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giovedì 19 marzo 2015

IL MUSEO DELLA BASILICA DI GANDINO

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Il Museo della Basilica di Santa Maria Assunta di Gandino (Bergamo), allestito nel Palazzo del Vicario (XVI secolo), è stato inaugurato il 15 dicembre 1929, per volere di mons. Giovanni Bonzi per conservare, valorizzare e promuovere la conoscenza del patrimonio storico-artistico proveniente dalla Basilica di Santa Maria Assunta e dal territorio gandinese.
Il Museo, destinato a raccogliere le opere d'arte e la suppellettile liturgica della parrocchiale, venne ideato dal prevosto mons. Giovanni Bonzi e sollecitato da mons. Angelo Giuseppe Roncalli in occasione delle sue visite a Gandino.
La sede fu individuata nel Palazzo del Vicario (XVI secolo), situato vicino alla Basilica, venne inaugurata il 15 dicembre 1929.
Nel 1963 il palazzo, non più sufficiente per raccogliere tutte le opere che la Parrocchia lungo i decenni aveva raccolto, venne ristrutturato ed ampliato.
Successivamente, tra il 1985 e il 1988, venne aumentato lo spazio espositivo, utilizzando un altro antico edificio limitrofo, per accogliere le nuove sezioni dedicate ai presepi e all'archeologia tessile.

Il museo di arte sacra della basilica di Gandino raccoglie moltissime testimonianze artistiche provenienti dalla vicina Basilica di Santa Maria Assunta. Le collezioni abbracciano vari ambiti artistici e si suddividono in: pinacoteca, tesoro, arazzeria, intagli e mobili, graduali e corali, tessili, pizzi.

Non manca però la possibilità di focalizzare una sola di queste dimensioni come quella dei tessuti (grazie anche alla possibilità di visionare campioni di tessuti aulici dal vero) o quella degli argenti per comprendere le varie tipologie di lavorazione ( sbalzo, cesello, bulino, ecc.)

Il museo della tessitura è una tappa fondamentale per comprendere le motivazioni della ricchezza e della produttività della terra gandinese.
In esso si custodiscono i macchinari e gli attrezzi originali necessari alla lavorazione della lana che dal XV sec. Si è sviluppata a Gandino. Si possono ripercorrere in museo i procedimenti della filatura e della tessitura  grazie anche a illustrazioni e modellini in scala di antichi edifici industriali.
La presenza di campionari d’epoca consente di toccare con mano le tipologie di tessuto prodotte in passato a Gandino e di apprezzare le lavorazioni legate alla macchina Jacquard.

Il museo dei presepi rappresenta certamente un unicum nel suo genere nell’ambito delle valli bergamasche. Esso raccoglie oltre 300 presepi provenienti da ogni parte del mondo e realizzati con varie tecniche e materiali. Disposti per ambiti geografici o per analogia di realizzazione, i presepi consentono di incontrare svariate culture e correnti artistiche. I ragazzi possono così lasciarsi coinvolgere nella ricerca dei materiali da costruzione più curiosi come l’avorio o i frutti o il vetro e dedurre le culture d’origine grazie aidifferenti stili nell’abbigliamento, nella postura nell’espressione dei singoli personaggi.
Numerose testimonianze artistiche pittoriche e scultoree consentono di creare una prospettiva storica in cui inquadrare l’evoluzione dell’iconografia dell’evento natalizio dal sec. XV ai giorni nostri. Non mancano chiaramente gli spunti legati alla storia cristiana e soprattutto all’ambito della religione.
Inoltre la presenza di opere d’arte di importanti autori contemporanei consente un approccio alla produzione artistica del nostro tempo che rivede e ripropone l’antico tema del presepe.

L'itinerario museale si sviluppa in tre sezioni espositive, lungo il quale sono presentate opere e suppellettile liturgica, databili dal XV al XX secolo.
Sezione I - Arte Sacra
Questa sezione presenta, lungo dieci sale, le opere e la suppellettile liturgica legate alla storia della Basilica o pervenute al Museo attraverso donazioni di privati.
Sala I - Croce dipinta
Nella prima sala è esposta:
Croce processionale (XV secolo), tempera su tavola, di anonimo pittore lombardo, proveniente dall'arco trionfale della Basilica, dove era stata collocata per volere di san Carlo Borromeo: questa costituisce un autentico unicum nel panorama artistico bergamasco e venne realizzata con lo scopo di essere utilizzata per impartire lezioni di catechesi. La croce è dipinta su entrambe le facciate:
Lato A: Gesù Cristo crocifisso, Dio Padre, Madonna, san Giovanni evangelista e santa Maria Maddalena;
Lato B: Agnello di Dio, Adamo ed Eva e Annunciazione.
Sala II - Antifonari e graduali miniati
Molto interessante è la collezione di messali, antifonari e graduali, databili dal XV al XVIII secolo. La collezione conserva alcuni esemplari di grande interesse storico-artistico impreziositi da miniature, i quali provengono dai conventi dei francescani riformati e delle benedettine situati a Gandino. Di rilievo:
Graduale miniato (XV secolo), in pergamena.
Antifonario miniato (1754) realizzato da Pasquale da Viono.
Sala III - Altare d'argento
Nella sala è conservata l'opera considerata l'apice dell'arte e della ricchezza gandinese:
Apparato dell'altare maggiore, costituito da paliotto, tabernacolo, vasi sacri, candelabri e croce (ultimo quarto del XVII - primo quarto del XVIII secolo), in argento e rame argentato e dorato, realizzata da botteghe orafe milanesi, altoatesine e tedesche, proveniente dalla Basilica di Santa Maria Assunta. L'imponente apparato viene ricollocato sull'altare, sei volte l'anno, per le maggiori solennità liturgiche. Tra gli elementi che compongono l'apparato si segnalano:
Altare maggiore con Apparato liturgico costituito da paliotto, tabernacolo, vasi sacri, candelabri e croce (ultimo quarto del XVII - primo quarto del XVIII secolo), argento e rame argentato e dorato
Tabernacolo (1676 - 1677), realizzato da Hans Jakob II Baur ad Augsburg (Germania);
Gradino d'altare (1723), opera di Pietro Ceredi di Milano.
Sala IV - Arazzi
Notevole importanza assume presso il Museo la raccolta di arazzi, sia a soggetto sacro che profano:
Quattro arazzi con Scene di caccia (1560), realizzati da Frans Guebel a Bruxelles, provenienti dal Palazzo nobiliare della famiglia Giovanelli.
Serie di sei arazzi con Storie della vita di Maria Vergine (1580), realizzati da Cornelio ed Enrico Mattens a Bruxelles, provenienti dal presbiterio della Basilica, donati alla chiesa dalla famiglia Castello.
Sala V - Pinacoteca
Disposta in un'ampia galleria è visibile la numerosa collezione di dipinti del Museo. Di rilievo:
Gesù cade sulla via della croce (1597) di Niccolò Frangipane.
Pala d'altare con l'Assunzione di Maria (1609) di Alvise Benfatti, proveniente dall'altare maggiore della Basilica.
Pala d'altare con Circoncisione di Gesù (1655), olio su tela, del napoletano Pietro Mango, proveniente dall'altare del Santo Nome di Gesù in Basilica.
Pala d'altare con Natività di Gesù e santi (1657 ca.), olio su tela, proveniente dall'altare della Natività e di Sant'Alessandro in Basilica.
Sala VI - Paramenti sacri
Piviale cremisi (XVI secolo), velluto dogale alto-basso di seta
Nella sala sono conservati paramenti sacri e tessuti di notevole pregio. Enorme risulta essere, infatti, la dotazione della Basilica e delle altre chiese sussidiarie, commissionarli alle più importanti manifatture italiane ed europee. Di rilievo:
Due tunichelle (1420), in velluto rosso.
Piviale di san Ponziano (XV secolo), in velluto alto-basso allucciolato su teletta d'oro e ornato da splendidi ricami, di manifattura italiana.
Piviale cremisi (XVI secolo), in velluto dogale alto-basso di seta.
Paliotto con monogramma imperiale (seconda metà del XVI secolo), in teletta d'oro con ricamo in oro, del milanese Pompeo Berluscone.
Parato liturgico del Corpus Domini, costituito da 13 pezzi (1778), in taffettas bianco operato con ordito supplementare broccato con trame in argento e oro lamellare, di manifattura lionese.
Sala VII - Pizzi e merletti
La collezione di pizzi e merletti del Museo, risulta essere una tra le più importanti d'Italia, è composta fondamentalmente da due categorie di pizzi, quelli in fibra tessile (cotone, lino...) e quelli in oro ed argento che sono una rarità.
Sala VIII - Tesoro
A Gandino la fede assai radicata nella popolazione, insieme alle indubbie possibilità economiche dei mercanti, hanno permesso lungo i secoli l'acquisizione di suppellettile sacra di grande interesse. Di rilievo:
Croce processionale (1460), in argento dorato, realizzata da Matreniano de Filippis a Milano.
Calice (XVI secolo), in argento dorato e filigrana d'argento, di bottega ungherese.
Ostensorio gotico (1527 ca.), in argento e oro, di bottega bavarese, utilizzato il giorno del Corpus Domini.
Statuetta della Madonna del Patrocinio (1652 - 1653), in argento, di Andreas I Wickert, dono della famiglia dei baroni Giovanelli.
Sala IX - Dipinti delle Confraternite
In questa sala è possibile ammirare dipinti provenienti dalle confraternite, databili dal XIX all'inizio del XX secolo. Particolarmente interessanti sono:
Stendardo processionale della Confraternita del Santissimo Sacramento (XVIII secolo), in velluto con lamine sbalzate d'argento, di manifattura veronese.
Stendardo processionale della Confraternita di San Giuseppe (1915), realizzato da Carlo Dotti a Milano.
Scene macabre (seconda metà del XVIII secolo), tavole dipinte, di Giovanni Radici, che venivano esposte in Basilica durante le celebrazioni per il Triduo dei morti.
Sala X - Statue lignee
Ambito tirolese, Natività di Gesù (XVI secolo), legno policromo dorato
Nella sala sono conservate le sculture lignee, tra le quali di particolare interesse storico-artistico:
Gesù Cristo crocifisso (XV - XVI secolo), in legno policromo, di ambito tedesco.
San Nicola di Bari (prima metà del XVI secolo), in legno policromo, di ambito lombardo.
Madonna del Carmine (XV - XVI secolo), in legno policromo.
Sezione II - Presepi
La collezione dei presepi, disposta in tre sale inaugurate nel Natale del 1988, è composta da 280 presepi, provenienti da 56 paesi del mondo. Gran parte della raccolta è stata donata da mons. Lorenzo Frana e arricchita successivamente da altre donazioni di privati. Tra i numerosi pezzi esposti ce ne sono alcuni degni di nota:
Natività di Gesù (XVI secolo), in legno policromo dorato, di ambito tirolese.
Adorazione dei Magi (XVI secolo), in legno policromo dorato, di ambito tirolese.
Statuette di presepio napoletano (XVIII secolo).
Presepio brasiliano, donato dal papa Giovanni Paolo II nel 1989.
Presepe boliviano, donato da mons. Angelo Gelmi.
Presepio in corallo nero, dono di padre Dino Bonazzi.
Presepio spagnolo, in terracotta policroma, realizzato da Josep Traitè Olot.
Presepe rumeno, in alabastro e argento.
Sezione III - Archeologia tessile
Telaio (XIX secolo)
La sezione, costituita da quattro sale, venne aperta al pubblico nel Natale del 1985 per volere di mons. Alessandro Recanati, ed espone macchinari per la lavorazione della lana, databili dal XVIII al XIX secolo. L'obiettivo di questa sezione è di far conoscere la tessitura e la sua centralità nella storia e nello sviluppo economico di Gandino. Si possono ammirare:
Orditoio (XVIII secolo).
Due telai (XIX secolo): uno a tessitura semplice dotato di ratiera e uno dotato di macchina a Jacquard.
Collezione di pettini da tessitura, tra i quali anche un raro esemplare in giunco.
Garzatrice con cardi vegetali.
stenditoi che anticamente consentivano l’asciugatura dei panni lana.
Piegatrice meccanica di origine mitteleuropea.
Macchine per l’orlatura.
Campionario della ditta Radici Senior (1877 - 1952).


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giovedì 12 marzo 2015

COTONIFICIO CANTONI

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Il Cotonificio Cantoni (Cantunificiu in dialetto legnanese) è stata un'azienda tessile attiva fra il 1830 ed il 2004. È stata per lungo tempo la maggiore società cotoniera italiana.

Il nucleo originario del Cotonificio Cantoni è stata una filatura aperta il 2 ottobre 1830 a Legnano. Si trattava di un'attività pre-industriale sorta lungo le rive del fiume Olona che era di proprietà di Camillo Borgomanero. Da un documento del 1835 risulta che era socio dell'impresa Costanzo Cantoni. Nella metà del XIX secolo, durante la seconda rivoluzione industriale, l'attività artigianale si trasformò in un'azienda vera e propria.

Nel 1855 la Cantoni fu la sola impresa della Lombardia a prendere parte all'Esposizione Universale di Parigi, mentre nel 1872 la ditta cambiò denominazione in "Società Anonima Cotonificio Cantoni", divenendo così la prima impresa cotoniera italiana a trasformarsi in società per azioni ed a venire quotata alla Borsa di Milano, dove vi rimase fino al 1998. Andrea Ponti ne fu il primo presidente. Anche dopo la quotazione in Borsa il controllo dei cotonifici rimase sotto il controllo della famiglia Cantoni. Infatti, grazie ad un'accorta politica con la restante parte degli azionisti, la famiglia continuò ad avere un controllo assoluto sull'azienda. La famiglia Cantoni possedeva comunque la maggioranza azionaria, dato che Costanzo Cantoni aveva azioni per 1 milione di lire, mentre suo figlio Eugenio per 2 milioni e 750 000 lire a fronte di un capitale totale di 7 milioni di lire. Eugenio Cantoni era la reale guida della società, essendo stato eletto direttore generale. Nel 1877 Eugenio Cantoni si dimise da tale carica in seguito ad una crisi societaria interna ed esterna. Dal 1880 l'azienda tornò a crescere dopo un periodo di crisi. Nel 1887 in Italia furono istituite delle tariffe doganali e queste misure protezioniste, pensate principalmente per le piccole aziende, portarono benefici anche alla Cantoni. Lo sviluppo del cotonificio continuò anche negli anni di crisi del settore cotoniero italiano, che avvenne tra il 1891 ed il 1893. Tale crescita fu dovuta principalmente al fatto che l'azienda avesse rivolto l'attenzione anche all'esportazione.

La massima espansione del cotonificio si ebbe all'inizio del XX secolo. Nel periodo compreso tra il 1906 e il 1907 il Cotonificio Cantoni fu una delle aziende italiane ad avere l'aumento di capitale più cospicuo. Alla fine del primo decennio del XX secolo il Cotonificio Cantoni raggiunse i 1.500 operai ed i 1.350 telai. Nel 1908 iniziò l'edificazione delle prime case operaie. Gli edifici furono costruiti in via Pontida a Legnano. Furono inoltre realizzate delle scuole elementari riconosciute dallo Stato italiano che erano destinate alla prole dei lavoratori. La famiglia Cantoni abbandonò il Consiglio di amministrazione del cotonificio nel 1910 con le dimissioni di Costanzo Cantoni, figlio di Eugenio e quindi nipote dell'omonimo cofondatore dell'azienda. Nel 1912 l'azienda toccò un picco produttivo registrando una differenza, nei confronti dell'anno precedente, di un milione e mezzo di chili di tessuti.

Durante la prima guerra mondiale il cotonificio era in difficoltà per il blocco delle materie prime, che provenivano principalmente dalla Germania. Durante il conflitto l'azienda convertì i suoi impianti alla produzione di forniture belliche. Dopo la fine della guerra furono realizzate altre abitazioni. Fino al 1925 il cotonificio fabbricò a Legnano 114 abitazioni tra via Pontida, via Volta, Galvani e via Monte Grappa. In via Galvani, nel 1928, furono realizzate una palestra ed una scuola materna. Vicino a queste ultime fu costruito il dopolavoro.

Anche allo scoppio della seconda guerra mondiale (1940) l'azienda fu costretta a destinare gli impianti alla produzione bellica. Come per il primo conflitto mondiale, la Cantoni fu in difficoltà per l'approvvigionamento di materie prime. Nonostante gli eventi bellici, il cotonificio continuò comunque a crescere anche durante questo decennio.

L'espansione proseguì fino al 1951, quando fu registrato un periodo di flessione che spinse l'azienda a investire. La tendenza fu poi ancora positiva a partire dal 1954. Negli anni sessanta iniziò la decadenza dovuta alla progressiva industrializzazione dei paesi in via di sviluppo. La profonda crisi continuò e si acuì negli anni settanta. Nel 1981 l'indebitamento del Cotonificio Cantoni toccò i 160 miliardi di lire. All'inizio degli anni ottanta la società proprietaria dell'azienda era la Montedison. In seguito, nel 1984, la maggioranza azionaria del cotonificio fu acquisita da Fabio Inghirami. La Cantoni avviò quindi un progetto di risanamento ma le operazioni non raggiunsero i risultati sperati. Ciò portò ad una situazione finanziaria insostenibile che causò la chiusura graduale di tutti gli stabilimenti. L'ultima fabbrica a terminare le attività fu quella legnanese del quartiere Olmina, che chiuse i battenti nel 2004.

Agli albori della storia dello stabilimento di Legnano la forza motrice che azionava i macchinari derivava dal fiume Olona. All'epoca per aprire una nuova attività che sfruttasse le correnti del corso d'acqua oppure per installare una nuova ruota idraulica, occorreva chiedere un permesso preventivo all'"Amministrazione del fiume Olona". In caso di permesso accordato, si doveva versare una somma di denaro all'ente citato. L'attività di filatura del futuro cotonificio Cantoni sfruttava i mulini ad acqua già esistenti sul fiume. Infatti, grazie ad essi, la Cantoni e le altre attività sorte lungo il fiume ricavano l'energia necessaria per far muovere i macchinari. Per renderli adatti allo scopo, la Cantoni modificò opportunamente questi impianti molinatori, che originariamente erano destinati alla macinazione dei prodotti agricoli. Borgomenero e Cantoni, agli albori della storia del cotonificio, acquistarono diversi mulini. Come preludio alla fondazione della Cantoni, Camillo Borgomanero acquistò nel 1819 il mulino Isacco (già della famiglia Lampugnani) e nel 1828 il mulino Melzi. Il collaudo dei primi impianti del futuro cotonificio avvenne il 2 ottobre 1830. Costanzo Cantoni acquisì invece il mulino Cornaggia-Medici nel 1841, a cui ne seguirono altri. In un documento del 27 marzo 1847 si può leggere: "Il Sig. Cantoni Proprietario di due mulini uniti posti sull'Olona, il primo detto del Pomponio in mappa al n. 1632. Fu venduto dal nobile Sig. marchese Cornaggia venduto nell'anno 1831 alla ditta Bazzoni & Sperati, ed indi nel 1841 acquistato dal Sig. Cantoni". Questi impianti molinatori erano molto antichi. Ad esempio, il mulino acquistato nel 1828 da Camillo Borgomanero apparteneva ai Melzi fin dal 1162. Per quanto riguarda la produzione, dai 500 fusi del 1836 il cotonificio passò ai 1.760 del 1838. Grazie ad un successivo miglioramento degli impianti, nel 1845 si ebbe un ulteriore incremento del numero di fusi per la filatura, che arrivò infatti a 3.546. Tra il 1820 ed il 1830 vennero eseguite le prime modifiche all'alveo dell'Olona.

Nel 1860 fu realizzata un'officina per falegnami e per meccanici. Nel 1862 il cotonificio prese possesso di 30 pertiche di terreno libero e di altri due mulini appartenenti alla Mensa Arcivescovile di Milano che sorgevano lungo l'odierna via Pontida. Per incrementare la forza motrice tratta dal fiume, nel 1860 iniziarono alcuni interventi sull'Olona nel tratto che attraversava la parte settentrionale del cotonificio. Fu infatti rettificato il corso del fiume con lo scavo di un nuovo alveo - pressoché rettilineo - che portò all'eliminazione delle anse naturali del corso d'acqua. Nel 1890 vennero realizzati analoghi lavori sul tratto meridionale.

Venne anche costruito un canale artificiale (il canale Cantoni, ultimato nel 1868) ad uso dello stabilimento. È di questo periodo la demolizione degli antichi mulini che sorgevano sulle rive dell'Olona. Questi ultimi furono infatti sostituiti da impianti più moderni che utilizzavano ruote idrauliche più efficienti.

Nel 1874 il cotonificio Cantoni prese possesso di un'area situata tra l'Olonella e il canale Cantoni dove sorgeva anche una tintoria appartenente ai fratelli Moranti. La Cantoni di questi anni, come risulta da un documento del 1876 conservato presso l'Archivio del Comune di Legnano, era, tra le industrie legnanesi, la principale per organizzazione e tecnologia. Tra le aziende tessili legnanesi, solo la Cantoni univa la filatura alla tessitura comprendendo un notevole numero di telai meccanici azionati, oltre che dalla forza idraulica originata dal fiume Olona, anche dall'energia prodotta dalle macchine a vapore. In questi anni l'azienda fece investimenti per il potenziamento dello stabilimento; fu edificata una nuova ala per la filatura (1882) e venne impiantata una nuova motrice a vapore che sostituiva le due precedenti con un cospicuo risparmio di carbone (1888). Furono inoltre costruiti diversi nuovi ponti sull'Olonella, sul canale Cantoni e sull'alveo originale dell'Olona (ora abbandonato). Nel 1885 furono coperti circa 50 metri dell'Olona per l'ingrandimento dei reparti di tintoria dei tessuti (sponda sinistra) e dei velluti (sponda destra).

Nel 1896 dalla contessa Barbara Melzi diede in affitto al Cotonificio Cantoni (per un periodo di 25 anni) un vasto terreno concedendo nel contempo il permesso di rettificare l'alveo del fiume dell'Olona anche nel tratto che attraversava le sue proprietà. Negli anni successivi furono prese in possesso altre aree che fecero arrivare la superficie dello stabilimento vicina alle dimensioni massime raggiunte nel XX secolo. Nel 1899 il cotonificio realizzò un grande serbatoio d'acqua vicino all'area del mulino acquistato nel 1841 e poi demolito, ovvero tra l'alveo originale dell'Olona e la strada del Sempione.

L'aspetto definitivo del cotonificio fu raggiunto all'inizio del XX secolo. Nei decenni successivi, infatti, non ci furono cambiamenti sostanziali nella struttura globale dello stabilimento. Il cotonificio fu elettrificato nel 1902. L'energia era fornita dalla Società Lombarda per un totale di potenza erogata di 3500 kW. In questi anni il reparto di filatura fu trasferito nello stabilimento di Castellanza. A Legnano rimasero la tessitura e la tintoria. Nel 1904 furono edificati nuovi capannoni sui terreni ancora liberi. Nello specifico, furono realizzati un padiglione per la fase di finitura dei tessuti, un magazzino per i tessuti grezzi ed un'officina.

Nel 1907 diventò direttore Carlo Jucker. Durante la sua direzione furono compiuti cospicui investimenti nello stabilimento. Tra il 1907 e il 1908 fu realizzato un nuovo capannone per la tessitura in mattoni a vista, all'interno del quale vennero sistemati circa mille nuovi telai, 240 dei quali di tipo Jacquard. Di questo periodo è anche l'ingrandimento dei capannoni contenenti gli impianti di confezionamento e di finissaggio, oltre che l'inaugurazione dei reparti di tagliatura dei velluti e delle garze. Fu poi costruito un nuovo reparto di candeggio con impianti all'avanguardia e fu modernizzato il settore di finissaggio.

Nel 1917 una devastante inondazione dell'Olona provocò gravi danni allo stabilimento. Pertanto, finita la guerra, furono costruiti nuovi argini e l'Olona fu incanalato. Il fiume, sebbene fosse già molto inquinato, non era ancora stato coperto. In questi anni una villa della prima metà del XIX secolo adiacente all'ingresso del cotonificio (già di proprietà di una famiglia nobiliare della zona, i Prandoni), diventò la nuova sede degli uffici della direzione tecnica. Tra il 1919 ed il 1923 il cotonificio investì nell'aggiornamento di alcuni impianti e nell'acquisto di nuovi telai. Tra il 1925 ed il secondo dopoguerra, l'Olona venne coperto.

Nel 1931 furono inaugurati i nuovi padiglioni per la lavorazione dei velluti. Gli edifici diventarono i più importanti del cotonificio da un punto di vista architettonico. Le facciate di queste costruzioni sono l'unica parte del cotonificio che è stata risparmiata dalle demolizioni del XXI secolo. Sono rimasti anche gli alberi del piazzale d'ingresso, alcuni dei quali risalgono all'inizio del XX secolo. È di questi anni (1927) la demolizione della quattrocentesca casa signorile appartenuta ai Lampugnani. Tale abbattimento fu realizzato per poter permettere l'ingrandimento dello stabilimento. Il palazzo fu poi riedificato in un altro luogo dal Comune di Legnano utilizzando alcune parti originali e destinandolo a museo civico della città.

Nel 1936 fu inaugurata una nuova centrale termoelettrica che comprendeva tre gruppi di alternatori eroganti una potenza complessiva di 12.300 kW. Nel 1941 e nel 1943 furono invece inaugurati due nuovi nuovo padiglioni per la tintoria e nel 1943 fu terminato il capannone per la mercerizzazione. Nell'agosto 1943 alcuni bombardieri britannici diretti a Milano colpirono per sbaglio Legnano causando una decina di morti: alcune bombe finirono anche sul cotonificio Cantoni (due sono state rinvenute e fatte brillare nel 2008).

Nel dopoguerra lo storico stabilimento legnanese seguì le sorti dell'azienda. Nel 1984 la Cantoni fu acquistata da Fabio Inghirami. La nuova proprietà chiuse il reparto di filatura della storica fabbrica legnanese e tentò di indirizzare la produzione verso tessuti più ricercati. Nonostante questo tentativo di salvare l'azienda, lo stabilimento chiuse nel 1985.

Da quell'anno l'ex sito produttivo venne abbandonato a sé stesso e cominciò ad essere occupato da clandestini ed a venire frequentato da spacciatori di droga. Nel corso degli anni si susseguirono vari progetti di recupero ed alla fine l'area è stata riqualificata. I padiglioni sono stati demoliti nel 2003 per la realizzazione di un parco pubblico, di un centro commerciale (la "Galleria Cantoni") e di una zona residenziale. Tra il 1989 e il 1991, una vasta area dell'ex Cotonificio nel comune di Castellanza è stata riqualificata dall'Unione degli Industriali della provincia di Varese (UNIVA), su progetto dell'architetto Aldo Rossi, creando la sede dell'Università Liuc. Per ordine della Soprintendenza ai Beni Culturali ed al Paesaggio di Milano, le due facciate più importanti architettonicamente, ovvero quelle del reparto velluti del 1931 affacciate su corso Sempione, sono state conservate e sono parte integrante dei nuovi edifici commerciali. Il resto del complesso, compresi altri edifici architettonicamente interessanti, sono stati demoliti.

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