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mercoledì 6 luglio 2016

LA PROVINCIA DI MONZA E DELLA BRIANZA

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La provincia di Monza e della Brianza è una provincia istituita l'11 giugno 2004, e divenuta operativa nel giugno 2009 con l'elezione del primo consiglio provinciale. La provincia di Monza e della Brianza è nata dallo scorporo di una porzione di territorio della allora provincia di Milano (ora Città Metropolitana).

Capoluogo della provincia è Monza, già residenza estiva del regno longobardo all'epoca di Teodolinda e Agilulfo e la popolazione complessiva dei 55 comuni inglobati è di oltre 858.000 abitanti. Con un'estensione di 405,49 km² è la terza provincia più piccola d'Italia, preceduta solo da quella di Prato e da quella di Trieste, ma la seconda, dopo la città metropolitana di Napoli, come densità di popolazione e la ventunesima su 110 come popolazione.

La superficie urbanizzata della provincia di Monza e della Brianza è più alta rispetto alla media delle province italiane: l'indice medio di consumo di suolo, calcolato come rapporto tra superficie urbanizzata e superficie totale, supera infatti il 53%, la più alta percentuale fra le province lombarde. I comuni più urbanizzati sono Lissone, Vedano al Lambro e Bovisio Masciago, che arrivano anche a superare l'80% di indice di consumo di suolo.

La provincia di Monza e della Brianza confina a nord con la provincia di Lecco e con la provincia di Como, a ovest con la provincia di Varese, a est con la provincia di Bergamo e con la città metropolitana di Milano, con cui confina anche a sud.

La provincia di Monza e della Brianza sorge nell'alta pianura lombarda occidentale, al margine meridionale della Brianza. Il suo territorio è attraversato principalmente dal fiume Lambro nel capoluogo, dal Seveso, dall'Adda e dal torrente Molgora nei comuni circostanti.

La provincia di Monza e della Brianza ha assunto proprio questa denominazione ufficiale, anziché quella di provincia di Monza o di Monza-Brianza, perché risulta essere una provincia composta. Infatti è costituita:da Monza e da una parte del monzese storico;
dai comuni della bassa Brianza, "quella ex milanese", cioè la maggioranza relativa dell'intero territorio della Brianza.
La nuova provincia è schematicamente suddivisibile in diverse zone:
Monza, terza città della Lombardia per numero di abitanti, e parte del monzese storico.
Bassa Brianza occidentale, corrispondente in parte alla valle del fiume Seveso;
Bassa Brianza centrale nord e sud, corrispondente in parte alla valle del fiume Lambro;
Bassa Brianza orientale, corrispondente in parte alla valle del torrente Molgora.

Sono compresi nella zona della bassa Brianza occidentale i comuni di Barlassina, Bovisio-Masciago, Ceriano Laghetto, Cesano Maderno, Cogliate, Lazzate, Lentate sul Seveso, Limbiate, Meda, Misinto, Seveso e Varedo.

Sono compresi nella zona della bassa Brianza centrale nord i comuni di Albiate, Besana in Brianza, Briosco, Carate Brianza, Correzzana, Giussano, Renate, Triuggio, Veduggio con Colzano e Verano Brianza.

Sono compresi nella zona della bassa Brianza centrale sud i comuni di Biassono, Desio, Lesmo, Lissone, Macherio, Muggiò, Nova Milanese, Sovico e Vedano al Lambro.

Il comune di Seregno, confinante fra l'altro con i comuni di Lissone e Desio, è appartenente alla bassa Brianza centrale sud, anche se alcuni lo attribuiscono alla bassa Brianza occidentale ed altri ancora alla bassa Brianza centrale nord.

Sono compresi nella zona della bassa Brianza orientale i comuni di Agrate Brianza, Aicurzio, Arcore, Bellusco, Bernareggio, Burago di Molgora, Busnago, Camparada, Caponago, Carnate, Cavenago di Brianza, Concorezzo, Cornate d'Adda, Mezzago, Ornago, Roncello, Ronco Briantino, Sulbiate, Usmate Velate e Vimercate.

La provincia di Monza e della Brianza ha indetto nell'anno 2011 un concorso artistico di idee per la realizzazione del proprio stemma. Nella seduta del Consiglio Provinciale di giovedì 13 ottobre 2011, con 22 preferenze su 29, è stato scelto il progetto presentato dal designer Lucio Brugiatelli. L'elemento simbolico rappresenta uno stemma araldico, il concept fa riferimento al significato di Brianza che deriva dal termine celtico «brig» (colle) e dalla conformazione della zona, ricca di fiumi. Il simbolo celtico di base è il Triscele, inscritto in uno scudetto, ed è stato scelto proprio per la forma geometrica che rappresenta in modo iconografico il territorio diviso dal percorso di fiumi. La giunta provinciale dal febbraio 2012, in seguito all'aggiornamento dello Statuto dell'Ente ed agli affinamenti tecnico-grafici necessari, ha ufficialmente utilizzato tale stemma.

Il vecchio logo identificativo adottato dalla provincia di Monza e della Brianza rappresentava un quadrato, come una finestra aperta sul territorio. Un simbolo aperto che ricorda le infrastrutture, la linearità della produzione industriale, il senso dell'ordine, della dinamicità della produttività. Il simbolo riassume in sé le principali radici identitarie che caratterizzano la Brianza: dal tema del paesaggio, al valore dell'associazionismo e del volontariato, fino al “saper fare” espresso dal mondo imprenditoriale.

Le principali parlate locali sono raggruppabili nel dialetto brianzolo (cui sono apparentati il dialetto di Monza o münsciasch ed i dialetti del monzese storico). Il dialetto brianzolo fa parte del ramo occidentale dei dialetti della lingua lombarda.

Nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa cattolica, il territorio della nuova provincia fa parte dell'arcidiocesi di Milano. Questa segue lo specifico rito ambrosiano, a cui aderisce anche la zona della Brianza, storicamente più legata a Milano. Mentre i comuni del "monzese storico": Monza, Brugherio, Villasanta ma anche Cornate d'Adda, Busnago e Roncello, in considerazione di vicende storiche complesse ed una spiccata volontà di autonomia e diversità nei confronti di Milano, seguono invece il rito romano. Le chiese e cappelle del Parco di Monza sono suddivise tra i due riti seguendo il tracciato di viale Cavriga, che unisce le due porte principali del Parco, quella di Monza e quella di Villasanta, a nord seguendo il rito ambrosiano e a sud quello romano: ciò è dovuto al fatto che solo la zona a sud del viale faceva originariamente parte del territorio comunale monzese, mentre la parte a nord vi fu aggiunta distaccandola dai comuni contigui su decreto di Napoleone in occasione della creazione del parco.

Il 3 ottobre 2009, con solenne celebrazione nel Duomo di Monza presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi, all'epoca arcivescovo di Milano, il decano mons. Silvano Provasi ha annunciato il pronunciamento positivo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti circa l'istanza di proclamazione del beato Luigi Talamoni quale patrono della nuova provincia di Monza e della Brianza.

Le più importanti arterie extraurbane sono la ex strada statale 35 dei Giovi e la strada statale 36 del Lago di Como e dello Spluga (Valsassina).

La ex SS35, il cui tratto brianzolo è comunemente noto come superstrada Milano-Meda, ora di competenza regionale e provinciale, attraversa la provincia da nord a sud, per collegare Milano con Como.

Anche la SS36 attraversa la provincia da nord a sud, nella sua parte centrale, collegando Milano con Monza, Lecco e Sondrio. Il suo tratto urbano era congestionato dal traffico extraurbano dei lavoratori pendolari, mentre oggi è fluido grazie al tunnel urbano sotterraneo che attraversa la zona occidentale di Monza.

La mancanza di una arteria principale che attraversi la provincia trasversalmente, da est a ovest, più a nord rispetto all'autostrada A4, congestiona inevitabilmente il traffico urbano dei comuni brianzoli.

La provincia di Monza e della Brianza momentaneamente è attraversata da 4 tratte autostradali che a breve diventeranno 5:
Autostrada A4 Italia.svg Autostrada A4 Milano-Venezia;
Autostrada A51 Italia.svg Tangenziale Est di Milano (A51);
Autostrada A52 Italia.svg Tangenziale Nord di Milano (A52);
Autostrada A58 Italia.svg Tangenziale est esterna di Milano (A58) in zona di Agrate Brianza, Caponago;
Autostrada A36 Italia.svg Autostrada Pedemontana Lombarda (A36) in zona occidentale vicinanze SS35 (in progettazione).

La provincia è attraversata da importanti tratte ferroviarie:
la ferrovia Milano-Asso con la diramazione per la Stazione di Camnago-Lentate, che l'attraversa da nord a sud nella sua parte occidentale;
la ferrovia Chiasso-Milano, che l'attraversa obliquamente da nord-ovest fino a Monza, al centro, collegando il capoluogo alle stazioni di Milano e Como e alla Svizzera;
la ferrovia Monza-Molteno-Lecco, che attraversa la provincia da nord a sud nella sua parte centrale, permettendo i collegamenti tra il capoluogo e le provincie di Como e Lecco;
la ferrovia Lecco-Milano, anch'essa diretta verso nord a partire da Monza, fino alla stazione di Lecco;
la ferrovia Novara-Seregno, che attraversa trasversalmente la parte occidentale della provincia, collegandola a Saronno;
la ferrovia Seregno-Bergamo, che l'attraverso trasversalmente e verso est, collegando anche il capoluogo a Bergamo.
Nel capoluogo è presente l'importante stazione di Monza, principale nodo di scambio tra le linee provinciali, oltre ad un altro scalo ferroviario, denominato Monza Sobborghi, posta sulla linea per Molteno. Altre importanti stazioni della provincia sono:
Camnago-Lentate,
Carnate-Usmate,
Cesano Maderno,
Seregno,
Seveso.
Le reti ferroviarie brianzole sono gestite sia da Ferrovienord che Rete Ferroviaria Italiana, e i treni regionali e suburbani sono gestiti da Trenord.

In particolare, coinvolgono la provincia di Monza le linee S2, S4, S7, S8, S9 e S11.
È in fase di costruzione la stazione di Monza Bettola della Linea Rossa M1 della metropolitana milanese, situata a pochissimi metri dal capoluogo brianzolo ma comunque sul territorio di Cinisello Balsamo e quindi fuori dalla provincia monzese.

La provincia di Monza e Brianza è collegata, tramite il sistema delle tangenziali milanesi, agli aeroporti di Milano Linate e Milano Malpensa e tramite l'Autostrada A4 all'aeroporto di Orio al Serio.

Sul territorio provinciale esistono anche due elisuperfici:
Elisuperficie dell'Ospedale San Gerardo, utilizzata per il trasporto sanitario;
Elisuperficie di Lissone, l'unica attrezzata per gli atterraggi di emergenza.

La provincia di Monza e della Brianza, è sede di circoscrizione giudiziaria, con sede principale nel capoluogo.
A Monza, in piazza Garibaldi, nel Palazzo di Giustizia, trovano sede i Tribunali civile e penale e la Procura della Repubblica, mentre ulteriori uffici decentrati si trovano in via Vittorio Emanuele II, in via Borgazzi sono presenti gli uffici del Giudice di Pace.
In viale Campania, si trovano gli uffici amministrativi della sede distaccata della Procura monzese.
A Desio, è rimasta aperta fino al 2013, per sopperire agli scarsi spazi presenti a Monza, una sede distaccata del Tribunale, chiusa a partire dallo scorso 2014, dopo il riassetto delle sedi giudiziarie e la soppressione di alcune delle sedi decentrate.

La storia e la cultura della provincia di Monza e Brianza, sono ben raccontate nei numerosi musei sparsi sul territorio:
Museo del Duomo: si trova in una serie di ambienti sotterranei all'interno del Duomo. La raccolta comprende gran parte dei tesori risalenti all'epoca della regina Teodolinda, tra cui la Chioccia con i pulcini, la Croce di Agilulfo e la famosa Corona Ferrea utilizzata per incoronare Napoleone e i Re d'Italia.
Musei civici di Monza: le raccolte dei Musei civici di Monza sono attualmente collocate nei depositi della Villa Reale di Monza, in attesa di essere trasferite nella sede definitiva. Nelle raccolte sono confluite le opere della Pinacoteca Civica e del Museo dell'Arengario;
Museo etnologico di Monza e Brianza: all'interno di Villa Reale (Monza), è in attesa di essere ricomposto dopo il restauro della reggia;
Mulino Colombo;
Museo d'Arte Contemporanea: vi ha sede la pinacoteca civica inaugurata nel novembre del 2000. Frutto di una reinterpretazione del razionalismo già presente a Lissone e in Brianza, l'edificio mantiene e valorizza la parte più significativa dell'insediamento originario: all'avancorpo preesistente, riportato al suo passato splendore e svuotato per formare un unico volume destinato ad atrio d'ingresso, viene ad aggiungersi la nuova struttura architettonica retrostante. Il museo si articola su tre livelli fuori terra e un piano interrato e ospita la raccolta derivante dalle edizioni del Premio Lissone (1946-1967), oltre che ad una ricca collezione dell'artista Gino Meloni;
Museo degli attrezzi artigianali: all'interno di palazzo Vittorio Veneto, custodisce gelosamente al suo interno una collezione di antichi strumenti artigianali appartenuti agli aritigani lissonesi, per la realizzazione delle componenti del mobile e dell'arredamento;
Museo del ciclismo Ugo Agostoni, inaugurato in occasione della 69esima edizione della Coppa Agostoni;
Museo Civico "Carlo Verri", presso il Palazzo dei Verri, oggi anche sede municipale, vi è una ricca collezione storica di attrezzi, strumenti e opere del territorio;
Museo del territorio vimercatese, insediato nella Villa Sottocasa, presenta in modo interattivo documenti e reperti relativi al territorio del Vimercatese, collocato tra Monza e Trezzo sull'Adda.


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martedì 19 maggio 2015

I PAESI DELLA BRIANZA : FINO MORNASCO

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Fino Mornasco è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Fino fu avamposto romano fortificato. Le prove di questa presenza sono il ritrovamento di una tomba romana e di altri oggetti, durante gli scavi di Socco (1879).
Ai tempi di Plinio, lungo la Valle del Seveso, passava una delle cinque più importanti strade dell’impero romano (Decumana), che proveniente da Mediolanum (Milano), toccava Comum (Como) per poi proseguire lungo la sponda del lago sino alla Valtellina.
Alla fine del IX secolo è certa l’esistenza di insediamenti di mulini, lungo le sponde del torrente Seveso e di cascinali sulle alture che avevano vista sulla pianura.
Il termine confine e limite sono la chiave dell’origine del toponimo finese. L’ipotesi più accreditata dell’origine del nome è legata ad un fatto d’indicazione territoriale. Essere un territorio al limite o a confine. Il termine Mornasco viene aggiunto dopo l’unità d’Italia.
Già intorno al 1000 si ha conferma dell’esistenza di una contrada.
La culla della contrada restò per moltissimi secoli la valle. La dove l’acqua del Seveso muoveva le pale dei mulini e dove passavano le polverose carrozze dei signorotti del tempo. Una valle di origine morenica, ricca di cascatelle e canaletti, all’ombra di gelsi e castani, animate dai mulinari de Fini.

Nel 1594, le anime della contrada erano 1078.La società era tipicamente agricola, costituita da cascinali sparsi, da mulini e da un agglomerato stretto attorno alla Chiesa.
Con la pace di Radstadt (1714) il territorio fu assegnato all’Austria.
La quasi totalità dei finesi dipendeva, per lavoro, dai proprietari terrieri che erano il marchese Odescalchi, il conte Lambertenghi, le monache Cappuccine di Como, il Collegio Gallio, i Canonici della Prepositurale e le famiglie Raimondi, Aliverti, Cattaneo. In questi anni l’attività riformistica degli austriaci provoca un sensibile risveglio dei commerci che migliorano le condizioni di vita delle popolazioni.
Lentamente si faceva largo la diversificazione del lavoro a seguito delle nuove attività seriche e laniere che prelevavano la manodopera dai campi, mentre l’impulso dato al commercio favoriva la moltiplicazione dei traffici.
Attraversati gli anni delle alterne dominazioni austriache e spagnole, subentrò la repubblica Cisalpina nel 1799.
Gli anni che corrono dal 1800 rispecchiano la fortuna politica e militare di Buonaparte. È il periodo dell’impulso edilizio e di una urbanistica proiettata decisamente verso la modernità. Nel 1808 si apre il nuovo tronco della strada napoleonica che congiungerà la città di Como con la Cà Merlata e notevoli saranno le migliorie alla strada postale che passava da Fino per la Porta Comasina a Milano. La disfatta di Waterloo (1815) riporterà le terre di Fino sotto il duro dominio dell’impero austriaco.
Con l’unificazione del regno d’Italia e la riorganizzazione amministrativa territoriale, Fino viene eretto in Comune stabile del 3° Circondario Mandamentale di Como. Nel 1860 si riunisce il primo Consiglio comunale presieduto dal sindaco Giulio Porro Lambertenghi.

Il Consiglio Comunale del 23 novembre 1862, su proposta del Consigliere Primavesi, delibera che a Fino si aggiunga Mornasco, per non confonderlo con Fino al Monte (Bg).

Il secolo XIX si affaccia su un paese di 2486 abitanti in grande espansione; la ferrovia nazionale (che collegherà Milano alla Svizzera) fa scalo in Valle Mulini; il centro è attraversato dalla linea a vapore Saronno-Como, gestita dall’Anonima Tramway. Sono operanti le prime cooperative edilizie e di consumo, la Società di Mutuo Soccorso fra operai e la Mutua Bestiame. Si affermano le prime industrie stabili. Dal 1910 al 1914 si verificano i primi scioperi dei tessitori che rivendicano una regolamentazione del proprio lavoro. Nel 1934 viene posta la prima pietra della nuova chiesa prepositurale di S. Stefano. Nel 1936 la popolazione raggiunge le 3200 unità. L’evento bellico del 1915, nonostante i dissensi politici, troverà tutta la comunità finese concorde nel grande sforzo per completare l’unità nazionale. 40 i figli di Fino caduti sul campo. Da tempo Fino Mornasco è un centro di rilevante interesse nell’ambito dell’economia lariana. Basti pensare alle numerose aziende tessili, metalmeccaniche, chimiche e a quelle che si dedicano alla lavorazione della gomma e della pelle. È presente pure una azienda florovivaistica (d’importanza internazionale). Nell’ambito della tessitura della seta che, per reggere di fronte alla concorrenza, sta puntando sull’ottima qualità del prodotto e soprattutto su una raffinata ricerca artistica.

Nel 1700 il centro abitato di Fino, con esclusione delle frazioni, era sviluppato lungo due direttive: una era interna, cioè l’attuale Via Raimondi; l’altra di collegamento, cioè la “strada Regia da Milano a Como”, ora Via Garibaldi.
Il piccolo paese, che consisteva in un susseguirsi di corti contadine ancora oggi facilmente identificabili nel tessuto urbano, era delimitato a Sud dall’imponente costruzione degli Odescalchi (attuale Villa Tagliaferri) e a Nord dal vicino complesso parrocchiale. Oltre la chiesa e l’antistante cimitero, in direzione Como esisteva un unico edificio, la cascina Briccoletta.
Dalla mappa del Catasto Teresiano del 1721 si può ricavare inoltre che i terreni su cui sorgono la Villa comunale (ex villa Mambretti) e il magnifico parco erano di proprietà della Prepositura di Fino e solo in parte degli Odescalchi, del Conte Cesare Lambertenghi e dei Raimondi. Erano campi lavorati per la coltivazione dei cereali e dell’uva, ma vi erano tenuti con cura anche dei gelsi, tanto preziosi da essere censiti . Il mappale più consistente era il 484, che aveva un’estensione di 21 pertiche.
Le proprietà della Parrocchia di Fino erano certamente il frutto di secolari donazioni a cui è difficile risalire. È sicuro, invece, che poco più di un secolo dopo, nel 1857 (anno di rilevazione del “Cessato”), essa continua a figurare proprietaria e ancor più importante, avendo acquisito la porzione dei Porro Lambertenghi; agli Odescalchi subentrarono i Raimondi, nella persona del Marchese Giorgio, il futuro sfortunato suocero di Garibaldi.
Nel marzo 1888 il signor Giuseppe Guggiari acquistò dal Beneficio parrocchiale alcuni appezzamenti di terreno, che si affacciavano sulla via Odescalchi (attuale via Garibaldi) e vi costruì immediatamente due edifici, il più piccolo dei quali consistente in poco più di un rustico con portico, ben rappresentati in una mappa di fine secolo.
Attorno al 1890, quindi, fu edificato il primo nucleo di quella che sarebbe diventata la Villa Mambretti.
Il Guggiari, dodici anni dopo, vendette la proprietà a un possidente cinquantenne di Cadorago, Luigi Verga detto “Santirana”, che l’anno successivo aggiunse una porzione di terreno con l’evidente scopo di creare un giardino nella parte più alta della proprietà.
La consistenza degli immobili si evince dall’istrumento del 10 luglio 1902 n°1468 di Rep. a rogito del dott. Gaetano Maspero, notaio in Lurate Abbate, ove si parla di “villa ad uso villeggiatura di quattro piani e quattordici vani con annessi rustici e giardino”.
Il Verga, tuttavia, non optò per il domicilio finese, ma è probabile che tenne a sua disposizione una parte di fabbricato, affittando il rimanente a una o più famiglie; sicuramente ai Mambretti, che erano tra l’altro imparentati con i Guggiari e perciò conoscevano già la bellezza del luogo. Fu Francesco Mambretti a trasferirsi qui, con la moglie Margherita Salmoiraghi, anche perché aveva costituito un’importante e redditizia impresa per l’elettrificazione di Fino e di molti altri paesi del Comasco.
Dallo stato civile del Comune di Fino risulta che nell’agosto del 1907 nell’abitazione di via Odescalchi nacque Giovanni (Nino), il futuro fondatore dell’USAP.
Nell’ottobre del 1915 si verifica finalmente il passaggio di tutte le proprietà dal Verga a Francesco Mambretti per la cifra di 16.300 lire. Come risulta dall’atto di vendita, le costruzioni sono due, separate, così come le aveva volute il Guggiari. A tutto ciò il Mambretti aggiunse i mappali circostanti per la realizzazione della Villa con il parco, che già prefigurava; confinanti risultavano le proprietà Pozzi e degli eredi Rossi.
Per realizzare il suo progetto, Mambretti si affidò a un architetto di grido e molto importante nei primi decenni del secolo, Federico Frigerio, che si interessò anche del giardino, per la cui mirabile costruzione fece parecchi sopralluoghi, come ricorda Mario Negretti, dal 1933 e per quattro decenni custode della Villa.
Il progettista della ristrutturazione o meglio del rifacimento pensò bene di utilizzare l’esistente, ampliando l’edificio principale con sale e scaloni e collegandolo ad secondo, procedendo a decorare il tutto con affreschi e graffiti, con stucchi e marmi di pregio, nel modo ancora visibile, anche se deteriorato.

Nel 1978 la Villa veniva sottoposta a vincolo, in quanto pone la realizzazione dell’opera, in stile “eclettico”, all’inizio del secolo, mentre è inconfutabile che l’acquisto avvenne solo nel 1915 e nello stato di fatto precedentemente descritto. L’ampliamento e la decorazione della Villa ebbero luogo tra il 1920 e il 1930, come conferma  l’indicazione del 1929 dipinta su un soffitto della dipendenza e impressa nel caminetto dell’attuale Ufficio Anagrafe. Più o meno contemporaneamente si procedette per il parco che comprendeva il canile (i Mambretti erano amanti della caccia) e un rustico edificato nello stesso stile della Villa, ricoperto in parte di legno e con il tetto di paglia, come si usa nel Nordeuropa. Questa costruzione, che aveva la funzione di pollaio, con galline, anatre, fagiani e un pavone, era il risultato di un capriccio della signora Margherita e fu abbattuta agli inizi degli anni Sessanta per far posto al campo da tennis.
Vennero impiantate anche delle bellissime serre, tedesche e garantite contro la ruggine, in cui il Negretti coltivava con cura stupende orchidee e altri fiori, destinati ad arricchire i colori delle aiuole. Con le vicine stalle caddero in disuso e ora in quell’area vi sono l’Ottagono e i parcheggio.
Quando i lavori furono ultimati, il colpo d’occhio era sorprendente, soprattutto per l’armonia tra elementi architettonici e naturali, per la disposizione delle essenze pregiate in rapporto ai colori e alle parti di terreno lasciate a prato, con i dislivelli appositamente creati.
Con la Seconda Guerra mondiale e i bombardamenti su Milano, la residenza di Fino divenne la principale, e anche la dipendenza ospitò degli sfollati, tra cui la pittrice Cia Bassani, che poi si stabilì definitivamente nel paese, nella più modesta Villa Bolchesi.
Roberto Mambretti diventò in seguito il proprietario unico della Villa, che cedette tra il ’70 e il ’72 al Baserga, il quale non vi abitò mai, però riuscì a lasciare un’indelebile traccia del suo passaggio, per cui oggi non possiamo ammirare, se non in fotografia, lo scalone di marmo, i ritratti dei giovani Mambretti, il camino del salone e molte altre decorazioni interne, inopportunamente rimosse o cancellate da un uniforme strato di bianco. Nel frattempo la Villa entrò tra gli obiettivi degli amministratori pubblici, che nel 1980, avuta la disponibilità alla vendita da parte dei proprietari, iniziarono una lunga e laboriosa trattativa. Fu avviata addirittura la procedura di esproprio, ma tutto si concluse in via bonaria nel 1985: per un miliardo e duecentottantaquattro milioni l’Amministrazione Comunale - sindaco era Guido Mancina e assessore ai lavori pubblici Mario Riva – acquisiva la Villa, che successivamente venne ristrutturata e adibita a Municipio e parco pubblico, a cui si aggiunse il salone polivalente denominato Ottagono.

Fino Mornasco è stato teatro di un matrimonio storico: quello fra Giuseppe Garibaldi e la nobildonna finese Giuseppina Raimondi, figlia del marchese Giorgio, il 24 gennaio 1860. Un matrimonio fallito nel volgere di un’ora, ma pur sempre un evento che ha pesato sulla storia, se non nazionale certamente in quella dell’eroe dei due mondi. Garibaldi aveva conosciuto la “coraggiosa e avvenente fanciulla”, come egli la definisce, il 1° giugno del 1859. La giovane era nata dall’unione illegittima del marchese Raimondi e di Livia Giannoni; era cresciuta in un ambiente di cospiratori ed aveva colpito Garibaldi per il suo coraggio, oltre che per la sua bellezza. Il Generale, a cui era morta dieci anni prima Anita, ha 54 anni, Giuseppina 18: tra i due una appassionata frequentazione e un caldo rapporto epistolare. Innamorato come un giovane studente così scriveva in una lettera:
“Madonna, la Vostra lettera fu per me un balsamo e ve ne sono riconoscente. Voi mi avete colpito dal vivo con le vostre reminescenze.
Lago!…Remi…Maestro Vostro nel veleggiare…Parole scritte da voi, per cui ho pianto di commozione. Dunque giacché mi accettate come maestro e io alunno che amo! E come! Vi devo una verità che Voi in nome di quella stima che mi avete professato vorrete tenere per Voi sola; e quando vi darà la smania di dividere il segreto con alcuno me ne chiederete il permesso; non è vero?…bene! Che io Vi amo…e che vorrei vedere chi fosse capaci di avvicinare Voi senza amarvi…Dunque… io vi amo!…amor d’uomo non poteva pogiarsi su più bella, più preziosa, più attraente creatura!… il desiderio di possedervi aveva seguito l’affetto che mi ispirò la vostra prima visita:…Un giorno – di Dio - …io, nel premermi la bella mano con le labbra – vi dissi: io voglio appartenervi a qualunque costo!… e io assuefatto alle imprese ardue:…io coll’audacia del soldato… avrei gettato ai vostri piedi una sentenza che si sarebbe infranta, non accetta! Coll’anima vostra di italiana…Non avreste calpestato il cuore di Garibaldi, che si votava a Voi con lo stesso fervore con cui si vota all’Italia per l’intera sua vita!…Ma io retrocessi…perché quando vi dissi che volevo appartenervi avevo pronunciato uno scongiuro!…
In altra circostanza mi accorsi che Voi, bella Giuseppina, pagavate l’affetto mio con amicizia ma non con amore: il mio amor proprio ne fu mortificato; ma non mancai di dire a me stesso: io non ho meritato altro! Ora voi dovete scrivermi…Madonna! E dirmi che mi basta un po’ d’amicizia…Io me ne contenterò come prezioso affetto…Ma non dite – per Dio – che vi sono indifferente! Io ne sarei disperato!…Un saluto di cuore alla famiglia. Vostro per la vita”.
La famiglia caldeggia l’unione: avere una figlia moglie dell’eroe dei due mondi non è cosa da poco. Le risposte di Giuseppina sono positive, così Garibaldi alla fine del 1859 si reca per un soggiorno breve a Villa Raimondi: un soggiorno che si protrae in modo più interessato del previsto.
Il Natale viene trascorso a Fino, mentre si continua a parlare dell’imminente matrimonio.
L’annuncio formale viene dato alla stampa, al Corriere del Lario, il 6 gennaio 1860. Il matrimonio è ufficiale e si farà il 24 gennaio, dopo che Giuseppina si è rimessa da una brutta malattia.
Tutto bene dunque? Non proprio. Il fatto è che Giuseppina ha un altro spasimante, un giovane ufficiale, che non si dà affatto per vinto. Ma tant’è: arriva il grande giorno. Gli invitati allo storico evento sono circa 200, provenienti da ogni parte d’Italia: tra essi la figlia del generale e di Anita, Teresita.
Testimoni degli sposi sono Lorenzo Valerio, Prefetto di Como e il Conte Giulio Porro Lambertenghi, patriota e buon amico di Silvio Pellico.
Il matrimonio viene celebrato nella chiesetta immersa nel verde del parco di Villa Raimondi. Finita la cerimonia arriva un messaggero che consegna una lettera al Generale. Mentre Garibaldi legge si rabbuia e diventa rosso per la collera. Si avvicina alla moglie, l’afferra per un braccio e la trascina nel belvedere che è dietro la Villa.
“Leggete!”. Giuseppina appena inizia la lettera ha un fremito. “È vero?” incalza il marito. Giuseppina, già debilitata per la malattia, alza gli occhi e sussurra “Sì, ma…”. Il Generale non le dà il tempo di spiegarsi e le sbatte davanti lo sferzante epiteto “Signora voi siete una puttana!”.
La ragazza con un sussulto d’orgoglio risponde allora per le rime: “Pensavo di essermi sacrificata per un eroe, invece non siete che un rozzo soldato!”.
Comunque sia Garibaldi se ne va lasciando nello sconcerto e nella vergogna commensali e famiglia Raimondi.
Ma cosa c’era scritto su quel biglietto?
Probabilmente comunicava un incontro avvenuto tra la neosposa e il suo vecchio spasimante, qualche giorno prima. Il fatto è che il matrimonio appena celebrato va in frantumi nel giro di un’ora. La sentenza d’annullamento, patrocinatore legale di Garibaldi Francesco Crispi, viene emessa il 25 dicembre 1879.
Su quel biglietto si fecero diverse congettura, sino al punto che alcuni pensarono anche ad una montatura politica per denigrare pubblicamente Garibaldi. Si pensò addirittura ad un’azione degli stessi garibaldini, preoccupati che il matrimonio potesse ostacolare l’imminente spedizione dei Mille. Ma qui siamo sul terreno della congettura, appunto, senza riscontro.
Arduino Francescucci


La Val Mulini è nota per alcuni recentissimi ritrovamenti, risalenti alla prima età del bronzo e relativa alla presenza di insediamenti abitativi. Per quanto concerne invece l’età del ferro, in Fino Mornasco è venuta alla luce, sul finire dell’ottocento, una piccola necropoli di incinerati.

La villa Odescalchi (prima Raimondi e, in seguito, Tagliaferri) occupa la sommità di una collinetta. Col passaggio ai Raimondi, la villa viene trasformata con l’aggiunta di un’ala sontuosa e con la facciata monumentale che guarda il parco all’inglese. I rimaneggiamenti sono opera dell’architetto neoclassico Simone Cantoni. Nel parco esistono una torre con merli e una chiesetta, famosa perché vi fu celebrato il matrimonio fra Giuseppe Garibaldi e la giovane marchesina Giuseppina Raimondi.
Nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano si conserva un bell’affresco quattrocentesco, l’unica testimonianza dell’antica chiesa (le cui origini risalgono, probabilmente, ad un epoca anteriore al 1000) che venne demolita in parte nel 1934 e in parte nel 1956 e, in seguito, totalmente riedificata.

Le origini del cesello si perdono nei secoli: già i babilonesi ne erano maestri. L’arte di incidere sui metalli fu portata alla perfezione in Italia e in Germania nel Rinascimento e in Francia fra il secolo XVII e il XVIII. Un’arte strettamente artigianale, tramandata di generazione in generazione, da padre in figlio.
Del cesello finese si incomincia a parlare, in una forma molto vaga, intorno al 1800 e poi, in modo più chiaro e consistente, in occasione del trasferimento da Milano a Fino della Ditta Orazio Del Bò, specializzata nella lavorazione dell’arredo sacro, con annessa fonderia e coniatura di medaglie e distintivi. In quel periodo Fino era ancora un paese prevalentemente agricolo. Il nuovo complesso Del Bò iniziò il reclutamento di molti giovani finesi che venivano affiancati agli specialisti anziani. Fra questi giovani, Stanislao e Cornelio borghi e Alberto Clerici che sarebbero diventati gli artefici del cesello finese. I fratelli Borghi, acquistata una certa abilità, attraverso la frequentazione di scuole milanesi, riuscirono ad impiantare un’officina artigianale del cesello, la prima a Fino, dove coltivarono sotto la loro guida numerosi giovani volenterosi.
Nella famosa crisi del 1928-32, gran parte di questi giovani cesellatori furono costretti ad abbandonare il mestiere ed adattarsi ad altri lavori. Continuarono in privato i più abili che con sacrificio e dedizione perfezionarono la propria tecnica di lavoro. Superata la congiuntura sfavorevole, sorsero in paese diversi laboratori con criteri di conduzione familiare che, con il passare degli anni, assunsero livelli artigianali di prim’ordine, indiscutibile punto di riferimento nazionale.
Da questi laboratori finesi sono uscite vere opere d’arte a soggetto religioso e sacro, opere sparse in chiese e cattedrali di tutto il mondo, ceselli a carattere decorativo che ornano chiese e ville tra le più rinomate: veri e propri gioielli eseguiti con materiali preziosi, di cui a Fino si conservano solo delle fotografie.
Opere uscite dalle abili mani di maestri come Alberto Clerici, Cesare Cristiani, Alfonso Melli, Sergio Bionda e altri che la storia più recente si farà carico di ricordare. Una scuola tutta finese servì a perfezionare giovani che si dedicarono all’incisione su rame, argento e oro: la Scuola di Disegno della Società di Mutuo Soccorso, oggi chiusa e i cui resti sono stati ceduti al Comune.
Quanti sono i cesellatori finesi? Difficile dirlo. Furono certamente tanti. Una ventina sono i laboratori di impiego giornaliero, altri e diversi sono quei piccoli laboratori d’impiego serale, dopo le normali ore di lavoro. Una storia, quella del cesello finese, ricca e complessa perché è una storia d’arte. E come tutte le storie d’arte è intima, personale, gelosamente custodita da ogni artista che l’ha vissuta.
Il cesello finese è conosciuto in tutto il mondo e vanta una ricercata tradizione artistica pregevole sia nel campo religioso che in quello profano e commerciale.
Una tradizione che agli occhi dei finesi più giovani risulta nascosta e poco conosciuta.

Persone legate a Fino Mornasco:
Augusto Introzzi (1913-1954), ciclista
Francesco Mambretti è legato a Fino Mornasco perché investì i suoi cospicui guadagni nella costruzione della Villa di Fino dove risiedette fino alla sua morte e per aver creato a Fino Mornasco la sua azienda: la "Mambretti Elettrica". Fu anche membro del Consiglio comunale di Fino, partecipando a numerose commissioni. L'anno seguente, a testimonianza del suo impegno civico, decideva di presentarsi come candidato alle elezioni amministrative di Milano. È sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Fino.
Giovanni Battista Scalabrini (Fino Mornasco, 8 luglio 1840 - Piacenza, 1º giugno 1905), beato della Chiesa Cattolica, vescovo di Piacenza, fondatore della Congregazione dei missionari di San Carlo - "Scalabriniani". Nasce nel 1839 in una casa all'angolo della piazza del sagrato del borgo dei "mulinari de Fini", dove il padre Luigi gestiva una bottega di vini. L'edificio è tutt'oggi esistente, ben conservato, all'incrocio della via Garibaldi con la via che porta il suo nome. È noto per la sua attività pastorale volta a creare società di soccorso e strutture sociali in aiuto degli operai.
Stefano Casiraghi (1960-1990), consorte della principessa Carolina di Monaco, tragicamente deceduto durante una gara di off shore.
Erika Fasana, Martina Rizzelli e Sofia Busato, ginnaste nazionale sono tesserate presso la Polisportiva Carnini; gareggiano in Serie A1 come prestito alla Brixia Brescia.
Giuseppe Garibaldi, che nel paese ebbe incontri amorosi con Giuseppina Raimondi, fino al matrimonio del 16 gennaio 1860, poi fallito.


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I PAESI DELLA BRIANZA : ERBA

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Erba è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Il paese sorge ai piedi delle Prealpi lombarde, a 320 m s.l.m., in Brianza.

L'origine dei vari borghi che in seguito diedero vita ad Erba è piuttosto antica. Il luogo venne infatti abitato in epoche precedenti a quella romana; vi si sarebbero alternati gli Orobi, i Liguri ed i Celti, ma soprattutto i secondi vi lasciarono le loro consuetudini.

L'abitato si è prevalentemente sviluppato alla destra del Lambro e ad ovest della Strada Vallassina ed è lambito a sud dalla SS n.639 del Lago di Pusiano e di Garlate (che collega Lecco a Como), oltre la quale si spingono tuttavia alcune proliferazioni edilizie prevalentemente industriali.
Il territorio comunale confina, da Nord ed in senso orario, con i comuni di Faggeto Lario, Caslino d'Erba, Ponte Lambro, Castelmarte, Proserpio, Longone al Segrino, Eupilio, Merone, Monguzzo ed Albavilla, tutti in provincia di Como.
Il territorio comunale ha una superficie di 1813 ha, di cui 718,91 ha. (39,65%)., costituiscono la superficie agricola utilizzata, ha. 344,24 (18,99%) la superficie a bosco e 163,81 ha. (9,04%) quella improduttiva. La superficie liquida (Lago di Alserio: 28 ha.) e la superficie urbanizzata dovrebbe ammontare a 586,04 ha. (32,32%), in essa comprese le aree con vocazione edificatoria.
Il territorio comunale è pianeggiante solo in prossimità del Lago di Alserio (Piano d'Erba o delle Eupili); per la parte restante è collinare ed in parte anche montuoso: infatti, esso risulta compreso tra le quote 260 (Lago di Alserio) e 1.304 (pendici del monte Bollettone).
L'area urbana risulta formata dall'aggregazione di vari nuclei abitati i quali, espandendosi soprattutto lungo le strade che li collegano e che se ne diramano, si sono progressivamente estesi, in qualche caso saldandosi l'un l'altro.
Ne risulta perciò più propriamente un insieme di abitati, cuciti da una trama viaria irregolare, distribuiti a cavaliere del Lambro, ma prevalentemente alla sua destra. In questa situazione è indefinibile e priva di senso una quota media dell'area urbana in quanto si sviluppa tra le quote 275 e 295 -è vero altresì che gli altri nuclei giacciono quasi "tutti a quote più alte, comprese tra i 300 ed i 350 m.
Gli insediamenti occupano, infatti, le protuberanze collinari e persino le pendici del Monte Bollettone, con frequenti ville signorili, circondate da ampli parchi e giardini.

Erba deve il suo rapido sviluppo, oltre che all'amenità dei luoghi, anche alla felice posizione rispetto alla grande maglia viaria regionale, trovandosi a mezza strada dell'itinerario Lecco - Como (che delimita il bastione morenico dell'alta Brianza) ed all'incrocio di questa con la strada Milano - Bellagio (strada Vallassina).

Il vasto piano meridionale a cavallo del Lambro - lambrone che comprende, appunto, il Piano d'Erba e che sale poi lentamente verso "lo stretto solco vallivo di Ponte Lambro; in esso sorgono gli abitati di Incino, Vill'Incino, Erba (in basso) ed il nucleo di Cassina Mariaga, nonché i recenti insediamenti industriali di Pradelmatto-Sassonia, California e Molinara;
La fascia che delimita a nord-ovest la zona piana e che, con andamento piuttosto mosso, costituisce quasi un terrazzamento di passaggio tra la 'pianura e la montagna; in questa zona sorgono gli abitati di Parravicino, Campolasso, Pomerio, Buccinigo, Erba in alto, Crevenna e Mornìgo;
La zona collinare ad est del Lambro che delimita a nord-est la zona piana ed ha una configurazione piuttosto movimentata, caratterizzata da una più marcata ondulazione (contrapposta al terrazzo precedente); su di essa sorgono i nuclei abitati di Morchiuso, Bindella, Incasate e -più a nord -Brugora, Torricella, Arcellasco, Carpèsino e S.Bernardino. Questa zona rappresenta l'estremità meridionale dell'area collinare compresa tra la valle di Caslino ed il bacino del lago del Segrino;
La zona montana di nord-ovest che, saldandosi al terrazzo pedemontano, occupa le falde sud-orientali del M. Bollettone (1304 m.) e quelle sud-occidentali del M. Croce o di Maiano (1153 m.) e della Bocchetta di lemma (1171 m.).
Sotto il profilo geologico, il territorio "basso" è formato dalle alluvioni fini del Lambrone, prevalentemente marnose ed argillose, le quali - trasportate a valle - hanno lentamente " colmato " l'antico vasto golfo del mare Pliocenico. Il territorio "alto"' fa già parte, invece, del cosiddetto triangolo lariano, una "regione prealpina" situata tra i due rami meridionali del Lario (comasco e lecchese) e marcatamente incisa dalla Vallassina, cioè, da quel tratto della valle superiore del Lambro (nella quale esso prende il nome di Lambrone) che va dalla sorgente (a NO di Magreglio) fino alla "stretta" da cui esso sbocca nella conca pianeggiante di Erba.
Più a sud, le alluvioni del Lambrone formano un vasto dosso al quale si debbono probabilmente il colmamento dell'antica unica e grandiosa conca lacustre che si estendeva per tutto l'attuale Piano d'Erba e la separazione dei due laghi pedemontani di Pusiano e di Alserio.
Il vincolo idrogeologico copre la quasi totalità delle pendici montane del settore-ovest. Tale vincolo - stabilito in base alla legge 30 dicembre 1923, n.3267 -interessa infatti -a partire dalla quota 350 circa- le pendici del Monte Bollettone, le quali si presentano orograficamente accidentate e che, ove non fossero adeguatamente protette, sarebbero suscettibili di erosione del versante, con conseguente pericolo di degrado.
Tale vincolo, ripreso dalla recente legislazione urbanistica regionale lombarda (LUR-n.51/1975), impone sostanzialmente il mantenimento della situazione arborea e colturale in atto, al fine di non compromettere la stabilità dei suoli, consentendosi peraltro il normale governo forestale e rurale.
Il torrente Bova, altro corso d'acqua che interessa il territorio erbese, scende con forti pendenze solcando le pendici di questo versante prima di immettersi nel Lambrone, al confine di Erba con Ponte Lambro.

L'origine di Erba si perde nella notte del tempo, oltre alle testimonianze del Buco del Piombo altri ritrovamenti attestano che il luogo venne abitato nelle epoche precedenti quella romana; vi si sarebbero alternati gli Orobi, i Liguri ed i Celti. Erba, ai tempi dei Romani, era denominata: "Herba" mentre Incino, originariamente "Liciniforum".
Nelle torbiere di Bosisio e di Pusiano (ora abbandonata) sono stati trovati numerosi utensili di silice (coltelli, punte di frecce e di lance, piccole scuri con manico di osso) a testimonianza del fatto che il Piano d'Erba è stato abitato dall'uomo sin dall'età neolitica. In realtà in quell'epoca il Piano non c'era, in quanto i laghetti di Pusiano, Alserio ed Annone formavano l'unico grande lago di "Eupili" su cui gli abitanti (delle età della pietra e del bronzo) avevano costruito le capanne su palafitte in cui vivevano. Reperti del neolitico (punte di freccia), sono stati rinvenuti anche nella grotta denominata "Buco del Piombo" , in territorio erbese .
Non si sa se questi primi abitanti fossero Oròbi, Etruschi od Umbri: da ritrovamenti avvenuti a Buccinigo (tombe) si riconoscono con sufficiente certezza elementi della cultura celtica.
Sull'origine del primo nucleo Incino, e sullo stesso toponimo sussistono tuttora dei dubbi: la tradizione più antica vuoi far risalire il nome "Incino" all'antico Liciniforum citato da Catone e da Plinio; ma presumibilmente il Liciniforum di Catone è Lecco (da Licini, infatti, si fa derivare Lencini e Lenci che è il nome fatino di Lecco), mentre l'etimologia di Incino è forse da ricercare più nel mondo germanico che in quello latino. Stando alla tradizione più condivisa (che vuole Incino derivato da Licinoforum), quel nucleo sarebbe stato fondato da un Licinio Crasso nel 608 dalla fondazione di Roma, cioè quasi un secolo prima di Cristo; ma ciò non è provato: le prime iscrizioni -su frammenti di lapidi rinvenute nei campi presso Incino -possono essere infatti datate solo.al V sec. D C (in una di esse si parla di un Longino e di un Fausto, Consoli nel 490 DC).
Di Erba si hanno notizie ancora più scarse, anche se in tutta la zona pedemontana che va da Vill'Albese a Crevenna sono state rinvenute numerose tombe, in cui sono stati trovati monete, vasi lacrimatoi ed ornamenti metallici . A giudicare dai numerosi ritrovamenti di epoca romana è tuttavia quasi certa l'esistenza, in questi luoghi, di un abitato romano di qualche importanza.
A guardia delle strade di comunicazione per Corno, Milano e Lecco stettero comunque i due castelli di Erba e di Incino.
Del Castello di Erba non rimangono, purtroppo, vestigia, salvo il nome della "piazza del Castello" ad Erba in alto.
E' tuttavia impossibile sapere con certezza quando esso sia sorto: alcuni storici ne parlano a proposito dell'invasione degli Ungheri (a partire dal 889); altri lo citano a proposito della difesa dei Municipi della Martesana da Ariberto da Intimiano (arcivescovo di Milano ed ideatore del Carroccio), insieme ai nomi di Buccinigo e di Parravicino.
Nel Medioevo due importanti castelli dominavano il territorio , uno posto in posizione elevata (Erba alta), di cui rimangono alcuni ruderi e l'altro nell'odierna Villincino ove si trova ancor oggi la pusteria ed una torre con inserita una graziosa bifora.
Del Castello di Incino rimane invece un significativo avanzo di portale ancora ben conservato.

Nessuna testimonianza rimane delle dominazioni longobarde e franche, che lasciarono tuttavia nella zona la divisione feudale; Erba ed Incino ne rimasero fortunatamente indenni e vissero come liberi comuni anche durante le calate del Barbarossa. Quest'ultimo, nella vicina Tassèra di Carnìgo, fu sconfitto dai milanesi ai quali quei liberi comuni (Orsenigo e tutta la Pieve di Incino) avevano dato un valido e decisivo aiuto (1160). Milano ricompensò questi modesti ma valorosi comuni alleati investendoli del diritto di fregiare le proprie insegne con lo stemma di Milano: il che comportava a loro favore una serie di privilegi oltre ad ampie immunità. Per effetto di tali concessioni la Comunità di Erba fu aggregata ai cittadini milanesi di Porta orientale, nella parrocchia di S. Babila. Tali privilegi restarono operanti fino all'invasione francese del 1796.
Nel corso del secoli fatti ed avvenimenti di ogni genere coinvolsero gli abitanti di Erba e particolarmente il XII e il XIII secolo furono teatro di guerre e distruzioni rimane famosa oltre alla battaglia di Tassera, anche le terribili e ripetute distruzioni di Incino, prima per opera dei Visconti nel 1278 e poi dai Torriani nel 1285.
Durante il XIII ed il XIV sec. Erba seguì le vicende di Milano, che era contesa tra i Torriani ed i Visconti. Infatti i Torriani, dopo aver devastato molti paesi della Martesana e particolarmente Incino, si impadronirono nel 1278 del Castello di Erba. Sette anni dopo fu la volta di Ottone Visconti che occupò Incino, ne abbatté la rocca e ne incendiò e rovinò il borgo.
Successivamente Ottone diventò padrone di Milano e scacciò i Torriani, mantenendo la Signoria Viscontea fino al 1447. Erba rifiutò in ogni modo di essere infeudata, facendo valere i privilegi del 1160.Nel 1404 i Signori (Rusca) di Corno fecero Erba l'oggetto di ripetute scorrerie, approfittando del fatto che i Dal Verme non volevano intervenire in difesa del borgo, non avendo questo voluto rinunciare a quei particolari privilegi che lo proteggevano dall'infeudazione. Comunque, dai Visconti il Piano d'Erba passò prima agli Sforza (1453-1470) -che concessero ad Erba una limitata autonomia rispetto al Vicario della Martesana -e poi agli Spagnoli, i qual i restaurarono le antiche strutture feudali e cedettero il territorio ai Conti Archinto (1647).
Negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346” Erba risulta incluso nella pieve di Incino e viene elencato tra le località cui spetta la manutenzione della “strata de Niguarda” come “li zentilhomini da Herba” (Compartizione delle fagie 1346). Nel 1441 Erba, con tutta la pieve di Incino nella quale risulta collocato, venne concesso in feudo dal duca Filippo Maria Visconti ai conti Dal Verme (Casanova 1904). Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e dei successivi aggiornamenti del 1590 e del XVII secolo, Erba risulta ancora compreso nella pieve d’Incino (Estimo di Carlo V 1558, cartt. 24 e 25) dove ancora lo si ritrova nel 1644 (Relazione Opizzone 1644). Con istrumento rogato il 6 luglio 1647 il comune venne concesso in feudo al conte Carlo Archinto (Casanova 1904). Nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751, Erba era sempre inserito nel ducato di Milano, nella pieve di Incino, ed il suo territorio comprendeva anche i cassinaggi di “Molino del piano”, “Cassina sopra il Monte detto Alpe”, Alpetto, Mirabello, Ginochio, Meano, Meanolo, Corgiago, Malpirana e Bajta (Compartimento Ducato di Milano, 1751). Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento del 1751 emerge che il comune, infeudato al conte Filippo Archinti al quale la comunità versava a titolo di convenzione la somma annua di lire 87, contava in tutto 690 anime. Disponeva di un consiglio particolare costituito da 17 deputati ed un sindaco-cancelliere che venivano eletti dal convocato generale con l’intervento del podestà. Restavano in carica tre anni ed a loro era affidata l’amministrazione del patrimonio e la vigilanza sui pubblici riparti. Il sindaco-cancelliere, che veniva retribuito con salario annuale, aveva incarico di conservare presso la sua casa le scritture della comunità. Incaricato delle riscossioni dei carichi e del pagamento delle spese era un solo esattore che veniva eletto con pubblico istrumento per tre anni. Il comune era sottoposto alla giurisdizione di un podestà feudale al quale versava un salario annuo, oltre che alla banca criminale di Milano. Il console prestava annualmente giuramento ad entrambi i giusdicenti (Risposte ai 45 quesiti 1751, cart. 3034). Sempre inserito nella pieve di Incino, Erba compare nell’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753 ancora appartenente al ducato di Milano (Indice pievi Stato di Milano, 1753).
Furono inoltre edificati numerosi conventi come l'Abbadia di S. Antonio a San Maurizio e Santa Maria degli Angioli vicino a Crevenna, dove venivano anche tinti con il mallo delle noci i panni e le tuniche di tutti i frati della Lombardia. Per quanto riguarda l'aspetto religioso la chiesa di Sant'Eufemia rimase per secoli il punto di riferimento principale di tutta l'omonima Pieve. Sulla fine del 1500 San Carlo ordinò il trasferimento della Prepositura da S. Eufemia(Incino) a S.Maria Nascente (Villincino), poiché l'antica chiesa era ritenuta insicura ed inadeguata alle nuove esigenze pastorali. Il periodo delle infeudazioni e della dominazione spagnola sono una triste parentesi per la storia di Erba che si temprò e rifiorì nel 1700.Con Maria Teresa iniziò un periodo di benessere e di sviluppo per tutta la plaga erbese, sorsero filande e numerose ville signorili che ospitarono insigni personaggi della cultura: Monti, Parini, Foscolo.
Nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano (editto 10 giugno 1757), pubblicato dopo la “Riforma al governo e amministrazione delle comunità dello stato di Milano” (riforma Stato di Milano 1755), il comune di Erba venne inserito tra le comunità della pieve di Incino, nel territorio del ducato di Milano. Nel 1771 il comune contava 1.200 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Solo con la successiva suddivisione della Lombardia austriaca in province (editto 26 settembre 1786 c), il comune di Erba, sempre collocato nella pieve d’Incino, venne inserito nella Provincia di Como. In forza del nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791, la pieve di Incino, di cui faceva parte il comune di Erba, venne inclusa nel VII distretto censuario della provincia di Milano (Compartimento Lombardia, 1791).
A seguito della suddivisione del territorio in dipartimenti, prevista dalla costituzione della Repubblica Cisalpina dell’8 luglio 1797 (Costituzione 20 messidoro anno V), con legge del 27 marzo 1798 il comune di Erba venne inserito nel Dipartimento del Lario, Distretto di Erba (legge 7 germinale anno VI). Con successiva legge del 26 settembre 1798 il comune venne trasportato nel Dipartimento dell’Olona, Distretto XXVI di Erba (legge 5 vendemmiaio anno VII). Nel gennaio del 1799 contava 1240 abitanti (legge 20 nevoso anno VII). Secondo quanto disposto dalla legge 13 maggio 1801, il comune di Erba, inserito nel Distretto primo di Como, tornò a far parte del ricostituito Dipartimento del Lario (legge 23 fiorile anno IX). Con la riorganizzazione del dipartimento, avviata a seguito della legge di riordino delle autorità amministrative (legge 24 luglio 1802) e resa definitivamente esecutiva durante il Regno d’Italia, Erba venne in un primo tempo inserito nel Distretto VII ex milanese di Erba (Quadro dei distretti 1802), classificato comune di III classe (Elenco dei comuni 1803), e successivamente collocato nel Distretto I di Como, Cantone IV di Erba.
Ma è il 1800 che determino per Erba il periodo d'oro e di notorietà culturale e turistica.
In base alla nuova compartimentazione territoriale del Regno Lombardo – veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Erba venne inserito nella Provincia di Como, Distretto XIV di Erba. Il comune di Erba, dotato di convocato, fu confermato nel Distretto XIV di Erba in forza del successivo compartimento delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). Col compartimento territoriale della Lombardia (notificazione 23 giugno 1853), il comune di Erba venne inserito nella Provincia di Como, Distretto XIV di Canzo. La popolazione era costituita da 1562 abitanti.
Subite le occupazioni francese ed austriaca (1814), il Comune fu invaso dal Piemonte nel 1859 ed annesso al Regno d'Italia.
In base al compartimento territoriale del Regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805 a) il cantone IV di Erba, compreso nel dipartimento del Lario, distretto I di Como, includeva i seguenti comuni: Albesio, Alserio, Anzano con Cassina Pugnano, Monticello e porzione di Monguzzo, Arcellasco con Torricella, Carpesino, Brugora e Cassina Torchiera, Brenno con Camisasca, Buccinigo con Molena, Carcano con Corogna, Casletto, Cassano con Sirtolo, Centemero con Musico, Colciago con Cassina Marcetta, Cassina Careggia, Cassina Visconti e porzione di Calpuno, Crevenna con Mornigo, Erba, Fabbrica, Incino con Villincino, Rogora e Ferrera, Lambrugo, Lezza, Lurago con porzione di Calpuno, Merone, Moiana, Monguzzo con Nobile, Nibionno con Tabiago e Zibrone, Orsenigo con Parzano, Parravicino con Pomerio e Caseglio, Ponte con Cassina Busnigallo, Rogeno con Calvenzana, Maggiolino, Molino del Leone e Molino del Maglio, Tregolo con Costa Masnaga, Somarino e Pettana, Villa Albese con Cassina Saruggia. La popolazione complessiva era di 18.885 abitanti. Con il decreto di aggregazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809), che disegnò il nuovo assetto amministrativo del territorio comasco, il numero dei comuni del cantone passò da 28 a 12: Albese, Alzate, Anzano, Carcano, Erba, Lurago ed uniti, Merone, Nibionno ed uniti, Ponte, Rogeno, Tregolo e Vill’Albese. La popolazione ammontava a 15.184 abitanti. Il decreto di concentrazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 30 luglio 1812) confermò, per i comuni del cantone IV di Erba, le variazioni previste dal precedente provvedimento del 1809, eccezion fatta per l’ex comune di Albese che venne aggregato a Vill’Albese e per il comune di Merone che assunse la denominazione di comune di Nobile.
In seguito all’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Erba con 1.589 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento XI di Erba, circondario I di Como, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d’Italia, il comune aveva una popolazione residente di 1.676 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull’ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.724 (Censimento 1871); abitanti 1.717 (Censimento 1881); abitanti 2.016 (Censimento 1901). Nel 1906 il comune di Erba venne aggregato al nuovo comune di Erba Incino.
In base al compartimento territoriale del Regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805 a) il cantone IV di Erba, compreso nel dipartimento del Lario, distretto I di Como, includeva i seguenti comuni: Albesio, Alserio, Anzano con Cassina Pugnano, Monticello e porzione di Monguzzo, Arcellasco con Torricella, Carpesino, Brugora e Cassina Torchiera, Brenno con Camisasca, Buccinigo con Molena, Carcano con Corogna, Casletto, Cassano con Sirtolo, Centemero con Musico, Colciago con Cassina Marcetta, Cassina Careggia, Cassina Visconti e porzione di Calpuno, Crevenna con Mornigo, Erba, Fabbrica, Incino con Villincino, Rogora e Ferrera, Lambrugo, Lezza, Lurago con porzione di Calpuno, Merone, Moiana, Monguzzo con Nobile, Nibionno con Tabiago e Zibrone, Orsenigo con Parzano, Parravicino con Pomerio e Caseglio, Ponte con Cassina Busnigallo, Rogeno con Calvenzana, Maggiolino, Molino del Leone e Molino del Maglio, Tregolo con Costa Masnaga, Somarino e Pettana, Villa Albese con Cassina Saruggia. La popolazione complessiva era di 18.885 abitanti. Con il decreto di aggregazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809), che disegnò il nuovo assetto amministrativo del territorio comasco, il numero dei comuni del cantone passò da 28 a 12: Albese, Alzate, Anzano, Carcano, Erba, Lurago ed uniti, Merone, Nibionno ed uniti, Ponte, Rogeno, Tregolo e Vill’Albese. La popolazione ammontava a 15.184 abitanti. Il decreto di concentrazione e unione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 30 luglio 1812) confermò, per i comuni del cantone IV di Erba, le variazioni previste dal precedente provvedimento del 1809, eccezion fatta per l’ex comune di Albese che venne aggregato a Vill’Albese e per il comune di Merone che assunse la denominazione di comune di Nobile.
La popolazione industriosa ha saputo ben utilizzare le risorse presenti sul territorio e, con l'avvio delle Ferrovie Nord nel 1879, si è decisamente imposta come centro attivo, ricco di storia e di cultura.
Nel 1912 giunse da Como la tranvia, prolungata nel 1927 fino a Lecco. Le comunicazioni con i maggiori centri vicini furono così completate ed Erba - che nel 1906 si era unita ad Incino -iniziò il suo fortunato decollo. commerciale e produttivo.
Nel 1927 venne ricostituito il comune autonomo di Erba con i soppressi comuni di Bucinigo, Cassina Mariaga, Crevenna ed Erba Incino, disaggregandone il territorio dal comune di Erba Incino (R.D. 15 dicembre 1927, n. 2515). In base alla legge sull’amministrazione locale emanata nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Nel 1928 al comune di Erba vennero aggregati i soppressi comuni di Arcellasco e Parravicino (R.D. 11 ottobre 1928, n. 2542). Nel 1928 dal comune di Erba venne staccata la frazione di Pontenovo, aggregata al comune di Merone (R.D. 1° novembre 1928, n. 2563). Popolazione residente nel comune: abitanti 8.537 (Censimento 1931). Nel 1935 dal comune di Erba vennero staccate le frazioni di Molena e Ferrera, aggregate al nuovo comune di Albavilla.

L'attuale comune di Erba è formato dall'unione dei soppressi di Erba Incino, Buccinigo, Cassina Mariaga, Crevenna, Arcellasco e Parravicino. Le varie adesioni si svolsero in varie tappe successive: primo passo il 21 agosto 1906 con la storica unione di Erba con Incino, poi nel 1923 l'adesione di Crevenna, Buccinigo e Cassina Mariaga ed infine nel 1928 l'aggiunta di Arcellasco e Parravicino completarono la formazione del nuovo comune. Il 12 maggio dell'anno 1970 il Presidente della Repubblica decreta al Comune di Erba il titolo di Città, confermandone così le importanti caratteristiche socio-economiche che pone l'abitato di Erba tra i luoghi più rappresentativi ed operosi dell' Alta Brianza.

Erba presenta ovunque una singolare struttura urbana " a nuclei ", che consiste in una pluralità d'insediamenti, diversi per qualificazione e per consistenza e dislocati in un ambito spaziale palesemente "sproporzionato. Infatti, quella che molto impropriamente chiamiamo area urbana non ha il consueto carattere del continuum edificato , ma si presenta piuttosto come un "tessuto" disuniforme in cui i compatti "nuclei" originari (salvo quelli del tutto stravolti e soffocati dai più recenti sviluppi insediativi) sono ancora abbastanza individuabili ed appaiono come dispersi (cioè debolmente "legati") in un inconsistente tessuto connettivo generalmente tenue e comunque ancora tanto "poroso" da risultare scarsamente agglutinante.
I .fattori polarizzanti dei più recenti sviluppi non sono, curiosamente, i singoli nuclei originari: la maggior parte di essi ha perso ormai ogni residua forza aggregante, tant'è che qualcuno è tuttora estraneo ai processi urbanizzativi in atto; sono piuttosto le vecchie arterie di traffico (ed ora anche le nuove) ormai convertite al ruolo di arterie primarie interne; oppure, per gli sviluppi turistici, sono le "emergenze" paesaggistiche.
Ovviamente, il nucleo centrale composite (Erba-Incino-Ròvere) esplica il maggiore effetto polarizzante, non solo per la sua "centralità" ma anche per il suo più alto livello d'infrastrutturazione. Qui i processi di sviluppo edilizio sono perciò più accelerati, convulsi e consistenti, con le inevitabili ed immaginabili conseguenze negative: elevato sfruttamento del suolo, rottura del quadro urbano, disordine ambientale, decadimento estetico complessivo, mortificazione (e talvolta manomissione) delle preesistenze storico-artistiche, carenze infrastrutturali e dotazionali, congestione circolatoria, promiscuità funzionale ecc. Effetti più che normali di un processo urbanizzativo largamente "spontaneo" o troppo debolmente" guidato" da una strumentazione urbanistico-edilizia forse inadeguata a sorreggerlo. Il risultato di un tale distorcente sviluppo è che il secolare equilibrio multipolare, che assegnava ad ogni nucleo un ruolo, una funzione ed una "personalità urbanistica", si va irreversibilmente frantumando, sicché i caratteri originari di ciascuno si stanno perdendo senza essere rimpiazzati da altri caratteri egualmente accettabili né da altre funzioni parimenti gratificanti. In virtù di questo crescente squilibrio la zona centrale dell'area urbanizzata stenta infatti ad assumere quel "volto urbano" che né l'altezza degli edifici, né il loro singolo eventuale pregio architettonico, né la dignità di talune sistemazioni ambientai i riescono da soli ad assicurare; mentre i nuclei periferici rischiano un'irrefrenabile decadenza o per lento ma progressivo svuotamento (di abitanti e di funzioni) oppure per un (non meno allarmante) progressivo processo di "periferizzazione", indotto da sviluppi edilizi tanto banali quanto anomali, non di rado a carattere speculativo o "valorizzativo", che violentano l'integrità delle vecchie concrezioni edilizie e brutalizzano i lineamenti essenziali dell'ambiente.
Egualmente incoerente squilibrato e disarticolato è, nel suo insieme, il processo insediativo delle attività produttive.
Sorretto inizialmente da una logica localizzativa esso è divenuto, nell'ultimo ventennio, incerto contraddittorio e dispersivo, rinunziando alla sicure "economie esterne" che gli sarebbero derivate da un'ordinata concentrazione spaziale, più agevolmente infrastrutturabile e dilagando in "ordine sparso" nel piano, sensibile al solo richiamo delle nuove grandi arterie di traffico od al basso prezzo delle aree più marginali.

Monumenti e luoghi di interesse:

Chiesa di Sant'Eufemia romanica con il campanile risalente alla fine dell'XI secolo;
Monumento ai caduti della prima guerra mondiale di Giuseppe Terragni (1930 circa);
Teatro all'aperto "Licinium";
"Torre di Incino", resti di un antico castello medievale;
Palazzo Chiesa Molinari con annessa cappella, riadattati dall'architetto Simone Cantoni di Muggio;
Grotta naturale Buco del piombo;
Sentieri montani verso le vette dei monti Bollettone (o Bolettone), del Bolletto (o Boleto) e del Panigas, dai quali si gode di ottima vista su tutta la Brianza;
Villa Amalia, villa neoclassica realizzata nel 1801 dal famoso architetto Leopoldo Pollack; ha ospitato Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Ora è sede del Liceo Carlo Porta.
Da visitare:

il centro medievale di Villincino nel cuore della città;
la chiesa romanica di Sant'Eufemia
gli oratori di San Bernardino ad Arcellasco, con affreschi del ‘400
e di San Pietro a Buccinigo dove, a seguito di restauri sono venuti alla luce una crocifissione del 1513 firmata Andrea de Magistris ed un affresco della metà del Trecento, raffigurante un vescovo.
Interessanti i due castelli di origine medievale di Casiglio e di Pomerio: il primo fatto costruire dal cardinale Beltramino Parravicini ed il secondo dimora fortificata con belle bifore e torre lombarda corte chiusa e sale in parte affrescate.
Vale la pena di vedere nella chiesa di S. Maria Assunta di Casiglio il monumento funebre del cardinale Beltramino, opera pregevole del 300, di Giovanni da Campione.
Degna di nota a Crevenna, la chiesa di santa Maria degli Angioli, unico resto dell'ex convento francescano, con il grande affresco della Crocifissione risalente al Cinquecento. Sull'area dell'ex convento Leopoldo Pollack costruì tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, Villa Amalia, frequentata dal Parini, dal Monti e dal Foscolo.
Altri monumenti da segnalare sono la villa Majnoni, sede del Comune, con il suo bel parco ricco di essenze arboree di particolare pregio,
la Villa Ceriani, ottocentesca, sede del Civico Museo. Tra i reperti più importanti conservati sono da segnalare una spada longobarda con impugnatura argentea e due massi avelli di epoca tardo romana.
Ricordiamo poi il monumento ai Caduti dell'architetto Giuseppe Terragni ed il teatro Licinium costruito nel 1928, un suggestivo e unico scenario.
Da un punto di vista naturalistico oltre che storico va segnalata la grotta Buco del piombo, uno dei siti paleolitici più importanti della Lombardia. Ne sono testimonianza numerosi reperti litici (schegge di selce usate da cacciatori nomadi) nonché resti dell'Ursus spelaeus. Da non dimenticare infine le propaggini prealpine del Triangolo Lariano, che fanno da sfondo ad Erba e dalle quali si gode una meravigliosa vista sulla Brianza.



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I PAESI DELLA BRIANZA : INVERIGO

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Inverigo è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

Inverigo si trova nella Brianza comasca occidentale, lungo il fiume Lambro. Lo sviluppo urbano è avvenuto in modo concentrico attorno alle residenze degli antichi signori delle frazioni che compongono il comune. Parte del territorio comunale fa parte del Parco Regionale della Valle del Lambro.

Il comune ha anche delle frazioni: Villa Romanò, Romanò Brianza, Cremnago, S. Maria, La Fornacetta e Guiano.

L’origine del nome “Inverigo” è incerta: alcuni la derivano da “in ver ibo” andrò verso la primavera, o da “in vere vicus” villaggio posto in primavera, altri lo deducono da “in aprico” ad indicare un colle solatio e ridente sul quale sorge il piccolo borgo o, ancora “Imbericus” cioè villaggio (vicus) della pioggia (imber) che corrisponderebbe ad uno stato lacustre della zona seguito a quello glaciale.

Infatti secondo i geologi, lo sperone su cui sorge Inverigo segna il limite estremo dell’immenso ghiacciaio preistorico le cui acque, assieme al fiume Lambro, formarono un lago e, ancora oggi, nell’argilla delle fornaci di Inverigo e dintorni si rinvengono fossili di pesci e impronte di vegetazione subacquea. Un’antica grafia del nome, registrato da Goffredo Bussero riporta la parola celtica “aigue” a significare acqua. Se così fosse, i primi a dare il nome al luogo sarebbero stati i celti.

La storia del Medioevo ignora Inverigo il quale doveva essere un piccolo villaggio: sulla fine del XVI contava 358 anime e soltanto 250 anni dopo poteva contare 894 abitanti.
La storia di Inverigo è legata al feudo di Mariano, capopieve fino al 1476. In seguito passò ai Visconti e agli Sforza che nel secolo XV vennero in possesso di tutta la pieve di Mariano. Il feudo di Mariano comprendeva: Inverigo, Carugo, Olgelasca, Birone, Paina, Cassina, Brugazzo, Incasate, Romanò, Guiano, Cassina Ristorta, Brenna, Villa Romanò, Guarda, Cremnago, Cassina Gatti, Cabiate e Arosio. La pieve di Mariano nel 1538 fu venduta dai procuratori dell’imperatore Carlo V al conte Giovanni Giussani il cui figlio la vendette al conte Marliani Ercole. Rimase a questa famiglia sino al 1683 quando il feudo della pieve passò al marchese questore Flaminio Crivelli.

La famiglia Crivelli fu una delle più antiche del patriziato milanese e di probabile origine longobarda. Il feudo dei Crivelli divenne il più vasto del nostro territorio.
Inverigo è terra antichissima come ne fanno fede Romanò e Villa Romanò (vicus romanorum) i nomi dei borghi che, col decreto legge del 25 marzo 1929 assieme a Cremnago, vennero aggregati al Comune di Inverigo.

LA Villa Crivelli è un complesso di corpi secenteschi uniti da un portico neoclassico di L. Pollak. La Villa si compone di tre corti chiuse: la corte del Castrum, la corte del fattore e la corte nobile. La struttura della Villa Crivelli, situata in posizione dominante sulla collina che guarda la valle del Lambro mostra l’impronta di successive sovrapposizioni al nucleo originario. Dalla villa si stende un giardino che, da stampe ottocentesche, doveva essere in parte alla francese ed in parte all’italiana.
Il Santuario di S. Maria della Noce, di armoniose proporzioni, è attribuito a Teobaldo Pellegrini. Il portone del Santuario è un pregevolissimo lavoro di intaglio. All’interno “pala di S. Carlo” del Morazzone (1618) Di notevole valore sono anche le tele: “Assunzione della Vergine” (XVI sec.), attribuita a Domenico Caresana e la “Visitazione della Vergine a S. Elisabetta” di F. Crivelli (XV sec.) mentre “Gesù con la cananea”, attribuita alla scuola dei Carracci, è collocata sopra il portale d’ingresso.
Altre due tele sono: “San Girolamo” e “Gesù nell’orto degli Ulivi” di di Antonio ampi. Interessanti sono anche le acqueforti della Via Crucis.
Sul piazzale sorgono i portici dell’antico mercato della seta.

La Rotonda, villa neoclassica del Cagnola è una delle meraviglie della Brianza. Sorge sulla sommità della collina di Inverigo ed è l’edificio più imponente di Inverigo. Circondata da cipressi e pini italici la grande villa si erge austera nel paesaggio brianteo. L’edificio presenta un corpo a pianta centrale sormontato da una grandiosa cupola emisferica sulla cui sommità vi è un terrazzo belvedere. La facciata nord presenta un portico con architrave, fiancheggiato da due ali di gigantesche colonne. Sul fronte Sud, su un sistema di terrazze degradanti si inseriscono gigantesche cariatidi che sono attribuite allo scultore Pompeo Marchesi. Il parco, articolato in un grande spazio è ricco di conifere al alto fusto, di cedri del Libano e di pini marittimi.

A Pomelasca, la Villa Sormani sorge su una amena collinetta al punto di convergenza fra i Comuni di Lurago d’Erba e Lambrugo. Restaurata a cura dell’architetto Carlo Amati (autore della facciata del Duomo di Milano), con la guida dell’abate don Ferdinando Sormani, perdette il suo carattere secentesco e assunse le linee architettoniche dello stile neoclassico che tuttora conserva. Due sono gli edifici religiosi: la cappella di famiglia al piano terra della villa e una chiesetta in stile neoromanico costruita nel 1952 su progetto dell’Arch. Ambrogio Anoni esternamente al complesso. Sul retro della villa vi è un parco paesistico con varie e pregevoli specie botaniche come cedri, faggi, sequoie giganti, tigli, palme.

A Cremnago spicca la settecentesca Villa Perego posta su un’altura in posizione dominante, attorno si stende il centro di Cremnago, ora frazione di Inverigo. Il complesso padronale è stato costruito fra il 1738/1745 dall’architetto milanese Pier Giuseppe Merlo mentre i rustici e la terrazza sono stati realizzati da Simone Cantoni alla fine del settecento (1793/1798). Le serre sono attribuite al Piermarini e la piccola cappella dedicata all’Imacolata sembra essere un’architettura barocca. Ancora oggi il complesso è di proprietà della famiglia Perego, eredi degli antichi proprietari.
A Romanò Brianza Villa Gallarati oggi villa Mezzanotte è una realizzazione secentesca attribuita all’arch. Francesco Maria Ricchino. L’edificio, sito nel cuore di Villa Romanò, frazione di Inverigo, comprende una parte padronale con dei rustici. Il giardino ha impianto prospettico monumentale, tutto chiuso da un alto muro di recinzione, ed è organizzato in modo simmetrico rispetto ad un asse mediano che, proseguendo all’esterno, segna il viale di accesso alla villa e il collegamento della stessa con il roccolo. Ha arredi in pietra, statue, vasi con agrumi. Il Roccolo, non più utilizzato per la caccia, mantiene intatti i due percorsi interni. In questa villa viene conservata un’anfora vinaria di epoca romana, scoperta in loco.
Lungo il viale dei Cipressi c'è una lapide incisa in latino e murata al principio del viale che da Villa Crivelli scende a S. Maria della Noce porta la data di settembre 1664. Nel settecento il viale fu ulteriormente allungato, ma dalla parte opposta. Salendo la scalinata ci si trova davanti la statua di Ercole, di età non ben definita, popolarmente chiamata “il Gigante”. In totale quasi due chilometri di viale costeggiato da cipressi. In seguito il viale fu prolungato in direzione della Rotonda.
Sono forse questi i cipressi che hanno ispirato Ugo Foscolo. Il poeta transitò da Inverigo per dirigersi ad Erba dove viveva Teresa Mariani Bignami una delle ispiratrice del poemetto “Le Grazie”. La tradizione vuole che Ugo Foscolo sostasse a meditare sul sasso, cinto di edere, del giardino della Rotonda.

Monumenti e luoghi d'interesse:
Chiesa all'interno della tenuta di Pomelasca
Castello Crivelli
Chiesa di Sant'Ambrogio
Chiesa di San Lorenzo
Chiesa di San Biagio
Santuario di S. Maria della Noce e la relativa piazza del mercato
Villa Perego; tra il 1794 e il 1796 l'architetto Simone Cantoni ristrutturò le sue pertinenze
Villa Mezzanotte; dimora di Paolo Mezzanotte, architetto del Palazzo delle Borse di Milano
Tenuta di Pomelasca
Orrido di Inverigo, situato all'interno dell'ex Area Victory
Chiesa del Navello (Oratorio di S.Andrea al Navello, con storico altare e preziosi affreschi), situata all'interno dell'ex Area Victory
Viale Monumentale dei cipressi dagli Obelischi alle statue, di prossima fruibilità pubblica situato all'interno dell'ex Area Victory
Monumento ai caduti edificato nel 1936

A Inverigo è esistita tra il 1977 e il maggio 1983 una delle prime emittenti radiofoniche della Brianza: Radio Nevada International FM 102,9 e 104,4 MHz. Questa ultima frequenza veniva esercitata attraverso un ripetitore da 250 W posizionato in collina. Il trasmettitore, acquistato dalle forze armate americane di stanza a Monte Penice, permetteva a Radio Nevada International di raggiungere le zone sud di Milano.

Stazione molto seguita al tempo, soprattutto tra i giovani, aveva tratto il curioso nome da un pacchetto di gomme da masticare presente sul tavolo della riunione dei soci al momento della fondazione. Fu invece il pittore Emilio Alberti a ideare e dipingere il tricheco quale logo della radio. Un'altra curiosità relativa a questa emittente consisteva nella sede: inizialmente posizionata a Carugo, successivamente traslocò presso il Bar da Teresina a Cremnago di Inverigo, in Via Sabotino n. 23, dove per gli ultimi anni R.N.I. ebbe sede. Qui erano stati ricavati due locali dedicati alla stazione da dove le trasmissioni avvenivano 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Gli avventori del locale pubblico, quindi, potevano assistere alle trasmissioni della radio in diretta dal locale.

Nel maggio del 2013 viene presentato "Radio Nevada International (ovvero l'Italia al tempo delle radio libere)". Esattamente dopo trent'anni dalla chiusura della radio, grazie al supporto dell'associazione culturale inverighese "Il Muretto Culturale" e all'appoggio dell'amministrazione locale, viene sviluppato un documentario sulla storia di Radio Nevada International, nel quale vengono ricostruite con accuratezza le vicende uniche e divertenti di questa particolare emittente, grazie alla testimonianza della gran parte dei protagonisti di allora, oltre all'inserimento dei jingles originali trasmessi da Radio Nevada International e di alcune foto d'epoca. Il documentario è stato prodotto dall'associazione sopra citata con la collaborazione di Alioscia Mazzetto di Radio Deejay e Donnie de Moitiè in collaborazione con Davide Rizzi e Valentina Peretti. Il documentario vede inoltre la speciale partecipazione di Leo Valli, noto attore, che mosse i primi passi proprio come imitatore e speaker a Radio Nevada International.



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I PAESI DELLA BRIANZA : LONGONE AL SEGRINO

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Longone al Segrino è un comune italiano della provincia di Como in Lombardia.

È adagiato in una piccola conca formata da colline moreniche.

Le notizie sui primi abitanti sono scarse e non si conosce nulla del luogo prima dell'arrivo dei Celti: popolazione caucasica emigrata nel nord d'Italia, i quali fondarono molti paesi della zona e probabilmente furono loro i primi abitanti di Longone al Segrino. Del loro passaggio rimangono numerose testimonianze archeologiche.

Longone iniziò a far parte dell’impero Romano nel 222 A.C. grazie al proconsole Caio Metello. Della dominazione romana sono rimasti resti rinvenuti tra la seconda metà del 1700 e la prima del novecento in occasione del rifacimento di edifici di quel periodo.
Nel periodo medievale queste terre furono ripetutamente oggetto di invasioni barbariche che si sono susseguite da 452 al 930 da parte degli Unni, Goti, Longobardi ed altre ancora. Furono proprio queste incursioni che suggerirono agli abitanti la costruzione di torri e castelli di cui è testimonianza la torre quadrata e massiccia fatta di blocchi lavorati, che sorge ancora oggi nel centro abitato di Longone e che veniva utilizzata come sbarramento sulla strada che porta ai piani d’Erba. Ad essa era annesso un possente castello di cui non vi è più traccia alcuna.
Longone apparteneva, in epoca feudale, insieme ai paesi di Canzo, Caslino, Castelmarte, Proserpio, Cassina Mariana e Cassina dei Zaini al Feudo della Corte del Casale.
Gli anni che vanno dalla prima metà del 1600 alla seconda del 1800 furono caratterizzati oltre che da scorribande di eserciti ed eventi meteorologici che determinarono forti carestie, da terribili pestilenze che causarono molte vittime tra la popolazione.
La maggior parte degli abitanti era dedita all’agricoltura, ma questo stile di vita non bastava più alla popolazione che visse l’introduzione dell’industria della seta.
Tra le notizie storiche sono da annoverare la fondazione della canonica di San Fedele che risale al 995, mentre già nel 1250 ci sono notizie della cappella di S. Fedele, dedicata a S. Fedele Martire di stile longobardo.


Dai dati storici risulta che a Longone nei giorni festivi veniva un canonico a dire la messa.

Secondo i primi dati disponibili la canonica di San Fedele fu fondata nel 995 dal prete Arderigo. Mentre nel 1250 risulta elencata la cappella di San Fedele (dati presenti nel catalogo di Goffredo da Bussero). La cappella di San Fedele, dedicata a San Fedele martire (i santi guerrieri erano molto graditi ai Longobardi), era di stile longobardo; misurava 16 braccia dalla porta al presbiterio, 13 braccia di larghezza e 11 di altezza. Il coro e l'altare misuravano 8 braccia in lunghezza e 3 in larghezza. Possedeva un unico altare e la volta era senza soffitto. Aveva un'unica porta con quattro gradini. Nel 1484 venne decorata e tali decorazioni vennero alla luce nelle riparazioni posteriori.

Nel 1517, dopo la morte del curato Leone del Conte, la Curia di Corneno era divisa in tre rettorie:

di San Giorgio con Corneno e Mariaga;
di San Fedele con Longone e Morchiuso;
di San Lorenzo con Penzano e Pusiano.
Il 15 ottobre 1519 il notaio Angelo De Vignaria assegna come rettore della chiesa di San Fedele il prete Bernardino De Parravicini di Mazzonico, già canonico di Corneno. Gli furono assegnati i seguenti beni:

mezzo staio di frumento per ogni focolare;
i terreni: Campo del Fico, Vilatica, Costa, in Costa, alla Costa, Campora, Camporetta e Bodiguzzo;
l'affitto di 200 lire pagato dagli eredi De Giudici per la Costaiola.
Il rettore doveva offrire ogni anno un cero di 12 once alla festa di San Giorgio a Corneno. Gli abitanti avrebbero provveduto alle suppellettili, ai paramenti, l'olio, la cera ed a quanto necessario per la celebrazione della messa.

Il 5 marzo 1567 gli abitanti di Longone supplicarono il cardinale Carlo Borromeo di creare la chiesa di San Fedele, con diritto di suggerire il sacerdote da eleggere, purché idoneo all'incarico ed approvato dalla curia. L'arcivescovo acconsentì alla domanda ed i parrocchiani si presero carico delle riparazioni future della chiesa ed alla fornitura di tutto il necessario per le funzioni religiose; promisero anche di fornire una mina di vino o 25 lire imperiali per focolare al parroco. Nel 1570 venne stabilito un aumento di 200 lire annue al parroco causa l'insufficienza dei redditi a sua disposizione.

All'inizio del XVIII secolo la popolazione andava sempre più aumentando e la chiesa parrocchiale non era più in grado di contenere tutti i fedeli, senza contare le riparazioni che andavano fatte. Il curato Giuseppe Farina nell'aprile del 1721 iniziò i lavori di ingrandimento che furono terminati nell'agosto del 1722. La chiesa così ingrandita fu inaugurata dal prevosto di Erba. Le chiesa ora era lunga 20,5 braccia, larga 13 ed alta 25; fu anche costruito il campanile come richiesto da San Carlo e dal cardinale Federico Borromeo. Nel campanile vi era una sola campana con inciso il motto: 'A fulgure et tempestate, libera nos Domine'.
Nel 1790 il curato Civati ottenne le tre campane appartenute al convento si San Vincenzo di Milano, soppresso nel frattempo. Nel 1904 il campanile ebbe al suo interno 5 campane.

Nel 1906 la chiesa di San Fedele e le sue suffraganee vennero comprese nel Vicariato foraneo di Canzo ed assegnate alla giurisdizione del Prevosto di Canzo restandovi fino al 1971-72 quando venne ricompresa nel Decanato di Erba.

All'uscita del paese, sulla strada verso il lago esisteva un antico oratorio, le cui origini si sono perse nel tempo.
Un'iscrizione antica afferma che nel 1327 venne usato come cappella e lazzaretto durante la peste.

Nel 1587 fu dipinta la pala dell'altare, nel quadretto della natività si può leggere: 'H. P. Pompeius Nasellus Ferrus F. 1587'. In alto vi è rappresentata l'istituzione del Santo Rosario con la Madonna che consegna un cesto di rose a San Domenico. In basso è rappresentato il trionfo della battaglia di Lepanto. Ai margini ci sono 15 quadretti che rappresentano i misteri del Santo Rosario. Il quadro grande non è un'opera d'arte, ma è stata fatta da un buon pittore.

In una notte del 1760 l'oratorio crollò e nel marzo del 1765 furono scavate le fondazioni del nuovo oratorio, dalle quali emerse un'ara dedicata al dio Ercole; quindi sembra che la struttura sia derivata da un tempio pagano riadattato al cristianesimo. Vennero anche esumati i cadaveri presenti nei sepolcri ed i loro resti vennero raccolti nel vicino ossario.
Al nuovo oratorio in stile barocchino venne aggiunto un piccolo campanile con una campana.

La devozione alla Madonna del Santo Rosario ha origini molto antiche e viene festeggiata la festa la prima domenica di ottobre.

Nel 1837 il signor Nava Giuseppe ha donato una statua in legno dorato. Nel 1839 papa Gregorio XVI ha concesso l'indulgenza. Nel 1840 venne costruita la facciata.

Il nuovo oratorio è attualmente la chiesa di Santa Maria.

Alla sera del 2 aprile 1574 giunse a Longone il cardinale Carlo Borromeo, con il suo seguito, proveniente da Proserpio. La sera stessa San Carlo Borromeo, dopo l'adorazione della croce, impartì la benedizione e l'indulgenza alla popolazione. Pernottò in una casa privata poiché non vi erano locali adatti nella casa parrocchiale. Al mattino celebrò la messa e amministrò la cresima. Subito dopo ordinò la costruzione del campanile e della sacrestia; raccomandò la frequenza alle funzioni religiose ed alla dottrina cristiana e nominò come nuovo parroco il reverendo Cesare Frigerio poiché all'epoca la parrocchia era senza prete.
All'epoca gli abitanti di Longone erano 254 divisi in 55 famiglie.

Ci furono anche altre visite pastorali: nel 1615 dal cardinale Federico Borromeo, nel 1709 dal cardinale Giuseppe Archinto e nel 1752 dal cardinale Giuseppe Pozzobonelli.

La prima confraternita di Longone fu quella dei Disciplini in onore della Madonna; tale confraternita ha origini molto antiche.

Secondo le prescrizioni di San Carlo si aggiunse la confraternita del Santissimo Sacramento a cui aderirono tutti gli abitanti senza portare nessun abito particolare durante le cerimonie. Nel 1759 l'arcivescovo Pozzobonelli concesse a 50 confratelli di indossare l'abito celeste e ad altri 50 l'abito rosso.

Nel 1786 l'imperatore d'Austria Giuseppe II, che in quel periodo aveva il controllo anche sulla Lombardia, soppresse le confraternite religiose incamerando tutti i beni nella congregazione della carità.
La confraternita del SS. Sacramento venne ripristinata nell'anno 1803 grazie all'interessamento del parroco Civati e dei deputati dell'estimo.

Nel 1671 il capitano maggiore di artiglieria Giudici Pietro Giovanni ha istituito una cappellania mercenaria nell'oratorio di Santa Maria. La dote era costituita da due case di Milano presso la chiesa di San Bartolomeo e dal capitale di 2.300 lire austriache depositate sul R. Monte con frutto di 100 lire milanesi annue. Il cappellano era tenuto a celebrare la messa quotidiana e festiva nell'oratorio, ad aprire la scuola gratuita ai bambini di Longone, all'assistenza agli infermi, alle funzioni ed alla dottrina. Ha nominato patrono il dottor Giudici Antonio, consigliere di governo, e il dottore Cesare Giudici, entrambi di Longone.

Nel 1679 il signor Andrea Staurengo ha lasciato una cappellania nell'oratorio di Santa Maria. La dote era costituita dal capitale di 705 lire imperiali depositate presso il banco di Sant'Ambrogio con il reddito di 140 lire annue. Il cappellano era obbligato a celebrare la messa festiva all'aurora. Ha nominato esecutori il parroco, il signor Giacomo Miglio, il signor Bartolomeo Magriglio e il signor Vincenzo Del Conte.

Il signor Paolo Chiodi nel 1728 ha lasciato tutti i suoi averi per una cappellania mercenaria nella chiesa di San Fedele con l'obbligo della messa quotidiana. La dote era costituita da 25 appezzamenti di terra di complessive 76 pertiche, da una casa civile con orto per il cappellano e di una casa colonica per i contadini. Ha nominato esecutori e patroni il reverendo Francesco Antonio del Conte ed il signor Antonio Appiani.

Nel 1867 venne promulgata una legge che sopprimeva le cappellanie e permetteva di l'incamerazione dei beni annessi.
Nel 1869 vennero soppresse la cappellania Giudici e Chiodi; nel 1870 fu la volta della cappellania Staurengo. La patronessa Giuseppina Bertani vedova Appiani rivendicò la cappellania Chiodi, che venne in seguito allivellata ai signori Tagliasacchi.

Non esisteva nessuna scuola pubblica a Longone ed i pochi che potevano mandavano i propri figli ad istruirsi in altri posti. Nel 1672 il cappellano Giudici aprì nella propria casa la scuola gratuita per i bambini. Tale scuola fu largamente frequentata fino al 1869 quando la cappellania venne soppressa. Qualche anno più tardi l'autorità comunale istituì la scuola elementare pubblica. Nel 1900 venne costruito un grande edificio al lato del municipio per poter contenere tutti gli scolari di Longone.

Gli abitanti di Longone sono sempre stati amanti della musica; infatti, nei registri parrocchiali, sono elencati fin dal 1600 stanziamenti per il suono ed il canto durante le funzioni religiose. Nel 1848 la ditta Bernasconi di Borto Varesino ha costruito l'organo per la chiesa parrocchiale (San Fedele); è stato rifatto nel 1950 e nel 1952 è stato motorizzato. Nel 1908 il parroco don Colombo ha istituito la banda musicale per accompagnare le processioni religiose, celebrare le solennità patriottiche e rallegrare la popolazione.

Era usanza seppellire i morti nei sepolcri sotterranei delle chiese di San Fedele e Santa Maria o nei cimiteri ad esse annessi.
Con una circolare del prefetto del dipartimento del Lario, signor Boara, datata 17 novembre 1804, venne rinnovata la proibizione di seppellire i morti nelle chiese ed ordinata la costruzione di un cimitero, fuori dall'abitato, in ogni comune. Il cimitero di Longone venne costruito nel 1817, successivamente ampliato grazie alla donazione del terreno da parte della famiglia Mauri.

La scarsità dell'acqua potabile ha sempre preoccupato gli abitanti di Longone; il vicino Lago del Segrino forniva acqua in abbondanza per scopi domestici, ma non era potabile. Le rocce arenarie, sopra le quali giace il paese, impedivano l'affiorare delle sorgenti. C'era chi usava l'acqua piovana più o meno sterilizzata, ma il disagio si aggravava soprattutto durante le frequenti siccità.

Nel 1853 i signori Tagliasacchi cedettero, agli abitanti di Longone, parte dell'acqua sorgiva che avevano scoperto nella galleria sotto la strada del Beldosso. Con tale acqua venne aperta una fonte potabile e venne alimentata una fontana costruita per la pulizia. Le sorgenti sulla collina sotto Inarca erano scarse.

Durante la siccità del 1919-1920 furono fatti assaggi al campo del Fico, sulla strada per Galliano, con esito favorevole; tuttavia l'acqua trovata non era sufficiente per tutto il paese.

Nel 1935 l'ingegnere Mistrangelo suggerì di effettuare delle ricerche nei pressi del Lago del Segrino ed è così che venne scoperta una sorgente d'acqua abbondante, eccellente e perenne. Vennero scavati pozzi profondi, sistemate le pompe e costruito l'acquedotto. Il 28 ottobre 1935 li podestà Luigi Pontiggia ne fece l'inaugurazione.

Fu grazie alla donazione del Commendatore dell'ordine della Corona d'Italia, D. Pietro Francesco Bignoli che la ricerca, ritrovamento ed esecuzione dei lavori per l'acquedotto della città furono effettuati. Il Comm. Bignoli era il proprietario della Villa di Beldosso ed amava profondamente Longone al Segrino, una lapide si trova tutt'oggi nei pressi del Lago del Segrino ricordando l'evento.

Molti signori di Milano attirati dalla amenità dei luoghi, dall'aria salubre e dalla comodità del viaggio, scelsero queste terre per costruirsi le loro ville.

Al Beldosso esisteva un antico casolare di contadini che l'ingegnere Carlo Caronni trasformo nel 1845 in un pittoresco edificio. Nel 1872 il celebre baritono Francesco Graziani, stanziò ingenti somme per abbellirlo adibendolo a villeggiatura principesca, dotata di ogni comodità e ornata con preziose suppellettili.
Nel 1901 il nuovo proprietario del Beldosso, il signor Radice Lorenzo, fece costruire all'entrata della villa l'oratorio in stile lombardo dedicato a Maria Nascente e nel 1905 lasciò un legato per la celebrazione della S. Messa festiva durante i mesi estivi per comodità della famiglia e del popolo.

Sino al 1938 la Villa di Beldosso fu proprietà dei Signori Bignoli di Galliate, ove ancora oggi si vedono le insegne gentilizie del Comm. Pietro Francesco Bignoli di Galliate, che fece ricostruire la Chiesa di Santa Maria d'Oropa, e che donò alla Villa le sue caratteristiche attuali.




Il lago del Segrino è uno dei cinque laghi di origine glaciale dell'alta Brianza e, assieme a quello di Montorfano, è uno dei più puliti e faunisticamente meglio conservati d'Europa.
Il bacino si presenta con una forma allungata in direzione nord-sud, con una lunghezza di circa 1.8 Km ed una larghezza massima, verso la parte meridionale, di 400 m; è inserito all'interno dei ripidi versanti dei monti Pesora e Cornizzolo (1200 m) ad est e Scioscia (671 m) ad ovest, nei comuni comaschi di Canzo, Eupilio e Longone al Segrino

è diventato Parco Locale di Interesse Sovracomunale e dal 2006 Sito di Interesse Comunitario.Il suo maggior pregio è quello di essere considerato il lago meno inquinato d’Europa, grazie alle sue fonti solo sotterranee e all'assenza di inquinamento da industria o da eccessivo sfruttamento turistico.




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