Visualizzazione post con etichetta carpenedolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carpenedolo. Mostra tutti i post

sabato 20 giugno 2015

TURISTA A CARPENEDOLO

.


Carpenedolo è situato nella pianura padana e più precisamente nella Bassa bresciana orientale, sulla riva sinistra del fiume Chiese, a metà strada tra Brescia e Mantova.
Il territorio comunale è prevalentemente pianeggiante, al termine dell'anfiteatro collinare morenico del lago di Garda. Le maggiori elevazioni sono rappresentate dal monte Rocchetta (132 m s.l.m.), dal colle Zecchi, dal monte Paletta e dal monte Fogliuto.
Dal punto di vista geologico il terreno è costituito da sedimenti terrigeni determinati dal fenomeno morenico o dalla pianura alluvionale del fiume Chiese.
Il confine con il comune di Calvisano, ad ovest, è costituito dal fiume Chiese, che qui, all'ingresso in pianura, allarga l'alveo rallentando la velocità delle acque. Un'ampia area golenale ospita salici e pioppi che si alternano a praterie e tratti paludosi e a pozze alimentate dalle risorgive. Questo ambiente ospita numerose specie di uccelli (pendolino, garzetta, martin pescatore, nitticora, tarabusino, airone cinerino. Sull'argine sono stati ricavati itinerari da percorrere in bicicletta o a piedi (verso nord fino a Montichiari o verso sud fino al ponte di Mezzane).

Il centro abitato è attraversato dalla "Fossa Magna", un canale voluto da Bernabò Visconti, che in origine partiva dal fiume Chiese, passando per Lonato, per ricongiungersi al fiume dopo aver seguito l'odierna strada statale asolana. Nel 1750 Montichiari intercettò le acque provenienti da Lonato e il tratto della "Fossa Magna" di Carpendolo è da allora alimentato solo dalle risorgive, a partire dal fontanone di Sant'Apollonia, e da due affluenti (Seriola Lametta e Fontanone della Scala), che in precedenza formavano paludi a sud ed a est del monte Rocchetta. A causa dell'intenso uso dell'acqua per l'irrigazione le risorgive sono oggi insufficienti ad alimentare il canale, che in alcuni tratti è secco.
Il percorso della Fossa Magna all'interno dell'abitato è stato in più punti coperto nel corso dell'Ottocento (piazza dell'Ospedale, piazza della Chiesa, piazza Europa). A sud del paese si conserva la ruota di uno dei mulini che utilizzavano l'acqua della Fossa.

La chiesa parrocchiale, intitolata a san Giovanni Battista, in stile barocco, ha pianta a croce latina, con navata unica e altari laterali. Ospita all'interno una pala d'altare settecentesca, di autore ignoto, con la Natività di san Giovanni Battista, di dimensioni monumentali (80 m²). Agli altari laterali sono tele con Il martirio di san Bartolomeo de' Maffei, patrono della città, L'ultima cena, San Francesco riceve le stimmate (opera di F. Zugno) e Martirio di san Lorenzo, opera di Gandin Vecchio.
Le pareti, la volta e la cupola sono ricoperti da affreschi.
Il campanile della chiesa (detto anche "Torre nuova") venne innalzato in stile barocco a partire dal 1726, al posto di quello vecchio, demolito nel 1720 in quanto pericolante. Fu costruito a spese della comunità su un'area di proprietà privata di fronte alla chiesa, su progetto dell'architetto di Lonato Paolo Soratini. Venne terminato nel 1736 e raggiunge un'altezza di 66 m.
Inizialmente aveva quattro campane, sostituite dalle nove attuali, opera di Innocenzo Maggi di Brescia, nel 1843. Le nuove campane riportano sulla superficie esterna il nome del fonditore, motti latini, figure di santi in gloria e scene evangeliche. La copertura in bronzo, bruciata nel 1975 in quanto colpita da un fulmine, fu sostituita l'anno successivo.

La chiesa del santuario di Santa Maria del Castello è un edificio seicentesco, realizzato in stile barocco opera dell'architetto G. B. Marchetti.
Alla chiesa si accede per mezzo di una scalinata che permette di raggiungere il sagrato sopraelevato, posto in posizione panoramica sulla pianura circostante.
All'interno, a pianta centrale, quattro semicolonne sorreggono gli archi su cui poggia il tamburo poligonale della cupola, nel quale si aprono finestre timpanate.
L'altare maggiore è protetto da un ciborio a forma di tempietto, attribuito al comasco Solari, con quattro colonne che sorreggono le statue delle quattro Virtù teologali. L'interno è affrescato e conserva due tele del pittore Maffei (Natività di Gesù e Visitazione).

L’antichissima chiesetta di S. Pietro è situata nella zona campestre della periferia del paese, a poca distanza dalla strada per Calvisano. Si può presumere che la sua costruzione risalga all’anno 974, come risultava da una lapidetta, ora scomparsa, trovata durante lavori di sistemazione della piazzetta antistante.
Il titolo di S. Pietro rimanda ad altre chiese bresciane ugualmente denominate, sorte sui possedimenti del monastero di S. Pietro in Monte di Serle, esistenti anche a Carpenedolo, in epoca medioevale, passati poi al vescovo di Brescia..
In più di mille anni di storia, la chiesetta ha subito parecchie ristrutturazioni e oggi porta il segno della sovrapposizione di vari stili..
La più importante modifica venne operata nel 1692. L’abside, che originariamente era rivolta a est, venne demolita (forse perché cadente), con la conseguente scomparsa di preziosi affreschi e l’altare fu collocato all’estremo opposto, dove era l’entrata. L’ingresso fu così sistemato ad oriente, protetto da un portichetto, costruito al posto dell’abside. L’arco ora visibile all’ingresso (reca una data, 1475, e una bella decorazione con trama a fiorami, forse di epoca seicentesca) era il primitivo arco trionfale, che separava il presbiterio dalla navata. .
Il vecchio soffitto della navata a capriate fu modificato con il sostegno di un arco centrale a centina più elevata dell’arco trionfale, con le colonne portanti aderenti alle pareti, una delle quali ha coperto, in parte, un affresco della crocifissione. Furono costruiti un nuovo presbiterio e un nuovo altare, separati dalla navata da un arco posto a sostegno ad uno più antico, di cui si intravede traccia.
L’autore di tale opera, il rettore Pietro Querenti, ha lasciato una iscrizione latina, posta alla parete settentrionale, vicina all’ingresso. Tradotta, così recita: “Pietro Querenti trasferì qui a levante l’ingresso. Trasportò l’altare e il coro da qui verso sera. 3 aprile 1692. Questa cappella restituì a migliore forma e ornò di dipinti il rettore Giovanni Giacomo Cassa. 7 agosto 1794”.
Opere di restauro condotte in varie fasi dal 1974 (in occasione del millennio di fondazione) al 2001 hanno permesso di ben rilevare le parti architettoniche e gli affreschi.
Sono stati evidenziati gli archi mediano e del presbiterio, liberandoli dell’intonaco e portando i mattoni a vista. La colonna dell’arco mediano è stata in parte rimossa verticalmente, in modo da mettere in luce completamente l’affresco della crocifissione.
Nel 1980 il portichetto antistante la chiesa fu abbattuto, e lo spazio da esso occupato divenne parte integrante della navata; fu portato alla luce l’antico arco trionfale presso la porta d’ingresso; vennero pavimentate con cotto di recupero, l’area dell’altare e quella dell’ex portico.
Osservando la chiesetta dal fondo risalta questa struttura e i tre archi. Nella parete meridionale si vede una antica finestra otturata, con infissi frammenti di embrici.
L’altare, aderente al muro dell’abside, è stato costruito quando la chiesa venne mutata di direzione nel 1692. E’ di intonaco e stucco con paliotto ornato di fiori e fogliame, nel cui mezzo è disegnata la mitra papale con le chiavi.
Sopra l’altare è posto un tabernacolo ligneo dipinto. La pala raffigura la Madonna con Bambino (l’immagine riprende quella del santuario del Castello, di Pietro Ricchi), i Santi Pietro e Paolo e il ritratto del committente, indicato da un’iscrizione: “R.(everendus) D.(ominus) Fau.(stinus) Cerutus R.(ector) S.(ancti) P.(etri). 1680”. Trad.: “Il rev. signor Faustino Ceruti rettore di S. Pietro”.
Alla sinistra dell’altare vi è un piccolo tabernacolo, nel quale si riponevano le reliquie, indicate da un’iscrizione: “Rel.(iquiae) San.(ctorum) Petri P.(apae) A.(postoli) nec non Gottardi et Rochi”. Trad.: “Reliquie dei Santi Pietro papa apostolo, Gottardo e Rocco”.
La chiesetta comunica con una angusta sagrestia, dove si trova un discreto affresco, raffigurante il crocifisso, alla destra un sacerdote inginocchiato in preghiera, alla sinistra la morte biancovestita con la falce.
Accanto alla chiesa sorge un campaniletto, con due campane. Una piccola lapide in marmo apposta sulla facciata sud del campanile, sopra il tetto del tempio, riporta un’iscrizione latina della data di costruzione o del restauro, e gli offerenti: “Didaci Azzi aliorumque Impensis extat a die XIII Aprilis Anno MDCCCLXV”. Trad.: “Edificato a spese di Didaco Azzi e di altri dal giorno 13 aprile 1865”.
Sulle pareti interne a lato spiccano pregevoli affreschi quattrocenteschi, il cui restauro è stato completato nel 2001. La loro data compare sulla bordatura superiore dell’affresco della parete meridionale, rappresentante la fuga in Egitto: “1474 Dip.>” (dipinto commemorativo dei 500 anni di costruzione). A tale data risalgono anche i dipinti della crocifissione e di S. Pietro, sulla parete opposta. I rimanenti affreschi raffiguranti S. Antonio abate, S. Bernardino, e ancora S. Antonio abate, sono della stessa epoca, ma sembra non siano dello stesso autore. Non ci si spiega perché sia stata dipinta due volte la figura di S. Antonio abate. Vi sono altri frammenti di affreschi di santi non identificati. Un affresco situato vicino alla parete di facciata del presbiterio, raffigurante il papa S. Gregorio e le anime purganti, è di epoca posteriore.
Gli affreschi recano i segni della devozione dei fedeli, che ricorrevano ai santi, quando erano provati da vicende dolorose: guerre, epidemie, carestia. Di questi fatti vi è ricca testimonianza nelle scritte graffite tracciate da ignoti popolani sui muri e sugli affreschi stessi. Sono ricordate le due terribili pesti del 1576 (la cosiddetta peste di S. Carlo) e del 1630. Ecco alcune scritte: “Adì 25 aprile 1621 io fui questa ciesa a la perdonanza”. “Adì 29 agosto 1630 fu sepulta la moglie di Camilo Ventura. Adì 5 setembre 1630 fu sepolta Dorotea sua figliola qui di sora in de la casa. Morti di mal di peste”. “1669. Le grandezze del mondo le tutta cener”. “1670. Fu datta Candia a Turchi”. “Candia è sta la nostra ruina deli omini et anco de le case”. “1836 il colera”.
Oltre alla festa del Santo titolare, il tempietto ospita la festa di S. Gottardo, ogni anno, al 4 maggio. Il Santo vescovo tedesco fu oggetto di devozione nelle zone di origine monastica (la chiesetta di S. Pietro era tale). Il suo culto si diffuse per opera dei monaci benedettini e il popolo se ne appropriò, prendendo in simpatia il Santo, considerato protettore contro la febbre, la podagra, l’idropisia, la peste, le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e la grandine.
La chiesa di S. Pietro, ricevette il privilegio dell’indulgenza plenaria dal papa Clemente XIII (12 agosto 1767), a favore dei fedeli, che, veramente convertiti, confessati e comunicati, vi facevano visita nella festa dei Santi Pietro e Paolo, dai primi vespri fino al tramonto del sole, pregando per la pace dei governanti cristiani, per l’estirpazione delle eresie e per l’affermazione della santa madre Chiesa.

Il santuario dedicato alla Purità di Maria si trova nella frazione Lame, nella zona sud-orientale del territorio del comune, lungo la strada che conduce a Castel Goffredo, costruito nel 1760 al posto di una più antica cappella: il committente, il sacerdote Bonaventura Bozzola e l'anno sono ricordati da un'iscrizione.
Nel 1750 la comunità di Carpenedolo, in segno di devozione alla Immacolata Concezione, inizia la costruzione di un nuovo santuario dove sorgeva il monastero di S. Pietro in Monte. Di datazione antichissima, quest’ultimo, sembra abbia avuto origine vescovile: secondo la tradizione si narra infatti che qui si ritirò a vivere, e fu sepolto, il vescovo Silvino, morto intorno alla metà del V secolo e in seguito santificato. Nel XV secolo Giacomo Malvezzi scrisse che l’edificio era stato ristrutturato da re Desiderio in età Longobarda, mentre in un altro documento e' testimoniato il rinnovamento della chiesa all’inizio del XIII secolo. Un tempo su quest’area sorgeva anche il Castello di Carpenedolo: di probabile fondazione longobarda, aveva annessa una cappella. Il complesso fortificato fù distrutto nel 1413 insieme al paese: tra le rovine rimase però viva la devozione per quel piccolo santuario, rappresentato in un affresco quattrocentesco poi murato nell’abside della nuova chiesa. La costruzione del santuario settecentesco fu possibile grazie alle elemosine raccolte tra i fedeli di Carpenedolo, tanto generose che solo dieci anni dopo l’inizio dei lavori fu possibile celebrare la prima messa nel nuovo edificio e che nel 1766 ci fu l’ultima richiesta di fondi "onde perfezionare la detta fabbrica". Purtroppo nelle cronache dell’epoca non è mai citato il progettista dell’edificio: quasi concordemente però la critica crede di poterlo individuare in Giovan Battista Marchetti, noto architetto del secolo che lavorò sia a Brescia che in provincia. Ultimamente però si è fatta avanti un’altra ipotesi attributiva. Nel santuario si trova la tomba di quel Girolamo Callegari che nelle cronache della fabbrica è citato come "presidente dei lavori", ma in cui possiamo identificare il progettista dell’edificio se riteniamo attendibile storicamente la frase scolpita sulla lapide ottocentesca che decora la sepoltura"... leronimi Callegari, huius templi praefecti ...". La pianta della basilica si sviluppa sulla base di due croci allineate, delle quali la maggiore si trova verso est. Nel centro quattro gruppi di semicolonne reggono gli archi, sui quali poggia il tiburio poligonale con le finestre munite di timpano, tipicamente marchettiano, che proiettano luce all’interno, in ogni senso per tutto l’arco del sole. Nel presbiterio lo spazio si restringe per riprendere maggiore capienza verso il coro. L’imponente scala d’accesso al santuario è posteriore rispetto al resto della costruzione: risale infatti al 1779 e sostituisce il ponte elevatoio e la porta del Castello. La chiesa, consacrata nel 1839, subì in seguito più interventi di normale restauro per manutenzione: di tipo diverso fu l’opera pittorica eseguita nel biennio 1928-29 dai pittori bresciani Vittorio e Giuseppe Trainini per completare la decorazione del soffitto. Intervento di sistemazione più recente è la trasformazione in museo della sala attigua al santuario. Qui oggi sono esposte opere provenienti dalla parrocchia e oggetti sacri di diversa origine: tra le altre è la tela raffigurante S. Lorenzo con i santi Giovanni Battista e Pietro, firmata "Camillus" e forse attribuibile a Camillo Procaccini. Notevole è la decorazione scultorea interna al santuario tra cui si evidenzia il complesso architettonico del ciborio: situato dietro l’altare, si eleva su quattro gruppi di colonne, sormontate da trabeazione e arricchite da statue di angeli e delle quattro virtù. L’esecutore dell’opera è individuato in quel "Andrea Solarius" che incise il proprio nome su uno stucco dietro l’altare, ma di cui non si hanno notizie biografiche precise. Tra le tante e pregevoli opere pittoriche che arricchiscono il santuario è da ricordare la Beata Vergine con il Bambino dipinta da Pietro Ricchi, detto "II Lucchese", nella seconda metà del XVII secolo e oggi collocata all’altare maggiore. Ai lati di questo sono inoltre altre due importanti opere, dipinte da Francesco Maffei intorno al 1647: la Natività e la Visitazione..
La pieve di Santa Maria in Carpino,in forma basilicale è di forme romaniche, con abside semicircolare in pietra di Botticino, ornata all'esterno di sottili lesene e coronata da una cornice di laterizi. Nella muratura sono inseriti elementi di reimpiego con decorazioni scolpite di epoca altomedievale e romana.
La facciata si presentava in origine affrescata e sul fianco sud era appoggiato un piccolo edificio annesso che fungeva da sagrestia e da casa per l'eremita che custodiva il santuario, demolito nel 1966.
L'interno è a navata unica, coperta da un tetto a capriata lignea, sostenuto da cinque arcate leggermente acute. Conserva nell'abside un affresco quattrocentesco attribuito al pittore cremonese Bonifacio Bembo: in un polittico sono raffigurati la Vergine con il Bambino e angioletti; sul catino absidale è affrescato Gesù in trono con il Vangelo e i quattro evangelisti. Altri affreschi sono conservati nello spazio del coro (San Pietro, con iscrizione in caratteri gotici) e altri frammenti sulle pareti.
La chiesa ospita inoltre due tali raffiguranti San Luigi e Annunciazione, restaurati nel 1993.

Il palazzo di proprietà Laffranchi, in via Tre Ponti divenne un ospedale per disposizione testamentaria dell'ultimo proprietario, Deodato Laffranchi, morto il 14 aprile 1635. L'ospedale, ristrutturato nelle forme attuali nella seconda metà dell'Ottocento ha funzionato fino al 1970 ed è stato in seguito adibito a casa di riposo. Dopo il trasferimento di questa a nuova sede, il palazzo è stato restaurato tra il 1995 e il 1999 ed è divenuto sede del centro anziani, di uffici comunali, della biblioteca comunale, di un piccolo teatro e di un consultorio dell'ASL.

Il palazzo Tommaso Caprioli, di origine cinquecentesca, fu in possesso della famiglia Caprioli fino al suo acquisto da parte del comune. Divenne la prima sede del municipio, quindi scuola elementare e media. Dopo il trasferimento della scuola negli anni ottanta è divenuto sede dell'ufficio postale e di associazioni culturali. Un restauro condotto tra il 2005 e il 2007 ha rimesso in luce degli affreschi. Il palazzo ha preso il nome di Palazzo della Cultura e ospita ancora associazioni culturali ed è sede della proloco.

Il castello di Carpenedolo è un'antica roccaforte risalente all'XI secolo.
La struttura si erge sullo storico Monte Rocchetta che sovrasta il paese.
Il castello, attestato come esistente nel 1043 quando la struttura venne ceduta in permuta al vescovo di Brescia Oldarico. Appartenne nel XIII secolo alla famiglia bresciana dei Poncarale, guelfa. Nel 1237, in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Federico II, il maniero, assieme al castello di Casaloldo, venne distrutto dalle truppe ghibelline di Reggio, alleate dell'imperatore.
Ciò che rimane dell'antico maniero è la Torre vecchia, a pianta quadrata e dotata di merli, associata ai resti di murature appartenenti a un castello. Ai piedi della torre si conservavano in passato anche i resti di un fossato (redefoss).
La torre venne ricostruita, sui resti del torrione precedente, nel XIV secolo, per volere di Bernabò Visconti, e di nuovo nel 1650.
La torre è stata dichiarata nel 1917 monumento nazionale italiano e nel 2006 è stata sottoposta a lavori di restauro.

Durante l'anno sono proposti dalle varie realtà del territorio alcuni eventi tradizionali:
Dopo la seconda guerra mondiale ha ripreso vita la tradizione di festeggiare il Carnevale con una sfilata di carri allegorici dei Goghi (antica fazione filoveneziana del paese), che si tiene il sabato precedente al martedì grasso, nella piazza principale del paese. A metà giornata inoltre squadre di arrampicatori si dedicano alla scalata dell'albero della Cuccagna. Vengono distribuiti gratuitamente gnocchi caldi per tutta la giornata.
Festa di San Bartolomeo, risalente alla fine del XV secolo e ancora oggi festeggiata nella settimana che comprende il 24 agosto.
Fiera "Carpenedolo in vetrina": dal 2006, fiera della produzione artigianale, commerciale e industriale comunale.
Manifestazione "Sport e solidarietà": dal 1996 in settembre gare tra le locali associazioni sportive per raccogliere fondi per beneficenza ("Gruppo Madre Teresa di Calutta").
Manifestazione "Novello e non solo": in autunno presentazione di vini delle aziende vitivinicole bresciane.
Fiera del torrone: ripresa nel 2005 insieme alla festa della Madonna del Castello (8 dicembre).

La cucina di Carpenedolo è tipica della Lombardia Orientale. È legata a tradizioni contadine e al legame culinario con le zone vicine, soprattutto con la cucina mantovana. Alcuni piatti caratteristici sono la polenta, in accompagnamento dei primi e dei secondi, fra cui la polenta e osei in versione bresciana; i primi piatti di pasta ripiena, tortelli, agnoli e casonsei, gnocchi di patate; gallina ripiena e salame cotto.

Si ricorda inoltre il Malfatto di Carpenedolo, tipico piatto locale che rappresenta la cucina povera delle campagne bresciane e che dal 2014 ha assunto lo stato di "De.C.O." (Denominazione comunale d'origine).

A Carpenedolo vive la gatta più famosa d'italia, Sissi The Red Cat, divenuta famosa per aver indovinato i risultati delle partite del mondiale di calcio in Brasile, nel 2014 e seguita su Facebook da 500.000 persone di tutto il mondo.

La percentuale di impiegati nel settore dell'agricoltura si è ridotta notevolmente, passando infatti al 14,8% del 1971 al 6,7% del 2001. Alla produzione agricola è dedicato il 75% del territorio comunale. Le coltivazioni sono costituite principalmente da granturco, utilizzato in maggior misura come mangime per il bestiame di allevamento (bovini; sia da macello che da latte).

La presenza di attività di produzione industriale è documentata fin dal XIV secolo (mulini, macine, segherie e magli maccanici attivati dalla forza dell'acqua grazie alla "Fossa Magna". Dal XV secolo è inoltre presente l'industria del laterizio, facilitata dall'abbondanza di argilla. Dal XVIII secolo si diffuse la coltivazione del gelso e l'allevamento dei bachi da seta, con sviluppo anche di attività di trasformazione e la creazione di setifici e filatoi, divenuti nel XX secolo filande (nel 1920 le filande Gatti e Dell'Oro impiegavano 800 operaie).

Dal secondo dopoguerra si ebbe un considerevole sviluppo industriale, con la presenza di aziende del settore calzaturiero, che diedero lavoro a più di 2500 persone (Bober, SuperCarpen, Pirca): nei primi anni settanta fu l'unico comune della zona a non essere dichiarato "zona depressa". Successivamente la crisi del settore costrinse le grandi aziende calzaturiere alla chiusura, ma furono sostituite da piccoli laboratori artigianali. Negli anni sessanta avevano aperto altre imprese attive nel settore alimentare, metalmeccanico e nell'edilizia.

Con l'approvazione del primo piano urbanistico da parte della Regione Lombardia, nel 1978 le attività artigianali e industriali sono state decentrate a nord e a sud del paese. Continuano ad essere presenti sul territorio alcune grandi aziende metalmeccaniche.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-citta-della-pianura-padana_20.html









FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CARPENEDOLO

.


Carpenedolo è un comune della provincia di Brescia.
Il toponimo di Carpenedolo deriva da carpinus, ovvero la pianta del carpino, che è tuttora simbolo del paese. Un esemplare della pianta si trova nella piazza principale. Al toponimo si riferisce anche il nome della chiesa più antica, la pieve di Santa Maria in Carpino. Il nome ricorre come Carpanetulo nel sec. XII, Carpenedulo nel sec XIII, Carpenedolo nel sec. XVI. Il suffisso in edolo è comune a molti toponimi in provincia e indica un collettivo. Pertanto il toponimo indica la presenza storica di una moltitudine di carpini, da cui quindi Carpenedolo, il paese dei carpini.
Un ”paalstab” scoperto nei pressi del paese è segno dell’insediamento umano fin nell’età dell’E neolitico. Altri reperti confermano che il luogo fu abitato dai Cenomani. Celtica è una piccola ara pure rinvenutavi. Suggestiva è poi 1’ipotesi dello studioso inglese Conway, che tra Carpenedolo e Calvisano sia esistito il podere di Virgilio. Sicura è la presenza dei romani come indicano alcune iscrizioni (a Mevia Marcella, a P.Livio, a M.Elio). Tombe barbariche scoperte nel 1903 indicano la continuità di Carpenedolo anche negli oscuri secoli barbarici, mentre oggetti longobardi indicano il fiorire del paese nell’ alto medioevo. Benefica fu la presenza dei benedettini del monastero di Leno che vi avviarono utili bonifiche. Il paese tuttavia si raccolse soprattutto intorno alla pieve cristiana, dedicata a Maria Assunta e dal sec. XIV, a S. Giovanni Battista. Intorno al mille venne eretto il Castello, che da primitiva difesa dalle orde ungare, divenne presto simbolo di lotte fratricide nell’epoca comunale. Dominato dai Poncarali, il castello cadde, dopo strenua resistenza nelle mani di Federico II, il Barbarossa. Nel 1237 infatti fu incendiato dai Reggiani, condotti da un certo Manfredo, capo ghibellino agli ordini del Barbarossa che fece uccidere Ardizzone Losco Poncarale, di parte guelfa, e uccise o disperse la popolazione distruggendone le abitazioni, che sorgevano dove ora è il Borgo dell’Asino. Nel contempo però gli abitanti erano andati organizzandosi in vicinia e poi in comune riuscendo a resistere alle prepotenze dei signorotti locali fra i quali i Mezzani. Nel periodo delle Signorie Carpenedolo passo sotto il dominio di Filippo Gonzaga e dei suoi discendenti duchi di Mantova. Ad essi lo tolse nel 1348 Luchino Visconti. Ai Visconti rimase per qualche tempo, nel quale Bernabò fece costruire l’ampio canale detto ”Fossa Magna”. Nel 1413 Pandolfo Malatesta signore di Rimini, divenuto padrone del Bresciano, distrusse nuovamente Carpenedolo e il suo castello, dopo che gli abitanti si erano rifiutati di riconoscerlo come loro nuovo Signore. A lui fu tolto nel 1420, Carmagnola, allora comandante delle truppe di Giovanni Maria Visconti, dopo una dura battaglia svoltasi a Nord Ovest del paese, lungo la strada di Montichiari. Finalmente nel 1428 il paese passava per merito ancora del Carmagnola entrato al servizio di Venezia, dalla dominazione Viscontea a quella della Serenissima, alla quale rimase fedele fino al 1797, nonostante che fosse spesso costretto a contribuire con armi e danari alle spedizioni militari e a subire saccheggi e incendi da parte di eserciti nemici di passaggio. Il doge Agostino Barbarigo poteva attestare nel 1484 che ”gli homeni di Carpenedolo furono i primi dopo l’annessione della città di Brescia, che vennero sotto la nostra protezione, sempre fedeli stettero e devoti al nostro Stato”. In effetti alto fu il contributo di sangue e sofferenze offerto da Carpenedolo alla Repubblica. Nel 1482 ben 75 carpenedolesi vennero fatti prigionieri e in gran parte uccisi nelle carceri di Mantova, dove erano stati trascinati dal duca di Calabria; nel 1512, 22 carpenedolesi su 70 perirono sotto le mura di Brescia, nell’assedio stretto dall’esercito veneto alla città occupata da Francesi e Spagnoli. Il paese subì un assedio nel 1701-1702 da parte delle truppe imperiali, finito con trattative il 7 maggio 1702. Il paese fu percorso anche da pestilenze (nella sola peste del 1630 si contarono circa mille vittime) e carestie ma ebbe però anni di prosperità specie durante il sec. XVIII avvantaggiati da particolari privilegi. La Repubblica Veneta cadde a Carpenedolo il 29 marzo 1797 quando comparvero in paese le truppe della Repubblica bresciana ma gia’ il 1 aprile i simpatizzanti del vecchio regime veneto bruciarono il tricolore e innalzarono di nuovo la bandiera con il Leone di S. Marco. Fu pero un ritorno di paglia, giacchè pochi giorni dopo, il paese fu occupato dalle truppe francesi del gen. Chevalier. Il 9 luglio 1797 venne poi innalzato l’albero della libertà, mentre il 28 luglio soldati francesi saccheggiarono la chiesa parrocchiale e la sagrestia rubando oro e argento e requisendo il bestiame. I nostalgici del dominio veneto, chiamati ”goghi” tornarono alla ribalta, il 13 aprile 1799, con il sopravvento dell’esercito austro-russo. Bruciato l’albero della libertà, distrussero tutti gli stemmi e le insegne della Repubblica Cisalpina e il 26 ottobre in luogo dell’albero della libertà innalzarono una grande croce di pietra con una iscrizione latina che suonava: ”Per lignum servi facti sumus / per crucem liberati sumuc”. Il ritorno dei francesi il 21 ottobre 1800, segnò nuovi e continui passaggi e accantonamenti di truppe con requisizioni, devastazioni di campi e ruberie. Carpenedolo diede il suo contributo anche alle guerre napoleoniche sia in uomini che in derrate alimentari per l’esercito e, soprattutto, in gravose tasse. Abbastanza pacifico fu per Carpenedolo il dominio austriaco, funestato soltanto da una grave carestia iniziale e dal colera degli anni 1836 e 1855. La parentesi del 1848 iniziatasi con la costituzione della Guardia civica il 22 marzo, non portò particolare trambusto in paese. Carpenedolo visse invece momenti difficili nel 1859 per la vicinanza dei campi di battaglia di S. Martino e Solferino. La borgata, infatti, e specialmente le chiese e i palazzi, vennero trasformati in un grande ospedale militare. Nell’assistenza ai feriti si segnalarono Angelina Zecchi, ed altri pietosi infermieri. In seguito, specie nel 1866, il paese registrò nuovi passaggi di armati e il 23 giugno dello stesso anno, una sosta di Garibaldi. Più tardi, il 10 settembre 1878 e nel 1890 assistette alla vincita di Umberto I. Ma il paese, causa specialmente la ”Fossa Magna” e le condizioni di povertà soffrì anni terribili di scorbuto, pellagra, febbri intermittenti, fino a quando opere di risanamento igienico e lo sviluppo economico e sociale del paese apportarono migliori condizioni di vita. A queste si accompagnarono la creazione nel 1884 di un circolo popolare democratico e di una Società operaia cattolica maschile, e di altre associazioni economico sociali.
La carità e l’assistenza sociale carpenedolese è sempre stata animata da generosi benefattori. Nel 1575 Diodato Laffranchi diede vita al ricovero per infermi poveri e per orfani e che grazie ad altri lasciti (don G.B. Scolari, don Giuseppe Mancabelli, Lorenzo Marini. ecc ) sono diventati un Ospedale con annesso un Orfanotrofio. Con essi si sono affiancati l’opera Pia Baliatico (1895), e 1’Orfanotrofio Girelli (1856). Anche sul piano dell’istruzione Carpenedolo si è distinto da antica data. Fin dal 1500 la Comunità aveva aperto una scuola di grammatica e di aritmetica e fin dal 1859 il Comune apri un corso superiore. Nel 1907 – 1908 venne aperta una VI classe elementare mista mentre venivano costruiti edifici scolastici al centro e nelle frazioni. Nel 1868 don Egidio Cattaneo apriva un suo collegio convitto durato fino al 1872 mentre le Figlie del S. Cuore aprivano un Educandato. L’asilo infantile fondato nel 1874 ebbe pure ampio sviluppo.
Circondato in gran parte da campagna ghiaiosa e arida, Carpenedolo ha saputo svilupparsi economicamente e socialmente con tenacia e intelligenza. Nel 1690 vennero appaltate le Lame e nel 1750 vennero suddivise vaste estensioni di terreno con la concessione di due piò di terra ad ogni originario fondando così le Masserie. Diresse ed incrementò il lavoro di colonizzazione il deputato provinciale G.B. Meli, pittore, agrimensore e idraulico di grande valore che traccio canali, scavò fontanili, avviando una vasta opera di bonifica e di progresso agricolo. Al contempo si moltiplicavano mulini che da due nel sec. XVI divennero cinque nel sec. XIX. Di pari passo si sviluppò la produzione di olio da semi attraverso diverse macine oggi scomparse. Nel 1600 vi esistevano già sette fornaci che davano lavoro a molti operai. Nel 1700 invece si sviluppò la lavorazione della seta. Il primo filatoio venne aperto da Lorenzo Ercoliani nel 1756. Ne seguirono altri aperti nel 1757 da Stefano Callegari, nel 1769 da G.B. Pari, nel 1776 da Bortolo Bellini. Nel 1800 i filatoi, fornelli e filande, mossi dalle acque della Lametta o Fossa Magna, moltiplicarono ancor più attraverso le ditte Molteni, Astori, Azzi, Boselli, Erba, Dell’Oro poi Gatti che assorbì fino a 300 filatrici. Un nuovo ponte sul Chiese costruito nel 1877, la linea tranviaria costruita nel 1911 il continuo miglioramento della rete stradale diedero sempre nuovo impulso anche alla vita economica. Nuovo impulso all’agricoltura venne nel 1900 da parte della Cattedra Ambulante di Agricoltura specie per merito del prof. Moretti. Vennero estese e razionalizzate le culture, introdotta la vite americana, intensificata la bachicoltura. A quella della seta si accompagno l’industria tessile con la ditta Compagnoni. Don Severino Bettinazzi apriva un ”Calzificio cattolico” che diede lavoro a 60 operaie. Il mercato fissato al giovedì e poi trasferito al mercoledì risale ad un provvedimento del Doge Luigi Mocenigo del 28 maggio 1768. Comprendeva anche un mercato del bestiame finito verso il 1885.
Risalgono al 1551 circa la fiera di S. Bartolomeo, al 1787 quella della Madonna del Castello.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/la-pianura-padana-in-lombardia.html







FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI