia-Medici nel 1841, a cui ne seguirono altri. In un documento del 27 marzo 1847 si può leggere: "Il Sig. Cantoni Proprietario di due mulini uniti posti sull'Olona, il primo detto del Pomponio in mappa al n. 1632. Fu venduto dal nobile Sig. marchese Cornaggia venduto nell'anno 1831 alla ditta Bazzoni & Sperati, ed indi nel 1841 acquistato dal Sig. Cantoni". Questi impianti molinatori erano molto antichi. Ad esempio, il mulino acquistato nel 1828 da Camillo Borgomanero apparteneva ai Melzi fin dal 1162. Per quanto riguarda la produzione, dai 500 fusi del 1836 il cotonificio passò ai 1.760 del 1838. Grazie ad un successivo miglioramento degli impianti, nel 1845 si ebbe un ulteriore incremento del numero di fusi per la filatura, che arrivò infatti a 3.546. Tra il 1820 ed il 1830 vennero eseguite le prime modifiche all'alveo dell'Olona.

Nel 1860 fu realizzata un'officina per falegnami e per meccanici. Nel 1862 il cotonificio prese possesso di 30 pertiche di terreno libero e di altri due mulini appartenenti alla Mensa Arcivescovile di Milano che sorgevano lungo l'odierna via Pontida. Per incrementare la forza motrice tratta dal fiume, nel 1860 iniziarono alcuni interventi sull'Olona nel tratto che attraversava la parte settentrionale del cotonificio. Fu infatti rettificato il corso del fiume con lo scavo di un nuovo alveo - pressoché rettilineo - che portò all'eliminazione delle anse naturali del corso d'acqua. Nel 1890 vennero realizzati analoghi lavori sul tratto meridionale.

Venne anche costruito un canale artificiale (il canale Cantoni, ultimato nel 1868) ad uso dello stabilimento. È di questo periodo la demolizione degli antichi mulini che sorgevano sulle rive dell'Olona. Questi ultimi furono infatti sostituiti da impianti più moderni che utilizzavano ruote idrauliche più efficienti.

Nel 1874 il cotonificio Cantoni prese possesso di un'area situata tra l'Olonella e il canale Cantoni dove sorgeva anche una tintoria appartenente ai fratelli Moranti. La Cantoni di questi anni, come risulta da un documento del 1876 conservato presso l'Archivio del Comune di Legnano, era, tra le industrie legnanesi, la principale per organizzazione e tecnologia. Tra le aziende tessili legnanesi, solo la Cantoni univa la filatura alla tessitura comprendendo un notevole numero di telai meccanici azionati, oltre che dalla forza idraulica originata dal fiume Olona, anche dall'energia prodotta dalle macchine a vapore. In questi anni l'azienda fece investimenti per il potenziamento dello stabilimento; fu edificata una nuova ala per la filatura (1882) e venne impiantata una nuova motrice a vapore che sostituiva le due precedenti con un cospicuo risparmio di carbone (1888). Furono inoltre costruiti diversi nuovi ponti sull'Olonella, sul canale Cantoni e sull'alveo originale dell'Olona (ora abbandonato). Nel 1885 furono coperti circa 50 metri dell'Olona per l'ingrandimento dei reparti di tintoria dei tessuti (sponda sinistra) e dei velluti (sponda destra).

Nel 1896 dalla contessa Barbara Melzi diede in affitto al Cotonificio Cantoni (per un periodo di 25 anni) un vasto terreno concedendo nel contempo il permesso di rettificare l'alveo del fiume dell'Olona anche nel tratto che attraversava le sue proprietà. Negli anni successivi furono prese in possesso altre aree che fecero arrivare la superficie dello stabilimento vicina alle dimensioni massime raggiunte nel XX secolo. Nel 1899 il cotonificio realizzò un grande serbatoio d'acqua vicino all'area del mulino acquistato nel 1841 e poi demolito, ovvero tra l'alveo originale dell'Olona e la strada del Sempione.

L'aspetto definitivo del cotonificio fu raggiunto all'inizio del XX secolo. Nei decenni successivi, infatti, non ci furono cambiamenti sostanziali nella struttura globale dello stabilimento. Il cotonificio fu elettrificato nel 1902. L'energia era fornita dalla Società Lombarda per un totale di potenza erogata di 3500 kW. In questi anni il reparto di filatura fu trasferito nello stabilimento di Castellanza. A Legnano rimasero la tessitura e la tintoria. Nel 1904 furono edificati nuovi capannoni sui terreni ancora liberi. Nello specifico, furono realizzati un padiglione per la fase di finitura dei tessuti, un magazzino per i tessuti grezzi ed un'officina.

Nel 1907 diventò direttore Carlo Jucker. Durante la sua direzione furono compiuti cospicui investimenti nello stabilimento. Tra il 1907 e il 1908 fu realizzato un nuovo capannone per la tessitura in mattoni a vista, all'interno del quale vennero sistemati circa mille nuovi telai, 240 dei quali di tipo Jacquard. Di questo periodo è anche l'ingrandimento dei capannoni contenenti gli impianti di confezionamento e di finissaggio, oltre che l'inaugurazione dei reparti di tagliatura dei velluti e delle garze. Fu poi costruito un nuovo reparto di candeggio con impianti all'avanguardia e fu modernizzato il settore di finissaggio.

Nel 1917 una devastante inondazione dell'Olona provocò gravi danni allo stabilimento. Pertanto, finita la guerra, furono costruiti nuovi argini e l'Olona fu incanalato. Il fiume, sebbene fosse già molto inquinato, non era ancora stato coperto. In questi anni una villa della prima metà del XIX secolo adiacente all'ingresso del cotonificio (già di proprietà di una famiglia nobiliare della zona, i Prandoni), diventò la nuova sede degli uffici della direzione tecnica. Tra il 1919 ed il 1923 il cotonificio investì nell'aggiornamento di alcuni impianti e nell'acquisto di nuovi telai. Tra il 1925 ed il secondo dopoguerra, l'Olona venne coperto.

Nel 1931 furono inaugurati i nuovi padiglioni per la lavorazione dei velluti. Gli edifici diventarono i più importanti del cotonificio da un punto di vista architettonico. Le facciate di queste costruzioni sono l'unica parte del cotonificio che è stata risparmiata dalle demolizioni del XXI secolo. Sono rimasti anche gli alberi del piazzale d'ingresso, alcuni dei quali risalgono all'inizio del XX secolo. È di questi anni (1927) la demolizione della quattrocentesca casa signorile appartenuta ai Lampugnani. Tale abbattimento fu realizzato per poter permettere l'ingrandimento dello stabilimento. Il palazzo fu poi riedificato in un altro luogo dal Comune di Legnano utilizzando alcune parti originali e destinandolo a museo civico della città.

Nel 1936 fu inaugurata una nuova centrale termoelettrica che comprendeva tre gruppi di alternatori eroganti una potenza complessiva di 12.300 kW. Nel 1941 e nel 1943 furono invece inaugurati due nuovi nuovo padiglioni per la tintoria e nel 1943 fu terminato il capannone per la mercerizzazione. Nell'agosto 1943 alcuni bombardieri britannici diretti a Milano colpirono per sbaglio Legnano causando una decina di morti: alcune bombe finirono anche sul cotonificio Cantoni (due sono state rinvenute e fatte brillare nel 2008).

Nel dopoguerra lo storico stabilimento legnanese seguì le sorti dell'azienda. Nel 1984 la Cantoni fu acquistata da Fabio Inghirami. La nuova proprietà chiuse il reparto di filatura della storica fabbrica legnanese e tentò di indirizzare la produzione verso tessuti più ricercati. Nonostante questo tentativo di salvare l'azienda, lo stabilimento chiuse nel 1985.

Da quell'anno l'ex sito produttivo venne abbandonato a sé stesso e cominciò ad essere occupato da clandestini ed a venire frequentato da spacciatori di droga. Nel corso degli anni si susseguirono vari progetti di recupero ed alla fine l'area è stata riqualificata. I padiglioni sono stati demoliti nel 2003 per la realizzazione di un parco pubblico, di un centro commerciale (la "Galleria Cantoni") e di una zona residenziale. Tra il 1989 e il 1991, una vasta area dell'ex Cotonificio nel comune di Castellanza è stata riqualificata dall'Unione degli Industriali della provincia di Varese (UNIVA), su progetto dell'architetto Aldo Rossi, creando la sede dell'Università Liuc. Per ordine della Soprintendenza ai Beni Culturali ed al Paesaggio di Milano, le due facciate più importanti architettonicamente, ovvero quelle del reparto velluti del 1931 affacciate su corso Sempione, sono state conservate e sono parte integrante dei nuovi edifici commerciali. Il resto del complesso, compresi altri edifici architettonicamente interessanti, sono stati demoliti.

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venerdì 20 febbraio 2015

UNO SGUARDO A BRERA

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La Pinacoteca di Brera è una galleria nazionale d'arte antica e moderna, collocata nell'omonimo palazzo di Milano.

Il museo espone una delle più celebri raccolte in Italia di pittura, specializzata in pittura veneta e lombarda, con importanti pezzi di altre scuole. Inoltre, grazie a donazioni, propone un percorso espositivo che spazia dalla preistoria all'arte contemporanea, con capolavori di artisti del XX secolo.

La Pinacoteca ha sede nel grande palazzo di Brera, che ospita anche altre istituzioni: la Biblioteca Nazionale Braidense, l'osservatorio di Brera, l'Orto Botanico, l'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e l'Accademia di Belle Arti. L'edificio era stato costruito nell'antica, incolta terra "braida" (o "breda", parola che nella bassa latinità aveva il significato di campo suburbano), da cui presero il nome Brera tanto il palazzo quanto il quartiere. Il palazzo si apre su un cortile circondato da un elegante porticato su due piani, al cui centro è situato il Monumento a Napoleone I ideato da Antonio Canova.

Sorge su un antico convento dell'ordine degli Umiliati, una delle più potenti associazioni religiose ed economiche del tardo Medioevo milanese. Fu nel 1571 che, con bolla pontificia di papa Pio V, si abolì l'ordine degli Umiliati, storici fabbricanti di lana, assegnando così l'antica prepositura di Brera alle "attente mani" dei Gesuiti, che ne fecero un importante centro di studi, dandogli il nome di Università. Si impose allora la necessità di costruire un nuovo e più ampio edificio, i cui lavori iniziarono nel 1591 e vennero affidati nel 1615 ad un grande architetto del tempo in Lombardia: Francesco Maria Richini. Nel 1630, però, a causa della pestilenza i lavori cominciarono a rallentare e il progetto venne approvato solo nel 1691.

L'opera proseguì, passando al figlio dello stesso architetto, a Gerolamo Quadrio e a Pietro Giorgio Rossone. Soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773, l'edificio finì nelle mani del governo austriaco e venne completato nel 1776 da Giuseppe Piermarini. Divenuto "Reale Palazzo", Maria Teresa d'Austria lo adibì a sede delle Scuole Palatine e, oltre a mantenervi le scuole già aperte dai Gesuiti, vi collocò la biblioteca e decise di ampliare l'Orto Botanico. Fondò inoltre nel 1776 l'Accademia, dotandola di un contributo annuo di 10.000 lire provenienti dai soppressi beni ecclesiastici.
Primo segretario dell'istituto fu l'erudito abate Albuzio.

Due anni dopo fu sostituito da Carlo Bianconi, che per un ventennio si prodigò a sviluppare l'istituzione e la scarsa dotazione iniziale. Anime della nuova istituzione furono però l'architetto Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli, e il decoratore ticinese, formatosi nell'Accademia di Parma, Giocondo Albertolli. Scopo manifesto era la creazione di maestranze che sapessero far fronte al nuovo ruolo assunto da Milano con la nomina dell'arciduca Ferdinando a capitano generale dello stato. Dopo secoli, in città tornava una corte degna di questo nome e si rendevano necessari interventi edilizi radicali, con la costruzione di palazzi pubblici e privati. Primo banco di prova di maestri e allievi dell'Accademia fu la costruzione a Monza della residenza estiva dell'arciduca, nota oggi come Villa Reale.

Le cose cambiarono radicalmente dopo la campagna d'Italia di Napoleone (1796) e il definitivo affermarsi della dominazione francese. Nel 1801 venne nominato segretario Giuseppe Bossi, già allievo dell'Accademia, che si impegnò ad arricchire con gessi e libri la dotazione didattica e dal 1805 organizzò mostre pubbliche.

Nel periodo napoleonico numerose chiese e monasteri vennero soppressi e i loro beni requisiti. Le opere migliori vennero spedite a Parigi mentre con quelle restanti si decise di costituire nelle principali città del regno una pinacoteca; sorsero così le grandi Gallerie di Venezia, Bologna e Milano. La pinacoteca di Milano doveva svolgere il compito di compendio della produzione artistica del Regno d'Italia.

Andrea Appiani venne nominato Commissario per le Belle Arti nel 1805 e a Brera cominciarono ad affluire da ogni parte dipinti dalle chiese soppresse. Intanto nel 1806 Giuseppe Bossi inaugurava il primo museo dell'Accademia, di impronta spiccatamente didattica. Nel 1808 si decise di tramezzare l'antica chiesa di Santa Maria in Brera in due piani per realizzare i "Saloni Napoleonici" destinati a ospitare le gallerie del regno. Il 15 agosto 1809, giorno genetliaco di Napoleone, vennero inaugurate le tre sale, dominate dal grande gesso di Napoleone come Marte pacificatore di Antonio Canova. Si trattò di un evento temporaneo legato all'occasione (erano esposti solo 139 dipinti) e l'effettiva apertura delle gallerie delle statue e delle pitture ebbe luogo il 20 aprile 1810. Negli anni seguenti continuarono ad affluire dipinti, soprattutto nel 1811 e 1812, in particolare dalla collezione dell'arcivescovo Monti di Milano. Nel 1813 arrivarono dal Louvre di Parigi le opere di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Pieter Paul Rubens ed Antoon Van Dyck.

Alla caduta del governo napoleonico nel 1814, il Congresso di Vienna sancì la restituzione dei beni sottratti ai proprietari originari, e anche la pinacoteca dovette cedere alcune opere. Essa continuò comunque ad arricchirsi di donazioni (lascito Oggioni) e nel 1882 venne separata dall'Accademia. Si trattò di una divisione assai laboriosa, che ebbe termine solo un decennio dopo, e che fu causa di molti equivoci.

Nel 1926 venne creata l'Associazione degli Amici di Brera grazie alla quale vennero acquistati diversi capolavori tra cui la Cena in Emmaus di Caravaggio.

Il sopraggiungere della guerra del 1914-1918 costrinse a far emigrare per ragioni di sicurezza la collezione a Roma e, al suo rientro, la Pinacoteca fu riallestita sotto la direzione di Ettore Modigliani.

Durante la seconda guerra mondiale le opere della Pinacoteca vennero messe al sicuro dalla direttrice Fernanda Wittgens, mentre il palazzo subì seri danni a causa dei bombardamenti del 1943 (crollo delle volte in trenta delle trentotto sale). La Pinacoteca iniziò la sua lenta resurrezione dalle rovine nel febbraio 1946 grazie ai grandi finanziamenti di alcune storiche famiglie milanesi, tra cui la famiglia Bernocchi, e all'opera del progettista architetto Piero Portaluppi e della soprintendente Fernanda Wittgens. Tra le principali acquisizioni va menzionato il ciclo di dipinti staccati dell'oratorio di Mocchirolo (XIV secolo).

Nel 1974 il soprintendente Franco Russoli ne decise la chiusura, lanciando al tempo stesso provocatoriamente, di fronte alle grandi difficoltà del momento, il progetto della "Grande Brera", che avrebbe dovuto comprendere anche l'attiguo palazzo Citterio, e che a distanza di alcuni decenni stenta ancora a trovare attuazione. Intanto il percorso di visita è stato rivisto e attualizzato, comprendendo anche opere d'arte contemporanea (collezioni Jesi e Vitali). Un progetto dell'architetto Mario Bellini ha ripreso nel 2009 la speranza di Franco Russoli di realizzare un museo moderno di rango internazionale.

L'assenza di un vero e proprio spazio da adibire alle mostre temporanee porta la Pinacoteca a sviluppare dal 2001 il progetto “Brera Mai Vista”. Questo presenta ogni tre mesi piccole esposizioni di poche opere, solitamente provenienti dai depositi del museo, che per l'occasione vengono restaurate e corredate da un breve catalogo che ne illustra la storia e la vicenda critica. Nel 2011 “Brera Mai Vista” conta più di 20 mostre[2] con opere di Francesco Hayez, Francesco Londonio, Giovanni Boccati, Giovanni Agostino da Lodi e Marco d'Oggiono, Giovanni Martino Spanzotti, Benozzo Gozzoli, il Maestro di Ercole e Girolamo Visconti, Francesco Casella, Giuseppe Molteni, il Genovesino, Francesco Menzocchi, Alberto Sotio, Lucio Fontana, il Maestro dei dodici apostoli, Bernardino Luini, Giovanni Boldini, Pietro Orioli, il Bergognone, Giovanni Contarini, Mario Sironi.

Nel 2004 la Pinacoteca avvia la sperimentazione del progetto "A Brera anch'io. Il museo come terreno di dialogo interculturale", che dal 2006 rientra nella programmazione educativa ordinaria dedicata alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Milano e provincia.

Nel 2009 la Pinacoteca di Brera festeggia i duecento anni dalla sua fondazione con una serie d'eventi, mostre e convegni. Le esposizioni sono dedicate ai capolavori della Pinacoteca e ai loro restauri ('Caravaggio ospita Caravaggio', 'Raffaello. Lo Sposalizio della Vergine Restaurato', 'Il ritorno di Napoleone') o alla ricostruzione di alcuni nuclei di dipinti giunti nel 1809 a Brera e poi dispersi ('Crivelli e Brera', 'La Sala dei Paesaggi', 'Il Gabinetto di Autoritratti di Giuseppe Bossi'). Il 15 agosto 2009, a duecento anni esatti dall'inaugurazione, la Pinacoteca apre gratuitamente al pubblico, registrando il numero record di circa 12.000 visitatori. 

Se si esclude la presenza (dal 2009) del grande gesso di Antonio Canova raffigurante Napoleone in veste di Marte e alcune opere della Donazione Jesi e del Lascito Vitali, la Pinacoteca di Brera è un museo dedicato esclusivamente alla pittura.

Il percorso di Brera si apre con la Galleria dedicata a due grandi cicli ad affresco. Il primo è costituito dagli Uomini d'Arme e dai Filosofi antichi di Donato Bramante (unica testimonianza pittorica dell'architetto, assieme al Cristo alla Colonna, sempre a Brera e agli affreschi a lui attribuiti a Bergamo), eseguiti dal maestro intorno al 1487-1488 per la casa milanese di Gaspare Visconti poi Casa Panigarola.

Il secondo ciclo, più vasto, fu eseguito da Bernardino Luini verso i primi del Cinquecento per Villa Pelucca di Gerolamo Rabia, e raffigura episodi dell'Antico Testamento e scene mitologiche dalle Metamorfosi di Ovidio.

A questo grande corridoio è collegata la sala 1A, con gli affreschi dell'ultimo quarto del XIV secolo staccati dall'Oratorio di Mocchirolo.

L'itinerario della pittura gotica si apre a Brera con la piccola sala (Ia) dedicata agli affreschi provenienti dall'Oratorio di Mocchirolo (Lentate), giunti in Pinacoteca nel 1949, ed eseguiti da un Anonimo Maestro formatosi probabilmente a seguito del soggiorno milanese di Giotto (1335-36). Seguono le quattro sale (II, III, IV, V) che testimoniano l'evoluzione della pittura dal tardo Duecento alla metà del Quattrocento attraverso le opere di Bernardo Daddi, Ambrogio Lorenzetti, Giovanni da Milano, Lorenzo Veneziano, Andrea di Bartolo, Spinello Aretino, con due tavole recentemente acquisite. Alle origini del Rinascimento si pongono il grandioso Polittico di Valle Romita, fondamentale opera di Gentile da Fabriano databile al 1410-12, l'Adorazione dei Magi di Stefano da Verona, la Madonna col Bambino di Jacopo Bellini e il Polittico di Praglia di Antonio Vivarini e Giovanni d'Alema.

Le sale V, VII e i primi tre saloni napoleonici sono dedicati allo sviluppo di due secoli di pittura veneta. Particolarmente documentata è la vicenda pittorica di Andrea Mantegna attraverso alcuni dei suoi capolavori più noti: dal giovanile Polittico di San Luca, alla Madonna col Bambino e un coro di cherubini, dalla Pala di San Bernardino, fino al celeberrimo Cristo morto, opera citata tra i beni dell'artista alla sua morte (1506) ed eseguito probabilmente intorno agli anni settanta del Quattrocento. Altrettanto noti sono i capolavori di Giovanni Bellini (Pietà di Brera, la Madonna greca e Madonna col Bambino, firmata e datata 1510), Cima da Conegliano e Vittore Carpaccio, con due cicli dedicati alla Vergine e a santo Stefano.

Il primo salone napoleonico è dominato dai grandi teleri narrativi di Gentile e Giovanni Bellini (Predica di san Marco ad Alessandria d'Egitto), di Michele da Verona (Crocifissione del 1501) e dalle opere di Francesco Bonsignori, Cima da Conegliano e Bartolomeo Montagna.

La Sala IX espone le tele di Lorenzo Lotto e dei tre protagonisti della pittura a Venezia nel Cinquecento, con capolavori di Tiziano (San Girolamo penitente), Tintoretto (Ritrovamento del corpo di san Marco) e Veronese (Cena in casa di Simone). Nell'orbita ancora veneta, tra Bergamo, Brescia e Verona, si collocano gli esempi di Romanino, Moretto e Savoldo, con la grande Pala di San Domenico di Pesaro del 1524, nonché le opere di Bonifacio Veronese e Paris Bordon.

L'ultimo Salone napoleonico (Sala XV) espone dipinti e affreschi che ripercorrono le vicende dell'arte lombarda tra Quattro e Cinquecento, a partire dalle opere di Vincenzo Foppa con gli affreschi dalla Chiesa di Santa Maria in Brera e il più tardo polittico bergamasco. L'arrivo di Leonardo a Milano (1482) e del suo nuovo linguaggio pittorico influenza l'anonimo maestro della Pala Sforzesca e più direttamente Marco d'Oggiono (Pala dei Tre Arcangeli) e Gaudenzio Ferrari. Domina la grande Crocifissione di Bartolomeo Suardi detto Bramantino, autore anche della piccola Madonna Trivulzio e dell'affresco staccato raffigurante la Madonna in trono tra due angeli.

Un più ampio sguardo sulla pittura leonardesca è offerto dalla saletta XIX che presenta importanti opere di Bernardino Luini (Scherno di Cam e Madonna del Roseto), Bernardo Zenale (Pala Busti) e una selezione di ritratti e Madonne dei più stretti allievi di Leonardo come Giovanni Antonio Boltraffio, Giovanni Ambrogio de' Predis, Cesare da Sesto, Andrea Solario, Francesco Napoletano e Giampietrino.

La Sala XVIII (che ospita anche il Laboratorio di Restauro della Pinacoteca) accoglie pitture di artisti cremonesi e lodigiani, come le opere dei fratelli Campi, tra cui le quattro celebri tele di genere di Vincenzo Campi, Camillo Boccaccino, Callisto Piazza, Altobello Melone e il piccolo ritratto di Sofonisba Anguissola.

La Sala XX, dedicata alla prima scuola ferrarese, presenta lo stile eccentrico e stravagante di Cosmé Tura (Cristo crocifisso) e Francesco del Cossa, con due importanti tavole provenienti dal grande polittico da lui eseguito per i Griffoni a Bologna (ora diviso tra le gallerie di Washington, Londra e la Pinacoteca Vaticana): San Giovanni Battista e San Pietro.

L'area marchigiana, cui è dedicata la sala seguente (XXI), rivela un mondo apparentemente resistente alle novità dei grandi centri del Rinascimento (Firenze, Roma, Venezia), dove domina ancora la pala d'altare a più scomparti e l'adozione del fondo oro. Qui dal 1468 opera Carlo Crivelli, pittore veneto che pur adottando schemi convenzionali riesce ad esprimersi in uno stile originalissimo e riconoscibile: Brera ospita alcuni dei suoi capolavori come il Trittico di Camerino o la Madonna della Candeletta.

L'itinerario della pittura ferrarese riprende nella Sala XXII con la monumentale Pala Portuense di Ercole de' Roberti, capolavoro dell'artista e tra le opere più rilevanti del museo, e con i protagonisti della pittura romagnola ed emiliana: Garofalo, Dosso Dossi, Marco Palmezzano. I depositi "a vista" del museo occupano lo spazio della Sala XXIII dove sono esposti due rare opere giovanili del Correggio (Natività e Adorazione dei Magi) e la grande Annunciazione di Francesco Francia, proveniente da Bologna.

Il cuore della pinacoteca (Sala XXIV) è dedicato alla cultura figurativa di Urbino e ai suoi tre principali protagonisti: Piero della Francesca, Raffaello e Bramante. La Pala Montefeltro (o Pala di Brera) è l'ultima opera nota di Piero della Francesca, principale innovatore della pittura del Rinascimento in Italia. Eseguita per Federico da Montefeltro tra il 1472 e il 1474, è una delle più compiute manifestazioni dell'arte di Piero.

Altra icona del museo è lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, firmato e datato 1504. Capolavoro dell'attività giovanile del pittore di Urbino, costituisce uno dei principali esempi del rapporto intercorso tra Raffaello e Pietro Perugino, dal cui analogo Sposalizio (ora a Caen, Musée des Beaux-Arts) l'opera di Brera è tratta. La tavola e la sua cornice neoclassica sono state restaurate nel 2009.

Chiude la sala il Cristo alla colonna di Donato Bramante, proveniente dall'Abbazia di Chiaravalle, unica testimonianza di pittura su tavola dell'architetto urbinate.

Nella Sala XXVII sono esposte le opere di Gerolamo Genga, Timoteo Viti e Salviati e dei primi protagonisti della Maniera romana e fiorentina come Agnolo Bronzino (Ritratto di Andrea Doria nelle vesti di Nettuno) e Perino del Vaga. Provenienti in gran parte dalla prestigiosa collezione bolognese Sampieri, la Sala XXVIII espone i capiscuola dell'arte emiliana e del classicismo con le due tele di Annibale (Samaritana al Pozzo) e Ludovico Caracci (Cristo e la Donna di Cana), i Santi Pietro e Paolo di Guido Reni, Guercino e di soggetto profano la Danza degli amorini di Francesco Albani e la Cleopatra di Guido Cagnacci. Apre la sala la straordinaria tela con il Martirio di San Vitale di Federico Barocci.
Assieme alla Canestra di frutta della Pinacoteca Ambrosiana, la Cena in Emmaus è l'altra opera visibile a Milano di Caravaggio. La tela, opera estrema del Merisi e radicalmente diversa dalla versione precedente elaborata dal pittore ora alla National Gallery di Londra, giunse a Brera nel 1939 dalla collezione romana Patrizi per acquisto della Associazione Amici di Brera. La sala XXIX espone i principali seguaci ed interpreti dello stile caravaggesco: Orazio Gentileschi, Jusepe de Ribera, Battistello Caracciolo, Mattia Preti, Luca Giordano e Bernardo Cavallino.

Seguono i maestri del Seicento lombardo, variamente legati al potente cardinalato di Federico Borromeo come il Cerano, Giulio Cesare Procaccini, Morazzone (che collaborano tutti e tre insieme nel cosiddetto Quadro delle Tre Mani), Francesco del Cairo, Tanzio da Varallo e Daniele Crespi, esponenti di una pittura fortemente naturalistica e dalle forti connotazioni religiose.

Fin dalla sua origine la Pinacoteca nacque con l'idea di accogliere tutte le scuole pittoriche: così assieme ai maestri della scuola genovese del Seicento come Gioacchino Assereto e Orazio de Ferrari e alle nature morte di Evaristo Baschenis, Brera espone un cospicuo gruppo di autori stranieri (Sale XXXII e XXXIII): Pieter Paul Rubens, autore della grande Ultima Cena, Antoon van Dyck (Ritratto di Dama e Madonna con Sant'Antonio da Padova), ma anche pittori fiamminghi del Cinquecento come Jan de Beer. Due ritratti di Joshua Reynolds e Anton Raphael Mengs sono esposti nel corridoio tra le sale XXXV e XXXVI.

Le grandi tele della scuola tardo barocca e neoclassica giunsero a Brera tra Sette e Ottocento, quando la Pinacoteca era ancora congiunta all'Accademia di Belle Arti: figurano qui le opere di Solimena, Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Pompeo Batoni, Pierre Subleyras. La Sala XXXIV è dominata dalla grande tela di Giambattista Tiepolo con la Madonna del Carmelo tra profeti e le anime del Purgatorio.

Particolarmente interessanti sono le Sale XXXV e XXXVI, disegnate da Piero Portaluppi in stile neoclassico che accolgono nei due ambienti le vedute di Bernardo Bellotto e Canaletto, le tele di Pietro Longhi e Piazzetta, e i maestri della "pittura della realtà" lombarda, con i ritratti di Fra' Galgario e del Pitocchetto.

Particolarmente documentata a Brera è la pittura italiana dell'Ottocento nelle sue diverse sfumature. Al centro della sala campeggia la grande Fiumana di Giuseppe Pellizza da Volpedo, versione preliminare del celebre Quarto Stato (Milano, Museo del Novecento). I capolavori di Francesco Hayez, già professore di disegno presso la stessa Accademia, sono raccolti nella parete laterale, tra cui il celebre Bacio, una delle opere più note dell'artista, e il Ritratto di Alessandro Manzoni. Le opere di Giuseppe Bossi e Andrea Appiani (Carro del Sole), primo pittore dell'Italia napoleonica, testimoniano il gusto neoclassico a Milano. Dal 2010 il neoclassico è rappresentato anche dalla scultura di Luigi Antonio Acquisti, Atalanta.

Chiudono il percorso i pittori Macchiaioli come Giovanni Fattori (Il carro rosso) e Silvestro Lega (Il pergolato), oltre alle opere di Giovanni Segantini e Gaetano Previati, tra divisionismo e simbolismo.

La sala X, progettata nel 1949 da Franco Albini, ospita le opere del Novecento della Donazione Jesi tra cui la Rissa in galleria, l'Autoritratto e La città che sale di Umberto Boccioni, numerose opere di Mario Sironi, Giorgio Morandi, Carlo Carrà, Filippo De Pisis, sculture di Arturo Martini, Giacomo Manzù, Marino Marini e la grande Testa di toro di Pablo Picasso.

Più eterogenea è la selezione del Lascito Vitali, acquisita dalla Pinacoteca nel 2000. Questa comprende una sezione archeologica, con vasi e statuette databili tra il 4000 a.C. e il V secolo d.C., tra cui il ritratto femminile (arte dell'Egitto romano, 160 d.C. circa), e una moderna con opere di Alessandro Magnasco fino a Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Giorgio Morandi e Amedeo Modigliani (L'enfant gras).

Più di recente la Pinacoteca ha acquistato un bronzetto bianco di Giacometti, la grande Ofelia di Arturo Martini e il fondo di cento autoritratti d'artista dalla collezione di Cesare Zavattini.

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