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sabato 20 giugno 2015

TURISTA A CARPENEDOLO

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Carpenedolo è situato nella pianura padana e più precisamente nella Bassa bresciana orientale, sulla riva sinistra del fiume Chiese, a metà strada tra Brescia e Mantova.
Il territorio comunale è prevalentemente pianeggiante, al termine dell'anfiteatro collinare morenico del lago di Garda. Le maggiori elevazioni sono rappresentate dal monte Rocchetta (132 m s.l.m.), dal colle Zecchi, dal monte Paletta e dal monte Fogliuto.
Dal punto di vista geologico il terreno è costituito da sedimenti terrigeni determinati dal fenomeno morenico o dalla pianura alluvionale del fiume Chiese.
Il confine con il comune di Calvisano, ad ovest, è costituito dal fiume Chiese, che qui, all'ingresso in pianura, allarga l'alveo rallentando la velocità delle acque. Un'ampia area golenale ospita salici e pioppi che si alternano a praterie e tratti paludosi e a pozze alimentate dalle risorgive. Questo ambiente ospita numerose specie di uccelli (pendolino, garzetta, martin pescatore, nitticora, tarabusino, airone cinerino. Sull'argine sono stati ricavati itinerari da percorrere in bicicletta o a piedi (verso nord fino a Montichiari o verso sud fino al ponte di Mezzane).

Il centro abitato è attraversato dalla "Fossa Magna", un canale voluto da Bernabò Visconti, che in origine partiva dal fiume Chiese, passando per Lonato, per ricongiungersi al fiume dopo aver seguito l'odierna strada statale asolana. Nel 1750 Montichiari intercettò le acque provenienti da Lonato e il tratto della "Fossa Magna" di Carpendolo è da allora alimentato solo dalle risorgive, a partire dal fontanone di Sant'Apollonia, e da due affluenti (Seriola Lametta e Fontanone della Scala), che in precedenza formavano paludi a sud ed a est del monte Rocchetta. A causa dell'intenso uso dell'acqua per l'irrigazione le risorgive sono oggi insufficienti ad alimentare il canale, che in alcuni tratti è secco.
Il percorso della Fossa Magna all'interno dell'abitato è stato in più punti coperto nel corso dell'Ottocento (piazza dell'Ospedale, piazza della Chiesa, piazza Europa). A sud del paese si conserva la ruota di uno dei mulini che utilizzavano l'acqua della Fossa.

La chiesa parrocchiale, intitolata a san Giovanni Battista, in stile barocco, ha pianta a croce latina, con navata unica e altari laterali. Ospita all'interno una pala d'altare settecentesca, di autore ignoto, con la Natività di san Giovanni Battista, di dimensioni monumentali (80 m²). Agli altari laterali sono tele con Il martirio di san Bartolomeo de' Maffei, patrono della città, L'ultima cena, San Francesco riceve le stimmate (opera di F. Zugno) e Martirio di san Lorenzo, opera di Gandin Vecchio.
Le pareti, la volta e la cupola sono ricoperti da affreschi.
Il campanile della chiesa (detto anche "Torre nuova") venne innalzato in stile barocco a partire dal 1726, al posto di quello vecchio, demolito nel 1720 in quanto pericolante. Fu costruito a spese della comunità su un'area di proprietà privata di fronte alla chiesa, su progetto dell'architetto di Lonato Paolo Soratini. Venne terminato nel 1736 e raggiunge un'altezza di 66 m.
Inizialmente aveva quattro campane, sostituite dalle nove attuali, opera di Innocenzo Maggi di Brescia, nel 1843. Le nuove campane riportano sulla superficie esterna il nome del fonditore, motti latini, figure di santi in gloria e scene evangeliche. La copertura in bronzo, bruciata nel 1975 in quanto colpita da un fulmine, fu sostituita l'anno successivo.

La chiesa del santuario di Santa Maria del Castello è un edificio seicentesco, realizzato in stile barocco opera dell'architetto G. B. Marchetti.
Alla chiesa si accede per mezzo di una scalinata che permette di raggiungere il sagrato sopraelevato, posto in posizione panoramica sulla pianura circostante.
All'interno, a pianta centrale, quattro semicolonne sorreggono gli archi su cui poggia il tamburo poligonale della cupola, nel quale si aprono finestre timpanate.
L'altare maggiore è protetto da un ciborio a forma di tempietto, attribuito al comasco Solari, con quattro colonne che sorreggono le statue delle quattro Virtù teologali. L'interno è affrescato e conserva due tele del pittore Maffei (Natività di Gesù e Visitazione).

L’antichissima chiesetta di S. Pietro è situata nella zona campestre della periferia del paese, a poca distanza dalla strada per Calvisano. Si può presumere che la sua costruzione risalga all’anno 974, come risultava da una lapidetta, ora scomparsa, trovata durante lavori di sistemazione della piazzetta antistante.
Il titolo di S. Pietro rimanda ad altre chiese bresciane ugualmente denominate, sorte sui possedimenti del monastero di S. Pietro in Monte di Serle, esistenti anche a Carpenedolo, in epoca medioevale, passati poi al vescovo di Brescia..
In più di mille anni di storia, la chiesetta ha subito parecchie ristrutturazioni e oggi porta il segno della sovrapposizione di vari stili..
La più importante modifica venne operata nel 1692. L’abside, che originariamente era rivolta a est, venne demolita (forse perché cadente), con la conseguente scomparsa di preziosi affreschi e l’altare fu collocato all’estremo opposto, dove era l’entrata. L’ingresso fu così sistemato ad oriente, protetto da un portichetto, costruito al posto dell’abside. L’arco ora visibile all’ingresso (reca una data, 1475, e una bella decorazione con trama a fiorami, forse di epoca seicentesca) era il primitivo arco trionfale, che separava il presbiterio dalla navata. .
Il vecchio soffitto della navata a capriate fu modificato con il sostegno di un arco centrale a centina più elevata dell’arco trionfale, con le colonne portanti aderenti alle pareti, una delle quali ha coperto, in parte, un affresco della crocifissione. Furono costruiti un nuovo presbiterio e un nuovo altare, separati dalla navata da un arco posto a sostegno ad uno più antico, di cui si intravede traccia.
L’autore di tale opera, il rettore Pietro Querenti, ha lasciato una iscrizione latina, posta alla parete settentrionale, vicina all’ingresso. Tradotta, così recita: “Pietro Querenti trasferì qui a levante l’ingresso. Trasportò l’altare e il coro da qui verso sera. 3 aprile 1692. Questa cappella restituì a migliore forma e ornò di dipinti il rettore Giovanni Giacomo Cassa. 7 agosto 1794”.
Opere di restauro condotte in varie fasi dal 1974 (in occasione del millennio di fondazione) al 2001 hanno permesso di ben rilevare le parti architettoniche e gli affreschi.
Sono stati evidenziati gli archi mediano e del presbiterio, liberandoli dell’intonaco e portando i mattoni a vista. La colonna dell’arco mediano è stata in parte rimossa verticalmente, in modo da mettere in luce completamente l’affresco della crocifissione.
Nel 1980 il portichetto antistante la chiesa fu abbattuto, e lo spazio da esso occupato divenne parte integrante della navata; fu portato alla luce l’antico arco trionfale presso la porta d’ingresso; vennero pavimentate con cotto di recupero, l’area dell’altare e quella dell’ex portico.
Osservando la chiesetta dal fondo risalta questa struttura e i tre archi. Nella parete meridionale si vede una antica finestra otturata, con infissi frammenti di embrici.
L’altare, aderente al muro dell’abside, è stato costruito quando la chiesa venne mutata di direzione nel 1692. E’ di intonaco e stucco con paliotto ornato di fiori e fogliame, nel cui mezzo è disegnata la mitra papale con le chiavi.
Sopra l’altare è posto un tabernacolo ligneo dipinto. La pala raffigura la Madonna con Bambino (l’immagine riprende quella del santuario del Castello, di Pietro Ricchi), i Santi Pietro e Paolo e il ritratto del committente, indicato da un’iscrizione: “R.(everendus) D.(ominus) Fau.(stinus) Cerutus R.(ector) S.(ancti) P.(etri). 1680”. Trad.: “Il rev. signor Faustino Ceruti rettore di S. Pietro”.
Alla sinistra dell’altare vi è un piccolo tabernacolo, nel quale si riponevano le reliquie, indicate da un’iscrizione: “Rel.(iquiae) San.(ctorum) Petri P.(apae) A.(postoli) nec non Gottardi et Rochi”. Trad.: “Reliquie dei Santi Pietro papa apostolo, Gottardo e Rocco”.
La chiesetta comunica con una angusta sagrestia, dove si trova un discreto affresco, raffigurante il crocifisso, alla destra un sacerdote inginocchiato in preghiera, alla sinistra la morte biancovestita con la falce.
Accanto alla chiesa sorge un campaniletto, con due campane. Una piccola lapide in marmo apposta sulla facciata sud del campanile, sopra il tetto del tempio, riporta un’iscrizione latina della data di costruzione o del restauro, e gli offerenti: “Didaci Azzi aliorumque Impensis extat a die XIII Aprilis Anno MDCCCLXV”. Trad.: “Edificato a spese di Didaco Azzi e di altri dal giorno 13 aprile 1865”.
Sulle pareti interne a lato spiccano pregevoli affreschi quattrocenteschi, il cui restauro è stato completato nel 2001. La loro data compare sulla bordatura superiore dell’affresco della parete meridionale, rappresentante la fuga in Egitto: “1474 Dip.>” (dipinto commemorativo dei 500 anni di costruzione). A tale data risalgono anche i dipinti della crocifissione e di S. Pietro, sulla parete opposta. I rimanenti affreschi raffiguranti S. Antonio abate, S. Bernardino, e ancora S. Antonio abate, sono della stessa epoca, ma sembra non siano dello stesso autore. Non ci si spiega perché sia stata dipinta due volte la figura di S. Antonio abate. Vi sono altri frammenti di affreschi di santi non identificati. Un affresco situato vicino alla parete di facciata del presbiterio, raffigurante il papa S. Gregorio e le anime purganti, è di epoca posteriore.
Gli affreschi recano i segni della devozione dei fedeli, che ricorrevano ai santi, quando erano provati da vicende dolorose: guerre, epidemie, carestia. Di questi fatti vi è ricca testimonianza nelle scritte graffite tracciate da ignoti popolani sui muri e sugli affreschi stessi. Sono ricordate le due terribili pesti del 1576 (la cosiddetta peste di S. Carlo) e del 1630. Ecco alcune scritte: “Adì 25 aprile 1621 io fui questa ciesa a la perdonanza”. “Adì 29 agosto 1630 fu sepulta la moglie di Camilo Ventura. Adì 5 setembre 1630 fu sepolta Dorotea sua figliola qui di sora in de la casa. Morti di mal di peste”. “1669. Le grandezze del mondo le tutta cener”. “1670. Fu datta Candia a Turchi”. “Candia è sta la nostra ruina deli omini et anco de le case”. “1836 il colera”.
Oltre alla festa del Santo titolare, il tempietto ospita la festa di S. Gottardo, ogni anno, al 4 maggio. Il Santo vescovo tedesco fu oggetto di devozione nelle zone di origine monastica (la chiesetta di S. Pietro era tale). Il suo culto si diffuse per opera dei monaci benedettini e il popolo se ne appropriò, prendendo in simpatia il Santo, considerato protettore contro la febbre, la podagra, l’idropisia, la peste, le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e la grandine.
La chiesa di S. Pietro, ricevette il privilegio dell’indulgenza plenaria dal papa Clemente XIII (12 agosto 1767), a favore dei fedeli, che, veramente convertiti, confessati e comunicati, vi facevano visita nella festa dei Santi Pietro e Paolo, dai primi vespri fino al tramonto del sole, pregando per la pace dei governanti cristiani, per l’estirpazione delle eresie e per l’affermazione della santa madre Chiesa.

Il santuario dedicato alla Purità di Maria si trova nella frazione Lame, nella zona sud-orientale del territorio del comune, lungo la strada che conduce a Castel Goffredo, costruito nel 1760 al posto di una più antica cappella: il committente, il sacerdote Bonaventura Bozzola e l'anno sono ricordati da un'iscrizione.
Nel 1750 la comunità di Carpenedolo, in segno di devozione alla Immacolata Concezione, inizia la costruzione di un nuovo santuario dove sorgeva il monastero di S. Pietro in Monte. Di datazione antichissima, quest’ultimo, sembra abbia avuto origine vescovile: secondo la tradizione si narra infatti che qui si ritirò a vivere, e fu sepolto, il vescovo Silvino, morto intorno alla metà del V secolo e in seguito santificato. Nel XV secolo Giacomo Malvezzi scrisse che l’edificio era stato ristrutturato da re Desiderio in età Longobarda, mentre in un altro documento e' testimoniato il rinnovamento della chiesa all’inizio del XIII secolo. Un tempo su quest’area sorgeva anche il Castello di Carpenedolo: di probabile fondazione longobarda, aveva annessa una cappella. Il complesso fortificato fù distrutto nel 1413 insieme al paese: tra le rovine rimase però viva la devozione per quel piccolo santuario, rappresentato in un affresco quattrocentesco poi murato nell’abside della nuova chiesa. La costruzione del santuario settecentesco fu possibile grazie alle elemosine raccolte tra i fedeli di Carpenedolo, tanto generose che solo dieci anni dopo l’inizio dei lavori fu possibile celebrare la prima messa nel nuovo edificio e che nel 1766 ci fu l’ultima richiesta di fondi "onde perfezionare la detta fabbrica". Purtroppo nelle cronache dell’epoca non è mai citato il progettista dell’edificio: quasi concordemente però la critica crede di poterlo individuare in Giovan Battista Marchetti, noto architetto del secolo che lavorò sia a Brescia che in provincia. Ultimamente però si è fatta avanti un’altra ipotesi attributiva. Nel santuario si trova la tomba di quel Girolamo Callegari che nelle cronache della fabbrica è citato come "presidente dei lavori", ma in cui possiamo identificare il progettista dell’edificio se riteniamo attendibile storicamente la frase scolpita sulla lapide ottocentesca che decora la sepoltura"... leronimi Callegari, huius templi praefecti ...". La pianta della basilica si sviluppa sulla base di due croci allineate, delle quali la maggiore si trova verso est. Nel centro quattro gruppi di semicolonne reggono gli archi, sui quali poggia il tiburio poligonale con le finestre munite di timpano, tipicamente marchettiano, che proiettano luce all’interno, in ogni senso per tutto l’arco del sole. Nel presbiterio lo spazio si restringe per riprendere maggiore capienza verso il coro. L’imponente scala d’accesso al santuario è posteriore rispetto al resto della costruzione: risale infatti al 1779 e sostituisce il ponte elevatoio e la porta del Castello. La chiesa, consacrata nel 1839, subì in seguito più interventi di normale restauro per manutenzione: di tipo diverso fu l’opera pittorica eseguita nel biennio 1928-29 dai pittori bresciani Vittorio e Giuseppe Trainini per completare la decorazione del soffitto. Intervento di sistemazione più recente è la trasformazione in museo della sala attigua al santuario. Qui oggi sono esposte opere provenienti dalla parrocchia e oggetti sacri di diversa origine: tra le altre è la tela raffigurante S. Lorenzo con i santi Giovanni Battista e Pietro, firmata "Camillus" e forse attribuibile a Camillo Procaccini. Notevole è la decorazione scultorea interna al santuario tra cui si evidenzia il complesso architettonico del ciborio: situato dietro l’altare, si eleva su quattro gruppi di colonne, sormontate da trabeazione e arricchite da statue di angeli e delle quattro virtù. L’esecutore dell’opera è individuato in quel "Andrea Solarius" che incise il proprio nome su uno stucco dietro l’altare, ma di cui non si hanno notizie biografiche precise. Tra le tante e pregevoli opere pittoriche che arricchiscono il santuario è da ricordare la Beata Vergine con il Bambino dipinta da Pietro Ricchi, detto "II Lucchese", nella seconda metà del XVII secolo e oggi collocata all’altare maggiore. Ai lati di questo sono inoltre altre due importanti opere, dipinte da Francesco Maffei intorno al 1647: la Natività e la Visitazione..
La pieve di Santa Maria in Carpino,in forma basilicale è di forme romaniche, con abside semicircolare in pietra di Botticino, ornata all'esterno di sottili lesene e coronata da una cornice di laterizi. Nella muratura sono inseriti elementi di reimpiego con decorazioni scolpite di epoca altomedievale e romana.
La facciata si presentava in origine affrescata e sul fianco sud era appoggiato un piccolo edificio annesso che fungeva da sagrestia e da casa per l'eremita che custodiva il santuario, demolito nel 1966.
L'interno è a navata unica, coperta da un tetto a capriata lignea, sostenuto da cinque arcate leggermente acute. Conserva nell'abside un affresco quattrocentesco attribuito al pittore cremonese Bonifacio Bembo: in un polittico sono raffigurati la Vergine con il Bambino e angioletti; sul catino absidale è affrescato Gesù in trono con il Vangelo e i quattro evangelisti. Altri affreschi sono conservati nello spazio del coro (San Pietro, con iscrizione in caratteri gotici) e altri frammenti sulle pareti.
La chiesa ospita inoltre due tali raffiguranti San Luigi e Annunciazione, restaurati nel 1993.

Il palazzo di proprietà Laffranchi, in via Tre Ponti divenne un ospedale per disposizione testamentaria dell'ultimo proprietario, Deodato Laffranchi, morto il 14 aprile 1635. L'ospedale, ristrutturato nelle forme attuali nella seconda metà dell'Ottocento ha funzionato fino al 1970 ed è stato in seguito adibito a casa di riposo. Dopo il trasferimento di questa a nuova sede, il palazzo è stato restaurato tra il 1995 e il 1999 ed è divenuto sede del centro anziani, di uffici comunali, della biblioteca comunale, di un piccolo teatro e di un consultorio dell'ASL.

Il palazzo Tommaso Caprioli, di origine cinquecentesca, fu in possesso della famiglia Caprioli fino al suo acquisto da parte del comune. Divenne la prima sede del municipio, quindi scuola elementare e media. Dopo il trasferimento della scuola negli anni ottanta è divenuto sede dell'ufficio postale e di associazioni culturali. Un restauro condotto tra il 2005 e il 2007 ha rimesso in luce degli affreschi. Il palazzo ha preso il nome di Palazzo della Cultura e ospita ancora associazioni culturali ed è sede della proloco.

Il castello di Carpenedolo è un'antica roccaforte risalente all'XI secolo.
La struttura si erge sullo storico Monte Rocchetta che sovrasta il paese.
Il castello, attestato come esistente nel 1043 quando la struttura venne ceduta in permuta al vescovo di Brescia Oldarico. Appartenne nel XIII secolo alla famiglia bresciana dei Poncarale, guelfa. Nel 1237, in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Federico II, il maniero, assieme al castello di Casaloldo, venne distrutto dalle truppe ghibelline di Reggio, alleate dell'imperatore.
Ciò che rimane dell'antico maniero è la Torre vecchia, a pianta quadrata e dotata di merli, associata ai resti di murature appartenenti a un castello. Ai piedi della torre si conservavano in passato anche i resti di un fossato (redefoss).
La torre venne ricostruita, sui resti del torrione precedente, nel XIV secolo, per volere di Bernabò Visconti, e di nuovo nel 1650.
La torre è stata dichiarata nel 1917 monumento nazionale italiano e nel 2006 è stata sottoposta a lavori di restauro.

Durante l'anno sono proposti dalle varie realtà del territorio alcuni eventi tradizionali:
Dopo la seconda guerra mondiale ha ripreso vita la tradizione di festeggiare il Carnevale con una sfilata di carri allegorici dei Goghi (antica fazione filoveneziana del paese), che si tiene il sabato precedente al martedì grasso, nella piazza principale del paese. A metà giornata inoltre squadre di arrampicatori si dedicano alla scalata dell'albero della Cuccagna. Vengono distribuiti gratuitamente gnocchi caldi per tutta la giornata.
Festa di San Bartolomeo, risalente alla fine del XV secolo e ancora oggi festeggiata nella settimana che comprende il 24 agosto.
Fiera "Carpenedolo in vetrina": dal 2006, fiera della produzione artigianale, commerciale e industriale comunale.
Manifestazione "Sport e solidarietà": dal 1996 in settembre gare tra le locali associazioni sportive per raccogliere fondi per beneficenza ("Gruppo Madre Teresa di Calutta").
Manifestazione "Novello e non solo": in autunno presentazione di vini delle aziende vitivinicole bresciane.
Fiera del torrone: ripresa nel 2005 insieme alla festa della Madonna del Castello (8 dicembre).

La cucina di Carpenedolo è tipica della Lombardia Orientale. È legata a tradizioni contadine e al legame culinario con le zone vicine, soprattutto con la cucina mantovana. Alcuni piatti caratteristici sono la polenta, in accompagnamento dei primi e dei secondi, fra cui la polenta e osei in versione bresciana; i primi piatti di pasta ripiena, tortelli, agnoli e casonsei, gnocchi di patate; gallina ripiena e salame cotto.

Si ricorda inoltre il Malfatto di Carpenedolo, tipico piatto locale che rappresenta la cucina povera delle campagne bresciane e che dal 2014 ha assunto lo stato di "De.C.O." (Denominazione comunale d'origine).

A Carpenedolo vive la gatta più famosa d'italia, Sissi The Red Cat, divenuta famosa per aver indovinato i risultati delle partite del mondiale di calcio in Brasile, nel 2014 e seguita su Facebook da 500.000 persone di tutto il mondo.

La percentuale di impiegati nel settore dell'agricoltura si è ridotta notevolmente, passando infatti al 14,8% del 1971 al 6,7% del 2001. Alla produzione agricola è dedicato il 75% del territorio comunale. Le coltivazioni sono costituite principalmente da granturco, utilizzato in maggior misura come mangime per il bestiame di allevamento (bovini; sia da macello che da latte).

La presenza di attività di produzione industriale è documentata fin dal XIV secolo (mulini, macine, segherie e magli maccanici attivati dalla forza dell'acqua grazie alla "Fossa Magna". Dal XV secolo è inoltre presente l'industria del laterizio, facilitata dall'abbondanza di argilla. Dal XVIII secolo si diffuse la coltivazione del gelso e l'allevamento dei bachi da seta, con sviluppo anche di attività di trasformazione e la creazione di setifici e filatoi, divenuti nel XX secolo filande (nel 1920 le filande Gatti e Dell'Oro impiegavano 800 operaie).

Dal secondo dopoguerra si ebbe un considerevole sviluppo industriale, con la presenza di aziende del settore calzaturiero, che diedero lavoro a più di 2500 persone (Bober, SuperCarpen, Pirca): nei primi anni settanta fu l'unico comune della zona a non essere dichiarato "zona depressa". Successivamente la crisi del settore costrinse le grandi aziende calzaturiere alla chiusura, ma furono sostituite da piccoli laboratori artigianali. Negli anni sessanta avevano aperto altre imprese attive nel settore alimentare, metalmeccanico e nell'edilizia.

Con l'approvazione del primo piano urbanistico da parte della Regione Lombardia, nel 1978 le attività artigianali e industriali sono state decentrate a nord e a sud del paese. Continuano ad essere presenti sul territorio alcune grandi aziende metalmeccaniche.



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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CARPENEDOLO

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Carpenedolo è un comune della provincia di Brescia.
Il toponimo di Carpenedolo deriva da carpinus, ovvero la pianta del carpino, che è tuttora simbolo del paese. Un esemplare della pianta si trova nella piazza principale. Al toponimo si riferisce anche il nome della chiesa più antica, la pieve di Santa Maria in Carpino. Il nome ricorre come Carpanetulo nel sec. XII, Carpenedulo nel sec XIII, Carpenedolo nel sec. XVI. Il suffisso in edolo è comune a molti toponimi in provincia e indica un collettivo. Pertanto il toponimo indica la presenza storica di una moltitudine di carpini, da cui quindi Carpenedolo, il paese dei carpini.
Un ”paalstab” scoperto nei pressi del paese è segno dell’insediamento umano fin nell’età dell’E neolitico. Altri reperti confermano che il luogo fu abitato dai Cenomani. Celtica è una piccola ara pure rinvenutavi. Suggestiva è poi 1’ipotesi dello studioso inglese Conway, che tra Carpenedolo e Calvisano sia esistito il podere di Virgilio. Sicura è la presenza dei romani come indicano alcune iscrizioni (a Mevia Marcella, a P.Livio, a M.Elio). Tombe barbariche scoperte nel 1903 indicano la continuità di Carpenedolo anche negli oscuri secoli barbarici, mentre oggetti longobardi indicano il fiorire del paese nell’ alto medioevo. Benefica fu la presenza dei benedettini del monastero di Leno che vi avviarono utili bonifiche. Il paese tuttavia si raccolse soprattutto intorno alla pieve cristiana, dedicata a Maria Assunta e dal sec. XIV, a S. Giovanni Battista. Intorno al mille venne eretto il Castello, che da primitiva difesa dalle orde ungare, divenne presto simbolo di lotte fratricide nell’epoca comunale. Dominato dai Poncarali, il castello cadde, dopo strenua resistenza nelle mani di Federico II, il Barbarossa. Nel 1237 infatti fu incendiato dai Reggiani, condotti da un certo Manfredo, capo ghibellino agli ordini del Barbarossa che fece uccidere Ardizzone Losco Poncarale, di parte guelfa, e uccise o disperse la popolazione distruggendone le abitazioni, che sorgevano dove ora è il Borgo dell’Asino. Nel contempo però gli abitanti erano andati organizzandosi in vicinia e poi in comune riuscendo a resistere alle prepotenze dei signorotti locali fra i quali i Mezzani. Nel periodo delle Signorie Carpenedolo passo sotto il dominio di Filippo Gonzaga e dei suoi discendenti duchi di Mantova. Ad essi lo tolse nel 1348 Luchino Visconti. Ai Visconti rimase per qualche tempo, nel quale Bernabò fece costruire l’ampio canale detto ”Fossa Magna”. Nel 1413 Pandolfo Malatesta signore di Rimini, divenuto padrone del Bresciano, distrusse nuovamente Carpenedolo e il suo castello, dopo che gli abitanti si erano rifiutati di riconoscerlo come loro nuovo Signore. A lui fu tolto nel 1420, Carmagnola, allora comandante delle truppe di Giovanni Maria Visconti, dopo una dura battaglia svoltasi a Nord Ovest del paese, lungo la strada di Montichiari. Finalmente nel 1428 il paese passava per merito ancora del Carmagnola entrato al servizio di Venezia, dalla dominazione Viscontea a quella della Serenissima, alla quale rimase fedele fino al 1797, nonostante che fosse spesso costretto a contribuire con armi e danari alle spedizioni militari e a subire saccheggi e incendi da parte di eserciti nemici di passaggio. Il doge Agostino Barbarigo poteva attestare nel 1484 che ”gli homeni di Carpenedolo furono i primi dopo l’annessione della città di Brescia, che vennero sotto la nostra protezione, sempre fedeli stettero e devoti al nostro Stato”. In effetti alto fu il contributo di sangue e sofferenze offerto da Carpenedolo alla Repubblica. Nel 1482 ben 75 carpenedolesi vennero fatti prigionieri e in gran parte uccisi nelle carceri di Mantova, dove erano stati trascinati dal duca di Calabria; nel 1512, 22 carpenedolesi su 70 perirono sotto le mura di Brescia, nell’assedio stretto dall’esercito veneto alla città occupata da Francesi e Spagnoli. Il paese subì un assedio nel 1701-1702 da parte delle truppe imperiali, finito con trattative il 7 maggio 1702. Il paese fu percorso anche da pestilenze (nella sola peste del 1630 si contarono circa mille vittime) e carestie ma ebbe però anni di prosperità specie durante il sec. XVIII avvantaggiati da particolari privilegi. La Repubblica Veneta cadde a Carpenedolo il 29 marzo 1797 quando comparvero in paese le truppe della Repubblica bresciana ma gia’ il 1 aprile i simpatizzanti del vecchio regime veneto bruciarono il tricolore e innalzarono di nuovo la bandiera con il Leone di S. Marco. Fu pero un ritorno di paglia, giacchè pochi giorni dopo, il paese fu occupato dalle truppe francesi del gen. Chevalier. Il 9 luglio 1797 venne poi innalzato l’albero della libertà, mentre il 28 luglio soldati francesi saccheggiarono la chiesa parrocchiale e la sagrestia rubando oro e argento e requisendo il bestiame. I nostalgici del dominio veneto, chiamati ”goghi” tornarono alla ribalta, il 13 aprile 1799, con il sopravvento dell’esercito austro-russo. Bruciato l’albero della libertà, distrussero tutti gli stemmi e le insegne della Repubblica Cisalpina e il 26 ottobre in luogo dell’albero della libertà innalzarono una grande croce di pietra con una iscrizione latina che suonava: ”Per lignum servi facti sumus / per crucem liberati sumuc”. Il ritorno dei francesi il 21 ottobre 1800, segnò nuovi e continui passaggi e accantonamenti di truppe con requisizioni, devastazioni di campi e ruberie. Carpenedolo diede il suo contributo anche alle guerre napoleoniche sia in uomini che in derrate alimentari per l’esercito e, soprattutto, in gravose tasse. Abbastanza pacifico fu per Carpenedolo il dominio austriaco, funestato soltanto da una grave carestia iniziale e dal colera degli anni 1836 e 1855. La parentesi del 1848 iniziatasi con la costituzione della Guardia civica il 22 marzo, non portò particolare trambusto in paese. Carpenedolo visse invece momenti difficili nel 1859 per la vicinanza dei campi di battaglia di S. Martino e Solferino. La borgata, infatti, e specialmente le chiese e i palazzi, vennero trasformati in un grande ospedale militare. Nell’assistenza ai feriti si segnalarono Angelina Zecchi, ed altri pietosi infermieri. In seguito, specie nel 1866, il paese registrò nuovi passaggi di armati e il 23 giugno dello stesso anno, una sosta di Garibaldi. Più tardi, il 10 settembre 1878 e nel 1890 assistette alla vincita di Umberto I. Ma il paese, causa specialmente la ”Fossa Magna” e le condizioni di povertà soffrì anni terribili di scorbuto, pellagra, febbri intermittenti, fino a quando opere di risanamento igienico e lo sviluppo economico e sociale del paese apportarono migliori condizioni di vita. A queste si accompagnarono la creazione nel 1884 di un circolo popolare democratico e di una Società operaia cattolica maschile, e di altre associazioni economico sociali.
La carità e l’assistenza sociale carpenedolese è sempre stata animata da generosi benefattori. Nel 1575 Diodato Laffranchi diede vita al ricovero per infermi poveri e per orfani e che grazie ad altri lasciti (don G.B. Scolari, don Giuseppe Mancabelli, Lorenzo Marini. ecc ) sono diventati un Ospedale con annesso un Orfanotrofio. Con essi si sono affiancati l’opera Pia Baliatico (1895), e 1’Orfanotrofio Girelli (1856). Anche sul piano dell’istruzione Carpenedolo si è distinto da antica data. Fin dal 1500 la Comunità aveva aperto una scuola di grammatica e di aritmetica e fin dal 1859 il Comune apri un corso superiore. Nel 1907 – 1908 venne aperta una VI classe elementare mista mentre venivano costruiti edifici scolastici al centro e nelle frazioni. Nel 1868 don Egidio Cattaneo apriva un suo collegio convitto durato fino al 1872 mentre le Figlie del S. Cuore aprivano un Educandato. L’asilo infantile fondato nel 1874 ebbe pure ampio sviluppo.
Circondato in gran parte da campagna ghiaiosa e arida, Carpenedolo ha saputo svilupparsi economicamente e socialmente con tenacia e intelligenza. Nel 1690 vennero appaltate le Lame e nel 1750 vennero suddivise vaste estensioni di terreno con la concessione di due piò di terra ad ogni originario fondando così le Masserie. Diresse ed incrementò il lavoro di colonizzazione il deputato provinciale G.B. Meli, pittore, agrimensore e idraulico di grande valore che traccio canali, scavò fontanili, avviando una vasta opera di bonifica e di progresso agricolo. Al contempo si moltiplicavano mulini che da due nel sec. XVI divennero cinque nel sec. XIX. Di pari passo si sviluppò la produzione di olio da semi attraverso diverse macine oggi scomparse. Nel 1600 vi esistevano già sette fornaci che davano lavoro a molti operai. Nel 1700 invece si sviluppò la lavorazione della seta. Il primo filatoio venne aperto da Lorenzo Ercoliani nel 1756. Ne seguirono altri aperti nel 1757 da Stefano Callegari, nel 1769 da G.B. Pari, nel 1776 da Bortolo Bellini. Nel 1800 i filatoi, fornelli e filande, mossi dalle acque della Lametta o Fossa Magna, moltiplicarono ancor più attraverso le ditte Molteni, Astori, Azzi, Boselli, Erba, Dell’Oro poi Gatti che assorbì fino a 300 filatrici. Un nuovo ponte sul Chiese costruito nel 1877, la linea tranviaria costruita nel 1911 il continuo miglioramento della rete stradale diedero sempre nuovo impulso anche alla vita economica. Nuovo impulso all’agricoltura venne nel 1900 da parte della Cattedra Ambulante di Agricoltura specie per merito del prof. Moretti. Vennero estese e razionalizzate le culture, introdotta la vite americana, intensificata la bachicoltura. A quella della seta si accompagno l’industria tessile con la ditta Compagnoni. Don Severino Bettinazzi apriva un ”Calzificio cattolico” che diede lavoro a 60 operaie. Il mercato fissato al giovedì e poi trasferito al mercoledì risale ad un provvedimento del Doge Luigi Mocenigo del 28 maggio 1768. Comprendeva anche un mercato del bestiame finito verso il 1885.
Risalgono al 1551 circa la fiera di S. Bartolomeo, al 1787 quella della Madonna del Castello.



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L'ABBAZIA DI LENO



L'abbazia di Leno, o Badia leonense, era un antico complesso monastico benedettino fondato nel 758 dal re longobardo Desiderio nel territorio dell'attuale comune di Leno, nella Bassa Bresciana. Abbattuta per volere della Repubblica di Venezia nel 1783, oggi dell'antica abbazia rimangono solo frammenti lapidei, conservati in larga parte nel museo bresciano di Santa Giulia, mentre in loco sono stati rinvenuti dei tumuli grazie agli scavi archeologici tenutisi nel 2003 dalla Sovrintendenza per i beni archeologici della Lombardia.

Il cenobio sorse nell'VIII secolo, in un'epoca di fioritura del monachesimo italiano. I monaci che vi abitavano erano stati fatti arrivare appositamente da Montecassino affinché diffondessero anche in quell'area la regola benedettina. Agli abati furono elargite numerose concessioni regie e papali che accrebbero, nel corso del Medioevo, il prestigio del cenobio lenese e lo resero un importante centro culturale, economico, religioso e, per i comuni dei dintorni, anche politico. L'abbazia raggiunse l'apice del suo sviluppo nell'XI secolo, cui fece seguito un progressivo decadimento del complesso monastico e del suo prestigio.

Con l'introduzione della commenda nel 1479 si può far iniziare un secondo periodo dell'esistenza del monastero, caratterizzato dal nuovo tipo di giurisdizione degli abati commendatari ma che vide comunque la continuazione di quella parabola discendente che si arresterà solamente nel 1783, anno dell'abbattimento del complesso monastico.
Nel corso dei secoli la chiesa abbaziale così come lo stesso convento furono più volte ricostruiti a seguito di incendi e altri gravi danni subiti, con il risultato di allontanarne sempre più la struttura architettonica da quella originale desideriana.

Gli anni che precedettero la fondazione del monastero di Leno furono caratterizzati dalla lotta per il trono longobardo, scatenatasi in seguito alla morte di Astolfo, tra Desiderio duca di Tuscia e Rachis, fratello di Astolfo. Il duca, dapprima in svantaggio, cercò il sostegno dei Franchi e del papato promettendo a quest'ultimo territori in Emilia e nelle Marche. Per accattivarsi ancor più lo Stato Pontificio promosse importanti iniziative monastiche, specialmente nel Settentrione, stanziando a favore dei vari ordini monastici ingenti quantità di denaro e fondando anche nuovi edifici religiosi, come nel caso dell'abbazia di San Benedetto di Leno e del monastero di Santa Giulia a Brescia.
Desiderio ottenne dal Papa Paolo I e dall`abate Petronace - bresciano a capo dell`abbazia di Montecassino - che una colonia di dodici monaci, sotto la guida di Ermoaldo, fosse mandata a Leno per diffondere la "Regola" benedettina.
Prima di partire per Leno, i frati domandarono e ottennero di portare con sè una reliqua del loro santo fondatore. Così le ossa di un braccio di San Benedetto vennero portate a Leno assieme ai resti dei martiri Marziale e Vitale, che i dodici benedettini avevano avuto dal Papa.
Anzi in quell`occasione, Paolo I consacrò Ermoaldo, primo abate di Leno, e questo singolare privilegio rimase per molto tempo agli abati lenesi.

Le relique dei due santi furono usate per la consacrazione del nuovo monastero, il 10 luglio dell`anno 760, alla cerimonia presenziarono 12 vescovi, re Desiderio, la moglie Ansa e il figlio Adelchi.
L`abbazia ebbe un tale sviluppo che la venuta a Leno dei monaci benettini segna la rinascita cristiana, economica e culturale della Bassa Bresciana, ma il suo dominio si stendeva oltre i confini della provincia. I documenti pervenutici citano tra i possedimenti dell`abbazia di Leno alcuni paesi posti sulla sponda occidentale del lago di Garda e cioè Salò, Maderno e Toscolano.
Si ricordano - soggette all`abate lenese - località in provincia di Cremona, Mantova, Bergamo, Milano, Torino e più oltre nell`Emilia e nella Toscana.

Si sa per certo che l`abbazia disponeva di case a Brescia, Verona e Pavia.
E` opportuno sottolineare l`importanza dei possedimenti che l`abate aveva nella zona di Comacchio, da dove faceva venire il sale, fonte non trascurabile di gettito fiscale e preziosissima materia di scambio.
In Toscana, l`abate esercitava il dominio sulla zona di Pontremoli dove controllava una importante via di transito, percependone il pedaggio, corrispondente all`attuale passo della Cisa. Inoltre l`abbazia aveva possedimenti sparsi un pò dovunque, perchè molti di coloro che si facevano frati cedevano le loro terre all`abate.
Le numerose donazioni a favore del cenobio lenese permisero all`abate di estendere la propria giurisdizione su un ingente patrimonio fondiario.

Per i privilegi concessi da imperatori, re e papi, il territorio del monastero divenne esente dalla riscossione delle imposte e non soggetto ai tribunali regi. Anzi, nel periodo di maggior splendore dell`abbazia, l`abate esercitava lui stesso atti sovrani, come l`amministrazione della bassa giustizia, che si interessava delle cause minori e comportava solo pene pecuniarie. Altro diritto esercitato dall`abate, fin dalla fondazione del monastero, era la riscossione delle cime: l`abate chiedeva solitamente una parte di tutto ciò che si produceva entro i confini dell`abbazia.
Per tutelare i possedimenti dell`abbazia, l`abate dovette istituire una propria milizia; ad essa, ad esempio, fu affidata la difesa della nostra zona durante le incursioni degli Ungari.

E` questo il periodo di maggior splendore del monastero di Leno: vengono avviati importanti lavori di bonifica, aperti ospizi per l`assistenza dei coloni e dei viandanti, costruite nuove chiese.
Nel cenobio operava un fiorente centro scrittoio, come testimonia un documento dell`800 ca. conservato nella Biblioteca Antoniana di Padova e da molti studiosi attribuito ad un monaco lenese.
Lo splendore dell`Abbazia lenese cominciò a declinare ben presto: ed i primi ad approfittarne furono alcuni signorotti, che a più riprese assalirono e saccheggiarono territori dell`abate; anzi un tale Raimondo s`impadronì della stessa abbazia.
A più riprese papi e imperatori interverranno a favore della Badia per contenerne il rapido e progressivo moto di disgregazione.

Con un suo privilegio, il pontefice Papa Gregorio VII, oltre a confermare i possessi e i diritti immunitari e giurisdizionali del monastero, riconosce all`abate la facoltà di disporre mercati, di costruire castelli, di istituire nuove chiese e di riscuotere le decime. Confermava poi al cenobio l`esenzione dal vescovo di Brescia e concedeva all`abate il diritto di rivolgersi a qualsiasi vescovo per la consacrazione degli oli sacri e del crisma, per l`ordinazione di nuovi monaci e per la consacrazione delle chiese.
Al vescovo di Brescia veniva negato di celebrare senza il beneplacito dell`abate ,nelle chiese poste entro il territorio abbaziale.
Per questi motivi, vi furono molti contrasti tra i due potenti signori ecclesiastici: il vescovo temeva infatti che intorno alla badia si potesse costituire una diocesi separata da Brescia.

Ad accelerare la rapida decadenza concorse l`incendio dell`abbazia nel 1135. Ricostruita - venne consacrata dal Papa Eugenio III nel 1148- l`abbazia venne di nuovo saccheggiata ed incendiata nel 1158, quando all`epoca della lotta tra i Comuni e il Barbarossa, le truppe imperiali invasero il territorio bresciano non risparmiando Leno.
Non valsero a ridare il perduto splendore all`abbazia la munificenza del Barbarossa, ospite a Leno da dove emanò sentenze per ripagarla della precedente distruzione e farle vincere le annose questioni giurisdizionali con il vescovo di Brescia, nè l`opera dell`abate Gonterio, che portò a termine la ricostruzione del complesso abbaziale. Anzi, tanto era diminuito il prestigio dell`abbazia, che agli inizi del XIII secolo (1205) Leno si ribellò e l`abate Onesto lo riconquistò con le armi. Col passar degli anni l`abbazia continuò a perdere l`importanza avuta nel passato.

L`esteso territorio venne sempre più riducendosi per le continue guerre e scorrerie che si susseguirono e partirono dal XII secolo.
Agli inizi del 1300 gli abati erano in lotta con gli uomini di Leno, che chiedevano all`autorità monastica maggiori autonomie; e un documento, di poco successivo, ci informa che il territorio e gli uomini di Leno sono sottomessi a Brescia, "non opponendosi gli abati".

L`abate Ottobono conte di Mirabello cercò di risollevare le sorti della Badia ottenendo da Venezia la giurisdizione sulla terra e sugli uomini di Leno, in cambio dell`aiuto fornitole nella lotta contro il Ducato di Milano (anno 1441).
Per l`abbazia era però arrivato il momento della fine ingloriosa. Bartolomeo Averoldi, ultimo abate lenese, cedette l`abbazia in commenda al cardinal Pietro Foscari, in cambio della sede vescovile di Spalato.
Gli abati commendatari non vennero mai ad abitare a Leno, nè cercarono di far rivivere la comunità monastica; lasciarono cadere i chiostri, le case coloniche e perfino la basilica monastica.
San Carlo Borromeo, nella visita da lui compiuta come legato apostolico, nel 1580, dispone che fossero rifatti la cappella maggiore e il soffitto della Chiesa, che fosse dipinta e che venisse livellato il pavimento.
Così per il disinteresse dei Commendatari, la celebre abbazia finì nello squallore più desolante; poiché tutto l`edificio, compresa la chiesa, minacciava di crollare, la Repubblica Veneta autorizzò la famiglia Dossi, che aveva acquistato il monastero e le terre, a demolirlo.

I monaci benedettini, da sempre considerati grandi bonificatori di aree paludose, quando giunsero a Leno non ebbero bisogno di intraprendere grandi opere di drenaggio. Infatti gran parte dell'area della Bassa Bresciana era già stata bonificata dai Romani, sicché si limitarono a prosciugare solamente esigue zone paludose.
L'enorme quantità dei terreni di proprietà del monastero di San Benedetto veniva ridistribuita ai contadini, che li lavoravano per conto degli abati, dando loro parte del raccolto (decima) che consisteva essenzialmente nel frumento; i fondi abbaziali erano organizzati in curtes, amministrate per conto di delegati laici oppure dai monaci stessi. Si praticava intensamente anche l'allevamento e la viticoltura, con la realizzazione di canali ad uso agricolo. Il disboscamento rese Leno un punto focale per il commercio del legname in tutto il circondario; le terre ottenute con il taglio dei boschi divennero nuovi campi coltivabili oppure pascoli per ovini e bovini, ma consistenti aree boschive vennero mantenute dal momento che queste rivestivano un'enorme importanza economica per attività come la caccia o l'allevamento dei suini, che necessitava di grandi quantità di ghiande. I lavori manuali e agricoli erano considerati attività per i servi, mentre i monaci si dedicavano per lo più a mansioni manageriali, culturali, assistenziali, religiose e al più artigianali. Vi erano infatti monaci che si dedicavano alla trascrizione dei codici nello scriptorium, all'istruzione degli oblati, alla cura dei malati e dei forestieri nello xenodochio e nell'ospedale, e frati artigiani come fabbri, calzolai, falegnami o cuochi.
Come monastero imperiale gli abati avevano importanti compiti nell'ambito dell'ordinamento pubblico per conto del sovrano, impegno ricompensato dall'imperatore stesso che garantiva la sicurezza e la quiete del complesso monastico.
Cospicuo, almeno fino a tutto il IX secolo, era il numero dei confratelli, superiori a un centinaio. Di questi almeno un terzo doveva essere costituito da fanciulli, i cosiddetti pueri oblati, affidati dai genitori all'abate affinché ne curasse l'istruzione e il sostentamento promettendo in cambio la presa dei voti minori del piccolo. Sembra confermata l'esistenza nel monastero di San Benedetto di Leno di una scuola per l'istruzione di questi fanciulli, ma dall'inizio del XII secolo l'oblazione dei fanciulli venne moderata e regolamentata e ciò si tradusse in un drastico calo del numero dei monaci lenesi.
I monaci ebbero a carico anche la cura pastorale dei loro possedimenti, come ben testimonia la lite per Gambara. Essi somministravano i sacramenti nelle chiese esterne di loro giurisdizione come quella lenese di San Giovanni o ad Ostiano e forse anche nella chiesa abbaziale. La comunità monastica di Leno e le sue dipendenze offrivano ricovero ai poveri e ai pellegrini, dato che trova riscontro nell'esistenza di un hospitale su due piani e di grandi dimensioni che ospitò, peraltro, un'assemblea giudiziaria presieduta da Federico Barbarossa nel 1185. Nel 1209 venne inoltre iniziata la costruzione di un ospedale per l'assistenza ai malati.


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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : LENO



Leno è un comune italiano della provincia di Brescia. Centro di importanza agricola ed industriale, è stato luogo di ritrovamenti di epoca longobarda e dell'Abbazia di Leno.
La totalità del territorio lenese giace in pianura geologicamente costituita da territorio alluvionale "copertura quaternaria " formatasi circa un milione di anni fa a causa delle poderose alluvioni fluvioglaciali che portarono a sedimentazione materiali ghiaiosi leggeri e minuti.

Sebbene non siano stati finora trovati reperti di un certo interesse, attestanti insediamenti umani in epoca preistorica nel territorio lenese, si presuppone che esso fosse abitato. Non sembra ammissibile infatti che, circondato da vari gruppi di primitivi in possesso di un certo grado di civiltà - ricordiamo Remedello, Gottolengo e Manerbio -, il territorio lenese non fosse abitato da genti dei suddetti gruppi.

Del resto, una punta di freccia in selce - lunga cm. 5, di forma triangolare e fornita di peduncolo - e alcune asce di pietra verde, ritrovate nella campagna di Leno, avallano l`ipotesi che il nostro paese fosse già abitato nel periodo eneolitico, cioè duemila anni prima della nascita di Cristo.

Facciamo risalire quindi a quel periodo il primo insediamento umano a Leno, insediamento di pescatori e cacciatori, che si dislocavano nell`immensa palude in cerca di pesce e selvaggina per procurarsi il cibo quotidiano. Ricordando l`ambiente paludoso, alcuni storici fanno derivare il nome Leno dal termine greco Limnos, che significa, lama, palude, stagno. Altri derivano Leno da Leuni, nome di un antico popolo che abitava la pianura prima che genti Liguri - Etrusche vi si insediassero.

L`esistenza del popolo dei Leuni c`è tramandata da alcuni scrittori latini.
La tradizione popolare fa derivare il nome Leno dai famosi leoni della leggenda connessa con la fondazione dell`abbazia benedettina.

All'interno del territorio comunale di Leno, sono riconosciute tre frazioni:

Castelleto .
L'attuale frazione, come la intendiamo oggi è pressoché di recente costruzione, come si nota nel Catasto del 1812 in quell'area non esistevano paesi; esistevano viceversa i "Fienili di Castelletto", un agglomerato di case che gravitava intorno alla cascina - fortezza chiamata appunto Castelletto.
Tale architettura darà poi il nome al nuovo nucleo urbano che si svilupperà in età moderna.
Il paesaggio prevalente è quello agricolo che caratterizza molti paesi della Bassa Bresciana.
A Castelletto di Leno, si trova inoltre il Lago delle Sette Fontane,che si estende per una superficie di 250.000 metri quadrati, immerso in un parco.
Cascina fortezza Castelletto, di probabile origine seicentesca, è l'edificio principale del quale è possibile ancora notare il carettere fortificato. Abitato da un ramo della nobile famiglia bresciana dei Martinengo.
All'interno del compresso sorge inoltre una piccola cappella che doveva servire alla piccola comunità.
Antistante il complesso è ancora possibile notare due colonne in marmo poste di fronte all'ingresso che costituivano l'accesso del parco, ora scomparso.

Milzanello

Porzano
La chiesa di San Martino è la chiesa parrocchiale di Porzano. Costruita nella seconda metà del Settecento in sostituzione di un precedente edificio quattrocentesco, è stata poi variamente restaurata e abbellita fra l'Ottocento e il Novecento. Contiene la Madonna col Bambino in gloria con i santi Martino e Caterina del Moretto all'altare maggiore e un affresco del Quattrocento sull'altare della Madonna, più altre opere pittoriche e scultoree d'arte locale.
Notizie sull'esistenza della chiesa si hanno in epoca medievale. L'intitolazione a san Martino è segno della vicinanza alla Badia leonense, benedettina. A questo edificio dovrebbero appartenere due formelle in laterizio che facevano parte del fregio del cornicione esterno, costituito da archetti trilobati impostati su figurine umane. Ancora appartenente alla chiesa quattrocentesca è un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, conservato su un altare laterale. Questa struttura viene restaurata nel primo Cinquecento, soprattutto per merito dei feudatari subentrati al monastero.
Nel 1756 viene dato il via alla costruzione della nuova chiesa. Il progetto, attribuito da Sandro Guerrini a Antonio Marchetti, venne approvato dalla Curia vescovile il 30 aprile di quell'anno. Il cantiere dura un decennio e la nuova chiesa viene consacrata il 24 novembre 1765 dall'arciprete di Bagnolo Mella don Benedetto Perugini. Nel 1898 la chiesa viene restaurata negli interni su progetto di Luigi Tombola, che sistema gli altari laterali, mentre la bottega dei Poisa esegue la cornice dell'altare maggiore e altri apparati decorativi. Nel 1904 sono posizionate le stazioni della Via Crucis e altre statue sono messe in opera negli anni successivi. Altri interventi saranno eseguiti nei decenni successivi, in particolare nel 1988 quando la facciata e le strutture murarie vengono ampiamente restaurate.
Il primo altare a destra è dedicato a san Giuseppe ed è decorato da una statua di gesso raffigurante il santo. Segue la cappella del Redentore e poi dell'Addolorata, adorna di una pala raffigurante la Deposizione, commissionata intorno al 1580 dalla Scuola del Santissimo Sacramento ad un pittore di scuola bresciana.
L'altare maggiore è stato realizzato nel 1766 da Carlo Cristini in marmi bianchi e colorati, mentre il tabernacolo venne eseguito nel 1800. Domina l'abside, la Madonna col Bambino in gloria con i santi Martino e Caterina del Moretto, pregevole opere della prima maturità dell'artista, risalente al 1530 circa.
Lungo la navata destra si trovano invece l'altare dedicato alla Madonna della Stalla, raffigurata nell'antico affresco prima citato. Pregevole è il paliotto, ricco di marmi e di motivi ornamentali, avente al centro una medaglia con la Madonna del Rosario tra i santi Domenico e Caterina da Siena. Segue la cappella di san Carlo Borromeo, meno ricca della precedente ma comunque elegante, che accoglie una pala di Carlo Baciocchi del 1672, raffigurante il santo inginocchiato in adorazione del Bambino Gesù presentatogli da sant'Antonio di Padova. La tela, fra l'altro, proviene dalla soppressa chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Brescia. L'organo risale al 1987, montato in sostituzione di uno precedente ottocentesco.
Nel territorio di Leno, accanto all' italiano, è parlata la Lingua lombarda prevalentemente nella sua variante di dialetto bresciano.


La Fiera di San Benedetto è una mostra mercato agroalimentare biologico che si tiene nel centro storico di Leno nel mese di luglio e che vuole essere uno stimolo per l`agricoltura del nostro territorio.
La Fiera di San Benedetto si pone come obiettivo quello di presentare esempi concreti di produzione e lavoro nel settore del biologico, esempi necessari da far conoscere presso gli operatori della nostra zona (agricoltori e allevatori, ma anche negozianti e ristoratori, ossia tutta la filiera interessata).


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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : PONTEVICO

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Pontevico è un comune italiano della provincia di Brescia.

Il nome di Pontevico deriva da Pons Vici, mentre i nomi delle frazioni derivano:
Bettegno dal romano Betutius;
Campazzo, probabilmente, da campaccio.

Il fiume Oglio fu per Pontevico un notevole porto militare e commerciale sin dalla preistoria, numerosi sono i ritrovamenti di piroghe conservate per secoli nel suo letto di sabbia. Con la “barbotta” (tipiche barche di fiume con la chiglia piatta) si trasportava la sabbia e la ghiaia che i cavatori estraevano dal fiume, ammucchiata sulla riva e poi venduta ai costruttori di fabbricati.

Abitato fin dall’antichità, è posto in posizione strategica sul fiume Oglio, naturale confine con Cremona. I bresciani, dopo l’anno Mille, vi costruirono un castello che inizialmente appartenne ai Martinengo, i quali, nel 1127 lo promisero al vescovo e ai consoli di Brescia. Nel 1208 i fuoriusciti bresciani cercarono di impossessarsene per consegnarlo ai cremonesi.
Si ritiene che Pontevico fosse il "portus brixianus" punto di arrivo delle merci provenienti dal Po e dirette a Brescia. Fin dal sec. VI l'importanza della navigazione era tale che Teodorico aveva imposto di togliere le attrezzature da pesca lungo il corso d’acqua affinchè non impedissero il passaggio dei natanti.

Antichi documenti risalenti al 1255 narrano di undici mulini funzionanti sull'Oglio in territorio di Pontevico, a testimonianza della rilevanza economica della zona.
Il borgo antico era in realtà costituito da due nuclei distinti, ciascuno caratterizzato da una chiesa e una rocca; l’attuale Pontevico si è sviluppata a partire da uno dei due, crescendo intorno alla pieve di Sant'Andrea.

Il 1° novembre 1237 l'imperatore Federico II, prima dell'assedio di Brescia, marciò verso la propria alleata Cremona e incendiò Pontevico. Tuttavia, dopo la sconfitta dell'imperatore a Parma nel 1248, i bresciani riconquistarono la rocca che, alcuni anni più tardi (1260) subì la devastazione da parte di Oberto Pallavicino.
Nel 1308 gli abitanti di Pontevico fecero prigioniero il vescovo di Butrinto (Albania), inviato dall'imperatore Enrico VII. Il vescovo ottenne il permesso di recarsi a Soncino ad acquistare del vino, sorvegliato da un religioso di fiducia dei pontevichesi. Ma, appena giunto a Robecco, finse di essere stato fatto prigioniero dal castellano cremonese e rispedì a Pontevico il religioso col vino.
Nel 1362 Pontevico fu occupata dalla lega anti-viscontea, salvo la rocca, che resistette.
Ai primi del 400 Pandolfo Malatesta, diventato signore di Brescia, usò il castello come base per osteggiare la nemica Cremona.
Il periodo seguente al passaggio sotto il dominio veneziano fu caratterizzato da anni avventurosi, ma anche di prosperità per il paese che godette da parte della Serenissima di privilegi ed esenzioni.
Nel 1438 Iacopo Piccinino, diretto all'assedio di Brescia, conquistò Pontevico senza violenza.
Nel 1452 lo Sforza, che al servizio di Venezia aveva rioccupato il castello nel 1440 ed era nel frattempo diventato duca di Milano, attaccò Pontevico e la prese in due giorni. Nuovo assedio l'anno successivo da parte dello stesso Piccinino: dopo un lungo bombardamento occupò il paese e ne potenziò le fortificazioni. Nell'autunno dello stesso anno nuovo bombardamento, questa volta da parte dello Sforza, che concesse ai suoi soldati il saccheggio, particolarmente spietato soprattutto da parte dei mercenari francesi. Solo dopo la pace di Lodi del 1454 gli abitanti tornarono in paese e ricostruirono la fortezza, innalzando tre anni più tardi due nuovi torrioni, col munifico contributo di Venezia.
Nel '500 alcuni monaci agostiniani collocarono a Torchiera dei torchi da lino, dando inizio a un'attività che durò fino all'800.
Nel 1509 la rocca fu occupata dall'esercito francese (vi sostò il re Luigi XII). L'anno seguente la popolazione si rivoltò contro gli oppressori, provocando il tempestivo intervento di Giangiacomo Trivulzio, il quale vinse la pur strenua difesa consentendo ai propri soldati il saccheggio. Dopo queste vicissitudini ebbe inizio un'intensa vita culturale che portò alla nascita, nel corso del '500, di accademie-scuole.
Il castello dei Martinengo rimase agli spagnoli fino al 1519; nella seconda metà del 500 la sua importanza strategica cominciò a declinare. Il capitano veneto di Brescia, Giovanni da Lezze, scrive nel suo Catastico del 1610: "Con grandissimo disordine vi è permesso la distrutione delle case che vi son dentro". Restava una guarnigione: il "ponte è guardato da una fortissima rocca con guardia di soldati, bombardieri". Il perimetro della rocca era di 800 passi e gli abitanti del paese erano 5 mila. Pontevico contava all'epoca undici frazioni o fienili alle proprie dipendenze.
Nel 1630, la peste manzoniana falcidiò duemila persone tra la guarnigione e gli abitanti.
Durante la guerra di successione spagnola, nel 1701 il generale austriaco Eugenio di Savoia fece del castello la sede del proprio stato maggiore.
Nel lungo periodo di pace che seguì fiorirono iniziative economiche e benefiche. L'estimo del 1750 conta numerosi mulini, due dei quali con quattro ruote, e un maglio.
Nel 1816-18 fu costruito il teatro.
Nel 1880 divenne parroco e abate di Pontevico don Bassano Cremonesini, originario di Lodi, che suddivise le proprietà della parrocchia affidandole a un forte gruppo di piccoli conduttori agricoli, che ne aumentarono la redditività. Costituì una società operaia cattolica, una latteria sociale (1903) e una cantina sociale.
Nel 1898, in clima di repressione contro il proletariato, la società "San Giuseppe", che organizzava oltre 300 tra contadini e operai, fu tra le prime a essere sciolte dall'autorità militare.
Nell'estate 1882 dieci braccianti agricoli furono condannati a diversi mesi di carcere perché colpevoli di aver chiesto di essere pagati per il taglio del frumento e una retribuzione durante l'inverno.
Tra gli avvenimenti recenti si ricorda, nel 1977, il crollo del ponte sull'Oglio.

Il castello edificio glorioso, fu fondato poco dopo il mille e vide succedersi nel suo interno personaggi di altissimo rango. Con la caduta della Repubblica Veneta (che l'ebbe in dominio dal 1426 al 1797) perse qualsiasi importanza militare e strategica e, dopo alcuni anni di abbandono nelle mani del Demanio, venne acquistato dall'industriale cremonese Pietro Cadolini per collocarvi una fonderia.

Con cinque forni a riverbero, la fonderia funzionò una trentina d'anni, in collegamento con l'altra che da molti più anni era attiva nella parte bassa del paese, poco distante dal cimitero. Ritiratosi dall'attività industriale il Cadolini vendette il Castello ad un principe tedesco, certo Kewmuller, che era intenzionato a ricostruirlo dalle fondamenta per un'abitazione signorile e per varie attività industriali.

Nel 1844, su progetto dell'Ing. Emilio Brilli, iniziarono i lavori di demolizione e di inalzamento dei nuovi edifici, ma dopo quattro anni erano state innalzate soltanto due ali del grande quadrilatero.

Quando Mons. Cremonesini acquistò il complesso il 6 febbraio 1900 dalla nobile contessa Costanzina Borromeo D'Adda, cui era pervenuto per eredità dal Kewmuller per dote matrimoniale, godette della raccomandazione fraterna dell'Eccellentissimo Mons. Geremia Bonomelli, intimo dei Borromeo.

L'abate che non era solito perdere tempo nell'affrontare i problemi che riteneva pressanti per la loro gravità, si affrettò appena perfezionato l'atto di acquisto del castello e la sua liberazione da parte dell'affittuale Casarotti, a predisporre i locali per l'accoglienza delle ammalate che, per natura dei loro disturbi e la speciale sorveglianza di cui avevano bisogno, erano rifiutate dagli altri istituti. La casa venne ufficialmente aperta il 18 marzo 1901, con l'accoglienza di due ricoverate da parte del fondatore e di tre suore Ancelle della Carità che la Rev.ma Madre Generale Felice Passi fu lieta di accordare al Cremonesini avendo compreso l'importanza dell'opera che stava sorgendo a Pontevico.

Nei primi tempi nella Casa regnò sovrana la povertà. Tuttavia per la nuova Opera l'Abate seppe attivare in molti abitanti del paese una catena di cordiale carità che contribuì ad attenuare i disagi della prima ora e, in pochi mesi, a garantire alle ospiti dell'Istituto una vita decorosa.

Nel 1910 fu emanato il Decreto Reale di riconoscimento con il titolo di "Casa di ricovero per Frenasteniche ed Epilettiche" in Pontevico. Contemporaneamente venivano approvati lo Statuto Organico ed il regolamento Interno. L'assestamento giuridico della fondazione parve porre le ali al suo cammino, tanto che il fondatore decise di completare in breve tempo il quadrilatero del castello: nel 1911 fece innalzare l'ala a sera e nel 1912  quella a mattina.

La morte improvvisa dell'Abate Cremonesini nel pomeriggio del 29 dicembre del 1917 non interruppe il cammino dell'opera da lui fondata. Nel 1926 la Comunità pontevichese celebrò con gran pompa il XXV di fondazione dell'Istituto, presente il Vescovo diocesano Mons. Giacinto Gaggia.

Un serio incidente capitò nel 1929 allorquando scoppiò un incendio nel III reparto, che provocò la caduta di una trave. Il bilancio del malaugurato incidente fu di una ragazza morta e di una ventina di ferite. Nello stesso periodo si dovette provvedere d'urgenza alla demolizione della grande torre centrale del corpo sud del castello perchè minacciava rovina.

Nonostante la richiesta di ricostruzione da parte di molti pontevichesi che la ritenevano un elemento tipico del paesaggio di Pontevico, non se ne fece nulla fino agli anni settanta. Un evento gravissimo fu lo scoppio della seconda guerra mondiale che, nell'ultimo periodo di belligeranza arrecò danni ingentissimi alle strutture murarie del castello.

Agli inizi degli anni sessanta si presentò come indilazionabile la soluzione di due grossi problemi: quello attinente il personale in servizio all'Istituto e quello attinente il personale in servizio all'Istituto e quello riguardante il rifacimento dell'antica struttura del quadrilatero del castello.
Al piano terra troviamo i soggiorni, i refettori, le sale per le visite alle ospiti, la portineria, la sala consigliare e gli uffici amministrativi. Al I e al II piano furono sistemati i vari dormitori. Un reparto venne allestito per le Suore e quattro sale vennero destinate per la scuola. Ogni reparto ebbe a disposizione un proprio cortile.

Ai grandi cambiamenti strutturali si pensò di far seguire anche il cambiamento del nome dell'Istituto: da "Casa di ricovero per Frenasteniche ed Epilettiche" si passò a "Istituto Neuropsichiatrico Abate Cremonesini". L'approvazione arrivò l'8 novembre 1966 col Decreto Presidenziale della Repubblica Giuseppe Saragat.

La chiesa Parrocchiale dei Santi Tommaso e Andrea apostoli fu edificata nel '500, per essere poi ricostruita nel 1700.
Essa contiene dipinti di Grazio Cossali, Antonio Gandino, Angelo Paglia.
La chiesa subì danni in un incendio nel 1959.

Il territorio di Pontevico è situato all’interno del “Parco del fiume Oglio” e fa parte con la verde oasi delle Vincellate, insieme con Verolanuova, Verolavecchia e S.Paolo, del “Parco sovvraccomunale del fiume Strone” ultimo lembo esistente delle zone umide della bassa bresciana.

Poco fuori dell'abitato, nei pressi del cimitero, sorge la Palazzina, una delle più notevoli case signorili della Bassa.

Cinquecentesca, oggi ridotta a cascina, fatta con mattoni rossi provenienti dalle fornaci cremonesi. Le tre atipiche arcate della facciata giungono fino alla gronda del tetto e sono sostenute da grosse colonne in muratura. A nord e a sud due grandi portali consentivano il passaggio dei carri, mentre su uno spigolo vi è anche una guardiola.

All'interno vi sono belle sale decorate con stucchi e numerosi affreschi.
La volta più bella è quella di una piccola sala a nord, con affreschi, forse di scuola cremonese, di storie ed episodi biblici.

Villa Martinoni costruzione di mole massiccia risalente alla prima metà del 700, con un originale cornicione ad archetti sotto la gronda. Sopra il tetto una specie di torretta con quattro finestre. Nel muro di cinta un grande arco monumentale in pietra chiara.

Il portale d'ingresso al salone è in bel stile rococò. Antistante il portale prospicente la contrada vi è una bella cancellata in ferro, di puro stile settecentesco, che immette nel brolo. E' la classica vista di gusto barocco: il cono ottico fra Palazzo e giardino. Qua siamo in campagna e allora la vista si perde su uno spazio più utile del gaio giardino di città: il brolo.

Il complesso subì vari ritocchi e aggiunte nelle case a mattina dove sono presenti edifici ottocenteschi tra i quali una torretta passeraia in stile neogotico visibile fiancheggiando la strada che immette sulla strada statale.

Il portale di villa Simonelli è molto semplice, se non addirittura povero, non fa presagire invece quale notevole corte e scenari architettonici racchiuda all'interno. Infatti si presenta con una splendida aia, ancora parzialmente pavimentata in cotto, delimitata da barchesse e porticato con loggiato in legno, quest'ultimo per nulla tipico della Bassa.

Interessante il locale della scuderia nella porzione rustica. Esaminando la facciata del Palazzo ci si trova di fronte ad un bel esempio di architettura del seicento bresciano. Comignoli ben disposti, gronda rigorasamente a mensoloni (anche se nella versione già leggermente aggraziata), portale massiccio a forti bugne assai diffuso nel XVII secolo anche in città.

Le finestre sono adeguate alla sua epoca. L'interno dei locali a piano terra è a volta a carena. al piano superiore i soffitti sono piani con travetti in legno non decorati. Si menzionano due bei camini. Proseguendo l'itinerario verso est, merita attenzione la canna fumaria e relativo comignolo sul lato sinistro.

Di fronte, un edificio, probabilmente una casa a torre, con tracce di una finestra ogivale tamponata. Le banchine sono in cotto, e se originarie, sono tra le poche rimaste a documentarci il passaggio dalla cultura del cotto a quella della pietra, avvenuto in terra bresciana intorno alla metà del '400.

L'edificio di fronte, con le finestre quadrangolari leggermente arcuate, doveva fungere da magazzino alla proprietà dei nobili Archetti. Le finestre originarie si intravedevano appena sopra gli archivolti di quelle esistenti. le iniziali di Carlo Archetti sono riportate sulla chiave di volta del portale settecentesco al civico n° 21, unitamente ai due archetti che ne erano lo stemma di famiglia.

A lato del portale una finestra di forma quadrangolare riquadrata in pietra, che, se superstite originaria, contribuirebbe a comunicarci che questa porzione di edificio esisteva già fra XIV e XV secolo. Anche le volte nell'androne ed i pilastri in pietra del cascinale interno fanno pensare a quel periodo.



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LA CHIESA DELLA DISCIPLINA A VEROLANUOVA



Di fronte a Castel Merlino, sopra una balza che costituiva il castello comunale di Verolanuova - più antico e a volte contrapposto a quello feudale - sorge la chiesa della Disciplina, già chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, affiancata da una armoniosa torre campanaria tardo gotica (in un mattone ai piedi del campanile è graffiata la data 1473). L'interno, in origine ad una navata intervallata da archi a sesto acuto che sostengono un soffitto a due spioventi con travetti a vista e tavelle dipinte, venne dotato sulla metà del Seicento di una finta volta con arelle in legno intonacate e di un matroneo sopra l'ingresso, destinato alle riunioni della Disciplina.La chiesa della Disciplina, abbandonata per lungo tempo e riaperta solo da pochi anni, conserva nel suo interno copiose tracce della decorazione quattro-cinquecentesca ad affresco (di particolare interesse, nel sottotetto, sono i motivi del liocorno sormontato da un airone che si scorgono nelle fasce di coronamento degli arconi e le rose e le stelle dipinte sulle tavelle) ed il monumento funebre del Conte Nicolò II Gambara (+1592), vero e proprio capolavoro della scultura bresciana del Manierismo, opera di Pietro Maria Bagnatore, decorato nella cimasa da un dipinto ad olio su ardesia dello stesso artista, raffigurante la Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Sull'ultimo altare a nord, verso il presbiterio, si trova il miracoloso affresco cinquecentesco della Madonna del Campanile, qui trasferito nel 1765, come ricorda un'epigrafe a destra dell'ingresso, proprio sotto il campanile.

A destra dell'abside troviamo il monumento barocco di Nicolò Gambara, sul quale si leggono due iscrizioni; la prima così recita: "Al conte Nicolò Gambara, uomo chiarissimo e per la nobiltà della famiglia e per le sue virtù e imprese, poiché nella guerra subalpina sotto gli auspici di Ferrante Francesco, marchese di Pescara, comandante generale dell'esercito di Carlo V, condusse con somma sua lode mille fanti; milite volontario in Ungheria, prestò egregiamente la sua opera al duca di Ferrara, Alfonso II, nella guerra navale della Repubblica Veneta contro i Turchi, dimostrò una singolare fedeltà e forza, risplendette in casa come nella milizia per la grande pietà e prudenza. Francesco Gambara, nipote, eresse questo monumento al benemerito zio che morì l'anno della Redenzione 1592, il 27 gennaio, qua avendo vissuto 54 anni, mesi 4 e 16 giorni".
Da alcuni documenti si apprende che Nicolò Gambara nacque probabilmente a Verolanuova nel Castel Merlino l'11 settembre 1537. Egli seguì, come il padre e il nonno, il mestiere delle armi, attività propria delle antiche famiglie feudali. Non avendo figli, designò suoi eredi i nipoti, uno dei quali gli eresse questo monumento.
La seconda iscrizione, forse più interessante della prima, è dedicata ad una giovinetta, data in sposa per procura ad un Gambara e morta prima che il marito la vedesse.
"A Maddalena Speciano Gambara, giovinetta insigne e per nobiltà e per prudenza molto superiore dell'età, che sposata ad un assente mentre affretta col desiderio le nozze terrene, da Cristo, sposo delle vergini, chiamata al talamo celeste, vergine felicemente vi salì nell'anno 14 di età, Lucrezio Gambara mestissimo sposo (questo ricordo) alla desiderata consorte nel mese di marzo dell'anno 1597".
Lucrezio Gambara, a cui fa riferimento l'iscrizione, era nipote di Nicolò Gambara in quanto figlio del fratello minore, e morì giovanissimo, all'età di 23 anni, il 28 giugno 1602, colpito dal mal sottile, ereditario nella sua famiglia. La promessa sposa, Maddalena Speciano, morì a soli 14 anni, mentre Lucrezio si trovava in Ungheria, come condottiero di armati nella guerra contro i Turchi.
Sul lato sinistro del presbiterio un paramento ligneo nasconde una muratura ad arcata realizzata per l'inserimento dell'organo, costruito dal celebre Battista Facchetti e donato alla chiesa nel 1540 dalla famiglia Gambara. La recente tamponatura è stata fatta per occultare l'ingiustificato smantellamento dell'antico strumento. La cantoria venne sistemata definitivamente nel 1625 dal noto scultore Feliciano Galluzzi.

Sempre a sinistra dell'abside, nella zona delle sagrestie, all'interno della cella del campaniletto, è evidente l'esistenza di una volta impostata su un primitivo vano quadrangolare di dimensioni più ampie e ridotto allo stato attuale per l'inserimento della scala di accesso al piano superiore. L'interno della chiesa era abbellito da una teoria di affreschi votivi e decorativi del Cinquecento, dei quali si vede ancora qua e là qualche pregevole avanzo. Durante le indagini sulla seconda campata è stato aperto un piccolo pertugio, perché, tastando la parete, si intuiva l'esistenza di uno spazio vuoto. Questo intervento ha portato alla luce un affresco attribuito ad un certo Gatti, pittore verolese, e datato 1521. Esso rappresenta S. Lucia, S. Agnese e S. Caterina. Dello stesso ciclo fa parte anche la Madonna del Campanile, di autore ignoto, che inizialmente si trovava in fondo alla chiesa, da dove fu poi tolto a causa dell'umidità e ubicato sopra un altare. Al suo posto fu collocata un'elegantissima iscrizione latina che ricorda il trasporto dell'immagine venerata; di essa si riporta la versione italiana: "Qui stava la miracolosa immagine dell'alma Vergine che vien chiamata da tutti col titolo del campanile ma fu trasportata e splende sul nitido altare il 19 aprile 1765".

Sulla seconda campata a sinistra c'è un quadro del Mainardi, che rappresenta la Madonna con in braccio il Cristo, affiancata da S. Giovanni Battista e da un altro santo; tale dipinto era probabilmente la pala dell'Altare Maggiore della Disciplina.
Il quadro dell'altare della Madonna è attribuito al Trotti e raffigura la Madonna assunta in cielo.
Dopo l'inaugurazione della Basilica di S. Lorenzo, quadri e suppellettili della Disciplina sono stati trasferiti nella nuova parrocchiale, dove sono tuttora custoditi.

La struttura muraria esterna presenta aspetti interessanti. Il fianco sud della chiesa è costituito da un fronte di sei campiture, sottolineate dalle lesene poste in corrispondenza degli interni archi diaframma della navata.
All'altezza di circa sei metri è evidente una linea di ripresa nella muratura, almeno per le prime tre campate; ciò presuppone una preesistenza diversa da quella attuale.
L'abside, databile alla fine del secolo XIV, presenta una finestratura tamponata e un disegno di cornice diversi da quelli della chiesa, testimonianza di altri tempi di esecuzione e di altre manomissioni.
La facciata, più recente di circa due secoli, è da riferirsi ad un prolungamento della chiesa stessa, sì che il torrione, un tempo isolato, risulta incorporato con un lato. I portali marmorei risalgono al Seicento. Sulla facciata, a sinistra della porta, in una piccola lapide murata, sotto un grande stemma Gambara portante il tradizionale gambero rosso, si legge:

"ADI 3 AUGUSTO FO EDIFICATA QUESTA MDIX".

La data "3 agosto 1509", da alcuni erroneamente ritenuta l'anno di fondazione, è in realtà riferibile a qualche intervento straordinario, forse il prolungamento o l'ampliamento verso mezzogiorno della chiesa stessa. Inoltre, è in netto contrasto con la data 1534, anno in cui il conte Brunoro Gambara offrì 400 ducati per il restauro: questo presupponeva condizioni di vetustà e di degrado che in 25 anni la chiesa non poteva presentare.
La torre campanaria doveva originariamente essere più bassa dell'attuale, con tre ordini di palchi in muratura a volta a crociera. Trovavasi quindi formata da quattro vani sovrapposti: il primo al piano terra, adibito a presidio e custodia, il secondo con accesso a quota alta per la manovra delle campane, il terzo per l'alloggio degli ingranaggi dell'orologio con l'unico quadrante prospettante in lato ovest, ed il superiore quarto vano come vera e propria cella campanaria.
La data (1667), riportata su uno dei vecchi mattoni dell'attuale cella campanaria superiore, indica forse il momento del sopralzo del campanile.
Col sopralzo si aggiungeva alla torre un nuovo palco in legno e la stessa veniva sopraelevata di circa cinque metri e provvista di superiore guglia.
La nuova cella serviva così ad un alloggiamento più alto delle campane, mentre la sottostante e precedente cella campanaria accoglieva gli ingranaggi di un secondo quadrante prospettante in lato nord, rivolto verso il centro del paese.
Durante il restauro del campanile, è emersa un'altra indicazione: vicino alla data "1473 DIES PASCHAE" è stata ritrovata una nicchia, protetta da un mattoncino, contenente un uovo di gallina e un dischetto di legno punteggiato a fuoco con la croce e D.P. Tale indizio potrebbe fare riferimento alla costruzione del campanile, ma di ciò non si ha certezza.
L'ultimo intervento alla torre campanaria, effettuato nel 1981-82, ha messo in luce la preesistenza della guglia, della quale rimangono soltanto alcune tracce: l'innesto della sezione quadrata con la sezione circolare mediante quattro pennacchi laterali.
Fotografie degli inizi del Novecento testimoniano l'esistenza di questa guglia.
Il campanile era dotato di cinque campane in "do", che nel 1911 vennero rifuse per la costruzione delle campane in "la" del nuovo campanile.
La chiesa era tutta circondata dal cimitero, la cui presenza è testimoniata dalla seguente iscrizione funeraria, posta sul fianco esterno della porta laterale, a settentrione; si legge: "Monumento eretto a Marco Romanelli, di mente elettissima, morto il 6 novembre 1791 non ancora compiuto il 23 anno di età, e a Carlo Romanelli suo amatissimo zio, involato ai vivi fra il dolore dei poveri il 1 gennaio 1792, nell'anno 55 di età, ambedue deposti in questo tempio, nel sepolcro dei Sandri" (il testo originale è in latino). Nell'interno sono presenti diverse tombe, alcune anonime, altre segnate con brevi iscrizioni che ricordano essere state le tombe gentilizie delle principali famiglie del paese, come i Girelli, Sandri, Spalenza, Venturi.
Anche alcune associazioni religiose, come la confraternita di S. Rocco e del Crocifisso, vi ebbero tombe particolari, segnate con brevi iscrizioni.
Sulla parete interna della porta meridionale appare la seguente iscrizione: "Stefano Martinelli / trafficante e possidente onestissimo / concorse largamente alla erezione / della cupola del tempio di Calcio sua patria / beneficiò in Brescia diversi luoghi pii / in Verolanuova fondò l'orfanotrofio / e contribuì di molto all'aumento dell'asse / dell'ospedale dove visse i suoi ultimi anni / assistito dalle benemerite suore di carità / morì il 3 luglio 1878 pieno di fede / e ricco di opere di pietà e di misericordia / la sua salma riposa nel patrio cimitero".

Sul lato di mattina e su quello di monte correva la Fossa Castello, che si congiungeva con il castello preesistente. Il lato di mattina fu ceduto dal Comune ai confinanti con una delibera del 31-5-1874 per metri quadrati 1104, divisi fra quattro frontisti, come attesta la relazione dell'ing. G. Tadini. Questo fa pensare che il complesso della Disciplina occupasse una area più vasta di quella attuale. Dalle mappe antiche emerge, infatti, che la zona del castello aveva un andamento a scacchiera, quindi è probabile che la fossa delimitasse anche altri edifici. Si potrebbe quasi pensare ad una cittadella racchiusa nella cerchia delle proprie mura, circondate dalla relativa fossa. Sul lato di tramontana esisteva la chiesetta del Suffragio, che grosso modo partiva all'altezza della torre e si estendeva per 12,85 metri con una larghezza di 7,60 metri, come risulta dalla relazione dell'ing. C. Gazetti. La chiesetta è stata abbattuta nel 1907 per lasciar posto al nuovo campanile.

La lettura di un affresco datato 1522, dipinto nella Chiesa della Disciplina, a Verolanuova, in provincia di Brescia – edificio che ai tempi quell’intervento pittorico era il principale luogo di culto della zona – rivela, indirettamente, attraverso l’impaginazione, quali fossero le maggiori e più temute cause di sofferenza o di infermità nella pianura padana, ai tempi del Rinascimento. L’opera, di una certa, rude eleganza, rinvia a moduli arcaici, ancora quattrocenteschi, sia nella delineazione delle figure che per l’impaginazione a scomparti. Arcaicità della lingua pittorica che risulta evidente nel momento in cui si considera che l’affresco di Verolanuova fu realizzato tre anni dopo la morte di Leonardo da Vinci e a due anni dalla scomparsa di Raffaello.
Ripartito come un polittico, con aree delimitate da false cornici, il dipinto non è  lontano dall’ingresso della chiesa e dovette costituire, in ambito parrocchiale, un nucleo interno specializzato, con funzioni di santuario, legato cioè al culto dei santi e alla richiesta di grazie. L’affresco presenta nella parte superiore san Girolamo, il traduttore della Bibbia dal greco al latino – che ha la funzione di orientare alla Bibbia il culto dei Santi, prevenendo atteggiamenti idolatrici dei fedeli – mentre nell’ordine inferiore, offre la vista di quattro santi, in uno spazio quadripartito irregolarmente, santi ai quali, anche attraverso iscrizioni in lingua e caratteri latini, si impetra l’intercessione divina. La differenza di spazio assegnata a Santa Caterina d’Alessandria – a fronte della mancanza di carte che provino la dedicazione del tempio a questa santa – le drammatiche immagini di operai-contadini lacerati dalle lame delle ruote, ai suoi piedi, lascerebbero intendere la necessità di aumentare l’evidenza della scelta cultuale per creare un canale più ampio di contatto.
Il dipinto di Santa Caterina d’Alessandria – impostato strutturalmente come un ex voto collettivo – rievoca parzialmente il primo tentativo di martirio. Secondo le fonti antiche, Caterina rifiutò l’apostasia della religione cristiana e venne pertanto condannata al supplizio della ruota, che si spezzò miracolosamente, come per volontà divina, sicchè i persecutori eseguirono la sentenza con la spada. Ma qui, Caterina sta sull’asse di una sorta di biga, le cui ruote sono dotate di spaventose lame di tortura. Una biga che ferisce anche due uomini, sfigurandoli, con un realismo che caratterizza la pittura bresciana e bergamasca dell’epoca, molto attenta alle fonti del vero, per quanto crudele esso sia. Caterina, leva lo sguardo a Dio, mentre il carro attraversa la campagna ormai raggelata: candido è il paesaggio lontano, con alberi brulli dalle cortecce imbrunite, solcato da un fiume azzurro, evidentemente lo Strone, il corso d’acqua di Verolanuova, che si getta più a Sud nell’Oglio.
Il pittore suggerisce anche, nell’area in cui dipinge gli alberi, uno scoscendimento che caratterizza il paesaggio locale. Nonostante Verolanuova sia in pianura, il nucleo originario sorse nei pressi del vallone, una depressione del terreno che dovette favorire non solo la difesa di Castel Merlino, lì abbarbicato, con la creazione di una profonda fossa difensiva, ma l’istallazione di laboratori artigianali e di mulini che usufruivano del moto vivido delle acque. L’altimetria di Verolanuova passa da 73 metri sul livello del mare a 53 metri, segnando pertanto un salto teorico di venti metri, ottimo da sfruttare soprattutto per la presenza naturale di una fonte d’energia primaria come l’acqua.
Santa Caterina d’Alessandria, secondo la tradizione più antica. proteggeva mugnai, tornitori, arrotini, barbieri, sarte, carradori e comunque veniva impetrata la sua intercessione da coloro i quali lavoravano utilizzando meccanismi a ruote, lame, chiodi o aghi. Ma nell’affresco di Verolanuova, il pittore sembra indicare un’estensione dell’intervento di protezione ai contadini durante i lavori di aratura e di erpicatura del terreno. Non è casuale la scelta dell’ambientazione stagionale della scena – coincidente con la festa della santa, il 25 novembre, e con le operazioni di aratura – e il fatto che i due uomini gravemente feriti dalle lame delle ruote appaiano sulla terra viva, marrone e caratterizzata dall’emersione di numerosi sassi, e non sulla zolla del prato. L’area sottoposta ad aratura occupa sia la fascia inferiore dell’affresco,  quale poggiano i due feriti, che due nastri, posti come due lati di completamento di un triangolo.



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