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giovedì 25 giugno 2015

LE PREALPI VARESINE



Le Prealpi Varesine occupano in territorio italiano la porzione centro settentrionale della Provincia di Varese ed in territorio elvetico parte del Mendrisiotto, del Luganese e del Locarnese nel Canton Ticino.

La cima più elevata è il Monte Tamaro (1967 m s.l.m.), in territorio elvetico.

Esse sono delimitate a nord-ovest dal Lago Maggiore o Verbano (tra Laveno ed il Piano di Magadino), ad est dalla Val d'Agno (Svizzera) e dal ramo occidentale del Lago di Lugano o Ceresio, a sud dalla Pianura Padana.

Le Prealpi Varesine possono essere suddivise in due catene principali, separate dalla valle del Tresa: a nord la Catena Tamaro-Gambarogno-Lema, a sud la Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo.

La prima è dominata dal Monte Tamaro (1967 m) e dal Monte Gradiccioli (1936 m). Altre vette importanti sono il Monte Paglione (1554 m), il Monte Magno (1640 m) ed il Monte Lema (1621 m). Tra i torrenti che scendono dal Monte Tamaro, il più importante è il Giona, che si immette nel Lago Maggiore nei pressi di Maccagno. Poco più a nord si trova il Lago Delio.

La catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo è composta da diversi gruppi montuosi. Subito a nord di Varese si trova il Massiccio del Campo dei Fiori di Varese, parte principale dell'omonimo gruppo e la cui vetta principale è la Punta di Mezzo (1227 m). Si tratta di una lunga dorsale calcareo-dolomitica, delimitata a sud dal Lago di Varese, ad est dalla Val di Rasa e a nord dalla Valcuvia. Oltre alle numerose grotte, tra le quali spiccano la Grotta Marelli, la Grotta del Remeron, il Bus della Scondurava e la Grotta del Ghiaccio, sono interessanti le "marmitte dei giganti" sul torrente Vellone e le sorgenti perenni del Faggio, del Ceppo e di Fontana Rossa.

Meta di pellegrinaggio è il complesso religioso del Sacro Monte di Varese, che sorge su una delle vette del massiccio. A Punta Paradiso (1226 m) la Cittadella di Scienze Naturali Schiapparelli, che ospita un osservatorio astronomico ed il Centro Geofisico Prealpino. Sul Monte Tre Croci (1124 m) si trova la stazione dei fulmini De Bernardi, sul Monte Tre Crocette (1033 m) l'ex Grand Hotel Campo dei Fiori, sulla Punta di Orino (1139 m) si trovano i ruderi di un forte militare.

Ad est del Campo dei Fiori, superata la Val di Rasa di Varese si trova il Gruppo della Martica (1032 m). Il gruppo è delimitato ad est dalla Valganna, a nord dalla Valcuvia, ad ovest dalla Val di Rasa ed a sud dalla città di Varese. Il Martica è di origine geologica simile al Campo dei Fiori. Degne di nota sono le Grotte di Valganna, l'Antro delle Gallerie, il Boeuc dul Alabastro, le Cascate di Valganna e le Forre della Valganna, formate dalle acque del torrente Fredda e del fiume Olona. Alti interessanti fenomeni naturali sono i pinnacoli calcarei del Monte Chiusarella (915 metri) ed i thor (gigantesche rocce abbandonate dai ghiacci) del Monte Martica. Appartiene al Gruppo del Campo dei Fiori anche il Gruppo del Mondonico, che comprende il Monte Mondonico (807 m) ed il Monte Scerrè (796 m).

A est della Valganna si trova il Massiccio del Monte Piambello (1129 m), delimitato a nord-est dal Lago Ceresio, a sud-est dalla Valceresio. Fa parte del gruppo omonimo anche il gruppo dei Sette Termini (o Bedeloni) che col Monte La Nave tocca i 988 metri. Altre vette del gruppo sono il Monte Mezzano (922 m), I Bedeloni (972 m) ed il Monte Castelvecchio (623 m). A sud est, oltre la Valceresio si trova il Gruppo del San Giorgio-Pravello, in gran parte compreso nel Canton Ticino. La cima principale è il Monte San Giorgio (1100 m); appartengono al gruppo anche il Monte Pravello (1015 m), il Monte Orsa (998 m) ed il monte Sant'Elia (678 m).

Tra la Valcuvia, la Valtravaglia ed il Lago Maggiore si trova il Gruppo della Valcuvia, il più elevato delle Prealpi Varesine meridionali con i 1235 metri del Monte Nudo. Appartengono al gruppo il Sasso del Ferro (1062 m), Poggio Sant'Elsa (950 m), i Pizzoni di Laveno (1203 m), il Pizzo di Cuvignone (1018 m), il Monte della Colonna (1203 m), il Monte San Martino (1087 m) ed il Monte Pian Nave (1058 m).

Il Monte Tamaro (1.961 m s.l.m.) si erge a sud-ovest del Passo del Monte Ceneri e divide con il passo e altri monti il Canton Ticino in Sopraceneri e Sottoceneri. Una funivia collega Rivera (Svizzera) paese posto ai suoi piedi con l'Alpe Foppa posto a 1567 m. In passato fu anche una stazione sciistica.
Negli anni novanta, venne costruita all'alpe Foppa, su progetto di Mario Botta, la Cappella di Santa Maria degli Angeli, con all'interno pitture di Enzo Cucchi. Altre opere d'arte di natura scultorea sono la Madonna del Tamaro di Antonio Danzi, Il guardiano del tempio di Luca Marcionelli e Suspended Cube di Jaya Schürch.
Presso la sommità imponenti antenne sono state poste dalla Swisscom per collegare telematicamente il cantone con il resto della Svizzera.
A partire dagli anni Sessanta, con l'apertura dell'ovovia Rivera-Alpe Foppa, il Monte Tamaro divenne una medio-piccola stazione sciistica. Furono realizzate una seggiovia biposto, tre skilift ad ancora ed una manovia. Le piste erano cinque ed erano lunghe complessivamente circa 15 km. Una pista consenteva di scendere fino alla stazione intermedia dell'ovovia, in località Pian di Mora a 1150 m, mentre la seggiovia biposto consentiva di raggiungere i 1650 m.
Negli anni Novanta gli inverni scarsamente nevosi misero in difficoltà economiche i gestori degli impianti. Per questo nel 2003, complici anche le previsioni di un lento ed inesorabile surriscaldamento globale, si decise di chiudere gli impianti sciistici e di trasformare la località in un grande parco divertimenti estivo. Alla stazione intermedia dell'ovovia fu aperto un parco avventura, mentre all'arrivo dell'ovovia, all'Alpe Foppa, vennero realizzate una slittovia biposto  ed una tirolese.

La Catena Tamaro-Gambarogno-Lema si trova in Svizzera (Canton Ticino) ed in Italia (Provincia di Varese). Prende il nome dal Monte Tamaro, dal Monte Gambarogno e dal Monte Lema, montagne più significative del gruppo.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo del Monte Ceneri, Val d'Agno, Lago di Lugano, Valle del Tresa, Lago Maggiore, Piano di Magadino, Passo del Monte Ceneri.

La Catena Piambello-Campo dei Fiori-Nudo si trova in provincia di Varese) ed in parte minore in Canton Ticino. Prende il nome dal Monte Piambello, dal Massiccio del Campo dei Fiori e dal Monte Nudo, montagne più significative del gruppo
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Valle del Tresa, lago di Lugano, colline del Varesotto, Lago Maggiore, Valle del Tresa.

I versanti del monte Gradiccioli scendono su tre vallate: a sud verso il Malcantone, a est verso la Valle del Vedeggio e a ovest verso la Val Veddasca. A nord invece si congiunge alla vetta del Monte Tamaro che lo sovrasta di qualche metro.
Il monte è facilmente raggiungibile dal paese di Arosio, nel Malcantone. Una mulattiera ben segnata conduce ad un passo di montagna denominato "Bassa di Arosio (1.367 m)" in poco più di un'ora di cammino. Dal passo si segue la cresta nord-est fino in vetta. Solo in inverno, con neve abbondante o ghiaccio, la cresta può essere pericolosa, essendo abbastanza ripida. Sono consigliabili in questo caso le ciaspole o i ramponi. Il monte si raggiunge anche effettuando la traversata Monte Lema-Monte Tamaro, molto conosciuta e frequentata nel Canton Ticino.
Dalle sue pendici nasce il fiume Magliasina che scorre nel Malcantone e dal suo versante est sgorgano ricche sorgenti che la città di Lugano ha sfruttato sin dagli inizi del secolo scorso, questo versante a differenza degli altri due erbosi, è ricoperto da una ricca foresta di conifere, frutto di una piantagione effettuata dalla città di Lugano a protezione delle sorgenti che portano il nome Cusello.

Il Monte Lema è una montagna di 1.624 m s.l.m. sul versante svizzero è raggiungibile con una funivia che parte da Miglieglia. Sulla sommità vi è un ristorante con servizio di piccolo albergo, un osservatorio astronomico amatoriale e una stazione meteorologica con un'antenna radar. La vetta è compresa in un vasto tracciato di sentieri che si snodano su queste prealpi per oltre ottanta chilometri.
La via più frequentata è la traversata dal Monte Lema al Monte Tamaro, si cammina sulla cresta delle montagne e la magnifica vista si estenda dal Lago Maggiore al Lago Ceresio. Meta anche di escursionisti in Mountain bike. In passato, tra gli anni sessanta e novanta del XX secolo, il Lema fu anche una piccola stazione sciistica, composta da due skilift, chiusa poi per scarsità di innevamento e mancanza di clientela.
Discendendo verso il versante italiano (comune di Dumenza) si raggiunge il Pradecolo (1184 mlsm), alpe con un rifugio alpino con cappelletta annessa e qualche baita privata. Poco più in basso (979 m) il monastero benedettino della Santissima Trinità. Alla più panoramica alpe Pianello, la comunità Gautama fondata sui principi di Osho. La strada termina in località Cinque Vie (Due Cossani).

Il lago Delio o lago d'Elio è uno specchio lacustre naturale in provincia di Varese nel comune di Maccagno con Pino e Veddasca al confine con il comune di Tronzano Lago Maggiore.
L'origine del lago è di escavazione glaciale, tuttavia l'intervento umano con la successiva costruzione di due dighe di contenimento ha cambiato di molto l'aspetto originario del lago. Il lago si trova equidistante tra Maccagno e il confine italo-svizzero. È raggiungibile da Maccagno tramite la strada provinciale 5.
Un primo sbarramento sul lago fu realizzato nel 1911. Sulla base di questi lavori furono poi realizzati negli anni sessanta due nuovi sbarramenti che innalzarono ulteriormente il livello del lago. L'invaso così creato è utilizzato per la produzione di energia elettrica tramite la Centrale idroelettrica di Roncovalgrande.

Il Campo dei Fiori si trova a nord della città di Varese ed è tutelato dal Parco regionale Campo dei Fiori.
Agli inizi del Novecento, come su altre vicine vette prealpine sopra i laghi, come il Monte Generoso ed il Mottarone, anche sul Campo dei Fiori iniziò un importante sviluppo turistico. Nel 1911, dopo un anno di lavori, fu inaugurata la funicolare Vellone-Campo dei Fiori, che in poco più di 10 minuti raggiungeva i 1.032 m s.l.m. del Monte Tre Crocette, anticima del Monte Tre Croci. Subito dopo vi fu aperto anche il ristorante Belvedere e l'anno seguente fu inaugurato il Grand Hotel Campo dei Fiori, entrambi progettati dall'architetto Giuseppe Sommaruga in stile Liberty.
Lungo la strada carrozzabile che raggiunge il Campo dei Fiori furono edificate residenze private, progettate anch'esse in stile Liberty, dagli architetti Silvio Gambini, Arturo Taddio e lo stesso Sommaruga (villa Petazzi, villa Savina Armiraglio, villa Mercurio', villa Edera e villa De Grandi.
Negli anni venti e anni trenta la località si affermò come meta del turismo d'élite europeo. Durante la seconda guerra mondiale il complesso fu adibito ad ospedale dei feriti e nel secondo dopoguerra andò incontro ad un rapido declino: nel 1958 si decise di sospendere l'esercizio della funicolare, sostituendola con degli autobus e nel 1968 il Grand Hotel e il ristorante Belvedere furono chiusi. Dagli anni ottanta l'edificio dell'albergo è stato utilizzato come supporto di antenne e diripetitori televisivi.
Negli anni sessanta veniva praticato lo sci di fondo su una pista lunga circa 4 km, che corrisponde all'attuale sentiero militare, che conduce dal Belvedere al Forte di Orino. Per alcuni inverni, venne montata anche una manovia per principianti, presso Punta Trigonometrica, che consentiva di praticare lo sci alpino.
Per salvaguardare il delicato ecosistema del massiccio, nel 1984 fu istituito il Parco regionale Campo dei Fiori, con sede a Brinzio. All'interno del parco furono istituite sei riserve naturali speciali, soggette a tutela particolare. La sommità del massiccio del Campo dei Fiori, dal borgo di Santa Maria del Monte sino al Forte di Orino, è interamente compresa nella "Riserva naturale parziale Campo dei Fiori". L'istituzione del parco ha permesso una maggior valorizzazione dei sentieri silvestri, che sono stati ripristinati e dotati di apposita segnaletica, e delle aree naturali ricomprese nel territorio.
Il massiccio del Campo dei Fiori è caratterizzato da vasti boschi di latifoglie. Alle quote meno elevate il castagno è la specie dominante. Sopra gli 800-900 m s.l.m. è, invece, il faggio a spadroneggiare. Nella zona sommitale del massiccio (oltre i 1100 metri) sono poi presenti fitte abetaie di abete rosso, essenza impiantata artificialmente agli inizi del Novecento. I prati magri sono quasi totalmente scomparsi e permangono soltanto nei pressi del Monte Pizzella, di Punta di Mezzo e del Forte Orino.

La Val di Rasa collega la conca della città di Varese con la Valcuvia. Il suo territorio inizia nel comune di Varese, a nord della frazione di Fogliaro, e termina ad ovest di Brinzio, dove il torrente Valmolina raccoglie le acque del Pardomo.
È suddivisa in due segmenti dal Passo della Mottarossa (565 m s.l.m.). A sud si trova la bassa valle, solcata dal principale ramo sorgentizio del fiume Olona, dove si trova l'abitato di Rasa; a nord del passo, si trova invece la conca di Brinzio, nella quale scendono molti torrenti, che confluiscono nel torrente Valmolina.
La Val di Rasa è stretta tra i massicci del Campo dei Fiori (1227 m s.l.m.) ad occidente e della Martica-Chiusarella (1032 m s.l.m.) ad oriente, entrambi compresi nelle Prealpi Varesine.
La valle è ricca di corsi d'acqua e zone umide.
Il fiume Olona ha in questa valle tre delle sue sei sorgenti. La principale si trova a monte di Rasa, in località Fornaci della Riana, a 548 m s.l.m., nel parco di Villa Cagnola, una villa di inizio novecento, che il Parco Campo dei Fiori ha in progetto di recuperare. Presso l'abitato di Rasa confluiscono nell'Olona gli altri due rami sorgentizi ed alcuni affluenti, i torrenti Legnone, Des e Sesnivi o Valle del Forno. Più a sud in località Gottardo, confluiscono nell'Olona anche i torrenti Braschè e Pissabò.

La conca di Brinzio è altresì interessata da numerosi corsi d'acqua. I torrenti Intrino, Rio di Brinzio e Buragona, che discendono dal Campo dei Fiori, confluiscono nel Laghetto di Brinzio, che è alimentato anche da sorgenti interne al bacino. Suo emissario è il solo torrente Brivola, che attraversa la parte meridionale dell'abitato brinziese e confluisce nel Valmolina presso l'inizio della Strada provinciale 45. Nel Valmolina confluisce anche il Riazzo, che nasce in cresta al Campo dei Fiori, nel territorio di Varese.
A sua volta, il torrente Valmolina nasce dall'unione di diversi ruscelli montani, che confluiscono l'uno nell'altro in località Cascina Valicci, sulla Martica, a Brinzio. In seguito, dopo essere disceso dal monte, il torrente attraversa il centro storico brinziese, si unisce al rio Brivola e forma la Cascata del Pesegh (o Pesech), alta 27 m, fino ai primi del XX secolo sfruttata per produrre energia elettrica. Scendendo verso Castello Cabiaglio, il Valmolina raccoglie anche le acque del torrente Pardomo, ed infine confluisce nel Rancina, il quale percorre l'alta Valcuvia.
Nel territorio comunale di Brinzio vi sono altresì alcune torbiere, la principale delle quali è il cosiddetto Pau Majur.

Il monte Chiusarella è una montagna alta 915 m s.l.m. compresa nel territorio dei comuni di Varese e Induno Olona (provincia di Varese), in Lombardia. Fa parte del parco regionale del Campo dei Fiori ed è un belvedere su Varese, la pianura e l'arco alpino e prealpino.

Il Monte Màrtica è una montagna  alta 1.032 metri s.l.m.. Fa parte del gruppo delle Prealpi varesine, nel territorio dei comuni di Brinzio, Induno Olona, Valganna e Varese.
Il complesso montuoso del Monte Martica appare, dall'alto, come un grosso irregolare "apostrofo" che, sulla destra verso oriente, segue la prima parte della Valganna partendo da Bregazzana: sull'altro versante fronteggia il Monte Monarco, il Monte Minisfreddo e il Monte Poncione, detto anche Poncione di Ganna, cima di poco inferiore ai 1000 m s.l.m. e che si distingue per pareti rocciose verticali proprio sopra il paese di Ganna e di fronte alla cima della Martica. Sul lato inclinato grosso modo sull'asse Nord-Ovest/Sud-Est la montagna si affaccia sulla breve Valle del Pralugano dal laghetto di Ganna al paese di Bedero Valcuvia.
Più o meno a quota 650 m s.l.m. su questo lato si distinguono bene, se osservati dalla parte alta di Bedero Valcuvia e del Monte Mondonico, i Valicci o Tre Valicci, una unica bella radura con tre vecchie costruzioni. L'accesso orientale a questi prati è lungo il sentiero che porta al comune di Brinzio, situato a Sud-Ovest del monte lungo la Val di Rasa. Il sentiero più agevole, e più lungo, per raggiungere la cima del monte è quello che parte nei pressi di Bregazzana, è largo e con poca pendenza. Un altro sentiero, più stretto e nel folto del bosco e con varia pendenza, parte da Bedero Valcuvia, un altro è quello del Brinzio che raggiunge il precedente, un altro ancora, più ripido, parte dal fondo della Val Ganna, poco prima del paese di Ganna provenendo da Varese e, seguendo un crinale da sud-est a nord-ovest, raggiunge il sentiero da Bregazzana poco prima della vetta.
La cima è piana e circondata dal bosco, consta di due quote (1028 metri s.l.m. e 1032 metri s.l.m.) una posta a occidente, l'altra ad oriente, su entrambe le quali si trovano i resti di altrettanti appostamenti d'artiglieria scoperti (o "in barbetta") realizzati nell'ambito della Frontiera Nord, il sistema difensivo impropriamente noto come Linea Cadorna. Un terzo rilievo, posto tra le due quote su un esiguo sperone roccioso con suggestiva vista sulla Valganna, ospita una piccola croce. Sotto di esso, sul versante sud del massiccio, si trova la cosiddetta cava della Motta Rossa, vasto sito di estrazione del porfido dismesso dal 1993.

Il Monte Scerrè è alto 796 m s.l.m.e si trova nei territori dei comuni di Bedero Valcuvia, Cunardo, Valganna, in provincia di Varese e fa da spartiacque fra la Valcuvia e la Valganna. Sulle sue pendici si trova il paesino di Mondonico, frazione della Valganna.
La Bevera è un torrente della provincia di Varese, affluente dell'Olona. Nasce dal Monte Scerrè, presso Baraggia di Viggiù e scorre in direzione nordest-sudovest confluendo da sinistra nell'Olona a Varese. Attraversa i comuni di Viggiù, Arcisate, Cantello, Malnate e Varese. Il principale affluente è il Cavo Diotti. Le falde e molte sorgenti del fiume Bevera alimentano almeno il 60% dell'acqua potable della città di Varese e dei comuni limitrofi.
La fauna ittica comprende la trota fario, lo scazzone, il vairone, il gobione, il pesce persico, il persico sole, l'alborella, la lampreda padana ed il cobite comune.
La cappella della Madonna degli alpini è situata sul Monte Scerrè, da cui si gode un ottimo panorama su Bedero e tutta la Valcuvia. È stata dedicata a tutti gli alpini della valle nel 900'. Periodicamente, si svolgono feste e celebrazioni promosse da diverse organizzazioni, soprattutto il gruppo degli alpini.

La Madonnina del Filo si trova a poco meno di cento metri dalla Cappella della Madonna degli Alpini, sul monte Scerrè, in una specie di "nicchia" scavata nella roccia. È stata costruita da dei boscaioli, nei primi decenni del 1900, quando la legna era una preziosa risorsa per il paese e parecchi lavoravano come boscaioli. Il trasporto della legna dai boschi situati in quella zona dove ora sorge la Madonnina, avveniva mediante una sorta di teleferica costituita da un cavo di acciaio (filo) sul quale venivano appesi i fasci di legna, che per gravità, data la pendenza, scivolavano a valle in un punto accessibile ai carri che la trasportavano poi in paese per venderli. Questa operazione veniva effettuata dai boscaioli del posto, che nella stagione invernale si associavano in gruppo per il lavoro di taglio e trasporto della legna.
Durante l'inverno del 1927 alcuni boscaioli di Bedero stavano trasportando in questo modo la legna, tagliata nei boschi situati sul Monte Scerrè. Durante l’operazione uno dei boscaioli restò impigliato nel carico di legna che partiva con rapida accelerazione, trascinandolo per un pezzo, dopo di che si staccò cadendo rovinosamente sulle rocce, ma fortunatamente restò illeso. I boscaioli, riconoscenti per l'episodio che aveva del miracoloso, in quel punto, sul Monte Scerrè, vollero costruire una piccola nicchia nella quale collocarono una Madonnina, che nella denominazione popolare divenne la “Madonna del Filo”.

Alcuni manufatti della Frontiera Nord, si trovano nel versante più a nord del monte e consistono in una serie di trincee con postazioni per fucilieri e mitragliatrici, in tutto simili a quelle presenti sul resto del territorio dell'Alto Varesotto. I manufatti si possono raggiungere tramite un sentiero che risale nei boschi staccandosi dalla strada che risale dalla Valcuvia, poco dopo Bedero Valcuvia, sulla strada che porta a Cunardo, oppure risalendo il fianco nord-orientale del monte, dalla ex stazione dei tram di Ghirla. Altre tracce della Frontiera Nord sono presenti verso la vetta del monte, ma sono assai difficili da individuare perché nascoste dalla vegetazione.

Il Monte Piambello è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese, in Lombardia.
Domina il paesaggio del territorio di Valganna, della Valcuvia, della Valceresio, di Cuasso al Monte e di Marzio, e coi suoi 1.125 metri s.l.m., tra il lago di Ghirla e il Lago di Lugano, rappresenta la maggiore vetta della zona.
Di origine vulcanica, ebbe il suo periodo di massima attività nel permiano medio.

La Valceresio è una valle dell'alta provincia di Varese, formata da undici comuni: Arcisate, Induno Olona, Cantello, Besano, Porto Ceresio, Clivio, Viggiù, Saltrio, Brusimpiano, Cuasso al Monte, Bisuschio.
Comprende la parte Sud della valle del lago di Lugano e si stende fino all'alta valle del fiume Olona. Confina con la Svizzera e la provincia di Como; Induno Olona è il comune più popoloso mentre la sede della Comunità Montana è ad Arcisate che si trova a metà della valle e antica sede della Pieve. La popolazione è di 50.000 abitanti circa, impiegata prevalentemente nel settore terziario e, in misura minore, nel settore primario (ad es. attività estrattiva, settore lattiero caseario, coltivazione di asparagi, foraggi ecc.); una parte importante della popolazione lavora nelle industrie della vicina Svizzera. Fa parte della Comunità Montana del Piambello.

Il monte Castelvecchio (622 m s.l.m.) è situato nel comune di Cunardo, si erige nella zona prealpina in mezzo alle valli dell'Alto Varesotto.
Il nome deriva da una fortezza fatta erigere nel 900 da Liutprando re dei Longobardi, molto utile per la sua posizione strategica che dominava la Valcuvia e la Val Marchirolo. Il castello fu incendiato ben tre volte - nel 1164, nel 1447 e poi solo settant'anni dopo. Signori milanesi tra cui anche i Visconti, seppero sfruttare le sue potenzialità difensive. Più tardi verso la metà del 1700 le rovine del castello vennero usate per la costruzione della chiesa parrocchiale.
Attualmente Castelvecchio è una località di Cunardo ai piedi del monte.

Il Monte San Giorgio è raggiunge un'altezza di 1097 metri s.l.m. e giace circondato da due rami del lago Ceresio (lago di Lugano).
Monte San Giorgio è situato a sud del lago di Lugano al confine fra Lombardia e Svizzera e fa parte di un piccolo gruppo montuoso incuneato nel lago che comprende il Prasacco (poco più di un colle), che fa parte della Svizzera, il Poncione d'Arzo o Pravello (1.015 metri s.l.m.) su cui passa la linea di confine e il Monte Orsa (998 m) in territorio italiano.

La Valtravaglia è percorsa dal torrente Margorabbia. Fu feudo dapprima dei Sessa, in seguito dei Rusca sino al 1511. La valle inizia a Grantola, dove il Margorabbia, proveniente dalla Valganna, si unisce al torrente Rancina, proveniente dalla Valcuvia. La valle termina a Germignaga, dove il Margorabbia confluisce nel fiume Tresa.
Comprende varie parrocchie tra cui quella antica di Domo.

Il Monte Nudo è interamente compreso nel territorio della Provincia di Varese.
Domina il paesaggio del territorio della Valtravaglia e della Valcuvia, e coi suoi 1.235 m s.l.m. rappresenta la maggiore vetta della zona.
Il nome attuale, traduzione italiana dal lombardo biota (nuda, spoglia), è dovuto al fatto che fino agli anni settanta la cima del monte era completamente priva di vegetazione arborea.

La Valcuvia è una valle situata a nord della provincia di Varese.
È caratterizzata da aree prettamente montane che si estendono tra il Monte Nudo (1235 m) ed il Monte Campo dei Fiori (1226 m), aprendosi sul Lago Maggiore, e da un orientamento prevalentemente est-ovest. Una parte della valle è attraversata dal torrente Boesio che sfocia nel lago in località Laveno.
Il suo nome deriva dal villaggio storicamente più importante che era Cuvio, capoluogo del Feudo dove risiedevano le autorità civili: il Feudatario appunto e il Pretore, ed era sede di Pieve e di Distretto. Alcuni vogliono farlo derivare dal latino "vallis cum via", "Valle con via", in quanto probabilmente è stata fin dai tempi degli antichi romani un luogo di passaggio. Se così fosse sarebbe un'eccezione unica perché altre valli avevano la stessa caratteristica senza che nessuna ha preso il nome dalla rispettiva generica strada. Altro luogo particolare è Arcumeggia (frazione di Casalzuigno), il cui nome deriva dal latino "arx (rocca)" e "media (di mezzo)", in quanto si trova a metà strada tra due valli e fu sede di una fortezza, ora non più esistente.

Il Sasso del Ferro è una montagna posta a dominio del Lago Maggiore, immediatamente sopra Laveno.
La Cestovia Laveno-Poggio Sant'Elsa, rinnovata nel 2006, conduce fino a quota 974 m s.l.m. dove si trova la terrazza panoramica di Poggio Sant'Elsa. Negli anni sessanta sorsero anche due impianti per la pratica dello sci alpino, che vennero però ben presto dismessi a causa della scarsità di neve durante tutta la stagione invernale.
La montagna è tra le più frequentate come punto di lancio dagli appassionati di parapendio e deltaplano.
Sul belvedere appena fuori la cestovia si trova infatti una pedana per il decollo dei deltaplani, mentre a circa 15 minuti di sentiero c'è uno spiazzo molto inclinato adibito a decollo per parapendio.

Il Monte Pian Nave (1.058 m s.l.m.) delimita a ovest la Valtravaglia.
Si trova fra il Lago Maggiore ed il Lago di Lugano subito prima del confine con la Svizzera. Porta anche il nome di una delle frazioni del comune di Porto Valtravaglia.
Su questo monte si stende un tratto della Frontiera Nord.

Il monte Gambarogno (1.734 m s.l.m.) si erge nel Canton Ticino (Svizzera).
È situato sopra l'Alpe di Neggia sul territorio di Indemini nel Gambarogno. Sul monte nel 2000 è stata posata una croce giubilare dove ogni anno viene celebrata una messa. Il monte Gambarogno può essere raggiunto da Neggia in 45 minuti.
Il Monte Rogoria, detto anche Rogorio o Motto Croce, è situato sul confine tra il Canton Ticino e la Lombardia con un'altitudine di 1184 m.
La vegetazione sulla cima, che domina il lago Verbano e le isole Borromee, è composta da faggi.

Il monte Monarco alto 858 m s.l.m. è interamente compresa nel territorio della provincia di Varese, nei comuni di Valganna, Induno Olona e Arcisate.



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mercoledì 27 maggio 2015

I PAESI DELLA PIANURA PADANA : GORLA MINORE

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Gorla Minore è un comune della provincia di Varese.

Il toponimo Gorla proviene dal termine gulula, diminutivo del latino gula, anfratto. Altra ipotesi è che derivi da gurgula, dal latino gurgus, gorgo. La specifica lo differenzia da Gorla Maggiore.

Il territorio di Gorla Minore si estende tra il Varesotto e il Milanese, formando una specie di quadrilatero che ha per vertici Sesto Calende, Turbigo, Saronno e Morazzone.
Il paese sorge su terrazzamenti degradanti verso l’Olona e il suolo, di natura alluvionale, presenta sui ripidi fianchi della valle, tracce di conglomerati della prima glaciazione.
Nel 1074 il "nobilissimo" giovane Aebertus lascia alla medesima basilica le sue terre in Vermezzo, Castegnate, Abbiate, Marnate e Gorla Minore. Quanto alla frazione di Prospiano, il toponimo è di etimologia incerta: forse deriva da "Principius", nome di un patrizio romano al quale sarebbero state assegnate, per particolari e sconosciuti meriti, le terre di queste località; da "Principiano" si sarebbe arrivati a "Precipiano" e, infine, a Prospiano.
I reperti archeologici venuti alla luce nella zona di Gorla e di Prospiano risalgono all’epoca della dominazione romana; si tratta di un’ara votiva di serizzo dedicata da una certa Rivasia alla dea Diana, in ringraziamento per lo scampato pericolo del padre, dei resti del pavimento di una casa trovati nel 1905 e di un vasto sepolcreto scoperto nel 1951 nel corso della costruzione di alcune villette sul declivio di un terrazzamento prospiciente l’Olona. Oltre a 25 loculi di cremati, si rinvennero anfore, vasi cinerari, bronzi dell’età degli imperatori Claudio, Traiano e Costantino Pio, lucernette ed oggetti fittili.
Nel 1963, durante la posa delle tubature del metanodotto, furono portate alla luce altre 24 tombe con balsamari, lacrimatoi ed altri recipienti, anelli, chiodi, coltelli, forbici per tosare, raschiatoi, fusarole e monete. I longobardi hanno lasciato un chiaro segno del loro passaggio in molti vocaboli del dialetto locale che conserva, a differenza delle località vicine, celtizzate, un evidente sostrato linguistico ligure: l’isolamento secolare dei villaggi della valle Olona ha consentito la sopravvivenza di forme fonetiche singolari, immediatamente avvertibili anche ai nostri giorni nell’idioma di questa zona. Quasi sicuramente il "nobilissimo" giovane nominato nella carta del 1074 fu di origine longobarda, come indica il nome "Aebertus". I suoi possessi di Gorla Minore sono stati posti in relazione con l’esistenza, fin da allora, della dinastia Terzaghi, che tanta importanza avrà nella storia del paese: qui infatti si insediò un ramo della nobile famiglia milanese che nel 1195 dette un arcivescovo alla Chiesa ambrosiana. Non è da escludere che proprio quest’ultimo abbia dato il consenso ai parenti per l’apertura di un oratorio dedicato a San Maurizio nella loro residenza. La cappella era inserita nel complesso fortificato che si ergeva sul pendio della valle, in posizione strategica, proprio nello stesso luogo in cui, alcuni secoli dopo, il Collegio degli Oblati del Santo Sepolcro avrebbe accolto i giovani desiderosi di apprendere la grammatica e i buoni costumi.
Il documento più antico dell’archivio parrocchiale è un atto del 1388, col quale "Giacomo Terzagho" lascia ai cappellani del capitolo della Pieve di Olgiate Olona un legato per la celebrazione di un ufficio religioso annuale nella "ecclesia Sancti Laurentis, loci Gorla Minori".
Infatti la chiesa dei SS. Lorenzo e Vincenzo di Gorla Minore, così come quella di S. Nazaro a Prospiano, apparteneva alla Pieve di Olgiate; la loro esistenza è documentata nel XIII secolo dal "Liber notitiae Sanctorum Mediolani" di Goffredo da Bussero, ma nel 1398 risulta dal "Notitia cleri mediolanensis" che la chiesa di Gorla Minore era dedicata solo a San Lorenzo, quella di Prospiano invece anche a San Celso.
Nel 1650, regnando sua maestà cattolica Filippo IV, i territori di Gorla Minore, Prospiano, Gorla Maggiore e Solbiate vennero costituiti in feudo: le comunità tentarono di opporsi a tale provvedimento, riscattando la propria indipendenza, ma monsignor Carlo Giovanni Giacomo Terzaghi, prelato domestico di Papa Innocenzo X e canonico della regia ducale basilica collegiata di Santa Maria della Scala, riuscì ad aggiudicarsi il feudo. In quel tempo la popolazione di Gorla contava poco più di 60 famiglie e quella di Prospiano non arrivava alle 20; i terreni erano coltivati a segale e a miglio e il pane veniva da Castellanza. Nonostante la presenza di estesi vigneti che davano un ottimo vino profumato, cantato anche dal poeta Carlo Porta, le condizioni di vita erano assai dure: poche e malsane.
Nel triennio 1576/78 il salario medio giornaliero di un muratore era compreso tra 18- 23 soldi pari a 4,3-5,5 kg di pane.le abitazioni, frequenti le pestilenze e le guerre.
Nel 1700 la popolazione è di circa 650 anime; nascono 25/30 bambini l’anno, di cui il 30% muore nel primo anno di vita, il 20% entro i dieci anni, il 23% dai 10 ai 50 anni, il 12% dai 50 ai 60 anni, il 10% arriva ai 70 anni e meno del 5% tocca gli 80 anni.Nel 1763 viene stipulato il contratto dotale tra la marchesa Maria Teresa Terzaghi, ultima discendente dei marchesi di Gorla Minore e Prospiano, e il conte Carlo Durini, esponente di un ramo della famiglia dei ricchi mercanti lariani che si fregiavano del titolo di conti di Monza.
Il conte restaura ed amplia la vecchia "casa da nobile" (Villa Magna), che diventerà dimora stabile dei suoi discendenti.

Nella seconda metà dell'800 si moriva principalmente di bruttura,pellagra, soffocamento da vermi, marasma senile.Tra gli altri avvenimenti della storia del comune, va segnalata la creazione a Prospiano dell’Ospedale Raimondi, dovuta al lascito del parroco di San Giorgio su Legnano, don Gaspare Raimondi, che muore il 24 marzo 1821.
I prospianesi chiamavano l'ospedale“Ca’ Pia”ed era dotato dei reparti di medicina, chirurgia, ostetricia e pediatria.
Vale la pena di ricordare anche il funerale quasi clandestino del patriota Giuseppe Durini detto Gino (21 ottobre 1850), tenace oppositore degli austriaci, membro del governo provvisorio durante le Cinque Giornate di Milano: la salma giunge a Gorla di sera, i gendarmi austriaci impediscono alla popolazione di partecipare alle esequie e la gente deve accontentarsi di seguire il corteo dalle finestre o dagli angoli bui delle strade.
Nel 1870 una decisione conciliare sancisce l’accorpamento di Gorla Maggiore e di Prospiano al comune di Gorla Minore. Il 14 dicembre 1901 la luce elettrica giunge anche a Gorla Minore: il comune stipula un contratto per l’illuminazione pubblica (venti lampade da 25 candele) e poco dopo un intraprendente gorlese apre la prima sala cinematografica, ma gli spettacoli devono subire il controllo di un severo censore comunale. Il 17 luglio 1904 viene inaugurato il tronco ferroviario Castellanza Lonate Ceppino e il "tramway a vapore" sosta per la prima volta a Gorla. Nel 1910 un terribile ciclone devasta i raccolti e scoperchia molte case; nello stesso periodo le spinte separatistiche, che da qualche tempo agitano la comunità formata da Gorla Maggiore e Gorla Minore, portano alla divisione territoriale e amministrativa dei due centri (1920).

E’ assai difficile, se non impossibile, stabilire quale fu e quando sorse il primo luogo di culto cristiano a Gorla. Forse, com’è accaduto in moltissimi altri centri, una prima piccola chiesa nacque proprio nel luogo stesso dedicato al culto degli dei pagani.
L’ipotesi sembrerebbe confermata dal fatto che tutte le antiche cappelle dei paesi vicini furono edificate lungo il ciglio della valle e in prossimità della strada di collegamento tra le varie località; qui, invece, la primitiva cappella, dedicata ai Santi martiri diaconi Lorenzo e Vincenzo, sorse in posizione molto arretrata rispetto al ciglio dell’Olona e alla strada.
L’esistenza di una chiesa con questo titolo, attestata nel XIII secolo, è confermata dal dipinto trecentesco della Madonna dell’Aiuto che originariamente, cioè prima della mutilazione, era in forma di trittico: ai lati della Vergine erano affrescati i Santi patroni di Gorla, appunto San Lorenzo e San Vincenzo. Un primo ampliamento della chiesa di S. Lorenzo fu attuato alla metà del XVI secolo: il gesuita padre Leonetto Clivone, nella sua visita del 1566, indicando le misure dell’edificio, a navata unica, aggiunge che “la chiesa è nuova e bella”. Le dimensioni della costruzione resteranno immutate fino al 1852, mentre l’interno verrà abbellito da altari marmorei e decorazioni, per iniziativa dei parroci e con il concorso dei fedeli. Alla metà del secolo scorso verrà modificato tutto l’impianto cinquecentesco della chiesa (che resterà però a navata unica), con la costruzione della facciata, l’arretramento dell’altare maggiore, l’aggiunta del coro e la sostituzione del primitivo soffitto a cassettoni con volta a botte. In quest’occasione furono parzialmente distrutti i portici realizzati nel 1776 e fu incorporato nella facciata il campanile.
Mezzo secolo più tardi iniziarono i lavori per la costruzione delle navate laterali, che si conclusero nel 1901. Il nuovo campanile fu inaugurato nel 1914 e l'oratorio maschile nel 1920.
La chiesa, con il nuovo altare maggiore, sarà consacrata dall’arcivescovo di Milano, Andrea Carlo Ferrari, l’11 maggio 1901.
Le origini dell’oratorio di San Maurizio vanno collegate all’ambizioso desiderio dei nobili locali, i Terzaghi, di possedere una cappella nell’ambito della propria residenza. Che questa fosse anticamente una specie di casa fortificata, è dimostrato anche dal fatto che molti documenti notarili dei secoli XVI e XVII indicano la dimora dei Terzaghi col nome di castello. La costruzione della cappella è da collocarsi poco dopo l’anno Mille; nel corso di restauri dell’interno sono affiorati alcuni affreschi databili tra il XIII e il XIV secolo. Nel 1599, per volere testamentario di Giovanni Andrea Terzaghi, l’oratorio, che egli stesso aveva provveduto a riedificare, fu ceduto alla Congregazione degli Oblati, con l’obbligo di farvi risiedere un confratello per la celebrazione quotidiana di una messa.
Nuovamente ampliato e restaurato alla fine del ‘600, quando venne eretto il bel campanile cuspidato in cotto, dopo l’occupazione francese, nel 1810, fu confiscato insieme a tutte le altre proprietà della Congregazione. Sarà riaperto nel 1811.
Nell’estate del 1944 finì per essere usato come magazzino. Con il testamento del 1599 il Terzaghi lasciò alla Congregazione degli Oblati del S. Sepolcro anche la sua residenza, vicino all’oratorio di S. Maurizio, con l’obbligo di istruire i giovani.
Gli Oblati si dedicarono con grande zelo a questo compito e ben presto ai ragazzi di Gorla si aggiunsero quelli dei paesi vicini. L’iniziativa riscosse tanto successo da indurre gli Oblati ad aprire un vero e proprio collegio nel 1629. Un secolo dopo si costruì il cosiddetto quadrilatero, corrispondente al corpo centrale dell’attuale complesso, con il cortile interno circondato da un portico scandito da sessanta colonne di granito.
Nel 1774 i convittori sono 73 e la retta ammonta a 300 lire annue, ma appena dodici anni più tardi il numero è salito a 110 interni, più altrettanti esterni. Si insegna la lingua latina servendosi anche del dialetto. L’antica “casa da nobile” dei Terzaghi è ora completamente incorporata nelle nuove strutture, che vanno gradualmente estendendosi verso la piazza del paese, ma la confisca dei beni del 1810 annulla secoli di lavoro.
Il rettore Gianbattista Sioli e il vicerettore Giorgio Rotondi riscattano, con grandi sacrifici, l’intero “stabilimento”, compresa la chiesa di San Maurizio. Nel 1816 il Rotondi ottiene dal governo austriaco la nomina a rettore, paga i debiti ed acquista una parte dei terreni confiscati. Nel 1818 viene chiuso al pubblico l’oratorio di San Maurizio e il Collegio cede al comune di Gorla Minore la striscia di terra sulla quale sorgerà la rampa di accesso alla stazione ferroviaria.
Il 24 luglio 1838 il Collegio viene riconosciuto “stabilimento pubblico”, sotto la tutela dell’imperiale regio governo. Dal 1848 al 1853 il Collegio fu retto dai padri Somaschi e il suo prestigio diminuì notevolmente, tanto che i convittori scesero a 80. Ma con il ritorno degli Oblati si rese addirittura necessaria l’apertura di nuove aule in altri edifici della piazza. Nel 1880 fu eretta una cappella interna e dieci anni dopo la costruzione del liceo. Nel 1912 fu aperto a Gorla il Collegio Femminile Gonzaga, retto dalle suore della Presentazione di Maria SS. al Tempio. Oggi è sede di una casa di riposo per anziani.
Notevole interesse riveste anche la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, di antiche origini, nella frazione di Prospiano. La tradizione considera i due Santi titolari i protomartiri della Chiesa milanese: furono infatti martirizzati nell’anno 64, durante la persecuzione neroniana.
Il gesuita padre Clivone, nella relazione della sua visita effettuata a Prospiano nel 1566, annota brevemente: “La chiesa è antica ma piccola”. La vetustà dell'edificio viene riconfermata da Carlo Borromeo nella relazione della sua visita pastorale del 1582; dopo aver rilevato che la chiesa è a navata unica, divisa in tre campate, con una lunghezza di dieci metri, una larghezza di metri 6,50 ed un’altezza di metri 5,50, prosegue sottolineando che l’esiguità e la povertà della popolazione non consentono certamente opere straordinarie ed è già molto se si riesce a sopperire alla manutenzione ordinaria.
Soltanto verso la metà del ‘600 il tempio subirà una prima trasformazione che, modificando l’originaria struttura, probabilmente romanica, gli conferirà l’aspetto attuale. Alla metà dell’Ottocento risalgono i fregi in cotto della facciata, il rosone e il bel portale. Nel 1933 al campanile quadrato fu sovrapposta una cuspide.
Nel 1961, poichè la chiesa non era più in grado di contenere l’accresciuta popolazione di Prospiano, furono iniziati i lavori per la costruzione di un nuovo edificio, su progetto dell’architetto Enrico Castiglioni. Consacrata nel 1964 con la stessa intitolazione, la chiesa venne considerata da molti uno dei migliori esempi di architettura contemporanea.
La disposizione delle campane del campanile di Prospiano rappresentano le note sul pentagramma.
Sempre a Prospiano si trova il santuario della Madonna dell’Albero, anticamente indicato come “chiesa campestre di Santa Maria in Arbore”. Il ciclo di affreschi che orna l’interno è attribuito al frate umiliato Giacomo Lampugnani e risale agli ultimi anni del ‘400; probabilmente fu commissionato da qualche nobile locale. Il nome del santuario deriverebbe da una miracolosa apparizione della Madonna nel 10 luglio 1854. dell’Albero, con l’obbligo di due messe settimanali e di una festa solenne in onore della Vergine, da celebrarsi nel giorno dell’Assunzione.
Ogni anno il 10 luglio si ricorda la Scajada cioè il momento in cui un fulmine si scagliò su un gruppo di contadini che atterriti si rivolsero alla Vergine.
Nel 1597 l’orientamento della chiesa appare mutato e corrispondente a quello attuale. Nel 1603, infine, il cardinale Federico Borromeo, rendendo omaggio alla Madonna dell’Albero, annota le dimensioni del santuario (14 braccia di lunghezza) e dispone che l’apposita cassetta per la raccolta delle offerte venga munita di una doppia serratura, dotata di due chiavi: una in custodia al curato, l’altra ai nobili di Prospiano.

La chiesa del Lazzaretto a Gorla Minore fu costruita  durante la grave pestilenza del 1485, come Ospedale.. Si trova poco distante dal cimitero di Gorla Minore.

La chiesa di San Lorenzo risulta elencata tra le dipendenze della pieve di Olgiate Olona fin dal XIII secolo (Liber notitiae); la “cappella” di San Lorenzo è citata nel 1398 tra quelle del plebato di Olgiate Olona (Notitia cleri 1398); nel XVI secolo era identificata come rettoria (Liber seminarii 1564). Tra XVI e XVIII secolo la parrocchia di San Lorenzo è ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi di Milano e dei delegati arcivescovili tra le parrocchie della pieve di Busto Arsizio.
Nel 1753, durante la visita dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Busto Arsizio, il numero dei parrocchiani era di 679 di cui 504 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Gorla Minore esistevano gli oratori di San Maurizio e del Santo Angelo custode detto il Lazzaretto (Visita Pozzobonelli, Pieve di Busto Arsizio).
Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la cura di San Lorenzo di Gorla Minore possedeva fondi per 133.16 pertiche; il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 704 (Nota parrocchie Stato di Milano, 1781). Nella coeva tabella delle parrocchie della città e diocesi di Milano, la rendita netta della parrocchia di Gorla Minore assommava a lire 625.14.8; la nomina del titolare del beneficio spettava all’ordinario (Tabella parrocchie diocesi di Milano, 1781).
Nel 1901, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Busto Arsizio, il reddito netto del beneficio parrocchiale assommava a lire 595,01; il clero era costituito dal parroco. I parrocchiani erano 2120; nel territorio parrocchiale esisteva l’oratorio degli Angeli custodi detto il Lazzaretto di proprietà del regio collegio Rotondi; nella chiesa parrocchiale era eretta la confraternita del Santissimo Sacramento, le Pie unioni delle Figlie di Maria, dei luigini e del Consorzio del Sacro Cuore. La parrocchia era di nomina ecclesiastica (Visita Ferrari, I, Pieve di Busto Arsizio).
Già compresa nella pieve di Busto Arsizio e nell’omonimo vicariato foraneo, nella regione III della diocesi, con la revisione della struttura territoriale attuata tra il 1971 e il 1972 (decreto 11 marzo 1971) (RDMi 1971) (Sinodo Colombo 1972, cost. 326) è stata attribuita al decanato di Busto Arsizio nella zona pastorale IV di Rho.

Gli abitanti di Gorla Minore erano soprannominati i “Fasuati”.mentre gli abitanti di Prospiano venivano chiamati i “Ratìti”.

L'attuale via Roma si chiamava Via Umberto I°mentre la zona boschiva verso Cislago veniva chiamata la “Cudiga”..

La strada che dalla ferrovia portava ai mulini era chiamata "Carrà".

Persone legate a Gorla Minore:
Aldo Baito, ciclista
Emilio Chironi, ciclista
Marco Groppo, ciclista
Piero Landoni, pittore
Giovanni Mari, imprenditore e dirigente sportivo
Angelo Pereni, allenatore di calcio
Michael Rogers, ciclista
Giuseppe Sirtori, patriota



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domenica 26 aprile 2015

LA RASA

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Le origini della Rasa si perdono nella notte dei tempi: una notte illuminata, tuttavia, dal reperimento di una necropoli di epoca romana: la necropoli di Rasa.
Un  prato  ben esposto al sole, facilmente accessibile (La Riana), com'era d'uso allora per le sepolture, testimonia che nei primi secoli  dell'era volgare la Rasa era già abitata da gente non primitiva, che possedeva suppellettili e monete coniate, ed era quindi uscita dalla penombra della preistoria golasecchiana.
La presenza di 11 tombe a cremazione, tra le 42 scoperte nel 1917, potrebbe non escludere insediamenti più antichi.Il tipo di materiale reperito:vasellame, monete e cesoie per la tosatura, oggi esposto nel museo di Villa Mirabello, sembra escludere la presenza di avamposti militari ma solo, quella di popolazioni dedite all'agricoltura ed all'allevamento del bestiame.
Anche se alcuni documenti d'archivio permettono di affermare che nel XIII secolo La Rasa era già popolata e già scossa da questioni relative alle proprietà e ai confini, dobbiamo risalire alla fine del XV secolo per avere una chiara idea della consistenza di questo nucleo abitativo. Una sessantina di persone dedite alla pastorizia, all'agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi  suscitarono l'attenzione dell'Arciprete del Sacro Monte, il piacentino Mons. Fabrizio Morliani, che decise di costruire per loro una chiesetta: l'attuale chiesa di San Gottardo.

Immediatamente  a monte della Chiesina si sviluppa il primo nucleo abitativo; in un "censimento di anime", fatto nel 1574, si indicano 13 case.
Nel XVI sec. gli abitanti superano il centinaio e già si configurano i rioni. Il più antico è il Cantun Gall, così chiamato dal casato dei Galli che vi dimoravano. Gli altri rioni sono nati nei secoli successivi: "Fonderia" caratterizzata da una officina per fusione di campane, "Ronchetto" per la presenza di campi coltivati o ronchi.  Nella seconda metà del secolo XIX la Rasa superava i 400 abitanti ed i vari possedimenti erano già elencati nel catasto (introdotto nel XVIII sec.da M. Teresa D'Austria). Vari  fattori cooperavano alla stabilità e all'incremento del paese: primo fra tutti la strada che da Varese si inoltrava nella Val Cuvia, la disponibilità di acque, di legname, di pascoli e di  cave per calcio e sasso nero, non da ultimo  la presenza di due fornaci per calce.

La Rasa di Varese si trova all'inizio di una valle orientata Nord-Sud che collega Varese alla Valcuvia. E'alle  falde di  tre monti: Il Campo dei Fiori ad Ovest, il Monte Chiusarella a Sud-Est, La Martica a Nord-Est. Il terreno è roccioso: in massima parte si tratta di una pietra bianca ricca di fossili detta "Dolomia del San    Salvatore";   mentre la parte settentrionale, verso Brinzio, poggia su una roccia rossastra detta "Porfido Quarzifero   della Valganna".   La Dolomia bianca si è formata, secondo i geologi, circa 230 milioni di anni fa alla periferia di un vulcano (la Martica) che    produceva il porfido rossastro.Lo studio dei fossili rileva che in quei tempi la Rasa doveva appartenere ad un atollo simile all'attuale Bora-Bora.

Rasa è una piccola frazione del comune di Varese posta a 7 Km. dal capoluogo, all'ingresso della Valcuvia ed ad una altitudine di circa 500 metri.
 
Il centro antico, posto sul versante est della valle, si è sviluppato immediatamente a monte della Chiesina del 500 dedicato al Patrono della comunità: S. Gottardo; la restante parte della frazione si sviluppa, per circa 1 Km., ai lati della provinciale Varese - Luino.

Il borgo, situato nel complesso del Parco Campo dei Fiori, è il punto di partenza di numerose escursioni, una delle più importanti è l'ascesa del Sacro Monte che domina il paese dai suoi 700 metri.

Rasa di Varese è una frazione del comune di Varese. Viene spesso riferita al femminile, come "la Rasa".

Nel centro di Rasa l'edificio più importante è la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria degli Angeli che conserva l'affresco della Madonna col Bambino e un organo moderno del 1931, opera di Giorgio Maroni, inoltre possiede un piccolo cimitero, situato sulla strada per Varese, poco prima dell'ingresso in paese.

La principale sorgente dell'Olona è situata ai piedi della cava ed andava ad alimentare un'ampia zona paludosa; il medico (otorino) Amedeo Cagnola(agli inizi del XX secolo) acquisì la zona, e fece realizzare al fratello Albino (imprenditore edile) i drenaggi, che consentirono di raccogliere le acque della sorgente nel pozzo da cui ora partono. Sempre in quell'area, Amedeo Cagnola fece ristrutturare la costruzione già esistente (era la palazzina della cava) trasformandola nella sua villa. (Sopra la villa vi sono i ruderi di una antica fornace del XIX secolo). La villa ed il relativo parco (16 ettari) vennero ceduti nel 1938 al comune di Milano, affinché l'intero complesso fosse destinato a un luogo di riposo per i mutilati; in seguito divenne villaggio per l'educazione dei ragazzi, per poi essere chiuso all'inizio degli anni 70 XX secolo e cadere in rovina. Il Parco Regionale Campo dei Fiori ha avviato attorno al 2009 la ristrutturazione del complesso (edifici e parco), con l'obiettivo di trasformarlo in un centro polifunzionale di educazione ambientale. In esso è stata installata la sede del corpo delle Guardie Ecologiche Volontarie del Parco. Altro usufruttario del complesso è il Consorzio dei Castanicoltori di Brinzio, Orino e Castello Cabiaglio, che ivi ha la propria sede.

La Fornace della Riana sorge a pochi metri dal complesso di Villa Cagnola, ed è un'antica fornace da calce, al 2013 in rovina.

Il Passo della Mottarossa è situato a 565 metri sul livello del mare, è il punto più alto raggiunto dalla strada provinciale n°62, che collega Varese con la Valcuvia.

La Necropoli Romana, di epoca precristiana, sita a nord dell'abitato, nel cosiddetto prato della Riana. La stessa denominazione della Riana potrebbe provenire da dell'Ariana, vale a dire "della necropoli Ariana".
La Miniera della val Galina sita nell'omonima valle, sulle pendici del Monte Chiusarella, è un sito abbandonato di estrazione della Galena (nel dialetto locale Galena = Galina), da cui il nome della valle.

Il fiume Olona ha, nei pressi di Rasa,le sue sorgenti: Villa Cagnola (al confine con Brinzio, Monte Legnone ). I suoi affluenti sono i torrenti Legnone, Sesnivi o Valle del Forno, e Des; uniche acque che non confluiscono nell'Olona sono quelle del torrente Buragona e del suo affluente Galina, che sfocia nel laghetto di Brinzio.

Gli avvenimenti annuali che vivacizzano la comunità sono:
-- il Concerto Bandistico di Primavera, in Aprile,
-- le feste Patronali di S Gottardo, in Maggio, e della Madonna
   S. Maria degli Angeli, in Agosto,
-- il Torneo serale di calcio, in Giugno,
-- il Concerto per organi Antichi, in luglio,
-- il mercatino di Natale, in Dicembre,
-- la Messa di  mezzanotte ed il Falò, alla vigilia del Natale.




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sabato 25 aprile 2015

SANT ' AMBROGIO OLONA

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Sant'Ambrogio è un quartiere della città di Varese posto nel quadrante nordoccidentale dell'area urbana.

Il primo nome del rione fu Segocio, in quanto le cronache del tempo affermano che la Madonna vergine madre di Dio apparve a Sant'Ambrogio nel luogo di "Segocio" (la zona centrale del rione) che in seguito fu chiamato Sant'Ambrogio Olona in onore del Santo Vescovo ed al fiume che scorre nella zona.

Sotto l'impero Romano, anche Segocio, come tanti altri punti strategici circostanti della zona varesina allo sbocco delle valli, venne interessata dalla costruzione di un sistema difensivo formato da presidi di vedetta realizzati con grossi conci di pietra e collegati fra loro attraverso alcune strade, che arrivavano fin sulla cima del Sacro Monte.

Fu così che venne innalzata la torre (oggi campanile), che fece delle poche case che la circondavano il primo vero nucleo di quello che sarebbe diventata l'attuale frazione di Sant'Ambrogio Olona.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 345 abitanti, nel 1786 Sant'Ambrogio entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 400 abitanti. Nel 1809 il comune fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo annesse a Velate, ma l'autonomia municipale di Sant'Ambrogio fu poi ripristinata con il ritorno degli austriaci. L'abitato crebbe poi discretamente, tanto che nel 1853 risultò essere popolato da 600 anime, salite a 698 nel 1871. Nel frattempo, dal 1863, il governo aveva cambiato la denominazione del comune in Sant'Ambrogio Olona. Una sensibile crescita demografica nella seconda metà del XIX secolo portò poi ai 1201 residenti del 1921. Fu quindi il fascismo a decidere nel 1927 la nuova e definitiva soppressione del municipio locale, stabilendo l'annessione dell'abitato a Varese.

In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Sant’Ambrogio Olona con 622 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento I di Varese, circondario II di Varese, provincia di Como.
Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 640 abitanti (Censimento 1861). Sino al 1863 il comune mantenne la denominazione di
Sant’Ambrogio e successivamente a tale data assunse la denominazione di Sant’Ambrogio Olona (R.D. 8 febbraio 1863, n. 1192). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia (Circoscrizione amministrativa 1867). Popolazione residente nel comune: abitanti 698 (Censimento 1871); abitanti 775 (Censimento 1881); abitanti 880 (Censimento 1901); abitanti 1.064 (Censimento 1911); abitanti 1.201 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Varese della provincia di Como. In seguito alla riforma dell’ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1927 il comune venne aggregato alla provincia di Varese. Nel 1927 il comune di Sant’Ambrogio Olona venne aggregato al comune di Varese (R.D. 24 novembre 1927, n. 2247).

La chiesa edificata in onore del Vescovo e della vergine, in quei tempi, doveva essere assai ridotta anche perchè il luogo era isolato, ma ricco di essenze arboree, successivamente nel secolo XII la piccola costruzione venne sostituita dalla chiesa "PARROCCHIALE ANTICA" di stile romanico, della quale rimane l'abside accanto al campanile.

L'edificio della chiesa parrocchiale, dichiarato Monumento Nazionale, sorge nel centro della frazione di S. Ambrogio Olona.

Il suo campanile, originariamente privo di cella campanaria e cupola, altro non è che l'antica torre romana presso la quale Ambrogio, vescovo di Milano, sconfisse gli Ariani nell'Alto Medioevo.

La chiesetta - attribuibile secondo alcuni al XII secolo, secondo altri alla seconda metà del XI secolo - venne costruita presso la torre romana preesistente per soddisfare le accresciute esigenze della popolazione del tempo (200-250 abitanti), la cui dipendenza ecclesiastica da Varese diveniva pesante, anche a causa delle difficoltà nei collegamenti fra i due abitati.

L'edificio attuale sorge sul luogo dell'antichissima cappellina: la parte absidale tuttora visibile ne testimonia lo stile romanico, orientato secondo l'antica usanza da oriente a occidente e dalla forma di rettangolo perfetto, a cui si aggiunge il semicerchio dell'abside.

Nonostante la perdita nel 1890 di una buona metà della struttura originaria, si possono ancora vedere le immorsature della copertura originaria del tetto, la finestra centrale ancora intatta e le tracce di quella a nord (quella a sud, sulla piazzetta, è stata eliminata nel ‘700).

Sul fianco meridionale inoltre sono visibili, in alto, i resti di una finestra ad arco tondo, della primitiva costruzione romanica.

Dopo studi approfonditi, nel 1949 il pittore santambrogino Luigi Daverio ha richiamato l'attenzione di critici e studiosi sul notevole complesso di affreschi interno alla chiesa.

Nella volta della cappella laterale dell'antica parrocchiale, inquadrati tra stucchi di fattura barocca, sono stati svelati dipinti attribuiti a Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il più singolare artista del Seicento lombardo, le cui opere sono ammirate anche nella Basilica di S. Vittore di Varese, nella settima cappella del Sacro Monte, nel Santuario di Varallo, a Novara, Como, Piacenza.

Al centro degli affreschi è raffigurato l'Eterno Padre benedicente, attorniato dalla colomba simbolo dello Spirito Santo e da pannelli con gruppi di angeli musicanti di mirabile fattura.

Dopo attenti studi, anche la bellissima Madonna dipinta su tavola da anni riposta nel coro, ha ritrovato l'antico splendore: essa è dovuta al valente pennello di Carlo Francesco Nuvolose (1608-1661), il maggior esponente di una famiglia di noti pittori, discepolo di Giulio Cesare Procaccini.

Celebri i suoi dipinti e ricercatissime le sue Madonne che, ricche di grazia e di soavità, si avvicinavano moltissimo allo stile del Veronese e del Murillo.

Tutti gli studi critici e le attribuzioni sono state pienamente confermate dalla professoressa Eva Tea, docente di storia delle Arti all'Accademia di Brera e all'Università Cattolica di Milano, nel corso di un sopralluogo eseguito a brillante coronamento del lungo e paziente lavoro compiuto dal Daverio.

La chiesa parrocchiale di S. Ambrogio si onora, inoltre, anche di due notevoli bassorilievi che un parrocchiano, lo scultore Angelo Frattini, eseguì agli inizi della sua felice carriera artistica.

Essi sono in opera nelle lunette sopra le porte che dall'altare maggiore introducono in sacrestia e alla Grotta di Lourdes, e raffigurano La Speranza e La Fede.

S. Ambrogio ha sempre nutrito un profondo culto per la patria, ad onore e gloria della quale ha anche immolato parecchi dei suoi Figli migliori: ne è testimonianza il Monumento ai Caduti, eretto in piazza Milite Ignoto dopo la prima guerra mondiale.

Lo scultore Ernesto Bazzano, chiamato a realizzare l'opera, modellò un soldato che impugnava la bandiera nazionale, proteso verso la trincea nemica.

Il bronzo, collocato su un piedistallo di pietra in mezzo a un giardinetto recinto, vi rimase fino al 1943, quando venne rimosso dalle truppe tedesche di stanza in Alta Italia, che lasciarono solo il nudo piedistallo.

Al termine del secondo conflitto mondiale, un Comitato esecutivo emanazione della locale Sezione Combattenti e Reduci, diede incarico al santambrogino Angelo Frattini di studiare un nuovo bronzo, raffigurante la gioventù nell'atto di stringersi al petto la bandiera, simbolo della Patria.

L'opera, realizzata con il solidale contributo di tutta la popolazione, venne inaugurata il 9 settembre 1957 alla presenza delle maggiori autorità cittadine e provinciali e dell' onorevole Tambroni, allora Ministro degli Interni, che tagliò il nastro d'onore.

Il bronzo fu anche benedetto dal parroco don Barnaba Stucchi, e fu madrina la signorina Corinna Marocchi, sorella di un glorioso caduto pluridecorato.

Sulla pietra del piedistallo venne scolpita questa dedica: "Sulla pietra monca e fredda risorge il Soldato d'Italia. Nello sguardo la visione della Vittoria, della Gloria, del Martirio. Nel gesto, la difesa della Patria immortale."

S. Ambrogio Olona è ricordata nella storia del Risorgimento italiano per aver ospitato il grande condottiero dei Cacciatori delle Alpi e delle camicie rosse, nelle giornate fatidiche del maggio 1859, quando la città di Varese si affrancò dalla dominazione austriaca.

Racconta in proposito lo scrittore Carrano: "L'ex maggiore austriaco a riposo, italiano, abitava in S. Ambrogio la casa di una suo nipote, residente in Londra la quale, presentando, unica fra le altre, un aspetto civile e vago, poteva essere facilmente rimarcata ed attirare lo sguardo e l'attenzione dei passeggeri.

Quando giunse Garibaldi era già calata la notte, ed anche senza le eccezionali circostanze d'allora, la porta della casa in discorso sarebbe stata egualmente serrata, poiché era vecchia abitudine del maggiore Zanzi il coricarsi presto la sera per alzarsi prestissimo il mattino.

Era dunque naturalissimo che la porta fosse chiusa, e che s'avesse a picchiare per farla aprire, allorché Garibaldi decise di volere entrare a passare la notte in quella casa.

Il maggiore Zanzi era a letto ammalato, ma diede ordine al proprio domestico di aprire e dare ospitalità.
Per cui la casa fu tosto messa a disposizione del generale Garibaldi e del suo seguito.

In un momento furono approntati 24 materassi per ristorare le membra affaticate dei sopraggiunti e le tre nipoti del signor Zanzi – per quanto spossate e bisognevoli anch'esse di riposo, in quanto ivi rifugiatesi, fuggitive da Varese – vegliarono in piedi tutta quanta la notte, per cedere stanze, letti, divani e sedie ai benvenuti".

Nella casa Zanzi, Garibaldi riposò in una stanzetta a piano terreno, dove non c'era di meglio che un libro legato elegantemente "che era uno schema o almanacco militare dell'Impero d'Austria".

Sempre dal suo quartier generale di S. Ambrogio, il grande Condottiero italiano scriveva al Commissario Regio in Como, signor Venosta: "Io sono a fronte del nemico a Varese – penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della Città, ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza".

Prosegue il Della Valle nel suo libro: "A tale scopo, scaglionati i suoi Battaglioni a destra verso Masnago, ed a sinistra verso Induno, egli stesso in persona (Garibaldi) collocò gli avamposti dinnanzi a S. Ambrogio.

Quindi, accompagnato da due ufficiali di Stato Maggiore, dal capitano Simonetta e dal signor Adamoli di Varese, si portò per una ricognizione su di un colle a destra della strada da S. Ambrogio a Varese, da dove poté osservare la sottoposta Città e rilevare le forti posizioni che gli Austriaci tenevano fuori di essa, sulle alture e nelle ville circostanti.
Conosciute quelle favorevolissime posizioni del nemico, vedutolo preparato e pronto a riceverlo, e consideratone il numero sproporzionatamente superiore alle sue forze, Garibaldi dimise il pensierino di tentare nuovamente colà la fortuna delle armi e fece ritorno a S. Ambrogio".

Era il I giugno 1859.

Il giorno seguente "…il generale andò fuori all'alba a riconoscere il nemico, secondo il suo costume di volere osservare ogni cosa coi propri occhi, e scoprì che esso erasi avanzato anche verso S. Ambrogio, occupando Biumo Superiore, e dominando da questo promontorio la strada da S. Ambrogio a Varese.

S.Ambrogio vanta la presenza di numerose ville d'epoca liberty, con torrette, palmizi e ferri battuti floreali, segno della stagione turistica d'inizio secolo e del primo dopoguerra: molti signori di Milano infatti sceglievano la zona tranquilla e salubre del Varesotto per trascorrervi i mesi estivi.

Di grande suggestione è Villa Toeplitz, costruita in stile eclettico sul finire dell'800 per conto della famiglia del fondatore dell'appena fondata Banca Commerciale Italiana.

La villa, costruita sulla collina a levante del paese, è in posizione dominante verso l'Orsa, il Bisbino, Brunate, la piana di Induno, il Comasco e verso la zona a mezzodì del Rione.

Oltre alla terrazza panoramica affacciata sulla valle dell'Olona, è da notare la torretta con specola per le osservazioni astronomiche. Lo splendido parco, realizzato nel 1927, è percorso da un sofisticato gioco di prospettive e sentieri e disseminato di notevoli fontane in pietra.

Lo splendore della villa troverebbe origine nella determinazione e nel gusto di donna Edvige Toeplitz, ispiratrice del meraviglioso giardino e collaboratrice intelligente del marito, Giuseppe Toeplitz, che verso la fine della prima guerra mondiale, acquistata la villa a cui diede il proprio nome, ampliava i terreni della proprietà fino ad avere lo spazio sufficiente alla realizzazione di uno dei suoi sogni.

Un lato del terreno fu trasformato in frutteto, con una coltura completa di ogni qualità di pere e mele ad alto fusto. Nel medesimo tempo, l'interno della villa subiva notevoli modifiche, mentre nella zona più alta del parco veniva edificata la bella Cappella.

La realizzazione dello splendido parco fu affidata a un famoso giardiniere francese, a patto tuttavia che si attenesse alle precise indicazioni di donna Edvige, ispirate alle meraviglie osservate durante i suoi avventurosi viaggi in Asia.

Ad esempio, il disegno del giardino riconduce chiaramente a Shalimar-Bag e Nisha-Bag, le due più belle realizzazioni dell'imperatore mongolo Babar (detto proprio "Padre dei Giardini"), da cui donna Edvige rimase profondamente affascinata durante il suo viaggio nel Kashmir.

La villa ed il suo parco diventarono presto centro di raffinata vita culturale ed artistica: intorno a donna Edvige si raccoglievano musicisti, compositori, cantanti, attori e attrici.

I Toeplitz, profondamente religiosi, vollero anche la costruzione di una Cappella, per la quale fu chiamata dalla Polonia la signorina Goraska, architetto, che diede vita a un piccolo capolavoro.

Degli affreschi si occupò il celebre pittore polacco Rosen, lo stesso che, su invito di Papa Pio XI, eseguì nella Cappella privata del Pontefice a Castelgandolfo gli affreschi della difesa di Czestochowa, raffigurandovi la famosa Madonna Nera. Lo stesso Rosen ha affrescato anche la cappella di famiglia al cimitero di Sant'Ambrogio dove è raffigurata l'immagine del Cardinale di Milano S.E. Idelfonso Schuster.

Ma le sorprese, in questo giardino della felicità sono quasi inesauribili.

Donna Edvige, che si interessava anche di astronomia, fece costruire anche un piccolo Osservatorio, perfettamente attrezzato, valendosi della collaborazione del prof. Bianchi, direttore dell' Osservatorio di Brera e creatore dell' Osservatorio di Merate e del Planetario di Milano.

Con la morte di Giuseppe Toeplitz, il complesso fu ereditato dalla moglie e dal figlio Ludovico che, dopo la seconda guerra mondiale, lo vendettero ai fratelli Mocchetti di Legnano.

Nel lasciare la villa, dopo la scomparsa del marito, donna Edvige cedette sì il telescopio ma lasciò intatta la cupola mobile.

La proprietà passò infine, nel 1972, al Comune di Varese, che volle aprire il parco al pubblico e destinare l'edificio ad una funzione scolastica.

Attualmente la villa è sede dell'Università dell'Insubria di Varese.

Il complesso dei Molini Grassi, sia per la loro struttura architettonica (sono composti da più edifici su più livelli naturali lungo l'Olona) che per la dotazione ruote (ben sette iscritte a Catasto nel 1881) è stato senza dubbio uno fra i più importanti della nostra zona.

Date presenti su una parete interna dell'edificio più a Sud (1730) e soprattutto l'affresco esterno sulla facciata dell'edificio a Nord (1675) ne attestano la presenza sin dai tempi più antichi.

Ancora di grande valore l'ambito circostante.

Il complesso dei Molini Grassi, grazie anche ad  alcuni   recenti   interventi  di   restauro,  ha mantenuto una consistenza strutturale originaria ancora facilmente visibile.

Sono tuttora presenti due ruote in ferro a  testimonianza di un passato recente.

Attualmente parte degli edifici (quelli a Nord sono disabitati, mentre gli altri sono abitati).




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venerdì 13 marzo 2015

PARCO CASTELLO DI LEGNANO

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Il Parco di Legnano (parco Castello) è un parco comunale che si sviluppa intorno all'Olona. Ha una superficie di circa 25 ettari e si estende sul territorio del comune di Legnano, in Provincia di Milano.

Collocato ai margini della città, confina con i Comuni di Canegrate e San Vittore Olona. Si estende nei dintorni del castello di Legnano. Istituito nel 1976 come Parco locale di interesse sovracomunale, dal 2008 fa parte del Parco dei mulini, parco di interesse sovracomunale che si estende per circa 500 ettari.

Nel periodo della sua costituzione, i rimboschimenti non erano effettuati basandosi su criteri specifici di salvaguardia del paesaggio locale e dunque l’area protetta annovera perlopiù piante non autoctone della zona. Sono presenti ontani, biancospini, frassini, gelsi, platani, robinie e salici, ma solamente i pioppi lungo le rogge testimoniano oggi l’antico paesaggio della regione agricola intorno all'Olona.

A partire dal 1981 è stata creata una zona umida di circa mezzo ettaro di superficie che è alimentata da acque di falda con lo scopo di fornire un ambiente favorevole alla vita di pesci e uccelli acquatici. Tra i pesci sono presenti lucci e carpe, oltre a numerose altre specie ittiche. È del 2011 l'installazione di una grande fontana all'interno dello specchio d'acqua principale con funzione di ossigenazione delle acque. Nel parco si possono osservare esemplari di ricci, tartarughe e scoiattoli.

Tutta l'area verde è circondata da una recinzione e i principali sentieri interni sono pavimentati in cemento. Il parco è dotato di un bar, di campi da bocce, di una pista di pattinaggio e di una half-pipe. Per gli amanti del jogging è stato inoltre installato un time point che consente di monitorare on-line i tempi dei propri allenamenti.

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giovedì 12 marzo 2015

PARCO DEI MULINI

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Il Parco dei mulini è un parco locale di interesse sovracomunale riconosciuto dalla Provincia di Milano il 10 marzo 2008 che si sviluppa intorno all'Olona ed al Canale Villoresi. Si estende sul territorio dei Comuni di Legnano, Canegrate, San Vittore Olona, Parabiago e, dal 1º gennaio 2011, Nerviano.

Il parco è caratterizzato dalla presenza dei corsi d'acqua (Fiume Olona, torrente Bozzente e Canale Villoresi) in un ambito densamente urbanizzato e industrializzato. Esso ricomprende il parco urbano denominato Parco Castello di Legnano, le aree agricole lungo il fiume Olona fino all'ex Monastero Olivetano a Nerviano e il Canale Villoresi sino al confine con Lainate. Rara è la presenza di aree boscose, fuori dal parco Castello.

Nel parco sono presenti importantissime testimonianze storiche come il castello di Legnano, l’ex opificio Visconti di Modrone (oggi adibito a centro residenziale) e sei mulini, ultimi a testimoniare l’antica tradizione molitoria della zona. Un tempo infatti, tra le sorgenti dell’Olona e Nerviano, il corso del fiume era disseminato di mulini. Fin dal Medio Evo, a Legnano in particolare, prosperava l'attività molitoria. Tale era il numero di mulini da far supporre che nel XV secolo questa attività costituisse per l'intera zona una notevole fonte economica. Il più antico documento conosciuto nel quale si nomina un mulino sull'Olona è del 1043. Nel 1608 si contavano sulle sponde dell'Olona 116 mulini. Durante lo sviluppo industriale del XIX e XX secolo i mulini vennero trasformati in attività produttive, e con l'arrivo della corrente elettrica l'attività molitoria lungo il fiume vide il suo declino.

Attualmente pochi mulini restano, a monte e a valle del castello visconteo di Legnano. Da essi prende il nome una tradizionale gara di cross campestre, la Cinque Mulini, che si corre ogni anno a primavera a San Vittore Olona. Si tratta dei mulini "Cozzi" (già "Melzi Salazar", il meglio conservato), "Cornaggia" (lungo l'Olona adiacente al Parco comunale del Castello di Legnano), "De Toffol" , "Montoli" di San Vittore Olona, "Galletto" di Canegrate ed un altro a valle di Nerviano. L'unico con le macine ancora in efficienza (più che altro per triturare foraggio per bestiame) è il mulino annesso alla fattoria agricola Meraviglia nel territorio di San Vittore Olona, che è certamente il più antico tra i rimasti poiché risalirebbe al XIV secolo.

A valle di San Vittore Olona ne rimangono pochi altri, come i mulini "Rancilio" (già "Mulino del Miglio"), "Gajo-Lampugnani" e "Bert" tutti a Parabiago.

Curiosa è la vicenda del Mulino "Star Qua" di Nerviano, il cui nome deriva da un episodio del 1853: ad un ordine delle truppe dell'esercito asburgico di sgombero dei locali, il mugnaio rispose "noi vogliamo star qua".

Nel 1772, secondo la relazione Raggi, i mulini funzionanti censiti nell'Alto Milanese tra legnano e Nerviano erano 28. Nel 1881 secondo la relazione dell'ingegner Mazzocchi risultarono censiti e funzionanti 19 mulini. Oggi invece sono rimasti 11 Mulini, nessuno in funzione, e 7 memorie o rovine di mulino.

Segue la fauna più rappresentativa presente nel parco suddivisa per ambienti. Dopo il nome comune in italiano segue quello in lingua locale nella versione legnanese/parabiaghese.

gufo comune -ciut
allocco -locch
sparviero - falchett
picchio rosso maggiore -piccasc
cinciarella -zeferina
scoiattolo rosso -scuiatul russ
pipistrello -tagnoeura
capinera -can negar
codibugnolo -parascioeura da cua lunga
cinciallegra -parascioeura
scoiattolo grigio -scuiatul gris
cervo volante - cornabò
carpino -carpan
cerambice -griòn a puà
platano -platan
farnia -rugura
sambuco -sambrugu
ramarro -ghezzu
biacco -bissa/smiroldu
barbagianni -pòra dònna
bagolaro -spaccasass
faina -fuin
cuculo -cucù
fringuello -fringuell
moscardino - murigioeu
giglio d’acqua -spadun
phragmites -caneti
gambero italiano -gambar
gambero della Louisiana -gambar
luccio -lusc
trota
barbo -barbu
pesce persico -pes persich
cavedano -cavedan/cavezzal
alborella -arburela/arburei
vairone -vairun
rana
nitticora -sgolgia
gallinella -gainera
ballerina bianca -tremacua
marzaiola - marziroeu/resegheta
mestolone -casulotu
moretta -mureta
germano -german
cormorano -curmuran/marangun
airone cenerino -sgulgiun
calopteryx -spuseta
tifa -masagat
ontano nero -uniscia
salice -saras
martin pescatore -martin
tinca -tenca
carpa
ghiozzo -botra
cagnetta
Anax imperator -gugiun
codone -coalunga
anguilla -inguilla
tritone -tarangola
usignolo di fiume
tarabusino -sgulgin
porciglione - grugnett
moriglione -collruss
talpa -tapun
riccio -rispurcel
topo -rattu/murigioeu
lucertola -luserta
grillo -grill
cavalletta -saltamartin
fiordaliso -fiordalis
picchio verde -piccasc
ape -ava
volpe -vulpa
quaglia -quaja
cardellino -lavarin
cornacchia -scurbatu
rondine -rundina
gheppio -falchett
balestruccio -tardela
gelso -murun
lepre -legura
coniglio selvatico -cunili lapan
mini lepre -mini legura
fagiano -fasan
rospo -sciatu
chiocciola -lumaga
scricciolo -re di sces
merlo -merlu
pettirosso -pettiruss
papavero -scioretta
salamandra -lusascia
codirosso -coarus
colombaccio -culumbasc
averla piccola -stregazèta
narciso - narcis

Il Parco dei Mulini si può visitare in bicicletta. È in corso di progettazione una pista ciclabile già finanziata dalla Regione Lombardia che collegherà il parco urbano del Castello di Legnano a Nerviano. Già ora è possibile attraversare il Parco su strade sterrate o asfaltate adatte ai ciclisti ad eccezione del tratto interessato da una strada trafficata tra l’isolino di San Lorenzo di Parabiago e il Canale Villoresi.

L’intero percorso dal centro di Legnano al confine con il Comune di Lainate è di circa 10 km. Per i ciclisti più allenati la zona dell’alta pianura offre altri tracciati cicloturistici che consentono di raggiungere numerosi parchi e località turistiche. Sulla pista ciclabile del canale Villoresi è possibile fare lunghe biciclettate. Verso Ovest: da Parabiago ad Arconate, 10 km di tratto asfaltato e protetto, poi sino a Nosate in larga parte non asfaltato e protetto. Piccole deviazioni dall’alzaia a Parabiago, in corrispondenza della ferrovia, e ad Arconate. Verso Est: da Parabiago a Monza, 24 km su tratto agevole e protetto, non sempre asfaltato. Piccola deviazione dall’alzaia a Senago.

Nel Parco esistono alcune aziende agricole con vendita dei propri prodotti (latte, riso e formaggi). Il latte di mucca prodotto quotidianamente è di circa 2800 litri. Nei comuni del Parco si svolgono due mercati di prodotti venduti direttamente dagli agricoltori.

Il Parco dei Mulini, dal 2010, ha avviato un percorso di partecipazione permanente, finalizzato alla realizzazione dell’inventario del patrimonio naturale e culturale, alla stesura di un programma pluriennale degli interventi, alla concertazione di studi di fattibilità per la riqualificazione paesistica delle aree fluviali e all’ampliamento della rete del partenariato che collabora col Parco. Agli organi politici e tecnici del Parco si sono affiancati un forum di partecipazione, aperto a tutti, e un gruppo di progettazione, costituito dai proprietari delle aree perifluviali (Comuni, gestori dei depuratori, alcuni proprietari singoli, una Società per azioni) e dai partners di progetto. Fanno parte di questi ultimi alcune associazioni ambientali e culturali, il Distretto Agricolo Valle Olona e il Consorzio del Fiume Olona.

Questi soggetti hanno interagito tra loro condividendo una mappa sul modello delle parish map inglesi che riporta il patrimonio comunitario da valorizzare e un piano contenente sia azioni di sistema, sia la progettualità sulle aree perifluviali.

Il Parco ha creato, favorito e coordinato alleanze tra pubblico e privato per raggiungere insieme alcuni obiettivi, concertati nel percorso di partecipazione, secondo il principio della sussidiarietà orizzontale. Infine il Parco ha attivamente collaborato e interagito con numerose Istituzioni, secondo il principio della sussidiarietà verticale nei tavoli istituzionali promossi da Regione Lombardia quali il Contratto di fiume,  il Patto per lo sviluppo del Sistema Verde V'Arco Villoresi, il Tavolo tecnico per la progettazione delle Opere di laminazione lungo il fiume Olona e, infine, l’Osservatorio regionale per EXPO 2015.

Nel giugno 2013 le cinque Amministrazioni Comunali del Parco, 18 partners di progetto, 7 proprietari dei terreni e numerosi singoli cittadini hanno sottoscritto il Patto per il fiume Olona che contiene obiettivi di sistema per tutto il Parco dei Mulini e 10 studi di fattibilità per la riqualificazione di circa 45 ha di paesaggio perifluviale, pari a circa il 10% della superficie dell’area protetta.

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