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lunedì 3 agosto 2015

VILLA CARCINA



Villa Carcina è un comune della bassa Val Trompia ed è composto da 5 nuclei abitativi: Cailina, Carcina, Cogozzo, Pregno e Villa.

È formato da una striscia centrale con andamento da nord a sud che costituisce il fondo valle al centro del quale scorre il fiume Mella. A est e ovest l'andamento del territorio è montuoso con quote che raggiungono mediamente 1.000 m.

Il monte più alto del comune è il monte Palosso con i suoi 1.158 m.

Il comune di Villa Carcina, nella sua conformazione odierna, è stato costituito nel 1928, anno in cui il regime fascista semplificò e riunì i comuni più piccoli. Fino ad allora i comuni erano due: Villa di Cogozzo, comprendente Cailina, e Carcina-Pregno.

Di epoca preromana si hanno sicure tracce nei pressi di Cogozzo (necropoli) e in Pendezza a Pregno (cocci). mentre coi romani si ha la prima traccia di insediamenti militari (Pregno) e civili (abitazione a Cogozzo e acquedotto a Pregno). Si hanno inoltre tracce dell'epoca alto medievale in Cogozzo (è stata ritrovata una Franca, ascia dell'epoca carolingia) e in Villa, con la costruzione di una piccola fortificazione nei pressi di via Trieste.

In epoca veneta all'entrata di Carcina, per chi proveniva da sud, vi era un arco che segnalava il passaggio dalla giurisdizione di Brescia a quella della Valle, giurisdizione che aveva il centro politico tra Ponte Zanano, residenza del Capitanio di Valle, e Tavernole Sul Mella ( Benche la vicinia si chiamasse Cimmo e fosse Cimmo il paese principale, a Tavernole vi era sede del Sindaco di Valle, della Cassa del territorio ed era sede di giurisdizione per i reati penali, i cui giudici erano periodicamente inviati da Brescia, le cause civili di poco conto e quelle relative ai confini dei terreni tra Originari venivano di regola risolte all'interno della singola Vicinia)

Nel 1797 avvenne la battaglia di Carcina in cui i valligiani ancora fedeli alla Serenissima si scontrarono con preponderanti forze franco-bresciane a seguito della "rivoluzione" guidata da un ristretto numero di cittadini bresciani appoggiati da truppe di occupazione francesi e ribelli bergamaschi, l'apporto di questi ultimi risultò decisivo.

Villa significa casa di campagna o villa senza cinta in contrapposizione al castello che invece era circondato da mura anche se vi si può scorgere nella parte alta dell'abitato un resto di basamento di fortificazione
Carcina, secondo alcune ipotesi, viene fatto derivare dal volgare Carectina o Caricetina, cioè luogo paludoso con giunchi, che in seguito fu bonificato dai Benedettini di Sant'Eufemia. Qui si trova la casa più antica di tutto il comune nei pressi della Chiesa parrocchiale, di proprietà della famiglia Frassine.
Cailina viene da alcuni associato a casilina anche se in passato risulta chiamato come Caylina, Caiglina ecc. Intorno alla fine del XVIII secolo, quando ancora Carcina "alta" non esisteva, veniva definita come "il paese che per estimo territoriale superava Villa e Cogozzo assieme (Giovanni da Lezze, riportato in Villa carcina, un paese alle porte della Val trompia)". In seguito alla costruzione delle trafilerie in località Rassega questa percezione è andata perduta. Nel 1700 la sua popolazione viene definita "atta ai maneggi" ovvero, atta a creare situazioni poco chiare da cui ricavarne un certo vantaggio: il riferimento è al tentativo portato avanti sotto l'amministrazione veneta di uscire dal comune di Villa Cogozzo e di unirsi a San Vigilio per via degli sgarbi ricevuti dai concittadini che, senza curarsi di questa frazione, costruirono un unico ponte carrabile tra le opposte rive del Mella in vicinanza di Pregno, obbligando i cailinesi a passare più spesso tramite S. Vigilio che Villa per arrivare al capoluogo provinciale. La chiesa di San Michele, di chiara origine longobarda, divenne parrocchiale con decreto vescovile del 15 febbraio 1963. Alcune fonti indicano che la chiesa non era l'unico centro di culto del paese ma che vi era in origine un secondo luogo di culto dedicato a San Nicola, la cui ubicazione è andata perduta lungo i secoli.
Cogozzo, secondo alcune ricostruzioni significherebbe luogo a punta, riferendosi forse alla parte che sta alla chiesa di S. Lorenzo sulla strada interna per Noboli, ove vi era probabilmente la strada romana che attraversava il Mella in frazione Noboli di Sarezzo, ove tuttora sorge un ponte romano ancora in uso. Era dimora a famiglie benestanti e vi ha sede l'acquedotto principale comunale (Il comune ha circa 4-5 pozzi)
Pregno: qui si hanno le prime documentazioni di un insediamento romano in valle, località Zignone, precedenti sia alla villa ritrovata a Cogozzo che all'acquedotto. Da questa località passava per l'appunto l'acquedotto romano, tuttora visibile sia qui che in un punto della triumplina in frazione Costorio a Concesio, che portava l'acqua potabile da Lumezzane alla città di Brescia. La tradizione vuole che fosse chiamato "Condotto del Diavolo" ed in un antico documento del 1300 veniva denominato "Cuniculum Priegni". Una antica leggenda narra che i santi patroni Giovita e Faustino crebbero appunto nel castrum di Pregno in località Zignone. Altra nota d'interesse: Pendezza e Zignone furono le prime località mappate dagli ufficiali napoleonici.

L'economia del paese era tutta basata sull'agricoltura del terreno e dei monti e da essa si ricavava, sia pure in minima parte, tutto il necessario per il sostentamento. Da quell'epoca derivano alcune denominazioni dei cortili delle case padronali che oggi si possono ancora in parte scorgere soprattutto a Cailina (Mensi, Mariotti, Bregoli) e Cogozzo nella parte vecchia.

Col passare del tempo, a cominciare dalla seconda metà del secolo scorso, sorsero diverse grosse industrie: nel 1859 la "Glisenti", nel 1889 il cotonificio "Mylius", divenuto in seguito Bernocchi e nel 1911 la "TLM" Trafilerie Laminatoi Metalli, che insieme fornivano lavoro ad oltre 3000 dipendenti.

Negli ultimi anni, con il declino della grande industria, sono sorte al loro posto delle officine metallurgiche, fonderie, rubinetterie e meccaniche varie.

Nel 1963 la signora Capretti Colturi donava nel testamento al comune la sua casa padronale con annesso il parco per farne una casa di riposo per anziani ora denominata "Villa dei Pini", mentre nel 1980 l'amministrazione comunale acquistò il parco annesso alla Villa Glisenti per farne un parco pubblico ed in seguito acquistò anche la villa dove per diversi anni è stata ubicata la biblioteca comunale e dove frequentemente si tengono mostre d'arte e conferenze di vario genere.

Il 25 settembre 1859 inizia la propria attività in Carcina lo stabilimento Glisenti.

Ideatore e realizzatore del complesso industriale è Francesco Glisenti, nella cui famiglia, originaria della Val Sabbia, da secoli si tramanda, di generazione in generazione, l'arte della lavorazione del ferro. Lo stabilimento sorge sull'area della vecchia cartiera, al Follo.
Di Francesco Glisenti va sottolineato, accanto a quello imprenditoriale, l'impegno sociale e politico, che lo porta ad oneri di grande responsabilità, fino ad un seggio in Parlamento.
L'attenzione ai problemi della comunità diventa tradizione nella famiglia, e si concretizza, tra l'altro, nella realizzazione di una scuola materna e di opere per la gioventù.
Ultimo apporto dei Glisenti, in ordine di tempo, alla promozione sociale del Comune è la cessione, a condizioni di particolarissimo favore, della vasta residenza padronale di Carcina e dello stupendo parco circostante.
La Villa, su progetto del costruttore Cassa di Cogozzo, è stata edificata negli anni 1905/06, in sobrietà di linee architettoniche ordinatamente distribuite in tre blocchi accorpati con corpo centrale di tre piani e ali laterali di due, su sfondo pedemontano di considerevole effetto scenografico, completato dall'abbraccio di smeraldo delle preziose essenze del parco, di precedente impianto.
Nel maggio del 1989 si inaugura la nuova Villa Glisenti che ha accolto per lungo tempo la Biblioteca Comunale. É ora adibita a sede di mostre e iniziative culturali.

La Chiesa parrocchiale dei Santi Emiliano e Tirso è del '700 così come la chiesa di san Giacomo ricca di eleganti stucchi.
La frazione di Cogozzo conserva ruderi della rocca nella zona ancora oggi chiamata Castello e, nella chiesa di San Lorenzo belle opere di pittura rinascimentale ed una tela del Paglia. La parrocchiale è dedicata a S.Antonio abate.

San Rocco in monte è situato proprio sopra l'antico centro di Villa. Lo si raggiunge percorrendo una breve salita ed alcuni gradoni scavati nella roccia. La chiesa fu fondata nella seconda metà del XV secolo e più volte rimaneggiata.Dal sagrato la vista spazia sull'abitato sottostante, sull'antico castello e sui boschi. Per la bella posizione e per la tradizione locale è meta di frequenti visite.

Sui monti di Villa Carcina, curiosando tra roccoli e uccellande fino a raggiungere la sommità del monte Pernici; apprezzato punto panoramico sulla val Trompia e le colline della Franciacorta.




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giovedì 23 luglio 2015

VILLA D'ALME'



Villa d'Almè è un comune situato all’imbocco della Val Brembana.

Con il nome generico di "Villa" erano comunemente chiamati i piccoli centri rurali di pertinenza di una chiesa plebana o di una corte signorile. "Villa de Lemine" è il nome originario del paese e risale tra la fine dell'anno novecento e il mille, nonostante che il primo documento nel quale è nominata con certezza, sia del 1098.

Le prime testimonianze della presenza umana risalgono all'epoca della preistoria attorno al 4.000 a.C. a seguito del ritrovamento di nuclei di selce per la fabbricazione di vari strumenti per le attività di quei tempi.

Successivamente, tra i primi insediamenti troviamo i Liguri e gli Etruschi, mentre agli inizi del IV secolo a.C. ci fu l'invasione dei Galli che, sconfitti gli Etruschi, conquistarono e Bergamo e tantissimi villaggi attorno all'attuale città.

Nel I secolo a.C., fu la volta dei Romani i quali costruirono anche la strada militare Como - Bergamo che, tra Villa d'Almè e Almenno San Salvatore scavalcava il Brembo con il famoso Ponte de Lemine o della Regina, lungo circa 180 metri ed alto 24 metri, semidistrutto da un'alluvione nel 1493.

Verso la fine del 1300, il territorio di Villa d'Almè e Bruntino fu teatro di violenti scontri tra le forze guelfe e ghibelline; con quest'ultime si erano apertamente schierati i nostri avi.

Anche Villa d'Almè, come gran parte delle città e dei i villaggi della pianura padana, venne colpita dalla peste, tra il 1629 e il 1630, provocando la morte di circa 350 persone.

Sotto la dominazione veneta fu importante sede di fonderie dei cannoni dei quali si serviva la Serenissima per i suoi eserciti e la sua flotta.

Durante le guerre per l'indipendenza e l'unità d'Italia, Giuseppe Garibaldi, nel giugno 1859, fu di passaggio a Villa d'Almè,ospite nel palazzo Locatelli Milesi. L'occasione del suo passaggio mosse l'arruolamento di alcuni villesi nella famosa spedizione dei Mille.

Dopo la prima guerra mondiale e la conseguente crisi economica che ebbe ripercussioni anche a Villa d'Almè nei rapporti tra la Direzione del Linificio, gli operai e il Sindacato dei tessili, per le drastiche riduzioni dei salari e per i licenziamenti messi in atto, ci si avviò verso l'epoca fascista durante la quale avvenne dapprima la fusione dei due Comuni Almè e Bruntino nel 1926 e, nel 1927, la costituzione del nuovo Comune Almè con Villa alla cui guida era stato posto il Podestà.

Durante la seconda guerra mondiale, Villa d'Almè, oltre al sacrificio di tanti suoi giovani soldati, si distinse nella lotta partigiana, guidata dalle formazioni Dami fondate dal coadiutore parrocchiale don Antonio Milesi, trale quali la "Brigata Fiamme Verdi Fratelli Calvi", che estesero la loro attività in tutta la Valle Brembana.

Caduto il fascismo e proclamata la Repubblica, si svolsero, nell'aprile del 1946, le elezioni amministrative a seguito delle quali si procedette a richiedere il ripristino dell'autonomia dei due Comuni di Almè e di Villa d'Almè con Bruntino che venne concessa con decreto legislativo dell'11 marzo 1948.

Centro prevalentemente residenziale ed artigianale della collina bergamasca, è situato all'ingresso della Valle Brembana e della Valle Imagna.

Il nucleo storico del paese si snoda a partire dalla chiesa parrocchiale lungo le vie Prada, Borghetto, Locatelli e la via centrale Mazzini. Alle spalle di questo nucleo pianeggiante si ergono come in un anfiteatro naturale verdi colline, boschi e vigneti, a cui si affacciano le contrade di Bruntino, San Mauro, con l'omonima chiesa benedettina del XIV secolo, Foresto I e Foresto II. Da qui partono numerose passeggiate all'interno del Parco dei Colli, tra le quali il tradizionale giro del monte Bastia.

La parte più bassa del paese è quella che si trova nelle immediate vicinanze del fiume Brembo, con la località Ghiaie, sede del Linificio, importante complesso industriale, qui sorto nel 1836, dove si produce uno dei migliori lini del mondo, e con la località Fonderia dal nome di una fucina settecentesca che produceva cannoni per l'arsenale di Venezia.

Provenendo da Bergamo si incontra la località Brughiera, dove fino ad alcuni fa, in un antico cascinale si trovava la sede di un maniscalco, ove sostavano numerose carrozze e cavalieri che scendevano dalla Valle Brembana.

Uscendo dal paese, percorrendo la strada statale che porta verso la Valle Brembana si raggiunge infine la frazione Campana.

Nel territorio del Comune sono presenti alcuni edifici che testimoniano la vita degli uomini e delle donne che lo hanno abitato nel corso dei secoli. Si tratta di casa contadine e rustici addossati gli uni agli altri nelle località di Foresto, Cà dell'Orto e Bruntino Alto, nonché di ville padronali e di resti di antiche costruzioni, quali la probabile presenza di un castello.

Villa Locatelli Milesi costruita nel 1798 sopra un edificio cinquecentesco, ove si trovano eleganti decorazioni che ornano il salone centrale.
Villa del Ronco Alto, scelta come elemento centrale dello stemma del Comune. La villa risale presumibilmente al 1600 e rimaneggiata nel 1800. Presenta uno svariato numero di pezzi recuperati da antichi edifici: colonne marmoree, capitelli di ordini diversi, stemmi, busti in pietra, il Leone di San Marco.
Villa Olmo, secentesca, costruita sui resti di un edificio preesistente.
Villa Baglioni del 1700, oggi incorporata nella Casa di Riposo Baglioni.
Altre testimoniante storicoartistiche le ritroviamo in case coloniche quali:

Ca' dell'Ora, settecentesca con un bel loggiato affrescato
Ca' del Piantù presso cui è conservato un enorme torchio del 1808.
La Chiesa parrocchiale dedicata ai santi patroni Faustino e Giovita, fu costruita e completata in tre periodi a partire dal 1771 al 1807. Al suo interno, composto da una sola navata, si possono ammirare la pale centrale con il martirio dei santi patroni, opera di F. Comerio ed una tela di G. Ceschini raffigurante la Vergine in gloria. L'organo, collocato sopra il presbiterio, è un Serassi del 1806. Nell'attigua sagrestia si conservano una secentesca Pietà di Carlo Ceresa e un ritratto di San Nicolò del villese Aldo Locatelli.

La Chiesa della Scabla, eretta nel 1700, è conosciuta come la "Cesina dei morcc de la Scabla" a ricordo della peste del 1630, ricordati il 16 agosto di ogni anno, in occasione della festa di San Rocco.

La Chiesa parrocchiale di Bruntino, iniziata nel marzo del 1935, fu condotta a termine nei primi mesi dello stesso anno, grazie alla determinazione del suo parroco e soprattutto al lavoro instancabile dei bruntinesi che la dedicarono al Sacro Cuore di Gesù. L'erezione della Chiesa favorì nel dicembre 1943, la costituzione della nuova parrocchia di Bruntino , fino ad allora facente parte della Parrocchia di Villa d'Almè.

La Chiesa di San Mauro, eretta sulla fine del 1500 a ricordo della Visitazione di Elisabetta a Maria, vide la devozione dei fedeli a San Mauro abate, a partire dal 1780. Il fabbricato primitivo venne successivamente completato con la costruzione di un campanile, di stile romanico, con due campane, cui nel 1856 si aggiungerà una piccola sagrestia. La chiesa è meta di numerosi fedeli anche dei paesi limitrofi, in occasione della festa di San Mauro del 15 gennaio, ove si svolge ogni anno una tradizionale sagra con bancarelle di ogni genere, tra le quali i tradizionali biligocc.

Chiesa dell'Addolorata, l'edificio religioso più antico della parrocchia, di cui è difficile risalire alla data esatta della sua edificazione.

Chiesa della Ventolosa del 1605 e dedicata a San Carlo Borromeo.

Chiesa della Casella, sita in località Ghiaie.

Il Comune ha un proprio Museo civico, di scienze naturali, dedicato alla memoria del suo fondatore Severo Sini il quale negli anni cinquanta creò una notevole raccolta di materiali di scienze naturali. Nel museo sono esposte preziose collezioni di erbe, vertebrati, insetti, animali, minerali e fossili che riassumono la storia geologica della provincia di Bergamo, in particolare della Valle Brembana.

All'interno dell'edificio Comunale vi è la Biblioteca Comunale con un'ampia sala di lettura e consultazione.

In località Brughiera sono collocati gli impianti sportivi, dotati di campo di calcio in erba con tribuna coperta, campi da tennis e da calcetto, coperti e scoperti, bar e diversi spogliatoi.

L'80% del territorio del Comune di Villa d'Almè ricade nel perimetro del Parco Naturale Regionale dei Colli di Bergamo.
I Parchi naturali regionali sono aree di particolare valore naturalistico e ambientale, che costituiscono un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.



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lunedì 29 giugno 2015

LA VILLA DELLA PORTA BOZZOLO A CASALZUIGNO



La famiglia notarile dei Della Porta, originaria di Porto Valtravaglia, nel Cinquecento aveva eletto Casalzuigno a propria dimora. Qui, Giraldino della Porta acquistò un vasto possedimento terriero dove edificò una residenza denominata “domus magna” le cui vestigia sono visibili ancora oggi. Tra la fine del Seicento e l’inizio del secolo successivo, Gian Angelo Seniore della Porta e Carlo Girolamo I apportarono consistenti modifiche e migliorie all’edificio, che assunse l’aspetto attuale.
Al figlio di Carlo Girolamo, Gian Angelo III si deve la creazione del magnifico giardino all’italiana. Egli, in aperto contrasto con la moda del tempo, che prevedeva i giardini in asse con le sale di rappresentanza, diede ordine di realizzare un viale d’accesso che congiungesse la grandiosa aiuola principale alle altre, commissionò quattro terrazze accessibili da una monumentale scalinata e un ampio prato (il cosiddetto teatro) chiuso da una fontana a nicchioni. Da qui si snodava un maestoso viale zigzagante, in origine fiancheggiato da soli cipressi, che scortava al belvedere situato sulla cima del colle.
Internamente, Gian Angelo III fece decorare la villa con fregi mitologici e floreali che richiamavano idealmente il giardino. Nel 1752 fece edificare l’Oratorio della Beata Assunta che venne utilizzato dapprima come cappella di famiglia, ma che divenne poi la chiesa parrocchiale del paese. Con l’estinzione della famiglia della Porta avvenuta nel 1814, la tenuta, dopo alterne vicende, venne ereditata dalla famiglia Bozzolo che, raggiunto un accordo con il Fondo Ambiente Italiano (FAI), nel 1989 gli donò la proprietà. La fondazione, dopo aver svolto le necessarie opere di ristrutturazione, ha aperto ai visitatori la villa e il giardino.

La facciata di Villa Della Porta Bozzolo è semplice ed elegante, in particolare per la linearità delle forme e per le decorazioni a tinte tenui concentrate soprattutto attorno alle finestre. Addenstrandosi all'interno, la prima stanza che si incontra è l'ampia sala da ballo, con il pavimento in cemento colorato e un imponente camino in marmo, affrescata con scorci paesaggistici che creano un interessante gioco di illusioni prospettiche. Nella volta sono invece rappresentate coppie di amorini che sorreggono dei tondi contenenti figure allegoriche e fanno da cornice all'immagine centrale dell'incontro tra la Pace e la Giustizia, richiamante un salmo di Davide.

Da qui dirigendosi a sinistra si incontrano la sala del biliardo coi busti di Camillo Bozzolo, senatore del Regno, e della moglie Caterina Belfanti, un salottino dotato di un prezioso arredamento ove spiccano un'ampia specchiera settecentesca, un pianoforte impero ed un orologio da parete di manifattura piemontese.

Appeso ad una parete della Sala del Biliardo è esposto il biribissi, un antico e popolare gioco d’azzardo in voga nel ‘700, da molti considerato l’antenato della roulette.

Andando invece verso destra, superato il camerino, si accede alla sala da pranzo dotata di una volta affrescata con l'immagine di San Francesco sul carro di Elia: in questa stanza è possibile ammirare una raccolta di vasi farmaceutici e, all'interno di un'antica credenza, un servizio da tavola in ceramica riportante lo stemma del casato fondatore. Si passa quindi attraverso le cucine ed un'anticamera impreziosita da un armadio settecentesco contenente parte della raccolta libraria della villa per poi raggiungere lo studio, il locale meglio conservato nel tempo con il suo austero arredo ligneo e, alle pareti, i ritratti dei fratelli Richini che divennero proprietari della villa poco dopo la metà del XIX secolo.

Salendo lo scalone si giunge al livello superiore dell'edificio, entrando in una galleria affrescata dove all'interno di finte nicchie sono rappresentate le figure femminili simbolo delle sette Virtù con al centro l'episodio biblico di Agar e Ismaele assistiti dall'Angelo. Sulla destra si apre il salone decorato con un fregio settecentesco opera del Romagnoli e, all'interno di cornici dipinte, ritratto di alcuni membri della famiglia Della Porta. Il piano si completa poi con una serie di stanze da letto: a destra del salone si trovano in successione la "camera del letto rosso" con il suo talamo a baldacchino della fine del XVIII secolo e la splendida "camera dal letto verde", dove spicca un originale letto del Settecento con le cortine del baldacchino damascate e il paramento alla base realizzato in seta intrecciata con fili d'argento; da notare anche le poltroncine e le sedie neoclassiche che completano l'arredo. Alla sinistra del salone, si costeggia una piccola alcova per giungere poi alla "camera del baldacchino giallo" che prende il nome appunto da un letto circolare in seta damascata collocato in un ambiente arricchito anche da una solida scrivania francese e da una specchiera d'epoca. Riattraversando la galleria si possono osservare le ultime tre stanze: "la camera del letto giallo" che ospita affreschi sulla vita di Mosè e un prezioso orologio da tavolo stile impero, e un'anticamera con un fregio decorato da vicende evangeliche che conduce ad un'ulteriore alcova.

Tratto distintivo della villa è sicuramente il ricchissimo giardino esterno, caratterizzato da un significativo patrimonio di piante e fiori, da edifici rustici che rimandano ad un passato in cui l'edificio era punto di riferimento dell'attività agricola della zona e da elementi monumentali che lo rendono una vera e propria "architettura dell'ambiente".

Varcato l'ingresso e superate le scuderie, ci si imbatte in una serie di strutture che erano adibite a scopi pratici: la ghiacciaia dove venivano conservati gli alimenti, il cinquecentesco monumentale torchio in legno (il più grande nel suo genere di tutta la Lombardia), utilizzato per la spremitura delle vinacce, la macina sfruttata per la produzione di olio, la vecchia filanda e la cantina, dove sono ancora conservate antiche botti.

Tutto questo fa da preludio allo stupefacente giardino barocco che si articola con scelta insolita, lungo un asse principale parallelo alla facciata dell'edificio, che risale la vicina collina attraverso quattro terrazzamenti ornati da balaustre e statue in pietra di Viggiù e collegati da un'elegante scalinata dello stesso materiale che raggiunge il cosiddetto "teatro", una vasta e scenografica area verde punteggiata da cipressi e impreziosita da un fontanile. Da qui è possibile proseguire lungo un sentiero sterrato che si inoltra nel bosco fino a raggiungere il vicino belvedere, dove godere della splendida vista sulla Valcuvia e le alture limitrofe e ammirare la chiesetta di San Bernardino, risalente al XV secolo. Partendo invece sempre dal parterre principale di fronte alla villa e superando una cancellata d'ingresso sulla quale spiccano le statue delle Quattro Stagioni, si giunge al "giardino segreto", uno spazio più raccolto e meditativo con un viale alberato che conduce ad un'edicola che racchiude un affresco raffigurante Apollo e le Muse. Dal punto di vista floreale il parco si presenta, in particolare da fine febbraio in poi, come una variopinta tavolozza di colori grazie soprattutto a roseti, ortensie ed una grandissima varietà di crocus.


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sabato 27 giugno 2015

VILLA BORROMEO A VIGGIU'



La Villa Borromeo è una costruzione del 1800 in forme tardo neoclassiche con soffitti affrescati e parco; la facciata che dà sulla strada ha un monumentale colonnato di ingresso.

Di proprietà comunale è un elegante edificio tardo-neoclassico ed è inserito in una graziosa cornice di verde, che la rende meta ideale per le escursioni quotidiane dei viggiutesi.
La villa, con pianta a "C" è aperta con un cortile; tale delimitazione è ottenuta mediante un leggero colonnato che, nella parte centrale, rientra, formando una specie di esedra, così da facilitare la veduta e la sosta.
La parte dell'edificio prospettante verso il parco ha un disegno molto lineare; l'ingresso principale è arricchito da un austero porticato, sorretto da pesanti colonne tuscaniche. Nel giardino ha collocazione la scuderia, dalla pianta circolare, decorata lungo le pareti da teste equine in terracotta; oltre a questo edificio, sono visibili le testimonianze dell'antica orangerie.
La villa attualmente è utilizzata per esposizioni artistiche estemporanee, organizzate nel periodo estivo.Sicuramente da visitare anche il complesso del Museo Butti che è composto da diverse collezioni di opere dei famosi scultori viggiutesi quali Enrico Butti, Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Luigi Bottinelli, Vincenzo Cattò, Gottardo Freschetti ed Ettore Cedraschi.

All'interno della villa troviamo al pianterreno sale vastissime, anche a colonne, per serate musicali e da balli, sale da conversazione, sale per ricevere visite, sale da bigliardo, per giuochi.

Un gran porticato, chiuso a cristalli, serve per accedere a tutte le sale del pian terreno sopra accennate.
E qui travasi pure il sontuoso scalone che mette in comunicazione coi piani superiori. Oltre questa gran scala, ben altre interne furono costruite per il passaggio del personale di servizio.
Per addobbare i molti e variati locali furono chiamati i migliori artisti.
Intagliatori in legno valentissimi, vi fornirono porte e mobili d'ogni genere. Qui la sala dipinta a gotico è mobiliata con lo stile medesimo; là un gabinetto di stile renaissance con suppellettili in carattere; tutto insomma è in bella armonia coll'edificio, pitture e mobilio.

Il pittore Pietro Mariani, vi ornò la maggior parte dei locali con quel gusto che mezzo secolo fa era in gran voga. Le pareti sono dipinte a guisa di tappezzerie; le volte delle sale sono dipinte fantasticamente. Molti giovani artisti lavorarono con lui per oltre un anno.

Anche Alessandro Montanara vi lavorò con rara abilità, varietà e leggiadria di concetto.
Giacomo Pellegatta, di Viggiù, vi dipinse il gabinetto del primo piano, a colori e chiaroscuro, nonché una sala d'angolo verso il giardino.
Antonio Bignoli, fu chiamato a dipingere a colori tutte le belle testine e figure che si ammirano nei diversi scompartimenti ornamentali, fregi e candelabri.
Dal palazzo che presenta, oltre quanto s'è detto sopra, tutti i servizi di cucina, forni, salotti per guardaroba, cantine, locali per lavori delle persone di servizio, rimesse, alloggio a parte del custode, un passaggio privato e coperto per assistere alle sacre funzioni nell'attigua chiesa. In fondo al giardino si trova una grande scuderia capace di contenere ventiquattro cavalli, coi loro riparti, e con tutti gli annessi e connessi per le persone addette allo speciale servizio.
Questa grande scuderia ha la forma circolare e per mezzo di una scala a chiocciola, nel centro, si accede ai locali superiori ove sono collocati i foraggi.

L'erezione dell'edificio, quasi isolato, costò parecchie migliaia di lire; è dipinto affresco, ornato all'esterno di teste da cavallo, ben modellato dal defunto Francesco Monti, di Viggiù, padre di quei bravi giovani che tanto ci distinguono nell'arte scultoria in Milano.
Dello stesso Monti è pure lo stemma Borromeo in marmo bianco che orna l'interno della gran porta gotica che dalla Via Borromeo mette nel giardino.
Il giardino è molto ben ideato con aiole, variazioni nel piano del terreno, e colline. Si vedono qua e là belle caricature del Fraccaroli, del Galli, del F.M. Buzzi-Gilberto di Viggiù.

La collina principale, con bosco di sempreverdi d'alto fusto, è ornata alla sua sommità d'una ricca Pagoda, costruita in legno a base ottagonale. Sotto questa collina vi sono grotte coi passaggi sotterranei che mettono alla ghiacciaia; questa di forma circolare è capace di contenere ghiaccio.

Il giardino in complesso è grandissimo, e l'area tutta è gradevolmente ripartita con filari di piante, aiuole, dolci declivi, serpeggianti sentieri.


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lunedì 8 giugno 2015

VILLA BURBA A RHO

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E' una villa seicentesca ad architettura tipica lombarda, nata come residenza di campagna. La sua raffinata bellezza è data da ornamenti tardo-barocchi. Di rilievo sono i balconi, i cancelli, le ringhiere in ferro battuto e il salone centrale, caratterizzato dal camino in pietra. All'esterno della villa un parco con essenze pregiate.
Negli interni della villa, appartenuta ai marchesi Cornaggia Medici, è ospitata una mostra permanente di oggetti, mobili e suppelletili che costituivano gli arredi originali della villa tra la fine del 1700 e l'inizio del 1900, e che hanno permesso di ricreare alcuni ambienti originali come una cucina, un salotto e una camera da letto. Una piccola collezione archeologica raccoglie reperti di epoca romana (I-III secolo d.C.) rinvenuti nel corso di scavi in area locale. Presso la biblioteca ospitata in questo edificio, trova spazio un'altra mostra permanente: quella delle opere dello scultore Franco Fossa, allievo di Marini, Manzù e Messina. Nel 2006 uno splendido intervento di restauro ha recuperato i corpi rustici, la scuderia, la stalla, il fienile, il filatoio, oltre che una parte del retrostante giardino.

L'impianto strutturale propone uno schema ad U piuttosto dilatato nel corpo centrale, il quale dispone di un porticato caratterizzato da tre archi ribassati sorretto da colonne sobrie. L'area di accesso alla villa è delimitata da una vasta cancellata, e tra l'ingresso e l'edificio si staglia una elaborata fontana. Completano il complesso architettonico i corpi rustici costituiti dal fienile, dalla stalla e dal filatoio, recentemente recuperati ed adibiti ad attività culturali e sedi espositive.

Il parco di 13.000 mq: è aperto al pubblico nella buona stagione, ospita essenze varie e alcuni esemplari arborei molto antichi, conserva parte della recinzione originaria decorata con statue e mosaico in ciottoli di fiume.
La corte rustica, ricuperata a nuove funzioni: la rimessa, la stalla, il fienile e il filatoio sono oggi sale da convegno e da esposizione; due nuovi torricini ellittici trasparenti sul lato parco consentono l’accesso al pubblico e una fontana-lavatoio con pergolato evoca nel parco l’uso d’acqua originario.



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giovedì 4 giugno 2015

LE VILLE DI SESTO SAN GIOVANNI : VILLA TORRETTA

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Villa Torretta è una struttura a corte aperta, nella tipica forma di una "H", con un corpo centrale a tre piani e due ali laterali leggermente più basse. Caratteristica è senz'altro la torre quadrata, sormontata da una loggia con motivo a serliana, che dà il nome alla villa.

Localizzata al confine tra Sesto e Milano, questo edificio si trova in una situazione particolare rispetto al suo intorno, circondata com'è da strutture industriali e, recentemente, anche di tipo commerciale. Solo di recente, dopo il totale recupero dal punto di vista paesaggistico e architettonico, è diventata parte integrante del parco.

Venne acquistata agli inizi del Novecento dalla Breda, che la trasformò in alloggi per le famiglie degli operai. È rimasta abitata sino ai primi anni sessanta, ristrutturata dal 1997 al 2002 e attualmente è sede di un prestigioso albergo.

Del complesso fa parte l'Oratorio di Santa Margherita, sempre del XVI secolo, con affreschi attribuiti a Simone Barabino raffiguranti storie bibliche.

Le origini della Villa Torretta sono circondate da alcune leggende, non supportate da testimonianze: si narra che fu proprietà della regina Teodolinda e che in seguito fu un avamposto fortificato annesso alla Bicocca degli Arcimboldi, alla quale, sempre secondo queste leggende, la collegherebbe un lungo cunicolo. Di certo, in quei territori sostarono le truppe di Martino della Torre che nel 1259 incontrò Ezzelino III da Romano durante il tentativo di quest'ultimo di impadronirsi della Corona Ferrea a Monza. E sempre in questi territori, nel 1323, è avvenuto lo scontro tra le truppe del Re Roberto e le truppe di Galeazzo e Marco Visconti.

Attenendosi alla struttura del complesso e considerandone gli elementi architettonici, si ritiene che la costruzione risalga alla seconda metà del XVI Secolo o comunque a ridosso del Seicento e che fosse stata eretta non con finalità militari, bensì come una villa di campagna, dallo schema costruttivo del tutto riconducibile a quello di altre ville venete o toscane dello stesso periodo. Tra il 1580 e il 1597 la villa risulta di proprietà di Leonardo Spinola, nobile genovese della famiglia Spinola, la cui presenza nella zona di Milano è documentata sin dal 1546. Nelle cronache ecclesiastiche si legge di una visita di Carlo Borromeo presso l'Oratorio di Santa Margherita nel 1582. Una più precisa datazione della costruzione della villa si ottiene da due lapidi installate all'interno del complesso e rinvenute soltanto nel 1925 dopo un devastante incendio; sono datate 1607 e collocano la costruzione della villa tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo. In entrambe le lapidi appare il nome della contessa Delia Spinola-Anguissola che aveva ereditato dal padre la proprietà del complesso. Fu Delia che commissionò la costruzione, o meglio, la trasformazione della tenuta in una villa di campagna, una delle non rare ville di delizia presenti nella zona e rapidamente raggiungibili da Milano.

Vicino alla casa padronale, si costituì subito una piccola comunità autonoma, composta per la maggior parte da contadini e da piccoli artigiani. Da un'altra lapide posta all'interno della piccola chiesa si evince che già nel 1619 la villa rientrava nelle proprietà della famiglia Marino. L'edificio è stato oggetto di molti interventi nel corso degli secoli, ed è stato di proprietà di diverse famiglie milanesi e sestesi: i Visconti, i Serbelloni, gli Stanga e i De Ponti, già proprietari di Villa Visconti d'Aragona. Le famiglie nobili hanno attirato alla Torretta diversi personaggi illustri: uno su tutti, Alessandro Manzoni che dalla vicina Brusuglio si recava in villeggiatura alla Toretta, ospite dei Serbelloni-Busca.

Nel 1903, la proprietà della villa passa alla Breda, che la utilizza come alloggio per i propri dipendenti, adattandone i locali per sfruttare meglio gli spazi e accogliere più famiglie. I terreni circostanti, anch'essi passati alla Breda, ospiteranno invece i grandi stabilimenti dell'azienda fondata da Ernesto Breda. Sebbene i nuovi inquilini, gli operai, avessero in qualche modo mantenuto lo spirito delle prime comunità autonome formatesi accanto all'antica villa padronale, è proprio in questi anni che comincia il lungo periodo di decadenza dell'intero complesso, ormai trasformato per adattarsi alle nuove esigenze urbanistiche e abitative, scandite al ritmo delle prime grandi produzioni industriali: l'antica e nobile Villa Torretta in questi anni viene chiamata Cascina Torretta. I due incendi del 1925 e del 1933 degradano ancora di più il complesso e i residenti cominciano a spostarsi nei condomini della Sesto nuova che andava costruendosi poco lontano. Gli ultimi ad andarsene lo fanno all'inizio degli anni sessanta. Dal 1961, nonostante il vincolo della Soprintendenza, ha inizio un lungo periodo di totale abbandono che dura vent'anni; alla fine degli anni ottanta tutto il complesso viene acquistato dal Consorzio Parco Nord Milano e vengono effettuati degli interventi per salvare e mettere in sicurezza quanto rimaneva del patrimonio artistico della villa. Dal 1997 al 2002 è stato eseguito un dettagliato restauro della villa e dell'adiacente Oratorio di Santa Margherita.

Il complesso, che è di notevoli dimensioni, si trova nel territorio del comune di Sesto San Giovanni, al confine con il quartiere milanese della Bicocca e presenta uno sviluppo planimetrico di circa 5.000 m². È parzialmente nascosto dall'edilizia residenziale recente e si trova tra due trafficate arterie cittadine, ma il giardino della villa è diventato parte integrante del Parco Nord, anche grazie alla passerella ciclo-pedonale che scavalca il viale Fulvio Testi.

La villa si articola in due corti, una nobile e una rustica, entrambe aperte sul giardino antistante. Le due corti definiscono uno schema a forma di "E" (o doppia "U") con due ali di pari lunghezza e una invece più corta. Il corpo principale della villa è sormontato da una torretta quadrata di origine rinascimentale, da cui prende il nome l'intero complesso. Le murature sono in mattoni pieni, mentre le strutture orizzontali sono per lo più in legno. I soffitti a cassettoni sono ancora quelli originali. Un elemento di pregio è il portale barocco, che si affaccia sull’oratorio dedicato a santa Margherita. Nonostante l'attento restauro la villa ha irrimediabilmente perduto alcuni elementi originali, come colonne ed archi.

L'Oratorio di Santa Margherita sorge in un piccolo cortile che ospita anche il portale dell'adiacente Villa Torretta. La facciata della chiesa è barocca, dall'ornamentazione sobria che non turba le linee vagamente rinascimentali. Appena sotto al timpano in cotto è presente lo stemma gentilizio della famiglia Spinola-Anguissola. Le vetrate originali, che raffiguravano Santa Margherita, da qui il nome dell'oratorio, San Domenico e San Francesco, sono andate perdute; restano gli affreschi interni, restaurati alla fine degli anni novanta dopo anni di abbandono. La chiesa venne sconsacrata nel 1925 e trasformata in un fienile. Durante il periodo Breda la chiesa era adibita a dormitorio femminile per le dipendenti.

Gli affreschi sulle pareti rappresentano storie bibliche (Giuditta che taglia la testa a Oloferne e Il passaggio del Mar Rosso), la volta è affrescata con un Eterno in gloria e sulle pareti della cappella sono invece rappresentate alcune storie della Vergine (Annunciazione e Riposo nella Fuga in Egitto), mentre sul soffitto a volta della cappella sono rappresentate una Gloria angelica e degli Angeli musicanti. La Natività sulla pala dell'altare, di cui si trova traccia nelle note relative alle visite pastorali, è andata irrimediabilmente perduta. La paternità degli affreschi è stata a lungo dibattuta: scartata l'ipotesi che potesse trattarsi dell'opera di Sofonisba Anguissola, cugina della proprietaria originaria, per molti anni si è pensato che l'autore potesse essere Camillo Procaccini oppure anche il Morazzone. Le ultime ricerche attribuiscono la paternità degli affreschi a Simone Barabino, a quell'epoca attivo a Milano nella fiorente bottega del Procaccini.



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LE VILLE DI SESTO SAN GIOVANNI : VILLA PELUCCA

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Villa "Pelucca", documentata come proprietà della famiglia Pelucchi già dal XII secolo, ha subito nel corso del tempo numerose ristrutturazioni che ne hanno parzialmente modificato l'originario aspetto rinascimentale. Si caratterizza come uno dei primi esempi di villa suburbana con caratteri architettonici autonomi, ormai lontani dalla tipologia castellana e da quella semplicemente rurale.
La villa venne edificata per volere di Girolamo Rabia tra il 1518 e il 1524, secondo una disposizione apparentemente ad U, con corpo principale centrale e due ali minori, anche se quest'ultime sono forse da interpretarsi come il frutto dell'intervento di ristrutturazione intercorso nell'Ottocento. Tali ali, alleggerite da un portico con archi a tutto sesto e capitelli ionici cinquecenteschi, costituirebbero un importante precedente dello schema ad U barocco. E' ipotizzabile inoltre che anche nel corpo centrale della villa fosse presente in origine un porticato in continuità con quelli laterali.
Di notevole importanza il ciclo pittorico che decorava la villa, commissionato a Bernardino Luini dalla famiglia dei Rabia e strappato all'inizio dell'Ottocento per essere trasportato alla Pinacoteca di Brera. Fra il 1520 e il 1525 Luini affrescò quattro stanze della villa con soggetti mitologici, biblici, scene di vita campestre e la cappella, dove è ancora visibile una sinopia raffigurante Santa Caterina deposta nella tomba dagli angeli.
All'inizio dell'Ottocento la villa subì una radicale trasformazione in veste neoclassica e nell'occasione furono costruiti numerosi fabbricati da adibirsi a stalle. Tale ristrutturazione rende particolarmente complessa la definizione di quello che era l'aspetto originario della villa.
La villa è dal 1927 proprietà del Comune che la ha adibita a casa di riposo.

La villa dispone di un grande salone di rappresentanza, affrescato nel 1524 da Bernardino Luini. Gli affreschi, rimossi nel 1816 e nel 1906, sono in parte conservati alla Pinacoteca Brera di Milano e in parte presso altri musei internazionali come la Wallace Collection di Londra, il Museo del Louvre e il Museo Condé di Chantilly. All'interno dell'attuale villa sono state installate dieci riproduzioni fotografiche su tela a grandezza originale degli affreschi.

Gli affreschi decoravano tre stanze e la cappella della villa. Erano rappresentate le Storie dell'Esodo e la Fucina di Vulcano nel grande salone principale, le Storie di Apollo e Pan e le Storie di Psiche nelle altre due stanze; all'interno della cappella, era presente un affresco con Santa Caterina portata in volo dagli Angeli sul Sinai e sopra l'altare era affrescato l'Eterno in gloria fra gli Angeli. È probabile che anche le pareti della cappella fossero affrescate.

Gerolamo Rabia, nobile milanese, fu il committente per Luini di un ciclo di affreschi, tra l'altro, destinato a decorare la sua villa suburbana chiamata La Pelucca, nei pressi di Monza (oggi comune di Sesto San Giovanni e trasformata in casa di riposo). Nel periodo napoleonico risiedette nella villa il viceré Eugenio di Beauharnais, passando poi al demanio del Regno Lombardo-Veneto alla restaurazione nel 1816, poco prima che fosse venuta a privati. Gli affreschi vennero staccati tra il 1821 e il 1822 con una campagna diretta da Stefano Barezzi, che si trasportò, secondo l'uso dell'epoca su tavole di legno: tale tecnica è all'origine delle numerose fessure che ancora oggi sono visibili. Andarono perdute vaste porzioni delle scene, soprattutto relative alle architetture dipinte che le incorniciavano, alterando irrimediabilmente la leggibilità del ciclo e, in alcuni casi, la lettura stessa delle scene.

Non tutti i frammenti restarono però a Milano: alcuni presero la via del mercato antiquario, ricomparendo in diversi musei e collezioni. In tempi recenti Pinin Brambilla Bacilon e Maria Teresa Binaghi Olivari ne hanno condotto un restauro, che ha mantenuto gli storici supporti lignei. In seguito si è provveduto ad allestirli in galleria, con un criterio che per la prima volta li mostrava quasi al completo, dopo lunghi anni di permanenza nei depositi.

Gli affreschi di villa La Pelucca provengono da vari ambienti e compongono un vasto ciclo di stampo umanistico, con episodi tratti dal mondo cortese, dalla mitologia e dalla Sacra Scrittura. La sala più grande, col camino, era decorata dalla Fucina di Vulcano e alle pareti si trovavano Storie dell'Esodo. Una stanza adiacente aveva un sopracamino con il Sacrificio di Pan e sulle pareti il Busto di fanciulla, il Cavaliere e la Scena di metamorfosi, da Ovidio. Un altro ambiente vicino, più piccolo, mostrava il Bagno delle fanciulle, forse la più celebre tra le scene, e la scena di lettura non chiara, che sullo sfondo ha la Nascita di Adone; vi si trovavano inoltre il cosiddetto Gioco della mano calda (un specie di schiaffo del soldato), il frammento con la Coppia di giovani e le lunette con Putti vendemmianti.

Dalla cappella, tuttora esistente, provengono infine il Corpo di santa Caterina d'Alessandria trasportato dagli angeli e altri frammenti: un Eterno benedicente un Angelo adorante nei depositi di Brera e un secondo angelo oggi in collezione privata.






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LE VILLE DI SESTO SAN GIOVANNI : VILLA VISCONTI D'ARAGONA

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La villa si trova nel cuore del centro storico di Sesto, in vicolo De Ponti, vicino alla piccola chiesa barocca dedicata a Santo Stefano. Il cancello in ferro battuto introduce al portico con colonne di ordine dorico. Sulla sinistra il cortile si apre verso un basso edificio, attualmente chiamato il teatrino e un tempo adibito a rimessa e magazzino. Di fronte, allineato al vicolo di accesso e non al centro del cortile, è collocato il portico aperto dell'antica casa padronale. A destra, sotto il portico una piccola scala conduce ai piani superiori. La corte è completa nei quattro lati. Gli interni si componevano di un grande salone e tre stanze più piccole al piano terreno, mentre al primo piano si trovavano nove stanze e sopra il portico la galleria di rappresentanza.

Gli affreschi che adornano la galleria vennero eseguiti in occasione delle nozze di Giovanni Antonio Parravicini con Francesca Castiglioni, nel 1680 e al loro interno sono rappresentati gli stemmi degli sposi, il cigno dei Parravicini e il leone dei Castiglioni. Altri affreschi rappresentano la Liberalità o Lussuria, che tiene in mano da una parte un dado e dall'altra ori e denari, la Sapienza con bilancia e libro, la Ricchezza con una corona in una mano e uno scettro nell'altra e la Fortezza o Guerra armata di lancia e scudo. Altri affreschi raffigurano putti e decorazioni floreali, paesaggi con vedute e figure mitologiche. Le opere sono attribuite ad Agostino Santagostino, per le analogie con il ciclo allegorico profano della villa Casati Stampa di Balsamo, risalente allo stesso periodo. La decorazione dell'alcova adiacente la galleria è opera di diversi artisti.

Nel giardino della villa, la cui buona parte è stata trasformata in giardino pubblico, sono collocati resti marmorei di un certo interesse: una colonna risalente al periodo romano e un piccolo fonte battesimale del periodo paleocristiano. Come questi reperti siano giunti sino al giardino della villa non è dato saperlo. Sempre nel giardino è presente un piccolo pozzo del seicento con carrucola, risalente al periodo di costruzione della villa.

Non esistono notizie certe riguardo l'esatta data di costruzione della villa: da notizie del 1532 si possono trarre delle testimonianze della presenza, dove oggi sorge la villa, di una casa padronale con corte, orto e pozzo. Dal 1601 la proprietà della villa passa alla famiglia Selvini e in seguito alla famiglia Malombra e nel 1654 viene ceduta al conte Carlo di Belgiojoso che la adibisce a residenza di campagna e tenuta agricola; all'epoca la villa ospitava un allevamento di bachi da seta e un torchio. A metà del Seicento la villa passa alla famiglia Parravicini; è in questo periodo che avviene la svolta culturale della villa Visconti d'Aragona: gli interni del complesso si arricchiscono di affreschi di pregio al piano nobile e parallelamente viene allestita una pinacoteca, per volere di Giovanni Antonio Parravicini. Un inventario del 1721 registra come nella pinacoteca fossero raccolte tele raffiguranti paesaggi, nature morte o soggetti di genere, opere di pittori fiamminghi, olandesi, ma anche di noti pittori italiani: Cesare Da Sesto, Guglielmo il Borgognone e Caravaggio. La ricca pinacoteca del Parravicini andò definitivamente dispersa e venduta, a coprire i debiti delle famiglie che si sono succedute come proprietarie della villa.

All'inizio del XVIII Secolo la villa risulta di proprietà dei Visconti d'Aragona, il secolo successivo passerà ai Visconti-Borromeo per poi tornare ai Visconti d'Aragona. Questi ultimi sono costretti a cederla, nel 1873, ai propri fattori, la famiglia borghese De Ponti. I De Ponti ripartiscono la villa in tre corpi principali: uno dato in affitto, un’abitazione padronale e una filanda, una delle prime di Sesto, precoce manifestazione della sua imminente industrializzazione. Nel 1964 la Villa Visconti d'Aragona De Ponti viene acquistata dal Comune che nel 1980 la restaura su progetto dell’architetto Amedeo Bellini: all'epoca l'intero complesso versava in condizioni statiche precarie; l'intonaco interno appariva compromesso dall'umidità e gli affreschi furono strappati e ricollocati in sito su nuovi supporti. I locali vennero svuotati e adattati per ospitare il peso dei volumi della biblioteca.

Oggi la villa è sede di alcuni uffici comunali.




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lunedì 1 giugno 2015

VILLA BEFFA A CASTEL GOFFREDO

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Villa Beffa di Castel Goffredo è della metà del 500 era la residenza estiva dei Gonzaga di Castiglione, esempio forse unico nel mantovano di architettura Vignolesca. Tutti i membri della famiglia Beffa, da cui prende nome la villa, morirono con la grande epidemia di peste del 1630. Edificio a pianta quadrata, abbellito da colonnine, di nota la scala interna in marmo.
La costruzione, circondata da parco e da una corte della quale rappresenta la casa padronale, si presenta come unione di più edifici collegati tra loro. Il prospetto principale è dotato di androne d'ingresso ad arco unico, loggia con tre archi e colonne in marmo al primo piano. Sotto la loggia spicca lo stemma della famiglia Pastorio che ha abitato la villa. Tramite una scala ellittica in marmo si accede al piano superiore dove è sito il “salone nobile” con soffitto affrescato.



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venerdì 22 maggio 2015

LA VILLA OTTOLINI-TOVAGLIERI A BUSTO ARSIZIO



La villa, costruita per Enrico Ottolini nel 1903, è la seconda dimora commissionata all’architetto Camillo Crespi Balbi dalla famiglia industriale degli Ottolini, che qui aveva il proprio stabilimento cotoniero.

Rispetto alla residenza del fratello Ernesto, la villa di Enrico presenta un impianto più semplice e simmetrico, che assume le forme di un palazzo cittadino. La scelta stilistica fu dettata anche dal fatto che questa villa era l’unica delle grandi residenze di inizio Novecento ad essere collocata entro la cerchia muraria del borgo antico. Al corpo centrale su tre piani si addossano due ali laterali a due piani sormontate da terrazze. Sobrio il contrasto cromatico tra il grigio della pietra e il bianco degli elementi decorativi.
La villa ha due ingressi principali, uno su via Volta, l’altro su via San Michele. Quest’ultimo, più scenografico perché rivolto verso il borgo, è costituito da una veranda cui si accede attraverso una terrazza con scalinata.

Notevoli i ferri battuti che completano l'edificio, capolavoro del grande artista lodigiano Alessandro Mazzucotelli che qui raggiunse il suo massimo estro creativo.

La struttura portante delle cancellate è ben ripartita: lo zoccolo inferiore cieco arriva quasi all’altezza del muro di recinzione per garantire la privacy della famiglia; mentre la parte superiore, realizzata con barre di ferro a sezione quadrata, risulta molto trasparente e permette di ammirare l’architettura della villa. Nodi e giunture non sono mascherati ma trasformati in motivi decorativi circolari.

Su questo impianto lineare si innestano decorazioni di grande qualità espressiva: foglie e frutti di ippocastano, nastri, viticci e spirali. Le foglie palmate, osservate dal vero, sono fedelmente riprodotte in tutti i loro aspetti – fresche e aperte, tenere perché appena uscite dalla gemma, oppure chiuse e appassite – con grande effetto naturalistico. Straordinarie le lumache ottenute con due spirali coniche, poste alla sommità dei cancelli, che sembrano colte nel loro naturale strisciare e arrotolarsi.

Ai lati delle due cancellate il reticolo portante scompare del tutto, lasciando il posto a un intreccio sinuoso e articolato di nastri e fronde, dove il ferro sembra diventare una materia fluida.

Lo stesso disegno, semplificato, si ritrova nei tre cancelletti pedonali.

Sempre del Mazzucotelli sono i ferri battuti dei lampioni e delle lampade a parete che ornano le facciate. Tra i motivi decorativi si riconoscono fiori penduli di fucsia e grossi girasoli dispiegati a ricevere la luce del sole.

L'interno rivela un forte gusto per la decorazione. L'ampio e luminoso spazio d'ingresso a sud presenta pavimenti policromatici, affreschi alle pareti e un lavorato soffitto a travi a vista. È sorprendente il gioco di luci filtrate dai colori delle vetrate. Il salone all'angolo nord-ovest della villa è un vero e proprio campionario di preziosismi decorativi dell’inizio del XX secolo ed è dominato dal camino, collocato in posizione centrale nella parete est. L'imponente scalone che collega il piano rialzato al primo piano è un vero esempio del carattere autoritario della villa, grazie alla preziosità dei diversi marmi e all'affresco.

 Oggi è sede dell’assessorato alla Cultura cittadino.




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LA VILLA OTTOLINI-TOSI A BUSTO ARSIZIO

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La villa Ottolini-Tosi è la più grandiosa delle ville di Busto Arsizio ed era di proprietà di Ernesto Ottolini, uno dei tre figli di Carlo Ottolini, il padrone del cotonificio omonimo. La villa costituisce un vero e proprio monumento al potere economico della borghesia industriale della città di Busto Arsizio.

La villa sorge al limite nord del vecchio borgo, nelle vicinanze della chiesa di San Michele. È collocata a poca distanza dalle altre due residenze che ospitavano la famiglia di Ernesto ed Antonio Ottolini. Il progetto della villa fu redatto da Camillo Crespi Balbi, l'architetto di fiducia degli Ottolini. L'edificio fu costruito nel 1902 ed acquisito dal comune di Busto Arsizio nel 1969 dall'allora proprietario Dott. Gino Tosi . Oggi è sede di uffici pubblici del Parco Alto Milanese e della scuola di musica Gioacchino Rossini.
Villa Ottolini Tosi è ritenuto uno dei maggiori siti architettonici della città di Busto Arsizio. Costruita dall’architetto di formazione boitiana Camillo Crespi Balbi (1860-1932) nel 1902 su commissione dell’imprenditore bustese Ernesto Ottolini, vanta un assetto costruttivo ispirato alla tipologia del castello medievale e decorazioni eclettiche fuse con elementi prettamente liberty, tra cui gli straordinari ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli (1865-1938), vere opere d’arte che impreziosiscono l’edificio al suo esterno e interno. Villa Ottolini si classifica come tipica abitazione di tipo borghese, costruita, per volere sello stesso committente, in stretta prossimità dello stabilimento produttivo tessile di sua proprietà – il Cotonificio Carlo Ottolini poi Bustese – appena fuori dal limite del vecchio borgo. L’edificio, immerso in un ampio parco oggi ridotto rispetto al passato, si presenta come una somma di volumi “innestati l’un nell’altro lungo una spina rettilinea”: la facciata sud si apre su un’ampia scalinata che raccorda il viale d’accesso con il corpo centrale di due piani, leggermente arretrato, scanditi da una loggia a colonnine binate; in alto a destra si legge la firma dell’architetto Balbi. Sul lato corto del volume di sinistra un sottopasso carrozzabile è coperto da un terrazzo porticato, mentre nella parte centrale del corpo in aggetto di destra sporge il balcone a loggia con quattro esili colonne che reggono un tetto ricco di decorazioni architettoniche e pittoriche. La facciata posteriore (nord) è invece caratterizzata dall’alta torre che svetta di alcuni metri rispetto all’altezza dell’intera costruzione; il suo significato autocelebrativo è da interpretarsi come retaggio della tradizione medievale, sottolineato, inoltre, da un ricco apparato architettonico-decorativo. Anche su questo fronte è presente una scalinata che conduce al portone d’ingresso caratterizzato da un massiccio architrave poggiante su due colonne. Sempre sulla sinistra, fra la torre e il corpo centrale, trova posto un ampio rosone in pietra bianca con disegno a fiore che contrasta con il rosso del laterizio. Proprio l’uso dei materiali – il tipico mattone rosso a vista di tradizione lombarda e la pietra chiara – dona unità e organicità all’intero edificio, creando inoltre passaggi cromatici di un certo effetto.
Veri capolavori di artigianato artistico sono però i ferri battuti del Mazzucotelli che trasformano alcuni elementi strutturali della villa in eleganti e originali decorazioni. Le forme a cui si ispira l’artista-artigiano sono quelle del nuovo stile “floreale”, pertanto i ferri raffigurano motivi fito e zoomorfi come le corde arrotolate che diventano pannocchie o i fiori di cardo (simbolo di lunga vita) sui parapetti delle terrazze, il grande girasole dell’angolo nord-est, le cadenti fucsie che pendono dai lampioni, l’elegante pensilina sul lato orientale o i fiori delle grate delle tre porte d’ingresso. Tra i ferri compaiono anche originali creature fantastiche di ispirazione medievale come i grifoni scheletrici reggi bocce e le teste di levriero che fungono da supporto ai lampioni per illuminare le terrazze; curiosi anche i porta-anelli ad altezza uomo sempre con teste canine presenti sui muri esterni dell’edificio. Il monumentale cancello sull’attuale via Volta, ideato dal Mazzucotelli come vero e proprio “status symbol”, è ciò che rimane di una più articolata recinzione presentata all’Esposizione delle Arti Decorative di Torino nel 1902. Sull’impianto statico e simmetrico si innestano stelle alpine, i già citati fiori di cardo e girali realizzati con i motivi a nastro “spiegazzato” o terminante a “colpo di frusta”. Tutte queste decorazioni in ferro battuto si replicano anche all’interno della villa, integrandosi con le ricche decorazioni pittoriche di gusto liberty presenti nei vari ambienti – si ricorda Notte e Amore di Mario Chiodo Grandi sul soffitto della camera da letto (1903) – con i sontuosi arredi e con le stupende vetrate e marmi policromi che ricoprono diverse superfici.
Nel parco rimangono grandi sculture bronzee di Ernesto Bazzaro (1859-1937) e Achille Alberti (1860-1943), opere monumentali facenti parte di un gruppo originario di sette ed eseguite da più autori che vennero collocate nel giardino per volere dello steso Ernesto Ottolini nei primi anni del XX secolo.



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martedì 19 maggio 2015

LE VILLE DI LIMBIATE : VILLA CRIVELLI

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Villa Pusterla-Crivelli-Arconati è una villa settecentesca situata a Mombello, (frazione di Limbiate in Provincia di Monza e della Brianza), in cui soggiornarono Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e Napoleone Bonaparte, che la utilizzò anche come suo quartier generale.

E´ la più importante villa di Limbiate sia sotto l´aspetto storico sia sotto quello artistico.Palazzo Crivelli, più conosciuto come Villa Pusterla - Crivelli, è una delle maggiori testimonianze dell´architettura lombarda del Settecento.
L´attuale struttura è stata realizzata dall´architetto Francesco Croce su incarico del conte Stefano Gaetano Crivelli e risale probabilmente al 1754.
In realtà, le origini dell´edificio sono molto più antiche e giungono al periodo dell´alto medioevo.
Giacomo Antonio Carcano, appartenente alla nobile e antichissima famiglia milanese, lascia alla sua morte, avvenuta nel 1543, come eredi delle sue proprietà i nipoti Arconati, figli di sua sorella Elena e di Giovanni Gaspare. Di questa eredità anche Mombello, con i suoi molti terreni e le case da nobili.

La villa si presenta con una forma a ferro di cavallo, con la facciata, ornata da due semi torri, rivolta a levante. La costruzione risale al XIV secolo per volere dei Pusterla che la utilizzavano come dimora suburbana. L'aspetto della villa in quel tempo erano quelle di una fortezza-palazzo dalla forma quadrata: gli edifici, molto semplici, occupavano i quattro lati lungo una corte chiusa e un bastione la recingeva. Si pensa anche che fosse molto più antica, risalente addirittura al medioevo, come risulterebbe dalle indagini svolte dall’ingegner Quarantini per conto della famiglia Crivelli: egli riconobbe antichi locali posti nel palazzo (dispense, cucina e cantine sotterranee) che erano preesistenti ai lavori svolti nel ‘500 dalla famiglia Arconati.

La villa nel XVI secolo era divenuta proprietà di Giacomo Antonio Carcano che alla sua morte la lasciò in eredità ai nipoti Arconati, figli di sua sorella Elena e del marito di lei Giovanni Gaspare. Oltre all’edificio i nipoti, ebbero in eredità anche Mombello: terreni e case. La famiglia Arconati apportò delle modifiche alla residenza, in particolare Giovanni Battista Arconati che tra il 1560 e il 1564 fece modificare la struttura preesistente creando poco armonici contrasti tra la parte antica e quella nuova . In seguito fu Anna Visconti a ordinare dei lavori alla villa, in particolare il doppio portico aperto sulla facciata a ponente del palazzo. Il portico venne chiuso e riaperto più volte; oggi è aperto, anche se non più nell'aspetto con cui si presentava all’epoca.

La famiglia Arconati cedette quindi la residenza al Conte Giuseppe Angelo Crivelli nel 1718 che la trasformò in un lussuoso palazzo con giardino all’italiana ricco di fontane e giochi d’acqua. Durante questo periodo la villa fu in parte rifatta in stile barocco e fu alleggerita delle residue sue forme medioevali. Le venne conferita una pianta a U con le ali unite da un doppio porticato che racchiude un cortile interno. La facciata della villa venne ornata da due torri sotto le quali si stendono delle terrazze degradanti che sostituiscono il precedente scalone che risaliva il declivio della collina. Le terrazze si affacciavano sull’ampio giardino dove l’abate Crivelli impiantò un giardino botanico che al tempo era tra i più grandi d’Europa. La struttura, che è quella che ritroviamo oggi, venne realizzata da Francesco Croce su incarico di Stefano Gaetano Crivelli nel 1754. Venne anche costruito l’oratorio di S. Francesco (di cui oggi rimane la chiesetta non collegata all’edificio) che era collegato alla villa: una semplice cappella privata in stile barocco con affreschi rappresentanti san Francesco D' Assisi, san Carlo Borromeo e santo Stefano Martire.

Nel 1797, Napoleone Bonaparte per la sua bellezza preferì la villa Crivelli alla Reggia di Monza e vi insediò il suo quartier generale. Qui prese la decisione di creare la Repubblica Cisalpina. Napoleone fece anche celebrare il matrimonio delle sue sorelle Elisa e Paolina nell’ oratorio dei Crivelli, l’oratorio dedicato a San Francesco. In questo periodo Mombello ospitò anche Giovanni Gros, autore del primo grande ritratto di Napoleone che si trovava esposto nella Villa.

È stato prodotto un breve documentario, a cura dell'ass. Teses, che mostra i numerosi ambienti sotterranei del complesso.

Nel corso del XIX secolo la villa è rimasta in stato di abbandono sino a quando il comune di Milano nel 1863 acquistò l’edificio per utilizzarlo come manicomio apportando alla struttura numerose e depauperanti modifiche e fu utilizzata come manicomio sino all'entrata in vigore della famosa Legge Basaglia del 1978. Il manicomio di Mombello è il punto di arrivo di De là del mur, un poemetto di Delio Tessa.

Oggi l’edificio è sede dell’Istituto Tecnico Agrario Statale Luigi Castiglioni. Il nome gli deriva dall’illuminista italiano Luigi Castiglioni che abitò la villa per un breve periodo durante la seconda metà del ‘700 e ne utilizzò il parco per i suoi studi botanici, per i quali fu premiato da Napoleone .

La villa di recente è stata restaurata negli esterni; mantiene a grandi linee i caratteri barocchi e neoclassici apportati dai Crivelli, la chiesa di San Francesco oggi non è più collegata al palazzo, se non tramite i sotterranei, che sono la parte più antica dell’edificio, dove vi sono resti delle scale che scendevano la collina prima delle attuali terrazze. All’interno l’edificio conserva affreschi e varie decorazioni che tuttora testimoniano l’importanza della villa e la sua passata bellezza.







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